La Piramide Romboidale (o piramide sud di Snefru).
Nome antico : “Snefru è splendente al sud’
Altezza originale 105 metri
Altezza progettata 128,5 metri
Lunghezza lato 188,60 metri
Inclinazione : 54°27’44” – 43°22′
Questa piramide dalla forma particolare che sembra precedere cronologicamente la piramide nord, fu la prima costruzione ad essere progettata non più come una struttura a gradoni, ma come una piramide vera.
Il progetto era grandioso e se fosse stato portato a termine secondo quanto era. stato previsto originariamente dagli architetti, sarebbe stata la più grande piramide di tutte le altre.
Ma durante la costruzione, quando ormai la struttura era quasi a due terzi della sua altezza prevista, gli architetti decisero improvvisamente di ridurre oltre 10° la pendenza degli angoli portandola da 54°27’44” a 43°22′ con una conseguente riduzione di 23,5 metri dell’altezza finale, il che la colloca comunque al quarto posto per dimensioni tra tutte le piramidi d’Egitto.
L’Egittologo tedesco Ludwig Borchardt ipotizzò che questo cambiamento fosse stato determinato dalla necessità di completare più rapidamente la costruzione a causa della morte improvvisa del re, ma è assai più probabile ritenere che gli architetti avessero notato dei cedimenti nelle volte delle camere interne, per cui decisero di alleggerire il carico statico modificando l’inclinazione delle facce, soluzione che fece assumere una curiosa forma romboidale a questa piramide che ha, inoltre, la particolarità di essere provvista di due ingressi, uno sul lato nord e l’altro sul lato ovest.
Si può supporre che anche questo fatto sia in relazione con la comparsa di cedimenti strutturali e che uno dei due corridoi discendenti sia stato bloccato poiché ritenuto poco sicuro.
L’accesso agli appartamenti funerario si effettua utilizzando l’ingresso posto a 11,50 metri di altezza sulla parete nord: da qui il corridoio discendente porta ad una prima sala, il cui soffitto a volta aggettante si trova a 17 metri di altezza.
Dalla prima sala bisogna risalire alcuni metri per raggiungere altre due sale a volta aggettante situate su diversi livelli.
La piramide era dotata di una piramide satellite posta sul lato sud mentre sul lato est si trovava il tempio funerario, di piccole dimensioni costruito in mattoni crudi con due grandi stele che inquadravano una tavola per le offerte.
Dall’angolo nord-est partiva la rampa processionale lunga circa 700 metri che si dirigeva a nord-est fino al l’imponente tempio in valle di forma rettangolare che misura a 47 x 26 metri costruito in calcare di Tura e circondato da una cinta di mattoni crudi
L’edificio, che venne scavato all’inizio degli anni Cinquanta dall’archeologo egiziano Ahmed Fakhry, comprendeva un vestibolo nel quale vi erano due grandi stele rettangolari con inciso il protocollo reale e una corte centrale che terninava con sei cappelle.
Fonte: Le guide di Archeo; Piramidi d’Egitto – Edizioni White Star
Fotografie: Andrea Vitussi, Ahmed Galal, Marina Celegon
La piramide nord di Snefru. In origine era rivestita di lastre di calcare di Tura.
La Piramide Rossa
Nome antico “Snefru è splendente”
Altezza originale 104 metri
Lunghezza del lato 220 metri
Inclinazione 43°22′
Le investigazioni condotte a Dahshur dall’istituto Archeologico Tedesco del Cairo hanno permesso di ritrovare il pyramidion che sommortava la piramide e che, dopo il restauro è stato collocato in corrispondenza del lato orientale presso le vestigia del tempio funerario
La piramide nord di Snefru, detta “Piramide Rossa” per il colore del calcare utilizzato per la sua costruzione, ha un’inclinazione dei lati di 43°22′, che corrisponde a quella della parte sommitale della piramide romboidale e ciò permette di supporre che gli architetti abbiano voluto tenere conto dell’esperienza precedente adottando un progetto meno grandioso, ma ritenuto più sicuro in ogni caso, con i suoi 220 metri di lato, la Piramide Rossa, in origine ricoperta di lastre di bianco calcare di Tura, a cui deve il nome di “Piramide splendente, è inferiore per dimensioni solo a quella di Cheope.
L’ingresso del lungo corridoio che porta alle camere interne, è situato sul lato nord a un’altezza di 28 metri dal suolo.
Uno stretto passaggio quadrangolare separa la prima camera all’interno della piramide
Dopo 60 metri si arriva a una sala di straordinaria bellezza architettonica, il cui soffitto a volta aggettante è alto più di 12 metri ed è costituito da 11 assise di blocchi calcare, ognuno dei quali sporge per alcuni centimetri rispetto al precedente.
Da qui si entra in una seconda sala, il cui centro corrisponde a quello della piramide, con soffitto a volta aggettante.
Il soffitto della seconda camera il cui centro geometrico coincide con il centro della base della piramide, è costituito da una splendida volta aggettante.
Dalla seconda camera si risale per alcuni metri giungendo nella terza sala, il cui asse maggiore è perpendicolare alle precedenti.
Il soffitto di quest’ultima sala, sempre a volta aggettante, è alto 16 metri.
All’interno della piramide vi sono numerosi graffiti tracciati da visitatori del secolo scorso, tra i quali quello del piemontese Bernardino Drovetti, che fu console di Francia in Egitto nei primi decenni del XIX secolo
A circa 400 metri all’est della piramide si estende una vasta necropoli della IV Dinastia, scavata e studiata dall’Istituto Archeologico Tedesco sotto la direzione di Rainer Stadelmann.
Fonte:
Le guide di Archeo: Le piramidi d’Egitto – Edizioni White Star
Meidum località situata circa 20 chilometri a sud di el-Lish
La zona archeologica di Meidum è situata circa 50 chilometri a sud-ovest dalla regione del Fayumm.
Qui, in posizione completamente isolata al limite del deserto e sul bordo della zona coltivata, si trova la strana piramide tronco-conica intorno alla quale si estende una grande necropoli privata.
La piramide di Meidum
La piramide di Meidum
Nome antico “La piramide stabile”
Altezza originale 93, 5 metri
Lunghezza del lato 147 metri
Inclinazione 51°50’35”
Si ritiene che Huni ultimo re della III Dinastia e successore di Djoser, abbia fatto costruire a Meidum una piramide a gradoni, ricoperta successivamente con un rivestimento che conferi’ alla costruzione l’aspetto esteriore di una piramide.
Il nome di Huni non compare mai nel monumento, mentre alcuni graffiti risalenti al Nuovo Regno, osservabili nel piccolo tempio funerario, è citato il nome del figlio Snefru, fondatore della IV Dinastia.
Se fu Mariette a entrare per primo nella piramide nel 1882, gli scavi sistematici nell’ area di Meidum vennero eseguiti da Flinders Petrie tra il 1888 e il 1891 e misero in evidenza alcune strutture, come la rampa processionale e il tempio funerario.
La rampa discende verso la piana coltivata nella quale si perde, e il tempio della valle non è stato mai trovato.
Sul lato est della piramide, vi è una cappella per le offerte che presenta una struttura assai semplice con due sale che conducono a un piccolo cortile nel quale si trovano due grandi stele che fiancheggiano un altare centrale.
La piccola cappella per le offerte scoperta da Petrie nel 1891, sul lato orientale.
Sul lato nord della piramide si apre l’ingresso del corridoio discendente che porta nella camera sepolcrale nella quale non venne trovata alcuna traccia del sarcofago.
La camera sepolcrale
A Meidum la camera sepolcrale è inserita per la prima volta nel corpo stesso della piramide e non in un pozzo ricoperto da una sovrastruttura come avveniva nelle mastabe.
La necropoli privata
Nelle immediate vicinanze del lato est della piramide si trova una grande mastaba anonima in mattoni crudi esplorata da William Flinders Petrie nel 1917, il quale la indicò col numero 17.
Circa 600 metri a nord della piramide si estende invece una grande necropoli di principi e dignitari della IV Dinastia, contemporanei del regno di Snefru, nella quale furono scoperte alcune tombe magnificamente decorate.
Nella celebre cappella della mastaba 16 del principe Nefer-Maat, probabile figlio di Snefru e della sua sposa Itet, venne ritrovato il celebre dipinto che raffigura delle oche noto col nome di “oche di Meidum”, uno dei capolavori dell’arte dell’antico Regno esposti al Museo del Cairo.
Il celebre dipinto che rappresenta un gruppo di oche
Sempre nella stessa tomba, Petrie trovò nel 1803 raffigurazioni di animali e scene di caccia realizzate con una tecnica nuova in seguito abbandonata per la sua fragilità, basata sull’applicazione di paste vitree colorate.
Dalla vicina mastaba del principe Rahotep provengono le celebri statue dei due defunto esposte al Museo del Cairo.
Nofret e Rahotep
Fonte: Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – Edizioni White Star
Prima di passare alle tombe degli eredi di Cheope facciamoci un giretto attraverso la piana per visitare, anche se un po’ di corsa, le due necropoli.
Il turista che arriva al Cairo ha come primo obiettivo le grandi piramidi. Lungo la strada, mano a mano che si avvicina, viene colpito dall’inconfondibile profilo delle tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino che rendono unica la piana di Giza in Egitto. Con lo sguardo fisso sulla più grande, quella di Cheope (anche se in effetti la più grande sembra quella di Chefren perché costruita in un punto più elevato) cerca di immaginarla come l’avrebbero vista in origine, completamente liscia, bianca splendente e non può fare a meno di pensare quanta impressione di potenza potesse incutere sugli antichi visitatori provenienti da altri paesi per omaggiare i faraoni.
Ma come sapete la piana di Giza non comprende solo le tre Grandi Piramidi e la Sfinge, la piana comprende due grandi necropoli, quella occidentale, ad ovest e quella orientale a sud-est della piramide di Cheope.
La Necropoli di Giza, con quella di Saqqara, consiste in un complesso di antichi monumenti funerari della città di Menfi, capitale dell’Antico Regno e si trova a circa 7 km dal Cairo, in essa si trovano numerosi cimiteri di varie epoche.
Nell’immensa necropoli si trovano le tombe private, non certo quelle dei poveri diavoli del popolo ma le importanti sepolture di alti funzionari e componenti delle famiglie reali.
Quelli che vi propongo sono luoghi da me visitati nel 2006, periodo nel quale era vietato fotografare l’interno di molti monumenti, tra cui le piramidi, il Museo Egizio e molte mastabe, non ho mai saputo il perché. Peccato ma ne vedremo alcune da fuori appartenute a personaggi importanti. L’accoglienza dei residenti è calorosa e noi ci mescoliamo a loro, compriamo qualche oggettino come souvenir, affittiamo un dromedario e via, partiamo per esplorare la piana.
Iniziamo con la mastaba di Senedjemib Inti, un visir della V dinastia durante il regno del faraone Djedkare Isesi. Di lui sappiamo che sposò Tjefi ed ebbero molti figli tra i quali il maggiore, Senedjemib Meni che fu visir sotto il faraone Unas. Sulle pareti della tomba di Senedjemib Inti sono stati trovati incisi i decreti emanati da Djedkare Isesi per il suo visir. In essi Djedkare dispensa lodi per l’operato del suo funzionario che non ha perso l’occasione di metterle in mostra nella sua tomba. In un decreto si legge che Djedkare ordina a Senedjemib Inti, sovrintendente capo della giustizia di tutte le opere del re e soprintendente degli scribi dei documenti reali, di progettare un tribunale e una piscina all’interno del recinto del palazzo giubilare predisposto per la festa sed del sovrano, il decreto è datato alla 16^ conta del bestiame, 4° mese della 3° stagione, giorno 28.
In un’altra iscrizione viene citata una bozza di Isesi che riporta le iscrizioni che dovranno essere poste all’interno di una struttura che viene citata come “Cappella del Sacro Matrimonio di Isesi” forse dedicata ad Hathor. Le iscrizioni nella tomba di Inti descrivono come suo figlio Senedjemib Meni chieda e ottenga di portare un sarcofago di calcare da Tura. In seguito sarebbe diventato anche lui visir. Vi assicuro che non è facile reperire notizie sulle tombe dei dignitari egizi.
A questo proposito Alan Gardiner, nel suo libro “La civiltà egizia” cita il fatto che all’interno delle mastabe raramente si trovano notizie sulla vita del defunto ma, quasi invariata su ciascuna di esse, troviamo la lunga serie di titoli onorifici assegnati allo stesso dal sovrano. Non è facile trovare altre figure di mortali più bramose di mettere in evidenza i riconoscimenti ottenuti cedendo alle lusinghe degli epiteti più pomposi.
Non si vuole certo negare che in massima parte i titoli sono meritati per reali funzioni amministrative, le iscrizioni autobiografiche si riferiscono sicuramente a fatti realmente accaduti che il defunto ci teneva a mettere particolarmente in evidenza. Una delle frasi più comuni è: << Agii in modo che la sua maestà potesse compiacersi del mio operato >>. In altre, spesso ricorrenti, si trova l’autoesaltazione delle proprie virtù: <<Diedi pane agli affamati e vesti agli ignudi >>, oppure: << Fui amato da mio padre, lodato da mia madre e gentile verso i miei fratelli >>. Troviamo anche dichiarazioni di generosità e bontà che ci riportano alla memoria gli ideali del cristianesimo: << Protessi il povero da chi era più potente di lui >>.
Immancabili e quasi sempre presenti nelle incisioni parietale nella mastaba gli anatemi e maledizioni contro eventuali violatori di tombe. Spesso non mancano le disposizioni testamentarie dove il defunto descrive quali debbono essere le offerte necessarie al suo benessere nell’aldilà.
Sarebbero ancora molte le cose da aggiungere ma penso di aver reso l’idea di cosa troviamo nelle mastabe della necropoli. Nella necropoli che contorna le grandi piramidi però trovavano posto le tombe dei principi e principesse della casa reale e dei più facoltosi dignitari e visir mentre il popolo doveva accontentarsi di una buca nella sabbia dove si mummificava in modo naturale.
A conferma della considerazione di cui godevano gli operai che costruirono i monumenti a Giza, durante la missione curata da Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana guidata da Zahi Hawass venne scoperta la “Città della piramide” dove vivevano con le loro famiglie quelli che lavoravano a Giza. La città era dotata di abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo.
Da ricerche più approfondite pare emergere che i villaggi erano due, quello ad oriente per i manovali e gli operai semplici, quello occidentale, con case più grandi per artigiani e supervisori. Osservando l’intera piana dall’alto si distinguono le tombe e il villaggio dei lavoratori e dei loro cimiteri che estende la necropoli molto più a sud di quanto sembri.
Fonti e bibliografia:
Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 2002
Siamo giunti alla terza piramide secondaria del Complesso funerario del faraone Cheope, quella della regina Henutsen.
Le notizie su questa importante sposa di Cheope sono pochissime, per alcuni studiosi era una delle figlie di Snefru ma esistono molte ipotesi contrarie. Non è stato rintracciato nulla che parli dei suoi titoli tipo “Figlia del re” o “Figlia del corpo del re” per cui riesce difficile classificarla con certezza come principessa reale.
Di lei si parla nella famosa “Stele dell’inventario”, realizzata durante la XXVI dinastia (ben venti secoli dopo gli episodi che racconta), in essa si parla che il faraone Cheope avrebbe eseguito dei lavori per risanare la propria piramide, quella della principessa Henutsen e il tempio di Iside detta La “Signora delle piramidi”.
La Stele dell’inventario fu scoperta da Auguste Mariette all’interno del Tempio di Iside di Giza nei pressi della Sfinge, si tratta di un reperto che riporta un testo risalente alla IV dinastia, all’epoca del faraone Khufu. Non mi voglio dilungare sulla Stele dell’inventario, argomento un po’ spinoso che tratteremo in seguito, dirò soltanto che da molti è considerata un falso storico realizzato dai sacerdoti durante la XXVI dinastia il cui scopo però ci è del tutto ignoto.
A quanto si sa l’unico titolo che gli viene attribuito con certezza è quello di “Sposa del Re”. Da Cheope ebbe due figli, i principi Khufukhaf I e Minkhaf I. Secondo alcuni Khufukhaf sarebbe da identificare con Chefren in caso non lo fosse allora Henutsen sarebbe anche la madre di Chefren. A conferma di questa seconda ipotesi pare che la mastaba dove sarebbe stato sepolto Khufukhaf, a Giza, sia in seguito stata parzialmente demolita per fare spazio ad un tempio dedicato a Iside.
Nonostante esistano alcune perplessità la tomba dove venne sepolta Henutsen sarebbe la piramide G1c, la più meridionale delle tre, larga 46,25 metri per un’altezza di 29,60 metri. Parrebbe confermata l’ipotesi di alcuni studiosi secondo i quali la piramide G1c inizialmente non facesse parte del complesso originario di Cheope ma che sia stata costruita in seguito, infatti la facciata meridionale non coincide con la Piramide di Cheope ma con la mastaba di Khufukhaf.
Secondo l’egittologo Rainer Stadelmann questa piramide venne fatta costruire dal faraone Chefren in onore della propria madre non appena la regina assurse al rango di “Madre del re”. Per contro però va detto che in un vicino tempio funerario venne rinvenuta un’iscrizione che consentì di attribuire questa piramide proprio a Henutsen, quello che traspare dall’iscrizione però farebbe pensare fu Cheope a costruire la piramide per colei che forse era sposa ma anche figlia:
<< Il Khor vivente, Medju Khor, il sovrano dell’Alto e del Basso Egitto, Khufu, ricevette la vita………Fondò la casa di Iside, accanto al tempio della dea con cui costruì questa piramide. Accanto al tempio, costruì una piramide per sua figlia Henutsen……>>
Fonti e bibliografia:
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Riccardo Manzini, “Conoscere le piramidi”, Ananke, 2007
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
Miroslav Verner, “The Pyramids: The Mystery, Culture, and Science of Egypt’s Great Monuments”, Grove Press, New York, 2007
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Zahi Hawass, “The Discovery of the Satellite Pyramid of Khufu”, Museum of Fine Arts, Boston 1996
Il Complesso funerario di Cheope ci riserva ancora interessanti sorprese, bene in vista le tre piramidi secondarie o “delle regine” che si trovano ad est della Grande Piramide di Cheope.
Oggi sono piccole strutture alte non più di una ventina di metri ma nell’antichità facevano bella mostra di se nei complessi funerari di molti faraoni tra cui Cheope. Il loro scopo era quello di rappresentare un luogo di culto per le madri, mogli, figlie e concubine del sovrano che in esse venivano sepolte.
La piramide più settentrionale delle tre (chiamata G1a) conteneva la sepoltura della regina Hetepheres I moglie di Snefru e madre di Cheope.
L’importanza della regina Hetepheres la si può chiaramente dedurre dai suoi titoli reali: “Madre del Re, Madre del Re delle Due Terre, Ancella di Horus, Figlia del corpo del dio”.
Venne chiamata “Figlia del dio” quando regnava suo padre il faraone Huni. Essa è considerata l’anello di congiunzione del sangue reale della III dinastia con la IV sposando per l’appunto il faraone Snefru.
Sposa minore di Snefru, diede alla luce il figlio Cheope e assunse grande importanza e considerazione quando il figlio divenne faraone. L’importanza della regina Hetepheres è anche dovuta al fatto che la sua tomba è una delle rarissime sepolture reali intatte dell’antico Egitto e l’unica inviolata fra quelle dell’Antico Regno.
Dal 1902 al 1926 ebbe luogo nella piana di Giza una grandiosa campagna di scavi organizzata congiuntamente dall’Università di Harvard con il Museum of Fine Arts di Boston, nel 1925 capo della spedizione era l’egittologo George Reisner e durante una sua momentanea assenza i suoi collaboratori scoprirono occasionalmente un pozzo molto profondo.
Subito iniziarono a scavare e dopo 26 metri si presentò loro un muro di mattoni, dopo aver praticato una breccia entrarono in una stanza rimanendo esterrefatti da ciò che videro, un prezioso corredo funebre comprendente un sarcofago d’alabastro bianco, il telaio di un baldacchino fatto di barre d’oro oltre a mobili di legno ed altri oggetti d’oro.
Gli oggetti vennero esaminati dall’egittologo e filologo inglese Battiscompe Gunn il quale individuò un’iscrizione col nome di Snefru, la cosa fece subito scalpore ma Gunn calmò subito gli animi asserendo che quello dimostrava solo che la tomba era appartenuta ad uno che era vissuto durante il regno di Snefru.
Vennero condotti altri studi a seguito dei quali Reisner ipotizzò che quella del pozzo fosse una ri-sepoltura segreta, dopo un’effrazione di ladri nella tomba originaria che dopo pochi mesi dichiarò trattarsi della tomba di Hetepheres I.
Nel 1927 si procedette all’apertura del sarcofago che, con grande sorpresa risultò completamente vuoto. Secondo Reisner Hetepheres fu dapprima sepolta a Dashur e dopo che la tomba fu violata venne portata a Giza.
Secondo Mark Lehner invece la tomba originaria della regina era quella in fondo al pozzo di Giza e, una volta violata il figlio Cheope gli fece costruire la piramide G1-a facendo traslare all’interno i resti di Hetepheres, alcuni resti del corredo vennero tralasciati. Questa piramide è aperta al pubblico ed io ho avuto il piacere di visitarla.
Fonti e bibliografia:
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
Armando Mei e Nico Moretto, “Giza: le piramidi satellite ed il codice segreto”, lulu.com , 2010
Battiscombe George Gunn, “Studies in Egyptian Syntax, Paul Geuthner, Paris, 1924
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982 Edwards, I.E.S., “Review of ‘The Pyramid Tomb of Hetep-heres and the Satellite Pyramid of Khufu” in Journal of Egyptian Archaeology, n.75, 1989
La festa-sed (heb-sed) era per gli Egizi una delle più importanti della regalità. Oggi tradurremmo la parola “sed” come “giubileo”, e in effetti la festa giubilare – ancora oggi celebrata nei moderni stati monarchici – deriva dall’antico rito egizio, anche se il significato è ovviamente cambiato.
Nell’Egitto preistorico il sovrano veniva ucciso quando era troppo vecchio per regnare; le ragioni erano due: da una parte, vi era una ragione di carattere magico-religioso: il re incarnava il Paese (o, nella preistoria, il clan, la tribù) e dunque tutto ciò che concerneva la sua persona, la sua debolezza, la sua vecchiaia, i suoi mali si sarebbero riflessi sull’intera comunità. Queste constatazioni di carattere metafisico riposavano su osservazioni più concrete; in effetti la seconda ragione che portò ai sacrifici (e più tardi al giubileo) era più pratica e concerneva l’impossibilità fisica o psichica, per un re troppo vecchio, di reggere lo Stato; questo, in una struttura sociale di tipo piramidale, avrebbe portato alla paralisi delle strutture e al caos, come in effetti successe alla fine di regni, pur gloriosi, ma troppo lunghi (Pepy II, Ramses II).
Così la soluzione dei popoli con tale struttura (non solo d’Egitto e non solo preistorici) era quella di uccidere i vecchi re.
In un momento imprecisato della preistoria più recente (forse nel Neolitico, ma comunque nel Predinastico) venne creata la festa-sed; il rituale nasce proprio dall’esigenza di ridare forze al sovrano senza ucciderlo, come invece si faceva nella lontana preistoria, ma com’era uso, per esempio, anche presso tribù dell’Alto Nilo sino ai primi del XX secolo.
Il nome “sed” derivava dalla coda di toro, simbolo di potenza e attributo di re e dei; certamente il nome era connesso anche con il dio Sed, a forma di canide e associato a Wepwawet, a sua volta accostato più tardi ad Anubis.
Sappiamo che uno dei più antichi calendari, di remota origine preistorica, fu quello lunare, ove il mese era di 30 giorni; e di 30 anni era la cadenza della prima festa sed. Le due cose sono connesse? I 30 anni, che sappiamo con certezza essere connessi con l’elementare realtà biologica dell’invecchiamento, sono simbolicamente legati anche ai 30 giorni lunari, come simbolo della rinascita? La luna infatti, dopo la fase di luna nuova, rinasce per arrivare alla gloria luminosa della luna piena. Ad oggi, non è dato sapere se le due cose furono connesse; ciò che sappiamo, però, è che entrambe sono parte di quel fiorente periodo preistorico che vide nascere fondamentali idee sacre e profane, religiose e secolari (anche se dobbiamo tener presente che tali differenziazioni sono solo nostre, peculiari dell’Occidente moderno, sulla scia della mentalità analitica greca; negli altri popoli dell’antichità, era un tutt’uno).
La festa sed, essendo motivata dalla causa prima dell’invecchiamento biologico del re, può dunque considerarsi innanzi tutto una festa secolare (potremmo dire “naturale”) ma, come tutto nell’antico Egitto, era strettamente interconnessa con gli aspetti sacrali, divini, oltremondani, metafisici. Il tutto per far confluire le forze naturali nel punto focale, nello scopo ultimo di ridare forza, vitalità e virilità al faraone senza il rito dell’uccisione preistorica.
Così si comprende bene la particolare cadenza della festa: il giubileo infatti veniva generalmente celebrato dopo i primi 30 anni di regno, ossia, quando potevano iniziare a manifestarsi i segni della nuova fase biologica del sovrano: l’invecchiamento.
Dopo il giubileo del 30° anno, i giubilei venivano celebrati ogni 3 anni o, in caso di necessità, sempre più spesso. Ramses II arrivò a celebrarne 14: dopo il primo, gli altri si susseguirono ogni 3, 2 addirittura dopo un anno, viste le condizioni fisiche del sovrano che già dagli 80 anni aveva sviluppato una grave forma di arteriosclerosi e la cui salute fisica e mentale si deteriorava ovviamente sempre di più.
Ma anche quello del giubileo al 30° anno non era un dogma (l’Egitto era una società a-dogmatica): per differenti ragioni il faraone poteva decidere di celebrarlo in altri momenti, generalmente anticipandolo. Vista infatti la finalità dell’heb-sed, ossia rinnovare le forze, se il faraone si sentiva indebolito, se era malato, poteva decidere di celebrare il giubileo (o, se il sovrano era ormai in condizioni di non poter decidere, lo facevano i reggenti per lui). Così non mancarono i casi in cui il re, salito al trono troppo vecchio (per esempio Adjib) celebrasse il giubileo dopo pochi anni di regno; inoltre alcuni sovrani che erano stati associati al trono forse celebrarono la festa sed calcolando gli anni di regno dall’inizio della coreggenza.
Né mancarono anche altre motivazioni per celebrare la festa. Lo fece per esempio Akhenaton, che celebrò il giubileo addirittura nel 2° – 3° anno, evidentemente per tutt’altre ragioni, legate probabilmente alle sue idee di innovazione religiosa, dunque una “rinascita giubilare” di tutt’altro tipo, ma con lo stesso senso.
E vediamo adesso quali erano le modalità di celebrazione della festa giubilare. Innanzi tutto, come possiamo conoscere tutto ciò? Come sempre, ci rivolgiamo agli egizi, ai loro testi, alle loro immagini. I primi cenni sono le raffigurazioni della corsa del sovrano intorno ai cippi confinari dell’Egitto (v. sotto per i dettagli), che appaiono su tavolette sin dalla 1a dinastia; altre immagini ci vengono da tutti i periodi successivi, di cui possiamo ricordare le statue in abito della festa sed (da Djoser a Montuhotep II a molti altri faraoni), o rilievi come la già citata corsa intorno ai cippi confinari, che ora appare anche sui monumenti, come nei celebri sotterranei di Djoser; e sempre il complesso di Djoser conserva anche le strutture in cui si svolse il rituale: i cippi confinari, il cortile dell’intronizzazione con la pedana, le cappelle. Né vanno dimenticati i numerosi rilievi che raffigurano il sovrano seduto sul trono alcaico, due volte, con le corone del Doppio Paese (v. sotto).
Prima di analizzare la festa vera e propria, ricordiamo ancora che il tutto richiede strutture apposite (cortili, cappelle, pedane, ecc.), ossia aree costruite e destinate particolarmente all’heb-sed.
Del tutto, abbiamo testimonianze importanti nei cicli raffigurativi che ci narrano, e mostrano, lo svolgimento delle parti salienti della cerimonia.
I siti più generosi in questo senso sono numerosi: il più antico è il complesso funerario, e in particolare l’area destinata all’heb-sed, di Djoser (3a dinastia); poi abbiamo scene e testi del rituale nei seguenti siti: il tempio solare di Niuserre, ad Abu Gorab (5a dinastia); il tempio di Amenhotep a Soleb, la tomba di Kheruef a Tebe (TT549), il tempio orientale di Amenhotep IV a Karnak (tutti della 18a dinastia). Per la Bassa Epoca possiamo ricordare il grande tempio di Bastet a Bubastis (22a dinastia) con le sue numerose scene dell’heb-sed, e preziosi blocchi della 26a dinastia, saita. A tutto ciò vanno aggiunti testi e scene dei grandi templi tolemaici (Dendera, Esna, Edfu, Kom Ombo, File) che ci permettono di ricostruire dettagli e fasi del rituale.
Altri dettagli, spesso concernenti parti più segrete del rituale, provengono da papiri e testi biografici. Tutti questi documenti forniscono i mille frammenti di un complesso mosaico che oggi conosciamo a grandi linee e spesso in molti dei suoi dettagli: troviamo scene che ci forniscono conoscenze che vanno dal rituale a varie fasi della festa, con processioni, danze, giochi e canti. Rituali, abluzioni, preghiere e formule; ruolo dei partecipanti e loro funzione pratica e simbolica; insomma un quadro affascinante di vera e propria creazione magico-religiosa.
Il rito della festa sed si può schematizzare con una suddivisione in tre fasi.
1) La prima ripeteva sostanzialmente i riti dell’incoronazione: innanzi tutto veniva sepolta una statua che rappresentava il vecchio sovrano, ora pronto a rigenerarsi; il re era inizialmente vestito con il caratteristico abito della festa sed, un lungo mantello bianco che lo avvolgeva completamente, lasciando scoperte solo la testa e le mani; è probabile che questa sorta di guaina crisaliforme accostasse il rito all’idea di rigenerazione spirituale e fisica, come nel caso di Osiris; il re acquisisce in questa fase “anni per milioni”, ossia è completamente rigenerato. Il faraone riceveva le corone dell’Alto e Basso Egitto mentre stava seduto alternativamente sui due troni, ognuno posto sotto una cappella adatta e su una pedana, di cui un esemplare si conserva nel complesso di Djoser a Sakkara.
2) Nella seconda fase appaiono la sposa principale del re e i suoi figli; questi personaggi simbolizzano probabilmente l’eredità dinastica del passato (nella figura della sposa, che svolse sempre un importante ruolo nella trasmissione del potere in quanto incarnazione della Dea) e quella del futuro, rappresentato dai figli del re.
3) Nella terza fase il sovrano si identifica con Osiris nell’elevare il pilastro djed, simbolo del dio e di stabilità.
Nel corso delle cerimonie il re dimostrava il proprio vigore fisico con una corsa rituale; in quanto a questa corsa, l’ovvia domanda è: “ma il faraone faceva davvero la corsa?”. Le raffigurazioni dicono di sì, e non potrebbe essere altrimenti, poiché la raffigurazione non solo attesta e perpetua l’avvenimento, ma lo rende reale, lo “ricrea” nell’eternità della dimensione metafisica. Ma nella realtà? Ovviamente, sarebbe sciocco porsi questa domanda riferendola ad un assoluto che invece riguarda millenni e decine e decine di faraoni. I casi saranno stati numerosi e differenti. Non solo per differenti faraoni, ma anche per lo stesso faraone nelle diverse età e condizioni di salute. È un’ovvietà che in qualsiasi caso la raffigurazione mostri il sovrano per le ragioni di magia religiosa di cui sopra.
Ma possiamo abbandonare le ipotesi ed avere qualcosa di più concreto? Si: ancora una volta gli Egizi ci vengono in aiuto con la straordinaria generosità documentale: questa corsa, effettuata in epoca storica direttamente dal re o da un suo rappresentante ove ne fosse impedito il sovrano, in epoche precedenti sappiamo essere effettuata da prigionieri: per esempio, sulla mazza di Narmer sono raffigurati 3 prigionieri in atto di correre fra gli altari. Ovvio e plausibile dunque inferire che in epoca storica, là ove il sovrano fosse inabile a svolgere il rito, si scegliesse un sostituto per il rituale (non più i prigionieri, ma probabilmente uno dei principi ereditari, se pensiamo alle condizioni di Ramses II per lungo tempo).
Tornando alle raffigurazioni, quali altri dettagli ci danno sulla corsa? Vediamo che il faraone veste il rituale abito arcaico: la coda di toro (sed), la cintura (shesme.t) e il perizoma shendyt; indossa la Corona Bianca, tiene nella mano destra lo scettro nekhakha (il “flagello”) e nella sinistra il mekes (o imy.t), il contenitore che racchiude il Testamento di Geb, che assicura e testimonia la legittima regalità del sovrano.
Il resto dell’heb-sed è più una formalità dell’apparato religioso, la comunicazione ufficiale alle divinità del Paese del fatto che le forze del sovrano erano state rinnovate: con una processione il faraone si recava “in visita dalle principali divinità del paese”, ossia, nello stesso luogo dei riti, si recava dagli dèi dei nomoi (i distretti) che riposavano in apposite cappelle.
Per tutti questi riti erano approntate delle complesse strutture che comprendevano le cappelle citate, padiglioni e case del Nord e del Sud, il palco reale con i padiglioni per i due troni, le particolari strutture a forma di “D” accostate, che possono essere due (e dare la forma di “B”, come nel caso di quelli del complesso di Djoser) o più (documenti come placchette e rilievi ne mostrano 3) queste strutture si trovavano di fronte ad altre analoghe e speculari, ancora per simbolizzare le due parti del paese, e delimitavano l’area della corsa rituale e, in maniera simbolica, delimitavano l’Egitto e probabilmente l’intero universo, proprietà del faraone; per tale motivo sono state chiamate in inglese “cairn”, in francese “bornes”, in italiano “cippi”; insomma delle vere pietre di confine del territorio simbolico.
In occasione della cerimonia venivano emessi oggetti commemorativi che cambiarono in ogni epoca; nell’età thinita furono probabilmente palette, placche e vasi; poi vi furono oggetti sempre più importanti, come statue e monumenti; nel caso di Djoser, nel suo complesso funerario troviamo la maggioranza delle installazioni create per la festa sed.
Ricordiamo infine che, come accade in tutte le regalità del mondo e in ogni tempo, uno degli scopi della festa era quello di impressionare il popolo, che credeva realmente nella rigenerazione del sovrano; se dunque la maggioranza dei riti era segreta, allo scopo di tenere informato il popolo non veniva risparmiato nulla per rendere il rito più sfarzoso e solenne; i pochi documenti che abbiamo mostrano le strutture di cui abbiamo parlato, ma anche processioni, araldi che portano stendardi, animali e offerte in abbondanza.
Molti di voi avranno visitato la piramide di Cheope ed ovviamente vi sarete recati nella parte a sud della piramide dove vi siete trovati davanti una grande costruzione moderna il Museo della barca, sarete sicuramente entrati ad ammirare la grande Barca Solare del sovrano.
Il Museo della barca è stato fondato da Kamal El-Mallakh, uno studioso di egittologia e cultura egizia che scoprì la barca nel 1954. Grande appassionato della storia del suo paese volle costruire un Museo solo per la barca vicino alla piramide, il Museo è stato progettato dall’architetto italiano Franco Miniussi. Il locale doveva essere anche dotato delle più moderne tecniche e tecnologie al fine di preservare la barca solare per molte generazioni. Per questo motivo il locale è stato dotato di un sistema completo di climatizzazione per mantenere sempre la giusta temperatura e il giusto grado di umidità.
La barca, una delle due scoperte da El-Mallakh, è la nave intatta più antica del mondo costruita per il re Faraone Khufu dalla IV dinastia intorno al 2500 a.C. La barca si trovava smontata e riposta in cinque fosse vicino alla grande piramide ed era divisa in 1224 pezzi di legno di cedro che si è conservato intatto per quasi 5000 anni, occorsero 14 anni di lavoro, prima per capire come andava rimontata e poi rimontarla riportandola al suo antico splendore.
Si è così potuto stabilire che in origine la barca si componesse di circa 1200 pezzi tenuti insieme da pioli di sicomoro e corde a mezza erba. La sua lunghezza è di 43,6 metri e la larghezza di 5,9 metri, è dotata di 5 remi per lato più due a poppa che fungono da timone. Poco dopo fu scoperta un’altra barca che però, a causa delle cattive condizioni di conservazione, è stata lasciata all’interno della sua fossa originaria, quest’ultima è lunga 45 metri per 6 metri di larghezza.
Gli studiosi sono ancora incerti sulla funzione di queste imbarcazioni. Dallo studio di altre simili barche trovate nelle raffigurazioni, tipico inoltre il modello trovato in una tomba a Deir el-Bersha sul quale è raffigurata una mummia che viene trasportata verso la sepoltura. Da ciò si è dedotto che il faraone Cheope sia stato trasportato alla sua tomba su questa barca che pare riportare segni di aver navigato. Rimane però un grande interrogativo, perché due barche praticamente simili sepolte a così poca distanza? Perché non è stata seppellita intera invece che tagliarla in 1224 pezzi? Al momento nessuno è stato in grado di dare una risposta.
Esaminando a fondo i “Testi delle Piramidi” si è cercato di dare un significato simbolico religioso, i Testi fanno riferimento a due visioni diverse dell’oltretomba egizio. La concezione più antica, risalente alla I dinastia, afferma che la rinascita del sovrano avviene in forma stellare, ovvero il Ka diventa luminoso nella Duat come una stella di Orione. Quella più vicina alla IV dinastia fa riferimento al tramonto del sole nell’oltretomba da occidente come dio Atum.
Pare logico pensare che in questo caso i “Testi delle piramidi” facciano riferimento alla teologia di Ra nel senso che una volta morto, il sovrano rinasce e segue l’orbita del Sole in processione dietro le barche solari degli dei. Gli egittologi però concordano su un fatto, questo culto è diventò importante con Chefren, quindi Cheope sarebbe volato nella Duat in Orione per rinascere luminoso come stella. A questo punto verrebbero a cadere le supposizioni sulle sue “barche solari”.
Prendo atto dalle fonti che allo stato attuale nessuno è in grado di dare risposte certe. Concludo con la notizia, che penso molti di voi già conoscono, che il giorno 8 agosto 2021 la barca di Cheope è stata trasferita in pompa magna dal vecchio museo, adiacente la piramide, al nuovo Grande Museo Egizio. La barca ha viaggiato in un apposito contenitore la cui umidità era costantemente monitorata, il trasferimento è durato in tutto 10 ore, alla velocità di 750 metri l’ora.
IL TEMPIO A MONTE, LA RAMPA PROCESSIONALE ED IL TEMPIO A VALLE
Che la Grande Piramide l’abbiano costruita gli egizi o gli alieni o una civiltà preesistente e che il faraone Cheope l’abbia solo restaurata impossessandosene è un argomento sul quale ogni discussione sarebbe fondata solo su supposizioni ed ipotesi alle quali chi le espone ci crede; beato lui. Non intendo dilungarmi oltre e, poiché mi sono riproposto di scrivere un po di storia antico-egizia, quello che vi propongo corrisponde a ciò che mi è possibile reperire dalle numerose fonti a disposizione. Dove è seppellito Cheope non lo sappiamo ma sta di fatto che intorno alla piramide si fece costruire un grande Complesso funerario del quale oggi purtroppo ne è rimasto ben poco.
Il complesso funerario di Cheope in origine comprendeva due templi funerari in suo onore (uno in prossimità della piramide e uno vicino al Nilo), tre piramidi più piccole, dette secondarie per le regine di Cheope (delle quali parleremo in un prossimo articolo), una più piccola piramide satellite (oggi non più esistente), una strada rialzata (detta rampa processionale, per collegare i due templi, quello a Monte con quello a Valle) e piccole mastabe, per i nobili.
Erodoto di Alicarnasso fu il primo studioso, di cui si abbia notizia, a raccogliere informazioni dai sacerdoti egizi suoi contemporanei, per integrarli nelle sue Storie e tramandarle fino a noi attraverso altri storici dell’antichità.
Partiamo dal particolare più importante in ogni complesso funerario, il Tempio a Monte. Il Tempio era il luogo sacro dedicato al culto del sovrano defunto, questo non va confuso con la piramide satellite (o cultuale). Una piccola piramide con funzione simbolica facente parte del complesso funerario e ubicata nel peribolo situato generalmente a sud di quella principale. Del Tempio a monte di Cheope non rimangono che le fondamenta per mezzo delle quali è stato possibile ricostruirlo idealmente. Ubicato sul lato est della piramide, come tutti i templi funerari risalenti alla IV dinastia non comunicava con questa.
Dal suo centro verso est, con una leggera deviazione a nord, partiva la Rampa Processionale. Il Tempio misurava 52 metri per 40,30 circa ed i muri che lo circondavano erano spessi 3 metri. Un portale con due battenti permetteva l’ingresso al tempio dalla Rampa, qui si presentava un grande cortile a peristilio il cui porticato era formato da colonne quadrate in granito, il pavimento era costituito da grosse lastre di basalto, attorno erano stati ricavati canali per lo smaltimento delle acque. La parte ad ovest del Tempio è completamente inesistente perché abbattuta il epoca saitica per l’edificazione di una tomba a pozzo che non venne mai completata. Tra la parete est della piramide e quella del Tempio è presente un elevato terrazzamento; sono state avanzate numerose ipotesi sulla ricostruzione della zona di culto, i rilievi architettonici fanno pensare all’esistenza di due alte stele con al centro una tavola per le offerte.
Come abbiamo detto, dal lato orientale partiva la Rampa Processionale le cui notevoli dimensioni e maestosità ci sono state riportate da Erodoto. Oggi compare solo più per piccoli tratti dallo studio dei quali, effettuati nel 1990, si è potuto stabilire che doveva essere lunga circa 800 metri e larga 10 con decorazioni sui muri laterali che sono state riscontrate su alcuni frammenti rinvenuti nella parte iniziale nei pressi del Tempio a Valle. Recentemente è stata pubblicata sui media egiziani una notizia, corredata di immagini, secondo cui sarebbe stata scoperta: una parte della rampa processionale alla base della Grande Piramide.
Per quanto riguarda il Tempio a Valle sono ormai poche le tracce rimaste a testimoniare la sua presenza, si sa che venne utilizzato come cava per i blocchi che vennero utilizzati per la costruzione del complesso piramidale di Amenemhat I sui quali compaiono i cartigli di Cheope. Alcuni di questi massi sono stati ritrovati anche nel vicino villaggio di Nazlet el-Samman, poco sopra il tempio, qui sono state trovate anche alcune lastre di basalto che formavano la pavimentazione del Tempio di Cheope.
Oggi in luogo del Tempio a Valle e di parte della Rampa troviamo le abitazioni dei circa 70.000 abitanti del villaggio di Nazlet el-Samman. La scoperta della pavimentazione in basalto è stata fatta in modo del tutto occasionale in seguito ad uno scavo praticato abusivamente da un abitante per scavare un pozzo, le lastre si trovavano ad una profondità di circa 10 metri. Kamal Wahid, direttore generale delle Antichità di Giza, sarebbe corso sul posto a controllare. Una scoperta analoga in occasione del tutto fortuita avvenne già negli anni 80, durante i lavori per la costruzione di una fogna, vennero rinvenuti blocchi di calcare, mattoni crudi e parte di pavimentazione in basalto. Secondo Zahi Hawass si trattava di parte del tempio a valle e della rampa. A tutt’oggi però non sono stati eseguiti altri scavi e non se ne è più saputo nulla.
Un breve accenno al peribolo del Complesso funerario di Cheope, premesso che già a partire dalla IV dinastia, venne estremamente ridotto. Il peribolo era il recinto sacro posto attorno al tempio, e delimitava, con il muro perimetrale di cinta l’area sacra, detta cortile, da quella profana; in esso si trovavano edicole, altari, statue, alberi, doni votivi che non potevano esser conservati all’interno del tempio. Ciò che rimane del muro perimetrale si trova ad una decina di metri dalla piramide, si presenta largo circa 3,50 metri e le pareti erano inclinate ed intonacate e presentavano la sommità arrotondata, detta a dorso d’asino, non è possibile stimarne l’altezza poiché rimangono solo pochi resti. Il cortile era pavimentato con lastre di calcare bianco.
Fonti e bibliografia:
Armando Mei e Nico Moretto, “Giza: le piramidi satellite ed il codice segreto”, lulu.com , 2010
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, 2007
Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 2002
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
Sir William Matthew Flinders Petrie, “The Pyramids and Temples of Gizeh”, Field & Tuer, 1883
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ed. Ananke, 2004
Naturalmente le piramidi, ed in modo particolare quella di Cheope, non sono solo cumuli massicci di pietre, al loro interno sono presenti corridoi e camere che già di per se costituiscono mirabili opere di ingegneria e architettura. Sicuramente già nell’antichità la piramide di Cheope venne in qualche modo violata, nonostante la cosa si presentasse decisamente ardua, vista la complessità della costruzione e le misure adottate per evitare intrusioni. Per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide anche se dalla stessa veniva asportato il suo rivestimento esterno in calcare.
L’ingresso originale della Grande Piramide si trova sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra dalla linea mediana della facciata ed è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce. Tutto lascia supporre che nell’antichità questo non fosse visibile perché coperto dal rivestimento in calcare della piramide quindi nessuno sapeva della sua esistenza.
Da quanto afferma Strabone di Amasea, nel suo “Geographia”, al cap. XVII, 1,33, si direbbe invece che la cosa fosse risaputa:
<<………Una è appena più grande dell’altra e in alto, quasi a metà di una faccia, reca un masso estraibile; rimuovendolo, c’è un budello sinuoso che porta fino alla camera mortuaria………>>.
Ho detto che per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide, giungiamo quindi al periodo della dominazione araba in Egitto. Molti studiosi arabi medievali, tra cui Masudi, Idrisi, Latif e Al Maqrizi, si cimentarono nello studio di come poter penetrare all’interno della piramide nella convinzione che in essa fossero contenuti chissà quali tesori. Secondo il vescovo Cosma di Gerusalemme (vissuto intorno alla metà dell’VIII secolo d.C.) le piramidi erano i granai delle storie di Giuseppe citate nella Bibbia in Genesi 41. Anche se tale ipotesi non trovò gran seguito, per molti credenti la cosa era vera.
Da diversi scritti islamici e copti si apprende cheintorno all’anno 820 d.C. il califfo abbaside Ahu Ja ‘Abd Allah al-Ma’Mun, (più noto come al-Mamun), grande intellettuale desideroso di conoscere, sempre alla ricerca della verità, ispirato dai racconti che si tramandavano dalla notte dei tempi circa enormi tesori che sarebbero stati contenuti all’interno delle piramidi, venne preso dalla smania di verificare se la cosa fosse vera violando la Grande Piramide di Cheope. Al-Mamun fu ispirato principalmente dal racconto della principessa Scheherazade che nella silloge favolistica islamica, “Le mille e una notte”, parlando delle piramidi d’Egitto racconta:
<<………Dicono gli antichi che nell’interno della piramide occidentale vi sono trenta ambienti di granito colorato, pieni di gemme preziose, di monete in quantità e di immagini singolari, strumenti ed armi magnifiche, le quali sono spalmate di unguenti composti con magia, in modo da non arrugginire fino al giorno del giudizio. Si trova nella piramide vetro pieghevole che non si rompe, ogni specie di droghe raffinate e di acque preparate, ed altre cose ancora. Nella piramide sono celate le cronache dei sacerdoti scritte su lastre di granito; ciascun sacerdote ha la sua lastra sulla quale sono iscritte le meraviglie della sua arte e le sue azioni. Sulle pareti vi sono immagini di persone, simili a idoli, che compiono con le mani i lavori di tutte le arti, e queste figure sono sedute su gradinate. Ciascuna piramide ha il suo tesoriere che la custodisce; detti custodi la preservano, attraverso i secoli, da ogni calamità che potrebbe accaderle……..>>.
A questo proposito lo scrittore e storiografo arabo Ibn Abd Hokm, (IX sec.), racconta che, raggiunta la piramide, al-Mamun, non conoscendone l’ingresso, si apprestò ad aprire una breccia nei blocchi di rivestimento, (che all’epoca erano ancora presenti), della parete nord della piramide.
Per realizzare l’impresa, al-Mamun radunò numerosi architetti e capomastri nella speranza, vana purtroppo, di riuscire a rintracciare, sotto lo strato di blocchi di calcare di copertura un ingresso. Ad un certo punto, irritato per non aver trovato nulla, decise di forzare la parete scavando nella roccia un tunnel nella speranza di riuscire a penetrare all’interno. Scelse il centro della facciata settentrionale, al livello del settimo filare di blocchi. Presto però si accorse che, scalpelli e mazzuoli sulla dura roccia non sortivano l’effetto sperato, allora, scrive Hokm:
<<…….Dapprima ammorbidiva la roccia con fuoco e aceto per poi proseguire nella roccia resa ormai friabile. Ci vollero due fabbri, che appuntirono i ferri e gli attrezzi con i quali forzarono l’ingresso e occorse una grande fatica per aprirlo…….>>.
Del fatto esiste anche la conferma dello storico mamelucco Al-Maqrizi, che scrive nel XV secolo, il cui testo, tradotto in francese da Urbain Bouriant, si intitola “Description topographique et historique de l’Egypte”:
<<……… Gli operai scaldavano con il fuoco i blocchi di pietra per poi raffreddarli all’istante rovesciandoci sopra aceto……..>>.
Dopo circa 30 metri di scavo, senza aver trovato nulla, nell’atto di desistere, all’improvviso sentirono un suono sordo provenire da oltre la parete. Subito venne deviato l’asse di scavo in quella direzione e, dopo alcuni metri, sfociarono nel “Corridoio Discendente”, proprio nel punto dove finisce il terzo tappo di granito.
Da qui il califfo procedette, non senza incontrare altre difficoltà, ad esplorare tutto l’interno della piramide senza però trovare alcun tesoro. Non solo non trovò alcun tesoro ma non trovò proprio nulla tranne un sarcofago di granito rosso nella cosiddetta Camera del Re. Alcune leggende che si sono aggiunte nel tempo raccontano che al-Mamun, fece aprire il sarcofago, che al tempo possedeva ancora il coperchio (questo giustificherebbe l’angolo rotto), ma non vi trovò nulla, né il feretro né il corredo funerario.
Alcune fonti storiche citano un episodio che però non è verificabile, si dice che, avendo trovato vuoto il sarcofago, al-Mamun contrariato decise di portarsi via il coperchio che fece spezzare per poterlo far passare attraverso i cunicoli. Altre fonti contraddicono questa ipotesi asserendo che il sarcofago era già mancante del coperchio che non venne mai trovato. A questo punto al-Mamun, in un ultimo tentativo di trovare qualcosa fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza, ma non trovò nulla (di questi blocchi spostati parleremo quando giungeremo nella Camera del Re). Stando sempre alle leggende si racconta che al-Mamun, per calmare la rabbia dei suoi uomini che reclamavano la paga, abbia fatto trasportare nottetempo, in gran segreto, dentro la piramide un tesoro affinché gli operai lo ritrovassero il giorno dopo. Si nutrono molti dubbi sulla veridicità del racconto di Hokm, ma tuttavia, gonfiate o meno, sono le uniche notizie di cui disponiamo e, secondo molti studiosi, non tenerne conto per nulla sarebbe un grave errore.
Sia stato effettivamente al-Mamun o qualcun altro prima o dopo di lui ad aprire quel passaggio ha poca importanza, una cosa è certa, che da allora, con tutte le tecnologie moderne, per fare un confronto, siamo riusciti a scoprire ben poco di più. Una volta violata, della piramide, se ne perse l’interesse e alla fine del XIV secolo fu sostanzialmente trasformata in cava di calcare. Quello che si evince dai racconti non è confutabile, è scritto. Però a me sorgono alcuni dubbi su tutta la vicenda.
In base a quale considerazione al-Mamun scelse di scavare proprio la parete nord che, guarda caso, è proprio quella dove si trova l’ingresso originario?.
Perché scelse di scavare proprio all’altezza del settimo filare di blocchi che, guarda caso, si trova alla stessa altezza della congiunzione del corridoio ascendente col corridoio discendente in corrispondenza del punto in cui si trovano i tappi di granito?. Non sarebbe stato più agevole iniziare a scavare al livello della base?.
Perché dopo circa 30 metri (appena aggirati i tappi di granito) lo scavo devia proprio verso il corridoio discendente?. I
l racconto di Al-Maqrizi afferma che gli scavatori sentirono un suono sordo oltre la parete e per questo deviarono l’asse di scavo. Permettetemi di dire che tutte queste combinazioni mi suonano strane, non è che per caso il califfo al-Mamun sapesse già benissimo dove scavare?
DENTRO LA PIRAMIDE
Dal momento che il califfo abbaside al-Mamun gentilmente, anche se in modo forse un tantino invasivo, ha provveduto ad aprirci la strada, penso che possiamo introdurci anche noi nella Grande Piramide per esplorare l’interno. Prima però vorrei soffermarmi su di un argomento che ritengo perlomeno curioso ma decisamente interessante. L’entrata originale della piramide, una maestosa opera megalitica costituita da un enorme ingresso sovrastato da possenti lastroni di calcare sovrapposti che formano una capriata dando un’impressione di eccezionale potenza e bellezza.
Invece il tutto è stato inspiegabilmente murato all’interno del profilo piramidale nascosto alla vista dai blocchi di rivestimento che ricoprivano interamente la facciata. Seppure non è utilizzabile, oggi è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce, alcuni ricercatori pensano che in antichità fosse dotato di una porta di pietra a cardini orizzontali. Ma se così fosse non se ne comprende l’utilità poiché l’ingresso fu bloccato dall’interno con tre grossi blocchi di granito.
Questo magnifico ed imponente portale si trova, come detto, sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra della linea mediana della facciata. Se la piramide doveva presentare fin dall’inizio l’aspetto di una costruzione con le facce completamente lisce e splendenti, non si spiega perché i costruttori avrebbero sprecato tempo e fatica per creare un simile maestoso portale d’accesso per poi occultarlo alla vista appena terminato. Quel portale nascosto ha sempre suscitato un dubbio immane, non è che per caso sia l’entrata di una più antica costruzione, magari inizialmente a gradoni, poi trasformata in una piramide a facce lisce in un secondo momento? (la domanda non me la sono posta solo io ma molti studiosi). Chissà, comunque di li non si passa.
Scendiamo alcuni metri più sotto ed incontriamo l’accesso al cunicolo che scavò il califfo al-Mamun, (di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenza). Entriamo ed avanziamo per una trentina di metri circa dopo di che il passaggio gira bruscamente a sinistra per scavalcare i massi che bloccano il cunicolo discendente, i massi sono di granito quindi gli operai arabi proseguirono il tunnel sopra di essi, attraverso la più morbida pietra calcarea, finché non raggiunsero il cunicolo ascendente. Da qui è possibile raggiungere anche il cunicolo discendente, il cui accesso è vietato ai visitatori.
La congiunzione tra il cunicolo discendente e quello ascendente, come già accennato, si trova all’incirca alla stessa altezza della galleria scavata da al-Mamun. Come accennato il cunicolo è sempre chiuso al pubblico ma noi facciamo finta di niente e ci entriamo virtualmente. Percorriamo quindi il cunicolo che si presenta alto 96 cm (attenti alla testa) e largo 1,04 metri, e scende con un angolo di circa 26°.
Dopo oltre 100 metri (di cui 28 attraverso le pietre della piramide e 77 nella base rocciosa), il passaggio prosegue in orizzontale per circa 9 metri fino a sbucare in una camera la cui funzione è del tutto misteriosa.
La “Camera Sotterranea” o Inferiore, (o Fossa) è la struttura più bassa della piramide. Questa si presenta di forma rettangolare, dalle dimensioni approssimative di 14 m di larghezza, 8,3 m di lunghezza e 4,3 m di altezza, ed è visibilmente solo abbozzata. Infatti questa non fu mai terminata e non presenta alcuno sbarramento protettivo all’ingresso. Non avrebbe mai potuto ospitare un sarcofago in pietra in quanto non sarebbe stato possibile farlo passare per lo stretto accesso.
Nella parete sud della camera troviamo un pozzo profondo circa 3 m dal quale parte uno stretto cunicolo cieco (circa 75 × 78 cm), anch’esso solo abbozzato che prosegue in direzione sud per 16,4 metri. La camera presenta anche un pozzo scavato nel pavimento. Entrambi vennero scavati dagli archeologi Perring e Wyse, durante la loro campagna del 1837 alla ricerca di una stanza sepolcrale nascosta. Questo perché basavano le loro ricerche sulla testimonianza di Erodoto che, nel suo II libro delle “Storie”, riferito all’Egitto (124: 1), aveva scritto:
<<……..il Re costruì le camere, destinate alla sua sepoltura, in un’isola, ch’egli creò col condurre dal Nilo fin là un canale……..il Nilo infatti attraverso un condotto artificiale circonda un isolotto dove pare che Cheope sia seppellito………>>.
Inutile dire che non è mai stato rinvenuto un eventuale canale che portasse le acque del Nilo fino all’eventuale camera citata da Erodoto. Nessuno sa come si spiega la presenza di questa camera, alcuni studiosi avanzano l’ipotesi secondo cui si tratterebbe dell’originale camera sepolcrale, ipogea, come quella di tutti gli altri faraoni prima e dopo Cheope in base al principio che “Il corpo alla terra perché dalla terra è stato creato”, se così non è per quale ragione il faraone avrebbe deciso di farsi seppellire più in alto nella Piramide?
L’egittologo Stadelmann è invece dell’opinione che questa camera sotterranea, ancorché incompiuta, dovesse rappresentare la caverna simbolica del dio dei morti Sokar, il cui luogo di culto più significativo e, forse, addirittura primitivo, era ubicato nell’odierna Giza. Secondo questa ipotesi il faraone deceduto si sarebbe unito simbolicamente a Sokar nella tomba. Altre ipotesi parlano di un diversivo per sviare i tombaroli o più semplicemente che si tratti di una realizzazione già presente prima della costruzione della piramide, magari la camera funeraria di una eventuale mastaba già esistente sulla quale si decise di costruire la piramide. Ma allora a questo punto sarebbe inspiegabile la realizzazione del cunicolo discendente che non avrebbe avuto alcuna utilità.
Torniamo indietro ed appena terminato il tratto orizzontale, alcuni metri oltre, sul soffitto incontriamo l’imbocco della cosiddetta “Tromba del Pozzo”, argomento che tratteremo nel prossimo articolo. Proseguiamo risalendo il cunicolo discendente fino allo sbocco della galleria di al-Mamun, qui ci troviamo a circa 28,2 m dall’ingresso originale dove si presenta un buco quadrato nel soffitto del passaggio discendente, in origine doveva essere nascosto da una lastra di pietra, li ha inizio il Cunicolo ascendente, lungo 39,9 metri, dalle dimensioni di 105 x 125 cm, con un’inclinazione pressoché simile a quella del cunicolo discendente, che prosegue fino all’inizio della “Grande Galleria”.
Come già detto, l’estremità inferiore di questo cunicolo è chiusa da tre enormi blocchi di granito, lunghi ognuno circa 1,5 m. che vanno a bloccare l’ingresso principale.
Ora ci troviamo in un punto particolare (cerchiato in bianco nell’ultima foto), da qui si dipartono tre passaggi. Restiamo sulla prosecuzione del cunicolo ascendente dove al termine troviamo la “Grande Galleria”, un’opera meravigliosa che vorrei paragonare ad una cattedrale medievale, che tratteremo in un capitolo apposito. Nell’angolo inferiore della Galleria una grata blocca l’accesso alla “Tromba del Pozzo”. Nella parte centrale della Grande Galleria incontriamo un’altra grata metallica che chiude l’ingresso al corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina, ma li ci andremo dopo.
LA TROMBA DEL POZZOE IL “GROTTO”
Proprio sotto l’angolo inferiore nord-ovest della Grande Galleria si trova un’apertura, un tempo coperta da una pietra, (oggi bloccata da una grata metallica), da cui si diparte un pozzo verticale, la cosiddetta “Tromba del Pozzo”. Non molti la conoscono perché pochi ne parlano tanto che in alcune rappresentazioni della piramide in sezione non viene neppure indicata.
Si tratta di un cunicolo quasi verticale rivestito da blocchi di calcare perfettamente squadrati. Va detto che questa è un’area della piramide che, più di qualunque altra, è stata trascurata da quasi tutti i ricercatori ed esploratori. Sono pochissime le persone che l’hanno visitata e la ragione è semplicissima, poiché si trova in una posizione praticamente inaccessibile, la discesa nel pozzo deve avvenire per forza con l’aiuto di qualcuno che da sopra regge una corda con la quale calarsi in sicurezza. La ragione per cui è trascurata sta anche nel fatto che molti esperti, pur non soffrendo di claustrofobia, vanno incontro a diversi problemi viste le ridotte dimensioni e la lunghezza del condotto, ed è proprio per la sua pericolosità che la discesa è stata effettuata da pochi. Tra quei pochi che l’hanno visitata, nel XIX secolo ci furono Caviglia, Vyse e Perring, ed infine Smith. Ma noi, che siamo temerari, proveremo ad infilarci dall’accesso ai piedi della Grande Galleria ed a calarci per tutto il percorso. (I claustrofobici e quelli che temono gli scorpioni non mi seguano).
Si scende in verticale per 7 metri, proseguendo, il tunnel scende obliquo, rozzamente scavato nel corpo della piramide per altri 11 metri. A questo punto si incontra la roccia viva ed il tunnel prosegue verticalmente per altri 4 metri fino a sbucare nel ”Grotto” (Grotta).
Il Pozzo, in questo punto, è costituito da 10 strati di blocchi di calcare squadrato grossolanamente, in fondo, sul lato meridionale, presenta un’apertura di 71 centimetri che fornisce una via d’accesso alla Grotta. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sezione della Tromba del Pozzo, alta 3 metri, esistesse già molti secoli prima della piramide e costituisse forse il pozzo per una precedente tomba, la Grotta appunto, come tale quindi sia del tutto indipendente dalla piramide stessa. Anche qui però viene da obiettare: se era preesistente alla piramide, per quale ragione venne collegata tramite un pozzo scavato nel corpo della piramide? Perché la tromba del pozzo prosegue fino ad incontrarsi col cunicolo discendente sicuramente costruito con la piramide? Se lo scopo, in un remoto passato era quello di collegare la Grotta alla Camera sotterranea perché finisce prima, proprio sul cunicolo discendente? Su questo non esistono ipotesi di chicchessia.
Attraversiamo l’apertura ed affacciamoci alla Grotta, in sostanza parrebbe una caverna naturale, secondo alcuni potrebbe trattarsi di un’oasi di terra preesistente nel mezzo della piana di roccia viva che venne poi inglobata nella piramide. La sua conformazione è decisamente strana e misteriosa. Si può descrivere come una caverna bassa di forma irregolare con il pavimento a tre livelli, solo al centro è abbastanza alta da permettere ad un uomo di rimanere eretto.
Non credo che esistano foto della Grotta, quello che possiamo vedere ci proviene dai disegni eseguiti da coloro che l’hanno visitata in passato. Inspiegabile la presenza di un blocco di granito delle dimensioni di 107 x 64 x 50,8 posto in bilico sul pavimento, vicino alla profonda buca centrale; il blocco è attraversato da un foro di 9 centimetri, forse utilizzato per rendere più facile calarlo nella stanza, ma a quale scopo, come mai così in bilico e come fa a starci?. Curioso il fatto che il soffitto, pur essendo compatto, non è composto di dura pietra ma di un agglomerato di piccole pietre, tipo ghiaia, sistemate in modo talmente approssimativo che è sufficiente grattare con le dita per estrarne intere manciate. Sorge spontanea la domanda: quale era la funzione di questa stanza?.
Come detto sopra lo studio della Grotta non è mai stato approfondito e sono poche e superficiali le notizie in proposito presenti nei vari trattati degli archeologi che l’hanno visitata. In sostanza la Grotta sarebbe, come molte altre caverne, considerata un luogo sacro, l’egittologo J. P. Lepre l’ha definita la “dimora degli Dei morti che assistettero il Creatore nel suo atto di creazione”. Come detto, molti studiosi stanno ancora cercando di stabilire per quale ragione è stata integrata nel già complesso sistema di cunicoli della Piramide.
Torniamo nella Tromba del Pozzo che dalla Grotta prosegue, scavato nella viva roccia per 31 metri obliqui, seguono 9 metri con una pendenza maggiore ed infine, dopo 3 metri con pendenza minore, il tunnel si collega al cunicolo discendente nella parte terminale prima che questi prosegua in orizzontale fino alla camera sotterranea (già trattata nel precedente articolo).
Alcuni studiosi sostengono che questo strano cunicolo verticale sia servito da via d’uscita per gli operai subito dopo aver bloccato il cunicolo ascendente, ipotesi rifiutata da molti perché ritenuta non sostenibile. Sarebbe assurdo pensare che alcuni operai siano rimasti all’interno della piramide, abbiano fatto precipitare i massi di granito che bloccano l’ingresso originale poi, completamente al buio, in mancanza d’aria, essendo tutto bloccato, si siano messi a scavare un simile pozzo per raggiungere il cunicolo discendente, risalendo il quale si sarebbero comunque trovati bloccati dai tappi di granito. Da non trascurare inoltre l’assoluta assenza del materiale di risulta dello scavo che si dovrebbe trovare in abbondanza. Altri sostengono che sia stata la via attraverso la quale i predoni hanno raggiunto le camere reali già in antichità, (da cui il nomignolo “passaggio dei ladri”), anche questa assurda ipotesi viene scartata, è impensabile che i saccheggiatori abbiano scavato un simile cunicolo che, combinazione si va a connettere alla Grande Galleria, lo stesso vale se fosse stato iniziato dall’alto verso il basso senza sapere dove sarebbe sbucato. Inoltre se fossero stati i ladri a scavarla anche in questo caso si sarebbero trovate le macerie, per cui il mistero rimane. Di sicuro questo pozzo non fu scoperto dagli operai del Califfo al-Mamun perché troppo impegnati nella battaglia contro i tappi di granito che bloccavano la galleria ascendente.
Senza aver appagato la nostra curiosità, portandoci appresso questo ennesimo mistero, risaliamo il pozzo e torniamo all’imbocco della Grande Galleria.
LA CAMERA DELLA REGINA
Ed eccoci di nuovo all’intersezione dei tre cunicoli, al centro ci troviamo di fronte ad una grata che chiude l’accesso al corridoio centrale, come ho già accennato la grata è quasi sempre chiusa in quanto l’accesso è solitamente inibito ai turisti anche se in alcuni casi viene permessa la visita. Noi, come sempre, facciamo finta di niente ed entriamo lo stesso.
Da qui imbocchiamo il cunicolo orizzontale che presenta una sezione approssimativamente quadra di 1,1 m di lato. Abbassiamo la testa per evitare bernoccoli e ci infiliamo; procediamo per circa 35 m per andare a visitare la cosiddetta “Camera della Regina”.
Per dovere di cronaca va detto che il nome “Camera della Regina” è considerato falso dagli egiziani visto che mai nessuna regina fu sepolta insieme al suo faraone (che forse non vi fu sepolto neppure lui). Infatti le regine, Hetepheres I, madre, Meretites e Henutsen, mogli di Cheope furono sepolte nelle loro tre piramidi minori che si trovano vicino alla grande piramide verso sud-est. Ma ora proseguiamo nel corridoio.
Un po’ prima dell’ingresso alla camera improvvisamente, senza una ragione apparente, il suolo si abbassa di circa 60 cm ed il passaggio diventa alto 1,73 metri, ci troviamo al livello del pavimento della Camera della Regina. Da scartare a priori la tesi di alcuni secondo cui, essendo il pavimento lastricato di blocchi di granito rosa, questi sarebbero stati asportati dai saccheggiatori di pietra. E’ già difficile pensare come avrebbero potuto entrare nella piramide per tutte le ragioni di cui abbiamo già parlato che pensare che si siano inoltrati fin lassù per rubare massi di granito rasenta l’assurdo (in ogni caso diciamo che tutto è possibile). Alcuni studiosi sostengono invece che si sia verificato un cambiamento nel progetto originario per cui gli architetti, o lo stesso Khufu, optarono per una camera funeraria più grande e più in alto (prendetela così).
E’ sorprendente il fatto che questa camera, oltre a trovarsi a metà strada tra le facce nord e sud della piramide occupi una posizione esattamente perpendicolare al vertice della piramide. Prego entriamo, la Camera misura 5,75 x 5,23 metri, il soffitto è formato da enormi lastroni sistemati a V rovesciata con un’altezza al vertice di 6,23 metri. La camera, compreso il tetto, è costituita interamente in calcare. Il nome gli fu assegnato dai visitatori arabi anche se non esistono prove archeologiche che abbia mai contenuto una sepoltura.
La cosa che colpisce subito appena entrati si trova nella parete ad est, si tratta di una grande nicchia aggettante alta 4,67 metri della quale si ignora il significato, (potrebbe aver contenuto una statua ma nulla lo fa supporre).
Forse gli uomini di al-Mamun, pensando che la nicchia nascondesse un passaggio poi murato, scavarono nella parete di fondo e dopo poco si trovarono di fronte un cunicolo alto 84 cm e largo 100 cm che si fermava dopo soli 7 metri. Altri, o forse gli stessi, continuarono a scavare per ulteriori 7 metri ma poi, non trovando nulla si fermarono. Oggi il cunicolo è chiuso con una grata. La presenza della nicchia e del cunicolo rimangono un mistero, è stato ipotizzato che potesse avere un qualche significato simbolico-religioso.
Come per la Camera del Re, (che vedremo in seguito), anche nella Camera della Regina sono stati ritrovati due condotti di circa 20 x 20 cm che si estendono dalle pareti nord e sud e si fermano a delle porte di pietra, scoperte in epoca recente delle quali parleremo più dettagliatamente in seguito.
I due condotti simili, che si trovano nella Camera del Re, furono descritti già nel 1610 mentre non si conoscevano quelli della Camera della Regina. Nel 1872, Waynman Dixon e il suo amico, il dottor James Grant, decisero di verificare se condotti simili esistessero anche nella camera della Regina, dal momento che erano già presenti nella camera del re. Guardando una sezione della parete meridionale, notarono una crepa nel muro all’incirca nella stessa posizione in cui si trova il cunicolo della Camera del Re. Inserito un lungo filo nella fessura capirono che probabilmente dietro la lastra vi era il vuoto. Dixon assunse allora un falegname di nome Bill Grundy per tagliare la lastra del muro. Venne così scoperta l’esistenza di un canale che si snoda per quasi 3 metri all’interno della piramide, prima di curvare verso l’alto con un angolo di circa 39°. Perché questo condotto, mai terminato, è stato interrotto diversi centimetri all’interno del muro?. Dato che la camera superiore aveva due cunicoli simili, Dixon misurò la posizione, analoga al cunicolo appena scoperto, sulla parete nord e, come previsto, Grundy trovò l’apertura del cunicolo gemello. Venne acceso un fuoco all’interno della camera per scoprire dove sarebbe sbucato il fumo all’esterno, il fumo ristagnò nel condotto nord mentre salì da quello sud ma non fu visto uscire all’esterno della piramide.
A differenza di quelli della Camera del Re, i condotti della Camera della Regina non sfociano all’aperto ma ad un certo punto si interrompono. Come abbiamo già descritto nell’introduzione, Dixon scoprì in uno di questi condotti tre oggetti, una sfera di diorite, un piccolo gancio di bronzo a doppia punta ed un pezzo di legno di cedro lungo circa 13 cm. Mentre i reperti finirono al British Museum, dove sono custoditi tutt’ora, del pezzo di legno di cedro si persero le tracce. Ritrovato nel 2019 venne sottoposto all’esame al radiocarbonio C-14, risultò che risaliva al 3341 a.C., circa sette secoli prima del regno di Cheope.
Il ricercatore bolognese Mario Pincherle (considerato “eretico” per le sue pubblicazioni su argomenti pseudoscientifici di paleotecnologia e archeologia misteriosa), nel 1972, fece un esperimento: inserì un fumogeno all’interno di un condotto della Camera della Regina. Il fumo generato fu in parte rigettato al di fuori del condotto e in parte risucchiato al suo interno. Con questo esperimento, Pincherle, volle dimostrare l’esistenza di nuovi passaggi segreti dove parte del fumo si sarebbe infilato.
Ci fermeremo ancora per un po’ nella Camera della Regina poiché sono ancora molte le curiosità che ci offre. Come abbiamo detto anche qui vennero rinvenuti dei condotti simili a quelli che si trovano nella camera del re e sono gli unici nei quali sono stati rinvenuti dei reperti.
Che funzione avessero questi stretti condotti è del tutto sconosciuta. Qualcuno avanzò l’ipotesi che si trattasse di condotti il cui compito era quello di portare aria all’interno delle camere, da cui il nome di “condotti di aerazione”. La cosa sarebbe accettabile per quanto riguarda la Camera del Re dove i condotti sfociano all’esterno della piramide, ma non può esserlo sicuramente per quelli della camera della regina perché, come abbiamo detto erano chiusi all’interno della camera, ma soprattutto perché, a differenza degli altri, questi non sbucano nemmeno all’esterno, pare che si fermino a circa 6 metri dalla superficie esterna della piramide.
Alcuni studiosi attribuiscono ai condotti una funzione rituale, Stadelmann suggerisce che si tratti di corridoi attraverso i quali il “Ba” (anima) del defunto poteva salire direttamente verso le stelle imperiture. (parere personale, per permettere al Ba di raggiungere l’aldilà sarebbe stata sufficiente una “falsa porta”, presente in tutte le mastabe, la cui realizzazione si sarebbe rivelata meno complicata e dispendiosa).
I suoi oppositori rifiutano questa teoria adducendo il fatto che in nessuna altra piramide, la camera sepolcrale è dotata di condotti simili, (ma tutta la piramide di Cheope è dissimile dalle altre!). Va evidenziato il fatto che, se davvero la piramide era una tomba, la sua costruzione sarà stata pianificata nei minimi dettagli. Il grande architetto Hemiunu avrà sicuramente previsto come sarebbe dovuto venire l’interno della piramide soprattutto dove doveva essere collocata la camera funeraria. E qui sorge un dubbio, se era previsto che la camera funeraria doveva essere costruita dove in effetti si trova, perché costruire un’altra camera più in basso? Per di più perché dotarla pure dei condotti di aerazione? Quale sarebbe il suo significato reale?
L’egittologo ceco, Miroslav Verner specializzato in storia e archeologia dell’Università di Praga, avanza l’ipotesi che, consapevole dell’immane impresa in cui si era impegnato, Hemiunu, perfettamente conscio delle enormi difficoltà e rischi cui andava incontro nell’intraprendere un’opera mai tentata prima, non abbia pensato che, nel caso di una prematura dipartita del sovrano, questi si sarebbe trovato privo di una tomba in cui giacere. Non è quindi da escludere l’ipotesi che questa camera avesse le funzioni di riserva, l’assenza di un sarcofago e del complicato meccanismo di chiusura si sarebbe potuto risolvere all’occorrenza, per Hemiunu non doveva costituire un problema. Volutamente la camera non sarebbe stata completata (vedi il pavimento mancante) anche se stranamente si sarebbe comunque proseguito nella costruzione dei condotti. Con il completamento della camera del re, con la messa in opera del tetto a doppio spiovente, i condotti della camera della regina vennero interrotti e chiusi.
Dalle esplorazioni effettuate con i vari robot (dei quali parleremo più avanti) è emerso che i condotti si interrompono circa allo stesso livello del vertice della capriata che sovrasta la camere di scarico della camera del re.
Nel 1872, Dixon e Grant trovarono i condotti sotto alcuni centimetri di pietra nella camera, il perché questi si interrompono prima di sbucare nella parete esterna della piramide è un mistero che forse non conosceremo mai. I condotti vennero per lungo tempo trascurati dagli studiosi per l’impossibilità di effettuare ulteriori ricerche date le ridotte dimensioni (20 x 20 cm) degli stessi.
Alcuni avanzano l’ipotesi che i condotti avrebbero svolto una funzione astronomica; nel 1982 Robert Bauval, ingegnere edile studioso di Egittologia, che abbiamo già incontrato in precedenza, durante una visita al museo del Cairo osservò una fotografia aerea della piana di Giza. Trovando curioso il disallineamento della piramide di Micerino rispetto alle altre due, approfondì i suoi studi che portò avanti con il giornalista e scrittore Graham Hancock. Nel libro pubblicato congiuntamente mettono in evidenza la corrispondenza della posizione disallineata della piramide di Micerino rispetto a quelle di Cheope e Chefren e la raffrontano a quella delle stelle della cintura di Orione.
L’egittologia ufficiale rifiuta l’ipotesi di Bauval e Hancock. Io mi fermo qui e rimando gli interessati alla lettura del libro (citato in bibliografia). Se proprio si vuole cercare un’eventuale corrispondenza con le stelle, questa la troviamo; se si traccia una linea ideale che segue il loro percorso, il condotto nord punta sulla stella Beta Ursae Minoris, quello sud punta sulla stella Sirio, sarà un caso oppure una cosa voluta? Questo non lo sapremo mai.
Arriviamo al 1993 quando, l’ingegnere tedesco Rudolf Gantenbrink, con la supervisione dell’archeologo Rainer Stadelmann, ottenne il permesso di poter esplorare i condotti con un piccolo robot che avrebbe dovuto risalire il condotto meridionale della camera della Regina. Gantembrink, affiancato da Ulrich Kapp del GAI e da due ispettori egiziani, introduce il suo piccolo robot, appositamente chiamato come il dio egizio Upuaut, “Colui che apre le strade”.
Nei primi anni 90, Rudolf Gantenbrink, con il Prof. Stadelmann, approfittando di tre sporadici cedimenti nella riottosità di Zahi Hawass, riuscì ad ottenere il permesso di condurre delle esplorazioni all’interno dei condotti della Camera della Regina utilizzando un apposito robot semovente assai simile al Sojourner, sceso su Marte con la missione della NASA Mars Pathfinder nel 1997. Per l’occasione Gantenbrink non scelse un nome a caso, chiamò il suo robot “Upuaut”.
Upuaut era un dio della religione egizia il cui nome significa: “Colui che apre le strade” (nome volutamente appropriato). La divinità si presenta in forma di lupo ed era il dio patrono del XIII nomo, Licopoli. Anch’esso divinità funeraria, data la forma viene spesso scambiato con Anubi.
Sulle tracce degli studi di Hancock, Bauval e Lemesurier, l’ingegnere tedesco bavarese Rudolf Gantenbrink. supponeva che i cosiddetti “condotti di aerazione” presenti nella camera del re ed in quella della regina nella piramide di Cheope, fossero qualcosa di ben diverso da semplici canali di aerazione. Gantenbrink, nel marzo 1992, partì per una prima campagna di due settimane per realizzare un’ispezione video dei minuscoli condotti della camera della regina utilizzando il suo primo robot, appositamente costruito.
Purtroppo, una volta infilato nel condotto qualcosa non funzionò, il robot (che essendo il primo diventerà noto come il “Padre di Upuaut”) si blocca dopo aver percorso solo 9 metri in tutti e due i condotti rivelandosi incapace di proseguire. La telecamera installata dimostra che i cunicoli non sono simbolici ma proseguono correttamente.
Deluso, Gantenbrink torna in Germania e costruisce un nuovo robot che chiama, “Upuaut 1”, anch’esso monta una telecamera ed è dotato di un’asta laser per misurare le dimensioni del condotto. Due mesi dopo Upuaut 1 viene inviato per un tratto più lungo nei due condotti rilevando le misure dei giunti dei blocchi di calcare. Purtroppo anche stavolta sorsero alcuni problemi di funzionamento che impedirono per la seconda volta di completare la spedizione.
Nuovamente tornato in Germania, Gantenbrink dedicò tutto il 1992 alla messa appunto delle modifiche necessarie dopo di che tornò in Egitto e riprese la spedizione iniziata nel 1991. La seconda campagna inizia a marzo del 1993 con un nuovo robot, migliorato grazie all’esperienza maturata in precedenza, sempre costruito da Gantenbrink chiamato per l’occasione “Upuaut 2”, al quale aggiunse un robottino di supporto detto “Rope Climber”.
Questa volta l’operazione viene seguita da una troupe televisiva per le riprese. Upuaut 2 sale per 19 metri nel condotto nord fino a scoprire una vecchia asta di metallo, introdotta e poi lasciata (o dimenticata) durante una spedizione del XIX secolo dall’esploratore Waynman Dixon, a questo punto l’ispezione venne interrotta.
L’operazione continua nel condotto sud incontrando numerosi ostacoli, grazie al Rope Climber viene misurato l’esatto angolo di salita. In un secondo tentativo nel condotto sud, Upuaut 2 prosegue per 53 metri, qui incontra un gradino di 6 centimetri che riesce a superare dopo alcuni giorni di tentativi. Dopo altri 12 metri il condotto appare improvvisamente bloccato da una lastra di pietra, questa presenta una parete completamente liscia con, ai due lati superiori due protuberanze, all’apparenza di bronzo o rame molto corrose, ciò fa pensare ad una porta con due maniglie.
La porta diventerà famosa nella letteratura popolare come “The Door”. Un altro tentativo venne fatto anche nel condotto nord ma poiché dopo 18 metri si presentò una curva venne deciso di interrompere l’esplorazione per non rischiare di incastrare il robot. L’esplorazione nei condotti della Camera della Regina venne quindi interrotta e successivamente, per ragioni che non conosciamo, non venne rinnovata a Gantembrink la concessione per effettuare ulteriori ricerche.
Passarono circa 10 anni prima che il dott. Hawass, (forse incoraggiato dai finanziamenti della National Geographic Society), autorizzasse una nuova missione. Questa volta non si trattava più di Gantembrink ed il protagonista era un nuovo robot, il “Pyramid Rover”.
Tutto si fermò per una decina di anni e più nessuno parlò dei condotti della Camera della Regina. Ad un certo punto si presentò la National Geographic Society (NGS), una delle più grandi istituzioni scientifiche ed educative no profit al mondo, alla quale Zahi Hawass (forse incoraggiato dai finanziamenti offerti), autorizzò una nuova missione. Questa comportava l’esplorazione dei condotti per mezzo di un robot di nuova concezione, il “Pyramid Rover” (costato sei mesi di lavoro e più di 250.000 dollari).
L’operazione ebbe luogo sotto la supervisione dell’immancabile Hawass e di Mark Lehener, direttore del “Giza Plateau Mapping Project” e venne trasmessa in diretta sul canale televisivo National Geographic il 17 settembre 2002. Penso che molti di voi l’avranno vista. Il Rover procedette facendo presa sia sul pavimento irregolare del cunicolo, sia sulla superficie del soffitto, ricorrendo a complessi algoritmi progettati per affrontare ogni ostacolo e mettendo a punto la giusta strategia per proseguire il cammino.
Il Rover era dotato di una intelligenza artificiale che gli permetteva di agire in totale autonomia. Alimentato per mezzo di un cavo che lo teneva fisicamente collegato al team di scienziati il “Piramid Rover” dispone di un corpo in alluminio e sette motori indipendenti che animano le varie parti strutturali di cui è composto permettendogli di adattare il suo lento cammino al percorso irregolare dello stretto cunicolo: ad ogni ostacolo il robot è in grado di mettere in atto la giusta strategia per proseguire il cammino in modo autonomo. Percorsi circa 50 metri alla velocità di 1,5 metri al minuto, supera lo scalino alto quasi 6 cm già riscontrato in precedenza dal robot Upuaut, proseguendo poi fino ad arrivare alla famosa Porta di Gantenbrink (di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente). Utilizzando un piccolo trapano di cui era dotato, eseguì un foro del diametro di pochi millimetri nella roccia calcarea, la punta del perforatore avanzò lentamente fino a trovarsi dall’altra parte della lastra.
Il mio spirito indagatore a questo punto si mette in moto. Perché venne inviato fin lassù un trapano dotato di una punta più o meno lunga per praticare un foro nella “Porta di Gantenbrink? Chi lo aveva detto che quella era una lastra sottile di calcare? Poteva benissimo essere un blocco massiccio. Considerando che il tutto avveniva “in diretta” sotto gli occhi del mondo, non è che per caso qualcuno sapeva già che oltre la lastra c’era il vuoto? Il Rover, ritrasse la punta perforante ed inserì con precisione chirurgica una micro-camera in fibra ottica capace di ruotare e zoomare sui particolari che si presentavano agli scienziati per la prima volta nella storia dopo oltre 4.500 anni.
La missione si rivelò un successo, ma al di là della porta non c’era nulla di tutto ciò che la fantasia degli studiosi più accreditati avevano fino ad allora supposto: nessuna camera sepolcrale, ne statue, ne oggetti, ne antiche raffigurazioni. Dietro la Porta di Gantenbrink, a pochi centimetri di distanza, se ne trova un’altra, molto simile alla prima ma sprovvista di manici di rame e fratturata in modo evidente. In altri termini nulla di sorprendente anche se Zahi Hawass attribuì alla missione un’importanza eccessiva, ritenendo la scoperta di altissimo valore scientifico.
Il 18 settembre 2002 l’operazione venne ripetuta nel condotto nord dove si scoprì una porta del tutto analoga alla precedente. A causa delle agitazioni che hanno coinvolto l’Egitto, come altri paesi arabi, tra il 2010 e il 2011, note come “primavera araba”, il progetto venne interrotto bruscamente poiché il Consiglio Supremo delle Antichità cancellò tutti i permessi per la ricerca.
Tornata la normalità, nel 2011 ha inizio un nuovo progetto che utilizza sempre un Piramid Rover chiamato “Djedi Scoutek UK” (Djedi come il nome del mago che Cheope avrebbe consultato quando progettava la sua piramide) ideato dall’ingegnere Rob Richardson della University of Leeds supportato dalla Dassault Systems francese. Il rover si avvaleva di una telecamera snodabile (micro snake-camera o camera serpente) in grado di documentare anche le pareti laterali del vano scoperto in precedenza.
Il Djedi Scoutek UK è penetrato nel condotto inserendo la sua “snake-camera” all’interno del foro praticato nella porta di Gantenbrink nel 2002 dal suo predecessore Pyramid Rover. Le prime immagini inviate dal robot hanno mostrato un minuscolo locale sulle cui pareti sono presenti numerosi segni realizzati con pittura rossa, secondo alcuni rozzi georoglifici (!).
Luca Miatello, un ricercatore indipendente specializzato nella matematica dell’antico Egitto, ha avanzato l’ipotesi che: “Le marcature siano segni numerici in ieratico. Secondo lui si leggono da destra a sinistra e significano 100, 20, 1. Secondo altri si tratterebbe di appunti di cantiere simili a quelli che vedremo nelle camere di scarico della camera del re, ovvero, segni tracciati dagli operai egizi durante la costruzione della piramide anche se pare che in questo caso si tratti effettivamente di caratteri ieratici. I costruttori semplicemente registrarono la lunghezza totale del cunicolo: 121 cubiti”.
Una domanda mi balza alla mente, ma se gli operai di cantiere usavano contrassegnare i massi come mai gli unici punti dove sono stati riscontrati questi segni si trovano in punti praticamente irraggiungibili? Per quanto riguarda la Camera della Regina a tutt’oggi non si conosce altro, non si sa perché sia stata costruita, non si conosce a cosa fosse adibita e soprattutto rimane il mistero del significato della nicchia e dei cunicoli ciechi; in molti pensano che abbia un qualche significato simbolico-religioso.
LA GRANDE GALLERIA E LA CAMERA DELLE SARACINESCHE
Ora che abbiamo visitato la Camera della Regina ripercorriamo il cunicolo orizzontale fino a raggiungere l’intersezione dei tre cunicoli. Quello che stiamo per vedere è forse l’opera più ardita e spettacolare dell’intera piramide, sollevate lo sguardo, quella che vi trovate di fronte è la “Grande Galleria”, qualcosa che neppure la miglior fotografia gli rende merito, il poterla ammirare per la prima volta non può che lasciarci esterrefatti, senza fiato.
Qui lo stretto cunicolo ascendente, si trasforma in una immensa opera di architettura che il solo pensare che risalga ad oltre 4500 anni fa e sia opera di questo meraviglioso popolo ci lascia allibiti. Pensare che gli antichi egizi l’abbiano costruita quando qui da noi in Europa si era da poco usciti dal neolitico ci fa sentire piccoli e non ci suggerisce nessun aggettivo adatto a definirla. L’impressione è quella di entrare in una di quelle cattedrali che vennero costruite in Europa durante il Medioevo nonostante questa sia larga poco più di 2 metri.
La cosiddetta “Grande Galleria” è alta 8,6 metri e lunga 46,68. Alla base è larga 2,06 metri, ma dopo 2,29 metri i giganteschi blocchi di granito di Assuan rientrano verso l’interno per 7,6 cm su ogni lato. Ci sono 7 di questi gradini aggettanti dopo i quali, alla sommità, la galleria è larga solo 1,04 metri.
Per coloro che non l’hanno ancora visitata ogni descrizione può apparire eccessiva. Quando vi entrai per la prima volta rimasi senza fiato, mi soffermai ad ammirare la precisione con la quale erano stati sistemati quegli enormi blocchi di granito pesanti fino a 70 tonnellate, perfettamente lisciati e combacianti, e per di più posati su un piano inclinato di 26° 31′. E’ già arduo immaginare come siano stati portati fin lassù ma vederli così inclinati riesce difficile immaginare gli accorgimenti che debbono essere stati presi dai costruttori per fermarli in quella posizione vista la ripida inclinazione che li porta ad esercitare un’enorme spinta sul corpo della piramide. La copertura è fatta di blocchi posati in modo leggermente più inclinato rispetto al pavimento, così da incastrare ogni blocco in un incavo ricavato nella sommità della galleria come un dente di un crick.
Il pavimento della Grande Galleria è formato da una rampa liscia centrale larga 1,04 metri, (come il soffitto), e da due rampe disposte su ciascun lato, larghe 51 cm. Ognuna di queste rampe presenta sul pavimento, vicino alla parete, alternate ad intervalli regolari, 27 aperture angolari a ciascuna delle quali corrisponde una nicchia nella parete laterale il cui uso è ignoto. Secondo Borchardt queste aperture servivano per fissare una struttura di travi e assi, si, ma per farci cosa? A tutt’oggi nessuno ha trovato una risposta alla domanda.
L’estremità inferiore della galleria, come accennato sopra, si presenta come un crocevia, infatti in questo punto termina il cunicolo ascendente mentre, sempre da qui, parte il cunicolo orizzontale che conduce alla cosiddetta Camera della Regina da cui arriviamo. In basso nell’angolo inferiore si trova l’apertura del pozzo che conduce al Grotto ed alla Camera sotterranea chiuso da una grata (del quale abbiamo già trattato).
Il perché sia stata costruita un’opera così imponente è, e rimane ancora, un mistero inspiegabile. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sia servita a trattenere i blocchi di granito che ostruiscono l’ingresso principale fino ad ultimazione dei lavori per poi liberarli in modo che scivolassero fino a bloccare l’ingresso. Cioè sarebbe a dire che per far scivolare tre massi di granito che andassero a bloccare l’ingresso della piramide, invece di un cunicolo di poco più di un metro di lato, gli architetti egizi hanno ecceduto in grandezza costruendone uno di 2 metri per 9 metri? Personalmente mi rifiuto di credere che un popolo, che sapeva bene quel che faceva, abbia fatto una cosa così assurda. Se poi il piano offriva anche la possibilità di far scorrere i blocchi di granito va bene, ma direi che è da escludere nel modo più assoluto che questo fosse il suo scopo.
Ma allora qual era lo scopo e l’utilità di costruire un’opera così mastodontica? Forse non lo sapremo mai. Secondo alcuni studiosi quest’opera rappresenterebbe una specie di “cattedrale” per le cerimonie funebri dove si celebravano riti religiosi quali l’”Apertura della bocca” o la “Pesatura del cuore”. Altra cosa poco credibile, sarebbe assurdo pensare che gli antichi egizi abbiano costruito un corridoio alto circa 9 metri, lungo poco meno di 50 metri e largo alla base 2 metri, con una pendenza di 26°, decisamente scomodo per celebrare riti o per porre al suo interno una ipotetica bilancia per la pesa del cuore (anche perché va considerato il fatto che i riti suddetti erano celebrati solo dagli dei). Alcuni studiosi affermano che sarebbe servita a contenere un sistema di contrappesi ed argani destinati al sollevamento dei blocchi più pesanti, cosa che convince ancor meno. Che senso avrebbe costruire un apparato del genere, composto da blocchi enormi, per sollevare altri blocchi enormi.
All’estremità superiore della galleria, sul lato destro, si trova un foro nel soffitto che, attraverso un breve tunnel raggiunge la Camera di scarico inferiore proprio sopra la Camera del Re, ma di questo ne parleremo in un prossimo articolo. In cima alla Grande Galleria è presente un gradone alto 90 cm superato il quale si entra in un cunicolo lungo circa 1 m e alto 111 cm che introduce alla cosiddetta “Camera delle Saracinesche” (o anticamera).
Si tratta di un vano abbastanza piccolo sulle cui pareti sono visibili quattro scanalature, molto probabilmente servivano per contenere delle grandi lastre di granito che, con un complicato sistema di corde venivano abbassate fino al pavimento chiudendo così definitivamente la Camera del Re. A tutt’oggi nessuno è in grado di spiegarne il funzionamento ammesso che la teoria delle saracinesche sia corretta.
Di queste ipotetiche lastre non è stato ritrovato nulla ad esclusione di alcuni piccoli frammenti di granito, trovati da Petrie nel 1881. Questa rimane un’ulteriore fonte di mistero, chi e come si sarebbe portato via quelle pesanti lastre di granito?.
Dalla Camera delle Saracinesche, attraverso un passaggio giungiamo finalmente nella Camera del Re
LA CAMERA DEL RE
Superata la Camera delle Saracinesche (senza sbattere la testa, mi raccomando), abbassiamoci per superare un breve budello alto meno di 1 metro ed entriamo nella Camera del Re. Per uno come me è stata una cosa fantastica, mi sono ritrovato in una meravigliosa “scatola” interamente costruita di granito perfettamente levigato e splendente.
La Camera del Re è un’imponente stanza di 10,47 per 5,23 metri con un soffitto piatto alto circa 6 metri. L’intera camera, pavimento, pareti e soffitto sono stati realizzati con ciclopici blocchi di granito provenienti da Assuan. Il tutto è costruito con una precisione maniacale, perfettamente lisci, i blocchi combaciano in modo tale per cui è impossibile inserire tra loro un foglio di carta. Il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in 400 tonnellate. Il pavimento misura esattamente 10 per 20 cubiti il che fa supporre che l’unità di misura usata, il cubito, rapportata al metro, corrisponda a 0,524 metri e non agli 0,525 metri generalmente usata (ma queste sono quisquilie).
Ci siamo dentro, lo sguardo non sa più dove posarsi, l’impressione è quella di trovarsi in uno scrigno prezioso senza capire come ci siamo arrivati. Osservare l’interno della camera è addirittura impressionante, nel vuoto più assoluto spicca sul fondo un “sarcofago” monolitico in granito rosa, le sue dimensioni sono: 230 x 100 cm circa con un’altezza di circa 1 metro.
Mi avvicino lentamente con fare rispettoso, e come sarebbe possibile altrimenti. Non oso toccarlo mentre lo osservo nei dettagli, l’interno del sarcofago si presenta straordinariamente lisciato, mentre l’esterno è assai meno curato. La cosa che risulta molto strana è che se veramente la piramide è la tomba del faraone pare impossibile che ad un re come Cheope sia stato riservato un sarcofago incompleto, ancor più se si pensa che sono stati ritrovati sarcofagi perfettamente rifiniti dentro e fuori, risalenti allo stesso periodo.
Sorprende comunque la perfezione con la quale è stato costruito, basti pensare che oggi, per la sua durezza, tale materiale viene intagliato con abrasivi quali la polvere di diamante o di carburo di silicio detto carborundum, inutile sottolineare che all’epoca della costruzione del sarcofago il metallo più duro che gli egizi conoscevano era il bronzo (!). Diffidate di chi parla di ferro, quel poco che era conosciuto era ferro meteoritico e di difficile lavorazione, comunque, come ho già detto in precedenza, la durezza del ferro sul duro granito, mi si permetta l’espressione, ci fa un baffo, inoltre va detto che, forse, all’epoca di Cheope non era neppure conosciuto. Inoltre c’è da dire che svuotare un simile monolite con scalpelli senza provocare rotture o crepe nelle pareti è un’impresa che sfiora l’impossibile.
Un’altra sorprendente particolarità del sarcofago è che il volume della roccia che forma le pareti più il fondo, è pari al volume del vuoto dello stesso (coincidenza? Io non credo.). Il sarcofago presenta un angolo superiore rotto ed è privo del coperchio, (forse razziato in antichità o, come si racconta, da Al Mamun che non avendo trovato tesori spezzò il coperchio asportandone i pezzi). Forse non è mai esistito un coperchio (parere personale) perché questa scatola di granito non era un sarcofago.
Ma quanti di voi, visitando la Camera del Re, hanno notato che le dimensioni del sarcofago sono più grandi del condotto che introduce alla camera? A questo punto è evidente che deve essere stato introdotto già durante la costruzione della Piramide prima di procedere alla copertura della camera. Ma con la camera del Re non è finita qui; essa ci riserva ancora altri misteri.
Navigando tra biblioteche e web mi è capitato sotto mano un articolo che non avevo mai letto e personalmente non ricordo che l’argomento sia mai stato trattato nei vari documentari in televisione o da altri media. Nel pavimento della Camera del Re, sotto la parete Nord, proprio a fianco del sarcofago, fino ad alcuni anni fa erano presenti due grossi blocchi di granito che in passato dovevano far parte del pavimento.
Lo storico mamelucco Al-Maqrizi scrisse nel XV secolo che al-Mamun, contrariato dal non aver trovato tesori, nella convinzione che da qualche parte dovessero esserci, fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza ma, deluso, dopo poco desistette. Fino a poco tempo fa, subito accostata alla parete si trovava una grata di metallo che chiudeva una strana apertura praticata da chi e quando non ci è dato a sapere, (forse proprio quella citata da Al-Maqrizi ed attribuita ad al-Mamun).
Nel 1997, venne calata nella grata una piccola telecamera, le riprese mostrano un vano con una parete chiusa con mattoni moderni. Perché?. Chi ha rizzato quella parete? Da alcune foto più recenti si nota che uno dei due blocchi è stato spostato sopra la grata.
Dal 2008 la grata non c’è più, i blocchi sono spariti ed il pavimento si presenta integro (probabilmente i blocchi sono stati utilizzati per chiudere l’apertura e ripristinare l’integrità dal pavimento). Poiché quanto detto sopra è documentato, sorge spontanea una domanda: perché il tutto è stato richiuso? Inutile chiedercelo tanto forse non lo sapremo mai ed il tutto entrerà nella lista dei misteri della piramide.
Come per la camera della Regina, anche quella del Re presenta due condotti, posizionati approssimativamente allo stesso livello e ad un’altezza di 91 cm dal pavimento. A differenza di quelli della Camera della Regina però questi condotti comunicano con l’esterno della piramide, inoltre erano già conosciuti in passato poiché sbucavano nella camera e furono descritti già nel 1610.
Anche per questi condotti non se ne conosce lo scopo, secondo alcuni rappresenterebbero degli allineamenti astronomici. Affermazione forse un po’ azzardata poiché uno di essi segue un percorso irregolare attraverso la struttura, e di conseguenza non si può parlare di allineamento diretto alle stelle. Per tutti e quattro i condotti, la struttura superiore ed entrambe le pareti sono stati ricavate da blocchi appositamente tagliati in modo da formare una sorta di canale di pietra, dopo di che posizionati capovolti mentre il pavimento dei canali è formato dal blocco sottostante. Il condotto settentrionale prosegue in orizzontale per circa 180 cm poi prende una serie di quattro curve, per evitare la Grande Galleria, pur mantenendo la sua angolazione verso l’alto abbastanza costante. Attualmente in uno dei condotti è stata installata una ventola per permettere all’aria di circolare nella camera eliminando l’umidità generata dalla presenza dei numerosi turisti. Ma la camera del Re, nel suo complesso, ci riserva altre sorprese che vedremo nel seguito.
LE CAMERE DI SCARICO
Parlando della Camera del Re abbiamo detto che il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in circa 400 tonnellate, ma non basta, sopra la Camera del Re sono stati realizzati cinque comparti chiamati “erroneamente” “Camere di scarico”.
La prima camera era nota fin dall’antichità per via del passaggio realizzato già dai costruttori che sale dalla Grande Galleria, le altre quattro furono esplorate tra il 1837 ed il 1838 dal colonnello Howard Vyse e da John Shae Perring, che, durante le loro campagne di esplorazioni scavarono dei tunnel verso l’alto. La scarsa sensibilità scientifica di quei periodi in cui la maggior parte di coloro che scavavano in Egitto erano per lo più esploratori e avventurieri in cerca di tesori, indusse i due ad aprirsi la strada facendo anche uso della dinamite (!). A ciascuna delle cinque “stanze” i vari esploratori assegnarono un nome. La prima camera, la più bassa, venne chiamata Camera Davidson, in onore a Nathaniel Davison che nel 1765 vi entrò per primo, la seconda venne chiamata Camera Wellington, la terza Camera di Lady Arbuthnotr, la quarta Camera di Campbell. Il soffitto delle prime quattro camere, come quello della Camera del Re, è composto da enormi travi di granito, lisce nelle parti inferiori e laterali, perfettamente combacianti tra di loro, ma molto difformi nella parte superiore. Non offrendo alcuna visibilità le ciclopiche travi non sarebbero state rifinite nella parte superiore ma allora perché in quella inferiore si?.
La quinta camera posta in alto ha il soffitto a capriata formato da grandi massi disposti obliquamente. Come ho già accennato in precedenza, diversamente dal corpo della piramide, la Camera del Re, pavimento, pareti e soffitto e tutte le camere di scarico, compresa la capriata sono costruite interamente con blocchi di granito di Assuan di diverse misure.
Molti ritengono che queste camere bassissime avessero lo scopo di scaricare e ridistribuire l’enorme peso della massa di pietra sovrastante che verrebbe a gravare sul soffitto della Camera del Re. Ma non è così! Per questo ho scritto “erroneamente” chiamate Camere di Scarico. Se le leggi della fisica statica non sono un’opinione, in presenza di una capriata, la forza costituita dal peso sovrastante si distribuisce lungo gli elementi verticali che la sostengono e, in parte minore, verso l’esterno dove continua a degradare quando incontra altri elementi verticali. Pertanto appare evidente che l’intera struttura, esclusa la capriata, nulla ha a che fare con problemi di statica costruttiva e, quindi, non “scarica” assolutamente nulla. Ciascuna trave dei soffitti, disposta orizzontalmente, non avendo alcun ulteriore peso su tutta la sua lunghezza, scarica sulle pareti della camera soltanto il suo peso, (vedere l’azione delle forze sulla foto).
Se questa struttura è stata costruita così aveva certamente una ragione, questa però non va ricercata nell’ambito della fisica statica con cui nulla ha a che fare. Forse il suo è un significato simbolico, religioso o rituale. Chissà! Ora però ci soffermiamo ancora qualche istante nella camera del Re, non è tempo perso, ci troviamo in un’opera d’arte. Si racconta che durante la campagna d’Egitto Napoleone abbia passato la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1799, solo ed in gran segreto, all’interno della Camera del Re. Il mattino dopo quando uscì il suo volto aveva una strana espressione, quasi traumatizzata. I suoi assistenti gli chiesero se aveva visto qualcosa di strano ma il generale non ne volle parlare e non raccontò mai la sua avventura neppure sul letto di morte.
Una notte nella piramide, disteso all’interno del sarcofago, la passò anche l’ingegnere ricercatore Mario Pincherle che successivamente elaborò la teoria dello “Zed”. Anche altri studiosi, osservando la piramide in sezione, ritengono che il tutto, cioè la camera del Re, sovrastata dalle “Camere di Scarico”, costituirebbero l’esatta rappresentazione, in forma ciclopica, dello “Zed” (o Djed). Lo Zed era il più sacro simbolo dell’Antico Egitto che molte mummie portano al collo e che si ritrova disegnata in centinaia di tombe, la troviamo riprodotta nei gioielli antichi esposti in moltissimi musei.
Secondo Mario Pincherle, lo Zed: “E’ il simbolo dell’asse del mondo, della stabilità, dell’eternità, dell’essere opposto al divenire!”. Nella religione antico egizia, lo Zed (stabilità, presenza) rappresentava la spina dorsale di Osiride, dio dell’Oltretomba, nella quale scorreva il fluido vitale che simboleggiava appunto la stabilità (ddj in egizio da cui Djed). Lo Zed viene rappresentato con un geroglifico formato da un pilastro, che a volte lo troviamo anche in forma antropomorfa con in mano una verga o un bastone. Per gli antichi egizi lo Zed aveva una grande importanza nella simbologia sacra già fin dal neolitico ed era associato ad Osiride. Nelle rappresentazioni viene presentato di colore turchese considerato prezioso. Secondo Pincherle la torre Zed con il “sarcofago di Cheope” sarebbero una sorta di luogo in cui il tempo e lo spazio sembrano modificarsi per la diffusione di onde alfa verso i lobi frontali. Inutile aggiungere che la teoria viene accolta con molto scetticismo dagli studiosi accademici.
La teoria di Pincherle però non tiene conto di due particolari che, pensare che siano stati trascurati dai costruttori della piramide pare quantomeno strano. Primo: il pilastro Zed è sempre rappresentato con quattro sporgenze laterali, quello che sarebbe rappresentato dalle camere di scarico ne riporta cinque; secondo: la sommità dello Zed è sempre rappresentata piatta mentre nella piramide è sovrastato dalla capriata. Nel prossimo articolo vedremo quello che è emerso da una esplorazione approfondita delle camere.
Quale che sia lo scopo delle “Camere di scarico” penso che non lo sapremo mai, però già che ci siamo andiamo a farci un giro al loro interno, non sono molti quelli che ci sono andati e i misteri non sono ancora finiti.
Dallo stretto passaggio, realizzato già in antichità dai costruttori, entriamo nella prima camera, quella subito sopra la Camera del Re, la Camera di Davison dove, come abbiamo detto, nel 1837 passò il maggiore generale Richard William Howard Vyse. In questa sala furono rinvenute delle scritte in rosso su un muro tra cui un cartiglio di forma allungata con il nome di un faraone. Con una buona dose di dinamite, Vise risalì la struttura scoprendo le altre camere.
Ad esclusione della prima sala, le altre quattro camere presentano su alcuni blocchi segni tracciati qua e là con vernice rossa che, sempre secondo Vise sarebbero stati lasciati dai lavoratori addetti alle cave. I cartigli vennero inviati al British Museum dove furono letti da un esperto di geroglifici come Samuel Birch che riscontrò la presenza del nome di Khufu, (Cheope) ma anche di quello di. Khnum-Khufu. Si decise così definitivamente di attribuire la Grande Piramide al faraone Khnum-Khufu (Cheope per l’appunto). Secondo Vise, che li scoprì, questa sarebbe la prima testimonianza moderna che consente l’assegnazione univoca della piramide a questo faraone.
Su questo ritrovamento sono stati però sollevati dubbi da parte di molti archeologi i quali ritengono che, il poco professionale e screditato ricercatore, potesse avere disegnato lui stesso sulle pareti quei pochi sedicenti scritti con lo scopo di dare importanza e giustificazione alla sua disastrosa campagna di scavi. Poiché penso che i più appassionati della storia antico-egizia un po’ di malizia l’avranno già acquisita, credo che come me, si porranno il dilemma: quei “geroglifici” sono veri o sono un falso storico?. Sappiamo benissimo che il mondo abbonda di reperti antico-egizi falsi. Il dibattito continua anche se queste contestazioni sarebbero facilmente verificabili con un’analisi al carbonio 14 del pigmento rosso di detti geroglifici. Questa semplice analisi, però, sembra che non sia mai stata fatta (almeno ufficialmente).
Nonostante le dichiarazioni di Birch, va detto che, ad un più attento esame, gli stessi geroglifici hanno rivelato evidenti errori ortografici, insomma sono scorretti se confrontati con le leggi grammaticali dell’antica lingua egizia; da aggiungere poi che, il tipo di vernice rosso ocra col quale sono stati tracciati corrisponderebbe a quello usato dagli arabi nel periodo degli scavi di Vise.
“Personalmente” concordo con coloro che affermano trattarsi di un falso per diverse ragioni: primo, all’epoca di Cheope, scribi a parte, non credo proprio che esistesse un operaio in grado di capire i geroglifici e tanto meno di tracciarli nelle cave; secondo: se nella cava fossero stati tracciati da uno scriba non si giustificherebbero gli errori grammaticali; terzo: guarda caso con tutti i massi che compongono la piramide solo su quelli che si trovano nei posti più impensabili si trovano geroglifici, quelli nel condotto di aerazione della Camera della Regina (che deve ancora essere stabilito con certezza se si tratta proprio di geroglifici) e e quelli nelle camere di scarico di difficile accesso. Se era una pratica corrente marcare i blocchi se ne dovrebbero trovare anche su molti altri presenti nella piramide.
Va inoltre tenuto in considerazione che durante l’Antico Regno, ma anche per qualche tempo dopo, i geroglifici non erano fatti per essere letti, (da chi poi?). Prima di diventare oggetto di decorazione i geroglifici venivano tracciati nei posti dove nessuno li avrebbe mai visti, basti pensare ai “Testi delle Piramidi” che ornavano le tombe le quali poi venivano chiuse e nessuno li poteva ammirare. Pensiamo al significato del nome, gli egizi li chiamavano “medu netjer”, letteralmente “Parola del Dio” (o parola Sacra), con riferimento al dio Thot cui era attribuita l’invenzione della scrittura, ma sempre “parola” non “scritto”. Furono i greci che, scambiandoli per una forma di scrittura, li chiamarono erroneamente “hieroglyphikós”, parola composta dall’aggettivo “Sacro” e dal verbo “Incidere” con il significato di “segni sacri incisi”.
Ricordo sempre le parole del Prof. Alessandro Roccati, docente di egittologia all’Università di Torino:
<<…..nell’Antico Regno i geroglifici erano simboli sacri che non potevano essere per nessuna ragione tracciati a caso o letti da qualcuno, essi erano la “Parola” sacra, non la “scrittura” tipica delle epoche posteriori……>>.
Per gli scritti amministrativi, contabili e diplomatici veniva usata una scrittura più adatta e veloce, lo ieratico. I saggi Egizi non comunicavano la loro sapienza per mezzo di caratteri scritti, (anche tenuto conto che nessuno avrebbe saputo leggerli), essi nei loro templi e nelle tombe dei sovrani disegnavano figure nei cui contorni era racchiuso il pensiero di ogni cosa. Per ultimo va detto che è perlomeno curioso che in queste camere venissero menzionati due Faraoni, Khufu e Khnum-Khufu. Come si suol dire…….il mistero rimane!
LA CAMERA SEGRETA
Adesso però muoviamoci perché ci troviamo ancora nell’ultima Camera di Scarico e sarà meglio approssimarci all’uscita. Scendiamo fino all’inizio della Grande Galleria, la percorriamo per tutta la sua lunghezza (attenti a non scivolare) e sbuchiamo all’imbocco dei tre cunicoli, quello discendente, quello orizzontale ed il pozzo. Percorriamo ancora alcuni metri nel corridoio discendente fino alla galleria di al-Mamun ed usciamo all’aperto. Ora che siamo fuori ci voltiamo ad osservare ancora una volta la maestosità della Grande Piramide. Adesso che abbiamo visitato tutto il visitabile penso che la Grande Piramide non abbia altro da offrirci se non i numerosi misteri che si porta dietro da millenni. Ma la conoscenza umana non accetta limiti e molti studiosi sono ancora in cerca di svelarne alcuni avvalendosi di una scienza e tecnologia che oggi fa grandi progressi offrendo sempre nuovi strumenti di indagine.
Davvero non ci riserva più nulla questa meravigliosa costruzione? Forse si, forse ci riserva ancora qualcosa che sarebbe emerso da studi recenti compiuti nell’ambito dello “Scan Pyramid Project”, di cui ho già accennato, lo studio, che prosegue ormai da due anni avvalendosi di tecniche innovative di rilevamento, non invasive, basate sulla fisica delle particelle. Viene portato avanti da un team di archeologi sotto la guida di Mehdi Tayoubi dell’Hip Institute di Parigi, e Kunihiro Morishima dell’Università di Nagoya, in Giappone. L’archeoastronomo e matematico italiano Giulio Magli del Politecnico di Milano, che ha seguito l’evolversi degli studi, ci spiega in cosa consiste lo “Scan Pyramid Project”:
<< Lo studio impiega una tecnica particolare chiamata muografia, che permette di “leggere” il cammino di particelle subatomiche (muoni) prodotte dall’interazione dei raggi cosmici provenienti dallo spazio con l’atmosfera terrestre. I muoni seguono traiettorie differenti quando si muovono nell’aria rispetto a quando attraversano le pietre, e dunque sono in grado di svelare la presenza di cavità all’interno di una massa >>.
E’ stata così riscontrata una cavità anomala che si estenderebbe per almeno 30 metri, al di sopra della Grande Galleria. La notizia ha alimentato la curiosità degli archeologi in modo particolare sul contenuto che potrebbe trovarsi nella stanza (se di stanza si tratta). In un primo momento fu avanzata l’ipotesi che la “nuova camera” svolgesse la funzione di alleggerimento del carico sopra la Grande Galleria, ipotesi subito abbandonata in quanto il soffitto della stessa, è già di per se atto a scaricare il peso sovrastante in quanto, come spiegato nei precedenti articoli, è costruito secondo la forma aggettante.
Nell’intento di fornire una spiegazione, Magli fa ricorso ai “Testi delle Piramidi” dove è riportato che, nel suo viaggio verso le stelle imperiture, il faraone doveva attraversare le “porte del cielo”:
<< ……..Sono aperte per te le porte del cielo esci come Horus, come lo sciacallo sul suo fianco, la cui forma supera i suoi nemici e il volto dello sciacallo oltre lui che si nasconde la sua forma……..>>,
(quali porte quelle trovate nei cunicoli?) per potersi sedere sul “Trono di ferro” prima di raggiungere la sua destinazione finale nell’aldilà.
Qui voglio fare una piccola precisazione: tutti parlano di “Trono di ferro” che sarebbe descritto nei “Testi delle Piramidi”, nelle mie ricerche ho trovato una traduzione dei testi delle piramidi effettuata dal Prof. Raymond Oliver Faulkner, egittologo britannico specializzato nella filologia egizia (assistente di Alan Gardiner) non certo l’ultimo arrivato. Nel suo libro “The ancient egyptian pyramid text” (Pag. 188) Faulkner riporta quella che dovrebbe essere la traduzione reale:
<< Siediti dunque sopra il tuo trono di metallo/ prendi la tua mazza e il tuo scettro/possa tu guidare coloro che sono nel Nnw, comanda gli dei/ poni lo spirito nel suo spirito >>. S
e la traduzione del prof. Faulkner è corretta (e per quel che mi riguarda non ho dubbi), vorrei capire perché tutti insistono nel dire ferro, (qualcuno mi può dire come si legge ferro in geroglifico?).
Per quanto riguarda il “Grande Vuoto”, come viene chiamata la camera dagli archeologi, dobbiamo attendere notizie più certe che al momento non siamo ancora in grado di prevedere quando arriveranno. Per quanto riguarda invece il presunto “Trono di ferro” al momento si tratta di pura congettura.
A questo proposito apro una parentesi e non vorrei sembrare pedante ma ci tengo a ricordare che il ferro conosciuto dagli egizi era meteoritico, ovvero ricavato dalle meteoriti ferrose cadute sulla Terra. Anche ammesso che ne avessero trovate a sufficienza va detto che gli Egizi nei loro forni non erano in grado di raggiungere la temperatura sufficiente a fondere il ferro (1538°). I loro forni potevano permettere, nella migliore delle ipotesi, di raggiungere la temperatura necessaria per forgiare il ferro (800°-900°). Inutile ripetere che per fare ciò sono necessari martelli robusti per modellarlo, non bastano pietre e meno che mai mazzuoli di legno. Rimane comunque un mistero la lama del famoso pugnale di Tutankamon.
Ma torniamo a noi, è stato suggerito che il condotto nord della Camera del Re potrebbe sbucare nel “Grande Vuoto”. Supponendo che la Grande Piramide fosse realmente la tomba del faraone Cheope, nella Camera del Re sarebbe stata sepolta la mummia del faraone all’interno del sarcofago mentre nella Camera della Regina, secondo la dott.ssa Kate Spence, potrebbero aver trovato posto gli ushabti del re. Il Ka di Cheope avrebbe potuto salire nel condotto a nord, fermarsi nel “Grande Vuoto” per sedersi sul “Trono di ferro” ed infine attraversare la vita ultraterrena. Mi piace sempre ricordare che il Ka del defunto non necessitava di condotti per raggiungere la Duat, tutte le tombe disponevano di “false porte” attraverso le quali il Ka poteva transitare.
Allo stato attuale, segnala Magli, “……..è infatti difficile dire con sicurezza che il canale nord sfoci proprio nella camera appena scoperta………”.
CHI? – COME? – QUANDO? – PERCHE’?
Ora che abbiamo visitato tutto quanto era possibile visitare nella Piramide di Cheope vorrei riproporre le quattro domande fondamentali, già poste all’inizio, che per me stanno alla base di tutto: chi ha costruito la Piramide? Come hanno fatto a costruirla? Quando è stata costruita? Perché hanno costruito un simile monumento? So che mi attirerò le contestazioni di quelli che conoscono già tutte le risposte ma io, che non le conosco, continuerò ad interpretare e, perché no, ad esporre la mia personale opinione sulle ipotesi che sono state fin qui avanzate.
Come ebbi modo di dire già in precedenza estenderei il discorso relativo alla costruzione delle piramidi fino a quella di Micerino. Perché? Perché sono le uniche che non ci dicono nulla, prive di iscrizioni tipiche delle piramidi successive (qualcuno obietterà che fino alla IV dinastia non era molto in uso decorare le tombe, e questo ci può stare), prive della benché minima traccia di sepoltura, nonostante alcune strane “scatole di pietra” all’interno (sarcofagi?) anch’essi privi di indicazioni, prive di tracce certe sulle quali fondare delle supposizioni e, stando alla realtà dei fatti, nulla ci permette di stabilire con certezza la data della loro costruzione. In poche parole non esiste alcuna prova (almeno per noi comuni mortali) che ci permette di fare affermazioni certe, solo ipotesi che vanno da quelle degli egittologi e studiosi accademici fino alle fantasie più sfrenate ed incredibili dei meno seri (certamente non spetta a me stabilire chi sono gli uni e chi sono gli altri).
Iniziamo dalla prima domanda: chi ha effettivamente costruito un’opera così grandiosa e dispendiosa di energie con costi enormi soprattutto per l’epoca a cui viene attribuita?. Malgrado le numerose ricerche e gli studi che da centinaia di anni sono stati compiuti, la scienza antica e moderna fino ad oggi non è stata in grado di dimostrare e tanto meno provare con assoluta certezza, (e ribadisco “assoluta certezza”), da chi venne costruita la Grande Piramide (soffermiamoci su questa). Gli studiosi ci dicono che si tratta della tomba del faraone Cheope, come abbiamo visto però, nulla ci dimostra l’esattezza di questa affermazione. Ad eccezione di alcuni segni simili a rozzi geroglifici visibili nelle cosiddette camere di scarico della piramide di Cheope di cui abbiamo parlato in precedenza (molto probabilmente falsi), non esiste la benché minima traccia che nella Grande Piramide sia mai stato sepolto qualcuno. Le ipotesi abbondano fino ad arrivare agli extra terrestri, passando per una ipotetica civiltà, vissuta molti anni prima, poi scomparsa forse a causa di qualche cataclisma o cos’altro. Restiamo sull’accademico, forse più semplicemente l’hanno proprio costruita gli egizi, a questo punto però dobbiamo rispondere alle successive domande.
Come? Come è stata costruita un’opera così grandiosa e strana da apparire impensabile per l’epoca in cui è stata costruita? Un’opera di fronte alla quale si troverebbero oggi in difficoltà fior di ingegneri e architetti se fossero chiamati a riprodurla. Sono stati fatti tentativi atti a dimostrare come è stato possibile costruire una piramide, ricordo che tempo fa un team giapponese provò a costruire una piramide alta 50 metri utilizzando massi simili, ricavati con il calcestruzzo, i risultati però furono deludenti e non corrisposero alle aspettative. Sono molti quelli che cercano di spiegare le tecniche che sarebbero state usate, in genere si tratta di studiosi specializzati in costruzioni, ingegneri e architetti con alle spalle anni di esperienza sicuramente più esperti degli archeologi nel loro campo. Non vorrei sembrare polemico ma non dimentichiamo che con tutte le cognizioni e l’esperienza maturata negli anni, oggi cadono ancora palazzi e ponti mentre le piramidi reggono (ma questo è un altro discorso). Non è mia intenzione dilungarmi oltre in questo campo per cui vi rimando alla miriade di testi di eminenti studiosi, alcuni dei quali ho citato nelle fonti e bibliografia (ho detto “eminenti studiosi” nella speranza che sappiate distinguere tra scienza e fantarcheologia).
Passiamo ora alla terza domanda, quando è stata costruita la Grande Piramide?. Anche a questo proposito ci sono intere biblioteche colme di libri di archeologi, egittologi, architetti ed ingegneri che hanno avanzato le loro ipotesi fondate su dati che ciascuno ritiene esaustivi. Se queste piramidi sono state realmente costruite all’epoca dei faraoni ai quali vengono attribuite, questa domanda può essere scartata, ma solo dopo aver risposto alle altre tre. Poiché nulla ci autorizza a pensare che sia proprio così allora cosa possiamo rispondere? Scesero gli alieni un tempo e costruirono loro stessi le piramidi o istruirono (ed aiutarono) gli egizi a farlo? Ho citato gli alieni, vedo già molti saltare sulla loro poltrona, tranquilli non ho alcuna intenzione di proporre questa ipotesi che personalmente ritengo improbabile.
Perché? Chiederà qualcuno. Ammesso che tutto è possibile, al momento nulla ce lo fa pensare. Altri propongono l’idea di una civiltà esistita molti anni prima (12.000 anni fa o più) che raggiunse un grado di sviluppo uguale se non addirittura superiore al nostro, poi estintasi inspiegabilmente. A questo proposito va detto che al mondo esistono innumerevoli testimonianze che potrebbero farci propendere per questa ipotesi. Personalmente debbo dire che il pensiero mi ha sfiorato e quanto meno incuriosito. Un amico (che non posso citare) sostiene che esisterebbero prove che lo confermerebbero. Ultima domanda, forse la più intrigante: Perché? Perché un popolo il cui pensiero più grande era quello di sopravvivere, decide di intraprendere una simile avventura? Per dare una tomba al suo sovrano considerato un Dio? Le tombe già esistevano ed erano anche complesse, le mastabe reali spiccavano per la loro magnificenza, e dove il corpo del sovrano veniva giustamente affidato alla terra. Nella Piramide di Cheope sappiamo che non è mai stata trovata traccia di sepoltura. Inoltre la struttura stessa della piramide, in modo particolare quella interna, così complessa e diversa dalle altre, ci induce a sollevare numerosi dubbi. Le sepolture, prima e dopo Cheope, venivano sempre fatte dagli Egizi nelle profondità, nelle viscere della Terra, mai ad un livello superiore del terreno che rappresentava l’orizzonte, la linea di separazione fra il Cielo e la Terra. <<…….Terra, inghiotti quello che è uscito da te…….>>, (dai testi delle piramidi). Perché mai dunque Cheope, e solo lui, avrebbe deciso di farsi seppellire lassù in alto? E se la Piramide non fosse una tomba? Ma se non era una tomba, allora cos’era? Mi piace a questo punto usare le parole del poeta: ”Ai posteri l’ardua sentenza”, già………ma i posteri siamo noi! A questo punto abbiamo concluso il discorso riferito alla Grande Piramide in quanto tale, ma la piramide era solo una parte del complesso funerario del faraone Cheope, certo la più importante, ora vedremo di farci un giro intorno ad essa per vedere cosa ci attende fuori.
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