Ossidiana, altezza cm 20, larghezza cm 15 Karnak, cortile della cachette, Scavi di G. Legrain 1905 Museo Egizio del Cairo
La statua completa doveva essere composta da parti separate assemblate con tenoni: tracce di questi si vedono sul retro della testa.
Della statua si conserva solo il volto femminile dai tratti estremamente raffinati, che rendono possibile l’attribuzione alla fase più matura dell’arte della XVIII Dinastia.
Le orbite e le sopracciglia sono cave, perché probabilmente dovevano accogliere riempimento in materiali diversi, come la pasta vitrea.
La perfezione del lavoro e il pregio dell’opera appaiono tanto più ammirevoli qualora si consideri che l’ossidiana è una pietra vulcanica estremamente dura da lavorare e assente nel territorio Egiano, infatti il minerale era importato dall’Etiopia o dall’Arabia centro-meridionale.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Legno di sicomoro dipinto Naos: altezza 62 cm, Statuina: altezza 38 cm Deir el-Medina, tomba di Satnem (n. 1379) Scavi dell’Istituto Francais d’Aechéologie Orientale (1933 – 1934) Museo Egizio del Cairo, JE 63646 A, B
La figura femminile in legno di sicomoro, sottile e elegante, rappresenta la dama Ibentina, moglie di Satnem, il proprietario della tomba in cui fu ritrovata.
All’interno era ancora contenuto il corredo funebre della coppia, ivi compresa una statuina di Satnem, anch’essa in legno, che fungeva da controparte a quella della moglie,.entrambe le piccole statue erano ricoperte di lino.
La donna è raffigurata stante con il braccio destro disteso lungo il corpo mentre il sinistro, intorno al quale è legata una piccola collana in faience, è ripiegato in vita.
I polsi sono ornato da gioielli.
Indossa una parrucca tripartita, con trecce legate con fasce e indossa una lunga veste aderente.
Il piccolo viso presenta grandi occhi a mandorla, un naso sottile e una bocca ben disegnata.
La statuina è incassata in una base di legno parallelepipeda, intorno alla quale è dipinta una formula d’offerta dedicata al dio Osiride, qui indicato come signore di Busiri e di Abido.
La piccola scultura è contenuta in un Naos di legno fornito di coperchio a incastro.
Il viso è la raffinatezza con cui è modellata permettono di datare la statuina al periodo di Hatshepsut o di Thutmosi III.
FONTE
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli, foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Keperkara Senousret, Sesostri I, il cui nome significa “Uomo della dea Uosret”, si trovò ad assumere il potere in modo cruento in seguito alla “congiura dell’harem” nella quale venne assassinato il proprio padre Amenemhat I, sovrano regnante.
La dott.ssa Maria Cristina Guidotti, direttore del Museo Egizio di Firenze, ha trattato questo episodio in una lezione dal titolo: ”Complotti, crimini e processi nell’antico Egitto” tenuta in occasione di una conferenza organizzata dall’associazione culturale fiorentina Eumeswil. La dottoressa Guidotti ha dedicato la parte centrale del suo intervento al racconto di due complotti, mossi contro i faraoni Amenemhat I e Ramesse III, di cui abbiamo oggi testimonianza grazie al ritrovamento di particolari documenti.
Spiega la Dott.ssa Guidotti:
“……Secondo le scritture pervenuteci Amenemhat I, faraone della XII dinastia, fu assassinato nel 1962 a.C., da una congiura ordita da nobili con la complicità di alcuni personaggi di corte, in particolare all’interno dell’harem del faraone……..”.I
l mancato ritrovamento della mummia di Amenemhat I non ha permesso di accertare le effettive cause del decesso del faraone, ma in aiuto alla tesi del complotto ci vengono due documenti. Il primo è il racconto di Sinhue, del quale abbiamo già ampiamente trattato nei precedenti articoli, in esso si afferma che il futuro sovrano, Sesostri I, si trovava in missione nel deserto occidentale contro i libici. Alla notizia dell’assassinio del proprio padre, Sesostri accorre a Menfi e prende subito il controllo della situazione.
Per farlo, secondo alcuni studiosi, non dovette incontrare problemi in quanto era formalmente faraone già da un decennio. Amenemhat I sarebbe il primo re d’Egitto ad avere nominato come coreggente il figlio per evitare ogni disputa sulla successione. Una stele rinvenuta ad Abidos, oggi al Museo del Cairo, riporta come data il 30º anno di regno di Amenemhat ed il 10° di Sesostri, prova dunque che la coreggenza ebbe inizio nel 20° anno di regno del padre.
Altri egittologi, tra cui Nicolas Grimal, dissentono da questa ipotesi ritenendo che alla morte di Amenemhat I la successione non fosse ancora perfezionata poiché è riportato che Sesostri salì al trono “non senza problemi”. A sostegno della loro tesi citano il secondo documento che ci riporta alla teoria del complotto “L’insegnamento di Amenemhat” al figlio Sesostri (anche di questo abbiamo già trattato).
Comunque sia Sesostri I salì al trono e regnò intorno al 1950 a.C. e fu uno dei più potenti faraoni della XII dinastia, godette di enorme prestigio al punto da essere annoverato fra i sovrani più meritevoli nelle liste d’epoca ramesside. Di lui scrive l’egittologo italiano Franco Cimmino:
“…..con lui l’Egitto della XII dinastia assunse una dimensione classica che rimarrà fino alla fine della storia faraonica…….”.
Dal suo matrimonio con la sorella Neferu III nacque Amenemhat II che gli succederà sul trono. Sesostri I regnò circa 43 anni (45 secondo il Canone di Torino) durante i quali perseguì la politica del padre creando, all’interno del paese, le figure del Visir per il Basso Egitto e del Visir per l’Alto Egitto ai quali i nomarchi furono sottoposti impedendo così che si ricreasse uno strapotere periferico. Respinse i nomadi libici allo scopo di garantire la sicurezza delle piste carovaniere che collegavano Abydos con l’oasi di El-Kharga mentre a sud raggiunse la seconda cateratta del Nilo, la conquista è documentata su alcune stele a Beni Assan e ad Assiut.
Fece iniziare la costruzione delle fortezze di Buhen, Aniba, Faras, Kuban e Ikkur. Ripristinò contatti mercantili con la Siria e la Palestina, assenti fin dai tempi di Pepi II, e i mercanti tornarono a spingersi fino a Ugarit. Organizzò numerose spedizioni alle cave dello Uadi Hammamat dalle quali importò grandi quantità di pietra per la costruzione di 60 sfingi e 150 statue.
Nel terzo anno di regno fece costruire l’importante tempio di Atum-Ra ad Eliopoli ed in occasione del suo Heb-Sed, il giubileo per i trent’anni di regno, fece erigere due obelischi in granito rosso uno dei quali si trova ancora ad Al-Matariyya, (Eliopoli), è alto 20 metri e pesa 121 tonnellate. Fece inoltre costruire altri numerosi templi in varie località dell’Egitto. Sempre in occasione del suo giubileo fece costruire a Karnak la “Cappella Bianca”, che contiene rilievi molto raffinati del sovrano. Di questa parleremo in seguito.
LA PIRAMIDE DI SESOSTRI I
Andiamo ora a visitare il complesso piramidale di Senousret I.
Per la sua piramide Sesostri I scelse anch’esso la necropoli di El-Lisht, la fece costruire circa 1,5 chilometri a sud di quella del padre e la chiamò “Senousret-peter-tawy” (Senousret contempla le Due Terre). Pur essendo poco più grande di quella del padre non si differenzia molto da quest’ultima.
Uno scheletro murario in pietra calcarea poggiante su una piattaforma di blocchi di pietra. Con una base di 105 metri di lato ed una pendenza di 49° 24′ doveva superare i 62 metri di altezza. Quattro pareti costituite da grandi blocchi di pietra solo sbozzati che diventano più piccoli mano a mano che si sale verso il vertice della piramide Come materiale di riempimento vennero usati detriti vari e materiale di risulta del cantiere, il tutto racchiuso dal paramento in blocchi di fine calcare bianco, oggi quasi del tutto scomparso.
Eccezionalmente in questa piramide non sono stati trovati blocchi di pietra depredati da altri complessi funerari. Questa nuova tecnica costruttiva si rivelò ben presto fallimentare presentando presto problemi di stabilità che col passare dei secoli ridusse l’edificio a quello che vediamo oggi, una montagnola di materiale litico.
Sul lato nord della piramide insisteva una cappella sotto la quale era ricavato l’ingresso alla sottostruttura, verso la parete nord della cappella era incuneata una stele di alabastro con innanzi un altare in granito. Le restanti pareti erano decorate con scene a bassorilievo policromo raffiguranti probabilmente rituali di sacrificio e processioni di divinità, oggi si trovano in pessimo stato di conservazione.
Il corridoio discendente in direzione sud-est era rivestito in calcare nel quale ancora oggi vi sono incastrati gli enormi blocchi della chiusura originaria ciascuno del peso di circa 20 tonnellate.
Tutta la parte sotterranea è sommersa dall’acqua, come nel caso della piramide di Amenemhat I, Arnold ipotizza che la camera funeraria si trovi ad una profondità di circa 24 metri. Al di sotto del corridoio discendente fu scoperto un tunnel anch’esso discendente che probabilmente era servito per il trasporto del materiale per la costruzione della sottostruttura che successivamente, ad ultimazione dei lavori fu chiuso e riempito di terra.
Una prima cerchia di mura racchiudeva la piramide, la parte occidentale del tempio funerario e la piccola piramide cultuale. Il muro reca nella parte inferiore raffigurazioni a bassorilievo con le divinità dell’abbondanza che porgono offerte mentre nella parte superiore compare il serech con il nome del faraone, quello di Horo Ankhmesut seguito alternativamente da quello di incoronazione Kheperkare e da quello comune Senousret.
Il tempio funerario, chiamato “I luoghi (di culto di Senousret) sono uniti”, è stato completamente devastato dai saccheggiatori e cavatori di pietre come pure la piramide cultuale nelle cui camere sotterranee Arnold ipotizzò che vi si trovassero la statua del ka reale e la cassa dei canopi.
Una seconda cerchia di mura racchiude l’intero complesso con il tempio funerario e ben nove piccoli complessi piramidali, ciascuno dotato di un muro di cinta che racchiude la piramide e una o più cappelle, questi complessi si trovano, tre sul lato sud e due per ogni lato, ovest, est e nord. In un primo momento Lensing ritenne che si trattasse di semplici cenotafi. Oggi però si pensa piuttosto a tombe di regine e membri della famiglia reale, per due di questi complessi è stato possibile identificare le proprietarie che sono le regine Nofret I, figlia di Amenemhat I e moglie di Senousret I, e di Itakaiet, figlia o ulteriore moglie di Senousret I.
Per quanto riguarda Nofret il suo nome si trova iscritto in un cartiglio, privilegio fino ad allora riservato solo al faraone. Secondo alcuni egittologi si tratterebbe della regina che ordì il complotto nel quale venne ucciso Amenemhat I come pare riscontrarsi nel “Racconto di Sinhue”.
Il tempio a valle si trova sepolto sotto immensi cumuli di sabbia ai limiti del deserto, doveva trattarsi di un complesso simile a quello di Mentuhotep II, nella lontana Tebe, con al suo interno statue policrome del re stante in forma di mummia di Osiride con le braccia incrociate sul petto e la testa coronata alternativamente con le corone dell’Alto e del Basso Egitto. Alcune di queste statue ritrovate in loco si trovano oggi suddivise tra il Museo Egizio del Cairo ed il Metropolitan Museum di New York.
Prima di concludere è necessario citare l’importante scoperta fatta da Gautier nel 1884. Sotto il pavimento del cortile interno, a nord del tempio funerario, Gautier scoprì un nascondiglio nel quale si trovavano dieci statue in calcare del faraone Senousret I assiso in trono, più grandi che in natura, che oggi sono esposte al Museo Egizio del Cairo. Fra gli egittologi prevale l’idea che la statue, alcune delle quali evidentemente incompiute, fossero poste nel cortile aperto a pilastri del tempio e che siano state rimosse velocemente e nascoste dai sacerdoti all’arrivo degli Hyksos per preservarle dalla profanazione degli asiatici. Arnold invece ritiene che fossero state predisposte per la decorazione della rampa cerimoniale, sostituite poi da quelle in forma osiriaca e pietosamente riposte nel nascondiglio sotto il lastricato del cortile.
LA CAPPELLA BIANCA
Kheperkara Senuosret I, (in greco Sesostri), fu un grande sovrano, di lui abbiamo parlato in precedenza e penso che non sia necessario aggiungere molto altro. Con il suo popolo fu molto magnanimo, attuò una illuminata politica di riforme amministrative, legislative e sociali che gli guadagnarono titoli quali: “Stella che illumina il Doppio Regno” o anche “Falco che conquista alla sua potenza”. Nel racconto di Sinuhe viene definito “Maestro di saggezza i cui piani sono perfetti”. Liberò dalla schiavitù molti prigionieri di guerra e dal capestro dei debiti, tutti i sudditi dimostrandosi però risoluto e severo nel sedare ogni tentativo di ribellione per evitare il ritorno all’anarchia del Primo Periodo Intermedio appena chiuso. Dedicò templi a tutti gli Dei, da Ra ad Ammon, da Atum a Ptha, il più superbo, di cui rimangono solo poche tracce, fu un grandioso Tempio dedicato a Ra-Haracthy. Valorizzò il Fayyum dove intraprese una vasta opera di canalizzazione e qui fondò la sua capitale, Shedet (dai Greci chiamata Coccodrillopolis) sotto la protezione di Sobek, il Dio-Coccodrillo, “Signore dei Pantani”.
Per celebrare il suo giubileo, la festa Heb-Sed per i trent’anni di regno, il faraone Senousret I fece costruire, tra l’altro, una piccola cappella a Karnak, dedicata ad Amon-Ra, la cosiddetta “Cappella Bianca” (o il “Chiosco di Senousret I”).
Si tratta di un piccolo edificio a pianta quasi quadrata di circa 7 metri per lato, un piccolo tempio periptero, interamente circondato da un portico con sedici colonne. E’ situata su un basso piedistallo accessibile tramite due rampe d’accesso contrapposte che salgono a poco più di un metro dal livello del suolo. Ciascuna rampa conduce ad un trono simboleggiante uno l’Alto Egitto e l’altro il Basso Egitto.
Poiché la cappella era parte dell’apparato cerimoniale della festa giubilare di Senousret I, dove si sarebbe dovuto ripetere la cerimonia dell’incoronazione, si pensa che ospitasse la barca solare di Amon.
Al suo interno si possono ammirare gli stupendi rilievi, tracciati con grande precisione sui pilastri, dove si vede il faraone Senousret I, con il dio Amon e altre divinità come Min, Thoth, Ptah e Horus.
Il vestiario del faraone, come quello degli dei, presenta una raffinatezza unica nel suo genere, è rappresentato fin nei minimi particolari che ne mettono in risalto la pieghettatura, la dimostrazione di un’estrema abilità la si ammira nella trasparenza delle ali dell’ape. I geroglifici che accompagnano le rappresentazioni recano i titoli e gli epiteti del re e delle divinità che sono finemente lavorati nel rispetto degli attributi iconografici.
Sulle pareti, insieme ai magnifici geroglifici che spiegano i riti della festa Heb-Sed, è rappresentata una lista dei Nomoi dell’Egitto, cioè delle province amministrative in cui il paese era diviso fin dall’antichità.
La cappella venne poi demolita all’epoca di Amenofi III della XVIII dinastia ed i suoi blocchi utilizzati come materiale di riempimento durante i lavori di ristrutturazione del terzo pilone del tempio di Karnak. Vennero ritrovati soltanto quando si effettuarono i lavori di restauro del suddetto pilone. L’ottima condizione in cui vennero rinvenuti ha permesso la fedele ricostruzione della Cappella Bianca, avvenuta negli anni ’30 del secolo scorso ad opera di Henry Chevrier utilizzando i blocchi di pietra originali, cosa che gli guadagnò il titolo del “lavoro di rilievo più delicato del Regno Medio”. Al momento della sua scoperta, la Cappella Bianca era unica in quanto non era conosciuto nessun altro esempio di questo tipo di edificio, e divenne il primo monumento installato nel Museo all’aperto del tempio di Karnak a Luxor.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
M. Cristina Guidotti, ”Complotti, crimini e processi nell’antico Egitto”, Dossier & Intelligence 2004
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
Elio Moschetti, Mario Tosi, “Amenemhat I e Senusert I”, Torino, Ananke, 2007
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson Ltd. 1997 Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
A kneeling figure of Ramses IV wearing the ‘nemes’ head-dress and ‘shendyt’ kilt. On his right shoulder is incised his prenomen, and his nomen is carved on his left shoulder. His prenomen is also incised in an oval in the centre of the girdle of his kilt.
The back pillar bears two columns of incised hieroglyphs giving the king’s names with epithets. Fragments of the king’s name and titles remain on the right and left sides of the base. At the top of the base there are the remains of inscriptions on the right and left sides. The front part of the statue including the front of the base, knees and hands of the figure are lost and have been restored in recent times with a ‘nw’-bowl in each hand. The rear of the base and the bottom of the back pillar have also been lost and recently restored. The nose and uraeus of the figure have been damaged. The surviving portion of the back pillar is worn in places. There are no traces of colour.
Pietra / granodiorite. Dimensioni: 192 x 64 x 133 cm Datazione:1479–1425 a.C. Periodo: Nuovo Regno (XVIII Dinastia) Regno: Tutmosi III Provenienza: Tebe, Karnak / tempio di Amon
Questa splendida testa, priva di iscrizioni, di poco inferiore alle dimensioni naturali, è ornata dal copricapo di stoffa nemes, molto calato sulla fronte, al cui centro si erge il serpente urèo; il volto è ovale con occhi, bocca e mento piuttosto piccoli, soprattutto se confrontati alle arcate sopracciliari e alle linee di cosmetico.
Questi tratti somatici (il naso è di restauro ottocentesco) si ritrovano identici in alcune statue a nome del sovrano Thutmosis III (1479- 1426 a.C.), succeduto al padre Thutmosis II.
Provenienza: Egitto: località ignota.
Collezione Universitaria
Datazione: Nuovo Regno
XVIII dinastia, regno di Thutmosis III (?) (1479 – 1426 a.C.)
Materiale: dolerite
Dimensione: altezza cm 23
Numero di inventario: KS 1800
FONTE:
MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA. Collezione egiziana.
Bronzo con tracce d’oro, altezza 20,5 cm. Provenienza sconosciuta, acquistata nel 1924 Philadelphia, the University of Pennsylvania, Museum of Archaeology and Anthropology E 14295
La statuetta è in materiale detto bronzo nero.
Sono presenti tracce d’oro sul nemes, e sul gonnellino.
È possibile che in origine queste parti fossero rivestite del prezioso materiale.
Gli occhi e le sopracciglia, lavorati ad intarsi o con pietre, probabilmente erano profilati in metallo.
Le braccia sono andate perdute, ma dalla posizione si intuisce che erano proteste per offrire recipienti a una divinità.
Manufatti di questo tipo facevano parte degli arredi dei Templi, utilizzati dai sacerdoti per rituali e cerimonie.
Sulla statuetta non sono presenti iscrizioni che rendano possibile l’identificazione, ma la foggia degli indumenti, la forma del corpo e i lineamenti indicano che si tratta di un sovrano.
Altra opera letteraria, facente parte dei cosiddetti “Testi sapienziali”, relativa al Medio Regno, XII dinastia (1950 a.C. circa.) ma, come la maggior parte dei testi, prodotta nel Nuovo Regno XVIII – XIX dinastia (1300 a.C.) è il “l’Insegnamento di Amenemhat I a suo figlio Sesostri I”. Poiché stiamo trattando quel periodo della storia egizia sarebbe un peccato non leggerlo.
Statua calcarea di Sesostri I in trono
L’opera viene attribuita allo scriba Iti ed è composta in forma autobiografica, è come se lo stesso Amenemhat I, dall’oltretomba si rivolge al figlio Sesostri I impartendogli consigli sul comportamento da tenere una volta nominato faraone, alludendo alla congiura di cui sarà egli stesso vittima.
L’opera è giunta a noi in cinque papiri, purtroppo l’unico completo, il papiro Sallier II è scorretto, quello più corretto e quasi completo è il papiro di Millingen. Esistono poi altri reperti tipo un rotolo di cuoio, però è quasi del tutto illeggibile, oltre a tre tavolette di scriba e numerosissimi ostraka del Nuovo Regno. Fra tutto si è riusciti ad estrarne una copia completa.
Il Papiro Sallier II
L’Insegnamento di Amenemhat I è un testo breve dal valore di un testamento politico, scritto secondo l’intenzione regale, con tutta probabilità dallo stesso scriba che ha scritto la “Satira dei mestieri” ed altri testi, lo scriba Kheti, che conosceva bene la storia antica, questo stando a quanto riportato nel Papiro Chester Beatty VI. Nel testo Amenemhat mette in guardia il figlio Sesostri a non fidarsi di amici e servitori in nessun caso, un chiaro esempio di prudenza forse un po eccessiva da sfociare quasi in misantropia. Infatti il re porta come esempio la sua situazione, lui, che diffondeva beneficenza a tutti, cosa ha avuto in riconoscenza? E’ stato ucciso da un complotto ordito nel suo stesso palazzo proprio da coloro che gli stavano accanto. Il re racconta appunto del complotto confessando la sua impotente ingenuità e di essere stato preso alla sprovvista non dubitando minimamente dell’attentato che si stava tramando. Secondo Gardiner, ancorché la stesura che conosciamo risalga al Nuovo Regno, si sarebbe indotti a credere che sia stato copiato da un testo più antico, forse commissionato dallo stesso Sesostri I, destinatario dell’Insegnamento, onde usarlo come strumento di deterrenza nei confronti dei suoi eventuali avversari (o rivali al trono).
Amenemhet I
<< Inizio dell’insegnamento fatto dalla Maestà del Re dell’Alto e del Basso Egitto, Sehotepibra, figlio di Ra, Amenemete (Amenemhat), giustificato, quando parlò in un sogno rivelatore di verità a suo figlio, signore universale. Egli disse:
“Tu che sei apparso come re, dà ascolto a ciò che ti dirò, che tu sia re sulla terra e sovrano delle regioni, e tu aumenti il benessere. Diffida dei tuoi sottoposti, che non avvenga qualcosa i cui preparativi sono stati trascurati. Non avvicinarti a loro, quando sei solo, non aver fiducia in un fratello. Non conoscere un amico, non crearti degli intimi: non c’è vantaggio. Quando dormi, ti guardi il tuo stesso cuore, perché l’uomo non ha amici il giorno della disgrazia. Ho dato al bisognoso, ho fatto vivere il povero, ho fatto giungere fino a me chi non aveva niente come chi possedeva. Ma colui che mangiò i miei alimenti fece una sollevazione, colui al quale avevo dato la mano, ne ha profittato per suscitare spavento, colui che indossava i miei lini, mi guardava come se fossi un’ombra, coloro che si erano unti della mia mirra, intanto versavano acqua. La mia immaginazione era tra i viventi, la mia partecipazione era fra gli uomini, e facevano per me un ricordo non udito, un grande combattimento non visto. Ecco, si combatte sul campo di battaglia ché si dimentica lo ieri, ma non potrà andar bene a chi ignora colui che conosceva. Era dopo la cena ed era venuta la notte: mi presi un’ora di tranquillità, sdraiato sul mio letto. Ero stanco, e la mia mente cominciò a seguire il sonno. Ecco, furono fatte circolare armi; era devoto il capo (della guardia), ma altri erano come serpenti della necropoli. Mi svegliai al combattimento ed ero solo, trovai un caduto, era il capo della guardia del corpo. Se avessi preso prontamente in mano le armi, avrei potuto far indietreggiare i vigliacchi con la lancia: ma non c’è uno valoroso la notte, non c’è chi combatta solo, non avviene un’azione con successo senza un protettore. Ecco l’aggressione venne, mentre ero senza di te, prima che i cortigiani avessero udito che ti avevo lasciato in eredità (il regno), prima che avessi seduto sul trono con te, sicché potessi fare le tue decisioni. Ma non ero preparato a questo, non ne ero a conoscenza, e il mio cuore non poteva pensare la negligenza dei servitori. Forse che un harem comanda il combattimento? Forse che si introducono i banditi nell’interno della casa? Si apre forse ai ladri? I borghesi sono staccati dal loro dovere. (Eppure), da quando sono nato, la disgrazia non è venuta dietro a me, e non è esistita nessuna azione simile alla mia come valoroso. Sono andato fino a Elefantina e sono andato indietro fino nel Delta, avendo controllato le frontiere del paese, ho sorvegliato il suo interno. Mi portai ai confini della fortificazioni con il mio braccio potente e i miei prodigi. Io sono uno che creava l’orzo, che era amico di Nepri, il Nilo mi rispettava in ogni pianura. Non si aveva fame nei miei anni, non vi si aveva sete, ma si restava seduti, grazie a ciò che avevo fatto, e si parlava (con elogio) di me. Tutto ciò che ordinavo era al suo (giusto) posto. Ho domato i leoni e ho catturato i coccodrilli; ho vinto gli abitanti di Uauat e ho catturato i Megiai, ho fatto camminare gli asiatici come cani. Mi sono fatta una casa ornata d’oro, con il soffitto di lapislazzuli e le pareti d’argento, i pavimenti di legno di sicomoro, le porte di rame e i chiavistelli di bronzo. Il mio personale ha fatto i preparativi per essa. Lo so perché sono il suo signore. Certo, molti (ignari come) ragazzi sono nella strada. L’intelligente dice “Sì”, lo stolto dice “No”, poiché non lo sa, essendo senza vista, che tu eri la mia lingua, o Sesostri, figlio mio, i miei piedi mentre camminavo, che tu eri il mio proprio cuore e i miei occhi mentre guardavo, che tu fosti generato in un’ora di serenità per gli uomini, sicché ti danno lode. Ecco, ho fatto l’inizio, tu annoda la fine. Io sono approdato a quelli che sono là, e tu sei incoronato con la corona bianca del rampollo divino. I sigilli sono al loro (giusto) posto: ha cominciato per te il giubilo nella barca di Ra. Levati per la regalità che è esistita prima di me, e non per ciò che ho fatto. Sii valoroso, innalza i tuoi monumenti, abbellisci le tue costruzioni, combatti contro coloro che conosci (come cattivi), perché non li amerei accanto alla Tua Maestà” >>.
Fonti e bibliografia:
Edda BrescianI, “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto”, Ed. Einaudi, Torino 2007
Edda Bresciani, “Testi religiosi dell’Antico Egitto”, Mondadori, Milano 2001
Granito nero, altezza 60 cm Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di G. Legrain (1907) Museo Egizio del Cairo, JE 36923 (CG 42116)
Senenmut, consigliere e architetto della regina Hatshepsut, è qui raffigurato mentre tiene in grembo la principessa Neferura, della quale era precettore.
È seduto su un alto seggio di forma quadrangolare e tiene una gamba piegata in modo da fornire un appoggio per il dorso della bambina, seduta sulle sue ginocchia.
Senenmut porta una lunga parrucca che lascia scoperte le orecchie e indossa un corto gonnellino.
Con la mano destra tiene le ginocchia di Neferura, mentre con la sinistra le cinge le spalle.
La piccola ha la tipica acconciatura dell’infanzia: una lunga treccia che le ricade sulla spalla, porta un ureo regale sulla fronte, ed è avvolta in un manto da cui fuoriesce la mano che porta il dito alla bocca.
Sul gonnellino di Senenmut è incisa una colonna di geroglifici che reca il nome e il titolo di “Maggiordomo della principessa Neferura” a lui attribuito.
Attorno al basamento sono iscritti altri titoli di Senenmut tra i quali “Soprintendente ai granai, alle terre e al bestiame del Dominio di Amon”.
L’ANALISI FILOLOGICA DELLE ISCRIZIONI DA PARTE DI LIVIO SECCO QUI
Senenmut era il responsabile dei lavori architettonici intrapresi dalla regina Hatshepsut e in quanto tale seguì la costruzione del suo tempio a Deir el-Bahari, al cui interno si è fatto ritrarre più volte, dietro le porte delle cappelle, contravvenendo alla tradizione egizia precedente che attribuiva scarsa importanza al creatore dell’opera artistica.
Ci sono giunte ben venticinque statue che lo ritraggono in maniera originale e anticonvenzionale, come in questo caso.
Senenmut ebbe dalla sua regina l’onore di farsi costruire, oltre a una tomba a Qurna, come molti altri funzionari del Nuovo Regno, anche una tomba nella cerchia del tempio di Deir el-Bahari, dove si trova un esempio molto celebre di soffitto astronomico.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo del Cairo – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
È un po’ più facile per noi cercare prove di alcune malattie genetiche, ovvero di quelle che hanno lasciato traccia nelle mummie e nei reperti pervenuti fino a noi. Nei papiri medici non c’è assolutamente traccia di queste patologie – anche perché non era possibile per i medici dell’epoca intervenire in alcun modo. Non solo: essendo ignota l’origine della patologia, soprattutto le deformità fisiche venivano viste come un intervento diretto delle divinità, e quindi una sorta di “dono” che rendeva le persone “speciali”. Il concetto di Ma’at imponeva di “compensare” le difficoltà degli altri e di non creare alcun tipo di emarginazione.
Non solo: negli “Insegnamenti di Amenemope” (uno scriba del periodo Ramesside) si trova una citazione diretta sulle persone affette da disabilità, come le chiameremmo oggi:
“Non ridere di un cieco né prendere in giro un nano
Né creare difficoltà ad uno storpio;
Non schernire un uomo che è nelle mani di Dio,
Né guardarlo accigliato se sbaglia.”
Erano un po’ più avanti di noi.
IL NANISMO
Peter Dinklage, probabilmente il nano acondroplasico più famoso dei giorni nostri, nei panni di Tyrion Lannister ne “Il Trono di Spade”
Abbiamo numerose testimonianze del nanismo sia dalle mummie pervenute fino a noi fin dall’epoca predinastica che dai ritratti. Il caso più antico, risalente al Badariano, è stato incredibilmente perso dopo essere stato analizzato a Londra nel 1932, un brutto episodio che dimostra l’approssimazione dell’approccio scientifico all’archeologia di quei tempi. Gli studiosi si sono presi la briga di contarli, arrivando a più di 200 rappresentazioni di nani conosciute; per la maggior parte di tratta di acondroplasia (termine di origine greca che significa mancato sviluppo delle cartilagini), dove tronco e testa vengono sviluppati normalmente, mentre gli arti – soprattutto quelli inferiori – sono molto corti).
Scheletro di un nano acondroplasico risalente alla I Dinastia. Il ritrovamento di diversi vasi ed oggetti nella tomba ha fatto supporre che si trattasse di un funzionario di rango abbastanza elevato
Da notare che anche il dio Bes è un nano, tipicamente rappresentato di fronte e non di profilo (come sarebbe stato normale nell’iconografia egizia) per mostrarne le gambe corte e storte.
Il dio Bes, raffigurato come un nano. Bes è una delle divinità più antiche; il suo ruolo era prevalentemente quello di allontanare i demoni e spesso è in associazione a Taweret nel proteggere le gestanti e gli infanti.
La figura dei nani nella vita quotidiana egizia era essenzialmente positiva. Erano in qualche modo “magici”, legati a Ra nelle sue molteplici forme e fornivano protezione contro i demoni – ma anche, prosaicamente, negli eventi terreni. Ben tre incantesimi contro i serpenti invocano un nano (riferimento indiretto a Bes?) ed un altro è legato direttamente al parto (più precisamente all’espulsione della placenta).
Il nano Seneb con la sua famiglia, uno dei gruppi statuari più famosi dell’Antico Egitto
Il ritrovamento della tomba di Perniankh nella stessa zona, un altro nano che diventò alto funzionario e forse padre di Seneb, ha dimostrato che la malformazione non era un ostacolo per l’ascesa sociale, quantomeno nell’Antico Regno.
Il nano Perniankh, forse il padre di Seneb. Perniankh era il “nano danzante di Corte”, “Colui che diverte Sua Maestà ogni giorno”. Di Perniankh ci è giunto anche il suo scheletro, che dimostra il suo nanismo acondroplasico.
Dalle rappresentazioni nelle tombe, per la maggior parte dell’Antico Regno, sappiamo che i nani erano soprattutto orafi, accudivano gli animali ed i vestiti/tessuti delle abitazioni in cui erano impiegati, ma erano anche musici, danzatori e probabilmente cantori/poeti. La presenza di un nano in casa era indizio del favore degli dèi e protezione dai demoni.
Nani impiegati nella produzione di gioielli. Tomba di Mereruka (visir e genero del Faraone Teti, VI Dinastia), Saqqara
Particolare in cui si apprezza come i tavoli (come le sedie) fossero fatti su misura per loro
I nani musicisti dalla tomba dell’Antico Regno del cortigiano Nykauinpu (V Dinastia)
Khnumhotep, un funzionario della IV Dinastia menzionato come “Supervisore dell’Abbigliamento” e “Sacerdote del Ka”. I suoi arti inferiori sono particolarmente corti, ma la qualità della sua statua testimonia il suo rango
Il sarcofago del nano Djuho, “danzatore per il toro Apis” vissuto ai tempi di Nectanebo II (XXX Dinastia, circa 350 BCE). Djuho mostra tutti i caratteri tipici dell’acondroplasia (fronte prominente, ponte nasale infossato, arti accorciati, cifosi), mentre il suo sarcofago è sicuramente di ottima fattura.
Le nane erano spesso ostetriche; probabilmente la somiglianza con il dio Bes suggeriva un ruolo benefico per la gestante ed il nascituro.
Non molti sanno che anche il dio-creatore Ptah è a volte rappresentato come un nano acondroplasico in età giovanile.
Ptah raffigurato come un giovane acondroplasico, con la treccia dell’infanzia. Non sappiamo cosa tenesse con le mani
PIEDE TORTO CONGENITO
Nelle persone affette dal piede torto congenito la parte esterna della pianta del piede tende a piegarsi verso la parte mediana del corpo, creando una sorta di torsione verso l’interno del piede stesso (talipes equinovarus).
Le posizioni del piede torto congenito
Una delle mummie che mostra possibili segni di talipes equinovarus è quella di Siptah, su cui però gli studiosi propendono per gli effetti della poliomielite, come abbiamo già visto.
La mummia di Khnum-Nakht attualmente a Manchester (e che abbiamo già incontrato in quanto affetto anche da bilharziosi) mostra anch’essa i segni di un possibile piede equino.
Il piede torto di Khnum-Nakht
TUTANKHAMON
Nonostante tutte le ipotesi fatte, il piede torto congenito declamato da Zahi Hawass nel 2010 per il piede sinistro del Faraone non rientra sicuramente tra le patologie di Tutankhamon – la cui mummia ha subito danni pesantissimi dopo la scoperta e la cui prima autopsia effettuata dal Prof. Derry nel 1925 non aveva evidenziato alcuna patologia simile.
L’apertura del sarcofago di Tutankhamon nel 1968 per le analisi con strumenti più moderni rispetto a quelli di Derry. Da notare la posizione del piede sinistro, assolutamente normale
Il piede sinistro di Tutankhamon, radiografia del 1968 del Prof. Harrison (da “Chronicle, Essays from Ten Years of Television Archaeology“). Nessuna traccia di piede torto o equino, deformità delle falangi o mancanza di alcune di esse. O Harrison si è radiografato il suo piede oppure i danni alla mummia sono stati fatti dopo il 1968
Zahi Hawass sottopose la mummia di Tutankhamon ad una famosa TAC nel 2005; il lavoro pubblicato (ben 4 anni dopo…) non evidenziò alcun danno al piede sinistro, salvo poi rimangiarsi tutto e ribaltare l’analisi un anno dopo con un lavoro controverso molto screditato dagli esperti del settore (“Tutankhamun’s left foot is not in equinus and not in varus, and is not a clubfoot”, Dr. Gamble, Stanford University, 2010). Non per niente il Prof. Rühli di Zurigo, uno dei massimi esperti mondiali di paleopatologia e co-autore del lavoro del 2009 con Hawass nonché di una sua analisi sulle patologie presunte di Tutankhamon, fu estromesso dal lavoro pubblicato l’anno dopo. Lasciamo a voi giudicare.
Tutankhamon potrebbe (condizionale d’obbligo) essere stato costretto a camminare appoggiando maggiormente il peso sull’esterno del piede sinistro per la malattia di Freiberg (necrosi della testa del metatarso, solitamente del secondo dito del piede), una condizione non invalidante ben diversa dal piede torto o equino.
IDROCEFALIA
L’idrocefalia è il risultato di un aumento della pressione del liquido cerebrospinale negli infanti quando il cranio non è ancora ossificato, con conseguente deformazione del cranio stesso mentre le ossa facciali rimangono normali. Può essere fatale e spesso conduce a forme più o meno accentuate di ritardo mentale.
Teschio di una donna nubiana con segni di idrocefalo, attualmente a Londra
Il prof. Derry descrisse nel 1912 un caso di idrocefalia in una mummia del periodo romano in cui lo scheletro mostrava uno sviluppo asimmetrico suggerendo una deambulazione appoggiato ad una gruccia.
Al British Museum è conservata una stele funeraria di Intef, un funzionario della XII Dinastia probabilmente affetto da idrocefalia, in cui utilizza un bastone come gruccia esattamente come suggerito da Derry. Prove indiziarie, in attesa di ulteriori riscontri.
Particolare della stele funeraria di Intef (British Museum EA269) in cui il defunto è raffigurato con un bastone usato come gruccia.
AKHENATON
Le congetture su presunte malattie congenite di Amenhotep IV/Akhenaton sono un ottimo esempio di come discipline diverse (archeologia e medicina in questo caso) dovrebbero lavorare insieme e non parallelamente.
Su Akhenaton si è scritto di tutto in campo medico. Sarebbe stato infatti affetto da: ipogonadismo, disfunzione ipofisaria, acromegalia, gigantismo, idrocefalia, sindrome di Frolich (distrofia adiposo-genitale che comporta sterilità, in un Faraone ritratto con sei figlie…), sindrome di Marfan (malattia ereditaria del tessuto connettivo che causa alterazioni oculari, ossee, cardiache, dei vasi sanguigni, polmonari e del sistema nervoso centrale) e probabilmente ce ne siamo dimenticati qualcuna. Tutto questo sulla base delle statue e rappresentazioni dell’epoca amarniana.
Con un briciolo di onestà intellettuale sarebbe stato chiaro che tali rappresentazioni corrispondono ad un canone estetico ed artistico e non alla realtà (lo dimostrano le rappresentazioni del Faraone stesso e dei suoi consanguinei prima della “rivoluzione amarniana” e dopo la restaurazione tebana).
Non solo: se effettivamente la mummia della tomba KV55 fosse quella di Akhenaton (cosa su cui non punterei nemmeno un euro) sarebbe la dimostrazione che Akhenaton era affetto da…pura normalità.
Il cranio dello scheletro KV55, sicuramente non idrocefalo
Ieri, 30 gennaio, ho svolto la sesta lezione del Corso di Egittologia, anno V, nell’ambito delle attività dell’UniTre di Torino. La stessa conferenza la terrò venerdì 3 febbraio all’UniTre di Fossano nel contesto dal X Corso di Egittologia.
La lezione aveva per titolo: “L’EGITTO CRIMINALE – Processi, sentenze e pene in epoca ramesside”.
La ricerca proposta vuole documentare il funzionamento della macchina giudiziaria nell’antico Egitto dettagliando le metodologie delle sentenze, delle pene capitali e delle punizioni corporali che venivano inflitte a coloro che si macchiavano di reati e delitti.
REPERIMENTO DELLE DOCUMENTAZIONI
Parlare di criminalità nell’antico Egitto è piuttosto difficile perché non esistono delle documentazioni originali precise e dettagliate che specificano il fenomeno e i mezzi predisposti dallo Stato egizio per contrastarlo.
È vero che ci sono ostraka che riportano sentenze di tribunali, transazioni commerciali e lasciti testamentari, come ad esempio a Deir el Medina, ma sono documenti episodici legati ad un preciso contesto.
In realtà noi non siamo in grado di precisare in che modo si sviluppò la criminalità come fenomeno destabilizzante nella società egizia. Intuiamo, da rilievi e papiri, che esisteva un corpo di polizia ma non possiamo stabilire come ne fosse strutturato l’organico, qual erano i compiti istituzionali a cui era preposto e soprattutto in quali contesti operava e come agiva.
I TRIBUNALI SENTENZIAVANO MA, NORMALMENTE, NON GIUSTIZIAVANO
I tribunali svolgevano una funzione inquisitiva e di accertamento degli eventi in modo da riconoscere se gli indagati erano colpevoli oppure innocenti delle accuse a loro mosse. Svolto questo compito spesso il tribunale si fermava e la procedura passava di mano.
Se i giudici avevano sentenziato una pena capitale per gli accusati, la trascrizione del processo e del verdetto venivano sottoposte ad un’autorità superiore per un giudizio finale e la definizione ultima della punizione.
In linea di massima gli Egizi riconoscevano i reati divisi in due grandi categorie: quelli contro lo Stato e quelli contro altri individui.
METODI DI ESECUZIONE.
La lezione esamina, facendo riferimenti a documenti repertati, le diverse tipologie di esecuzione capitale.
Un metodo usato fino al periodo tolemaico è l’impalamento.
Non è mai stata documentata l’impiccagione che sembra non essere mai stata applicata nell’antico Egitto.
Un altro sistema era l’annegamento che, come sua importante variante, prevedeva che il condannato fosse sbranato dai coccodrilli.
Piuttosto raro nella documentazione è il rogo.
Per quanto riguarda invece le personalità di alto e altissimo rango, il Papiro Giudiziario di Torino ci dimostra che ad esse, una volta condannate a morte, era concesso il suicidio, considerato molto meno infamante.
GRADI DI COLPA
Una considerazione decisamente moderna dell’antica giustizia egizia è quelle che essa prevedeva diversi gradi di colpa a seconda che i giudici avessero compreso l’intenzionalità o meno dell’indagato nel compiere il suo delitto.
Ci sono casi documentati in cui la pena è ridotta o addirittura del tutto esclusa se il reato era stato commesso senza nessuna intenzione o colpa.
PRIGIONI E LUOGHI DETENTIVI
Nell’antico Egitto è documentata l’esistenza di prigioni, ma non è mai stato provato che la prigione fosse sanzionata come punizione da un tribunale.
La detenzione serviva piuttosto per trattenere i sospetti prima e durante il processo ed anche fino a quando la loro pensa non era stata eseguita.
Nei papiri riguardanti i furti nelle tombe ci sono molte persone che furono incarcerate durante la ricerca di prove relative alle rapine nei sepolcri. Terminata l’indagine, comunicata la sentenza ed eseguita la pena la prigione cessava di avere il suo scopo. La detenzione era esclusivamente un passaggio temporaneo del sistema giudiziario egizio.
IL DESTINO DELLE ANCELLE
La condizione femminile in Egitto è sempre stata decisamente più paritetica rispetto alle altre civiltà (compresa la nostra che riteniamo moderna ma che si deve dotare del Ministro delle Pari Opportunità e inventarsi idiozie inefficienti come le “Quota Rosa”).
Questa parità di importanza della donna è documentata dal fatto che, contrariamente alla nostra, non esisteva nella legislazione egizia una normativa che tutelasse la donna per il semplice fatto che non ce n’era bisogno.
La donna egizia poteva divorziare (più spesso subiva il divorzio) rientrando in possesso della propria dote e di un terzo della ricchezza acquisita in comune con il marito.
In caso di vedovanza non tornava alla famiglia d’origine e si gestiva da sola i figli e il patrimonio familiare.
Detto questo è evidente che, d’altra parte, non aveva agevolazioni in caso di problematiche penali. Era ascoltata come testimone e indagata come sospetta di reati. In caso di colpevolezza subiva certamente la stessa sorte di un condannato maschile.
Quello che qui esemplifico è la sentenza, a margine del processo contro i cospiratori di Ramesse III, a carico delle ancelle della regina secondaria Tiyy. Ella, madre di Pentaur, figlio carnale di Ramesse III, cospirò con molti altri nobili importanti e di primo piano per il regicidio affinché sul trono salisse il figlio. Il regicidio fu consumato ma sul trono salì Ramesse IV che organizzò la repressione. La regina non poteva contattare i cospiratori esterni all’harem regale in prima persona perché i suoi movimenti non sarebbero passati inosservati. Come agenti di collegamento pensò bene di usare le proprie ancelle che avevano, evidentemente, maggiore libertà di spostamento. Nel testo non è dettagliato il supplizio, ma è indubbio che fu di tipo capitale. Normalmente si procedeva per impalamento.
Il tutto è documentato dal celeberrimo PAPIRO GIUDIZIARIO di Torino, una delle voci più importanti per chi si interessa della macchina giudiziaria egizia.
Come al solito, per chi non conosce la scrittura geroglifica, ho aggiunto la codifica IPA per agevolarne la pronuncia.
Per chi fosse interessato all’argomento non mi resta che consigliare la lettura di l’EGITTO CRIMINALE (QdE45) – Processi, sentenze e pene in epoca ramesside che trovate qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/624175/legitto-criminale/