Come ci ha raccontato Grazia, la Grande Sposa Reale Nefertari diede a Ramses II il suo primogenito ed erede Amon-her-kepeshef (Amon è con il suo braccio forte), il quale, forse, assunse il nome di Seth-her-kepeshef circa vent’anni dopo l’ascesa al trono del padre (alcuni studiosi ritengono che il principe con questo nome fosse invece un altro figlio di Ramses).
In qualità di principe ereditario, Amon-her-kepeshef portava i titoli di “Confidente effettivo” e di “Generale”, come figlio del sovrano era “Portatore di ventaglio alla destra del re”; “Scriba reale”; se si chiamò anche Set-her-kepeshef, allora fu anche “Capo dei segreti della casa del re”, “Lord incaricato di tutta la terra”, “Sacerdote sem del Buon Dio”, “Delegato e giudice delle due terre”, “controllore delle terre lontane”.
Ramses II ed il figlio catturano il toro sacro, Abydos, tempio di Sethi I
Egli è raffigurato come presente alle prime campagne nubiane del padre ed alla battaglia di Kadesh insieme al fratello minore Khaemwese, ma è dubbio se abbia veramente combattuto o se si limitò ad assistere, anche perché all’epoca doveva essere davvero molto giovane.
Amon-her-khepeshef compare inoltre nei rilievi che raffigurano le cosiddette “processioni” dei figli del re o in scene di caccia nei templi di Abu Simbel, di Abydos, di Derr, di Luxor (numerose volte), di Wadi es-Sebua (due volte) e nel Ramesseum. E’ altresì raffigurato su di un carro da guerra ad Abu Simbel e a Beit el-Wadi; a Karnak e a Luxor è con altri fratelli mentre afferra dei prigionieri.
Amun-her-khepeshef morì a circa quarant’anni, prima del padre, al quale successe Merenptah, il suo tredicesimo figlio maschio; fu sepolto nella KV 5, l’imponente ipogeo composto da più di 150 camere scavato nella Valle dei Re per i figli di Ramses II, all’interno del quale l’archeologo prof. Kent Weeks ha rinvenuto i vasi canopi contenenti i suoi visceri e resti ancora in fase di studio che gli sono attribuiti.
Le immagini: il principe è raffigurato ancora con la treccia laterale tipica della giovinezza.
In alto a sinistra, il principe su di un carro da guerra. A destra, il principe raffigurato alla destra del re nella famosa statua di Ramses II, al Museo Egizio di Torino. In basso a sinistra, il principe raffigurato tra le gambe del padre (non gli arriva nemmeno al ginocchio) nel colosso all’ingresso del tempio grande di Abu Simbel
L’INAUGURAZIONE DEL PILONE DEL TEMPIO DI LUXOR FATTO COSTRUIRE DA RAMSES II
Amon her kepeshef in processione con i fratelli all’inaugurazione del pilone del tempio di Luxor fatto costruire da Ramses II
Si può ammirare nel dettaglio, sulla sinistra, la sagoma della facciata del tempio come doveva apparire all’epoca del suo maggior splendore, con i due obelischi, i pennoni con gli stendardi e le sei statue colossali del re; purtroppo oggi è appena percepibile…
NOTE DEL PROF. DAMIANOsul tempio
La raffigurazione del tempio, di giorno.
La raffigurazione del tempio, di notte; la luce artificiale permette di apprezzare più dettagli.
La raffigurazione dello stesso pilone in una prima fase (parete esterna ovest), in cui figurano ancora solo le prime due statue. Sul lato destro si vede il nome del tempio.
La raffigurazione delle foto, con la fase finale del tempio.
Tavola in cui evidenzio le statue poste dal Ministero di fronte al tempio: delle sei, due non sono certo originali, ma non appartenenti alla facciata del tempio.
LA RICOSTRUZIONE DEL VISO DI AMON HER KEPESHEF
Nei primi anni di scavo nella KV5, in una fossa posta vicino all’ingresso della tomba sono tornati alla luce i resti di quattro uomini, tra i quali quelli che il prof. Weeks, sia per il posizionamento che per le iscrizioni parietali che lo menzionavano, attribuisce ad Amon her kepeshef.
Solo l’analisi genetica potrebbe dirimere ogni dubbio in merito alla sua relazione familiare con Ramses II, ma il DNA all’interno dei resti è risultato troppo danneggiato per essere utilizzato a tale fine; peraltro gli antropologi forensi hanno confrontato il teschio con quelli di Ramses II, di Seti I, di Merneptah e di Ramses I ravvisando forti somiglianze anatomiche.
Il cranio recava una profonda frattura (visibile nell’immagine), prova di una ferita violenta e fatale, molto probabilmente inferta con una mazza, arma da guerra molto usata ai tempi di Ramses, e ciò ha indotto l’egittologo ad ipotizzare che il principe, comandante dell’esercito, fosse stato ucciso in battaglia e poi riportato a Luxor per le esequie.
Sulla base delle misure del teschio la Dott. Caroline Wilkinson ha realizzato una ricostruzione del viso dalla quale si evince che Amon her kepeshef aveva le caratteristiche somatiche tipiche dei ramessidi, ossia viso allungato e mento appuntito (il naso e le labbra sono stati “inventati”, avendo a disposizione solo la parte ossea della testa).Da un articolo pubblicato il 12.1.2004 da Alan Boyle, Direttore scientifico di msnbc.com
Nelle fotografie il teschio con la ferita da mazza, la ricostruzione del volto del principe ed i visi delle mummie di Seti I, Ramses II e Merneptah, dalle quali si notano il mento ed il naso particolari.
Fonti: liberamente tratto da un articolo di Jimmy Dunn, che richiama varia bibliografia specializzata.
Basanite; altezza 194 cm.; circa 1380 a.C.; collezione Drovetti. Museo Egizio di Torino
A cura di Grazia Musso
“L’Apollo del Belvedere Egiziano“: così Champollion definì questa superba opera scultorea che egli ebbe modo di vedere per la prima volta durante il lungo soggiorno a Torino dal giugno del 1824 al febbraio 1825.
Lo studioso francese rimase letteralmente estasiato dalla bellezza della statua, che resta tutt’oggi il capolavoro indiscusso e il simbolo del Museo Egizio di Torino.
La scultura raffigura Ramses II, seduto su un trono e vestito con gli abiti della cerimonia : una lunga tunica di lino plissettata che esalta le forme del corpo, e la corona khepresh costituita da una sorta di ” elmetto modellato”.
Il sovrano, il cui volto sereno accenna un leggero sorriso, indossa il khepresh, questo copricapo, che nelle raffigurazioni è in genere dipinto di blu, era probabilmente realizzato in pelle e decorato con dischi d’oro applicati sulla sua superficie, qui resi con piccole incisioni circolari. Il sovrano è caratterizzato da alcuni simboli della regalità, quali l’ureo che svetta sulla fronte snodandosi sinuosamente sulla corona, e lo scettro heks che egli impugna saldamente con la mano destra.
Il potere del sovrano è ulteriormente sottolineato dall’immagine di nove archi, incisi sulla base della statua, che il faraone calpesta con i propri sandali : gli archi sono un antico emblema dei popoli nemici dell’Egitto che vengono qui metaforicamente sottomessi e annientati dal sovrano..
Sulla base anteriore del basamento sono effigiati inoltre due prigionieri con le braccia legate al papiro e al loto, le piante araldiche simbolo del paese. In questo modo si è voluto simboleggiare il controllo esercitato dal sovrano sui territori a sud e a nord dell’Egitto.
Ai piedi di Ramses II, sulla sua destra, è raffigurato in dimensioni ridotte uno dei numerosi figli del faraone. Il fanciullo indossa una tunica pieghettata e ha una ciocca di capelli che scende dalla tempia, caratteristica tipica dei fanciulli e adolescenti secondo l’iconografia egizia. Sulla parte frontale del trono, in posizione opposta rispetto alla figura del figlio, si trova l’immagine di Nefertari: la regina vestita anch’essa con un lungo abito plissettato, ha il capo sormontato da corna bovine liriformi che cingono un disco su cui svettano due alte piume.
La statua faceva parte del ricco “bottino” di antichità recuperato da Rifaud a Tebe nel 1818 su incarico di Drovetti.
Fonte : I grandi musei – Il Museo Egizio di Torino – Electa – volume 21
L’usurpatore Seth, che aveva ucciso il fratello Osiride, legittimo sovrano d’Egitto, nel corso dello scontro per il trono con il nipote Horus (figlio di Osiride e di Iside) gli cavò un occhio, che fu poi guarito da Thot, il quale recuperò i sei pezzi nei quali esso era stato frantumato e lo ricostituì; l’occhio risanato divenne il simbolo di rigenerazione e del trionfo dell’ordine sul caos e fu quindi associato all’idea di Maat con funzione apotropaica.
In seguito al sincretismo tra Horus e Ra, fusisi in Ra-Harakhti, l’Occhio di Horus divenne sinonimo dell’Occhio di Ra, potente forza distruttiva legata al calore del sole e personificato dalle dee Wadjet ed altresì Hathor, Bastet, Sekhmet, Tefnut, Nekhbet e Mut.Esso fu anche considerato come una divinità autonoma chiamata Udjat, che rappresentava l’energia creatrice e che veniva raffigurato come un occhio umano truccato, dalla cui palpebra inferiore si dipartono due linee ispirate al disegno che le piume creano sulla testa del falco pellegrino sacro ad Horus, ed in particolare una barretta verticale ed una spirale, immagine del moto universale.
Come amuleto ebbe un’ampia diffusione: esso garantiva sicurezza e salute, saggezza e prosperità e veniva portato appeso al collo; in quanto simbolo di rigenerazione veniva inserito tra le bende delle mummie, o ancora disegnato sulle placche metalliche che gli imbalsamatori ponevano sull’incisione praticata sull’addome del defunto per asportare i visceri.
Esso veniva citato nelle formule magiche utilizzate per curare le malattie agli occhi e poteva essere dipinto sulle navi come segno apotropaico, sulle porte delle case come difesa dai ladri, sui fianchi dei sarcofagi o sulle false porte orientate ad est e poste nelle tombe affinché il defunto potesse guardare verso il sole nascente; questi occhi sono quindi da considerare come un’elaborazione successiva dei piccoli fori che nell’Antico Regno venivano praticati su di una parete del serdab per consentire alla statua del defunto di vedere all’esterno.
In alto: tolemaico – cm. 5,5 x 4,5 – Met New York; al centro a sinistra: tolemaico – Met New York; in basso a sinistra: tolemaico – Met New York; al centro a destra: epoca tarda – Museo arch. Bologna; in basso a destra: tolemaico – da Tanis – British Museum Londra
A sinistra ed in alto a destra trovate oggetti trovati nella tomba di Tutankhamon, più precisamente un bracciale e due pettorali (quello a sinistra in basso è un particolare). A destra in basso la placca trovata sulla mummia della regina Henuttawi, figlia di Ramses XI, moglie di Pinedjem e madre di Psusennes I (XXI dinastia). A destra al centro la coppia di bracciali trovati nella tomba di Sheshonq II (XXII dinastia): essi sono composti da due semicerchi d’oro uniti per mezzo di due cerniere e sono decorati con un grande riquadro intarsiato in cui compare l’immagine di un occhio udjat posto sul segno geroglifico neb. La restante superficie esterna del monile alterna bande verticali d’oro e di lapislazzuli.T utti questi oggetti si trovano al museo del Cairo.
La nascita e sviluppo della XXV dinastia egizia nubiana, da vassalli a faraoni del Basso e Alto Egitto.
Siamo nel Terzo periodo intermedio. Mentre in Egitto il caos stava prendendo il sopravvento, tra la fine della XXII dinastia e l’inizio della XXIII; (la XXIV dinastia comprende solo due sovrani, di cui solo uno citato, Boccori) l’Egitto in questo periodo era diviso in tanti principati, a volte comprendenti anche una sola città. In più c’era il problema dell’espansione a est dei temibili Assiri. la Nubia esce dal mutismo dei testi e ci restituisce un nome (grazie a un documento posteriore): il sovrano adesso è Alara (ca. 780-760 a.C. , che sarà l’antenato venerato di una lunga successione di sovrani neri.
Cartiglio di Alara, così come appare nella stele di Nastasen di epoca molto posteriore 335-315-310 a.C. la stele in granito è alta 163 cm. È stata ritrovata a Dongola, ora al museo di Berlino. Nastasen é l’ultimo sovrano Kushita a essere sepolto nel cimitero reale di Napata. La tomba sotto alla sua piramide è invasa dalle acque. Potrebbe essere intatta.
Piramide di Nastasen a Nuri. Un sito di circa 70 ettari.
Cimitero reale di NuriAltra vista della necropoli reale di Nuri.
Di Alara sappiamo poco. Fondatore del potere kushita nella dinastia reale Napatan ed è stato il primo principe di Nubia registrato. Unificò tutta l’Alta Nubia da Meroë alla Terza Cataratta.
Sua moglie è la regina Kasaqa; sua figlia Tabiry divenne la moglie del re Piye? . Sepolto nella tomba di Kurru (el Kurru) 9 (?); sua moglie Kasaqa a Kurru 23.
A lui successe il fratello Kashta (il Kushita” ca. 760-747 a.C) anche di lui si sa ben poco.ma sufficiente a far luce sulla situazione storica. Le sue armate avanzarono verso nord e nella stele di Elefantina egli appare come “Re dell’Alto e Basso Egitto” parte della titolatura, la lingua e lo spirito religioso sono ormai quelli dei sovrani egizi. La sua avanzata non deve far pensare ad una azione di guerra. Probabilmente il tutto fu già concordato tra casa reale, clero di Napata e sacerdoti tebani. La sovranità del re non dovette mai superare Assuan. Kashta non fece altro che riempire il vuoto di potere in Alto Egitto e il bisogno, da parte dei sacerdoti tebani di Amon, di avere le spalle coperte, possibilmente da un re lontano che non potesse indagare troppo a fondo sugli affari e le ricchezze del clero. Da anni il clero delle due città sacre, Napata e Tebe, dovevano essere in contatto e potevano aver pianificato l’azione; inoltre ormai da secoli le truppe egizie erano in larga parte formate da nubiani. Kashta arrivò così a Tebe senza lotte e fu accolto da un popolo egiziano che acclamava il difensore della fede. (Non dimentichiamo che nelle nuove leggende Gebel Barkal “la montagna pura, era considerata la vera sede di Amon); il clero fu ben felice di ratificare le cariche del sovrano, chiedendone formalmente la protezione.
Il sito archeologico di El-Kurru (scavato da George Resner) circa un secolo fa… 1918-19 si trova sulla riva orientale del fiume Nilo, 20 km a sud della città di Karima. Era il cimitero reale di Napata e contiene i resti di decine di tombe: Pianky, Kashta, Shabaka e Tawentamani. Le tombe più antiche risalgono al IX° secolo a.C. e venivano solamente coperte con un tumulo o una pietra. Le piramidi iniziarono a essere costruite con la XXV° dinastia di Re Pianky o Piye . La maggior parte delle piramidi si è sgretolata e l’unica che è possibile ancora ammirare appartiene a un Re sconosciuto risalente al 360 AC.
Situla bronzea recante i cartigli di Amenardis I e di Kashta. Walters Art Museum Baltimora.
Ingrandimento dei cartigli
Trascrizione dei due cartigli:
Statue in granito dei sovrani kushiti nubiani della 25a dinastia, VII secolo aC, al Museo di Kerma (Alta Nubia, Sudan settentrionale). Da sinistra a destra: Faraoni Tantamani, Taharqa, Senkamanisken, Tantamani, Aspelta, Anlamani e Senkamanisken.
PIYE(PIANKHY)
Inizia con Piye la XXV dinastia dei faraoni neri. Anche se Kashta non fu investito di tutti i titoli dei re egizi, aveva posto le basi per la nascita di una dinastia nubiana; se ne tornò più che soddisfatto a Napata, dove morì nel 751 ca. a.C.
A lui successe suo figlio Piye (Piankhy) (751-716 aC). Egli iniziò conquistando gran parte dell’Egitto già nel suo primo anno di regno e anche questa volta la conquista fu incruenta: essa era infatti legittimata dal fatto che Amenardis I , sorella di Piye, fosse la “Divina Adoratrice di Amon”, la più alta carica nel clero femminile di Amon (carica imposta precedentemente al clero da Kashta al suo arrivo in Egitto).
Conquistato gran parte dell’Egitto, Piye tornò a Napata, per regnare pacificamente sulla Nubia. Dell’Egitto sembra gli importasse poco o nulla . Dopo 20 anni di regno, lo troviamo ancora nella sua capitale regnare tranquillo. Forse non si sarebbe neppure mosso, se non fosse stato chiamato proprio dagli Egizi; evidentemente i sacerdoti non avevano dimenticato il patto di protezione stipulato con Kashta.
Il patto venne invocato perché il principe Tefnakht, della città di Sais nel Delta, decise di riunificare l’Egitto, ormai ridotto a un universo di piccoli regni locali, marciando con le sue truppe alla volta di Tebe.il clero e gli ufficiali tebani inviarono degli ambasciatori sino a a Napata, ricordando a Piye che a lui era stata attribuita la titolatura completa dei re egizi. Era l’atto di nascita ufficiale del primo faraone nero e della XXV dinastia regnante sull’Egitto.
Grande e imponente stele di granito con un piano arrotondato che misura 180 cm per 180 cm di altezza e 43 cm di spessore, per 2300 kg di peso è ora conservata nel Museo del Cairo. “Ascolta cosa ho fatto per superare gli antenati. Io sono il re, la rappresentazione di dio, l’immagine vivente di Atum, che uscì dal grembo contrassegnato come sovrano, che è temuto da quelli più grandi di lui, il cui padre sapeva e la cui madre percepì anche nell’uovo che avrebbe sii sovrano, il buon dio, amato dagli dei, il Figlio di Ra, che agisce con le sue due braccia, Piye, amato da Amon….
Il documento più importante é forse della XXV dinastia è questa stele, che narra le vicende della guerra di liberazione dell’Egitto del faraone nubiano. Nella lunetta si vede Amon in trono(1) dietro cui sta la sua sposa Mut “dama d’isheru(2) davanti alle divinità in piedi a danneggiata vediamo la figura di Piye(3) cui rendono omaggio”le spose del re”(4) il re Nermud che porta un cavallo in dono(5) Per terra, in atto di sottomissione, troviamo tutti i grandi d’Egitto, il re Osorkon, faraone legittimo e nominalnente sovrano d’Egitto(6) il re Auapet(7) il re Peftjauauibastet( ,il principe ereditario Petisis(9)il conte Patjenefi,(10 il conte Pmui,(11)il gran capo dei Ma” Akanosh(12),il gran capo dei Ma” Djedsmenef ankh,(13) in basso segue l’inizio del testo.
In questo disegno sono presenti anche i Ma”; chi sono i Ma”?
Meshwesh (spesso abbreviati in egiziano antico come Ma ) erano un’antica tribù libica di origine berbera proveniente da oltre la Cirenaica . Secondo le iscrizioni nei geroglifici egiziani , i Libu e i Tehenou/Tehenu abitavano questa zona.
I primi documenti sui Meshwesh risalgono alla XVIII dinastia egizia dal regno di Amenofi III . Durante le dinastie 19th e 20th (c. 1295 – 1075 aC), i Meshwesh erano in conflitto quasi costante con lo stato egiziano. Durante la fine della XXI dinastia , un numero crescente di libici di Meswesh iniziò a stabilirsi nella regione del Delta occidentale dell’Egitto. Alla fine avrebbero preso il controllo del paese durante la fine della XXI dinastia, prima sotto Osorkon il Vecchio . Dopo un interregno di 38 anni, durante il quale i re egiziani nativi Siamun e Psusennes II salirono al trono, il Meshwesh governò l’Egitto per tutto il22a e 23a dinastia sotto potenti faraoni come Shoshenq I , Osorkon I , Osorkon II , Shoshenq III e Osorkon III .
Fatto sta che Piye dopo vent’anni trascorsi nelle sua amata e pacifica Nubia si mosse. Abbiamo la fortuna di seguire le vicende grazie alla grande stele fatta incidere dal sovrano e ritrovata a Gebel Barkal. La stele racconta con parole dettate dal re, come il Delta fosse caduto nelle mani di Tefnakht e come proseguisse la sua avanzata verso sud con un esercito numeroso. I principi fedeli a Piye mandavano messaggi ogni giorno aggiornandolo sul peggiorare della situazione; anche Nemrod principe di Ermopoli in Medio Egitto, era passato dalla parte di Tefnakht.
Piye si rivelò un abile stratega e un grande comandante del suo formidabile esercito. Quanto alla politica egizia, non si può dire che Piye non avesse le idee chiare: se già l’aveva dimostrato in guerra, dimostrò ancor più in tempo di pace che poco o nulla gli importava dell’Egitto. Infatti sconfitto Osorkon IV, l’ultimo pretendente al trono, Piye assunse la piena titolatura come re dell’Alto e Basso Egitto, oltre che della Nubia; poi confermò tutti i principi e reucci nelle loro cariche e se ne tornò nella sua Napata.
Stupisce tale comportamento da parte chi aveva in mano l’Egitto e un esercito potente e avrebbe potuto conquistarsi un impero come ai tempi dei dei grandi faraoni. Ma la stele ci mostra un uomo pio e devoto e dobbiamo pensare che il saggio re preferisse la pace della Nubia, con un popolo dedito alla alla vita quotidiana e felice di servire il re è Amon, piuttosto che un Paese in decadenza, dove l’attività principale era il complotto. Piye era intervenuto per liberare la città di Amon, Tebe, è l’aveva fatto avendo anche eliminato il pericolo che qualcuno fosse ancora tentato dall’impresa. Così ottenuti i solenni giuramenti di fedeltà da quei reucci che aveva reinsediato sui loro troni, se ne tornò a casa. I nobili ringraziarono Piye, ma appena il re voltò le spalle, dimenticarono tutto e ricominciarono a brigare per allungare le mani su tutto l’Egitto.
Il faraone nero non aveva nessuna intenzione di lasciarsi disturbare da quei piccoli uomini e sapendo Tebe al sicuro, lasciò i nomarchi a macerarsi nei loro veleni e non lasciò mai più la sua Napata, dove visse in pace gli ultimi dieci anni di vita.
Questa forse per l’Egitto fu un’occasione mancata, perché quel grande sovrano avrebbe potuto ridargli una parte dell’antica dignità e potenza.
Ricostruzione virtuale di una tomba; non propio come quella di Pinkhi. Piye naturalmente fu sepolto a El Kurru,dove aveva già deposto le tombe di sei delle sue mogli,con pozzi dal tetto a volta in n muratura. Nella sepoltura del faraone si osserva: una scala viene scavata nella roccia fronte al punto dove sorgerà la sovrastruttura; camere sotterranee si succedono in linea con la scala d’accesso, on genere tre camere per le tombe dei re e due per quelle delle regine, piccole sale erano stuccate e dipinte con scene funerarie. La sovrastruttura e sempre una piramide con facce lisce e priva di decorazioni al cui fianco orientale si appoggia una cappella . Cambiamenti radicali negli usi funerari (corredo funerario,corpo avvolto in una rete di perline, ushabti, vasi csnopici, ecc) avvennero dopo la campagna egizia di Piye, che era rimasto colpito dallo sfarzo dell’Egitto faraonico: ormai era nato lo schema definitivo delle tombe reali che sarebbero rimaste in uso sino alla caduta di Meroe,più di mille anni dopo.
Proseguiamo a narrare la storia dei faraoni neri;(XXV dinastia ca.751′ 653 a.C.) tenendo sempre come riferimento il libro del Prof. Damiano. A Piankhi non succedette il figlio ma il fratello Shabaka, come era stato per Alara e Kashta, perché a differenza dei faraoni egizi, quelli di Kush non si succedevano secondo le regole dell’eredità paterna; il nuovo sovrano veniva scelto dal precedente e spesso fu un fratello del re defunto, poi l’altro è così via.. finché la corona tornava sulla fronte di uno dei figli del primo re. Ciò era dovuto al fatto che i successori dovevano assicurare la loro provenienza regale attraverso la madre, che doveva essere la sorella del re, è quindi la monarchia era matrilineare, praticata in Nubia sino al Medioevo preislamico. La decisione finale comunque spettava al clero di Amon, mentre l’esercito la doveva ratificare; il nuovo faraone doveva poi ringraziare Amon e il suo clero, con un pellegrinaggio indispensabile per la cerimonia di incoronazione: il trionfale corteo partiva da Napata o da Meroe ( secondo l’epoca e la capitale del momento) e visitava le quattro località sacre al dio: Gebel Barkal, Tore,Kawa e Pnubs.
Cuore del paese kushita e impero kushita della XXV dinastia egizia, circa 700 aC.
A Pijye quindi successe il fratello Shabaka, dal 716 al 702, seguito da Shabataka , figlio di Piye ,che regnò dal 702 al 690 a.C. a essi però mancava la saggezza del fondatore della XXV dinastia, che gli aveva suggerito di sviluppare la Nubia e lasciar perdere l’Egitto. Shabaka trasferì la capitale a Tebe, ma a differenza di Piye, Shabaka amava potere, battaglie e sangue. In più gli mancava la pietà dimostrata dal fratello: riconquisto tutto il paese e riservò a uno dei re indipendenti, Bocchoris, figlio e successore di Tefnakht , una atroce fine lo bruciò vivo. Inoltre non contento di un impero che andava dal delta, sino si deserti della Nubia, cominciò a stuzzicare il pericoloso (come oggi) Medio Oriente.
Bellissima testa di una sfinge in origine, in granito rosa di Shabaka al museo del Cairo
Iniziò a tramare cospirazioni coi reucci di Siria e Palestina, ai danni dell’Assiria: ogni occasione era buona per una rivolta, una protesta, attentati ma anche qui le apparenze erano salve: gran sorrisi e ambascerie cariche di doni si scambiavano fra i sovrani dei due Paesi, mentre sotto sotto le cose andavano altrimenti. L’Assiria era un osso troppo duro per i Nubiani e se Shabaka scampò a una brutta fine perché morì prima, il nipote Shabataka pagò il prezzo.di una politica spregiudicata.
Pietra di Shabaka in mostra al British Museum . La pietra misura 0,66 per 1,37 metri, per più di 400 kg. Di peso. Negli anni successivi, la pietra fu probabilmente usata come una macina, motivo per cui i geroglifici sono parzialmente danneggiati. Questo danno è stato amplificato da altre deturpazioni intenzionali, lasciando l’iscrizione geroglifica in cattive condizioni.
1901, James Henry Breasted identificò la pietra come una lastra rettangolare di granito nero.Mentre altri studiosi ipotizzavano che il monumento fosse una lastra o un basalto o una pietra di conglomerato, una recente analisi di uno scienziato del British Museum ha rivelato che la pietra era una breccia verde proveniente da Wadi Hammamat. I principi della teologia menfita sono esposti sulla PIETRA DI SHABAKA, scritta in corsivo geroglifico. Tuttavia, il prologo del testo precisa che si tratta della copia di un documento più antico, trascritto sulla pietra per essere conservato. L’utilizzo di un linguaggio arcaico fa supporre che la composizione del testo risalga all’antico regno, un’epoca della storia egizia che vide l’affermarsi di tre importanti centri religiosi: Eliopoli, Menfi ed Ermopoli.
Rilievo di un consorte divino, periodo tardo, c.780-656 aC (arenaria) Fitzwilliam Museum, University of Cambridge, UK
Cucchiaio cosmetico a forma di ragazza che balla, da una tomba a Sanam, Nubia, Epoca tarda, c.747-702 aC (maiolica smaltata in maiolica) Ashmolean Museum, University of Oxford, UK
Le statue reali kushite, in particolare esempi dell’Alto Egitto, sottolineano l’origine straniera e non egiziana dei loro sudditi. Questa testa, forse del re Shabaqa, mostra il sovrano con una faccia larga e quasi rotonda, caratteristica del popolo kushita. Le sue insegne riflettono anche l’influenza kushita e i suoi capelli corti, legati da un’ampia fascia, sono una caratteristica mai vista sulla scultura egiziana nativa. Una manopola, ora scomparsa, nella parte anteriore dell’archetto, un tempo ospitava due cobra urei. The Brooklyn Museum. Materiale:scisto verde.
Shabataka. l’Assiria alla conquista del il vicino Oriente.È passato un po’ di tempo dal post precedente sull’argomento, ma meglio tardi che mai Buona domenica.Quando l’assiro Sennacherib decise di conquistare il vicino Oriente, si trovò davanti una coalizione (in cui non doveva essere estraneo l’Egitto) che cadde ben presto, come le città di Samaria e Giudea. Il re di Giuda pagò a Sennacherib il tributo richiesto, ma l’Assiro, incassata la somma di 300 talenti di argento e 30 d’oro, pose comunque l’assedio a Gerusalemme, che era però ben difesa. A questo punto Shabataka uscì allo scoperto, inviando un’armata comandata da un giovane di vent’anni, fatto venire dalla Nubia assieme ad altre truppe di fiducia: suo fratello Taharqa. Sennacherib non tremò troppo; la Bibbia riporta le sue parole, rivolte al re della terra di Giuda: 《E adesso, su chi poni la tua fiducia, per esserti rivoltato contro di me? Ecco che ti sei posto sotto la protezione dell’Egitto, questa canna spezzata che perfora e penetra la mano di chiunque vi si appoggi : tale è il faraone re d’Egitto, per chiunque si appoggi a lui》Senza un miracolo l’esercito assiro avrebbe spazzato via quello nubiano; Taharqa, assieme a Gerusalemme, fu fortunato, perché pare che il miracolo ci fu.La versione della Bibbia dice che Javeh inviò degli angeli a uccidere 185.000 soldati assiri; un’altra versione di Erodoto narra dell’invasione di una miriade di topi,che mise a terra l’esercito assiro, rosicchiando le corde degli archi e cinghie di carri e scudi, ecc; qualunque sia la verità sappiamo che i due eserciti non si incontrano e che gli Assiri dovettero battere ritirata per cause non militari. Tra le varie ipotesi si può pensare ad un’epidemia di peste, o a una rivolta improvvisa a Babilonia.L’appuntamento col destino era solo rimandato.
SHABATAKA
L’Assiria alla conquista del il vicino Oriente.
Faraone egiziano (ca. 701-689 aC) della XXV dinastia. Successore e forse figlio di Shabaka (secondo altri figlio di Piankhi), come per il suo predecessore le fonti egiziane sono scarse, mentre qualche notizia può ricavarsi dalle fonti orientali (Bibbia e annali dei re assiri) e da quelle greche. Intorno al 701nella prima fase intervenne in favore delle città palestinesi invase da Sennacherib di Assiria, ma sembra sia stato sconfitto ad Altaku. Diversamente andarono le cose nella seconda fase, in cui partecipò Taharqa. Come il predecessore, fece anch’egli erigere delle costruzioni entro il recinto di Karnak a Menfi e nell’oasi di Kawa, si fece poi seppellire in una piramide a el-Kurru Museo nubiano di Assuan. Testa di una statua in granito. Mis: cm 21,9×32,8×8,6
Quando l’assiro Sennacherib decise di conquistare il vicino Oriente, si trovò davanti una coalizione (in cui non doveva essere estraneo l’Egitto) che cadde ben presto, come le città di Samaria e Giudea. Il re di Giuda pagò a Sennacherib il tributo richiesto, ma l’Assiro, incassata la somma di 300 talenti di argento e 30 d’oro, pose comunque l’assedio a Gerusalemme, che era però ben difesa.
A questo punto Shabataka uscì allo scoperto, inviando un’armata comandata da un giovane di vent’anni, fatto venire dalla Nubia assieme ad altre truppe di fiducia: suo fratello Taharqa. Sennacherib non tremò troppo; la Bibbia riporta le sue parole, rivolte al re della terra di Giuda:
《E adesso, su chi poni la tua fiducia, per esserti rivoltato contro di me? Ecco che ti sei posto sotto la protezione dell’Egitto, questa canna spezzata che perfora e penetra la mano di chiunque vi si appoggi : tale è il faraone re d’Egitto, per chiunque si appoggi a lui》
Senza un miracolo l’esercito assiro avrebbe spazzato via quello nubiano; Taharqa, assieme a Gerusalemme, fu fortunato, perché pare che il miracolo ci fu.
La versione della Bibbia dice che Javeh inviò degli angeli a uccidere 185.000 soldati assiri; un’altra versione di Erodoto narra dell’invasione di una miriade di topi, che mise a terra l’esercito assiro, rosicchiando le corde degli archi e cinghie di carri e scudi, ecc; qualunque sia la verità sappiamo che i due eserciti non si incontrano e che gli Assiri dovettero battere ritirata per cause non militari. Tra le varie ipotesi si può pensare ad un’epidemia di peste, o a una rivolta improvvisa a Babilonia.
L’appuntamento col destino era solo rimandato.
XXV dinastia ca. 715-656 a.C. Mis: cm 29,7×15,5 legno dipinto. Cleveland Museum.
L’elevata domanda di shawabty nel periodo tardo, un’epoca in cui nella tomba con il defunto venivano collocati fino a 400 o più shawabty, diede origine a un contenitore specializzato per conservarli: la shawabty box. Questo esempio è inscritto per la padrona di casa, Ditamenpaankh, ed era probabilmente uno di una coppia originariamente realizzata per lei. La barca unialbero sul coperchio della scatola è forse un’allusione al pellegrinaggio del defunto alla città santa di Abydos, la città di culto di Osiride, re dei morti. Gli shawabty all’interno sono esempi grezzi prodotti in serie fusi in uno stampo aperto. Realizzati in terracotta, la loro vernice blu imita shawabtys più costosi fatti di maiolica. Per quanto riguarda l’incantesimo shawabty, è stato rimosso dalla sua posizione tradizionale sul davanti dello shawabty e riposizionato sui lati della scatola, dove doveva essere scritto solo una volta
Pendente oro e ametista, XXV Dinastia, ca. 700 a.C. Mis: cm 3,5×2,9×2,7 Cleveland Museum
Questo ciondolo è composto da due parti: una testa di leone superbamente scolpita in ametista che è stata incastonata in una base d’oro a forma di D composta da una piattaforma circondata da otto babbuini seduti. La testa di leone è un cimelio del Nuovo Regno, molto probabilmente un pezzo da gioco che era stato adattato nel periodo Napatan per servire come amuleto pendente. Questa procedura era abbastanza comune nell’antichità come mezzo per riciclare pietre preziose. L’importanza delle divinità leonine nella religione nubiana è stata ovviamente la forza motivante dietro la creazione di questo spettacolare ornamento
TAHARQAil grande costruttore690-664 a.C.
Il più noto dei faraoni neri, Taharqa,il grande costruttore, colui il cui nome troviamo nella Bibbia,ha lasciato numerosi suoi ritratti, compresa questa magnifica testa,con un copricapo carstteristico dei re nubiani,in granito nero,esposta al Museo del Cairo (N.1185 esposta nella sala R24 lato nord; proveniente da Luxor alta 35 cm
Nel 689 a.C. Taharqa succedette a Shabataka, forse perché questi gli lasciò il potere o forse ( secondo il greco-egizio Manetone) perché accelerò la dipartita del fratello assassinandolo.(dibattuto) da ciò che sappiamo di lui, sembrerebbe che fosse un sovrano amante della pace, a giudicare dagli immensi lavori che fece compiere da un capo all’altro del suo impero: troviamo il suo nome dal Basso Egitto sino a Tebe e ancor più in Alta Nubia: Tabo, Kawa,Sanam, o Gebel Barkal, che volle trasformare anche architettonicamente in una controparte di Karnak.
Statua di Amon come ariete che protegge Re Taharqa in Gneiss granitico. Dimensioni: cm106x63x163 British Museum Londra
I primi anni di regno furono di pace e prosperità, da un testo si sa che l’Egitto era tornato florido a causa di piogge abbondanti in Nubia, (sesto anno di regno?) con relativa piena eccezionale. Questo testo è molto importante come sottolineava il nostro Prof Damiano qualche giorno fa; (argomento da sviluppare col Prof.) perché su tremila anni di letteratura egizia, è il solo documento che da una spiegazione scientifica della piena. Vista la situazione politica nel vicino Oriente il re si trasferisce a Tanis nel Delta.
La Sfinge di Taharqa è una scultura datata circa 680 aC,È stata trovata durante gli scavi archeologici dall’egittologo britannico Francis Llewekkyn Griffith all’interno del ” Tempio T ” di Kawa, precisamente nell’area “E” della parte sud-occidentale del tempio, situato nella regione della Nubia, nel sud dell’Egitto e nel nord del Sudan. Anticamente questa località faceva parte del Regno di Kush. Nel 1932 la Sfinge fu acquisita dal British Museum di Londra (Gran Bretagna), dove entrò a far parte della sua collezione d’arte all’interno del dipartimento dell’Antico Egitto e del Sudan. Si tratta di una scultura rotonda o autoportante che rappresenta la figura di una sfinge , cioè un essere mitologico che presenta il corpo di un leone e la testa di una persona umana. Il corpo del leone è rappresentato sdraiato, si nota come le zampe anteriori siano distese in avanti, mentre le zampe posteriori siano raccolte. Si vede anche come la coda del leone sia appoggiata sulla coscia destra Il volto della sfinge nette in risalto gli occhi a mandorla delineati da fini incisioni. Il naso è piatto e largo, mentre le labbra sono spesse. Da notare che la sfinge mette in risalto i tratti del viso del faraone, rivelando la sua origine africana. Descrizione: Ha un’altezza di 40 cm e una lunghezza di 73 cm. È realizzato in granito, utilizzando la tecnica dell’intaglio. Nella parte superiore della testa, sulla fronte, è rappresentato il doppio cobra di ureo (rappresentazione della dea Wadjet in forma di cobra eretto). Il doppio cobra ureo è considerato l’insegna reale dei re di Kush. Si apprezza anche come sul petto sia presente il cartiglio con il nome del faraone scritto in scrittura geroglifica. l’intera scultura poggia su un piedistallo rettangolare realizzato con lo stesso granito utilizzato per realizzare la scultura
Da Tanis Taharqa cominciò a pensare a quell’Asia che non aveva potuto gustare e cominciò anche lui a fomentare rivolte contro gli Assiri. Assarhaddon, successore di Sennacherib, dopo le campagne consecutive contro le città ribelli si dedicò sull’Egitto, sconfiggendo continuamente le armate di Taharqa e spingendosi sino a Menfi; qui caddero nelle sue mani i figli e le figlie di Taharqa, assieme al suo harem e tutti i suoi averi. Assarhaddon dichiarò di aver estirpato la razza etiope dall’Egitto, ma in realtà aveva solo conquistato il Delta. Il faraone nubiano si era rifugiato a sud, mentre i principi egizi, compreso quello di Tebe, pagavano un tributo all’Assiria. Assarhaddon soddisfatto tornò indietro. Ma Taharqa ritornò alla carica immediatamente, appena gli Assiri si ritirarono, e riuscì a sollevare i principi egizi. Così Assarhaddon tornò indiretto alla volta dell’Egitto, ma ancora una volta avvenne il miracolo: il re assiro morì per la strada è gli succedette il figlio Assurbanipal, che pensò innanzi tutto agli affari interni.
Una delle maggiori costruzioni dei faraoni neri a Karnak è il grandioso chiosco di Taharqa, fatto edificare di fronte a quello che oggi è il secondo pilone. Di questa grandiosa costruzione rimane in piedi una sola colonna a capitello papiriforme, alta 21 metri. Poiché la distanza fra le colonne ne avrebbe reso impossibile la copertura litica, il chiosco doveva essere coperto da un tetto di legno.
Così il faraone godette di almeno tre anni di pace, fin quando nel 666, Assurbanipal ripensò sull’Egitto e vi inviò un esercito, le sue armate coquistarono l’Egitto; Taharqa fuggì a Tebe, ma questa volta l’Assiro arrivò sino alla città santa e il re nubiano dovette fuggire nella sua terra natia; pare che Tebe fosse risparmiata.
.Statua di Mentuemhat, governatore di Tebe, dal tempio di Amon, Karnak, all’epoca di Taharqa L’uomo porta la parrucca doppia. gonnellino plissettato, lo shendyt, sostenuto da una cintura con scritto il suo nome e i titoli; la base e il pilastro dorsale presentano iscrizioni contenenti formule di offerte a varie divinità. Materiale granito nero,museo egizio del Cairo. 670 a.C.
La parabola di Taharqa era giunta al termine. Quando gli Assiri si ritirarono scoppiarono altre rivolte in Egitto, immediatamente domate, da Assurbanipal questa volta cambiò tattica: non solo graziò i capi della sollevazione, ma uno dei due, Nekao, fu rinviato a Sais, la sua città, carico di doni; inoltre il re assiro nominò il figlio Psammetico principe di Athribis nel Delta. Riguardo a Taharqa le iscrizioni ci dicono che da Menfi e Tebe veniva ancora considerato il faraone legittimo, ma non tornò più al nord. Passò gli ultimi anni (probabilmente solo due) nella sua tranquilla Nubia dove si fece costruire una piramide che inaugurò la nuova necropoli di Nuri,vicino a Napata.
A sinistra: statua del re Taharqa che adora il dio falco Hemen, egiziano, terzo periodo intermedio (oro, argento, scisto e legno) museo del Louvre di Parigi. A destra: piccola sfinge in bronzo di Taharqa esposta al Louvre. Mis: altezza cm 16 larghezza 13,6
Splendido santuario con bellissimi rilievi in arenaria eretto dal faraone Taharqa nella corte del Tempio di Amon a Kawa (Sudan-Nubia) Ashmolean Museum, University of Oxford, UK. (Sicuramente merita un approfondimento)
La fine della vita di questo grande faraone e restauratore è un mistero: forse morì a Napata e fu sepolto nella sua piramide di Nuri; in questo caso le centinaia di statuette funerarie ritrovate nella sepoltura ne testimonierebbero l’utilizzazzione. La mancanza del corpo e del resto del corredo funerario sarebbero dovuti ai saccheggi, che non hanno risparmiato nessuna sepoltura. Taharqa concluse la sua vita con la sconfitta, ritirandosi nella Nubia. L’avventura dei faraoni neri in Egitto era quasi alla fine. Tirando le somme Taharqa aveva lasciato un regno i cui confini corrispondevano a quelli trovati da da Piye.
Necropoli reale di Nuri La più antica piramide (Nu. 1) è attribuita a Taharqa, penultimo sovrano della XXV dinastia egizia, ed ha un lato di base di circa 51 m mentre l’altezza originaria doveva essere tra i 40 ed i 50 metri.
L’ULTIMO TENTATIVO: TANUTAMON 664-653 a.C
Statua di Tanwetamani, re di Kush in granito nero Questa statua fa parte di una serie di re di Kush in stile egiziano arcaico. Le statue furono rotte durante un’incursione egiziana nel 591 a.C. circa e successivamente seppellite con cura. Fotografia per gentile concessione della missione archeologica svizzera franco-sudanese di Kerma/Dukki Gel (Sudan). Museo Nazionale del Sudan
Il posto di Taharqa fu preso da Tanutamon (in nubiano Tanwetamani), secondo alcuni figlio di Shabataka, secondo altri di Shabaka.
Seguiamo la sua breve storia attraverso un documento trovato a Gebel Barkal, “la stele del sogno di Tanutamon“.
Essa narra che il primo anno 《del suo levarsi come Ra’, Sua Maestà vide nella notte un sogno: due serpenti, uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra》 Al risveglio il sovrano domandò delucidazioni ai saggi, che gli spiegarono come si trattasse del Paese del Sud (la Nubia) e di quello del Nord (l’Egitto), destinati a essere entrambi nelle sue mani.
Gioioso per il presagio il re andò a Gebel Barkal e fece le consuete offerte ad Amon di Napata; adesso era pronto per l’impresa.
S’imbarcò con il suo esercito e ridiscese il Nilo senza incontrare alcuna resistenza in Alto Egitto, poiché gli Assiri non vi avevano lasciato truppe. A Menfi invece i principi del Delta vollero battersi e persero; come il suo antenato Piye, anche Tanutamon si precipitò al tempio di Ptah, si purificò e fece offerte agli dei. Quindi ordinò che si costruisse un palazzo reale a lavoro ultimato, si recò nel Delta per abbattere i principi fedeli all’Assiria (in realtà fedeli solo a se stessi, poiché erano praticamente indipendenti) ma 《essi entrarono entro le loro mura come serpenti che sono dentro i loro buchi. Sua Maestà passò numerosi giorni ad aspettarli, ma non uscì uno di loro a combattere con sua Maestà》 Tanutamon se ne tornò a Menfi, nel nuovo palazzo reale; la stele racconta che li vennero i principi a fare atto di sottomissione: il sovrano era raggiante e andò a vedere i principi che aspettavano davanti alla porta. 《Li trovò stesi sul loro ventre che baciavano la terra davanti a lui. Disse Sua Maestà:”la predizione è verità. Il Sogno si é realizzato: è l’ordine di Dio che si é realizzato”》
La stele termina con il racconto dei principi che rientrano alle loro città inviando sono e essendo sottomessi come schiavi.
Testa di Amun in quarzite marrone scuro incisa sul pilastro posteriore con il nome di Horus di Tanewatamani Ashmolean Museum Oxford.
La testa di un ariete di Amon nel nome del re Tanoutamon (25a dinastia).Un sistema di clip sul retro ha permesso di appenderlo alla barca processionale di Amon. Data664-656 Bronzo Dimensioni: Altezza: 17,0 cm; Larghezza: 9,6 cm Collezione Museo del Louvre.
Purtroppo per Tanutamon la storia è ben diversa, in quanto ciò che la stele narra è solo la prima parte e si capisce che il re si sia ben guardato dal raccontare la seconda. L’Assiria infatti, non rimase a guardare: i suoi eserciti piombarono sul re nubiano e l’obbligarono a una rotta precipitosa; Tanutamon si rifugiò a Tebe ma gli Assiri l’obbligarono alla fuga in Nubia e questa volta senza risparmiare la città santa.
Dopo millenni di storia gloriosa, era la fine della grande Tebe dalle cento porte. In Egitto il regno di Amon era caduto per srmpre.il mondo antico fu talmente scosso dalla crudele distruzione che la Bibbia cita quel disastro come esemplare. Il profeta Nahum dice infatti:
《Sei tu migliore di No-Amon [Tebe] che stava in mezzo ai Nili [Nilo e i suoi canali], circondata dalle acque? Il suo baluardo era un mare,un mare la sua muraglia. L’Etiopia [antico nome della Nubia] aveva una potenza illimitata, così come l’Egitto. Puth [Punt,sul Mar Rosso] e i Libici erano i suoi ausiliari. Eppure anch’essa è partita in deportazione. Lei se n’è andata prigioniera; i suoi bimbi sono stati schiacciati agli angoli di tutte le vie; hanno tirato a sorte i suoi notabili e tutti i suoi grandi sono stati caricati di catene.
Finiva Tebe: terminava un’epoca. Il Sogno egizio dei faraoni neri era stato spezzato per sempre.
Tanwetamani (secondo il nome nubiano), da rifugiato in Nubia, cominciò a vedere le cose con occhio diverso; e divenne re. Non più il conquistatore, né il guerriero-imperatore, solo re. Abbandonato per sempre il sogno di conquista dell’Egitto, restava restava pur sempre il sogno dei faraoni neri, quello di un regno di pace, prospero e duraturo. Tanwetamani e i suoi successori si ripiegarono sulla Nubia, dedicandosi alla sua organizzazione e alla sua stabilità; con successo, visto che il loro regno crollò solo nel IV sec d.C. più di mille anni dopo la morte di Tanwetamani, un record ancora oggi invidiabile.
Tanwetamani morì verso il 653 a.C e si fece Seppellire a El Kurru (Ku16), località che ormai ospitava tutti i re della XXV dinastia escluso Taharqa.
Esterno ed interno dell’entrata della tomba di Tanwetamani, necropoli di ElKurru
El-Kurru modello 3D di Franck Monnier
Le pareti sono state imbiancate e la decorazione realizzata con un’applicazione piatta di pittura, le linee guida dell’artista rosso sono ancora molto visibili. Nessuna parte delle pareti è scolpita. A causa di allagamenti e frane, l’arredo è andato perso ad un’altezza variabile, tra 0,60 me 1,60 m. La tomba non era stata completata, alcuni disegni e geroglifici erano stati completati solo come bozzetti. Alcuni colori non hanno resistito al tempo, motivo per cui numerose parti in nero o in blu sono oggi scomparse. È particolarmente vero per alcune parrucche, che originariamente erano di colore lapislazzuli, come i capelli degli dei, e che oggi sono bianche. Il nero degli occhi è particolarmente mal conservato. La composizione generale è semplice, con scene di benvenuto nell’anticamera e con scene più strettamente funerarie nella camera funeraria. La carnagione delle sagome obbedisce al rigoroso canone egiziano classico (che gli egiziani dell’epoca avevano tuttavia in gran parte abbandonato), con la pelle degli uomini rosso scuro e quella delle donne gialla, quasi paglierina. Il contorno dei personaggi è realizzato in giallo, e non in nero, come ci si aspetterebbe. Quelli dei geroglifici sono in rosso. La qualità delle rappresentazioni è media, che appare rigida e misurata, lontana dalle rappresentazioni tebane del secolo scorso. La grande dimensione dei personaggi è simile a quanto realizzato per i figli di Ramesse III nella Valle dei Re. Ma lì, la scarsità dei temi è stata comunque compensata da una bella qualità tecnica, che qui manca.
Fonti:
IL SOGNO DEI FARAONI NERI di Maurizio Damiano,
Civiltà al sole di C.W. Cream
Dizionario dell’antico Egitto di Guy Rachet e Boris Rachewiltz
Il tempio di Hathor a Dendera è famoso per I bellissimi colori, ancora più evidenti dopo il restauro – e per il soffitto astronomico.
Nella sala ipostila esterna è rappresentato il viaggio diurno di Ra durante le ore del giorno.
Nell’immagine qui sotto, è presente il dettaglio della IV ora.
A destra, la dea della IV ora indossa il disco solare, sulla prua della barca sacra di Ra si notano un uccello Ba, dalla testa umana, e il dio Montu (testa di falco, porta il disco solare con due piume) che arpiona Apophis – di cui ha diffusamente parlato Luisa Bovitutti- che in questo caso, anziché essere rappresentato come un serpente, ha le sembianze umane di un nemico asiatico.
Il segno dell’Ariete dal soffitto astronomico della grande sala ipostila. I segni zodiacali avevano origine babilonese-greca e non si trovano in Egitto prima della conquista di Alessandro Magno, avvenuta nel 332 a. C. Foto: Mick Palarczyck
Il segno del Toro –– Foto: Mick Palarczyck
Il segno dei Gemelli, rappresentato dai gemelli divini Shu, a sinistra, e Tefnut, a destra. Shu era il simbolo dell’aria e Tefnut quello dell’umidità. Con i figli Nut (cielo) e Geb (terra), rappresentavano i quattro elementi primordiali. Foto: Mick Palarczyck
I segni di Vergine e Bilancia – Foto: Mick Palarczyck
Le vicende degli ultimi anni della XVIII Dinastia sono confuse e dobbiamo aspettare il regno di Ramses II per poter parlare di un’altra grande regina :Nefertari Meritmut.
Ella fu designata con una serie di titoli onorifici:
“Principessa ereditaria”
“Moglie del re”
” Grande Sposa Reale”, indica il suo posto preminente tra le altre mogli.
” Signora delle Due Terre”, questo titolo e quello successivo potrebbero indicare che Nefertari si è occupata degli affari di stato
“Sovrana dell’Alto e Basso Egitto”
” Sovrana di tutte le terre”, normalmente questo titolo non è tra quelli portati dalle regine e costituisce l’equivalente femminile del titolo di faraone, che indica una posizione gerarchica di grande rilevanza
” Grande di favori”
“Piacevole nelle due piume”, questo appellativo si trova sulla statua di Ramses assiso, custodita al museo Egizio di Torino: a sinistra del sovrano è scolpita la figurina del suo primogenito Amon her Khepeshef, a destra quella di Nefertari. Si riferisce al copricapo a doppia piuma, frequentemente utilizzato dalla regina e tipico del dio Amon
” Sposa del Dio”, che significa moglie del predestinato a regnare sul trono d’Egitto in quanto figlio del dio Amon, epiteto che fu aggiunto alla sua titolatura solo in un secondo momento.
Nulla si sa con certezza riguardo alla famiglia e alle origini di Nefertari; il titolo di Principessa ereditaria che appare in un’iscrizione di Abu Simbel sembra indicare la sua discendenza da una famiglia nobile, probabilmente di Tebe o di Akhmim, e si è fatta l’ipotesi che discendesse da Ay in quanto Schiapparelli, tra i pochissimi oggetti rinvenuti nella tomba ed oggi conservati al Museo Egizio di Torino ( un sarcofago in granito rosa danneggiato, due coperchi di forzieri, stoffe, vasellame rotto, 34 ushabti lignei recanti il suo nome, frammenti di statue lignee ed un paio di sandali), trovò un pomello di cassa rivestito di smalto azzurro con il cartiglio recante il nome di intronizzazione di quel faraone ( Keper Keperu Ra).
Questo pomello di cofanetto in maiolica blu, cela un mistero. Sulla sua superficie infatti, compare il cartiglio di Ay della XVIII Dinastia che succedette al giovane Tutankamon.
Non si sa con certezza il motivo della presenza di questo reperto, che attrasse subito l’attenzione di Schiapparelli. “D’altra parte fra i miseri resti della suppellettile funebre fu rinvenuta nella tomba” scriveva Schiapparelli ” vi è un oggetto che può portare molta luce sull’argomento e è il fiore di loto, in smalto turchino che porta impresso il nome del faraone Ay e che dovette appartenere a un cofano che sia stato di proprietà del faraone medesimo o che venisse d suo palazzo”. La circostanza che fra le suppellettili funebre portata nella sua tomba vi fosse un cofano del nome di Ay, dovrebbe far supporre che Nefertari discendesse dalla famiglia di quel faraone e fosse, secondo ogni probabilità, una nipote.
Fonte : Nefertiti e la Valle delle Regine – Christian LeBlanc-Alberto Siliotti – Giunti.
Tuttavia Nefertari non portava il titolo di “Figlia di un re”, il che suggerisce che probabilmente non apparteneva alla linea reale principale; inoltre Ay regnò molti anni prima di Ramses II, per cui è probabile che più che sua figlia potesse al limite essere sua nipote.
La regina rimase per tutta la vita fortemente legata alla sua città di origine e il pilone del tempio funerario di Ramses II ha conservato una rappresentazione della festa di Min, il dio locale di Akhmim, che la mostra mentre esegue una danza davanti a un toro che lo simboleggia.
Nefertari sposò Ramses quando questi non era ancora salito al trono, durante i sedici anni di coreggenza col padre Sety I e gli diede quattro figli ( Amon-her-khepshef, Pa-Ra-wenem-ef. Mery-Ra e Mery- Atum) e quattro figlie ( Baketmut, Nefertari, Merytamon, e Henuttaui).
Amon-her-khepshef fu il primogenito di Ramses II e nacque almeno quattro o cinque anni prima che suo padre fosse incoronato. Ebbe il titolo di Generale degli eserciti, e fu principe ereditario fino alla sua morte, tra gli anni 26 e 31bdel regno del padre.
Pa-Ra-wenem-ef fu il terzo figlio maschio del faraone e morì giovane, intorno agli anni 20/28 del regno di suo padre. Egli appare nelle immagini di trionfo dopo la Battaglia di Qadesh e nel tempio minore di Abu Simbel.
Mery-atum fu il sesto figlio maschio del sovrano e nacque quando suo padre era già faraone; fu Sommo sacerdote di Eliopoli ma di lui esistono poche tracce.
Mery- Ra fu l’undicesimo maschio ed appare con la madre e i fratelli nei rilievi di Abu Simbel e in pochi altri luoghi. Sembra che sia morto tra 26 e i 36 anni.
Baketmut è raffigurata ad Abu Simbel insieme al padre e alla sua famiglia ma di lei non abbiamo notizie certe.Nefertari forse sposò il fratello primogenito Amon-her-khepshef.
Meritamon fu la quarta tra le figlie del faraone che la sposò alla morte della madre trasferendole molti dei suoi titoli, tra i quali Grande Sposa Reale; fu anche cantautrice nel tempio di Amon e sacerdotessa di Hathor. Si ritiene che sia morta alla fine del lungo regno di Ramses II.
Henuttay sposò anch’ella il padre alla morte di Nefertari, ma, a differenza di Meritamon, non divenne Grande Sposa Reale. Venne sepolta nella Valle delle Regine, nella tomba QV73.
Nefertari ebbe un ruolo di primissimo piano, ineguagliato dalle altre regine: sin dall’inizio del regno del suo sposo partecipò ai principali eventi dello stato e giocò un suo particolare ruolo anche nella politica estera.
Nella tomba di Nebounenef è raffigurata in piedi accanto a Ramses nel corso della cerimonia durante la quale il defunto fu nominato Sommo Sacerdote di Amon a Tebe, e nell’archivio del palazzo reale di Hattusas, l’antica capitale del regno ittita (oggi presso il villaggio di Bogazkoi, in Turchia), venne Ritrovata una lettera significativa inviata da Naptera ” la Grande regina d’Egitto” a Pudukhepa ” la Grande regina di Hatti”. Nella lettera, impressa su una tavoletta d’argilla, Naptera ( trascrizione in lingua accadica del nome Nefertari) esprimeva tutta la sua amicizia e si rallegrava per le fraterne relazioni che si erano istaurate tra ” il Grande re Egitto” e ” il Grande re di Hatti” ( il sovrano uttita Hattusilis III, contro il quale Ramses II aveva combattuto a Qadesh e con cui aveva firmato successivamente un trattato di pace nell’anno 21, corrispondente al 1258 a. C.).
Ramses II adorava Nefertari, tanto che fece erigere ad Abu Simbel il piccolo tempio a lei dedicato, dove la rappresentò con statue aventi la medesima grandezza delle proprie; all’ingresso del tempio a lei dedicato, pose una dedica che dice : ” Ha fatto il suo monumento in onore della Grande Moglie Reale Nefertari, amata da Mut, un tempio scavato nella pura montagna della Nubia in un bellissimo gres bianco, un’opera appartenente all’eternità per la Grande Moglie Nefertari, amata da Mut, per l’amore di colei per la quale splende il sole”.
Nel secondo pilone del Ramesseo, il tempio funerario di Ramses II si trova la rappresentazione della festa del dio Min, nella quale Nefertari è raffigurata mentre danza. Fonte :Nefertari e la valle delle Regine – Christian LeBlanc – Alberto Siliotti – Giunti
La morte: “Possa tu essere felice nella sede della verità
Non si sa esattamente come è quando Nefertari morì, ma ciò avvenne quando ella aveva tra i quaranta e cinquanta anni di età, dopo la costruzione del Piccolo Tempio di Abu Simbel e prima che la sua decorazione fosse terminata, tra l’anno 26 e l’anno 34.
Non si spiegherebbe altrimenti la coesistenza di rilievi nei quali la regina è raffigurata come vivente e che certificano la sua partecipazione alla cerimonia di apertura, nell’anno 24 del regno di Ramses, e di una iscrizione sulla facciata, di sapore invece tipicamente funerario, che dice:” Il re Usermaatra, scelto da Ra, ha costruito per la Grande Sposa Reale Nefertari, amata da Ra in Nubia come Ra, per sempre ed eternamente”.
In ogni caso le iscrizioni commemorative del giubileo dell’anno 30 (1261 a. C.) e quelle successive non riportano più il nome dell’amata consorte né quello di un’altra “Grande Sposa Reale” (sebbene Isinofret fosse ancora in vita), testimonianza della posizione unica di cui Nefertari godette , è non c’è dubbio che la successiva inaugurazione sia stata opera di Ramses II e della sua sposa e figlia Meritamon, figlia di Nefertari.
Il re preparò per la moglie prediletta la splendida tomba QV66 nella Valle delle Regine, un capolavoro dell’arte egizia recentemente restaurata da un team italo-egiziano guidato da Paolo e Laura Mora, finanziato dai fondi privati provenienti dalla Getty’s Foundation di Los Angeles.
La tomba è molto grande, composta da parecchie stanze che conducono alla “sala dell’oro” e la decorazione è un vero e proprio libro di saggezza che ripercorre le tappe di un’iniziazione femminile.
Nella prima stanza si legge in un unica riga di geroglifici la seguente iscrizione:
” Ti darò un posto all’ingresso di Igeret.
Possa tu apparire in cielo come mio padre Ra
Possiate occupare un posto sulla Terra Sacra
Possa tu essere felice nella Sede della Verità dopo che la Grande Enneade degli dei è giunta a te, oh Osiride, Grande Moglie Reale, Nefertari Mery-en-Mut, giustificata”.
Il sovrano inoltre è assente nelle scene raffigurate sulle pareti, e Nefertari è l’unico mortale rappresentato nel’ipogeo: ciò indica l’alto status attribuitole, che le permetteva di interagire direttamente con le divinità senza la mediazione del Faraone.
La mummia della grande sovrana ” Signora delle Due Terre” non è mai stata trovata (salvo due frammenti mummificati appartenuti quasi certamente ad essa ed oggi custoditi al Museo Egizio di Torino) ma il suo ricordo si è perpetuate nella storia e il fascino della sua bellezza emana ancora, vivo e presente, negli splendidi dipinti nella sua meravigliosa tomba.
Wadjet, chiamata anche Buto o Uto, rappresentava la fertilità del suolo ed era la dea cobra predinastica, divinità locale della città di Per-Uadjet; in seguito divenne la protettrice del Basso Egitto e del sovrano ed insieme alla dea tutelare dell’Alto Egitto, l’avvoltoio Nekhbet, simboleggiava le Due Terre riunite nel nome del re. Quando le due divinità si fusero, a Wadjet crebbero le ali e la sua corona rossa si convertì in quella doppia.
Si riteneva avesse piantato le prime piante di papiro, facendole prosperare nelle paludi del delta del Nilo, e tra i suoi titoli c’è Weret-Hekau, che significa “Grande della Magia” e veniva regolarmente invocata per proteggersi dai demoni e dalla sfortuna. In alcuni miti, ella era indicata come figlia di Atum e più tardi di Ra, e come moglie di Hapi, la divinità del Nilo e venne rappresentata in epoca predinastica come un cobra attorcigliato attorno ad uno stelo di papiro; in seguito come una donna con la testa di cobra o un cobra con la testa di donna, o ancora come una donna con la corona rossa.
Tomba di Nefertari – Valle delle Regine
Dalla tomba di Tutankhamon – Museo del Cairo
Con il tempo Wadjet perse importanza e divenne un accessorio di altre divinità con funzione protettiva: la sua rappresentazione più comune era quella di Occhio di Ra o Occhio di Horus (anch’esso chiamato Wadjet o Udjat, che vedremo in un successivo post), ma apparve anche attorno al disco solare di alcune divinità come Ra; sul diadema che cingeva la fronte del re assumeva la forma di un uraeus, ossia di un cobra eretto con il disco solare sulla testa, in grado di soffiare fuoco sui suoi nemici, tanto che era chiamata “signora della fiamma”.
Il suo oracolo, famoso in tutto il paese, si trovava nel tempio di Per-Ouadjet (Buto, nel nord del Delta) dedicato al suo culto ed oggi in completa rovina; ogni anno in quella città si teneva una festa in onore della divinità. Nell’epoca tarda (XXVI dinastia – 664-525) fu rappresentata in una serie di bronzi come una donna leontocefala con il disco solare e l’uraeus e fu identificata con la dea Bastet e più tardi ad Iside; nel medesimo periodo ella venne anche stranamente associata all’icneumone (mangusta egiziana), abile nell’uccidere i serpenti e sacro a Horus.
Tempio di Edfu – Wadjet e Nekhbet proteggono Tolomeo IX
Amuleto appartenente al corredo funerario di Tutankhamon – Museo del Cairo
Gli egizi collocavano nelle tombe statuette di Wadjet contenenti icneumoni e topiragno mummificati, che rappresentavano il giorno (icneumone) e la notte (toporagno). La dea aveva una personalità duplice: sotto forma di ureus era terribile, ma poteva anche essere benevola e protettrice delle partorienti, in quanto aveva aiutato Iside a crescere Horus, nascosto dalla madre nelle paludi dopo l’uccisione di Osiride ad opera di Seth per tenerlo al sicuro dal malvagio zio fino a quanto non sarebbe stato pronto per vendicare suo padre.
Uraeus – Nuovo regno/Terzo periodo intermedio – 18th-21st Din. 1550-945 a. C. – Bronzo con inserti in vetro – Walters Art Museum, Baltimora. Foto di Mary Harrsch
Come si è visto, l’ureo, dal greco οὐραῖος, era una decorazione a forma di cobra in origine posta ai lati del disco solare e poi sul copricapo dei sovrani e delle regine egizie; esso rappresentava il Basso Egitto e la dea Wadjet, ed insieme alla barba posticcia era uno dei segni esteriori della regalità; talvolta era affiancato dall’avvoltoio (la dea Nekhbet, simbolo dell’Alto Egitto), come nella maschera e nel diadema di Tutankhamon, ed in epoca tarda e tolemaica i sovrani utilizzarono anche corone con due o tre urei affiancati.
Esso rappresentava la forza e la potenza del faraone, incuteva sottomissione ai sudditi e richiamava l’arma letale del cobra dall’alito infuocato che inceneriva i nemici e che secondo le leggende sacre si trovava sulla fronte di Horus quando il dio andava sul campo di battaglia.
Secondo un mito Shu e Tefnut erano partiti per esplorare le acque primordiali del Nun; preoccupato, Atum Ra inviò Wadjet sotto forma di occhio a cercarli e quando essi fecero ritorno pianse di gioia e le sue lacrime si trasformarono nei primi esseri umani. Come ricompensa per i suoi servizi, Ra mise la dea-serpente sulla sua corona, in modo che potesse sempre proteggerlo e guidarlo.
Quello rappresentato nella fotografia qui sopra presenta due anellini posteriori perché potesse essere cucito sul nemes; esso e’ lungo 6,7 cm., è in oro massiccio, lapislazzuli e pietre dure (granato, corniola ed amazzonite) ed appartenne a Sesostri II, Faraone della XII dinastia che regnò dal 1897 al 1879 a.C. Fu rinvenuto da Flinders Petrie nel 1919 durante i suoi scavi intorno alla Piramide di Sesostri II a El-Lahun ed è ora conservato al Museo del Cairo.
A sinistra l’ureo sulla maschera di Tutankhamon, al centro decorazione a forma di ureo risalente all’epoca tarda ed a destra l’ureo sul diadema di Tutankhamon .
Nehebkau è un enorme serpente con braccia e gambe umane, talvolta rappresentato anche con le ali, che regge due recipienti o l’occhio di Horus, oppure con un corpo umano e testa di serpente, o ancora con due teste.
Il fatto di essere bicefalo implica una doppia personalità di Nehebkau: è buono e protettivo, ma sa anche essere davvero feroce, e solo Atum riesce a tenerlo a bada, premendogli un dito lungo la colonna vertebrale.
A sinistra: amuleto – epoca tarda – Museo di Chicago; a destra – amuleto in oro – epoca tarda – MET New York
Secondo un mito era il figlio della dea scorpione Serqet; un altro invece lo definisce figlio del dio della terra Geb e di Renenutet, la dea che dava il rn – il vero nome – ad ogni bambino quando nasceva.
Prima della creazione esso nuotava nelle acque del Nun con gli altri dei primordiali, vivendo nel caos, ed era considerato un’entità malvagia; in seguito venne associato all’Aldilà e considerato guardiano della Duat; egli faceva parte del gruppo di quarantadue personaggi che nella sala di Ma’at giudicavano i defunti dopo la morte e forniva loro il ka.
Rilievo del tempio di Kom Ombo
Inoltre era una divinità imprescindibile nei riti di incoronazione in quanto aveva il compito di annunciare agli dei l’ascesa al trono di un nuovo monarca.
Non aveva un proprio culto, ma veniva invocato con incantesimi magici per ottenere protezione e cura contro i morsi di serpente e di altri animali velenosi e per assistere il faraone ed i defunti giustificati nell’Aldilà, offrendo loro cibo ed una bevanda conosciuta come “Latte della Luce” contenuta nei due recipienti che talvolta tiene in mano.
Nella tarda mitologia heliopolitana veniva considerato uno degli accompagnatori del dio Ra nel suo viaggio notturno attraverso gli inferi.
La sua festa era ampiamente celebrata in tutto il Medio e il Nuovo Regno
In alto: papiro – Neues museum – Berlino – foto di Hans Ollermann; in basso : Libro dei morti di Henuttawi – XIX din. – British museum
La storia relativa ai “numeri” della Grande Piramide prende il via con l’astronomo Piazzi Smyth che raccolse le sue considerazioni nel lontano 1864 in un volume intitolato “Our inheritance in the Great Pyramid: Its secrets and Misteries Revelated”.
Vediamo allora, brevemente quali fossero questi numeri. L’assunto da cui parte è che la Piramide di Cheope fu progettata da Noè, costruita dagli “Hyksos” (che riteneva fossero il popolo ebraico) sotto la supervisione di Melchisedech e che gli architetti, di conseguenza, avrebbero solo potuto essere stati guidati dalla mano di Dio. A tal punto si spinge nella sua convinzione da concludere che il grandioso monumento fosse un vero e proprio deposito di profezie che potevano essere palesate da misurazioni dettagliate della struttura. Aggiungo, per completezza, che lo Smyth effettivamente intraprese una missione in Egitto per misurare e studiare il monumento.
Ritratto di Charles Piazzi Smith (Napoli, 1819 – Clova, Yorkshire 1900). Nell’edizione dell’Enciclopedia Italiana (1936) si legge: “Ebbe il nome di Piazzi dal celebre astronomo che gli fu padrino. Dedicatosi all’astronomia, fu assistente all’osservatorio del Capo di Buona Speranza, segnalato per gli studî sopra alcune notevoli apparizioni cometarie e per la partecipazione alla verifica e alla estensione dell’arco di meridiano già misurato dal Lacaille. Nel 1845 fu nominato astronomo reale per la Scozia e professore di astronomia pratica nell’università di Edimburgo. Fece lunghi viaggi a scopo scientifico e diede forte impulso all’esplorazione del cielo dalle alte vette. Dal 1864 in poi pubblicò diversi volumi sulle piramidi egiziane.
Dalle sue analisi si vede apparire un’unità di misura il “pollice piramidale”, immaginato come venticinquesima parte del“cubito sacro”(circa 0,6356 metri circa). Questo cubito in realtà non è mai esistito: il “cubito reale” egiziano(0,5235 – 0,5240 metri a seconda delle epoche)fu quello usato dagli egizi come unica unità di misura per i tre millenni della loro storia.
Ma allora perché nascono questo “cubito sacro” ed il “pollice piramidale”? Si voleva in realtà dimostrare che il diametro polare terrestre, scoperto dai “saggi” di un’età lontana misurasse esattamente 500 milioni di pollici piramidali (1). Ma la cosa non finiva lì: con il pollice piramidale e giocando con i numeri e tanta fantasia, lo Smith ed i suoi sostenitori, si sono spinti ben oltre; come, ad esempio, ritrovare nella geometria della Grande Piramide (sale, corridoi, ecc.) le grandi date della Storia dell’Umanità. Non contenti di sottoscrivere la data dell’Esodo di Israele, i nostri autori stabiliscono, con queste premesse e con stupefacente precisione, la data della nascita di Cristo: sabato 4 ottobre del 4 a.C. (manca l’ora, ahimè!) e della sua morte, avvenuta il venerdì del 7 aprile dell’anno 30 (ovviamente starà agli altri contestare questa inoppugnabile verità). Resta da capire come mai non si siano impegnati a tirare fuori una sia pur vaga data relativa a fatti che forse per l’Egitto avrebbero potuto avere maggior interesse, come ad esempio la rivoluzione amarniana o, che so, la battaglia di Kadesh. Poi però il fascino dei numeri prende la mano e ci si spinge anche nell’era moderna ed allora ci imbattiamo, tra le altre, nella data di inizio della Grande Guerra, 1914: ecco la prova “matematica” che ci viene offerta!
“Abbiamo detto che la lunghezza della Grande Galleria, misurata sul soffitto è di 153 piedi, ossia 1836 pollici e un terzo (ho verificato il calcolo, è preciso!). Ora, se si aggiunge questo valore (calcolando “ovviamente” un pollice per anno) alla data del 7 aprile 30, data della morte di Cristo e inizio dell’era cristiana, si ottiene 4 Agosto 1914”
Stupefacente! Ma non mi dilungo oltre e passiamo alle considerazioni astronomiche che ne sono scaturite. Un monumento così grandioso di certo non poteva che essere un “libro di pietra” contenente tutte le conoscenze. Ad esempio, Georges Barbarin scriveva nella prefazione al suo volume “Les secret de la Grande Pyramide” (Adyar, 1936):
“ Si è scoperto che essa conteneva, sotto forma di precise misure, la soluzione dei più grandi problemi astronomici, geometrici e geodesici di tutti i tempi”…e, più avanti, “Ci si è accorti che esisteva uno stretto legame tra le misure interne ed esterne dell’edificio e che il sistema di corridoi racchiudeva una cronologia dei dati più importanti della storia dell’umanità”…ed infine, “Si vedrà in questo libro che la Grande Piramide rappresenta non solo la scienza di una grande civiltà pre-biblica da tempo scomparsa, ma porta in sé il segno di un sapere sovrumano”.
E così, passando attraverso speculazioni di numerosi altri seguaci, possiamo provare a schematizzare alcuni dei risultati a cui i “loro studi” avrebbero condotto.
1- La conoscenza della rotondità della Terra e la determinazione della misura del meridiano terrestre.
2- L’orientamento del nord quasi perfetto e l’eccezionale posizione geografica della piramide
3- La lunghezza del diametro polare della terra4- La distanza della Terra dal Sole e la lunghezza percorsa dalla Terra nella sua orbita.
Frontespizio di un’edizione del 1874 del volume “Our inheritance in the Great Pyramid: Its secrets and Misteries Revelated”, pubblicato dallo Smith per la prima volta nel 1864
Le risposte della scienza ufficiale
La rotondità della Terra fu conosciuta in Egitto solo qualche secolo prima della nostra era. Gli antichi egiziani (riassumendo molto) vedevano la Terra come un disco circondato da montagne e oceani con il Cielo sopra e la Duat sotto. Fu Eratostene a calcolare approssimativamente (39.000 km. circa), nel terzo secolo a.C., la circonferenza della Terra studiando l’arco di meridiano che va da Siene (attuale Aswan) ad Alessandria.
L’orientamento da nord a sud della Grande Piramide è infatti quasi esatto con un’approssimazione di 3’ e 6”, il che è assolutamente rimarchevole e denota conoscenze profonde nello studio delle stelle e nell’osservazione del cielo. Detto ciò non ne consegue affatto, come sostenne l’egittologo francese Jean Philippe Lauer (Parigi 7 maggio 1902 – 15 maggio 2001) che l’edificio sia stato destinato ad osservazioni astronomiche.
Poiché il “pollice piramidale” è stato inventato come cinquecentomilionesima parte del diametro polare della Terra, questo (oh, miracolo!) misura esattamente 500 milioni di “pollici piramidali”. Et voilà! Come volevasi dimostrare!!!!!
Queste asserzioni basate su calcoli astrusi, non hanno alcun valore e gli egizi ne erano completamente all’oscuro. Si pensi soltanto che si dovettero attendere tecniche moderne come il radar per conoscere esattamente la distanza (variabile, tra l’altro) del sole dalla Terra. Inoltre, il valore relativo a π (pi greco), tanto ricorrente nei calcoli occorrenti per arrivare alle conclusioni di cui sopra, non erano noto all’epoca. Si utilizzavano frazioni come 22/7 o (4/3) elevato al cubo, che lo approssimava abbastanza e che permetteva loro di determinare con sufficiente precisione area e circonferenza. 22/7 = 3,1428…, contro π = 3,1416…Fonte: Jean-Marc Brissaud, L’Egitto dei Faraoni. Collana Le grandi Civiltà.
C’è da dire, per amor di verità che, a fronte di falliti tentativi di “previsione” e della ormai palese inconsistenza della loro pseudo-scienza, i piramidologi sono pian piano spariti dall’orizzonte. In particolare, dopo aver “scoperto” nella Grande Piramide, la data di inizio della Prima Guerra Mondiale, molto imprudentemente, si era anche affermato che tutto indicava che ne sarebbe seguito un lunghissimo periodo di pace e serenità. Beh, come tutti ben sappiamo le cose non sono andate esattamente così!
Concludo con un’altra piccola “perla” che tanto mi aveva attratto nel mio primo approccio al mondo egizio. Sempre su una delle riviste a cui facevo cenno nell’introduzione, rimasi colpito da un modellino in scala della Grande Piramide da ricostruire su cartoncino ed orientare perfettamente con l’aiuto di una bussola. Avrebbe dovuto esattamente restituire i sedicenti sbalorditivi poteri del monumento originale. L’idea era quella di un certo Karel Drbal, un radiotecnico ceco che, sul finire della prima metà del secolo scorso, pare avesse brevettato un modello della piramide di Cheope che, a suo dire, aveva la capacità di restituire il filo alle lame dei rasoi, di mummificare perfettamente resti animali o vegetali, ecc. Bene, preso dall’entusiasmo, realizzai il modellino; collocai al di sotto la mia lametta usurata e la lascia lì per qualche tempo. Inutile dire che la recuperai nelle stesse inservibili condizioni. Forse la bussola che avevo utilizzato non mi aveva permesso di orientarla bene, ohibò!
Nell’immagine in alto: una fantastica rappresentazione della Grande Piramide che sarebbe tanto piaciuta ai teorizzatori dei suoi mirabolanti poteri.
Nell’immagine in basso a sinistra: un altro tema caro alla pseudo-scienza. La piramide immaginata come un enorme accumulatore di energia.
Nell’immagine in basso a destra: la bella copertina del libro “L’Egitto dei Faraoni” di Jean-Marc Brissaud, che, tanto tempo fa, ha segnato la svolta decisiva nel mio approccio a questa sfolgorante civiltà. Un clamoroso passaggio dal fascino della fantasia a quello altrettanto entusiasmante e appagante delle evidenze storiche.
(1) Lavorando sulle teorie di Taylor, Smith affermò che il pollice piramidale fosse un’unità di misura fornita da Dio a Sem. Aveva notato che con qualche aggiustamento, si poteva rendere il cubito sacro pari a 25 volte la lunghezza di 1”. In pratica: cubito reale egizio = cm. 52,35; cubito sacro = cm. 63,56 che, diviso venticinque fa cm. 2, 5424 è quasi esattamente il valore di un pollice inglese, vale a dire cm. 2,54. Nasce così il fantomatico Cubito Sacro, unità di misura “divina”! Fervente sostenitore dell’anglo-israelismo, una teoria basata sull’ipotesi che gli anglosassoni fossero discendenti diretti delle dieci tribù disperse di Israele, utilizzò le sue conclusioni per scagliarsi contro l’introduzione del sistema metrico in Gran Bretagna, che considerava un prodotto della mentalità atea e illuminista di derivazione francese.