Mai cosa simile fu fatta

KEMAL EL DIN, IL PRINCIPE ESPLORATORE

Di Luisa Bovitutti

Il primo ad individuare il Gilf Kebir e ad avventurarsi alla sua esplorazione fu il principe Kemal El Din, figlio primogenito del Sultano Hussein Kamel che gli inglesi avevano posto alla guida dell’Egitto, all’epoca protettorato britannico, dopo aver deposto il kedivè.

Egli nacque nel 1875, e fu educato in Austria, all’Accademia Militare Teresiana; tornato in patria divenne comandante in capo dell’esercito egiziano; era il primo in ordine di successione ma rinunciò ai suoi diritti dinastici probabilmente perché non intendeva sottomettersi al controllo degli inglesi, ed alla morte di suo padre, verificatasi improvvisamente nel 1917, salì al trono suo zio Ahmed Fuad che acquisì il titolo di Re quando l’Egitto ottenne l’indipendenza.

Il principe Kamal El Din preferì restare lontano dalla vita politica del suo paese e divenne un pioniere nell’esplorazione del deserto, scoprendo molti siti ai quali diede il nome con il quale sono conosciuti ancora oggi e registrò nei suoi appunti i graffiti e le pitture rupestri che ivi si trovavano.

Organizzò tre spedizioni: la prima dal 1923 al 1924, la seconda dal 1925 al 1926 e l’ultima iniziata nel 1930 ed interrotta nel 1932, anno della sua morte.

Il convoglio organizzato dal Principe doveva essere incredibile: egli utilizzava tre semicingolati che si era fatto costruire appositamente dalla Citroen (fu il primo ad avventurarsi nel deserto con veicoli a motore), affiancati da una carovana di oltre 500 cammelli che trasportavano i viveri ed il carburante (quei mezzi futuristici ne consumavano un litro al chilometro!) del quale aveva organizzato una serie di depositi lungo la rotta del ritorno.

Il semicingolato Citroen

Il suo team comprendeva anche scienziati, fotografi e cartografi, tra cui il Conte ungherese Laszlo Almasy che organizzò anche altre spedizioni nel deserto libico finanziate dal Principe.

Nel corso delle sue spedizioni Kemal El Din, che partiva dal Cairo, si spinse fino a Bahariya e Farafra raggiungendo la collina che chiamò Abu Ballas, sita a 240 Km ad ovest-sud-ovest dall’oasi di Dakhla, un sito utilizzato anticamente come luogo di stoccaggio dell’acqua ed ancora oggi coperto da un’infinità di cocci di giare di terracotta; esplorò il Grande Mare di Sabbia; scoprì l’altopiano che denominò Gilf Kebir, ossia “la grande barriera”; mappò l’area del Gebel Uweynat; individuò l’Oasi di Merga e le sue pitture rupestri.

Un anno dopo la sua morte il conte Lazlo Almasy collocò in suo onore a Wadi Fourag, una località posta all’estremità meridionale dell’altopiano del Gilf Kebir, una targa in marmo sulla quale c’è questa scritta:

Il monumento come appare oggi

“In memoria di Sua Altezza Reale il principe Kemal el Din Hussein, il grande esploratore del deserto libico. Questo monumento è stato eretto da chi apprezza i suoi grandi sforzi”.

Il 28 marzo 1934 Almasy tornò sul posto con un inviato del giornale El-Ahram ed un rappresentante del Royal Automobile Club d’Egypte che avevano patrocinato l’impresa e lasciò in loco, all’interno di un barattolo, un documento scritto che testimoniava il loro passaggio ed un gagliardetto della Royal Automobile club d’Egypte, ancora presenti nel 1998 ma ora scomparsi.

Il documento ed il gagliardetto lasciati in loco nel 1934

I primi a raggiungere il luogo nel secondo dopoguerra furono degli austriaci, che nel settembre 1982 trovarono la targa rotta in vari pezzi perché era caduta a terra dalla roccia sulla quale era stata posata; la ricomposero e costruirono accanto ad essa una piramide di pietre in modo che fosse agevolmente individuabile dai futuri visitatori.

La targa ricomposta

Dal 16 al 24 marzo 2014, a 82 anni dalla morte del principe, l’Egyptian Automobile & Touring Club del Cairo con il patrocinio del Ministero del Turismo egiziano ha organizzato la Kamal Expedition, una missione impegnativa che ha richiesto tre anni di preparazione e che si proponeva di ripercorrere le tracce del Principe per promuovere l’ecoturismo e la conservazione della regione desertica da lui esplorata, che presenta grande interesse storico, naturalistico ed antropologico.

Il team ha percorso in fuoristrada circa 2.800 chilometri, dall’oasi di El Kharga fino al confine con il Sudan e la Libia attraverso il Parco Naturale del Gilf Kebir ed il massiccio del Gebel Uweinat, risalendo poi al Grande Mare di Sabbia ed infine al Deserto bianco.

La spedizione era capeggiata da Tarek el-Mahdy, esperto nell’organizzazione di simili imprese, ed annoverava tra i componenti nove scienziati tra archeologi, egittologi, geologi e botanici che nel corso del viaggio hanno tenuto lezioni sul tema, ventidue giornalisti provenienti da dodici paesi ed altresì il personale della logistica e della cucina, quattro meccanici ed un medico.

FONTI:

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C'era una volta l'Egitto

PERIBSEN, IL FARAONE DIMENTICATO

Di Piero Cargnino

Dimenticato un faraone dell’antico Egitto? Potrebbe anche essere, se guardiamo la lista dei re di Abydos, di epoca ramesside, la lista dei re di Saqqara, il Canone Reale di Torino e la Pietra di Palermo, che però è mancante in questo punto, ci rendiamo conto che è proprio così. Non solo ma anche Manetone, riportato dai suoi più fedeli epitomatori quali Sesto Africano ed Eusebio da Cesarea, non citano il suo nome. La sua stessa posizione cronologica all’interno della II dinastia non è chiara poiché non si sa chi abbia governato prima e dopo di lui, meno che mai conosciamo la durata del suo regno.

Peribsen è conosciuto dagli egittologi solo in virtù del ritrovamento di diversi reperti trovati ad Abydos e di incisioni su frammenti di vasellame oltre ad alcuni sigilli, altri reperti di questo sovrano sono stati rinvenuti anche ad Elefantina.

Il suo nome Peribsen (pr ib=sn) significa letteralmente “Colui che viene alla luce per loro volontà” o “Il suo cuore e la sua volontà vengono per loro“. La sillaba egiziana “sn” significa “loro, quelli”, rivelando una chiara scrittura plurale. Egittologi quali Velde e Garnot suggeriscono che Peribsen abbia usato Seth come protettore nel suo serekh collegando però sempre il suo nome a Horus. Questa affermazione, supportata dall’uso plurale di “sn”, indurrebbe a pensare che Peribsen adorasse parimenti entrambe gli dei aggiungendo il potere di Seth a quello di Horus. Durante le prime dinastie non era raro che i re ostentassero una certa ambiguità religiosa per i loro nomi.

L’assenza del suo nome nelle liste reali indurrebbe a pensare che il re sia stato sottoposto alla “damnatio memoriae” ma se si pensa che le liste sono state compilate più di 1500 anni dopo la sua morte la cosa non potrebbe essere poi così strana. In epoche a noi più vicine sono state scoperte tombe di sacerdoti che praticavano il culto funerario per Peribsen, i reperti in esse presenti riportano correttamente il suo nome e questo induce a pensare che il sovrano non fu soggetto a “damnatio memoriae”.

Storici ed egittologi sono d’accordo nel considerare la possibilità che il suo nome sia stato effettivamente dimenticato (cosa strana) ma ancor più che potrebbe essere stato riportato in una forma distorta o addirittura scritto in modo erroneo. Altro argomento, oggetto di dibattito tra gli egittologi, è il fatto che non è chiaro il perché Peribsen abbia scelto questo nome reale che è collegato al dio Seth anziché Horus,  tradizionalmente usato come nome di un sovrano, come i suoi predecessori. Il suo serekht, a differenza di quello degli altri faraoni che si presentano con l’immagine della facciata del palazzo reale sormontata dal falco che rappresenta il dio Horus, quello di Peribsen è sormontato dall’animale che rappresenta il dio Seth. Per contro va notato che Peribsen è l’unico faraone a portare il dio Seth nel suo serekht ma non è l’unico ad assicurarsi la protezione del dio della violenza e delle tempeste, durante la XIX troviamo i faraoni Seti I e Seti II e nella XX il faraone Setnakhte.

Tra gli studiosi vi sono divergenze riguardo a chi abbia regnato prima, se Peribsen o Sekhemib-Perenmaat, per altri invece i due sarebbero la stessa persona; salito al trono con il nome Horus Sekhemib avrebbe poi cambiato il nome in Seth Peribsen. Al momento non è possibile stabilire quale teoria coincida con la realtà.

Mentre è stata ritrovata la tomba di Peribsen, non è stata ritrovata quella di Sekhemib, ciò potrebbe confermare l’ipotesi di Grdseloff secondo la quale Sekhemib Perenmaat non sarebbe altri che Peribsen prima di tradire Horo per diventare un fervente devoto di Seth.

Le condizioni dal punto di vista politico in cui si trovava l’Egitto in questo periodo non sono facilmente ricostruibili, forse potrebbe essersi verificata una rivolta nelle province del Basso Egitto, questo forse proprio a causa del mutamento religioso voluto da Peribsen con la sostituzione del culto di Horo come protettore del sovrano con il culto di Seth, proprio il confronto tra questi due dei è legato al rapporto tra Alto e Basso Egitto. Alcuni sostengono che il nuovo orientamento religioso di Peribsen abbia favorito una “damnatio memoriae” che ha portato alla cancellazione del suo nome, cosa che però, come abbiamo già citato sopra, pare non essersi mai verificata tanto che  durante la IV dinastia il culto di Peribsen era ancora presente a Giza.

Da quanto in possesso degli egittologi si può dedurre che dopo Peribsen l’Egitto abbia attraversato un periodo di sconvolgimenti religiosi che portarono il paese ad una, seppur limitata, disgregazione che durerà fino all’avvento del faraone Khasekhemwy.

E’ tutt’ora in atto un acceso dibattito sul perché Peribsen abbia ritenuto di cambiare il dio di riferimento, Horus, con Seth. A tal proposito si confrontano diverse teorie di cui una, popolare fino alla metà del XX secolo, sostenuta da egittologi quali Newberry, Cerny, Emery e Grdseloff, vedrebbe il sovrano come un eretico che ha cercato di imporre una nuova religione monoteista con Seth quale unico dio con lo stesso intento che, molto più tardi, farà Akhenaton con Aton. Secondo  Newberry i sacerdoti di Horus e Seth erano in aperto contrasto tra loro già fin dalla metà della II dinastia. Questa teoria “eretica” si basa su alcune osservazioni, primo: il suo nome è escluso da tutte le liste dei re, secondo: la sua tomba è stata distrutta e saccheggiata fin dall’antichità, terzo: le stele, presenti nella sua tomba, che riportavano il simbolo del dio Seth sono state gravemente danneggiate con l’intento di cancellare l’immagine di Seth, questo sicuramente ad opera degli oppositori religiosi alla casta sacerdotale sethiana. Molti sostengono che il regno era unificato anche se venne operata una riforma vasta e profonda che scosse la II dinastia. Dall’esame delle impronte di sigilli presenti nelle tombe di quest’epoca si evince che ci fu un profondo cambiamento nei titoli assegnati agli alti funzionari tesi a ridurre il loro potere. Sempre interpretando quanto riportato nei sigilli si riscontra che in quel periodo diverse divinità erano ancora adorate, ad Abidos compaiono delle figure di diversi dei tra cui Min e Bastet, cosa che smentirebbe la teoria del monoteismo. La teoria eretica formulata da Newberry, Cerny, Grdseloff nasce da una errata interpretazione di quanto rappresentato nei sigilli di argilla che al loro tempo non erano ancora stati tradotti dal geroglifico.

La “teoria eretica di Peribsen”, così come le conclusioni di Lauer e Firth, sono fortemente contestate. Le scoperte archeologiche che riguardano Peribsen provengono tutte dall’Alto Egitto; ciò dimostrerebbe che il sovrano non abbia governato sull’intero Egitto per cui non avrebbe avuto il potere di imporre un cambiamento radicale nella religione di stato.

Contro la “teoria eretica” esiste anche un’ulteriore prova; su una falsa porta, trovata nella tomba del sacerdote Shery, risalente alla IV dinastia, viene riportato che Shery era:

<<…….sorvegliante di tutti i sacerdoti wab del re Peribsen nella necropoli del re Senedj, nel suo tempio funerario e in tutti gli altri luoghi……..>>.

Questo dimostra che Peribsen era ancora ricordato almeno fino alla IV dinastia il che escluderebbe la “damnatio memoriae”. Va detto che non solo un sacerdote era addetto al culto funerario di Peribsen, l’egittologo olandese Herman te Velde sottolinea che fossero almeno due i sacerdoti, Inkef, imparentato con Shery, partecipava ai riti col titolo di “supervisore dei sacerdoti Ka di Peribsen”.

Sempre Newberry, Černý e Grdseloff sono del parere che sotto il regno di Peribsen ci sia stata una sorta di guerra civile per ragioni politiche ed economiche e che il faraone sia stato ritenuto responsabile da coloro che compilarono le liste secoli dopo per cui decisero di non citarlo. Inutile dire che la teoria delle guerre vivili viene contestata, Rice, Tiradritti e Helck portano a loro sostegno il fatto che le tombe di Abydos e Saqqara, appartenute ad alti funzionari di corte quali Ruaben e Nefer-Setekh risalenti a quel periodo, in base alla documentazione archeologica si presentano in buone condizioni e l’architettura originale dimostra che sia per i re che per i nobili i culti funerari abbiano mantenuto lo stesso andamento regolare per l’intera II dinastia. Rice, Tiradritti e Helck pensano che il precedente sovrano, Nynetjer, abbia deciso di lasciare un regno diviso per motivi privati o politici e che la scissione fosse una formalità sostenuta dai re della II Dinastia.

Vorrei evitare di perdermi nelle numerose e controverse teorie che sono state avanzate su un Egitto unito o diviso alla fine della II dinastia per cui non posso fare altro che prendere atto che ci troviamo di fronte ad un periodo poco chiaro.

Con molta probabilità l’Egitto si trovava diviso in due regni, anche se non in aperto conflitto e rimarrà tale fino all’avvento al trono di Khasekhemwy, ultimo faraone della II dinastia, il cui nome significa “I due poteri sorgono”. Nome assunto dal sovrano probabilmente per indicare che con il suo regno terminava l’inimicizia fra Nord e Sud.

Nonostante tutto, il regno di Peribsen fu di fatto un periodo di progresso culturale e religioso. Fondò un centro amministrativo chiamato “La casa bianca del tesoro”, fece costruire una nuova residenza reale presso Ombos che chiamò “protezione di Nubt” (Nubt era il nome dell’Egitto all’epoca di Naqada) e “Per-Medjed, “la casa degli incontri”. Fondò numerose città che rivestirono notevole importanza economica: “Afnut”  (la città dei produttori del copricapo), “Nebj” (la città di protettore), “Huj-Setjet” (la città degli asiatici). I nomi di queste città su sigilli di argilla sono presentati con a fianco il serekht di Peribsen preceduto dalla frase “la visita del re a……”.

La tomba di Peribsen fu scoperta nel 1898 a Umm el-Qa’ab nei pressi di Abydos. Si tratta della tomba “P” individuata durante gli scavi della missione francese guidata dall’egittologo Emile Amélineau, la tomba era ben conservata e mostrava tracce di restauri intrapresi durante i periodi dinastici successivi.

Nella campagna di scavi del 1901-1902 venne rivisitata da Flinders Petrie e nel 1928 vennero effettuate ulteriori esplorazioni della tomba da parte dell’egittologo svizzero Edouard Naville. La tomba di Peribsen si presenta come una costruzione semplice con dimensioni sorprendentemente piccole rispetto a quelle delle altre tombe reali della necropoli, dal punto di vista architettonico ricorda molto quella del re Djer, che ancora nel Medio Regno era ritenuta la “Tomba di Osiride”, il tipo di costruzione è simile al palazzo residenziale.

La tomba misura 16 x 13 metri ed è composta da tre strutture ricavate una nell’altra, la camera funeraria si trova al centro ed è lunga 7,3 metri e larga 2,9 metri ed è interamente costruita con mattoni di fango, canne e legno. Nove magazzini intercomunicanti la circondano sui lati nord, est e ovest mentre sul lato sud si estende una lunga anticamera, un passaggio unisce l’interno con il muro esterno. Ancorché la tomba sia stata pesantemente saccheggiata fin dall’antichità, al suo interno sono stati rinvenuti numerosi vasi di pietra e di terracotta, alcuni di quelli in pietra presentavano i bordi ricoperti di rame come quelli trovati nella tomba di Khasekhemwy.

Altri reperti furono trovati all’interno della tomba, perline e braccialetti fatti di fayence e corniola oltre a strumenti di rame, un ago d’argento con inciso il nome del faraone Hor Aha e frammenti di argilla con il nome re Sekhemib. Simpatica curiosità, nella tomba di Peribsen ad Abydos, è stato ritrovato un gioco da tavolo chiamato Mehen che oggi si trova al Louvre. Come detto quando abbiamo parlato dei suoi predecessori, nella tomba di Peribsen si trovavano barche dei precedenti re Nynetjer e Raneb.

Abbiamo accennato agli alti funzionari di Peribsen, va detto che il funzionario Nefer-Setekh (scritto anche Nefersetekh) (“Seth è bello”), il “wab-prete del re”, è noto agli egittologi per la sua stele dove il suo nome potrebbe evidenziare l’aspetto e la popolarità di Seth come divinità regale.

Su uno dei reperti di argilla è stata rinvenuta quella che, a tutti gli effetti, può essere ritenuta la prima frase scritta completa nella storia egiziana. L’iscrizione recita:

<<…….Quello d’oro / Lui di Ombos ha unificato….. / ha consegnato i due regni per….. / a suo figlio, il re del Basso e dell’Alto Egitto, Peribsen……>>.

Per gli egittologi l’affermazione “Quello d’oro”, che si può interpretare come “Lui di Ombos” va considerata come una forma religiosa di indirizzo alla divinità Seth.

Nei pressi della tomba di Peribsen sono stati ritrovati i resti di un recinto funerario di mattoni di fango, scoperto nel 1904 dagli archeologi Currelly e Ayrton, il recinto è noto come “Middle Fort”.. Poco discosto si trova un santuario delle offerte ormai distrutto dove, vicino all’ingresso, compaiono sigilli di argilla con il serekh del re. Il muro di cinta del complesso di Peribsen misura 108 x 55 metri e ospitava solo pochi edifici di culto e si trova sul lato nord-ovest del recinto funerario di Khasekhemwy “Shunet ez Zebib” (granaio dell’uva passa). Come ci si aspettava intorno non sono state trovate tombe sussidiarie. Dalla morte del sovrano Qa’a (I dinastia) venne abbandonata la tradizione di seppellire la famiglia e la corte del re quando questi moriva.

Le liste reali lo avranno anche “dimenticato” ma noi ora lo conosciamo meglio.

Fonti e bibliografia:

  • Toby A. Wilkinson, “Egitto dinastico precocet.”, Routledge, Londra 2001
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Storia delle religioni. Le religioni antiche”, Laterza, Roma-Bari 1997  
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Francesco Raffaele, Massimiliano Nuzzolo e Ilaria Incordino, “Recenti scoperte e ultime ricerche in Egittologia”, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2010
Mai cosa simile fu fatta

LE PITTURE RUPESTRI DEL GILF KEBIR

Di Luisa Bovitutti

Ecco a voi una carrellata di immagini delle pitture rupestri che ci offrono testimonianza di un mondo ormai scomparso, sepolto dalle sabbie del deserto.

La cartina in alto individua il parco nazionale del Gilf Kebir, posto nell’area sud occidentale dell’Egitto, al confine con Libia e Sudan. Esso ricomprende l’altipiano del Gilf Kebir in senso stretto, una parte del deserto noto come Grande mare di Sabbia e il sistema montuoso chiamato Gebel Uweinat.


Le più recenti pitture rupestri del Gilf Kebir delineano una società basata sull’allevamento del bestiame; pare che esse risalgano al 4400 a.C. e rappresentano grandi mandrie di bovini accompagnate da figure umane che potrebbero essere pastori.
In quell’epoca, infatti, si sarebbe verificato un cambiamento climatico e l’aumento delle precipitazioni invernali avrebbe reso la regione zona ideale per il pascolo del bestiame; per questo le comunità umane che ivi vivevano, fino ad allora composte da cacciatori – raccoglitori, si sarebbero convertite alla pastorizia.

C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE SENEDJ (O SENED O SEND)

Di Piero Cargnino

Come abbiamo già citato in precedenti occasioni, e qui non possiamo fare altro che ripeterlo, questo che precede la fine della II dinastia è un periodo molto oscuro dove mancano quasi tutte le notizie storiche ad eccezione dei molti nomi che si trovano su cocci di vasi o su scarse iscrizioni che compaiono su reperti trovati nelle tombe di altri re più o meno coevi.

Senedj, che troviamo anche come Sened, potrebbe essere il quinto re della II dinastia, cosa che possiamo solo supporre mancando la certezza che dopo Ninetjer l’Egitto sia stato diviso in due regni paralleli.

Il nome che viene riportato nelle liste reali stranamente ha il significato di “colui che ha paura”. Nessun serekht appartenente a Senedj è stato ritrovato, con questo nome compare solo nel Canone reale di Torino mentre nelle liste di Abydos e Saqqara è citato come Sendi.

Sesto Africano, che riporta Manetone lo chiama Sethenes e gli assegna 41 anni di regno mentre dal Canone di Torino non è ben chiaro se gliene vengono attribuiti 54 o 70. Troviamo il nome di Senedj associato a quello di Peribsen su di una “falsa porta” conservata al Museo del Cairo.

Secondo molti si può ipotizzare che Senedj sia realmente succeduto a Ninetjer regnando però in contemporanea con Peribsen in un Egitto diviso tra Alto Egitto e Basso Egitto. Nel “Papiro medico” di Berlino Senedj viene indicato come successore di Den. Capire l’esatta successione di Senedj diventa molto complicato e si presta a più ipotesi in quanto le fonti principali indicano un nome ma dai dati archeologici parrebbe essere un altro.

A Giza, nel tempio funerario di Chefren, compare un’iscrizione scolpita su una pietra con il nome di Senedj, probabilmente si tratta di una pietra riutilizzata. 

Di questo sovrano si conosce veramente poco e quel poco è anche complesso. E’ stata rinvenuta una piccola statuetta in bronzo che riproduce un faraone inginocchiato che è stata attribuita a Sanedj.

Fonti e bibliografia:

  • Auguste Mariette, “La table de Saqqarah” nel “Revue Archeologique”, Parigi 1864,
  • Eduars Meyer, “Ägyptische Chronologie”, Berlino 1904
  • Nabil Swelim, “Some problems on the history of the second dynasty”,  1974
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Nicolas Grimal,  “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
Cose meravigliose, Tanis

LA MASCHERA FUNERARIA DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Oro e pasta vitrea, h 48 cm, larghezza 38 cm.
Museo Egizio del Cairo, JE 85913

È lei.

È quella che è sempre stata “l’altra maschera”. Perché i riflettori sono sempre stati puntati su quella, stupefacente, di Tutankhamon.

È stato il più grande cruccio di Montet fino alla sua morte: che “l’altra maschera” non ricevesse le dovute attenzioni, il dovuto posto tra i capolavori dell’arte orafa egizia; come un padre dispiaciuto perché non vengono apprezzate le doti del proprio figlio.

Il confronto tra le due maschere: nonostante anche Psusennes sia ritratto in età giovanile, il volto di Tutankhamon appare molto più fanciullesco, le guance e gli zigomi pieni e rotondi. Psusennes è chiaramente un adulto imvece.
Le due maschere, divise da quasi tre secoli, si guardano in questo gioco di immagini. Si vede bene l’allacciatura della barba cerimoniale sulla maschera di Psusennes

È composta da due pezzi che si incastrano, uno frontale ed uno dorsale. Copriva completamente la testa ed il torace della mummia, ma non la schiena.

Il retro della maschera, che “termina” all’altezza della nuca

La realizzazione è in lamina d’oro, ma è molto più sottile di quella di Tutankhamon (0.6 mm contro gli 1.5-3.0 mm di quella di Tutankhamon). La sottigliezza della lamina d’oro ha fatto sì che si danneggiasse parecchio nella deposizione del Faraone nella bara d’argento.

La vista laterale completa permette di vedere i danni sul nemes dovuti alla sottigliezza della lamina d’oro

Il Faraone è raffigurato giovane (Psusennes regnò per quasi 50 anni e morì invece in età avanzata). Gli occhi, le sopracciglia ed il laccetto della barba cerimoniale sono incastonati sulla base in oro, e sono in pasta vitrea nera (sclera bianca in calcite). La barba è stata realizzata separatamente ed applicata al volto successivamente.

Le foto “ufficiali” di Montet

Sulla fronte, come sulla bara d’argento, è inserito il solo ureo, sempre in oro.

Il particolare dell’ureo sulla fronte

La decorazione sul petto del Faraone è composta da dodici collane di dischetti, seguite da due serie di foglie ed una di fiori di loto.

Dentro la sua teca, Psusennes sembra guardare melanconico le frotte di turisti che si ammassano nella sala vicina, pensando alla “maledizione di Tanis”

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE WENEG

Di Piero Cargnino

Weneg è il quarto re della II dinastia il cui nome del trono era Wenwg-Nebty.

Nelle liste di Abidos e di Saqqara viene riportato con il nome di Wadjnas mentre Sesto Africano ed Eusebio da Cesarea, riportando Manetone, lo chiamano Tlas. Il nome di questo sovrano compare, scritto con inchiostro nero su frammenti di alabastro e su vasi di scisto. Il suo nome è stato inoltre trovato su diciassette navi undici delle quali sono state rinvenute a Saqqara all’interno delle gallerie che si estendono al di sotto della piramide a gradoni di Djoser. A questo proposito gli egittologi Wolfgang Helck e Francesco Tiradritti affermano che i nomi di Waneg sono stati tracciati successivamente su altre iscrizioni preesistenti.

Il nome del re è rappresentato dal simbolo del cosiddetto “fiore Weneg”, raramente usato nella scrittura egiziana. Il “fiore Weneg” riporta su ciascun lato del bocciolo del fiore tre “tratti” verticali dei quali non si conosce il significato.

Con la morte del re Weneg il simbolo del fiore non viene più utilizzato- Lo si ritroverà poi nei “Testi delle piramidi” che compaiono nella tomba del faraone Teti (VI dinastia) per indicare il cielo: “Figlio di Ra” e nello stesso tempo “seguace del re defunto”. Pare quindi di poter ritenere che il “fiore Weneg” avesse qualche attinenza con il sole ed il culto della morte.

Nonostante tutte le supposizioni va detto che il vero significato del fiore come nome di un re rimane un mistero. Il nome Weneg ha sollevato numerose ipotesi circa il suo significato, ipotesi molto controverse che vedono cimentarsi molti studiosi. L’egittologo tedesco Joachem Kahl sostiene che Weneg sarebbe la stessa persona del re Raneb, questo sulla base di iscrizioni rinvenute su frammenti di un vaso di materiale lavico, trovato nella tomba del re Peribsen  nel quale si vedrebbe chiaramente il nome di Raneb. Inutile dire che tale teoria è oggetto di molte controversie in quanto il frammento di vaso è gravemente danneggiato lasciando quindi ampio spazio a interpretazioni diverse. Un’altra teoria sul re Weneg è stata avanzata da egittologi di fama quali Grimal, Helck ed Emery secondo i quali Weneg andrebbe identificato con Sekhemib-Peribsen in base al presupposto che in realtà questo nome non corrisponda ad un solo sovrano bensì a due, Sekhemib e Peribsen, entrambi pretendenti alla successione di Ninetjer (!). Questa teoria viene osteggiata in quanto i sigilli di argilla di Sekhemib-Peribsen furono rinvenuti nella tomba di Khasekhemwy, ultimo re della II dinastia, pertanto si presume che il regno di Sekhemib-Peribsen doveva essere più vicino a quello di Khasekhemwy. Non mi dilungherei oltre ad esaminare le varie teorie che riguardano questo sovrano in quanto non farebbero che aumentare l’incertezza, già di per se notevole, ma anche perché, indipendentemente da coloro che le avanzano, sono tutte controverse e basate su interpretazioni personali.

Noi cercheremo di restare su quel poco che si sa, iscrizioni su vasi o frammenti che menzionano il suo nome solo in relazione ad eventi cerimoniali, tra questi uno riporta le celebrazioni in occasione della festa del “sollevamento dei pilastri di Horus”, festa citata in molte incisioni sulle barche di Ninetjer, cosa che induce a pensare che il regno di Weneg sia stato molto vicino a quello di Ninetjer.

Per quanto tempo abbia regnato Weneg è un mistero, se si tratta del re che Manetone cita come “Tlas” avrebbe regnato per 17 anni, se invece si tratta del re Wadjnas, come citato nelle liste di Saqqara e di Abidos e, anche se in modo poco chiaro, nel Canone di Torino, avrebbe regnato per 54 anni. Inutile dire che la maggior parte degli archeologi moderni non concorda su nessuna delle due interpretazioni. Secondo le ricostruzioni delle iscrizioni sulla pietra del Cairo, Richard Weill e Peter Kaplony sono del parere che potrebbe aver governato per 12 anni.

E’ stata avanzata un’ulteriore teoria secondo la quale il regno dell’Egitto, una volta unificato ad opera di Hotepsekhemwy, fu nuovamente diviso in due parti dopo la morte di Ninetjer (come peraltro già citato nell’articolo precedente). Questo porterebbe a pensare che Weneg fosse solo un sovrano separato. Questa ipotesi parte dall’analisi delle varie liste dei re, quella di Abidos, sia nei re Thiniti che in quelli Menphiti, cita due nomi come immediati successori di Ninetjer, “Wadjenas” e “Senedj” dopo di che non ne cita altri fino a  Khasekhemwy che chiama Djadjay, in totale per la II dinastia ne cita solo 6. La lista di Saqqara ne menziona 9 ed il Canone di Torino 8.

Il luogo in cui fu sepolto Weneg rimane a tutt’oggi sconosciuto. Per quanto riguarda la ricostruzione storica bisogna prendere atto che questo è un periodo molto oscuro della II dinastia egizia.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Edizioni Kemet 2017 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
Cose meravigliose, Tanis

IL SARCOFAGO IN GRANITO NERO DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85911 lunghezza: 220 cm; larghezza: 65 cm; altezza 80 cm

Il sarcofago esterno di Psusennes I, appartenuto a Merenptah, ne racchiudeva un secondo, antropomorfo in granodiorite nera, anche questo proveniente probabilmente dalla XIX Dinastia.

Questa volta non ci è noto il nome del legittimo proprietario, forse un funzionario vissuto sotto Ramses II o Merenptah stesso; sicuramente non è un sarcofago reale in quanto mancano le insegne del potere faraonico (flagello e pastorale) e non c’è traccia di ureo ed avvoltoio sulla fronte. Nonostante l’apparenza massiccia, Montet rileva che “le pareti del sarcofago sono molto sottili, tanto da avere delle rotture sul lato destro”

La foto originale di Montet, che era rimasto molto colpito dall’espressività del volto ritratto

Tra in primo ed il secondo sarcofago un certo numero di oggetti è andato perso per sempre a causa delle infiltrazioni d’acqua: sono stati identificati i resti di almeno sei bastoni ricoperti con una foglia d’oro che avvolgeva anche il pomo a fiore di loto (eppure non risulta che Psusennes avesse un piede equino…), tre spade la cui lama in bronzo è andata distrutta ed una mazza cerimoniale.

Si intravede Nut sul torace del defunto, appena sotto le braccia incrociate sul petto

Le iscrizioni fanno tutte riferimento a Psusennes. Ancora una volta, la figura predominante è Nut, che stende le sue ali sul torace della figura scolpita:

“Io sono Nut, [ho] messo le mie due braccia su di te, ti stringo al mio petto.” Il Faraone implora il suo aiuto: “Stenditi su di me affinché io sia posto tra le stelle imperiture e non muoia mai”. 

Nut (dettaglio)

Una voluminosa parrucca striata che arriva fino alle spalle circonda il viso del defunto. Le orecchie sono state lasciate scoperte, mentre un corto pizzetto adorna il mento. Gli occhi a mandorla e la bocca finemente ricurva secondo alcuni studiosi potrebbero indicare un’opera del periodo post-amarniano. 

Il naso è stato leggermente danneggiato quando è stato chiuso il sarcofago esterno in granito rosso

Il corpo del sarcofago è decorato con colonne di testo e rappresentazioni delle divinità funerarie. Sulla sinistra due dei figli di Horus, Hapi e Qebehsenuf, ai lati di Anubi e Thoth declamano il loro supporto al defunto: 

“Io sono Hapi, sono venuto a proteggerti, ho rimesso al loro posto la testa e le membra” e “Sono Qebehsenuf, ho riunito le tue ossa, ho portato il tuo cuore”

Sulla destra, gli altri due figli di Horus, Imsety e Duamutef, insieme ad Anubis si rivolgono a Thot per proteggere il re e per rigenerarlo come hanno fatto per Osiride.

“Io sono Imsety, io sono tuo figlio, Osiride amato dagli dei…sono venuto a proteggerti, come do stabilità alle case per ordine di Ra”

“Io sono Duamutef, sono tuo figlio, Horus, vieni a vendicare Osiride per colui che l’ha ferito e fallo resuscitare per sempre”

Due occhi udjat permettono al defunto di vedere all’esterno del sarcofago. 

Ai piedi del coperchio, Iside veglia su Psusennes stendendo le sue ali.

Iside ai piedi del sarcofago, una rappresentazione tipica nel Nuovo Regno

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE NINETJER

Di Piero Cargnino

Ninetjer è il nome Horus del terzo re della II dinastia, successore al trono del re Raneb.

A seconda di dove viene citato il suo nome cambia, nel Canone di Torino è citato con il nome Netjer-ren, nel suo cartiglio, nella lista dei re di Abydos, compare come Banetjer ed in quella di Saqqara come Banetjeru. Nella Pietra di Palermo è citato con l’insolito nome d’oro di Ren-nebu che significa “progenie d’oro” o “vitello d’oro”.

Alcuni egittologi, tra cui Helck e Wilkinson, sono del parere che con questo nome “d’oro di Horus” Ninetjer abbia in un certo senso anticipato quella che sarà la titolazione reale che verrà successivamente adottata, all’inizio della III dinastia, dal faraone Djoser. Riportando Manetone, Sesto Africano lo chiama Binothris mentre Eusebio da Cesarea lo cita come Biophis.

Più di ogni altro re della II dinastia, Nynetjer è quello il cui nome compare su una moltitudine di iscrizioni, su vasi di pietra e su manufatti di argilla trovati nella sua tomba s Saqqara; numerosi altri provengono da reperti trovati nella tomba di Peribsen ad Abydos e nel dedalo di gallerie scavate sotto la piramide a gradoni di Djoser. Il suo nome è stato rinvenuto anche su un’iscrizione rupestre nei pressi di Abu Handal in Bassa Nubia che, pur non fornendo particolari informazioni, farebbe pensare ad una spedizione militare inviata da Nynetjer per qualche ragione in quella zona.

Sulla durata del suo regno le ipotesi sono contrastanti, il Canone di Torino riporta una cifra esagerata, 96 anni, Manetone ci dice che regnò per 47 anni. Gli egittologi propendono per una durata di 43 – 45 anni basandosi sulle informazioni provenienti dalla Pietra di Palermo che descrive gli anni dal 7 al 21 e dalla Pietra del Cairo che riporta gli anni dal 36 al 44.

La maggior parte delle informazioni ci provengono dai frammenti principali della Pietra di Palermo dove sono elencati molti dei più importanti avvenimenti degli anni citati: nel 7° anno ci fu la 3^ “conta del bestiame” e così per gli anni 9°, 11°, 13°. 15°, 17°, 19° e 21°;  nell’8° si celebrò la cerimonia del “tendere le corde” per “Hor-Ren”, nel 12° anno si celebrò la seconda “Festa del Sokar”; nel 14° anno venne celebrata la prima “Festa Hor-seba-pet” (Horus la stella in cielo); nel 16° anno viene citata l’apparizione del re del Basso Egitto per la “Razza del Toro Apis” (phrr Hp); nel 18° anno si  celebrò la terza “Festa del Sokar”; nel 20° anno l’offerta per la madre del re con la celebrazione della “Festa dell’eternità” (cerimonia di sepoltura).

Per quanto riguarda la Pietra del Cairo questa si presenta molto danneggiata e non è possibile leggere gli avvenimenti ad eccezione di una parte che cita la “nascita” (creazione) di un feticcio di Anubi oltre ad un’altra parte dove è citata una “Apparizione del re del Basso e dell’Alto Egitto……”. Negli Aegyptiaca Manetone riporta che durante il regno di Binothris (Nynetjer) “le donne ricevettero il diritto di ottenere la dignità regale” che significa che anche una donna poteva diventare faraone. Gli egittologi, tra cui Walter Bryan Emery, ritengono però che questo sia stato un atto dovuto e rispettoso riconoscimento postumo per le regine Meritneith e Neithhotep le quali avevano già rivestito quel ruolo agli inizi della I dinastia essendo i loro figli troppo giovani.

Durante il regno di Nynetjer l’evento annuale, chiamato “Scorta di Horus”, fu sostituito da un nuovo evento che era di massima importanza economica per il regno egiziano, la “Conta del bestiame” in quanto costituiva l’implementazione ufficiale per la riscossione annuale delle tasse. Da quel momento questo evento è stato mantenuto per sempre mentre la “Scorta di Horus” verrà abbandonata già dall’inizio della III dinastia.

Egittologi quali Helck, Grimal, Schlogl, Tiradritti ed altri sono del parere che, forse ritenendo che l’amministrazione di un regno così grande e complesso fosse eccessiva per un solo sovrano, Nynetjer abbia deciso di dividere l’Egitto in due regni ponendo a capo di ciascuno i propri figli (o due successori) nella convinzione che sarebbe stato più semplice amministrare uno stato più piccolo. Una teoria contraria è stata avanzata da altri egittologi, con in testa Barbara Bell, i quali sostengono che la causa della divisione dell’Egitto in due stati sia originata da una carestia, con tanto di grave siccità di lunga durata, che colpì il paese in questo periodo. Onde poter affrontare al meglio il problema dell’alimentazione della popolazione, Nynetjer deve aver pensato che sarebbe stato più opportuno dividere il paese almeno fino alla fine della carestia. Bell afferma che a sostegno di questa tesi interviene la Pietra di Palermo che indica per ciascun anno di regno di Nynetjer il livello raggiunto dalle acque del Nilo, i dati riportano un livello costantemente basso durante tutti gli anni del suo regno. La teoria di Bell ha incontrato la netta opposizione dell’egittologo tedesco Stephan Seiglmayer il quale ha fatto presente che le misurazioni del livello delle acque nella Pietra di Palermo tiene conto solo dei dintorni di Menfi, nelle altre parti del paese pare che la cosa non si sia verificata, sarebbe quindi da scartare l’ipotesi di una lunga siccità. Difficile stabilire chi fu realmente il successore di Nynetjer tanto meno stabilire se il (o i) suo successore fosse già stato affiancato al trono prima della morte del re.

La lista di Saqqara, come quella di Abydos ed il Canone di Torino indicano due nomi come successori: “Wadjenas” (Weneg) e “Senedj”. La confusione di questo periodo porta a pensare che se l’Egitto venne diviso con Senedj significa che egli governò il Basso Egitto seguito da Hudjefa mentre Sekhemieb- Perenmaat e Peribsen avrebbero governato l’Alto Egitto. La divisione dell’Egitto si concluderà poi con l’avvento del faraone Khasekhemwy che riunificherà le Due Terre.

Andiamo ora al luogo di sepoltura di Nynetjer, Per un certo tempo si credette che la grande mastaba S2302 fosse la sua tomba, per la grande quantità di sigilli di argilla con il nome serekh di Nynetjer che sono stati trovati all’interno, poi si scoprì che era invece la tomba di Ruaben, alto ufficiale che servì sotto il suo regno.

La tomba di Nynetjer si trova nei pressi della piramide di Unas a Saqqara e misura 94 x 106 metri. Attraverso una rampa si scende ad una profondità di 25 metri da cui dipartono tre gallerie in direzione est-ovest per estendersi in un intricato sistema di porte, vestiboli e corridoi. All’interno furono rinvenuti coltelli, rasoi, lame e orci di birra, la galleria meridionale era sorprendentemente integra e conteneva al suo interno più di 50 vasi di vino sigillati, reti da trasporto, scatole di immagazzinaggio in legno e bottiglie di alabastro decorate. Un’altra galleria conteneva un sarcofago appartenuto ad una donna di epoca Ramesside oltre a maschere per le mummie, indizio questo che la tomba fu riutilizzata in epoche successive. La camera sepolcrale principale si trova all’estremità sud-ovest del complesso in pessimo stato di stabilità a rischio di crollo.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Edizioni Kemet 2017 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999
Cose meravigliose, Tanis

PSUSENNES I

“LA STELLA APPARE IN CITTÀ”

Di Andrea Petta

Psusennes I (Akheperre Setepenamun Pasebakhaienniut-Meriamon – Grandi sono le manifestazioni di Ra, Scelto da Amon, Psusennes, Amato da Amon)) è stato il terzo Faraone della XXI Dinastia. Regnò probabilmente dal 1040 al 992 BCE (l’ultimo anno registrato del suo regno è il 49°) in un’epoca in cui il potere era nuovamente diviso tra Alto e Basso Egitto.

Era figlio di Pinudjem I, Primo Profeta di Amon che praticamente agiva come re a Tebe (ricordate? Ritrovato nella cachette 320 a Deir-el-Bahari), e Henuttawi, figlia di Ramses XI.

Sposò la propria sorella Mutnodjemet, da cui ebbe Amenemope (che gli successe dopo essere stato coreggente, e che “incontreremo” più avanti) e Ankhefenmut, che probabilmente fu invece coinvolto in qualche congiura fallita dal momento che il suo nome venne scalpellato dalle iscrizioni della sua camera funeraria (sempre nella tomba NRT-III) e la sua mummia fu rimossa dalla tomba (e mai ritrovata finora).  Psusennes ebbe da Mutnodjemet anche almeno una figlia, Esemkhebe, ed altre due spose minori.

Psusennes fu responsabile della trasformazione di Tanis in una capitale a tutti gli effetti. Costruì mura di cinta e la parte centrale del Grande Tempio di Tanis, che era dedicato alla trinità di Amon, Mut e Khonsu. Molti blocchi vennero recuperati dalle rovine di Pi-Ramesse, appena a sud di Tanis. Molti di questi blocchi rimasero inalterati e conservarono il nome di Ramses II, compresi parti di obelischi, come quello che chiudeva l’accesso alla sua tomba.

Una ricostruzione del Grande Tempio di Tanis, il contributo più importante di Psusennes I. A destra, accostata al primo pilone, la necropoli reale

Lo scheletro pervenutoci mostra i segni dell’età avanzata, soprattutto nella dentatura e con un’importante artrite che potrebbe averlo paralizzato negli ultimi anni di vita.

IL SARCOFAGO IN GRANITO ROSSO DI MERENPTAH/PSUSENNES I

Museo Egizio del Cairo, JE 87297

Lungo 2,40 m per 1,20 di larghezza ed alto 1,55 m con il coperchio, il sarcofago è uno splendido esempio di scultura della XIX Dinastia. Fu infatti preparato per Merenptah, il successore di Ramses II, due secoli prima di Psusennes, ed era in origine il terzo sarcofago di Merenptah (dei quattro preparati per il figlio di Ramses). Il sarcofago esterno di Merenptah è infatti ancora nella Valle dei Re e misura ben 4 m di lunghezza. Come abbiano fatto ad estrarre e trascinare fuori dalla tomba KV8 di Merenptah, che ha una lunghezza di circa 160 metri, questo sarcofago non riesco ad immaginarlo…

Pierre Montet esamina il sarcofago di granito rosa appena scoperto
Schema dei sarcofagi di Psusennes I, quello esterno in granito rosa, quello interno antropomorfo in granito nero e la bara d’argento che racchiudeva la mummia del Faraone

Sul coperchio, il corpo del Faraone in forma di Osiride, sdraiato su un “letto” a forma di cartiglio, è vegliato da una dea, presumibilmente Iside o Nephti. Le sue braccia sono incrociate sul petto mentre tiene in mano il pastorale ed il flagello. Indossa una lunga parrucca scanalata e la barba cerimoniale intrecciata. Ai piedi e alla testa del coperchio si trovano due brevi montanti rettangolari, uno dei quali funge da sostegno posteriore per una piccola figura di dea che protegge la testa del re con le braccia aperte.

Particolare della dea senza nome che protegge la testa del Faraone

All’altezza della cintura un cartiglio di Merenptah è sopravvissuto: una svista o lasciato appositamente a testimoniare a chi appartenesse quel sarcofago.

L’esposizione al vecchio Museo Egizio del Cairo, con uno specchio in basso per poter ammirare la decorazione con Nut del lato interno del coperchio

La parte più spettacolare del sarcofago è la parte interna del coperchio, con Nut che si protende sul corpo del Faraone con le braccia tese sopra di sé a proteggerlo. La dea indossa un abito aderente tempestato di stelle ed è di una bellezza stordente. 

Nut protende il suo corpo a difendere il Faraone
Il volto di Nut

LE FOTO DI NUT DI DAVE RUDIN


Ai lati di Nut sono raffigurate le barche che attraversano la seconda e la terza ora della notte e le stelle del Settentrione a sinistra della dea, mentre quelle del Meridione sono rappresentate alla sua destra.

L’esterno della vasca con la decorazione ispirata al Libro delle Porte

La vasca ha una decorazione in stile classico, con il registro inferiore inciso a ricordare la facciata di un palazzo con 14 porte, ciascuna delle quali reca il nome di una delle parti in cui fu smembrato il corpo di Osiride.

Sull’esterno ritroviamo alcuni dei Guardiani che abbiamo incrociato raffigurati nella tomba di Nefertari o sui sacrari di Tutankhamon. All’interno una processione di divinità recita invocazioni a Ra affinché conceda vita al Ba del Faraone e si perpetui la sua rinascita.

Come confronto, uno dei Guardiani della camera sepolcrale di Nefertari

La decorazione del sarcofago fu utilizzata anche come modello per le decorazioni murali della tomba, effettuate con maestria molto minore rispetto agli artisti della XIX Dinastia.

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books, Dave Rudin
C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE RANEB (O NEBRA) KAKAU

Di Piero Cargnino

Forse figlio di Hotepsekhemwy, Raneb gli succede al trono, siamo intorno al 2800-2900 a.C. e troviamo un Egitto se non proprio unito ma almeno in pace sotto un unico sovrano.

Il nome di questo faraone crea non pochi problemi di interpretazione, il suo nome Horus contiene due segni: un sole (Ra) e una ciotola (Nb o Neb) se lo si legge come Raneb significa “Ra è il signore”, se invece lo si legge Nebra significa “Signore del sole di Horus”.

La cosa che sorprende è che per la prima volta nel nome di Horus di un re compare il geroglifico che indica il sole (Ra) divinità solare di Eliopolis, questo alla luce del fatto che al tempo di Raneb il disco solare non era ancora adorato. I culti religiosi del suo tempo erano ancora saldamente imperniati sul dualismo Horus e Seth, il sole era semplicemente un’entità astrale controllata da questi stessi dei, non era quindi ancora un dio indipendente.

Appare perciò evidente che l’interpretazione del nome di questo re diventa alquanto problematica.

Gli egittologi sono maggiormente propensi a tradurre il nome Raneb come “Signore del sole (di Horus)” che indicherebbe il dominio del faraone sul sole e non il contrario come avverrà in futuro.

In un altro cartiglio Raneb viene chiamato “Kakau” col significato di “il toro di Apis” e con questo nome lo troviamo nel Canone di Torino, nella lista di Abydos ed in quella di Saqqara.

Manetone, interpretato da Sesto Africano, lo chiama “Kaiechos” mentre in Eusebio da Cesarea lo troviamo come “Kaichus”. Sesto Africano ci dice inoltre che:

<<….. durante il suo regno il toro Api di Menfi, il toro Mnevis di Eliopoli e Banebdjedet, l’ariete di Mendes venivano adorati come divinità……>>.

Gli egittologi obiettano a questa affermazione ricordando che il culto del toro Api esisteva già fin da prima della I dinastia. Inoltre permangono molti dubbi sul nome Kakau poiché non esiste alcuna fonte dell’epoca di Raneb che permetta di formare questa parola.

Circa gli eventi del suo regno abbiamo poche notizie, non ci aiuta la Pietra di Palermo, gravemente danneggiata proprio in corrispondenza di questo sovrano, Sesto Africano gli attribuisce 39 anni di regno. Nonostante anche la Pietra di Palermo assegni 39 anni di regno sia a Hotepsekhemwy che a Raneb gli studiosi pensano che il suo regno sia durato assai meno di quello del suo predecessore.

Alcune informazioni che riguarderebbero la successione le ricaviamo dalla statua di Radjit e dalla ciotola di pietra che porta i serech di entrambi i sovrani. Sono state rinvenute impronte di sigilli risalenti al suo periodo dove compaiono eventi di culto religioso come “Il montaggio delle colonne di Horus” mentre per la prima volta troviamo raffigurata la dea Bastet.

Sulla consorte di Raneb non si conosce nulla e per quanto riguarda figli, come abbiamo detto nel precedente articolo, rimane il dubbio se Perneb, il cui nome è riportato su dei sigilli di argilla come “figlio del re” e “sacerdote di Sopdu”, fosse figlio suo o di Hotepsekhemwy.

Non si conosce la posizione esatta della sua tomba anche se il recente ritrovamento di sigilli cilindrici porta Helkh e Munro ad ipotizzare che Raneb, al contrario di Hotepsekhemwy, sia stato sepolto nella “Grande Galleria B” infatti, la maggior parte dei manufatti che portano il nome di Raneb sono stati trovati là.

Un’ultima notizia su questo sovrano ci proviene dagli egittologi Pierre Tallet e Damien Leisney che nel 2012, lavorando nel Sinai del sud, hanno trovato tre iscrizioni rupestri dove compare il nome Horus di Raneb. Le tre iscrizioni si trovano in tre località diverse, una nello Wadi Abu Madawi, la seconda nello Wadu Abu Koua e la terza nello Wadi Ameyra, tre siti che si trovano presso località dove un tempo sorgevano miniere di rame e turchese. Nei vari Wadi presenti nella zona si possono trovare nomi di altri sovrani fino alla IV dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990 Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999