Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE TRIADI DI MICERINO

Di Grazia Musso

I tre gruppi statuari di Micerino riflettono pienamente l’ideale classico della scultura di corte, in cui la natura umana del sovrano è trasfigurata in una dimensione divina.

Altri due esempi di triadi di Micerino sono oggi conservate nel Museum of Fine Art di Boston.

Si era ipotizzato che i gruppi dovessero essere originariamente trenta, uno per ogni provincia egiziana, ma più recentemente è stata proposta un’interpretazione di queste triadi quali sculture dedicate dal re ad Hathor nelle province dove era più forte la venerazione per la dea.

Particolarmente felice è stata la scelta della pietra, lo Scisto, che a differenza della più dura diorite , ha consentito allo scultore di modellare con estrema precisione e grande forza espressiva le figure.

La prima

Scisto grigio – verde, Altezza cm 93
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 40678

In questa triade Micerino è affiancato a destra dalla dea Hathor e a sinistra da una figura maschile molto più piccola, anch’essa incedente , con corona tripartita, una corta barba e sulla testa il simbolo del nomo di Tebe.

A differenza delle altre triadi, le figure sono qui l’una accanto all’altra, ma senza che vi sia un contatto tra loro:

La dea ha le braccia distese lungo il corpo con le mani aperte, il sovrano e l’altra figura hanno le mani chiuse a pugno.


La seconda

Scisto grigio – verde, Altezza cm 95,5
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 46499

La triade raffigura Micerino con la corona bianca dell’Alto Egitto e il gonnellino shendyt, alla sua destra la dea Hathor, che gli tiene la mano.

Alla sua sinistra è un’altra figura femminile, quasi delle stesse dimensioni della dea, recante sul campo il simbolo del nomo diospolita, il settimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto, la cui capitale era Hu.

Base, lastra dorsale e figure sono ricavate da un unico blocco di scisto.

Accanto ai piedi delle figure, sono incisi testi geroglifici che identificano la dea, le offerte del distretto e l’identità del re, che è designato sia con il titolo di sovrano dell’Alto e Basso Egitto

“Menkaura”, sia con il suo nome di Horus ” Kakhui”.


La terza

Scisto grigio – verde, Altezza cm 92,5
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 40679

Il gruppo statuario è raffigurato in piedi su una base e addossato a un’ampia lastra dorsale.

Vi è rappresentato, al centro, il re Micerino, incedente e con la corona bianca dell’Alto Egitto, alla sua destra la dea Hathor è alla sua sinistra da una figura femminile del nomo cinopolita, il diciassettesimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto.

Il sovrano porta la barba posticcia e Indossa il gonnellino shendyt plisettato, una larga cintura liscia

Ha le braccia lungo il corpo e impugna due cilindri.

Il volto è rotondo, gli occhi delimitati da profonde incisioni, sono protetti dalle arcate sopracciliari che proseguono nella linea del naso dalla base larga e tondeggiante, le orecchie scoperte sono accostate al piano del corpo.

Il corpo del sovrano è rappresentato con grande cura e perfezione : spalle larghe, torso ampio, muscoli di braccia e gambe ben modellati, esprimono forza e sicurezza.

La dea Hathor anche lei rappresentata incedente , Indossa una parrucca tripartita con ciocche disegnate da incisioni verticali, sormontata dal disco solare tra le corna di vacca.

Indossa una tunica aderente che la ricopre fin sopra le caviglie ed evidenzia la sua figura.

Il braccio destro è disteso lungo il corpo nella mano stringe il segno shen, simbolo di eternità, il braccio sinistro passa dietro le spalle del re: la mano della dea è visibile sul braccio sinistro di lui.

La figura femminile, sul lato opposto è lievemente più bassa di Hathor ed è rappresentata stante.

Indossa una parrucca unica, sulla testa uno stendardo con l’immagine zoomorfa di Anubi, che è l’emblema del nomo cinopolita.

Davanti ai piedi delle tre figure alcune colonne di testo verticali contengono nomi e titoli del sovrano e della dea.

Delle cosiddette triadi ne vengono contate 8 più o meno integre (dato proveniente dalla rete non facilmente controllabile). Quattro furono trovate assieme: Foto al momento dello scavo.

Fonte:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo a cura di F. Tiradritti, foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE TESTE DI RISERVA

Di Patrizia Burlini e Grazia Musso

Questa testa, rappresentante secondo alcuni studiosi una donna ma secondo altri un uomo, per la permanenza di tracce di colore rosso -tradizionalmente riservato ai ritratti maschili – su un orecchio, potrebbe essere una testa di riserva.

La funzione di queste teste resta ancora enigmatica e sono state formulate diverse ipotesi sul loro scopo.

Le teste di questo tipo ritrovate sono poco più di una trentina ed appartengono tutte all’Antico Regno.

Agli inizi del secolo scorso un archeologo austriaco, H. Junker, ipotizzò che queste teste servissero ad essere rimpiazzate nel caso in cui la testa del defunto risultasse danneggiata, dato che il Ka per reincarnarsi doveva trovare un corpo o figura integra. Da allora vengono chiamate teste di riserva.

Secondo altri archeologi, tra cui A.L. Kelley e N.B. Millet, queste teste servivano da modello o stampo per altre sculture (l’assenza di orecchie e la cavità presente sulla nuca sarebbero una conseguenza della lavorazione per delineare il calco sul viso) oppure, dato che molte di loro, tra cui la presente, mostrano segni di mutilazione volontaria, svolgevano una funzione magica durante le cerimonie di sepoltura (Roland Tefnin). Secondo Tefnin queste teste riproducevano in realtà i tratti dei defunti nemici del sovrano, e venivano colpite in modo mirato da sacerdoti esperti, tramite il taglio della gola e la mutilazione delle orecchie, per impedire loro di poter parlare e sentire nell’Aldilà.

Secondo altri le teste erano proprio dei ritratti del defunto e servivano per un rituale di esecrazione perché “nell’antico Egitto, a prescindere dalle funzioni svolte in vita e dalla propria condizione sociale, il modo in cui un individuo moriva poteva renderlo potenzialmente pericoloso. Questa ad esempio era la sorte di coloro che annegavano nel Nilo, chi moriva di morte violenta oppure in uno dei giorni considerati infausti.”

Comunque sia, rimasero in voga per un breve periodo e furono rimpiazzate dalle maschere funerarie in gesso d cartonnage.

Fonti:

  • MFA, Boston
  • Cecilia Fiorentini, Le Misteriose “Teste di Riserva” nelle Tombe dell’Antico Regno in Egitto,Vanilla Magazine
  • Paolo Bondielli, Le teste di riserva. Un antico rito di esecrazione?,
  • Mediterraneo Antico . 14.12.2017.
  • Massimiliano Nuzzolo, ritratti di Riserva, Pharaon Magazine, nr. 2/3 2008
Giza, cimitero ovest, Mastaba G 4640
IV Dinastia, Regno di Khafre
Calcare, Altezza cm 25,5
Museo Egizio del Cairo, JE 46216 = CG 6005

Quest’ opera offre tutte le caratteristiche descritte nel post di Patrizia Burlini, compresa l’eliminazione delle orecchie, che in questo caso arriva alla cancellazione completa.

Le commessure labili donano all’opera un lieve sorriso che, unito allo sguardo leggermente rivolto verso l’altro, la proiettano verso la visione della vita eterna.

Giza, cimitero ovest mastaba G 4540 A
IV Dinastia, Regno di Khufu
Calcare, Altezza 36,3 cm
Harvard University, Boston Museum of Fine Arts
Scavi Reisner 1913_1914, 21.328

Ha eleganti tratti, raffinati e sottili, fanno attribuire generalmente questa testa a una donna, benché in realtà nulla né provi il sesso.

L’opera presenta alcuni caratteri peculiari, come la mancanza della pur sottile linea dei capelli e la particolare lavorazione delle sopracciglia, che danno, con i gioco di luci, un’espressione corrucciata.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE STATUETTE INCOMPIUTE DI MICERINO

Di Luisa Bovitutti

Nell’ambito della statuaria dell’Antico Regno queste tre statuette in gneiss sono molto interessanti per capire le modalità operative seguite dagli scultori dell’epoca.

Esse sono state rinvenute nel 1908 a Giza, nel Tempio a Valle di Micerino, da una spedizione dell’Università di Harvard – MFA di Boston e sono ora custodite al Museo delle Belle Arti di Boston (accession numbers 11730 – 11731 – 11.732) al quale furono assegnate dal Governo Egiziano.

In origine erano collocate su di una sporgenza del tempio, il che significa che ricevettero offerte dai sacerdoti destinati al culto del sovrano come se fossero state complete.

Esse fanno parte di un gruppo di quindici statuette (h. 35.2 x l. 18.5 cm) ognuna delle quali rappresenta una fase del processo di realizzazione e provano che nell’Antico Regno esso era stato perfezionato e codificato garantendo il raggiungimento delle proporzioni ideali a prescindere dalla grandezza del blocco da scolpire.

Probabilmente servivano come modelli per statue simili di dimensioni maggiori, per cui non erano destinate ad essere completate; la statuetta centrale, specialmente nell’area della testa, mostra i resti di linee rosse che indicavano dove tagliare per ottenere le proporzioni corrette; nel Medio Regno i pochi segni si espansero in una griglia completa.

Utilizzando martelli di pietra più dura gli artisti tagliavano un blocco delle dimensioni della statua finita, e rifinivano gradualmente i dettagli della testa e degli arti con l’aiuto di scalpelli di rame, quindi con pietre e polveri abrasive lucidavano la superficie e realizzavano l’iscrizione che identificava il proprietario ed i titoli che aveva rivestito.

Le tre statuette qui raffigurate illustrano le fasi di pre-lucidatura iniziale, intermedia e finale; lo gneiss con il quale esse sono realizzate è una pietra molto dura proveniente da una cava vicino a Abu Simbel, ed è probabile che esse siano state realizzate riutilizzando la pietra di una statua più grande, in quanto il fondo di una di esse è lucidato a specchio, mentre di solito non sarebbe stato rifinito in quanto non era destinato ad essere visto.

FONTI:

Anche le immagini sono tratte dal sito del MFA di Boston.

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI KAAPER

Di Grazia Musso

Legno di sicomoro. Altezza cm 112
Saqqara, nei pressi della piramide di Userkaf, Mastaba C 8
Scavi di Auguste Mariette, 1860
V Dinastia, Regno di Userkaf
CG 34

A partire dalla IV Dinastia, accanto alla grande statutaria di pietra, comincia ad affermarsi anche la scultura in legno, materiale più duttile, ma assai deperibile.

Opere come questa statua del sacerdote-lettore Kaaper, così in buone condizioni, sono rari esempi di un genere comunque diffuso.

La statua era in origine ricoperta da una leggera patina di gesso dipinto, di cui restano lievi tracce, e ritrae con estremo realismo l’opulenza di un uomo benestante.

L’alto funzionario è raffigurato in un atteggiamento inusuale per una statua egizia: Kaaper è incedente, con la gamba sinistra avanzata, ma a differenza delle sculture convenzionali, il peso della figura appoggia sul piede anteriore, mentre il posteriore è reso in movimento.

Le braccia sono scolpite a parte e successivamente fissate al corpo.

Il braccio destro ricade lungo il corpo , mentre il sinistro è piegato in avanti, la mano tiene una canna (oggi sostituita da una copia), cui Kaaper sembra appoggiarsi.

Tutta la figura è massiccia : il capo tondo, il corpo opulento, le gambe robuste.

Kaaper ha una capigliatura rasa, appena delineata da un’incisione intorno al viso, la fronte è alta e interrotta dalle sopracciglia appena rilevate che coprono vividi occhi incastonati da bordi di rame, che rendono la linea del trucco.

Il naso è piccolo, bocca ben delineata.

Il ventre prominente è avvolto in una “gonna” lunga fino alle ginocchia, ed è annodata in vita con un ampio lembo che ricade al di fuori della cintola.

A differenza della statua in pietra, in cui la figura non viene mai completamente liberata dalla materia in cui è tagliata, quella lignea è più autonoma, svincolata dai sostegni dorsali e dagli spazi pieni delle intercapedini fra gli arti, che sono invece lavorati separatamente e poi applicati.

La Realizzazione di quest’opera s’inserisce nella corrente artistica detta ” verista”, per la personalizzazione dei lineamenti del soggetto, in opposizione a quella “idealizzante”.

La fisionomia di Kaaper è così naturalistica, che gli operai di Mariette, quando la scoprirono, videro la rassomiglianza con il capo del loro villaggio, in arabo sheikh el-balad, è con questo appellativo la scultura è nota ancora oggi.

Formidabile esempio della scultura privata della V Dinastia, questa statua è meritatamente una delle opere dell’Antico Regno tra le più apprezzate e citate.

Fonti

  • I tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
  • Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo, a cura di F. Tiradritti, fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Il primo piano della statua è una fotografia di Giusy Antonacci

Antico Regno, IV Dinastia, Statue

I PIEDI DI CHEOPE

Di Francesco Alba

Antico Regno, Quarta Dinastia, Regno di Cheope (2585-2560 a.C.) – (Accession Number: 13.348. Non in esposizione)

Come è noto, di Cheope/Khufu, costruttore della Grande Piramide, non rimangono raffigurazioni integre, fatta eccezione per una statuetta in avorio del re assiso su un trono dal basso schienale, trovata da Flinders Petrie nel corso dei suoi scavi all’interno del complesso templare del Khentimentiu, in Abido (1903). L’attribuzione (e la relativa collocazione cronologica alla Quarta Dinastia) fu fatta in base alla presenza del nome Horus del re (Medjedu), iscritto sul lato destro del trono.

La datazione è stata, in tempi recenti, confutata da Zahi Hawass (Z. Hawass. The Khufu Statuette: Is it an Old Kingdom sculpture? In Mélanges, Vol. 1. Institut Français d’Archeologie Orientale du Caire – 1985) il quale sostiene che le caratteristiche stilistiche della piccola scultura non sono raffrontabili con quelle di opere coeve della Quarta Dinastia, bensì con quelle della Ventiseiesima Dinastia (detta anche Neo-Menfita).

È evidente che sulle raffigurazioni di Cheope (il pensiero va alle statue che dovevano essere presenti nel suo tempio a valle) si abbattè una vera e propria furia iconoclasta, probabilmente durante i tumulti che fecero seguito alla fine dell’Antico Regno e all’inizio del Primo Periodo Intermedio. Oggi di quelle opere scultoree non rimangono che pochi frammenti, quasi reliquie preziose di un personaggio e di un’era: uno fra i più significativi è custodito presso il Museum of Fine Arts di Boston.

Si tratta di una base sulla quale poggiano dei piedi e sulla quale è presente la parte inferiore del cartiglio del sovrano, riportante gli ideogrammi “f” (GSL I9) e “w” (GSL G43), appartenenti al nome KHUFU.

Il cartiglio di Khufu

I piedi uniti fanno pensare che la scultura originale raffigurasse Cheope intronizzato.

Il frammento in alabastro, di piccole dimensioni (8,9 cm di larghezza), fu rintracciato da George Reisner nel 1913 insieme a numerosi detriti superficiali, nella mastaba G 2391 (Giza, Necropoli Ovest), appartenente a Irenakhet, sacerdote funerario vissuto durante la Sesta Dinastia.

Riferimenti:

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA IN DIORITE DI CHEFREN

Di Grazia Musso

IV Dinastia
Diorite nera, altezza 168 cm, larghezza 57 cm
Museo Egizio del Cairo – CG 14

Il re Chefren fece ornare il suo tempio in valle con ventitré statue, di cui questa è la più bella.

La statua raffigura il sovrano con i tratti a un tempo idealizzato nello sguardo lontano e ieratico dell’eterna giovinezza, e realistici nelle fattezze umane, questa impostazione incarna a un tempo il re e la regalità stessa.

Il faraone è ritratto in tutta la sua maestà, con il tipico copricapo nemes e il gonnellino plisettato, seduto su un trono cubico interamente scolpito con i simboli della regalità : zampe e protoni leonine sul davanti e il simbolo del sema-tauy, sui lati emblema dell’. “unire le due terre”, Alto e Basso Egitto rappresentate rispettivamente dalle piante del papiro e del loto annodate tra loro intorno al geroglifico della trachea.

È l’autorità universale del sovrano che viene qui legittimata e celebrata come garante della stabilità e dell’unità del paese.

Il concetto è rafforzato dalla presenza del falco, Horo, che protegge con le sue ali il capo del re, sottolineando la perfetta simbiosi tra l’uomo e il dio.

La statua supera i limiti formali della semplice scultura per farsi essa stessa messaggio.

Lo scultore ha saputo tradurre in capolavoro un’opera dal complesso contenuto ideologico.

La scelta della pietra è determinante al successo dell:esecuzione, in questo caso, una pietra pregiata come la diorite , dura e compatta, si è rivelata il supporto ideale per creare volumi pieni ma non pesanti, dal modellato reso morbido dall’accurata pulitura delle superfici.

La figura del sovrano sembra così riflettere la luce della sua essenza divina, un effetto sapientemente valorizzato dal colore verde scuro della diorite

Giza, tempio in valle di Chefren

Fonti:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LA TOMBA DI IRAKUPTAH

o “Tomba dei macellai”

Di Grazia Musso

Titoli principali

Capo dei macellai della Grande Casa

Sacerdote waab del Re

V Dinastia

Particolare di una statua della parete est

Questa tomba, scavata interamente nella parete rocciosa e appartenente a Irukaptah, un dignitario che portava, tra gli altri, il titolo di “Capo dei macellai”, è designata comunemente col nome di “Tomba dei macellai”, con riferimento alle scene di macellazione che ne ornano la parete est.

Le scene di macellazione sono assai importanti in questa tomba, il cui titolare, vissuto all’epoca della V Dinastia, portava il titoli di “Capo dei macellai della Grande Casa”

Nella parte orientale della tomba, nella quale vennero sepolti anche i familiari del titolare per un totale di almeno dieci persone, sono state in tagliate nella roccia in alto rilievo, secondo una tecnica che si ritrova solamente in alcune tombe di Giza, dieci grandi statue policrome sopra le quali si trovano dipinte le scene di macellazione che si svolgono al cospetto del defunto.

Il defunto, seduto, davanti a cibi contenuti in numerosi recipienti, compie il pasto funebre

Nella parte più interna della tomba si aprono cinque pozzi, oggi riempiti.

Le pitture di questo settore interno rappresentano scene navali e la caccia nelle paludi.

La parete orientale della tomba è ornata con grandi statue policrome intagliate nella roccia che raffigurano i familiari del defunto, che qui vennero sepolti.
Si tratta dell’unico caso conosciuto nella necropoli di Sakkara, che utilizza questo tipo di rappresentazione rupestre caratteristica nelle tombe di Giza.

Nell’opposta parete ovest si notano solamente quattro grandi statue non dipinte e una falsa porta.

Fonte: Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta

LA STATUARIA DELLA IV DINASTIA

Di Grazia Musso

Abydos, IV Dinastia
Avorio; altezza cm 7, larghezza cm 2,5
Museo Egizio del Cairo, JE 36143

Nell’epoca delle piramidi il panorama della statuaria è ormai completato, adesso si possono riconoscere varie tipologie, molto più ricche rispetto a quelle della III Dinastia.

Innanzi tutto possiamo distinguere le statue con un nome da quelle anonime: le prime hanno un nome evidenziato da una chiara iscrizione o, nel caso di alcune statue divine dal loro aspetto, furono create per riposare nell’intimità dei Templi e tombe, sia esposte in cortili o cappelle, con funzioni culturali, sia nascoste nell’oscurità di naos o cripte , quando si tratta di statue funerarie.

La categoria delle statue anonime è quella raffigurante comuni persone, nobili o lavoranti impegnati in lavori quotidiani che esse simbolizzano.

Queste statue sono sempre destinate alla tomba, spesso usate come sostituzione o integrazione delle raffigurazioni parietali.

Queste statue hanno una maggiore libertà rispetto a quelle della prima categoria, questo deriva dal fatto che sono prodotte in laboratori reali che seguono i dettami del sovrano, standardizzati nei secoli, mentre le statue minori erano opera di laboratori indipendenti riservati al popolo con artigiani liberi di scegliere soggetto, schema e tecnica, seguendo la propria iniziativa personale.

Analizzando la statuaria maggiore bisogna tenere conto delle tecniche di lavorazione, a loro volta basate sui materiali : pietra dura o semidura ( Granito, porfido, diorite, basanite, quartzite, basato), legno, pietra tenera ( calcare e arenaria).

Va sottolineata una cosa di fondale importanza: la statuaria , per le sue particolari finalità religiose, è sempre collegata a degli ambienti architettonici.

Osservare, queste statue, al di fuori del loro contesto ne falsa il valore originario, dobbiamo tener viva nella nostra mente l’idea che ogni statua egizia va immaginata all’interno di templi o tombe, di cui è parte integrante.

Nella fotografia la statuetta, che raffigura Khufu, è la sola che si possa attribuire con certezza al sovrano.

In quest’opera eburnea del re, indossa la corona rossa del Basso Egitto, nella mano destra impugna il flagello reale.

È vestito di un semplice perizoma shendyt.

Sul lato destro del trono si legge il nome del re.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LE STATUE DI RAHOTEP E NOFRET

Di Grazia Musso

Calcare dipinto
Rahotep ( CG 3): Altezza cm 121 – Nofret ( CG 4) Altezza 122 cm
Meidum, Mastaba di Rahotep – Scavi di Auguste Mariette, 1871
IV Dinastia, Regno di Snefru – Museo Egizio del Cairo

Le due statue furono rinvenute da Mariette nella mastaba di Rahotep.

I due personaggi siedono su seggi squadrati con un alto e largo schienale.

Rahotep è rappresentato con il braccio destro portato sul petto e il sinistro appoggiato sulla relativa gamba, entrambe le mani sono chiuse a pugno.

Ha una capigliatura nera e corta, che lascia completamente scoperto il volto magro, dalla fronte alta e dai lineamenti scolpiti con grande realismo : gli occhi grandi, incastonati in quarzo e cristallo di rocca, sono evidenziati da un trucco nero, il naso è proporzionato e la bocca è coperta da baffi neri.

Il collo è ornato da una sottile catena con un pendente.

Indossa un corto gonnellino bianco.

Sullo schienale, ai lati della testa, tre colonne di geroglifici, dipinti in nero, enunciano i titoli e il nome di Rahotep, definito come ” figlio del re del suo corpo”, tra gli altri titoli porta quello di sacerdote di Ra a Eliopoli, soprintendente ai lavori, soprintendente alle spedizioni.

Nofret è rappresentata con le braccia incrociate sul petto e completamente avvolta in un mantello che, appoggiato su una tunica aderente con grandi bretelle, lascia intravedere le forme del corpo e fuoriuscire la mano destra.

Il collo è avvolto da una collana usekb, con tanti fili di colori alternati: azzurro scuro, azzurro chiaro e rosso, i pendenti sono azzurri.

Nofret Indossa una spessa parrucca nera che si ferma all’altezza delle spalle ed è stretta sulla fronte da una fascia a motivi floreali.

Il volto presenta lineamenti delicati : gli occhi, incastonati, sono contornato dal trucco nero, il naso piccolo e la bocca carnosa.

Sullo schienale, ai due lati della testa si legge:

” La conoscente del re Nofret”.

Il colore della pelle dei due è differenziato:

quella dell’uomo ocra, quasi rossa, mentre quella della donna giallo chiaro.

Nonostante la rigidità della posa e la fissità dello sguardo, le due sculture rivelano una grande maestria nel dar vita alle immagini di pietra.

Fonte: Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

ALLA RICERCA DELLA VERA PIRAMIDE

Di Grazia Musso

Veduta della piramide settentrionale di Snefru a Dahshur.
Come si può vedere la sua pendenza è minore di quella delle altre piramidi precedenti e successive.
Il monumento è detto oggi ” Piramide Rossa”, per il colore rossiccio del care locale in cui è costruita.
Il rivestimento in gran parte perduto era in calcare bianco di Tura.

Snefru, fondatore della IV Dinastia, sin dal Medio Regno diviene il modello del sovrano perfetto, cui si ispirarono dei re della XI Dinastia.

Il sovrano fu divinizzato e venerato sino all’epoca Tolemaica.

Si sa con certezza che gli appartengono due delle piramidi di Dahshur le così dette ” Piramide Rossa” ( il cui nome egizio era “Snefru appare in gloria”) e la piramide a “doppia pendenza” ( nota agli Egizi come “Snefru appare in gloria del Sud”); essa fu la prima a essere costruita, e mentre era in costruzione fu iniziata la piramide settentrionale, probabilmente verso il tredicesimo anno.

La piramide meridionale di Snefru oggi è detta “Piramide romboidale” perché l’inclinazione delle facce cambia, diminuendo, circa a metà della loro altezza, generando uno spigolo. Il lato è di 183,5 metri e l’altezza di 105.
Dei cedimenti fecero cambiare il progetto, diminuendo l’inclinazione originaria.

Entrambe sono rivestite di calcare fine di Tura, sono le prime vere piramidi dell’antico Egitto, dopo l’abbandono della forma a gradini.

Una terza piramide si trova a Meidum, che fu, probabilmente, iniziata da Huni come piramide a gradini e fu poi completata e trasformata in vera piramide, forse nel diciassettesimo anno di Snefru, se va così interpretato un graffito rinvenutovi, secondo altri la piramide si deve interamente a Snefru.

Piramide di Meidum.
La piramide ha la forma di una grandiosa e rozza torre dalle pareti inclinate, che si alza da una collina di detriti.
Questa piramide rappresenta un esempio del passaggio dalla piramide a gradini alla piramide perfetta
Le stele mute. Stele a epigrafe del tempio funerario della piramide di Meidum

Il crollo parziale del rivestimento l’ha nuovamente trasformata in un monumento in cui appaiono alcuni gradini.

Il periodo di Snefru é fondamentale nello sviluppo dell’architettura delle piramidi e dei relativi complessi funerari.

Con le piramidi di Dahshur appaiono tutti i sei elementi del complesso funerario reale, ossia la piramide principale satellite, il tempio funerario, il grande muro di cinta, la rampa monumentale, il tempio in valle.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Foto: Andrea Vitussi, Antico Egitto di Maurizio Damiano