Medio Regno, Tarda Dodicesima Dinastia (1850-1750 a.C.) Legno dipinto. Lunghezza: 208,3 cm Provenienza: Medio Egitto, probabilmente Meir. Rogers Fund, 1915 (15.2.2) The Metropolitan Museum of Art – New York
La superficie esterna dipinta a colori vivaci del sarcofago di Khnumnakht, un individuo non meglio identificato eccezion fatta per l’iscrizione che ne riporta il nome, mostra quella molteplicità di testi e pannelli caratteristica della decorazione dei sarcofagi del tardo Medio Regno.
Possiede quanto meno una caratteristica – la figura di una dea all’estremità corrispondente al capo del defunto – che si riscontra piuttosto raramente prima della Tredicesima Dinastia.
Sul lato di fronte al volto della mummia che sta all’interno del cofano, è raffigurata una facciata architettonica dotata di porta per permettere il passaggio dell’anima del defunto (equivalente alla falsa porta dell’Antico Regno); da questa facciata due occhi dipinti scrutano il mondo dei viventi.
Il resto della superficie esterna è suddivisa in pannelli incorniciati da testi i cui caratteri geroglifici sapientemente dipinti dalla mano di un abile artigiano riportano invocazioni e preghiere per varie divinità primordiali e dei, in modo particolare quelli associati alla morte e alla rinascita come Osiride, signore dell’oltretomba e Anubi, il dio sciacallo che sovrintende alla pratica dell’imbalsamazione e ai riti con essa connessi.
Curiosità sul nome Khnumnakht (vedi illustrazione)
Come già detto, poco o niente è noto di questo personaggio a parte il suo nome, Khnumnakht, iscritto più volte sulla superficie del cofano e facilmente riconoscibile.
Si tratta di un nome composto da due elementi: il primo, caratterizzato dall’anfora di pietra (khnm, Gardiner Sign List W9) e dal pulcino di quaglia (w, GSL G43) fa riferimento al dio Khnum dalla testa d’ariete, il ”vasaio divino”; il secondo elemento, caratterizzato dal ramo d’albero (nkht, GSL M3) e dai complementi fonetici “n” (l’onda d’acqua, GSL N35), “kh” (la placenta, GSL Aa1) e “t” (la forma di pane, GSL X1), definisce l’aggettivo “forte”, “vittorioso”:
khnm – nkht = Khnumnakht = “Khnum è vittorioso”
Riferimenti:
P.F. Dorman, P.O. Harper, H. Pittman. The Metropolitan Museum of Art – Egypt and the Ancient Near East. 1987
APPENDICE DI NICO POLLONE
I nomi o le rappresentazioni delle antiche divinità egizie erano spesso rappresentate con riferimenti, associazioni o con eufemismi.
Si poneva ad es. sul capo, il nome stesso o una rappresentazione che la distingueva da altre (tipo un animale o parte di esso, o altro).
Nel sarcofago di Khnumnakht la sola rappresentazione di divinità presente, porta sul capo due elementi distintivi appoggiati su una base porta emblemi. Si tratta, come già detto, di due vasi porta olio o unguento. Un recente suggerimento di Stephen Quirke ( Ancient Egyptian Religion ) spiega Bastet nel significato come di “Colei dal vaso d’unguento”. Ciò si collega all’osservazione che il suo nome era scritto con il geroglifico per unguento jar ( bAs ).
Nel sarcofago di Khnumnakht il nome di Bastet non è inscritto nei testi, forse perché presente in quella rappresentazione.
Non sono riuscito a scaricare il testo, ma sembra sia possibile farlo.
Questo per dire che il nome di Bastet, almeno per coerenza con le prove fin qui viste, sia il più probabile come rappresentazione della divinità.
Quando Howard Carter arrivò nella camera sepolcrale della KV62, trovò, deposti sul pavimento tra il muro Nord e il primo sacrario, i remi magici e altri oggetti rituali.
I remi magici sul pavimento della Kv62 tra il muro nord e il primo sacrario. Foto Harry Burton. Griffith institute.
Nella foto di Harry Burton, contrassegnati con i numeri dal 182 (non visibile) al 192, sono visibili i remi di legno, che Howard Carter riprodusse accuratamente anche nella pianta della stanza.
La pianta della camera sepolcrale di Tutankhamon disegnata da Howard Carter: i remi magici sono visibili a destra. Griffith Institute
I remi avevano la funzione di facilitare il viaggio del re nell’Aldilà, a bordo della barca solare.
I remi 190-192 dopo il processo di conservazione a cui furono sottoposti
Un uso insolito dei remi fu riservato alla mummia del grande faraone Thutmose III: la mummia fu trovata ancora avvolta nelle bende ma i ladri avevano tagliato e parzialmente distrutto le bende per poter rubare lo scarabeo del cuore. La mummia fu riavvolta nell’antichità ma per irrigidire il corpo furono usati dei remi, ancora visibili nella foto.
La mummia di Thutmose III prima di essere sbendata. Visibile il remo utilizzato per rinforzare la mummia. davanti, una scopa rudimentale utilizzata probabilmente dai sacerdoti per cancellare le impronte in uscita dalla tomba. Archivio museo del Cairo
Fonti:
Reeves, Nicholas “ The Complete Tutankhamun. The King, The Tomb, The Royal Treasure.”, Thames & Hudson, ed.2007, pag.85
AAVV, Egypt: Land of the Pharahos,Time Life Books, 1992 pag. 23
Torniamo nella linea di successione della V dinastia dove, raggiunta la maggiore età, Niuserra salì al trono. Niuserra Ini, il cui nome significa “Colui che appartiene al Potere di Ra”, era il figlio minore del faraone Neferirkara Kakai e della Sposa Reale Khentkaus II e fratello di Neferefra.
Di lui si parla in tre liste di re risalenti al Nuovo Regno, la “Lista di Karnak” compilata all’epoca di Tutmosi III, (1479 a.C.), la lista di Abydos, dove occupa il trentesimo posto, commissionata da Seti I, (1290 a.C.), e nella ventiduesima riga della terza colonna del Canone di Torino, dell’epoca di Ramesse II, (1279 a.C.). Di lui non si parla invece nella Lista di Saqqara. Ne parlano invece Sesto Giulio Africano ed Eusebio di Cesarea, che riportano gli “Aegyptiaca” di Manetone, dove compare col nome di Rathurês, probabile forma ellenizzata di Niuserra.
Dal Papiro di Torino la durata del suo regno non è chiara, pare 11 o 34 anni, mentre Manetone gliene assegna 44. Niuserra non fu un grande faraone dal polso fermo, non gli riuscì di frenare l’inarrestabile perdita d’influenza da parte del potere centrale in favore del clero e dei burocrati statali. Si venne a creare un’inflazione nella burocrazia con la creazione di nuove cariche ed un inevitabile moltiplicarsi dei titoli, cosa che venne a discapito del faraone pur rimanendo egli il dio vivente per il popolo.
Ascrivibili al regno di Niuserra sono i più antichi annali reali dell’Antico Regno che riportano dettagli dei faraoni fin dalla I dinastia, ad oggi sono pervenuti solo frammenti che sono però molto danneggiati.
Si pensa che Niuserra abbia avuto due spose reali, ciò lo si deduce da quello che resta delle due piccole piramidi situate presso il confine meridionale della piana di Abusir conosciute come Lepsius XXIV e Lepsius XXV (di cui parleremo nel prossimo articolo). Il nome delle spose non certo, una di esse potrebbe essere stata la regina Reptynub, nota per una statuetta di alabastro rinvenuta nel tempio funerario del faraone, molto probabilmente la madre della principessa Khamerernebty.
Non deve essere stato facile per lui scegliere il luogo per la sua sepoltura. Neferefre era già stato costretto a spostarsi in un punto avanzato nel deserto per rientrare nell’asse principale della necropoli. Non fu facile neppure dal punto di vista economico, si trovava a dover completare il complesso del padre, della madre e del fratello maggiore, oltre al suo. Sceglie l’unica, anche se inconsueta, ubicazione possibile ed ancora libera, vicino alla parete nord del tempio funerario di Neferirkare.
L’insieme di tutte queste circostanze hanno condizionato la costruzione del suo complesso che si presenta del tutto originale. Il primo a visitare il suo complesso fu Lepsius il quale riportò semplicemente i resti della piramide nella carta della regione. Così pure le ricerche di Perring si limitarono al superficiale, fu solo agli inizi del XX secolo che Borcherdt condusse una ricerca più approfondita.
A questo punto vorrei fare un accenno ad un ritrovamento avvenuto nella zona a est della piramide di Niuserra, anche se non ha nulla a che vedere con la piramide. Nel 1902 il governo egiziano decise di costruire una piccola ferrovia verso Halde, durante i lavori di scavo fu rinvenuta occasionalmente la più antica opera greca in Egitto, il poema di Timeo, un dialogo scritto da Platone intorno al 360 a.C. dove si parla della battaglia di Salamina, (480 a.C.), il reperto è oggi conservato nel Museo Egizio di Berlino.
Torniamo alla piramide di Niuserra, il cui nome era: “Eterni sono i luoghi di Niuserra”, questa si presenta con un nucleo formato da sette gradoni di calcare proveniente dalle cave ubicate a metà strada fra le piramidi di Abusir e la piramide a gradoni di Djoser a Saqqara. L’ingresso era situato sotto il livello del suolo a metà della parete nord, il quel punto avrebbe dovuto comparire la cappella votiva che però non fu trovata, anche se, ad onor del vero, Borchardt non l’ha neppure cercata. L’ingresso dava accesso ad un corridoio rivestito di fine calcare bianco con rinforzi di blocchi di granito rosa all’inizio e alla fine. Circa a metà del corridoio si trovava uno sbarramento formato da due blocchi di granito a caduta. Il corridoio aveva un andamento irregolare, scendeva fino ad un vestibolo, poi girava leggermente verso est assumendo una maggiore pendenza. Alla fine sbucava nell’anticamera e, da questa, alla camera funeraria.
Il soffitto delle due camere era formato secondo il metodo predominante a quell’epoca, tre strati sovrapposti di massicci blocchi di calcare sistemati a capriata. Particolare interessante è che questa volta venne usata una tecnica diversa, tra uno strato e l’altro era stata stesa una falda, più o meno regolare, di schegge e pietrisco, probabilmente per distribuire meglio la pressione o, forse, per servire da ammortizzatore in caso di terremoti, quest’ultima ipotesi è tutta da provare e non si sa se l’intenzione fosse proprio quella. L’anticamera e la camera funeraria erano situate appena sotto il livello della base in corrispondenza dell’asse verticale della piramide. Lo stato di devastazione lasciato dai saccheggiatori era tale per cui non è stato possibile ipotizzare una ricostruzione dell’architettura.
Dagli scavi effettuati tra le rovine non è emerso alcun reperto o resti di sepoltura. Il cortile del complesso fu lastricato in calcare e la piramide cultuale, che in un primo momento Borchardt attribuì erroneamente alla regina, era situata vicino all’angolo sud-est. Anche se non fa parte del complesso piramidale di Niuserra ad Abusir mi piace ricordare che questo faraone è noto soprattutto grazie all’esplorazione del suo Tempio Solare ad Abu Gurab posto a circa un chilometro più a nord.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Mario Tosi,”Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke
Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
Grimal Nicolas, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
Martin Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 1977 John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Arnoldo Mondadori, Milano 1967
I papiri egizi più interessanti per l’anatomia descrivono le parti del corpo procedendo dall’alto verso il basso, e sono sopravvissute le sezioni relative alla metà superiore del corpo. Particolare attenzione viene rivolta al cranio, anche se la funzione del cervello in esso contenuto non venne mai riconosciuta dagli Egizi.
Navigare in questo mare di termini ci fa capire quanto evoluta fosse la conoscenza anatomica dei medici dell’epoca. Senza farne l’elenco completo, vediamo i più “particolari”.
Le principali parti della testa ed i loro nomi egizi. Ricordiamoci che i termini egizi arrivavano a descrivere parti specifiche come l’orecchio interno, le fosse nasali e le diverse parti della mandibola
Paradossalmente, il termine più “ostico” è quello per indicare la testa nel suo complesso. Il fatto che esista un simbolo geroglifico specifico (Gardiner D1𓁶) che indica la testa stessa, non è stato d’aiuto. Lo troverete infatti con due traslitterazioni ben distinte, “ḏꜣḏꜣ” (“dada”) e “tp”e gli studiosi discutono ancora su quale sia la più appropriata – benché la prima, “dada” sia la più accettata sia per l’assonanza con il copto che per l’uso figurativo che si incontra nei testi egizi (l’avanguardia di una formazione militare, ad esempio)
“Djennet” è la scatola cranica in sé (più specificatamente l’insieme delle ossa craniali – frontale, etmoide sfenoide, occipitale, parietali e temporali, escluse le ossa facciali) e ci si riferisce ad esso soprattutto per le fratture – ma a volte non da prendere in senso letterale: pare che “una rottura del cranio, che schiaccia il cervello e rende dolorosi i sette fori della testa” sia una forma un po’ melodrammatica per indicare l’influenza. “Ajs n djennet”, le “visceri del cranio” è il termine per indicare il cervello
“Paqyt” o “paket” (pꜣḳt– “guscio di tartaruga” o “coccio di vaso”) sono le ossa parietali. Buon per noi maschietti, per gli Egizi la “tartaruga” era sulla testa, non sugli addominali… Le ossa parietali prendono questo nome probabilmente per il fatto di essere relativamente sottili ma estremamente resistenti proprio come il carapace elle tartarughe o probabilmente perché essendo un osso quadrangolare con la sua faccia esocranica convessa più pronunciata nella sua parte di mezzo dove si trova una tuberosità con linee che lo percorrono ricorda molto il guscio della tartaruga. Per distinguere il significato del termine viene sempre usato in combinazione con il termine “djennet” diventando “il guscio del cranio”
“Tepau” è “ciò che c’è tra le due tartarughe, ed è di pelle”: con ogni probabilità è la “fontanella”, ma è stato ipotizzato che sia la “grande falce” o “falce cerebrale” (la membrana fibrosa derivata dalla dura madre che divide i due emisferi cerebrali) esposta in caso di frattura, o che si riferisca alle suture tra le ossa del cranio.
“Tepau” potrebbe indicare la fontanella (“ciò che c’è tra le ossa del cranio, ed è fatta di pelle”), oppure le suture ossee del cranio
“Netnet” è, ben descritta con straordinaria precisione nel sesto caso illustrato dal papiro Edwin Smith, la dura mater. Il suo determinativo è una pelle di bovino ad indicare la natura membranosa.
“Netnet”, la dura madre (in argento) a protezione degli emisferi cerebrali
“Ma” (mꜣꜥ) è la tempia (regione temporale). È uno dei termini più utilizzati per indicare dove insorge il mal di testa, tanto da essere utilizzato anche come sinonimo di malessere
E il cervello? Tutta questa struttura complessa per proteggere cosa?
“Ajs n djennet”, le “visceri del cranio” la cui funzione rimase sconosciuta agli Antichi Egizi
Purtroppo la medicina egizia non riuscì mai a comprendere le funzioni cerebrali. Abbiamo visto la descrizione fatta sempre nel papiro Edwin Smith del cervello (“Quando esamini un uomo con una ferita sulla testa, che arriva fino all’osso e il suo cranio è fratturato, il suo cervello è esposto; vedrai degli avvolgimenti che sembrano immersi in metallo fuso. Sentirai qualcosa che trema (e) palpita sotto le tue dita come il punto debole nella testa di un bambino che non si è ancora indurita”), ma il fatto stesso che il cervello venisse estratto e gettato durante il processo di imbalsamazione ci racconta come fosse considerato inutile anche per l’aldilà. Però…
Però in qualche modo le funzioni di controllo dovevano essere state intuite.
Il caso 31 del papiro Edwin Smith riporta un caso di dislocazione del collo con danno al midollo spinale (che era conosciuto e descritto, avendo addirittura un simbolo geroglifico dedicato, Gardiner F39 𓄪) e dice che il paziente “non conosceva (controllava) più le braccia e le gambe a causa di ciò”. Perciò in qualche modo si sapeva che interrompendo il midollo spinale il controllo sugli arti veniva perso, ma probabilmente si considerava il midollo soltanto come un “metu” che, affetto da influenze nocive, bloccava gli arti stessi. Peccato, sarebbe stato un enorme passo avanti nella conoscenza medica.
Statua in calcare dipinto del sacerdote Kaemked. Il Cairo, Museo Egizio.
Verso la fine della V dinastia si determinò un notevole rilassamento del potere centrale;
il re non possedeva più l’egemonia come nel passato. infatti la classe dirigente della V e VI dinastia conquista sempre maggior peso all’interno dello Stato faraonico. L’indipendenza raggiunta dai principi dai locali si vede nelle tombe che non sono più costruite intorno alla piramide reale, ma realizzate nelle città di appartenenza. Fra le tante ricordiamo quelle di Elefantina e Abido.
Rilievo con navigazione in un papireto.La disposizione dei fiori di loto intorno all’imbarcazione risponde alla ricerca di una rappresentazione fedele della realtà. Berlino, Egyptisches Museum.
“I ricchi funzionari si fanno seppellire in grandi tombe la cui sovrastruttura in pietra imita la forma delle mastabe reali del protodinastico.
Le pareti degli ambienti interni, concepiti a imitazione delle stanze di una vera abitazione, sono riccamente decorate con rilievi dipinti in cui risalta la brillantezza dei colori e che cercano di riprodurre la vita quotidiana….. Si moltiplicano le statue dei privati che si fanno ritrarre da soli o con i familiari in veri piccoli capolavori in cui, ha un’osservazione attenta dell’individuo, si unisce un modellato dalle soluzioni sempre più nuove”.
Gruppo in calcare ritraente un uomo con la propria famiglia. L’artista è riuscito a trattare il tema del gruppo familiare secondo uno schema originale e dotato di movimento.Brooklyn Museum, New York.
Questo è il periodo in cui alle immense creazioni della IV dinastia seguono “piramidi sempre più piccole, costruite con materiali che non sono più gli immensi blocchi del passato; spesso addirittura poco più che un pietrame incoerente… se tuttavia le piramidi si in piccoliscono e si impoveriscono, In compenso si sviluppano i templi funerali e i templi solari…..
“Generalmente si legge che la VI dinastia è il periodo di decadenza dell’Antico regno. In realtà ciò non è esatto; l’Antico Regno decade solo alla fine della VI dinastia: ancora sotto Pepi II le arti fioriscono, come l’economia del paese; è solo alla fine del regno che la VI dinastia e con essa l’Egitto va incontro alla profonda crisi del potere centralizzato accompagnata da una crisi sociale e delle strutture. Le cause sono molteplici, tra cui citiamo la vita lunghissima di Pepi II e l’eccesso di privilegi concessi ai governatori locali con conseguenze indebolimento del potere centrale.”
Statuina in alabastro di Pepi I. Nonostante sia impostata su una visione perfettamente frontale, la piccola statua anticipa la scultura del suo successore con la madre. Una duplice lettura secondaria è Infatti data dal falco posato sullo schienale,che non solo consente una fruizione dell’opera girandola di 90° ma la stravolge trasformandola in una stele con il nome del sovrano iscritto nel serekh, qualora la si osservi da dietro. New York, Brooklyn Museum.
Statuina in alabastro di Meryraankhnes e di Pepi II. New York, Brooklyn Museum. La visione frontale della regina (a sinistra) è da ritenere la principale. La visione frontale del sovrano (a destra), da considerare un fanciullo nonostante sia rappresentato come un adulto di piccole dimensioni, è secondaria ma ugualmente importante perché centrata sulla figura di Pepi II. ” il gruppo statuario indica una realtà storica che va oltre il rapporto madre figlio. La statua mostra la tutela della regina che fu reggente al posto del re, ancora bambino.”
Piramide di Userkaf. Dopo la breve parentesi degli ultimi re della IV dinastia che avevano privilegiato màstabe come loro sepolture, Userkaf ritornò alla piramide perfetta, “Puri sono i luoghi di Userkaf”. Benché la forma fosse del tutto simile alle piramidi della IV dinastia, quella di Userkaf presentava un nucleo costituito da blocchi grossolanamente squadrati molti dei quali, come testimoniato da scritte in ocra rossa, prelevati da altri monumenti e riutilizzati; l’asportazione totale del rivestimento nei secoli, e specialmente nel medio evo, comportò il crollo totale della piramide di cui non resta, oggi che un informe cumulo di blocchi.
La piramide di Niuserre
Il complesso di Niuserre ad Abu Gorab. Questo faraone ci è noto soprattutto grazie all’esplorazione del suo Tempio Solare ad Abu Gurab. Niuserra costruì il suo complesso funerario tra quelli di Sahura e di Neferirkara, sconvolgendo in gran parte quello di quest’ultimo e distruggendone la parte inferiore della sua Via Cerimoniale per farla rientrare nel proprio complesso. Il nome della sua piramide è “I luoghi di Niuserra sono eterni”. Della sua vita non si conosce nulla. “La scena che vediamo sopra si svolge durante la stagione della piena che permetteva alle barche di arrivare sino alle rampe dell’accesso monumentale, il cui zoccolo si trasformava in un imbarcadero. Dietro l’accesso si vede la rampa, al fianco della quale domina il grande muro di contenimento della terrazza punto e, più in alto si vedono le mura del cortile e l’accesso alto il punto e virgola il tutto è dominato dal grande obelisco”
Veduta esterna di una mastaba La sovrastruttura dell’edificio funerario presentava pareti inclinate che, una volta terminata la costruzione, venivano levigate. Le zone dedicate al culto si trovavano nella parte orientale della costruzione centrale. Il principale luogo per le offerte funerarie era protetto da un edificio sporgente in mattoni o pietra. In seguito tale luogo sarebbe stato trasferito all’interno della sovrastruttura funeraria. La cappella interna consisteva in origine di una sola camera a forma di “L”.
Il termine “mastaba”, arabo, indica in origine le panche in mattoni crudi che hanno la parte verticale inclinata verso l’alto e che sono costruite contro i muri delle case egiziane e nubiane.
Le mastabe dell’antico Regno formano vaste necropoli di cui le principali sono a Giza, Abur Sir, Sakkara.
La sovrastruttura delle mastade dell’epoca è data da un nucleo in muratura a pianta rettangolare, rivestito di calcare.
Questa sovrastruttura è posta sopra l’imboccatura di un pozzo che sprofonda nella roccia per l’accesso alla substruttura che contiene la camera sotterranea in cui era collocato il sarcofago.
La consuetudine decorativa ha inizio con la rappresentazione di una stele, del defunto seduto davanti a un tavolo su cui sono deposte le offerte.
Le offerta erano deposte vicino al sarcofago custodito nella camera funeraria e non erano destinate direttamente al defunto, rappresentavano una riserva per l’eternità
La nicchia si sviluppò in seguito in una serie di ambienti nel corpo della mastaba, gli esempi più noto della VI Dinastia hanno una distribuzione di ambienti articolata e complessa.
Il serdab è uno dei locali più importanti per la sua funzione magica, contiene la statua del defunto.
Mastaba di Ptahshepses ad Abu Sir – V Dinastia Ptahshepses fu giudice in capo e visir sotto Niuserra, di cui sposò la figlia Khamernebty. Nella sua mastaba, di cui vediamo il cortile circondato da pilastri, troviamo i più antichi esempi di colonna lotiforme. Sullo sfondo si vede la piramide di Niuserra
I rilievi scolpiti sulle pareti dei vari ambienti sono scene di vita quotidiana che ci documentano sulle condizioni materiali dell’Antico Regno : semina, mietitura e battitura del grano e altre attività agricole; preparazione e cottura del pane, preparazione della birra, allevamento del bestiame e preparazione delle carni, scene di caccia e pesca e molte altre, tutte con grande ricchezza di particolari.
Questa ricchezza di temi iconografici condusse a un incremento del numero delle sale e quindi le superfici da decorare.
Dalla metà Dell’Antico Regno le costruzioni funerarie non furono più appannaggio esclusivo dei membri della Corte.
Sull’esempio della necropoli della capitale, ora anche in provincia fu avviata la costruzione di sepolture monumentali.
Dove il terreno non consentiva di erigere mastabe, queste vennero sostituite da tombe rupestri.
Fonti
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
Egitto la terra dei Faraoni – Regine Schulz, Matthias Seidel – Konemann
Abbiamo visto come la formazione dei medici avvenisse sia con la comunicazione diretta docente/discepolo (spesso genitore/figlio) sia presso le Per-Ankh, le Case della Vita. Non abbiamo certezze sul fatto che si praticasse anche la dissezione dei cadaveri, ma alcune descrizioni di traumi e delle loro conseguenze del papiro Edwin Smith suggeriscono che, almeno nei casi eccezionali, fosse effettuata. È molto probabile che i medici, soprattutto durante la loro formazione, assistessero ai rituali di imbalsamazione per la mummificazione per studiare gli organi interni. D’altra parte gli imbalsamatori riuscivano ad estrarre gli organi interni da un’incisione relativamente piccola ed estraevano il cervello attraverso l’osso etmoide, di soli 2 cm di diametro, rivelando un’abilità notevole.
Le incisioni praticate nel Nuovo Regno per l’asportazione degli organi interni. Da notare che la lunghezza del taglio era generalmente inferiore ai 15 cm (da “Tutankhamen il Faraone dimenticato” di Philipp Vanderberg).
Set di uncini per l’asportazione del cervello
Le opere di Erofilo di Calcedonia, un medico greco che studiò ad Alessandria nel periodo tolemaico, andate perse ma citate da Celso e Galeno, dimostrerebbero la dissezione fosse praticata in quel periodo (forse anche su condannati a morte ancora in vita…).
Erofilo di Calcedonia: da quanto riportato da Celso e Galeno in epoca tolemaica si praticava la dissezione anche sui prigionieri condannati a morte
Il corpo era diviso in 36 parti principali, ognuna con una sua divinità protettrice come descritto nel Libro dei Morti. Abbiamo già incrociato le divinità associate agli organi interni, protetti dopo la morte dai figli di Horus:
Iside per il fegato (protetto da Imsety, a testa umana, dopo la morte)
Nephti per i polmoni (protetti da Hapi, a testa di babbuino)
Neith per lo stomaco (protetto da Duamutef, a testa di sciacallo)
Selket per l’intestino (protetto da Qebehsenuef, a testa di falco)
Ma abbiamo anche Hathor a proteggere gli occhi, Anubi per le labbra e così via.
Neith sovrintende anche la crescita dei capelli (io devo averla fatta arrabbiare tempo fa…), mentre Ra è legato al viso ed ai lineamenti.
Tutti erano comunque “coordinati” da Thot, che era il nume tutelare dell’individuo.
Vaso canopico destinato a contenere il fegato del defunto con la testa di Imsety e l’invocazione ad Iside, ad esso correlata (Metropolitan Museum di New York, Collezione Davis)
Erano però parte del corpo anche il “ka”, che essendo l’essenza vitale dell’individuo governava la percezione ed il piacere, il “ba”, che possiamo semplificare come la personalità dell’individuo – o meglio la personificazione della sua forza vitale – e l’”ib”, che controllava la volontà ed era identificato come il cuore spirituale.
In generale nel pensiero egizio ogni persona era un microcosmo in cui si specchiavano e coesistevano gli elementi: il “corpo solido” (la terra), il “corpo liquido” (il Nilo), il “calore” (Ra, il sole) ed il respiro (il vento)
In totale esistono più di 100 termini egizi legati all’anatomia (molti legati alla testa ed al cranio). Da notare che i geroglifici per definire le parti esterne del corpo sono derivati per lo più dall’anatomia umana, mentre per gli organi interni si utilizzavano spesso simboli legati agli animali, evidenziando una conoscenza dell’anatomia comparata. Tipico esempio è il simbolo per “cuore”, che è un cuore di bue.
Un’idea della vastità della conoscenza anatomica egizia: le parti del cranio (da “Il tempio dell’uomo” di De Lubicz)
I “METU”
Nonostante questa conoscenza già avanzata per quei tempi, ci sono “scivoloni” grossolani inattesi. I più evidenti sono riferiti al cervello (la cui funzione rimase sconosciuta agli Egizi nonostante gli interventi di chirurgia cranica effettuati) ed ai vasi.
Infatti un solo termine, “metu”, descriveva nervi, tendini, arterie e vene, che sono quindi considerati come appartenenti allo stesso sistema (curiosamente, questa abitudine si è tramandata fino ai giorni nostri con il termine arabo “irk”).
Il numero totale dei “metu” principali era 22 (Papiro di Berlino 163b); quando il termine veniva applicato alle arterie la precisione è sorprendente (la circolazione degli arti inferiori è descritta in maniera paragonabile a quella moderna) ma…nelle credenze egizie TUTTI i liquidi corporei si muovevano nei “metu”. Quindi sangue, urina, feci, muco e liquido seminale, nonché l’aria respirata, si muovevano dal cuore, arrivavano all’ano e di lì venivano ridistribuiti dopo aver espulso le sostanze nocive per il corpo. Nella persona sana questi “succhi” si muovevano in armonia; quando questa armonia veniva meno insorgevano le malattie.
Rimane controverso se gli Egizi avessero compreso appieno la circolazione sanguigna; se da una parte nel Papiro Ebers compare il concetto che il cuore parli alle altre parti del corpo attraverso i “metu” (854a), dall’altra si ribadisce che le arterie contengano aria (855e). Bisogna comunque tenere conto nuovamente che la traduzione dei termini è spesso molto difficile.
Ricostruzione del tempio di Hatshepsutdi Deir-el-Bahari da Minecraft
Il tempio funerario di Hatshepsut, noto anche come Djeser-Djeseru (“Santo fra i Santi”), è un tempio situato sotto le scogliere di Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re in Egitto. Il tempio funerario è dedicato alla divinità solare Amon-Ra, e si trova vicino al tempio di Mentuhotep II, entrambi serviti come fonte di ispirazione e, in seguito, come fonte di materiale edilizio.
Il tempio di Hatshepsut ai giorni nostri come si presenta.
Il cancelliere di Hatshepsut, architetto reale e forse amante Senenmut supervisionò la costruzione e probabilmente progettò il tempio.
Nonostante il vicino e più antico tempio di Mentuhotep sia stato utilizzato come modello, le due strutture sono diverse per molti aspetti. Nel tempio di Hatshepsut vi era una lunga terrazza colonnata che diverge dalla struttura centralizzata del tempio di Mentuhotep, un’anomalia che potrebbe essere stata causata dalla posizione decentrata della camera funeraria.
Vi sono tre livelli di terrazze per un’altezza totale di 35 metri. Ogni livello è formato da una doppia fila di colonne quadrate, con l’eccezione dell’angolo nordoccidentale della terrazza centrale, che usa colonne protodoriche per ospitare la cappella. Queste terrazze sono collegate tra loro tramite lunghe rampe un tempo circondate da giardini con piante esotiche, tra cui alberi di franchincenso e mirra. La struttura a livelli del tempio di Hatshepsut corrisponde alla classica forma tebana, che utilizza piloni, corti, ipostili, corti solari, cappelle e santuari.
Il tempio di Hatshepsut ricostruito in Minecraft.
L’area di Deir el-Bahari era luogo sacro alla dea Hathor e per questo motivo all’estremità sud del secondo colonnato vi è una cappella dedicata alla divinità. La costruzione è costituita da due sale ipostile con pilastri e da un santuario profondo scavato nella roccia preceduto da un vestibolo e dalla stanza per la barca sacra. La dea Hathor è raffigurata spesso come giovenca che esce dalla montagna con la funzione di accogliere i morti.
All’estremità opposta (estremità nord) è presente una seconda cappella dedicata ad Anubi, più piccola rispetto a quella dedicata ad Hathor.
La terrazza superiore è costituita da un portico con 24 statue osiriache della regina (Hatshepsut viene in questo caso ritratta come un uomo) e dall’entrata al santuario principale.
Fotografia del colonnato superiore Osiriano della Regina Hatshepsut.
Quest’ultimo era composto da tre stanze che si succedevano: la prima era la sala della barca, la più grande, che aveva 6 nicchie nelle pareti nord e sud. Da tre gradini si accedeva alla sala della statua di culto (di Amon) e a metà delle due pareti laterali si aprivano due piccoli stretti ambienti per la grande enneade heliopolitana. L’ultima stanza era la sala per la tavola delle offerte dove venivano fatte offerte solo ad Hatshepsut. Il santuario venne successivamente ampliato come luogo di culto di due architetti (Amenofi figlio di Apu e Imhotep) mentre la corte dell’ultimo terrazzo fu usata come sanatoio.
Il tempio funerario doveva avere anche un tempio a valle che però non è stato ancora trovato.
Il portico della terrazza inferiore è decorato nella metà nord con scene relative ai rituali del Basso Egitto e il trionfo della regina sui nemici sconfitti mentre a sud sono presenti scene quali l’estrazione dalla cava e il trasporto dei grandi obelischi nel tempio di Amon Ra a Karnak durante la festa sed della regina.
Il tempio visto frontalmente nella ricostruzione di Minecraft.
Questa bipartizione di temi si ritrova anche nel secondo portico: sul lato sud testi ed immagini parlano di una spedizione nel paese di Punt, una zona esotica sulla costa del Mar Rosso, avvenuta nel IX anno di regno della regina; nel lato nord le scene erano dedicate alla nascita di Hatshepsut con ad esempio il concepimento divino tra il dio Amon e la madre della regina o la stessa Hatshepsut che accompagna il suo vero padre (Tutmosi I) nella visita dei più importanti centri egiziani.
Anche se statue ed ornamenti sono stati rubati o distrutti, sappiamo che la struttura un tempo conteneva due statue di Osiride, un viale costellato di sfingi e molte altre sculture della regina in pose diverse: in piedi, seduta o in ginocchio. Molti di questi ritratti furono distrutti per ordine del figliastro Thutmose III dopo la sua morte.
Calcare dipinto – Altezza cm 49 Saqqara – V Dinastia
La tipologia delle statue funerarie destinate a rappresentare il defunto nella sua dimora eterna sviluppa nel tempo molte soluzioni iconografiche riconducibili a dei schemi rigidi e formali.
Questo gruppo statuario, formato da Ak e sua moglie, raffigura la coppia nella posa convenzionale, sono seduti su un seggio squadrato munito di pedana.
Il colore della pelle é ocra scuro per l’uomo e giallo per la donna.
L’abbigliamento riprende i modelli “classici” dell’epoca.
La moglie, Hetep-her-nofret, abbraccia il marito, questo rivela un tentativo di dare una carica di composto affetto, a una composizione che risulterebbe fredda e impersonale.
Fonte:
I tesoro dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Forse non tutti sanno che… Jean François Champollion eresse anche lui un obelisco, e per di più a Roma.
Vi vedo stupiti e, in effetti, si tratta di una storia davvero poco nota. Ma partiamo da una notizia giornalistica:
“[…] Nel mezzo dei viali, in faccia al gran cancello che mette alla pubblica passeggiata, e rimpetto all’obelisco marmoreo, detto Aureliano, che tiene il centro della medesima, il signor Ambasciatore ne aveva fatto innalzare un altro con trasparenti analoghi geroglifici inscrittivi dal signor Champollion, letterato francese di alto grido per le belle discoperte che riguardano questo linguaggio finora disperato dell’Egizia religione […]” il piccolo passaggio si conclude con la speranza che “[…] della loro spiegazione sia fatta copia ai curiosi […][1]”.
È il 22 giugno 1825, e così si poteva leggere sul numero 49 del “Diario di Roma”, una sorta di quotidiano dell’epoca.
In quell’anno, infatti, Champollion, che aveva presentato l’anno precedente il suo “Resoconto sul sistema geroglifico degli antichi Egizi[2]”, intraprese un viaggio in Italia per confrontare il suo lavoro, finalmente, con reperti geroglifici autentici. Fino ad allora aveva, infatti, solo potuto eseguire i suoi studi su riproduzioni a stampa, e la stessa “Stele di Rosetta”, alla base delle sue intuizioni, gli era pervenuta solo in copia stampata. Prima tappa del suo viaggio italiano fu Torino, dove visitò la Sala dell’Accademia delle Scienze, vero e proprio embrione del futuro Museo Egizio; fu poi a Parma, Pesaro, Napoli, Firenze, dove ebbe modo di conoscere Ippolito Rosellini, e finalmente Roma.
Fu proprio in quest’ultima città, che l’ambasciatore francese, Montmerency-Laval[3], gli chiese di costruire un obelisco, alto da 45 a 50 piedi, per festeggiare, a Roma, l’incoronazione di re Carlo X[4] di Francia prevista per il 28 maggio del 1825.
Si trattava, come intuibile, di un obelisco “effimero”, strutturato in legno e carta, con “pareti” translucide su cui dovevano essere dipinti geroglifici colorati che sarebbero stati illuminati dall’interno. Fu così che Champollion fece quanto richiesto disegnando geroglifici brillantemente colorati che egli stesso, in una sua lettera, definisce classici e derivati da quelli della vicina Piazza del Popolo. La festa, cui era prevista la partecipazione di migliaia d’invitati, e che era aperta anche al popolo[5], fu però rimandata più volte a causa del maltempo. A tal proposito scrive Champollion[6]:
“[…] aspettiamo giorno dopo giorno che il bel cielo d’Italia si mostri degno della sua reputazione […]”.
Causa il tempo inclemente, la festa fu così più volte rimandata e il “Diario di Roma” del 22 giugno, ci informa che, approfittando finalmente del bel tempo, ebbe di fatto luogo il 19 giugno 1825, ma che Champollion, che era ovviamente stato invitato a partecipare alla fastosa ricorrenza che egli stesso aveva contribuito a realizzare, non era presente giacché richiamato in Patria poiché proprio re Carlo X ne aveva richiesta la presenza a Parigi per insignirlo della Legion d’Onore.
La titolatura di Re Carlo X di Francia nei geroglifici di Champollion
Se sappiamo quel che avvenne è per una “Storia del Pontefice Leone XII” e, ancor più, per una lettera di Hermine Ida Hartleben[7], curatrice della raccolta di lettere di Champollion.
L’Ambasciatore francese, deciso, infatti, a tenere la ricorrenza il 19 giugno 1825, incurante del maltempo, diede disposizione di innalzare la “guglia di Champollion” il 17 ma
“[…] un vento di mezzodì soffiò sì impetuosamente che gettolla a terra […]”.
Nell’incidente, data la fragilità dell’“obelisco”, vennero danneggiati irrimediabilmente i perfetti geroglifici di Champollion che, come detto, aveva però ormai lasciato Roma da alcuni giorni diretto a Firenze per proseguire, quindi, alla volta di Parigi.
Montmerency-Laval, l’ambasciatore francese, conscio che i tempi erano decisamente ristretti per poter ottenere un nuovo intervento dell’archeologo, decise di eliminare l’ornamento egizio ma, inaspettata, giunse una sollecitazione che non poté rifiutare. Papa Leone XII, infatti, con un potente cannocchiale riusciva a vedere i preparativi della fastosa cerimonia dalle finestre del suo palazzo[8] e aveva già chiesto di potare alcuni alberi che non gli avrebbero permesso, il giorno della festa, di godere appieno proprio dell’obelisco che egli sapeva realizzato da Champollion. Nessuno degli operai, però, anche per timore superstizioso trattandosi di scritture “pagane”, era certo in grado di ridipingere i geroglifici di Champollion; nell’opera si cimentò Pierre-Narcise Guérin[9] e il 19 l’obelisco venne nuovamente innalzato. Scrisse la Hartleben che i geroglifici scritti da Guérin non avevano la stessa eleganza di quelli di Champollion, ma che l’effetto fu ugualmente splendido e apprezzato dalle quasi diecimila persone presenti.
Il giorno successivo, 20 giugno, l’Ambasciatore scrisse al barone Damare, a Parigi, per narrare della sua festa e perché porgesse al re il suo ossequio; in quest’occasione, peraltro, magnificò l’ottimo lavoro fatto da Champollion.
Che una vitafelice etranquillasia concessaall’unicocui ildominiodelle zonedell’universoè concessoAl realeErededel Signoredel mondoENRICOil tre volteGrandeRegale padred’un Regale figliogrande per leSue vittorieAl ReDel popolo fedeleCARLOXFiglio dellaRegione deiFiordalisiSignoredei Signoridella casatadeiBorboneChe viva in eterno
A coluiche ha ricevutola potenzaRegalequale erededi suo fratelloil ReLUIGIXVIIIA coluiche ha assunto laPSCHENTnel tempiodella cittàdi Reimsnel primoAnnodel suo regnonel mese diPaoniilIVdell’annodi DioSalvatoreMDCCCXXVpersempre
Che laPotenzaRegale siaperpetua inLUIe nei suoiFigli perl’eternitàPerLUIche èfigliodella Chiesapurache egli amaHa fatto realizzareed erigerecon cuore riconoscentequesto obeliscoal Retre volte graziosoADRIANODiMontmerencydevotoal suo Reperl’eternità
Il testo delle quattro facciate dell’obelisco di Champollion (nella traduzione in italiano ho rispettato le righe così come riportate nei volantini con la stesura geroglifica e la relativa traduzione in francese)
[1] In effetti, un tal disegno, con spiegazione dei geroglifici apparve in “Storia del Pontefice Leone XII scritta in francese dal Cavalier Artaud de Montor” a opera del “signor Challamet”. Già festa durante, tuttavia, erano a disposizione degli ospiti volantini con la stesura geroglifica e la relativa traduzione in francese.
[2] “Précis du système hiéroglyphique des anciens égyptiens, ou, Recherche sur les éléments premiers de cette écriture sacrée”, ed. Treuttel & Wurz, Parigi, 1824.
[3]Anne-Adrien-Pierre Montmerency-Laval (1768-1837, ambasciatore presso la Santa Sede dal 1822 al 1828), Pari di Francia.
[4]L’incoronazione, riprendendo una tradizione risalente al 1775 e mai più ripetuta in seguito, avvenne nella Cattedrale di Reims il 28 maggio 1825.
[5] Il “Diario di Roma”, n. 49 del 22 giugno 1825, indica (p. 5) in più di ottomila i partecipanti tra autorità e popolo.
[6] Da “Lettres de Champollion le jeune: Lettres écrites d’Italie”, lettera datata 5 giugno 1825, vol. I, p. 222.
[7]Hermine Ida Hartleben (1846-1919), egittologa tedesca autrice di una biografia di Champollion.
[8] Artaud de Montor, op. cit. p. 494: “[…] il Pontefice provava un grandissimo piacere nell’osservare il corso dei lavori […] armato di un cannocchiale, egli distingueva persino il vestire degli operaj […]. Nello stesso tempo egli s’accorse, in modo da non dubitarne punto, che nella sera della festa egli non avrebbe potuto vedere l’obelisco illuminato perché […] un viale d’alloro impedivagli la visuale […]”.
[9] Pierre-Narcise Guérin (Parigi 1774 – Roma 1833), pittore, Direttore dell’Accademia di Francia a Roma dal 1822 al 1828.