Il pyramidion custodito al Museo Egizio di Torino, è uno di quei reperti che affascinano, tra mille altri, i visitatori e gli appassionati di egittologia.
Il pyramidion è la cuspide di una una piramide oppure di un obelisco. È sempre monolitico ed è realizzato in pietre diverse a seconda dei periodi storici.
Io, perciò, non mi dilungo più di tanto e vorrei contribuire con il commento filologico del reperto.
La vocalizzazione in italiano la trovate sotto la riga dedicata alla traslitterazione.
IL LATO NORD
IL LATO SUD
IL LATO EST
IL LATO OVEST
Questo lavoro è un’esercitazione dei Laboratori di Filologia Egizia che organizzo annualmente.
Diversamente dai corsi nei quali si studia la lingua e la scrittura, i Laboratori prevedono la traduzione di reperti museali, di letteratura, di rilievi epigrafici oppure di pareti monumentali.
In questo modo gli allievi mettono a frutto le competenze acquisite dal corso grammaticale che, ovviamente, è frequentato per primo.
Ricordo che imparare la lingua egizia antica e la scrittura geroglifica non è più difficile che imparare una lingua moderna. Anzi, sicuramente è mia opinione, che sia più semplice del tedesco, del russo o dell’arabo. Inoltre, è questo lo affermo a chiarissime lettere, È UNA STUPENDA GINNASTICA INTELLETTUALE.
Per chi volesse cimentarsi allo studio ho pubblicato la mia grammatica divisa in tre parti che trovate ai link seguenti:
La stele, pur essendo piccola e privata, è ancora policroma e il testo geroglifico è facilmente leggibile e traducibile; non mi resta che portare il mio piccolo e modesto contributo avendo trasformato la stele in una esercitazione rapida per i miei allievi di Laboratorio di Filologia Egizia.
Come di consueto riporto, qui di seguito, la pronuncia secondo la convenzione IPA seguendo la numerazione delle righe didattiche:
mky mntw [meki menetu]
ḥmt.f nbw em wsḫt [hemet.ef nebu em useket]
in sn.f [in sen.ef]
sꜤnḫ rn.f smnḫ [sank ren.ef semenek]
ḥtp-di-(ny-)swt wsir nb Ȝbḏw [hetep-di-ni-sut usir neb abeʤu]
Relativamente al post della nostra Patrizia Burlini, che ha trattato il pomello di Ay repertato nella QV66 di Nefertari (https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/il-pomolo-di-ay/), aggiungo solo l’analisi filologica del Quarto Protocollo Reale del sovrano, cioè il nome di intronizzazione con la quale la diplomazia lo conosce all’estero.
È esattamente il nome che è presente sul reperto sebbene il cartiglio sia maggiormente decorato rispetto a quello filologico.
Come sempre ne approfitto per ricordare l’importanza assoluta dello studio sui Protocolli Reali egizi. La corretta traduzione dei cinque “Grandi Nomi” permette di comprendere il programma politico del re. Il suo interesse storico è quello di inquadrare la situazione politica al momento dell’intronizzazione del nuovo sovrano.
Per chi volesse approfondire la tematica può trovare qui il mio Quaderno di Egittologia 22, IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica
Voglio qui aggiungere un mio contributo a quanto già scritto in merito al personaggio storico di Neferuptah, principessa della XII dinastia.
Tra le illustrazioni allegate ai precedenti contributi, c’è un’immagine del sarcofago litico che reca sul fianco destro una brevissima iscrizione geroglifica posta su due righe (Museo Egizio del Cairo). La prima illustrazione ritrae il sarcofago nella sua interezza compreso il coperchio. Il lato presentato è quello destro e si può notare la decorazione in oggetto.
La seconda illustrazione mostra un dettaglio della decorazione. Le due righe geroglifiche si leggono da destra a sinistra visto l’orientamento dei segni.
Vediamo ora l’analisi filologica dell’iscrizione con il consueto schema su tre righe: traslitterazione, pronuncia IPA, traduzione letterale. Essa inizia con una classica formulazione offertoria secondo la quale il re fa un’offerta ad una divinità affinché ella interceda per la defunta.
TERZA IMMAGINE (ruotata orizzontalmente) ḥtp-di-(ny-)swt [hetep-di-ni-sut] Un’offerta che il re da
wsir nb anḫ [usir neb ank] ad Osiride, signore di vita,
n kȜ n (i)r(y)-pꜤt [en ka en iri-pat] per il ka della principessa,
QUARTA IMMAGINE (ruotata orizzontalmente) imȜwt ḥswt [imaut hesut] la gentile, la lodata,
sȜt (ny-)swt n(y)t ẖt.f mrt.f [sat ni-sut nit ket.ef meret.ef] la figlia del re, del corpo suo, beneamata sua,
nfrw-ptḥ mȜꜤt-ḫrw [neferu-ptah maat-keru] Neferu-Ptah, giusta di voce.
L’antroponimo femminile ha il chiaro significato di “LA PERFEZIONE DI PTAH”. L’attributo “giusta di voce” (o peggio tradotto “giustificata”) ha il senso che la defunta non ha mentito dichiarando la propria confessione negativa durante la psicostasia (pesatura dell’anima).
Come aggiornamento filologico ricordiamo che Grandet & Mathieu ritengono che la formulazione classica abbia un significato diverso rimanendo inalterata la traslitterazione: ḥtp-di-(ny-)swt [hetep-di-ni-sut] Un’offerta che il re da… (traduzione classica) Possa il re placare… (nuova traduzione).
Presso il Museo Egizio di Torino è in corso la mostra IL DONO DI THOT dedicata alla scrittura geroglifica.
Due miei ex allievi sono andati a visitarla e, appena usciti, mi hanno inviato l’immagine di un pannello didattico. Memori dei corsi filologici svolti insieme hanno notato un imprecisione che hanno voluto sottolineare.
Tra le mie conferenze non poteva mancarne una dedicata alla celeberrima stele di Rosetta. La conferenza è diventata il Quaderno di Egittologia QdE31 LA CHIAVE DELL’EGITTO – La stele di Rosetta. Chi avesse intenzione di approfondire l’argomento trova il testo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-chiave-dellegitto/
In questa sede vi mostro una delle diapositive / illustrazione della conferenza / libro. In essa si dettaglia precisamente come la stele è composta nelle diverse scritture e lingue.
Pur essendo un reperto egizio altrettanto famoso come la maschera d’oro di Tutankhamon, la stele di Rosetta purtroppo veicola anche delle bufale.
Innanzi tutto è stata compilata in: – geroglifico (scrittura della lingua egizia) – demotico (scrittura della lingua egizia) – greco antico (scrittura della lingua greca antica) Va da sé, quindi, che la stele è un documento BILINGUE TRIGRAFICO e non TRILINGUE come spesso è scritto dappertutto in modo direi piuttosto banale.
Il demotico e il geroglifico non sono lingue: sono grafie, sono scritture della stessa lingua (egizia) a tal punto che ambedue ossequiano la stessa grammatica. Volendo addirittura semplificare e sintetizzare al massimo, possiamo affermare che il demotico, facendo seguito allo ieratico, il quale faceva seguito al geroglifico, sono tre grafie diversamente tachigrafiche e che obbediscono tutte quante alla stessa grammatica. Dire che la stele di Rosetta è un documento trilingue è un’imprecisione abbastanza seria (secondo la mia modesta opinione).
Già che ci siamo riveliamo un’altra bufala. Nell’immaginario collettivo la Stele di Rosetta è diventata il simbolo della decifrazione della scrittura geroglifica. In realtà l’affermazione è decisamente eccessiva. Champollion non vide mai la stele e studiò solo dei calchi più o meno affidabili finendo poi per abbandonarla e privilegiare altri documenti e altri reperti. Per questo motivo la stele di Rosetta contribuì davvero al minimo nel compito di permettere la decifrazione della grafia geroglifica. Sicuramente i geroglifici egizi sarebbero stati comunque decifrati con o senza Champollion e soprattutto con o senza la Stele di Rosetta, ma certamente in tempi più lunghi. Documentazioni bilingue sono state repertate in seguito in quantità tali da poterlo permettere agli studiosi moderni.
Durante le mie conferenze sono spesso interrogato sull’organizzazione del lavoro che si svolgeva nell’antico Egitto. Soprattutto lavoro cantieristico, quello cioè che riguardava l’edificazione di monumenti oppure delle tombe dei re. Il tenore delle domande dimostra che l’argomento è di interesse generale, ma spesso i quesiti sono inquinati da vere e proprie bufale distribuite appositamente da siti acchiappaclik che hanno tutto l’interesse a diffondere teorie strampalate. Solo un’analisi superficiale può considerare queste ultime come realistiche (ad esempio le moltitudini di schiavi (soprattutto Ebrei, non si capisce bene perché)) sfruttati in massacranti e infiniti turni di lavoro sotto il solleone cocente e la frusta di sadici aguzzini nilotici.
Nel tentativo di focalizzare correttamente la questione ebbi l’idea di tradurre il reperto che qui presento facendolo diventare la lavorazione di uno dei mei Laboratori di Filologia Egizia. Concluso l’impegno didattico mi sembrò interessante trasformarlo in una conferenza. Dato il successo e l’interesse riscontrati, la conferenza divenne, a sua volta, il Quaderno di Egittologia 24. Per chi volesse approfondire la materia, lo trovate qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-registro-delle-assenze/
E veniamo ora al reperto vero e proprio.
Questo ostrakon, scritto sulle due facce, è conosciuto con il nome di Registro delle assenze dal lavoro. Fu redatto dallo Scriba della Tomba, sS n pA xr, [seʃ en pa ker], e riepiloga le giornate di assenza al lavoro di trentotto dei quaranta membri della squadra incaricati dello scavo e della decorazione delle sepolture reali della Valle dei Re e della Valle delle Regine.
L’ostrakon è un vero e proprio registro che un incaricato ha tenuto per 280 giorni durante l’anno 40 del regno di Ramesse II. È datato tra il 1279 e il 1213 a.C. Analizzando bene il frammento sembra che le giornate lavorative complete siano state all’incirca 70. A parte le festività e le altre giornate non lavorative sembra che la tomba per il faraone fosse sostanzialmente terminata intorno all’anno 40 del regno di Ramesse II ed è possibile che gli uomini fossero stati incaricati ad altri progetti.
Sulla parte destra di ogni lato del frammento è incolonnata, in scrittura ieratica, una lista di quaranta nomi scritti con un inchiostro nero.
Sulla sinistra ci sono delle date, anch’esse scritte in nero per file orizzontali.
Le giustificazioni delle assenze sono scritte sopra le date interessate con un inchiostro rosso.
ESEMPLIFICAZIONE
In questo modo il paziente lettore potrà rendersi davvero conto dell’importanza storica del reperto.
Quella che vi mostro è una diapositiva della mia conferenza IL REGISTRO DELLE ASSENZE – La vita operaia degli artigiani del re che ha dato origine al mio Quaderno di Egittologia QdE24. Chi volesse approfondire il tema, lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-registro-delle-assenze/
L’annotazione che lo scriba, incaricato della redazione del registro, riportò la possiamo dividere in tre parti: il nome del dell’operaio seguito da due giustificazioni di assenza dal lavoro per due date diverse. Vediamo insieme cosa impedì all’operaio di andare al cantiere in quei giorni.
“Traslitterazione”, [pronuncia IPA], traduzione:
“nxt-mnw”, [neket-menu], NAKHT-MIN (il significato dell’antroponimo è teoforo: (il dio) Min è possente)
“Abd 2 prt sw 7”, [abed secondo, peret, su settimo], secondo mese della stagione di Peret, il giorno settimo (nelle datazioni i numeri sono sempre ordinali anche se per brevità, sono scritti come cardinali. Inoltre, per convenzione, vengono espressi in lingua moderna.) “fA(.f) inrw n sS”, [fa.ef ineru en seʃ], porta egli pietre per lo scriba
“Abd 3 prt sw 27”, [abed terzo, peret, su ventisettesimo], terzo mese della stagione peret, giorno ventisettesimo, “Hmt.f bS”, [hemet.ef beʃ], la sposa sua ha le mestruazioni.
Il registro quindi ci fornisce una doppia giustificazione di assenza dal lavoro che, ai nostri occhi moderni, risuonano decisamente strane. Vediamo perché.
La prima ci dice che Nakht-Min non andò al lavoro perché dovette trasportare pietre per ordine dello scriba. Gli operai di Pa Demi (Deir el Medina) erano direttamente stipendiati dal re. Si tratta di una distrazione di personale? Potrebbe sembrare di sì. Lo scriba ordinò ad un operaio di non andare al cantiere della tomba regale per fare un altro lavoro sotto il suo comando. A pensarci bene, però, se si fosse trattato di un atto illegale non lo si sarebbe evidenziato proprio sul registro delle presenze da dove avrebbe sicuramente causato una denuncia a carico dello scriba furbacchione. No, quindi. Nessuna distrazione di mano d’opera. Molto probabilmente si trattava di un incarico indiretto, ma sempre relativo al cantiere stesso.
La seconda giustificazione è più curiosa della prima. L’operaio Nakht-Min è giustificato a non recarsi al lavoro perché sua moglie è mestruata. Se pensiamo che le donne lavoratrici moderne faticano non poco a stare a casa per lo stesso motivo, c’è da pensare davvero che la civiltà egizia abbia ancora molto da insegnarci. Il marito sta a casa a svolgere le incombenze domestiche a causa dell’impedimento mensile della moglie. Davvero avanti. C’è però da riflettere su una cosa importante. La stessa giustificazione viene concessa al padre per le mestruazioni delle figlie. A parta l’evento di un “menarca”, con la probabile festa per la bimba diventata donna, c’è da prendere sul serio la situazione. Nell’antichità la donna mestruata veniva considerata “impura”. La donna che aveva il ciclo veniva occasionalmente e periodicamente isolata dal resto del nucleo familiare e non poteva più partecipare, momentaneamente, alla vita sociale. Tutto tornava nella norma a ciclo concluso. A Pa Demi, come dimostro con la cartografia del libro, gli spazi abitativi erano piuttosto angusti e l’isolamento di una donna mestruata era pressoché impossibile. Va da sé, quindi, che non potendo isolare la donna, veniva isolato tutto il nucleo familiare. Quindi l’operaio non poteva recarsi al cantiere. D’altra parte immaginatevi la seguente situazione. Quale collega avrebbe accettato di buon grado di lavorare insieme ad un compagno considerato impuro e quindi latore di probabili infortuni ed incidenti? Probabilmente nessuno. Da qui l’azione preventiva: meglio che stia a casa sua per un giorno!
IL PRIMO FARMACISTA
Solo a scopo esemplificativo metto in evidenza un operaio particolare perché ha rivelato di essere specializzato anche in altre discipline.
Come al solito ho messo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a chi non li ha ancora studiati.
Il 6 dicembre 2022 ricorreva il 110° anniversario del ritrovamento del busto di Nefertiti, la celeberrima regina di Akhenaton.
Proviamo ad analizzare filologicamente il suo nome.
Facciamo riferimento ad un reperto custodito al Los Angeles County Museum of Art (5905 Wilshire Blvd., Los Angeles, CA 90036). Esso è catalogato dal museo americano come “Limestone Fragment with Cartouche of Neferneferuaten Nefertiti; Egypt, New Kingdom, 18th Dynasty, Reign of Akhenaten (1372-1355 BCE); Sculpture; Limestone; 6 3/16 x 2 3/4 in. (15.7 x 7 cm); Gift of Robert Miller and Marilyn Miller Deluca (M.80.199.53); Egyptian Art.
Da notare che, per qualche ragione, il pezzo non è disponibile al pubblico.
Il nome della regina è raccolto all’interno di un cartiglio ed è esposto in verticale. Non si tratta di un vero e proprio Protocollo Reale poiché questo è appannaggio solo del re. In ogni caso il cartiglio, durante la XVIII dinastia, racchiudeva anche il nome della consorte reale.
Nella prima parte leggiamo (lettura da sinistra a destra, da tenere presente la metatesi onorifica):
nfr nfrw itn [nefer neferu iten] Nefer-neferu-Aton Perfetta è la perfezione dell’Aton Con il senso che la perfezione del disco solare, nella riforma enoteistica di Akheanton, è assoluta. Nella grammatica egizia l’aggettivo qualificativo “nfr” [nefer] tende ad assumere diversi significati a seconda del soggetto di riferimento. Se è maschile veicola spesso il concetto di “buono”. Se è femminile veicola spesso il significato di “bello”. Se è regale o divino assume spesso la definizione di “perfetto”. Infatti un dio non può essere né bello, né buono (categorie estremamente limitate): egli è perfetto (categorizzazione assoluta).
Nella seconda parte leggiamo (lettura da destra a sinistra): nfrt iy.ti [neferet ii.ti] (Nefert-iti), Nefertiti La bella (donna): è arrivata ella. L’aggettivo “nfrt” [neferet] è qui espresso al femminile, mancando il sostantivo di riferimento è esso stesso un aggettivo sostantivato: “la bella”, ovviamente è sottinteso “donna”. Il verbo “iy” [ii] ha il significato di “venire, giungere”. In questo caso è accompagnato da un pronome personale terza persona femminile singolare “.ti” [ti] tipico di una forma che noi definiremmo stativo cioè è nella situazione di venire, di accadere.
Ricordiamo che, a causa del significato del proprio antroponimo, “la bella è venuta” ha fatto pensare a molti egittologici che la sposa di Akhenaton fosse di origine straniera. Oggi, questa ipotesi, è considerata del tutto superata.
L’esemplificazione che vi voglio documentare è la denuncia di un grave fatto che il caposquadra Panebi ha causato contro una delle cittadine residenti a Pa Demi (il villaggio operaio meglio conosciuto come Deir el Medina).
Vediamo cosa dice testualmente la denuncia:
[smit iTA ii(t)-m-w]Aw [semit iʧa iit-em-uau] [Rapporto sul furto a Ii-em-u]au l’antroponimo femminile significa “Colei che viene da lontano”
m pAy.st Hbs [em pay.set hebes] della sua veste.
mtw.f HwA st [metu.ef hua set] Egli (=Pa-nebi) gettò essa (=la veste)
Hr DADA n pA inb [her ʤaʤa en pa ineb] sulla sommità del muro
mtw.f DAy(t) st [metu.ef ʤayt set] ed egli fece il crimine ad ella. Si tratta di un vero e proprio stupro, quindi con una donna non consenziente altrimenti non si spiegherebbe l’abito gettato sul muro per non essere facilmente riprendibile.
In altre parti della denuncia, piuttosto corposa, si intuisce che Panebi abbia avuto diversi rapporti sessuali con più donne del villaggio operaio, tutte quante sposate. Il fatto che Panebi fosse un caposquadra dal carattere autoritario e violento non può che farci pensare ad una pratica metodologica di abuso di potere. In tutte le altre situazioni non è stato possibile stabilire la consensualità della donna, ma nel caso dettagliato l’azione di rendere inaccessibili gli abiti è evidentemente un sistema per impedire che la ragazza riuscisse a scappare via nuda con gran vergogna per se stessa e per la sua famiglia. L’ipotesi di stupro diventa, perciò, plausibilissima!!!