Le pitture del riparo dei nuotatori sono state studiate e restaurate nel periodo 2010 – 2013 nell’ambito del Gilf Kebir Archaeological and Conservation Project, diretto dalla prof. Barbara E. Barich dell’Università di Roma La Sapienza.
L’archeologo Giulio Lucarini, docente presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale e vice direttore del progetto ha spiegato che nel corso dei lavori sono stati eseguiti scavi all’interno del riparo e il geologo Mohamed Hamdan dell’Università del Cairo ha effettuato campionamenti geologici dei sedimenti e delle rocce che si trovano nell’area per capire come venissero ottenuti i pigmenti utilizzati nelle pitture dei ripari della zona e la provenienza delle materie prime utilizzate per la loro preparazione.
L’altopiano del Gilf Kebir preso dalle alture circostanti
Visto che è vietato prelevare campioni dei pigmenti, essi sono stati analizzati con tecniche di spettroscopia Raman e fluorescenza a raggi X, che hanno rivelato come essi siano stati preparati soprattutto con materie prime coloranti di natura inorganica ampiamente presenti nell’area.
Ha spiegato il prof. Lucarini che “sono state, ad esempio, rinvenute sostanze coloranti bianche a base di caolino e altre argille caolinitiche, ocre rosse e gialle ottenute da minerali quarzosi contenenti ossidi di ferro e altre impurità, che poi venivano polverizzate e diluite. Proprio l’accessibilità delle arenarie del Siluriano – rocce sedimentarie localizzate principalmente sul versante nord-occidentale dell’altopiano – potrebbe essere uno dei fattori che hanno spinto i gruppi umani olocenici a una maggiore frequentazione di questa particolare area del Gilf Kebir per la produzione di arte rupestre”.
I pigmenti naturali
E’ altresì emerso che le superfici molto porose dei ripari, che formavano un substrato ideale per ospitare la pittura, venivano preparate per ricevere il colore stendendovi sopra un sottilissimo strato di bianco (caolinite).
Tra le materie prime individuate è stata identificata anche la lazurite, il minerale da cui si ricavava il blu egiziano frequentemente usato nel periodo faraonico ma del tutto assente nelle pitture di quest’epoca; questo particolare ha indotto ad ipotizzare che la scelta dei pigmenti sia stata dettata non solo dalla loro disponibilità, ma anche dal loro significato simbolico.
FONTI:
Hamdan, Lucarini, Tomassetti, Mutri, Salama, Hassan, Barich, 2021. Searching for the Right Color Palette: Source of Pigments of the Holocene Wadi Sura Paintings, Gilf Kebir, Western Desert (Egypt). African Archaeological Review, 38: 25-47 –
Oro, lapislazzuli e pasta vitrea blu, verde e rossa; 7 x 5 cm, Museo Egizio del Cairo JE 72172
Questo pettorale, che ricorda l’iconografia classica egizia, vede al centro uno scarabeo che spinge il disco solare di fronte a sé mentre due urei sembrano “emergere” dal sole a cui sono ancora collegati con le rispettive code.
Un confronto famoso: il pettorale con urei di Tutankhamon, Museo Egizio del Cairo JE 61899. In questo caso il cartiglio del Faraone sostituisce il disco solare, che incorona invece i due urei al posto della corona dell’Alto Egitto
Entrambi gli urei indossano la corona bianca dell’Alto Egitto ed hanno il cappuccio decorato con pasta vitrea blu e rossa. Il loro corpo passa attraverso un anello “shen” (potere).
La base del pettorale, formata da una seconda lamina incernierata alla prima, è decorata con tre fiori di loto aperti e due boccioli, insieme a sei dischi d’oro.
Gli stessi motivi sono incisi sul retro del pettorale.
La foto originale di Montet con, a sinistra, il retro inciso del pettorale e l’inserzione della collana, sempre ovviamente in oro. Da notare il dettaglio di torace ed addome dello scarabeo
La collana si inseriva in un anello dietro l’unione tra lo scarabeo ed il disco alato.
Questo pettorale, come quello con la barca solare, è stato ritrovato sulla mummia di Sheshonq II agganciato al pettorale con lo scarabeo alato che abbiamo visto precedentemente
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Chi ritiene che l’unico merito nella vita di Tutankhamon sia stato quello di morire ed essere sepolto chissà cosa può pensare di Sheshonq II.
Di lui non sapevamo assolutamente niente prima della scoperta del suo sepolcro da parte di Pierre Montet, e non è che dopo ne abbiamo saputo molto di più.
L’interno della NRT-III appena scoperta. A destra la testa della bara d’argento di Sheshonq II
Non sappiamo neanche quando esattamente abbia regnato. Viene considerato il secondo del suo nome soltanto perché nella sua tomba sono stati ritrovati due bracciali con il cartiglio di Sheshonq I ed un pettorale che fa riferimento ad un titolo (“Grande capo dei Ma”, una tribù libica) utilizzato anch’esso da Sheshonq I. Per il resto, più nebbia che nella Pianura Padana a novembre. Potrebbe essere quindi il terzo sovrano della XXII Dinastia, succeduto probabilmente ad Osorkon I od associato al trono con quest’ultimo per (forse) 3-5 anni. Si tratterebbe di uno dei tre Faraoni non identificati collocati da Manetone tra Osorkon I e Takelot I. Potrebbe essere il Gran Sacerdote di Amon, Sheshonq C, figlio di Osorkon I, elevato a coreggente. Tanti “potrebbe”, nessuna certezza finora.
Pierre Montet subito dopo aver visto “una bara d’argento con la testa di falco. Sembrava intatto. Attraverso una fessura si vedeva l’oro che brillava dentro”. Era il faraone Shoshenq II, la prima tomba di un faraone egiziano trovata intatta, e fino ad allora un faraone sconosciuto.
L’ipotesi della coreggenza è alimentata dal ritrovamento di una mummia dell’epoca sulle cui bende vengono riportati gli anni 3 / 33, in cui il “33” sarebbe riferito ad Osorkon I (che regnò 35 anni) ed il “3” a Sheshonq II. Ma le due datazioni non sono sulla stessa benda, per cui la coreggenza rimane un’ipotesi a tutt’oggi.
Il fatto che i cartigli sul sarcofago, sui canopi e sui gioielli ritrovati ci sia il nome di intronizzazione di Heqakheperre (Ra è il signore delle trasformazioni) fa pensare che sia stato un Faraone con pieni poteri e non solo un coreggente. L’esame autoptico effettuato dal Prof. Derry ha evidenziato un’età apparente di 50 anni al momento della morte, quindi confermando la possibilità teorica di una coreggenza con Osorkon I ed un eventuale periodo indipendente alla morte del suo predecessore. Derry ha anche identificato la causa della morte in una sepsi susseguente ad una ferita alla testa, di cui però non conosciamo l’origine.
La bara d’argento con i vasi canopi, illustrati qui
È probabile che Sheshonq II sia stato sepolto in un’altra tomba adiacente, ma che i lavori effettuati da Osorkon II per la costruzione della propria sepoltura abbiano danneggiato o fatto crollare quella di Sheshonq II costringendo i sacerdoti di Tanis ad un’altra inumazione nella parte del Vestibolo della tomba di Psusennes I. Scrisse Derry: “A quanto pare l’acqua era penetrata anche nella tomba di Sheshonq Heqakheperre ed era entrata anche nella bara d’argento del re. Di conseguenza, tutto il materiale organico, compresi i rivestimenti, si era dissolto. Il cranio era stato inzuppato di umidità, le ossa degli arti inferiori erano ricoperte da sottili fibre radicali. Una massa terrosa, che era senza dubbio entrata nella bara attraverso l’acqua nella tomba, si era depositata nelle ossa dell’anca e nell’osso sacro”. Secondo altri studiosi, la sepoltura originale di Sheshonq II potrebbe essere stata a Bubastis, luogo di origine della famiglia.
I SARCOFAGI
Nonostante le notizie incerte ed un posto nella sequenza faraonica non di primissimo rilievo, il sarcofago esterno di Sheshonq II è unico nella storia egizia. In argento massiccio, è l’unica bara reale con la testa di falco conosciuta.
La bara d’argento di Sheshonq II, foto originale di MontetLa testa di falco incisa sulla bara ha un fascino particolare, di regalità estrema nonostante contravvenga la tradizione egizia secondo la quale il defunto doveva essere chiaramente riconoscibile per il suo “ba”
L’utilizzo di una testa di falco al posto del volto reale del defunto fu una sorta di moda all’inizio della XXII Dinastia, ed è stato uno degli elementi per la datazione di questo Faraone precedentemente sconosciuto.
Il resto delle decorazioni segue uno schema più tradizionale: un’immagine del dio sole con testa di ariete e corpo di avvoltoio è seguita da figure alate di Iside e Nefti e poi dai quattro figli di Horus. Ai piedi ci sono le figure protettive inginocchiate di Selqet e Neith.
Le incisioni sul corpo della bara d’argento. Si notino le mani, separate ed applicate sul coperchio. Sotto di esse, l’avvoltoio a testa di ariete stringe tra gli artigli due simboli “shen” (potere). Ai lati della coda due urei con la corona dell’Alto Egitto. Si scorgono le ali di Iside in bassoLe gambe ed il piede della bara, con i figli di Horus incisi
L’iscrizione centrale recita: “Re-Osiride Sheshonq, amato da Amon, hai ricevuto il pane da Het-ka-Ptah (‘casa dello spirito di Ptah’, il tempio di Ptah a Menfi), mentre rinnova le offerte a Unu. Possa la tua anima essere viva in qualsiasi forma le piaccia. Possa tu vedere sorgere nella sua barca il disco solare che crea ogni giorno eternamente”.
Il coperchio, compresa la testa, è ricavato da un’unica lastra di argento massiccio battuta e modellata. Le mani ed i tradizionali simboli del flagello e pastorale sono stati invece applicati con dei rivetti.
Anche i simboli del potere regale, il flagello ed il pastorale, sono stati ricavati da lamine separate ed applicati con dei rivetti al coperchio
La fascia laterale del coperchio, qui ben visibile, doveva servire a sigillare il contenuto ma in realtà ha favorito l’infiltrazione d’acqua all’interno che ha compromesso la mummia
La vasca della bara non è decorata esteriormente; all’interno una figura di Nut sul fondo rimasta stranamente incompiuta.
All’interno della prima bara, una seconda in cartonnage è andata quasi interamente perduta ma è stata ricostruita successivamente grazie alle parti placcate in oro sopravvissute. Anch’essa con testa a forma di falco, è realizzata con sottili lamine d’oro incise e decorate con uno schema simile a quello della bara d’argento. Sulle lamine d’oro la maggior parte delle iscrizioni era ancora leggibile
Il cartonnage ricostruito di Sheshonq II
Lo schema delle iscrizioni sul cartonnage (disegno di Pierre Montet). Iscrizione verticale centrale: “Parole dette da Osiride Khentamenti, Signore di Abydos, che concede che la tua Anima sorga e veda il disco solare venire da lui e trovare il suo cadavere. «Possa tu ricevere i pani che appaiono davanti a […..] sulla tavola di. .. Re-Osiride Sheshonq» A sinistra: “Parole dette dall’Osiride Sheshonq, giustificato: «0 ladri di cuori, rapitori di cuori, fate esistere il cuore del re di Osiride con ciò che ha fatto, perché non si riconosce in quello che fate»” (Libro dei Morti, capitolo 27) A destra: “Parole dette dall’Osiride Heqakheperre Sotepenra, giustificato: «Io sono la Fenice, l’anima di Ra, la guida degli spiriti del Duat, le cui anime appaiono sulla terra per fare ciò che il loro Ka vuole eternamente» (Libro dei Morti, capitolo 29) In orizzontale, prima linea: “L’Osiride, Signore delle Due Terre Heqakheperre, le porte del Duat sono aperte per lui in eterno»
Nelle altre due righe orizzontali il defunto viene definito “imakhy” (venerabile) dai quattro figli di Horus
Il cartonnage esposto al Museo del Cairo
Fonti:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
BROEKMAN, GERARD P. F. “FALCON-HEADED COFFINS AND CARTONNAGES.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 95, [Egypt Exploration Society, Sage Publications, Ltd.], 2009
Per Manetone Hotepsekhemwy inaugura la II dinastia del protodinastico egizio.
Come abbiamo visto gli ultimi tre faraoni della I dinastia devono aver contato talmente poco che le loro tracce sono talmente scarse e frammentarie per cui non è stato possibile ricostruire più di quanto esposto nei tre articoli precedenti.
Il primo faraone della II dinastia si trova dunque ad amministrare un paese non del tutto unificato, a nord il Delta e più a sud la Valle, il suo nome Hotepsekhemwy significa “I due poteri sono in pace”.
Si sono in pace ma ancora ben lontani da una vera unità, a separarli era principalmente, come avviene ancora oggi, la religione.
Coloro che conoscono la mitologia antico egizia sanno che Osiride, dio e re buono e generoso, sposa la sorella Iside ma il fratello Seth, dio cattivo e terribile, per strappargli la corona lo uccide quindi fa a pezzi il corpo spargendoli in tutto l’Egitto. Iside ricompone il corpo dello sposo e, grazie alla sua magia, riesce a rimanere incinta. Nasce così Horus. Il dio falco, che ingaggia una lotta furibonda con lo zio che durerà più di ottant’anni finché il tribunale degli dei non sancisce la vittoria di Horus su Seth.
Ad Horus viene assegnato il dominio del Basso Egitto mentre a Seth quello dell’Alto Egitto. Il mito della contesa tra i due dei è in realtà una metafora per giustificare la lotta tra il nord e il sud del paese che aveva per molto tempo caratterizzato le prime epoche della storia egizia. Come abbiamo visto il re Narmer (o Menes) riappacificò l’Egitto che però era ancora ben lungi dal potersi definire riunificato completamente. Tutta la I dinastia passa governando un paese non omogeneo pur se la pace regna comunque tra il popolo.
Ma veniamo ora al re della II dinastia, il suo nome Horus Hotepsekhemwy ha creato non pochi problemi di interpretazione agli egittologi. Poiché la parola egizia “Hotep” significa “pacifico”, ma può anche assumere il significato di “riconciliazione”, potrebbe riferirsi al superamento delle turbolenze politiche che hanno interessato il paese, in modo particolare durante il regno degli ultimi re della I dinastia, turbolenze politiche ma forse ancor più di carattere religioso che, con il suo avvento al potere, Hotepsekhemwy avrebbe risolto portando la pace tra Alto e Basso Egitto.
Il suo nome potrebbe quindi essere letto come “i due poteri sono riconciliati” o “piacevoli nei poteri”, chiaro riferimento all’Alto e al Basso Egitto ma anche, dal punto di vista religioso a Horus e Seth.
Il nome di questo sovrano è stato identificato dagli studiosi sulla base di impronte di sigilli di argilla, vasi di pietra e pezzi di osso cilindrici provenienti da Saqqara, Giza, Badari e Abidos. Sono inoltre stati rinvenuti vasi di pietra sui quali compaiono i nomi di Hotepsekhemwy e del suo successore Raneb.
In realtà Hotepsekhemwy viene identificato con svariati nomi, nella lista dei re di Abydos di epoca ramesside nel suo cartiglio viene indicato come “Bedjau”, a Giza è chiamato “Bedjatau”, mentre nella lista di Saqqara “Netjer-Bau” e nel Canone di Torino “Bau-hetepju”. Rimangono un mistero i nomi “Netjer-bau” di Saqqara e “Bau-hetepju” del Canone di Torino in quanto gli egittologi non sono riusciti a trovare alcuna fonte di nome del tempo di Hotepsekhemwy che possa essere usata per formarli.
Secondo l’egittologo tedesco Wolfgang Helck il nome corretto sarebbe “Bedjatau”, questo nome compare su un’iscrizione scoperta nella mastaba G100 di Mesdjeru, alto ufficiale dell’esercito.
Per completezza va detto che dal regno di Hotepsekhemwy in poi il nome Horus e quello Nebty dei sovrani che seguirono vennero scritti nello stesso modo.
Altro motivo di incertezza è la durata del suo regno, il Canone reale di Torino gli assegna 95 anni che paiono eccessivi, Manetone, che lo chiama “Boethos” riporta la durata di 38 anni, la maggior parte degli egittologi propende per assegnargli 25-29 anni di regno anche perché, come sottolinea Nabil Swelim, non è stata trovata alcuna iscrizione che riporti di una Festa Sed di Hotepsekhemwy il che significa che non raggiunse i 30 anni di regno.
Sconosciuto è anche il nome della regina moglie di Hotepsekhemwy, in quanto a figli, anche se sono stati trovati sigilli di argilla che riportano il nome di un “figlio del re” e “sacerdote di Sopdu” di nome Perneb, è incerto se quest’ultimo fosse realmente suo figlio.
Del regno di Hotepsekhemwy si conosce molto poco, fonti contemporanee (come tali da prendere con le molle) raccontano di lotte intestine di carattere dinastico ma anche religioso che avrebbero visto come protagonisti due re effimeri, Horus Bird e Sneferka che non compaiono in alcuna lista. L’egittologo Wolfgang Helck avanza l’ipotesi che i loro nomi siano stati omessi in quanto ritenuti fattori del crollo della prima dinastia. Sesto Africano ci parla di un evento eccezionale che si sarebbe verificato durante il regno di Hotepsekhemwy, scrive:
<<………durante il suo regno si aprì una voragine a Bubasti e molti persero la vita…….>>,
si pensa che la notizia sia attendibile in quanto Bubasti si trova in una zona ad alto rischio sismico. Sempre dalle impronte di sigilli si apprende che Hotepsekhemwy si fece costruire una nuova residenza che chiamò “Horus la stella splendente” oltre ad un tempio presso Buto dedicato ad una divinità di secondo piano, “Netjer-Achty”.
Per quanto riguarda la sua sepoltura esistono alcune incertezze, Petrie, Barsanti e Wilkinson sostengono che fu sepolto nella “Grande Galleria A” poiché all’interno sono state rinvenute diverse impronte di sigilli col suo nome. Di parere contrario Helck e Munro che ritengono si tratti invece della “Grande Galleria B” sempre in virtù del ritrovamento di impronte di sigilli con il nome. Al momento la teoria che prevale è quella secondo cui Hotepsekhemwy sia stato sepolto con suo figlio Raneb nella “Grande Galleria A”.
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Fonti e bibliografia:
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Michael Rice, “La creazione dell’Egitto: le origini dell’antico Egitto, 5000-2000 a.C.”. Taylor & Francis, Londra / New York 1990
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999)
Secondo Manetone siamo giunti all’ultimo re della I dinastia, Qa’a (o Kebh, come compare nelle liste di Abydos e di Saqqara o (Qe)beh nel Codice Reale di Torino), anche se non è ben chiaro perché lo storico greco abbia suddiviso in due dinastie i re protodinastici.
Di fatto è evidente l’assenza di tombe dei primi tre re della II dinastia ad Abydos, in quanto le loro sepolture hanno avuto luogo a Saqqara, a sud del complesso di Djoser, ma nulla lascia supporre che, nel periodo immediatamente successivo al regno di Qa’a, si sia verificata una rottura nei rapporti tra Menfi e Abydos tale da giustificare la suddivisione in due dinastie anche se pare che a Qa’a siano succeduti 2 o 3 re effimeri.
Non si conosce gran che di quanto è avvenuto durante il regno di Qa’a da indurre Manetone a dividere la dinastie tant’è che il Canone Reale di Torino elenca i re di queste due dinastie in sequenza, senza interruzione.
Riconosciuto legittimo successore di Semerkhet, di cui forse ne era il figlio, sembra che Qa’a abbia regnato circa 33 anni (Manetone ne cita 26).
Sono state ritrovate iscrizioni su vasi di pietra dove viene citata una seconda Festa Sed per Qa’a, come risaputo la prima Festa Sed si teneva al 30° anno di regno, le successive ogni tre o quattro anni. Alcuni elementi, ricavati dalla purtroppo scarsa documentazione, portano a credere che nel corso del suo regno ci sia stata una evoluzione nella tecnica costruttiva con l’introduzione della volta aggettante.
Durante il suo regno iniziarono a verificarsi scontri tra i seguaci di Horus e quelli di Seth.
Per quanto riguarda la sua tomba, in un primo tempo gli venne attribuita la 3505 scoperta dall’egittologo britannico Walter Bryan Emery nel 1954 a Saqqara, ma in seguito al rinvenimento di una stele con relative iscrizioni di nomi e titoli si pensò che la mastaba fosse in realtà appartenuta al sacerdote e profeta di Neith, Merka.
Qui però si scontrano teorie divergenti, il discorso del luogo di sepoltura dei sovrani delle prime due dinastie vede la contrapposizione di coloro che propendono a favore di Abydos, Kees, Weill, Edwards, Kemp, Kaiser e Kaplony, secondo cui quella che viene attribuita a Merka, la tomba 3505 a Saqqara, non può essere la sepoltura di questo sacerdote poiché la tomba dello stesso è costituita da una piccola sepoltura satellite (l’unica) a sud della via d’accesso alla mastaba di Qa’a, e quelli che invece sostengono l’ipotesi di Emery, Lauer ed altri che propongono l’ipotesi della localizzazione menfita.
Nel 1993 gli scavi di una missione tedesca ad Abydos hanno dimostrato che la vera tomba del re Qa’a si trova nella necropoli di Umm el-Qa’ab presso Abydos ed è la tomba alla quale Petrie aveva già assegnato, in base ad impronte di sigilli e a due stele frammentarie in basalto, la sigla “Q”.
Più volte modificata la mastaba, che misura 30 per 23 metri, si presenta oggi come una semplice stanza in mattoni ancora circondata da 26 sepolture sussidiarie, forse appartenute a cortigiani sacrificati alla sua morte. Sul lato est della mastaba, Petrie e Fischer scoprirono una stele frammentata sulla quale compariva il nome di Horus del re Qa’a.
Il ritrovamento di un sigillo presso l’ingresso della mastaba, avvenuto nel 1990, sul quale è impresso il nome di Hotepsekhemwy, confermerebbe che quest’ultimo sia stato il suo successore e che fu lui a curarne le cerimonie funebri e l’inumazione.
Pare assodato che con la fine del regno di Qa’a si perse anche l’usanza delle sepolture satellite a Saqqara ma continuò per diversi altri regni ad Abydos per poi perdersi definitivamente verso la fine della II dinastia.
Già le tombe di Peribsen e Khasekhemwy sono del tutto prive di sepolture satellite presentando solo un esiguo numero di persone sacrificate (?) poste all’interno della loro tomba. In conclusione va detto che, in seguito ai recenti scavi tedeschi ad Umm el Qaab, sito già oggetto di scavi fin dalla fine del secolo scorso, nella tomba di Qa’a sono state rinvenute impronte di sigilli di Hotepsekhemwy.
Fonti e bibliografia:
Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Michael Rice, “La creazione dell’Egitto: le origini dell’antico Egitto, 5000-2000 a.C.”. Taylor & Francis, Londra / New York 1990
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
La I dinastia volge ormai al termine, Semerkhet, è il nome Horus del settimo e penultimo re della I dinastia.
Nel Papiro Regio di Torino lo troviamo come Semsem e nella lista di Abydos è chiamato Semsu. Il nome di questo sovrano viene interpretato come “compagno della comunità divina”, secondo alcuni si può anche intendere come “amico premuroso”, traduzione quest’ultima contestata da altri studiosi, tra cui Gardiner, secondo i quali il geroglifico “khet” rappresenterebbe il simbolo di “corpo” o “comunità divina”.
Sono scarse le notizie che riguardano Semerkhet nonostante il suo nome compaia in molte iscrizioni su vasi di scisto, alabastro, breccia e marmo oltre che su tavolette di avorio e su sigilli di terracotta; tutti reperti provenienti da Abydos e Saqqara.
Contrariamente al suo predecessore, non si sa per quale ragione, Semerkhet non utilizzò il titolo di “Nebwy” (le due signore) ma fu il primo ad adottare il titolo nella sua forma definitiva: “Iry-Nebty” (guardiano delle Due Signore), un titolo che si riferisce alle dee Nekhbet e Wadjet, divinità protettrici degli antichi egizi, adorate da tutti dopo l’unificazione delle sue due terre, il Basso e l’Alto Egitto, forse si riteneva in contatto con le “Due Signore”.
Il suo praenomen era “nsw-bit nbtj-jrj” (“Nisut-Bity-Nebty-Iry”) col significato di: “Re dell’Alto e Basso Egitto, lui delle due dame è colui che appartiene a loro” o “Colui che le due signore custodiscono”.
Come già accennato nel precedente articolo a proposito del re Anedijb, pare che Semerkhet abbia condannato alla “damnatio memoriae” sia il proprio padre che la regina Mer(it)neith, forse perché li considerava usurpatori, ma poiché chi la fa l’aspetti, il suo successore, Qa’a rispettò questi nomi e fece invece scalpellare quello di Semerkhet, dal che si presume che per lui l’usurpatore fosse Semerkhet.
Secondo una vecchia teoria, sostenuta da egittologi del calibro di Lauer, Emery, Helck e Rice, l’usurpatore, e non il legittimo erede al trono, era proprio Semerkhet questo in quanto l’attenta osservazione di diversi vasi di pietra avrebbe rivelato che il nome di Semerkhet sarebbe stato inciso dopo aver cancellato quello di Anedijb. Altri egittologi quali Wilkinson, Edwards e Needler rifiutano questa teoria e pensano non si sia verificata alcuna usurpazione in quanto su numerosi altri vasi, trovati nelle gallerie sotterranee della piramide di Djoser a Saqqara, il nome di Semerkhet compare insieme a quello di Den, Anedijb e Qa’a.
Gli egittologi hanno inoltre riscontrato che era una prassi comune, per i sovrani della I dinastia, impossessarsi dei vasi speciali, i “vasi dell’anniversario” dei loro predecessori sostituendo il loro nome con il proprio.
Dalle impronte dei sigilli provenienti dalla tomba di Semerkhet si nota un altro titolo reale, “Horwep-khet” (Horus, il giudice della comunità divina) con il nome della famiglia privata, “Hut-Ipty” con il significato di “casa dell’Harem” che sottostava alla guida delle mogli di Semerkhet.
Su di una etichetta è rappresentata l’unica Festa di Sokar celebrata durante il suo regno. Notizie ancora ci provengono dalla Pietra di Palermo dove anche a lui viene attribuita una guerra vittoriosa sugli Iuntyu che si erano insediati nel nord-est del Delta del Nilo.
Manetone ci racconta che Semerkhet regnò per 18 anni mentre sulla Pietra di Palermo ne vengono citati solo 9. Sulla stessa pietra, seppure molto danneggiata in quel punto, pare leggersi che nel suo nono anno di regno la piena del Nilo sia stata disastrosa.
A questo proposito, Sesto Africano, riportando Manetone, che lo cita con il nome di Semémpsés, narra che:
<<…….annunciata da presagi funesti, durante il suo regno una grande calamità si abbatté sull’Egitto…….>>.
Nulla sappiamo su quali siano stati i “presagi funesti” ma sicuramente qualcosa deve essere successo. Anche Eusebio di Cesarea ci racconta che:
<<……. suo figlio, Semémpsés, che regnò per 18 anni; durante il suo regno una grandissima calamità colpì l’Egitto…….>>.
Esiste anche una versione armena che riporta:
<<…….Mempsis, 18 anni. Sotto di lui sono accaduti molti presagi e una grande pestilenza…….>>.
Semerkhet fu sepolto ad Abidos nella tomba che il suo scopritore Sir William Flinders Petrie scavò nel 1899 e la chiamò “Tomba U”.
Dall’ingresso della tomba non vi erano scale come per i suoi predecessori ma una rampa che, partendo da una decina di metri ad est della tomba, con una pendenza media di circa 12 gradi, conduceva direttamente alla camera sepolcrale.
Un episodio curioso sorprese Petrie, durante i lavori per liberare la rampa dalla sabbia che si era accumulata l’egittologo notò che era ricoperta da uno spesso strato di olio aromatico che emanava ancora profumo.
Vicino alla rampa si trovavano alcuni cesti di legno e vasi di terracotta mentre nei pressi della tomba venne dissepolta una stele di granito nero, molto danneggiata che riportava ancora il serekh di Semerkhet.
La camera sepolcrale, delle dimensioni di 29,2 per 20,8 metri, è stata costruita in modo molto semplice, Petrie scoprì che in origine l’intero complesso della sepoltura comprendeva le 67 tombe sussidiarie che la circondano. Secondo gli egittologi Bryan Emery e Toby Wilkinson le tombe sussidiarie avrebbero contenuto i corpi dell’intera famiglia reale uccisi alla morte del sovrano. Wilkinson è del parere che facendosi seppellire tutti i membri della famiglia accanto a se Semerkhet abbia voluto dimostrare il suo potere sulla morte e sulla vita dei suoi servi e dei membri della famiglia anche nell’aldilà. Orribile consuetudine che finirà con Qa’a, infatti la tomba del successore Hotepsekhemwy non presenta tombe sussidiarie.
All’interno della camera sepolcrale vennero rinvenuti 17 sigilli oltre ad altri reperti quali: frammenti di mobili con intarsi, armature in rame, oggetti di ebano e gioielli di ametista e turchese.
Fonti e bibliografia:
Eva-Maria Engel, “Il dominio di Semerkhet.”.Conferenza Internazionale “Origine dello Stato, Egitto predinastico e primo dinastico”, Cracovia, 28 agosto – 1 settembre 2002 Peeters, Lovanio 2004
Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Michael Rice, “La creazione dell’Egitto: le origini dell’antico Egitto, 5000-2000 a.C.”. Taylor & Francis, Londra / New York 1990
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
Siamo giunti al sesto re della I dinastia, Anedijb (o Adjib); il suo nome Horus era “Hor-Anedijb e Enezib.
Manetone, che lo chiama “Miebidos”, riportato da Sesto Africano, gli attribuisce 26 anni di regno mentre Eusebio di Cesarea 29. Il Papiro di Torino gliene attribuisce 74.
Secondo gli studiosi entrambe esagerano nella durata e propendono per un regno di una decina di anni. Il nome di questo sovrano è il primo che compare nella lista di Saqqara.
Alla sua già lunga titolatura, Anedijb si attribuì un’ulteriore titolo, quello di “Nebwy” (le due signore), ed è rappresentato da due falchi che simboleggiano i due patroni del suo stato divino, Horus e Seth e starebbero ad indicare l’Alto e il Basso Egitto legittimando ancor più, se ce n’era bisogno, il suo ruolo di re unico, sarà comunque l’unico a portarlo perché in futuro più nessun faraone lo utilizzerà.
Figlio di Den e della regina principale Seshemetka, alla morte del padre salì al trono e sposò una donna di nome Betrest la quale è citata nella Pietra di Palermo come la madre del successore di Anedijb, ovvero suo figlio Semerkhet, sicuramente la sua prole era molto più numerosa ma non viene citata in alcuna documentazione storica.
Sempre dalla Pietra di Palermo apprendiamo che questo re, nel secondo anno di regno condusse una guerra contro gli invasori Iuntyu (o Intiu) il “Popolo del pilastro” proveniente dal Mediterraneo orientale o forse semplicemente nomadi autoctoni dell’Egitto. Vinti in battaglia furono costretti a dividersi in tre gruppi di cui uno si ritirò nel Sinai, un altro si diresse sul lato opposto, il deserto libico e l’ultimo scese a sud, nella Nubia, fin oltre la prima cateratta.
Da impronte di sigilli reali apprendiamo che Anedijb fondò una nuova fortezza, che prese il nome di “Hor nebw-khet” (“Horus, l’oro della comunità divina”), e costruì una nuova residenza reale “Hor seba-khet” (“Horus, la stella della comunità divina”).
Dalle iscrizioni su alcuni vasi si deduce che fece costruire una notevole quantità di statue che lo rappresentavano stante con tutti gli attributi reali. Sempre su vasi di pietra compaiono delle incisioni che lo rappresentano mentre celebra ben due giubilei, le feste Heb Sed, di cui la prima dopo 30 anni di regno poi ogni tre o quattro anni, questo contrasterebbe con la stima della durata del suo regno di una decina di anni.
Indagini recenti avrebbero appurato che le incisioni che riportano Heb Sed accanto al nome di Anedijb sarebbero state falsificate sostituendo il nome del suo predecessore Den con il proprio.
Secondo gli egittologi Nicolas Grimal e Wolfgang Helck il re Anedijb sarebbe salito al trono in età avanzata e non avrebbe mai celebrato una festa Heb Sed. Le indagini di Grimal ed Helck hanno messo in evidenza un fatto curioso, le immagini che riproducono la festa Sed riportano una specie di nota scritta sulle scale del padiglione della festa: “Qesen” (calamità) cosa che fa supporre che la fine del regno di Anedijb sia stata traumatica.
La sua tomba è stata rinvenuta a Umm el-Qa’ab presso Abydos e siglata come “Tomba X”. E’ la tomba più piccola tra quelle dei sovrani di questo periodo misurando 16,4 x 9 metri. L’ingresso si trova sul lato orientale dal quale una scala conduce alla camera funeraria. Questa si compone di due parti che sono circondate da 64 tombe minori, forse la servitù sacrificata per il sovrano. Altro particolare interessante è che all’interno della tomba sono stati rinvenuti molti cocci di vasi dai quali è stato raschiato il nome del sovrano e quello di sua madre Mer(it)neith.
Gli studiosi hanno dedotto che questo sia il frutto di una “damnatio memoriae” ordita dal figlio di Anedijb, Semerkhet forse perché li considerò usurpatori.
Fonti e bibliografia:
Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Edwards I.E.S. “Il dinastico antico in Egitto – Storia antica del Medio Oriente” Il Saggiatore, Milano 1972
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
Den, quinto sovrano della I dinastia, figlio di Djet e (forse) della moglie principale la sorellastra Mer(it)neith la quale alla morte del marito subentrò come reggente in suo nome.
Questo causò probabilmente contrasti con alti funzionari di corte che si ritenevano favoriti alla successione di Djet ma nessuno dei pretendenti riuscì a prevalere su Den.
Quel poco che si conosce di Den è quanto riportato sulla Pietra di Palermo e su alcune etichette d’avorio trovate presso la sua tomba ad Abydos ed a Saqqara.
Salito al trono Den si preoccupò di intrattenere una politica di distensione verso i nomarchi del Delta per mantenerseli fedeli, a tal fine creò un apposito centro per la loro amministrazione.
Fu durante il suo regno che nacquero due nuovi simboli della sovranità che verranno poi adottati dai sovrani che lo seguirono, il primo fu la “Doppia Corona” (nebti) col significato di “Le due Signore” (Le due Potenti); il secondo è un titolo che caratterizza appieno la potenza del faraone, “Colui che appartiene al giunco ed all’ape” che in effetti rimarca che il faraone è il “Re dell’Alto e Basso Egitto”.
Un altro titolo col quale è conosciuto è quello di “uomo del deserto” assunto, probabilmente, in seguito ad una vittoriosa spedizione nel deserto del Sinai dalla quale tornò con un ingente bottino del quale facevano parte anche alcune fanciulle destinate all’harem reale.
Sposò, in qualità di regina principale, Seshemetka, dalla quale ebbe come figlio Anedjib che in seguito gli succederà al trono, ed altre due mogli Semat e Serethor.
Secondo Sesto Africano ed Eusebio di Cesarea avrebbe regnato 20 anni mentre la Pietra di Palermo gliene assegna più di 40. La cosa è più probabile in quanto si sa che al 30° anno di regno celebrò la sua prima festa giubilare (la festa Sed) mentre intorno al suo 32° anno iniziò ad intraprendere una politica di regolamentazione delle acque del Nilo, a tal proposito viene menzionata l’esecuzione di un canale per deviare l’acqua del fiume allo scopo di irrigare i campi. Va precisato che trattasi della prima opera di tale portata in Egitto.
Den muore probabilmente intorno al 2995 a.C. e, come quasi tutti i sovrani della I dinastia si fa costruire due tombe, quella ufficiale, denominata tomba T, a Umm el-Qa’ab presso Abydos ed un cenotafio nella necropoli di Saqqara numerata 3035.
Come detto a proposito del faraone Djer, nella tomba del sovrano Den venne rinvenuta l’impronta di un sigillo a rullo che riporta i glifi del nome di sua madre, Mer(it)neith preceduto da quello della dea avvoltoio Nekhbet che aveva il ruolo di protettrice del sovrano dell’Alto Egitto.
A partire dal regno di Den si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia.
Un’ultima notizia che riguarda questo sovrano è stata annunciata di recente dal Segretario di Stato egiziano per le Antichità, Mohamed Ibrahim Ali che riguarda il ritrovamento ad Abu Rawash, circa otto chilometri a nord di Giza, di una barca che risalirebbe al 3000 avanti Cristo circa, quando sull’antico Egitto regnava il faraone Den della prima dinastia, la più antica barca faraonica finora ritrovata. Si tratterebbe della barca che avrebbe dovuto traghettare il sovrano nell’aldilà. Il team dell’istituto francese di Archeologia orientale che ha ritrovato il reperto ha provveduto al suo recupero ed a curarne il trasporto al Museo egizio del Cairo per il restauro (notizia ansa).
Fonti e bibliografia:
Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Edwards I.E.S. “Il dinastico antico in Egitto – Storia antica del Medio Oriente” Il Saggiatore, Milano 1972
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
Alla morte di re Djer gli succede il figlio Djet (o Uadyi o Uagi) il re serpente, così detto perché nel suo serekh, sotto il falco Horus, compare un serpente.
Quarto faraone della I dinastia avrebbe regnato, secondo Manetone, intorno ai 30 anni, molti studiosi ritengono che la durata del regno di Djet non sia stata così lunga.
Le notizie che riguardano questo faraone sono assai scarse ed altrettanto scarsa è la documentazione archeologica in nostro possesso, cosa che porterebbe a supporre che si sia trattato di un re di minor importanza, per cui si pensa che la durata del suo regno sia da valutare tra i cinque ed i dieci anni.
Sempre Manetone ci racconta che durante il regno di re Djet si sia verificata una grande carestia dovuta alla mancata piena del Nilo. La Pietra di Palermo, che riporta i vari livelli raggiunti dal Nilo, è rotta nel punto che riguarda questo faraone.
Racconta ancora Manetone che il quarto re della I dinastia, per l’appunto Djet, abbia fatto costruire la piramidi di Kokome, la cosa non è verificabile in quanto la località non è mai stata trovata.
Djet prese come moglie principale la sorellastra Mer(it)neith, madre (forse) del successore di Djet, il figlio Den del quale avrebbe rivestito il rango di reggente. Nella tomba del sovrano Den è stata rinvenuta l’impronta di un sigillo a rullo dove compaiono i glifi del suo nome Mer(it)neith preceduto da quello della dea avvoltoio Nekhbet che aveva il ruolo di protettrice del sovrano dell’Alto Egitto.
Si nutrono dubbi sul luogo di sepoltura della regina in quanto esistono due tombe che riportano il suo nome, una si trova a Saqqara (n. 3503) l’altra ad Abidos denominata “Tomba Y”.
In un primo momento si presentò un dilemma sul sesso del personaggio in quanto il nome era scritto al maschile, successivamente venne trovato anche in forma femminile. Ciò che fece propendere per considerarla una regina fu il ritrovamento di due stele della stessa forma di quelle dei re nelle quali il suo nome non compariva in un serekh e mancava anche il falco Horus, a questo punto non vi erano più dubbi, si trattava di una regina.
Si sa che durante il regno del faraone Djet avvenne una grande spedizione commerciale nell’Egitto orientale.
La tomba di Djet (denominata “Tomba Z”) si trova nella vasta necropoli di Umm el-Qa’ah (“Peqer” in geroglifico) presso Abydos, la tomba, con quelle dei faraoni della I dinastia, fu scoperta durante gli scavi effettuati da Emile Amélineau che scavò fino al 1899 anno in cui subentrò l’egittologo Flinders Petrie che continuò per altri tre anni.
Per anni si pensò che Djet fosse stato sepolto in una mastaba a Saqqara ma questa era probabilmente appartenuta ad un alto funzionario della corte.
La tomba di Djet, come altre dello stesso periodo ad Abydos, vennero intenzionalmente bruciate e non se ne conosce la ragione, in seguito vennero ristrutturate e associate al culto di Osiride.
All’interno della tomba, Emile Amélineau rinvenne una stele funeraria che riporta sul fronte il nome di Horus Djet rappresentato da un serpente sormontato dal falco Horus, (da cui, come detto sopra, interpretato come “Horus il serpente”). La stele mette in evidenza come già a quel tempo lo stile era completamente sviluppato.
Oltre alla stele furono ritrovati utensili di rame e ceramica ed un pettine di avorio sul quale è riportato il nome di Horus Djet.
Il pettine faceva probabilmente parte del corredo funerario del re il cui nome domina la decorazione con il serekh (nome di Horus con la facciata di palazzo), primo nome del re; ai lati si vedono due scettri was (potere regale) e il segno ankh (vita). In alto le due ali distese rappresentano il cielo (una delle più antiche raffigurazioni di questo tipo), al di sopra si vede il dio Horus (il sole) che attraversa il cielo sulla sua barca, del tipo riconoscibile sui vasi di Naqada II o altri documenti quali la placchetta del re Aha, (didascalia della foto di Maurizio Damiano).
Come già accennato in altro articolo, durante il Periodo Protodinastico, ma in particolare per la I dinastia, era in uso la pratica dei sacrifici umani. Il faraone Djet non fu certo da meno, intorno alla sua tomba ad Abydos furono rinvenute 174 sepolture, per lo più di servitori, sacrificati alla morte di Djet per servirlo nell’oltretomba, altri 62 vennero sepolti nel suo complesso funerario di Saqqara.
Fonti e bibliografia:
Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Edwards I.E.S. “Il dinastico antico in Egitto – Storia antica del Medio Oriente” Il Saggiatore, Milano 1972
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999)
Djer è il terzo (o secondo) sovrano della I dinastia egizia che ha regnato intorno al 1055 a.C.
Premesso che di lui si sa molto poco e le notizie in nostro possesso sono spesso slegate tra di loro. Le notizie scarseggiano ma come sempre abbondano le teorie avanzate dagli studiosi, teorie spesso contrastanti ma che sono il frutto di un lungo e meticoloso studio e lavoro sul campo che noi neppure immaginiamo. Per quanto possibile esamineremo queste teorie nel rispetto di chi le ha formulate tenendo conto delle difficoltà che incontrano gli egittologi nel collocare questo o quel faraone. La ragione sta nella difficoltà di individuare i faraoni presenti in una lista con un nome mentre in un’altra compare con un nome diverso.
La titolatura reale del faraone, che troviamo nel cartiglio, era fondamentale perché il faraone possedeva ben cinque nomi:
il nome di Horus, il dio falco, presente fin dalla prima dinastia, il nome di “Giunco e Ape” giunco per la valle del Nilo e l’ape per il Delta, il nome delle “Due Signore” le dee Wadjet e Nekhbet tutelari delle due terre. Con l’Antico Regno, dalla IV dinastia appare il nome di “Horus d’Oro” e quindi il vero nome di nascita del sovrano.
E’ facile capire che, a seconda di come veniva indicato, non è certo facile individuarlo.
Oggi tutti concordano sul fatto che il terzo (o secondo) faraone della I dinastia fosse Djer. Djer sarebbe stato il figlio di Aha e della moglie secondaria Khenthap. Prima di salire al trono, probabilmente per la giovane età, avrebbe attraversato un periodo sotto la reggenza della regina Neithotep, sposa principale di Aha, per alcuni la vera madre, per altri la nonna.
Secondo Manetone avrebbe regnato per 57 anni, Toby Wilkinson, che ha effettuato una ricerca approfondita negli Annali reali dell’antico Egitto, propende di più per la Pietra di Palermo che gli attribuisce un regno di 41 anni “interi e parziali” (?) citando tra l’altro che Djer abbia celebrato la festa Heb Sed, che si celebrava ai 30 anni di regno. Nella lista di Abidos il terzo faraone è citato come iti mentre nel, purtroppo danneggiato, Papiro di Torino in quella posizione si legge solo la prima parte del nome it… Manetone lo chiama Utenephes. Dalla Pietra di Palermo si rileva la notizia di un “massacro dei Setju”, probabilmente una tribù di asiatici.
Di Djer si parla anche su di una stele scoperta a Gebel Sheikh Suleiman, in Nubia a proposito di una razzia e su altre fonti è riportato di una sua spedizione nel Sinai. Altre notizie che riguardano Djer le troviamo su stampe di sigilli trovati in tombe a Saqqara, iscrizioni in altre tombe, un’impronta di sigillo e iscrizioni a Helwan presso Menfi.
Djer ebbe numerose mogli di cui la principale fu Nakhmaith. Djer fu un faraone attivo, su una placchetta di avorio è riportato che si recò in visita a Buto e Sais nel Delta mentre la Pietra del Cairo narra che un anno del suo regno viene chiamato “Anno di colpire la terra di Setjet” che potrebbe intendere il Sinai o anche la terra di Canaan.
Djer si fece seppellire nella necropoli di Umm el-Qa’ab presso Abydos come gli altri faraoni della I dinastia. Non si sa per quale ragione, la tomba di Djer a partire dalla XVIII dinastia fu considerata la tomba del dio Osiride e l’intero complesso funerario della prima dinastia, che include la tomba di Djer, era molto importante nella tradizione religiosa egiziana.
In questa tomba, Petrie trovò un braccio mummificato, adorno attorno al polso di braccialetti in oro, turchese, perline di ametista e amuleti, che attribuì alla sposa di Djer.
Il tutto fu portato al museo del Cairo dove, sfortunatamente, l’allora curatore, Emile Brugsch, conservò i braccialetti ma gettò via il braccio, ritenendolo del tutto privo di importanza dal punto di vista storico.
Il braccio del faraone Djer ornato da braccialetti. (Petrie, W. M. F.: The Royal Tombs of the Earliest Dynasties, Part II, 1901)
Lo studio dell’intero complesso funerario del re Djer, come per altri faraoni, conferma che, almeno per l’intero periodo arcaico o predinastico, ma in particolare per la I dinastia, era in uso la pratica dei sacrifici umani. I riti funebri che si celebrarono per il re Djer ci confermano che furono 318 gli individui che vennero sepolti nella sua tomba ed altri 269 furono sepolti nello spazio circostante. Il Dr. O’Connor ritiene che più di 200 tombe scoperte nel complesso funerario di Djer conterrebbero i resti dei servitori a lui sacrificati.
Secondo lo studio “Storia sociale dell’antico Egitto” (“Ancient Egypt: A Social History”), di B. G. Trigger, si ipotizza che Djer sarebbe stato sepolto con più di 580 servitori. Secondo National Geographic sarebbero 569 i servitori immolati mentre un’altra fonte parla di 338.