C'era una volta l'Egitto

LA “QUARTA PIRAMIDE DI GIZA”

LA TOMBA DELLA REGINA KHENTKAUS  I

Di Piero Cargnino

La piramide di Kemtkaus

Visto che ci siamo facciamo ancora un giretto nell’immensa necropoli di Giza. Qui, per gli appassionati della storia egizia antica, ci sarebbe da passare una vita intera (e molti lo hanno fatto). Noi non ci passeremo la vita ma mentre ci troviamo qui vediamo se scopriamo ancora qualcosa di interessante.

Dalla piramide di Chefren scendiamo verso oriente spostandoci dai resti della rampa processionale verso sud, poco prima del tempio della valle di Chefren notiamo una costruzione a due gradoni costruita per la regina madre Khentkaus I (o Khentkawes).

Ubicazione della piramide

Si tratta di una piramide singolare, quando la scoprì, nell’immensa distesa sabbiosa, vicino al tempio a valle di Micerino, l’egittologo John Shae Perring la definì la “quarta piramide di Giza”. trattandosi di una tomba a due gradini risalente alla IV dinastia. Diversamente la pensava Richard Lepsius che la annoverò tra le tombe private. Holscher e Reisner la ritennero invece la piramide incompiuta  di Shepseskaf, ma le indagini più accurate condotte da Selim Hassan nel 1932 permisero di attribuirla effettivamente alla regina madre Khentkaus I vissuta a cavallo della IV e V dinastia.

Ma chi era in effetti Khentkaus I? Si presume fosse figlia di Micerino, (molte prove supportano il concetto anche se ancora vengono sollevati dubbi), sposa di Shepseskaf, prima, poi di Userkaf, (fondatore della V dinastia). Come moglie di Userkaf gli viene attribuita la maternità di Sahure e Neferirkare Kakai, anche se una sepoltura così imponente ci porta a supporre che il personaggio abbia avuto un’importanza superiore a quello di una regina sposa.

Secondo Miroslsv Verner, è probabile che Khentkaus sia stata per un breve periodo, reggente al trono per l’altro figlio Thampthis. Secondo Manetone, Menkaure e Thampthis regnarono nella quarta dinastia, ma essendo Khentkaus I la madre di Sahure è di fatto legata anche alla V dinastia. A lei veniva attribuito il titolo di “mwt nswt bity nswt bity”, che Ventikiev tradusse con “La madre dei due re dell’Alto e Basso Egitto”.

Vista però l’imponenza del complesso funerario, con tanto di città piramidale, secondo l’egittologo tedesco Hermann Junker questo andava attribuito sicuramente ad un personaggio molto più importante,  suggerì quindi che il titolo andava letto come “il re dell’Alto e Basso Egitto e la madre del re dell’Alto e del Basso Egitto”. Sono state avanzate molte altre ipotesi ma io mi fermerei qui, per chi fosse interessato ad approfondire esistono numerose pubblicazioni in proposito.

Torniamo dunque alla piramide, questa pare costruita in due fasi coincidenti con i suoi due gradini. Nella prima fase, attorno ad un blocco quasi quadrato di roccia, residuo di cava dove vennero estratte le pietre per le altre piramidi, venne costruita la tomba per ospitare il corpo della regina Khentkaus I, successivamente fu rivestita di bianco calcare di Tura.

La seconda fase, consistette in un ampliamento mediante la costruzione di una grande struttura in pietra calcarea sopra al blocco esistente, Verner suggerisce che nell’intenzione degli architetti ci fosse l’idea di trasformare la tomba in una piramide, idea poi abbandonata per problemi di stabilità delle fondamenta. L’insieme del  complesso funerario di Khentkaus I lascia trasparire una regalità insolita per una semplice moglie del re, i suoi titoli sono di difficile comprensione, se però consideriamo anche il fatto che su una porta viene rappresentata con  tutti i simboli della regalità, inclusa la falsa barba del re, tutto porta a pensare che regnò come re verso la fine della quarta dinastia.

Il suo complesso funerario comprende la  piramide, un tempio della valle, una città piramidale, un serbatoio d’acqua e granai, il tutto è stato catalogato da Lepsius come LG100. Sul lato sud-ovest della piramide, è stata rinvenuta una fossa di circa 30 metri di lunghezza e 4 di profondità, tagliata interamente nella roccia, trova posto la sua barca solare, il riferimento potrebbe essere alla barca notturna, detta “Mesketet”, del dio sole Ra. A questo punto si può ipotizzare l’esistenza anche di un’altra fossa con la barca diurna, detta “Mandet”. L’insieme delle due barche veniva chiamato “Maaty” ed era riferito alla Maat, il principio dell’ordine cosmico. Al momento non mi risulta che sia mai stata cercata. La sovrastruttura della piramide è costituita da due gradoni con una pianta quadrata orientata nord-sud, le pareti sono arricchite da nicchie, ad imitazione di false porte. Alla piramide si accedeva attraverso una maestosa porta in granito rosa, che riportava la titolatura ed il nome di Khentkaus I, da qui un passaggio scende dal pavimento della cappella interna e conduce alla camera funeraria.

Un ritratto della regina Khentkaus I su un blocco di granito dalla sua tomba.

Le pareti della cappella erano coperte di rilievi che oggi si presentano molto danneggiati. Il cunicolo, che scende al di sotto della struttura della piramide, conduce anch’esso, dopo 5,6 metri alla camera funeraria, entrambi sono rivestiti di granito rosa. La camera, che come dimensioni ricorda quella di Shepseskaf a Saqqara, doveva contenere un sarcofago di  alabastro del quale sono stati ritrovati pezzi nella sabbia che riempiva la camera. E’ stato rinvenuto anche un piccolo scarabeo di calcare marrone attribuibile però alla XII dinastia, cosa che fa pensare ad un eventuale riutilizzo della tomba in epoca successiva. La città piramidale si trova ad est della piramide e comprende parecchie strade che separano gruppi di case tutte provviste di granai. Costruite in mattoni crudi, probabilmente ospitavano i sacerdoti e i servitori del complesso piramidale. Attraverso una strada rialzata si giungeva al tempio della valle che si trova nei pressi di quello di Micerino quasi a rimarcare una stretta relazione del sovrano con la regina Khentkaus I. Il tempio della valle, simile a quello di Micerino, era costruito in mattoni crudi rifiniti con calcare bianco e alabastro. L’ingresso si trova sul lato nord e dava accesso ad un vestibolo il cui tetto era sostenuto da quattro colonne. Al suo interno sono stati ritrovati resti di una statua di re ed il corpo di una statua di sfinge. Non ho trovato notizie circa la possibilità di visite da parte dei turisti.

Fonti e bibliografia:

  • Verner Miroslav. “Ulteriori pensieri sul problema di Khentkaus.”, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Aidan Dodson e Dyan Hilton, “Le famiglie reali complete dell’antico Egitto”,  2004
  • Miroslav Verner, “Il complesso piramidale di Khentkaus”, Praha, 1995
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Vol.I – Ed. Ananke, 1012
  • Hassan Selim, “Scavi a Giza (1932-33)”, Il Cairo: Facoltà di Lettere dell’Università egiziana. 1943 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini – Novara 1993
Tutankhamon

LA TUNICA “DALMATICA” DI TUTANKHAMON

Di Patrizia Burlini

Ricostruzione della tunica Dalmatica di Tutankhamon, presso la scuola di tessitura di Borås in Svezia

Nel 1922, all’interno della KV62, Howard Carter scoprì migliaia di oggetti.

Carter non fu il primo ad entrare nella tomba: prima di lui, in almeno due occasioni, i ladri erano riusciti ad accedere asportando, secondo una stima di Carter, almeno il 60% del tesoro. Tra gli oggetti più ricercati dai ladri c’era sicuramente, oltre all’oro, la biancheria.

Lenzuola e coperte risultarono asportate dalla tomba ma i ladri lasciarono alcuni degli indumenti del faraone.

Tuniche, camicie, fusciacche, gonnellini, biancheria intima, copricapi, guanti…tutto era realizzato principalmente in finissimo lino e molti di questi indumenti erano sicuramente stati utilizzati dal re da bambino (soprattutto quelli della cassa Nr. 21)

Tutti questi indumenti erano stati originariamente piegati e arrotolati con estrema cura, ma la stessa attenzione non fu usata purtroppo dagli ufficiali (tra cui il famoso tesoriere Maya la cui statua si trova a Leiden) che sistemarono la tomba dopo il caos lasciato dalle incursioni dei ladri, e che rimisero gli indumenti alla bell’e meglio dentro le casse e gli scrigni, con gravi conseguenze per la loro conservazione.

Nella tomba furono trovate 8 casse contenenti biancheria. L’abbigliamento comprendeva diverse pelli di leopardo (usate dai sacerdoti Sem) e una corazza di cuoio.

Tra gli indumenti, il più bello era sicuramente una tunica, nota come “dalmatica”, poiché rammentava la tunica indossata dai diaconi, utilizzata dal faraone intorno ai 10 anni d’età, identificata da Carter con il numero 367J e conservata al Museo Egizio con il Nr di inventario JE62626.

La tunica dalmatica di Tutankhamon come fu trovata da Carter – foto di Harry Burton (367j)

Si tratta di un superbo esempio di tunica realizzata in un unico pezzo di lino piegato in due all’altezza delle spalle e cucito lungo le cimose, impreziosito da due fasce decorate e ricamate lungo i lati, originariamente di colore blu/verde e marrone, a motivo geometrico e con rappresentazioni di piante ed animali e a me di caccia.

Altra immagini della tunica dalmatica di Tutankhamon. Le maniche sono bene visibili in alto (ormai purtroppo distaccate)

Secondo la maggioranza degli studiosi la decorazione è sicuramente di tipo siriano, forse un dono del regno di Mitanni, anche se alcuni studiosi hanno ipotizzato influenze beduine, a testimonianza dei fiorenti scambi culturali ed economici del periodo, e presenta un collo applicato e ricamato a forma di Ankh, dov’è ben visibile il cartiglio di Nebkheperure (vedere disegno nelle foto), oltre all’albero della vita e formule di benedizione.

Ricostruzione dei ricami del collo della tunica. Il collo risulta applicato e ricamato a forma di Ankh, dov’è ben visibile il cartiglio di Nebkheperure (vedere disegno nelle foto), oltre all’albero della vita e formule di benedizione.

Le maniche, ormai distaccate, erano realizzate in un lino ancora più fine e presentavamo delle frange, ancora visibili. Lunga circa 113,5 cm secondo le note di Howard Carter, probabilmente indossata con una cintura o fusciacca, arrivava al ginocchio.

Disegno e appunti originali di Carter. 
http://www.griffith.ox.ac.uk/gri/carter/367j-c367j-2.html

A differenza delle tuniche utilizzate nell’antico Egitto, bianche o chiare, questa era molto colorata e mantiene ancora molto del colore originale. Purtroppo non ho trovato alcuna foto a colori, se non forse una foto di dettaglio della decorazione delle fasce laterali, pertanto mi baso su quanto dichiarato da Nancy Arthur Hoskins che ha potuto vedere la tunica in varie occasioni, l’ultima nel 2010.

Negli anni ‘90, l’archeologo tessile Dr. Vogelsang-Eastwood, preoccupato per il deterioramento degli indumenti, trovati nei depositi del museo del Cairo nella stessa cassetta in cui li aveva lasciati Carter, organizzò due teams di esperti internazionali per riprodurre 36 degli antichi indumenti, utilizzando metodi di tessitura antichi.

La scuola di tessitura di Borås in Svezia realizzò il tessuto mentre il Stitching Textile Research Centre a Leiden, in Olanda realizzò i ricami e le decorazioni. La splendida tunica del faraone da fanciullo è stata ricostruita come potrete vedere nell’immagine in alto, ricostruzione che aiuta a capire quale di splendore fossero gli abiti dell’epoca.

Probabile foto di parte della decorazione della tunica. Foto: Nino Monastra

Le varie ricostruzioni degli abiti illustrate sono per noi uno splendido tuffo nella moda del tempo.

Fonti:

  • Carter, Howard. “Tutankhamen. Il Mistero di un faraone e l’avventurosa scoperta del suo tesoro.”. Prefazione di Christian Greco, Direttore del Museo Egizio, Torino. Garzanti. Prima edizione 1973, ristampa 2022. Pp. 347-351.
  • Reeves, Nicholas. “The Complete Tutankhamun: the King, the Tomb, the Royal Treasure”. Thames & Hudson, London, 1990, pp. 156-157.
  • Hoskins, Nancy Arthur. “Woven Patterns on Tutankhamun Textiles.” Journal of the American Research Center in Egypt, vol. 47, 2011, pp. 199-215.

Link e approfondimenti:

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I TEMPLI SOLARI

Di Piero Cargnino

Le grandi piramidi non si costruiscono più, già con Micerino abbiamo visto un ridimensionamento notevole anche se la piramide era ancora costruita in dura roccia. D’ora in poi le piramidi sono tutte di dimensioni ridotte ma quel che è peggio è che con tutta probabilità le tecniche usate in precedenza non vengono più applicate (o sono andate perse), con il passare del tempo si ricorre addirittura ai deteriorabili mattoni di fango del Nilo.

Tempio solare di Abusir

Con la V dinastia però nasce un particolare modello architettonico che esce dai canoni precedenti e che riguarda i templi funerari, il Tempio solare che consiste in un luogo di culto e non di sepoltura.

Immagine in 3d del Tempio del Sole di Nyuserre

Fino ad allora l’edificio di culto per il sovrano consisteva in una intricata struttura che comprendeva diversi atri e corridoi immersi nell’oscurità che conducevano al punto più sacro del naos, il sacrario che si trovava immerso nella più fitta oscurità. Al contrario al Tempio solare si accedeva attraverso un corridoio che si trovava solo in penombra e, transitando attraverso corridoi immersi nel buio più denso, si raggiungeva il cortile sacro, completamente aperto ed inondato dalla luce del sole.

Immagine in 3d del Tempio solare di Userkaf

Il Tempio solare era dedicato al dio sole Ra al tramonto, infatti erano tutti rivolti ad ovest. Pare che il primo tempio solare ad essere stato individuato sia quello di Userkaf ad Abu Gurab denominato “Nekhen Ra” (fortezza di Ra) mentre quello che si è conservato meglio è quello di Niuserra “Shesepu-ib-Ra” (Delizia del cuore di Ra).

L’elemento maggiormente caratteristico del Tempio solare è l’obelisco che veniva eretto al centro del cortile con davanti un altare per le offerte. Come avveniva per la piramidi, anche i Templi solari erano dotati di rampa cerimoniale (spesso coperta) che collegava il tempio principale con un tempio a valle costruito sulla riva del Nilo.

Vasi nel cortile del tempio del Sole di Niuserre, Abu Ghurab

I templi solari hanno origini nel lontano predinastico dove gli adoratori del sole, chiamati Shemsu-Hor (interessante quello rinvenuto ad Eliopoli), studiavano le stelle prima della levata del “Signore dei due orizzonti” (il Sole) e dalla loro posizione individuavano i periodi dell’anno più favorevoli ai lavori agricoli stabilendo anche la data della piena del Nilo.

Allevamento di pellicani. Frammento di parete del Tempio del Sole di Nyuserre Ini ad Abu Gurab

La costruzione era orientata in modo che la luce passando attraverso le porte andava ad illuminare per due o tre minuti il sacrario, come fosse un luminoso lampo di luce. Costruire un Tempio solare era un lavoro molto impegnativo che  richiedeva numerose cerimonie alle quali partecipava anche il sovrano che, con l’ausilio dei sacerdoti, inaugurava la cosiddetta cerimonia della “Stesura della corda”, il tutto sotto la protezione della dea Seshat, chiamata in questo caso la “Signora della prima pietra”, cerimonia che consisteva nel trovare il giusto orientamento con il sole nascente.

Fabbricazione di barche di papiro. dal Tempio del Sole di Nyuserre

Con la fine della V dinastia anche l’importanza del tempio solare diminuirà notevolmente per ritornare in auge nel Nuovo Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2000
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 2007
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
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IL “REGNO DEI FIGLI DEL SOLE”

Di Piero Cargnino

LA V DINASTIA

Nei precedenti articoli abbiamo accennato al fatto che, il periodo che segna la fine della IV dinastia e l’inizio della V, sia stato abbastanza travagliato. Le varie liste dei faraoni non ci sono di molto aiuto, Manetone, nella versione di Sesto Africano, dopo Shepseskaf, cita un ulteriore faraone di nome Thampththis, (o, grecizzato in Djedefptah o Djedefhor),  che però a tutt’oggi non ha trovato alcun riscontro archeologico. Secondo le altre liste, l’ultimo faraone della IV dinastia fu Shepseskaf ed il Canone Reale di Torino, come già detto, in questo punto è molto lacunoso anche se, dopo Menkaura, lascia effettivamente spazio per altri due sovrani. Djedefhor lo troviamo menzionato in una iscrizione nello Uadi Hammamat dopo i nomi di Cheope, Djedefra e Chefren e prima di quello di un altro fratello, Bafra. Trattasi dell’unica traccia visibile che lo nomini con il fratello Bafra, ma nulla attesta che abbiano effettivamente regnato per cui il loro regno è decisamente molto dubbio. Il suo nome compare anche nella saga dei racconti popolari del papiro Westcar, risalente al Medio Regno, circa 1000 anni dopo, all’epoca degli Hyksos. A questo punto entra in gioco un nome che abbiamo già trattato, quello della regina Khentkaus I. Nel racconto del papiro Westcar si parla di Rudjedjet come moglie di un sacerdote del culto eliopolitano Sachebu;  Rudjedjet sarebbe la madre dei “Figli del Sole”, i primi tre re della V dinastia, concepiti dallo stesso dio solare Ra. Secondo alcuni egittologi Rudjedjet non sarebbe altro che uno pseudonimo attribuito a Khentkaus I, probabile figlia di Menkaure, moglie di Shepseskaf, prima sarebbe stata anche la moglie di Userkaf, quindi madre di Sahure e Neferirkare Kakai, il secondo ed il terzo re della V dinastia, quindi moglie e madre dei “Figli del Sole”. Come detto nell’articolo precedente, a Khentkaus I fu attribuito il titolo di “Madre dei due Re dell’Alto e del Basso Egitto”, ma secondo Junker il fatto che “Nesut-bity” sia ripetuto due volte starebbe a significare che Khentkaus I fu dapprima “Re dell’Alto e Basso Egitto” poi  “Madre del re dell’Alto e del Basso Egitto”. Se fu veramente regina non ci è dato a sapere per certo, sicuramente lo fu poi come moglie di Userkaf, il primo re della V dinastia.

Quello che non è chiaro è perché Manetone abbia fatto iniziare una nuova dinastia se Userkaf era discendente del ramo secondario della famiglia di Cheope e, per di più, aveva sposato Khentkaus I la figlia di Menkaure. Non mi addentrerei oltre nel dedalo di ipotesi che sono state formulate sull’inizio della V dinastia che, come potete vedere, è abbastanza incerto e nebuloso. Esula inoltre dallo scopo che mi sono prefissato, quello cioè di trattare le piramidi egizie, seppure senza trascurare di inserire il tutto in un contesto storico comprensibile. Per fare ciò è dunque necessario conoscere un po’ della V dinastia cosa che andiamo a fare. Da sottolineare il fatto che, nonostante i tentativi di Shepseskaf di accentuare la rottura col clero solare e liberarsi del potere sempre crescente dei sacerdoti eliopolitani, il suo successore nulla fece per contrastare tale potere anzi, sotto il suo regno la casta sacerdotale di Eliopoli incominciò ad esercitare un’influenza senza precedenti che via via aumentò estendendosi per l’intera dinastia. La V dinastia può, a ragione, definirsi una dinastia solare, anche se il culto del dio Sole in questo periodo non fu esclusivo come lo sarà ai tempi di Akhenaton, le altre divinità, fra cui le dee dell’Alto e del Basso Egitto, erano ugualmente venerate. In questo periodo, più che in altri, si ritrova un mutamento quasi radicale nei titoli reali, sei dei nove faraoni della dinastia inclusero l’elemento “Ra” nel loro nome. Non è chiaro perché ne sia privo Userkaf ma una cosa è certa, con lui nasce il grande tempio del Sole che si suppone copiato dal tempio di Ra-Atum ad Eliopoli.

Molto simile ai complessi funerari delle piramidi, ingresso a valle e la rampa cerimoniale che porta ad un livello superiore dove, nel punto più alto, in luogo della piramide si trova un basamento a forma di piramide tronca sul quale poggia un tozzo obelisco. L’obelisco doveva ricordare l’antichissima pietra “benben” di Eliopoli, il tutto a simboleggiare un raggio di sole.

Dei nove re che compongono la V dinastia ben sei eressero simili templi del Sole anche se è possibile attribuirne la corretta paternità solo a due, quello di Userkaf e quello di Niuserra. Più che alla sua piramide, Userkaf badò alla costruzione del suo grande tempio per il culto di Ra a circa 3 km a nord del suo complesso funerario, nei pressi dell’odierno villaggio di Abusir, al quale dette il nome di “Neken di Ra”, (Neken, in greco Hierakompolis, era il centro del potere dei faraoni dell’Alto Egitto prima dell’unificazione delle due terre verso la fine del IV millennio a.C.). Assegnando questo nome al suo tempio solare, Userkaf voleva forse rimarcare la volontà di procedere ad unificare l’intero Egitto sotto il culto solare, una vittoria definitiva del dio Ra.

Con la V dinastia fioriscono i commerci, spedizioni (non sempre pacifiche), vengono inviate a Byblos, in Nubia e nella lontana terra di Punt. Da qui un episodio curioso, il capo della spedizione portò da Punt al suo sovrano un nano che ballava per il suo divertimento. Fiorisce anche la letteratura, è probabilmente in quest’epoca che nasce quella che conosciamo come “Insegnamenti di Ptahhotep” dall’omonimo visir del faraone Djedkare. Lo scritto è un ammaestramento dell’uomo in piena armonia con la visione egizia del tempo e le esigenze dello Stato. Dalla composizione emerge tutta la considerazione e l’apprezzamento che gli antichi egizi avevano per la bellezza ed il potere della parola.

Durante la V dinastia, almeno per la prima metà, assistiamo ad un rafforzamento del culto del dio Sole Ra (o Re) come si riscontra nella presenza della particella “ra” nel nome dei sovrani. Questi si fanno costruire complessi funerari le cui dimensioni non hanno nulla da invidiare ad alcuni della precedente dinastia, in essi spiccano i templi solari. Si intensificano i rapporti con altri paesi, da Biblos viene importato il legno di cedro mentre dalla bassa Nubia e da Punt giungono in Egitto animali esotici. La V dinastia terminerà, senza grandi traumi, con Unis, ma verso la fine si assiste ad un rafforzamento del potere provinciale, i nomarchi ed il clero entrano spesso in contrasto con il potere centrale.

Fonti e bibliografia:

  • Alì Hassan, “Le regine della IV dinastia”, Egitto: SCA Press, 1997
  • Michael Rice, “Whos Who of Ancient Egypt” New York: Routledge, 2002
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Mario Tosi,”Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia
  • Miroslav Verner, “The Pyramids”. New York: First Grove Press, 2001
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008 Paolo Bondielli, Mediterraneo Antico – web
Mai cosa simile fu fatta

LA STATUA DI SCRIBA

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 51, larghezza cm 31
Saqqara, Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1893
Inizi della V Dinastia – Museo Egizio del Cairo

La figura dello scriba era molto importante nella civiltà egizia.

Egli era un letterato, un uomo colto e preparato nella “Casa della Vita’. a esercitare la “Prima fra tutte le professioni”.

Questa statua raffigura il personaggio nella posizione consueta, seduto a gambe incrociate, con il rotolo di papiro aperto sul gonnellino teso.

L’atteggiamento non sfugge allo stereotipo e solo i lineamenti precisi del volto emergono dall’insieme come tratti caratterizzanti dell’individuo.

Fonte

I tesoro dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Templi

IL TEMPIO SOLARE DI NIUSERRA

Di Grazia Musso

Questo monumento è situato a circa cinquecento metri a nord – ovest del tempio di Userkaf, ed è stato costruito da Niuserra, sesto re della V Dinastia.

Il tempio, scoperto da John Perring nel 1837 e conosciuto col nome “Piramide di Righa”, venne scavato tra il 1898 e il 1837 da una missione archeologica tedesca diretta da Ludwig Borchardt, Friedrich W. Von Bissing è Heinrich Shaffer.

Il tempio solare faceva parte di un complesso che comprendeva strutture diverse costituite da tre elementi principali :

  • Il tempio alto
  • La rampa processionale
  • Il tempio in valle

Il tempio alto o tempio solare propriamente detto, era costituito da un vestibolo che immetteva in un cortile che misurava 100 x 75 metri, circondato da un muro di pietra e dominato da un grande obelisco costruito con blocchi di pietra sopra a un basamento a forma di piramide tronca, alta oggi 15 metri, davanti al quale si trovava un altare sacrificale in alabastro dal diametro di circa 6 metri.

L’ obelisco simboleggia a il benben, la pietra sulla quale il sole, al momento della creazione del mondo, posò per la prima volta i suoi raggi.

Al fianco dell’obelisco, sul lato sud, vi era una cappella alla quale era annessa la cosiddetta ” camera delle stagioni” i cui bassorilievi, che si trovano in gran parte al Museo Archeologico di Berlino, celebrano la forza generatrice e procreatrice del dio solare sulla natura.

Infine, presso il muro di cinta all’angolo nord – est, si trovano delle aree destinate alla macellazione degli animali per i sacrifici, la cui presenza è indicata da una serie di 10 grandi bacili di alabastro e da una serie di magazzini.

Al di fuori del muro di cinta è ancora visibile una fossa naviforne di mattoni crudi, destinata a contenere una barca o a rappresentare essa stessa un simulacro di barca.

Fonte:

Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Foto modello del tempio di Luisa Bovitutti

Vita quotidiana

L’OSTRAKON DELLE ASSENZE DAL LAVORO

Di Patrizia Burlini

Dal British Museum un ostrakon con risvolti simpatici.

Si tratta di un registro di presenza risalente a 3270 anni fa e riporta le ragioni per cui alcuni operai non si presentarono al lavoro.

Risalente al 40mo anno del regno di Ramses II, rappresenta il registro di presenza per 280 gg all’anno. 40 nomi sono elencati assieme ad una data, mentre in rosso sono indicati i motivi dell’assenza. Eccone alcuni divertenti

🍺 stava spillando la birra

🦂 é stato punto da uno scorpione

👁 infiammazione all’occhio

✏ é andato a prendere la pietra per lo scriba

🚪 stava rinforzando la porta

🏗️ si stava costruendo la casa

Ostracon con registro delle presenze al lavoro. Tebe , Egitto, 1250 BC.

Calcare, XIX Dinastia

Inv EA5634 – British Museum Londra

Fonte:

https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA5634

Nuovo Regno

L’ANATRA PORTAPROFUMI

Di Ivo Prezioso

Mi ha molto colpito questo contenitore per profumi, apparso sul N. 19 del maggio 2019 della rivista NileMagazine. Lo trovo straordinariamente raffinato ed elegante. La didascalia recita: Contenitore per cosmetico a forma d’anatra © WALTERS ART MUSEUM, BALTIMORA. INV. NO. 71.519

Le ali di questo affascinante contenitore per cosmetici, realizzato in avorio di ippopotamo/elefante ed osso, si aprono verso l’esterno, rivelando il vano in cui inserire il prodotto.

La coda dell’ anatra è legata alla fertilità e alla rigenerazione, come a simboleggiare che il trucco contenuto in un oggetto avente queste sembianze avrebbe aiutato il suo utilizzatore a compiere una vera e propria magia di ringiovanimento e rigenerazione. Il reperto è datato al Nuovo Regno.

Trovo assolutamente straordinaria la realizzazione delle ali mobili e la loro decorazione.

Foto: The Walters Art Museum, Baltimora MD

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LA PEINTURE EGYPTIENNE

Par Arpag Mekhitarian

Presentato da Patrizia Burlini

1954, Editions d’Art Albert Skira, Genève, Paris, New York

É la prima e preziosa edizione rilegata di un’opera che illustra magnificamente la pittura egiziana dal regno di Thutmose III all’epoca ramesside.

Il libro presenta 95 riproduzioni a colori, in carta lucida, applicate come delle cartoline sulle pagine.

La qualità della carta é magnifica ma ciò che colpisce é la descrizione minuziosa dei dipinti nel loro contesto storico, il racconto dei sentimenti e dello spirito di un popolo unico visto attraverso gli occhi delle rappresentazioni pittoriche.

Una lettura davvero piacevole e entusiasmante.

Il libro é ovviamente fuori produzione ma si trova ancora nel mercato dell’usato a prezzi davvero interessanti per la qualità dell’opera.

https://www.ibs.it/peinture-egyptienne…/e/2560005065873…

https://www.amazon.it/Peinture…/dp/B00E4AEB5W/ref=nodl_…

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

IL NANO SENEB

Di Grazia Musso

Gruppo statuario del nano Seneb e della sua famiglia.
Calcare dipinto, Altezza cm 34, Larghezza c. 22,5
Giza, tomba di Seneb – Scavi di Junker
Fine della V Dinastia e inizio VI Dinastia
Museo Egizio del Cairo, JE 51280

Il grande senso di armonia che è presente in tutta l’arte egizia, si avverte ancora di più in questo gruppo di famiglia.

Il capofamiglia, responsabile del guardaroba del faraone, è affetto da nanismo ed è qui rappresentato con crudo realismo: la testa grande, il corpo tozzo, gli arti sproporzionatamente piccoli.

L’artista ha inserito tutti i personaggi, evitando che la deformità dell’uomo sbilanciasse l’insieme.

Seneb è ritratto accanto alla moglie, su un seggio parallelepipedo, con braccia incrociate sul petto e le gambe incrociate sul davanti, nella posizione di scriba.

La sposa è seduta nella posizione tradizionale.

Nello spazio che dovevano occupare le gambe di Seneb, lo scultore ha inserito i due figli della coppia, in piedi.

Seneb ha una capigliatura corta e nera, grandi occhi, naso e bocca pronunciati e orecchie piccole.

Indossa un gonnellino bianco.

La moglie, Senetites, indossa una parrucca nera e liscia e una una lunga tunica bianca.

Le braccia circondano, con un gesto affettuoso il marito.

I bambini sono raffigurati nudi, entrambi con il dito in bocca.

Alla base del seggio sono incisi i nomi e i titoli dei quattro personaggi.

La scultura fu rinvenuta all’interno del piccolo naos in calcare nella tomba di Seneb a Giza.

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti -fotografia Araldo De Luca -Edizioni White Star