Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE STATUE DI KAIPUPTAH E IPEP

Di Grazia Musso

Giza – Pietra calcarea dipinta
Altezza 56 cm
Vienna, Kunst-historisches Museum, AS 7444

La coppia è raffigurata secondo criteri standard.

Entrambi i personaggi indossano abiti consoni al loro elevato rango sociale.

L’uomo Indossa un corto perizoma e una parrucca riccia , la donna un abito con spalline e una parrucca di media lunghezza.

La moglie, la cui figura è proporzionata a quella del marito, gli cinge la schiena e gli tocca il braccio.

Lo spazio vuoto, tra le due figure, è dipinto di scuro.

Cliccare sulla foto di destra

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni Konamann

Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI TJETI

Di Grazia Musso

Inizio della V Dinastia
Legno – Altezza 75,5 cm
Londra, The British Museum, EA 29594.

Le sculture lignee trasmettono un’immagine stilistica differente rispetto alle sculture in pietra.

Il materiale è più plastico.

La figura risulta molto più slanciata.

Il bastone e lo zoccolo sono stati lavorati separatamente e la statua stessa è composta da diversi pezzi.

Gli occhi finemente incrostati enfatizzano la vivacità della scultura.

Fonte:

Egitto e la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni Konemann

Luce tra le ombre

ELICOTTERI, CARRI ARMATI ED ASTRONAVI

Di Ivo Prezioso

Elicottero, carro armato e astronave nel tempio di Abydos?

Il tempio di Osiride ad Abydos fu fatto erigere da Seti I (XIX Dinastia) nella parte iniziale del suo regno (1290-1279 a.C. circa). Un architrave di questo splendido monumento presenta un’iscrizione che ha dato la stura alle più fantasiose congetture da parte dei “fantarcheologi” (immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Gli…strani geroglifici incisi su un architrave del Tempio di Osiride ad Abydos fatto erigere da Seti I e completato da Ramses II (Fonte: en.wikipedia.org)

Cosa sono quegli strani geroglifici? Non c’è dubbio! Hanno tutta l’aria di essere rappresentazioni di un elicottero, di astronavi, magari un carro armato o di chissà quale altro mezzo moderno si riesca a immaginare. Inutile dire che si sono sprecate le ipotesi di conoscenze scientifiche apprese da una civiltà precedente ed enormemente avanzata (Atlantide, tanto per citarne una a caso) o, ancora meglio, proveniente da altri mondi. E’ fuor di dubbio, ammettiamolo pure, che quelle figure, a prima vista, sembrano davvero fuori posto, fuori luogo e fuori tempo.

Si tratta, in realtà di “pareidolia”, quel fenomeno che induce la nostra mente a riconoscere forme che ci sono familiari (come possono essere volti, oggetti, animali, ecc.) in composizioni casuali. Esempi classici, sono le immagini che crediamo di identificare in certe formazioni nuvolose, nelle concrezioni stalattitiche e stalagmitiche di una grotta, nell’osservazione dei crateri lunari e via dicendo.

Ma allora cosa è rappresentato su quell’architrave? E’ doveroso fare una premessa: il tempio fu completato dal figlio di Seti I, il grande Ramses II (1279-1212 a.C. circa). E’ noto che gli egizi, non esitavano, laddove procedevano al restauro, all’ampliamento o al completamento di un monumento precedente, a sovrascrivere le iscrizioni esistenti. In genere il faraone che si faceva carico di queste operazioni faceva apporre, o meglio sovrapporre, i propri nomi e titoli. E Ramses il grande, fu sicuramente fra quelli che più si distinsero in questa particolare attività. Fu un grandissimo e infaticabile costruttore e non esitava ad “usurpare” i monumenti dei suoi predecessori (in questo caso si tratta addirittura di un’opera eretta dal padre, tra l’altro amatissimo). Chiarisco subito che il termine “usurpare” è qui utilizzato in ottica del tutto moderna e fuori luogo. Per gli egizi non avrebbe avuto alcun senso per una serie di ragioni etiche, rituali e religiose che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede. Basti sapere che, per la loro mentalità, una pratica del genere era del tutto legittima e nient’affatto irrispettosa. Ma ritorniamo alla nostra iscrizione.

Prestando un minimo di attenzione, appare del tutto evidente che ci troviamo di fronte ad una commistione di geroglifici. Osservando da sinistra a destra (ma l’iscrizione si legge da destra a sinistra, in quanto le figure sono rivolte a destra), si notano due segni ben definiti, un’ape ed un giunco posti sulle rispettive semicirconferenze (nsw bity, l’espressione tipica che sta per Re dell’Alto e del Basso Egitto). Da questo punto in poi è chiaro che ci troviamo di fronte ad una serie di simboli sovrapposti (sull’estrema sinistra, ad esempio, si scorgono chiaramente al di sotto della sovrascrittura i segni che rappresentano le dee tutelari dell’Egitto (un cobra e, meno evidente, un avvoltoio, cioè le Due Signore).

Cosa è accaduto? Come accennavo in precedenza, in questa parte del tempio, Ramses II aveva fatto ricoprire di stucco l’iscrizione originaria su pietra, per poterne incidere un’altra al di sopra. Lo sgretolarsi dell’intonaco ha lasciato parte dei nuovi segni, ma ha rivelato anche quelli sottostanti, dando vita a queste forme così particolari. Katherine Griffis-Greenberg dell’University of Alabama e membro dell’American Research Center in Egitto è riuscita a isolare le due scritte e le ha analizzate.

L’iscrizione originaria, che è possibile individuare in diverse altre parti del tempio (Immagine n. 2), è riferita ad uno dei nomi di Seti I, appunto quello delle “Due Signore” (Nebty):[wḥm-mswt] sḫm-ḫpš dr-pḏt-9. (Lett. “Colui che rinnova le nascite, forte di armi, che respinge i nove archi” cioè i tradizionali nemici dell’Egitto).

Immagine n. 2: Tempio di Osiride, Abydos, particolare di un’iscrizione integra riferita al nome “Nebty” di Seti I (Fonte Beloved Egypt.com)

Al di sopra, Ramses II fece incidere la sua titolatura Nebty (Immagine 3): mk kmt wꜤf ḫꜢswt (Lett. “Colui che protegge l’Egitto e sottomette i paesi stranieri”).

Immagine n. 3: Il nome Nebty di Ramses II, che fu sovrapposto a quello del padre Seti I.

Con la sovrapposizione dei diversi geroglifici e la caduta accidentale di parte degli intonaci coprenti, quindi, si è venuta a creare questa singolare configurazione che niente ha a che fare con strumenti bellici. Di seguito sono elencati i segni entrati in gioco in questo equivoco figurativo (tra parentesi è riportato il codice utilizzato da Sir Alan Gardiner per indicare i vari simboli nella sua “Egyptian Grammar”):

elicottero: Arco (T10) + braccio con mano che tiene un bastone (D40) + braccio in combinazione con il pulcino di quaglia (G45)

carro armato: mano (D46) + Aa15

dirigibile: bocca (D21) + braccio (D36) + cesto con ansa (V31)

aereo: D40 + pane (X1) + planimetria di un villaggio (O49).

Per rendere più comprensibile il tutto basta osservare le immagini n. 4-5-6, in cui vengono evidenziate le varie fasi di stesura delle iscrizioni: l’ultima è quella che deriva dalla sovrapposizione delle prime due.

In definitiva, anche in questo caso, mistero risolto in maniera chiara, semplice e inequivocabile, con buona pace dei sostenitori delle più accese e inconcludenti teorie sensazionalistiche.

Fonti:

Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUARIA DELLA V E VI DINASTIA

Di Grazia Musso

La statuaria della IV Dinastia ha segnato un punto fondamentale nell’evoluzione della scultura egizia, con la V e VI Dinastia si tende a una perfezione formale e a una maggiore libertà artistica.

Con la V e VI Dinastia (parlando delle opere maggiori) si vede come anche i volti rientrino nei canoni matematici, e tendano all’idealizzazione, opere certo magnifiche nella loro perfezione formale rischiano di cadere nella fredda formulazione matematica.

È interessante osservare i rapporti proporzionali che caratterizzato le rappresentazioni di marito e moglie.

I coniugi hanno una grandezza simile, la donna esprime, con gesti o atteggiamenti, il proprio affetto per il marito, cinge digli una spalla o tenendoli un braccio con la mano.

Altre coppie, tenendosi per mano, mostrano invece un atteggiamento che enfatizza la parità.

Nel corso della storia della cultura egizia si sviluppano molte tipologie costantemente riprese e presto trasformati in canone. Nell’Antico Regno erano presenti tre tipologie basilari.

1) La statua stante: gli uomini sono raffigurati nel tipico atteggiamento avanzate, con un piede in avanti ma il peso del corpo che grava in gran parte sulla gamba posteriore.

La posizione è statica suggerisce soltanto l’atto di procedere.

Le donne sono raffigurate con le gambe unite o con un passo appena accennato, le braccia sono tese lungo il corpo.

2) La statua assisa: la persona è raffigurata, uomo o donna, siede su un piccolo blocco rettangolare, le bracce poggiano, piegate, sulle cosce e spesso unamano stringe un nucleo di pietra.

3) La statua accovacciata: la persona è raffigurata, più spesso un uomo, con le gambe incrociate su una stuoia o sul terreno.

Se reca in grembo un rotolo di papiro aperto, è detto “lettore”; se tiene uno stilo in mano, rappresenta uno scriba.

Il personaggio accovacciato i modo asimmetrico, con un ginocchio sollevato da terra è raro è ancora più raro che poggia sui talloni o inginocchiato.

Ciò che noi chiamiamo accovacciarsi corrisponde in realtà al modo in cui gli egizi si sedevano normalmente.

La particolarità dell’Antico Regno erano poi le teste e i busti, che avevano una funzione diversa rispetto alle statue funerarie.

Lo stesso dicasi delle statue dei servitori che comparvero solo nel corso dell’Antico Regno e che venivano rappresentati intenti alla preparazione degli alimenti o alla svolgimento di altri servizi..

Le figure stanti in pietra presentano un pilastro dorsale, i gruppi statutari sono dotati di una lastra dorsale in comune.

Anche le figure sedute possono avere una lastra dorsale, che appare come un altro schienale.

Oltre a statue lavorate a tutto tondo ve ne sono altre direttamente scolpite nella roccia all’interno della sepoltura.

Le braccia e le gambe della statue in pietra sono collocate al corpo per mezzo di archetti.

Nelle opere in pietra calcarea, materiale più morbido, gli arti si staccano talvolta dal corpo, cosa tecnicamente non realizzabile con la pietra dura.

Nel caso della statua lignee, poi, non esisteva alcuna limitazione tecnica in questo senso, gli arti erano solitamente lavorati separatemente e assemblati al corpo in una seconda fase di lavorazione.

Fonte :

  • Antico Egitto – Maurizio Damiano – Electa
  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni Konemann
Mai cosa simile fu fatta

LA CRISI DEL I PERIODO INTERMEDIO

Di Franca Loi

Gli scavi di Schiaparelli ad Assyut portarono alla luce delle importanti tombe che vanno dalla nona alla dodicesima dinastia, alcune delle quali dotate di ricco corredo funerario; fra queste vi è la sepoltura di Shepes, in cui si trovava la statua della fotografia che raffigura il defunto in piedi con bastone e csettro sekhem.”
Primo periodo intermedio – Medio Regno
Legno, altezza 123 cm.
Museo di Torino

Nel corso della VI dinastia l’Egitto attraversa una crisi profonda che progressivamente porta alla disgregazione dello stato unitario.

I sintomi di disgregamento, col progredire negli anni del vecchio Pepi II, si rilevarono: i nomoi (distretti) giunti ad un livello tale di ricchezza e di potenza, non esitano alla tentazione di rendersi autonomi e passano sotto il controllo dei governatori che danno vita a vere e proprie dinastie. Tutto tutto ciò determina il graduale indebolimento della monarchia dovuto senza dubbio al decadere della potenza del sovrano. Dopo la morte di Pepi II “sembrerebbe che la VI dinastia terminasse con una serie di effimeri sovrani, se Manetone non avesse preferito concluderla con una regina, Nitocris, che riuscì a conquistare con la violenza il trono dei faraoni. Secondo il canone di Torino, dove il suo nome è dato come Nitokerti, ella fu il secondo o terzo faraone dopo la morte di Pepi II.”

Portatrici di offerte.
Quest’opera mostra già i segni dell’arte del primo periodo intermedio; lontane dalla perfezione formale dell’epoca delle piramidi, le figure appaiono stilizzate e rigide, ma mostrano già i segni innovativi della nuova epoca: la parte di superiore del corpo è di dimensione decrescente dalla prima alla terza figura per suggerire un effetto ottico di movimento e avvicinamento Inoltre per apprezzare l’effetto la veduta non è più frontale ma di scorcio.
Il Cairo, Museo Egizio

È comunque accertato che i successivi regni effimeri portano a “una crisi sociale che sfocia in rivolta popolare e anarchica: i re non hanno più potere, le grandi piramidi e I sepolcri privati vengono violati, i servitori si impadroniscono di beni e gettano in strada i padroni. Con queste immagini i testi posteriori descrivono i giorni bui di questo periodo. Ma il crollo non fu immediato si trattò piuttosto di un lento declino sfociato nella Rivoluzione, la prima registrata dalla storia.”

Tomba di Iti e Neferu: scena di compianto (Primo Periodo Intermedio – 2118/1980 a.C. – Gebelein)
Stele funeraria che indica i nomi di Iti e Neferu (Primo Periodo Intermedio – 2118/1980 a.C. – Gebelein)

Se dei cosiddetti re effimeri poco o nulla sappiamo, non possiamo pero’ escludere che “nel loro modo di governare non abbiano tentato di opporsi in qualche modo al proprio progressivo esautoramento; non ci riuscirono e fu lo sfacelo. Dopo mille anni l’Egitto unificato da Menes torna nella sua originaria confusione.”

La scena dalla Tomba di Iti e Neferu di Gebelein, oggi al museo Egizio di Torino, con l’asino che mostra le piaghe sanguinanti per le frustate ricevute (foto Graziano Tavan)
Tomba di Iti. La macellazione.
Un bue pezzato è rovesciato e, mentre uno dei due uomini gli tiene le zampe, l’altro gli recidive la gola standogli a cavalcioni.

In campo artistico nasce “uno stile provinciale che si stacca dalle impostazioni rigide delle opere della capitale”. In pratica l’interesse dell’artista tende a sviluppare il colore e il movimento. Nel campo della pittura parietale, che tende a sostituire il rilievo dipinto, si può dire che domina l’immediatezza e il movimento. Le scene sono sviluppate sul contrasto dei colori, poca importanza viene data alle proporzioni delle figure.

Modellino ligneo dalla tomba di Mesheti ad Assiut, Il Cairo, Museo egizio. Le differenze nell’abbigliamento, nella statura e nella sfumatura del colore della pelle dei soldati manifestano l’interesse dell’artista verso la riproduzione quanto più fedele possibile della realtà.

È in questo periodo che probabilmente hanno origine alcune delle opere più significative della letteratura egizia.

FONTI:

  • L’ Antico Egitto-Leonardo Arte.
  • Antico Egitto- Maurizio Damiano-Electa
  • Alan Gardiner- La civiltà egizia-Einaudi
  • Federico Arborio Mella-L’Egitto dei Faraoni-Mursia
  • WIKIPEDIA
Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI KAEMANKH

(G 2196)

Di Grazia Musso

Ispettore dei profeti, Sovrintendente del tesoro. VI Dinastia

Questa piccola tomba, scavata dalla missione austro-tedesca di Juner, si distingue per avere la camera sepolcrale completamente decorata con pitture parietali policrome, eseguite direttamente sulle pareti lisciare a gesso e senza bassorilievi.

Un grande sarcofago, su cui sono scritti il nome del defunto e i suoi titoli, occupa la maggior parte Dell piccola camera sepolcrale, alla quale si accede tramite un pozzo.

La tomba ha una pianta a “L” con il corpo principale di forma rettangolare e orientato con l’asse maggiore in direzione nord-sud

Le pareti sono decorate con pitture che presentano il defunto mentre assiste, accompagnato dalla sua sposa, a un concerto e giochi vari e, nel corpo laterale, mentre pesca con l’arpione su una barca di papiro : davanti a questa scena si trova l’imboccatura del pizzo che conduce alla piccola camera sepolcrale.

Due uomini sono raffigurati mentre sono intenti alla preparazione dei cibi e bevande.
Le pitture della camera sepolcrale hanno conservato i loro colori.

I soggetti raffigurati nelle pitture parietali sono talvolta abbastanza inusuali e prefigurano già quelli che saranno successivamente sviluppati nelle tombe tebane del Nuovo Regno.

Nella parete sud sono rappresentati elementi del corredo funerario, un uomo che costruisce un letto, vasi e contenitori e scene di danza con musici.

La preparazione del corredo funebre è uno dei temi illustrati nella parete ovest, tra i diversi soggetti si nota un letto, sotto il quale è stato posto un reggitesta.

Nell’opposta parete nord sono dipinti magazzini a forma di silos e delle barche, mentre la maggior parte della parete ovest è occupata da una bellissima scena di tipo agricolo con raffigurazioni di bovini, mietitura e di raccolto.

Disposte su due registri vediamo una scena agricola, nella quale alcuni uomini conducono grandi bovini, e una scena nautica, in cui due barche trasportano bestiame: lo stile pittorico prefigura già quello del Nuovo Regno.

Fonte

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Curiosità

L’ALTEZZA DEI FARAONI

Di Patrizia Burlini

Qual era l’altezza dei faraoni e delle regine nell’Antico Egitto?

La determinazione dell’altezza non si basa unicamente sulla misurazione delle mummie a noi pervenute ma anche su dei calcoli derivanti dalla lunghezza della tibia e del femore, correlata all’età alla morte.

Diversi fattori determinano l’altezza ma, tra di essi, i matrimoni tra consanguinei sembrano fornire un’influenza importante.

Un’analisi generale dei dati in nostro possesso rivela che i faraoni sono normalmente molto più alti delle regine. L’ipotesi predominante per questa differenza d’altezza è che le donne basse di statura fossero considerate più attraenti (Pawloski, Stulp).

In nessuna delle coppie reali la regina è più alta del faraone.

La mummia di Ramses I
(foto National Geographic)

Una regina particolarmente alta, dall’analisi dei resti, fu Nefertari, che probabilmente raggiunse un’altezza di 165 cm. (Bianucci et al, 2015) Questo ne fece una donna più alta della media degli uomini del suo tempo ma Nefertari era sposata con uno dei faraoni più alti in assoluto, Ramses II, alto 173 cm quando morì a 90 anni e quindi sicuramente molto più alto in età giovanile.

Riporto qui sotto le altezze calcolate da Robins e Shute di alcuni faraoni e regine:

XVII – XIX Dinastia

  • Seqenenre Taa II: 171 cm
  • Ahmose I: 164 cm
  • Amhenotep I: 177 cm
  • Thutmose II: 165 cm
  • Tuthmose III: 171 cm
  • Amhenotep II: 170 cm
  • Thutmose IV: 165 cm
  • Amenhotep III: 160 cm
  • Scheletro della KV55 (Akhenaton?)167-168 cm
  • Tutankhamon: 169 cm
  • Seti I: 171 cm
  • Ramses II: 175 cm? Incerta
  • Merenpath: 171 cm
  • Seti II: 168 cm
  • Siptah: 167 cm

Di seguito l’altezza di alcune regine:

  • Ahmose-Nefertari (sorella-moglie di Amenhotep I): 161 cm
  • Hatshepsut: 153-155 cm
  • Tiye (moglie di Amenhotep III): cm 145,5
  • Younger Lady (madre di Tut): 158 cm

Fonte: Habicht E, MA, Henneberg M, PhD, Öhrström Lm, MD, Staub K, PhD, Rügli, FJ, MD, Appendix- The mummy Body Height of Pharaohs Supports historical Suggestion of Sibling Marriages, 2015. Academia

Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI IYMERY

Di Grazia Musso

Profeta di Khufu, Sovrintendente della Grande Casa, Figlio di Shepseskafankh – V Dinastia

Questa tomba, situata nell’angolo sud-ovest della necropoli, è decorata con bassorilievi policrome di notevole livello artistico ed assai interessanti per quanto riguarda i soggetti trattati.

Nel vestibolo sono raffigurate le offerte recate al defunto, in questa immagine, un uomo conduce al suo cospetto un orice
Una fila di portatori che recano grandi ceste sulla testa, colme di cibo e frutta, tenendo in mano volatili e fiori. Rappresenta la processione delle proprietà terriere del defunto e della sua famiglia

La tomba di Iymery era spesso visitata anche dai viaggiatori del secolo scorso che hanno firmato sulle pareti, soprattutto quelle dell’ultima stanza.

La mastaba era metà di visite fin dal secolo scorso come attestano le numerose firme incise sulle pareti.

L’ingresso è orientato ad est e immette in un piccolo vestibolo decorato con scene di tipo industriale,( carpentieri, orafi, scultori al lavoro) e di offerte al defunto che è accompagnato dal padre Shepseskafankh, parete ovest, o si trova al suo cospetto, parete nord.

Il tema dei lavori agricoli è assai ben presentato nella tomba: nella scena quattro al lavoro intenti a dissodare la terra con delle zappe di legno per preparare la semina del grano

Al vestibolo fa seguito una prima sala allungata, sulla cui parete sud sono raffigurate scene di raccolta di papiro, scene nautiche, di allenamento del bestiame, scene di rappresentazione di offerte al defunto con macellazione di ovini e preparazione di cibo e bevande.

Scena abbastanza rara Nell’antico Regno, è situata sulla parete ovest è descritta la preparazione del vino, che viene versato nelle giare.
Questa scena, disposta su due registri, illustra la preparazione del cibo

Nell’opposta parete nord sono raffigurate scene agricole, di caccia e pesca nelle paludi, di costruzione di barche e combattimenti nautici che si svolgono al cospetto di Iymery.

Scene di pesca nella palude.

Nella seconda sala della tomba continuano le scene di offerta davanti al defunto, qui raffigurato con la moglie e alcuni familiari allietato da musici e danzatori, mentre gli scribi a notano quanto viene presentato a Iymery.

Fonte

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

E' un male contro cui lotterò

IL CUORE

IL CENTRO DI TUTTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Per capire quale fosse l’importanza che gli Egizi davano al cuore basta dare un’occhiata al Papiro Ebers:

“L’origine della medicina è il cuore, e per esaminare ogni altra parte del corpo, devi prima aver studiato il cuore”.

Non solo, ma:

“conoscere i movimenti del cuore è l’inizio del libro dei segreti del medico” (Ebers 854a).

Il cuore mummificato di Ipi, visir sotto Amenemhet I (XII Dinastia, circa 1985 BCE), ritrovato in un angolo della sua tomba (TT315) adibito a deposito di materiali per la sua mummificazione da una spedizione spagnola nel 2021. Avvolto nella stoffa, fu probabilmente abbandonato per sbaglio dai mummificatori (foto: El Indipendiente)

Nella cultura egizia, diverse funzioni fisiche e spirituali afferivano al cuore, il vero “centro pulsante” del corpo; tra queste:

  1. La saggezza e la conoscenza. Le membra si limitavano a eseguire i suoi comandi.
  2. La memoria
  3. I sentimenti come intendiamo figurativamente noi
  4. La preoccupazione, la paura e la felicità
  5. L’amore, anche in questo caso come intendiamo noi
  6. La compassione
  7. L’astuzia e la malevolenza
  8. Il desiderio: l’uomo non desiderava nulla, desiderava il suo cuore per lui.

Nella realtà, le funzioni attribuite al cuore dal pensiero egizio sono tutte funzioni del sistema limbico o “cervello viscerale” interessato nella regolazione delle funzioni affettivo-istintive. Ad ogni modo, tutte queste funzioni lo rendono il fulcro non solo della vita dell’uomo, ma anche della sua vita ultraterrena, da cui il suo ruolo centrale nella psicostasia (la famosa pesatura del cuore).

La psicostasia rappresentata sul Papiro di Hunefer, con il cuore dello scriba pesato da Anubi, mentre Thot attesta la leggerezza del cuore di Hunefer. Ammit la Divoratrice questa volta rimarrà a bocca asciutta

Non solo: essendo un dono degli Dei, il cuore persegue per sua natura la volontà divina ed ha nella filosofia egizia una volontà propria, separata da quella della persona che lo “ospita”. Ne è una riprova il Capitolo XXX del Libro dei Morti, che abbiamo visto iscritto spesso sugli scarabei del cuore, in cui si invoca il proprio cuore a non accusare il defunto durante la pesatura del cuore stesso. Ad ulteriore conferma, nei Testi dei Sarcofagi Ptah è indicato come dio-creatore, ma lo diventa per “un’idea del suo cuore e le parole della sua lingua

Il pettorale con scarabeo alato di Psusennes I (https://laciviltaegizia.org/2022/04/16/il-pettorale-con-scarabeo-alato-di-psusennes-i/) è uno degli amuleti su cui è inciso l’incantesimo XXX del Libro dei Morti, in cui il defunto invoca il proprio cuore a non accusarlo durante la pesatura del cuore stesso

Nell’ambito medico, proprio per questa complessa funzionalità troviamo il cuore indicato con due termini diversi e distinti: “ib” e “haty”.

“Haty” è solo il cuore “fisico”, quello che pulsa e batte all’’interno del torace.

“Ib” è anche il cuore spirituale della persona

Entrambi possono essere utilizzati per il muscolo cardiaco, ma ogni aspetto legato alle emozioni è riferito a “ib”, mai a “haty”.

Per un approfondimento sulle funzioni spirituali del cuore, si veda anche l’articolo di Ivo Prezioso: https://laciviltaegizia.org/2021/05/15/ib-il-cuore/

L’importanza del cuore fece sì anche che fosse l’unico organo interno a non essere di norma rimosso nel processo di mummificazione, permettendoci talvolta di osservarne le condizioni da un punto di vista anatomopatologico.

Non è stata descritta nei papiri medici la divisione del cuore in quattro camere (due atri e due ventricoli), per cui con ogni probabilità rimase sconosciuta la circolazione arteriosa e venosa, però…

Però nel papiro Edwin Smith, al caso 33 viene presentata una lussazione sterno-clavicolare e vengono indicati due vasi nella parte superiore del torace che portano il sangue alle vie respiratorie. Non solo: come vedremo nella parte dedicata al sistema cardiocircolatorio, il cuore ”parlava” agli altri organi tramite i “metu” (i vasi) e l’espressione che abbiamo visto all’inizio (“conoscere i movimenti del cuore”) indica che i medici egizi conoscessero la funzione “attiva” del cuore pur non comprendendola appieno.

Il caso 33 del papiro Edwin Smith, dove vengono evidenziati i due vasi nella parte superiore del torace che portano il sangue ai polmoni

Curiosità: lo stomaco nell’Antico Egitto era “r-ib” ovvero “la bocca del cuore”. Il nostro termine “stomaco” deriva dal greco “stoma”, ossia…bocca. E la regione anatomica di congiunzione tra esofago e stomaco è ancora oggi chiamato “cardias”. In qualche modo l’Antico Egitto è dentro tutti noi…

E' un male contro cui lotterò

APPUNTI DI MEDICINA EGIZIA

Di Giuseppe Esposito

Andrea Petta sta trattando molto compiutamente, e per gradi, l’argomento medicina nell’Antico Egitto; qui mi limiterò ad apportare qualche piccola informazione che, ne sono certo, incontrerete comunque, e ben più dettagliata, anche nei testi di Andrea.

Mi permetto, intanto, di rubare una frase del grande medico Paracelso[1] che chiarisce un concetto che, ai nostri tempi moderni, potremmo semplificare come “il troppo storpia”:

«Tutto è veleno e non esiste cura senza veleno, solo le dosi consentono al veleno di non essere veleno»

Ciò posto, partirei da uno di quei termini di uso comune, anzi comunissimo, che mai e poi mai crederemmo in qualche modo legato all’Antico Egitto: farmaco.

E’ chiaro che la prima risposta individuerà la parola “base” nel greco “pharmakon” (φαρμακον) che indicava, si, il rimedio, ma come sopra visto anche il veleno… in realtà la sua derivazione sarebbe ben più antica e dovremmo rifarci, di fatto, al termine egizio “ph-ar-maki” ovvero “che procura sicurezza”, che era uno degli attributi del Dio guaritore Thot.

Inutile dire che ancora dall’Antico Egitto deriva un’altra parola da noi usualmente impiegata. Uno dei nomi del Paese del Nilo era, infatti, Kemi, ovvero “Terra Nera”. Le scarse conoscenze che, nel corso dei secoli, hanno fatto dell’Egitto un luogo misterioso, hanno fatto sì che gli antichi cultori della “Scientia delle Scientiae” pensassero bene di far derivare il nome della loro passione proprio dalla denominazione della terra considerata più misteriosa: Al-Kemi, da cui Alchimia… e da alchimia a Chimica, il passo è davvero breve.

Ma passiamo ai medici veri e propri: il geroglifico che rappresentava il medico (come peraltro già meglio delineato da Andrea) era una freccia, o un bisturi, e un vaso globulare (contenitore per rimedi) affiancati dal determinativo “uomo”.

E’ bene, tuttavia, sgomberare il campo da equivoci che potrebbero fuorviarci nell’esame che segue (necessariamente breve): in Egitto NON esistevano medici “generici” ovvero che curassero tutto, ma specialisti; ecco perciò l’oculista (sunu-irti), l’ortopedico, il dentista (ibhi), il medico dell’addome (neru-khet), che era anche ginecologo, fino a giungere ad un medico la cui specializzazione era, quanto meno ai nostri occhi, singolare… suo campo di intervento era, infatti… inserire rimedi nell’ano dei pazienti (neru pehut)!

I “sunu“, ma anche “swnw” o “sinw”, ovvero i “medici”, erano perciò sempre specializzati in qualcosa… Fondamentalmente, i curatori egizi si suddividevano in due grandi categorie, i medici  propriamente detti di cui sopra si è parlato (sunu) che curavano il corpo, ed i sacerdoti di Sekhmet (uab) tra i quali esisteva l’ulteriore distinzione degli “incantatori di Selkhet”.

A proposito di questi ultimi, si può dire che erano medici particolari il cui campo di intervento era quello che vedeva quale divinità protettrice la Dea Selket[2]-Hetit, “colei che fa respirare la gola”, ma in connessione non con le malattie respiratorie, bensì con i sintomi dell’avvelenamento da morso di serpenti [non meravigli, peraltro, questa commistione di “sacro” e “profano” nell’arte medica poiché essa esisterà, più avanti nei secoli, anche nell’antica Grecia ove si differenziavano i “medici istruiti” –iatros (ἰατρός)-, dai “guaritori ispirati”, veri e propri sacerdoti, –iereus (ἱερεύς)-].

E’ bene precisare che anche le evidenze archeologiche non consentono di poter contare su una vasta casistica giacché sono stati censiti, a oggi, solo circa 150 sunu e le categorie maggiormente rappresentate sono quelle degli oculisti e dei dentisti.

Tuttavia, nonostante alcuni ritrovamenti di protesi dentarie o di crani sottoposti ad interventi di “trapanazione” (che inevitabilmente, nonostante le moderne credenze, si concludevano con la morte del paziente), non si può dire che le conoscenze mediche egiziane fossero eccelse (basta leggere le ricette di alcuni rimedi, che riporto più avanti, per restare esterrefatti per le “schifezze” che venivano somministrate e che erano sempre accompagnate da formule magiche).

Interessante il metodo, riportato nel Papiro di Berlino per conoscere il sesso del nascituro:

«…orzo e grano [in due sacchi di tela] che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno; … se [orzo e grano] germoglieranno entrambi ella partorirà. Se germoglierà [per primo] l’orzo sarà maschio; Se germoglierà [per primo] il grano sarà femmina. Se non germoglieranno, ella non partorirà.»

…a proposito, presso gli egizi la gravidanza durava… 10 mesi… niente paura, il periodo si basava sul mese lunare di 28 giorni…

…proseguiamo nella nostra disamina proprio “assistendo” alla visita tipo di un antico sunu egizio… questa era articolata in tre parti: un interrogatorio per sapere quali fossero i sintomi riscontrati dal paziente; un’ispezione del viso, delle urine, degli escrementi e dell’espettorato, cui seguiva la palpazione che aveva, principalmente, importanza simbolica e doveva, di fatto, servire a stringere il contatto fisico con il paziente per tranquillizzarlo; l’ultima parte era quella in cui venivano esposti i sintomi rilevati ed emessa la diagnosi.

Normalmente i medici si consultavano anche tra loro e concludevano le proprie visite con frasi del tipo “posso fare qualcosa per quest’uomo”, oppure “non v’è nulla che possa fare per quest’uomo”. Da questo momento in poi, di fatto, si limitavano a seguire l’evolversi della malattia somministrando rimedi che spesso poco avevano a che fare con il concetto di guarigione come lo intendiamo noi.

…scrive Diodoro Siculo:

«…impartiscono le loro cure secondo le norme di una legge scritta messa a punto col concorso di numerosi ed illustri medici dei tempi antichi. Nel caso in cui, pur seguendo le norme scritte…non riescono a salvare l’ammalato sono considerati innocenti e liberi da imputazioni; se invece non si comportano secondo le prescrizioni sono passibili di giudizio capitale giacché il legislatore ha ritenuto che pochi si sarebbero mostrati superiori in perizia ad un modo di cura collaudato da lunga tradizione e predisposto dai migliori esperti della materia…»;

…e Aristotele precisa:

«…ai medici è consentito intervenire dopo il quarto giorno; se lo fanno prima è a loro rischio e pericolo…»

In sostanza, i medici egizi si interessavano principalmente dei sintomi (tosse, febbre etc.) e curavano questi ultimi utilizzando indifferentemente la medicina e la magia, o entrambe contemporaneamente.

E’ interessante notare che esisteva, comunque, una gerarchia tra i vari medici (dentista, capo dei dentisti, supervisore dei dentisti etc.) così come esistevano le varie organizzazioni locali che andavano dal “corpo dei medici delle cave e delle miniere”, ai medici dei “villaggi operai”o delle “grandi proprietà terriere”; questo, però, non era assolutamente legato a strutture di tipo corporativo e la condizione sociale del medico variava a seconda dell’ambiente in cui operava: se era a disposizione di una cava o di una città operaia, in moltissimi casi, non godeva di nessun privilegio particolare e alcune volte era addirittura socialmente al di sotto degli ispettori oppure dei capi operai. Naturalmente se un medico operava all’interno del Palazzo Reale, o nei templi, godeva dei privilegi adeguati al proprio rango e, visto che in Egitto era in uso il sistema di sommare le varie cariche, molte volte un medico poteva anche essere un nobile, oppure un alto Funzionario di Corte.

Come per molte altre professioni, anche quella del medico si tramandava di padre in figlio anche se la preparazione era comunque completata dall’apprendistato, oppure dai corsi che si tenevano all’interno delle “Case della Vita” (le nostre Università).

…a carico dei medici era anche, sia pure molto parzialmente, il processo di mummificazione..

Partiamo però da una considerazione, l’uomo, infatti, non era considerato come una unità, ma come l’insieme di otto elementi intimamente connessi tra loro di cui quattro attinenti il mondo materiale (il corpo o khet –ovvero l’involucro di carne-; il nome; il cuore; l’ombra) e quattro sul piano astratto ed immateriale (il kha; il ba; l’akh; ed il sahu).

Poiché la morte comportava la dissociazione di questi componenti, la mummificazione doveva servire a mantenere intatto il corpo affinché potesse ancora accogliere le componenti immateriali che erano indispensabili per la vita ultraterrena (e che, come sappiamo, erano concentrate nel kha).

Potremmo perciò considerare la mummificazione non attinente al discorso sulla medicina che stiamo facendo, poiché l’opera non era eseguita da un medico, bensì da “tecnici” che appartenevano a una vera e propria casta, necessaria ma disprezzata, i cui rapporti con il medico erano praticamente inesistenti.

In compenso, e spesso al contrario dei medici, oltre ad avere una buona conoscenza delle ossa, dei muscoli e dei legamenti, tale casta di paria aveva una discreta conoscenza degli organi interni.

Mentre il medico aveva, infatti, una cognizione “topografica” esatta del corpo e delle sue parti (testa, collo, tronco, addome e arti), era però all’oscuro, quasi completamente, di quel che rappresentava lo scheletro nella sua totalità. Il sunu conosceva le ossa singolarmente, e sapeva anche ridurre le fratture molto bene e le necropoli degli operai sono, in tal senso, vere miniere d’interventi specifici di riduzione fratture o amputazioni andate a buon fine. A proposito delle amputazioni, esisteva inoltre, ovviamente per classi agiate e forse non tanto sotto il profilo medico quanto artigianale, lo sviluppo di protesi specie per gli arti inferiori.

Nel nostro immaginario collettivo un pirata che si rispetti deve avere almeno una benda su un occhio o una gamba di legno… possiamo anche soprassedere al pappagallo sulla spalla ma benda o gamba di legno debbono esserci. Scherzi a parte, menomazioni agli arti inferiori sono sempre esistite e più frequenti di quanto si possa oggi immaginare; di certo l’andare in giro scalzi, o con sandali, che ben poco proteggevano il piede, non agevolava.

Ebbene, se il pirata non poteva fare a meno della sua semplice e informe gamba di legno, anche se ricavata da un osso di balena o capodoglio, i nostri pro-pro-pro genitori egizi sapevano fare cose ben più complesse ed esteticamente anche “gradevoli”.

Nel corso di campagne di scavo della TT95 (Theban Tomb 95) Gli egittologi dell’Università di Basilea hanno rinvenuto quella che può, ad oggi, definirsi come la più antica protesi femminile da piede. Si tratta di un alluce in legno, articolato, che risale almeno a 3000 anni fa con una sorta di “imbragatura” in cuoio per fissarla al piede.

La stessa mostra segni evidenti di lungo uso e rispondeva, quindi, non solo a un bisogno estetico, ma anche a uno fisico. La fattura della protesi dimostra inoltre che chi la realizzò oltre ad avere una certa dimestichezza con l’anatomia umana, studiò un sistema che fosse anche confortevole per chi la indossava.

Per avere un’idea della differenza, si può fare riferimento a un’altra protesi, in cartonnage, risalente al Nuovo Regno oggi al British Museum (cat. EA29996/1881.0614.77)

A stretto giro, questa seconda non può ascriversi tra le protesi poiché, molto verosimilmente, non era destinata alla deambulazione, ma solo a riempire esteticamente un’amputazione per una mummia. L'”unghia” doveva originariamente essere di un materiale differente.

Benché alcuni studiosi riferiscano che entrambe potrebbero essere state funzionali, per la seconda che, essendo in cartonnage (lino e colla), senza articolazioni e senza altre dita, mi pare difficile potesse garantire una deambulazione “normale”: in fase di avanzamento del passo, infatti, la sporgenza costituita dall’alluce di “cartapesta” non avrebbe agevolato la camminata, ed anzi l’avrebbe non poco intralciata (provate, avendo peraltro tutte le altre dita del piede, a camminare senza articolare l’alluce). Se poi la si considera protesi come la gamba di legno, solo leggermente più esteticamente gradevole, ovvero con una deambulazione che comporta il sollevamento dell’intera gamba al momento del passo, allora potrebbe anche essere.

Come per l’apparato scheletrico, ogni organo era inoltre conosciuto e considerato soltanto nella sua globalità; per tutti possiamo citare il caso del cuore e del cervello. Il secondo, il cervello, era ignorato come organo (tanto che durante la mummificazione veniva distrutto).

Era conosciuto il complesso delle attività nervose, ma erano attribuite al cuore, l’organo più importante del corpo umano e “principio di tutte le membra”

ALCUNE RICETTE

Il “ricettario” più famoso è certo il c.d. “papiro Ebers (dal nome del primo acquirente, 1872 a Tebe), di cui ha parlato più ampiamente Andrea nella sua corposa e dettagliata monografia, conservato attualmente presso l’Università di Leipzing; scritto in ieratico e risalente al 1500 a.C. circa, sotto il regno di Amenhotep I, è lungo più di 20 m. e largo oltre 30 cm. Si tratta di 108 “pagine” che contengono 875 “ricette”. Ma esistono altri papiri “medici” come il c.d. “Edwin Smith”, o il papiro “Hearst”, o quelli di “Berlino(“piccolo” e “grande”), il papiro di “Kahun”, il “Chester Beatty 4”, i papiri magici di “Leida” e del “Ramesseo” … qui di seguito riporto alcune diagnosi e ricette… le più “strane”.

Per diagnosticare la sterilità di una donna. il Papiro Kahun 28 suggerisce:

«[…] farai in modo che uno spicchio di aglio inumidito di […] rimanga per tutta la notte, fino all’alba, nella sua vagina. Se l’odore dell’aglio raggiungerà la sua bocca essa sarà in grado si partorire, in caso contrario ella non partorirà mai»

Dal papiro di Berlino riporto nuovamente il metodo per conoscere il sesso del nascituro:

«[…] orzo e grano [in due sacchi di tela] che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno;… se [orzo e grano] germoglieranno entrambi ella partorirà. Se germoglierà [per primo] l’orzo sarà maschio; Se germoglierà [per primo] il grano sarà femmina. Se non germoglieranno ella non partorirà.»

Come detto più sopra, presso gli egizi la gravidanza durava dieci mesi giacché si basavano (forse più giustamente) sul mese lunare di 28 giorni;

Ancora in materia di parti, il Papiro Kahun 29 indica il sistema per sapere se tutto andrà bene:

«[…] devi pizzicarle il ventre […] l’estremità del tuo pollice deve collocarsi al di sopra di colui che palpita (il feto). [Se ….](il segno) sparisce partorirà in modo normale. [Se] non sparisce, non partorirà mai normalmente.»

E, dal papiro del Ramesseo IV, per sapere se il neonato vivrà:

«Il giorno che viene al mondo: prendi una pallina della sua placenta con [….] Pestala nel latte e dagliela in un vaso (henu). Se vomiterà significa che morirà, se la ingoierà, allora vivrà”»

(il concetto dovrebbe essere che se rifiuta la placenta, simbolo nutritivo per eccellenza, rifiuterà anche la vita).

Dal papiro Ebers, n. 810, ma una ricetta molto simile si trova anche nel papiro di Berlino, si ricava un rimedio per curare dolori al seno dovuti all’allattamento o altre infiammazioni delle mucose e della pelle, una cura non proprio gradevole:

«[…] altro rimedio per un seno dolorante: calamina 1; fiele di toro 1; cacature di mosca 1; ocra 1. il composto deve essere lavorato fino ad ottenere una massa omogenea. Spalmarlo sul seno per quattro giorni»

Ma se il “cucciolo” piange troppo, interviene il papiro Ebers n. 782:

«[…] per scacciare il pianto continuo [di un bambino]: parte shepnu (?) della pianta shepten [forse il papavero?]; cacature di mosca dal muro. Creare una massa omogenea, filtrarla e assumerla per quattro giorni di seguito […]»

E dal papiro Ebers n. 325 deriva, invece, la cura per la tosse: si formava una sostanza costituita da miele, latte o polpa di dattero, meliloto (o erba delle mosche), una pianta contenente curarina e, stranamente, colaquintide che è un purgante (forse con l’evidente motivo di scacciare gli umori dall’ammalato), poi:

«[…] cerca sette pietre e scaldale al fuoco; prendine una e cospargila di tale medicamento. Le coprirai quindi con un vaso nuovo in cui avrai praticato un foro nel fondo. Inserirai un pezzo di canna nel foro e appoggerai la bocca sull’altra estremità per inghiottire i vapori che ne fuoriescono…» (un antenato del nostro aerosol?)

Ma anche le cure estetiche facevano la loro parte: per “cacciare le rughe dal viso” delle signore (Ebers n. 716),:

«[…] per rendere l’incarnato perfetto; polvere di alabastro 1; polvere di salnitro 1, sale 1; miele 1. Mescola fino ad ottenere una massa omogenea e spalmala sulla pelle»

…e per i signori uomini che hanno perso i capelli (Ebers n. 465):

 «altro [rimedio] per far crescere i capelli ad un calvo: grasso di leone 1; grasso di ippopotamo 1; grasso di coccodrillo 1; grasso di gatto 1; grasso di serpente 1; grasso di capra 1. prepara il composto fino ad ottenere una massa omogenea e spalma sulla testa» (…sai che profumo con tutto quel grasso…);

Il papiro Ebers 191, tratta probabilmente della diagnosi di un infarto:

«[…] se esamini un malato sofferente di stomaco mentre ha dolori al braccio, al petto, da un lato del suo stomaco, ha poche possibilità di rimettersi… è la morte che lo minaccia»

E adesso, che spero di aver ulteriormente aumentato la vostra curiosità sull’argomento, non posso che rimandarvi al certamente più articolato e completo lavoro di Andrea Petta e della D.ssa Franca Napoli dal titolo “E’ un male contro cui lotterò”.

Roma, febbraio 2009, aggiornamento settembre 2022


[1]    Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim (1493-1541), detto “Paracelso”, medico, astrologo e alchimista svizzero.

[2]    Selket, ma anche Selkis, era Dea della fertilità, della natura, degli animali, della magia, della medicina e della guarigione dalle punture da animali e insetti velenosi. Importante al punto di essere una delle guardiane delle quattro porte della Duat, era anche protettrice di uno dei quattro vasi canopici, ed esattamente di quello contenente le viscere. La cappella dorata del tesoro di Tutankhamon, contenente i vasi canopici, è protetta ai quattro lati da altrettante Dee: Iside (a ovest), Nephtys (a est), Neith (a nord) e Selkis (a sud). L’animale a lei collegato era lo scorpione il cui veleno, benché raramente mortale per l’uomo adulto, è costituito da neurotossine che provocano la paralisi dei centri nervosi compresi quelli della respirazione; ne deriva appunto il nome Selket tradotto con “Colei che fa respirare la gola”.