Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – DENTRO LA PIRAMIDE

Di Piero Cargnino

GLI AGGIORNAMENTI SUL NUOVO CORRIDOIO SCOPERTO DA ScanPyramids A CURA DI FRANCK MONNIER SONO DISPONIBILI QUI

LE PRIME ESPLORAZIONI

Naturalmente le piramidi, ed in modo particolare quella di Cheope, non sono solo cumuli massicci di pietre, al loro interno sono presenti corridoi e camere che già di per se costituiscono mirabili opere di ingegneria e architettura. Sicuramente già nell’antichità la piramide di Cheope venne in qualche modo violata, nonostante la cosa si presentasse decisamente ardua, vista la complessità della costruzione e le misure adottate per evitare intrusioni. Per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide anche se dalla stessa veniva asportato il suo rivestimento esterno in calcare.

L’ingresso originale della Grande Piramide si trova sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra dalla linea mediana della facciata ed è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce. Tutto lascia supporre che nell’antichità questo non fosse visibile perché coperto dal rivestimento in calcare della piramide quindi nessuno sapeva della sua esistenza.

Da quanto afferma Strabone di Amasea, nel suo “Geographia”, al cap. XVII, 1,33, si direbbe invece che la cosa fosse risaputa:

<<………Una è appena più grande dell’altra e in alto, quasi a metà di una faccia, reca un masso estraibile; rimuovendolo, c’è un budello sinuoso che porta fino alla camera mortuaria………>>.

Ho detto che per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide, giungiamo quindi al periodo della dominazione araba in Egitto. Molti studiosi arabi medievali, tra cui Masudi, Idrisi, Latif e Al Maqrizi, si cimentarono nello studio di come poter penetrare all’interno della piramide nella convinzione che in essa fossero contenuti chissà quali tesori. Secondo il vescovo Cosma di Gerusalemme (vissuto intorno alla metà dell’VIII secolo d.C.) le piramidi erano i granai delle storie di Giuseppe citate nella Bibbia in Genesi 41. Anche se tale ipotesi non trovò gran seguito, per molti credenti la cosa era vera.

Da diversi scritti islamici e copti si apprende che intorno all’anno 820 d.C. il califfo abbaside Ahu Ja ‘Abd Allah al-Ma’Mun, (più noto come al-Mamun), grande intellettuale desideroso di conoscere, sempre alla ricerca della verità, ispirato dai racconti che si tramandavano dalla notte dei tempi circa enormi tesori che sarebbero stati contenuti all’interno delle piramidi, venne preso dalla smania di verificare se la cosa fosse vera violando la Grande Piramide di Cheope. Al-Mamun fu ispirato principalmente dal racconto della principessa Scheherazade che nella silloge favolistica islamica, “Le mille e una notte”, parlando delle piramidi d’Egitto racconta:

<<………Dicono gli antichi che nell’interno della piramide occidentale vi sono trenta ambienti di granito colorato, pieni di gemme preziose, di monete in quantità e di immagini singolari, strumenti ed armi magnifiche, le quali sono spalmate di unguenti composti con magia, in modo da non arrugginire fino al giorno del giudizio. Si trova nella piramide vetro pieghevole che non si rompe, ogni specie di droghe raffinate e di acque preparate, ed altre cose ancora. Nella piramide sono celate le cronache dei sacerdoti scritte su lastre di granito; ciascun sacerdote ha la sua lastra sulla quale sono iscritte le meraviglie della sua arte e le sue azioni. Sulle pareti vi sono immagini di persone, simili a idoli, che compiono con le mani i lavori di tutte le arti, e queste figure sono sedute su gradinate. Ciascuna piramide ha il suo tesoriere che la custodisce; detti custodi la preservano, attraverso i secoli, da ogni calamità che potrebbe accaderle……..>>.

A questo proposito lo scrittore e storiografo arabo Ibn Abd Hokm, (IX sec.), racconta che, raggiunta la piramide, al-Mamun, non conoscendone l’ingresso, si apprestò ad aprire una breccia nei blocchi di rivestimento, (che all’epoca erano ancora presenti), della parete nord della piramide.

Per realizzare l’impresa, al-Mamun radunò numerosi architetti e capomastri nella speranza, vana purtroppo, di riuscire a rintracciare, sotto lo strato di blocchi di calcare di copertura un ingresso. Ad un certo punto, irritato per non aver trovato nulla, decise di forzare la parete scavando nella roccia un tunnel nella speranza di riuscire a penetrare all’interno. Scelse il centro della facciata settentrionale, al livello del settimo filare di blocchi. Presto però si accorse che, scalpelli e mazzuoli sulla dura roccia non sortivano l’effetto sperato, allora, scrive Hokm:

<<…….Dapprima ammorbidiva la roccia con fuoco e aceto per poi proseguire nella roccia resa ormai friabile. Ci vollero due fabbri, che appuntirono i ferri e gli attrezzi con i quali forzarono l’ingresso e occorse una grande fatica per aprirlo…….>>.

Del fatto esiste anche la conferma dello storico mamelucco Al-Maqrizi, che scrive nel XV secolo, il cui testo, tradotto in francese da Urbain Bouriant, si intitola “Description topographique et historique de l’Egypte”:

<<……… Gli operai scaldavano con il fuoco i blocchi di pietra per poi raffreddarli all’istante rovesciandoci sopra aceto……..>>.

Dopo circa 30 metri di scavo, senza aver trovato nulla, nell’atto di desistere, all’improvviso sentirono un suono sordo provenire da oltre la  parete. Subito venne deviato l’asse di scavo in quella direzione e, dopo alcuni metri, sfociarono nel “Corridoio Discendente”, proprio nel punto dove finisce il terzo tappo di granito.

Da qui il califfo procedette, non senza incontrare altre difficoltà, ad esplorare tutto l’interno della piramide senza però trovare alcun tesoro. Non solo non trovò alcun tesoro ma non trovò proprio nulla tranne un sarcofago di granito rosso nella cosiddetta Camera del Re. Alcune leggende che si sono aggiunte nel tempo raccontano che al-Mamun, fece aprire il sarcofago, che al tempo possedeva ancora il coperchio (questo giustificherebbe l’angolo rotto), ma non vi trovò nulla, né il feretro né il corredo funerario.

Alcune fonti storiche citano un episodio che però non è verificabile, si dice che, avendo trovato vuoto il sarcofago, al-Mamun contrariato decise di portarsi via il coperchio che fece spezzare per poterlo far passare attraverso i cunicoli. Altre fonti contraddicono questa ipotesi asserendo che il sarcofago era già mancante del coperchio che non venne mai trovato. A questo punto al-Mamun, in un ultimo tentativo di trovare qualcosa fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza, ma non trovò nulla (di questi blocchi spostati parleremo quando giungeremo nella Camera del Re). Stando sempre alle leggende si racconta che al-Mamun, per calmare la rabbia dei suoi uomini che reclamavano la paga, abbia fatto trasportare nottetempo, in gran segreto, dentro la piramide un tesoro affinché gli operai lo ritrovassero il giorno dopo. Si nutrono molti dubbi sulla veridicità del racconto di Hokm, ma tuttavia, gonfiate o meno, sono le uniche notizie di cui disponiamo e, secondo molti studiosi, non tenerne conto per nulla sarebbe un grave errore.

Sia stato effettivamente al-Mamun o qualcun altro prima o dopo di lui ad aprire quel passaggio ha poca importanza, una cosa è certa, che da allora, con tutte le tecnologie moderne, per fare un confronto, siamo riusciti a scoprire ben poco di più. Una volta violata, della piramide, se ne perse l’interesse e alla fine del XIV secolo fu sostanzialmente trasformata in cava di calcare. Quello che si evince dai racconti non è confutabile, è scritto. Però a me sorgono alcuni dubbi su tutta la vicenda.

  1. In base a quale considerazione al-Mamun scelse di scavare proprio la parete nord che, guarda caso, è proprio quella dove si trova l’ingresso originario?.
  2. Perché scelse di scavare proprio all’altezza del settimo filare di blocchi che, guarda caso, si trova alla stessa altezza della congiunzione del corridoio ascendente col corridoio discendente in corrispondenza del punto in cui si trovano i tappi di granito?. Non sarebbe stato più agevole iniziare a scavare al livello della base?.
  3. Perché dopo circa 30 metri (appena aggirati i tappi di granito) lo scavo devia proprio verso il corridoio discendente?. I

l racconto di Al-Maqrizi afferma che gli scavatori sentirono un suono sordo oltre la parete e per questo deviarono l’asse di scavo. Permettetemi di dire che tutte queste combinazioni mi suonano strane, non è che per caso il califfo al-Mamun sapesse già benissimo dove scavare?

DENTRO LA PIRAMIDE

Dal momento che il califfo abbaside al-Mamun gentilmente, anche se in modo forse un tantino invasivo, ha provveduto ad aprirci la strada, penso che possiamo introdurci anche noi nella Grande Piramide per esplorare l’interno. Prima però vorrei soffermarmi su di un argomento che ritengo perlomeno curioso ma decisamente interessante. L’entrata originale della piramide, una maestosa opera megalitica costituita da un enorme ingresso sovrastato da possenti lastroni di calcare sovrapposti che formano una capriata dando un’impressione di eccezionale potenza e bellezza.

Invece il tutto è stato inspiegabilmente murato all’interno del profilo piramidale nascosto alla vista dai blocchi di rivestimento che ricoprivano interamente la facciata. Seppure non è utilizzabile, oggi è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce, alcuni ricercatori pensano che in antichità fosse dotato di una porta di pietra a cardini orizzontali. Ma se così fosse non se ne comprende l’utilità poiché l’ingresso fu bloccato dall’interno con tre grossi blocchi di granito.

Questo magnifico ed imponente portale si trova, come detto, sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra della linea mediana della facciata. Se la piramide doveva presentare fin dall’inizio l’aspetto di una costruzione con le facce completamente lisce e splendenti, non si spiega perché i costruttori avrebbero sprecato tempo e fatica per creare un simile maestoso portale d’accesso per poi occultarlo alla vista appena terminato. Quel portale nascosto ha sempre suscitato un dubbio immane, non è che per caso sia l’entrata di una più antica costruzione, magari inizialmente a gradoni, poi trasformata in una piramide a facce lisce in un secondo momento? (la domanda non me la sono posta solo io ma molti studiosi). Chissà, comunque di li non si passa.

Scendiamo alcuni metri più sotto ed incontriamo l’accesso al cunicolo che scavò il califfo al-Mamun, (di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenza). Entriamo ed avanziamo per una trentina di metri circa dopo di che il passaggio gira bruscamente a sinistra per scavalcare i massi che bloccano il cunicolo discendente, i massi sono di granito quindi gli operai arabi proseguirono il tunnel sopra di essi, attraverso la più morbida pietra calcarea, finché non raggiunsero il cunicolo ascendente. Da qui è possibile raggiungere anche il cunicolo discendente, il cui accesso è vietato ai visitatori.

La congiunzione tra il cunicolo discendente e quello ascendente, come già accennato, si trova all’incirca alla stessa altezza della galleria scavata da al-Mamun. Come accennato il cunicolo è sempre chiuso al pubblico ma noi facciamo finta di niente e ci entriamo virtualmente. Percorriamo quindi il cunicolo che si presenta alto 96 cm (attenti alla testa) e largo 1,04 metri, e scende con un angolo di circa 26°.

Dopo oltre 100 metri (di cui 28 attraverso le pietre della piramide e 77 nella base rocciosa), il passaggio prosegue in orizzontale per circa 9 metri fino a sbucare in una camera la cui funzione è del tutto misteriosa.

La “Camera Sotterranea” o Inferiore, (o Fossa) è la struttura più bassa della piramide. Questa si presenta di forma rettangolare, dalle dimensioni approssimative di 14 m di larghezza, 8,3 m di lunghezza e 4,3 m di altezza, ed è visibilmente solo abbozzata. Infatti questa non fu mai terminata e non presenta alcuno sbarramento protettivo all’ingresso. Non avrebbe mai potuto ospitare un sarcofago in pietra in quanto non sarebbe stato possibile farlo passare per lo stretto accesso.

Nella parete sud della camera  troviamo un pozzo profondo circa 3 m dal quale parte uno stretto cunicolo cieco (circa 75 × 78 cm), anch’esso solo abbozzato che prosegue in direzione sud per 16,4 metri. La camera presenta anche un pozzo scavato nel pavimento. Entrambi vennero scavati dagli archeologi Perring e Wyse, durante la loro campagna del 1837 alla ricerca di una stanza sepolcrale nascosta. Questo perché basavano le loro ricerche sulla testimonianza di Erodoto che, nel suo II libro delle “Storie”, riferito all’Egitto (124: 1), aveva scritto:

<<……..il Re costruì le camere, destinate alla sua sepoltura, in un’isola, ch’egli creò col condurre dal Nilo fin là un canale……..il Nilo infatti attraverso un condotto artificiale circonda un isolotto dove pare che Cheope sia seppellito………>>.

Inutile dire che non è mai stato rinvenuto un eventuale canale che portasse le acque del Nilo fino all’eventuale camera citata da Erodoto. Nessuno sa come si spiega la presenza di questa camera, alcuni studiosi avanzano l’ipotesi secondo cui si tratterebbe dell’originale camera sepolcrale, ipogea, come quella di tutti gli altri faraoni prima e dopo Cheope in base al principio che “Il corpo alla terra perché dalla terra è stato creato”, se così non è per quale ragione il faraone avrebbe deciso di farsi seppellire più in alto nella Piramide?

L’egittologo Stadelmann è invece dell’opinione che questa camera sotterranea, ancorché incompiuta, dovesse rappresentare la caverna simbolica del dio dei morti Sokar, il cui luogo di culto più significativo e, forse, addirittura primitivo, era ubicato nell’odierna Giza. Secondo questa ipotesi il faraone deceduto si sarebbe unito simbolicamente a Sokar nella tomba. Altre ipotesi parlano di un diversivo per sviare i tombaroli o più semplicemente che si tratti di una realizzazione già presente prima della costruzione della piramide, magari la camera funeraria di una eventuale mastaba già esistente sulla quale si decise di costruire la piramide. Ma allora a questo punto sarebbe inspiegabile la realizzazione del cunicolo discendente che non avrebbe avuto alcuna utilità.

Torniamo indietro ed appena terminato il tratto orizzontale, alcuni metri oltre, sul soffitto incontriamo l’imbocco della cosiddetta “Tromba del Pozzo”, argomento che tratteremo nel prossimo articolo. Proseguiamo risalendo il cunicolo discendente fino allo sbocco della galleria di al-Mamun, qui ci troviamo a circa 28,2 m dall’ingresso originale dove si presenta un buco quadrato nel soffitto del passaggio discendente, in origine doveva essere nascosto da una lastra di pietra, li ha inizio il Cunicolo ascendente, lungo 39,9 metri, dalle dimensioni di 105 x 125 cm, con un’inclinazione pressoché simile a quella del cunicolo discendente, che prosegue fino all’inizio della “Grande Galleria”.

Come già detto, l’estremità inferiore di questo cunicolo è chiusa da tre enormi blocchi di granito, lunghi ognuno circa 1,5 m. che vanno a bloccare l’ingresso principale.

Ora ci troviamo in un punto particolare (cerchiato in bianco nell’ultima foto), da qui si dipartono tre passaggi. Restiamo sulla prosecuzione del cunicolo ascendente dove al termine troviamo la “Grande Galleria”, un’opera meravigliosa che vorrei paragonare ad una cattedrale medievale, che tratteremo in un capitolo apposito. Nell’angolo inferiore della Galleria una grata blocca l’accesso alla “Tromba del Pozzo”. Nella parte centrale della Grande Galleria incontriamo un’altra grata metallica che chiude l’ingresso al corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina, ma li ci andremo dopo.

LA TROMBA DEL POZZO E IL “GROTTO”

Proprio sotto l’angolo inferiore nord-ovest della Grande Galleria si trova un’apertura, un tempo coperta da una pietra, (oggi bloccata da una grata metallica), da cui si diparte un pozzo verticale, la cosiddetta “Tromba del Pozzo”. Non molti la conoscono perché pochi ne parlano tanto che in alcune rappresentazioni della piramide in sezione non viene neppure indicata.

Si tratta di un cunicolo quasi verticale rivestito da blocchi di calcare perfettamente squadrati. Va detto che questa è un’area della piramide che, più di qualunque altra, è stata trascurata da quasi tutti i ricercatori ed esploratori. Sono pochissime le persone che l’hanno visitata e la ragione è semplicissima, poiché si trova in una posizione praticamente inaccessibile, la discesa nel pozzo deve avvenire per forza con l’aiuto di qualcuno che da sopra regge una corda con la quale calarsi in sicurezza. La ragione per cui è trascurata sta anche nel fatto che molti esperti, pur non soffrendo di claustrofobia, vanno incontro a diversi problemi viste le ridotte dimensioni e la lunghezza del condotto, ed è proprio per la sua pericolosità che la discesa è stata effettuata da pochi. Tra quei pochi che l’hanno visitata, nel XIX secolo ci furono Caviglia, Vyse e Perring, ed infine Smith. Ma noi, che siamo temerari, proveremo ad infilarci dall’accesso ai piedi della Grande Galleria ed a calarci per tutto il percorso. (I claustrofobici e quelli che temono gli scorpioni non mi seguano).

Si scende in verticale per 7 metri, proseguendo, il tunnel scende obliquo, rozzamente scavato nel corpo della piramide per altri 11 metri. A questo punto si incontra la roccia viva ed il tunnel prosegue verticalmente per altri 4 metri fino a sbucare nel ”Grotto” (Grotta).

Il Pozzo, in questo punto, è costituito da 10 strati di blocchi di calcare squadrato grossolanamente, in fondo, sul lato meridionale, presenta un’apertura di 71 centimetri che fornisce una via d’accesso alla Grotta. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sezione della Tromba del Pozzo, alta 3 metri, esistesse già molti secoli prima della piramide e costituisse forse il pozzo per una precedente tomba, la Grotta appunto, come tale quindi sia del tutto indipendente dalla piramide stessa. Anche qui però viene da obiettare: se era preesistente alla piramide, per quale ragione venne collegata tramite un pozzo scavato nel corpo della piramide? Perché la tromba del pozzo prosegue fino ad incontrarsi col cunicolo discendente sicuramente costruito con la piramide? Se lo scopo, in un remoto passato era quello di collegare la Grotta alla Camera sotterranea perché finisce prima, proprio sul cunicolo discendente? Su questo non esistono ipotesi di chicchessia.

Attraversiamo l’apertura ed affacciamoci alla Grotta, in sostanza parrebbe una caverna naturale, secondo alcuni potrebbe trattarsi di un’oasi di terra preesistente nel mezzo della piana di roccia viva che venne poi inglobata nella piramide. La sua conformazione è decisamente strana e misteriosa. Si può descrivere come una caverna bassa di forma irregolare con il pavimento a tre livelli, solo al centro è abbastanza alta da permettere ad un uomo di rimanere eretto.

Non credo che esistano foto della Grotta, quello che possiamo vedere ci proviene dai disegni eseguiti da coloro che l’hanno visitata in passato. Inspiegabile la presenza di un blocco di granito delle dimensioni di 107 x 64 x 50,8 posto in bilico sul pavimento, vicino alla profonda buca centrale; il blocco è attraversato da un foro di 9 centimetri, forse utilizzato per rendere più facile calarlo nella stanza, ma a quale scopo, come mai così in bilico e come fa a starci?. Curioso il fatto che il soffitto, pur essendo compatto, non è composto di dura pietra ma di un agglomerato di piccole pietre, tipo ghiaia, sistemate in modo talmente approssimativo che è sufficiente grattare con le dita per estrarne intere manciate. Sorge spontanea la domanda: quale era la funzione di questa stanza?.

Come detto sopra lo studio della Grotta non è mai stato approfondito e sono poche e superficiali le notizie in proposito presenti nei vari trattati degli archeologi che l’hanno visitata. In sostanza la Grotta sarebbe, come molte altre caverne, considerata un luogo sacro, l’egittologo J. P. Lepre l’ha definita la “dimora degli Dei morti che assistettero il Creatore nel suo atto di creazione”. Come detto, molti studiosi stanno ancora cercando di stabilire per quale ragione è stata integrata nel già complesso sistema di cunicoli della Piramide.

Torniamo nella Tromba del Pozzo che dalla Grotta prosegue, scavato nella viva roccia per 31 metri obliqui, seguono 9 metri con una pendenza maggiore ed infine, dopo 3 metri con pendenza minore, il tunnel si collega al cunicolo discendente nella parte terminale prima che questi prosegua in orizzontale fino alla camera sotterranea (già trattata nel precedente articolo).

Alcuni studiosi sostengono che questo strano cunicolo verticale sia servito da via d’uscita per gli operai subito dopo aver bloccato il cunicolo ascendente, ipotesi rifiutata da molti perché ritenuta non sostenibile. Sarebbe assurdo pensare che alcuni operai siano rimasti all’interno della piramide, abbiano fatto precipitare i massi di granito che bloccano l’ingresso originale poi, completamente al buio, in mancanza d’aria, essendo tutto bloccato, si siano messi a scavare un simile pozzo per raggiungere il cunicolo discendente, risalendo il quale si sarebbero comunque trovati bloccati dai tappi di granito. Da non trascurare inoltre l’assoluta assenza del materiale di risulta dello scavo che si dovrebbe trovare in abbondanza. Altri sostengono che sia stata la via attraverso la quale i predoni hanno raggiunto le camere reali già in antichità, (da cui il nomignolo “passaggio dei ladri”), anche questa assurda ipotesi viene scartata, è impensabile che i saccheggiatori abbiano scavato un simile cunicolo che, combinazione si va a connettere alla Grande Galleria, lo stesso vale se fosse stato iniziato dall’alto verso il basso senza sapere dove sarebbe sbucato. Inoltre se fossero stati i ladri a scavarla anche in questo caso si sarebbero trovate le macerie, per cui il mistero rimane. Di sicuro questo pozzo non fu scoperto dagli operai del Califfo al-Mamun perché troppo impegnati nella battaglia contro i tappi di granito che bloccavano la galleria ascendente.

Senza aver appagato la nostra curiosità, portandoci appresso questo ennesimo mistero, risaliamo il pozzo e torniamo all’imbocco della Grande Galleria.

LA CAMERA DELLA REGINA

Ed eccoci di nuovo all’intersezione dei tre cunicoli, al centro ci troviamo di fronte ad una grata che chiude l’accesso al corridoio centrale, come ho già accennato la grata è quasi sempre chiusa in quanto l’accesso è solitamente inibito ai turisti anche se in alcuni casi viene permessa la visita. Noi, come sempre, facciamo finta di niente ed entriamo lo stesso.

Da qui imbocchiamo il cunicolo orizzontale che presenta una sezione approssimativamente quadra di 1,1 m di lato. Abbassiamo la testa per evitare bernoccoli e ci infiliamo; procediamo per circa 35 m per andare a visitare la cosiddetta “Camera della Regina”.

Per dovere di cronaca va detto che il nome “Camera della Regina” è considerato falso dagli egiziani visto che mai nessuna regina fu sepolta insieme al suo faraone (che forse non vi fu sepolto neppure lui). Infatti le regine, Hetepheres I, madre, Meretites e Henutsen, mogli di Cheope furono sepolte nelle loro tre piramidi minori che si trovano vicino alla grande piramide verso sud-est. Ma ora proseguiamo nel corridoio.

Un po’ prima dell’ingresso alla camera improvvisamente, senza una ragione apparente, il suolo si abbassa di circa 60 cm ed il passaggio diventa alto 1,73 metri, ci troviamo al livello del pavimento della Camera della Regina. Da scartare a priori la tesi di alcuni secondo cui, essendo il pavimento lastricato di blocchi di granito rosa, questi sarebbero stati asportati dai saccheggiatori di pietra. E’ già difficile pensare come avrebbero potuto entrare nella piramide per tutte le ragioni di cui abbiamo già parlato che pensare che si siano inoltrati fin lassù per rubare massi di granito rasenta l’assurdo (in ogni caso diciamo che tutto è possibile). Alcuni studiosi sostengono invece che si sia verificato un cambiamento nel progetto originario per cui gli architetti, o lo stesso Khufu, optarono per una camera funeraria più grande e più in alto (prendetela così).

E’ sorprendente il fatto che questa camera, oltre a trovarsi a metà strada tra le facce nord e sud della piramide occupi una posizione esattamente perpendicolare al vertice della piramide. Prego entriamo, la Camera  misura 5,75 x 5,23 metri, il soffitto è formato da enormi lastroni sistemati a V rovesciata con un’altezza al vertice di 6,23 metri. La camera, compreso il tetto, è costituita interamente in calcare. Il nome gli fu assegnato dai visitatori arabi anche se non esistono prove archeologiche che abbia mai contenuto una sepoltura.

La cosa che colpisce subito appena entrati si trova nella parete ad est, si tratta di una grande nicchia aggettante alta 4,67 metri della quale si ignora il significato, (potrebbe aver contenuto una statua ma nulla lo fa supporre).

Forse gli uomini di al-Mamun, pensando che la nicchia nascondesse un passaggio poi murato, scavarono nella parete di fondo e dopo poco si trovarono di fronte un cunicolo alto 84 cm e largo 100 cm che si fermava dopo soli 7 metri. Altri, o forse gli stessi, continuarono a scavare per ulteriori 7 metri ma poi, non trovando nulla si fermarono. Oggi il cunicolo è chiuso con una grata. La presenza della nicchia e del cunicolo rimangono un mistero, è stato ipotizzato che potesse avere un qualche significato simbolico-religioso.

Come per la Camera del Re, (che vedremo in seguito), anche nella Camera della Regina sono stati ritrovati due condotti di circa 20 x 20 cm che si estendono dalle pareti nord e sud e si fermano a delle porte di pietra, scoperte in epoca recente delle quali parleremo più dettagliatamente in seguito.

I due condotti simili, che si trovano nella Camera del Re, furono descritti già nel 1610 mentre non si conoscevano quelli della Camera della Regina. Nel 1872, Waynman Dixon e il suo amico, il dottor James Grant, decisero di verificare se condotti simili esistessero anche nella camera della Regina, dal momento che erano già presenti nella camera del re. Guardando una sezione della parete meridionale, notarono una crepa nel muro all’incirca nella stessa posizione in cui si trova il cunicolo della Camera del Re. Inserito un lungo filo nella fessura capirono che probabilmente dietro la lastra vi era il vuoto. Dixon assunse allora un falegname di nome Bill Grundy per tagliare la lastra del muro. Venne così scoperta l’esistenza di un canale che si snoda per quasi 3 metri all’interno della piramide, prima di curvare verso l’alto con un angolo di circa 39°. Perché questo condotto, mai terminato, è stato interrotto diversi centimetri all’interno del muro?. Dato che la camera superiore aveva due cunicoli simili, Dixon misurò la posizione, analoga al cunicolo appena scoperto, sulla parete nord e, come previsto, Grundy trovò l’apertura del cunicolo gemello. Venne acceso un fuoco all’interno della camera per scoprire dove sarebbe sbucato il fumo all’esterno, il fumo ristagnò nel condotto nord mentre salì da quello sud ma non fu visto uscire all’esterno della piramide.

A differenza di quelli della Camera del Re, i condotti della Camera della Regina non sfociano all’aperto ma ad un certo punto si interrompono. Come abbiamo già descritto nell’introduzione, Dixon scoprì in uno di questi condotti tre oggetti, una sfera di diorite, un piccolo gancio di bronzo a doppia punta ed un pezzo di legno di cedro lungo circa 13 cm. Mentre i reperti finirono al British Museum, dove sono custoditi tutt’ora, del pezzo di legno di cedro si persero le tracce. Ritrovato nel 2019 venne sottoposto all’esame al radiocarbonio C-14, risultò che risaliva al 3341 a.C., circa sette secoli prima del regno di Cheope.

Il ricercatore bolognese Mario Pincherle (considerato “eretico” per le sue pubblicazioni su argomenti pseudoscientifici di paleotecnologia e archeologia misteriosa), nel 1972, fece un esperimento: inserì un fumogeno all’interno di un condotto della Camera della Regina. Il fumo generato fu in parte rigettato al di fuori del condotto e in parte risucchiato al suo interno. Con questo esperimento, Pincherle, volle dimostrare l’esistenza di nuovi passaggi segreti dove parte del fumo si sarebbe infilato.

Ci fermeremo ancora per un po’ nella Camera della Regina poiché sono ancora molte le curiosità che ci offre. Come abbiamo detto anche qui vennero rinvenuti dei condotti simili a quelli che si trovano nella camera del re e sono gli unici nei quali sono stati rinvenuti dei reperti.

Che funzione avessero questi stretti condotti è del tutto sconosciuta. Qualcuno avanzò l’ipotesi che si trattasse di condotti il cui compito era quello di portare aria all’interno delle camere, da cui il nome di “condotti di aerazione”. La cosa sarebbe accettabile per quanto riguarda la Camera del Re dove i condotti sfociano all’esterno della piramide, ma non può esserlo sicuramente per quelli della camera della regina perché, come abbiamo detto erano chiusi all’interno della camera, ma soprattutto perché, a differenza degli altri, questi non sbucano nemmeno all’esterno, pare che si fermino a circa 6 metri dalla superficie esterna della piramide.

Alcuni studiosi attribuiscono ai condotti una funzione rituale, Stadelmann suggerisce che si tratti di corridoi attraverso i quali il “Ba” (anima) del defunto poteva salire direttamente verso le stelle imperiture. (parere personale, per permettere al Ba di raggiungere l’aldilà sarebbe stata sufficiente una “falsa porta”, presente in tutte le mastabe, la cui realizzazione si sarebbe rivelata meno complicata e dispendiosa).

I suoi oppositori rifiutano questa teoria adducendo il fatto che in nessuna altra piramide, la camera sepolcrale è dotata di condotti simili, (ma tutta la piramide di Cheope è dissimile dalle altre!). Va evidenziato il fatto che, se davvero la piramide era una tomba, la sua costruzione sarà stata pianificata nei minimi dettagli. Il grande architetto Hemiunu avrà sicuramente previsto come sarebbe dovuto venire l’interno della piramide soprattutto dove doveva essere collocata la camera funeraria. E qui sorge un dubbio, se era previsto che la camera funeraria doveva essere costruita dove in effetti si trova, perché costruire un’altra camera più in basso? Per di più perché dotarla pure dei condotti di aerazione? Quale sarebbe il suo significato reale?

L’egittologo ceco, Miroslav Verner specializzato in storia e archeologia dell’Università di Praga, avanza l’ipotesi che, consapevole dell’immane impresa in cui si era impegnato, Hemiunu, perfettamente conscio delle enormi difficoltà e rischi cui andava incontro nell’intraprendere un’opera mai tentata prima, non abbia pensato che, nel caso di una prematura dipartita del sovrano, questi si sarebbe trovato privo di una tomba in cui giacere. Non è quindi da escludere l’ipotesi che questa camera avesse le funzioni di riserva, l’assenza di un sarcofago e del complicato meccanismo di chiusura si sarebbe potuto risolvere all’occorrenza, per Hemiunu non doveva costituire un problema. Volutamente la camera non sarebbe stata completata (vedi il pavimento mancante) anche se stranamente si sarebbe comunque proseguito nella costruzione dei condotti. Con il completamento della camera del re, con la messa in opera del tetto a doppio spiovente, i condotti della camera della regina vennero interrotti e chiusi.

Dalle esplorazioni effettuate con i vari robot (dei quali parleremo più avanti) è emerso che i condotti si interrompono circa allo stesso livello del vertice della capriata che sovrasta la camere di scarico della camera del re.

Nel 1872, Dixon e Grant trovarono i condotti sotto alcuni centimetri di pietra nella camera, il perché questi si interrompono prima di sbucare nella parete esterna della piramide è un mistero che forse non conosceremo mai. I condotti vennero per lungo tempo trascurati dagli studiosi per l’impossibilità di effettuare ulteriori ricerche date le ridotte dimensioni (20 x 20 cm) degli stessi.

Alcuni avanzano l’ipotesi che i condotti avrebbero svolto una funzione astronomica; nel 1982 Robert Bauval, ingegnere edile studioso di Egittologia, che abbiamo già incontrato in precedenza, durante una visita al museo del Cairo osservò una fotografia aerea della piana di Giza. Trovando curioso il disallineamento della piramide di Micerino rispetto alle altre due, approfondì i suoi studi che portò avanti con il giornalista e scrittore Graham Hancock. Nel libro pubblicato congiuntamente mettono in evidenza la corrispondenza della posizione disallineata della piramide di Micerino rispetto a quelle di Cheope e Chefren e la raffrontano a quella delle stelle della cintura di Orione.

L’egittologia ufficiale rifiuta l’ipotesi di Bauval e Hancock. Io mi fermo qui e rimando gli interessati alla lettura del libro (citato in bibliografia). Se proprio si vuole cercare un’eventuale corrispondenza con le stelle, questa la troviamo; se si traccia una linea ideale che segue il loro percorso, il condotto nord punta sulla stella Beta Ursae Minoris, quello sud punta sulla stella Sirio, sarà un caso oppure una cosa voluta? Questo non lo sapremo mai.

Arriviamo al 1993 quando, l’ingegnere tedesco Rudolf Gantenbrink, con la supervisione dell’archeologo Rainer Stadelmann, ottenne il permesso di poter esplorare i condotti con un piccolo robot che avrebbe dovuto risalire il condotto meridionale della camera della Regina. Gantembrink, affiancato da Ulrich Kapp del GAI e da due ispettori egiziani, introduce il suo piccolo robot, appositamente chiamato come il dio egizio Upuaut, “Colui che apre le strade”.

Nei primi anni 90, Rudolf Gantenbrink, con il Prof. Stadelmann, approfittando di tre sporadici cedimenti nella riottosità di Zahi Hawass, riuscì ad ottenere il permesso di condurre delle esplorazioni all’interno dei condotti della Camera della Regina utilizzando un apposito robot semovente assai simile al Sojourner, sceso su Marte con la missione della NASA Mars Pathfinder nel 1997. Per l’occasione Gantenbrink non scelse un nome a caso, chiamò il suo robot  “Upuaut”.

Upuaut era un dio della religione egizia il cui nome significa: “Colui che apre le strade” (nome volutamente appropriato). La divinità si presenta in forma di lupo ed era il dio patrono del XIII nomo, Licopoli. Anch’esso divinità funeraria, data la forma viene spesso scambiato con Anubi.

Sulle tracce degli studi di Hancock, Bauval e Lemesurier, l’ingegnere tedesco bavarese Rudolf Gantenbrink. supponeva che i cosiddetti “condotti di aerazione” presenti nella camera del re ed in quella della regina nella piramide di Cheope, fossero qualcosa di ben diverso da semplici canali di aerazione. Gantenbrink, nel marzo 1992, partì per una prima campagna di due settimane per realizzare un’ispezione video dei minuscoli condotti della camera della regina utilizzando il suo primo robot, appositamente costruito.

Purtroppo, una volta infilato nel condotto qualcosa non funzionò, il robot (che essendo il primo diventerà noto come il “Padre di Upuaut”) si blocca dopo aver percorso solo 9 metri in tutti e due i condotti rivelandosi incapace di proseguire. La telecamera installata dimostra che i cunicoli non sono simbolici ma proseguono correttamente.

Deluso, Gantenbrink torna in Germania e costruisce un nuovo robot che chiama, “Upuaut 1”, anch’esso monta una telecamera ed è dotato di un’asta laser per misurare le dimensioni del condotto. Due mesi dopo Upuaut 1 viene inviato per un tratto più lungo nei due condotti rilevando le misure dei giunti dei blocchi di calcare. Purtroppo anche stavolta sorsero alcuni problemi di funzionamento che impedirono per la seconda volta di completare la spedizione.

Nuovamente tornato in Germania, Gantenbrink dedicò tutto il 1992 alla messa appunto delle modifiche necessarie dopo di che tornò in Egitto e riprese la spedizione iniziata nel 1991. La seconda campagna inizia a marzo del 1993 con un nuovo robot, migliorato grazie all’esperienza maturata in precedenza, sempre costruito da  Gantenbrink chiamato per l’occasione “Upuaut 2”, al quale aggiunse un robottino di supporto detto “Rope Climber”.

Questa volta l’operazione viene seguita da una troupe televisiva per le riprese. Upuaut 2 sale per 19 metri nel condotto nord fino a scoprire una vecchia asta di metallo, introdotta e poi lasciata (o dimenticata) durante una spedizione del XIX secolo dall’esploratore Waynman Dixon, a questo punto l’ispezione venne interrotta.

L’operazione continua nel condotto sud incontrando numerosi ostacoli, grazie al Rope Climber viene misurato l’esatto angolo di salita. In un secondo tentativo nel condotto sud, Upuaut 2 prosegue per 53 metri, qui incontra un gradino di 6 centimetri che riesce a superare dopo alcuni giorni di tentativi. Dopo altri 12 metri il condotto appare improvvisamente bloccato da una lastra di pietra, questa presenta una parete completamente liscia con, ai due lati superiori due protuberanze, all’apparenza di bronzo o rame molto corrose, ciò fa pensare ad una porta con due maniglie.

La porta diventerà famosa nella letteratura popolare come “The Door”. Un altro tentativo venne fatto anche nel condotto nord ma poiché dopo 18 metri si presentò una curva venne deciso di interrompere l’esplorazione per non rischiare di incastrare il robot. L’esplorazione nei condotti della Camera della Regina venne quindi interrotta e successivamente, per ragioni che non conosciamo, non venne rinnovata a Gantembrink la concessione per effettuare ulteriori ricerche.

Passarono circa 10 anni prima che il dott. Hawass, (forse incoraggiato dai finanziamenti della National Geographic Society), autorizzasse una nuova missione. Questa volta non si trattava più di Gantembrink ed il protagonista era un nuovo robot, il “Pyramid Rover”.

Tutto si fermò per una decina di anni e più nessuno parlò dei condotti della Camera della Regina. Ad un certo punto si presentò la National Geographic Society (NGS), una delle più grandi istituzioni scientifiche ed educative no profit al mondo, alla quale Zahi Hawass (forse incoraggiato dai finanziamenti offerti), autorizzò una nuova missione. Questa comportava l’esplorazione dei condotti per mezzo di un robot di nuova concezione, il “Pyramid Rover” (costato sei mesi di lavoro e più di 250.000 dollari).

L’operazione ebbe luogo sotto la supervisione dell’immancabile Hawass e di Mark Lehener, direttore del “Giza Plateau Mapping Project” e venne trasmessa in diretta sul canale televisivo National Geographic il 17 settembre 2002. Penso che molti di voi l’avranno vista. Il Rover procedette facendo presa sia sul pavimento irregolare del cunicolo, sia sulla superficie del soffitto, ricorrendo a complessi algoritmi progettati per affrontare ogni ostacolo e mettendo a punto la giusta strategia per proseguire il cammino.

Il Rover era dotato di una intelligenza artificiale che gli permetteva di agire in totale autonomia. Alimentato per mezzo di un cavo che lo teneva fisicamente collegato al team di scienziati il “Piramid Rover” dispone di un corpo in alluminio e sette motori indipendenti che animano le varie parti strutturali di cui è composto permettendogli di adattare il suo lento cammino al percorso irregolare dello stretto cunicolo: ad ogni ostacolo il robot è in grado di mettere in atto la giusta strategia per proseguire il cammino in modo autonomo. Percorsi circa 50 metri alla velocità di 1,5 metri al minuto, supera lo scalino alto quasi 6 cm già riscontrato in precedenza dal robot Upuaut, proseguendo poi fino ad arrivare alla famosa Porta di Gantenbrink (di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente). Utilizzando un piccolo trapano di cui era dotato, eseguì un foro del diametro di pochi millimetri nella roccia calcarea, la punta del perforatore avanzò lentamente fino a trovarsi dall’altra parte della lastra.

Il mio spirito indagatore a questo punto si mette in moto. Perché venne inviato fin lassù un trapano dotato di una punta più o meno lunga per praticare un foro nella “Porta di Gantenbrink? Chi lo aveva detto che quella era una lastra sottile di calcare? Poteva benissimo essere un blocco massiccio. Considerando che il tutto avveniva “in diretta” sotto gli occhi del mondo, non è che per caso qualcuno sapeva già che oltre la lastra c’era il vuoto? Il Rover, ritrasse la punta perforante ed inserì con precisione chirurgica una micro-camera in fibra ottica capace di ruotare e zoomare sui particolari che si presentavano agli scienziati per la prima volta nella storia dopo oltre 4.500 anni.

La missione si rivelò un successo, ma al di là della porta non c’era nulla di tutto ciò che la fantasia degli studiosi più accreditati avevano fino ad allora supposto: nessuna camera sepolcrale, ne statue, ne oggetti, ne antiche raffigurazioni. Dietro la Porta di Gantenbrink, a pochi centimetri di distanza, se ne trova un’altra, molto simile alla prima ma sprovvista di manici di rame e fratturata in modo evidente. In altri termini nulla di sorprendente anche se Zahi Hawass attribuì alla missione un’importanza eccessiva, ritenendo la scoperta di altissimo valore scientifico.

Il 18 settembre 2002 l’operazione venne ripetuta nel condotto nord  dove si scoprì  una porta del tutto analoga alla precedente. A causa delle agitazioni che hanno coinvolto l’Egitto, come altri paesi arabi, tra il 2010 e il 2011, note come “primavera araba”, il progetto venne interrotto bruscamente poiché il Consiglio Supremo delle Antichità cancellò tutti i permessi per la ricerca.

Tornata la normalità, nel 2011 ha inizio un nuovo progetto che utilizza sempre un Piramid Rover chiamato “Djedi Scoutek UK” (Djedi come il nome del mago che Cheope avrebbe consultato quando progettava la sua piramide) ideato dall’ingegnere Rob Richardson della University of Leeds supportato dalla Dassault Systems francese. Il rover si avvaleva di una telecamera snodabile (micro snake-camera o camera serpente) in grado di documentare anche le pareti laterali del vano scoperto in precedenza.

Il Djedi Scoutek UK è penetrato nel condotto inserendo la sua “snake-camera” all’interno del foro praticato nella porta di Gantenbrink nel 2002 dal suo predecessore Pyramid Rover. Le prime immagini inviate dal robot hanno mostrato un minuscolo locale sulle cui pareti sono presenti numerosi segni realizzati con pittura rossa, secondo alcuni rozzi georoglifici (!).

Luca Miatello, un ricercatore indipendente specializzato nella matematica dell’antico Egitto, ha avanzato l’ipotesi che: “Le marcature siano segni numerici in ieratico. Secondo lui si leggono da destra a sinistra e significano 100, 20, 1. Secondo altri si tratterebbe di appunti di cantiere simili a quelli che vedremo nelle camere di scarico della camera del re, ovvero, segni tracciati dagli operai egizi durante la costruzione della piramide anche se pare che in questo caso si tratti effettivamente di caratteri ieratici. I costruttori semplicemente registrarono la lunghezza totale del cunicolo: 121 cubiti”.

Una domanda mi balza alla mente, ma se gli operai di cantiere usavano contrassegnare i massi come mai gli unici punti dove sono stati riscontrati questi segni si trovano in punti praticamente irraggiungibili? Per quanto riguarda la Camera della Regina a tutt’oggi non si conosce altro, non si sa perché sia stata costruita, non si conosce a cosa fosse adibita e soprattutto rimane il mistero del significato della nicchia e dei cunicoli ciechi; in molti pensano che abbia un qualche significato simbolico-religioso.

LA GRANDE GALLERIA E LA CAMERA DELLE SARACINESCHE

Ora che abbiamo visitato la Camera della Regina ripercorriamo il cunicolo orizzontale fino a raggiungere l’intersezione dei tre cunicoli. Quello che stiamo per vedere è forse l’opera più ardita e spettacolare dell’intera piramide, sollevate lo sguardo, quella che vi trovate di fronte è la “Grande Galleria”, qualcosa che neppure la miglior fotografia gli rende merito, il poterla ammirare per la prima volta non può che lasciarci esterrefatti, senza fiato.

Qui lo stretto cunicolo ascendente, si trasforma in una immensa opera di architettura che il solo pensare che risalga ad oltre 4500 anni fa e sia opera di questo meraviglioso popolo ci lascia allibiti. Pensare che gli antichi egizi l’abbiano costruita quando qui da noi in Europa si era da poco usciti dal neolitico ci fa sentire piccoli e non ci suggerisce nessun aggettivo adatto a definirla. L’impressione è quella di entrare in una di quelle cattedrali che vennero costruite in Europa durante il Medioevo nonostante questa sia larga poco più di 2 metri.

La cosiddetta “Grande Galleria” è alta 8,6 metri e lunga 46,68. Alla base è larga 2,06 metri, ma dopo 2,29 metri i giganteschi blocchi di granito di Assuan rientrano verso l’interno per 7,6 cm su ogni lato. Ci sono 7 di questi gradini aggettanti dopo i quali, alla sommità, la galleria è larga solo 1,04 metri.

Per coloro che non l’hanno ancora visitata ogni descrizione può apparire eccessiva. Quando vi entrai per la prima volta rimasi senza fiato, mi soffermai ad ammirare la precisione con la quale erano stati sistemati quegli enormi blocchi di granito pesanti fino a 70 tonnellate, perfettamente lisciati e combacianti, e per di più posati su un piano inclinato di 26° 31′. E’ già arduo immaginare come siano stati portati fin lassù ma vederli così inclinati riesce difficile immaginare gli accorgimenti che debbono essere stati presi dai costruttori per fermarli in quella posizione vista la ripida inclinazione che li porta ad esercitare un’enorme spinta sul corpo della piramide. La copertura è fatta di blocchi posati in modo leggermente più inclinato rispetto al pavimento, così da incastrare ogni blocco in un incavo ricavato nella sommità della galleria come un dente di un crick.

Il pavimento della Grande Galleria è formato da una rampa liscia centrale larga 1,04 metri, (come il soffitto), e da due rampe disposte su ciascun lato, larghe 51 cm. Ognuna di queste rampe presenta sul pavimento, vicino alla parete, alternate ad intervalli regolari, 27 aperture angolari a ciascuna delle quali corrisponde una nicchia nella parete laterale il cui uso è ignoto. Secondo Borchardt queste aperture servivano per fissare una struttura di travi e assi, si, ma per farci cosa? A tutt’oggi nessuno ha trovato una risposta alla domanda.

L’estremità inferiore della galleria, come accennato sopra, si presenta come un crocevia, infatti in questo punto termina il cunicolo ascendente mentre, sempre da qui, parte il cunicolo orizzontale che conduce alla cosiddetta Camera della Regina da cui arriviamo. In basso nell’angolo inferiore si trova l’apertura del pozzo che conduce al Grotto ed alla Camera sotterranea chiuso da una grata (del quale abbiamo già trattato).

Il perché sia stata costruita un’opera così imponente è, e rimane ancora, un mistero inspiegabile. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sia servita a trattenere i blocchi di granito che ostruiscono l’ingresso principale fino ad ultimazione dei lavori per poi liberarli in modo che scivolassero fino a bloccare l’ingresso. Cioè sarebbe a dire che per far scivolare tre massi di granito che andassero a bloccare l’ingresso della piramide, invece di un cunicolo di poco più di un metro di lato, gli architetti egizi hanno ecceduto in grandezza costruendone uno di 2 metri per 9 metri? Personalmente mi rifiuto di credere che un popolo, che sapeva bene quel che faceva, abbia fatto una cosa così assurda. Se poi il piano offriva anche la possibilità di far scorrere i blocchi di granito va bene, ma direi che è da escludere nel modo più assoluto che questo fosse il suo scopo.

Ma allora qual era lo scopo e l’utilità di costruire un’opera così mastodontica? Forse non lo sapremo mai. Secondo alcuni studiosi quest’opera rappresenterebbe una specie di “cattedrale” per le cerimonie funebri dove si celebravano riti religiosi quali l’”Apertura della bocca” o la “Pesatura del cuore”. Altra cosa poco credibile, sarebbe assurdo pensare che gli antichi egizi abbiano costruito un corridoio alto circa 9 metri, lungo poco meno di 50 metri e largo alla base 2 metri, con una pendenza di 26°, decisamente scomodo per celebrare riti o per porre al suo interno una ipotetica bilancia per la pesa del cuore (anche perché va considerato il fatto che i riti suddetti erano celebrati solo dagli dei). Alcuni studiosi affermano che sarebbe servita a contenere un sistema di contrappesi ed argani destinati al sollevamento dei blocchi più pesanti, cosa che convince ancor meno. Che senso avrebbe costruire un apparato del genere, composto da blocchi enormi, per sollevare altri blocchi enormi.

All’estremità superiore della galleria, sul lato destro, si trova un foro nel soffitto che, attraverso un breve tunnel raggiunge la Camera di scarico inferiore proprio sopra la Camera del Re, ma di questo ne parleremo in un prossimo articolo. In cima alla Grande Galleria è presente un gradone alto 90 cm superato il quale si entra in un cunicolo lungo circa 1 m e alto 111 cm che introduce alla cosiddetta “Camera delle Saracinesche” (o anticamera).

Si tratta di un vano abbastanza piccolo sulle cui pareti sono visibili quattro scanalature, molto probabilmente servivano per contenere delle grandi lastre di granito che, con un complicato sistema di corde venivano abbassate fino al pavimento chiudendo così definitivamente la Camera del Re. A tutt’oggi nessuno è in grado di spiegarne il funzionamento ammesso che la teoria delle saracinesche sia corretta.

Di queste ipotetiche lastre non è stato ritrovato nulla ad esclusione di alcuni piccoli frammenti di granito, trovati da Petrie nel 1881. Questa rimane un’ulteriore fonte di mistero, chi e come si sarebbe portato via quelle pesanti lastre di granito?.

Dalla Camera delle Saracinesche, attraverso un passaggio giungiamo finalmente nella Camera del Re

LA CAMERA DEL RE

Superata la Camera delle Saracinesche (senza sbattere la testa, mi raccomando), abbassiamoci per superare un breve budello alto meno di 1 metro ed entriamo nella Camera del Re. Per uno come me è stata una cosa fantastica, mi sono ritrovato in  una meravigliosa “scatola” interamente costruita di granito perfettamente levigato e splendente.

La Camera del Re è un’imponente stanza di 10,47 per 5,23 metri con un soffitto piatto alto circa 6 metri. L’intera camera, pavimento, pareti e soffitto sono stati realizzati con ciclopici blocchi di granito provenienti da Assuan. Il tutto è costruito con una precisione maniacale, perfettamente lisci, i blocchi combaciano in modo tale per cui è impossibile inserire tra loro un foglio di carta. Il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in 400 tonnellate. Il pavimento misura esattamente 10 per 20 cubiti il che fa supporre che l’unità di misura usata, il cubito, rapportata al metro, corrisponda a 0,524 metri e non agli 0,525 metri generalmente usata (ma queste sono quisquilie).

Ci siamo dentro, lo sguardo non sa più dove posarsi, l’impressione è quella di trovarsi in uno scrigno prezioso senza capire come ci siamo arrivati. Osservare l’interno della camera è addirittura impressionante, nel vuoto più assoluto spicca sul fondo un “sarcofago” monolitico in granito rosa, le sue dimensioni sono: 230 x 100 cm circa con un’altezza di circa 1 metro.

Mi avvicino lentamente con fare rispettoso, e come sarebbe possibile altrimenti. Non oso toccarlo mentre lo osservo nei dettagli, l’interno del sarcofago si presenta straordinariamente lisciato, mentre l’esterno è assai meno curato. La cosa che risulta molto strana è che se veramente la piramide è la tomba del faraone pare impossibile che ad un re come Cheope sia stato riservato un sarcofago incompleto, ancor più se si pensa che sono stati ritrovati sarcofagi perfettamente rifiniti dentro e fuori, risalenti allo stesso periodo.

Sorprende comunque la perfezione con la quale è stato costruito, basti pensare che oggi, per la sua durezza, tale materiale viene intagliato con abrasivi quali la polvere di diamante o di carburo di silicio detto carborundum, inutile sottolineare che all’epoca della costruzione del sarcofago il metallo più duro che gli egizi conoscevano era il bronzo (!). Diffidate di chi parla di ferro, quel poco che era conosciuto era ferro meteoritico e di difficile lavorazione, comunque, come ho già detto in precedenza, la durezza del ferro sul duro granito, mi si permetta l’espressione, ci fa un baffo, inoltre va detto che, forse, all’epoca di Cheope non era neppure conosciuto. Inoltre c’è da dire che svuotare un simile monolite con scalpelli senza provocare rotture o crepe nelle pareti è un’impresa che sfiora l’impossibile.

Un’altra sorprendente particolarità del sarcofago è che il volume della roccia che forma le pareti più il fondo, è pari al volume del vuoto dello stesso (coincidenza? Io non credo.). Il sarcofago presenta un angolo superiore rotto ed è privo del coperchio, (forse razziato in antichità o, come si racconta, da Al Mamun che non avendo trovato tesori spezzò il coperchio asportandone i pezzi). Forse non è mai esistito un coperchio (parere personale) perché questa scatola di granito non era un sarcofago.

Ma quanti di voi, visitando la Camera del Re, hanno notato che le dimensioni del sarcofago sono più grandi del condotto che introduce alla camera? A questo punto è evidente che deve essere stato introdotto già durante la costruzione della Piramide prima di procedere alla copertura della camera. Ma con la camera del Re non è finita qui; essa ci riserva ancora altri misteri.

Navigando tra biblioteche e web mi è capitato sotto mano un articolo che non avevo mai letto e personalmente non ricordo che l’argomento sia mai stato trattato nei vari documentari in televisione o da altri media. Nel pavimento della Camera del Re, sotto la parete Nord, proprio a fianco del sarcofago, fino ad alcuni anni fa erano presenti due grossi blocchi di granito che in passato dovevano far parte del pavimento.

Lo storico mamelucco Al-Maqrizi scrisse nel XV secolo che al-Mamun, contrariato dal non aver trovato tesori, nella convinzione che da qualche parte dovessero esserci, fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza ma, deluso, dopo poco desistette. Fino a poco tempo fa, subito accostata alla parete si trovava una grata di metallo che chiudeva una strana apertura praticata da chi e quando non ci è dato a sapere, (forse proprio quella citata da Al-Maqrizi ed attribuita ad al-Mamun).

Nel 1997, venne calata nella grata una piccola telecamera, le riprese mostrano un vano con  una parete chiusa con mattoni moderni. Perché?. Chi ha rizzato quella parete? Da alcune foto più recenti si nota che uno dei due blocchi è stato spostato sopra la grata.

Dal 2008 la grata non c’è più, i blocchi sono spariti ed il pavimento si presenta integro (probabilmente i blocchi sono stati utilizzati per chiudere l’apertura e ripristinare l’integrità dal pavimento). Poiché quanto detto sopra è documentato, sorge spontanea una domanda: perché il tutto è stato richiuso? Inutile chiedercelo tanto forse non lo sapremo mai ed il tutto entrerà nella lista dei misteri della piramide.

Come per la camera della Regina, anche quella del Re presenta due condotti, posizionati approssimativamente allo stesso livello e ad un’altezza di 91 cm dal pavimento. A differenza di quelli della Camera della Regina però questi condotti comunicano con l’esterno della piramide, inoltre erano già conosciuti in passato poiché sbucavano nella camera e furono descritti già nel 1610.

Anche per questi condotti non se ne conosce lo scopo, secondo alcuni rappresenterebbero degli allineamenti astronomici. Affermazione forse un po’ azzardata poiché uno di essi segue un percorso irregolare attraverso la struttura, e di conseguenza non si può parlare di allineamento diretto alle stelle. Per tutti e quattro i condotti, la struttura superiore ed entrambe le pareti sono stati ricavate da blocchi appositamente tagliati in modo da formare una sorta di canale di pietra, dopo di che posizionati capovolti mentre il pavimento dei canali è formato dal blocco sottostante. Il condotto settentrionale prosegue in orizzontale per circa 180 cm poi prende una serie di quattro curve, per evitare la Grande Galleria, pur mantenendo la sua angolazione verso l’alto abbastanza costante. Attualmente in uno dei condotti è stata installata una ventola per permettere all’aria di circolare nella camera eliminando l’umidità generata dalla presenza dei numerosi turisti. Ma la camera del Re, nel suo complesso, ci riserva altre sorprese che vedremo nel seguito.

LE CAMERE DI SCARICO

Parlando della Camera del Re abbiamo detto che il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in circa 400 tonnellate, ma non basta, sopra la Camera del Re sono stati realizzati cinque comparti chiamati “erroneamente” “Camere di scarico”.

La prima camera era nota fin dall’antichità per via del passaggio realizzato già dai costruttori che sale dalla Grande Galleria, le altre quattro furono esplorate tra il 1837 ed il 1838 dal colonnello Howard Vyse e da John Shae Perring, che, durante le loro campagne di esplorazioni scavarono dei tunnel verso l’alto. La scarsa sensibilità scientifica di quei periodi in cui la maggior parte di coloro che scavavano in Egitto erano per lo più esploratori e avventurieri in cerca di tesori, indusse i due ad aprirsi la strada facendo anche uso della dinamite (!). A ciascuna delle cinque “stanze” i vari esploratori assegnarono un nome. La prima camera, la più bassa, venne chiamata Camera Davidson, in onore a Nathaniel Davison che  nel 1765 vi entrò per primo, la seconda venne chiamata Camera Wellington, la terza Camera di Lady Arbuthnotr, la quarta Camera di Campbell. Il soffitto delle prime quattro camere, come quello della Camera del Re, è composto da enormi travi di granito, lisce nelle parti inferiori e laterali, perfettamente combacianti tra di loro, ma molto difformi nella parte superiore. Non offrendo alcuna visibilità le ciclopiche travi non sarebbero state rifinite nella parte superiore ma allora perché in quella inferiore si?.

La quinta camera posta in alto ha il soffitto a capriata formato da grandi massi disposti obliquamente. Come ho già accennato in precedenza, diversamente dal corpo della piramide, la Camera del Re, pavimento, pareti e soffitto e tutte le camere di scarico, compresa la capriata sono costruite interamente con blocchi di granito di Assuan di diverse misure.

Molti ritengono che queste camere bassissime avessero lo scopo di scaricare e ridistribuire l’enorme peso della massa di pietra sovrastante che verrebbe a gravare sul soffitto della Camera del Re. Ma non è così! Per questo ho scritto “erroneamente” chiamate Camere di Scarico. Se le leggi della fisica statica non sono un’opinione, in presenza di una capriata, la forza costituita dal peso sovrastante si distribuisce lungo gli elementi verticali che la sostengono e, in parte minore, verso l’esterno dove continua a degradare quando incontra altri elementi verticali. Pertanto appare evidente che l’intera struttura, esclusa la capriata, nulla ha a che fare con problemi di statica costruttiva e, quindi, non “scarica” assolutamente nulla. Ciascuna trave dei soffitti, disposta orizzontalmente, non avendo alcun ulteriore peso su tutta la sua lunghezza, scarica sulle pareti della camera soltanto il suo peso, (vedere l’azione delle forze sulla foto).

Se questa struttura è stata costruita così aveva certamente una ragione, questa però non va ricercata nell’ambito della fisica statica con cui nulla ha a che fare. Forse il suo è un significato simbolico, religioso o rituale. Chissà! Ora però ci soffermiamo ancora qualche istante nella camera del Re, non è tempo perso, ci troviamo in un’opera d’arte. Si racconta che durante la campagna d’Egitto Napoleone abbia passato la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1799, solo ed in gran segreto, all’interno della Camera del Re. Il mattino dopo quando uscì il suo volto aveva una strana espressione, quasi traumatizzata. I suoi assistenti gli chiesero se aveva visto qualcosa di strano ma il generale non ne volle parlare e non raccontò mai la sua avventura neppure sul letto di morte.

Una notte nella piramide, disteso all’interno del sarcofago, la passò anche l’ingegnere ricercatore Mario Pincherle che successivamente elaborò la teoria dello “Zed”. Anche altri studiosi, osservando la piramide in sezione, ritengono che il tutto, cioè la camera del Re, sovrastata dalle “Camere di Scarico”, costituirebbero l’esatta rappresentazione, in forma ciclopica, dello “Zed” (o Djed). Lo Zed era il più sacro simbolo dell’Antico Egitto che molte mummie portano al collo e che si ritrova disegnata in centinaia di tombe, la troviamo riprodotta nei gioielli antichi esposti in moltissimi musei.

Secondo Mario Pincherle, lo Zed: “E’ il simbolo dell’asse del mondo, della stabilità, dell’eternità, dell’essere opposto al divenire!”. Nella religione antico egizia, lo Zed (stabilità, presenza) rappresentava la spina dorsale di Osiride, dio dell’Oltretomba, nella quale scorreva il fluido vitale che simboleggiava appunto la stabilità (ddj in egizio da cui Djed). Lo Zed viene rappresentato con un geroglifico formato da un pilastro, che a volte lo troviamo anche in forma antropomorfa con in mano una verga o un bastone. Per gli antichi egizi lo Zed aveva una grande importanza nella simbologia sacra già fin dal neolitico ed era associato ad Osiride. Nelle rappresentazioni viene presentato di colore turchese considerato prezioso. Secondo Pincherle la torre Zed con il “sarcofago di Cheope” sarebbero una sorta di luogo in cui il tempo e lo spazio sembrano modificarsi per la diffusione di onde alfa verso i lobi frontali. Inutile aggiungere che la teoria viene accolta con molto scetticismo dagli studiosi accademici.

La teoria di Pincherle però non tiene conto di due particolari che, pensare che siano stati trascurati dai costruttori della piramide pare quantomeno strano. Primo: il pilastro Zed è sempre rappresentato con quattro sporgenze laterali, quello che sarebbe rappresentato dalle camere di scarico ne riporta cinque; secondo: la sommità dello Zed è sempre rappresentata piatta mentre nella piramide è sovrastato dalla capriata. Nel prossimo articolo vedremo quello che è emerso da una esplorazione approfondita delle camere.

Quale che sia lo scopo delle “Camere di scarico” penso che non lo sapremo mai, però già che ci siamo andiamo a farci un giro al loro interno, non sono molti quelli che ci sono andati e i misteri non sono ancora finiti.

Dallo stretto passaggio, realizzato già in antichità dai costruttori, entriamo  nella prima camera, quella subito sopra la Camera del Re, la Camera di Davison dove, come abbiamo detto, nel 1837 passò il maggiore generale Richard William Howard Vyse. In questa sala furono rinvenute delle scritte in rosso su un muro tra cui un cartiglio di forma allungata con il nome di un faraone. Con una buona dose di dinamite, Vise risalì la struttura scoprendo le altre camere.

Ad esclusione della prima sala, le altre quattro camere presentano su alcuni blocchi segni tracciati qua e là con vernice rossa che, sempre secondo Vise sarebbero stati lasciati dai lavoratori addetti alle cave. I cartigli vennero inviati al British Museum dove furono letti da un esperto di geroglifici come Samuel Birch che riscontrò la presenza del nome di Khufu, (Cheope) ma anche di quello di. Khnum-Khufu. Si decise così definitivamente di  attribuire la Grande Piramide al faraone Khnum-Khufu (Cheope per l’appunto). Secondo Vise, che li scoprì, questa sarebbe la prima testimonianza moderna che consente l’assegnazione univoca della piramide a questo faraone.

Su questo ritrovamento sono stati però sollevati dubbi da parte di molti archeologi i quali ritengono che, il poco professionale e screditato ricercatore, potesse avere disegnato lui stesso sulle pareti quei pochi sedicenti scritti con lo scopo di dare importanza e giustificazione alla sua disastrosa campagna di scavi. Poiché penso che i più appassionati della storia antico-egizia un po’ di malizia l’avranno già acquisita, credo che come me, si porranno il dilemma: quei “geroglifici” sono veri o sono un falso storico?. Sappiamo benissimo che il mondo abbonda di reperti antico-egizi falsi. Il dibattito continua anche se queste contestazioni sarebbero facilmente verificabili con un’analisi al carbonio 14 del pigmento rosso di detti geroglifici. Questa semplice analisi, però, sembra che non sia mai stata fatta (almeno ufficialmente).

Nonostante le dichiarazioni di Birch, va detto che, ad un più attento esame, gli stessi geroglifici hanno rivelato evidenti errori ortografici, insomma sono scorretti se confrontati con le leggi grammaticali dell’antica lingua egizia; da aggiungere poi che, il tipo di vernice rosso ocra col quale sono stati tracciati corrisponderebbe a quello usato dagli arabi nel periodo degli scavi di Vise.

“Personalmente” concordo con coloro che affermano trattarsi di un falso per diverse ragioni: primo, all’epoca di Cheope, scribi a parte, non credo proprio che esistesse un operaio in grado di capire i geroglifici e tanto meno di tracciarli nelle cave; secondo: se nella cava fossero stati tracciati da uno scriba non si giustificherebbero gli errori grammaticali; terzo: guarda caso con tutti i massi che compongono la piramide solo su quelli che si trovano nei posti più impensabili si trovano geroglifici, quelli nel condotto di aerazione della Camera della Regina (che deve ancora essere stabilito con certezza se si tratta proprio di geroglifici) e e quelli nelle camere di scarico di difficile accesso. Se era una pratica corrente marcare i blocchi se ne dovrebbero trovare anche su molti altri presenti nella piramide.

Va inoltre tenuto in considerazione che durante l’Antico Regno, ma anche per qualche tempo dopo, i geroglifici non erano fatti per essere letti, (da chi poi?). Prima di diventare oggetto di decorazione i geroglifici venivano tracciati nei posti dove nessuno li avrebbe mai visti, basti pensare ai “Testi delle Piramidi” che ornavano le tombe le quali poi venivano chiuse e nessuno li poteva ammirare. Pensiamo al significato del nome, gli egizi li chiamavano “medu netjer”, letteralmente “Parola del Dio” (o parola Sacra), con riferimento al dio Thot cui era attribuita l’invenzione della scrittura, ma sempre “parola” non “scritto”. Furono i greci che, scambiandoli per una forma di scrittura, li chiamarono erroneamente “hieroglyphikós”, parola composta dall’aggettivo “Sacro” e dal verbo “Incidere” con il significato di “segni sacri incisi”.

Ricordo sempre le parole del Prof. Alessandro Roccati, docente di egittologia all’Università di Torino:

<<…..nell’Antico Regno i geroglifici erano simboli sacri che non potevano essere per nessuna ragione tracciati a caso o letti da qualcuno, essi erano la “Parola” sacra, non la “scrittura”  tipica delle epoche posteriori……>>.

Per gli scritti amministrativi, contabili e diplomatici veniva usata una scrittura più adatta e veloce, lo ieratico. I saggi Egizi non comunicavano la loro sapienza per mezzo di caratteri scritti, (anche tenuto conto che nessuno avrebbe saputo leggerli), essi nei loro templi e nelle tombe dei sovrani disegnavano figure nei cui contorni era racchiuso il pensiero di ogni cosa. Per ultimo va detto che è perlomeno curioso che in queste camere venissero menzionati due Faraoni, Khufu e Khnum-Khufu. Come si suol dire…….il mistero rimane!

LA CAMERA SEGRETA

Adesso però muoviamoci perché ci troviamo ancora nell’ultima Camera di Scarico e sarà meglio approssimarci all’uscita. Scendiamo fino all’inizio della Grande Galleria, la percorriamo per tutta la sua lunghezza (attenti a non scivolare) e sbuchiamo all’imbocco dei tre cunicoli, quello discendente, quello orizzontale ed il pozzo. Percorriamo ancora alcuni metri nel corridoio discendente fino alla galleria di al-Mamun ed usciamo all’aperto. Ora che siamo fuori ci voltiamo ad osservare ancora una volta la maestosità della Grande Piramide. Adesso che abbiamo visitato tutto il visitabile penso che la Grande Piramide non abbia altro da offrirci se non i numerosi misteri che si porta dietro da millenni. Ma la conoscenza umana non accetta limiti e molti studiosi sono ancora in cerca di svelarne alcuni avvalendosi di una scienza e tecnologia che oggi fa grandi progressi offrendo sempre nuovi strumenti di indagine.

Davvero non ci riserva più nulla questa meravigliosa costruzione? Forse si, forse ci riserva ancora qualcosa che sarebbe emerso da studi recenti compiuti nell’ambito dello “Scan Pyramid Project”, di cui ho già accennato, lo studio, che prosegue ormai da due anni avvalendosi di tecniche innovative di rilevamento, non invasive, basate sulla fisica delle particelle. Viene portato avanti da un team di archeologi sotto la guida di Mehdi Tayoubi dell’Hip Institute di Parigi, e Kunihiro Morishima dell’Università di Nagoya, in Giappone. L’archeoastronomo e matematico italiano Giulio Magli del Politecnico di Milano, che ha seguito l’evolversi degli studi, ci spiega in cosa consiste lo “Scan Pyramid Project”:

<< Lo studio impiega una tecnica particolare chiamata muografia, che permette di “leggere” il cammino di particelle subatomiche (muoni) prodotte dall’interazione dei raggi cosmici provenienti dallo spazio con l’atmosfera terrestre. I muoni seguono traiettorie differenti quando si muovono nell’aria rispetto a quando attraversano le pietre, e dunque sono in grado di svelare la presenza di cavità all’interno di una massa >>.

E’ stata così riscontrata una cavità anomala che si estenderebbe per almeno 30 metri, al di sopra della Grande Galleria. La notizia ha alimentato la curiosità degli archeologi in modo particolare sul contenuto che potrebbe trovarsi nella stanza (se di stanza si tratta). In un primo momento fu avanzata l’ipotesi che la “nuova camera” svolgesse la funzione di alleggerimento del carico sopra la Grande Galleria, ipotesi subito abbandonata in quanto il soffitto della stessa, è già di per se atto a scaricare il peso sovrastante in quanto, come spiegato nei precedenti articoli, è costruito secondo la forma aggettante.

Nell’intento di fornire una spiegazione, Magli fa ricorso ai “Testi delle Piramidi” dove è riportato che, nel suo viaggio verso le stelle imperiture, il faraone doveva attraversare le “porte del cielo”:

<< ……..Sono aperte per te le porte del cielo esci come Horus, come lo sciacallo sul suo fianco, la cui forma supera i suoi nemici e il volto dello sciacallo oltre lui che si nasconde la sua forma……..>>,

(quali porte quelle trovate nei cunicoli?) per potersi sedere sul “Trono di ferro” prima di raggiungere la sua destinazione finale nell’aldilà.

Qui voglio fare una piccola precisazione: tutti parlano di “Trono di ferro” che sarebbe descritto nei “Testi delle Piramidi”, nelle mie ricerche ho trovato una traduzione dei testi delle piramidi effettuata dal Prof. Raymond Oliver Faulkner, egittologo britannico specializzato nella filologia egizia (assistente di Alan Gardiner) non certo l’ultimo arrivato. Nel suo libro “The ancient egyptian pyramid text” (Pag. 188) Faulkner riporta quella che dovrebbe essere la traduzione reale:

<<  Hmsi rk Hr xnD.k pw biA/ Sspn.k HD.k Ams.k/ sSm.k imw Nnw, wD.k mdw n nTr/ di-k Ax m Ax.f  >>.

<< Siediti dunque sopra il tuo trono di metallo/ prendi la tua mazza e il tuo scettro/possa tu guidare coloro che sono nel Nnw, comanda gli dei/ poni lo spirito nel suo spirito  >>. S

e la traduzione del prof. Faulkner è corretta (e per quel che mi riguarda non ho dubbi), vorrei capire perché tutti insistono nel dire ferro, (qualcuno mi può dire come si legge ferro in geroglifico?).

Per quanto riguarda il “Grande Vuoto”, come viene chiamata la camera dagli archeologi, dobbiamo attendere notizie più certe che al momento non siamo ancora in grado di prevedere quando arriveranno. Per quanto riguarda invece il presunto “Trono di ferro” al momento si tratta di pura congettura.

A questo proposito apro una parentesi e non vorrei sembrare pedante ma ci tengo a ricordare che il ferro conosciuto dagli egizi era meteoritico, ovvero ricavato dalle meteoriti ferrose cadute sulla Terra. Anche ammesso che ne avessero trovate a sufficienza va detto che gli Egizi nei loro forni non erano in grado di raggiungere la temperatura sufficiente a fondere il ferro (1538°). I loro forni potevano permettere, nella migliore delle ipotesi, di raggiungere la temperatura necessaria per forgiare il ferro (800°-900°). Inutile ripetere che per fare ciò sono necessari martelli robusti per modellarlo, non bastano pietre e meno che mai mazzuoli di legno. Rimane comunque un mistero la lama del famoso pugnale di Tutankamon.

Ma torniamo a noi, è stato suggerito che il condotto nord della Camera del Re potrebbe sbucare nel “Grande Vuoto”. Supponendo che la Grande Piramide fosse realmente la tomba del faraone Cheope, nella Camera del Re sarebbe stata sepolta la mummia del faraone all’interno del sarcofago mentre nella Camera della Regina, secondo la dott.ssa Kate Spence, potrebbero aver trovato posto gli ushabti del re. Il Ka di Cheope avrebbe potuto salire nel condotto a nord, fermarsi nel “Grande Vuoto” per sedersi sul “Trono di ferro” ed infine attraversare la vita ultraterrena. Mi piace sempre ricordare che il Ka del defunto non necessitava di condotti per raggiungere la Duat, tutte le tombe disponevano di “false porte” attraverso le quali il Ka poteva transitare.

Allo stato attuale, segnala Magli, “……..è infatti difficile dire con sicurezza che il canale nord sfoci proprio nella camera appena scoperta………”.

CHI? – COME? – QUANDO? – PERCHE’?

Ora che abbiamo visitato tutto quanto era possibile visitare nella Piramide di Cheope vorrei riproporre le quattro domande fondamentali, già poste all’inizio, che per me stanno alla base di tutto: chi ha costruito la Piramide? Come hanno fatto a costruirla? Quando è stata costruita? Perché hanno costruito un simile monumento? So che mi attirerò le contestazioni di quelli che conoscono già tutte le risposte ma io, che non le conosco, continuerò ad interpretare e, perché no, ad esporre la mia personale opinione sulle ipotesi che sono state fin qui avanzate.

Come ebbi modo di dire già in precedenza estenderei il discorso relativo alla costruzione delle piramidi fino a quella di Micerino. Perché? Perché sono le uniche che non ci dicono nulla, prive di iscrizioni tipiche delle piramidi successive (qualcuno obietterà che fino alla IV dinastia non era molto in uso decorare le tombe, e questo ci può stare), prive della benché minima traccia di sepoltura, nonostante alcune strane “scatole di pietra” all’interno (sarcofagi?) anch’essi privi di indicazioni, prive di tracce certe sulle quali fondare delle supposizioni e, stando alla realtà dei fatti, nulla ci permette di stabilire con certezza la data della loro costruzione. In poche parole non esiste alcuna prova (almeno per noi comuni mortali) che ci permette di fare affermazioni certe, solo ipotesi che vanno da quelle degli egittologi e studiosi accademici fino alle fantasie più sfrenate ed incredibili dei meno seri (certamente non spetta a me stabilire chi sono gli uni e chi sono gli altri).

Iniziamo dalla prima domanda: chi ha effettivamente costruito un’opera così grandiosa e dispendiosa di energie con costi enormi soprattutto per l’epoca a cui viene attribuita?. Malgrado le numerose ricerche e gli studi che da centinaia di anni sono stati compiuti, la scienza antica e moderna fino ad oggi non è stata in grado di dimostrare e tanto meno provare con assoluta certezza, (e ribadisco “assoluta certezza”), da chi venne costruita la Grande Piramide (soffermiamoci su questa). Gli studiosi ci dicono che si tratta della tomba del faraone Cheope, come abbiamo visto però, nulla ci dimostra l’esattezza di questa affermazione. Ad eccezione di alcuni segni simili a rozzi geroglifici visibili nelle cosiddette camere di scarico della piramide di Cheope di cui abbiamo parlato in precedenza (molto probabilmente falsi), non esiste la benché minima traccia che nella Grande Piramide sia mai stato sepolto qualcuno. Le ipotesi abbondano fino ad arrivare agli extra terrestri, passando per una ipotetica civiltà, vissuta molti anni prima, poi scomparsa forse a causa di qualche cataclisma o cos’altro. Restiamo sull’accademico, forse più semplicemente l’hanno proprio costruita gli egizi, a questo punto però dobbiamo rispondere alle successive domande.

Come? Come è stata costruita un’opera così grandiosa e strana da apparire impensabile per l’epoca in cui è stata costruita? Un’opera di fronte alla quale si troverebbero oggi in difficoltà fior di ingegneri e architetti se fossero chiamati a riprodurla. Sono stati fatti tentativi atti a dimostrare come è stato possibile costruire una piramide, ricordo che tempo fa un team giapponese provò a costruire una piramide alta 50 metri utilizzando massi simili, ricavati con il calcestruzzo, i risultati però furono deludenti e non corrisposero alle aspettative. Sono molti quelli che cercano di spiegare le tecniche che sarebbero state usate, in genere si tratta di studiosi specializzati in costruzioni, ingegneri e architetti con alle spalle anni di esperienza sicuramente più esperti degli archeologi nel loro campo. Non vorrei sembrare polemico ma non dimentichiamo che con tutte le cognizioni e l’esperienza maturata negli anni, oggi cadono ancora palazzi e ponti mentre le piramidi reggono (ma questo è un altro discorso). Non è mia intenzione dilungarmi oltre in questo campo per cui vi rimando alla miriade di testi di eminenti studiosi, alcuni dei quali ho citato nelle fonti e bibliografia (ho detto “eminenti studiosi” nella speranza che sappiate distinguere tra scienza e fantarcheologia).

Passiamo ora alla terza domanda, quando è stata costruita la Grande Piramide?. Anche a questo proposito ci sono intere biblioteche colme di libri di archeologi, egittologi, architetti ed ingegneri che hanno avanzato le loro ipotesi fondate su dati che ciascuno ritiene esaustivi. Se queste piramidi sono state realmente costruite all’epoca dei faraoni ai quali vengono attribuite, questa domanda può essere scartata, ma solo dopo aver risposto alle altre tre. Poiché nulla ci autorizza a pensare che sia proprio così allora cosa possiamo rispondere? Scesero gli alieni un tempo e costruirono loro stessi le piramidi o istruirono (ed aiutarono) gli egizi a farlo? Ho citato gli alieni, vedo già molti saltare sulla loro poltrona, tranquilli non ho alcuna intenzione di proporre questa ipotesi che personalmente ritengo improbabile.

Perché? Chiederà qualcuno. Ammesso che tutto è possibile, al momento nulla ce lo fa pensare. Altri propongono l’idea di una civiltà esistita molti anni prima (12.000 anni fa o più) che raggiunse un grado di sviluppo uguale se non addirittura superiore al nostro, poi estintasi inspiegabilmente. A questo proposito va detto che al mondo esistono innumerevoli testimonianze che potrebbero farci propendere per questa ipotesi. Personalmente debbo dire che il pensiero mi ha sfiorato e quanto meno incuriosito. Un amico (che non posso citare) sostiene che esisterebbero prove che lo confermerebbero. Ultima domanda, forse la più intrigante: Perché? Perché un popolo il cui pensiero più grande era quello di sopravvivere, decide di intraprendere una simile avventura? Per dare una tomba al suo sovrano considerato un Dio? Le tombe già esistevano ed erano anche complesse, le mastabe reali spiccavano per la loro magnificenza, e dove il corpo del sovrano veniva giustamente affidato alla terra. Nella Piramide di Cheope sappiamo che non è mai stata trovata traccia di sepoltura. Inoltre la struttura stessa della piramide, in modo particolare quella interna, così complessa e diversa dalle altre, ci induce a sollevare numerosi dubbi. Le sepolture, prima e dopo Cheope, venivano sempre fatte dagli Egizi nelle profondità, nelle viscere della Terra, mai ad un livello superiore del terreno che rappresentava l’orizzonte, la linea di separazione fra il Cielo e la Terra. <<…….Terra, inghiotti quello che è uscito da te…….>>, (dai testi delle piramidi). Perché mai dunque Cheope, e solo lui, avrebbe deciso di farsi seppellire lassù in alto? E se la Piramide non fosse una tomba? Ma se non era una tomba, allora cos’era? Mi piace a questo punto usare le parole del poeta: ”Ai posteri l’ardua sentenza”, già………ma i posteri siamo noi! A questo punto abbiamo concluso il discorso riferito alla Grande Piramide in quanto tale, ma la piramide era solo una parte del complesso funerario del faraone Cheope, certo la più importante, ora vedremo di farci un giro intorno ad essa per vedere cosa ci attende fuori.

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Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – LA COSTRUZIONE

Di Piero Cargnino

Per quale ragione Cheope abbandonò la necropoli reale di Dashur non ci è dato a sapere, probabilmente perché non vi era più spazio né per il grande complesso che aveva in mente di costruirsi né disponibilità sufficiente di calcare per la sua costruzione ma ancor più forse perché i suoi architetti avevano sondato il suolo presente a Dashur riscontrando che la struttura scistoargillosa del fondo avrebbe compromesso la stabilità della piramide. La scelta cadde dunque su Giza dove un grande sperone roccioso, costituito da roccia calcarea, dall’altopiano si affaccia sulla Valle del Nilo.

L’incombenza di curare la costruzione Cheope l’affidò al suo grande architetto Hemiunu, visir, architetto e sacerdote, di cui abbiamo già parlato nell’introduzione. Fu lui a scegliere la piana di Giza che offriva sia un sottofondo stabile, che una abbondante quantità di calcare di ottima qualità per la costruzione della piramide, che da quasi 5000 anni domina le propaggini rocciose del deserto libico.

Il sito si trova all’inizio del Deserto Occidentale e misura 1,5 per 2 km con un dislivello verso sud-ovest di circa 40 metri. Il suolo su cui poggia la piramide sovrasta di circa 40-50 metri il livello del Nilo in modo tale da offrire una maggiore imponenza all’edificio.

In origine la piana non era proprio piana, si presentava parecchio accidentata con una naturale pendenza di circa 5 gradi. Hemiunu fece dapprima spianare il sito prescelto e, grazie all’immenso lavoro di sbancamento degli operai egiziani, l’altopiano di Giza venne trasformato in una piana dal fondo roccioso e adatto a sopportare il peso che si sarebbe accumulato con la costruzione della piramide. Un simile intervento, con tutte le difficoltà che deve avere rappresentato per un popolo che non conosceva la ruota ne la carrucola, non può che stupirci almeno quanto la costruzione della piramide stessa.

Il sito venne spianato per fornire una superficie pressoché orizzontale; ma non completamente. Studi approfonditi hanno confermato che la piramide incorpori una collinetta di 10–15 m. di altezza dal livello di base perimetrale.

Se a questo aggiungiamo che al di sotto della piramide si trova una camera inferiore non ultimata, si è portati a credere che la piramide sia stata costruita sopra una più piccola piramide o una mastaba preesistenti.

Oggi le fondamenta della piramide presentano un dislivello di circa 2 centimetri, ma tenuto conto del catastrofico terremoto del 1301 a.C., si può tranquillamente pensare che in origine la piramide fosse perfettamente livellata. E veniamo ora alla Grande Piramide vera e propria. Per coloro che ancora non lo sapessero precisiamo che il termine “piramide” è un nome d’origine incerta, deriva dal greco pyramis che significa letteralmente “della forma del fuoco”, ovvero simile a quella della fiamma, larga alla base e terminante a punta, ed è un nome col quale i greci chiamavano un tipico dolce di farro e miele, di forma appuntita.

Secondo alcuni il nome deriverebbe invece dall’assonanza del termine greco con il nome egizio per-em-us, (ciò che va in alto), termine che compare nel Papiro matematico di Ahmes, meglio noto come il Papiro di Rhind, per indicare l’altezza della piramide.

Al contrario delle piramidi dei faraoni che seguirono Micerino, costruite con materiali più scadenti che non hanno resistito più di tanto al passare dei secoli, quelle precedenti, nonostante abbiano affrontato terremoti, e siano state oggetto di saccheggi e devastazioni di ogni tipo, addirittura ridotte a cave di pietra, ancora si presentano più o meno in tutta la loro magnificenza grazie all’uso del calcare al posto dei mattoni di fango del Nilo che saranno utilizzati successivamente anche perché più economici. Il celebre egittologo Mark Lehner ha individuato a circa 300 metri a sud-est della costruzione la cava dove venivano estratti i blocchi di calcare.

<< Questo è il disegno della più straordinaria creazione architettonica che io abbia mai visto e non credo che sia possibile superarla >>,

esclamò Johann Wolfgang von Goethe quando, nel 1787 a Roma, vide il disegno della Grande Piramide tracciato dal viaggiatore francese Louis Cassas. La Grande Piramide, la prima delle sette meraviglie del mondo antico e l’unica giunta fino a noi, un antico detto arabo recita:

“L’uomo teme il tempo, ma il tempo teme le piramidi”.

E le piramidi sono ancora lì. Per ora!. Fin dall’antichità hanno affascinato numerosi autori storici quali Erodoto, Strabone, Diodoro, Plinio e molti altri.

<<……..è attraverso opere come queste che gli uomini ascendono agli dei, oppure gli dei vengono giù dagli uomini……..>>

affermò Filone di Bisanzio nel III secolo a.C. Ora sul fatto che fosse o meno la tomba di Cheope non intendo pronunciarmi, ma sentiamo cosa ne pensavano gli antichi storici, Strabone di Amasea, nel suo “Geographia”, al cap. XVII, 1,33, racconta:

<<………Una è appena più grande dell’altra e in alto, quasi a metà di una faccia, reca un masso estraibile; rimuovendolo, c’è un budello sinuoso che porta fino alla camera mortuaria………>>.

Diodoro Siculo, che si recò in Egitto intorno al 60 a.C., descrive le piramidi nel suo Bibliotheca Historica affermando che:

<<………. la più grande delle tre piramidi fu eretta in onore del secondo faraone della IV dinastia che alcuni hanno riportato come Cheops, Sufis o Khufu……….>>.

Con tutti i dubbi che ci possono essere, con tutte le obiezioni avanzate da molti, noi continueremo a chiamarla come viene chiamata da millenni, la Piramide di Cheope.

Come ci siamo chiesti nell’introduzione, in quanti anni fu costruita? Sappiamo dalle “Storie” di Erodoto di Alicarnasso, del quale però va detto che non è considerato una fonte del tutto affidabile per l’antico Egitto, che occorsero 10 anni per costruire la rampa processionale e 20 per costruire la piramide.

Plinio come Diodoro Siculo parlano di 20 anni. E’ interessante la testimonianza di Diodoro Siculo che afferma che la costruzione della piramide durò 20 anni ma aggiunge che il lavoro è stato possibile grazie all’uso di “terrapieni” che crescevano con la piramide agevolando così la messa in opera dei blocchi non avendo a disposizione macchine in grado di sollevare i blocchi di costruzione, l’idea non sarebbe da scartare.

Diodoro però esprime inoltre la sua perplessità sul fatto che, data l’imponenza che dovevano avere i “terrapieni”, non sia rimasta alcuna traccia del materiale usato per i terrapieni ne quello di risulta del lavoro di levigatura dei blocchi attorno alla piramide. Conclude con una bella espressione:

<<…….sembra che la piramide sia stata collocata in quel luogo, in mezzo alla sabbia, “dalla mano di un Dio”…….>>.

Diodoro racconta che la piramide era ancora in ottime condizioni quando la vide ad eccezione della parte superiore che non presentava più il pyramidion ma una piattaforma di 6 cubiti (circa 3 metri).

Come già accennato nell’introduzione, i 2.500.000 blocchi di roccia calcarea avrebbero dovuto essere sistemati in opera al ritmo di uno ogni 4 minuti circa, giorno e notte per tutti i 20 anni. Per la precisione si stima che di tutti i blocchi utilizzati nella costruzione il 90% circa di essi sia dell’ordine di 1 metro cubo, con peso variabile tra 800 e 1200 kg., l’8% da 1 a 3 metri cubi, pesanti 2,5 – 4 tonnellate.

Tutti questi blocchi sono di calcare mentre per la Camera del Re, le Camere di Scarico e la Grande Galleria sono stati impiegati enormi monoliti di granito del peso variabile da 25 fino ad oltre 80 tonnellate estratti dalle cave di  Assuan e trasportati via fiume e qui perfettamente lavorati e levigati.

Ma il grosso del lavoro consisteva nell’impilare i blocchi, le piramidi dovevano essere costruite a strati dal basso verso l’alto. Nessuno sa con certezza come questi blocchi venissero sollevati.

E’ doveroso fare un accenno a quanto emerso dopo i lavori eseguiti dal team di scienziati del progetto egiziano-internazionale ideato e guidato dall’Università del Cairo e dai francesi del HIP (Heritage Innovation Preservation) ScanPyramids. Il progetto mirava a scansionare le piramidi e rilevare eventuali anomalie termiche che avrebbero rivelato la presenza di vuoti e strutture interne sconosciute.

In effetti la scansionatura della piramide ha dato risultati sorprendenti, nella piramide esisterebbero numerosi “vuoti”. Le cavità che gli scienziati di ScanPyramids hanno rilevato dentro la Piramide di Cheope non sono una nuova scoperta secondo il famoso egittologo Zahi Hawass, ex Ministro delle Antichità. << La piramide è piena di buchi già noti, e comunque non è corretto parlare di nuovi passaggi o camere segrete, ma solo di anomalie o cavità…….>>.

Certo che se, come afferma Hawass, la piramide è piena di buchi viene spontaneo pensare che i blocchi non siano più 2.500.000, cosa che ridurrebbe i tempi di costruzione di non poco.

Ma ora torniamo al problema del reperimento, trasporto e sistemazione dei blocchi. Come detto sopra alcuni esperti ritengono che gli egiziani li trascinassero sulla sabbia facendoli scorrere su grossi tronchi di legno, o su slitte trainate da decine di persone, per poi salire lungo enormi rampe di sabbia per arrivare a sistemarli al loro posto. Le teorie delle rampe sono molte, vediamone alcune delle principali.

  1. La rampa diritta: consisteva in una lunga rampa che partendo dagli strati inferiori veniva completata, a mano a mano che il livello saliva, in altezza a di conseguenza in lunghezza. Con questo tipo di rampa si presenterebbe un problema non indifferente. La pendenza non avrebbe dovuto essere eccessiva, altrimenti le pur forti braccia umane non avrebbero potuto trascinare massi di quel peso, peggio se per lubrificare la pista veniva sparso limo viscido del Nilo, i massi avrebbero facilmente potuto scivolare verso il basso trascinando pure gli operai. Quindi la rampa avrebbe dovuto avere una leggera pendenza, gli esperti la calcolano intorno al 10% al massimo. Fatti due calcoli, con quella pendenza, per arrivare a 146 metri di altezza, la rampa avrebbe dovuto essere lunga oltre un miglio (poco meno di 2 chilometri), costruita con materiale robusto per sopportare il peso, il suo volume sarebbe stato almeno tre volte superiore a quello della piramide.
  2. Una rampa che si snodava poggiando su una faccia della piramide procedendo a zig zag per ridurre la pendenza (no comment).
  3. La rampa avvolgente che partendo dalla cava di pietra a sud-est proseguiva lungo i lati della piramide, in questo caso, oltre al volume enorme che avrebbe comportato bisogna considerare la complessità per gli operai nel curvare ad ogni angolo. 
  4. La rampa a spirale interna, questa prevedeva una rampa esterna per il primo 30% della piramide, quindi sarebbe proseguita con una rampa interna fatta di pietra che sarebbe servita per portare i blocchi ai livelli superiori, in questo caso il problema è più complesso e preferisco non addentrarmi.

Va precisato e non trascurato che l’impiego di rampe, siano esse diritte che avvolgenti deve aver creato un altro grosso problema, la successiva rimozione di tutto il materiale delle rampe il cui volume, come detto, non era certo trascurabile e del quale non esiste traccia.

Abbiamo parlato di rampe per mezzo delle quali gli operai potevano salire trascinando i blocchi di calcare. Su questo punto ci sarebbe ancora una riflessione da fare, immaginiamo che per trascinare blocchi da 1 a 4 ton, occorressero almeno dieci persone, ci troveremmo di fronte ad una processione di squadre che, a breve distanza l’una dall’altra, salgono la rampa con il loro blocco ma nel frattempo un’altra processione di squadre di operai che, dopo aver depositato il blocco devono scendere. Tenendo sempre presente il ritmo con il quale i blocchi dovevano essere sistemati al loro posto: uno ogni quattro minuti circa, dobbiamo immaginare che la rampa avrebbe dovuto avere una larghezza tale da permettere il traffico di andata e ritorno degli operai. Le rampe diventavano quindi ancora più massicce con un volume di materiale enorme per la loro costruzione, più salivano e più dovevano espandersi in lunghezza ed in larghezza. Se pensiamo che il materiale di cui erano formate le rampe era sabbia e ghiaia queste necessitavano di sponde rigide di materiale più robusto (pietre) per fare da argine.

Torniamo ai nostri operai che stanno trascinando i loro blocchi di calcare. Dopo aver trascinato i blocchi fin sotto la costruzione, ed eseguito le operazioni di rifinitura, gli operai dovevano sollevare e trascinare i blocchi in sito, spostarli fino a farli combaciare e se questi ancora non combaciavano alla perfezione procedere ad una ulteriore rifinitura, a questo punto devono necessariamente aver fatto ricorso ad un ingegnoso sistema di leve decisamente robuste, non a semplici pali di legno. Racconta Erodoto nelle sue “Storie”:

<<…..quando si giunse a tal punto della costruzione, le rimanenti pietre furono sollevate con macchine fatte di “legni corti” (!). Venivano sollevate da terra sul primo ordine, da dove venivano tratte su un altro ordine con un’altra macchina. Le macchine erano altrettante quanti erano gli ordini dei gradini……..>>.

E’ evidente che, la costruzione di una “macchina” in grado di sollevare massi di quel peso, fatta con “legni corti” (?), presenta non poche difficoltà, pensare poi di averne una per ogni ordine, già di per se, presuppone conoscenze e disponibilità di mezzi non indifferenti anche tenuto conto che in Egitto il legname da costruzione era un materiale del tutto assente e per procurarlo occorreva organizzare spedizioni in Libano.

Se pensiamo a tutti questi problemi da affrontare viene spontaneo chiedersi: ma in realtà quanto tempo ci volle per costruire la Grande Piramide? Stuart Kirkland Wier del Denver Museum of Natural History, sul “Cambridge Archaeological Journal”, (aprile 1996), ha ipotizzato che la piramide abbia richiesto circa 23 anni di lavoro, il che cambia poco rispetto a quanto affermato dagli storici greci. L’esecuzione dell’opera ci porta ad immaginare un immenso cantiere, anzi più di uno.

Le cave dovevano brulicare di operai, alcuni intenti a staccare i grandi massi dalle pareti della cava, altri a spezzare questi blocchi per renderli più maneggevoli,  altri ancora a procedere alla sgrossatura dei massi più piccoli ricavati dalla frantumazione di quelli più grandi. Intorno ferveva un lavorio di persone intente alla preparazione dei blocchi per il traino, squadre che partivano cariche ed altre che tornavano pronte a ripartire. Un altro grosso cantiere, sicuramente più di uno, doveva trovarsi nei pressi della piramide dove altre squadre di operai scalpellini rifinivano i blocchi secondo la forma necessaria per incastrarli gli uni con gli altri, di qui poi partivano le squadre che salivano le rampe.

C’è da chiedersi che tipo di organizzazione doveva essere in grado di coordinare il tutto. Occhio, stiamo parlando solo delle operazioni pratiche direttamente rivolte alla sistemazione dei blocchi. E’ stato stimato che, per la piramide di Cheope, fossero necessarie non meno di 20-25.000 persone che lavoravano in turni di lavoro alternati. A questo punto dobbiamo porci un altro problema importante, la logistica. La logistica doveva innanzitutto provvedere alla sistemazione dei blocchi in arrivo evitando grossi depositi che avrebbero intralciato il lavoro, fabbricare nuovi utensili da lavoro e riparare quelli rotti nel minor tempo possibile, coordinare il ricambio della turnazione delle squadre, ma non solo, gli operai dovevano anche mangiare, bere, riposarsi, fare i loro bisogni, squadre di medici dovevano essere pronte per ovviare ai numerosi infortuni che si saranno verificati, portatori o portatrici d’acqua rifornivano gli operai, donne, e forse anche uomini, dovevano confezionare quel poco di abbigliamento per tutti.

Ed a tutto questo doveva provvedere un’altra organizzazione non certo meno importante di quella della costruzione della piramide. Nelle campagne doveva svolgersi un febbrile lavoro di semine e raccolti, molte persone dovevano curare la preparazione del cibo per sfamare tutta quella gente, e sul fatto che questi venissero ben nutriti non ci sono dubbi, il corpo di un operaio doveva essere perfetto per poter svolgere il proprio duro lavoro (altro che schiavi malnutriti frustati e maltrattati). Un bel lavoro, che ne dite?.

Teniamo conto inoltre che la piramide non è un solido pieno, un mucchio di pietre perfettamente sistemate ma pur sempre solo un mucchio di pietre. Ma invece non è così, a complicare le cose va detto che, come si sa, la piramide di Cheope al suo interno cela un intricato sistema di cunicoli ascendenti e discendenti, la Grande Galleria, la camera della Regina e quella del Re dalle quali si dipartono obliquamente due “condotti di aerazione” per ciascuna camera, inoltre sulla camera del Re si innalzano le “camere di scarico”.

Di recente si è parlato dell’esistenza di un’ulteriore camera situata sopra alla Grande Galleria. Tenuto conto di quanto detto dal famoso egittologo Zahi Hawass, capo del progetto ScanPyramids per conto del Ministero egiziano delle Antichità, la Grande Piramide sarebbe piena di vuoti. Dieter Arnold, autore del libro ‘Building in Egypt: Pharaonic Stone Masonry’, ha menzionato degli spazi vuoti nella piramide dovuti alle tecniche di costruzione e questi si troverebbero sopra l’ingresso che porta al corridoio discendente e sopra tutti i passaggi, inclusa la Grande Galleria. Il team  del progetto ScanPyramids ha pubblicato un video sul lavoro svolto dove emergono chiare le due cavità scoperte nel 2016. Hawass ha aggiunto:

<< Pensiamo che il Ministro delle Antichità Khaled El-Enany abbia nominato questo comitato scientifico per riesaminare questo lavoro, perché è importante che questi dati vengano rivisti da una squadra che ha trascorso la propria vita lavorando all’interno e intorno alle piramidi >>. 

Abbiamo parlato dei costruttori della piramide, penso sia il caso di spendere due parole per quei poveri diavoli che ci hanno lavorato. Plinio e Diodoro Siculo concordano nell’affermare che per la costruzione occorsero non meno di 360.000 uomini che lavoravano a turno per 20 anni. Erodoto racconta che gli operai impiegati erano 100.000 che lavoravano con turni trimestrali. Oggi molti studiosi pensano che fossero necessarie non meno di 20-25.000 persone che lavoravano a turno.

Comunque sia, e mi ripeto, a costruire la piramide sono stati gli operai egiziani, da sfatare e considerare falso il fatto che a costruirla siano stati degli schiavi oltretutto maltrattati. La manodopera specializzata, in primis, lavorava tutto l’anno in piena libertà mentre la manovalanza era costituita dai fellàhin (contadini di bassa estrazione) che nel periodo dell’alluvione (luglio-settembre), e non solo, prestavano la loro opera a pagamento per il lavoro svolto. Ovvio che il lavoro era durissimo e pericoloso e la sicurezza era quello che era, la disciplina era massima e non bisognava sgarrare, il coordinamento di una massa simile di lavoratori, come già detto, doveva essere molto complessa e non ci si poteva permettere errori. Certo non ricevevano l’accredito sul conto corrente ma erano stipendiati con derrate alimentari, vestiario e quant’altro occorresse alla loro famiglia.

Ora che abbiamo precisato quanto doveroso nei confronti del popolo egizio, torniamo ad esaminare le difficoltà che sono state affrontate per portare a termine un lavoro così mastodontico. Il grosso del lavoro non si limita ai massi di 1 o 4 ton., se teniamo conto che la Grande Galleria, la camera del Re e le camere di scarico sono fatte con blocchi di granito il cui peso varia dalle 70 alle 80 ton. dobbiamo fermarci a riflettere. La costruzione comportava che tutti i vuoti interni della piramide crescessero con la piramide stessa, pertanto era necessario procedere all’allestimento delle varie camere e gallerie interne con i blocchi di granito in contemporanea con la posa in opera dei massi di calcare. Questo ci porta all’ovvia interpretazione che ciascun blocco di calcare necessitava sicuramente ancora di una ulteriore rifinitura in loco per potersi adattare perfettamente ai ciclopici blocchi di granito.

Se vogliamo fermarci a riflette un attimo e pensare ai blocchi da 40 fino a 70 tonnellate della “camera del re”, non possiamo fare a meno di constatare che le suddette operazioni appaiono ai limiti della fisica costruttiva. Una ponderata riflessione ci porterebbe a considerare che gli egizi, all’epoca del faraone Cheope, non sarebbero stati in grado di realizzare una simile costruzione perché non vi erano le condizioni tecniche e tecnologiche necessarie per costruire un’opera colossale di quel tipo in soli 20 anni ma forse anche in molti di più.

Il ricercatore indipendente, dott. Diego Baratono afferma, nella sua opera, che << per estrarre, lavorare, ruotare, capovolgere, spostare sulle slitte, trasportare verso la piramide, poi affrontare la rampa inclinata, arrivare alla quota prevista, posizionare con precisione millimetrica blocchi dal peso di 1 ton. fino a 4 ton,, il tutto senza l’ausilio nemmeno della più rudimentale carrucola, diventa un’operazione da sottoporre ad un attento studio di fattibilità >>.

Come abbiamo potuto constatare il lavoro si presentava assai complesso e non di facile esecuzione, ma la piramide c’è e qualcuno deve pur averla costruita. Per il momento accontentiamoci di prenderne atto limitandoci a considerare ciò che ci dicono gli egittologi accademici senza però trascurare di gettare un occhio anche alle teorie dei “piramidioti” (definizione leggermente offensiva comunque non mia), che spesso tanto idioti poi non lo sono. Adesso proviamo ad iniziare dal lavoro nelle cave dove venivano estratti e scolpiti i blocchi sia di calcare che di granito. Secondo alcuni studiosi le pietre necessarie per la costruzione sarebbero state ricavate utilizzando dei cunei di legno infissi in appositi fori e poi successivamente bagnati in continuazione in modo che dilatandosi spaccassero la roccia, possibile sia nel calcare che nel granito, questo è stato dimostrato.

Bene, a questo punto però si trovavano di fronte a degli enormi massi dalle forme più varie che necessitavano di essere ulteriormente ridotti. Massi che presentavano notevoli irregolarità per cui occorreva un duro lavoro di scalpellatura per ottenere dei massi sufficientemente squadrati, pressappoco delle dimensioni volute, circa un metro cubo. Questi poi venivano trasportati nel cantiere dove venivano perfettamente levigati in modo da poterli far combaciare con gli altri. E qui stiamo parlando di calcare, reperibile in tutta la piana di Giza (ad esclusione del calcare di Tura che si trova a circa 25 km di distanza), definito semiduro nella scala di Mohs (di grado 3-5).

Faccio una breve parentesi per chi non la conoscesse, la Scala di Mohs è un criterio empirico per la valutazione della durezza dei materiali e fu ideata dal mineralogista tedesco Friedrich Mohs nel 1812, in essa vengono elencati i minerali secondo il loro grado di durezza progressivamente da 1 a 10, il primo minerale della serie è il talco l’ultimo il diamante.

I massi di calcare, del peso variabile da 800 kg. a 4 ton. cadauno, costituiscono il 97% di tutto il materiale usato. Avendolo sperimentato personalmente vi garantisco che è già un’impresa lavorarlo con scalpelli di duro acciaio temprato, al vanadio o addirittura widia, percossi con mazzette di acciaio forgiato da 1,5 chilogrammi. Ricordiamo che, a quanto ci risulta dai reperti gli antichi egizi disponevano, al più, di scalpelli in bronzo, indurito addizionando arsenico allo stagno ed al rame, che percuotevano con i famosi mazzuoli di legno (!). Con tali attrezzi avrebbero sgrossato e lisciato due milioni e mezzo di blocchi di calcare.

Ma ora passiamo al granito il cui grado di durezza varia da 5 a 7 nella scala di Mohs; di granito sono fatti i massi più grossi pesanti dalle 20 alle 70-80 ton. perfettamente squadrati e levigati a tal punto che nelle interconnessioni tra un masso e l’altro non ci passa un foglio di carta.

Va ricordato che con l’enorme quantità di pietra lavorata in tutto l’Egitto, dalla preistoria ad oggi, da centinaia di migliaia di operai, gli attrezzi ritrovati, scalpelli e martelli, non sono poi così tanti come si potrebbe supporre ma soprattutto sono sempre e solo in rame o bronzo, per non parlare poi dei martelli che come detto erano in legno o tutt’al più in pietra.

Di ferro non se ne parla, come noto a tutti in Egitto il ferro era praticamente sconosciuto, so già che qualcuno è pronto a ribattere che non è vero perché la lama del famoso pugnale trovato nella tomba di Tutankhamon era di ferro, lo dicono tutti gli studiosi. Certo che era di ferro ma non di quello trovato nelle miniere come oggi, quello utilizzato per il pugnale era di ferro meteoritico, non certo abbondante in natura. Per chi è inesperto il ferro meteoritico è quello delle meteoriti cadute in Egitto come altrove, si distingue dal ferro comune in quanto consiste in una lega di ferro e nikel.

I minerali più comuni dai quali si può estrarre il ferro che tutti conosciamo, tramite lavorazioni specifiche, sono la pirite, l’ilmenite e la goethite. In natura si può trovare solo come ossido di ferro quali la magnetite e l’ematite. Sia il minerale che l’ossido di ferro, ancorché fossero stati in grado di trovarlo, gli egizi non avrebbero potuto lavorarlo in quanto non erano ancora in possesso della tecnologia necessaria a raggiungere, nei loro forni, temperature così alte da fonderlo (1538°). Quel poco ferro meteoritico che lavoravano veniva scaldato a temperature raggiungibili coi loro forni, 700-800 gradi, poi battuto, si ma con cosa? (mazzuoli di legno o con pietre dure?). Lascio a voi ogni considerazione.

Per la cronaca il ferro naturale arrivò in Egitto portato dagli Ittiti che si imposero intorno al 1300 come nuova superpotenza della zona grazie a due innovazioni belliche fondamentali: le armi in ferro ed il cocchio da guerra. Non pensate però che sia finita li, sugli egizi, ed in particolar modo sulle loro colossali costruzioni, non finiremo mai di stupirci. Tornando al lavoro intorno alla piramide per mezzo delle rampe, non possiamo non pensare che trascinare fin lassù gli enormi blocchi di granito  per poi farli combaciare con quelli di calcare con precisione maniacale parrebbe inspiegabile.

I GEOPOLIMERI

Proviamo ad esaminare un’ipotesi che forse è balzata alla mente anche di alcuni di voi. Si tratta tutt’altro che di un’ipotesi da “piramidiota” ma bensì un’ipotesi che nella sua stranezza non è del tutto da scartare e che (personalmente) ritengo molto interessante. Lo scienziato francese Joseph Davidovits, studioso della scienza dei materiali, sulla fine degli anni 70, ha formulato l’ipotesi che i blocchi di calcare non siano di pietra scolpita ma di un composto di polimeri inorganici detti “geopolimeri”.

Formato da una miscela di allumino e silicati (sabbie silicee presenti nel deserto egiziano), soluzione alcalina (calce aerea) ed eventuali additivi, l’impasto genera una reazione chimica che lo fa indurire, a temperatura ambiente, simile a quella del calcestruzzo.

Secondo Davidovits il composto veniva poi “gettato” all’interno di appositi casseri (stampi costruiti in legno) riutilizzabili della forma dei massi. In questo modo, con l’utilizzo di numerosi casseri contemporaneamente, si sarebbero potuti realizzare numerosi blocchi tutti insieme lavorando in più punti della costruzione con un notevole risparmio di tempo e di lavoro; una cosa è trascinare blocchi pesanti su di una rampa, altro è trasportare ceste colme di impasto. Dopo alcuni giorni era possibile rimuovere i casseri e procedere oltre.

A puro titolo personale, possedendo una breve esperienza di edilizia, ed avendo lavorato al Servizio Elettrico Nazionale, posso dire che questa è in effetti la tecnica usata, più in grande, con casseri enormi e con il calcestruzzo, nella costruzione delle dighe di sbarramento per le centrali idroelettriche. Sono pertanto del parere che l’ipotesi sia interessante ancor più di quella delle rampe con la differenza che ridurrebbe notevolmente i tempi di costruzione con una fatica immensamente inferiore.

Michel Barsoum, scienziato e ricercatore americano di scienze dei materiali, sostenitore della tesi di Davidovits, utilizzando una microscopia elettronica a scansione su campioni di blocchi della piramide, ha scoperto che al loro interno sono contenuti composti minerali e bolle d’aria che non si dovrebbero trovare nel calcare naturale.  Penso sia inutile dire che il  Mainstream accademico non ha accettato il metodo di Davidovits nonostante oggi il composto di “geopolimeri” sia ormai diffuso. (Personalmente sto approfondendo l’argomento).

Durante un mio viaggio a Giza ho osservato direttamente da vicino la superficie dei massi della piramide e debbo confessare che l’ipotesi non mi pare poi così assurda. (opinione personale).

Ovvio che con questo metodo non si spiega comunque come vennero issati fin lassù gli enormi blocchi di granito da circa 80 ton. che formano la Grande Galleria, la Camera del Re e le Camere di scarico, questi sono veramente in duro granito ma riflettendoci possiamo dire che, comunque siano arrivati fin lassù i blocchi di granito, con la tecnica dei geopolimeri si trattava solo più di far aderire la malta ai blocchi.

Il vertice della piramide doveva consistere in un appariscente pyramidion che si  evidenziasse per la sua magnificenza. Il suo peso stato stimato sarebbe stato di circa 7 ton. di puro granito completamente rivestito d’oro così da essere visto da molto lontano per il riflesso dell’intensa luce del sole. Secondo alcuni studiosi invece la cima della piramide è sempre stata piatta e su di essa ci fosse un tempietto o qualcosa di comunque vistoso. Questo non lo sapremo mai.

LE TEORIE

Dopo aver analizzato le attrezzature, gli strumenti ed i mezzi di cui disponevano gli antichi egizi, a parer mio e di molti, del tutto inadeguati ad eseguire lavori del genere, ci si chiede, ma allora come hanno fatto a costruire un’opera così imponente? Non lo so! E il bello è che non lo sa nessuno. 

Teorie ce ne sono a iosa sia “maggiori” che “minori”. Abbiamo parlato delle rampe, dove, avvalendosi di slitte, rulli, leve, corde, palanchini e quant’altro gli operai avrebbero trascinato i grossi massi, ma, alla luce dei problemi che questo avrebbe comportato, non possiamo affermare con certezza che sia una di queste la soluzione. Altro elemento, la cui importanza è fondamentale, è appunto la lavorazione dei massi di calcare ma ancor più quelli di duro granito di cui ne abbiamo parlato nel precedente articolo.

Ci sono molte altre teorie definite “minori” se non addirittura “eretiche” o fantascientifiche. Le esamineremo evitando inutili commenti, che non porterebbero alcun giovamento, ma nel pieno rispetto di chi le ha formulate e nelle quali crede.

La prima è quella dello storico greco Erodoto di Alicarnasso, di cui abbiamo già parlato, che racconta dei “corti tronchi di legno” senza chiarire bene come questi venissero usati ne dove sarebbero stati reperiti.

L’architetto francese Jean-Pierre Houdin ha proposto una teoria che parla di rampe interne al corpo della piramide. Nel 2007 presentò una sua teoria realizzata con un sistema in 3D che usufruiva di un software della Dassault System per mezzo del quale giunse alla seguente conclusione:

<< In un primo momento sarebbe stata costruita una rampa esterna con la quale sarebbero stati completati i primi 43 metri. Da qui, la realizzazione di una seconda rampa all’interno della piramide, larga 1,8 metri e con una pendenza del 7%, avrebbe permesso il sollevamento dei blocchi sino in cima (?) >>.

Audace e intrigante nello stesso tempo, l’ipotesi di Houdin rimane non dimostrata, un egittologo dell’UCL (University College of London) l’ha definita “inverosimile e orribilmente complicata”. Secondo l’amico Arch. Marco Virginio Fiorini l’idea di base principale è quella di aver previsto la costruzione di una “piramide interna” più piccola da cui fare il tracciamento volumetrico senza il quale è impossibile costruire in modo regolare. Anche questa è una teoria interessante, personalmente la ritengo un tantino azzardata. Ci tengo a sottolineare che queste teorie possono anche dimostrare come si sia potuto procedere ma entrambe prescindono dal fattore tempo, non dimentichiamo che i blocchi sono sempre circa 2,5 ml.

Un breve accenno alle teorie cosiddette “eretiche” ma che spesso ci inducono a riflettere. Una di queste, proposta in numerose varianti, è quella di una civiltà precedente. Cito quella formulata da Michael A. Cremo il quale sostiene che gli esseri umani hanno vissuto sulla Terra per milioni di anni prima di noi. Nel suo libro “Archeologia proibita”, Cremo sostiene l’esistenza dell’uomo moderno sulla Terra da 30 a 40 milioni di anni fa (e questi si sarebbero estinti senza lasciarci nulla della loro presenza sulla Terra se non le piramidi?. Inutile dire che gli studiosi tradizionali hanno criticato le sue opinioni definendolo uno pseudoscienziato.

Ora passiamo dalle antiche civiltà scomparse agli extraterrestri, o alieni come preferite. Non mi dilungherò sull’argomento già sufficientemente trattato da scrittori e studiosi quali Alford, Sitchin, Bauval, Hancock, Wilson, Von Daniken ed altri i cui testi sono facilmente reperibili.

Torniamo ora alla Piramide che, con i suoi 230 metri circa per lato di base, forma un quadrato quasi perfetto, (la differenza è di pochi cm.), si innalza verso il cielo per 146 metri con un’inclinazione di 51° 50′ circa.

Le sue facce sono perfettamente allineate coi punti cardinali. In origine possedeva un rivestimento in calcare bianco che copriva tutte e quattro le facciate costituito da 115.000 pietre lucidissime, ciascuna del peso di circa 10 tonnellate. Il rivestimento in parte si staccò, molto probabilmente a causa del violento terremoto del 1301 a.C., il restante venne staccato dai cavatori di pietre, ed i blocchi vennero utilizzati per la costruzione di edifici del Cairo. 

Per quanto riguarda le facce della piramide, Maragioglio e Rinaldi hanno verificato che le 4 facce non sono piatte come ci si potrebbe aspettare, ma, ad un occhio attento, si presentano concave, cosa che era già stata evidenziata da Edgar P. Jacobs.

Secondo l’arch. Fiorini la concavità delle facce sarebbe stata volutamente creata per ragioni soprattutto statiche e, perché no, anche estetiche. Per quanto riguarda quelle statiche rimando alla lettura del suo libro, mentre per quelle estetiche c’è da dire che la concavità delle facce mette effettivamente in risalto gli spigoli. Questa tecnica permette di valorizzare la forma geometrica, evitare l’effetto spanciamento, che appesantirebbe tutta la costruzione oltre che a camuffare eventuali irregolarità delle facce.

Finora abbiamo parlato di altezza e lunghezza dei lati della piramide ma certamente qualche lettore un po’ più esperto si starà ponendo un’altra domanda, come veniva tracciato il piano della base? Un edificio di 146 metri deve poggiare su un piano perfetto, ma gli egizi non possedevano ancora le moderne livelle a bolla d’aria.

Questo no, ma gli architetti egizi, già più di 4000 anni prima che l’ingegnere, fisico e matematico fiammingo, Simon Stevin, nel 1585 dimostrasse la sua teoria, conosciuta oggi come la teoria dei “vasi comunicanti” secondo la quale un liquido contenuto in uno o più recipienti comunicanti fra loro (o in un unico recipiente), in presenza di gravità, si dispone perfettamente sullo stesso livello sempre in piano perfetto. Quindi, prima di iniziare il primo piano di massi sicuramente scavarono un canale tutt’intorno alla base della piramide e lo riempirono d’acqua. Utilizzando la superficie dell’acqua come riferimento diventava molto semplice tracciare il piano dell’edificio.

Un’altra cosa da tenere in conto è che gli egizi conoscevano già la squadra a 90 gradi ed il filo a piombo per sistemare in modo perfetto ciascun masso.

Il FILO A PIOMBO: è un filo con peso attaccato alla fine e serve per capire se un muro è dritto.

Ora affrontiamo un altro problema: chi ha lavorato alla costruzione della piramide? Il mito che alla costruzione fossero impiegati migliaia di schiavi è da sfatare, nato forse da una forzata interpretazione del racconto biblico. L’Egitto dell’Antico Regno non faceva guerre, gli scontri militari si limitavano a respingere i nomadi libici o nubiani, a parte qualche scaramuccia con i beduini del Sinai, non si ventilava alcun pericolo. Un popolo che non è in guerra difficilmente possiede schiavi, a meno che non riduca il suo popolo in schiavitù, cosa da escludere nel modo più assoluto in Egitto di quell’epoca.

Nel II libro delle sue “Storie”, Erodoto non cita mai la parola schiavi, ma descrive:

<<……….un lavoro estremamente duro da parte di lavoratori oppressi……..>>.

Personalmente trovo la parola “oppressi” eccessivamente dura, anche se ovviamente non venivano trattati coi guanti, certamente non venivano frustati o maltrattati, come ci fanno vedere i grandi film Hollywoodiani. E’ interessante apprendere che questi operai e artigiani erano talmente rispettati che quando uno di loro moriva sul lavoro (e non erano pochi) veniva seppellito con tutti gli onori nella enorme ed intricata necropoli vicino alla piramide. ma non solo, nella piana di Giza si è scoperto di recente il “Villaggio degli Artigiani”, i veri costruttori delle piramidi e della necropoli a loro dedicata.

Un problema ulteriore si presentava al sovrano quando decideva di farsi costruire una piramide, il costo. Questo doveva essere interamente affrontato dalle casse dello Stato (che poi era il faraone). Il costo era notevole, certo il faraone non doveva acquistare il materiale lapideo in quanto egli era il padrone assoluto, doveva però sobbarcarsi il costo di allestire una flotta di navi per eventuali spedizioni in Libano per procurarsi il legname necessario. Ma il costo più alto era quello della mano d’opera, gli operai bisognava mantenerli, dissetarli, procurare le vettovaglie necessarie per loro e le loro famiglie, compreso il vestiario e le calzature, insomma un costo al quale non era possibile sottrarsi. Qualcuno ancora potrebbe accennare, erroneamente, che furono gli schiavi a costruire la piramide, nel qual caso sarebbe stato opportuno provvedere alle loro necessità per mantenerli in forze per poter lavorare..

A questo proposito ricorriamo al nostro “informatore” greco (anche se poco affidabile), a proposito dei costi per la costruzione della piramide, Erodoto riporta un curioso aneddoto circa i costi astronomici sostenuti per la costruzione, racconta che venne a sapere dai sacerdoti che

<<………Cheope, ad un certo punto si trovò a corto di risorse per completare il suo monumento, siccome per Erodoto Cheope era un terribile tiranno, la sua perversa malvagità giunse a tal punto che mandata la figlia in un postribolo, le ordinò di esigere una certa somma di denaro per ogni sua prestazione sessuale, quanto esattamente non lo dissero; ed essa compì gli ordini del padre, ma ella era astuta e, poiché era nelle sue intenzioni lasciare anche lei personalmente un monumento, ad ognuno che veniva presso di lei chiedeva di donarle una pietra. Con queste pietre, narravano, fu costruita la piramide che sorge in mezzo alle tre, dinanzi alla grande piramide……..>>

(questa, provenendo da Erodoto, penso sia il caso di considerarla pura leggenda).

Prima di addentrarci all’interno della piramide di Cheope, cosa che faremo scrutando i minimi dettagli costruttivi ed esaminando anche le nuove teorie recentemente avanzate, ritengo indispensabile un approfondimento su un argomento che costituisce la mia quarta domanda, “perché”?

Le spiegazioni degli studiosi sul perché venne costruita la piramide di Cheope che, al di la di tutto quello che è stato scritto, potrebbe essere stata la prima ad essere costruita, forse molto più in la nel tempo di quanto crediamo (pensiero personale). Il perché lo trovo nel fatto che è unica nel suo genere, non tanto come edificio ma per la sua struttura interna. Le camere cosiddette del re e quella della regina non rispettano il principio secondo cui il corpo del defunto <<…….appartiene alla terra, perché da essa è stato creato……..>>, mentre è l’anima che può salire in cielo.

La piramide di Cheope è l’unica in cui le camere sepolcrali stanno molto al di sopra della terra.

Tornando al perché, storici ed archeologi non hanno risposte certe, la maggior parte di essi propende per considerarla la tomba di un re, ma sono diverse le teorie che vedono nelle sette piramidi, fino a quella di Micerino, un altro scopo; purtroppo le testimonianze a noi pervenute permettono solo di azzardare supposizioni.

La cosa che appare più enigmatica è che queste prime sette piramidi non presentano alcuna traccia di geroglifici, a parte alcune eccezioni alquanto dubbie, o di altro che ci possa indurre a trarre conclusioni. Per contro va detto che almeno per l’inizio della IV dinastia non si era ancora affermato l’uso di decorare le tombe.

Secondo l”archeologia ufficiale la Grande Piramide sarebbe stata costruita come tomba per il faraone Cheope, opinione basata sul ritrovamento di alcune scritte, in una specie di geroglifico, ritrovate nelle cosiddette “camere di scarico” dove pare leggersi il nome di Khufu, secondo i sostenitori del fatto che la piramide sia una tomba queste scritte sarebbero annotazioni di cantiere sugli enormi blocchi di granito delle camere di scarico, ma di questo argomento ne riparleremo quando arriveremo alle camere di scarico. Secondo altri studiosi, questa, come tutte le piramidi precedenti e quelle successive fino a quella di Micerino compresa, potrebbero rappresentare solo cenotafi in memoria dei faraoni. Ma potrebbero anche rappresentare altro!

Le teorie sono molte, un esempio di egittologia alternativa afferma che le tre piramidi di Giza siano una sorta di mappa stellare. L’idea è stata avanzata per la prima volta dall’ingegnere e scrittore britannico Robert Bauval, che una sera, guardando il cielo, si convinse di aver fatto una scoperta epocale: le tre piramidi di Giza si trovano disposte in modo da corrispondere perfettamente alle tre principali stelle della cintura di Orione.

Bauval si prefigge di rappresentare la correlazione tra le tre piramidi di Giza e la cintura di Orione, pubblica una foto fantastica che ha girato in lungo ed in largo e tutti ci credono ma in realtà la foto è completamente falsa, ben lavorata con Photoshop. Come si può verificare osservando le Piramidi nella foto, questa è scattata da Sud verso Nord mentre la parte superiore con le stelle è vista al contrario, da nord verso sud. Senza contare che, anche in condizioni di massima visibilità, le stelle della cintura non sono mai così luminose. Da notare, inoltre, che dalla prospettiva della foto la cintura di Orione risulterebbe decisamente più piccola. Voler collegare il disallineamento delle tre piramidi di Giza al disallineamento delle stelle della cintura di Orione mi pare un po’ forzato (parere personale).

Nei Testi delle Piramidi viene specificato che il faraone come figlio di Ra, quindi divino ed immortale, al momento del decesso saliva tra le stelle imperiture circumpolari per sedersi accanto al padre suo che sta nei cieli. Vi si afferma che il re defunto non è destinato all’aldilà occidentale di concezione osiriaca, come tutti gli uomini, ma gli è riservato un più alto e glorioso destino solare ad Oriente.

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – LA PIRAMIDE

Di Piero Cargnino

Può sembrare strano iniziare un articolo con ben quattro domande ma cosa c’è di non strano nell’antica civiltà egizia. Generalmente queste domande me le pongo ogni volta che si parla della  Grande Piramide di Cheope anche se, a mio avviso, riguardano tutte le piramidi precedenti, già a partire da quella a gradoni di Djoser ed a quelle successive fino a quella di Micerino.

<< Chi?, Come?, Quando?, Perché? >>.

  1. Chi?. Chi l’ha costruita? Le teorie accademiche concordano che a costruirla furono gli antichi egizi.
  2. Come? Come è stata costruita? E qui di teorie ce ne sono molte ma prove certe nessuna.
  3. Quando? Quando, in che epoca venne costruita?. Le teorie ufficiali, assegnandola a Cheope, dicono nel 2560 a.C. In realtà non esiste alcun riferimento storico o archeologico che lo confermi, soprattutto per le piramidi di Giza, Sfinge compresa. Per contro alcuni studiosi asseriscono che la costruzione risalga a 12.500 anni fa senza però fornire indicazioni certe.
  4. Perché? Perché costruire un  monumento così complesso? La risposta parrebbe semplice, ne esistevano già altre sei per cui non ci sarebbe nulla di strano.

Esaminando la complessità di questa costruzione appare più che mai evidente che poco abbia in comune con le precedenti, se precedenti erano! E con quelle che seguirono.

Il perché della loro costruzione per gran parte degli studiosi è molto semplice, la piramide venne costruita come sepolcro del faraone Cheope. La speranza nella continuazione della vita nell’aldilà, la “Duat” per gli egizi, era tale per cui la ricerca dell’immortalità costituiva per i faraoni il punto focale della loro stessa esistenza. Fin dalle prime dinastie si radicalizzò il concetto che il faraone rappresentava sulla terra Horus il figlio del dio Ra ed era l’unico intermediario tra gli uomini e le divinità, un Dio che era sceso sulla terra per ritornare in cielo dopo la morte. Come tale a lui era riservata la vita eterna che si sarebbe svolta appunto nella Duat alla quale, dopo la sua morte terrena, il sovrano avrebbe avuto accesso. Con la IV dinastia questo concetto divenne così ossessivo per cui la tomba che ospitava il corpo di un Dio doveva essere imponente. Questa credenza, inculcata nella mentalità di quel popolo, ha permesso la costruzione di queste opere meravigliose destinate a durare all’infinito.

Ma qui il problema si complica, erano veramente le tombe dei faraoni? Almeno fino a quella di Micerino nulla lo conferma, non ci sono iscrizioni, sculture, o qualunque altra cosa che lo faccia pensare. Allora cercheremo, per quanto ci è possibile, di capire che, se non erano tombe, cos’erano?

Ho voluto dedicarmi a questa ricerca approfondita riguardo alla Grande Piramide per cercare di capire qualcosa di più allargando la visuale soprattutto su ciò che spesso viene ritenuto meno importante o troppo complicato per un pubblico di soli appassionati. Non credo che sia possibile avanzare con assoluta certezza risposte a quelle domande perché credo che in effetti non esistono risposte certe, solo supposizioni, certamente supportate da anni di studi e ricerche effettuate in loco da parte dei più famosi egittologi, ma prive di riscontri evidenti e dimostrabili (opinione personale). Come accennato nell’introduzione, quello che racconterò proviene dalle numerose fonti che ho consultato e non solo da quelle “ufficiali” ma anche quelle considerate “eretiche”, e sono molte, che non concordano con quelle accademiche. Trovandoci in un ambiente così misterioso ho pensato che valesse la pena considerare anche quelle che possono risultare decisamente improponibili. Ho approfondito le mie ricerche consultando anche i molti autori e scienziati che parlano di civiltà che sarebbero esistite in un tempo assai remoto e che avrebbero raggiunto un livello tecnologico almeno pari, se non superiore, a quello attuale, e non ho neppure trascurato coloro che avanzano l’ipotesi che le piramidi le abbiano costruite gli alieni, anche se con molto scetticismo. Per quanto mi riguarda limiterò la mia esposizione alle  teorie cosiddette accademiche, ne abbiamo già fin donde, le molteplici difformità che caratterizzano le teorie ufficiali ci offrono un quadro di quanto sia complessa la materia e quanto poco si conosca.

Gli egittologi ritengono che la costruzione di quella che è la più straordinaria, la più grande, misteriosa e, nella sua architettura unica, piramide sia stata costruita, come le altre piramidi dagli stessi egiziani con l’intento di fornire una  tomba per il faraone Khnum-Khufu (Cheope), secondo re della IV dinastia.

Tenendo buona questa notizia possiamo affermare che la costruzione della piramide sarebbe avvenuta all’incirca intorno al 2560 a.C. A questo punto va precisato che molti studiosi non concordano sul fatto che la piramide svolgesse le funzioni di tomba, e quindi meno che mai di Cheope (personalmente nutro anch’io dubbi in proposito).

La teoria ufficiale racconta che, dopo il fallimento di Meidum e “pare” quello della piramide romboidale di Dashur, causati dalla scarsa tenuta del terreno su cui poggiavano le piramidi, il faraone Snefru ci riprovò per la terza volta, sempre a  Dashur, dove riuscì a farsi erigere la prima piramide a facce piane, la piramide Rossa. Cheope non seguì le orme del padre ma, come fece lui in precedenza, scelse un altro luogo per costruire la sua necropoli.

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – INTRODUZIONE

Di Piero Cargnino

INTRODUZIONE

Sono anni che svolgo ricerche sulla Grande Piramide avvalendomi delle fonti più autorevoli che sono riuscito a reperire cercando soprattutto di superare le difficoltà nella traduzione dei testi. Molti sono quelli ancora non tradotti dall’inglese, francese, tedesco ed altre lingue; per cui ringrazio amici e studiosi ai quali ho chiesto collaborazione per le traduzioni.

Raccontare la Grande Piramide di Cheope per quanto possibile nei minimi dettagli non è cosa da poco. Premesso che questa non è una piramide come tutte le altre, questa è, sotto tutti gli aspetti, “La Piramide”. Su di essa si sono concentrati, e si concentrano tutt’ora gli studi di egittologi, architetti, ingegneri che cercano di spiegare come sono state costruite le piramidi: materiali impiegati, forza lavoro, tempi di esecuzione, simbologia e utilizzo. Si passa dalla storia alla religione e, perché no alla fantascienza.

Mi sono proposto di affrontare questo argomento con spirito astratto, quella che voglio descrivere la chiamerei “Storia controversa della Grande Piramide”, controversa perché non mi limiterò alla descrizione accademica rigidamente tradizionale ma tralasciando, per ovvie ragioni, la fantascienza e gli alieni o altre ipotesi che al momento esulano da una visione scientifica, affronterò da tutti i punti di vista quei particolari che troppo spesso vengono trattati in modo superficiale se non addirittura evitati fornendo risposte spesso non convincenti. Non ho trascurato quella che viene comunemente chiamata archeologia eretica perché ritengo che confutare certe teorie senza conoscerle sia del tutto sbagliato. Tutto quello che mi è stato possibile rintracciare, attingendo alle numerose fonti disponibili, l’ho raccolto in una ventina di articoli che vi proporrò in sequenza. Gli appassionati che avranno voglia e pazienza di leggerli potranno avanzare delle osservazioni che saranno ben accette, oltre a costituire materia per eventuali discussioni ed approfondimenti.  Da parte mia cercherò, per quanto mi è possibile di rispondere ad eventuali osservazioni, precisando sempre la fonte utilizzata ma, soprattutto, segnalando sempre dove e cosa è frutto di una mia personale interpretazione.

In questa introduzione vorrei solo mettere in evidenza alcune problematiche di carattere generale che non riguardano esclusivamente la piramide di Cheope ma le piramidi in generale. No, no, non preoccupatevi, non vi tedierò proponendovi l’ennesima teoria sulla costruzione delle Piramidi, mica penserete che un piccolo appassionato autodidatta, come me possa entrare in competizione con le più eccelse menti, egittologi, ingegneri, architetti e storici che hanno passato una vita a studiare sui libri e sul posto e quindi possiedono una visione più ampia delle problematiche che investono per intero tutta la storia della civiltà egizia. Molte ed interessanti sono le teorie che sono state proposte anche se, non mi stancherò mai di rimarcare che, in assenza di notizie certe e documentate, rimangono sempre e solo teorie. Basta scegliere quella che più vi aggrada, ce ne sono per tutti i gusti, più o meno condivisibili, ma nessuna in grado di spiegare con certezza (pensiero personale) come gli antichi egizi siano riusciti a realizzare questo monumento che per me rimane unico nel suo genere.

Sono stati fatti esperimenti, prove e dimostrazioni di fattibilità a supporto di certe teorie, ma io penso che dimostrare oggi che una determinata opera è possibile non significa che lo sia stata in passato. Alcuni studiosi hanno definito certe teorie “prioritarie”, perché trattano un contesto, a loro parere  più realistico, e certe altre “minori” perché meno realistiche, ripeto, io sono del parere che in assenza di prove certe e documentate non esistano teorie prioritarie né minori, ma solo teorie.

Ma ora veniamo al dunque, siamo arrivati alla più grande, complessa e misteriosa piramide egiziana, l’ultima superstite delle sette meraviglie del mondo antico, la Grande Piramide della Piana di Giza. Il faraone Khnum-Khufu (ellenizzato in Cheope) è comunemente ritenuto il committente anche se nulla lo conferma e molti altri aspetti del suo regno sono scarsamente documentati.

Se studiamo la piramide seguendo la cronologia ufficiale, partendo da quella a gradoni di Djoser, ci troviamo di fronte alla settima costruzione di questo tipo, inutile dire che su questo punto gia incontriamo l’opposizione di numerosi altri studiosi che la pensano diversamente. Questi vengono spesso definiti “piramidioti”, qualcuno può rientrare in questa definizione ma allargarla a tutti non lo ritengo corretto né rispettoso, molti di questi “eretici” hanno compiuto seri studi che, un poco di umiltà da parte dei sapienti nel considerare le loro proposte, non guasterebbe.

Alcuni studiosi fanno risalire la costruzione della Grande Piramide a 12.500 anni fa, anche qui però è tutto da dimostrare. Secondo la teoria ufficiale la Grande Piramide venne realizzata nel 2560 a.C. ad opera dell’architetto Hemiunu, figlio del principe Nefermaat e della moglie Itet, nipote di Snefru e quindi imparentato con Cheope.

A riguardo della datazione della Grande Piramide non va trascurato un episodio molto importante. Nel 1872, l’ingegnere Waynman Dixon stava esplorando l’interno della piramide, più precisamente la Camera della Regina, in uno dei condotti di aerazione scoprì quelli che sono gli unici tre oggetti trovati nella piramide, una sfera di diorite, un piccolo gancio di bronzo a doppia punta ed un pezzo di legno di cedro lungo circa 13 cm.

Dixon li portò in Inghilterra dove vennero esaminati e considerati di inestimabile valore perché sono gli unici oggetti trovati nella Grande Piramide, ad essi venne dato il nome di “Reliquie di Dixon”. Quindi i reperti finirono al British Museum, dove sono custoditi tutt’ora, mentre il pezzo di legno di cedro si erano perse le tracce. Nel 2001 venne rinvenuto un documento nel quale si diceva che il reperto era stato donato da Dixon al suo collaboratore, il medico scozzese James Grant. Da qui pare che la figlia di Grant, nel 1946, lo abbia donato  all’Università di Aberdeen, in Scozia. Verso la fine del 2019, mentre esaminava oggetti della collezione del Museo dell’Università di Aberdeen, in Scozia, uno dei curatori del museo, Abeer Eladany, originario dell’Egitto, si trova tra le mani una scatola di sigari sulla quale era raffigurata la vecchia bandiera egiziana, dopo averla aperta al suo interno trovò dei piccoli pezzi di legno. Subito controllò i registri del museo dai quali emerse che si trattava di uno degli oggetti di Dixon trovati nella Grande Piramide, ciò che restava del pezzo di legno di cedro.

Nel 2020, all’Università di Aberdeen, il reperto è stato sottoposto all’esame al radiocarbonio C-14, ciò che ne è emerso ha lasciato stupefatti, con tutte le approssimazioni possibili, il pezzo di legno di cedro risale al 3341 a.C., circa sette secoli prima del regno di Cheope.

La Grande Piramide risalirebbe quindi ad un periodo addirittura antecedente al “Periodo Protodinastico”, che si fa partire dal 3100 a.C.. Anche qui penso sia inutile dire che la questione è tutt’ora aperta e, nonostante la mancanza di qualsivoglia altro indizio, la Grande Piramide continua ad essere attribuita al faraone Khnum-Khufu (Cheope).

Khnum-Khufu (Khnum mi Protegge), probabile figlio di Snefru e della regina Hetepheres I, presenta già un enigma sull’uso del suo nomen che viene citato in due differenti versioni: Khufu (“Mi Protegge”) che di per se non ha una connessione religiosa non riferendosi ad alcuna divinità in particolare; Khnum-Khufu dal quale traspare esplicitamente l’attaccamento del sovrano al dio Khnum, protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, il dio vasaio che modella al tornio le creature alle quali dona la vita; con la moglie Satet e la figlia Anuqet forma la “Triade di Elefantina”.

Khnum-Khufu è noto con diversi nomi: Manetone lo cita come Suphis, nella versione greca (Erodoto e Diodoro Siculo) viene citato come Cheope mentre Flavio Giuseppe lo chiama Sofe. In epoche più tarde, nelle leggende mistiche, gli arabi lo chiamarono Saurid o Salhuk.

Per quanto riguarda la durata del suo regno non esistono notizie coeve certe, le fonti che ne parlano sono quelle di epoca tarda, il Canone di Torino, risalente alla XIX dinastia, forse durante il regno di Ramesse II, gli attribuisce 23 anni di regno, secondo Manetone invece ne avrebbe regnati 63 mentre per Erodoto 50.

Le cifre indicate da Manetone e da Erodoto sono considerate da alcuni studiosi esagerazioni o errate interpretazioni di fonti più antiche. Notizie risalenti all’epoca di Cheope provengono da un “serekht” che riporta il suo nome, inciso all’interno di un petroglifo, in esso compare il resoconto di un viaggio del sovrano: <<……viaggio mefat nell’anno dopo la tredicesima conta del bestiame, sotto Hor-Mejedu (Cheope)…….>>.

La seconda fonte, molto controversa e dibattuta di cui tratteremo in seguito, è quella che si riferisce alle iscrizioni, alquanto dubbie, trovate nelle camere di scarico sopra alla camera del re all’interno della piramide. I geroglifici che ivi compaiono sarebbero note di cantiere scritte da una squadra di lavoratori chiamata “Amici di Khufu” che fa riferimento al diciassettesimo censimento del bestiame.

Di recente sono stati rinvenuti diversi frammenti di papiro nello Wadi el-Jarf che raccontano dell’esistenza di un porto nello Wadi dove avrebbe attraccato una flotta di navi con un ingente carico di turchese e minerali preziosi: <<……..(nell’) anno dopo la tredicesima conta del bestiame sotto Hor-Mejedu……..>>. A questo punto si ritiene che Cheope abbia regnato almeno ventisei o ventisette anni. Alcuni egittologi quali: Schneider, Haase e Stadelmann hanno sollevato il dubbio se il Canone di Torino, che attribuisce a Cheope ventitré anni di regno, intenda ventitré anni di calendario o la ventitreesima conta del bestiame, nel qual caso il faraone avrebbe regnato per 46 anni.

Se teniamo conto che gli storici antichi, da Manetone a Erodoto, da Diodoro Siculo a Plinio il Vecchio, concordano nell’affermare che per la costruzione della piramide occorsero vent’anni, viene spontaneo pensare che Cheope potrebbe averne regnati almeno una quarantina.

Pare che il primo studioso ad interessarsi alla piramide sia stato Erodoto di Alicarnasso, il “Padre della Storia” secondo Cicerone, il quale soggiornò quattro mesi in Egitto intorno al 450 a.C., durante questo periodo passato con i sacerdoti egizi raccolse il materiale per le sue “Storie”.

Adesso passiamo ad esaminare la Grande Piramide. I massi di calcare venivano prelevati nelle cave che si  trovavano relativamente vicino al cantiere mentre il granito veniva estratto ad  Assuan, che si trova a oltre 800 km. da Giza, Questi massi dovevano essere cavati, lavorati e trasportati fin sul posto per poi essere rifiniti e collocati in sito.

Sorvolo per il momento sui metodi di trasporto, navi, slitte, ecc. che avremo occasione di esaminare più avanti, per recarmi prima nelle cave del duro granito. Siamo nelle cave di Assuan dove i faraoni estraevano il prezioso granito grigio e rosa con il quale hanno costruito templi, obelischi, statue e dove vennero prelevati i monoliti per le piramidi. Da queste cave gli operai egizi estraevano enormi blocchi di granito, pare dimostrato che per staccare i blocchi venissero praticati dei fori nei quali venivano introdotti cunei di legno, questi venivano continuamente bagnati per far si che dilatandosi provocassero la rottura ed il distacco dei blocchi. Questi erano blocchi enormi e dalle forme più svariate, pertanto necessitavano di una prima sbozzatura, poi venivano caricati su grandi navi (chiatte) e, seguendo il corso del Nilo, trasportati in loco. Nel cantiere della piramide i massi arrivavano sotto forma di semilavorati e pertanto necessitavano sicuramente di essere ancora lavorati per renderli lisci e perfettamente combacianti, cosa che sarebbe stata impossibile da fare nelle cave.

Dopo il processo di finitura occorreva sollevarli per posarli in opera. Sorvolo su questo punto perché sono talmente tante le teorie avanzate dagli studiosi che sarebbe un compito improbo trattarle tutte, ripeto che a tutt’oggi, a mio parere, sono tutte teorie che spesso non tengono nel dovuto conto il fattore tempo. Come abbiamo detto sopra per la costruzione della Grande Piramide sono occorsi 20 anni, un tempo abbastanza plausibile se raffrontato alla vita del faraone. Ma a questo punto nasce il dilemma più importante.

<< Poiché si calcola che siano circa 2.500.000 i blocchi di roccia calcarea che compongono la piramide, pesanti da 2,5 a 4 ton. ciascuno, (tralasciamo per ora gli enormi blocchi di granito), significa che si sarebbe dovuto sistemare almeno un blocco ogni 4 minuti circa >>.

Ma questo è un discorso che affronteremo più avanti. A questo punto chiuderei l’introduzione per addentrarci nel vivo dell’argomento

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE ROSSA DI SNEFRU A DAHSHUR

Di Piero Cargnino

Certo che a Snefru quella piramide col profilo spezzato non dovette piacere gran che neppure finita col suo rivestimento in calcare.

La prima, costruita forse sullo scheletro di quella di suo padre Huni, era crollata, la seconda era storta, immagino che la cosa deve aver fatto infuriare non poco il faraone tanto che decise di farsene costruire un’altra.

Forti dell’esperienza maturata con le prime costruzioni i suoi architetti stavolta dovevano innanzitutto trovare un terreno resistente. Allo scopo risalirono il deserto di Dashur per circa 4 km. a nord finché non trovarono quello che pareva il luogo adatto.

Quella che si presenta agli occhi dei visitatori è una immensa costruzione, universalmente riconosciuta nel mondo egittologico come la prima concepita e costruita per essere realmente geometrica (a facce piane).

Deriva il nome di “Piramide Rossa” dal colore della pietra con cui è costruita, ma non fu sempre rossa, in origine era rivestita con blocchi di bianco calcare di Tura, rivestimento che venne quasi completamente asportato durante il Medioevo per essere riutilizzato nella costruzione del Cairo.

Nell’antico Egitto era nota come “Snefru risplende” (o “Snefru appare in gloria”); visto che la Piramide Romboidale era chiamata “Snefru del sud risplende” ci si aspetterebbe che questa venisse chiamata “Snefru del nord risplende”, invece no, questo non è riportato in nessun testo antico egizio. Gli egiziani di oggi la chiamano “El-Haram el-watwat” ovvero la piramide dei pipistrelli o piramide cieca.

La piramide era conosciuta fin dal Medioevo e furono molti i viaggiatori europei che vi si recarono, nel 1660 fu visitata dall’inglese Melton. Un primo interessante rapporto ci viene dai diari di viaggio del missionario francescano ceco Vàclav Remedius Prutky il quale, nel XVIII secolo, entrò fin nei sotterranei della piramide e descrive la discesa in un suo scritto. Le prime indagini archeologiche moderne furono intraprese da Perring nel 1839 e da Lepsius nel 1843. Più tardi si interessarono brevemente anche Petrie e Reisner ma senza approfondimenti.

Nel secondo dopoguerra l’egittologo Abdel Salam Hussain intraprese una serie di ricerche più approfondite, seguito in questo da un altro egittologo egiziano Ahmed Fakhry  che, intorno agli anni 50 del 900, condusse anch’egli una campagna di ricerche ma nulla di più di quanto già fatto da Hussain. Per giungere ad  un’indagine sistematica ed approfondita si dovette aspettare fino al 1982 quando Stadelmann iniziò le sue ricerche.

Gli antichi architetti egizi, facendo tesoro delle deludenti esperienze fatte in precedenza con la piramide di Maidum e quella Romboidale, questa volta decisero di adottare un atteggiamento esageratamente prudente. Innanzitutto venne preparata una base molto ampia, anche se non perfettamente quadrata (218,50 m x 221,50 m), quindi i progettisti iniziarono i lavori adottando la stessa inclinazione della parte superiore della piramide romboidale, la già collaudata inclinazione di 43° (43,22) mantenendola per tutta la sua altezza. Questa inclinazione ne fa la piramide con l’angolo più acuto di tutte le altre piramidi egizie conferendogli quel caratteristico aspetto, decisamente unico per cui appare più “schiacciata” rispetto alle piramidi più note portandola a raggiungere un’altezza di 101,40 metri.

Le facce della piramide si presentano un po’ irregolari e leggermente concave, la forma concava delle pareti serviva a dare maggiore stabilità al paramento; lo stesso metodo che verrà poi adottato nella costruzione della piramide di Cheope. Il nucleo è costituito da blocchi di calcare dal colore rossiccio di minor pregio rispetto a quello di Tura che veniva estratto dalle cave che si trovano a poche centinaia di metri in direzione sud-ovest della piramide.

Secondo l’egittologo Stadelmann la costruzione della piramide ebbe inizio da ovest mediante l’utilizzo di numerose rampe corte che venivano costruite su tutti i quattro lati. Giunti ad un’altezza di circa 25 metri le rampe sarebbero state ridotte ad una per ogni lato ed avrebbero accompagnato la costruzione per altri 15 metri per poi essere totalmente eliminate. Stadelmann però non fa alcun accenno a come sarebbero stati costruiti gli ulteriori 61,40 metri, da parte mia non ho trovato alcun riferimento in proposito.

Per la base della piramide e il paramento è stato fatto uso del fine calcare di Tura e su alcuni blocchi del nucleo ed anche del paramento, rinvenuti alla base della piramide, sono stati scoperti graffiti di cantiere dall’importante significato storico. Nei graffiti viene riportato, oltre al nome di Snefru, l’indicazione della: <<………messa in opera della pietra angolare occidentale nell’anno della quindicesima conta del bestiame……..>>. Questo però rappresenta un primo enigma, considerando che solitamente il bestiame veniva censito con cadenza biennale, ciò indicherebbe il trentesimo anno di regno di Snefru ma, secondo il Papiro di Torino, Snefru regnò solo 24 anni.

Da altri graffiti scoperti su blocchi a diverse altezze si può dedurre che almeno un quinto della piramide venne costruita in due anni. Stadelmann afferma di aver trovato un’altra annotazione secondo la quale si accenna al << …….ventiquattresimo anno della conta dei capi di bestiame…….>>, cosa che ha incontrato forti critiche da parte dell’egittologo tedesco R. Krauss secondo il quale il periodo indicato da Stadelmann risulterebbe troppo ampio. Mentre alcuni affermano che pare certo che la costruzione ebbe inizio durante il terzo anno di regno di Snefru, per quanto riguarda la durata dei lavori questa è molto dibattuta tra gli egittologi, Rainer Stadelmann fa riferimento alle iscrizioni trovate nelle cave per cui fissa come durata 17 anni, secondo John Romer, invece la durata sarebbe molto più breve, al massimo 10-11 anni. Sorvolo sull’evoluzione della diatriba non avendo elementi per confermare l’una o l’altra teoria.

Personalmente mi chiedo: se Snefru ha completato la piramide di Maidum e poi ha costruito quella romboidale, come è possibile che abbia iniziato a costruire quella rossa durante il terzo anno di regno? Se si presume che per costruire quest’ultima abbia impiegato da 10 a 17 anni, la altre due le ha costruite in 3 anni? Nelle mie ricerche non ho trovato nulla che mi spieghi questo paradosso. Nei pressi della piramide vennero rinvenuti i resti di un pyramidion in calcare, oggi restaurato che fa bella mostra di se davanti alla piramide, un ritrovamento del genere è il più antico fino ad oggi. Non è però certo che questo pyramidion sia stato realmente impiegato per la piramide Rossa in quanto il suo angolo di inclinazione è diverso da quello della piramide.

Ma adesso dirigiamoci verso l’ingresso della Piramide Rossa ansiosi di scoprire quello che ha da rivelarci.

L’ingresso della piramide lo troviamo nella parete nord ma per raggiungerlo dobbiamo salire ad un’altezza di 28,65 metri dalla base; ci infiliamo e scendiamo attraverso un corridoio discendente di 58,80 metri e ci troviamo al livello della base della piramide.

Da questo punto il corridoio diventa  orizzontale e prosegue per 7,40 metri terminando nella prima anticamera posta esattamente sull’asse verticale della piramide; le sue dimensioni sono di 8,35 x 3,60 metri sovrastata da una volta ad aggetto alta 12,31 metri, da questa, attraverso un breve corridoio di soli 3 metri, si accede ad una seconda anticamera di 8,30 x 4,15 metri, la cui volta, come in tutte le camere è aggettante per un’altezza di 12,30 metri.

In questa camera che, come tutto il resto dell’appartamento funerario sin qui visto si trova inserita nel corpo della piramide, troviamo a 7,80 metri dal pavimento un cunicolo di 7,50 metri che dà accesso alla camera funeraria le cui dimensioni risultano leggermente inferiori a quelle delle anticamere, questa misura 8,30 x 3,60 metri, sempre con volta ad aggetto alta 15,25 metri.

Un’altra particolarità inspiegabile è che, mentre la prime due camere hanno un orientamento nord-sud, la camera funeraria è orientata secondo l’asse est-ovest contraria alla tradizione della III dinastia.

La camera si presenta oggi molto danneggiata a causa dell’asportazione di alcuni strati di blocchi dal pavimento ad opera di antichi saccheggiatori mentre il soffitto e le pareti sono annerite dal fumo prodotto dalle torce e dai fuochi accesi per far luce.

Le pareti della seconda anticamera, così come lo stretto corridoio che conduce alla camera funeraria, presentano numerosi graffiti dei visitatori tra i quali quelli di Perring, Drovetti ed altri.

Durante i lavori condotti nel 1952, Hussain scoprì nel corridoio discendente, una sepoltura secondaria, contenente i resti arcaici di una mummia, lo scheletro apparteneva ad un giovane uomo di piccola statura, risalente però ad epoca tarda, del quale non si conosce nulla.

E’ possibile accertare che alla morte di Snefru la piramide era sicuramente completata, non così per i fabbricati accessori che formavano il complesso funerario del faraone. Del tempio funerario sono rimasti pochi resti, il nucleo consisteva in un sito sacrificale dove sono stati ritrovati frammenti di una falsa porta in granito rosa. Stadelmann, scavando nel tempio trovò frammenti di calcare che riproducevano un rilievo raffigurante Snefru con indosso i paramenti per la festa sed.

Fu ritrovata inoltre una notevole quantità di punte di frecce di rame risalenti però solo al medioevo quando il luogo era diventato un bersaglio per l’addestramento degli arcieri mamelucchi. Pochi sono i resti di una cinta muraria e non si è riscontrata la presenza di alcuna piramide cultuale.

Dai resti scavati si deduce che una vera e propria rampa cerimoniale, ancorché iniziata, non fu mai terminata, in compenso sono emerse le tracce di varie strade utilizzate per il trasporto dei materiali da costruzione ed altre che andavano dal tempio funerario alla città delle piramidi che si trovava ai bordi della Valle del Nilo.

In un decreto del faraone Pepi I si riscontra che vennero attribuiti privilegi alla città di Snefru e nel contempo viene citata anche la piramide di Menkauhor, a tutt’oggi mai scoperta. Secondo Borchardt si tratterebbe delle rovine a nord-est della piramide rossa che Lepsius aveva cartografato come n. L.

I recenti studi di una missione tedesca hanno portato alla conferma che anche la piramide di Seila (di cui ho già trattato nel capitolo delle piramidi minori) venne fatta costruire da Snefru. A questo punto sorge spontanea tutta una serie di domande:

  1. Perché Snefru fece costruire per se non una ma più piramidi?
  2. Secondo quale ordine cronologico queste sono state erette?
  3. in quale di esse fu sepolto?
  4. Com’è possibile che nei suoi 24 anni di regno Snefru abbia potuto erigere tutte quelle piramidi?

Studi eseguiti da Charles Maystre su marchi di cava apposti su alcuni blocchi della Piramide Rossa, consentirebbero di dimostrare che la loro lavorazione avvenne contestualmente a quella dei blocchi di rivestimento della “Falsa Piramide” di Meidum e quindi secondo lui i due cantieri avrebbero lavorato contemporaneamente. Secondo Stadelmann anche la piramide a gradoni di Seila fu costruita nello stesso periodo.

A questo punto però diventa complicato stabilire in quale di queste piramidi fu sepolto Snefru, Fakhri sostiene che il luogo corrisponda alla camera superiore della Piramide Romboidale, Stadelmann sostiene invece che Snefru venne sepolto nella Piramide Rossa nonostante l’interno non sia mai stato completamente rifinito. Finché non emergeranno prove più concrete, il luogo di sepoltura del faraone Snefru continua a rimanere nel mistero.                                                     

Fonti e bibliografia:

  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi, Necropoli di Dahshur. Ananke, Torino, 2009
  • Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Edizioni CDE spa su licenza Giulio Einaudi editore, 2017
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, Thames & Hudson, 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Grandi tascabili Newton, 1977
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • John Romer, “The Great Pyramid: Ancient Egypt Revisited”, Press, Cambridge, 2007
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, 2004 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE ROMBOIDALE DI SNEFRU A DAHSHUR

Di Piero Cargnino

Che la piramide di Maidum sia crollata improvvisamente o col tempo questo non lo sappiamo, certamente di tempo non deve essercene passato molto. Forse iniziò con dei segni premonitori che fecero subito temere il peggio, in ogni caso Snefru decise che quella non poteva essere la sua piramide, visto l’esito deludente del suo tentativo di completare quella di Huni, Snefru decise di abbandonarla e di farsene costruire una nuova. Dovendola costruire a nuovo decise di lasciare Maidum per un altro posto, ancora oggi si dibatte sulle ragioni che portarono Snefru ad optare per il sito di Dahshur.

Molti sostengono che la decisione di costruire il suo complesso e la cittadella reale con una nuova reggia a Dahshur venne presa forse nell’intento di avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, (Men Nefer, Menfi).

Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di volersi stabilire in una posizione più strategica da cui far partire il suo esercito per eventuali spedizioni militari in Libia e nel Sinai.

Secondo alcuni studiosi invece la ragione sarebbe il sorgere di problemi dinastici all’interno della famiglia reale.

Dahshur è una vasta necropoli dove sono presenti diversi complessi piramidali oltre a numerose sepolture di nobili di notevole importanza archeologica ed un villaggio di operai e funzionari. Ubicata tra Saqqara ed il sito archeologico di Mazghuna, a circa 45 chilometri a sud del Cairo, ha un’ampiezza di circa 5 per 3 chilometri, si trova in una zona desertica all’inizio dell’altopiano libico il cui terreno risulta poco compatto, cosa che creò non pochi problemi in fase di costruzione della piramide.

Dahshur, oltre alla citata necropoli, possiede un’altra importante testimonianza del glorioso passato egizio. Sulla riva destra del Nilo, nello Wadi Al-Garawi, sono ancora presenti i resti di un’imponente diga risalente alla IV dinastia, la più antica di tali dimensioni al mondo, le sue misure erano di 100 metri di lunghezza per 50 metri di altezza con una larghezza della base di 98 metri e una larghezza della cresta di 56 metri. Venne costruita nella prima metà del terzo millennio a.C. per il controllo delle piene del Nilo, non fu però mai completata e dopo una dozzina di anni venne abbattuta dall’irruenza delle acque.

E’ chiamata Sadd el-Kafara (diga degli infedeli), i resti vennero scoperti dall’esploratore lettone Georg August Schweinfurth nel 1885.

Ma torniamo nella necropoli per visitare a fondo il complesso funerario piramidale meridionale di Snefru.

A Dahshur, Snefru parte alla grande, la sua piramide presenta una base quadrata di circa 189 metri per lato con un’altezza che in origine doveva raggiungere i 105 metri, (oggi ridotti a 101,15). Numerose le innovazioni che si riscontrano a Dahshur e che caratterizzeranno l’intera IV dinastia.

Le piramidi a gradoni lasciano il posto alle piramidi classiche dalle facce lisce, compaiono le piramidi accessorie per le regine, il tempio funerario e quello a valle con la rampa processionale.

Cambia anche l’orientamento dell’intero complesso funerario, che fino ad allora seguiva la linea nord-sud, tipica di quelli della III dinastia, ora viene orientato ad est-ovest per identificare la vita ultraterrena del sovrano con l’astro solare ed il suo eterno cammino.

Il, o i, nomi assegnati alla piramide sono diversi, per alcuni è la “Piramide Romboidale”, per altri è la “Falsa Piramide”, “Piramide a profilo spezzato” o “Piramide a Doppia Inclinazione”, per gli antichi egizi era semplicemente “Snefru appare in gloria”.

In un decreto di Pepi I la troviamo indicata con due segni geroglifici per “piramide”, forse era nell’intento dello scriba di indicarla come “doppia piramide”. Sempre nello stesso decreto, con la stessa rappresentazione in geroglifico, viene indicata la città di Snefru a Dahshur con il significato di “Città delle due piramidi” (in questo caso si tratterebbe di quella Romboidale e di quella Rossa).

La forma inusuale di questa piramide richiamò l’attenzione dei viaggiatori europei già fin dal XVII secolo, Huntington, Melton, Wood, Pococke ne parlarono con stupore. Fu poi dal XIX secolo che prese il via una esplorazione sistematica con Perring, Lepsius e lo stesso Petrie. Purtroppo nessuno scritto ci è pervenuto delle indagini svolte dall’archeologo egiziano Abdel Salam Hussains, mentre risultati basilari furono ottenuti da un altro egiziano, Ahmad Fakri nei primi anni 50. Importanti misurazioni sono state effettuate anche dagli italiani  Maragioglio e Rinaldi.

Pare che in origine la piramide sia nata con i lati più corti degli attuali ma con una inclinazione più ripida, 60°. Non avendo però i costruttori tenuto conto del fatto che le fondamenta poggiano non già sulla roccia ma su un sottosuolo a strati friabili di argilloscisto, fin dalle prime fasi della costruzione si procedette a ridurre l’angolo a 55° e ad un allargamento della base.

Raggiunta un’altezza di 45 metri, inspiegabilmente, l’angolo per la parte superiore venne ulteriormente ridotto a 43° dando alla piramide la forma che vediamo oggi. Se non fosse stato variato l’angolo di pendenza, la piramide avrebbe raggiunto l’altezza di 128 metri.

Secondo altri studiosi la riduzione dell’angolo si rese necessaria per diminuire il peso che gravava sulle camere sottostanti dove pare vennero rilevate delle crepe. Sinceramente non credo che, alle prime avvisaglie di crepe che compromettevano la stabilità dell’opera, si sia deciso di proseguire nella costruzione riducendo solo un po il peso, (ma è un’opinione del tutto personale e da profano).

Altri studiosi hanno avanzato un’ipotesi secondo la quale la forma a profilo spezzato non sia dovuta a cause di rischio per la stabilità od a tentativi azzardati finiti male. Così come si presenta la piramide, con la doppia inclinazione, si possono contare otto facce, se si aggiunge anche la base il numero sale a nove per cui avrebbe dovuto simboleggiare l’Enneade Eliopolitana.

Secondo l’egittologo Alexandre Varille, invece, la doppia pendenza era già stata prevista in fase progettuale come trasposizione architettonica della dualità dell’Alto e Basso Egitto, la sua ipotesi sarebbe supportata anche dalla presenza doppia di altri elementi, (due gli ingressi, due i corridoi discendenti, due appartamenti funerari), senza considerare il fatto che la radice “sn” del nome di Snefru indica il numero due.

Seguono altre ipotesi ancora più azzardate ma penso non sia il caso di esaminarle tutte.

La piramide presenta ancora il rivestimento in calcare bianco meglio conservato di tutte le altre piramidi egizie e presenta un ingresso sulla parete nord e uno sulla parete ovest. Che ne dite, proviamo ad entrarci?

L’ingresso sulla parete nord si trova a circa 12 metri dal suolo, si accede quindi ad un corridoio lungo 79,53 metri che scende fino a 25 metri sotto il livello del suolo per poi risalire con una ripida scala che termina in una angusta anticamera sotterranea di 6 x 5 metri.

La volta, costruita ad aggetto è alta oltre 17 metri ed è accuratamente rifinita nella lavorazione e risulta composta da una cripta.

La cripta è anch’essa con pareti aggettanti comprendenti 15 corsi distanziati da vari centimetri; all’altezza del decimo aggetto, 12 metri dal pavimento, parte un cunicolo comunicante con l’appartamento funerario superiore.

Anche in questa camera si possono notare alcune crepe stuccate con malta gessosa. Lungo le pareti est e ovest si presentano i resti di una stretta scalinata che, in origine, permettevano l’accesso alla camera inferiore.

Nell’angolo sud-est, esattamente in corrispondenza dell’asse verticale della piramide, un corto passaggio conduce ad un pozzo verticale, oggi danneggiato, che fu chiamato “camino”, alto 14 metri del quale è ignoto il significato.

L’ingresso sulla parete ad ovest si trova a 33,32 metri dal suolo ed è costituito da un corridoio di sezione quadrata di 1,10 metri di lato che scende per circa 68 metri. Qui si trova una specie di vestibolo dal quale parte un altro corridoio di 20,12 metri che termina nella camera funeraria di 6,56 x 4,10 metri, con volta ad aggetto alta 16,50 metri, posizionata più in alto, all’interno della struttura, rispetto a quella dell’ingresso a nord. I blocchi della camera sono tutti rifiniti e su uno di essi compare un’iscrizione in geroglifico corsivo a caratteri rossi nella quale è inserito un cartiglio con il nome di Snefru.

Va precisato che durante il regno del faraone Snefru compare, per la prima volta, il cartiglio, ovvero l’ovale che racchiude il “praenomen” del sovrano “nesut-biti”. Il cartiglio è simile ad un altro trovato in un’iscrizione al Wadi Maghara.

Sulla parte inferiore della camera si trova una sorta di grande catafalco in blocchi di pietra, alcuni dei quali sono cementati con malta mentre gli altri sono a secco.

Le pareti laterali presentano delle aperture nelle quali furono rinvenute numerose travi in legno di cedro il cui uso è del tutto sconosciuto.

Le travi di legno di cedro ci riportano alla mente quanto è riportato sulla “Pietra di Palermo” nella quale viene citato che Snefru promosse una spedizione di 40 navi nel Libano che tornarono cariche di legno di cedro. Secondo Maragioglio e Rinaldi la costruzione avrebbe avuto lo scopo di sostenere il sarcofago del faraone sostituendo il classico sarcofago in pietra. Stadelmann sostiene invece che il tutto sarebbe servito agli operai per tentare di bloccare le crepe che si stavano aprendo e che avrebbero poi giustificato la variazione di pendenza della piramide.

Va sottolineato che in nessuna delle camere sepolcrali sono state rinvenute tracce di sarcofagi o di casse in legno il che rafforza il dubbio sul fatto che Snefru sia stato sepolto nella piramide o che la stessa abbia mai ospitato una sepoltura.

I due sistemi ipogei, quello accessibile da nord e quello accessibile da ovest sono collegati tra di loro tramite un rozzo e stretto cunicolo, con tutta probabilità scavato in epoca successiva, in modo da creare un collegamento tra i due ambienti per risolvere la contraddizione generata dal fatto che, mentre la consuetudine voleva che l’orientamento della camera funeraria fosse nord-sud, in questo caso, per la prima volta, l’orientamento era est-ovest.

Ma questo edificio presenta un’ulteriore questione archeologica, ci si domanda se le indagini svolte dagli egittologi abbiano rintracciato veramente tutte le camere della piramide.

Dubbi sorsero già nel 1839 quando Perring iniziò a svuotare il corridoio settentrionale, in quel tempo il corridoio occidentale era ancora sbarrato da una parete in pietra che verrà rimossa solo con le indagini condotte da Fakhri negli anni 50. Ad un certo punto dei lavori, Perring incontrò una forte corrente d’aria, come descrive nel suo diario, una corrente che aumentò a tal punto da spegnere le torce per l’illuminazione. Un altro fatto insolito è raccontato da Fakhri nel suo diario:

<<In alcuni giorni ventosi, all’interno della piramide, soprattutto nella parte orizzontale del corridoio ovest, fra le due barriere, è avvertibile un suono che dura circa 10 secondi.>>.

Questo non si è più verificato da quando è stato aperto l’accesso occidentale. A fronte delle numerose domande che ancora si pongono agli egittologi si deduce che è necessario molto lavoro ed indagini più approfondite all’interno della piramide.

Adesso usciamo dalla piramide e facciamoci un giro intorno per vedere l’insieme di questo complesso funerario di Snefru.

Poco lontano dalla parete sud incontriamo una piccola piramide satellite ancora ben conservata, è possibile accedere ma solo per un breve tratto a causa dell’insabbiamento. Abdel Salam Hussain che ebbe occasione di esplorarla nel 1946 parla di un corridoio che per un tratto è in discesa poi risale e sbuca in una modesta camera anch’essa a volta aggettante. All’interno Hussain trovò alcuni frammenti di vasi ma nessuna traccia di sepoltura.

Il rivestimento esterno della piramide satellite è fatto con piccoli blocchi di calcare molti dei quali recano ancora  sia il nome di Snefru sia il grafema “hw”, l’antico nome della piramide.

Sul lato rivolto a nord della piramide romboidale  si trovano pochi resti di una cappella che dovette essere il luogo di culto a nord, misura 10,60 x 3,40 metri ma non si riesce a stabilire dove fosse situato l’ingresso. L’insieme si presenta con un vano quadrato ed un cortile nel quale si trovava un altare per le offerte chiamato “Hetep” che significa “sacrificio” o “altare sacrificale”.

Un secondo luogo per sacrifici all’aperto era situato lungo l’asse est-ovest ad oriente della piramide, consisteva in un altare costituito da tre blocchi in calcare e comprendeva due enormi stele monolitiche sempre in calcare dalla forma di “hetep” alte circa 9 metri poggianti su un basamento, oggi raggiungono solo più i 2 metri circa.

Le stele sono decorate e su di esse spiccavano i titoli ed il nome del sovrano racchiuso nel serekht (parte di una delle due stele è stata sistemata nei giardini del Museo del Cairo). Sulla fronte si trova un altare di alabastro come luogo di culto.

Durante il Medio Regno il sito sacrificale subì un restauro, venne racchiuso tra mura in mattoni crudi che lo trasformarono in un piccolo Tempio funerario; oggi si trova ancora in buone condizioni probabilmente per le successive ristrutturazioni.

Una piccola piramide cultuale era situata accanto alla parete sud, Abdel Salam Hussain, che la esplorò asserisce di aver letto fra le altre iscrizioni il nome della regina Hetepheres I, moglie di Snefru ma ulteriori indagini svolte successivamente lo smentirono. L’ingresso alla piramide si trovava sotto la terra, da qui partiva un corridoio che, dopo un breve tratto discendente, risaliva per accedere ad una piccola camera la cui volta aggettante raggiungeva i 7 metri di altezza.

L’egittologo Herbert Ricke che ebbe a scavare nel sito ipotizzò, secondo la sua visione romantica, che l’ingresso fosse anticamente protetto da cobra vivi.

Si pensa che in origine l’intero complesso funerario fosse circondato da un imponente muro di calcare giallo grigiastro, al suo interno un’ampia corte, di pianta quadrata dove nel lato nord-est terminava la rampa cerimoniale.

Quella che risultò essere la rampa cerimoniale, fu portata alla luce nel 1925 da Gustave Jéquier. La rampa ha origine a sud-ovest ed è lunga 700 metri e larga 7 metri, completamente lastricata con blocchi di calcare, segue un percorso stranamente irregolare, non possedeva una copertura ed era protetta ai lati da due bassi muri in pietra arrotondata alla sommità.

Sul fondo presenta un piccolo vestibolo di due locali con ancora i fori di battenti per la chiusura. Interessante il ritrovamento di una stele in calcare proveniente dalla vicina tomba di Netejeraperef, figlio di Snefru, probabilmente riutilizzata in un probabile restauro all’epoca del medio Regno.

Il Tempio a valle è ubicato a circa 1 chilometro ad ovest della Valle del Nilo ed in quanto tale risulta il primo di quelli che poi verranno edificati successivamente e dal quale parte la rampa processionale.

Venne scavato da Fakhry nel 1952, si presenta con una base rettangolare di 47 x 26 metri con muri di 2,60 metri decorati con la rappresentazione dei vari possedimenti del re delle Due Terre sotto forma di donne che recano doni. Al nord sono stati rinvenuti i resti di sei cappelle con vestibolo dove il sovrano era rappresentato in differenti pose e con diversi abiti.

Si pensa che le sei cappelle rappresentassero i sei componenti dell’essere: “khet, ren, shut, ka, ba e akh. Per concludere con Stsdelmann, la piramide romboidale non fu mai la tomba di Snefru ma un elemento per il culto funerario del faraone sul tipo della tomba sud di Djoser in funzione della vera tomba di Snefru: la Piramide Rossa.                          

Fonti e bibliografia:

  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi, Necropoli di Dahshur. Ananke, Torino, 2009
  • Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • Pietro Testa, “Lettere dall’antico Egitto”, (Decreto di Pepi I sulla piramide di Snefru), 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, 2004
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993)

Un ringraziamento particolare agli amici Ahmed Galal, Travel Agent ed a Hussein Mahmoud Abdel Salam, italian english guid per avermi fornito gran parte delle foto da me utilizzate per i tre articoli sulla piramide Romboidale.

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LE OCHE DI MEIDUM – VERO O FALSO STORICO?

Di Piero Cargnino

Meidum, (Muhāfazat Banī Suwayf in arabo), è un moderno villaggio nel governatorato di Beni Suef nel centro del paese, a sud del Cairo. Si trova sulla riva sinistra del Nilo ed è un’area basata sull’agricoltura e l’allevamento, esistono anche alcune industrie, cementifici e fabbriche per la produzione tessile, alimentare, calzaturiere e per la produzione del tabacco. Sulle rive del Nilo si trovano alcune cave di alabastro.

A 9 km dal villaggio moderno si trova il complesso piramidale dell’Antico Regno risalente a Snefru, primo faraone della IV dinastia e le rovine delle città di Eracleopoli e di El-Hiba.

Il complesso di Maidum ospita la grandiosa piramide di Snefru, (Djed Snefru, “Snefru è duraturo”) (o Uni), che è la piramide più meridionale dei sovrani di Menfi. Sul lato nord-est del complesso funerario si trova la necropoli contenente diverse mastabe, decorate con sontuosità, appartenute a famigliari dello stesso Snefru.

Degna di nota la mastaba n. 17,  indagata da Petrie nel 1910 dove rinvenne una mummia al suo interno, con ogni probabilità appartenuta ad uno dei figli del faraone Snefru. Auguste Mariette si recò poco più a nord, dove si trova una seconda necropoli che ospita parte della corte reale della IV dinastia.

Qui Mariette, nel 1871, scoprì la mastaba n. 16, il cui proprietario era il principe Nefermaat, (Maat è splendida), e di sua moglie Atet. All’interno furono rinvenuti due bassorilievi raffiguranti scene di caccia e piccoli animali.

La cosa più sorprendente però fu quello che Mariette dichiarò di aver trovato all’interno, un pannello, delle dimensioni di cm 27 di altezza per cm 172 di lunghezza, situato nella cappella di Atet, realizzato con pittura su stucco, opposto dell’affresco, con notevole tecnica pittorica, che rappresenta una scena di caccia sulle rive del Nilo.

L’affresco riporta, con notevole tecnica pittorica in modo simmetrico sei oche, divise in due gruppi speculari, molto realistiche nella forma e nei colori. L’arte pittorica egizia ebbe nel periodo storico dell’Antico Regno, la massima attenzione per i dettagli di animali e piante, tanto che ancora oggi è possibile individuare la specie delle oche, dal piumaggio stilizzato.

L’affresco originale delle ormai famose “Oche di Meidum”, (soprannominato “La Monna Lisa d’Egitto”), è oggi conservato al Museo Egizio del Cairo, mentre una copia si trova al British Museum di Londra.

Recentemente alcuni archeologi hanno avanzato dubbi sull’autenticità del dipinto che presenterebbe diverse anomalie. In tal senso si è espresso l’egittologo italiano Francesco Tiradritti, docente di Egittologia all’Università di Enna e direttore della Missione archeologica italiana in Egitto.

Nell’aprile 2015, in seguito a studi condotti sul dipinto, Tiradritti pubblicò un articolo sul Giornale dell’Arte nel quale espresse le sue convinzioni sul fatto che il dipinto non risalisse all’epoca assegnata da Mariette. Mise in risalto il fatto che quattro delle sei oche non erano originarie dell’Egitto e, per di più, non erano neanche attestate altrove nell’arte egizia. Tra le altre anomalie riscontrò che anche le tonalità dei colori usati non è riscontrabile in altre pitture egizie in quanto il tipo di stesura sarebbe possibile soltanto con l’utilizzo di pennelli moderni, inoltre esisterebbe una eccessiva “sproporzione” tra le oche.

Secondo l’egittologo il dipinto sarebbe un falso realizzato, in accordo con Mariette, dal pittore ottocentesco italiano Luigi Vassalli per conto del Museo di Bulaq per cui lavorava.

Un altro indizio confermerebbe il falso, nella cappella di Atet c’è un frammento di una pittura che rappresenta un avvoltoio e un cesto, questi nel linguaggio dei geroglifici egizi corrispondono alle lettere G e A. Sarebbero le iniziali della seconda moglie di Vassalli, Angiola Gigliati.

La firma occulta di uno scherzo colossale che potrebbe aver retto fino ai giorni nostri ?

Fonti e bibliografia:

  • Francesco Tiradritti, da “Il Giornale dell’Arte”, numero 352 di aprile 2015
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”. Torino: Ananke, 2006
  • Peter Janosi, “Le piramidi”, Bologna, Il Mulino, 2006
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE DI HUNI – SNEFRU A MAIDUM

Di Piero Cargnino

Con il faraone Snefru, figlio di Huni, ultimo sovrano della III dinastia e della sposa secondaria  Meresankh, inizia la IV dinastia.

Il papiro Westcar sottolinea il fatto che, essendo figlio di una sposa secondaria, Snefru  non apparteneva alla discendenza diretta, pertanto, per legittimare le sue pretese al trono, sposò la sorellastra, la principessa Hetepheres figlia di Huni e della sposa principale che troviamo citata come “Figlia del Re e sposa del Re”.

Secondo alcuni regnò per una cinquantina di anni ma l’opinione più diffusa è che abbia regnato per 29 anni.

Snefru fu un grande Faraone, governò con saggezza dando un impulso alle attività egizie che porto ad un aumento della ricchezza del paese. La Pietra di Palermo cita che, dopo aver allestito una imponente flotta navale composta da 40 navi lunghe fino a 50 metri, organizzò una spedizione a Biblo in Libano tornando con un ingente carico di legno di cedro, prezioso per gli egiziani.

Mantenne e consolidò l’occupazione del Sinai con tutte le sue miniere, in particolare quelle di turchese, e continuò a governare sulle oasi e nella Nubia. Sempre la Pietra di Palermo riporta che Snefru intraprese due campagne militari dalle quali tornò vittorioso. La prima contro i ribelli nubiani dalla quale tornò con 7000 prigionieri e 200.000 capi di bestiame. La seconda contro i Tiehnyu (tribù libiche) che minacciavano il confine occidentale strappando un ingente bottino.

Snefru è considerato a ragione il “più grande costruttore di piramidi di tutti i tempi”, nei pressi di Saqqara, a Dashur, si fece costruire ben due piramidi, quella cosiddetta “romboidale”, per il suo profilo con i vertici spezzati, e la “piramide rossa”.

Ma, come detto in precedenza, pare che abbia anche completato quella del padre a Maidum. Le tre piramidi insieme contengono oltre tre milioni e mezzo di metri cubi di pietra superando così per volume la Grande Piramide di Cheope.

Nessuno sa perché Snefru si fece costruire tre piramidi, forse a causa dei problemi incontrati nella costruzione delle prime due o, forse, perché le sue manie di grandezza lo portarono a voler possedere uno o più cenotafi, oltre alla tomba vera.

Bene, noi ora, dopo aver visitato le varie piramidi minori, o perlomeno quelle conosciute, ci concentreremo sulla piramide di Maidum.

La prima delle grandi piramidi dopo quella di Djoser. Giunti al Cairo prendiamo la strada che prosegue verso sud, ci troviamo immersi in un paesaggio verde, rigoglioso di campi e giardini che formano la valle del Nilo. Proseguiamo per circa 100 chilometri fino a quando appare, al bordo del deserto occidentale, la maestosa sagoma di uno strano edificio composto da tre enormi gradoni. Già da lontano guardandolo parrebbe di aver sbagliato paese e di trovarci in Mesopotamia perché l’edificio che vediamo appare come una ziqqurat  di quelle che si trovano presso le rive del Tigri e dell’Eufrate. Tranquilli, siamo al posto giusto, quella che vediamo non è una ziqqurat, si tratta della piramide a gradoni di Maidum.

Questo è un sito archeologico che si trova a 9 chilometri dal moderno villaggio di Maidum nel governatorato di Beni Suef. La forma con cui si presenta oggi, non è assimilabile ad una piramide a gradoni ne ad una perfetta, questo ha fatto si che le venisse attribuito il nome arabo di “Haram el-Kaddab”, ovvero “la Falsa Piramide”.

Di essa lo storico arabo Taqi ad-Din al-Maqrizi nel XII secolo ebbe a dire che appariva come una montagna di cinque gradoni. Purtroppo nel corso dei secoli l’azione del tempo, aiutata in questo dalla più incisiva azione dell’uomo che la utilizzò come cava di pietre da costruzione, la erose a tal punto che il suo aspetto dovette sorprendere già i viaggiatori medievali che ne segnalarono la presenza nei loro resoconti di viaggio in uno dei quali si racconta della visita di Shaykh Abu Mohammed Abdallah tra il 1117 e il 1119; l’esploratore danese Frederik Ludwig Nordens, nel 1717, la descrive come una specie di montagna a tre gradoni.

I metodi usati dai saccheggiatori arabi nello smantellamento, cioè far rotolare dall’alto i blocchi rimossi causandone la rottura e la proiezione di detriti e schegge, ha probabilmente contribuito ad accrescere l’accumulo di detriti che oggi si presenta alto circa 50 m sul quale si erge quanto resta della piramide.

La spedizione di Napoleone del 1799 transitò nei pressi di Maidum ed il disegnatore Denon riuscì a tracciare alcuni schizzi della piramide. Occorrerà arrivare al 1837 perché venissero effettuati rilevamenti un po più accurati da parte degli archeologi Perring e Vyse, ma solo nel 1843 la piramide divenne oggetto di studio della spedizione di Lepsius il quale però non ci ha lasciato particolari descrizioni limitandosi a disegnare solo l’esterno dell’edificio.

In assenza di maggiori indizi cui far riferimento sorse tra gli egittologi il problema di stabilire a quale faraone appartenesse la piramide, vennero formulate varie ipotesi che in un primo tempo attribuirono la costruzione del complesso funerario di Maidum al faraone Huni, figlio di Khaba, del quale abbiamo già visto la sua piramide minore, e padre di Snefru. Huni fu l’ultimo re della III dinastia ma il suo nome non compare in nessun ritrovamento sul sito. Al contrario i graffiti identificati da Flinders Petrie su alcuni blocchi, trovati all’interno del tempio funerario vicino alla piramide, databili al 17º anno di regno di Snefru è riportato il nome di “Djed Snefru”, (Snefru è duraturo), questo ha portato ad attribuire la costruzione, se non per intero, al faraone Snefru.   

Secondo le ipotesi più accreditate Huni avrebbe ordinato la costruzione della piramide di Maidum che nelle sue intenzioni doveva ricalcare quella del suo antenato Djoser, ovvero una piramide a gradoni sul tipo di quella di Saqqara, ma per una ragione che non conosciamo non riusci ad ultimarla. Si pensa che sia stato suo figlio Snefru a farla  completare con l’intenzione di trasformarla in piramide vera e propria con le facce lisce.

Forse fu (o sarebbe stata) la prima piramide della storia ad avere la forma classica con un’altezza di 92 metri e un lato di base di 144 metri. Ma il tentativo non riuscì, sarà stata l’inesperienza dei costruttori non ancora in possesso delle tecniche necessarie o, come vedremo più avanti, errori di valutazione sulla tenuta dei blocchi aggiuntivi alle pareti lisce del nucleo interno erette sulla sabbia e non sulla roccia, ma già in fase di ultimazione o appena ultimata o comunque non molto tempo dopo, la struttura collassò scoprendo, parzialmente, di nuovo l’originale aspetto a gradoni.

Le indagini di Petrie evidenziarono alcune questioni riguardo alla piramide ma nel contempo sollevarono ulteriori domande sorte proprio in funzione delle sue indagini.

Con Petrie lavorava un altro archeologo, lo statunitense Gerald Wainwright che scavò un tunnel nell’angolo nord-est della piramide. Seguendo il tunnel, Petrie scoprì che l’interno del nucleo era formato da dieci strati di blocchi di calcare finemente lavorati poggianti sulla superficie compatta dell’opera muraria più interna. Ma la cosa che lasciò esterrefatti gli archeologi fu che ciascuno strato si presentava perfettamente levigato. Una tecnica assurda se si pensa che in questo modo veniva pregiudicata la tenuta d’assieme dell’intero edificio.

Borchardt per primo suggerì che la piramide passò attraverso almeno tre fasi di costruzione. In una prima fase venne eretta una piramide a sette gradoni su un fondo roccioso e stabile, nella seconda fase fu aggiunto un ulteriore gradone. Nella terza fase venne presa la decisione di trasformare la piramide a otto gradoni in una piramide a facce piane, questo fece si che le fondamenta dell’ulteriore ampliamento uscissero dal fondo roccioso poggiando solo sulla sabbia. Un progressivo cedimento della sabbia portò allo scivolamento dei blocchi, non ben fissati sulle pareti lisce del nucleo, il risultato quindi fu il crollo della struttura esterna.

Secondo Mendelssohn il crollo fu immediato invece altri sostengono che la cosa si sia verificata progressivamente nel tempo.

Vediamo ora se è possibile entrare all’interno della piramide e lo facciamo con le testimonianze che ci sono pervenute.

L’ingresso della piramide si trova sul lato settentrionale, a 18,5 m di altezza rispetto al livello del terreno; superato l’ingresso si incontra un corridoio in discesa che, dopo 58 m e sette gradini, diviene orizzontale per altri 9,45 m; al termine di tale corridoio, cieco, si apre un pozzo verticale profondo circa 3 m.

Nel soffitto, attraverso un’apertura che sale verticalmente per 6,65 m si accede alla camera funeraria le cui dimensioni sono di 5,90 m per 2,65 m, con un’altezza, (al culmine), di 5,05 m. La camera è scavata quasi per intero nella roccia di fondo, le pareti, per soli 50 cm, e l’intera volta, si trovano all’interno della struttura della piramide.

Il soffitto a volta aggettante è costruito con enormi blocchi di calcare che vanno via via restringendosi fino al culmine, cosa che ha permesso di reggere l’enorme peso della massa sovrastante. Questa tecnica, che ricalca l’architettura in mattoni in uso fin dall’età arcaica, la troveremo in molte altre piramidi successive. Il primo archeologo ad entrare nella piramide fu Gaston Maspero il quale rinvenne in un angolo della camera alcune travi di legno e della corda. In un primo tempo si pensò a resti lasciati dai saccheggiatori ma alcuni egittologi avanzarono l’ipotesi che si trattasse di materiale che avrebbe dovuto servire ai costruttori per issare il sarcofago del sovrano fin nella camera.

C’è però un fatto, nella camera non è stato rinvenuto alcun sarcofago, cosa che lascia supporre che nella piramide non sia mai avvenuta una sepoltura. Inoltre non sarebbe stata una cosa da nulla trasportare un pesante sarcofago di pietra lungo tutto il corridoio per poi issarlo fino alla camera, sicuramente sarebbe stato molto più semplice, e logico, collocare il sarcofago all’interno già in fase di costruzione. Anche questo fa parte dei tanti misteri di Maidum.

La piramide è circondata sui quattro lati da un impressionante mole di detriti la cui stratificazione confermerebbe l’ipotesi che non si sia verificato un crollo improvviso ma che sia stato un decadimento graduale e distribuito in un tempo abbastanza lungo.

Nella parte orientale lungo lo zoccolo della piramide gli scavi di Petrie portarono alla luce una cappella in calcare bianco, forse avente la funzione del “Tempio Funerario” che comparirà poi nei complessi piramidali successivi, anche se la cosa appare alquanto strana poiché sarebbe l’unico caso di un tempio eretto sul lato est anziché su quello nord.

Sorprendentemente il tempio si presenta quasi completamente intatto con i soffitti piatti al loro posto perfettamente conservati. La pianta è quasi quadrata, un corridoio permette l’accesso ad un cortile aperto dove si trova un ambiente con ai lati due stele monolitiche in calcare alte 4,20 metri, lisce ed arrotondate in alto, non presentano alcuna iscrizione il che fa supporre che la costruzione sia stata abbandonata anche da Snefru e che comunque non avessero uno scopo cultuale o rituale.

Mentre le stele sono anepigrafe non lo sono i blocchi del tempio che dovette aver impressionato i visitatori in epoche successive a tal punto che questi non lesinarono certo nell’universale mania di lasciare graffiti a testimonianza del loro passaggio, infatti sono numerosi sulle pareti e molti di essi non sono certo avari di lodi, la maggior parte risalgono principalmente alla XVIII dinastia.

Troviamo la dedica di Ankhkheperreseneb, risalente al 41° anno di regno di Thutmosi III, il quale racconta che si era recato a Maidum per ammirare lo splendido Tempio di Horo Snefru, e proclama che: <<…….sul tetto del Tempio di Horo Snefru piove dal firmamento mirra fresca e gocce di incenso profumato…….>>.

Su alcuni blocchi sono stati trovati dei graffiti molto interessanti in quanto rappresentano dei disegni stilizzati di piramidi a gradoni, altri graffiti, che si pensa siano annotazioni di cantiere, riportano date e nomi di squadre di operai. Le date si riferiscono a periodi compresi fra la quindicesima e la diciottesima conta del bestiame di un faraone non meglio identificato. Si pensa che si tratti di Snefru in quanto i graffiti sono simili ad altri che compaiono nella piramide di Snefru a Dashur.

A proposito di graffiti ritengo interessante citare anche quello trovato in una delle cave di pietra situata nel Sinai dove il faraone Snefru viene rappresentato nell’atto di uccidere un avversario, non è chiaro di che avversario si tratti ma, vista la provenienza del graffito, viene spontaneo pensare che si tratti di un asiatico.

Sul lato meridionale della piramide principale si trova una “piramide satellite” di 26,65 m per ogni lato utilizzata, probabilmente, per svolgere i riti dedicati al culto del sovrano. Possiede una sottostruttura alla quale si accede da nord attraverso un corridoio discendente, l’unica cosa che si sa è che tra le sue rovine venne rinvenuta una stele dove era rappresentato il dio falco Horo. Ai lati si trovano le sepolture dei principi e dei nobili che presentano pitture funerarie e rilievi di grande ricchezza espressiva.

Esiste, inoltre, una “Via Cerimoniale” lunga 210 m costeggiata da due muri alti circa 2 m cosa che fa supporre che esistesse anche un “Tempio a Valle” che a tutt’oggi nessuno ha ancora scavato in quanto il terreno è particolarmente paludoso a causa del livello elevato della falda freatica. Si presume che verso est si ergesse la cittadella reale di Snefru, Djedsnefru (Snefru è eterno).

Sul lato nord-est del complesso funerario si trova la necropoli che contiene, tra le altre,  alcune mastabe interessanti. La mastaba, (n. 17), il cui proprietario è rimasto ignoto venne indagata da Petrie nel 1910, al suo interno, dopo aver percorso un corridoio, si entra in un’ampia camera funeraria che conteneva un sarcofago di granito rosso, la mummia scoperta al suo interno è stata attribuita a uno dei figli del faraone Snefru.

Poco più a nord una seconda necropoli ospita altre mastabe di nobili della corte reale decorate con sontuosità. La mastaba n. 16 ospita la sepoltura del principe Nefermaat e di sua moglie Itet, celebre per le famose “oche di Meidum” scoperte da Mariette. Nel 1871, Luigi Vassalli fece rimuovere il dipinto dal muro ed ora è custodito nel Museo egizio del Cairo.

Un’altra mastaba, tra le più imponenti della necropoli è stata attribuita al principe Rahotep, figlio di Snefru. Scoperta da Auguste Mariette nel 1871, conteneva al suo interno, oltre ad alcune statue di pregevole fattura, la stupenda coppia statuaria che rappresenta in modo magistrale il principe Rahotep con la moglie Nofret assisi.

La perfezione della statua e l’eccezionale stato di conservazione sono tali per cui, quando gli operai entrarono nella stanza buia rimasero in un primo momento terrorizzati alla vista dell’uomo e della donna che sembravano ancora vivi e stessero seduti a riceverli all’interno della loro tomba.

Resta ancora avvolto nel mistero il perché Snefru abbandonò la necropoli di Maidum per andare a farsi costruire una seconda piramide a Dashur, dove poi ne costruì ben due. Voleva forse avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, prevedendo la costruzione di una nuova capitale in posizione più strategica per meglio controllare l’immenso Delta? Le ipotesi sono molte ma penso che la vera ragione non la sapremo mai.

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2002
  • Riccardo Manzini. “Complessi piramidali egizi”, Torino, Ananke, 2009
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE HUNI

Di Piero Cargnino

La III dinastia si conclude con il regno del faraone Huni, figlio di Khaba, lo apprendiamo dal Canone Reale di Torino che gli assegna un regno di 24 anni.

Lo confermano anche il Papiro Prisse, trovato dall’egittologo francese Emile Prisse d’Avennes, ed il papiro Westcar, acquistato in Egitto nel 1824 dal viaggiatore e collezionista inglese Henry Westcar, dove si racconta che Huni ed una sposa secondaria, Meresankh erano i genitori di Snefru.

Non si sa per quale ragione Manetone fa iniziare la IV dinastia con il faraone Snefru, anche perché pare che questi fosse già un diretto discendente del faraone Huni che lo precedette, ho detto “pare” perché non tutti gli studiosi concordano non essendo ben chiara la linea di successione secondo Manetone.

Di Huni non si conosce il suo nome Horus, alcuni lo associano al nome Horo Qa-Hedjet ma in proposito non esistono delle prove effettive. Non lo troviamo nella lista di Manetone della quale non ci si può fidare ciecamente in quanto, per ciò che riguarda la III dinastia contiene parecchi nomi non associabili a sovrani accertati.

Il Canone reale invece, per questo sovrano, eccezionalmente riporta altre notizie quali, la costruzione di Seshem (?). Alcuni studiosi attribuiscono ad Huni la costruzione della piramide minore di Seila, mentre l’egittologo francese Henri Gauthier gli attribuisce anche la costruzione di quella di Elefantina. Inoltre, come detto in precedenza, Günter Dreyer e Werner Kaiser ipotizzano che il faraone Huni avesse concepito un più ampio progetto di costruzione che avrebbe riguardato tutte le altre piramidi minori che abbiamo appena trattato in precedenza. Pare inoltre che abbia fatto costruire anche una fortezza sull’isola di Elefantina.

In un primo tempo gli egittologi attribuirono al faraone Huni anche la costruzione del complesso funerario di Maidum. A questo proposito occorre precisare che circa la costruzione della piramide di Maidum non esistono solide prove archeologiche anche se alcuni obiettano che, avendo regnato abbastanza a lungo, almeno il tempo per costruirla l’avrebbe avuto.

A tutt’oggi le ipotesi più accreditate sono quelle che attribuiscono a Huni la costruzione della prima parte della piramide, quella tutt’ora visibile, gli immensi gradoni che la rendono del tutto simile ad una ziqqurat mesopotamica ricalcando in un certo senso quella del suo antenato Djoser a Saqqara, ma per una ragione che non conosciamo non riuscì ad ultimarla.

A questo punto le ipotesi e le supposizioni si sprecano.

  • Huni avrebbe costruito la piramide completa che poi però sarebbe collassata quindi Snefru non c’entrerebbe niente.
  • Huni avrebbe costruito la parte interna della piramide che poi Snefru avrebbe completato.
  • La piramide sarebbe collassata durante i lavori ordinati da Snefru.
  • Snefru avrebbe completato la piramide con le facce lisce ma in seguito, a causa di un terremoto, la parte esterna sarebbe collassata.

Scusate ma a questo punto mi fermo per non stordirvi, l’unica cosa certa è che la piramide è crollata, almeno la parte esterna e nessuno sa spiegarne la causa.

Fonti e bibliografia:

  • Peter Jànosi, “Le piramidi”, Il Mulino, Bologna, 2006
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Torino: Ananke, 2009
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990 W.S. Smith, “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Il Saggiatore, Milano 1972
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LE PIRAMIDI MINORI

Di Piero Cargnino

La III dinastia sta finendo, finora noi l’abbiamo esaminata secondo lo schema maggiormente accettato che corrisponde all’ipotesi avanzata dal Contrammiraglio ed egittologo egiziano Nabil Muhamed Abdel Swelim nel 1977.

Non è certa la successione dei faraoni all’interno della dinastia in quanto scarseggia ogni tipo di documentazione ed i dubbi sono molti addirittura sulla reale esistenza di alcuni di essi.

Io seguirò la linea di Swelim secondo la quale a succedere a Khaba sarebbe stato Huni. Nonostante ciò non intendo trascurare diverse sepolture che altri egittologi hanno, più o meno arbitrariamente, classificato come piramidi.

Sono note altre otto piramidi, o presunte tali, che vengono comunemente dette piramidi minori. Si tratta di otto costruzioni di piccole dimensioni, oggi ridotte a cumuli di macerie, risalenti al periodo di passaggio dalla III alla IV dinastia. Queste rappresentano uno dei maggiori enigmi della storia delle piramidi, di loro e dei loro proprietari si sa poco o nulla, tranne che sono esistiti.

I cumuli di macerie tutt’ora esistenti ci premettono solo di formulare ipotesi, esse presentano la disposizione della muratura del nucleo a “letti inclinati”, ovvero parallelamente alle facce del rivestimento esterno. Essendo di dimensioni ridotte ed in assenza di esplorazioni archeologiche approfondite, si pensa possa  trattarsi di cenotafi o di piccole piramidi di principi o regine.

Secondo alcuni potrebbe trattarsi di luoghi sacri a Horus e Seth o simboli del tumulo primordiale da cui scaturì la vita.

Procedendo secondo l’ordine adottato dall’egittologo Miroslav Verner queste piramidi sono:

  1. la cosiddetta piramide Lepsius n. 1,
  2. la piramide di Seila,
  3. la piramide di Zwaijet el-Meijtin,
  4. la piramide di Seinki,
  5. la piramide di Naqada,
  6. la piramide di Kula,
  7. la piramide di Edfu,
  8. la piramide di Elefantina.

Per quanto mi sarà possibile nelle mie ricerche, che in questo caso si fanno assai complesse,  farò il possibile per darvi un’idea di queste costruzioni poco conosciute ma che rappresentano comunque un momento importante per conoscere più a fondo la storia delle “Due Terre”.

LA PIRAMIDE LEPSIUS N. 1

La prima “piramide” la troviamo nella necropoli di Abu Rawash, alcuni chilometri a nord di Giza, qui si trovano le rovine del tutto misteriose identificate come piramide Lepsius n, 1.

Vyse e Perring visitarono il sito ma visto lo stato miserevole in cui si trovava il monumento non si interessarono più di tanto, così fecero anche altri egittologi tra cui il francese Fernand Bisson de la Roque.

La costruzione si presentava come una massa informe di mattoni alta circa 20 metri. Rovine che quando le visitò l’archeologo Nabil Swelim, alla metà degli anni 80, del novecento, erano già quasi del tutto demolite. Di questa costruzione, mai esplorata a fondo non rimane che l’ipotesi dell’egittologo Sweling il quale afferma che si sarebbe trattato di una gigantesca piramide a gradoni costruita inglobando al suo interno una grande altura rocciosa, cosa che avrebbe agevolato la costruzione dandole maggiore stabilità e solidità con costi decisamente inferiori.

Sempre Swelim afferma che la piramide risale alla III dinastia e che fu fatta costruire da Huni, Inutile dire che tale affermazione ha sollevato una marea di obiezioni da parte di altri egittologi lasciandoci di fronte ad uno dei tanti enigmi irrisolti di cui è ricca la storia egizia.

Esiste però un fatto che contrasterebbe la teoria di Swelim, l’altura rocciosa che costituirebbe il nucleo della presunta piramide contiene più di tredici tombe ipogee risalenti alla V e VI dinastia. Ora, per giustificare questo fatto, bisognerebbe supporre che la piramide sia stata abbattuta almeno durante la IV dinastia in modo da permettere di essere trasformata in una necropoli di tombe rupestri.

A questo punto dobbiamo prendere atto che la costruzione in mattoni, che Lepsius ha classificato come piramide n. 1 nella sua lista, rimanga uno dei tanti misteri irrisolti dell’archeologia egizia.

LA PIRAMIDE DI SEILA

Passiamo ora alla seconda piramide, quella di Seila nel Fayyum.

La piramide si trova 10 km a Ovest rispetto a quella di Meidum e, secondo gli aggiornamenti forniti dall’egittologo Kerry Muhlestein durante un simposio sull’Egitto tenutosi a Toronto, la piramide venne commissionata  da Snefru, padre di Cheope. Muhlestein affermò:

“Effettivamente abbiamo trovato pietre collocate regolarmente e buone prove che fosse una vera piramide con un rivestimento regolare che vediamo sulle altre piramidi di Snefru”.

La piramide di Seila è l’unica che conservi parte del rivestimento in calcare, doveva avere una base di 22,50 m per un’altezza di 17 m ripartita su tre gradoni. Il centro della piramide è mancante, si presume che sia stato portato via dai saccheggiatori che cercavano la camera funebre, della quale non sappiamo ancora se ci fosse o no, o più semplicemente perché ne fecero una cava di pietra.

La cosa più sorprendente infatti è la totale mancanza di camere né in superficie né ipogee. Possiede un portico con un pavimento in pietra e mattoni senza muri, sembra che fosse un’area aperta. Nonostante siano stati rinvenuti un altare per la libagione, una statua e due stele: su di una compare un cartiglio con il nome di Snefru, nei pressi della costruzione non è stato rinvenuto alcun luogo di culto.

A questo proposito Muhlestein afferma:

“Snefru fu il primo faraone a scrivere il suo nome in un cartiglio e la stele di Seila dimostra il modo in cui i nomi sarebbero stati scritti da allora in poi, ponendo uno standard”.  

LA PIRAMIDE DI ZAWIJET EL-MEIJTIN

A circa 7 chilometri dal moderno centro amministrativo di Minya, città di quasi 200 000 abitanti, a circa 250 km a sud del Cairo, nel Medio Egitto, nei pressi del moderno villaggio di Zawyet Sultan sulla sponda orientale del Nilo, si trova il sito archeologico conosciuto con il nome di Zawijet el-Meijtin (Angolo dei morti) che corrisponde all’incirca all’antica città di Hebenu, la capitale del XVI distretto dell’Alto Egitto.

Il nucleo principale dell’area archeologica comprende una piramide dell’Antico Regno, situata all’entrata del sito, e alcune tombe dell’Antico, Medio e Nuovo Regno scavate nella falesia rocciosa. Il luogo era probabilmente già destinato alle sepolture fin dall’antichità in quanto nei pressi sono state rinvenute numerose tombe a pozzo ed alcuni resti di mastabe risalenti all’Antico Regno.

Le rovine della piramide (o mastaba) si presentano con un’altezza di soli 5 metri, sul sito non risulta siano mai state eseguite ricerche approfondite. Alcune indagini venero eseguite dall’egittologo francese Raymond Weill nel 1911 senza però approdare a risultati significativi. Anche Lauer lavorò per breve tempo alle rovine ma dai risultati ottenuti non emergono significative indicazioni.

Di questa presunta piramide non si conosce nulla, non è possibile avanzare ipotesi sul suo proprietario, e non è neppure chiara la ragione per cui questa è l’unica piramide egizia ad essere situata sulla riva orientale del Nilo. Circa la sua ubicazione venne ipotizzato che la si debba mettere in relazione con la città di Hebenu le cui rovine a tutt’oggi non sono ancora state esplorate.

La piramide è una delle sette note in Alto Egitto, datata alla III dinastia. Come le altre piramidi minori anche questa fu costruita con pietra calcarea usando come materiale di fissaggio una specie di malta composta di fango del Nilo misto a sabbia e calcare, tuttavia, a differenza delle altre, questa presenta i resti di un rivestimento esterno in blocchi politi di calcare. Il suo orientamento si presenta parallelo al corso che aveva il Nilo in quell’epoca.

LA PIRAMIDE DI SEINKI

Un’altra piramide minore a gradoni è quella di Seinki, località nei pressi dell’attuale villaggio di Naga el-Khalifa che si trova a circa 8 chilometri a sud di Abydos.

A scoprirla nel 1883 furono gli egittologi Charles Wilbour e Gaston Maspero i quali però effettuarono solo una breve ispezione, dopo di che la piramide cadde nell’oblio per quasi un secolo finché, nel 1977, la missione tedesca guidata da Gunther Dreyer e Nabil Swelim la riscoprì ed a partire dal 1981 si procedette ad effettuare indagini più approfondite.

Le ormai scarse rovine alte circa 4 metri rivelano che il metodo di costruzione ricalca quello della piramide di Zawaijet el-Meijtin, pietre di calcare cementate con malta di argilla e sabbia. Interessante notare che a metà di ciascun lato sono ancora presenti resti di rampe che arrivano ad un’altezza di 1,30 metri fatte con mattoni crudi, sabbia, fango e detriti vari. Si presume che le rampe arrivassero fino al bordo superiore del secondo gradone e che la rimozione del materiale sia avvenuta già durante l’Antico Regno. Alcuni reperti lasciano intuire che fin da allora pastori nomadi si siano insediati vicino alla piramide. Intorno alla piramide sono state scoperte 14 tombe che vanno dall’Antico Regno fino al Nuovo Regno.

LA PIRAMIDE DI NAQADA (OMBOS)

La quinta piramide minore, quella di Naqada, detta anche Piramide di Ombos, la troviamo a circa 300 metri a nord delle rovine dell’antico sito di Ombos, vicino alla moderna città di Naqada nell’Alto Egitto. Il sito è poco conosciuto, l’unico scavo effettuato a tutt’oggi fu quello di Flinders Petrie e James Edward Quibell nel 1895. La piramide è composta da un nucleo di circa 5,75 metri di lato attorno al quale vennero collocati tre strati di pietra portando i lati a 18,39 metri. Non è orientata a nord, ma 12° a nord-est, parallelamente al corso del Nilo. La struttura è alta oggi 4,5 metri, originariamente si pensa che potesse essere costituita da tre gradoni. Per la sua costruzione è stato utilizzato calcare di provenienza locale. Sotto l’angolo sud-ovest, Petrie ha scoperto una tomba di 1,25 x 2,00 metri, che molto probabilmente non ha nulla a che vedere con la piramide, è probabile che si tratti di una sepoltura secondaria. Non sono noti ne il costruttore ne lo scopo della sua costruzione, Günter Dreyer e Werner Kaiser ipotizzano che questa e le altre piramidi minori facessero parte di un più ampio progetto di costruzione concepito dal faraone Huni, l’ultimo sovrano della Terza dinastia. L’egittologo Andrzej Ćwiek è sostanzialmente d’accordo ma attribuisce il progetto non a Uni bensì al suo successore, il faraone Snefru. Per quanto riguarda lo scopo della costruzione di queste piramidi le ipotesi sono diverse, si pensa che si sia voluto realizzare un sito di rappresentanza regale oppure che l’intenzione fosse quella di rappresentare la pietra primordiale, il Benben, un simbolo dell’unità politica e religiosa delle Due Terre o a monumenti per le mogli dei faraoni

LA PIRAMIDE DI KULA

La prossima piramide minore la troviamo nei pressi del villaggio di Naga el-Mamarria, 6 chilometri a nord di Hierakompolis, circa 85 chilometri a sud di Luxor.

Di tutte le piramidi minori è quella che si è conservata meglio. Si tratta della piccola piramide a gradini di Kula attribuita ad un faraone non meglio identificato appartenente alla terza o quarta dinastia. Come le altre di cui abbiamo già parlato la piramide è costruita con blocchi di calcare cementati con malta ottenuta mescolando argilla, fango del Nilo, sabbia e detriti di calcare. Al contrario di quello che riscontreremo in altre piramidi successive (es. Cheope) l’orientamento della piramide verso i punti cardinali è parzialmente rispettato ma dagli angoli e non dai lati, cosa dovuta forse al fatto che il lato orientale della piramide segue il decorso parallelo al Nilo. Nel 1837 si interessarono al sito gli egittologi Perring e Vyse che per primi la descrissero, in quel tempo la parte fuori terra era ancora alta circa 12 metri.

Sul finire del XIX secolo Henri Naville sondò il lato nord-ovest ma non lasciò nessuna testimonianza interessante. Jean Capart, che effettuò ricerche come capo di un team belga, avanzò un’ipotesi interessante ed al contempo sorprendente. Capart evidenziò il fatto che l’orientamento della piramide ricalcava quello delle ziqqurat mesopotamiche. E’ stata quindi avanzata una teoria secondo la quale sia la piramide di Kula che la vicina fortificazione predinastica di Hierakompolis risentirono all’epoca l’influsso delle costruzioni mesopotamiche. Ovviamente a questa teoria sono state avanzate numerose opposizioni, Hierakompolis fu capitale dell’Alto Egitto e principale centro di culto del dio-falco Horo, contatti con l’Asia Minore si trovano documentati  in epoca arcaica, ma da ciò a vedere un nesso tra la piramide di Kula e le ziqqurat, secondo alcuni, è ritenuto poco probabile. Si pensa piuttosto che l’orientamento della piramide derivi molto più semplicemente dalla volontà di seguire il percorso del Nilo.

LA PIRAMIDE DI EDFU

Andiamo alla ricerca della settima piramide minore. La troviamo sepolta sotto ad uno spesso strato di sabbia, spazzatura e parte delle sue stesse macerie.

E’ stata scoperta nel sito archeologico di Edfu, quasi 800 chilometri a sud del Cairo dove 4.600 anni fa si stagliava, magnifica con i suoi gradoni. la piramide di Edfu che un attento lavoro di scavi ha finalmente riportata alla luce. Gli egittologi erano a conoscenza dell’esistenza di questa costruzione ma nessun archeologo aveva mai scavato nel sito. Nessuno però pensava ad uba piramide, gli abitanti del luogo credevano si trattasse della tomba di uno sceicco musulmano locale.

Gli scavi iniziarono nel 2010 grazie alla missione dell’Oriental Institute di Chicago, sotto la guida dei ricercatori Gregory Marouard Nadine Moeller. In origine la piramide doveva avere un’altezza di circa 17 metri, costruita con blocchi di arenaria di colore rossastro, cementati con malta d’argilla, i saccheggi e l’inclemenza del tempo ci hanno lasciato oggi solo una collinetta alta poco più di 5 metri che presenta una base quadrata di 18 metri per lato. Marouard, che scavò il sito dove si trovava una discarica di rifiuti moderni, inizialmente non pensava che si trattasse di una piramide, essendo locata nei pressi di un cimitero musulmano, la gente del posto pensava che si trattasse della tomba di un santo islamico.

Che non si tratti di un luogo di sepoltura, come anche le altri piramidi minori, lo si deduce facilmente dal fatto che anch’essa è priva di camere interne o ipogei. Le facciate esterne della piramide presentano graffiti in forma di geroglifici che porterebbero a pensare che vi siano stati sepolti donne e bambini, gli archeologi lo escludono in quanto le iscrizioni risalirebbero ed epoche di molto successive. Il rinvenimento sul lato est di un impianto con tracce di offerte di cibo confermerebbero l’ipotesi che si tratti di un’area cultuale.

LA PIRAMIDE DI ELEFANTINA

Passiamo ora all’ottava piramide minore, la piramide più meridionale fra tutte, che si trova sull’isola di Elefantina.

Nel 1909, una squadra francese guidata dall’egittologo francese Henri Gauthier scoprì la piramide che venne attribuita al faraone Huni, tale attribuzione si basava sul fatto che, nei pressi della costruzione era stato rinvenuto un grande masso di granito di forma conica recante un’iscrizione che conteneva il nome del faraone Huni. In origine la piramide doveva presentarsi con con una base di 18,46 metri e tre gradini costituiti da blocchi di granito rosa di provenienza locale cementati con la solita miscela di fango e sabbia. Anche questa piramide non ha una camera sepolcrale, il che conferma che non si tratta di una tomba.

Gli scavi condotti  dall’egittologo tedesco Gunter Dreyer nel 1978-79 sembrano confermare il fatto che si tratti di un cenotafio. Abbiamo così concluso questo ciclo relativo alle piramidi minori che hanno visto la luce nel periodo di transizione dalla III alla IV dinastia egizia, piramidi a gradoni che forse intendevano imitare la più importante piramide di Djoser (o forse no!).

Da notare che tutte queste piramidi minori hanno un denominatore comune, la tipologia è quella che si può collocare nella seconda metà della III dinastia, da Sekhemkhet a Snefru. In nessuna sono presenti ipogei o camere in superficie e nessuna possiede fabbricati di pertinenza. Escludendo quella di Zawijet el-Meijtin, sono dislocate tutte sulla sponda occidentale del Nilo e nessuna è rivolta verso i punti cardinali.

Gli egittologi pensano che queste potrebbero non essere le sole ma che ne esistano altre non ancora scoperte. Una di queste era ancora visibile nel XIX secolo nei pressi di Benha, l’antica Athribis. Le nostre conoscenze della città di  Athribis sono decisamente scarse. Ci si può solo basare su un documento per lo studio urbanistico dell’antica città ed all’utilizzo di una pianta rilevata nel 1798-1799 e pubblicata nella “Description de l’Egypte”. A quell’epoca era ancora visibile una piccola piramide di mattoni, ed altre costruzioni, il tutto fu smantellato nel 1852. Sul loro significato e su cosa volessero rappresentare le opinioni degli studiosi divergono enormemente. Si pensa a luoghi di culto sacri, a cenotafi delle regine eretti nelle provincie di origine, alla volontà di rappresentare il colle primigenio, a simboli del palazzo reale per rammentare in ogni luogo la potenza del re.

Non mi dilungo oltre su tutte le teorie avanzate, voglio solo mettere in evidenza, poiché lo ritengo molto interessante, il parere espresso dall’egittologa Amelia Edwards, essa fece osservare che in tutte le piramidi minori citate non esistono indizi certi circa la loro datazione, solo supposizioni tratte da reperti tipo la stele di Snefru a Seila che potrebbe non avere nulla a che vedere con la piramide omonima. Non potendo fissare una datazione precisa e, date le condizioni di quasi completa rovina in cui si trovano, non possiamo neppure essere certi che si trattasse effettivamente di piramidi, forse erano centri cultuali che risentivano ancora l’influsso delle ziqqurat mesopotamiche.

 Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2002
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nabil Swelim, “The brick pyramid at Abu Rawash Number I by Lepsius”, Archeological Society of Alexandrie, 1987
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita Editori, 1995
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)