C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL FARAONE AHA

Di Piero Cargnino

Se non lo avete ancora capito ci troviamo in un groviglio storico dove mancano notizie certe ed anche gli studiosi brancolano nel buio dell’antica storia egizia cercando di interpretare quel poco che è giunto a noi ma anche ciò che di tanto in tanto emerge dagli ulteriori scavi.

Dopo Scorpione, Narmer o Menes o Meni, nell’elenco dei primi faraoni egizi emerge Aha “il Combattente”.

Forse successe a Narmer del quale forse era figlio, forse. Le poche notizie di cui disponiamo su questo sovrano sono estremamente incerte e frammentarie. La figura di Aha oscilla tra storia e mito che ci vengono raccontati dal solito Manetone. Aha compare nella Pietra di Palermo dove viene indicato come unificatore delle due Terre; altre notizie che riportano il suo nome sono state rinvenute su numerose tavolette di avorio e di legno, impronte di sigilli e in iscrizioni su vasi rinvenute in tre tombe, a Saqqara, Abido e Naqada.

Sempre a proposito di groviglio di notizie disponibili va citato il ritrovamento  di una placchetta di avorio dove il nome di Aha è abbinato al geroglifico “mn” (leggibile come Meni) cosa che ha indotto alcuni studiosi, tra cui Jürgen von Beckerath, a ritenere che Narmer, Meni e Aha siano i nomi di uno stesso sovrano.

Aha dovette ancora affrontare le immancabili battaglie interne per consolidare l’unificazione dei due popoli, i “Seguaci di Horo” dell’ Alto Egitto ed i “Seguaci di Seth” del Basso Egitto ed a quanto pare ci riuscì. Intraprese inoltre campagne di guerra a seguito delle quali affrontò e vinse i popoli della Nubia; ad Abidos venne rinvenuta una placca di ebano nella quale veniva esaltata la sua campagna nubiana, alcuni ritengono che arrivò ad estendere il confine meridionale fino ad Elefantina, intraprese inoltre una campagna per arginare il pericolo libico.

Tutto sommato però il suo regno attraversò un discreto periodo di tranquillità nel quale vennero allacciati rapporti commerciali con Byblos. Aha fece edificare un Tempio dedicato a Neith, una delle Dee più antiche d’Egitto, con quest’opera Aha compì una mossa strategica e politica nello sforzo di unificazione del Regno. Operò al fine di incrementare lo sviluppo economico e sociale del paese con particolare attenzione all’agricoltura.

Dalle storie di Manetone si apprende che un faraone che egli chiama Menes fece costruire una muraglia per deviare il corso del Nilo. A questo proposito è ancora aperto il dibattito fra gli studiosi per stabilire se fu questo fantomatico Menes che fece deviare il corso del Nilo oppure fu Narmer o Aha o se tutti e tre non fossero la stessa persona.

Apprendiamo da Manetone (!) che Aha era uno studioso appassionato, condusse molti studi e ricerche in diversi campi approfondendo in modo particolare quelli di Anatomia ed Architettura. Secondo quanto riportato nel Papiro Ebers, compilato nel periodo degli Hyksos, ed in seguito riportato anche da Sesto Giulio Africano, Aha sarebbe anche stato un medico.

Moglie e regina principale di Aha (forse) fu Benerib (“Colei il cui cuore è dolce“) mentre una moglie secondaria sarebbe stata Khentap. Per coloro che affermano che Aha e Narmer fossero la stessa persona con il nome di “Meni”, la regina principale sarebbe Neithotep la quale, pur non essendone la madre, avrebbe svolto il ruolo di reggente per il figlio e successore di Aha, Djer.

La tomba di Aha fu scoperta dall’egittologo britannico Sir William Matthew Flinders Petrie, nella necropoli di Umm el-Qu’ab presso Abydos, nel complesso B10-15-19.

Da uno studio accurato si scoprì che questa presentava tracce di sacrifici umani, servitori che avrebbero dovuto accompagnare il sovrano nel suo viaggio nell’oltretomba, questi corpi giacevano dentro tombe annesse a quella del sovrano, costruite con il fango, ma Petrie non le prestò molta attenzione ritenendole di poca importanza.

Fu in seguito una spedizione archeologica condotta dall’università di New York, Yale e Pennsylvania, ad indagarle in modo più approfondito e da queste emerse che le 30 sepolture presenti erano opera di sacrifici umani.

La stessa cosa venne riscontrata nel luogo di sepoltura di Djer, figlio e successore di Aha, dove furono contate ben 318 sepolture sacrificali. Ovviamente la cosa lasciò tutti sorpresi: è noto i sovrani d’Egitto venivano effettivamente accompagnati nell’aldilà da numerosi servitori che avevano il compito di svolgere i lavori che il re ovviamente non avrebbe mai svolto, ma ad accompagnarlo nella sua vita ultraterrena erano delle statuette di terracotta, legno o faience, che riproducevano i servitori, chiamate “Ushabti” (rispondenti), queste, una volta sepolte col sovrano, si sarebbero rianimate ed avrebbero risposto per lui in tutti i lavori.

Risulta però che l’usanza dei sacrifici umani sia limitata a questi due faraoni e che in futuro non venne più praticata.

Aggiungo una curiosità che mi è spuntata tra una ricerca e l’altra, durante una campagna di scavi, diretti da David O’Connor della New York University, nella necropoli di Abydos, nel 1967  sono stati portati alla luce quattordici “sarcofagi” di mattoni intonacati sepolti nelle sabbie del deserto, ciascuno di essi conteneva delle imbarcazioni in legno lunghe da 18 a 24 metri, risalenti proprio all’inizio della I dinastia, le barche erano allineate in fila presso la tomba del faraone Aha.

La cosa che più sorprende è che si tratta di imbarcazioni già costruite con assi di legno cuciti insieme e non di giunchi o tronchi scavati, tecnica costruttiva che si rivelerà solo più tardi.

L’archeologo navale  Cheryl Ward che ha studiato le barche, anche se danneggiate dalle termiti, ha constatato che sono state costruite con un sistema assolutamente inedito per l’antico Egitto. Secondo l’archeologo  O’Connor

“Queste barche sono le dirette antenate della famosa barca trovata a Giza vicino alla piramide di Cheope……”.

Le imbarcazioni sono state sottoposte all’esame del carbonio 14 per stabilirne l’età, per quanto mi riguarda non ho trovato notizie sui risultati degli esami.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2005
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • John Baine e Jaromir Malek, “Atlante dell’Antico Egitto”, Novara, 1985
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”,  Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Cinzia Dal Maso, “La flotta fantasma del primo faraone”, La Repubblica.It,  2.11.2000)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL FARAONE NARMER

Di Piero Cargnino

Con il re Scorpione finisce il Periodo Predinastico ed inizia quello che viene chiamato “Protodinastico” (o Arcaico o Tinita, da Thinis, città di origine dei sovrani).

Qui però bisogna andare cauti, la quasi totale assenza di indizi e la scarsità di documenti contemporanei, quelli che ci raccontano questo periodo, a parte glifi e incisioni rinvenuti su stele, vasellame o graffiti dell’epoca, li ricaviamo da liste reali risalenti al Nuovo Regno ossia un tempo posteriore di 1500 anni, questo fa si che le nostre conoscenze del periodo siano alquanto scarse e quantomeno arbitrarie.

Comunque stiamo parlando di un periodo che, dal punto di vista cronologico possiamo collocare intorno al 3200-3150 a.C. circa.

Il re Scorpione si trova ad affrontare ancore numerosi conflitti che lo vedono impegnato a combattere gli ancora recalcitranti re o capi locali con l’intento di unificare l’intero Egitto ma la battaglia definitiva, che porterà all’unificazione delle due Terre, vedrà la vittoria del suo successore, Horus-Narmer (o Menes o Meni).

Con lui si conclude la fase di formazione di uno stato unitario, Manetone, come anche il Papiro di Torino, fanno iniziare la prima dinastia reale e Narmer è ufficialmente considerato il primo “Faraone”, sovrano della prima dinastia. Convenzionalmente si chiude il Periodo Predinastico ed inizia quello Protodinastico.

Ho scritto faraone tra virgolette perché ritengo necessario precisare il significato del titolo anche se a molti è già noto. Tale termine è derivato dal greco “Pharao”, compare per la prima con Thutmose III (XVIII dinastia, 1400 a.C. circa) e deriverebbe dalla parola egizia “pr-ˁ3 – per-aa” col significato di “Grande Casa”, termine con il quale veniva indicata la casa dove risiedeva il sovrano, cioè il palazzo inteso nel suo insieme come sede del potere.

Il sovrano, in quanto tale, veniva definito in vari modi che variano a seconda del periodo storico.

Il titolo regale si componeva di cinque Grandi Nomi, il primo e più importante era il “Nome Horo” (a volte anche “Nome Ka”) preceduto dal serekh dello stesso Horus, un disegno rettangolare rappresentante la facciata del palazzo reale, al cui interno era rappresentato il nome del sovrano e sul quale, spesso, era appollaiato il dio in forma di falco.

Segue il nome “Horus d’oro” che, secondo alcuni, si potrebbe interpretare come “Horo vincitore su Seth”, l’oro, come metallo  è simbolo dell’eternità per cui si potrebbe leggere come “Horo l’eterno” anche tenuto conto che d’oro era anche la carne degli dei. Il quarto era il “praenomen” o nome del trono, il “nesut-bity”, scelto all’atto dell’incoronazione e racchiuso in un cartiglio preceduto dal giunco e dall’ape, plantes araldiche dell’Alto e del Basso Egitto col significato di “re di tutto l’Egitto”. Ultimo era il “nomen” o nome personale, preceduto dal titolo “figlio di Ra“; quest’ultimo è il nome col quale usiamo chiamare “in modo confidenziale” i faraoni: Thutmose, Ramesse, ecc..

Considerando che fino a tutto l’Antico Regno il Nome Horo era il solo ad essere usato nelle incisioni sui reperti, si può capire la confusione che si incontra nella ricostruzione della sequenza dei sovrani in quanto nelle varie liste, stese in epoche molto posteriori, i re venivano indicati, spesso, con il nome di nascita.

Torniamo ora all’inizio del Periodo Protodinastico, con l’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, 3150 a.C. circa, inizia quello che viene comunemente chiamato “Periodo Arcaico” o “Periodo Tinita”.

Capitale del regno fu Thinis, nome greco di una città egizia situata nei pressi di Abydos che era il capoluogo dell’ottavo distretto dalla quale provenivano i re delle prime due dinastie egizie, la città di Thinis a tutt’oggi non è ancora stata localizzata. Anche qui c’è da dire che non è chiaro il perché i faraoni del periodo protodinastico siano stati suddivisi in due dinastie, alla luce delle nostre conoscenze, nessun fattore esterno giustifica tale discontinuità, basti pensare che la tomba dell’ultimo faraone della I dinastia Qa’a riporta i sigilli del suo successore Hotepsekhemwy, primo sovrano della II dinastia. E qui mi rifaccio al concetto espresso dal Prof. Damiano: “cos’è una dinastia?”. L’autorevole Enciclopedia Treccani definisce dinastia “l’insieme dei sovrani di una medesima famiglia, anche di rami diversi, succedentisi in uno stesso paese o in paesi diversi”, per dinastia si intende inoltre un’era in cui una famiglia ha regnato influenzando fortemente gli eventi, la cultura o le opere, questa è la nostra definizione di dinastia. Secondo il Prof. Damiano per gli antichi egizi non era proprio così, spesso non era una questione di “sangue”, a volte era frutto di sotterfugi, complotti o astuzia, spesso invece bisognava guadagnarsela. Il cambio di una dinastia poteva derivare dall’estinzione della linea di sangue o a causa di usurpazione. A questo punto dunque non ci stupiamo più della ripartizione fatta da Manetone che, seppure 1500 anni dopo, avrà forse avuto le sue ragioni.

Come già accennato, il primo sovrano della I dinastia fu Narmer (o Menes), colui che unificò le Due Terre. L’evento viene messo in risalto dalle incisioni su una tavolozza per belletti, in grovacca a forma di scudo, rinvenuta da E. Quibell e F. W. Green, nel “Deposito principale” durante gli scavi a Ieracompoli nel 1897-1898. Si trovava con le teste di mazza del re Scorpione e di Narmer, durante gli scavi venne anche rinvenuta una testa di Horus sotto forma di falco, interamente rivestita d’oro. Più tardi però si scoprì che la testa risaliva alla VI dinastia.

La tavolozza è databile intorno al 3100 a.C. , misura 64 cm in altezza per 42 di larghezza e 2,5 cm di spessore, su entrambi i lati presenta  splendide raffigurazioni con arcaici geroglifici che lasciano sbalorditi per la loro perfezione considerando l’epoca in cui è stata realizzata, il periodo dei “Compagni di Horus”, i signori del Falco.

Personalmente concordo con quegli studiosi che la definiscono “parlante”, i glifi in essa riportati ne fanno un brogliaccio dove lo scalpellino “scriba” tenta di fare, in modo del tutto personale, quello che non è ancora in grado di fare in altro modo, esprimersi con la scrittura. E chi non la conosce, chi non l’ha mai vista? Si, ma quanti di noi si sono mai soffermati a cercare di interpretarne il reale significato? Mi perdonerete se mi perdo un attimo ad interpretarla, l’emozione di descriverla è più forte di me.

Il lato anteriore della tavolozza è diviso in tre registri: nel primo compare due volte una testa di vacca con le corna ripiegate, la Dea Hathor, mentre in posizione centrale spicca il serekht del sovrano, il secondo registro è dominato dalla grandiosa figura del re Narmer che indossa la corona bianca dell’Alto Egitto con, legata alla cintura, una coda di toro simbolo del potere, “Horus Toro Possente”. Il re è intento a colpire con una mazza il nemico che tiene per i capelli, come si conviene è seguito dal suo dignitario “Colui che porta i sandali”. Di fronte al re una scena che anticipa quella che sarà poi la stupenda Scrittura Geroglifica, ossia la volontà di esprimere qualcosa di più di quanto non sia possibile esprimere con il disegno. La scena, come riportato nella foto, potrebbe significare: “Il grande Horus-Narmer, “Toro Possente”, colui che ha soggiogato il popolo della terra dove cresce il papiro” (il Basso Egitto). Nel registro inferiore una scena di nemici uccisi.

Sul lato posteriore, oltre al primo registro con le due teste della dea Hathor ed il serekht, si individuano altri tre registri:, nel primo è raffigurato il re Narmer con la corona rossa del Basso Egitto, dietro di lui il portatore di sandali mentre davanti sfila un corteo di alfieri con gli stendardi dei vari nomoi e più avanti i nemici uccisi e decapitati, stesi a terra con il capo mozzato posto tra le gambe. Nel registro centrale due animali mitologici che con i loro lunghi colli formano un piccolo crogiolo tondo per la mescola dei belletti, nel registro inferiore un toro, simbolo della potenza del re, mentre con le corna abbatte le mura fortificate di una città e calpesta i nemici.

Presentandosi con le due corone dell’Alto e Basso Egitto possiamo affermare che Narmer è stato il primo Faraone della I dinastia. Di Narmer (o Menes) sappiamo che promosse l’affermazione del culto di Osiride e, secondo alcuni governò con discreta saggezza lasciando ai suoi successori  un paese florido ed ancora in fase di espansione; pare anche che sia stato lui ad introdurre il calendario di 365 giorni.

Tra gli studiosi non c’è una interpretazione univoca su questo faraone, alcuni associano Narmer al re Scorpione considerandolo una figura mitica, altri lo associano a quello che è considerato il suo successore Aha, che la Pietra di Palermo definisce come unificatore dell’Egitto. Come se non bastasse, a dimostrazione di quanto sia difficile interpretare questo periodo, alcuni studiosi, tra cui Jürgen von Beckerath, forti di quanto riportato nella Pietra di Palermo, unito a quanto riportato su di una placchetta d’avorio, dove il nome di Aha è accompagnato dal geroglifico “mn” (letto come Meni), ipotizzano che Narmer, Meni e Aha siano i nomi dello stesso sovrano. A complicare ulteriormente le cose si riscontrano discordanze anche nella definizione della data di riferimento; in conclusione si può comunque dire che, con l’approssimazione di un secolo circa, gli eventi si possono inserire intorno al 3000-3100 a.C.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Natale Barca,  “Sovrani predinastici egizi”,  Ananke, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999

Mai cosa simile fu fatta, Preistoria

LE PITTURE RUPESTRI IN EGITTO

Di Maurizio Damiano

Il passo compiuto nell’articolo precedente era difficile, consistendo nel tentativo di decifrare il pensiero dell’uomo preistorico sulla base di pietre lavorate. Ma l’osservazione e la logica ci hanno portato alla visione di ciò che è l’unica conclusione possibile : la necessità di simmetria, che è astrazione visiva, e prima ancora mentale, di geometria istintiva e prettamente umana, segna la nascita di quel mondo delle idee che è il cuore di ciò che chiamiamo arte.

Oggi osserveremo un mondo molto più ricco e variegato, ma proprio per questo molto più difficile da interpretare, poiché sin troppo aperto a interpretazioni fallaci è fuorvianti : parlo del mondo della pittura rupestre nel Deserto Occidentale egiziano.

Soffermandosi all”esenziale, ricordiamo che le più antiche manifestazioni al mondo risalgono al Paleolitico e sono incisioni ( rupestri o su ciottolo, ossa ecc..).

Limitandoci alla pittura, quella più antica al mondo al momento è la raffigurazione del Sus celebensis scoperto nel 2017 nella grotta di Leang Tedongnge, nel Sulawesi, datata a 45.500 anni fa. In Europa possiamo ricordare i graffiti ( non pitture) della grotta dell’Addaura (Palermo) che risalgono a circa 20.000 anni fa, mentre non vanno dimenticate le splendide grotte come Lascaux (17.500 anni fa) o Altamura ( fra 17.500 e 14.000 anni fa) ; insomma, la figurazione rupestre nasce nel Paleolitico.

Graffito di giraffa, in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir).
Graffito di donna, in Wadi Sura
Spedizione Damiano 2006 – Archivio CRE/Maurizio Damiano

Diverso il caso del Sahara.

Se vi troviamo industrie litiche che vanno dal Paleolitico basale in poi, le pitture rupestri di tutta l”area sahariana sono molto più tarde.

Già qui iniziano i problemi : la datazione.

Semplificando, possiamo dire che vi sono due grandi scuole di pensiero, una che propende per una datazione alta ( 10.000 a. C.), e l’altra molto bassa ( 4.500 a. C. ca.), quest”ultima essendo piuttosto appannaggio della scuola francese.

Per ragioni che espongo più ampiamente in un articolo di prossima pubblicazione, e che qui non trova spazio, posso affermare che la datazione “bassa” per le pitture sahariane va esclusa, poiché per ragioni climatiche quelle aree erano ormai inaridite e abbandonate a favore delle aree con fonti idriche ( nel nostro caso, oasi e Nilo).

Ci troviamo dunque alla fine del Paleolitico e nella fase detta di Neolitizzazione. Ossia il Mesolitico (presente in Europa e in aree africane, come per il Mesolitico di Khartoum) nel Sahara Egiziano è assente e si ha la Neolitizzazione in quell’Epipaleolitico con caratteristiche antropo-sociali ben diverse da quelle del Mesolitico.

L’Epipaleolitico è piuttosto una continuazione del periodo precedente che si trasforma in Neolitico.

Possente raffigurazione di due bovini (tori?) affrontati, in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir). Spedizione Damiano 1994 – Archivio CRE/Maurizio Damiano

Sorvolero’ qui sui vari errori interpretativi che si basano su comparazioni diacroniche, come quelli con pitture di epoca moderna ( a partire dalla fine del XV secolo) o con i geroglifici o le pitture egizie, che verranno solo molti millenni più tardi.

Proviamo dunque a lanciarsi nell”arduo compito di decifrare l’antico linguaggio dei graffito e pitture create da genti di cui nulla sappiamo, se non ciò che ci è dato conoscere dal loro enigmatico lascito pittorico.

Ricordiamo subito troviamo in tutto il Sahara le pitture di questo periodo preistorico : dal Marocco all’Egitto. E aggiungiamo che possiamo distinguere due classi figurative su base della tecnica: i graffiti e le pitture.

Graffiti di giraffe (a sinistra) e di bovini (a destra), in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir).
Spedizione Damiano 2002 – Archivio CRE /Maurizio Damiano

I graffiti sono semplici e rozzi, ovviamente per la difficoltà tecnica dell’incidere la roccia con strumenti litici; mentre le pitture sono molto più complesse ed eleganti.

Solo un accenno sui graffiti : li troviamo ovunque, nell’area sahariana, con maggiori concentrazioni in aree come quella libica (Marandush) ma non mancano neppure nel Deserto Occidentale ( Wadi Abd El Malik nel Ghilf Kebir; Gebel Awenat) né presso la Valle del Nilo, come i graffiti rupestri di Wadi Abu Subeira ( 13.000 a. C. ; deserto fra Kom Ombo e Assuan).

Graffiti di bovini, in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir).
Spedizione Damiano 2002 – Archivio CRE /Maurizio Damiano

Ma passiamo al soggetto principale di questo capitolo

LE PITTURE DEL SAHARA EGIZIANO

La maggior facilità di esecuzione ne ha permesso uno sviluppo espressivo più libero, e dunque ci aprono una finestra sul pensiero dei loro esecutori.

Le più antiche pitture sahariane ad oggi note sembrano essere quelle del Tibesti (Chad) da cui si potrebbero essersi diffuse in tutto il resto del Sahara. Non è questa la sede per parlare delle meravigliose pitture di zone come il Tassili, lo stesso Tibesti o l’Ennedi, ma la ricchezza delle aree egiziane è tale da esser sufficiente all’analisi di base. A sud-ovest, vicino al confine libico, si trovano pitture realizzate in alcuni ripari naturali (erroneamente detti “grotte”; ma nell’area non ci sono grotte conosciute e in quei rari casi molto più ad est – Gara – sono prive di pitture); i ripari sono generalmente del tutto aperti alla luce del sole; la maggior concentrazione nota si trova nelle regioni di Ghilf Kebir e Gebel Awenat; i siti più celebri sono il “Riparo dei nuotatori”, il “Riparo degli arcieri” e il “Riparo delle Bestie”, quest’ultimo scoperto dal grande esploratore egiziano Mistikawy che in quell’occasione era con il viaggiatore italiano Foggini (da cui anche il nome di “Riparo Mistikawy/Foggini).

Wadi Sura: la formazione rocciosa alla base della quale si vede il “Riparo dei Nuotatori” scoperto da Almasy. Spedizione Damiano 1992. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Cominciamo con il primo di questi ripari, quello detto “Dei Nuotatori”; esso deve il suo nome ad alcune figure poste in posizione orizzontale, che sembrano nuotare.

Fu scoperto nel 1933 dall’esploratore ungherese Laszlo Almasy. Prima e durante la guerra le esplorazioni furono condotte da un ristretto numero di persone (durante la guerra, si trattava più di attraversamenti del deserto da parte di team nemici, da un lato appartenenti all’Asse e dall’altro agli Alleati); dopo il conflitto cessò l’epoca delle esplorazioni sino agli anni ’70, quando rarissime spedizioni furono condotte nell’area da pochi pionieri (Samir Lama, Mistikawy, Ministero per la Geologia, ecc.) seguiti da missioni esplorative geo-archeologiche negli anni ‘80-2000 (Lama-Monod, Negro, Damiano, Mohammed Senussi, ecc.). Nel nuovo millennio inizia l’epoca dei viaggi turistici nel deserto; ciò fu una fortuna per gli abitanti delle oasi, ma si rivelò un pericolo per il deserto stesso a causa dell’inciviltà di stranieri che saccheggiarono l’area asportando migliaia di manufatti. Ciò portò gli egiziani responsabili dei viaggi a spingere per la protezione dell’intero Deserto Occidentale che nel 2008 venne dichiarato area protetta grazie all’istituzione del Ghilf Kebir National Park e al Programma Ambientale di Cooperazione Italo-Egiziana. Le rivoluzione del 2011 e l’ancora più ampia rivoluzione del 2013 (contro Morsi scesero in strada 30 milioni di persone) e molto di più le guerre nelle aree circostanti con conseguente penetrazione del Daesh in Libia, e un raid in Egitto compiuto proprio dal Deserto Occidentale, spinsero i militari a chiudere tutta l’area al pubblico.

Wadi Sura: il celebre “Riparo dei Nuotatori” scoperto da Almasy. Erroneamente definito (come in altri casi) “grotta”, come si può ben vedere è invece un ampio riparo, completamente aperto ed esposto alla luce. Quella della grotta è un’invenzione cinematografica usata nel film. Spedizione Damiano 1992. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Cosa ne è dunque delle pitture rupestri in questi stravolgimenti? Se il patrimonio archeologico rappresentato dai materiali amovibili è stato enormemente danneggiato dall’inciviltà di questi viaggiatori occidentali che hanno prelevato a man bassa, cancellando per sempre pagine insostituibili del libro della preistoria, per fortuna le pitture rupestri sono intatte.

Nel Riparo dei Nuotatori lo stato di conservazione non è dei migliori a causa della particolare fragilità della roccia i cui strati superficiali sono caduti in vari punti; oggi questo riparo con le sue pitture è stato sottoposto a lavori di restauro e conservazione da parte della missione italo-egiziana guidata dalla prof.ssa Barich.

Wadi Sura, “Riparo dei Nuotatori”: le celebri figure che hanno dato il nome al riparo. Spedizione Damiano 1992. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Le pitture di questo riparo sono della stessa tipologia di quelle altri ripari dell’area: prevalentemente con cacciatori e animali; ma la caratteristica che ha dato il nome al riparo sono i cosiddetti “nuotatori”: alcune figure poste in orizzontale che ricordarono agli scopritori e a i primi studiosi dei nuotatori.

Wadi Sura, “Riparo dei Nuotatori”: splendide celebri figure di cacciatori e scimmia (?). Spedizione Damiano 2011. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

In realtà, lo studio comparativo con figure analoghe di pitture africane più recenti e soprattutto le spiegazioni di sciamani/pittori agli inizi del ‘900, ci dicono che almeno nel caso delle pitture “moderne” (ma che si tramandano lungo generazioni, immutate, poiché sacre) i cosiddetti “nuotatori” in realtà “volano”, ossia si tratta della raffigurazione e simbolizzazione del “viaggio astrale” degli sciamani in trance (con l’uso di droghe psicotrope) durante le cerimonie religiose.

L’analogia è lampante ma, come avvertivo sopra, possiamo farne un dogma? Certamente no. Sappiamo da testi geroglifici più recenti di millenni che analoghe cerimonie con trance dei sacerdoti avvenivano in epoca faraonica e ciò rende plausibile tale interpretazione ma, come sempre plausibilità e alta probabilità non sono certezze. A questo punto ci vengono in aiuto le altre raffigurazioni di questo e di altri ripari.

Riparo Mistikawy: la “bestia” e impronte di mani e piedi. Spedizione Damiano 2006. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Cominciando dalle cose più semplici e concrete, molte delle figure riguardano l’ambiente in cui vivevano quelle genti: giraffe, elefanti, qualche rinoceronte, leoni, scimmie, ma soprattutto gazzelle, orici e tori selvatici, per parlare di alcuni degli animali della savana. La preponderanza però è quella dei bovini. Dalla singola vacca a immense mandrie, le pareti rigurgitano di immagini di questi animali. Ma soprattutto, gli esseri umani: innanzi tutto, le mani.

Impronte di mani, Wadi Sura Sud. Spedizione Damiano 2002. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Di origine paleolitica, questo motivo non è una vera pittura. Generalmente si tratta di particolari figurazioni appannaggio di tutta l’umanità, e le troviamo ovunque sia stato l’uomo, sul pianeta: dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’Australia. Si tratta di impronte in negativo, ossia fatte appoggiando la mano sulla parete e poi soffiando con una cannuccia (vegetale o osso cavo) il colorante; la pittura sparsa all’intorno lascerà ovviamente libera dal colore l’area occupata dalla mano. Ricordiamo che in altre parti del mondo (anche in Europa) si trovano anche impronte positive, ossia fatte da mani immerse nel colore e appoggiate alla parete; ma tale tecnica è più rara e non presente (o non ancora rinvenuta) nel Deserto Occidentale egiziano.

Sono invece state una sorpresa le raffigurazioni di piedi. Appaiono nel Riparo Mistikawy e non in un esemplare, ma a decine, forse anche centinaia, dal momento che si trovano in basso, scomparendo sotto la duna che ricopre la parte bassa del riparo. Anche qui ci troviamo di fronte alla stessa tipologia delle mani, e sempre nel tipo in negativo.

La presenza di queste “impronte” rimette in discussione tutte le teorie sulle mani. Se ne possono elaborare all’infinito, ma nessuna avrebbe validi supporti finché non si troveranno sostanziali prove a sostegno.

FIGURE UMANE

Si tratta di pitture, generalmente tratteggiate in rosso, svelte e stilizzate, che ci svelano squarci sulla vita dell’epoca. I corpi appaiono di una stilizzazione che potremmo dire modernissima; vediamone la tipologia: corpi maschili nella loro schematicità mostrano a un tempo muscoli e dinamismo, e dettagli quali perizomi o cache-sex e armi.

Le figure femminili, non di rado con lordosi lombare accentuata, caratteristica delle “Veneri Ottentotte”, anch’esse molto stilizzate, mostrano però con chiarezza il torso nudo, con i seni scoperti, e delle gonne di varia lunghezza, che va dal ginocchio alla caviglia, ma nelle figurazioni prevale quest’ultima.

Quanto alla tipologia, molto comuni sono le scene di caccia: prevalentemente uomini con perizoma, in corsa, con archi e frecce; sono spesso visibili anche pugnali e, in qualche caso, piume fra i capelli. Meno diffuse sono le vere scene di allevamento, le quali tuttavia sono presenti, con molti armenti (più raramente ovini) e pastori-cacciatori (presenza di archi). Certamente le più diffuse sono le singole figure o piuttosto i gruppi o vere e proprie di mandrie di bovini.

Uomo e donna. Gebel Awanat. Spedizione Damiano 2006. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Ho lasciato per ultime le raffigurazioni per noi ben più importanti, poiché potrebbero essere (e quasi certamente sono) a carattere religioso: scene di danze, di accostamento a figure più grandi delle altre figure umane, ma soprattutto la presenza di figure in parte animali e in parte umane (in altre culture generalmente questi ibridi si riferiscono a sciamani mascherati che a loro volta simbolizzano la divinità). Abbiamo i molti esempi di graffiti del Deserto Orientale, ma l’esempio pittorico più stupefacente è quello del Riparo Mistikawy/Foggini. Nell’affollarsi delle migliaia di figure di questo eccezionale sito, spiccano decine e decine di scene analoghe in cui appaiono esseri umani danzanti, in fila o in cerchio, e al centro un essere, molto più grande degli umani intorno, che ha caratteristiche animali (vagamente somigliante a un grande mammifero, quale un bovino), privo della testa e con una coda ritta con estremità a ciuffo identica a quella che troveremo nelle raffigurazioni di Seth come animale.

CONCLUSIONI

Come avrete notato, ho accuratamente evitato qualsiasi commento sull’arte preistorica di cui ho parlato. Questo perché i voli pindarici e i commenti estatici su quelle bellissime pitture sarebbero fuori luogo in una loro analisi: giudicarne i criteri “artistici” dell’epoca, o i significati e gli scopi sono meri esercizi mentali, generalmente dettati da criteri eurocentrici, che ci porterebbero fuori strada. Più corretto osservare il proseguimento culturale dal Paleolitico e il passaggio dell’arte pittorica che, prima nota nelle grotte europee (e altrove nel mondo), appare adesso nel Sahara. Da occidentali, senza spingerci ad estatiche quanto erronee supposizioni sul loro significato, possiamo osservare il dinamismo di quelle figure, la loro svelta eleganza e il senso di osservazione naturalistica degli esecutori di quelle pitture.

Le genti sahariane sono ormai pronte al salto successivo: lo spostamento alle oasi, poi alla Valle del Nilo e lì, al pieno sviluppo dell’arte vascolare predinastica.

Ma quella è un’altra storia…

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LA VITA OLTRE LA MORTE

La vita per gli antichi egizi non terminava con la morte, essi credevano fermamente nell’eternità e nel prosieguo della vita oltre la morte.

Già cinque secoli prima di Cristo, lo storico Erodoto scriveva:

“Gli Antichi Egizi erano un popolo che praticava il Culto dei Morti, ma amava intensamente la vita”.

Sembra una contraddizione, ma non lo è!

Approfondiamo quindi la conoscenza di una delle riflessioni più affascinanti della religione egizia.

L’idea di una vita dopo la morte era legata al grande amore per la vita ed al profondo senso religioso che li animava.  Gli egizi credevano che, non solo le diverse divinità si prodigassero per offrire all’uomo una vita buona, ma che proprio l’origine divina dell’uomo fosse la ragione della possibilità di una vita eterna.

Da queste profonde convinzioni è nata la riflessione degli egizi sulla morte, ricca di simboli, di misteri, di speranze e anche di magia.

L’idea dell’aldilà, (per gli egizi la “Duat”), è strettamente legata alla materialità della vita terrena, infatti essi credevano che il corpo per poter rinascere dovesse rimanere integro, ecco quindi il perché della famosa pratica delle mummificazione che, tra l’altro, oltre ad avere una valenza pratica simboleggiava il rito compiuto da Anubi sul cadavere di Osiride per renderlo immortale. Il rituale era estremamente complesso e, almeno inizialmente era riservato al faraone in quanto il destino post-mortem assegnato al re è astrale, forse stellare in una prima fase, poi solare.

Con il passare del tempo però, verso la fine dell’Antico Regno, la speranza di una vita dopo la morte si allargò a tutto il popolo e chi ne aveva la possibilità iniziò a farsi mummificare.

Ovviamente esistevano diverse tipologie di mummificazione in base alla somma che si era disposti a pagare. I più poveri, che non potevano permettersi i costi della mummificazione, si facevano seppellire nel deserto, sfruttando il clima estremamente secco. Non mi soffermerò sul procedimento conservativo della salma, che veniva eviscerata e in seguito avvolta in bende e deposta nel sarcofago, analizzerò piuttosto la meno conosciuta concezione egizia rispetto all’oltretomba.

Conclusi i riti funebri il defunto iniziava il viaggio nelle regioni sconosciute della Duat. Era convinzione che il Creatore avesse dotato l’essere umano di un certo numero di “entità”, erano sette ma ci limiteremo alle prime tre.

Il Djet, il corpo materiale deputato ad operare durante la vita terrena.

Il Ka, ovvero il “Doppio”, in tutto simile allo Djet ma fisicamente inconsistente, quello che noi oggi chiamiamo Spirito o Fantasma.

Il Ba, la parte divina dell’uomo che lo  differenzia dall’animale ovvero l’Anima, che il Creatore trasfuse all’uomo col suo soffio quando lo creò, (concetto poi  ripreso in seguito dalla cultura ebraica, (La Bibbia, Genesi 2-7).  Il Ba è raffigurato come un uccello con la testa umana. Questi si avviava  verso il deserto occidentale dove doveva sostenere una serie di prove che potevano essere superate solo grazie alle formule ed agli incantesimi presenti nel libro dei morti, posto nella tomba accanto al defunto. L’ultima di queste prove era  quella del giudizio sulla sua vita da parte del tribunale di Osiride, la dichiarazione di innocenza e la psicostasia, (pesatura del cuore). Se anche questa veniva superata le porte del paradiso di Osiride (definito “i campi di Aaru” (o Iaru)) si aprivano ed il defunto poteva entrarci.

I campi Aaru, (campi dei Giunchi o delle Canne), rappresentano la meta del viaggio del defunto verso la vita eterna. Erano collocati nel cielo, nell’orizzonte orientale a contatto con l’orizzonte terrestre nelle vicinanze della porta attraverso cui il sole saliva in cielo ed iniziava il suo viaggio da oriente a occidente. In conclusione gli egizi compresero che la morte è un momento della vita, per vivere il quale è necessario prepararsi quotidianamente.

Questo per loro non significava vivere con l’angoscia della morte, ma vivere ogni momento della vita quotidiana con intensità. La morte era il momento del passaggio in cui ciò che si era vissuto durante la vita veniva portato nell’eternità.

Fonti:

  • Mario Tosi,  “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, Torino 2004. 
  • Guy Rachet, “Il libro dei Morti degli antichi egizi”, Piemme, 1997  –  Web)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LE SEPOLTURE NELL’ANTICO EGITTO

Finora abbiamo solo accennato alle sepolture nell’antico Egitto, vediamo ora di addentrarci un po di più nell’argomento.

Poche culture nell’antichità hanno riflettuto in modo così approfondito sul mistero della morte come lo hanno fatto gli egizi. Questo popolo era convinto che la vita terrena fosse solo un capitolo di una vita eterna in cui la morte rappresentava la soglia da sorpassare, la morte era vista come connaturata all’esistenza stessa e armoniosamente integrata nel cosmo. Essi portarono a picchi mai raggiunti la volontà di esorcizzare la morte fino ad estremizzarne i riti impiegando ingenti risorse allo scopo di rendere più agevole la vita nell’aldilà.

Dai testi e dalle raffigurazioni che ci sono pervenute traspare comunque l’angoscia con la quale gli antichi egizi guardavano alla morte. Le numerose tombe giunte fino a noi testimoniano la cura con la quale si preparava la sepoltura del defunto.

Innanzitutto dobbiamo fare una distinzione tra la sepoltura della gente comune da quella dei sovrani o delle personalità di rilevante importanza.

In epoca tardo Neolitica e nel periodo Predinastico (tra il 4500 e il 3100 a.C.), le salme venivano avvolte in stuoie o pelli di animali e sepolte sotto la sabbia del deserto dove essiccavano naturalmente. Solitamente venivano sepolte nei pressi delle tombe reali onde godere anche nell’aldilà della protezione del sovrano.

Di questo tipo di mummia naturale ne sono state ritrovate a migliaia. A questo proposito voglio citare un particolare sconcertante riportato da Mark Twain, in uno dei suoi resoconti di viaggio, più o meno romanzati, “The Innocents Abroad” (“Gli innocenti all’estero”) scritto nel 1867, nel quale racconta che durante il periodo coloniale, data la scarsità di legname, molte di queste mummie sarebbero state usate come carburante per le locomotive a vapore egiziane. La cosa non è stata mai comprovata storicamente, anche se è stata menzionata da altri autori; numerose sono state le smentite ma la cosa è sopravvissuta fino ai nostri giorni.

Si deve arrivare alla fine dell’Antico Regno, (2200 a.C. circa), perché l’integrazione della morte individuale nel ciclo cosmico interessi anche l’egiziano comune, fino ad allora la cosa era di sola pertinenza del Faraone. 

Le persone un po’ più facoltose venivano inumate in piccole camere ipogee sulle quali si costruiva un tumulo di sassi allo scopo di proteggere le salme dei defunti dagli assalti degli animali in cerca di cibo.

Successivamente i sepolcri vennero gradualmente inseriti ad una profondità sempre maggiore e nella loro parte superiore si accatastò un cumulo di pietre e sabbia, simbolo del monticello Tatenen, emerso dalla divinità Nun all’inizio dei tempi.

Durante l’Epoca Predinastica i pozzi contenenti le tombe vennero scavati alcuni metri più in basso, sopra vennero costruiti veri e propri edifici di mattoni e legno con le pareti interne decorate con varie pitture.

Nasce così la “Mastaba”, nome assegnatole in epoca più recente per la rassomiglianza con le panche che ancora oggi gli egizi tengono fuori dalle porte chiamate appunto mastaba.

Le Mastabe venivano costruite in appositi spazi che costituivano la Necropoli. Nelle prime due dinastie, tuttavia, anche il re viene ancora sepolto in tombe a mastaba, e non è possibile stabilire se già allora un destino celeste attendesse il re morto.

Nella definizione della teologia regale agli inizi della storia egiziana, la morte del re rappresentò l’aporia massima da risolvere, giacché poneva un problema che era, da una parte quello del non senso della morte, dall’altro quello della morte del Re-Dio. Secondo gli Egizi, il faraone non era solo il capo supremo dello Stato, il faraone aveva tutti i poteri di vita e di morte sul popolo, la sua natura era divina, egli era un dio che discendeva dal cielo per regnare sulla sua gente. Fino a quando stava sul trono, il faraone veniva identificato con il dio Horus, che si manifestava agli uomini come un falco, mentre al momento della morte era considerato come Osiride, il padre di Horus, un dio che moriva per poi rinascere nell’aldilà.

Nelle epoche più antiche, il destino post-mortem assegnato al re era astrale, forse stellare in una prima fase, poi solare.

La mastaba del faraone si presentava con i fianchi movimentati da giochi di luce ed ombre, realizzati modulando le facciate con sporgenze e rientranze. L’interno si componeva di un complesso di stanze per lo più ipogee, collegate tra di loro da stretti corridoi, composto dalla camera sepolcrale e da numerose altre stanze secondarie utilizzate come magazzini per contenere il corredo del defunto che gli sarebbe servito per la vita nell’aldilà.

Ogni Faraone si faceva costruire una mastaba più grande del suo predecessore ma è con il Faraone Zoser che avviene un cambiamento radicale che sfocerà poi nella costruzione delle grandi Piramidi.

Sovrapponendo mastaba a mastaba nasce la Piramide a gradoni di Saqqara. L’importanza che il re raggiungesse le sue mete celesti era tale che forze e risorse ingentissime venivano mobilitate intorno alla costruzione delle tombe. Per tutti gli altri, l’esistenza dopo la morte era concepita all’interno della tomba, e la possibilità di sopravvivenza affidata alle offerte funerarie.

La natura divina dei faraoni spiega perché le loro sepolture dovevano essere costruite secondo canoni specifici, alla sua morte il faraone si trasformava in Akh, forma dello spirito simile ad un ibis, saliva in cielo tra le stelle imperiture e diventava Osiride, completando così la sua rigenerazione divina.

Questo spiega perché essi siano stati sepolti, dapprima in sontuose e sempre più grandi mastabe poi in quelle gigantesche costruzioni che sono le piramidi (forse) ed in seguito nelle ricchissime tombe scavate nel sottosuolo della Valle dei re a Tebe, in entrambi i casi si trattava di tombe costruite non per dei comuni mortali ma per delle divinità.

Alla sua morte il faraone doveva disporre di una dimora adatta a conservare il suo corpo per l’eternità. Questa doveva essere confortevole e dotata di un arredo consono alla personalità che avrebbe ospitato. Un corredo che comprendesse tutto quanto aveva avuto nella sua vita terrena, abiti per le varie esigenze, ornamenti ed oggetti d’uso quotidiano oltre ad una scorta di cibi e bevande.

Non appena il faraone avesse superato positivamente la psicostasia (la pesatura del cuore) sarebbe salito nei campi Aaru (o Iaru), dove il defunto sarebbe vissuto felicemente e senza alcuna preoccupazione.

A questo scopo però avrebbe dovuto lavorare, arare e mietere, insomma svolgere tutti quei lavori necessari alla prosecuzione delle vita. Ma poiché il faraone non era adatto a svolgere questi lavori, con lui venivano seppelliti gli “ushabti” (i rispondenti) forze costruttive positive che avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori agricoli e non solo, animandosi magicamente rispondendo subito alla chiamata del signore e lavorando al suo posto, per consentire all’anima del morto di godere del riposo ultraterreno.

Va detto che a questo in parte ci pensava già lo stesso faraone quando era ancora in vita, era lui che si faceva costruire la sua dimora eterna e, forse, pensava già al corredo che si sarebbe portato nell’aldilà. Allo scopo sceglieva di farsi seppellire in una necropoli già predisposta dai suoi predecessori oppure decideva di farsi costruire una nuova necropoli dove avrebbe trovato posto la sua tomba o il suo complesso funerario. Durante il Periodo Protodinastico, o Tinita, la necropoli dei sovrani delle Due Terre si trovava ad Abydos nell’Alto Egitto, tra Assiut e Luxor.

Stando alla ricostruzione fornita dall’archeologo inglese Flinders Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, questa conteneva un gran numero di tombe, va detto che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia ed ospitava anche molte tombe dei Re predinastici.

Molte di queste tombe erano state scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto ad un’intelaiatura di pannelli di legno. All’epoca di Petrie, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un tumulo, come citato sopra, per le personalità più importanti la tomba era circondata da un muro di cinta di mattoni, dove erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto.

Oltre a queste stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.

Grazie allo studio dei sigilli e delle stele, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una accettabile successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro proprietari.

La necropoli di Abydos, in epoca protodinastica, venne dotata di due cinte murarie, la prima che cinge il tempio consacrato al dio locale Khentamentiu, signore dei morti, dio ancestrale “Primo degli Occidentali”, assimilato ad Osiride durante il Medio Regno, raffigurato come uno sciacallo spesso è stato confuso con Anubi.

La seconda cinta muraria, rettangolare, sempre in mattoni crudi, racchiudeva l’intero complesso. Abydos rappresentò un notevole centro religioso in quanto, secondo la tradizione, vi si trovava la tomba di Osiride. Fu sempre ritenuto uno dei più importanti centri di culto dell’intero Egitto. Il più importante rito religioso era il pellegrinaggio ad Abydos dove si svolgevano le principali cerimonie dell’Egitto.

Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab, (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Le mastabe erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni; la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq.

Non si sa per quale ragione, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. A partire dal regno del faraone Den, quinto re della I dinastia, si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo caso noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni.

Anche Khasekhemwy, ultimo faraone della II dinastia, adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo. Dietro il sito dell’antica città di Thinis, i sovrani fecero erigere una cinta in mattoni crudi. La Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. è una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara. Alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara ma Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos.

Dopo la prima esperienza del faraone Den, seguita da quella di Khasekhemwy, di utilizzare la pietra lavorata arriverà, con la III dinastia, l’architetto Imhotep che ne farà largo uso nella costruzione della piramide di Djoser. Ma qui entriamo nel Periodo Dinastico col quale inizierà l’Antico Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Mondadori Electa, 2001
  • Cyril Aldred, “Gli egiziani, tre millenni di civiltà”, (trad. di S. Bosticco), Newton & Compton, 1985
  • Cyril Aldred, “Arte dell’Antico Egitto”, (trad. di Massimo Parizzi, Milano, Rizzoli, 2002
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Milano, Mondadori, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2006
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (trad. di G. Pignolo), Einaudi, 2017)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL RE SCORPIONE

Di Piero Cargnino

LA DINASTIA 00

Finisce il regno dei “Seguaci di Horus”, gli “Shemsu-Hor” che rimangono uno dei più grandi e fitti enigmi per i ricercatori e gli storici. Sovrani della “Città del Falco”, Hierakompolis, nome greco dell’antica necropoli di Nekhen, preistorici e misteriosi sovrani che la tradizione antico egizia raccontava che fossero gli alleati di Horo nella battaglia contro Seth a Buto per la conquista del Basso Egitto.

Arriviamo dunque al quarto periodo quello del “Regno dei Sovrani umani”. Questo periodo è caratterizzato da continui scontri tra i vari regni ed in esso Manetone colloca la dinastia 00 (3300- 3200 a.C.) nella quale si alternano una certa quantità eterogenea di sovrani.

Chiamarla dinastia non sarebbe corretto in quanto, non essendo ancora avvenuta l’unificazione dell’Egitto, non si può parlare di regnanti che si succedono sul trono d’Egitto secondo una discendenza dinastica sovrana, vengono citati re, o anche solo capi locali, che spesso hanno regnato nello stesso periodo indipendentemente dal territorio, alcuni regnavano nel Delta, altri nella Valle, altri ancora molto più a sud.

Esplorando la necropoli arcaica di Abidos, l’egittologo Edwin van den Brink, nel 1992, assegnò come appartenenti alla dinastia 00 i re di Tjeni ivi sepolti. L’egittologo tedesco Gunther Drever, studioso di lingua copta ma privo di esperienza in fatto di scavi, con fondi forniti da privati, nel 1893 scoprì un basso contrafforte nel deserto interamente ricoperto di cocci di vasi, dagli scavi emersero sedici tombe di mattoni a forma di pozzo i cui nomi regali erano tutti riferiti a Horo. Non trovando corrispondenza con i nomi citati da Manetone ne con quelli citati nel Papiro di Torino, Amélineau arrivò alla conclusione che si trattasse dei nomi dei “Seguaci di Horus”. Ovviamente non mi perdo nell’elencare la nutrita serie di nomi che di per se non direbbero nulla in quanto, a parte i nomi, non conosciamo altro, ne citerò solo alcuni per pura curiosità: Orice, Conchiglia, Pesce, Elefante, Toro, Scorpione I (da non confondere con il re Scorpione che verrà più tardi), seguono molti altri. Questi nomi erano riportati su vasi e su piccole tavolette (1 o 2 cm di lato)  di osso, legno o avorio sulle quali comparivano, da un lato appunto nomi di re o regine o capi locali e sull’altro solitamente un numero.

Le tavolette, oltre a numerosi altri reperti furono rinvenuti in massima parte ad Abydos ed a Nekhen oltre che sulle statue di Min e sulla “Tavolozza delle città”, in assenza di una cronologia certa questi sovrani potrebbero appartenere alla dinastia 00.

Qui troviamo nomi quali: Hedjw-Hor, Ny-Hor, Hat-Hor, Iry-Hor e così via, sovrani che appartenevano a Tjeni ed a Nekhen considerando che in questo periodo vi erano tre grandi insediamenti umani governati da monarchie ereditarie: Tjeni, Nubt e Nekhen.

Dreyer, durante una spedizione nel sud dell’Egitto, scoprì inoltre numerose iscrizioni e reperti che analizzò al carbonio 14 riscontrando che erano da attribuire ad un periodo che collocò tra il 3300 e il 3200 a.C. antecedente quindi al periodo dinastico ed all’unificazione dei due regni dell’Alto e del Basso Egitto.

Dopo un attento esame delle iscrizioni riportate sui reperti gli studiosi giunsero alla conclusione che gli antichi egizi inventarono la scrittura prima dei sumeri.

LA DINASTIA 0 e IL RE SCORPIONE

Per quanto riguarda la dinastia 0 ci sono stati tramandati i nomi di alcuni re quali: Iry-Hor, Ka e Scorpione II, il “Re Scorpione” che viene identificato dal ritrovamento di una testa di mazza del tipo dello scettro “hedj”, che sarà lo scettro dei faraoni del periodo dinastico.

La scena raffigurata sulla mazza ritrae il re, cinto della coda di toro simboleggiante “Horus Toro Possente”, il sovrano regge una zappa nei pressi di un canale, sul suo capo è presente la “Corona Bianca” dell’Alto Egitto, dietro a lui due portatori di ventaglio lo seguono. Proprio di fronte al suo viso compare il glifo che rappresenta uno scorpione, il sovrano è sormontato da una stella, ritenuta simbolo della regalità ed epiteto che accompagna il nome.

Girando la mazza verso il retro del sovrano compaiono alcune piante e un gruppo di donne che battono le mani, nel registro superiore sono rappresentate le insegne dei nomoi che compongono il suo regno, fatto curioso è che da ogni insegna  penzola un uccello appeso per il collo.

L’ipotesi più accreditata è che l’intera rappresentazione presente sulla mazza stia ad indicare che si tratta di una cerimonia sacra legata all’irrigazione mentre per quanto riguarda gli uccelli appesi ai vessilli, essendo questi uccelli acquatici e come tali simbolo del Basso Egitto, lascerebbe supporre che si sia voluto in tal modo rappresentare principi egizi vinti dal re Scorpione.

Da ciò si deduce che il sovrano abbia effettivamente tentato di conquistare il Basso Egitto, ma per questo bisognerà attendere un altro re che verrà dopo di lui, Narmer (o Meni o Menes), ma di questo parleremo in seguito.

Il reperto venne trovato insieme ad altri in un deposito del tempio di Narmer a Nekhen e costituivano offerte votive al sovrano.

Il re Scorpione, sovrano di Nekhen (Hierakompolis) nella cui necropoli pare sia stata individuata la sua tomba denominata HK6, fu uno dei “Seguaci di Horus” e forse l’ultimo re della dinastia 0.

Del re Scorpione possiamo ancora dire che, in seguito al ritrovamento del suo serekht su di un’anfora da vino di origine palestinese, alcuni studiosi ritengono che Narmer e il Re Scorpione siano lo stesso personaggio ovvero il primo faraone che riuscì ad unificare l’Alto ed il Basso Egitto.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LO ZEP TEPI

Di Piero Cargnino

Vediamo di ricostruire, per quanto ci è possibile, gli avvenimenti che hanno caratterizzato in modo significativo la fase finale del Predinastico, Naqada III.

Cominciamo col dire che è in questa fase che nascono la scrittura geroglifica, i primi cimiteri con sepolture reali dove possiamo osservare per la prima volta la comparsa del serekht, per indicare il nome del sovrano, che più tardi si evolverà nel classico “cartiglio” che tutti conosciamo.

A parte la Pietra di Palermo che, in modo molto frammentario, riporta i nomi di sette sovrani che regnarono nel Basso Egitto senza però citare altro, le fonti a cui possiamo fare riferimento, oltre al solito Manetone, con tutti i suoi limiti sono anche molti altri dopo di lui. Il racconto di Manetone, “Aegyptiaca”, è un misto di mitologia e ricordi ancestrali che gli vengono riportati dai vecchi sacerdoti egizi e che si riferiscono a millenni prima.

A questo punto è dunque necessario fare un passo indietro, molto indietro, prima  dell’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, prima del dominio dei faraoni ed ancora prima della dinastia “0” (zero) e del Periodo Predinastico, occorre tornare allo “Zep Tepi” (“il primo tempo“).

LO ZEP TEPI

Forse sono solo racconti mitologici, oppure ci sono fatti storici dietro la tradizione dello Zep Tepi? Bella domanda!

Nel tragitto che ci apprestiamo ad intraprendere faremo riferimento a Manetone il quale riferisce che ci fu un tempo in cui antichi e potenti sovrani di natura divina e semi-divina civilizzarono e governarono l’Egitto sotto forma di faraoni.

Lo storico greco Eusebio da Cesarea riporta che Manetone fa iniziare la storia egizia nel 30.544 a.C. e la suddivide in quattro periodi:

  1. Regno degli Dei,
  2. Regno dei Semidei,
  3. Regno degli Spiriti venerabili,
  4. Regno dei Sovrani umani.

E’ interessante notare che la suddivisione in quattro periodi, ovvero dei, semidei, mani superiori e uomini, collima con la dottrina tradizionale delle “Quattro Età dell’Umanità”, da quella dell’oro a quella del ferro che ritroviamo in tutte le antiche culture della storia.

Manetone ci racconta che all’inizio dei tempi governava il Basso Egitto quella che chiama “Dinastia degli dei” (o “Regno degli dei”) che avrebbe regnato per 13.900 “anni lunari”. Il “Regno degli Dei” comprende sette grandi e potenti dei, i “Neteru” che regnarono sulle terre del Nilo durante il cosiddetto “primo tempo”, lo “Zep Tepi”, tempo in cui la terra d’Egitto era abitata appunto dai “Neteru” e da un’altra stirpe, gli “Urshu”, “Vigilanti”, ovvero creature divine che sono menzionati nel Papiro di Torino come intermediari tra gli dei e gli umani.

I Neteru, gli dei che regnarono erano Ptah, Ra, Shu, Geb, Osiride, Seth e Horus. Fatto curioso è che Manetone fa comparire Osiride nella quinta posizione fra gli dei, anche Zeus è nella quinta posizione nell’Olimpo, (una combinazione dovuta forse al fatto che Manetone era uno storico e sacerdote greco antico).

Anche i “Testi delle Piramidi” raccontano che giunse il tempo in cui l’ordine emerse dal caos, era il periodo in cui gli dei, i Neteru, governavano la Terra.

LE ANIME DI PE E NEKHEN

Segue la dinastia dei semidei, che dura 1255 anni.

Sono i “Seguaci di Horo”, il Papiro di Torino li chiama “Spiriti che furono seguaci di Horus”, sono le “Anime di Pe e quelle di Nekhen”, così chiamati nella formula relativa al viaggio ultraterreno del sovrano nei “Testi delle Piramidi”, le Anime sono i ba dei sovrani appartenenti alla sfera del divino.

Le troviamo spesso indicate nella trasposizione dei geroglifici come “hnw”, ovvero “Giubilo” e sono rappresentate da una figura umana maschile genuflessa che con il pugno si percuote il petto mentre l’altro braccio è sollevato in alto. Venivano rappresentati in forma antropomorfa: le anime di Pe, ossia l’antica Buto, mitica capitale del Basso Egitto, con la testa con la testa di falco, mentre la Anime di Nekhen, l’antica capitale dell’Alto Egitto anche detta Hieracompolis con la testa di una canide.

Con questa rappresentazione si voleva evidenziare le antiche forze spirituali delle due metà del Paese. La loro posizione ricalca l’antica musica detta “corporea” per eseguire la quale ci si percuoteva il petto prima con un pugno e poi con l’altro (Hornung). Con questo gesto i sacerdoti, gli alti funzionari e il corteo divino salutavano Aton nel momento in cui apparivano all’orizzonte il sovrano e Ra sotto forma di Khepri.

L’arrivo del sole al mattino nel mondo sotterraneo veniva salutato con il gesto “henu” dalle  Anime di Pe e Nekhen, ma se queste, per qualche ragione fossero mancate, gli egizi, che pensavano a tutto, nell’iconografia funeraria queste venivano sostituite da altre divinità dette “Gli Occidentali”.

GLI SHEMSU-HOR

Poi arrivarono gli “Shemsu-Hor”, gli “Spiriti venerabili”, o “Compagni di Horo”.

Erano gli “Akh” (luminosi), non erano propriamente dei ma la loro natura era comunque divina, formavano il seguito di Horo e venivano venerati nei suoi templi, da essi derivò la titolatura reale dei faraoni.

Il loro compito era quello di purificare il defunto accompagnandolo durante il suo viaggio ed accoglierlo nell’Oltretomba.

Gli “Shemsu-Hor” sono coloro che guidarono la transizione tra i precedenti regni e quello degli umani, il loro emblema era il cane nero Upuaut.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL PERIODO DI NAQADA

Di Piero Cargnino

Finora abbiamo parlato della preistoria di quella terra e dei suoi abitanti che furono i precursori della civiltà egizia i cui progressi culturali, li portarono a diventare un popolo che iniziava ad organizzarsi, sia dal punto di vista sociale che culturale. Abbiamo seguito le diverse culture precedenti: il Badariano, il Tasiano, la cultura del Fayyum e quella di Merimde.

Affrontiamo ora il periodo che viene chiamato “Predinastico”.

Con il Predinastico ha inizio quel processo che precede la formazione di un vero stato egizio unitario, cosa che avverrà solo al termine del periodo, al momento il paese si presenta diviso in due regni distinti, il Basso Egitto a nord con capitale Pe nel Delta e l’Alto Egitto a sud con capitale Nekhen.

Il Predinastico inizia intorno al 4000 a.C. e arriva fino al 3000 a.C. circa.

Naqada, città considerata la base di partenza del periodo predinastico, qui si pensa sia nata la cultura che darà inizio all’evoluzione storica e sociale dell’intera Valle del Nilo. Qui troviamo la grande necropoli egizia con i suoi reperti predinastici che furono accuratamente studiati da Flinders Petrie sul finire dell’ottocento. L’egittologo tedesco Werner Kaiser, studioso dell’antico Egitto, ha suddiviso il periodo di Naqada in tre fasi significative di ciascuna cultura, 1) Naqada I, amraziana (3900-3650 a.C.), 2) Naqada II, gerzeana (3650-3300 a.C.), (3) Naqada III, semainiana (3300-3060 a.C.).

Non farei molto affidamento sulla precisione delle date riportate per ciascun periodo naqadiano in quanto sono puramente indicative, come pure lo sono quelle relative al successivo periodo Protodinastico (o Arcaico o Tinita) in quanto ancora oggetto di studi e di ipotesi formulate dagli studiosi e pertanto ancora molto discordanti.

Esaminiamo ora le caratteristiche dei tre periodi naqadiani il cui nome deriva dal sito di Kom el-Ahmra (Nekhen) nell’Alto Egitto. Iniziamo con Naqada I (amraziano)  dove venne studiato il primo sito di questo gruppo culturale scoperto.

In questo periodo si producono ancora vasi “a bocca nera” ma iniziano a comparire decorazioni a righe parallele bianche che si intersecano con altre sempre bianche. Nascono in questo periodo scambi commerciali tra i due regni, lo testimoniano reperti del nord presenti al sud e viceversa. Si inizia a trovare il rame che, assente in Egitto, proviene sicuramente dal Sinai o dalla Nubia dalla quale proviene, in questo periodo, anche l’ossidiana e l’oro, in questa fase si riscontrano anche commerci con le oasi. Si riscontra un primo tentativo di costruzione di edifici in mattoni di fango, cosa che si estenderà nel successivo periodo gerzeano a dimostrazione di una continuità storica e culturale tra passato e presente.

Ha inizio anche la produzione di palette per cosmetici che rivelano però un artigianato ancora rudimentale, sono assenti i bassorilievi che troveremo più avanti, tipo la tavoletta di Narmer.

Esaminiamo ora il periodo di Naqada II, il gerzeano, dal nome della località dove vennero effettuati i primi ritrovamenti Gerzeh (Girza o Jirzah). Dalle ultime datazioni al C14 si è propensi a datare l’inizio di questa fase all’incirca nel 3650 e si presume che sia durato 3 secoli circa. L’egittologo Werner Kaiser ritiene che si debba fare un’ulteriore suddivisione in 4 fasi dove nelle prime due si riscontrerebbe un notevole aumento della popolazione e l’introduzione di nuovi metodi di lavorazione che porterebbero ad una migliore qualità degli oggetti lavorati.

Come detto sopra si costruiscono edifici con mattoni di fango del Nilo mischiato a paglia tritata. Le ulteriori due fasi metterebbero in evidenza i primi tentativi di espansione dell’Alto Egitto a discapito del Basso Egitto. Si nota un aumento ed un miglioramento delle decorazioni presenti sugli oggetti in ceramica. Risulta evidente che alcune incisioni iniziano ad assomigliare ai futuri geroglifici mentre sono sempre più numerose le tavolette portacosmetici, con esse compaiono arpioni in osso, vasi d’avorio, coltelli seghettati in osso e collane o pendenti realizzate con pietre dure e lapislazzuli. Tra gli altri oggetti, l’egittologo Wainwright rinvenne nel 1911 oggetti quasi sferici in ferro che costituirebbero i più antichi manufatti di quel metallo presenti in Egitto. Curiosamente, fra tutte le sepolture scavate una di esse conteneva il corpo di un uomo decapitato. Sul finire del periodo gerziano o Naqada II iniziano a formarsi gli embrioni dei primi regni nell’Alto e nel Basso Egitto.

Arriviamo così, approssimativamente intorno al 3500 a.C., all’ultimo periodo del predinastico nel quale gli studiosi fanno iniziare il periodo di Naqada III, il semainiano, che durerà fino al 3150 a.C.. Da questo periodo ha inizio il consolidamento del processo di formazione degli stati, già iniziato in Naqada II; da quanto si può ricavare dagli scarsi rinvenimenti archeologici, incontriamo già dei sovrani che governano regni indipendenti e in lotta tra loro. Nomi che troviamo per lo più incisi su vasi in ceramica o sulle lastre di pietra che ricoprono le sepolture. Nomi di sovrani che conosciamo quasi esclusivamente dai miti che ci ha riportato Manetone e ad alcuni accenni che troviamo sulla Pietra di Palermo.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
Antico Regno, Statue

SENEB…IL “SANO”

Di Giuseppe Esposito

“Sano”, in antico egiziano, si diceva Seneb e proprio con tale nome beneaugurante, la madre decise di chiamare suo figlio, dimostrando, peraltro, che non esisteva stigma per una deformazione che solo successivamente, specie presso le corti medievali e rinascimentali, ma anche nel Nuovo Regno egiziano, fu sinonimo di buffone e giullare, perché Seneb era un nano.

Antico Regno, IV dinastia (2575-2465 a.C.), calcare dipinto, h.34 cm. Il Cairo, Museo Egizio (JE 51280).

E così, senza celare assolutamente la sua condizione, ce lo restituisce anche  un gruppo scultoreo famosissimo, risalente alla IV dinastia, che lo vede rappresentato con la sua famiglia: la moglie, Senet-Ites, e due figli, un maschio e una femmina che, nella rappresentazione occupano una posizione particolare su cui tra breve richiamerò la vostra attenzione.

Seneb è, infatti, rappresentato a gambe incrociate, nella posizione tipica dello scriba, mentre sua moglie, di altezza normale, gli siede accanto circondandolo amorevolmente con le braccia; i due figli, evidentemente di giovanissima età dacché sono rappresentati nel gesto tipico dei bimbi che si succhiano il dito (il maschietto, inoltre, sfoggia sul lato destro del capo, la treccia dell’infanzia), occupano il posto che, normalmente, dovrebbe essere occupato dalle gambe di Seneb.

E’ un espediente particolarmente interessante poiché, oltre a ricreare la tipica simmetria della coppia principale (si pensi, ad esempio alle statue di Rahotep[1] e Nofret), rappresenta anche un particolare concetto della prole, intesa come sostentamento, vere e proprie “gambe”, dei genitori.

Già, ma chi era Seneb?

Se preconcetti non aveva la madre quando gli assegnò quel nome, nessun preconcetto limitò la sua carriera, del resto, forse che Bes, il dio protettore delle nascite, non era egli stesso un nano? L’unico personaggio, peraltro, rappresentato nei rilievi parietali sempre di prospetto e non di profilo, forse per poter ben rappresentare le gambe arcuate che, secondo i canoni rappresentativi degli egizi, non sarebbero state facilmente rappresentabili di profilo.

Fig. 2 La tomba di Seneb con l’indicazione della “falsa porta” recante i titoli del defunto e della scatola in legno contenente il gruppo di famiglia (da Egyptian Art in the Age of Pyramids, MMA, p. 45)

Ma torniamo a Seneb e alla sua tomba (fig. 2), la G 4240, verosimilmente destinata anche a Senet-Ites; già individuata nel 1903 da Schiaparelli, si trattava di una mastaba della necropoli di Giza, scavata nel 1926 da Hermann Junker[2], che, su una falsa porta, recava ben venti titoli del defunto; tra cui: Colui che è trasportato sulla sedia sedan; Direttore dei possedimenti della Corona Rossa; Sovrintendente alle tessiture del Palazzo; Custode del sigillo di Dio della barca Wn-ḥr-b3w (whenerbau); Sovrintendente dell’equipaggio della nave ks; Sovrintendente ai nani del Palazzo addetti al vestiario; Sacerdote di Uadjet, Signora del Basso Egitto; Sacerdote del grande toro Setepet e del toro Merw; Profeta di Khufu e Djedefre e, addirittura, Tutore dei figli del Re.

La stessa Senet-Ites non era da meno: era, infatti, sacerdotessa di Hathor e Neith. Sempre dalle iscrizioni della falsa porta, sappiamo che la coppia ebbe tre figli: Radjedef-Ankh, Awib-Khufu e Smeret-Radjedef, che Seneb era proprietario di migliaia di capi di bestiame, e che non disdegnava di andare in barca accompagnato dai suoi servi. E’ interessante, in tal senso, notare che nelle rappresentazioni in cui compare con personaggi di rango inferiore, Seneb è rappresentato, comunque, della stessa altezza (se non più alto) dei suoi accompagnatori, anche se con le caratteristiche tipiche del suo stato (fig. 4).

Fig. 3 La Necropoli di Giza con l’indicazione degli scopritori delle mastabe dei Funzionari reali [la mastaba di Seneb è la G 4240] (da Egyptian Art in the Age of Pyramids, MMA. P. 143)
Fig. 4 la rappresentazione di Seneb in barca, dalla falsa porta della sua tomba (da WP: foto propria dell’utente:Udimu CC BY-SA 3.0); si nota il duplice espediente dell’altezza (pari a quella degli altri personaggio) e dell’averlo rappresentato in un punto della barca più alto (per la curvatura)

Oltre le pochissime suppellettili e la più famosa statua, da cui abbiamo preso le mosse, nulla, neppure i resti di Seneb o della sua sposa (che pure dalle iscrizioni sembra essere stata sepolta con lui), venne rinvenuto da Junker (fig. 5), nel 1926.

Fig. 5 Un pezzo di Egittologia: da sinistra Hermann Junker, George Reisner (1867-1942), James Henry Breasted (1865-1935) e Ludwig Borchardt (1863-1938)

I lavori di scavo eseguiti in un’area di oltre quindicimila metri quadrati, tuttavia, avevano comportato lo spostamento di grande quantità di detriti che, di fatto, erano andati a ricoprire un’area almeno altrettanto vasta. Tra le altre, era stata ricoperta anche la tomba di Nesut-Nefer (G 4970), Sovrintendente di Palazzo, Segretario Giuridico, Supervisore delle case dei Figli del Re, Sovrintendente dei profeti del tempio di Khafra, Capo dei possedimenti, Nomarca dei nomi VIII e X dell’Alto Egitto, Sovrintendente dei preti Wab di Khafra.

Fu così che, negli anni ’90 del secolo scorso, s’intraprese una campagna per meglio documentare proprio la tomba di Nesut-Nefer; in quell’occasione, si pervenne alla scoperta di un’altra tomba, quella di Per-Ni-Ankh a breve distanza dalla mastaba di Seneb. Anche in questo caso, il defunto aveva titoli importanti nella gerarchia di Corte e, più importante di tutto ai nostri fini, il corpo rinvenuto e una statua in basalto di eccellente qualità, rivelò che era, a sua volta un nano, il che ha fatto supporre fosse un parente, o addirittura il padre di Seneb.

Fig. 6 Il rinvenimento della statua di Per-Ni-Ankh nel 1990

Ma un altro indizio viene ad avvalorare tale ipotesi: la presenza, nella tomba di Per-Ni-Ankh del nome della moglie di Seneb, Senet-Ites il cui nome, peraltro, è stato rinvenuto anche nella vicina tomba di un altro alto funzionario di Palazzo: Ankh-Ib, il che ha fatto supporre, ulteriormente, che tra Seneb, Per-Ni-Ankh e Ank-Ib esistesse un legame di parentela. 

Per concludere, a dimostrazione che la condizione fisica non era di certo ostativa all’ascesa della gerarchia di Palazzo, specie nell’Antico Regno, si consideri che affetto da nanismo fu anche Khnum-Hotep che, nella VI dinastia, assurse all’incarico di Servente del Kha e Supervisore dei servi del Kha del Re.



[1]    Rahotep è stato un principe egizio durante la IV dinastia. Fu probabilmente il figlio del faraone Snefru e della sua prima moglie. Alla sua prematura morte, il fratellastro Medjedu Khnum-Khufu  divenne faraone, alla morte di Snefru, con il nome (a noi più noto) di Keope.

[2]    Hermann Junker:egittologo tedesco (1877 – 1962), Direttore della spedizione tedesca a Giza dal 1911 al 1929. Riportò i suoi lavori di ricerca a Giza, ove scavò oltre 600 tombe, in dodici volumi.  

Nubia

IL TEMPIO DI SOLEB

Di Stefano Argelli

Il sito archeologico di Soleb si trova a nord della terza cataratta del Nilo, sul lato occidentale. Scoperto e descritto da Karl Richard Lepsius nel 1844.

Le rovine più affascinanti del sito sono quelle del tempio in arenaria edificato per la gloria del faraone, che vi era venerato assieme al dio Amon Amenhotep III (1390-1352a.C) faraone della XVIII dinastia.

Michaela Schiff Giorgini

A Michela Schiff Giorgini (Missione Italiana dell’Università di Pisa) negli scavi iniziati nella campagna 1957-58 e proseguiti per molti anni, si deve il meticoloso lavoro di riscoperta e di informazioni inerenti a questo splendido tempio.

La colonia di Soleb,inizialmente piccolissima e circondata da un fossato, divenne poi una vera una vera cittadella protetta da mura di cui oggi rimangono solo delle tracce a sud-ovest del tempio. Maggiori informazioni ci vengono dalle necropoli: inaugurate dalle fosse primitive dei primi abitanti, divennero poi il luogo di sepoltura dei coloni di Thutmosis III che rimaneggiarono tutte le tombe primitive e ne fecero delle sepolture egizie.

Il tempio ebbe numerose modifiche nel corso degli anni, tutte avvenute probabilmente sotto il regno di Amenhotep III.

Pianta del sito Lepsius

Il tempio è di forma classica sui resti di un piccolo santuario presente, con colonne palmiformi e papiriformi.

Di particolare importanza a Soleb risulta la decorazione dei tamburi delle colonne su cui sono rattigurati alcuni prigionieri che,al posto del corpo, portano inciso un cartiglio con il nome della regione, città o tribù di provenienza, la lista di Soleb fornisce nomi nubiani e asiatici, più di 100 nomi.

Fonti:

  • MediterraneoAntico
  • IL SOGNO DEI FARAONI NERI Alta Nubia: una terra tra due imperi. Di Maurizio Damiano