A Bubastis luogo di culto della dea Bastet dove era presente un tempio bellissimo che Erodoto visitò e nei suoi racconti descrisse dettagliatamente il tempio:
«Il santuario di questa dea si presenta così: all’infuori dell’ingresso, tutto il resto è un’isola. Dal Nilo infatti si protendono due canali che non si uniscono l’uno con l’altro, ma ciascuno si stende fino all’ingresso del tempio, l’uno scorrendogli intorno da una parte, l’altro dall’altra, avendo ciascuno una larghezza di cento piedi ed essendo ombreggiati da alberi. I propilei hanno una altezza di dieci orge e sono ornati da figure di sei cubiti degne di riguardo. Essendo posto nel mezzo della città, il santuario è visibile in basso da ogni parte da chi gli giri intorno, poiché, essendo stata la città rialzata per mezzo dei terrapieni e non essendosi invece il tempio mosso da come fu costruito originariamente, è visibile dall’alto. Intorno a esso corre una muraglia scolpita a figure; all’interno c’è un boschetto di alberi grandissimi piantato intorno a un grande tempio, nel quale sta la statua della dea. La larghezza e la lunghezza del santuario sono da ogni lato di uno stadio. Davanti all’ingresso c’è una via lastricata di pietre per circa tre stadi che attraverso la piazza del mercato porta verso oriente, larga circa 4 pletri; da una parte e dall’altra della strada sorgono alberi che s’alzano fino al cielo, e la strada porta al tempio di Ermes.»
Dalla sua descrizione emerge che il tempio di Bastet fosse collegato con un altro tempio, ma Erodoto sostiene si tratti di Ermes.
E improbabile che gli Egizi costruirono un tempio per Ermes, una triade incompatibile insomma, ma allora di chi è il tempio?
Ci sono delle prove concrete di questo culto a Bubastis?
Nel febbraio-marzo 2002 a Tell Basta, durante la 13°stagione del Missione congiunta egiziana-tedesca per Tell Basta, la ricerca è stata iniziata nel complesso del tempio di Nekhthorheb al tempio di Bastet.
“Il secondo frammento di architrave (G/6.2 = Naville 1891: pl.54 [A]) è anch’essa decorata su due lati. Un lato mostra un disco solare alato sotto un fregio Xkr, con a falco che indossa una doppia corona e un cobra con una bianca corona dell’Alto Egitto sotto l’ala sinistra del disco solare.
Un altro falco con una corona composita e un cobra che indossa il corona rossa del Basso Egitto sono raffigurate sull’altro lato, tutte con geroglifici di accompagnamento.”
L’analisi delle porte:
“Così erano queste porte evidentemente decorate con una linea di iscrizione su entrambi i lati, presentando il titolo di Nekhthorheb e con supplente rappresentazioni di Wadjit e Nekhbet nel mezzo, raffigurate come avvoltoi con le ali spiegate. Gravemente danneggiati i frammenti dell’iscrizione di accompagnamento:
signora del pr-nsr.t, possa dare vita, stabilità e dominio al figlio di Ra, Nekhthorheb, amato da Onuris, figlio di Bastet, amato da Bastet, la Grande, signora di Bubastis.“
Da queste analisi possiamo pensare che a Bubastis fosse venerato Atum, rappresentato come serpente con le corone del Basso e Alto Egitto.
Atum proveniente dal Nun è il creatore di tutto che da una collina emersa dalle acque primordiali della creazione si auto generò dando vita a tutti gli dei e al mondo circostante.
A Bubastis ci sono altre prove che Atum fosse presente in altre strutture, dei frammenti sono stati rinvenuti a sud del Middle Kingdom Palace.
Ricostruzione moderna di un modello del Nuovo Regno di un portale del tempio di Eliopoli. Intonaco, 42 1/2 x 34 1/2 x 44 in. (108 x 87,6 x 111,8 cm). Museo di Brooklyn, Fondo Charles Edwin Wilbour, 66.228. Creative Commons-BY (Foto: Brooklyn Museum, 66.228_front.jpg)
Dei templi di Bubastis ne è traccia fin dai tempi di Cheope, ciò significa che il culto di Bastet al tempo adorata con testa di un leone piaceva, ma non aveva ancora molti fedeli. Infatti per un bel po di Bubastis non se n’è parlò, ma rimase sempre importante come città, perché sita in punto strategico.
Durante il Terzo Periodo Intermedio, Bubastis Tornò di nuovo al centro dell’attenzione per il “nuovo” culto di Bastet.
Il grande tempio di Bastet nel Terzo Periodo Intermedio, il tempio e rivolto verso il piccolo tempio di Atum.
Infatti la dea dall Terzo Periodo Intermedio venne più rappresentata con le fattezze di un gatto o il corpo femminile e la testa di un gatto.
Questo aggiunse molta più importanza alla dea Bastet ma anche alla città di Bubastis, dea della guerra pericolosa e potente, ora è anche protettiva come sa essere una madre è dea della fertilità femminile.
Al interno del cortile del tempio di Atum.
Con questo cambio di culto forse già adorato da Amenemhat III che celebrò la sua festa Sed a Bubastis che ne rimane una cappella sacra al Middle kingdom Palace. La città divenne non solo importante come punto strategico, ma anche un importante centro di culto per questa dea.
Osorkon II, anche esso celebrò una festa Sed, è fece ampliare il tempio di Bastet con altri sovrani (in periodi differenti) o funzionari come Nekhthorheb, che possedeva vari titoli e nominato in molti templi del suo periodo.
Al interno del cortile del tempio di Atum era presente un lago sacro è delle cappelle celebrative è alcune case dei sacerdoti devoti ad Atum, sullo sfondo i piloni di ingresso del grande tempio di Bastet.
Tornando alla Triade di Bubastis, Osorkon II quando fece ampliare il tempio di Bastet fece costruire o ampliare anche un piccolo tempio di Atum, il dio creatore di tutto ciò che esiste, adorato da moltissimi fedeli in Egitto da sempre. Osorkon II potrebbe anche aver ordinato la costruzione del tempio di Maahes al interno del cortile del grande tempio di Bastet.
Maahes (talvolta anche Mihos, in greco: Μαχές, Μιχός, Μίυσις, Μίος o Μάιχες) è una divinità egizia appartenente alla religione dell’antico Egitto. Era un dio della guerra, dalla testa di leone, e il suo nome significa “Colui che è davvero al suo (di lei) fianco”: cioè al fianco di Maat, dea dell’ordine della verità, che Maahes proteggeva con la forza. Era venerato come figlio del dio-creatore Ptah e di una dea felina della quale condivideva la natura: nel Basso Egitto era ritenuta Bastet, mentre nell’Alto Egitto sua madre era Sekhmet, dea-leonessa strettamente legata alla guerra, in evidente analogia con lui: Maahes era associato alla guerra, come le sue madri, e alla protezione, al tempo meteorologico, ai coltelli, ai fiori di loto e all’atto di divorare i prigionieri di guerra. Era venerato soprattutto a Leontopoli e Bubasti (Par-Bast) e, secondariamente, a Edfu, Dendera e Meroe.
La visuale che si ha sul muro sud di guardia della città, si può notare facilmente che il tempio di Bastet era più grande del tempio di Atum perché era il tempio principale, la casa di Bastet, La Grande, Signora di Bubastis.
Statua in elettro e argento di Imhotep, Età Tolemaica, Sir Henry Wellcome’s Museum Collection
“Colui che viene in pace” fu probabilmente il primo personaggio di rilievo scientifico della storia umana, tanto da essere noto anche come “il Leonardo da Vinci egizio”.
Visse durante il regno di Djoser (III Dinastia, circa 2800 BCE), a cui sopravvisse spegnendosi sotto il regno di Huni, ma la sua città natale è incerta: la maggior parte degli studiosi credono sia nato ad Ankhtow, un sobborgo di Menfi, che all’epoca era la capitale. Altri collocano le sue origini nel villaggio di Gabelein, a sud dell’antica Tebe, anche se la diffusione del suo culto rende più probabile la prima ipotesi.
La piramide di Djoser con il cortile Heb-Sed
Era sicuramente di estrazione non nobile, a dimostrazione di quanto la società egizia premiasse anche il merito, oltre alla stirpe. Era figlio probabilmente di un modesto architetto di nome Kanofer, ma divenne il primo genio multidisciplinare ricordato.
Fu Visir del Faraone e ricordato come l’architetto della sua piramide a gradoni (all’epoca la più grande struttura umana e tuttora il più antico edificio in pietra sopravvissuto) e dei primi colonnati della storia nel cortile della piramide stessa, ma anche Primo Sacerdote di Ptah (“Figlio di Ptah”), poeta, scrittore, astronomo (risale a lui il calendario di 365 giorni con l’aggiunta di 5 giorni epagomeni), mago ed ovviamente medico. Il papiro Edwin Smith lo ricorda come “il fondatore della medicina”.
Il corridoio d’ingresso al complesso funerario di Djoser, con colonne di sei metri, ed uno dei colonnati interni, con tetto in travi di pietra (foto Amy Calvert). Inizialmente erano probabilmente dipinte in verde, a simboleggiare fasci di canne che emergono dalle paludi della Creazione. Questo elemento architettonico, così caro alla civiltà egizia, fu introdotto proprio da Imhotep.
In campo medico, sempre secondo il Papiro Smith fu autore di 90 testi di medicina dove descrisse ogni genere di malattia e ben 48 diverse ferite da trattare chirurgicamente.
Fu progressivamente mitizzato ed infine divinizzato come figlio di Ptah (Canone di Torino) ed inserito nella triade di Menfi insieme appunto a Ptah e Sekhmet, un onore straordinario considerate le sue umili origini. Durante il periodo tolemaico venne identificato come il dio della medicina Esculapio. Nonostante questo, la sua figura storica come medico non è stata accertata: la sua tomba non è stata (ancora) ritrovata (anche se alcuni studiosi la identificano nella mastaba 3518 a Saqqara, purtroppo priva di iscrizioni) e non sappiamo se tra i suoi titoli ci fosse ufficialmente quello di “swnw”. Un testo ermetico parla di un tempio vicino a Menfi “dove riposa il suo corpo, mentre il suo spirito ancora aiuta i bisognosi con la sua conoscenza della medicina”.
Quel che rimane della mastaba 3518. È stata associata ad Imhotep in quanto nei suoi pressi è stato ritrovato un sigillo di Djoser ed alcune offerte votive ad un “dio della medicina”. Probabilmente la sepoltura di Imhotep è ancora da scoprire
Viene normalmente raffigurato seduto, con un rotolo di papiro svolto sulle sue ginocchia ad indicarne il sapere, ma a partire dal Nuovo Regno venne anche rappresentato come un semidio, spesso recante la croce “ankh” simbolo di vita.
Imhotep deificato, Tempio di Hathor a Deir-el-Medina. Nella mano destra impugna la croce “ankh”, simbolo di vita, e nella sinistra lo scettro “uas”
A suo nome vennero edificati templi – il più importante a Philae – che avevano una sezione dedicata come ospedale e numerosi sanatori in tutto il Paese. Venne scritta una sua biografia, “La vita di Imhotep”, forse la prima della storia e di cui ci sono pervenuti solo dei frammenti – in uno dei quali Imhotep sfida a colpi di incantesimi una maga assira nell’impresa di recuperare il corpo di Osiride (se vi è venuto in mente Mago Merlino contro Maga Magò ne “La spada nella roccia” di Disney, ci ho pensato anch’io).
Statuetta in rame di Imhotep, Periodo Tolemaico. Met Museum di New York. Imhotep è quasi sempre raffigurato seduto, con indosso una cuffia aderente e con in grembo un papiro srotolato. In senso simbolico, il papiro (oltre ad avere inciso il suo nome) serve anche a sottolineare la sua saggezza ed erudizione ed il suo ruolo di patrono degli scribi.
La sua fama arrivò temporalmente all’Impero Romano, quando Adriano gli volle dedicare un monumento a Roma.
La storia di Imhotep è assolutamente straordinaria. Il figlio di un architetto che ha gettato le basi per la professione medica oltre 4500 anni fa e oltre 2000 anni prima della nascita di Ippocrate. La sua eredità ha enormemente influenzato la civiltà egizia (e non solo); senza di lui, la medicina antica non sarebbe stata la stessa – e forse anche quella moderna…
Un’altra raffigurazione di Imhotep, Brooklyn Museum
Antico Regno, Quinta Dinastia, Regno di Djedkara (2414-2375 a.C.)
Rivestito di una pelle di pantera sacerdotale, Ptahhotep respira il profumo da un vaso di unguento, emulando con questo gesto il dio creatore Atum che, secondo il mito, sarebbe stato chiamato all’esistenza dalla divina fragranza del loto. Così facendo, Ptahhotep avrebbe mantenuto il controllo della sua eterna resurrezione quotidiana, proprio come il sole che sorge quotidianamente all’alba.
Ptahhotep fu visir del sovrano in carica Djedkara e ispettore dei sacerdoti della piramide di quest’ultimo, così come dei sacerdoti “wab” (purificatori) della piramide di Niuserra e dei sacerdoti della piramide di Menkhauor. Questo significa che egli coadiuvava la gestione del culto di Djedkara (vivente) e quello dei suoi due predecessori della Quinta Dinastia.
Questo splendido bassorilievo ricco di colori proviene dalla mastaba D62 presso Saqqara che Ptahhotep condivideva con suo padre, Akhet-hotep.
Fonte:
Miroslav Verner – The Royal Mortuary Cult. An abridged extract from THE PYRAMIDS. Nile Magazine #31. January 2022
L’APPROFONDIMENTO DEL DOCENTE LIVIO SECCO
Al fine di capire con precisione cosa sta annusando Ptahhotep, per nostra fortuna il vaso che il visir tiene con la mano sinistra supporta una scritta geroglifica.
Proviamo a leggerla.
I geroglifici si leggono da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.
Il primo è una spada antica: si legge tp(y) [tepi]
Il secondo è un’ondina d’acqua: si legge n(y) [ny]
Il terzo è la parte anteriore di un leone accucciato: si legge HAt [hat]
Quindi: tp(y) n(y) HAt significa DI PRIMA QUALITÀ.
Proseguiamo.
Il quarto geroglifico è un tessuto ripiegato. Si legge s [es]
Il quinto geroglifico sono delle pastoie. Si legge T [tʃ]
Il sesto geroglifico è un padiglione della festa (una tenda supportata da una colonna lignea). Si legge Hb [heb].
Il settimo geroglifico è un cesto senza manico ma in realtà dovrebbe essere un vaso basso di alabastro. I segni sono simili, ma il secondo porta una decorazione romboidale che qui non c’è. Il geroglifico si leggerebbe, ma in questo caso è muto perché funziona come determinativo.
L’ottavo geroglifico è composto da tre sfere in fila orizzontale. Anche questo è un determinativo ed è muto. Raffigura i materiali minerali oppure manufatti da materia vegetali.
Quindi: sT(y) Hb
Riepilogando: tp(y) n(y) HAt sT(y) Hb
Fonetizzato: tepi ni hat setʃi heb
Tradotto: (Olio) di prima qualità: “Profumo della Festa”
In definitiva, il visir sta proprio annusando un olio profumato di cui sappiamo anche il nome “Profumo di festa”.
La fine dell’antico Regno e l’inizio del primo Periodo Intermedio, fu graduale, in effetti si ebbe una transizione relativamente lenta.
Nyankhpepy aveva le cariche di “supervisore dell’Alto Egitto, cancelliere del re del Basso Egitto, amico unico, rispettato del dio grande, sacerdote grande e rituale, fra i sacerdoti”.
Visse probabilmente fra la fine della VI è l’inizio della VII Dinastia ; si suppone, oltre sullo stile e le opere rinvenute nella sua tomba, anche dal nome, che contiene quello del faraone Pepy.
Nyankhpepy, soprannominato ” il Nero” ebbe la sua tomba (A 1) a Meir, Necropoli della città di Cusae..
La sua tomba è un esempio di questa delicata fase di passaggio poiché, se la decorazione riflette il gusto delle tombe menfite, i modelli lignei, che vi furono rinvenuti, sono già un’innovazione che che sarà sempre più impiegata nel primo Periodo Intermedio.
Le statuine qui rappresentate, (che verranno descritte in settimana) raffigurano il portatore, che ci fa conoscere un sistema di trasporto inconsueto che consiste in una sorta di zaino con cinghie.
Tre portatrici di offerte che riprendono un motivo divenuto sempre più comune, ma con una sperimentazione nuova, quella di un tentativo di veduta di scorcio e prospettica è infine la statuina dello zappatore con un notevole espressione di movimento.
La statuetta dello zappatore
Da Meir, Tomba A 1, di Nyankhpepy – Fine della VI Dinastia Calcare dipinto, altezza 36,5 cm. Museo Egizio del Cairo, JE 30810 = CG 250
Questa figura di contadino con la zappa è un ottimo esempio di questa fase artistica di passaggio : il corpo leggermente piegato in avanti, la torsione è appena accennata verso sinistra, ci danno l’idea della scultura ispirata dalle pitture parietali.
La statuetta del portatore
Da Meir, Tomba A 1, di Nyankhpepy – Fine della VI Dinastia Calcare dipinto, altezza 36,5 cm. Museo Egizio del Cairo, JE 30810 = CG 241
Ha due estremità appuntite sul fondo, forse per poter essere infisso nel terreno durante le soste.
Molto rara, questa statuina che ci mostra un sistema insolito di trasporto: una sorta di zaino, dotato di una fascia che passa sotto il collo dell’uomo.
In mano tiene un contenitore, che nella realtà doveva essere fatto con un intreccio di fibre vegetali.
Da Hierakonpolis (Kom El Ahmar), Tempio di Orus di Nekhen Scavi di James Quibell 1898 – VI Dinastia. Oro, ossidiana Altezza 37,5 cm. Museo Egizio del Cairo, JE 32158
Fu ritrovata da Quibell durante i suoi scavi nel 1897-1898, sotto il pavimento della cella principale.
L’opera non è soltanto uno dei capolavori dell’oreficeria egizia, con la sua realistica rappresentazione della bellezza del rapace e del dio, con la vivida luce nera degli occhi di ossidiana.
Interessante la scelta dell’ossidiana per la realizzazione degli occhi, il risultato è uno sguardo vivo e profondo, assai simile a quello del rapace.
È anche un esempio di opera culturale: la testa era montata su un’ anima di legno che raffigura a il corpo stilizzato del falco, e proteggeva una statuetta regale bronzea.
Ingresso della tomba di Wahty, sacerdote di alto rango della V dinastia. Saqqara
Wahty era un sacerdote-uab, “ispettore della barca sacra” e “ispettore del tempio funerario” di Neferirkara-Kakai ( 2475-2465 a.C).
La tomba è composta da una grande camera rettangolare e cinque pozzi funerari ancora da scavare; ci sono due false porte dedicate al culto del defunto e di sua madre. La tomba è molto ben conservata, infatti presenta splendide decorazioni parietali, rilievi dai colori vivi che rappresentano scene di vita quotidiana tipiche delle sepolture dell’Antico Regno: scene di agricoltura, allevamento , macellazione, pesca, caccia, produzione di pane, birra e vino, realizzazioni di vasi, statue e offerte religiose.
Numerose nicchie, con statue in rilievo, raffigurano il defunto il ed i suoi parenti più stretti: la moglie Weret Path, la madre Merit Meen e i figli.
«…il papiro nasce nelle paludi dell’Egitto o in pozze lasciate dal Nilo, dopo l’inondazione, profonde non più di due cubiti. La radice ha lo spessore di un braccio ed è obliqua, il fusto ha sezione triangolare e non ha altezza maggiore di dieci cubiti; è assottigliato verso l’alto con un’infiorescenza, a mo’ di tirso[1], che non offre alcun seme e che può al massimo essere usata per ricavarne corone per gli Dei.»
Così, intorno al 77 a.C., descrive la pianta di papiro (cyperus papyrus) Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia”[2], ma il primo a usare la parola “pàpyros”, almeno 300 anni prima, deve indicarsi in Teofrasto, nella sua “Historia plantarum”[3]. In realtà, Teofrasto indica con tale nome il papiro come alimento, mentre, volendo indicare le fibre della pianta che, intrecciate, consentono di realizzare ceste, cordami, e supporti per la scrittura, usa il termine “biblos”. Del resto, gli stessi egizi erano soliti distinguere con “twfy” la pianta nella sua accezione edibile, mentre “dt” indicava il papiro inteso come supporto da scrittura. Per il solito, onnipresente, Erodoto il papiro, inteso come supporto scrittorio, era “biblion[4]” e solo nel IV secolo a.C., con Teofrasto, si passò, come sopra visto, al termine “pàpyros”.
Quanto al termine “biblos”, o “biblion”, questo deriverebbe dalla città fenicia Gùbla, chiamata dai greci, appunto, “Byblos”, principale porto da cui partiva il papiro egizio destinato ai paesi dell’area egea.
Nella Bibbia, infine, il termine usato per indicare il papiro era “game”.
Isidoro di Siviglia, nel VII secolo scrive che
«il papiro è stato chiamato così perché ottimo per accendere il fuoco…in greco, infatti, fuoco si dice “pyr”…»[5].
A solo titolo di curiosità, si può aggiungere che il termine accadico per la parte edibile del papiro era “niaru”, mentre il rotolo di supporto scrittorio era “kerkè”. La stessa parola greca “pàpyros”, infine, si ritiene derivi, comunque, dall’egiziano e, più precisamente, dal copto boharico[6] “papouro” con il significato di “quello del re”.
E potremmo ancora continuare sull’etimologia della parola papiro e sulle sue continue trasformazioni, nel corso della storia dei supporti di scrittura[7], fino a giungere a più fogli di papiro, incollati tra loro, a formare “volumen”, ovvero rotoli, avvolti sugli “umbilici”, gli ombelichi. Per avere un vero e proprio “libro”, per come lo intendiamo noi, ovvero una serie di “pagine”, di uguale dimensione, rilegate assieme e racchiuse da una copertina, si dovrà attendere la fine del primo secolo, o gli inizi del secondo; è in questo periodo, infatti, che il papiro verrà soppiantato dalla pergamena, molto più costosa, ma meno soggetta a variazioni dovute al clima e producibile dappertutto. …per la carta? Dovranno passare altri 10 secoli giacché il suo uso corrente entrerà in vigore solo dal XIII secolo.
Un’ultima notazione riguarda l’uso del papiro in ambito arabo. Dopo la conquista araba dell’Egitto, nel VII secolo, si continuò a usare il papiro e tale uso proseguì fino al XV secolo[8].
Il supporto scrittorio
Come sopra abbiamo anticipato, con la descrizione di Plinio il Vecchio, la pianta di papiro ha stelo a forma triangolare e ancora a lui dobbiamo rifarci per avere una descrizione delle tecniche di lavorazione ancora oggetto, tuttavia, di approfondimenti. Scrive l’Ammiraglio[9]:
«…per ottenere il foglio di papiro, si divide la pianta con una lama sottile (Plinio usa il termine “ago”) in strisce sottilissime, ma il più larghe possibili. La qualità migliore è quella ricavata dal centro della pianta, poi, via via, le altre… la varietà dedicata ai testi sacri era chiamata “hieratica” ma, più tardi, per semplice piaggeria, le venne imposto il nome di “Augustea” mentre quella di seconda qualità, dal nome di sua moglie, venne detta “Liviana” fu così che la varietà ieratica passò dal primo al terzo posto per qualità. Veniva quindi la carta “amphitheatrica”, dal luogo di sua produzione…»
Qui Plinio, per quanto riguarda quest’ultimo tipo, aggiunge una nota di colore informandoci che, a Roma, un tale Fannus assunse l’appalto della sua realizzazione e fornitura; con procedimenti particolari Fannus riuscì a rendere della mediocre carta “dell’anfiteatro”, in carta di prima scelta, così sottile e di qualità da imporle il suo nome. Per sottolineare la qualità della carta di “Fanniana”, Plinio specifica che ogni altra carta “amphiteathrica”, non trattata con il procedimento brevettato dall’intraprendente commerciante, continuò a chiamarsi con il suo nome originale.
Abbiamo perciò visto che il papiro veniva realizzato con strisce di pianta e che. maggiore era la vicinanza al centro dello stelo, maggiore era anche la qualità: Augustea, Liviana, Amphitheatrica (Fanniana), ma la qualità dei papiri egizi non si fermava qui. Esistevano, infatti, anche:
«…la “saitica”, dal nome della città in cui abbonda maggiormente il papiro (Sais), fatta con materiale di qualità molto inferiore, e ancora la “teneòtica” così chiamata da una località vicina (Tanis)… e questa carta viene venduta a peso, e non in base alla qualità…»
E ancora non è finita, giacché la più scadente delle carte ricavate dal papiro era la “emporética”:
«…non usabile per scrivere, ma solo per avvolgere le altre carte di maggiore qualità o per impacchettare mercanzie, e questo è il motivo per cui il nome si rifà a quello degli empori…»
Sin qui gli strati di stelo utilizzabili, sia pure in differente qualità, per produrre papiro; resta lo strato più esterno che Plinio sottolinea non essere utile neppure per produrre cordami «…a meno che questi non debbano lavorare in acqua… ».
Si passa, poi, alla preparazione dei fogli di papiro:
«[10] Tutto il papiro si prepara su una tavola umida di acqua del Nilo in cui il limo fa da collante. Si distendono le strisce verticalmente sulla tavola… poi si dispone sopra un altro strato di strisce, in senso ortogonale alle prime. Si pressa il tutto e si fa quindi asciugare al sole e si uniscono l’uno all’altro… un rotolo non ne contiene mai più di venti… le diverse qualità variano in larghezza: 13 dita le migliori (Augustea e Liviana), due di meno la “hieratica”, dieci dita la “fanniana”, nove la “amphitheatrica”, meno ancora la “saitica”… quanto all’“emporética”, è più larga di sei dita. Si tiene altresì conto dello spessore, della consistenza, della bianchezza e della levigatezza…»
Interessante è, inoltre, una precisazione di carattere davvero pratico riguardante un altro Imperatore, Claudio. Questi, infatti, notò che una carta troppo sottile (Augustea, o Liviana) lasciava trasparire il testo scritto sulla parte a ciò destinata e, per i testi scritti su ambo i lati, che tale trasparire rendeva talvolta illeggibile il testo,
«…perciò, per lo strato base vennero impiegate strisce di minor qualità e di miglior qualità per lo strato superiore. (Claudio) Ne aumentò, inoltre, la larghezza fino a un piede… la carta “Claudia” venne perciò preferita alle altre; quella di Augusto venne riservata alla corrispondenza…».
La minuziosa descrizione di Plinio, peraltro suffragata anche da altri autori, tra cui il botanico arabo Abu al-Abbas a-Nabati[11], ha tuttavia suscitato, tra gli studiosi, diatribe ancora oggi in corso che, a una esattezza di base del procedimento, contrappongono la perfetta qualità dei papiri archeologicamente rinvenuti più antichi, facendo infine notare che le descrizioni degli autori più recenti fanno di certo riferimento a realizzazione di papiri del periodo ellenistico, e che il botanico arabo, molto verosimilmente, si rifece proprio al testo di Plinio.
L’analisi dei papiri più antichi, ed esperimenti realizzati negli anni ‘80/’90 del secolo scorso, hanno consentito di ipotizzare che il fusto del papiro venisse effettivamente tagliato in strisce sottilissime che venivano affiancate e leggermente sovrapposte; a questo primo strato ne veniva sovrapposto un secondo perpendicolare che aderiva al precedente grazie a sostanze collose proprie della pianta, o anche usando collanti a base di miglio. Si procedeva, quindi, alla battitura mediante un bastone per ottenere una superficie il più possibile priva di dislivelli; si passava poi all’asciugatura al sole e alla levigatura, probabilmente con un lisciatoio in avorio o una conchiglia. Per evitare che il foglio, con il tempo, ingiallisse, s’inserivano, in fase di realizzazione, sostanze saline e, per evitare che fosse attaccato da parassiti o insetti, se ne spalmava la superficie con una soluzione di resine gommose, oppure oleose, dal forte odore repellente. L’ultima operazione consisteva in un trattamento a base di albume d’uovo, gomma arabica e amido, che fissava le fibre superficiali ed evitava che l’inchiostro usato per scrivere si espandesse. I fogli rettangolari che se ne ricavavano erano detti “shedefu” in egiziano, e “kòllema” in greco.
Ne consegue che anche la distinzione tra le varie qualità di papiro[12] risale al periodo in cui Plinio scrive, ovvero al I secolo; alcuni secoli dopo, una ripartizione più o meno simile è dovuta a Isidoro di Siviglia[13]; questi omette, però, la “Claudiana” e aggiunge la “Corneliana” derivata dal nome del Prefetto dell’Egitto Cornelio Gallo e sostituisce la “Liviana” con la “Lybiana” (semplice errore di copiatura?).
Quanto all’archeologia, il papiro più antico, non scritto, risale al terzo millennio a.C. e venne rinvenuto nella tomba 3035 di Saqqara, intestata ad Hemaka[14], Ufficiale di confine, tesoriere del re del Basso Egitto; quello invece scritto più antico che si conosca costituisce, di fatto, libri contabili redatti durante il regno del re Neferirkhara Kakai[15], V dinastia.
Un discorso a parte meritano, benché non connessi in senso stretto all’egittologia, i “Papiri Ercolanensi”.
Come noto, Ercolano venne distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e, per oltre un millennio, quasi si perse il ricordo della città stessa. A metà del ‘700, re Carlo III di Borbone[16] iniziò campagne di scavo delle due città vesuviane e, nel 1750, accidentalmente, durante lo scavo di un pozzo, si pervenne alla scoperta di quella che verrà poi chiamata “Villa dei Papiri”, in origine molto probabilmente appartenente a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino[17]. Durante gli scavi svolti inizialmente mediante cunicoli, stante anche lo spessore della tefra, pari a 20-30 m, venne alla luce una biblioteca contenente quasi duemila rotoli papiracei[18] carbonizzati. La carbonizzazione era avvenuta, tuttavia, in tempi brevissimi e in ambiente già privo di ossigeno, talché i delicati papiri erano comunque intatti. Per trattarli, oltre i danni che vennero causati dai primi pionieristici tentativi di studiosi dell’epoca, venne chiamato da Roma, ove svolgeva incarichi presso la Biblioteca Vaticana, Padre Antonio Piaggio[19]«…un genio potente e speculativo… di onesta famiglia… ed educato ben per tempo agli studi classici…», come lo descrisse il suo biografo, padre Giovan Battista Cereseto. Fu così che padre Piaggio inventò una macchina, che da lui prese il nome, per “svolgere” i papiri carbonizzati che verrà poi impiegata fino alla metà del XX secolo.
La “macchina di Piaggio” per srotolare i “Papiri Ercolanensi”
Il primo papiro pubblicato in Europa, in assoluto, si deve al Card. Stefano Borgia[20]; si tratta della cosiddetta Charta Borgiana[21], un semplice elenco di nomi di operai che lavorarono alla realizzazione di un canale idrico a Tebtynis[22] tra il 192 e il 193 d.C. Il suo valore sta principalmente nell’essere considerato il primo mai letto in Europa e, per tale motivo, lo si indica come data di nascita della “papirologia”.
…Non solo per scrivere…
Parafrasando una vecchia frase riferita al maiale, di cui come noto non si butta niente, direi che questa ben si attaglia anche al Papiro. Già più sopra abbiamo infatti letto che Teofrasto[23], nella sua Historia Plantarum, specifica che «…gli abitanti della zona adoperano le radici non solo per arderlo, come legname, ma anche per ricavarne utensili… con la pianta, inoltre, realizzano imbarcazioni… vele, stuoie, vesti, materassi e cordame…», inoltre, come una sorta di antesignano del chewing gum, «…usano masticarla, cruda o cotta, ingoiandone solo il succo…»[24].
In effetti, evidenze archeologiche hanno consentito di appurare che, di papiro erano fatti sandali, ceste, stuoie, vele, stoppini da lucerna, e che il papiro veniva usato anche in ambito medico per la cura degli occhi[25] e, con valore apotropaico, per al protezione della madre e del bambino[26].
Ma anche nei riti funerari il papiro trova la sua collocazione; fin dal I millennio a.C., infatti, di cartonnage erano i sarcofagi antropoidi di minor valore. Tale materiale era, originariamente, costituito da gesso e tela, ma dal III secolo a.C., in luogo della più costosa tela, si cominciò ad impiegare carta di papiro già utilizzato e proveniente da scuole, veccie biblioteche, case private e archivi dismessi o depredati. Veniva realizzata, in sostanza, una sorta di cartapesta costituita da strati di papiri macerati e incollati; tale usanza, peraltro, grazie all’intuizione, nel 1825, del francese Jean Letronne[27] ha consentito di recuperare, “sfogliando” alcuni elementi in cartonnage, testi scritti tra i vai strati; originariamente i risultati furono alquanto deludenti e di scarsa utilità, ma i progressi fatti nello specifico settore, anche con l’uso di metodologie all’avanguardia, come la Tomografia Computerizzata, hanno consentito di leggere testi altrimenti persi.
I materiali scrittori
Fin qui abbiamo trattato del supporto scrittorio costituito dal papiro, ma per scrivere manca ancora un elemento: lo strumento che consente di farlo, ovvero il materiale scrittorio.
Il geroglifico che indica il papiro, e lo scriba, appare di per se già esaustivo se lo si sa interpretare nei suoi elementi essenziali: un rettangolo con due cerchi, rappresentano la tavoletta dello scriba con le due cavità destinate a contenere i due colori essenziali per la scrittura, il nero e il rosso; ma la tavoletta è unita, per il tramite di uno strano legaccio, a quella che sembra essere un’ampolla. Si tratta, nel primo caso, del laccio che, passando dietro al testa e sulle spalle dello scriba, faceva pendere la tavoletta con gli “inchiostri” su un lato del petto, mentre dall’altra parte, quasi un contrappeso, si trovava un’ampolla, forse in terracotta, o forse un semplice sacchetto in cuoio, destinato a contenere verosimilmente l’acqua da utilizzarsi per diluire i pigmenti colorati. Un quarto elemento, affiancato all’ampolla, sembra un bastoncino terminante con una sorta d’infiorescenza o di spatola: si tratta di un astuccio, destinato a contenere i calami, ovvero le penne, dotato di un lisciatoio, forse per cancellare eventuali errori.
I calami erano realizzati in giunco, tagliando, obliquamente, circa 20 cm di stelo dello spessore di circa 2 cm. L’estremità veniva quindi masticata per renderla più simile a un pennello e la forma, obliqua, consentiva di avere un tratto sottile o più largo, a seconda della necessità.
Lo “Scriba rosso”, Museo del Louvre, risalente, forse alla IV/V dinastia. Il personaggio rappresentato è, forse, Pehernefer. Vista la posizione delle mani, si ritiene che tenesse, tra le dita della mano destra, un calamo.
Gli “inchiostri” usati dagli scribi egizi erano di vari colori ed è interessante notare che nelle due “vaschette” sopra indicate e riportate nel geroglifico relativo allo scriba, si trovavano specialmente il nero, per il testo normale, e il rosso che veniva usato in special modo per evidenziare parti di testo e, per eventuali correzioni. I colori principalmente adoperati nell’Antico Egitto[28] erano:
nero: ricavato dalla combustione del legno;
rosso: ocra con piccola quantità di ematite (per un rosso ocra); oppure, per ottenere un rosso più brillante, solfuro di arsenico;
blu: (blu egizio) silice, rame e calcio; durante la XVIII dinastia è attestato anche l’uso di cobalto;
marrone: ossido di ferro oppure ocra;
verde: malachite (raramente), oppure metasilicato di calce (wollastonite);
grigio: gesso e carbone;
giallo: ocra gialla, e materiali contenenti ferro come la goethite (ruggine) e la lemonite;
arancio: misto di rosso e giallo;
rosa: ocra rossa e gesso bianco;
bianco: carbonato di calcio o solfato di calcio.
Un’ultima curiosità, a proposito del papiro, riguarda l’Italia e, precisamente Siracusa e la fonte Aretusa[29] del fiume Ciane. Si tratta di una fonte di acqua dolce che sgorga nell’isola di Ortigia, nella parte più antica della città, alimentata nel sottosuolo dal fiume Ciane. Qui si trova l’unico papireto d’Europa; i botanici dibattono se possa trattarsi di una pianta autoctona o d’importazione, certo è che sono noti rapporti diplomatici tra Gerone II di Siracusa[30] e Tolomeo II “Filadelfo”[31]; non è quindi da escludersi che il papiro sia giunto a Siracusa come dono del sovrano egizio.
La fonte Aretusa in una foto storica di Carlo Brogi[32]
I papiri della fonte Aretusa oggi (2019)
Roma, 27 ottobre 2022
[1] Tirso: In botanica, termine impreciso e attualmente pressoché desueto, che indica una infiorescenza semplice o composta, racemosa o cimosa, d’aspetto ovoide (definizione da Enciclopedia “Treccani”).
[2] Plinio il Vecchio (23-79): “Naturalis Historia”, XIII, 71.
[3] Teofrasto (371-287 a.C.): “Historia plantarum”, IV, § VIII, 2; VI, § III, 1-2.
[5] Isidoro di Siviglia (560-636): “Etymologiarum sive Originum libri XX”, XVII, § XI, 96.
[6] Copto boharico, detto anche “dialetto menfitico” o “copto del Basso Egitto” che, a far data dal IV secolo, si parlava nelle aree costiere di Alessandria, il che è confermato dalla derivazione araba del termine “al-bohuaria”, ovvero “mare”. Soppiantato nell’VIII secolo dall’arabo, con la conquista islamica dell’Egitto, permane tuttavia ancora oggi nella liturgia della Chiesa ortodossa copta.
[7] Carlo Pastena, “Storia dei materiali scrittori e delle forme del libro”, Vol. 1, Regione Sicilia, Assessorato ai Beni Culturali e dell’dentità siciliana, 2019.
[8] Carlo Pastena, Opera citata, vol. 1, 4. A oggi, sono noti oltre quindicimila papiri arabi: il più antico risale all’anno 22 dell’Egira (643 d.C.), il più recente, al 780 dell’Egira (1378.).
[11]Ahmad bin Muhammad bin Mufarrai bin Ani al-Khalil, noto anche come Ibn al-Rumiya (“figlio della donna romana” poiché di etnia greco-bizantina) o al-Ashshab (116-1239), botanico, farmacista, teologo arabo nato in Al-Andalus (la Spagna islamica).
[13] Isidoro di Siviglia, Opera citata, VI, X, 2-5. Tipi citati: Augustea; Lybiana; Hieratica; Tenèotica; Saitica; Corneliana; Empòretica:
[14] Per il numero di oggetti rinvenuti recanti il cartiglio del re Den (sigilli di giare di vino, etichette in avorio, modello di falce, sigillo di Den su una sacca in pelle, tre vasi globulari), la tomba 3035 di Saqqara è stata anche identificata come cenotafio di tale sovrano della I Dinastia (~3000 a.C.), la cui tomba principale sarebbe, invece, ad Abydos.
[15] Neferirkhara Kakai Hor Userkhau, V dinastia (~2480 a.C.), fratello e successore del re Sahura. La “Pietra di Palermo” (lista dei re stilata proprio durante la V dinastia) gli assegna un regno di forse 10 anni (cinque censimenti del bestiame che venivano eseguiti ogni due anni); Manetone nella sua “Aegyptiaca” gli assegna, invece, un regno di venti anni.
[16] Carlo I di Borbone, re di Napoli dal 1734 al 1759, quindi re di Sicilia, come Carlo III dal 1735 al 1759 re di Sicilia, e infine re di Spagna, come Carlo III di Spagna, dal 1759 al 1788, anno della sua morte.
[17] Lucio Calpurnio Pisone Cesonino (105/101 – 43 a.C.), suocero di Giulio Cesare.
[18] Il primo papiro venne rinvenuto il 19 ottobre 1752, l’ultimo il 25 agosto 1754.Un primo inventario indica in 1814 il numero di papiri, e di frammenti, rinvenuti. A oggi (1986) il numero è di 1826bdi cui oltre 300 quasi completi e quasi 1.000 danneggiati, ma in buona parte leggibili. Si tratta, principalmente, di trattati di filosofia epicurea, specie del filosofo Filodemo di Gadara (110-35 a.C.).
[19] Antonio Piaggio, appartenente all’ordine degli Scolopi (1713-1796).
[20] Stefano Borgia (1731-1804) Cardinale, storico, numismatico e bibliofilo; a diciannove anni entrò a far parte dell’Accademia Etrusca di Cortona e, dopo svariati incarichi pontifici, nel 1770 divenne Segretario della Propaganda Fide il che gli permise, data anche la responsabilità delle missioni estere, di acquisire notevoli reperti archeologici.
[22] Tebtynis, oggi Tell Umm el-Braygat, nel governatorato del Fayyum, Città del Basso Egitto (140 km circa dal Cairo) fondata, intorno al 1800 a.C., dal re Amenemhat III, della XII dinastia. Centro economico e religioso particolarmente importante durante il periodo Tolemaico e fino al periodo Bizantino. Nel Medio Evo, con il nome di Touton, divenne uno dei principali centri copia di manoscritti copti.
[27] Antoine Jean Latronne (1787-1848), archeologo e numismatico.
[28]Carlo Pastena, Opera citata, vol. 2, 18, che cita uno studio del British Museum.
[29] Aretusa, personaggio mitologico, naiade, figlia di Nereo e Doride. Alfeo, figlio del titano Oceano, se ne innamorò, ma la ninfa fuggì nell’isola di Ortigia dove Artemide la trasformò in fonte. A sua volta, Alfeo, persa l’amata chiese e ottenne, da Zeus, di essere trasformato in fiume consentendogli, così, di attraversare, nel sottosuolo, il Mar Ionio e ricongiungersi alla fonte.
[30] Gerone II di Siracusa [Ἱέρων] (308-215 a.C., in carica dal 269 a.C. alla morte), stratego dell’esercito siracusano dal 275 al 270 a.C. e basileus, ovvero re, di Sicilia dal 269.
[31] Tolomeo II “Filadelfo” [Πτολεμαῖος Φιλάδελφος ] (308-246 a.C., faraone dal 282 alla morte), successe al padre Tolomeo I “Sotere”, fondatore della dinastia tolemaica, o dei Lagidi.
[32] Carlo Brogi (1850-1925), fotografo italiano, figlio di Giacomo (1822-1881), fotografo a sua volta, fondatore delle “Edizioni Brogi Firenze”, attive in campo fotografico fino al 1950.
Le statuine che raffigurano personaggi in varie attitudini lavorative fanno parte di un gruppo particolare di opere dette “modelli”, “statuette di lavoratori”, “statuette di servitori” o ” di servizio”.
Queste raffigurate sono alcune delle statuette di Nikauinepu e appartengono al gruppo più tardo ( V Dinastia).
Statua di arpista Nella vita dell’oltretomba non poteva mancare la musica ecco quindi un arpista che faceva parte di un gruppo di tre. Statua di servitore di Nikauinepu – Da Giza, probabilmente cimitero ovest- V 6 Calcare dipinto, altezza cm 20,7. Chicago Oriental Museum, acquisizione 1920, 10642
Il concetto alla base della creazione di queste statuine è ancora una volta il potere magico-religioso della parola, scritta come geroglifico, o raffigurata come statuina: assicura al defunto la sussistenza nell’aldilà
La statuetta del birraio forniva la birra, il birraio è mostrato in una fase preparatoria della conservazione della birra, dunque all’interno di un discorso magico-religioso in cui si rappresentano non solo le offerte ma anche le varie fasi di preparazione, e quindi anche la creazione dei contenitori.
Il birraio
Fra i tanti mestieri rappresentati dalle statuette delle mastabe dell’Antico Regno, non poteva mancare quella del birraio, personaggio chiave di una società in cui le offerte più importanti e la base della dieta dei viventi erano pane e birra.
Da Sakkara, V Dinastia. Calcare dipinto, altezza cm 13. Il Cairo, Museo Egizio, CG 112
Così abbiamo il vasaio, colto nell’atto di modellare una delle sue opere.
Il vasaio
Il vasaio è seduto su un basso blocco e modella il vaso su una semplice ruota. Statua di servitore di Nikauinepu Da Giza, probabilmente cimitero ovest, V Dinastia Calcare dipinto, Altezza cm 13,2. Chicago Oriental Institute Museum, 10628. Acquisizione 1920
Assieme al vasaio troviamo il macellaio e l’arpista.
Il macellaio era di fondamentale importanza visto il ruolo dell’offerta di carne al defunto e un arpista, notiamo che è un nano, il che ci ricorda che gli Egizi non eressero barriere sociali legate a caratteristiche fisiche.
Il macellaio
Così come appare nei rilievi e nelle pitture, il macellaio non poteva mancare in questa serie di statuette : la macellazione era fra i più importanti atti nella preparazione delle offerte di carne al defunto.
Statua di servitore di Nikauinepu, da Giza, probabilmente cimitero ovest – V Dinastia Calcare dipinto, altezza cm 37. Chicago, Oriental Institute Museum 10626. Acquisizione 1920
Un delicato equilibrio equilibrio fu mantenuto dagli artisti egizi fra mondo reale e arte : le grandi statue dei faraoni ispirano maestà, i ritratti espressivi con una grande forza interiore, la natura rappresentata fedelmente, dai lunghissimi papiri agli ippopotami, alle meravigliose oche o eleganti gazzelle si può dire che al tempo stesso l’arte egizia sia e non sia realistica.
Si può parlare di un realismo intelletualistico che vuole rappresentare le cose come sono nella loro interezza e non nella loro apparenza, perché la rappresentazione è la cosa e come sfida al tempo, vittoria sulla morte, ottenuta con la funzione magica, l’agire e il servire della raffigurazione.
Mentre è naturalistica osservando i vari dettagli che ci ridanno i tratti di un viso, la specie di un uccello, o I particolari di una pianta.
L’Antico Regno fu l’epoca dello sviluppo dell’arte, sino alla VI Dinastia, con le sue raffinate opere, in quel delicato equilibrio fra ricerca di perfezione formale e soffio artistico in opere che rischiavano la freddezza degli schemi.
A poco a poco si fa strada una sorta di espressionismo, considerato tipico della produzione antica del Primo Periodo Intermedio.
Gli occhi si fanno più grandi, la bocca carnosa i visi più pieni e tondi.
La statutaria privata dell’antico Regno può essere compresa solo se considerata al suo contesto funerario.
Un’analisi più dettagliata delle opere e delle diverse tecniche impiegate per realizzarle fornisce un interessante spaccato della società egizia.
La bellezza che emana da queste opere scultoree dipende un lato dalla sensibilità estetica e dal gusto degli artisti che le hanno realizzate, dall’altro dal fatto che dovevano, per loro stessa funzione, ambire a un’esistenza eterna.
Fonte:
Antico Egitto – Maurizio Damiano – Electra
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni Konemann
Abbiamo visto che il Papiro Smith descriveva già il flusso dei vasi “metu” dal cuore (“hati”), che avveniva tramite 22 vasi principali (quelli degli arti già molto ben descritti) e i vasi secondari che nutrivano i singoli organi.
Il cuore “parla” agli altri organi, un’intuizione che non venne però completamente sviluppata
Il cuore “parlava” al corpo tramite i vasi periferici che dovevano essere controllati dal medico: il polso, la testa, la nuca, lo stomaco, le caviglie. La possibilità di “ascoltare” il cuore da parte del medico è un chiaro riferimento al controllo del battito cardiaco (Ebers 854a). Ci vorrà un millennio prima che la medicina greca “riscopra” questo concetto.
Ma nelle credenze egizie tutti i “succhi interni” si muovevano nei vasi. Quindi sangue, urina, feci, muco e liquido seminale si muovevano dal cuore, arrivavano all’ano e di lì venivano ridistribuiti nel corpo. Nella persona sana questi “succhi” si muovevano in armonia; quando questa armonia veniva meno insorgevano le malattie.
Ad esempio, nelle narici si pensava scorressero 4 vasi, due che trasportavano sangue e due che trasportavano il muco.
La “mescolanza” dei diversi liquidi interni si nota anche nella descrizione della circolazione oculare: quattro vasi dalle tempie portavano il sangue agli occhi, ma portavano anche le patologie oculari perché erano “aperti”, permettendo la lacrimazione “dalle pupille degli occhi”.
Quattro vasi portavano il sangue al cranio, riunendosi dietro la nuca; uno scompenso di questi vasi poteva portare alla calvizie.
I vasi che “si riuniscono dietro la nuca” (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes)
Abbiamo un’indicazione molto importante nei vasi chiamati “«SS » dello stomaco” e che portano gli umori al cuore: la prima descrizione al mondo delle coronarie. Alcuni studiosi considerano questa descrizione una prova della dissezione dei cadaveri o quantomeno dell’esame medico delle parti del corpo durante la mummificazione.
I vasi “SS” dello stomaco: le coronarie
Straordinaria è la descrizione dei vasi degli arti:
“ci sono sei vasi nelle braccia, tre per lato, che arrivano alle dita delle mani; ci sono sei vasi nelle gambe, tre per lato, che arrivano ai piedi ed alla loro pianta…”.
L’arteria brachiale nelle braccia si divide infatti nell’arteria radiale e quella ulnare; l’arteria poplitea si divide nelle due arterie tibiali.
L’arteria brachiale e la sua divisone in arteria radiale ed ulnare (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes). Anche per i medici egizi la misurazione del battito cardiaco avveniva prevalentemente dall’arteria radiale
L’arteria poplitea, continuazione dalla femorale, e la divisione in tibiale anteriore e tibiale posteriore: i tre vasi principali della gamba (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes)
Non sappiamo invece se con i “quattro vasi che portano ai polmoni ed alla milza” si intendessero le vene polmonari e quale rapporto vedessero gli Egizi con la milza. Si sapeva invece che: “l’aria entra dal naso, entra nel cuore e nei polmoni e di lì viene distribuita al resto del corpo” (Ebers 855a). Attenzione: non si diffonde spontaneamente, viene “fornita” da cuore e polmoni.
Sono vene ed arteria polmonari i “quattro vasi che portano ai polmoni ed alla milza”? Chissà…
I “quattro vasi che portano al fegato” hanno invece una nota sulla possibilità che vengano “sommersi dal sangue”, un indizio che fosse stata riconosciuta l’ipertensione portale.
Purtroppo, molti termini specifici dei papiri medici sono rimasti ad oggi senza una traduzione valida; non possiamo sapere appieno fino a che punto arrivasse la conoscenza medica del sistema cardiocircolatorio ma, come vedremo nella parte dedicata alle patologie cardiovascolari, un numero impressionante di termini e di descrizioni ci dimostra come l’osservazione che veniva fatta dei sintomi era straordinariamente attenta e precisa.
Una curiosità: il battito cardiaco veniva chiamato “deb-deb”, un termine onomatopeico per descrivere il suono auscultato dal medico. I nostri amici anglosassoni usano tuttora il termine “lub-dep” per descrivere il battito normale.