Statue

NIKARE COME SCRIBA

A cura di Giada Miccinesi

Circa 2420–2389 a.C. o successivi, Antico Regno.

Gli egiziani dell’Antico Regno cercavano di esprimere la personalità intangibile di una persona attraverso una molteplicità di immagini.

Nikare era rappresentato da almeno quattro statue, di cui due nella collezione del Museo . In questa statua piega leggermente la testa si siede con sopra un papiro, che srotola in grembo.

Il testo registra il suo nome e titolo: Impiegato del Granaio, Nikare.

Proviene dall’Egitto, dalla regione di Memphite, da Saqqara, dalla piramide di Djoser, possibilmente dal distretto sud.

Si trova al Metropolitan Museum of Art di New York.

Iconografia

L’IPPOPOTAMO FEMMINA – LA DEA TUERIS O TAWERET

A cura di Luisa Bovitutti

L’ippopotamo femmina era simbolo di fecondità e fu divinizzata con i nomi di Ipet (‘harem’), Reret (‘la scrofa’) e Tueris (‘grande’) che alla fine assimilò le altre due versioni.

Museo egizio di Torino – XIX dinastia

Tueris o Taweret (il nome ha molteplici altre varianti) fu una divinità domestica ed apotropaica molto popolare; nell’Antico Regno apparve come madre e nutrice divina del Faraone, poi divenne patrona delle partorienti, dei bambini e delle donne incinte e vegliava sul sonno.

Nel Medio Regno e ancora di più nel Nuovo Regno la sua immagine fu utilizzata per adornare oggetti magici in avorio di ippopotamo probabilmente usati nei rituali associati alla nascita e alla protezione dei bambini; Hatshepsut la rappresentò come presente alla sua nascita divina ed i sovrani tolemaici la raffigurarono insieme a Bes sulle pareti esterne dei templi per tenere a bada le forze del male.

1400 – 400 a. C. – oro – galleria Bollinger – Londra

Come dea della fertilità e dell’inondazione veniva definita “La signora del cielo”, “La padrona dell’orizzonte”, “Lei che rimuove l’acqua”, “La padrona dell’acqua pura” e “La signora della casa natale”.

Nel Nuovo Regno la sua immagine veniva spesso usata negli zodiaci per rappresentare una costellazione del nord (si vedano ad esempio le tombe di Senenmut e di Seti I).

Epoca tolemaica – faience – MET New York

Con il tempo assunse anche il ruolo di divinità funeraria, evidenziato dalla pratica comune di collocare ippopotami decorati con flora palustre (come William, per intenderci) in tombe e templi con lo scopo di facilitare il processo di rinascita dopo la morte.

Essa veniva raffigurata come una femmina di ippopotamo ritta su zampe posteriori leonine, incinta e con i seni penduli, appoggiata al nodo protettivo sa, simbolo della protezione magica (una stuoia arrotolata e legata) e con una coda di coccodrillo sul dorso; indossava un copricapo con le corna e il disco solare di Hathor e talvolta teneva in mano anche altri simboli di protezione come l’ankh, il flabello, una fiaccola, un coltello o serpenti velenosi.

Fin dal periodo predinastico si usarono amuleti protettivi con le sembianze di ippopotami femmine (3000–2686 a.C. circa) e la tradizione di fabbricarli e di indossarli continuò fino all’epoca romana (390 d.C.).

Museo del Cairo – proveniente dalla cappella di Osiride Nedbjet a Karnak. Scisto, XXVI din, h. 95 cm.

FONTI: 

Iconografia

TAWERET ED IL GENIO MINOICO

A cura di Giuseppe Esposito

Siamo estremamente felici di ospitare sul nostro sito Giuseppe Esposito

Giuseppe Esposito, nato a Napoli nel 1955, è laureato in Scienze della Sicurezza Interna ed Esterna (con una tesi sulla “Sindrome di Stoccolma”), in Scienze Internazionali e Diplomatiche (con una tesi sulla “Genealogia delle ideologie terroristiche”) e in Beni Culturali (tesi sui “Rapporti tra Egeo ed Egitto nel Bronzo Tardo”).

Appassionato di egittologia e di storia è autore di “Complotti a Tebe”, un romanzo pubblicato nel 2006, finalista al “Premio Letterario internazionale Archè”, ambientato nell’Egitto della XVIII dinastia e, in particolare, dei regni di Akhenaton e Tutankhamon, e di molti articoli di storia e storia dell’arte.  


Due grandi Civiltà si contesero il primato nel Mediterraneo antico.

Mentre una di queste ci ha lasciato di se vestigia copiose, e talvolta mastodontiche, e letteratura smisurata, l’altra, più misteriosa, svanita quasi improvvisamente, ci ha tramandato pochi siti (ché del resto l’area in cui nacque, visse, prosperò e svanì non era poi così ampia), poche suppellettili, scarsa, o addirittura nulla, letteratura (se si escludono documenti di carattere prettamente amministrativo-contabile), e la statua più grande che si conosca, il c.d. Kouros di Palaikastro, è alta solo 50 cm. Se da quanto scritto sopra è facile indovinare che la prima sia la Civiltà Egizia, forse meno immediata è l’identificazione della Civiltà Micenea, prima, e Minoica poi.

Collegamenti

Eppure, tra le due Civiltà vi fu sicuramente un trasfer di idee, di religione e di arte che, in qualche modo, le accomuna. La cronologia comparata delle due Civiltà (parola che mai come in questi due casi merita la maiuscola), pur con le mille diatribe esistenti nei rispettivi ambiti di studio, ci porta indietro fino all’Età del Bronzo e ancor più indietro se è vero che già nel periodo compreso tra l’Antico Regno e il Primo Periodo Intermedio egizi (~2900-2200 a.C.), corrispondente al Prepalaziale cretese, si hanno tracce di contatti commerciali o suppellettili (specie in terra cretese) di evidente derivazione egizia. Solo per citarne una, si faccia riferimento al “Sistro di Arkanes”, un sistro che se ricalca perfettamente la forma di quelli noti dalle rappresentazioni egizie (vuole la leggenda sia stato inventato da Iside) è, di fatto, inutilizzabile come strumento musicale poiché realizzato in terracotta.

Tra il Medio Regno e il Protopalaziale cretese (~2200-1700 a.C.) aumentano a Creta le produzioni locali, con chiaro influsso egizio, di oggettistica in oro, verosimilmente proveniente dall’Egitto; decorazioni di armi ancora una volta di palese influsso egizio e, volendone indicare anche stavolta una per tutti, la presenza, nel sito, di Mallia (Quartier Mu), e segnatamente nella casa forse di un sacerdote, di una sfinge in terracotta che accomuna due caratteristiche delle Civiltà: barba e coda di decisa derivazione osiriaca, volto chiaramente minoico. Ma un altro manufatto, in un complesso templare pure dal Quartier Mu di Mallia, che richiama esplicitamente l’Egitto è un vaso in barbottina su cui campeggia, in altorilievo, un gatto la cui presenza in terra cretese non appare casuale giacché, entrambe le Civiltà, dipendevano per il sostentamento dai cereali i cui nemici erano i topi. Talché la presenza del gatto poteva significare la sopravvivenza stessa delle comunità.

TAWERET

Per entrare nel vivo dell’argomento, è necessario tuttavia presentare i “protagonisti” della vicenda, alquanto intricata in verità. Da una parte “la Grande”, la dea ippopotamo egizia che, almeno per ora, indicheremo come Taweret, dall’altra, il Genio Minoico, uno strano personaggio la cui iconografia fa riferimento principalmente alla Creta Proto e Neopalaziale.

Può essere utile partire da un assioma che pare ormai accettato in ambito accademico: Taweret[1] è la madre del Genio Minoico[2] o, meglio, il “Genio” deriva la sua iconografia da quella della dea egizia.

Lo stesso Arthur Evans riteneva che il Genio fosse un “prestito” egizio alla cultura minoica.

Ma è forse meglio andare con ordine e partire proprio da quell’ “almeno per ora” che più sopra è stato inserito prima del nome di Taweret a suggerire che altri nomi potevano, come vedremo, indicare forse la stessa dea.

Una delle diatribe che contrappongono egittologi e studiosi egei, parte da un equivoco in cui incorrerebbero questi ultimi, quello cioè di considerare come immutabile la dea Taweret nella storia egizia presentando immagini risalenti al Medio Regno unitamente ad altre dell’inizio del Periodo Tardo.

Ma chi è Taweret? Normalmente rappresentata come una femmina di ippopotamo ritta sulle zampe posteriori, gravida e con i seni penduli, la si indica come dea anche se, in realtà, nella cultura egizia più antica, era piuttosto un genio tutelare protettore delle nascite.

Può essere intanto interessante comprendere il perché di tale scelta: perché un ippopotamo collegato alla protezione delle nascite? Gli egizi ben conoscevano l’aggressività degli ippopotami maschi che, con il coccodrillo ed il leone, costituivano i tre animali più pericolosi della loro terra, ma avevano notato che la femmina di ippopotamo era molto meno aggressiva del maschio, molto amorevole con i cuccioli e scatenava tutta la sua violenza e la sua aggressività solo per proteggerli.

L’imminenza di una nascita, data anche l’alta mortalità per madre e nascituro, pur rientrando nella normalità della vita, necessitava certo di una protezione divina, ma spesso il dio locale, o un altro dio del pantheon principale, era considerato troppo importante, o troppo potente, per essere consultato per questioni minori come la nascita di un figlio[3]. Si ricorreva perciò, tra gli altri, a geni che presiedevano al parto, come Meskhenet[4] (figura 1 qui accanto), e tutelavano la madre (Taweret) ed il nascituro (il nano Bes[5]).

Un amuleto usualmente rinvenuto è un coltello sacro, o un bastone da lancio, ricavato da una zanna in avorio d’ippopotamo, recante immagini di molte divinità armate di coltelli e/o del geroglifico “sa” ( ), ovvero “protezione”, che veniva poggiato sul ventre della partoriente per allontanare il pericolo. Allo stesso geroglifico, peraltro, si appoggiano soventemente, come ad un bastone, le rappresentazioni della dea ippopotamo.

A dimostrazione della diffusione del culto di Taweret nella protezione del parto, si consideri che dei 58 coltelli sacri noti, ben 45 ne contengono la rappresentazione normalmente appoggiata, o recante, il geroglifico “sa”. La sua figura, come vedremo, risale ai tempi più antichi dell’Egitto e, specie nel Medio Regno, molti sono i nomi personali (diremmo oggi “di battesimo”) che a lei si rifanno. In special modo proprio da tali rappresentazioni sui coltelli sacri, peraltro, si fa risalire, come vedremo, una delle prove a suffragio del transito culturale Egitto-Egeo, da Taweret al Genio Minoico.

Fig. 2: un “coltello sacro” con rappresentazioni di Taweret

In principio, tuttavia, fin dai Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, compare la dea Ipet, o Opet, un ippopotamo ritto sulle zampe posteriori, che era già protettrice delle nascite ed aveva il suo santuario nel complesso templare di Karnak, a Tebe[6].

Successivamente, durante il Medio Regno, Ipet sarà anche denominata “R(e)r(e)t”, la “scrofa”, e come tale assimilata a Nut[7] protettrice dei morti e delle necropoli.

Compito di Ipet era inoltre quello di difendere Osiride, durante il suo viaggio nella Duat[8], dagli assalti di Mesketiu, una costellazione sethiana (ovvero legata a Seth, fratello uccisore di Osiride), corrispondente all’Orsa Maggiore. Una rappresentazione di tale lotta è riportata nella tomba TT353 di Senmut a Deir el-Bahari ove la dea è rappresentata come un ippopotamo crestato con un coccodrillo sulla schiena.

Analoga rappresentazione si trova nella tomba KV17 di Sethy I nella Valle dei Re.

Fig. 3: Zodiaco dalla Sala del Sarcofago della tomba KV17 di Sethy I (particolare)

Abbiamo perciò sin qui visto varie personificazioni divine di una stessa iconografia, o comunque di una iconografia molto simile: Meskhenet, poi Ipet, ed in entrambi i casi l’animale rappresentante queste divinità è la femmina di ippopotamo, gravida, in piedi sulle zampe posteriori e con i seni penduli e, in alcuni casi, con l’ombelico pronunciato tipico delle donne in gravidanza.

Siamo così tornati a Taweret, ovvero alla divinità da cui viene in qualche modo fatto derivare il Genio Minoico. Per inciso, a conferma che Taweret è da ritenersi una divinità minore, si consideri che non esiste alcun tempio a lei dedicato. Se è pur vero, tuttavia, che non esiste una ripartizione così netta tra le dee ippopotamo e che talvolta l’una viene “confusa” con l’altra, è altrettanto vero che tutte sono rappresentate dalla femmina di ippopotamo, stante, con una cresta sulla schiena e, talvolta, con un coccodrillo che sovrasta la cresta stessa.

Proprio tale particolare, secondo gli studiosi[9], potrebbe essere il trait d’union con il Genio Minoico. Per motivare l’assonanza, la discendenza, tra i due personaggi, ma soprattutto il periodo storico in cui tale transfer potrebbe essere avvenuto, l’analisi parte proprio, come avevamo sopra già accennato, dall’evoluzione delle rappresentazioni della dea sui c.d. “coltelli sacri, o magici” e dalla “cresta” dorsale cui sopra abbiamo pure già fatto cenno. I coltelli fanno la loro comparsa, verosimilmente, intorno alla XI dinastia (~2160-1990 a.C.) ovvero ai primordi del Protopalaziale; in figura 4 l’evoluzione dell’immagine di Taweret in un periodo compreso tra il 2000 ed il 1650 a.C.[10]. Le variazioni iconografiche della dea sono state sottolineate suddividendole in “classi”[11] le cui differenti caratteristiche sono riportate nella successiva Tabella 1.

Fig. 4: L’evoluzione dell’iconografia di Taweret [12]

Tabella 1[13]: alcune caratteristiche essenziali comuni delle Taweret (da coltelli magici)

 Caratteristica2000-19501900-1800~17501750-1650
Cresta dorsaleA1-A2BCD
     – Lunga e ampia XX 
     – Intrecciata XX 
StanteXXXX
Testa leonina ?XX
Criniera leoninaXXXX
Rictus (riso forzato)XXXX
Bocca aperta   X
Ombelico pronunciatoXXX 
Seno pendulo XXX

Dal 1650 a.C. sembra che le immagini apotropaiche di Taweret scompaiano dal novero delle rappresentazioni della dea.

 Dalle immagini sopra riportate, e dalla tabella successiva, si nota che l’iconografia più antica presenta un corpo più slanciato e magro rispetto a quello dei periodi successivi in cui i caratteri tipici dell’ippopotamo diventano sempre più marcati (anche se non è da sottovalutare il fatto che le zampe posteriori, su cui la dea si erge, di fatto sono più simili a quelle di un leone che non di un ippopotamo)

I seni, comuni a tutte le rappresentazioni escluso la più antica, sono sempre penduli forse a caratterizzare la femminilità, o meglio la potenzialità nutritiva[14], piuttosto che la gravidanza; la testa è sempre circondata da una criniera leonina che tende tuttavia a ridursi con l’andar del tempo sostituita verso la fine del periodo in esame dalla testa di tale animale o da altri attributi come le zampe già sopra evidenziate. Ma la caratteristica che più viene analizzata a sottolineare il transito durante le varie fasi del Medio Regno è certamente la “cresta” dorsale che acquista quattro differenti connotazioni[15] e che diviene, così, elemento di datazione (fig. 5).

Da un lato, alcuni hanno indicato la “cresta” dorsale di Taweret come derivante dal coccodrillo che in alcune rappresentazioni, come quelle zodiacali, sovrasta la schiena della dea ma, si oppone, tale rappresentazione risalirebbe, ab origine, al 1850 a.C. circa e non si giustificherebbe, perciò la presenza della cresta anche su esempi precedenti a tale periodo.

Fig. 5: Evoluzione della cresta dorsale nelle rappresentazioni di Taweret (~2000-1650 a.C.)[16]

IL GENIO MINOICO

È tuttavia giunto il momento di fare la conoscenza con il Genio Minoico che, sin qui, non ha ancora fatto la sua comparsa iconografica e sugli elementi che ne giustificano, in qualche modo, la filiazione cui si è più volte fatto riferimento da Taweret.

Uno studio approfondito[17] si è basato su tre sigilli del Medio Minoico: HM 202 da Knossos (forse MM IIB ~1650-1600 a.C.); CMS II.5 321 e CMS II.5 322 da Festos (MM IIB).

Rinvenuta nel deposito dei geroglifici di Knossos, l’impronta di sigillo HM 202 sembra nettamente far riferimento all’iconografia della dea Taweret[18]:

Fig. 6: Genio Minoico dal sigillo HM 202 di Knossos[19]Fig. 7: Taweret, classe A2 (vedi sopra fig. 4)

La figura appare “slanciata”, come nei primi esempi sopra riportati in fig. 4; è visibile la “cresta” dorsale; appaiono anche nel Genio i seni penduli e l’ombelico pronunciato, nonché le zampe posteriori di tipo leonino. In luogo del coltello (come nell’esempio egiziano accanto riportato) il Genio regge una brocca che sembra stia offrendo con un gesto che se è solito per gli offertori egizi, non lo è per l’arte minoica di questo periodo. Anche la vegetazione che si intravede, a sinistra, è stata considerata di tipo egittizzante[20].

La postura del Genio, l’ombelico protruso, la bocca aperta che mostra i denti, la lunghezza della “cresta” dorsale (che pur non essendo l’immagine completa tuttavia ne lascia intravedere la fine), hanno spinto gli studiosi a datare questo sigillo (in base alle tipologie di Taweret sopra evidenziate) ad un periodo compreso tra il 1800 ed il 1700 a.C.

I due sigilli provenienti da Festos (CMS II.5 321 e CMS II.5 322), presentano invece immagini molto differenti:

Fig. 8: impronta del sigillo CMS II.5 321[21]Fig. 9: impronte del sigillo CMS II.5 322[22]

Il primo, CMS II.5 321 di Knossos, presenta la “cresta” dorsale sporgente oltre la testa del Genio e sembra di poter intravedere che sia intrecciata il che lo fa assimilare alle immagini di Taweret sopra indicate (fig. 4) come di “classe” C e quindi risalente al 1750 a.C.

Le impronte del sigillo CMS II.5 322 da Festos, invece, presentano testa e criniera leonina, bocca aperta apparentemente sdentata, tracce di seno pendulo al di sotto della zampa anteriore e, ugualmente, l’ormai solita “cresta” dorsale intrecciata che parte dall’altezza delle orecchie e termina fin quasi a terra. Anche in questo caso, come nel sigillo di Knossos, il Genio sta “offrendo” una brocca, ma in questo caso la vegetazione rappresentata sembrerebbe di tipo minoico. Tutti questi particolari fanno propendere per un’assimilazione al modello “classe” D databile, perciò intorno al 1750-1650 a.C. 

La presenza di una doppia impronta di questo sigillo è stato ipotizzato sia derivata da una doppia impressione dello stesso o, più probabilmente, dalla presenza di più sigilli con il medesimo soggetto.

In conclusione, le immagini ricavate dai tre sigilli investigati apparirebbero di chiara derivazione iconografica egiziana e non è possibile, nonostante specifici studi nel senso, una derivazione dall’area siro-palestinese; deve perciò intendersi il GenioMinoico come un chiaro esempio di transfer culturale tra le due Civiltà.

Roma, 05/10/2021


[1]    Ma anche: Taurt, Tuat, Taouris, Tuart, Ta-weret, Tawaret, Taueret, Θουέρις, Thouéris.

[2]    A. Evans, citato in J. Weingarten in “The transfromation of the Egyptian Taweret into the Minoan Genius”, 1991.       

[3]    Il parto riguardava esclusivamente le donne, tanto da non essere trattato neppure nei papiri medici (a meno che non insorgessero complicazioni). Il rischio di mortalità per madre e nascituro era ovviamente altissimo ed era perciò necessario il ricorso a formule magiche ed a riti che trasformavano il parto in un vero e proprio momento sacro. La donna, in prossimità dell’evento, si ritirava in una “casa, o stanza, o padiglione del parto” (di cui alcuni esempi sono stati trovati nel villaggio operaio di Deir el-Medina), decorato con rappresentazioni delle principali divinità materne tra cui Taweret, e Bes, il nano barbuto. Nel caso di Deir el-Medina era presente anche Meretseger, “Colei che ama il silenzio”, patrona della necropoli tebana e deificazione della “Cima”, o “Qurna”, che sovrasta la Valle dei Re.

[4]    Meskhenet presiedeva al parto e simboleggiava la sedia, il tripode, il mattone o il letto da parto; sua era, inoltre la responsabilità di determinare la vita del nascituro e addirittura il suo mestiere futuro. Normalmente rappresentata in sembianze femminili, recante sul capo un geroglifico che rappresentava (vedi figura) un utero bovino, assumeva anche forma animale come vacca, più raramente leone, o ippopotamo.

[5]    Dio della danza e di ogni occupazione gioiosa, teneva lontani gli incubi ed era perciò patrono del sonno, dei bambini e delle donne incinte. Forse originario del centro Africa viene rappresentato come un pigmeo dalle gambe arcuate ed è forse l’unica divinità rappresentata sempre di prospetto anziché di profilo.

[6]    Una delle feste più importanti del Tempio di Karnak era proprio la Festa di Opet in cui le due divinità principali, Amon e la sposa Mut, si univano per generare il figlio divino Montu. Dal suo canto, Amon, assimilato ad Osiride, nasceva, moriva e veniva sepolto in attesa della resurrezione a nuova vita quando, trasformatosi in Ra, diveniva il motore di ogni essere vivente.

[7]    Originariamente Nut era la dea del cielo (figlia di Shu, l’aria, e Tefnut, l’umidità, era la sorella/sposa di Geb, la terra); nel libro dei morti veniva rappresentata tra le foglie del sicomoro celeste nell’atto di porgere cibi e bevande al defunto. La dea aveva molti epiteti tra cui “la Grande” che, come abbiamo sopra visto è, peraltro, proprio la traduzione del nome della dea Taweret.

[8]    L’Oltretomba; i geroglifici che lo indicano sono una stella iscritta in un cerchio tanto che si è ipotizzato che in origine la Duat fosse localizzata in cielo e solo successivamente, con il mito terreno di Osiride, Signore della Duat, sia divenuta un luogo ctonio.

[9]    Weingarten 1991 op. citata.

[10] Weingarten 1991.

[11] Altenmüller, „Die Apotropaia und Die Goetter Mittelaegyptens“, 1965 .

[12] Weingarten 1991, fig. 4.

[13] Weingarten 1991, Table 1.

[14] Lo stesso dio Hapi, personificazione del Nilo, nonostante la mascolinità, viene rappresentato con seni penduli proprio a simboleggiare la fertilità e la potenzialità nutritive delle piene annuali.

[15] Altenmüller 1965; annotazione confermata da Weingarten, 1991, con analisi di suppellettili diverse dai coltelli magici.

[16] Weingarten 1991, fig.5.

[17] Gill, “The Minoan Genius” in “Illinois Classical Studies”, 1964.

[18] Weingarten 1991.

[19] Weingarten 1991, fig. 1.

[20] Gill 1964.

[21] Weingarten 1991, fig. 2.

[22] Weingarten 1991, fig. 3a e 3b.

Cose meravigliose

TANTI PETTEGOLEZZI E TANTI SCAVI PRIMA DEL SUCCESSO

A cura di Andrea Petta

George Herbert, V Conte di Carnarvon, è in Egitto quasi per caso.

Appassionato di cavalli e di macchine da corsa, dopo una serie di multe per eccesso di velocità ha avuto un incidente a Schwalbach, in Germania, alla guida di una Panhard Levasseurs. Cappottatosi nel fossato per evitare un carro si è rotto diverse costole e danneggiato un polmone, motivo per cui i medici gli suggeriscono di passare l’inverno in un clima più secco di quello inglese.Questa la versione ufficiale.

In realtà George Herbert in Egitto c’era già stato alla fine del XIX secolo, condotto dal suo migliore amico con cui aveva condiviso gli anni di Eton, il principe indiano Victor Duleep Singh, figlioccio della regina Vittoria e figlio dell’ultimo Maharajah di Lahore. Si dice che Singh abbia iniziato al sesso il giovane Conte con una prostituta del Cairo e che il Conte ne abbia riportato in Inghilterra una splendida malattia venerea che condizionò di lì in avanti la sua vita sessuale. In compenso Singh si installò a casa dei Carnarvon fino al suo matrimonio con Lady Coventry.

Il principe Victor Duleep Singh in costume tradizionale indiano. Fece scalpore all’epoca il suo matrimonio con Lady Anne Coventry, una figlia del IX conte di Coventry, che aveva otto anni meno di lui: era la prima volta che un principe indiano sposava una nobildonna inglese, e il matrimonio fu reso possibile soprattutto grazie all’intervento diretto del principe di Galles (poi Re Edoardo VII)

“Casa” è però un termine riduttivo. La dimora di famiglia dei Carnarvon è una delle più antiche in Inghilterra, quell’Highclere Castle reso famosissimo ai giorni nostri dalla serie TV “Downtown Abbey”. Gestire una residenza del genere ed avere gusti dispendiosi avevano però gettato la famiglia Carnarvon praticamente sul lastrico. La soluzione, molto comune all’epoca, è un matrimonio di convenienza con Lady Almina Wombwell, figlia illegittima di Alfred de Rothschild – “quei” Rothschild – che porta in dote una colossale montagna di soldi.

Highclere Castle, la casetta di famiglia dei Carnarvon

Il matrimonio è cordiale, ma freddo. Una storia che ricorda in piccolo quella di Lady D. Forse la malattia del Conte lo influenza, forse la presenza di Victor Singh in casa. Tant’è che quando Almina è incinta del primo figlio, il futuro Conte Henry Herbert, affitta ben due case a Londra per il parto – di cui una segreta nel caso il neonato fosse di colore…sbagliato. Il matrimonio di Victor Singh lo stesso anno fortunatamente toglie una presenza imbarazzante da Highclere, ma i rapporti con suo marito resteranno sempre molto distaccati.

Una delle tante multe inflitte al Conte, che evidentemente amava fin troppo la velocità, e una Panhard Levasseur del 1904, simile a quella con cui Lord Carnarvon rischiò di perdere la vita in Germania. 15 cavalli di potenza ed una linea all’avanguardia per l’epoca

Comunque sia, quando George Herbert approda per la seconda volta in Egitto nel 1907 rimane come molti suoi contemporanei affascinato da ciò che la sabbia nasconde ancora. A differenza di quei “molti” però, lui ha ora una favolosa fortuna che può impiegare negli scavi. Chiede una prima concessione che gli porta poco o nulla, e per l’anno successivo chiede consiglio a Maspero nella sua veste di Direttore del Servizio Antichità che, come abbiamo visto, gli consiglia quell’Howard Carter che era stato alle sue dipendenze.

I due non potrebbero essere più diversi. Lord Carnarvon nobile, istruito, esuberante e libertino (raccoglierà migliaia di foto di nudi femminili che farà distruggere dopo la sua morte); Howard Carter plebeo, senza istruzione, povero al limite della sopravvivenza, rigido e stoico nel suo modo di vivere. Eppure i contrari si attraggono ed inizia un’avventura lunga 16 anni.

La Valle dei Re però è off-limits, vincolata fino al 1914 a Theodore Davis da una concessione che rimarrà una macchia sulla storia di Maspero che l’aveva concessa.

Davis nei primi anni trova tombe una dietro l’altra: Thutmosis IV, Hatshepsut, Siptah, Yuya e Tuya, Horemheb e la “famigerata” KV55 di Akhenaton/Smenkhare in cui fece più disastri dei predoni. Ma all’appello continua a mancare Tutankhamon, di cui all’epoca si sa poco o nulla e diventa l’ossessione di Carter, che sceglie di scavare a Dra Abu El Naga, la zona delle tome dei nobili tebani, per rimanere vicino alla Valle dei Re.

Per sette anni tra scavi ed acquisto di pezzi dai commercianti della zona (più da questi ultimi, a dirla tutta…) accumula un discreto bottino per Lord Carnarvon (finirà poi quasi tutto – 1,200 pezzi – al Met Museum di New York quasi per dispetto al British Museum che considerava molto poco quei “due dilettanti”). Una curiosità: nel 1910 Lord Carnarvon manda dei veri “mattoni inglesi” in Egitto e Carter si costruisce una dimora sul sito degli scavi che chiamerà ironicamente “Carter Castle”, così lontano da quell’Highclere dei suo finanziatore…

Castle Carter, la residenza egiziana di Howard costruita rigorosamente con mattoni inglesi. Disegno dell’architetto Howard Carter, ovviamente

Nel 1914 finalmente Davis “molla” la Valle dei Re, uscendosene con un improvvido “la Valle ha ormai rivelato tutti i suoi segreti…non c’è altro da scoprire” di belzoniana memoria. Carnarvon e Carter riescono a farsela assegnare da un Maspero stanco e malato (morirà poco dopo il suo rientro in Francia) nel momento più sbagliato del mondo.

La I Guerra Mondiale imperversa e miete milioni di vittime in Europa. Anche le imponenti risorse dei Carnarvon vacillano. Lady Almina ha allestito un ospedale a Highclere per i reduci del fronte; uno di questi reduci le sarà “fatale”, ma questa è un’altra storia.

Carter intanto ha individuato subito una zona promettente in un triangolo costituito dalle tombe di Ramses II, Ramses VI e Merenptah. La mappa che disegna nel 1917 come zona di scavi è praticamente sopra la tomba che cerca ma diversi fattori lo ritardano, non ultimo il flusso di visitatori verso la tomba di Ramses VI (pregevolmente decorata) che lo spinge ad iniziare gli scavi dal lato “sbagliato” (col senno di poi) del triangolo e lasciare in piedi alcuna capanne degli operai che avevano lavorato alla tomba di Ramses VI. Anche i detriti lascati da Davis sono un enorme problema, tanto da far costruire a ferrovia a scartamento ridotto, tipo Decauville, per sgombrare tali detriti.

Le stagioni si susseguono senza grossi risultati. Due fatti però rallegrano Carter:

  • Nel 1920 Lord Carnarvon porta per la prima volta in Egitto la figlia Evelyn. Anche se doveva conoscere bene Carter per le sue visite in Inghilterra, Evelyn, all’epoca 19enne, nell’ambiente esotico del Nilo ne fu contemporaneamente attratta e messa in soggezione. Probabilmente Carter accarezzò per anni il sogno proibito di diventare il genero del suo finanziatore
  • Nel 1921 finalmente qualcuno si degna di esaminare i reperti che Davis ha mandato al Met Museum e scopre che gli oggetti trovati nel pozzo dal duo Davis/Ayrton sono i resti del banchetto funebre per Tutankhamon. Quel qualcuno è Arthur Winlock, un egittologo americano amico di Carter che ritroveremo più avanti.
Evelyn con suo padre durante la prima visita in Egitto nel 1920

Nel 1921 Carter ci va veramente vicinissimo. Scrive sul giornale degli scavi: “3 gennaio 1921. Gli scavi sono proseguiti fino a mettere a nudo la roccia. Non potendo continuare davanti alla tomba di Ramses VI a causa dei turisti e della visita imminente del Sultano, spostati gli uomini in un’altra parte della valle, ovvero la parte che conduce alla tomba di Thothmes III”.

Praticamente a pochi metri dal traguardo.

Potrebbe essere un rinvio fatale, perché Lady Almina non ne può più di buttare soldi mentre ha in progetto una casa di salute a Londra e anche Lord Carnarvon è sfiduciato. Carter a malapena strappa ai due le risorse per un ultimo anno di scavi.

A fine ottobre arriva a Luxor con una novità: un canarino giallo, probabilmente un Gloucester, che verrà chiamato “l’uccellino d’oro”.

Porterà fortuna.

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

IL PITTORE MANCATO

“Il tempo parve eterno a quelli che aspettavano accanto a lui. Non potendo più resistere, Carnarvon domandò: «Potete vedere qualche cosa?»
E Howard Carter, volgendosi lentamente, rispose come incantato con una voce che gli saliva dal profondo dell’animo: «Sì, cose meravigliose!»…«In tutta la storia degli scavi, certo nessuno aveva mai visto cose meravigliose come quelle che ci rivelava la luce della nostra lampada elettrica».

UN DISASTRO CHE DIVENTA UN’OPPORTUNITÀ

Un tempo non avrebbe considerato degno di perdere il suo tempo prezioso quell’aristocratico snob, meritevole solo di essere nato nel posto giusto, che aveva di fronte. Un conte, nientemeno, che aveva studiato a Eton ed al Trinity College di Cambridge, appassionato di cavalli da corsa e di quelle infernali trappole meccaniche chiamate “automobili” con cui aveva rischiato di ammazzarsi qualche anno prima in un incidente che lo aveva lasciato claudicante. Così lontano da lui, un pittore senza istruzione abituato fin da ragazzino a campare con i frutti del suo lavoro. Almeno era inglese e sapeva gustarsi il suo tè come le persone civili.

Ma in quel pomeriggio del 1907 a Luxor non poteva più fare lo schizzinoso. AI margini ormai dell’archeologia “che conta”, aveva disperatamente bisogno di qualcuno che finanziasse il suo sogno, strappare alla Valle dei Re il segreto di un Faraone misterioso. E George Edward Stanhope Molyneux Herbert, 5° Conte di Carnarvon, sembrava la persona giusta per essere quel “qualcuno”.

Howard Carter aveva appena incontrato il suo destino.

Carter era nato il 9 maggio 1874, a Kensington. Suo padre era un pittore, specializzato nel ritrarre animali, e da lui ereditò una certa capacità artistica (come anche i suoi otto tra fratelli e sorelle che arrivarono all’età adulta, di cui ben tre esposero alla Royal Academy). Gracilino e sempre un po’ febbricitante, fu spedito a Swaffham, nel Norfolk (non ho idea come si potesse pensare che il Norfolk fosse più salubre per un ragazzino malaticcio, misteri britannici…) dove il suo bis-cugino Harry insegnava arte alla Grammar School locale. Qualche storico ipotizza un disturbo della personalità quale l’autismo o comunque una incapacità di reprimere la rabbia, anche sulla base degli eventi che caratterizzeranno la sua vita, ma nessuna certezza.

Samuel Carter, il padre di Howard. Ottimo pittore naturalistico, specializzato (ovviamente) in cavalli e cacciagione varia, cervi in primis

Vista la sua salute precaria, anche lui, come Petrie, non frequentò mai una scuola ma fu educato in casa. Con il cugino Harry e suo papà Samuel andava spesso a Didlington Hall, dove i baroni del luogo, coinvolti nella egittomania del XIX secolo, mostravano i ricordi dei loro viaggi sul Nilo.

Un caro amico della padrona di casa, la baronessa Mary Rothes, è Percy Newberry, già amministratore della Egypt Exploration Fund con cui Amelia Edwards aveva finanziato gli scavi di Flinders Petrie. La leggenda vuole che Carter abbia fatto un ritratto a Newberry e questi, d’accordo con la baronessa, lo abbia invitato a seguirlo in Egitto come “apprendista disegnatore”.

Mary Rothes Margaret Tyssen-Amherst 2a Baronessa Amherst di Hackney. Nobile, ricca di famiglia, appassionata di ornitologia (absit iniuria verbis, una specie di gru coronata porta il suo nome) e di Antico Egitto. Fu la prima “sponsor” di Carter e partecipò più tardi in prima persona a degli scavi a El-Hawa, vicino ad Assuan proprio sotto la supervisione di Howard. Suo padre aveva una collezione di oggetti egizi che esponeva in un’ala della tenuta di famiglia a Didlington, vicino a Swaffham, la “scintilla” che infiammò la fantasia del giovane Howard

Nell’ottobre 1891 il diciassettenne Carter arriva quindi in Egitto con Newberry e lavora come disegnatore a Beni Hasan sulle tombe del Medio regno. Tre mesi dopo l’Egypt Exploration Fund lo dirotta a lavorare con Flinders Petrie, dove Carter si trasforma da disegnatore ad archeologo (anche se Petrie a lungo penserà che “non sarà mai più che un disegnatore storico”). Petrie disprezza le origini umili di Carter e la mancanza di un’educazione formale (proprio lui!) e non vedrà mai di buon occhio colui che considera un parvenu dell’archeologia. Lo cede quindi volentieri a Édouard Naville per lavorare al Tempio di Hatshepsut a Deir-el-Bahari, dove disegna le iscrizioni del Djeser-Djeseru.

Percy Edward Newberry, il primo maestro” del giovane Carter. Lo introdusse alla sezione dedicata all’Antico Egitto del British Museum e lo condusse in Egitto con sé nel 1891.
Èdouard Naville. Svizzero, era curiosamente il contrario di Carter: interessato al disseppellimento delle grandi opere architettoniche, poco interessato ai dettagli. Sarebbe stato adattissimo per la Sfinge.

Carter è preciso e irremovibile con i predoni anche quando indossano una giacca elegante ed un cappello a cilindro. La sua carriera è veloce e apparentemente inarrestabile: nel 1901 è Capo Ispettore del Servizio Antichità per l’Alto Egitto e la Nubia, con base a Luxor. In questa vece fa un primo tentativo di “aggredire” la Valle dei Re con un americano, Theodore Davis, che per due anni finanzia degli scavi coordinati dallo stesso Carter.

Theodore Davis, la presunzione e la supponenza dei ricchi condita in salsa yankee. Tanto per capire la capacità archeologica scrisse un assurdo ed inopportuno rapporto degli scavi nel 1912 intitolato “Le tombe di Harmhabi e Touatânkhamanou” – sbagliando ovviamente l’attribuzione di un semplice nascondiglio come tomba di un Faraone – in cui affermò, come Belzoni prima di lui: “Temo che la Valle delle Tombe sia ora esaurita”. Possiamo senza dubbio ritenerci fortunati che Davies abbia “mancato” Tutankhamon; vista l’esperienza della KV55 di Smenkhare/Akhenaton non oso immaginare quanti danni avrebbe potuto fare 

Nel 1904 ricopre la stessa carica per il Basso Egitto, al Cairo. Maspero lo stima molto; il 27enne Carter diventa in pratica il suo vice destinato presumibilmente a succedergli.

Ma l’8 gennaio 1905 la sua carriera al Servizio Antichità cessa per sempre. Una banale disputa con dei turisti francesi degenera, c’è una denuncia di Monsieur de la Boulinière, il console generale francese.

Maspero riceve pressioni dalla diplomazia francese. È un periodo critico, la gestione dell’Egitto è molto delicata tra Francia ed Inghilterra dopo che il Canale di Suez ha reso l’area un punto nevralgico dell’economia mondiale. Ai governanti di entrambi i Paesi dell’archeologia importa poco o nulla, importa mantenere una “pax” stabile.

Maspero non fa come Lacau e non difende il suo sottoposto: scarica Carter ufficialmente anche non lo licenzia. Lo destituisce da Capo Ispettore, nominando al suo posto Arthur Weigall (lo ricordate? Al fianco di Schiaparelli nell’esplorazione della tomba di Kha e Merit?), che con Carter non aveva un rapporto proprio amichevole e di cui scriverà pessime cose tacciandolo di incompetenza. Carter viene assegnato agli scavi di Tantah, nel Delta del Nilo. Per Carter è una cosa inaccettabile (oggi lo chiameremmo “mobbing”); si prende un periodo sabbatico poi ad ottobre lascia il Servizio e diventa una sorta di freelance nella compravendita di reperti, arrotondando con i suoi acquerelli e facendo da guida turistica per i templi di Luxor.

Un acquarello di Howard Carter della regina Ahmose, madre della regina Hatshepsut da un dipinto murale nel tempio funerario della regina Hatshepsut a Deir el-Bahari
I rilievi di Carter a Deir el-Bahari
Alcune tra le famose “Oche di Meydum” riprodotte da Carter. Qui emerge, come in altri rilievi, la dote di pittore naturalista di Howard
Arthur Weigall e consorte. Weigall si comportò sempre da servitore di Davis compromettendo la sua professionalità e screditandosi agli occhi dei colleghi

Il 1905, iniziato così male per Carter, gli regala però anche un sogno rinnovato: Theodore Davis scopre una coppa in faience con il nome di Tutankhamon. In realtà due anni dopo Davis troverà in un pozzo vicino alla tomba di Seti I parecchio materiale (vasi, collane floreali e stoffe) che spedirà negli USA considerandolo di nessun valore. Ci vorranno anni per capire che era materiale usato nella cerimonia funebre di Tutankhamon.

Nel 1906 riprende giocoforza a collaborare con Davis ed illustra gli oggetti trovati nella tomba di Yuya e Tuya. Un duro rospo da digerire per Carter: illustrare i reperti di una tomba della Valle dei Re pressoché intatta a cui per di più aveva lavorato l’odiato (ed ingrato) Weigall… Oltretutto Davis ha ottenuto la concessione per gli scavi nella Valle dei Re fino al 1914, sarà per tutti gli off-limits fino a quella data. Davis è onestamente, poco più di in dilettante. Farà disastri epocali e bloccherà ogni ulteriore attività nella Valle fino al termine della sua concessione, ma per fortuna non riuscirà a trovare tombe intatte.

Maspero però non ha dimenticato Carter. Un nobile inglese, che ha chiesto delle concessioni nel 1907, pur armato di buona volontà è completamente sprovveduto da un punto di vista archeologico e ha bisogno di un esperto disposto a lavorare sul campo per lui. Organizza un incontro che cambierà la storia dell’archeologia.

Carter e Lord Carnarvon, uniti indissolubilmente nella Storia

Lord Carnarvon e Howard Carter sono per la prima volta insieme.

Donne di potere, Nefertari

La lettera di Nefertari a Pudukhepa, moglie di Khattushili III

A cura di Grazia Musso

Sappiamo che unitamente alla corrispondenza intercorsa tra Ramses II e il sovrano hittita Khattushili III ( 1265-1237) è che ha portato alla stesura del celebre trattato di pace, anche tra le regine, l’egizia Nefertari e la hittita Pudukhepa, fu scambiata una ricca corrispondenza.

Pudukhepa sposò Khattushili verso il 1265 a. C.. Ultima regina hittita di cui ci sia giunta notizia, essa mantenne il ruolo di Regina Regnante anche durante l’intero periodo del regno del figlio Tudhaliya IV ( 1237 – 1209), e morì in tarda età, nel regno del nipote Shubbiluliuma II. È considerata la più importante figura femminile della storia hittita, in campo politico e spirituale.

Segno di questo peso politico è il fatto che il suo sigillo compariva anche sulla tavoletta d”argento contenente la versione hittita del trattato di pace tra Ramses II e Khattushili III, che la cancelleria del regno anatolico aveva fatto consegnare al faraone egizio.

Nel 1906, grazie agli Scavi condotti dall’archeologo tedesco Hugo Winckhler ( 1863 – 1913) a Boghazkoi, rivelatasi poi essere stata l’antica capitale hittita Hattusha, presso l’ansa del fiume Halys, in Anatolia, vennero alla luce migliaia di tavolette d’argilla cotta. Molte di queste erano incise con caratteri cuneiformi ma in un linguaggio ancora sconosciuto : la lingua hittita. Sarà l’assirologo ceco Bedrik Hozny (1879 – 1952), tra il 1914 e il 1917, che riuscirà a decifrare e tradurre la lingua hittita, risultata essere una lingua indoeuropea.

Una di queste tavolette contiene una lettera scritta dalla regina Nefertari alla regina hittita Pudukhepa nella quale, con un linguaggio molto formale, viene ribadito lo stretto legame di amicizia esistente tra le due famiglie regnanti.

Fonte :https://mediterraneoantico.it

Iconografia

AMMIT LA DIVORATRICE

A cura di Luisa Bovitutti

Ammit (o Ammut), nota anche con il nome di “Divoratrice”, è un essere ibrido con testa di coccodrillo, corpo di ippopotamo, quarti posteriori e zampe di leone; è rappresentata nei papiri di Ani e di Hunefer, risalenti alla XIX dinastia ed oggi custoditi al British Museum di Londra, che ci hanno restituito il testo del Libro dei Morti.

Essa personifica la punizione divina per i defunti che in vita non si sono conformati ai principi di equilibrio e di giustizia di Maat.

Per adempiere al suo compito assiste al giudizio davanti ad Osiride, accovacciata sotto la bilancia sulla quale il cuore del defunto viene pesato dopo che quest’ultimo ha espresso ben 42 confessioni negative, dichiarandosi moralmente irreprensibile; se esso peserà più della piuma di Maat, Ammit lo divorerà, privando per sempre il defunto della vita eterna

.La scena illustrata nei due papiri è la medesima: si vede Anubi che sta pesando il cuore sulla bilancia di Maat mentre Thot gli è accanto per prendere nota del risultato; Ammit è in attesa del responso, pronta ad azzannare.

Papiro di Hunefer

Questo essere spaventoso compare anche nel soffitto astronomico di alcune tombe, rafforzando l’ipotesi secondo la quale gli Egizi ritenevano che la cerimonia di pesatura del cuore avvenisse nel cielo delle stelle imperiture.

Nella tomba di Seti I Ammit è rappresentata come una femmina di ippopotamo che porta sulla schiena un coccodrillo e un mantello di pelliccia leonina su cui sono disegnate sette stelle: in questo ambito simboleggia quindi la rinascita celeste, indicata dall’ippopotamo femmina (la dea Tauret – o Tueris – che proteggeva le partorienti e le nascite) e la morte definitiva indicata dal leone e dal coccodrillo.

Papiro di Ani

Era anche associata al demone detto “il grande divoratore” o “l’ingoiatore dei peccatori”, la divinità guardiana del secondo cancello della Duat che accanto ad un lago di fuoco attendeva i defunti per divorarli se il giudizio finale fosse stato negativo.

Plutarco l’assimila ad una chimera, in quanto, similmente ad Ammit, veniva rappresentato con testa di coccodrillo, criniera di leone, zampe posteriori di un ippopotamo e zampe anteriori di un iena.

Papiro di Nebqed

Isabelle Franco, nel suo “Dizionario di mitologia egizia”, fornisce un’analisi interessante di Ammit: “Il suo ruolo è quello di far scomparire per sempre quelli che non sono stati giustificati dalla corte di Osiride. Non bisogna quindi considerarla come un mostro malvagio ma, al contrario, come un personaggio benefico il cui ruolo – come quello di tutte le entità guardiane – è quello di purificare l’ambiente circostante il mondo divino sopprimendo gli esseri nocivi che vorrebbero accedervi”.

Particolare del soffitto astronomico della tomba di Seti I nella Valle dei Re

Bellissime immagini del letto funerario di Tutankhamon decorato con la testa di Ammit si trovano nel post di Andrea Petta, al link seguente:

 https://www.facebook.com/…/44998…/posts/1035487317254639

FONTI:

Luce tra le ombre

SFINGE E PIRAMIDI – QUANTI ANNI HA LA SFINGE?

A cura di Ivo Prezioso

introduzione

Come accade in natura, allorquando lo spostamento di una massa d’aria lascia un vuoto che viene immediatamente rimpiazzato, così tramontato il fascino della “piramidologia”, altre teorie ardite e seducenti, (talvolta fantasiose, talaltra che non reggono ad un’ approfondita ed interdisciplinare valutazione delle evidenze) sono state elaborate da un nutrito gruppo di cosiddetti “ricercatori alternativi”. Tra le tante, una di quelle che ha suscitato maggior interesse fu elaborata nel 1987 da Antony West e Robert Schoch (geologo presso l’Università di Boston) quando annunciarono al mondo la straordinaria scoperta che la famosa Sfinge di Giza, risalisse ad un’epoca molto anteriore al regno di Khaefra (Chefren). Le conclusioni a cui giunsero è che il grandioso monumento dovesse avere la veneranda età di almeno 12.000 anni, anche mezzo millennio in più. (In seguito c’è chi si è spinto anche oltre con mirabolanti datazioni comprese tra il 40.000 e 50.000 a.C.!!!!)

Robert Schoch il geologo sostenitore della mirabolante ipotesi che la sfinge sia stata costruita all’incirca 12.000 anni fa. (Immagine reperita in rete)

Ma vediamo, brevemente, come è stato possibile giungere a simili risultati. Devo dire che le premesse, basate su studi geologici, potrebbero ingannevolmente far ritenere non peregrine queste affermazioni. I due autori partono dalla considerazione che l’erosione patita dalla Sfinge sia stata provocata dalle piogge. Questo particolare, secondo gli autori, non poteva che essere la prova che il monumento fosse stato eretto in un periodo in cui quella parte d’Egitto era molto più umida e spazzata da piogge frequenti e violente. La teoria di per sé parte da presupposti non fantasiosi o cervellotici, come si può constatare, ma a questo punto ritorno alle considerazioni del Prof. Maurizio Damiano, cui avevo fatto cenno nell’introduzione, per mostrare come esse siano confutabili, alla luce di studi interdisciplinari.

Le considerazioni del prof. Maurizio Damiano

E’ del tutto ovvio che l’analisi delle rocce mostri un’età molto più antica rispetta a quella del monumento; l’età, sotto questo aspetto, non si dovrebbe calcolare nell’ordine di qualche decina di migliaia di anni, bensì di milioni, dal momento che il calcare nummulitico di cui la Sfinge è costituita si formò tra la fine dell’Era secondaria e l’inizio della Terziaria e fu portato allo scoperto dopo il ritiro del mare eocenico, circa 40 milioni di anni fa. Ma, ovviamente l’età in cui quel calcare fu scolpito è tutt’altra cosa rispetto a quella in cui si è formato. Quindi il geologo Schoch, basa i suoi calcoli sullo studio dell’erosione che appare fondamentalmente di due tipi eolico ed idrico. Quest’ultimo tipo di erosione, dovuto alle piogge, è quello che ha fatto concludere che il monumento sia stato realizzato in un’epoca in cui queste erano ancora significativamente presenti: secondo l’autore, questo stato di cose è durato sino al 10.000 a.C. circa. In effetti il ragionamento è coerente, ma poggia le basi su premesse errate. Non è vero che le piogge smisero di cadere nel 10.000 a.C., ma ci furono periodi, a più riprese, in cui sono ritornate con vigore. Geologi e metereologi che si sono occupati della preistoria dell’Egitto, hanno ricostruito un periodo, chiamato “Umido Neolitico”, che copre un arco temporale che va dal 10.000 al 4.000 a.C. per poi portare lentamente alla condizione di aridità odierna solo intorno al 3.000 a.C. Ma anche durante il periodo storico le piogge non sono del tutto sparite. Si sono infatti registrate fasi climatiche più umide, come ad esempio nel Nuovo Regno, durante il quale le temperature furono mediamente più fresche rispetto all’Antico e Medio Regno. Anche nel XIV e XVII secolo della nostra era si sono registrati lunghi periodi di piovosità anomala che hanno eroso abbondantemente i monumenti. Ciò basterebbe a dimostrare un’erosione addirittura maggiore di quella calcolata da West e Schoch. Ma lo stato di disgregazione presentato dalla sfinge non è dovuto solo alle piogge ed al vento. Come sappiamo, il monumento fu più volte sepolto e liberato (la stele del sogno di Tuthmosi IV, eretta tra le zampe anteriori, riferisce proprio di uno di questi interventi). A tal proposito, gli studi di Zahi Hawass e dei geologi Mark Lehner e Lal Gouri, hanno chiarito che il particolare tipo di erosione di cui ha sofferto la sfinge è stato determinato principalmente dalla sua posizione: si trova infatti in una fossa scavata tutta intorno, a forma di U, che ne ha favorito la tendenza a riempirsi di sabbia. Si è dimostrato che l’erosione è stata generata dall’acqua, non solo piovana, ma anche e soprattutto da quella presente per infiltrazione nella sabbia che ricopre gli strati di calcare. In pratica la sabbia che penetrava il fossato fino a ricoprire la Sfinge, veniva invasa dall’acqua (sia derivante dalle piogge, sia per l’innalzamento della falda a seguito delle inondazioni): il continuo contatto col monumento ne ha provocato l’erosione e l’indebolimento profondo della roccia che la costituisce, al punto che una volta riportato alla luce per l’ennesima volta, continua a sfaldarsi a causa dell’azione erosiva dei venti.

UN SAGGIO DI MARK LEHNER
Mark Lehner è nato il 2 aprile 1950 a Fargo, North Dakota, Stati Uniti. E’ stato ricercatore per l’Università Americana del Cairo e l’ Università di Yale, nonché presso l’ Istituto di Orientalistica dell’ Università di Chicago e il Museo Semitico di Harvard.

LA SFINGE NASCE DALLO SFRUTTAMENTO DI UNA CAVA DI ESTRAZIONE

Come abbiamo visto, la Sfinge ha ispirato una pletora di ipotesi, riguardo alla sua età. Alcuni autori “popolari” hanno ipotizzato che sia una testimonianza lasciata da una civiltà evolutasi e poi praticamente scomparsa nel nulla migliaia di anni prima di Kaefra (Chefren), il faraone della IV Dinastia responsabile della costruzione della seconda piramide di Giza verso il 2.500 a.C. Oggi la stragrande maggioranza degli egittologi concorda sul fatto che anche la Sfinge sia stata fatta scolpire da lui, come elemento del suo complesso piramidale, anche se di recente sono state avanzate ipotesi riguardo alla paternità del monumento, che sarebbe piuttosto da attribuire al padre Khufu (Cheope). La sfinge è la prima vera scultura di dimensioni colossali dell’Antico Egitto. E’ lunga, infatti ben 72,55 metri e la sua massima altezza è pari a 20,22 metri. E’ la più antica scultura completa conosciuta ad indossare il “nemes”, fatta eccezione per una testa (probabilmente di sfinge) del faraone Djedefra (ora al Louvre) e per una piccola sfinge in calcare (al Museo del Cairo), entrambe rinvenute ad Abu Rawash. E’ inoltre l’unico caso di simulacro colossale scolpito a tutto tondo nella viva roccia (i colossi di Ramses II ad Abu Simbel sono da ritenersi, infatti, più sculture in alto rilievo che statue vere e proprie).

Il volto del tempo. La colossale statua oggi si presenta in queste condizioni: il naso spezzato, gli occhi crivellati e la barba staccata dal mento. L’erosione ha evidenziato gli strati geologici originari, ma la dura roccia di cui e costituita la testa, evoca ancora una fulgida divina maestà

Il materiale che la compone è un calcare di substrato, denominato dai geologi “Formazione del Muqattam”, originatosi 50 milioni di anni fa dai sedimenti depositatisi sui fondali marini dell’Africa nord-orientale nell’Eocene Medio. Durante quel periodo andò formandosi una piattaforma che fu colonizzata da nummuliti (conchiglie di organismi planctonici), che oggi costituisce il lato nord-occidentale della piana. Quando il mare si ritirò verso nord, nell’area corrispondente al settore attuale, si formò una laguna poco profonda, nella quale andavano a depositarsi sedimenti ricchi di carbonato che formarono gli strati che finirono col pietrificarsi e che, 4500 anni fa, gli antichi avrebbero utilizzato per estrarvi i blocchi di calcare. Gli egizi trasportarono tali blocchi dalle cave situate a sud dell’area più bassa fin sul pendio dove costruirono le piramidi lungo una direttrice diagonale nord-est/sud-ovest. Gli strati calcarei, originatisi sul fondo del pendio della “Formazione del Muqattam”, infatti erano adattissimi per l’estrazione e furono utilizzati per edificare sia le piramidi sia i templi di Giza.

I depositi sedimentari, alternandosi in strati teneri e duri, permettevano di intervenire agevolmente sui primi (di consistenza simile all’argilla), permettendo poi l’estrazione e la riduzione in blocchi di quelli più compatti e resistenti. La Sfinge fu ricavata a partire dallo strato inferiore della “Formazione”. Qui gli Egizi scavarono una profonda fossa ad “U” che isolò l’enorme sperone roccioso, avente grosso modo la forma di un parallelepipedo, nel quale fu scolpito il monumento. La fossa si apre verso est: qui era già stato ricavato un terrazzamento nel calcare compatto e fragile della barriera.

In questa veduta panoramica, colta da est, si riconoscono il Tempio della Sfinge e il Santuario della Sfinge.

Alla sua estremità meridionale fu edificato il Tempio in Valle di Chefren impiegando enormi blocchi di calcare, alcuni dei quali del peso di svariate tonnellate. Proprio di fronte alle zampe di stese della Sfinge fu, invece. eretto, il relativo Tempio anch’esso realizzato con smisurati blocchi dello stesso materiale, estratti nelle immediate vicinanze. Così, il nucleo roccioso da cui fu ricavata la Sfinge non fu altro che la sezione verticale degli strati più profondi di ciò che rimaneva della grande massa calcarea della piana di Giza utilizzata come cava.

Mappa dell’area in cui si erge la Sfinge

I lavori di restauro, partiti dagli anni ’80 del secolo scorso, hanno finito per nascondere gran parte di questa massa rocciosa naturale della quale è, però, nota la struttura. Lo strato più basso del monumento, denominato Membro I, è costituito da roccia dura e fragile che, rispetto agli strati superiori non si è alterato in maniera particolare, tanto che risultano ancora visibili, sul basamento della fossa e sul suo lato nord, i segni degli attrezzi lasciati dagli antichi operai. Siccome tutti gli strati geologici sono inclinati di circa 3° da nord-ovest a sud-est, ne consegue che essi risultano più alti nella parte posteriore della Sfinge e più bassi verso le zampe anteriori.

La maggior parte del corpo leonino del monumento, della parete sud e della parte superiore della fossa sono invece intagliati nel Membro II che è formato da sette strati: più teneri in basso e progressivamente più compatti verso la sommità, pur conservando una generale alternanza tra livelli morbidi e duri. Nel Membro III sono stati invece scolpiti la testa e il collo. Quest’ultimo è stato modellato in una roccia meno solida rispetto a quella da cui è stata ricavata la testa. Il Membro III forniva pietra da costruzione di notevole qualità e questo spiega perché gli egizi la estraevano per lo più dall’area circostante alla Sfinge.

La compattezza di questo strato roccioso spiega inoltre l’eccellente conservazione della testa della Sfinge, mentre al contrario la superficie che costituisce il corpo leonino del monumento, più morbida, è stata erosa e devastata dagli agenti esterni. A giudicare dalle evidenze, sembra di poter concludere che i costruttori della IV Dinastia fossero ottimi “geologi”. Avendo constatato la diversa consistenza rocciosa, potettero sfruttarne razionalmente le caratteristiche. Così riservarono l’ottima e resistente pietra da costruzione del Membro III per la realizzazione della testa, che è la parte solitamente più vulnerabile di una statua, trasformarono la roccia più tenera e fessurata del Membro II per modellare il massiccio corpo leonino, mentre sfruttarono il solido fondo del Membro I come basamento del colossale monumento.

CRONOLOGIA DI UNA COSTRUZIONE

Le evidenze archeologiche paiono confermare che la Sfinge, il suo Tempio e il Tempio in Valle di Chefren siano stati il risultato di un unico progetto.

Già nel 1910, allorché il Tempio della Sfinge era sepolto sotto circa 15 metri di detriti, l’archeologo Uvo Hölscher (Norden 30/10/1878 – Hannover 21/2/1963) , dopo aver riportato alla luce i templi della piramide di Chefren, intuì che il Tempio in Valle e quello della Sfinge furono costruiti nello stesso tempo. Era giunto a questa conclusione osservando l’evidente somiglianza tra gli enormi blocchi che costituivano i nuclei delle pareti del Tempio del faraone e gli strati rocciosi visibili nella parte superiore della colossale statua. Infatti, quegli elementi calcarei rappresentano l‘ossatura delle imponenti pareti che i costruttori rivestirono con il granito rosso proveniente da Assuan.

Veduta trasversale da nord-ovest del Tempio della Sfinge. Sullo sfondo la piramide di Cheope (a destra) e quella di Chefren (a sinistra) incorniciano la testa della scultura come i due monti che affiancano il sole nel geroglifico “akhet” che indica l’orizzonte.

Tra il 1967 e il 1970 l’architetto ed egittologo Herbert Ricke effettuò un accurato studio sul Tempio della Sfinge, giungendo alla conclusione che gli egizi della IV Dinastia avessero lavorato su più fronti nella realizzazione del complesso monumentale nel quadro dello stesso processo di estrazione e costruzione. I blocchi di calcare del nucleo del Tempio della Sfinge sono così enormi da conglobare al loro interno tre o più strati geologici e questi strati sono del tutto simili a quelli visibili sul corpo della Sfinge.

Nel 1980 il geologo Thomas Aigner dell’Università di Tübingen (Tubinga, Germania), eseguì accurate ricerche sui livelli geologici del colosso, su ciascuno dei 173 blocchi del suo Tempio e sulla fossa circostante. Nell’ambito dello “Sphinx Project”, Aigner studiò le proprietà della roccia in tutti gli strati che includevano fossili. Si rivelò la presenza di spugne, ostriche, ricci, denti di squali, coralli e bivalvi che sono riconducibili alla paleontologia marina di 50 milioni di anni fa. Le osservazioni non fecero che confermare le ipotesi di Hölscher e Ricke: i costruttori della IV Dinastia realizzarono la Sfinge, il suo Tempio ed il Tempio in Valle di Chefren seguendo un ininterrotto progetto architettonico e scenografico.

Ripresa in direzione sud-est che illustra il cortile del Tempio della Sfinge. Nell’antichità maestose statue reali erano giustapposte ai nuclei di calcare dei pilastri che in origine erano rivestiti in granito.

Quando scavarono la fossa a forma di “U” attorno allo sperone roccioso nel quale avrebbero scolpito la Sfinge, utilizzarono gli enormi massi di pietra calcarea per edificare il nucleo delle pareti degli edifici sacri e impiegarono quelli degli strati superiori (corrispondenti, per intenderci al livello in cui è stata scolpita la testa della statua, o forse anche più in alto), per la realizzazione del Tempio in Valle. I livelli corrispondenti alla parte superiore del dorso, del collo e della testa della Sfinge sono, infatti, meno stratificati e più compatti ed omogenei. Se ne può dedurre che mentre scavavano in profondità e andavano formando la fossa che circonda la colossale statua, trascinarono i blocchi direttamente ad est per erigerne il relativo Tempio. Per la maggior parte queste pietre sono attraversate da una caratteristica fascia di colore giallo, perfettamente corrispondente agli strati che si riscontrano all’altezza del petto e della spalla della scultura. Tra l’altro è chiaramente osservabile che gli strati geologici si presentano senza soluzione di continuità tra i blocchi adiacenti su gran parte del perimetro dell’edificio. Questo dimostrerebbe che gli operai trasferivano la pietra della cava della Sfinge fino al Terrazzo sul quale andavano edificando il suo Tempio e li ponevano in opera ordinatamente: di certo non era possibile mescolarli dal momento che avevano un peso che poteva raggiungere le cento tonnellate!

Sono chiaramente visibili gli strati di roccia del Membro II che si alternano in sequenza, duri e teneri, nel corpo della Sfinge (ora nascosti dai recenti restauri). La testa è scolpita nella pietra più dura e resistente del Membro III, con lacune da erosione colmate durante il restauro del 1926

I rilevamenti effettuati da Ricke gli permisero di ricostruire una sequenza cronologica del progetto costruttivo. Non entro nei particolari del suo accuratissimo e complesso studio, ma concludo con lo schema cronologico che ne è conseguito e le cui evidenze lasciano presupporre che i costruttori abbiano:

  1. Completato il Tempio in Valle con il rivestimento in granito.
  2. Costruito i muri di recinzione nord e sud.
  3. Rimosso il muro nord.
  4. Costruito il Tempio della Sfinge sul luogo in cui sorgeva il muro nord.
  5. Usato enormi blocchi estratti dalla cava della Sfinge per erigere le pareti del suo Tempio.

Le verità raccontate dalla roccia, l’architettura monumentale e la storia della cava del recinto della Sfinge, indicano che il costruttore della colossale scultura fu il faraone “Khaefra” (Chefren).

Schema ricostruttivo del Tempio in Valle di Chefren e Tempio della Sfinge. (A): Tempio in Valle. (B): Muro di recinzione sud secondo la ricostruzione di Ricke. (C): Tempio della Sfinge. (D): Lato nord del Terrazzo I (Tempio della Sfinge) e Fossa della Sfinge (Terrazzo II). (E): Via Processionale di Chefren dal Tempio in Valle al Tempio Alto.

Quale significato aveva la Sfinge?

La tendenza all’architettura megalitica, alla metà della IV Dinastia, era ormai in pieno sviluppo da circa un secolo. La massima espressione si era raggiunta nel perfezionamento della piramide, apice di un complesso templare attraverso il quale si realizzava la fusione del re con il potere del dio sole. Con Chefren la tendenza al gigantismo subisce ancora un ulteriore spinta. Nei suoi templi furono posti in opera enormi blocchi di calcare che potevano raggiungere il peso anche di alcune centinaia d tonnellate. I suoi artigiani produssero oltre 58 statue (ma forse anche tra 100 e 200), realizzate in pietra dura, 22 delle quali pari a tre volte le dimensioni naturali. La più grande di tutte, ovviamente la Grande Sfinge, sarebbe rimasto un unicum sia per le sue dimensioni, sia per il fatto che fu scolpita direttamente nella roccia viva. Nella sua immensa maestà, essa compare improvvisamente, senza precedenti e le sue sembianze, riprodotte in seguito utilizzando proporzioni decisamente migliori, rimarranno un punto di riferimento nella rappresentazione classica della regalità fino alla fine dell’antichità. Nelle rappresentazioni precedenti non si riscontra uno sviluppo continuativo della figura leonina con la testa che va assumendo sempre più caratteristiche umane. La forma completa con il “nemes”, fa la sua apparizione con la Sfinge di Giza, anche se la testa frammentata di Djedefra, conservata al Louvre potrebbe suggerire che questa forma fosse già stata realizzata in pietra alcuni anni prima. Nelle sua forme composite è proprio la testa a fornire la caratteristica peculiare con il nemes elemento determinante a definirne la qualifica di sovrano. Secondo Henry Fischer il connubio tra re e leone “suggerisce la trasfigurazione del soggetto, la metamorfosi del re, unico collegamento fra la sfera umana e quella divina e costantemente sulla soglia di questi due mondi”. Alan Gardiner ha suggerito che la frase egizia “shesep ankh Atum” (immagine vivente di Atum), associata alle sfingi nei periodi tardi, caratterizzi il faraone come forma di sole primordiale e dio creatore. L’espressione “shesep ankh”, riferita ad una statua (forse di un genere particolare), è nota già a partire dall’Antico Regno e Fischer ha proposto che il termine “shesep” derivi da “ricevere”: una statua sarebbe quindi “una che riceve offerte ed altri ministeri”. Bisogna convenire che entrambe le interpretazioni, sia di creatrice primordiale, sia di destinataria di offerte, si adattano perfettamente alla Sfinge ed al suo Tempio. E’ infatti un simbolo perfetto per rappresentare il dio Atum (o, anche, il re visto come Atum) soprattutto nella sua funzione di creatore ctonio. James Allen fa notare che Atum significa “quello completo” e che l’intero mondo materiale ne emanava la sua essenza. Un concetto molto interessante, anche se piuttosto oscuro, emerge sia nei Testi delle Piramidi che in quelli dei Sarcofagi e nel Libro di Morti: il leone fu la prima forma di vita ad emergere da quella massa all’interno delle acque primigenie. Karol Myśliwiec, un archeologo polacco, propone l’associazione tra la nascita di Atum ed il leone suggerendo l’idea che il dio si sia manifestato sulla Terra sotto forma di questo felino. Quest’idea nasce dall’associazione tra Atum e Ruti, il doppio dio-leone, che allude a Shu e Tefnut, prima differenziazione di Atum. Tuttavia Ruti afferma di essere “il doppio leone, più vecchio di Atum” e, dunque, preesistente. Lo si potrebbe immaginare come una cellula che ha duplicato i propri elementi prima di iniziare a dividersi e differenziarsi fino a completare la prima forma divina venuta in essere.

Rinvenuta nella cavità a forma di barca di Abu Rawash, questo ritratto in quarzite di Djedefra, (fratello di Kaefra e suo predecessore) è alto 26,5 cm e largo 28,8. E’ conservato al Museo del Louvre. Si ritiene che potesse far parte di una scultura a forma di sfinge

Non abbiamo alcuna certezza che per gli egizi della IV Dinastia la Sfinge fosse una rappresentazione di Atum, ma anche se fosse stata un immagine del re, secondo i Testi delle Piramidi questa regalità discendeva da quel dio attraverso Shu, Geb, Osiride fino a Horus e di conseguenza fino al re in carica. Per la piramide l’associazione con Atum è sicuramente più ovvia ed evidente in quanto riproduzione della collina primordiale e della pietra “benben”, la sacra icona di Heliopolis; tuttavia, è verosimile supporre che la Sfinge, scolpita nella roccia viva, fosse correlata ad Atum sotto l’aspetto di dio primordiale in forma leonina che emerge dalla massa informe con la testa regale che si innalza appena sopra la fossa.

Particolare della splendida statua di Chefren in diorite conservata al Museo del Cairo, con il dio Horus che protegge il sovrano (in alto). Da notare che nella visione frontale (in basso), il falco non è visibile, rispondendo al preciso simbolismo che assegna al sovrano il ruolo di colui che sulla Terra esercita la funzione del dio.

E’ altresì perfettamente plausibile che anche il relativo tempio fosse strettamente collegato alla colossale scultura, dal momento che sorse nella medesima sequenza di sfruttamento di cava e costruzione. Inoltre l’esistenza di questo tempio suggerisce l’esistenza di un culto in qualche modo legato al ciclo solare che include Atum e il sole nelle sue varie fasi: Khepri al mattino, Ra allo zenit e Atum, appunto, al tramonto.

LA SFINGE ED IL SUO TEMPIO: UN PROGETTO NON PORTATO A TERMINE

In nessuna delle svariate centinaia di tombe dell’Antico Regno a Giza si è trovato un chiaro riferimento ad un sacerdote o sacerdotessa appartenente al Tempio della Sfinge. E’ plausibile che un tale servizio non sia mai stato organizzato dal momento che l’edificio sacro, con tutta evidenza, non fu mai ultimato. Ricke è del parere che i costruttori avessero completato i pilastri di granito, le statue ed il rivestimento, vale a dire la parte interna dell’edificio, ed erano in procinto di occuparsi di quella esterna, quando il cantiere fu dismesso. Gli incavi destinati ad essere sede del rivestimento parietale si fermano, infatti, subito dopo il vano della porta e non fu mai eliminato l’eccesso di pietra dagli enormi blocchi che costituiscono gli angoli anteriori del Tempio. Osservando l’angolo di nord-est, le scanalature nella roccia permettono di risalire al punto esatto in cui una squadra smise di livellare, operazione necessaria affinché la successiva potesse provvedere all’installazione delle lastre di granito. L’edificio fu già abbondantemente spogliato del pavimento (in alabastro) e del rivestimento (in granito), ma ancora oggi si possono osservare le sedi e le imposte per i blocchi singoli, scavate alla base delle pareti già completate col granito rosso utilizzato per il rivestimento delle gigantesche pietre in calcare (ovviamente era più agevole tagliare e rifinire il tenero calcare, piuttosto che il duro granito). Dell’incompiutezza della fossa della Sfinge esiste una prova chiara e decisiva. I costruttori spianarono un terrazzamento, ad un livello inferiore rispetto a quello su cui insiste l’enorme scultura, lasciando un alto zoccolo di roccia che sagomava un corridoio con la parete nord del Tempio. A est, esso corre sotto la strada moderna che scende dalla Grande Piramide, mentre a ovest configura il lato nord della fossa. Proprio in questo punto il taglio non fu completato. I cavapietre si arrestarono esattamente di fronte alla zampa anteriore sinistra della sfinge, al di sotto dell’ingresso in mattoni crudi del Tempio di Amenhotep II (XVIII Dinastia) che fu edificato circa 1100 anni dopo Chefren, quando ormai il Tempio della Sfinge era stato completamente sepolto. Da questo punto, e fino alla parte posteriore della fossa della Sfinge, l’elemento non portato a termine è costituito da una mensola di roccia di altezza decrescente, mentre dietro la scultura gli operai neanche avevano iniziato a rifinire il profilo della fossa. I lavori improvvisamente si arrestarono, lasciando in situ un’enorme massa di dura roccia del Membro I che sporge a pochi metri di distanza dalla parte retrostante della Sfinge.

Così appariva la Sfinge verso la fine del XIX secolo, in una rara immagine scattata dai fratelli Zanganaki; due fotografi greci attivi in Egitto nel periodo dal 1870 al 1890, che producevano stampe fotografiche da vendere ai ricchi turisti europei in visita nel paese. (Immagine reperita in rete)

Nel 1978, nell’ambito di un progetto di pulizia del lato nord della Sfinge, diretto da Zahi Hawass, sono state portate alla luce protuberanze rettangolari, depressioni e scanalature, del tutto simili a quelle presenti in altri punti in cui l’opera era rimasta incompiuta. Gli antichi lavoratori scanalavano la roccia per rimuoverla ed isolare le sporgenze che poi eliminavano martellandole con pesanti pietre. Al momento della scoperta sia le scanalature sia le depressioni si presentavano colme di sabbia e gesso molto compatti, pertanto fu necessario rimuoverli con piccoli picconi. All’interno di questo materiale sono emersi frammenti di terraglie, tra le quali la metà di un vaso comunemente usato nella IV Dinastia per contenere birra o acqua, e martelli di pietra; uno di questi presentava ancora tracce di rame sulla parte utilizzata, evidentemente, per colpire uno scalpello. Questi attrezzi probabilmente furono abbandonati quando fu bloccato il lavoro di livellamento del lato nord della fossa della Sfinge. Altri segni lasciati dai costruttori sono emersi in un piccolo cumulo di scarti posto nell’angolo nord-orientale della fossa. L’ammasso lasciato dagli antichi scavatori sostiene l’angolo sud-occidentale del Tempio di Amenhotep II, laddove si protende sopra la sporgenza settentrionale della fossa. Tre grandi blocchi di calcare, lasciati alla base della montagnola, furono abbandonati quando stavano per essere spostati per completare il lavori nell’angolo nord-occidentale del Tempio Sfinge. Uno di questi giaceva su residui contenenti numerosi frammenti di terracotta ascrivibili alla IV Dinastia, mentre gli altri due poggiavano su uno strato di argilla del deserto (tefla), usata dai costruttori come lubrificante per facilitare il trascinamento. Sotto il livello della tefla erano presenti alcune scanalature ricavate nel pavimento roccioso, che dovevano servire come punto di incasso per le grosse leve di legno impiegate per manovrare le estremità dei blocchi. Le evidenze emerse al di sotto del tempio della XVIII Dinastia permettono di concludere che i costruttori abbandonarono il lavoro prima di rifinire fossa e Tempio della Sfinge.

La cornice calcarea del Tempio di Amenhotep II.

Nel cartiglio si legge il nome di intronizzazione del faraone (Aa kheperu Ra) seguito dalla formula Hor em akhet mery di ankh djet (amato dallo Horus dell’orizzonte, dotato di vita in eterno).

La sfinge viene appunto definita “Horo dell’orizzonte“. Il geroglifico “akhet” che sta per “orizzonte” è il disco solare tra le due montagne.

Lo stipite della porta in calcare del Tempio di Amenhotep II (XVIII Dinastia), presenta invece i cartigli di un faraone della XIX: Merenptah, figlio e successore di Ramses II.

A sinistra il nome proprio, Merenptah hotephermaat, a destra quello di intronizzazione, Baenra meri netcerw, in una variante che differisce leggermente dal più comune Baenra meriamon.

LA SFINGE ALLA FINE DEL REGNO DI CHEFREN

I primi lavori di scavo moderni furono condotti in maniera arbitraria e scarsamente documentati. Un approccio rigoroso, utilizzando i recenti sistemi archeologici, avrebbe consentito di disporre di una ben più cospicua quantità di indizi stratigrafici riguardanti la storia costruttiva del complesso. Dall’analisi delle evidenze sopravvissute, Lehner, ha concluso che la fossa ed il Tempio della Sfinge non furono ultimati e che furono questi gli ultimi elementi edificati durante il regno di Chefren. Alcuni secoli dopo iniziò il prelievo sistematico del rivestimento in granito. Ricke, sosteneva che la spoliazione e il riutilizzo di pietre dal complesso in Valle del faraone fosse avvenuto in due periodi distinti: il primo durante la XII Dinastia, sotto il regno di Amenemhat I , quando fu depredato l’interno del Tempio della Sfinge, il secondo all’epoca della XVIII Dinastia quando fu rimosso il granito di rivestimento dall’esterno del Tempio in Valle. Il quadro generale che è stato possibile ricostruire grazie a spedizioni di ricerca su larga scala, che hanno riportato alla luce la Sfinge e i due templi, suggerisce che tutti e tre i monumenti siano sorti nell’ambito di un unico imponente progetto di ampio respiro.

Un’antica fotografia della sfinge e della Piramide di Chefren realizzata da Antonio Beato, probabilmente intorno al 1860.(Foto reperita in rete)

E’ possibile farsi un’idea delle condizioni in cui fu lasciata la Sfinge dai suoi costruttori. I particolari del volto – il cobra reale sulla fronte, le bande del copricapo, gli occhi, le sopracciglia e la bocca – furono impresse nella dura roccia del Membro III dagli antichi scultori. Gli scalpellini provvidero a realizzare il corpo leonino nella roccia del Membro II che, modellata dagli agenti atmosferici, alterna strati più morbidi e incavati a fasce più consistenti. Un restauro condotto nel 1926 sotto la direzione di Emile Baraize e l’attività dell’Organizzazione Egizia di Antichità negli anni ’80 (EAO, ora SCA, Consiglio Supremo delle Antichità), hanno esposto alcune parti del corpo originario scolpite nel Membro I che è scarsamente erodibile.

Una suggestiva immagine del sito della Sfinge come appare dopo i recenti restauri che hanno riguardato il fianco sinistro, il collo ed il torace. (Foto reperita in rete)

Nonostante la superficie di questo strato roccioso sia irregolare e ruvida, le estremità della zampa posteriore a nord e delle zampe anteriori, evidenziano artigli scolpiti a rilievo. Questi particolari suggeriscono che gli scultori, così come per la testa, abbiano modellato le zampe direttamente nella roccia senza ricorrere a rivestimenti in muratura. Per contro, quando Baraize, e più tardi la squadra di restauro dell’EAO, si occuparono della zampa posteriore sud, si imbatterono in un’enorme crepa naturale della roccia (la cosiddetta “Fessura Maggiore”, che attraversa tutta la Sfinge) e fu subito chiaro che la maggior parte dell’arto fu realizzata utilizzando grandi blocchi di muratura. Le dita furono rifinite con artigli scavati direttamente nella solida roccia del Membro I, che in quel punto si eleva solo di una sessantina di centimetri dal basamento della statua. Ci si chiede, a questo punto, se sia verosimile che i costruttori della Sfinge abbiano lasciato esposte le gravi lacune nella zampa posteriore sinistra e la fenditura che attraversa il corpo senza stuccare o coprire i difetti con muratura. Forse alcuni dei blocchi più grandi, che ricoprono la parte inferiore della scultura, rappresentano un primo intervento di rivestimento effettuato durante la IV Dinastia per mascherare le imperfezioni. Tuttavia è anche possibile che non ci sia mai stato il tempo di intervenire per nasconderle se, come sembra evidente, i lavori furono interrotti prima del completamento dei lati della fossa e del Tempio. Il capitano Giovanni Battista Caviglia, un mercante genovese trasformatosi in esploratore di Giza, nel 1817 recuperò diversi frammenti alla base del petto della statua. Facevano parte di una lunga barba divina intrecciata e arricciata all’estremità come quella che contraddistingueva gli dei o i re divinizzati, a differenza di quella corta esibita dalla statue dei sovrani viventi.

Al British Museum di Londra è conservato questo piccolo frammento della barba della Grande Sfinge, rinvenuto a Giza da Giovanni Battista Caviglia nel 1817. Le spese d’acquisto furono sostenute da Henry Salt e altri uomini d’affari britannici. L’accordo fu realizzato con Mohammed Ali Pasha che, all’epoca, era praticamente considerato un vero e proprio sovrano dell’Egitto. Un altro frammento della barba è conservato al Museo del Cairo. (Foto reperita in rete)

Gli studiosi hanno a lungo dibattuto se si trattasse di un elemento originario oppure di un’aggiunta successiva. In passato erano visibili due raffigurazioni in rilievo, che adornavano entrambi i lati del calcare piatto che collegava la barba protesa al petto della scultura; ritraevano un faraone inginocchiato che offriva una collana d’oro. Lo stile delle figure le colloca certamente al Nuovo Regno: uno degli elementi di raccordo è andato perduto, ma l’altro, conservato al Museo del Cairo, appare simile ad una placca, spessa una trentina di centimetri, con il retro irregolare per offrire una miglior presa con la malta di gesso. Sembra, pertanto che si tratti di un’aggiunta. D’altra parte, i frammenti trovati da Caviglia paiono corrispondere agli strati naturali del torso e del collo della statua, suggerendo che furono scolpiti nella roccia insieme al resto della Sfinge. E’ plausibile che la barba fosse stata ricavata dalla roccia viva al pari della testa e che, staccatasi successivamente, sia finita in frantumi. Si può dedurre che probabilmente, durante un restauro posteriore, le parti che la collegavano al torso siano state sagomate a guisa di lastre sottili e lavorate posteriormente per poterle riattaccare. A suggerire che la barba divina fosse originale contribuisce la sporgenza della roccia che è presente al centro del petto della Sfinge; un particolare che ha senso solo se lo si considera come supporto per un oggetto del genere. Gli scultori non potevano lasciare la sottile piastra di sostegno dal ricciolo alla base del petto o la barba ed il relativo supporto sospesi. In entrambi i casi l’insieme sarebbe stato ancora più fragile e soggetto a distacco. Lasciarono, quindi, una spessa colonna di roccia che correva dal fondo della barba sino alla base del petto. Anche in questo caso, lo studio dei frammenti sembra confermare che gli scultori avessero provato a completare il lavoro direttamente nella roccia naturale.

Anche se di cattiva qualità, questa foto è uno fra i ricordi a cui sono maggiormente affezionato. Scattata a Giza nel 2004, mi riporta ogni volta che la rivedo all’attonita emozione che seppe suscitare in me questa incredibile scultura. Un misto di potenza, regalità, rispetto, serena, ma travolgente evocazione dell’eternità. Un prepotente caleidoscopio di sensazioni, ancor più intenso, se possibile, di quello provocato dalle vicine Piramidi. Ed infine un ultima osservazione: almeno per quanto mi riguarda, all’apparire del colosso, dopo aver attraversato il Tempio con i suoi straordinari blocchi di granito rosso allineati alla perfezione, non è immediatamente percepibile la sproporzione della testa con il resto del corpo. La vista dall’alto la mette chiaramente in evidenza, ma quella frontale no! Ricordo che già sul momento mi chiesi se gli antichi scultori non avessero previsto questo effetto “trompe-l’oeil”.

Sembra ormai accertato che laddove il materiale era abbastanza resistente la scultura sia stata portata a termine nella viva roccia, mentre è probabile che l’intenzione fosse quella di colmare i difetti (come la Fessura Maggiore) e forse di applicare un rivestimento sugli strati rocciosi più teneri. In ogni caso, a meno che non si riesca a mettere meglio in luce la parte inferiore del corpo della Sfinge, non ci sono elementi per stabilire con sicurezza se i costruttori della IV Dinastia avessero cominciato a rinforzare con muratura i punti deboli della colossale scultura e fin dove si erano spinti nel farlo. Quello che appare del tutto evidente è che, come accadde per tanti altri monumenti reali, i lavori si arrestarono subito dopo la morte del sovrano, per essere dirottati sul programma monumentale del successore.

ANTICHI RESTAURI

Il più antico restauro della colossale scultura fu quasi certamente intrapreso da Thutmosi IV, faraone della XVIII Dinastia, figlio di Amenhotep II (che già aveva costruito un tempio in mattoni crudi dedicato alla Sfinge quale Horemakhet “Horo dell’orizzonte” nell’angolo sud-orientale della fossa), circa 1100 anni dopo Chefren. I suoi artigiani coprirono il corpo leonino con grandi lastre di rivestimento in calcare (Fase I). A quell’epoca la superficie del corpo, ricavata dalla roccia del Membro II, si era drasticamente erosa generando incavi profondi e sporgenze arrotondate, come chiaramente indicato da questa fase del restauro in cui le cavità furono colmate e gli immensi massi crollati rimessi in posizione. In un altro importante restauro, probabilmente occorso durante la XXVI Dinastia (Fase II) si provvide ad altre riparazioni a stucco e si occultò il rivestimento della Fase I. Il calcare utilizzato per questo nuovo intervento era dello stesso tipo di quello precedente, vale a dire una pietra a grana fine ed omogenea. Durante la Fase III, di epoca greco-romana, la copertura messa in opera durante le Fasi I e II fu riparata e rimpiazzata con piccoli blocchi di calcare bianco piuttosto tenero e friabile. Prima dei recenti restauri era ancora possibile individuare il rivestimento della Fase I che avvolgeva le spalle della scultura. Un ampio vano nella zona centrale del petto è ciò che resta di una piccola cappella a cielo aperto che si trovava tra le zampe anteriori.

La Stele del sogno. Il testo tradotto recita: «Ora la statua colossale di Khepri riposa in questo luogo, grande di potenza e splendido di dignità, su cui cade un’ombra di Ra. I cittadini di Menfi e di tutte le città vicine vengono a lui, con le braccia alzate adorando il suo volto, carichi di grandi offerte per il suo Ka. Uno di questi giorni avvenne che il principe Thutmosi era venuto a passeggiare, sull’ora di mezzodì. Si ristorò all’ombra di questo dio grande e il sonno di sogno si impadronì di lui nel momento in cui il sole è al suo culmine. Troviamo che la Maestà di questo dio parlava con la sua stessa bocca, come un padre parla al proprio figlio, dicendo: <<Guardami, osservami, figlio mio Thutmose, io sono tuo padre Horemakhet-Khepri-Ra-Atum, io ti concedo la mia regalità sulla terra a capo dei viventi. Tu porterai alta la Corona Bianca e la Corona Rossa sul Trono di Geb, il dio principe ereditario; a te apparterrà il paese quanto è lungo e quanto è largo e tutto ciò che illumina l’occhio del Signore Universale. Riceverai gli alimenti delle Due Terre e un abbondante tributo di tutte le contrade straniere e una durata di vita di un grande numero di anni. A te è il mio volto, a te il mio cuore, tu sei mio. Vedi lo stato in cui sono e come il mio corpo è dolorante, io che sono il signore dell’altopiano! Avanza sopra di me la sabbia del deserto, quella su cui io sono: devo affrettarmi a fare che tu realizzi ciò che è nel mio cuore, perché io so che tu sei mio figlio, il mio protettore. Avvicinati, ecco io sono con te, io sono la tua guida>>. Appena ebbe finito queste parole, il principe si svegliò perché aveva udito questo (discorso) […]. Riconobbe che erano parole di questo dio e tenne il silenzio nel suo cuore.

Thutmosi IV eresse l’elemento centrale della costruzione: una stele in granito alta 3,6 metri e pesante 15 tonnellate. Ramses II, in seguito, fece disporre sulle pareti dell’edificio delle stele più piccole che lo ritraggono in atto di adorazione della statua. Gran parte di questa cappella fu portata via dopo il 1817, anno in cui fu scoperta da Giovanni Battista Caviglia. Le due stele di Ramses II sono oggi conservate al museo del Louvre, mentre sono rimaste in loco la parte inferiore della parete sud e la stele in granito di Thutmosi IV. Quest’ultima è nota come “Stele del Sogno” e prende il nome dalla storia che vi è incisa in geroglifico. Thutmosi è un principe, ma probabilmente non ereditario, quando giunge a Giza per una battuta di caccia. Egli si riferisce alla Sfinge definendola “questa statua molto grande di Khepri“(il dio sole al mattino), “Khepri-Ra-Atum” (ossia le tre manifestazioni del sole al sorgere, allo zenith e al tramonto) e “Horemahkhet”, come si riscontra nelle iscrizioni del tempio di Amenhotep II, ma anche in molte stele private del Nuovo Regno. Verso mezzogiorno, il principe si addormenta all’ombra della Sfinge che gli compare in sogno promettendogli l’ascesa al trono se avesse provveduto a liberare il suo corpo addivenuto ad una condizione rovinosa e sepolto dalla sabbia. Il principe adempì al suo compito ed effettivamente divenne faraone. La parte superiore della stele, datata al suo primo anno di regno, mostra un doppio rilievo in cui è ritratto nell’atto di offrire libagioni alla statua. Probabilmente, dietro la “Stele del Sogno” doveva ergersi la statua di un sovrano stante, poggiata su un grande blocco di muratura. Le illustrazioni di Salt relative agli scavi di Caviglia mostrano, infatti, una pila di pietre addossata contro la Sfinge: poteva trattarsi del sostegno dorsale di quella scultura. Inoltre, alcune piccole stele databili al Nuovo Regno, rinvenute da Selim Hassan nei pressi del monumento, fanno cenno ad una statua reale collocata contro il petto della scultura; una di queste identifica il sovrano con il nome di Amenhotep II.

Una ricostruzione plausibile di quale potesse essere l’aspetto della Sfinge durante il Nuovo Regno. La colossale scultura fu riportata alla luce e restaurata e, forse, la statua reale addossata al petto della scultura ritraeva il faraone Amenhotep II.
Immagine tratta dal volume I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass

Operando una ricostruzione completa della Fase I di restauro della Sfinge, realizzata durante la XVIII Dinastia, ci si rende conto che è pienamente compatibile con le evidenze emerse dai grandi scavi operati tra il 1925 e il 1938. La documentazione include fotografie di Baraize, annotazioni di Pierre Lacau, allora direttore generale del Servizio delle Antichità, e i dati pubblicati da Selim Hassan relativi agli scavi da lui condotti nel 1936 e 1938. Il ritrovamento di stele, falconi votivi e piccole sfingi conferma che si era consolidato un culto della Sfinge sotto forma di Horemakhet, un sincretismo tra il dio sole primevo e Horo che incarnava la regalità. E’ singolare che, a fronte del silenzio, in merito al culto del possente monumento, durante la IV Dinastia, ritroviamo una così accesa attenzione nel Nuovo Regno. Sia i principi di Menfi, la capitale amministrativa, che i sovrani che si avvicendarono sul trono delle Due Terre, non mancarono di esternare la propria devozione: Amenhotep II, Thutmose IV, Ramses II dedicarono stele alla Sfinge durante il loro primo anno di regno.

Stele in calcare rinvenuta nelle vicinanze della Sfinge nei pressi del Tempio di Amenhotep II, Museo Egizio del Cairo.

Tutto il recinto della scultura veniva denominato all’epoca con il termine “Setep”, vale a dire “prescelto”. L’enorme monumento era diventato un’immagine di antica autorità che assumeva un ruolo determinante nel decretare la posizione privilegiata di principi e re. L’amministrazione menfita si spinse sino a costruire terrazzamenti, recinzioni, abitazioni e templi trasformando il sito in una sorta di parco nazionale regio che si sviluppava all’intorno delle rovine dei templi litici risalenti alla IV Dinastia. Il Tempio fatto erigere da Amenhotep II nell’angolo nord-orientale della fossa era solo uno degli elementi di questo nuovo assetto. Thutmosi IV, eresse un massiccio muro di mattoni crudi, alto oltre otto metri, ai lati dello scavo che, oltre a circondare la Sfinge a guisa di un gigantesco cartiglio, doveva proteggerla dalle rovinose invasioni di sabbia. Nel 1926 Baraize rimosse gran parte di questo rivestimento, lasciandone una sezione lungo il margine settentrionale della fossa. Più tardi, Hassan riprese gli scavi rimuovendo ulteriori porzioni del muro e documentando che alcuni mattoni erano incisi con un marchio recante, appunto, il nome di Thutmosi IV. In aggiunta alla recinzione, il sovrano provvide a far erigere un muro a bastioni così da rendere ancora più imponente l’intervento. Fu realizzata anche una grande piattaforma di osservazione di fronte alla Sfinge. Fu il primo e il più basso di molti ripiani dotati di sacrari e altari che sorsero, sovrapponendosi l’uno all’altro, fino all’epoca romana. Un residenza reale fu collegata alla parte anteriore del Tempio in Valle di Chefren, alla cui spalle Tutankhamon ne fece erigere un’altra, poi usurpata da Ramses II, che sovrappose i suoi cartigli a quelli del predecessore e di sua moglie Ankesenamon. In pratica, un re appena asceso al trono, trovandosi immerso in un simile contesto doveva avere la suggestiva impressione di poter far risalire la propria ascendenza a sovrani ben più antichi di Cheope o Chefren, vale a dire fino a quello Horo dell’Orizzonte primevo la cui imponente immagine si stagliava di fronte a lui in tutta la sua forza evocativa.

Scorcio del complesso della Sfinge come appare oggi. E’ visibile presso l’angolo sinistro del fossato il Tempio della Sfinge costruito con mattoni crudi da Amenhotep II (XVIII Dinastia). Scavato nel 1936-1937 da Selim Hassan
Questa immagine e le seguenti sono prelevate da: Digital Giza, The Giza project at Arvard Universit

Per il restauro della Sfinge i faraoni del Nuovo Regno, prelevarono pietra dal complesso della piramide di Chefren. Blocchi di rivestimento in granito, probabilmente prelevati da quel monumento, furono rinvenuti nel Tempio di Ptah edificato a Menfi in quel periodo e Maya, il soprintendente di Ramses II fece incidere il proprio nome sui muri di pietra dell’angolo nord-occidentale della medesima piramide.

Complesso della Sfinge: veduta dal muro nord della recinzione. In primo piano a destra, il tempio di Amenhotep II, sulla sinistra, in senso anti orario resti del Tempio della Sfinge e del Tempio in Valle di Chefren (IV Dinastia).

Nel 1909 Uvo Hölscher rinvenne, nei pressi del Tempio funerario di Chefren, i resti di una rampa in mattoni crudi databile al Nuovo Regno. Fu usata, probabilmente, per il trasporto dei pilastri e del rivestimento di granito. La stessa “Stele del Sogno” di Thutmosi IV, del peso di circa 15 tonnellate è un architrave sottratta da una porta di uno dei templi del faraone succeduto a Cheope. Infatti, la parte posteriore della lastra presenta la stessa curvatura visibile sulla sommità della cornice della porta e la stessa coppia di incassi e perni. Le sedi di rotazione inferiori sono collocate direttamente nelle soglie e tagliate nei pavimenti di roccia viva dei templi. A questo punto, misurando lo spazio che le separa è stato possibile determinare da dove Thutmosi abbia ricavato il blocco. Questa misura è presente soltanto i tre delle porte del Tempio funerario di Chefren, una delle quali adornava l’accesso all’edificio sacro dalla rampa. La gamma degli spessori delle lastre impiegate nella Fase I dei restauri è molto simile a quella delle pietre delle pareti della rampa originaria. Solo una piccola parte ne è rimasta localizzata nei pressi dell’uscita della Via Processionale del Tempio in Valle: è presumibile, pertanto, che il faraone abbia ordinato ai suoi operai di utilizzarne i blocchi per i restauri. Una volta prelevate le pietre necessarie, l’architrave del Tempio funerario fu trascinata tra le zampe anteriori della sfinge. Qui la fece erigere per proclamare la storia della propria ascesa al trono grazie all’intercessione della colossale scultura.

Complesso della Sfinge: veduta panoramica. Da sinistra a destra, Tempio in Valle, Tempio della Sfinge e Tempio di Amenhotep II. Sullo sfondo la piramide di Chefren

CONCLUSIONI

Dopo aver eretto il Tempio in Valle della Piramide di Chefren, i costruttori della IV Dinastia realizzarono la Sfinge ed il tempio antistante nell’ambito del medesimo progetto di sfruttamento della cava. Non fu possibile però portare a compimento il tempio, pertanto nessun rituale poté mai esservi ufficiato. Le evidenze archeologiche suggeriscono che il monumento, dopo l’antico Regno sia stato abbandonato per circa un millennio. Durante l’impero, quando Menfi emerse come seconda capitale, sacrari e templi furono riportati alla luce e restaurati o ricostruiti, compresa la Sfinge. Se ne può dedurre che, dal punto di vista cultuale e del favore popolare l’imponente, scultura non fu tanto un monumento fondamentale durante la IV Dinastia, ma piuttosto nel Nuovo Regno, quando divenne una famosa immagine sacra di nome Horemakhet, una divinità superiore sulla Terra, potente sincretismo tra re e dio. La cappella che le fu edificata tra le zampe anteriori era un posto prediletto dai principi ereditari e dai re di nuova investitura. La Sfinge era divenuto un antico simbolo nazionale dell’Egitto: un patrimonio da tutelare.

Fonti

Maurizio Damiano, Egitto vol. 4 pp. 281-284

La Sfinge di Mark Lehner, da “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, cap. 17.

Donne di potere, Ramses II, Templi

IL TEMPIO MINORE DI ABU SIMBEL

Abu Simbel è uno dei siti archeologici più belli e interessanti di tutto l’Egitto.

Si trova presso il governatorato di Assuan, sulla riva occidentale del Lago Nasser, località della Bassa Nubia in cui si trovano i due celebri templi di Ramses II.

Il nome di Abu Simbel fu registrato fino al secolo scorso come Ibsambul, Ebsambul, Abusambul.In egizio il sito era chiamato Meha.

Un tempietto di Horus di Meha che si trovava in situ fu completamente distrutto nella costruzione del Tempio Maggiore, che fu chiamato Per-Ramesses-Miamon. Nella collina di un sito più a nord, noto come Abeshek, fu scavato il Tempio Minore.

L’intero sito fu scoperto nel 1813 dallo svizzero Burkhardt, ma fu Battista Belzoni che lo liberò dalla sabbia e vi entrò nel 1817.

Il Tempio Minore dedicato alla sposa di Ramses II, la regina Nefertari, e a Hathor di Abeshek, cui la regina fu qui associata.

La facciata è alta 12 metri e larga 28 e davanti si trovano sei statue alte 10 metri, le statue raffigurano 4 volte Ramses e due Nefertari. Ai lati del faraone si trovano le statue dei figli, in dimensioni minori, mentre ai lati delle statue della regina vi sono raffigurate le figlie.

All’interno si trova la sala ipostila con sei pilastri hathorici decorati dal sistro Hathorico, sul “manico” del quelle è iscritta la formula d’offerta, due colonne laterali recano invece i cartigli di Ramses II e di Nefertari. Il passaggio assiale dell’ipostila ha ai lati pilastri raffiguranti, oltre a Nefertari e Ramses II, diverse divinità. Il pronaos introduce al naos, in cui si trova una statua di Hathor in forma di vacca.La regina, all’interno del tempio é ritratta frequentemente con il sistro Hatorico e bouquet di fiori, la sua fronte è ornata dal così detto ureo hathorico e dalla testa di avvoltoio.

I due templi sono stati salvati dalle acque del lago Nasser con un colossale lavoro frutto di un progetto svedese finanziato da fondi UNESCO e USA, con la collaborazione di specialisti italiani. Tagliate in immensi blocchi le statue delle facciate, le colline sono state scavate fino a staccare le pareti degli edifici dalla roccia. Le 15.000 tonnellate di roccia che costituivano i templi sono quindi state rimontate in due grandi cupole di cemento armato e ricoperte da colline artificiali, 210 metri più indietro e 65 metri più in alto del sito originario.

Questa veduta raffigura il passaggio assiale dell’ipostila del Tempio Piccolo di Abu Simbel.Sui lati dei pilastri sono raffigurate, oltre a Nefertari e Ramses II, diverse divinità. Foto: Diego Delso, delso.photo, License CC BY-SA

All’interno del Piccolo Tempio di Abu Simbel, la regina Nefertari è ritratta frequentemente con il sistro hathorico e bouquet di fiori. La sua fronte è ornata dal cosiddetto ureo hathorico e dalla testa di avvoltoio.

I pilastri della sala ipostila del Piccolo Tempio di Abu Simbel sono decorati, lungo il passaggio assiale dal sistro hathorico, sul ” manico” del quale è iscritta una formula d’offerte; due colonne laterali recano invece i cartigli di Ramses II e di Nefertari.

La regina Nefertari è ritratta su una parete del Piccolo Tempio di Abu Simbel, nell’atto di offrire un sistro e un bouquet di fiori alla dea Anukis, divinità dell’antico Egitto Meridionale, caratterizzata da un alto copricapo svasato, composto da steli di giunco legati insieme alla base.

Fonti:

  • Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto è delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano – Mondadori
  • Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star
  • http://www.egitto.it.siti archeologia.
Donne di potere

LE RAFFIGURAZIONI DEI PRINCIPI

A cura di Grazia Musso

Per quanto riguarda i principi reali raffigurati nelle tombe n. 42 Pa-ra-hergunemef, n. 43 Seth-her-khepeshef, n. 44 Kha-em-uaset e n. 55 Amon-(her) – khepeshef, essi sono rappresentanti sempre in piedi e generalmente, ma non sempre, sono preceduti dal faraone che li presenta alle divinità.

Il loro aspetto è quello di giovani col cranio rasato e i capelli raccolti in una treccia tenuta da una barretta metallica che ricade lateralmente nascondendo l’orecchio, caratteristica acconciatura infantile. Talvolta a torso nudo o con una camicia quasi trasparente a maniche ampie che lasciano liberi gli avambracci, più frequentemente i principi sono raffigurati con una lunga tunica, serrata in vita da una cintura annodata che scende sul davanti dipartendosi in tre o quattro cordoni ornati con fiocchi nella parte terminale.

In mano i principi tengono un flabello, uno scettro – heks oppure entrambi ; in altre raffigurazioni sorreggono invece un ventaglio di piume di struzzo, oppure, più raramente, uno scettro -heka e una sciarpa.)

Fonte: Nefertari e la valle delle regine – Cristian Leblanc/Alberto Siliotti – Giunti