Oro e lapislazzuli, diametro massimo cm 7,2 Tell Bast (Bubasti), Tesoro scoperto nel 1906 Museo Egizio del Cairo – JE 39873 = CG 52575 – 52576
I bracciali furono scoperti insieme ad altri gioielli e ad alcuni vasi i oro e argento nel corso di lavoro di sterto per la costruzione di una massicciata della linea ferroviaria che passava sul sito di Tell Basta, l’antica Bubasti.
Soltanto alcuni oggetti giunsero al Museo Egizio del Cairo, altri furono venduti e si trovano oggi al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo di Berlino.
Dovevano far parte di una stipe votiva o del tesoro di uno dei Templi di Bubasti.
Il fatto che accanto alla chiusura siano incisi a sbalzo i cartigli Ramses II induce a considerare i due bracciali come un dono offerto dal sovrano in persona ( le dimensioni sono quelle del braccio di un uomo) alla divinità locale, Bastet.
Ogni bracciale è in oro ed è composto da due parti, unite da una cerniera.
La decorazione è realizzata a granuli ed è basata su motivi geometrici.
Nella parte superiore è rappresentata un’anatra, dalla doppia testa e con il collo rivolto all’indietro, il cui corpo è formato da un frammento di lapislazzuli opportunamente lavorato.
La coda del volatile è invece realizzata in oro e prevede anch’essa una decorazione geometrica a granuli.
La parte inferiore dei monili è costituita da 17 barrette parallele, alternativamente lisce o striate, unite attraverso un foglio d’oro nel lato inferiore.
I due bracciali sono il prodotto di un’ oreficeria raffinata che prosegue la tradizione artigiana nell’ ambito della quale erano stati realizzati i gioielli di Tutankhamon con cui possono essere eseguiti precisi riscontri.
La compattezza dell’insieme è movimentata dai due colli delle anatre che si staccano nettamente e con grazia a superficie del gioiello.
Il connubio tra oro e lapislazzuli, pietra derivante dai commerci conl’Afganistan, assai utilizzato nella gioielleria egizia, risulta ancora una volta felice e attribuisce estrema eleganza all’insieme.
Fonte:
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
L’obelisco che si innalza a Roma in Piazza del Popolo fu realizzato parzialmente da Seti I e completato da Ramses II per il tempio del Sole di Eliopoli, come riporta l’iscrizione geroglifica sul lato occidentale: “(Seti..)che riempie Eliopoli di obelischi affinché i raggi possano illuminare il tempio di Ra…..”
Nell’anno 10 a.C. l’imperatore Cesare Augusto ne ordinò il trasporto a Roma, a commemorazione della conquista dell’Egitto, e venne sistemato al centro del Circo Massimo, per essere utilizzato come spina.
Ricostruzione del Circo Massimo La forma di questo Circo era d’un quadrato bislungo, da una parte però circolare, tutto all’intorno ornato di magnifici portici, e di due ordini di sedili. La sua lunghezza era di 2187 palmi, e di 960 la larghezza, capace di contenere cento cinquanta mila spettatori;e secondo altri fino al numero di trecento mila. Nel mezzo del Circo eravi una lunga, e larga muraglia, detta Spina, intorno a cui si correva, e sopra cui erano due Obelischi, e diversi Tempietti. Questo celebre Circo fu accresciuto, e adornato da Giulio Cesare, e da Augusto che vi collocò l’Obelisco, esistente ora sulla piazza del Popolo. Dipoi essendosi abbruciato nell’incendio Neroniano, fu rifatto più ampio, e più bello da Domiziano, e da Trajano. Finalmente l’Imperador Costanzo vi eresse il secondo Obelisco, ch’era molto più grande del primo, ch’ è quello medesimo, che in oggi si vede sulla piazza del Laterano.”
Antica Stampa del Circo Massimo
Fu il primo ad essere portato dall’Egitto a Roma e questa operazione fu talmente grandiosa che la nave, costruita appositamente per il trasporto, fu esposta per anni al pubblico finché non fu distrutta da un incendio.
Augusto decise di mantenere l’originaria dedica del monumento al sole, che per i romani e i greci corrispondeva ad Apollo, la divinità tutelare dell’imperatore, e fece aggiungere due dediche identiche incise sui lati a nord e a sud della base.
Augusto decise di mantenere la originaria dedica del monumento al Sole, che per i romani e i greci corrispondeva ad Apollo, la divinità tu telare dell’imperatore, e fece aggiungere due dediche identiche incise sui lati a nord e a sud della base: “Imp. Caesar Divi F. Augustus Pontifex Maximus Imp. XII Cos. XI Trib. Pot. XIV Aegypto In Potestatem Populi Romani Redact. Soli Donum Dedit”, trad. “L’imperatore Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, imperatore per la dodicesima volta, console per l’undicesima volta, che ha rivestito la potestà tribunizia per quattordici volte, avendo ridotto l’Egitto in possesso del popolo romano, diede in dono al sole”.
Nel IV secolo era ancora in piedi ma in seguito se ne perse la memoria per circa un millennio. Probabilmente fu abbattuto durante le invasioni barbariche; sepolto dai detriti, nel secolo XVI ne furono rinvenuti alcuni frammenti, ma solo con Sisto V fu fatta una seria campagna di scavo. Dopo molte indecisioni l’obelisco,per volere del papa, fu collocato al centro di Piazza del Popolo ad opera di Domenico Fontana, nel 1589.
Piazza del Popolo a Roma
È alto 25,90 m, con un basamento a croce raggiunge i 36,50 m. ed è in granito rosso.
Nel 1823 Giuseppe Valadier lo completò con una base a quattro vasche circolari e altrettanti leoni in pietra, in stile egizio, per ordine del Papa Leone XII.
Uno dei leoni che completano la base dell’obelisco
Risale ormai al 2008 la straordinaria scoperta a Hawara, proprio vicino alla piramide di Amenhemat III, di un misterioso labirinto sotterraneo composto da oltre 3000 stanze, apparentemente tutte decorate con rilievi e dipinti. È noto come il labirinto di Meride (1842-1797 a.C)
Erodoto ed altri storici descrissero accuratamente questo leggendario labirinto, situato vicino a Crocodilopoli (antica Shedyet, odierna Medinet El Fayyum).
Definito da Erodoto stesso “un’opera che lascia senza parole”, tale da “superare la Grande Piramide”, il labirinto è rimasto nascosto per millenni sotto le sabbie del deserto. Secondo Erodoto questo labirinto conteneva tombe di re, camere segrete e passaggi nascosti.
A fine ‘800 alcuni archeologi inglesi, guidati da Petrie, individuarono quelle che credevano le fondamenta del più grande tempio di tutto l’Antico Egitto.
In realtà gli archeologici avrebbero individuato il soffitto, che era realizzato in pietra, scambiandolo per le fondamenta.
A maggio 2008 un team di archeologi egiziani e belgi, sotto la direzione di Zahi Hawass, ha condotto delle ricerche con un georadar che ha potuto leggere sotto il tetto di pietra, a 10 metri di profondità, una “griglia” di muri molto spessi e resistenti, probabilmente in granito, prova di varie stanze sottostanti.
La dimensione della struttura è di 304×244 metri, pari alla superficie dei templi di Karnak e Luxor Messi assieme!
Sembra che ad una profondità di circa 5 metri sia presente dell’acqua salmastra, che potrebbe aver irrimediabilmente rovinato la struttura e che rende impossibile effettuare degli scavi senza drenare l’area.
Purtroppo questa indagine, che potrebbe portare alla più straordinaria scoperta degli ultimi anni, si è arenata a questo stadio.
Sotto alcune ricostruzioni del leggendario labirinto, disegnate sulla base delle accurate descrizioni degli storici antichi.
Il Ramesseum doveva celebrare la gloria del re e rinnovare le forse divine, asdicurandogli la vita eterna: ogni dettaglio tende a questi fini. Questo è il lato orientale del secondo cortile, parte nord, con i pilastri osiriaci e il secondo pilone.
Su quest’ultimo sono raffigurate le scene della battaglia di Kadesh, momenti di una festa agricola in onore del dio Min, i cui il re miete e offre aldio, e una festa in cui appaiono i nomi di 14 faraoni del passato.
Le statue osiriache del faraone dono del tipo mummiforme, rappresentando ancora nella fase di gestazione nell’aldilà, in preparazione della resurrezione.
Fin dal suo primo anno di regno Ramses s’impegnò a portare a compimento l’opera del padre e diede inizio alla costruzione del proprio tempio, posto più a sud.
Jean-Francois Champollipn rimase profondamente ammirato davanti alle rovine di questo edificio, al quale diede il nome di “Ramesseum”.
All’epoca dei faraoni queste sale erano chiuse allo sguardo dei mortali, solo il faraone e i sacerdoti dei ranghi più elevati potevano accedervi, la luce era bandita per una silenziosa penombra.Oggi tutto è inno dato dalla luce del sole e la seconda sala ipostila del Ramesseum al tramonto infiammandosi.
La prima parte del complesso a essere costruita furono i piloni in pietra sulla riva sinistra del fiume.
Sul retro del pilone del primo cortile è scolpita, in vivaci colori, la battaglia di Qadesh, l’evento più importante dei primi anni di regno dal sovrano.
Nello stesso cortile era posta quella che allora era la statua più grande della riva occidentale di Tebe, alta ben 19 metri, i cui frammenti rimasti giacciono ancora oggi all’ingresso del secondo pilone.
Colosso di Rameses II – Granito rosso, altezza originaria 19 metri. Enormi frammenti del colosso “Ramses – del re straniero”, sono oggi sparsi davanti al secondo pilone del tempio. La statua, di finissimo Granito rosso di Assuan era, con i suoi 19 metri di altezza un peso di circa 1000 tonnellate, la più grande statua assista di tutta Tebe Ovest.
A nord di questo cortile, davanti ai pilastri del Porticato, svetta o statue stanti del re, con vesti da cerimonia.
A sud sorgeva un palazzo rituale del quale restano solo le basi delle colonne.
Le scene di vittoria, il palazzo e le statue colossali confermano ancora una volta come il primo cortile fosse adibito alla celebrazione della gloria del sovrano.
In un momento successivo vi fu trascritto anche il trattato di pace concluso con gli ittiti.
Colonne papiriformi a ombrella. e a bocciolo. La decorazione dei capitelli presentava un motivo vegetale di finissima fattura, originariamente dai colori sfumati. Sopra le foglie dei capitelli a ombrella si sviluppa un fregio decorativo con cartiglio recanti il nome dinastico e di nascita di Ramses II.
Il secondo cortile era circondato a est e a ovest da un porticato con pilastri osiriaci, mentre a nord è a sud presentava una doppia fila di colonne papiriformi
La facciata del tempio preceduta da un portico sopraelevato, è decorata da scene votive e, nel registro inferiore, dalla raffigurazione dei figli del sovrano alla guida di una processione che si dirige verso l’intetno del tempio.
Tre rampe conducono ancora oggi ai tre portali della facciata, che sottolineano la tripartizione del complesso.
Ai lati della rampa centrale erano poste due statue del re assiso; la testa di quella settentrionale si trova oggi nel cortile; di quella meridionale rimangono solo il trono e la parte inferiore del corpo, conservati nel Ramesseum.
Il busto e la testa, in granito grigio con venature rossastre , furono prelevati nel 1816 da Giovanni Battista Belzoni, su incarico del console generale inglese, Henry Salt, e vendute al British Museum, dove suscitarono grande amministrazione sotto il nome di Giovane Memnone.
Trasporto del busto del colosso di Rameses II in una litografia, colorata a mano da Giovanni B8 Belzoni, 1822.
Busto del colosso di Rameses II. Il bellissimo busto del faraone, meglio conosciuto come il Giovane Memnone, è realizzato in finissimo granito chiaro di Assuan, con venature rossastre nella zona del volto
L’ingresso principale della facciata si apre su una sala ipostila più grande e decisamente più evoluta rispetto a quella di Sethy I.
La navata centrale della struttura a basilica consiste in due file di sei colonne papiri formi a ombrello.
Le navate laterali hanno ciascuna tre file di sei colonne papiri firmi a bocciolo.
Lo straordinario effetto della sala, forse la più bella delle sale ipostile egizie, si fonda sulla chiara suddivisione spaziale, l’armonia e proporzioni delle colonne e lo stato di conservazione della sua vivace policromia.
Tre piccole sale successive, ciascuna provvista di otto colonne, portavano alla sancta sanctorum, purtroppo del tutto compromesso.
La prima sala, detta “sala astronomica” per via delle costellazioni personificate dipinte sul soffitto, reca sulle pareti scene della processione delle barche.
La raffigurazione mostra alla testa del corteo il principe ereditario, con al seguito gli altri figli del sovrano.
Sul lato destro della parete posteriore si trova una magnifica immagine dell’incoronazione del re nella celeste Eliopoli.
Ramses II siede all’ombra del sacro albero ished, e regge tra le manie insegne del regno, mentre Autum e Seshat scrivono il suo nome sulle foglie dell’albero.
I vasti magazzini con coperture a volta che circondano il tempio si sono conservati in buone condizioni e testimoniano l’importanza dei beni che vi venivano depositati.
I magazzini del re. Queste strutture a volta sono i magazzini del Ramesseum, che lo circondano su tre lati. Costruito in mattoni crudi ospitavano offerte e provviste, come provano i molti frammenti di giare rinvenute nel corso degli scavi. Vi si trovava anche una scuola per scribi con biblioteca in cui sono stati riportati alla luce ostraka e papiri. I magazzini coprono antiche strutture della XVIII Dinastia di cui appaiono le basi di colonna in pietra.
Fonte
Egitto, la terra dei faraoni, – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Il Metropolitan Museum of Art esibisce l’oggetto che presentiamo in questo post qualificandolo come segue.
Un barattolo di kohl sagomato ad imitazione di un fascio di canne. Per chiuderlo c’era un coperchio piatto, ora mancante, che veniva ruotato attorno a un perno di metallo. Un pezzo di questo perno rimane ancora nel suo foro dimostrando il funzionamento del meccanismo che lo sigillava.
Il barattolo porta inciso il titolo di “Sposa del dio”, e quindi l’elegante vaso non poteva far parte dell’ultimo corredo funerario di Hatshepsut, ma doveva essere stato realizzato durante il matrimonio della regina con Thutmose II o durante i primi anni del suo regno congiunto con Thutmose III.
Probabilmente il manufatto fu regalato ad un stimato cortigiano oppure ad un familiare. Non abbiamo modo di accertare se abbia utilizzato lei stessa il vasetto prima di offrirlo come dono reale.
Come al solito ho messo anche la fonetizzazione italiana secondo la codifica IPA.
Per coloro che volessero iniziare lo studio della lingua egizia e della scrittura geroglifica posso consigliare la seguente strumentistica completa:
Contrariamente a quanto possiamo pensare vedendo le immagini del famoso “preservativo di Tutankhamon”, la contraccezione nell’Antico Egitto riguardava solamente le donne – e se era sicuramente importante la fertilità e la maternità, non risulta che la contraccezione e l’aborto fossero biasimati o condannati sia a livello sociale che religioso come è invece avvenuto (ed avviene) in altre civiltà, compresa quella cristiana.
Il “preservativo” in lino di Tutankhamon, probabilmente una guaina per le medicazioni ad un dito (steccaggio frattura?) oppure una protezione da insetti e parassiti
Il “preservativo” era tale…solo per proteggere le parti intime dell’uomo – ed anche questo uso non è del tutto certo.
Quello di Tutankhamon era costituito da una guaina di lino molto fine, imbevuta di un olio vegetale, attaccata ad un laccio che permetteva di legarlo alla vita. Potrebbe essere stata una guaina per lo steccaggio di un dito fratturato, oppure una protezione da indossare sotto il gonnellino contro gli insetti ed i parassiti (ricordate la bilharziosi e la conseguente ematuria? Gli “uomini mestruati”? https://laciviltaegizia.org/2022/12/02/maledetti-parassiti/), magari usato solo come elemento rituale. Di sicuro non sarebbe stato molto efficace come contraccettivo.
Il “preservativo” nella foto originale di Burton. Carter lo identifica come “guaina per dito”; dalla sua scheda è lungo 7 cm ed ha una larghezza massima di 3.
Tutti i preparati usati come contraccettivi nei papiri medici hanno invece un’applicazione locale, con un’azione smile al diaframma unito agli spermicidi.
Il Papiro Ebers indica chiaramente come rendere una donna non fertile per almeno un anno: foglie di acacia, coloquintide, carrube e datteri tritati, mescolati ad un henu di miele (450 ml circa), formando un composto con cui impregnare un tampone di lino da inserire in vagina (Ebers 783).
Sia il Papiro Kahun che il Papiro Ramesseum IV specificano che il tampone va inserito “alla bocca dell’utero” e propongono altre formulazioni, che comprendono lo sterco di coccodrillo o il latte acido.
Nonostante il comprensibile sorriso che tali formulazioni ci possono far venire, c’è una ragione scientifica alla loro base: il pH vaginale. Normalmente tale pH è acido, intorno a 4.0-4.2, mentre lo sperma è leggermente alcalino (7.5-8.0), tamponando il pH vaginale per qualche ora e mantenendo gli spermatozoi vitali. Se il pH vaginale viene acidificato, gli spermatozoi vengono rapidamente inattivati, prevenendo il concepimento – è il principio alla base delle creme spermicide moderne.
Tutti i componenti di queste “ricette” anticoncezionali comprendono ingredienti acidi: l’acacia, lo sterco di coccodrillo, il latte acido e persino il miele, che ha un pH intorno a 3.9 ed ha proprietà antibatterica ed antibiotica. Lo sterco di coccodrillo potrebbe anche essere associato a Sobek, il dio-coccodrillo che portava fecondità con le inondazioni del Nilo; fecondità non voluta in questo caso.
Sobek, il dio-coccodrillo. Forse la grande fecondità delle femmine di coccodrillo, capaci di deporre fino a 100 uova per volta, lo ha reso una delle divinità legate alla procreazione – in questo caso non voluta.
Esistevano anche ricette per procurare l’aborto, sia per via orale (pianta di senape (?) fresca e miele) che con applicazioni locali (sale del Basso Egitto e farro insieme ad una pianta sconosciuta, oppure bacche di ginepro, mentuccia e resina di conifera).
La stessa prescrizione che abbiamo visto prima (Ebers 783) potrebbe avere anche effetto abortivo vista la presenza della coloquintide, che ancora oggi è utilizzata per questo scopo nell’Africa sub-sahariana e nei Paesi Arabi.
Il frutto della coloquintide o cetriolo amaro, uno degli ingredienti delle ricette anticoncezionali ed abortive egizie
Non esistono invece prove di aborti causati chirurgicamente.
Come in tutte le civiltà antiche, anche in quella egizia la fertilità della donna – ma, attenzione!, era conosciuta anche la sterilità maschile – era un fattore di grande importanza sociale e a cui prestare particolare attenzione. Oltre ai motivi naturali di sterilità si aggiungevano infatti le credenze su divinità/demoni che potessero causarla, come anche sugli spiriti delle donne morte di parto. Normale quindi che ci si rivolgesse alle divinità per invocare la fertilità e proteggere mamma e figli.
Vaso risalente al Primo Periodo Intermedio recanti le invocazioni di un figlio al padre defunto perché conceda alla moglie di rimanere incinta, sospettando due sue ancelle di avere gettato un incantesimo su di lei (Haskell Oriental Museum in Chicago)
Iside era la principale divinità coinvolta. Madre di Horus, concepito miracolosamente, era ovviamente la dea della fertilità. Aveva anche un ruolo come nume tutelare del parto e del neonato, a cui però sovrintendeva solitamente Hathor – tanto che spesso le due dee si sovrappongono nella mitologia. Renenutet, dea del raccolto e della prosperità, era la terza divinità principale invocata – spesso raffigurata mentre allatta i figli del Faraone.
Iside in forma di uccello vola sul corpo di Osiride e miracolosamente rimane incinta, dando luce ad Horus (tempio di Dendera. Foto MacRae Thomson)
Tornando…sulle rive del Nilo, il miele ed il fieno greco (trigonella) erano usati per combattere la sterilità femminile, mentre il ginepro, le carrube e le angurie erano usate per la sterilità maschile – insieme ovviamente alla lattuga, sacra al dio Min, ed alla radice di mandragora. Da notare che la lattuga non era considerata “afrodisiaca”, ma mangiarla era considerato piuttosto come un rituale per invocare la benevolenza della divinità.
Hathor allatta il giovane Amenhotep II (XVIII Dinastia, ca. 1427 – 1401 BCE). Bassorilievo in calcare policromo. Museo Egizio del Cairo, foto Bridgeman
Diversi “test” sono descritti per verificare la fertilità della donna; il più “gettonato” consisteva nel farle bere un miscuglio di latte umano e succo di anguria – se lo avesse vomitato sarebbe stata fertile, mentre un fantozziano rutto avrebbe sancito la fine delle speranze di procreare.
Renenutet allatta il figlio Neper, tempio di Amenemhat III a Medinet
Altri metodi consistevano nel lasciare per tutta la notte una cipolla nella vagina della sventurata e verificarne l’alito il mattino seguente (se avesse saputo di cipolla sarebbe stata fertile), oppure fumigarla con sterco di ippopotamo (se avesse urinato o defecato sarebbe stata fertile). Non è sempre facile però distinguere se si trattasse d test della fertilità o test di gravidanza, ma tutti questi test vennero “riciclati” da Ippocrate secoli dopo.
Min (a sinistra) con Qadesh e Reshep. Dietro al dio, rappresentato come sempre itifallico, due piante di lattuga, a lui sacre. Stele di Qeh, dal villaggio degli artigiani di Deir el-Medina, XIX Dinastia
Famosissimo – e già riportato anche in questo Gruppo – il test di gravidanza che comportava innaffiare con l’urina della donna semi di farro o orzo (se fosse cresciuto prima l’orzo sarebbe stata incinta di un maschietto, se fosse cresciuto prima il farro sarebbe stata incinta di una femmina, se non fosse cresciuto niente non sarebbe stata incinta). Il test è stato “verificato” negli anni ’60: è stato dimostrato che effettivamente l’urina di una donna non incinta (o di un uomo) non provocava la germinazione, mentre in 28 casi su 40 quella di una donna incinta è riuscita a provocarla. Imbarazzante però l’esito del test sul sesso del nascituro, corretto solo in sette casi su 24…
Tuttavia, lo stesso test – a volte con il grano al posto del farro – fu ripreso da Galeno (e ci può stare), e sopravvisse fino al Dreckapotheke di Paulini nel 1714 – e questo è francamente incredibile.
Statua di Ramses II fanciullo e il dio Horun Granito grigio e calcare (il muso del falco) – Altezza cm 241 Da: Tanis (Scavi di Pierre Montet , 1934) Museo Egizio del Cairo – JE 64735 (Foto Merja Attia)
La statua di granito fu trovata in uno degli ambienti in mattoni crudi , non distanti dal muro di cinta del Grande Tempio di Tanis.
Il muso del falcone, in calcare , fu ritrovato in una stanza adiacente.
La statua al momento del ritrovamento, foto Pierre Montet
Questo rende assai probabile che L’edificio in cui si trovava la statua fosse la bottega di un artigiano e che la scultura vi fosse stata portata per essere riparata.
La statua rappresenta Ramses II, con le sembianze infantili: il dito della mano destra alla bocca e dalla tempia destra gli scende sulla spalla la treccia, elementi questi che si denotano tutte le raffigurazioni di bambini e adolescenti nell’Egitto.
Particolare del viso di Ramses sormontato da Horun
Il sovrano Indossa soltanto una “cuffia” ornata sulla fronte dall’euro, sulla testa ha un disco solare e nella mano sinistra stringe una pianta di giunco.
Quest’ultimo particolare è anomalo rispetto alle rappresentazioni canoniche del re e indica che, in molte altre figure, proprio di Ramses II, nell’immagine del sovrano sia da individuare un gioco grafico che permette di leggere la figura come un rebus.
In scrittura geroglifica il disco solare sulla testa ha la lettura rs, il fanciullo mes è il giunco su.
Leggendo i tre segni dall’alto verso il basso si ottiene così la parola Ramessu, che corrisponderebbe al nome dello stesso faraone.
Alle sue spalle si staglia la figura del dio Horun con le sembianze di falco che, in questo modo, ha il significato di porsi a protezione del sovrano.
Il rapace è raffigurato in forma assai stilizzata con i particolari del piumaggio e delle zampe realizzati attraverso linee incise che mirano più ad un ordinato effetto decorativo che a una fedele rappresentazione della realtà.
Particolari del piumaggio del falcone
La statua si iscrive tra gli esempi più belli delle opere di scultura propagandistica caratteristica di tutto il regno di Ramses II.
Scegliendo di porsi sotto la protezione di Horun, Ramses II, compiace le genti siriane di cui Horun era Dio, e, allo stesso tempo, riafferma il carattere di legittimità della propria sovranità.
Fonte
Tesori egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Arenaria dipinta, altezza cm 162, diametro cm 96 Elefantina Museo Egizio del Cairo – JE 41560
La colonna faceva parte di un edificio di Thutmosi IV, il cui protocollo reale è scolpito in bassorilievo dipinto in giallo in una fascia longitudinale.
In seguito Ramses II vi aggiunse la sua immagine e la sua titolatura, senza però cancellare i nomi del predecessore.
Infine, sotto l’imperatore Traiano (98-117 d. C.), la colonna fu divisa in tre parti e riutilizzata come blocco di reimpiego nelle fondamenta di una costruzione romana.
La decorazione è incisa a bassorilievo e conserva vivide tinte: vi è raffigurato Ramses II mentre compie l’offerta dei fiori nel tempio.
Sul capo del sovrano è rappresentato un falco che tiene tra le zampe il cerchio-shen, il cartiglio simbolo del potere regale.
Ramses II indossa un abito da cerimonia composto da gonnellino e una veste trasparente, la cui manica è chiaramente visibile sul braccio destro.
Il sovrano porta al collo una collana con decorazione a torques e sul capo la corona blu con l’ureo regale sulla fronte.
Nella mano destra reca un fascio di fiori legati e nella sinistra tre fiori di loto singoli, i cui steli sono avvolti attorno alla mano.
Sotto l’ala spiegata del falco, la destra, sono iscritti i nomi di ” Re dell’Alto e Basso Egitto” e di ” Figlio di Ra” di Ramses II, mentre il suo nome di incoronazione ” Usermaatra Setepenra” compare sulla cintura del gonnellino.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Franca Loi ha presentato QUIun rilievo recuperato dal Ministero delle Antichità egiziano in collaborazione con l’Interpol.
L’egittologo Mattia Mancini ci informa che tutto nacque quando il curatore della sezione Egitto & Nubia del British Museum, Marcel Marée, chiese informazioni al ministro egiziano El-Damaty in merito all’autenticità del pezzo.
Evidentemente il ministero si attivò per scoprire che, quello che stava andando all’asta a Londra era un blocco di calcare di 67 x 43 cm relativo a Sethy I che era stato illegalmente esportato dall’Egitto e che, pertanto, andava sequestrato e restituito.
Non mi dilungo oltre perché al post di Franca vorrei solo aggiungere un commento filologico. Come di consueto ho aggiunto anche la codifica IPA per la pronuncia in italiano.
A chi volesse iniziare lo studio autodidattico della scrittura geroglifica mi permetto di segnalare la seguente strumentazione completa: