C'era una volta l'Egitto, Testi

IL LIBRO DELLE DUE VIE

LA PERGAMENA PIU’ ANTICA DEL MONDO

A cura di Piero Cargnino

Ad agosto 2015, in occasione dell’ultimo Congresso Internazionale di Egittologia, tenutosi a Firenze, è stato annunciato il ritrovamento da parte dell’archeologo Wael el-Sherbiny, associato all’università di Lovanio (Belgio), un rullo di pergamena di circa 2,5 metri di lunghezza, interamente coperto sulle sue due facce di geroglifici delicati e di illustrazioni colorate.

Questo testo la cui lunghezza totale era di 5 m, vecchio di 4000 anni, è apparso tra centinaia di vecchi frammenti di papiro e manoscritti conservati al Museo Egizio del Cairo. Sembra che sia il più vecchio e lungo manoscritto su cuoio mai trovato in Egitto. Il documento, decorato di divinità e di entità sovrannaturali dai potenti poteri magici, risalirebbe infatti al tempo del Medio Regno (2000-1780 a.C.), ovvero 100 anni prima del testo finora considerato il più antico di tutti i documenti egizi: il Libro dei Morti, risalente all’inizio del Nuovo Regno (1500 a.C.).

La mappa degli inferi trovata in una bara egiziana è fatta VIRAL – (Fonte FayerWayer)

Secondo l’egittologo el-Sherbiny, l’origine del documento, che è presente nelle raccolte del Museo del Cairo da 70 anni, non è potuta essere precisamente stabilita. Pare sia stato acquistato da un antiquario locale dall’Istituto Francese di Archeologia Orientale intorno alla Prima Guerra mondiale, restituito poi al Museo Egizio del Cairo, appena prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale.

“Molte illustrazioni che decorano questa pergamena non erano mai stati visti prima d’ora”, spiega l’egittologo francese Pascal Vernus, ex direttore alla scuola Pratique des Hautes Etudes (EPHE).

Sarcofago con il Libro delle due vie – (Ph. by larazzodeltempo

La pergamena riporta una versione estesa di una composizione di testi risalenti al Medio Regno (XI e XII dinastia) e che solitamente decoravano il fondo delle bare lignee rettangolari provenienti dalla necropoli di Deir el Bersha ed in quanto tali vengono chiamati “Testi dei Sarcofagi”. Si tratta del cosiddetto ‘Libro delle Due Vie”, il cui contenuto comprende formule funerarie e rituali magico-religiosi, è un testo molto oscuro, sembra sia molto grande, appare come una sorta di carta topografica del Duat che indicizza i vari luoghi dell’Aldilà, con i suoi pericoli, i suoi custodi e la lista delle formule magiche da pronunciare per superare tutte le prove lungo il tragitto.

Sono solo sei gli altri testi dello stesso tipo che sono giunti fino a noi, ma solo sotto forma di papiri, conservati nelle sabbie del deserto grazie al clima secco, mai di pergamena, essendo questa un supporto molto più fragile e meno resistente nel tempo. 

Il Libro delle Due Vie

Noi ora seguiremo la descrizione del “Libro delle Due Vie” attingendo all’opera di Mario Tosi (cit. in fonti). In esso viene descritto il viaggio del defunto attraverso due strade che conducono all’Aldilà collegando l’Oriente con l’Occidente.

Le “Due Vie” sono due strade sorvegliate da guardiani paurosi e sono ben divise l’una dall’altra, quella superiore, dipinta in turchino, rappresenta un canale che si estende sinuoso toccando parecchie località dove compaiono figure ostili e geni del fuoco per raggiungere infine la “Campagna della Felicità” il cui sovrano è Osiri. Il defunto percorre la via, identificato con il dio Thot-luna, “Occhio di Horo”. Il viaggio si presenta come una traversata del cielo notturno, da notare l’assenza di barche in questa via d’acqua. Quella inferiore, dipinta in nero, si presenta come una via di terra che attraversa le distese liquide popolate da guardiani minacciosi. Il defunto la percorre stando sulla barca solare del dio Ra, al quale poi si assimila. In questo caso il tragitto si presenta come una traversata del cielo diurno. La meta finale è il territorio di Horo l’anziano, “il signore del cielo il cui occhio destro è il Sole ed il sinistro la Luna”.

Superate le numerose curve le due vie si incontrano nella prima tappa del percorso del defunto, “Rosetau”, ovvero la necropoli in generale dove entrerà in contatto con il mondo sotterraneo. Qui dove le due vie si incontrano, all’ingresso di Rosetau, sono presenti i “mastiu” (cioè accovacciati), ovvero geni con in mano dei serpenti. Il defunto, recando con se Maat che qui assume la forma di Iside che dalla prua guida la barca durante il viaggio, in compagnia di Ra, nella notte, attraverso una porta monumentale, entra in una grande sala detta “Il Castello della Luna”. Intanto sulla barca “il Sole che brilla nella notte” inizia a fare capolino sotto forma di scarabeo. Segue un inno alla gloria di Maat.

Continua intanto il viaggio del defunto che ora dovrà attraversare sette porte (in seguito citate anche nel “Libro dei Morti” al capitolo 144), che sono difese da terribili guardiani. Superate le prime quattro, il defunto si ritrova in un vestibolo dove tre porte conducono a tre stanze parallele destinate ciascuna a tre diverse entità. La prima a sinistra è riservata a colui che è posto nel “Luogo del refrigerio del cielo”, “l’akh purificato, immortale e dio”. Quella a destra appartiene ad Osiri dove il dio compare su un’isola con la sua barca detta “Colei la cui vita è duratura”, ossia il dio millepiedi Sepa. Su di un’altra isola compaiono le membra di Osiri disperse da Seth, non è chiaro il significato ma si suppone che le membra sparse del dio facciano riferimento a tutti i distretti d’Egitto.

Il defunto, superata l’ultima porta si ritrova nel territorio della luce, il “Cielo signore di ogni Cielo”, le tenebre sono sparite perché egli “ha rischiarato la notte” e può contemplare la perfezione di Ra. Qui il signore supremo è Horo l’anziano, identificato con Ra, la sua barca è preceduta da varie divinità che con archi e giavellotti respingono il serpente Apopi. Il tutto simboleggia la lotta finale contro lo spirito del male alla quale il defunto partecipa con Ra (il Sole) e Thot (la Luna). Le “Due vie” sono separate da un lago di fuoco assolutamente insuperabile.

Dal “Libro delle Due Vie”, durante il Nuovo Regno, prenderanno lo spunto due rituali, il “Libro dell’Amduat” ed il “Libro dei Morti”.

Fonti:

Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto”, Ananke 2004 Web – Scienze e Futuro n° 821 – luglio 2015

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI AMENEMHAT I

o ” Piramide nord di Lisht”

Di Grazia Musso

Piramide di Amenemhat I.
Si trova nella parte settentrionale dell’area archeologica di el-Lisht e ha oggi un’altezza di poco superiore ai 20 metri

Nome antico: “Amenemhat è elevato di perfezione”

Altezza originale 55 metri

Lunghezza del lato 78,5 metri

Inclinazione 54°27’44”

Il tempio funerario situato sul lato orientale, è quasi completamente distrutto

La piramide di Amenemhat I venne costruita su un piccolo terrapieno collocando le strutture annesse, tempio funerario e rampa processionale, su piani diversi.

Per erigere la piramide vennero utilizzati non solo mattoni crudi, ma anche materiali provvedimenti da costruzioni preesistenti.

Il tempio funerario, situato sul lato est, è costruito su una seconda terrazza più bassa di quella dove si trova la piramide, mentre a ovest, al di fuori della cinta che circonda il complesso, vi era una serie di tombe per i membri della famiglia reale.

Il re è affiancato a sinistra dal Dio Horus ieracocefalo. A destra si trova Anubis, divinità delle necropoli e dell’imbarcazione. Entrambe le divinità porgono al re un segno di vita, l’ankh. La scena è completata dalle due dee della corona e del territorio dell’Alto e Basso Egitto. Sulla sinistra Nekhbet e Uto sulla destra, che procedono verso il sovrano.
El – Lisht, tempio funerario di Amenemhat I, XII Dinastia
Pietra calcarea dipinta, Lunghezza 190 cm, Altezza 35 cm
New York, The Metropolitan Museum of Art – Roger Fu d, 08.200.5

L’ingresso all’appartamento funerario della piramide era situato sulla facciata nord da dove partiva un corridoio che conduceva nella camera sepolcrale.

Come nella piramide di Teti a Saqqara, il corridoio era preceduto da una piccola cappella.

Rilievo del tempio di Amenemhat I.
Al centro della raffigurazione compare il sovrano, che indossa una parrucca riccia con l’ureo, la barba cerimoniale e un largo collare.
Tra le mani regge le insegne del potere, il flagello è il simbolo mekes.

IL CARTIGLIO DI AMENEMHAT I (a cura del Docente Livio Secco)

Il mio testo sul Protocollo Reale lo potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/


Fonte:

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Medio Regno, Scrittura, Stele

IL DISCORSO DEL RE

A cura del Docente Livio Secco

La prima lezione/conferenza del V Corso di Egittologia presso l’UniTre di Torino ha preso spunto dall’analisi filologica della prima e della seconda stele del re Sesostri III (XII dinastia, Medio Regno).

Questi fu un sovrano militare di prima categoria che espanse verso Sud il dominio egizio fino alla seconda cateratta a danno delle popolazioni della Nubia.

La prima stele presenta un testo piuttosto corto e molto “ufficioso”. La seconda, viceversa, riporta un testo decisamente molto più lungo e molto più emotivo.
In diversi passaggi il re si dimostra di fortissimo carattere, insulta il nemico e lo disprezza in modo fortemente razzista.
A dimostrazione di ciò vi dimostro un brevissimo passaggio che mi ha, da subito, molto impressionato. Soprattutto se si pensa che è la voce di un re egizio di 3800 anni fa.
Decisamente un sovrano che ha la piena consapevolezza di tutta la propria potenza, gloria e forza militare.

La traduzione colloquiale dice:
SONO PROPRIO IO UN RE CHE NON SOLO DICE, MA CHE AGISCE.
QUEL CHE PENSA IL MIO CUORE AVVIENE PER MANO MIA.

La conferenza è diventata il testo codice QdE35 della mia collana Quaderni di Egittologia: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/630815/il-discorso-del-re/

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Templi

IL TEMPIO DI MENTUHOTEP II

Deir El Bahari

Di Grazia Musso

Il tempio di Mentuhotep II
Il monumento funerario che dominava il sontuoso tempio a terrazze è oggi un cumulo di macerie circondato dai resti del porticato ipostila.

Il lungo regno di Pepi II, segnò la fine della VI Dinastia.

Dopo il completamento del suo complesso piramidale, ultimato al più tardi nel trentesimo anno del suo regno, non accadde nulla di significativo.

Scultori e pittori continuavano ad essere parzialmente impegnati nella decorazione delle tombe private e, in questo specifico campo artistico, la tradizione procedete senza interruzioni nelle necropoli tebane.

Le squadre di operai specializzati, cavapietre, scalpellini, muratori, addetti al trasporto e ingegneri, dovettero invece fare a meno per lungo tempo delle committenza ufficiali, ciò implico’ la mancata formazione della generazione successiva e il deteriorarsi dell’organizzazione del lavoro.

I primi accenni di una tomba monumentale dalla forma completamente nuova apparvero a Tebe la città dalla quale era partita la riunificazione delle Due Terre.

I re minori o principi dell’XI Dinastia si facevano seppellire in tombe rupestri affacciate su ampi cortili.

Mentuhotep II, unificatore del regno, volle conferire effetti monumentali a questa tipologia funeraria e, trasformò il vasto avvallamento di Deir el- Bahri i un lungo cortile per la propria sepoltura.

Statua di Mentuhotep II. La statua fu rinvenuta in un cenotafio ( sepolcro simbolico) del re sotto il suo tempio funerario e, come un vero sostituto del sovrano, l’opera era avvolta in bende.
Ciò ne ha conservato perfettamente i colori : la pelle dipinta con il nero della resurrezione, il rosso della corona del Basso Egitto, il bianco delle vesti del giubileo.

Da Deir El Bahari, XI Dinastia
Arenaria dipints, Altezza 138 cm
Museo Egizio del Cairo – Scavi H. Carter 1900. JE 362195 

L’edificio funerario di Mentuhotep II non è più un complesso piramidale, ma un tempio a terrazze con vasto cortili alberati, facciate porticato e un massiccio edificio centrale circondato da un deambulatorio e sormontato non da una piramide ma dalla collina primordiale. Prima di assumere la sua forma definitiva ha subito molteplici modificazioni e ampliamenti.

Gli scavi hanno chiarito come la costruzione sia stata portata avanti in quattro tappe.

Probabilmente il primo progetto consisteva in una tomba a saff, di cui rimangono solo le tombe a pozzo dette ” delle sei principesse”, il cui stile delle raffigurazioni è ancora del I Periodo Intermedio.

Poi si procedette alla costruzione del tempio attuale e quindi, con un’altra modifica al progetto, si creò un santuario contro la montagna.

Il complesso era di nuova concezione : riuniva elementi e concezioni della tomba a saff, della mastaba dell’antico Regno e del tumulto primevo.

Il complesso funerario era formato da più parti: un tempio in valle, una rampa monumentale (oggi poco visibile) e un tempio funerario.

La sepoltura non è più costituita dalla piramide isolata, bensì è parte del complesso.

Oggi si vede la grande spianata del cortile antistante al tempio, dove si trovavano, all’epoca della sua creazione 55 tamerici e due file di 4 sicomori ( nasceva il concetto di “architettura vegetale”), le piante erano davanti a due porticati al centro dei quali si trovava una rampa centrale che portava alla terrazza.

Tre dei suoi lati erano coperti da colonne e dal portale anteriore si accedeva a una grande sala ipostila al cui centro un basamento sosteneva quella che per un lungo tempo gli archeologi hanno supposto fosse una piramide.

Ma con Mentuhotep la piramide sparisce e rimane il concetto di tumulto primevo, qui reso da una piramide tronca al centro del complesso.

Dalla terrazza si raggiunge l’ultima parte del complesso, dove un colonnato introduce a una corte da cui si accede a una sala ipostila.

Infine, la parte ipigeica include tomba e cappella.

Del complesso di Mentuhotep fa parte anche un cenotafio scoperto da H. Carter, o meglio dal suo cavallo che inciampò in una depressione (l’accesso), ciò ha valso al monumento il nome arabo “Bab el Hosan” la “Porta del Cavallo.

Questo accesso portava a un lungo corridoio di 150 metri e a una camera a volta con una statua reale.

La vera tomba si trova molto più a ovest, ma con accesso dalla corte porticata.

Fonte:

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Antico Egitto – Maurizio Damiano – Electra

Gioielli

I GIOIELLI A FORMA DI SERPENTE

Di Luisa Bovitutti

Getty museum – Los Angeles; tolemaici, da Alessandria

I gioielli a forma di serpente sono del tutto estranei alla cultura egizia e all’epoca faraonica in senso stretto: essi infatti apparvero nell’Asia occidentale a partire dall’VIII secolo a.C. circa, si diffusero in Grecia nel V secolo a.C. dove erano estremamente apprezzati e arrivarono in Egitto con i Tolomei, che, non dimentichiamolo, erano greci, o meglio macedoni, in quanto discendenti di Tolomeo, uno dei generali di Alessandro Magno che dopo la morte del suo comandante governò l’Egitto, proclamandosene sovrano nel 305 a.C. e fondando la dinastia che da lui prende il nome.

Museo del Cairo – tolemaico / romano – da Tukh el Karamus

I Tolomei regnarono fino al 30 a.C., cioè fino alla conquista romana e alla morte di Cleopatra VII, e pur rispettando la religione degli egizi ed adottando usi e costumi propri degli antichi faraoni contribuirono alla diffusione della civiltà greca nel mondo mediterraneo concedendo ai propri veterani terreni agricoli affinché si stanziassero in loco.

Venduto da Christie’s -tolemaico

Nell’arco di cento anni i matrimoni misti avevano prodotto un’ampia classe istruita greco-egiziana e dalla fusione tra le due culture aveva dato origine alla civiltà detta «ellenistica», che fu modello per altre culture in campo filosofico, economico, religioso, scientifico ed artistico.

Getty museum – Los Angeles; Tolemaico

Nelle immagini, una serie di gioielli serpentiformi di epoca tolemaica e romana

Louvre – Parigi; dominazione romana

BRACCIALE SERPENTE IN ORO

A cura di Giusy Antonaci

The J. Paul Getty Museum Collection

I braccialetti a spirale a forma di serpenti erano molto popolari nel periodo ellenistico.

In questo singolo esempio a spirale, la testa del serpente si gira bruscamente dal corpo, come se colpisse, e gli occhi di vetro intarsiato aggiungono vivacità all’effetto.

Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI NIANKH-KHNUM E KHNUMHOTEP

Di Grazia Musso

Sui montanti della porta che immette nella seconda stanza sono raffigurati i due titolari della tomba: Khnumhotep accompagnato dal figlio Ptahshepses a sinistra e Niankh-Khnum con il figlio Herma, a destra.
Entrambi sono rappresentati anche sull’architrave in posizione seduta.

Metà della V Dinastia
Titoli principali: Profeti di Ra nel tempio solare di Niuserra; Capi dei manicure della Grande casa
In una palude alcuni barcaioli, a bordo di barche di papiro, si sfidano nella lotta

Questa tomba doppia, fu costruita per due dignitario, Niankh-Khnum e Khnumhotep, fratelli o gemelli, che portavano entrambi i titoli di “Profeti di Ra nel tempio solare di Niuserra e capi della manicure della Grande Casa”.

La tomba, scoperta nel 1964 sotto la rampa di Unas, nella quale fu praticata una breccia per permetterne l’accesso, è una delle più belle e grandi di tutta la necropoli e ha una struttura complessa essendo stata più volte modificata e ingrandita durante la costruzione.

La parte più antica della tomba che costituisce la vera cappella venne scavata nella roccia, mentre successivamente vennero aggiunte tre stanze con un cortile, costruite con blocchi di pietra.

Caccia, nelle paludi con l’utilizzo di reti

La tomba comprende un vestibolo, in cui sono raffigurati i due titolari e il corteo funebre, che immette in due stanze, delle quali solo la prima è decorata con bassorilievi che illustrano ancora la processione funeraria, alla quale fanno seguito scene di mercato e di caccia.

Nel vestibolo è raffigurata questa bella scena di pesca con le reti.
Tra i diversi pesci rappresentati è possibile riconoscere la grande Tilapia nilotica e il Lates nilpticus. In basso, sulla destra, si riconosce un pescatore seduto sulla sua barca di papiro.

Niankh-Khnum e Khnumhotep assistono alla caccia e alla pesca, sovrintendendo ai lavori nei campi e ispezionando le botteghe degli artigiani.

La parete ovest di questa stanza comunica con il cortile, nella cui parte sud si trova l”accesso all’area rupestre della tomba che costituisce la cappella, di forma rettangolare orientata con il lato maggiore secondo l’ase nord-sud, alla quale è annessa una piccola camera per le offerte.

La parete est della cappella è decorata con bassorilievi che illustrano scene agricole e artigianali mentre la parete opposta è decorata con scene di caccia e pesca.

Sulla parte della parete ovest, situata tra le due aperture che permettono di accedere alla camera delle offerte, sono raffigurati Niankh-Khnum e Khnumhotep che si abbracciano con affetto.

In questa ultima parte della tomba, sulla parete ovest, si trovano due stele falsa porta, decorate con scene simmetriche, in ognuna delle quali i portatori di offerte si trovano al cospetto di Niankh-Khnum nella parete sud e di Khnumhotep in quella nord.

Fonte

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Scrittura, Vita quotidiana

I SANDALI DEL RE

A cura del Docente Livio Secco

Gli Egizi, quanto alle calzature, indossavano esclusivamente i sandali che avevano una funzione accessoria tutt’altro che indispensabile.
Pur fabbricando sandali dal periodo predinastico, gli Egizi camminavano perlopiù scalzi, le donne non ne facevano uso e gli uomini li indossavano raramente e solo in occasione di visite a qualcuno.
I nobili avevano un servo incaricato di “portare i sandali” che venivano indossati, curiosamente, solo una volta giunti a destinazione.
Da questa usanza derivava l’incarico di corte, molto prestigioso, di “PORTATORE DEI SANDALI DEL RE” (vedi la tavolozza di Narmer). Nel Medio Regno solo i poveri non possedevano calzature mentre tutti gli altri le avevano a portata di mano anche se le indossavano sempre e solo a destinazione.
Era buona educazione non mostrarsi calzati in presenza di persone di rango più elevato mentre per i cortigiani era un vanto rimanere calzati in presenza del sovrano.
Nel Nuovo Regno l’uso delle calzature si generalizzò.
Esse consistevano in una semplice suola di scorza di palma, di fibre di papiro o, più raramente, di cuoio, alla quale erano attaccati due o tre lacci dello stesso materiale.
A partire dalla XVIII dinastia i sandali potevano essere provvisti di una punta ricurva.

Immagine custodita alla Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi

Le calzature che vi mostro portano raffigurati due nemici dell’Egitto.
Questa rappresentazione ha un notevole significato magico poiché essa è riportata sulla suola e permette al sovrano di calpestare i suoi avversari ad ogni suo passo come è dimostrato dalla didascalia che è scritta accanto alle figure.
Perciò il re, mentre cammina, calpesta magicamente i nemici dell’Egitto rendendoli inoffensivi.

ANALISI


Traduciamo solo un sandalo perché nell’altro l’iscrizione è praticamente illeggibile.
Lettura da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.
Ricordo che, per convenzione internazionale (occidentale) le iscrizioni egizie qualunque orientamento abbiano, vanno riportate in orizzontale da sinistra a destra. Questo, ovviamente, per facilitare i lavori didattici per il nostro orientamento di lettura.


TRASLITTERAZIONE
xftyw.k Xr Tbwy.k
PRONUNCIA
[kefetiu.ek ker ʧebui.ek]
TRADUZIONE LETTERALE
nemici tuoi sotto due sandali tuoi
TRADUZIONE COLLOQUIALE
I tuoi nemici sono sotto i tuoi sandali.

.


(Questa è una esercitazione che i miei allievi del Primo Anno di Filologia Egizia sono tenuti a fare).
GUIDA PRATICA ALLA GRAMMATICA EGIZIA (Programma del Primo Anno) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/


Scrittura, Vita quotidiana

LA NINFEA

A cura del Docente Livio Secco

XXVI Dinastia, Museo del Louvre

In questo rilevo della XXVI Dinastia sono rappresentate due donne intente a preparare un’essenza profumata

Proviamo a leggere il testo che è a didascalia dell’immagine.

Innanzi tutto dobbiamo stabilirne la direzione di lettura.

Sapendo che i geroglifici sono direzionati sempre verso l’inizio della frase e che vanno letti andando loro incontro, possiamo affermare che vadano letti da destra a sinistra.

Una cosa importante è quella di evitare di usare dei segni simmetrici per decidere l’orientamento della scrittura. Infatti, nel nostro caso, ben due segni su cinque sono simmetrici e non ci avrebbero aiutato. Scegliamo, se possibile, raffigurazioni di fauna e umanità.

Quindi da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.

Il primo segno, un braccio teso, è il monolittero “a”, si legge [a].

Il secondo segno, una vipera cornuta del deserto, è il monolittero “f”, si legge [f].

Il terzo segno, un chiavistello, è il monolittero “z” oppure “s”, si legge [s].

Il quarto segno, un bacino d’acqua, è il monolittero “S”, si legge [ʃ].

Il quinto segno, un fiore chiuso, è un determinativo e quindi è muto e non si legge.

Riepilogando: af sS

Pronuncia: af seʃ

Traduzione: il torchiare la ninfea.

Le due donne stanno quindi torchiando un sacco contenente dell’olio nel quale sono stati lasciati in infusione molti fiori di ninfea allo scopo di far cedere loro il profumo. Torchiando la miscela le due donne separano l’olio, diventato profumato, dai fiori infusi.

Le voci relative alla ninfea (da “Dizionario egizio-italiano italiano-egizio” di Livio Secco, Kemet Editore)

Le ninfee nilotiche

Trattando l’argomento delle ninfee nilotiche, è innanzitutto doveroso chiarire una secolare confusione terminologica fra ninfea e loto.

Da un punto di vista strettamente botanico, per loto si intende la pianta Nelumbo nucifera Gaertner, della famiglia delle Nelumbonaceae.

Con il termine ninfea si intendono invece le specie del genere Nymphaea appartenenti alla famiglia delle Nymphaeaceae.

Il loto e le ninfee hanno in comune le caratteristiche di essere piante acquatiche e di produrre fiori appariscenti, ma hanno in comune anche termini vernacolari che hanno incrementato la confusione attorno al “complesso del loto”: la ninfea azzurra è chiamata in inglese “blue lotus” (“loto blu”), mentre la ninfea bianca viene chiamata “white lotus” (“loto bianco”).

Quest’ultima è chiamata dai botanici Nymphaea lotus L. E con white lotus i floricultori indicano anche il vero e proprio loto, Nelumbo nucifera.

Come se non fosse sufficiente, il termine loto è un nome con cui vengono popolarmente chiamate diverse altre piante nel Mediterraneo e in Europa, piante o arbusti non acquatici e che nulla hanno a che vedere con il loto asiatico e con le ninfee.

È il caso di considerare anche che, come ulteriore motivo di confusione, sebbene il vero loto sia di origine asiatica e sia giunto in Egitto solo in epoca tarda, i Greci lo osservarono per la prima volta proprio sul Nilo e lo chiamarono loto egizio (o anche fava egizia), un nome che si diffuse presso le successive culture europee latine e medievali.

Nel 1834 l’italiano Cattaneo cercava di apporre chiarimenti sulla confusione che ruota attorno al termine loto (e della confusione che ruota attorno alle ninfee egiziane si lamentava Spanton nel 1917) scrivendo: “Sembra come se i botanici da un lato abbiano ignorato gli archeologi, e questi a loro volta non apprezzino le distinzioni botaniche”.

E in effetti gli archeologi, inclusi gli egittologi, hanno continuato a denominare nei loro scritti le ninfee col nome di loto, una convenzione che continua tuttora. Finché gli studiosi delle diverse discipline continueranno a chiamare loto le ninfee, la confusione persisterà.

Per questo motivo Samorini propone una nuova sistematizzazione terminologica, che può risultare utile nel campi dell’archeologia, della filologia e più in generale degli studi classici, e dell’etnobotanica. Samorini utilizza il termine loto in un senso strettamente botanico, cioè per “loto”, o meglio “loto asiatico” intende unicamente la Nelumbo nucifera, e chiama Nymphaea caerulea unicamente con il nome di “ninfea azzurra” e Nymphaea lotus col il nome di “ninfea bianca” (Samorini, 2012-13, 2016).

Durante i periodi dinastici, lungo il Nilo erano presenti due specie di ninfee, la ninfea azzurra e la ninfea bianca.

Riguardo il loto asiatico, come detto fu introdotta dall’Asia probabilmente in seguito alla conquista persiana dell’Egitto del VI secolo a.C. (Keimer, 1948).

Oggigiorno la ninfea azzurra è quasi scomparsa sul Nilo, ma durante i periodi dinastici era diffusa dal Delta alla Nubia (Koemoth, 1997).

La ninfea bianca e la ninfea azzurra erano i due fiori più frequentemente coltivati sul Nilo, con l’impiego anche di appositi stagni creati artificialmente (Germer, 1985).

Sintetizzando: i termini esposti nei dizionari, soprattutto vecchi, sono sorpassati dagli studiosi moderni come il SAMORINI.

Posso accettare la denominazione di GIGLIO D’ACQUA dando per sottinteso che si parli di NINFEA.

Il termine LOTO invece no. Non è storico. Non esiste nessun loto egizio fino all’epoca persiana.

Scrittura, Tutankhamon

IL PETTORALE “PARLANTE”

A cura del Docente Livio Secco

Oro, Corniola, Turchese, Feldspato Verde, Lapislazzuli, Calcite.
Dimensioni: Altezza 9 cm; Larghezza 10,5 cm – Museo Egizio del Cairo, JE 61886

L’oggetto di cui vogliamo parlare è un prodotto di oreficeria indubbiamente di altissima qualità artistica. Carter lo trovò, insieme ad altri, in un piccolo cofano decorato da numerosissimi intarsi e rivestito di avorio ed ebano.

Se diamo retta alle iscrizioni ieratiche esterne, una vera e propria etichetta, il cofanetto doveva essere pieno di altri monili utilizzati durante le cerimonie di preparazione e di inumazione. È interessante capire che questi manufatti non furono prodotti per l’evento funebre, ma erano di sicura dotazione del re durante la sua esistenza. Quindi certamente indossati molte volte.

Riflettendoci bene ci viene da pensare che se un simile gioiello fu “scartato” dai ladri durante la seconda intrusione, quelli portati via erano indubbiamente molto più pregiati e più preziosi di questo. Il che, ovviamente, ci lascia allibiti.

Questo monile è un pettorale pur non essendo di grandi dimensioni. La sua altezza è di soli 9 cm mentre la sua larghezza è di 10,5 cm. Esattamente dietro il particolare tondo rosso c’è un gancio a forma tubolare che serviva per sospenderlo ad una catena presumibilmente d’oro anch’essa.

Ciò che diversifica questo gioielli da tanti altri è che, ad una attenta analisi filologica, esso si può scomporre in quattro parti.
Lo scarabeo, i tre tratti verticali sotto di esso, il cestino senza manico posto sul fondo e il disco solare sulla testa del coleottero.
Questi quattro particolari hanno tutti una fonia nella grammatica egizia.
1) Lo scarabeo è il trilittero xpr [keper]
2) I tre tratti verticali sono il monolittero [u], suffisso del plurale che si riallaccia allo scarabeo facendolo pronunciare xprw [keperu]
3) Il cestino senza manico è il bilittero nb [neb]
4) Il disco solare è il bilittero ra [ra]
Agli egittofili più attenti non sarà sfuggito che il monile è parlante nella misura in cui, per quanto specificato sopra, lo si può leggere:
nb-xprw-ra [neb-keperu-ra].

Si tratta del IV Protocollo Reale, il nome di intronizzazione di Tutankahmon, il nome con il quale la diplomazia internazionale lo identificava e con il quale era conosciuto all’estero.
Il suo significato, ma lo abbiamo già esposto in un post precedente, era RA È IL SIGNORE DELLE MANIFESTAZIONI.

Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI SESHSESHET IDU

Di Grazia Musso

La mastaba di Seshseshet Idu

Titoli principali – Figlia del re
Fine V Dinastia e inizio VI Dinastia.

Questa tomba, che fu scoperta da Cecil M. Firth nel 1927, venne costruita dal visir Ihy che Visse all’epoca di Unas alla fine della V Dinastia e fu successivamente usurpata dalla principessa Seshseshet detta Idut, all’inizio della VI Dinastia, che fece apportare notevoli modifiche al decoro originale che sussiste sopratutto nella parete orientale della seconda sala

Questa tomba si distingue per la bellezza dei suoi bassorilievi che ornano cinque delle sue dieci stanze.

Tra le scene più importanti, localizzate nelle prime due stanze, vi sono quelle di carattere nautico, agricolo, di caccia e di pesca, mentre le ultime sono decorate con bassorilievi più convenzionali, relativi alle offerte funerarie e alla loro preparazione.

Fonte

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotyi – Edizioni White Star