Tombe

LA TOMBA DI HERKHUF

Principe di Elefantina

Di Francesco Alba

Qubbet el-Hawa, Aswan (QH34n)

Situata nei pressi di Qubbet el-Hawa, di fronte ad Aswan, la tomba del principe Herkhuf, nomarca di Elefantina, risale agli ultimi tempi dell’Antico Regno (Sesta Dinastia).

Le formule funerarie incluse nei testi contenuti in essa esprimono il desiderio che il defunto possa avviarsi in pace lungo i sentieri sacri del Regno d’Occidente, quelli attraverso i quali passano gli spiriti riveriti, per potere infine ascendere al Regno Celeste, come un essere venerato. In tal senso Herkhuf afferma che nella sua vita terrena ha conformato le sue azioni alla Regola della Ma’at:

«Io sono un uomo capace, amato da suo padre, elogiato da sua madre e amato da ogni suo fratello. Ho dato il pane all’affamato, rivestito gli ignudi, ho traghettato colui che non possedeva una barca. . .

Io sono uno che dice il bene e ripete ciò che ama. Non ho mai riferito qualcosa di malvagio ad un superiore in modo tale che questi agisse contro qualcuno, poiché io desidero che il mio nome sia perfetto di fronte al grande Dio. Non ho mai giudicato due (parti) in modo tale che un figlio fosse privato dell’eredità di suo padre»

Ma le iscrizioni più interessanti riportate sulle pareti della tomba sono quelle che trasmettono informazioni suggestive sulle spedizioni che questo importante personaggio compì nelle terre di Yam, a sud dell’Egitto, da dove tornò con prodotti esotici e con un pigmeo catturato in quei luoghi, che avrebbe destato l’interesse entusiastico del giovanissimo Pepi II (2246-2152 a.C.), successore di Merenra:

«Hai detto […] che hai portato un pigmeo (deneg nel testo originale) dalla terra degli Abitanti dell’Orizzonte a est […]. Hai detto alla mia Persona che mai ne è stato riportato uno simile da nessun altro che abbia prima percorso Iam […]. Vieni dunque in barca alla Residenza (la reggia del faraone a Menfi), immediatamente. Lascia gli altri e porta con te questo pigmeo, che tu riporti dalla terra degli Abitanti dell’Orizzonte, vivo, sano e salvo, per le danze del dio e per rallegrare il cuore del Re dell’Alto e del Basso Egitto…».

È un passo della missiva che Pepi II fece pervenire ad Harkhuf, in risposta a un messaggio in cui questi annunciava il suo imminente ritorno con merci di grande valore e, appunto, con un pigmeo.

La tomba di Herkhuf presso Qubbet el-Hawa

Veniamo così a sapere che il principe di Elefantina, dopo aver raggiunto, per ordine del suo faraone, la mitica terra di Iam e attraversato uno dei più ostili deserti d’Egitto, stava navigando il Nilo per raggiungere Pepi II nella capitale Menfi. Le merci che Harkhuf portava in Egitto erano certamente tra le più richieste a corte:

«Io discesi con trecento asini carichi d’incenso, ebano, balsamo, cassia, pelli di leopardo, zanne di elefante, bastoni da getto, tutte cose belle e di valore»

Ma a Pepi II interessava la sicurezza del pigmeo. Infatti così prosegue la lettera del faraone:

«Se egli (il pigmeo) è con te sulla nave, disponi degli uomini capaci, che stiano attorno a lui ai due fianchi della nave per evitare che cada in acqua. Se dorme la notte, metti degli uomini a dormire intorno a lui nella sua cabina. Fa’ un controllo dieci volte per notte. La mia Persona desidera vedere questo pigmeo più di tutti i prodotti della terra di Punt…».

Si ritiene che Pepi II abbia governato l’Egitto per novantaquattro anni, ma quando egli dettò questa missiva forse ne aveva soltanto nove o dieci. Dalle sue parole traspare infatti l’entusiasmo di un bambino per un dono così raro e straordinario.

Herkhuf. . . in caratteri geroglifici (riferimento: Gardiner’s Sign List)

il viso d’uomo (D2) = hr (rafforzato da: la matassa di lino (V28) = h, la bocca (D21) = r ;

La placenta (Aa1) = kh ;

Il pulcino di quaglia (G43) = w ;

La vipera cornuta (I9) = f.

Hr kh w f = Herkhuf

Riferimenti

Robledo Casanova – El Juicio de los Muertos en el antiguo Egipto Egiptología 2.0. N°15 – Abril 2019

https://www.archeologiaviva.it/3695/harkhuf-e-il-pigmeo-del-faraone/

https://123dok.org/article/l-autobiografia-di-harkhuf-iscrizioni-da-qubbet-hawa.7q0386vq

Tutankhamon

I LETTI FUNERARI DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Le tre teste nelle foto originali di Burton

Legno stuccato ricoperto in oro, lunghezza 181-236 cm, altezza massima 134-188 cm, Grand Egyptian Museum di Giza, Carter 35, 73 e 137

All’interno dell’Anticamera sono stati trovati tre letti funerari rituali, realizzati in legno stuccato e dorato a forma di animali sacri. Sono letteralmente i primi oggetti visti da Carter e Carnarvon all’apertura della tomba, quelli che hanno fatto mormorare a Carter “Sì, cose meravigliose”.

Le prime immagini viste da Carter e Carnarvon all’apertura della tomba, con i letti funerari in fila rivolti in direzione nord verso la Camera del Sarcofago

I telai dei letti sono a forma affusolata degli animali che rappresentano; le zampe sono unite da un secondo telaio inferiore per irrobustire la struttura. Le pediere sono fissate direttamente alle sponde zoomorfe. Le code si incurvano sui corpi ai lati della pediera, che è decorata su ogni faccia con tre pannelli: i due esterni rappresentano coppie di colonne djed – associate a Osiride e interessate alla rinascita – mentre il pannello centrale richiama la protezione di Iside raffigurando il suo nodo tyet. I letti erano stati progettati in parti distinte, da essere assemblate nella tomba; Carter utilizzò il processo inverso, smontandoli come da progetto originale per estrarli e portarli in laboratorio per la conservazione.

Il primo letto, a testa di leone, nell’Anticamera

I tre letti sarebbero dedicati ad Iside-Mehtet (testa di leone), Mehet-Weret (testa a forma di vacca, con corna liriformi che racchiudono un disco solare), ed a Ammut, la divinità chimerica che divora il cuore del defunto in caso di giudizio infausto alla “pesatura del cuore”. Ammut è normalmente raffigurata con testa di coccodrillo, zampe anteriori di leone e zampe posteriori di ippopotamo, mentre qui è rappresentata con testa di ippopotamo, corpo di coccodrillo e zampe feline.

E il terzo letto raffigurante Ammut. Al di sotto si vede il foro praticato dai tombaroli per accedere all’Annesso

Le teste di ippopotamo hanno bocche aperte, denti d’avorio e lingue rosse in evidenza (di avorio dipinte in rosso), e sono coperte da parrucche con lembi che terminano sulle gambe. Una svista dello scriba addetto alle iscrizioni ha inoltre invertito Iside-Mehtet e Mehet-Weret (o forse una svista nell’assemblaggio dei letti).

La bocca di Ammut ha i denti in vero avorio, come anche la lingua dipinta in rosso

Non sono ovviamente “letti” utilizzati in vita per dormire; fanno parte del corredo funerario con significati di protezione del defunto. Nelle iscrizioni i riferimenti sono al Faraone come Osiride.

Di particolare importanza il letto dedicato a Iside-Mehtet con teste di leone (quello ritrovato più vicino alla Camera del Sarcofago). Nell’iconografia egizia il defunto è spesso rappresentato su un letto funerario a testa leonina durante il processo di mummificazione (vedi tomba di Nefertari che abbiamo visto qui: https://www.facebook.com/photo/?fbid=10218242733330757…) sotto gli auspici di Anubi e con la protezione di Iside e Nefti.

Il corpo di Nefertari, rappresentato nel colore verde della rinascita, sul letto funerario a testa leonina, protetta da Iside e Nefti in forma di falchi

Le due teste di leone possono anche rappresentare i due “leoni dell’orizzonte” – “Sef” (Ieri) e “Duau” (Domani) – come simbolo di rinascita. Il naso e le “lacrime” sotto agli occhi sono in pasta vitrea azzurra. Gli occhi sono in quarzo trasparente dipinto nella parte posteriore.

Anche il letto con le teste di vacca ha un particolare rilievo. Rappresenta Mehet-Weret, spesso associata ad Iside, responsabile della resurrezione del defunto (la divinità celeste gioca un ruolo importante nella nascita del dio sole, di cui porta il disco). È da lei, il cielo notturno, che ogni giorno nasce il dio sole. Le “macchie” a trifoglio in pasta vitrea sul corpo di colore blu potrebbero essere legate alla volta celeste. Anche la dea del cielo, Nut, è a volte rappresentata in forma bovina, e il dio del sole è raffigurato mentre naviga sulla sua schiena.

I particolari delle teste al vecchio Museo Egizio del Cairo

La Mucca Celestiale si ritrova anche sul più esterno dei quattro sacrari della Camera del Sarcofago dove si trova inciso parte del “Libro della Mucca Celeste”. Secondo Reeves, il letto dedicato a Mehet-weret sarebbe quindi una sorta di barca solare che avrebbe accompagnato il Faraone nel suo viaggio ultraterreno.

Da notare che in senso lato, l’immagine del letto è spesso associata alla nascita divina del Faraone e fa parte della “Ma’at” – è un oggetto fondamentale dell’arredo di una casa che, se distrutto, indicherebbe la distruzione del focolare e della vita domestica. Nella tomba di Tutankhamon sono stati ritrovati ben 6 letti, oltre a quelli funerari, a sottolinearne l’importanza.

Tomba di Sennedjem (TT1): il defunto mummificato sul letto funerario con testa leonina

Tra il 2017 ed il 2018 sono stati tutti trasportati al Grand Egyptian Museum di Giza in attesa della sua apertura ufficiale al pubblico

Gli esami spettroscopici moderni effettuati per analizzare i reperti e verificare eventuali danni
L’imballaggio per il trasporto al nuovo Grand Egyptian Museum di Giza
E’ stata utilizzata un’azienda giapponese specializzata per prevenire danni durante lo spostamento

Fonti:

  • Museo Egizio del Cairo
  • Grand Egyptian Museum, Giza
  • Howard Carter, Tutankhamon, 1984
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives

Foto: Museo Egizio del Cairo, kairoinfo4u on flickr, JICA (Japan International Cooperation Agency), The Griffith Institute

Nuovo Regno, Oggetti rituali

IL GIARDINO FUNERARIO

Di Patrizia Burlini

Qui è rappresentato il particolare di un rilievo dalla Tomba di Renni a El Kab (Renni era nomarca di el Kab per Amenhotep I e Grande Sacerdote di Nekhbet), raffigurante due danzatori muu con copricapo (in basso a destra) in piedi all’interno di un edificio, accanto a un giardino con piscina rettangolare, palme, sicomori e due obelischi. Il dio funerario Anubi si trova in una sacrario a sinistra.

Secondo Emma Brunner-Traut in “Der Tanz im Alten Ägypten (La danza nell’antico Egitto, 1938)“ gli spazi che si trovano sopra i due muu sono probabilmente una rappresentazione delle stanze interne dell’edificio mentre questo giardino rappresenta il giardino ideale per gli Egizi della XVIII Dinastia, con alberi, obelischi ed una bella piscina.

Forse avrete notato anche un particolare nel giardino e cioè un reticolo verde. Si tratta del cosiddetto Giardino Funerario, un rettangolo di circa 3 x 2 metri, diviso in compartimenti interni destinati ad ospitare diverse varietà di fiori , piante e frutti dal valore simbolico, soprattutto durante i riti funerari. Tra di esse l’albero della Persea (rinascita), i fiori di loto (rinascita), la lattuga (fertilità), il tamarisco ecc

Ebbene, nel 2017 gli archeologi spagnoli del Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán hanno ritrovato per la prima volta, sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor, un antico giardino funerario, di fronte alla tomba di Sinuhé, un alto funzionario egiziano vissuto nel 1900 a.C., durante il regno del faraone Sesostri I, XII Dinastia.

Il giardino funerario scoperto dal Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán, sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor
Altra immagine del giardino funerario scoperto da Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor

Nel giardino era ancora presente la radice e il tronco di un tamarisco e una ciotola con frutta e datteri, resti di un’offerta rituale.

Una ricostruzione del giardino funerario scoperto da Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor

Tra i semi identificati nel giardino, sono stati trovati coriandolo, un tipo di cucurbitacee, simile a un melone non dolce, e parti di fiori della famiglia delle asteracee.

La ciotola con i datteri e la frutta trovata lungo il recinto del giardino funerario

Esiste una pubblicazione a proposito dei giardini nell’Antico Egitto, ad opera di Silvana Cincotto ed Andrea Ghisolfi disponibile QUI:

Fonti:

Approfondimenti:

Stele

LA STELE DI NEBNEFER

Di Grazia Musso e Nico Pollone

Nr. inv. 1533

Materiale: pietra/calcare, vernice

Dimensioni: 27 x 17,5 x 4 cm

Data: 1292–1190 a.C

Periodo: Nuovo Regno

Dinastia: XIX dinastia

Provenienza: Deir el-Medina

Acquisizione: Collezione Drovetti (1824)

CGT: 50060

Posizione del museo: Sala 06 Vetrina 07 

Una dea raffigurata sotto forma di serpente .

La superficie della stele è occupata da una serie di 12 serpenti sopra una scena di offerta.

Testo colonne frontali: da sinistra a destra

Siano date lodi a Mertseger sovrana dell’occidente, signora del cielo, sovrana di tutti gli dei, affinchè lei dia vita, forza e salute al ka della signora della casa Uab, giusta di voce e in pace.

Lato destro

Il servitore del signore delle due terre nella sede della verità Nebnefer giusto di voce. Suo figlio Pauebekhnu, giusto di voce.

Lato sinistro

Il servitore nella sede della verità Nebnefer giusto di voce. Sua figlia Henutshenu, giusta di voce.

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

IL BUSTO DI ANKH-HAF

Di Patrizia Burlini

Magnifico busto in calcare dipinto del principe Ankh-Haf (h. 50,5 cm) risalente al regno di Khafre, 2558-2532 a.C., IV dinastia. Giza, tomba G 7510, scavata dalla Harvard University-Boston Museum of Fine Arts. MFA Inv. 27.442

Nell’antico Egitto, gli artisti raramente creavano ritratti realistici ma piuttosto dei ritratti idealizzati. Questo busto di Ankh-Haf infrange questa “regola”. È realizzato in calcare ricoperto da un sottile strato di gesso, e rappresenta il volto di un vero individuo.

Magnifico il modellato e la resa delle fisionomia del principe

Questa scultura dimostra la straordinaria abilità degli artisti dell’Antico Regno che avevano la capacità di realizzare dei ritratti assolutamente realistici quando chiamati a farlo.

Dalle iscrizioni nella sua tomba, sappiamo che Ankh-Haf era il figlio del re Snefru, fratellastro del re Khufu (Cheope), e che servì Khafre (Chefren) come visir e sorvegliante delle opere. In quest’ultima veste, potrebbe aver supervisionato la costruzione della seconda piramide nel complesso di Giza e la scultura della sfinge.

Ricostruzione (un po’ allucinata) del busto di Ankh-Haf con occhi, barba e baffi dipinti

Ankh-Haf è citato infatti nel papiro di Merer, di cui ha parlato il nostro Ivo Prezioso in un’esaustiva presentazione sul sito di Wadi al-Jarf.

Le caratteristiche di Ankh-Haf sono quelle di un uomo maturo. Le sue palpebre si abbassano leggermente sugli occhi originariamente dipinti di bianco con pupille marroni. I solchi diagonali ai lati della bocca conferiscono un aspetto severo. Sembra che originariamente la statua presentasse una barba corta realizzata con un pezzo di gesso separato. La barba, così come le orecchie, è andata persa nell’antichità. Il suo sguardo è quello di un uomo imponente e determinato, qualcuno abituato a dare ordini e ad essere obbedito. Era il modo in cui voleva essere ricordato per l’eternità.

Ricostruzione della collocazione del busto di Ankh Haf da parte di Bolshakov

La mastaba di Ankh-Haf era la più grande della grande necropoli orientale di Giza. Il suo busto era installato in una cappella di mattoni di fango attaccata al lato est della tomba e orientato in modo tale da fronteggiare l’ingresso della cappella. Le pareti della cappella erano coperte da bassorilievi squisitamente modellati. È stato suggerito che le braccia di Ankh-Haf fossero scolpite sul basso piedistallo su cui sedeva, facendolo apparire ancora più realistico. È possibile che le braccia reggessero un tavolo di offerte con più di novanta modelli di cibi e bevande per Ankh-Haf da gustare nell’aldilà. L’esatta funzione del busto non è chiara ed è stato scoperto disteso sul pavimento della cappella di mattoni di fango appena fuori dalla tomba. Questa insolita disposizione è presente anche nella tomba di Visir Idu (sesta dinastia) situata vicino alla G 7510. È possibile che gli scultori di Idu abbiano usato il busto di Ankh-Haf come esempio o prototipo.

Ma qual era l’aspetto originario del busto di Ankh-Haf? Ho postato l’immagine del volto ricostruito e la ricostruzione del busto nella sua possibile originaria posizione, così come presentato nel Journal of the Museum of Fine Art, Boston Volume 3 1991 in un articolo scritto dal dott. Andrey Bolshakov (Custode delle antichità egizie all’Hermitage Museum, Leningrado) . Secondo Bolshakov, il busto sarebbe stato posto di fronte ad una falsa porta e ad un tavolo per le offerte, così come appare nella tomba di Idu (G 7102).Il busto sarebbe stato incastrato nella falsa porta, così come appenare nella ricostruzione di Bolshakov allegata al post. L’immagine è una combinazione di una foto del 1927 della tomba di Idu con il busto di Ankh-Haf sovrapposto su di essa.

Ankh-Haf è citato nel cosiddetto Diario di Merer, un testo su papiro ritrovato nel sito portuale di Wadi al-Jarf, sul Mar Rosso, associato al progetto della piramide di Cheope (Akhet Khufu, l’Orizzonte di Khufu).

Fonti:

C'era una volta l'Egitto, Piramidi

IL MISTERO DELLE SETTE PIRAMIDI

Di Piero Cargnino

Con quella di Micerino abbiamo trattato tutte le sette piramidi maggiori e più misteriose. Maggiori perché sono le più grandi giunte fino a noi, misteriose perché non ci dicono nulla.

In effetti non sappiamo con certezza chi, come, quando e perché sono state costruite. Non siamo neppure certi che all’inizio gli antichi egizi (o chi per essi) avessero intenzione di costruire delle piramidi nel vero senso della parola.

Per quanto riguarda le prime due, la piramide a gradoni di Djoser e quella, sempre a gradoni, di Uni (o Snefru) a Maidum più che piramidi ricordano gli ziqqurat mesopotamici; se l’idea fosse stata quella di erigere una piramide perfetta, quella di Djoser sarebbe stata ultimata mentre quella di Maidum magari sarebbe comunque crollata per una ragione che non ci è dato a sapere. 

La piramide romboidale non è una piramide perfetta in quanto presenta una doppia inclinazione, ed anche qui c’è da chiedersi se ciò è dovuto alla necessità di alleggerire il peso della parte superiore, come affermano la maggior parte degli studiosi, oppure se non sia una cosa voluta dagli architetti che l’hanno costruita.

Personalmente non credo che i costruttori, chiunque essi siano, in possesso di una tecnologia che li metteva in grado di erigere simili opere abbiano potuto sbagliare i calcoli così grossolanamente. Senza contare che se ad un certo punto avessero individuato la comparsa di crepe già a metà della costruzione, secondo la logica, sarebbero subito corsi ai ripari provvedendo in qualche modo, non credo che avrebbero rischiato il collasso dell’edificio proseguendo il lavoro solo riducendo di poco il peso sovrastante per poi ultimarlo con addirittura il paramento completo in calcare che ancora oggi possiamo ammirare.

Inizierei a parlare di vere e proprie piramidi da quella Rossa di Snefru a Dashur ed a seguire quella di Cheope, Chefren e Micerino.

Si sarebbe portati a pensare che anche le piramidi, come ogni altro manufatto di qualsiasi genere, e non solo in tempi antichi, generalmente passa attraverso diversi stadi e man mano viene perfezionato.

Nel caso delle sette piramidi egizie parrebbe che la cosa sia proprio avvenuta più o meno così. Ma proviamo a prendere in considerazione anche le opinioni di altri studiosi che non accettano le teorie degli “accademici”, peraltro prive di prove certe.

In molti sostengono che le tre piramidi di Giza e la Sfinge risalgano a parecchi anni (o secoli) prima dell’epoca di Cheope. In questo caso ci troveremmo di fronte ad una considerazione che si fonda su fatti credibili e condivisi. Se consideriamo ogni aspetto della conoscenza egizia notiamo una completezza in vari campi fin dall’inizio della loro storia. Le scienze, le tecniche artistiche ed architettoniche ed il loro esprimersi con i geroglifici non denotano alcun segno di una fase di “evoluzione”; in effetti molti dei compimenti delle prime dinastie non solo non sono stati mai superati, ma neanche eguagliati in seguito.

Il Prof. Roccati ci teneva a sottolineare che i primi geroglifici venivano tracciati con una precisione quasi maniacale, nulla a che vedere con quelli più tardi. Ma allora viene da chiedersi: come fa a sorgere dal “nulla” una civiltà così complessa ed organizzata, anche nei minimi particolari, come lo è stata quella antico egizia? Tanto per fare un paragone oggi viaggiamo su lussuose e tecnologicamente avanzate automobili, se le paragoniamo a quelle del primo 900 non ci sono dubbi sull’esistenza di un processo di “evoluzione”. Ma questo non è paragonabile a ciò che riscontriamo nell’antico Egitto, li c’è già tutto fin dall’inizio.

L’unica risposta a questo mistero è che la civiltà egizia non sia frutto di una “evoluzione” bensì di un “retaggio”. La risposta parrebbe ovvia ma, poiché è contraria al prevalente pensiero accademico dei nostri giorni, raramente viene considerata in modo serio. L’egittologia accademica, principalmente basata sugli “Aegyptiaca” di Manetone e sulle “Storie” di Erodoto e di altri storici antichi, afferma che lo Stato egiziano iniziò a formarsi con la I dinastia intorno al 3100 a.C. In questo modo però si rischia di confondere il termine “Stato” con “Cultura”. Nessuna obiezione sul fatto di quando si è formato lo Stato egiziano ma non va trascurato il fatto che lo Stato ha riunito un insieme di culture, forse meno note, ma già affermate le quali hanno condizionato le culture meno avanzate.

Parliamo della cultura gerzeana che risale al 3500 a.C. circa, la amratiana risalente al 4000 a.C. circa e la cultura badariana che risale ad oltre 5500 a.C. Basti pensare che nella città di Ieracompoli sono stati ritrovati i resti di un forno per le alte temperature che risale al 3650 a.C. Lo storico Michael Rice afferma che sono state trovate ceramiche risalenti a 1000 anni prima di una durezza quasi come quella del metallo e dello spessore di un guscio d’uovo, prodotte dalla cultura badariana e non si sa spiegare come avessero acquisito le tecniche necessarie per azionare forni che raggiungessero così alte temperature.

Sono misteri la cui soluzione è ancora di là da venire, Mark Lehner, un archeologo al di sopra di ogni sospetto afferma:

<<……ho come una sensazione istintiva che vi sia qualcosa sotto la Sfinge e che una specie di mistero circondi le piramidi. Mi piace pensare a tutto ciò come a un qualcosa di pulsante……>>.

Ho voluto scrivere questo articolo perché ciò di cui si parla non è “fantarcheologia” ma solo “archeologia alternativa”.

Fonti e bibliografia:

  • Philipp von Zabern, “Chronology of the Egyptian Pharaohs”, Mainz am Rhein, (1997)
  • Alessandro Roccati, “Atlante dell’antico Egitto”,  Istituto geografico De Agostini, (1980)
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Istituto Poligrafico dello stato, Roma, 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori – 1997
  • Pietro Sgroj, “Storie” di Erodoto – Newton & Compton editori
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Tascabili Newton Mark Lehner, Venture Inwards, maggio-giugno 1996
C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LE PIRAMIDI DELLE REGINE DI MICERINO

Di Piero Cargnino

Come molti altri faraoni anche Micerino fece costruire delle piramidi secondarie per le sue regine che fanno bella mostra di se a sud della piramide principale. Si tratta delle piramidi minori denominate G3-a, G3-b e G3-c; esse dovrebbero essere (in questo caso il condizionale è d’obbligo) le sepolture della regina Khamerernebti II, della regina Rakhetra e di un’altra regina o famigliare di Micerino di cui non si sa nulla.

PIRAMIDE DI KHAMERERNEBTI II

Secondo George Reisner la G3-a avrebbe ospitato la sepoltura della regina Khamerernebti II ma secondo altri studiosi la regina sarebbe stata sepolta nella G3-b, la disputa è tutt’ora aperta. Khamerernebti II è una figlia di Chefren, sposa del fratello Micerino e madre del principe Khuenra. Il suo nome significa “Apparizione dell’Amato dalle Due Signore” (le dee Uadjet e Nekhbet) ed è la figlia della regina Khamerernebti I, moglie di Chefren, lo testimonia un’iscrizione nella sua tomba. Il nome di Khamerernebti I compare su di un coltello di selce rinvenuto nel tempio funerario di Micerino dove viene identificata come la “Madre del re”. La cosiddetta “Tomba di Galarza” a Giza, probabilmente progettata in origine per la regina  Khamerernebti I fu poi assegnata alla figlia, Khamerernebti II, sull’architrave dell’ingresso è riportato un testo dove vengono elencati i titoli di madre e figlia.

<<  …….Madre del Re dell’Alto e Basso Egitto, Madre del dio, Colei che vede Horus e Seth, Grande dello Scettro-hetes, Grande di lode, Sacerdotessa di Djehuti,  Sacerdotessa di Tjasepef, Sposa grandemente amata del Re, Figlia del Re, del Suo corpo, Riverita Signora, Onorata dal Grande Dio, Khamerernebti I……. >>.

<< ……..La sua Primogenita, Colei che vede Horus e Seth, Grande dello Scettro-hetes, Grande di lode, Sacerdotessa di Djehuti, Sacerdotessa di Tjasepef, Colei che siede con Horus, Colei che è unita all’amato delle Due Signore (Uadjet e Nekhbet), Sposa grandemente amata del Re, Figlia del Re, del suo corpo, Riverita Signora, Onorata da suo Padre, Khamerernebti II……… >>.

Comunque è molto probabile che  Khamerernebti II sia stata sepolta  nella piramide G3-a che è l’unica a presentarsi come una vera piramide priva di gradoni. La piramide ha una base di 44 m per lato e un’altezza di 28,40 m, in origine doveva essere rivestita in granito. L’ingresso alla parte ipogea si trova a metà della parete nord poco sopra il suolo. Attraverso un corridoio discendente si raggiunge la camera funeraria che si trova in corrispondenza del centro della piramide. All’interno un sarcofago in granito rosa si trovava incassato nel pavimento, dentro di esso vennero rinvenuti oggetti in ceramica e resti di legno carbonizzato. Proprio di fronte al lato orientale della piramide era situato un tempio in mattoni crudi, comprendeva una grande corte con nicchie nella parete nord e colonne di legno in quella a sud. Una stretta cappella cultuale, arricchita, ai lati dell’ingresso alla camera sacrificale, da due profonde nicchie. A nord-ovest del tempio si trovavano alcuni depositi mentre una scalinata saliva alla terrazza. In un primo momento alcuni ipotizzarono che si trattasse della piramide cultuale originaria del sovrano ma la presenza del sarcofago indica in modo evidente che si tratta di una tomba vera e propria, Reisner la attribuisce a Khamerernebti II moglie di Micerino. Secondo altri studiosi invece, la piramide era in origine cultuale finché la regina consorte non vi fu trasferita dalla “tomba Galarza” (citata sopra). Khamerernebti II compare in una statua con il marito Micerino al Museum of Fine Arts di Boston.

PIRAMIDE DI RAKHETRA

Anch’essa figlia del faraone Chefren probabilmente fu anche lei una moglie di Micerino anche se il nome del suo consorte non compare in nessun documento archeologico ma è verosimile che sia stata comunque la sposa di un successore di Chefren. Il suo nome significa “Compagna di Ra” e viene esplicitamente indicata come figlia di Chefren in una iscrizione presente nella tomba di Kaemnefert, “Servitore del ka” (hemu ka) sacerdote addetto al culto dell’anima di un defunto. Rakhetra vantava i titolo di “Figlia del re-del Suo corpo, Colei che vede Horus e Seth, Grande dello scettro hetes e sposa del re”. Non è certo che la piramide G3-b sia appartenuta alla regina Rakhetra, nel qual caso anch’essa avrebbe dovuto essere stata trasferita successivamente. Secondo Selim Hassan la sua tomba si troverebbe presso una mastaba in pietra nella zona centrale della necropoli di Giza indicata come Tomba di Rekhit-Ra con la sigla G 8530. In essa venne rinvenuto un sarcofago vuoto con  le ossa di una zampa di toro sul coperchio, fuori dal sarcofago alcuni resti di ossa umane. Tornando alla  piramide G3-b l’ingresso era situato alcuni metri prima della parete nord dove un breve corridoio discendente dava accesso a due camere disassate rispetto al centro della piramide, al suo interno un sarcofago in granito rosa, addossato alla parete occidentale, si trovava lo scheletro di una giovane donna.

PIRAMIDE G3-C

Per quanto riguarda la piramide G3-c non è possibile avanzare alcuna ipotesi riguardo a chi sia appartenuta, l’ingresso e la parte ipogea ricalcano quella della G3-b, con due camere, ma non c’è nessun sarcofago ne tracce di sepoltura. Seppur piccole, un po’ malandate, forse anche un po’ trascurate, le Piramidi delle Regine di Micerino, come tutte le altre, fanno pur sempre parte della meravigliosa civiltà egizia per cui ho ritenuto che fossero degne di nota.

Fonti e bibliografia:

  • Reisner, George Andrew, “Una storia della necropoli di Giza”, Harvard University Press, Cambridge; Roth, Silke, 1942
  • Aidan Dodson & Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson 2004
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”,  De Agostini, Novara 1993
  • Riccardo Manzini, “Conoscere le piramidi”,  Ananke, 2007
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Callender, Vivienne G. & Peter Jánosi. “The Tomb of Queen Khamerernebty II at Giza.”         Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Abteilung Kairo 53, 1997
  • Zahi Hawass, “The Discovery of the Satellite Pyramid of Khufu”, Museum of Fine Arts, Boston 1996)
Statue

IL KOUROS DI PALAIKASTRO

Di Giuseppe Esposito

Una recente scoperta (1987-1990), ha aperto nuove prospettive ai rapporti tra la Creta del TM IB[1] e l’Egitto del Nuovo Regno: il c.d. Kouros[2] di Palaikastro[3].

Fig. 1 L’abitato di Palaikastro

Si tratta di una statua maschile alta circa 50 cm. (la più grande[4] scultura minoica mai rinvenuta). All’atto del ritrovamento, in strati di detriti derivanti da un incendio risalente al TM IB, la statua risultava spezzata, fin dall’antichità, in più parti[5] verosimilmente da ladri per asportarne le parti in oro o comunque preziose. Benché danneggiata dall’incendio e dall’opera dei vandali, l’opera è quasi completa giacché è mancante solo di una fascia all’altezza della vita e del volto; la fattura è decisamente di eccellente livello là ove si consideri, ad esempio, la presenza dei rilievi delle vene su entrambe le mani ed i piedi. Alta, come sopra detto, circa 50 cm. presenta nella parte inferiore due prolungamenti che dovevano servire ad incastrarla su una base (persa) forse in legno.

Fig. 2 Il Kouros di Palaikastro

Fig. 3 Kouros di Palaikastro (particolare del piede su cui è possibile notare il rilevamento dei vasi sanguigni)

La figura è stata ricavata da quattro distinti pezzi di avorio d’ippopotamo usando i canini inferiori per il torso e i due larghi incisivi inferiori per le gambe; si tratta di una straordinaria scultura composita, con anima in legno, parti, come sopra visto, d’avorio d’ippopotamo, placcata in oro, con capelli in serpentina, occhi in cristallo di rocca, mentre sandali e perizoma (perduti) dovevano essere in oro.

Aldilà della preziosità artistica del reperto, tuttavia, quel che qui ci interessa è individuare eventuali rimandi all’Egitto: intanto un primo punto di contatto è certamente dato dalle zanne d’avorio d’ippopotamo usate per rivestire l’anima in legno, ma l’attenzione degli studiosi si è appuntata principalmente sulle proporzioni tra le varie parti.

Come noto, infatti, gli egizi lavoravano su griglie che costituivano, di fatto, il canone cui appoggiarsi per le giuste proporzioni statuarie e pittoriche: dalla V alla XXVI dinastia (salvo il periodo dell’eresia amarniana[6]), sappiamo che la griglia compositiva orizzontale era basata su 18 parti uguali[7], e che tale larghezza tra le linee della griglia non poteva, per ovvi motivi, derivare da misure metriche, bensì dalle misure standardizzate di alcune parti anatomiche[8]: le dita principali, le mani e le braccia da cui derivano, conseguentemente, il pollice, i palmi (= 4 dita), il cubito (= 6 palmi) ed il cubito reale (= 7 palmi). Studi in tal senso hanno consentito di indicare che la distanza tra le righe orizzontali della griglia egizia era pari (fatte le debite proporzioni a seconda delle dimensioni del dipinto) a 1 palmo + 1 pollice[9].

Fig. 4 Esempi di griglie compositive di dipinti egizi

Per quanto riguarda il Kouros di Palaikastro, ferma restando una valutazione di estetica sulla parte mancante a livello della vita (valutata in circa 9 mm sul totale di circa 50 cm. della statua), sono state sperimentalmente provate più griglie[10] giungendo ad appuntare l’attenzione sulla perfezione con cui sono state rese dall’antico artista le mani del personaggio ed individuare una griglia basata sulla distanza tra le nocche quasi identica a quella egizia.

In base a tale ipotesi, il Kouros di Palaikastro si basa su una griglia di 21 linee[11] tra la pianta dei piedi e l’attaccatura dei capelli[12]:

Fig. 5 Griglia compositiva da 21 righe sovrapposta al Kouros di Palaikastro

Si è cercato empiricamente di stabilire la posizione dell’ombelico (orientativamente all’altezza della linea orizzontale 13) e tale ipotesi, oltre che la riprova della correttezza della griglia prescelta, è stata suffragata dalla sovrapposizione della griglia da 21 linee all’affresco del pescatore di Thera.

Si è così appurato che le tre righe aggiuntive (da 18 a 21 totali), che danno alla statua minoica uno sviluppo verticale maggiore ed una maggiore eleganza, sono comprese nella fascia tra i capezzoli e la parte superiore delle ginocchia[13].

Fig. 6 Griglia compositiva da 21 righe sovrapposta al pescatore di Thera

Nonostante la differenza nel numero di righe della griglia compositiva, tuttavia, considerando peraltro che si tratta di un’opera tridimensionale in cui la griglia stessa non è visibile durante l’intera lavorazione (come avviene invece nel disegno bidimensionale), è possibile dedurre che i rapporti proporzionali sono gli stessi del canone egizio[14] e chi creò l’opera nel TM IB doveva essere bene a conoscenza dei metodi d’oltremare[15]; tale transfer culturale, specie là ove si consideri anche l’uso dell’avorio d’ippopotamo quasi certamente di importazione egizia, deve essere avvenuto non episodicamente, ma fu verosimilmente il risultato di un lavoro di bottega o di un addestramento tecnico artistico di scuola egizia.

Altre prove del transfer culturale cui si è sopra accennato, derivano da frammenti di dipinti dei palazzi “F” e “G” di Tell el-Dab’a, di ispirazione tipicamente minoica, nonché dall’analisi dei dipinti parietali delle Tombe dei Nobili di Luxor… ma questa è tutta un’altra storia!

Fig. 7 Ipotesi ricostruttiva del Kouros di Palaikastro


[1]     TM IB (Tardo Minoico), suddivisione del più vasto periodo Neo-Palaziale (1700-1425 a.C.), dal 1480 al 1425 a.C.

[2]     Kouros = ragazzo (pl. kouroi); tale termine in epoca recente ha sostituito quello di “apollino”, che veniva utilizzato con specifico riferimento a statue di culto, per indicare statue che non avevano, di fatto, valenza religiosa. 

[3]     Località orientale dell’Isola di Creta. Le prime tracce di un piccolo insediamento risalgono al 2900 a.C. Successivamente, intorno al 1900 a.C., l’insediamento divenne un centro abitato di considerevoli dimensioni, urbanisticamente ben strutturato (fig. 4.49), che intratteneva contatti anche con Paesi stranieri  tra cui l’Egitto e l’Asia Minore (J.A. Mac Gillivray e L.H. Sackett, 2010). Intorno al 1760 a.C. l’abitato venne distrutto da un terremoto (Mac Gillivray e Sackett, 2010) cui seguì la ricostruzione. Intorno al 1570 (Knappett e Cunningham, 2003) il territorio fu nuovamente colpito, e seriamente danneggiato, da un altro terremoto prima che, a  causa dell’eruzione di Thera/Santorini, l’intera regione fosse ricoperta da uno strato di cenere e la città fosse inondata da uno o più tsunami, di almeno 9 m., che ridusse gli edifici alle esclusive fondamenta (Bruins, 2008). Si hanno successivamente ancora evidenze di ulteriori distruzioni dovute ad incendi, forse di natura bellica (TM IB); proprio dagli strati di questa distruzione proviene il kouros che dal centro prende il nome. 

[4]     Weingarten, “Measure for measure: what the Palaikastro Kouros can tell us about Minoan Society, in Aegaeum n. 12, pp. 249-264”, 1995, Liegi.

[5]     Testa, torso, mani e piedi vennero rinvenuti in una strada prospiciente l’edificio B5, mentre le gambe si trovarono, tempo dopo, nella stanza 2 del medesimo edificio B5.

[6]     Durante il periodo dell’eresia Amarniana la griglia si basava su 20 unità (Robins 1985 e Robins e Fowler 1994).

[7]     Verso la fine del Medio regno e gli inizi della XVIII dinastia, le linee orizzontali della griglia intersecavano la figura maschile (Weingarten, 1995, citato) in:

  • linea 18: attaccatura dei capelli;
  • linea 17: base del naso;
  • linea 16: giunzione tra il collo e le spalle;
  • linea 14: capezzoli;
  • linea 11: ombelico;
  • linea 9: anca;     
  • linea 6: parte superiore del ginocchio;
  • linea 0: suolo.

Le linee verticali della griglia intersecavano le orizzontali, equidistanti tra loro, partendo da una linea base nella parte anteriore dell’orecchio.

[8]     Weingarten 1995, citato.

[9]     Iversen “Canon and Proportion in Egyptian Art”, 1995, Londra.

[10]   Weingarten 1995, citato.

[11]   Weingarten 1995, citato.

[12]   Punti di intersecazione della griglia da 21 linee orizzontali applicata al Kouros (Weingarten, 1995, citato):

  • linea 21: attaccatura dei capelli;
  • linea 18: parte superiore delle spalle;
  • linea 17: capezzoli ed ascelle (i capezzoli sono innaturalmente più in alto);
  • linea 11: due piccoli fori all’altezza delle anche (forse l’attaccatura di genitali applicati);
  • linea 10: attaccatura delle gambe;
  • linea 6: parte superiore del ginocchio;
  • linea 0: suolo.

[13]   Una all’altezza delle cosce (variando così il canone egizio di quest’area da tre a quattro righe); una tra i capezzoli e l’ombelico (da tre a quattro righe) e l’ultima tra l’ombelico e l’attaccatura delle gambe (da due a tre righe).

[14]   Weingarten 1995, citato.

[15]   Weingarten 1995, citato.

Stele

LA STELE DELLA RONDINE E DELLA GATTA

Di Grazia Musso e Nico Pollone

XIX Dinastia – Museo Egizio di Torino Cat. 1591 = CGT 50056.
Vecchia collezione Drovetti, 1824.
Provenienza: villaggio di Deir el-Médineh (Tebe).
Supporto: Calcare dipinto, H. 14. 2 cm; L 9. 2 cm; sp. 3. 5 cm.

Stele ex voto di Nèbrê dedicata alla bella rondine. I suoi figli si rivolgono alla bella gatta.

Questo è il testo completo:

Questa bella rondine, tu sei perenne, perenne (ripetizione) per sempre. Che ha fatto lo scriba Nebre, giustificato (giusto di voce).

Questa è la buona gatta, perenne.

Che ha fatto lo scriba NakhtAmon, (e) lo scriba Khai.

Oggetti rituali

GLI STRUMENTI DEL CULTO: L’INCENSIERE

Di Luisa Bovitutti

Seti I – rilievo parietale dal suo tempio ad Abydos
Particolare del rilievo precedente

Uno dei rituali più importanti della liturgia faraonica, insieme alle libagioni d’acqua, era la fumigazione dell’incenso, ritenuto effluvio del corpo di Osiride, attraverso il quale si creava un’atmosfera profumata favorevole all’entrata in comunione con il divino e si purificava il sacrario sempre chiuso in cui risiedeva la statua del dio.

Rilievo parietale da una tomba di Sakkara risalente al nuovo regno, ora al museo di Berlino

Il rituale è spesso riprodotto sulle pareti dei templi o delle tombe, eseguito da un sacerdote Sem o dallo stesso Faraone.

Incensiere tolemaico – British nuseum

Si usavano soprattutto resine di olibano, di terebinto, di mirra, di stirace e il ricercatissimo kyphi, prodotto da una miscela di molteplici sostanze aromatiche (normalmente 16, ma anche fino a 50) tra le quali vino, miele, uva passa, resina di terebinto, asfalto, mirra, lentisco, ginepro e cardamomo; esse venivano bruciate in un incensiere dal quale diffondevano i loro aromi benefici e purificanti.

Tempio di Abydos – Seti I offre incenso agli dei

Questo strumento di culto nell’Antico Regno era in terracotta ed aveva la forma di una ciotola semisferica, che veniva tenuta nella mano aperta, o di una specie di mestolo dalla lunga impugnatura.

Tomba di Roy – il sacerdote Sem offre incenso agli dei

Nel Medio Regno apparvero incensieri in bronzo lunghi circa 50 cm., detti “a braccio di Horus” che continuarono ad essere utilizzati anche nel Nuovo Regno e fino al periodo greco-romano.

Incensiere tolemaico in bronzo custodito ai musei vaticani di Roma

Essi erano composti da un lungo manico in forma di stelo di papiro – simbolo di prosperità e rinascita -, che aveva una testa di falco ad una delle estremità e all’altra una mano aperta che reggeva un vasetto all’interno del quale si bruciava la polvere di incenso.

Incensiere tolemaico in legno dorato proveniente dal Fayyum e conservato al Cairo

Sul braccio spesso era apposta una piccola figura del faraone inginocchiato – idealmente di fronte alla divinità a cui era rivolta l’offerta -, che poggia le sue mani su una vaschetta in forma di cartiglio, in cui veniva posto l’incenso di riserva; in alcuni casi si è rinvenuta anche la palettina usata per “caricare” il vasetto.

FONTI: