Continuando nella successione dinastica a questo punto ci si aspetterebbe di trovare la piramide di Shepseskaf, figliastro di Menkaura, suo successore anche se non erede legittimo, invece no. Se Menkaura si fece costruire una piramide più piccola delle precedenti, Shapseskaf non se la fece proprio costruire. Non è da escludere che Shapseskaf abbia regnato in una situazione turbolenta, le fonti storiche non ci dicono molto sull’oscura fine della IV dinastia.
Secondo alcuni fu l’ultimo faraone della IV dinastia, ma nella versione di Sesto Africano, Manetone ne cita ancora uno, Thampththis, forma grecizzata del nome Djedefptah, il Canone Reale di Torino, come accennato in altro articolo, è molto lacunoso sulla fine della IV dinastia anche se, dopo Menkaura, lascia effettivamente spazio per altri due sovrani. In un periodo in cui avere la piramide come sepolcro reale era ormai divenuta una tradizione ben consolidata, Shepseskaf scelse di rompere con la tradizione e di tornare alla mastaba. Ma non si accontentò di una qualsiasi, bensì una mastaba di inedite proporzioni, (lunga 99,60 metri, larga 74,40 metri ed alta circa 18 metri), che, nonostante i fianchi inclinati, ricorda un enorme sarcofago dell’epoca. Non solo ma Shapseskaf scelse per la sua sepoltura un luogo diverso da quello dei suoi diretti predecessori optando per un ritorno a Saqqara. Non è chiaro il motivo per cui non scelse la piana di Giza, dove peraltro non c’era più spazio sufficiente per la costruzione di un nuovo grande complesso sepolcrale. Sono state avanzate numerose ipotesi, secondo una di queste potrebbe essere che Shapseskaf, non sentendosi sufficientemente legittimato alla successione, nonostante avesse sposato Khenkaus, figlia di Djedefhor, figlio di Cheope, abbia scelto di tornare alle origini della IV dinastia, un luogo all’epoca sperduto a sud di Saqqara, ma vicino alle piramidi del fondatore della dinastia, Snefru a Dashur, la cava di pietra per la costruzione si trovava a ovest della Piramide Rossa. Un’altra ragione potrebbe essere una scelta di carattere politico-religioso.
Durante la IV dinastia il potere del clero solare eliopolitano del dio Ra, aveva raggiunto un livello tale da riuscire ad influenzare il faraone sulla scelta del tipo di sepolcro da adottare. L’egittologo Gustave Jéquier, individuò un’ulteriore prova della volontà di Shepseskaf di accentuare la rottura col clero solare, per tornare all’antico sepolcro del periodo thinita, sta nel nome del sovrano che risulta privo della parte fondamentale “Ra”. Voi direte, “ma il nome glielo imposero i genitori”, a questo punto ci sono due possibilità, o il padre, Menkaura, voleva già dare un segnale ai sacerdoti eliopolitani o, come spesso accadeva, fu lo stesso Shapseskaf a mutare il proprio nome. Inutile dire che Jéquier si attirò le ire di altri archeologi in particolar modo dello svizzero Herbert Ricke il quale asserisce che solo l’obelisco assume il ruolo di simbolo solare, mai la piramide. Contrario fu anche Hans-Wolfgang Muller che sosteneva che la mastaba rappresentava la trasposizione in pietra di una capanna di stuoie.
Singolare è anche il fatto che nei dintorni della Mastabat el-Fara’un non sono state trovate tombe di famigliari o di dignitari di corte, questo pone un’altra domanda sulle circostanze, ancora da chiarire, in cui fu eretta la tomba. Stadelmann, rifacendosi a Ricke e Muller, avanzò una sua ipotesi, (rimasta però priva di conferma), forse Shapseskaf intendeva farsi costruire una vera piramide ma, essendo ancora impegnato ad ultimare il complesso del padre Micerino, fu costretto a ricorrere a questa soluzione onde non rischiare di rimanere privo di una tomba. Per iniziare una piramide si rendeva necessario ultimare i lavori a Giza per poi trasferire la complessa macchina tecnica ed economico-amministrativa nel nuovo cantiere di Saqqara. La soluzione fu quella di iniziare una costruzione provvisoria del tipo mastaba, che richiedeva minor tempo ed impiego di risorse, salvo poi, ultimati i lavori a Giza, procedere alla sopraelevazione della mastaba per trasformarla in piramide. L’adozione di questa soluzione provvisoria potrebbe però anche essere, come già detto, espressione della grave crisi che caratterizzò la fine della IV dinastia.
Il regno di Shapseskaf durò solo poco più di quattro anni per cui la soluzione provvisoria diventò definitiva. Ma veniamo alla sua tomba reale conosciuta come “Mastabat el-Fara’un”, “La panca del Faraone”. Descritta per la prima volta da John Perrin a metà del XIX secolo. Nel 1858 Auguste Mariette effettuò una prima indagine sulle parti ipogee della struttura alla quale seguì uno scavo più approfondito di Gustave Jéquier che fu anche il primo ad assegnare la struttura a Shepseskaf in seguito alla scoperta di un frammento di una stele in cui compariva il nome del faraone. In precedenza si pensava che la tomba fosse appartenuta all’ultimo faraone della V dinastia, Unas. Da alcuni resti di testi, trovati su dei blocchi di rivestimento, si apprende che, intorno al 1250 a.C., il principe Khaemwaset figlio di Ramesse II, gran sacerdote di Ptah a Menfi, fece eseguire lavori di restauro alla Mastabat el-Fara’un. Secondo alcuni egittologi la mastaba parrebbe essere stata costruita in due tempi con la precisa volontà di dargli la forma di un santuario di tipo Buto, ovvero con una forma a volta con estremità dritte; Karl Lepsius la definì “un sarcofago gigante”. La mastaba è costruita con enormi blocchi di calcare ed in origine doveva essere rivestita con bianco calcare di Tura molto più fine, l’ultimo corso in fondo, oggi scomparso, era di granito rosa.
“E le tue piramidi si sono arrese a me, mi costruirò una mastaba migliore” – disse Shepseskaf e andò dalla necropoli della sua famiglia a Giza a sud. Bene, visto che ci siete, proviamo ad entrare in questa strana e misteriosa mastaba. L’ingresso alla zona ipogea si trova sul lato settentrionale più corto. Scendiamo quindi in un corridoio scavato nella roccia sottostante e rivestito in granito rosa che si presenta con una pendenza di 23°30′ e lo percorriamo però solo per 16,3 metri dove, a causa di un crollo si interrompe, ma noi proseguiremo virtualmente. In origine era lungo 20,75 metri. Al termine della discesa il corridoio diventa orizzontale e subito presenta un piccolo vestibolo, (forse solo una nicchia), lunga 2,67 metri e alta 2 metri. Proseguendo si incontra uno sbarramento con tre macigni di calcare a caduta ancora ancorati al soffitto, il passaggio, le cui pareti ed il soffitto sono anch’essi rivestiti in granito, è largo 1,1 metri e l’altezza si riduce a 1,27 metri. Dopo le saracinesche, l’altezza del passaggio aumenta nuovamente, a causa del pavimento molto irregolare, probabilmente mai finito. Dopo alcuni metri il soffitto si abbassa riducendo l’altezza a 1,2 metri e finalmente, dopo una lunghezza totale di 19,46 metri, il passaggio orizzontale raggiunge infine l’anticamera. L’anticamera, come la successiva camera funeraria sono orientate nella direzione est-ovest, è lunga 8,31 metri, con una larghezza di 3,05 metri e un’altezza di 5,55 metri. Il tetto è formato da una capriata di blocchi di granito rosa. Tramite un passaggio di 1,20 x 1,11 x 1,54 metri, con una pendenza di 10°30′ si accede alla camera funeraria vera e propria. Lunga 7,79 metri, larga 3,85 metri e alta 4,9 metri, ha anch’essa un tetto in granito rosa a capriata nella parte superiore per scaricare il peso sovrastante, ma presenta però un soffitto lievemente arcuato ad imitazione di una volta a botte, (come nella piramide di Micerino). Sia l’anticamera che la camera funeraria sono entrambe rivestite in granito lasciato allo stato grezzo, non levigato.
Nella camera sono stati rinvenuti numerosi frammenti, riconducibili ad un sarcofago, in grovacca o basalto, insufficienti ad immaginarne la forma. Dall’anticamera, nell’angolo sud-est, si apre un altro passaggio lungo 10,62 metri, largo 1,14 metri e alto circa 2,3 metri sul cui lato est si trovano quattro piccole nicchie, un’altra si trova sul lato ovest, immediatamente di fronte alla quarta nicchia del lato opposto. Le nicchie orientali sono lunghe circa 2,27 metri con una larghezza di soli 80 centimetri e 1,4 metri di altezza, la nicchia occidentale è lunga 2,65 metri e larga 1,16 metri. Con tutta probabilità, anche se molto piccole, dovevano servire come depositi. Bene, adesso ripercorriamo i corridoi e torniamo all’aperto e diamo un’occhiata anche intorno alla mastaba. Due muri di mattoni crudi la circondano, il più interno si trova a una decina di metri dalla mastaba e la avvolge su tutti i lati con uno spessore di 2 metri. Il secondo la circonda ad una distanza di circa 48 metri. Un piccolo tempio funerario si trovava sul lato est ma di esso rimangono solo le fondamenta e pochi resti delle mura. Questa è la “Mastaba el-Fara’un, per visitarla, e per visitare alcuni dei monumenti di quest’area, non è sempre facile; per accedere alla zona di Saqqara sud occorre disporre di un permesso speciale che deve essere richiesto all’organizzazione delle antichità egiziane. Si raccomanda un fuoristrada e una buona guida. Mastabat el-Fara’un si trova sul bordo meridionale del sud di Saqqara, vicino alla piramide di Pepy II e al nord-ovest delle piramidi del Medio Regno in una parte piuttosto remota del deserto.
Fonti e bibliografia:
Gustave Jéquier, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
Franco Cimmino, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton 1997)
La statua di Hemiunu. Si è discusso se soffrisse di ginecomastia o obesità, ma la seconda opzione è più accreditata. Calcare dipinto, h 155,5 cm, IV Dinastia.
Questo corpulento signore è Hemiunu, (servitore del dio di Iunu- Eliopoli), visir di Khufu (Cheope) e costruttore della grande piramide di Cheope, una delle sette meraviglie del mondo antico.
Localizzazione della mastaba (rettangolino rosso)
Questa meravigliosa statua, in calcare dipinto, presenta delle straordinarie caratteristiche realistiche, sia nel volto che nel fisico del visir. La statua fu trovata il 12 marzo 1912 da Herman Junker nel serdab della mastaba di Hemiunu, la G4000, che si trova nei pressi della piramide di Cheope.
Ingresso del serdab. Sul fondo è visibile il foro praticato dai saccheggiatori di tombe nell’antichità per permettere ad una persona di piccola statura o ad un bambino di entrare nella tomba
Hemiunu era figlio del principe Nefermaat e di Itet, nonché nipote del faraone Snefru e parente di Cheope. Tra i suoi titoli Figlio del corpo del re (principe ereditario), Portatore dei sigilli del re del Basso Egitto, Capo della giustizia e Visir, Maggiore dei Cinque della Casa di Thot. La statua è attualmente conservata a Hildesheim, Pelizaeus Museum.
In questa straordinaria foto è visibile la testa così come apparve agli scopritori. Gli occhi erano originariamente realizzati in materiale prezioso. Per estrarli i saccheggiatori danneggiarono la statua, staccandone la testa e un braccio
La quarta dinastia è contrassegnata da vari mutamenti culturali che hanno una sorprendente ripercussione nel campo artistico. Infatti il mutare dei tempi porta a una ricerca di maggiore libertà espressiva che si realizza in una decisa movimentazione delle forme. La staticità della precedente statuaria viene meno grazie ad una forza prorompente che tende a liberarsi dalla pietra in cui sono scolpite; movimento e libertà si esprimono in opere dotate di grazia e di un vivido realismo. La statua di Hemiunu ne è un esempio.
La testa posta in un cestino dagli archeologici per estrarla dalla tomba
La statua, in pietra calcarea, lo rappresenta seduto e in grandezza naturale (1,55 cm di altezza), la sua testa era staccata dal corpo e i suoi occhi incastonati erano stati scavati dai profanatori di tombe. La statua raffigura un uomo dal volto severo e intelligente che mette in risalto le pieghe e le rotondità del suo corpo voluminoso in modo da sottolinearne l’importanza sociale.
La statua come apparve nel 1912.In questa foto è visibile chiaramente la parte ricostruita. Gli occhi non furono sostituitiAltra immagine della testa in cui è volutamente visible la ricostruzioneDa questo rilievo trovato nella tomba, ritraente Hemiunu, fu possibile risalire al profilo del naso e ricostruire correttamente il volto della statua. MFA Boston
I TITOLI DI HEMIUNU
A cura di Nico Pollone
Il testo sullo zoccolo della statua di Hemiunu, è composto praticamente solo di titoli e del suo nome.
Qualcuno di questi non è usuale ed è difficile trovarli nella stesura in cui sono rappresentati in questa statua.
Non ho trovato trascrizioni manuali di questo testo ma solo una immagine leggibile qui sopra.
L’elenco è una mia trascrizione con l’editor Jsesh.
Mi sono soffermato solo sulla traduzione del titolo, usando sinonimi magari diversi da quelli usati in altre traduzioni.
Come bibliografia ho consultato tutto quello che ho a disposizione, elenco un po’ tecnico da allegare qui.
Fonti:
Wikipedia, archeologyatrandom.wordpress, MFA Boston
LA PIU’ PICCOLA DI GIZA – “DIVINO E’ MENKAURA” – 1
Riprendiamo il discorso dal precedente articolo, ignorando le presunte vestigia di Baka, che pure esistono, anche se sul fondo di una discarica. Prendiamo atto che, escluso il prof. Miroslav Verner e pochi altri che si pronunciano, nessuno sa con precisione a chi attribuirle.
Proseguiamo dunque attenendoci al solito Manetone il quale ci dice che a succedere a Bicheris, (Baka), fu suo fratello minore Menkheres, (Menkaura in egizio, Mykerinos in greco). Gli egittologi sono invece del parere che le evidenze archeologiche confermerebbero che Menkhaura sia stato l’immediato successore del padre Chefren.
Di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra. Su di un coltello di selce, rinvenuto nel suo tempio funerario, viene menzionata Khamerer-Nebty I con il titolo di Madre del Re, (di Micerino), Si pensa che Micerino non abbia avuto molti figli. Dalla sposa Khamerer-Nebty II nacque Khuenra il quale però non successe al padre pur essendone l’erede più anziano, l’onore spettò al principe Shepseskaf, un figlio minore del faraone.
Micerino regnò, secondo Manetone 63 anni, sicuramente un’esagerazione, dal Papiro di Torino, anche se molto lacunoso in quel punto, si è giunti a ipotizzare che furono invece 18, tesi generalmente accettata. Il graffito di un artigiano contemporaneo indica come durata il suo undicesimo censimento del bestiame che, essendo di norma biennale, ci indurrebbe a pensare ad un regno di circa 22 anni. Tenendo conto di alcune irregolarità nello svolgimento dei censimenti del bestiame, si può pensare che 18 anni siano una durata ragionevole. Veniamo ora alla piramide che Micerino pensò anche lui di farsi costruire ma che, inspiegabilmente, per dimensione scompare di fronte ai colossi di papà e nonno. Infatti nasce spontanea la domanda, perché invece di tentare di superare i suoi avi, la sua piramide è la più piccola delle tre di Giza, non solo ma è la più piccola di quelle di tutti i suoi predecessori?. Giusta l’osservazione di Verner secondo il quale le dimensioni e l’incompletezza della costruzione parrebbe anticipare il prossimo, inarrestabile declino della IV dinastia.
Anche per questa piramide ci sono diverse voci che ci giungono dal passato e che discordano tra loro su chi la fece costruire. Erodoto ci racconta che Cheope, per sostenere gli alti costi per la costruzione della sua piramide fece prostituire la figlia Rhodopis, questa obbedì al padre ma per ogni rapporto pretendeva che il suo “cliente” gli portasse in dono una pietra. Ne raccolse così tante da farsi costruire una sua piramide, appunto la terza di Giza. Manetone racconta la stessa leggenda ma per lui la figlia di Cheope era Nitokris che aveva capelli biondi e una carnagione rosea. Penso sia il caso di chiudere questa parentesi mitologica e passare a parlare della piramide che assegneremo a Menkaura.
La piramide, chiamata “Neter Menkaura” ossia «Divino (è) Micerino», è stata costruita nell’ultimo spazio libero dell’altopiano roccioso di Giza che, probabilmente, non avrebbe permesso una costruzione più grande. Strana ipotesi perché se veramente Micerino voleva eccedere in grandezza rispetto ai suoi avi avrebbe scelto un’altra collocazione come d’altronde fecero i suoi predecessori. Questo, a mio parere rimane un mistero.
La piramide era alta in origine 65,5 m, (oggi 62 m), con una base quadrata di 103,4 m ed un’inclinazione di 51°20’25”. Secondo alcuni pare evidente una certa fretta da parte del costruttore che potrebbe averla edificata in più riprese, cosa che si deduce anche dall’uso di materiali vari, mattoni crudi da riempimento e varie tecniche.
Il suo volume corrisponde a circa un decimo di quella di Cheope, pur se costruita con blocchi molto più grandi ma sistemati senza l’armonia delle altre due piramidi. Si pensa che la copertura definitiva avrebbe dovuto essere in granito rosso di Assuan ma non fu mai terminata, forse a causa della prematura morte di Micerino che avrebbe comportato la necessità di completarla frettolosamente terminando il rivestimento in granito al 16° corso e completando la parte superiore con il bianco calcare di Tura si che la piramide si presentava con due colori.
La ricchezza della piramide è comunque data dalla massiccia presenza del granito proveniente dalle lontane cave dell’Alto Egitto, pietra molto dura ed estremamente difficoltosa da lavorare. Il lato nord conserva parte del rivestimento, che però verso l’alto non risulta liscio dando così l’impressione di un lavoro mai terminato.
Sempre sulla facciata nord della piramide si trova una profonda spaccatura che viene attribuita al figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz ʿUthmān b. Yūsuf, governatore dell’Egitto. che avrebbe ordinato la demolizione delle piramidi di Giza nel 1196 per reimpiegare i blocchi in altre opere, principalmente moschee al Cairo. L’opera di demolizione cominciò con la piramide di Micerino, ma fu impossibile portare a termine il compito. Dopo otto mesi di lavoro riuscirono solo a creare la cavità attualmente visibile.
Per quanto riguarda il granito questo fu asportato già dal 500 d.C. e nel 1827 il pascià Muhammad Alì lo usò per la costruzione dell’arsenale di Alessandria. Forse le ridotte dimensioni della piramide sono da imputare, oltre a quanto detto sopra, al fatto che cominciava ad affermarsi una certa inclinazione a limitare l’impegno verso la costruzione della piramide vera e propria dedicando una maggiore cura all’intero complesso funerario, cosa che sarà confermata in seguito da parte dei successivi faraoni.
Purtroppo però per Micerino, il suo tempio, iniziato in pietra dallo stesso sovrano, verrà poi ultimato dal figlio Shepseskaf, a causa della sua prematura scomparsa e quindi per urgenti esigenze di culto. La struttura quasi interamente in mattoni crudi non ha resistito al trascorrere del tempo. Fu oggetto di restauri durante la VI dinastia e, stando ad alcune testimonianze pervenute sino a noi, pare che fosse ancora intatto nel XVIII secolo, pare ho detto, perché quando George Reisner lo visitò nel 1906 trovò solo il perimetro con le fondamenta ed il lato est con blocchi di circa 200 tonnellate di peso.
Nel tempio funerario furono rinvenuti da Reisner nel 1907 i frammenti di due statue in alabastro di Micerino che erano sepolte vicino al muro esterno di uno dei magazzini in una galleria scavata in un canale per il deflusso delle acque e seppelliti da sabbia. Nella seconda parte ci spingeremo nelle viscere di questa piramide per conoscere cosa ci riserva.
Bene, ora proviamo ad entrare nella piramide, si può essere portati a credere che l’ingresso avvenga attraverso la grossa voragine, visibile sulla parete nord, opera del figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz. Invece l’ingresso si trova più in basso, a circa 4 metri di altezza e vi si accede per mezzo di una scala predisposta allo scopo.
Subito ci si trova in un corridoio discendente in granito rosa per la parte che attraversa il corpo della piramide, poi prosegue scavato nella roccia sottostante; in totale è lungo 32 metri con un’inclinazione di 26°2′ sbucando in una specie di “vestibolo” di 3,65 x 3,04 x 2,13 metri di altezza. Un particolare rilevato dagli archeologi è che i segni lasciati sulle pareti dagli attrezzi degli operai egizi indicano con certezza che il primo corridoio inferiore è stato scavato dall’interno verso l’esterno mentre il secondo, quello superiore esattamente dall’esterno verso l’interno.
Segue uno sbarramento con tre saracinesche di granito a caduta. Prosegue quindi un grande corridoio di 4 x 4 metri che scende, in lieve pendenza, per 13 metri sbucando in una “anticamera” di 10,48 x 3,84 x 4 metri di altezza.
In questa “anticamera”, Howard Vyse nel 1837, trovò pezzi di un sarcofago di legno, contenente i resti di uno scheletro, avvolto in una stoffa di bassa qualità, che riportava la scritta in geroglifici: << Il Re dell’Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto >>. Questo permise di assegnare la piramide al sovrano nominato. Il sarcofago ligneo fu spedito subito via mare al British Museum dove si trova attualmente in esposizione permanente.
Oggi si ritiene comunemente che il feretro in legno fosse una sostituzione fabbricata durante il periodo detto saitico, ascrivibile alla XXVI dinastia, (672-525 a.C.), ben oltre due millenni dopo la morte di Micerino. Sottoposte a numerose analisi e datazioni al radiocarbonio C14, le ossa contenute nel sarcofago hanno permesso di stabilire che appartengono a un’epoca ancora più tarda, cioè ai primi secoli dopo Cristo, coincidenti con il periodo copto. Le ragioni della loro presenza in quel luogo fanno parte dei numerosi misteri delle piramidi.
Dall’anticamera un corridoio discendente per 9 metri, e dopo un po’ diviene orizzontale; proseguendo sbuca nella camera funeraria le cui dimensioni sono di 6,50 x 2,30 x 3,50 metri di altezza.
Qui sempre Howard Vyse con l’ingegnere John Shae Perring trovarono un grande sarcofago in basalto, del peso di circa 3 tonnellate, lungo 2,44 metri, largo 0,91 metri e profondo 0,89 metri completamente privo di iscrizioni in geroglifico ma con una decorazione “a facciata di palazzo”. A differenza delle altre piramidi dove non era possibile estrarre il sarcofago dalla camera funeraria in quanto questo era di dimensioni maggiori dei cunicoli, quello di Micerino invece passava attraverso i cunicoli più ampi della sua piramide.
In molti lo cercarono ma fu solo nel 1837 che il colonnello Richard William Howard Vyse riuscì nell’intento. Portato alla luce, il sarcofago venne imballato ed imbarcato sulla goletta mercantile “Beatrice” con destinazione il British Museum di Londra. Del sarcofago non penso esistano fotografie, io non ne ho trovate, esistono solo dei disegni eseguiti dallo stesso Wyse.
Ormai nessuno potrà più ammirarlo e fotografarlo, il sarcofago di Micerino si trova in fondo al mare. La nave, dopo una sosta a Malta, ripartì il 13 ottobre 1838, non giunse mai a destinazione, nei pressi di Alicante la nave fece naufragio e s’inabissò portando con se, per sempre, il suo carico misterioso, quanto prezioso sia dal punto di vista materiale che archeologico. Come si sa, nelle menti superstiziose della gente di mare, il naufragio suscitò già all’epoca la nascita di storie e leggende, prima fra tutte quella della maledizione dei faraoni. Nel giugno 2008 un team egiziano preparò nel dettaglio una spedizione per il recupero del sarcofago di Micerino. La goletta Beatrice trasportava, oltre al sarcofago numerosi altri reperti provenienti dalla piramide di Micerino, ma, secondo le prime dichiarazioni, nessun tesoro di grande valore. Di parere contrario l’archeologo Ivan Neguerela secondo il quale i veri tesori potrebbero celarsi proprio nelle oltre duecento casse che a quanto pare accompagnavano il sarcofago. Fortunatamente non tutti i reperti destinati al British Museum di Londra erano alloggiati sulla Beatrice, altri manufatti, tra i quali il coperchio del sarcofago, furono inviati su un’altra nave che arrivò sana e salva a destinazione. Zahi Hawass, nel giugno 2008, in occasione di un’intervista televisiva, dichiarò che era già stato contattato il team di National Geographic per organizzare il recupero. Purtroppo però i problemi sarebbero molti, in primis l’alto costo che comporterebbe il recupero. Inoltre nascerebbero probabilmente dispute internazionali tenuto conto che si tratterebbe del recupero di un tesoro egizio su una nave inglese in acque spagnole. A tutt’oggi non si sa più nulla del progetto. Tornando alla piramide, ci troviamo nel corridoio che porta alla camera funeraria, nel punto in cui diventa orizzontale si apre un breve corridoio che conduce ad una camera con sei nicchie il cui scopo rimane oscuro. Dalla “anticamera” parte un corridoio ascendente che prosegue per 20 metri e si ferma nel corpo della piramide poco sopra il livello del suolo. Come già accennato nella prima parte, forse Micerino non visse sufficientemente a lungo per vedere completata la sua piramide lasciando il compito di completarla, apparentemente in fretta, al suo successore, il figlio Shepseskaf, la deduzione è stata tratta dall’esame del materiale usato in alcune parti del complesso che consiste di mattoni crudi, una novità per le piramidi del periodo. Gli archeologi che hanno studiato l’intero complesso di Micerino avanzano l’ipotesi che il progetto fosse già nato addirittura sotto Chefren. Il monumento funebre di Micerino, il più piccolo dei tre di Giza, è comunque il solo ad aver conservato ancora abbastanza intatte le tre piramidi satelliti destinate normalmente ad accogliere le spoglie delle consorti più importanti del sovrano. Una di esse, probabilmente quella più orientale, fu destinata ad accogliere le spoglie della regina Khamerer-Nebty II, amatissima sposa di Micerino. Ma delle piramidi satelliti che contornano le varie piramidi maggiori parlerò in un apposito articolo.
Fonti e bibliografia:
Alessandro Roccati, “Atlante dell’antico Egitto”, Istituto geografico De Agostini, (1980)
Alessandro Roccati, “Egittologia”, Istituto Poligrafico dello stato, Roma, 2005
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori – 1997
Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Tascabili Newton)
Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997)
Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi” – Necropoli di Giza – Vol.II, Ananke, 2008)
Maurizio Damiano-Appia, “Egitto e Nubia”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985
Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2003
DA “LE STORIE” DI ERODOTO – LIBRO II (Euterpe) – MICERINO………….IL GIORNO PIU’ LUNGO
Ho iniziato con l’intento di presentare dettagliatamente tutte le piramidi egizie ed è quello che farò. Durante le mie ricerche capita di incontrare aneddoti o storie che fanno esplicito riferimento alla piramide di un determinato faraone. Sono storie o leggende dell’Antico Egitto, o che riguardano questa meravigliosa civiltà, nonostante tutte le sue verità o contraddizioni, che non finirà mai di appassionarci e, perché no, di sorprenderci. Quella che vi propongo è una storia che ci ha tramandato lo storico Erodoto, con tutta la sua carica di verità e bugie. Spero di farvi cosa gradita accodandola agli articoli della piramide di Micerino in quanto riguarda lo stesso faraone. Erodoto, storico greco, nacque ad Alicarnasso nel 484 a.C. fu un grande viaggiatore e visitò gran parte del Mediterraneo orientale, in particolar modo l’Egitto dove rimase affascinato da quella civiltà, si fermò in Egitto 4 mesi, (secondo alcuni 4 anni).
Dei suoi viaggi ci ha lasciato un’opera storiografica eccezionale, le “Storie”, già più volte citata. Nel proemio, dopo aver indicato il proprio nome e quello della città natale, Erodoto presenta la sua opera, illustrandone lo scopo generale e il tema:
<< Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari rimangano senza gloria, e inoltre per mostrare per qual motivo vennero a guerra fra loro >>.
Ammonendo inoltre:
<< Ma di tutte le cose bisogna guardare come andranno a finire: ché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha poi abbattuti fin dalle fondamenta >>.
Erodoto, quindi, dichiara espressamente l’uso di un metodo che rende i suoi racconti veridici, anche se accosta in maniera asistematica dati autentici a fatti palesemente favolistici al fine di pilotare l’attenzione degli spettatori, potremo chiamarlo un “narratore di storie” più che uno storico in senso moderno. Le “Storie” furono probabilmente suddivise in età alessandrina in 9 libri, a ciascuno dei quali è stato attribuito il nome di una musa. Erodoto racconta oltre tremila anni di storia egizia nel suo secondo libro al quale è stato attribuito il nome della musa Euterpe, che in greco significa “colei che rallegra”, musa della musica e della poesia lirica. In esso precisa che ciò che scrive è quanto i sacerdoti egiziani gli raccontarono e lo dichiara apertamente:
<< Delle notizie narrate dagli Egiziani faccia uso chi ritiene credibili racconti simili, quanto a me nei confronti di ogni racconto vale come norma fondamentale che io scrivo come ho sentito dire ciò che da ciascuno viene narrato >>.
Sfogliamo il volume per arrivare al racconto del faraone Micerino.
Da molti viene descritto come un buon sovrano, di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra di pari grandezza ed in atteggiamento affettuoso. Anche Erodoto, duro con i suoi predecessori, con Micerino è più accomodante, dice di lui che è stato un Sovrano giusto e illuminato, la cui principale cura era il benessere dei suoi sudditi, al contrario del padre che aveva fatto chiudere tutti i Templi e costretto la popolazione a lavorare solamente per lui. Aggiunge però che gli dei, contrari alla sua mitezza, gli riversarono addosso ogni sorta di sciagure. Una di queste fu la morte in giovane età dell’unica ed amatissima figlia. Non ci è dato a sapere le ragioni della morte della ragazza, non doveva conoscerle neppure Erodoto il quale, come detto sopra, ci costruisce intorno una leggenda. Racconta che il sovrano si era invaghito della figlia a tal punto che ne abusò. Non che la cosa stupisca più di tanto, in quel periodo erano all’ordine del giorno matrimoni tra famigliari il più delle volte per supportare una successione non ben chiara. Pare però che la figlia non gradì affatto la cosa per cui si impiccò. Furiosa, la regina madre fece tagliare le mani alle ancelle che l’avevano consegnata al padre. Pentito e distrutto dal dolore, Micerino fece costruire un sarcofago a forma di toro che ricoprì con un mantello color porpora e lo fece esporre in una sala della reggia di Sais. Questo piacque molto meno agli dei che non glielo perdonarono. Fecero giungere da Buto un oracolo che predisse al sovrano che la sua vita sarebbe durata solo più sei anni. Ma a tutto c’è rimedio ed in questo Erodoto non pecca certo di di fantasia. Riporto dal suo testo:
<< ……..poiché ormai contro di lui era stata pronunciata questa sentenza, Menkaura si fece fabbricare molte lucerne, ogni volta che veniva la notte, dopo averle accese, beveva e godeva, non smettendo né di giorno né di notte. Prese a vagare per le paludi e per i boschi e si recava là dove sentiva dire che c’erano luoghi più piacevoli e più belli. Aveva escogitato tutto ciò volendo dimostrare che l’oracolo era falso, per avere dodici anni invece che sei, essendo trasformate le notti in giorni……….. >>.
Che la penna di Erodoto abbia volato sulle ali della fantasia è innegabile ma un piccolo dubbio sul destino di Micerino, il sui nome significa “Stabile è la potenza vitale di Ra”, permane. Forse sarà solo il caso, forse la fantasia, che corre alle “maledizioni dei faraoni”, ma il sovrano non ebbe molta fortuna neppure dopo la sua morte. Trovato il suo sarcofago in basalto nero, questo venne asportato dalla piramide ed inviato al British Museum di Londra. Volle il destino che la nave sulla quale viaggiava fece naufragio ed il sarcofago finì in fondo al mare. Il Faraone “punito dagli Dei” aveva trovato una nuova tomba!
Torniamo ora alle piramidi, sicuramente dopo Chefren vi aspettate di trovare la piramide di Menkaura (Micerino), invece no. Forse non tutti sanno che esiste una piramide dimenticata che forse in linea dinastica è precedente a quella di Micerino.
La linea di successione di Cheope, IV dinastia, è molto complessa e, data l’esiguità dei dati conosciuti, nonostante Manetone ed il Canone Reale di Torino, non è possibile una chiara ricostruzione delle vicende in questione. Tra i successori di Chefren parrebbe emergere il maggiore dei suoi figli, Baka, (o Bafra o Bicheris), il cui nome compare su una statua rinvenuta ad Abu Rawash e sulle rocce dello Uadi Hammamat. Il Canone Reale, nella parte riguardante la IV dinastia, è molto danneggiato e lascia il posto per uno, (o due), sovrani. Manetone cita un Bicheris al quale attribuisce un regno che appare decisamente eccessivo. Comunque non si conosce nulla di più sull’eventuale suo regno.
Per quanto riguarda il suo complesso funerario sono state avanzate ipotesi che Baka, (Bicheris), abbia scelto per la sua tomba la località di Zawijet el-Aryan quasi 4,5 km a sud-est di Giza. Ad ovest della città, nell’area desertica, si trova la necropoli nota con lo stesso nome, all’interno della quale sono presenti i resti di due piramidi, una di esse, a gradini, è conosciuta come “piramide a strati” attribuita dagli egittologi al faraone Khaba della III dinastia (che abbiamo già trattato).
L’altra, incompiuta o distrutta, sono rimaste solo le fondamenta, è ufficialmente chiamata “Piramide del Nord” o incompiuta e viene datata tradizionalmente verso la metà della IV dinastia, (2613-2494 a.C.). Non è possibile attribuire la proprietà ad uno specifico sovrano anche se, molti egittologi, fra cui Miroslav Verner, sono propensi a pensare che si tratterebbe proprio del faraone Baka, (il Bicheris di Manetone), Wolfgang Helck ed altri non sono d’accordo e ritengono improbabile questa attribuzione. Sta di fatto che le opinioni in merito all’attribuzione ad uno specifico faraone di questa piramide sono molto discordi. Secondo alcuni la sua costruzione sarebbe databile alla III dinastia ed il possessore sarebbe il faraone Nebka. Secondo Lauer sarebbe da collocare in un periodo che sta tra Snefru e Menkaura, in questo trova concordi Maragioglio e Rinaldi che però l’attribuiscono a Baufre o Djedefhor, altri figli di Cheope. Stadelmann concorda sull’epoca della costruzione attribuendola al figlio di Chefren Baka.
Il primo ad esplorare il sito fu il tedesco Karl Richard Lepsius durante le sue campagne dal 1842 al 1846, Lepsius esplorò il pozzo principale e i suoi dintorni annotandola nella sua lista pionieristica come “Pyramid XIII”.
Fu poi l’italiano Alessandro Barsanti nel 1900-1904 ad esplorarla in modo più approfondito. Quando l’allora Direttore Generale dello S.C.A. Gaston Maspero visionò gli scavi di Barsanti rimase stupefatto dalle dimensioni monumentali della costruzione e dei blocchi che la compongono.
Il suo rapporto originale, in francese, contiene descrizioni dei corridoi sotterranei e di un’enorme fossa, (la camera funeraria?), orientata est-ovest ubicata al centro della costruzione incompiuta sul cui fondo giacciono enormi blocchi di granito e calcare a formare le fondamenta.
Maspero aggiunge:
“…….spero che i migliori informati tra i turisti verranno ad ammirare questo monumento, il piacere che vivranno durante questo viaggio vale le due o tre ore necessarie……. l’immensità del compito intrapreso dagli egiziani……è notevole e fuori dall’ordinario, ma il sentimento generale è uno di quelli che non si dimenticano mai. La dimensione e la ricchezza dei materiali, la perfezione dei tagli e dei giunti, l’impareggiabile finitura del sarcofago ovale in granito, l’audacia della struttura e l’altezza pura delle pareti, tutto si unisce per comporre questo insieme unico finora”.
Nel suo diario Barsanti racconta che nel marzo 1903 si verificò un avvenimento particolare che costituì un ulteriore enigma per gli archeologi. Scoppiò un intenso temporale che riempì la fossa con oltre 3 metri d’acqua, dopo poco, improvvisamente la fossa si svuotò fino ad un metro. Subito si ipotizzò l’esistenza di una camera nascosta sotto la fossa ma l’ipotesi non fu mai verificata. Barsanti intraprese ulteriori lavori sul sito nel 1911-1912 ma l’avvento della prima guerra mondiale portò tutti gli scavi a una battuta d’arresto, e Barsanti morì nel 1917. In seguito nessun altro ha fatto ricerche su questo monumento.
La struttura e la forma che avrebbe caratterizzato la piramide non è definibile in quanto è presente solo la base che misura 200 × 200 m., stessa cosa per le dimensioni e la pendenza pianificate che non possono essere valutate. La parte ipogea consiste in un corridoio a forma di T con asse sud-nord mentre la camera è orientata est-ovest. Una ripida scalinata porta ad un breve corridoio orizzontale dal quale si accede alla camera. A metà percorso la scala è interrotta da una superficie orizzontale il cui scopo è sconosciuto. Le pareti sono lisce e non sono mai state ricoperte di pietre e la camera non è mai stata completata, solo il pavimento era finito e costituito da massicci blocchi di granito rosa, ciascuno lungo 4,5 m, alto 2,5 m e largo 1,5 m del peso di circa 100 tonnellate.
In più c’è un blocco di granito di proporzioni gigantesche che gli studiosi non riescono a spiegarsi come sia stato possibile trasportarlo all’interno della struttura. Nella parete occidentale della fossa è stato rinvenuto un curioso sarcofago di forma ovale in granito rosa probabilmente ricavato da uno dei blocchi di fondazione.
Il sarcofago fu rinvenuto con il coperchio sigillato, Barsanti, che lo aprì non trovò nessuna mummia all’interno ma solo piccole tracce di una sostanza sconosciuta che sfortunatamente non fu mai esaminata e purtroppo se ne sono perse le tracce. Sicuramente, date le sue dimensioni, (3,15 x 2,22 x 1,5 m di profondità), deve essere stato introdotto nella camera durante la costruzione delle fondazioni poiché è più grande del passaggio che conduce alla camera.
Nel 1954, fu concesso di utilizzare il sito come set per le riprese del film epico “Land of Pharaohs”. Il paesaggio di Zawyet El Aryan sembrava essere il luogo perfetto e la piramide incompiuta di Baka venne scelta come sfondo per il film. Di conseguenza, la fossa e l’ambiente circostante furono liberati dalla sabbia e dalle macerie che avevano ricoperto l’area degli scavi di Barsanti.
Dopo quella parentesi più nessuno si è interessato a quell’area ed ormai non è più possibile effettuare ulteriori approfondimenti poiché dal 1964 la piramide di Baka si trova all’interno di un’area militare ristretta ad accesso vietato di conseguenza non sono consentiti scavi. Oggi la necropoli che circonda la piramide è interamente occupata da installazioni militari e la fossa è usata come discarica locale, completamente sommersa dall’immondizia e probabilmente è stata rovinata per sempre. Le autorità egiziane, ma soprattutto i dirigenti del Ministero delle Antichità non hanno preso posizione. Su disposizione delle autorità militari questi siti archeologici sono stati chiusi, nello specifico per la piramide di Baka è stato concesso il permesso di trasformarla in discarica (sic!).
Fonti e bibliografia:
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Cimmino, Franco, “Storia delle piramidi”, Santarcangelo di Romagna, (RN), Rusconi, 1998
Mark Lehner, “The complete Pyramids”, I edizione: 1975, Londra, Thames & Hudson Ltd., 2003
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton 1997
Alexandre Barsanti, Gaston Maspero: Fouilles de Zaouiét el-Aryân (1904-1905), Annales du service des antiquités de l’Égypte (ASAE) 7 (1906)
Il blocchetto, realizzato in diaspro-opale levigato, riporta il nome di Userkaf, probabile figlio di Micerino e fondatore della Quinta Dinastia (2494-2487 a.C.). I geroglifici sotto il cartiglio reale ne indicano il peso che corrisponde a cinque deben.
Il valore ufficiale del deben, misura standard per i metalli, soprattutto preziosi, veniva stabilito di volta in volta al succedersi dei sovrani, cambiando notevolmente nel tempo, da circa 13,6 grammi durante l’Antico Regno, a 91 grammi circa nel Nuovo Regno. Questo esemplare integro, del peso di 68,22 grammi, fa intendere che il valore del deben durante il regno di Userkaf era pari a 13,64 grammi.Il limitato stato di usura del blocchetto potrebbe far pensare che si tratti in effetti di un campione di riferimento standard non utilizzato nella pratica
.E per quanto l’invenzione della moneta come tramite per gli scambi commerciali sia generalmente databile al VII secolo a.C., alcune caratteristiche di questo manufatto, come la natura del materiale (pietra semipreziosa) ed il valore ponderale certificato e garantito dalla suprema autorità statale (il faraone), ne fanno, a mio avviso, un prototipo ante litteram.
Concludo con una citazione tratta dal cosiddetto “Insegnamento di Amenemope”, un testo morale risalente alla Ventiseiesima Dinastia:
“Non muovere la bilancia e non alterare i pesi;non diminuire le frazioni della misura. . . . . . . . . .non farti pesi difettosi, essi provocano molte pene per l’ira divina.
Il complesso piramidale meridionale di Snefru, più conosciuto con il generico nome di piramide romboidale, è l’insieme degli edifici funerari del sovrano, costruito a Dahshur, (in arabo: دهشور , Dahshūr) e di estrema importanza nell’evoluzione architettonica egizia in quanto segna la transizione dei complessi funerari da quelli antichi con piramidi a gradoni ai successivi, caratterizzati da piramidi a struttura canonica.
I numerosi cartigli ritrovati ovunque attribuiscono con certezza l’edificazione a Snefru che dopo varie vicissitudini decise di costruirne un altro a nord nel medesimo sito ma il complesso meridionale, pur non avendo mai ospitato le spoglie mortali del sovrano resta il meglio conservato e quello nel quale è possibile identificare tutte le strutture.
La morte del sovrano nella I Dinastia era un momento di grande dolore e sconvolgimento: sembra accertato infatti che il sovrano fosse accompagnato nel suo ultimo viaggio da decine se non centinaia di familiari e cortigiani. Si trattava di un momento di grande dolore per tanti, inclusa la famiglia reale che perdeva non solo il faraone ma anche , probabilmente, molti familiari, amici , cortigiani, ancelle con cui aveva condiviso gran parte della propria vita.
Tombe nell’area sepolcrale del faraone DjerArea sepolcrale del faraone Djer
La pratica di porre delle vittime sacrificali nella tomba del re iniziò con il faraone Aha o Menes, successore di Narmer, I Dinastia, 3100 a.C. : circa 50 persone accompagnarono il sovrano nel suo ultimo viaggio. Con loro furono sacrificati degli asini, come bestie da soma, e 7 giovani leoni maschi, simbolo della forza e coraggio del re. Flinders Petrie individuò le seguenti sepolture secondarie ad Abydo:
Aha (Menes) Nr 48
Djer (Zer): Nr 595
Djet (Zet) nr 338
Merneith nr 121
Den nr 121
Azab nr 63
Semerkhet nr 69
Qa nr 26
I corpi furono trovati sepolti in posizione fetale, come nelle sepolture predinastiche, in casse di legno. L’interno delle casse era riempito di sabbia bianca. Secondo Flinders Petrie la posizione di alcuni corpi indicava che alcuni di loro furono sepolti vivi (es. tomba 537: l’uomo ha le caviglie legate ai fianchi e si trova a faccia in giù, come se fosse stato gettato dall’alto; altri hanno le mani che coprono la bocca). Le analisi condotte sugli scheletri mostrano che la maggior parte degli occupanti delle tombe era in buona salute e di mezza età. Erano ben nutriti e furono seppelliti nello stesso momento. Non è stato provato che le vittime sacrificali fossero membri della famiglia reale, in particolare i fratelli del sovrano deceduto, ma l’evidenza data dalla buona nutrizione suggerisce che fossero dei membri dell’élite e della corte, mentre la morte di uomini giovani suggerisce che potessero essere potenziali rivali del successore del sovrano. Non sappiamo esattamente come queste povere persone morirono ma la maggior parte dei corpi non mostra alcun segno di lotta.
Tomba del faraone Aha MenesPossibile ricostruzione della tomba della regina Merneith, probabile prima donna faraone
Matthew Adams , direttore del Albright Institute of Archaeological Research a Jerusalem e presidente dell’American Archaeology Abroad, ha avanzato l’ipotesi che queste persone si siano suicidate con il cianuro. Le donne erano sepolte nelle immediate vicinanze della tomba, mentre gli uomini lungo il perimetro del recinto sepolcrale. I loro nomi erano scritti su delle piccole stele poste nella tomba o in colore rosso nei i muri interni della tomba. Benché sacrificate, queste persone furono seppellite con tutti gli onori, in tombe ricche di suppellettili e dei segni di potere che li avevano contraddistinti in vita: sigilli, armi, utensili, ornamenti.
Nel caso di Djer almeno l’85% dei defunti era composto da donne. Due di loro erano sicuramente delle personalità importanti, forse delle regine. Furono trovati sepolti anche due nani, probabilmente favoriti a corte. Una carneficina agghiacciante: uomini, donne e bambini la cui vita terminò tragicamente assieme al loro sovrano e a cui fortunatamente si mise fine con la II Dinastia.
Pianta della tomba del faraone Djet . Si notano nel perimetro le sepolture secondarieScavi di Flinders Petrie, tomba 357
Fonti:
Kara Cooney, When Women ruled The world, Washington, National Geograohic, 2018W.M.
Flinders Petrie, tombs of the Courtiers and Oxyrhynkhlos, London, British School of Archaeology in Egypt, 1925
John Galvin, “New Evidence Shows That Human Sacrifice Helped Populate the Royal Ciry of the Dead”, National Geographic, April 2006
“Un geroglifico tridimensionale scolpito nella pietra”
Rappresenta Chefren, faraone della IV dinastia, che regnò attorno al 2550 a. C. e fu scoperta nel 1860 dall’egittologo francese A. Mariette in una fossa sita nel vestibolo del Tempio a Valle della piramide del Re, insieme a molte altre, ma è l’unica quasi intatta; probabilmente era esposta nel tempio funerario del Faraone. L’opera è un capolavoro della statuaria dell’Antico Regno ma supera i confini formali di una semplice scultura in quanto non è un ritratto fedele del sovrano ma trasmette un messaggio che ha attraversato i millenni. Essa doveva celebrare l’autorità universale del sovrano, garante della stabilità e dell’unità del paese ed incarnazione del dio Horus, qui rappresentato in forma di falco che protegge con le sue ali spiegate la testa del re ed il trono d’Egitto. Il Faraone indossa il nemes sormontato dall’ureo e la barba posticcia cerimoniale, simboli della sua natura divina; ha un gonnellino plissettato, lungo fino alle ginocchia, che rivela un corpo idealizzato, giovane e dai muscoli definiti, perfettamente in grado di assolvere al suo compito; le mani sono distese sulle ginocchia; l’avambraccio sinistro e parte della gamba sinistra sono mancanti. I piedi di Chefren poggiano su una piattaforma decorata con i “nove archi”, simboli tradizionali del dominio del faraone sui nemici stranieri e interni. La sua espressione di forza e di imperturbabilità allude ad un regno privo di turbamenti e perfettamente controllato, oltre che a un potere incontrastato; la sua corporatura sana e robusta e la sua postura immobile fanno intendere che il suo potere sarebbe esistito per sempre, anche nell’aldilà. Il trono dall’alto schienale sul quale egli siede reca molteplici simboli regali: i braccioli sono decorati con protomi a forma di testa di leone e sui due lati è scolpito il simbolo sema-tawy, emblema dell’unione tra l’Alto ed il Basso Egitto rappresentati dal loto e dal papiro (piante araldiche delle due terre) i cui steli sono legati attorno al geroglifico della trachea che significa unire.
Visione satellitare dell’area di Abu RawashDisegno delle camere sotterranee della piramide, oggi a cielo apertoLa piramide di Djedefra (quella bianca) confrontata con quelle superstitiEsterno del sito: il primo strato della piramide sopravvissuto alla demolizioneCorridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Corridoio d’accesso al pozzo sepolcrale
Camera sepolcrale
La piramide di Djedefra, nota nell’antichità come “Cielo stellato di Djedefra” è situata ad Abu Rawash (circa 8 km a nord-est di Giza) ed è oggi in rovina; un gruppo di archeologi internazionali ha scavato nel sito per dodici anni e ne ha ricostruito la storia.
Essa fu edificata dal figlio e successore di Cheope tra il 2580 ed il 2570 a.C. su di un’altura di circa 90 m.; era rivestita di calcare e di granito rosso di Assuan come quella del padre ed aveva un grande pyramidion, forse costituito da una lega d’oro, argento e rame che brillava al sole.
Secondo gli ultimi calcoli superava di 7,62 metri la piramide di Cheope, alta 146 metri; ognuna delle singole facce, alla base, misurava 122 metri e l’angolo di inclinazione era di 64 gradi.
Il tempio funerario era collegato al tempio a valle da una rampa processionale molto lunga, stimata in circa 1700 m.
Per costruirla ci vollero otto anni di lavoro e oltre 15.000 operai: ogni singolo blocco di pietra pesava 25 tonnellate e per sollevarlo servivano 370 persone.
La sua demolizione iniziò forse nel Nuovo Regno ma si intensificò durante l’epoca romana ed i primi anni del cristianesimo quando fu sfruttata come cava per la realizzazione di nuove opere e di un monastero copto nel vicino Wadi Karin.
Attualmente rimangono la base della piramide ed il rivestimento dei corsi inferiori in granito rosso, sienite e quarzite rossa; nelle vicinanze sono stati ritrovati anche moltissimi contenitori per le offerte al faraone. Diversamente dalle altre piramidi, aveva le camere sepolcrali sotterranee anziché al suo interno; esse furono realizzate, così come il passaggio d’accesso, all’interno di una fossa di m. 21 x 9 x 20 scavata in un tumulo naturale (forse simbolo della collina primieva della mitologia della creazione egizia) che venne poi riempita e coperta con l’erezione della piramide; l’area ove sorgeva il monumento era altresì recintata con un muro rettangolare orientato nord-sud, simile a quelli edificati in precedenza per Djosere Sekhemkhet. Nelle immagini trovate una visione satellitare dell’area nella quale si nota il perimetro della piramide e del recinto esterno, un disegno della struttura sotterranea della piramide ed uno che dà l’idea delle sue dimensioni confrontate con quelle delle piramidi superstiti, fotografie dell’esterno dei ruderi, del corridoio che dà accesso al pozzo di sepoltura (due) e della camera sepolcrale, che oggi sono a cielo aperto, essendo scomparsa la sovrastruttura.
Djedefra o Radjedef ( = “Stabile come Ra”, oppure “Ra è durevole”) regnò dal 2566 a.C. fino alla sua morte, nel 2558.
Figlio di Khufu-Cheope e di una regina secondaria, ebbe un breve regno che deve essere messo in relazione con la morte del principe Khawab, suo fratellastro ed erede legittimo. Djedefra faceva probabilmente parte di una differente linea della famiglia reale, forse con legami libici.
Di lui sappiamo che sposò Hetepheres II, sua sorellastra nonché vedova di Khawab. Di quest’ultima è attestato che fu madre della figlia di Khawab, Meresankh, sposa di Khafra-Chefren, successore di Djedefra.
Djedefra ebbe una figlia da Hetepheres, Neferhetepes, e tre figli dalla sposa secondaria Khentetkha: Setka, Baka e Harnit. Il loro elenco è stato ritrovato fra le rovine della piramide incompiuta del padre, ad Abu Rawash, ma nessuno di loro ereditò il trono.
Di questo sovrano si sa con certezza che fu il primo ad introdurre il quinto elemento essenziale della titolatura reale ufficiale, ovvero l’epiteto “Figlio di Ra”, per enfatizzare il legame esistente fra il re ed il suo mitico progenitore, il dio solare Ra.
Djedefra abbandonò la Piana di Giza per realizzare il suo complesso funerario ad Abu Rawash, nei pressi della necropoli settentrionale della Terza Dinastia. Questo complesso (peraltro incompiuto), che parte dal lato orientale della piramide, fu dotato di un tempio funerario denominato “Djedefra è una Stella Sehedu”. Un’ampia fossa che avrebbe dovuto contenere la barca solare (probabilmente simile a quella di Cheope) fu scavata all’estremità meridionale.
Ad Abu Rawash sono state riportate alla luce una ventina di statue, tutte in condizioni frammentarie. Per la costruzione del complesso furono impiegate pietre pregiate come la quarzite rossa. Fu rinvenuta inoltre una sfinge, primo utilizzo di questa figura simbolica in una tomba reale.
I faraoni successivi utilizzarono la piramide di Djedefra come cava ed egli rimase a lungo una figura misteriosa che rappresentò l’ascesa di una fazione della famiglia reale per un breve periodo di tempo. Sul sito è stata recentemente individuata la piramide di una regina.
Il nome del figlio di Cheope, Djedefra, racchiuso nel cartiglio che lo qualificava come re, era rozzamente tracciato su molti dei blocchi di calcare che sigillavano la fossa contenente la barca solare di Cheope, scoperta nel 1954 ai piedi della Grande Piramide. Si ritiene che questa sia la prova evidente che Djedefra successe a suo padre direttamente e non, come si riteneva in precedenza, molto piů tardi nel corso della Quarta Dinastia.
Riferimenti bibliografici:
Egyptian Art in the Age of the Pyramids The Metropolitan Museum of Art, New York. 1999
M.R. Bunson Encyclopedia of Ancient Egypt Facts On File, Inc. 2002N.
JenkinsThe Boat Beneath the PyramidLibrary of Congress Cataloging in Publication Data. 1980