Le Stele di Horus sui coccodrilli sono amuleti diffusisi in epoca tolemaica e servivano come protezione dagli animali pericolosi e dagli influssi maligni che rappresentavano.
Esse sono ricoperte di testi magici e rappresentano Horus bambino (noto come Harpocrate[1]) in piedi sopra due coccodrilli posti uno di fronte all’altro e stringe tra le mani animali pericolosi (serpenti, scorpioni, fiere) a significare il suo trionfo sulle forze malefiche; spesso sopra di lui vi è l’immagine del dio Bes, protettore degli infanti e delle nascite.
Le virtù taumaturgiche dell’oggetto erano attivate mediante la magia e la persona colpita da morso di scorpione o di serpente, per guarire, avrebbe dovuto bere l’acqua versata su questa stele e raccolta.
Il mito racconta che lo stesso Horus, da bambino, venne morso da un animale velenoso e nessuno era in grado di guarirlo; sua madre Iside, disperata, fece crescere una pianta che oscurò il sole, minacciando di lasciare il mondo nelle tenebre fino a quando il figlio non fosse guarito; Atum il creatore in persona allora intervenne, togliendo efficacia al veleno e salvando il giovane dio.
[1]: Harpocrate – corruzione greca di Her-pa-khered, Horo bambino – diviene così la divinità protettrice di coloro che vengono minacciati dagli stessi animali che mettono in pericolo la sua giovane vita, nella speranza che le formule magiche utilizzate da Iside sortiscano l’effetto benefico (nota di Nico Pollone).
Sacrifici umani… chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, c’è una qual forma di ritrosia a usare questi termini, quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”.
Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi?
Amèlineau e Petrie
Nelle fredde notti del deserto[1], lì ad Abydos, quelle resine bruciavano davvero benissimo, e per giorni interi[2]. Emile Amèlineau (1850-1915) si riscaldava a quel tepore, incurante che si trattasse di… unguenti che avevano migliaia di anni. Ogni tanto aggiungeva al fuoco qualche pezzo di vecchio legno ricavato da sarcofagi o, magari per cuocere una bistecca, qualche chilo dei duecento di “carbone” che aveva ritrovato in una delle tombe di Umm el-Qa’ab[3]. Aveva scavato lì per cinque anni, e se qualcosa si era salvato dai predoni antichi, ci aveva pensato lui a completare l’opera distruggendo vasi di terracotta integri, per evitare che altri se ne impossessassero, o letteralmente riducendo in briciole vasi in pietra[4] già danneggiati, per lo stesso motivo.
Monsieur Emile Amèlineau
Erano ancora i tempi in cui “scavi archeologici”, e in Egitto per di più, era sinonimo di caccia al tesoro e al diavolo la ricerca scientifica. Il primo che arrivava aveva diritto di “vita e di morte” impossessandosi di tutto, e se non poteva portarsi via tutto, tanto valeva distruggerlo. Una tomba chiusa? E che problema c’era, nulla resisteva alla dinamite e poi tutti quegli inutili corpi neri e resinosi bruciavano così bene… per comprendere quanto fosse normale tale comportamento, e che quello era il metodo riconosciuto di ricerca e scavo, si consideri che, nonostante gli scempi compiuti, nel 1895 Amèlineau divenne membro dell’Accademia delle Scienze di Torino.
Il complesso funerario di Abydos, da “The royal tombs of the first dynasty (Part I)” di Fliders Petrie
Ma continuare in queste veritiere descrizioni (che venivano addirittura riportate dal diretto interessato con un certo compiacimento) è una sofferenza e perciò faccio un breve passo avanti e giungo al 1897 quando, terminata la concessione di Amèlineau (per fortuna), nell’area di Abydos giunse Sir Flinders Petrie che letteralmente inorridì dinanzi allo scempio causato dal suo “egittologo” predecessore[5], lasciandone esplicita traccia in “The Royal Tombs of the First Dynasty”[6]. Con pazienza e dedizione stavolta scientifica, Petrie cercò di mettere un po’ d’ordine nel caos lasciato da Amèlineau, che aveva peraltro dichiarato non esistere più nulla nella necropoli che valesse la pena cercare, e cominciò a setacciare le macerie lasciate dal predecessore rinvenendo tali e tanti reperti da poter individuare una cronologia quasi completa della 1ª Dinastia[7].
Flinders Petrie, uno dei padri dell’archeologia moderna
Saqqara, e i primi dubbi
Ma, dopo questo excursus nell’egittologia dei primordi e nell’area di Abydos, che avrà comunque un suo posto nella trattazione che segue, torniamo all’argomento principale di questo articolo e andiamo ancora un po’ più avanti sulla linea del tempo.
Nel 1935, nell’area di Saqqara, Walter Bryan Emery (1902-1971) scopre la tomba della madre del re Den[8], V della 1ª dinastia, la regina Mer(it)neith[9]. Come tutti i complessi funerari di questo periodo, anche quello di Den è costituito dalla sepoltura vera e propria e da un recinto all’interno del quale Emery rinviene altre tombe più piccole, in mattoni crudi, appartenenti verosimilmente a Funzionari della corte; ma è nella tomba principale che, per la prima volta, vengono attestati sacrifici umani.
La tomba di Den a Umm el-Qa’ab circondata da 136 tombe sussidiarie
Molti cadaveri, 230 per esattezza, su cui non viene riscontrata alcuna traccia di violenza apparente, vengono infatti rinvenuti, nella sepoltura. Sono disposti ordinatamente e la mancanza di lesioni, l’ordine nella deposizione, fa supporre che siano stati sepolti tutti contemporaneamente ed essere stati uccisi in un luogo diverso, forse con un veleno.
Le tombe sussidiarie della sepoltura di Den
Analoghi sacrifici umani si rilevano nello stesso periodo storico, del resto, nelle tombe reali mesopotamiche del cimitero di Uruk[10] scavate da Leonard Woolley (1880-1960). In questo caso, però, i corpi, centinaia, si trovano là ove sono caduti ricostruendo quasi lo sviluppo del corteo funebre o le ultime posizioni di una sorta di festa funebre; i musicisti ancora stringono i propri strumenti, le guardie impugnano le loro armi… come se avessero continuato a svolgere le proprie attività mentre attendevano la morte. Se la distribuzione dei corpi mesopotamici fa propendere, per un proditorio atto sacrificale a carico dei defunti, pare di poter dire il contrario per le sepolture egizie.
Analogo massacro viene riscontrato in altre tombe della stessa area: nel complesso funerario del re Djer[11], oltre 300 furono i corpi rinvenuti nella tomba principale e ben 200 quelli sepolti in tombe all’interno del recinto funerario.
L’area sepolcrale del faraone Djer
Nel caso di Djet[12], i corpi rinvenuti nella sepoltura di Umm el-Qa’ab furono oltre 150 mentre 60 quelli rinvenuti nel cenotafio a lui intestato, sia pure non con certezza assoluta, a Saqqara.
SACRIFICI UMANI
Come si è visto siamo entrati ormai pienamente nell’argomento sacrifici umani, ma si rende necessaria una prima considerazione, peraltro già anticipata nell’introduzione, di carattere quasi…romantico: chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, esiste una qual forma di ritrosia a parlare di sacrifici umani quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto da quella Civiltà rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”. È altrettanto ovvio, però, che il metro da noi usato è quello di una presunta “civiltà” che ci vuole esenti da violenze gratuite come, appunto, riteniamo i sacrifici di altri esseri umani… poco importa se poi assistiamo a violenze ancor più gratuite che hanno la sola differenza di non essere istituzionalizzate (fatta salva la pena di morte ancora esistente in molti Paesi) e non hanno neanche la giustificazione, o l’alibi, di un atto religiosamente, e talvolta politicamente e sociologicamente, molto rilevante.
Agli inizi del 2006 l’egittologo canadese Donald Redford (n. 1934), della “Pennsylvania State University”, diede, durante una conferenza, la notizia del ritrovamento di quasi 40 corpi misteriosamente sepolti, alla rinfusa, in strati sottostanti gli scavi di un tempio risalente al regno di Ramses II, nell’area ove sorgeva l’antica città di Mendes[13].
Dall’evidenza archeologica, anche in questo caso, non era stato possibile risalire alle cause di morte, ma la collocazione stratigrafica faceva risalire la sepoltura alla tarda età dell’Antico Regno, cioè coeva dei ritrovamenti che abbiamo sopra visto.
Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi? Ebbene si!
Sia pure anticamente, in epoca predinastica (~4500-3000 a.C.), è attestata, come abbiamo visto, anche nella 1ª Dinastia. Uno dei primi esempi noti, forse il più antico, è stato rinvenuto nell’antica Behedet[14] dove, in un complesso funerario del periodo Naqada 2[15] (o Gerzeano dal 3600 al 3200 a.C.), vennero rinvenuti quattro corpi (non mummificati giacché tale usanza verrà adottata successivamente)disposti in posizione fetale e privi di corredo funebre a volerne sottolineare l’umile origine. Che si tratti di un sacrificio umano è certo ed il fatto stesso che si tratti verosimilmente di servi, sta ad indicare che loro compito, nell’aldilà, sarebbe stato l’accudire il personaggio di più alto lignaggio con cui erano stati sepolti e che, per quanto dato di sapere, non era un re.
Un altro complesso sepolcrale, nei pressi di Abydos, conferma tale ipotesi ed è ancor più evidente che la morte sia stata causata contemporaneamente, e in maniera violenta. Nel 2002, infatti, nel corso di rilievi per il reperimento del recinto del complesso funerario di Horus-Aha[16] vennero rinvenute, tra le altre, 6 tombe dotate, questa volta, di corredo funebre. Di queste: tre ospitavano donne; una un uomo; e la quinta un bambino/a che indossava ben 25 braccialetti e collane di lapislazzuli. Dell’ultima tomba non ho trovato traccia ed è probabile che non sia ancora stata scavata, ma già le altre sono la prova che sacrifici umani furono compiuti in concomitanza con la morte di Aha.
Un frammento dell’epoca di Horus-Aha contiene la più antica testimonianza di sacrificio umano nell’antico Egitto. Fonte: Wilkinson, Egitto protodinastico
Le sei tombe sono risultate, infatti, tutte chiuse da un soffitto di legno, su cui poggiano mattoni di fango; su questi, ancora, venne steso uno strato di gesso che non recava tracce di giunture ad indicare, perciò, che esso venne realizzato in un’unica soluzione e non per aggiunte successive (come sarebbe successo se i decessi fossero avvenuti in tempi storici differenti).
Per inciso, e come sopra accennato, anche più in prossimità della sepoltura di Aha esistevano sepolture minori scoperte nei primi del ‘900 da Sir Flinders Petrie, che le chiamò “Grande Cimitero dei Domestici”. Erano 35 e presentavano caratteristiche identiche ma, all’epoca, pur ritenendo possibile il ricorso a sacrifici umani, il Petrie si limitò semplicemente ad accennare a tale teoria, forse proprio per quella ritrosia “romantica” cui si è più sopra fatto cenno.
Nel 1967, ancora ad Abydos, David O’Connor (n. 1938, egittologo australiano), quasi proseguendo gli scavi nelle stesse aree di Petrie, rinvenne 14 navi alcune lunghe anche 27 m, perfettamente atte a navigare e quindi non simulacri[17]. Ciò fece supporre che fosse prassi, per l’epoca, seppellire i re con un effettivo corredo di manufatti e suppellettili effettivamente utilizzati in vita; ciò accentuò l’idea dei sacrifici umani così come gli scheletri di alcuni giovani leoni. Come aveva regnato sulla terra, il re doveva perciò proseguire a regnare nell’aldilà e, per far questo, doveva averne gli strumenti che comprendevano, ovviamente, navi per risalire il Nilo celeste (14), funzionari per governare (35), regine (3) per il proprio piacere e figli/e (1).
E siamo così giunti a ipotizzare la risposta alla domanda: come vennero uccise tutte queste persone?
Sulle prime si ritenne che potessero essere state avvelenate, ma un esame anatomo-patologico sui teschi ha consentito di individuare quella che, verosimilmente, fu la reale causa di morte: in caso di strangolamento, infatti, l’aumento della pressione sanguigna può causare la rottura di cellule ematiche all’interno dei denti e tracce di tal genere sarebbero state rinvenute sui denti delle vittime.
Il successore di Aha, Djer, si circonderà di ben 369 tombe secondarie (300 nel recinto funerario e 69 nelle immediate vicinanze), praticamente l’intera corte, ma già con Kaa (ultimo re della I Dinastia del quale, tuttavia, è stata trovata la tomba, ma non ancora il recinto funerario) il numero dei sepolcri secondari scende a meno di 30.
Tombe nell’area sepolcrale del faraone Djer (a destra il suo serekh)
Una domanda però, che avevamo già ventilato più sopra, sorge ancora spontanea: le “vittime” erano consenzienti?
Verosimilmente si! Il re defunto era, potremmo dire, il prototipo di quel che, nel Medio Regno, sarà poi il culto di Osiride, Dio dei morti. Era perciò proprio al re che spettava il potere di restituire la vita ai suoi sudditi più fedeli che lo avevano accompagnato nel suo viaggio nell’aldilà.
Un frammento del regno di Horus Djer mostra l’uccisione di un essere umano in un contesto apparentemente rituale (riga in alto, a destra). Fonte: Wilkinson, Egitto protodinastico
Tanto importante ed imponente doveva essere la sepoltura di Djer, con i suoi 369 funzionari e servitori, che quando nel Medio Regno si affermò il culto di Osiride, mitico primo Re del paese e poi Dio dei Morti, i Sacerdoti cercarono nell’antica necropoli di Abydos la sua tomba e la identificarono proprio in quella di Djer che divenne, così, meta di pellegrinaggio annuale. La stessa disposizione dei corpi, infine, lascia intendere una sorta di consapevolezza del tragico (ai nostri occhi) atto finale; una compostezza, ad esempio, che non si trova negli identici sacrifici umani compiuti (2500 a.C. circa) in Mesopotamia, sempre per accompagnare re e regine nel loro viaggio ultraterreno, in cui la posizione e gli atteggiamenti dei corpi lascia comunque intendere una sorta di estrema difesa.
La pratica dei sacrifici umani, tuttavia, sembra non protrarsi a lungo nell’Antico Egitto.
Con la 2ª Dinastia la necropoli reale si sposterà di quasi 400 Km, a Saqqara, e qui sembra cessare l’usanza dei sacrifici umani quasi certamente non per motivi etici, che anzi doveva essere considerato un onore seguire il Re-Dio nel suo viaggio ultraterreno, ma più probabilmente per motivi pratici e politici: gran parte di coloro che venivano “sacrificati”, o meglio coloro che accettavano di essere sacrificati, erano alti Funzionari di Governo ed è ipotizzabile che, data anche la grande capacità di qualcuno di questi, il successore abbia cominciato a comprendere che, ucciderli, sarebbe stato un inutile “spreco” di conoscenze ed esperienze. S’inizierà, perciò, verosimilmente ad “uccidere” nominalmente l’individuo, ovvero ad imporgli un nuovo nome alla morte del Re, e si proseguirà con quella che diventerà la caratteristica delle tombe egizie a noi note: la presenza degli ushabti, ovvero centinaia e centinaia di statuette rappresentanti servitori e funzionari del Re. Con la 3ª Dinastia sempre nella necropoli di Saqqara, non si avranno più evidenze di sepolture sacrificali e nascerà il complesso funerario destinato a diventare il simbolo stesso dell’Egitto: la Piramide.
NOTE:
[1] Lo sbalzo termico nel deserto, tra giorno e notte, può arrivare anche a 40/45 gradi e non è inusuale che, di notte, si giunga a temperature al disotto dello “0”. In alcuni luoghi, in cui di giorno si raggiungono temperature anche di 50/60 gradi, l’escursione termica è davvero straordinaria.
[2] Emile Amèlineau, “Les Nouvelles fuilles d’Abydos – Seconde Campagne 1896-1897 – description des monuments et objet decouverts”, Ernest Leroux editeurs, Parigi, 1897, p. 18: «…le materie grasse bruciano per giorni interi, come ho potuto osservare…»
[4] Amèlineau, citata, p. 33: «…quelli che erano in pezzi e che ho ridotto in briciole…»
[5] Per avere un’idea del “potere” esercitato all’epoca da Amèlineau, si consideri che lo stesso non venne informato delle ricerche e degli scavi in corso a cura di Pertrie, se non a campagna terminata, per evitare che potesse porre in essere azioni di disturbo, o peggio, nei confronti dell’egittologo.
[6] Sir Flinders Petrie, “The Royal Tombs of the First Dynasty”, 1901: «…Ottenne la concessione per lavorarvi cinque anni; non furono realizzate piante del sito (poche ed errate furono fatte in seguito), non sono state registrate le ubicazioni originali in cui gli oggetti sono stati rinvenuti, nessuna pubblicazione utile. Si vantava di aver ridotto in frantumi i pezzi dei vasi di pietra che non si preoccupò di spostare e bruciò i manufatti in legno della I dinastia nella sua cucina…»; «Le tavolette di ebano di Narmer e Mena — i più inestimabili monumenti storici — furono rotte nel 1896 e buttate nella spazzatura, da dove furono poi recuperate e riparate come possibile».
[7] Si consideri che Petrie, solo rovistando tra le macerie della tomba di re Den, rinvenne 18 tavolette in avorio che descrivevano eventi chiave del suo regno.
[8] Nome di Horus: Den (Colui che colpisce); titolo Nebty: Khasty (Colui che viene dal deserto); Horus d’oro: Iaret nub; Nesut-Bity: Semti. V re della I Dinastia, data di incoronazione ipotetica 3050 a.C., morte 2995 a.C. (da Franco Commino: “Dizionario delle Dinastie Faraoniche”, Bompiani 2003, pag. 467). Come solito per i re delle prime dinastie, due sono le sepolture riconducibili a re Den: una a Umm el-Qa’ab, nei pressi di Abydos (tomba “T”), che molto probabilmente accolse i resti del re, e un cenotafio a Saqqara (ove sono stati rinvenuti molti reperti riferiti a Den in tombe di funzionari) (Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 3/2, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1981),
[9] Mer(it)Neith, verosimilmente regina consorte del re Djet (IV della 1ª Dinastia). I nomi composti con il teoforo “Neith” potevano essere indistintamente maschili o femminili: Mer-Neith se maschio, Merit-Neith, se femmina (Amato/a da Neith). Un sigillo cilindrico rinvenuto nella tomba riporta il nome accompagnato dal titolo regale Nebty; ciò ha fatto supporre si trattasse del diretto predecessore di Den, ma l’assenza, nel sigillo, del Nome di Horus, proprio dei re delle prime dinastie, ha fatto propendere per l’identificazione femminile e per una reggenza (il che potrebbe giustificare il titolo Nebty) in nome del figlio Den.
[10] Antica città, sumera prima e babilonese poi, sita nella Mesopotamia meridionale, a 20 km circa dall’Eufrate e a 230 dall’odierna Bagdad. Nata nel IV secolo a.C., viene ricordata e classificata come la “prima città della storia”, ovvero avente diritto al titolo di “città” poiché ne presentava i caratteri fondamentali “stratificazione sociale” e “specializzazione del lavoro”.
[11] Nome di Horus: Djer (il Soccorritore); titolo Nebty: Itit; titolo Nesu-Bity: Iti. Secondo re della 1ª Dinastia, Djer fu il diretto successore di Aha e regnò tra il 3100 e il 3055 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).
[12] Nome di Horus: Djet (il Serpente); titolo Nebty: Iterty; titolo Nesu-Bity: Itiw. Successore di Djer, padre di Den, regnò tra il 3055 e il 3050 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).
[13] L’antica Djedet, capitale del XVI nomo del Basso Egitto, sul ramo Mendesiano del Delta nilotico.
[14] Oggi Edfu, era nota anche con il nome di Djeb, fu la capitale del II nomo dell’Alto Egitto e, in età greco-romana, venne ribattezzata Apollinopolis Magna. Edfu è oggi famosa poiché sede di uno dei templi egizi meglio conservati, quello dedicato a Horus, risalente all’Antico Regno, poi riedificato nel Nuovo Regno e ancora ricostruito, in epoca greco-romana, tra il 237 e il 57 a.C.
[15] Nel 1894, Sir Matthew William Flinders Petrie (1853-1942) esegue scavi a Naqada e Koptos. Dalle risultanze archeologiche delle necropoli ivi esistenti (contrassegnate dalle sigle “N” -cioè New Race”-, “T” e “B”), e dall’esame di oltre 700 tipi di ceramica differenti, Petrie farà scaturire una “Sequence Date” (SD) in cui incasella le tipologie di ceramiche analizzate: SD 30-39 detto Naqada 1, o Amratiano; SD 40-62 detto Naqada 2, o Gerzeano; SD 63-76 detto (sia pur raramente) Samainiano; SD 77-88 inizio dinastico, oggi meglio conosciuto come Dinastia “0” risalente al ~3050 a.C.
[16] Nome di Horus: Aha (il Combattente); titolo Nebty: Tety, secondo re della 1ª dinastia dopo Menes, o forse identificabile con lo stesso Menes/Narmer, fu incoronato intorno al 3150 a.C. e morì intorno al 3100 a.C.
[17] Si tratta di navi costruite con tavole di legno e non ricavate da tronchi scavati o realizzate con canne o giunchi. Archeo-storicamente, sono le navi più antiche che si conoscano.
Meritamon era figlia di Ramses II e di Nefertari e nacque probabilmente quando il faraone Sethi I era ancora in vita.
Fu definita:
Principessa ereditaria
Sovrana dell’harem di Amon Ra
Sovrana dell’Alto e Basso Egitto
Sorella del re
Moglie preferita del re
Figlia del re
Grande Sposa Reale
Signora delle Due Terre
Sacerdotessa di Hator
Colei che riempie il piazzale con l’odore del suo profumo
Lei che sta vicino al suo Signore come Sothis é vicino ad Orione
Danzatrice rituale di Horus
Padrona del sistro
Suonatrice del menat di Hathor
L’amata del suo Signore
L’amata del Signore delle Due Terre
Colei la cui fronte è perfetta e indossa l’ureo.
Le sue tracce più significative si trovano nell’alto Egitto, a Tebe ed ancor di più ad Akhmim dove ricoprì il ruolo importante nel clero di Min anche prima di diventare Grande Sposa Reale, in quanto fin da piccola venne educata ai suoi futuri compiti religiosi; nel tempio di Luxor è menzionata come Cantatrice di Hathor.Dopo la morte della madre, intorno all’anno 26 del regno di Ramses II, Meritamon divenne Grande Sposa Reale con la sua sorellastra Bintanath I, la figlia maggiore della regina Isisnofret.
Bintanath
Alcuni studiosi ritengono che abbia avuto una figlia da Ramses II, chiamata Henoutmira, che intorno all’ anno 34 o 38 del regno, a circa sedici anni di età, divenne a sua volta moglie reale del padre.
Dopo la terza decade del regno di Ramses II si perdono le tracce di Meritamon, in quanto non si sono più rinvenute sue raffigurazioni e in un colosso del sovrano, trovato ad Hermopolis e risalente all anno 53 accanto a lui compaiono solo due Grandi Spose Reali: Bintanath I e Henoutmira ; peraltro non si sa molto neppure della data della sua morte.
Meritamon venne sepolta nella tomba QV68, costituita da un corto corridoio, un vestibolo ed una stanza principale che contiene diverse scene in cui compaiono molte divinità ; nella prima stanza si innestano due piccoli annessi e una cripta, mentre la seconda ha una nicchia nella parete di fondo.
Sul suo sarcofago di granito rosso, oggi conservato a Berlino vi è questa iscrizione:” L’Osiride, Figlia del Re, Grande Sposa Reale, Signora delle Due Terre, Meritaton”.
Il 4 aprile 2021 la sua mummia è stata traslata dal vecchio Museo Egizio al nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana.
Ella è rappresentata in diverse statue: la più nota è quella in calcare chiamata ” La regina Bianca”, trovata nel 2896 nel Ramesseum da William Flunders Petrie ed è identificata solo nel 1981, quando venne rinvenuta ad Akhmim una statua recante il suo nome ed estremamente somigliante.
Statua di Meritamon a Akmim
La sovrana compare anche sulle pareti del Tempio Grande di Abu Simbel insieme alla principessa Nefertari e la regina madre Mutemuia, inoltre le grandi statue di Nefertari che decorano la facciata del Piccolo Tempio di Abu Simbel sono affiancate da piccole statue della principessa Meritamon e di sua sorella Henouttawi.
Sempre ad Abu Simbel è stata rinvenuta una stele del Vicere” di Nubia Heqanakht, che nel registro superiore la mostra insieme a Ramses II, mentre a Luxor è rappresentata accanto al padre, in due colossi che lo rappresentano. Analoga raffigurazione si ha in una statua rinvenuta a Pi-Ramses ed in un’altra trovata ad Akhmim, nella quale è raffigurata insieme alla sorella Bintanath accanto alle gambe del padre.
Un’altra colossale statua di Meritamon in granito è stata recentemente rinvenuta nel santuario di Bastet a Bubastis.
La misteriosa Regina Bianca
Per molti anni questa regina è rimasta misteriosa, poiché la statua era senza nome; così il suo tempio dove fu trovata, presso il Ramesseum, venne detto della “Regina Bianca”.
William Flindes Petrie, durante gli scavi del 1895-1896, scoprì questa bellissima statua, nella periferia nord del Ramesseum. Tuttavia di recente ad Akhmim una statua gemella, ma con il nome intero ha svelato il mistero: si tratta della principessa Meritamon.
La statua è alta 76 cm. e larga 44 cm. è realizzata in pietra calcarea bianca brillante, impreziosita con colorature.
Il bellissimo volto è sormontato da una folta parrucca tenuta ferma da un diadema con un modio circondato da cobra in posizione eretta.
È adornata da grandi orecchini, un braccialetto e una collana formata da diverse file di perline il cui menat è tenuto dalla mano sinistra.
Il giorno successivo all’incursione notturna della “Banda dei Quattro”, fervono i preparativi. Al mattino del 27 novembre Pecky Callender prepara l’allacciamento ed installa l’illuminazione elettrica. Non osano riempire il foro nella parete, Carter avrà l’idea di sottolinearlo invece come prova della violazione della tomba e favorire la spartizione dei reperti.
In realtà, la comunicazione inviata al Capo Ispettore sul contenuto del sito è stata mandata scientemente molto tardi il giorno prima; l’ineffabile Engelbach non vuole o non può muoversi in tempo e manda un Ispettore locale, Ibrahim Effendi, che viene abilmente circuito e non si accorge di nulla. L’ispezione evidenzia lo stato dell’Anticamera e dell’Annesso, e viene mostrato a Ibrahim Effendi che c’è casualmente un foro nella parete tra le due statue del Faraone “abbastanza grande da permettere il passaggio di un uomo”. Nel diario degli scavi Carter scrive:
“Evidentemente la tomba al di là (del muro) era stata violata – dai ladri! Chissà? Ma c’erano prove sufficienti a dire che qualcuno era entrato”.
Chissà chi era stato, effettivamente…
Viene organizzata un’apertura “ufficiale” della tomba per il 29 novembre, con tutte le autorità presenti. C’è anche la moglie dell’Alto Commissario Britannico per l’Egitto, Lady Allenby, e, bontà sua, anche Engelbach. Lacau arriva invece il 30 e si mostra entusiasta della tomba.
Iniziano i preparativi: serve un cancello in ferro per proteggere i tesori, procurarsi il materiale per proteggere e restaurare i reperti estratti, bende, cotone, materiale fotografico ed un’automobile. Carter si procura il tutto al Cairo e ne attende la consegna, mentre Lord Carnarvon ed Evelyn ripartono per l’Inghilterra per passare le festività di Natale in Patria.
L’auto utilizzata da Carter e Carnarvon per i loro spostamenti ed un insolito garage per parcheggiarla…
Nel frattempo Carter pensa febbrilmente. Non ha a disposizione personale qualificato per affrontare ciò che hanno visto nella tomba. Fa un elenco mentale: 1) Fotografare; 2) Descrivere; 3) Proteggere; 4) Restaurare; 5) Tradurre; 6) Trasportare. Sa di essere qualificato per descrivere ed in parte per proteggere, ma per il resto?
Carter fa una scelta estremamente intelligente: non vuole fare tutto da solo. Telegrafa allora ad Albert Lythgoe, il referente del Met Museum per gli scavi a Deir El Bahari che aveva ereditato lo staff di Davis: “Scoperta colossale, necessito ogni assistenza” e gli chiede “in prestito” Harry Burton per le fotografie. Lythgoe replica immediatamente l’8 Dicembre: “Solo troppo felice di aiutare in ogni modo possibile. La prego di chiamare Burton e qualsiasi altro membro del nostro staff”. La disponibilità di Lythgoe sembrerebbe un esempio di collaborazione scientifica disinteressata; in realtà grazie a Carter (che intasca la sua commissione) il Met ha già acquisito i 225 pezzi del “Tesoro delle 3 Principesse” e “punta” ad acquistare parte della spartizione che Carnarvon si aspetta da Lacau.
L’allampanato Henry Burton con i suoi preziosissimi “ferri del mestiere”. Burton utilizzava mezzi all’avanguardia per l’epoca, soprattutto una fotocamera Sinclair “Una” a banco ottico. Nelle fotocamere a banco ottico, due standarte (anteriore e posteriore) sono collegate da un soffietto che permette di correggere le distorsioni prospettiche (come gli obiettivi “Tilt&Shift” Canon moderni), una caratteristica importantissima nella fotografia architettonica. La standarta anteriore ospita l’obiettivo mentre quella posteriore mostra l’immagine capovolta su una lastra di vetro, davanti alla quale veniva poi inserita una seconda lastra di vetro ricoperta dal materiale fotosensibile
A sinistra: la Sinclair “Una” usata da Burton. A dir la verità ne possedeva una anche Lord Carnarvon, che però usava con risultati disastrosi, pare. Montava di solito un obiettivo Carl Zeiss da 13.5 mm f:4.5 e poteva accogliere lastre da 13×18 cm o le cosiddette “imperiali” da 4.5×6.5 pollici. La resa di negativi così grandi fu eccezionale nelle mani di Burton. A destra: una curiosità: questa è invece la Kodak Graflex appartenuta ad Howard Carter, dalla collezione Kodak al National Media Museum di Bradford. Usava lastre da 5×4 pollici ed aveva un signor otturatore già in grado di arrivare ad 1/1000”
Insieme a Burton, dalla spedizione del Met si unisce a Carter anche Arthur Mace, un archeologo che aveva lavorato con Petrie e che sarà il fido aiuto di Carter. La collaborazione di Lythgoe sarà anche politico/diplomatica, ma lo vedremo più avanti.
Alan Gardiner, amico personale di Lord Carnarvon, si occuperà saltuariamente delle traduzioni. È stato chiamato di corsa da Carnarvon dopo aver scambiato rotoli di tessuto nelle casse dell’Anticamera per papiri; in realtà in tutta la tomba non se ne troverà neanche uno, e l’attività di Gardiner sarà abbastanza limitata, ma l’accenno ai papiri nelle prime note scatenerà la solita ridda di ipotesi complottesche su presunte sparizioni e furti.
Dal Dipartimento delle Antichità arriva invece Alfred Lucas, un chimico che si era trasferito in Egitto per curare la tubercolosi ed “arruolato” sia per la conservazione degli oggetti sia per la sua passione per la medicina forense (veniva definito dall’Egyptian Gazette lo Sherlock Holmes egiziano, ed in effetti sarà lui ad accorgersi dell’effrazione “moderna”) in previsione di ritrovare una mummia intatta.
La “Banda di Carter”, da sinistra a destra: Arthur Callender, Arthur Mace, Harry Burton, Howard Carter, Alan Gardiner e Alfred Lucas
Il 27 Dicembre, dopo il lavoro preliminare, esce il primo oggetto dalla tomba. È una splendida cassa in legno trovata appoggiata per terra davanti al muro che conduce alla camera sepolcrale. Di lì in avanti, la squadra di Carter lavora come una macchina da guerra. Burton fotografa in situ, evidenziando la posizione di ogni oggetto, Carter descrive, Lucas provvede a “stabilizzare” i reperti, spesso con paraffina, Alan Gardiner traduce se necessario, Callender organizza il trasporto in sicurezza, di nuovo Burton fotografa i singoli oggetti e Mace con Lucas completa il primo restauro.
Mace e Lucas alle prese con uno dei cocchi di Tutankhamon. Fino all’apertura del terzo sarcofago ed all’esame della mummia fecero un lavoro superbo, in considerazione dei mezzi disponibili all’epoca.Pecky Callender davanti al suo regno: il deposito della KV15
Carter riesce a farsi affidare da Lacau la KV55 di Smenkhare/Akhenaton), vista la sua vicinanza alla tomba, come laboratorio fotografico per Burton (tanto, più danni di quelli di Davis non avrebbe potuto fare) e la KV15 come deposito e laboratorio di conservazione. Per paura dei ladri, appone anche alla KV15 un doppio cancello blindato. Il solito Weigall, avvelenato per essere stato escluso dalla squadra, dirà che “Carter ha blindato la sua scoperta meglio della Banca d’Inghilterra”.
L’autorizzazione di Lacau per l’utilizzo della tomba KV15 di Seti II come deposito ed ulteriore camera oscura per Burton
Lucas e Carter di fronte alla “Banca d’Inghilterra”, ossia al deposito della KV15 abbondantemente sprangata da Carter
I reperti escono uno dopo l’altro dalla tomba: durante l’estate vedremo con calma gli oggetti più significativi, che altrimenti verrebbero sviliti in questa narrazione.
Curiosi e giornalisti sciamano nella Valle e Carter ne è immensamente infastidito. Ogni volta che un oggetto esce dalla tomba è mitragliato dalle macchine fotografiche come se fosse una celebrità del neonato cinema. Carnarvon decide allora di firmare un contratto con il Times per l’esclusiva sulle notizie dietro un compenso di 5,000 sterline e il 75% del ricavato della vendita dei servizi ad altre testate. Sembra un bel colpo finanziario, sarà un terribile boomerang per il veleno che spargeranno gli “esclusi”, con il New York Times in testa.
Una delle innumerevoli foto della folla che ogni giorno aspettava al sole della Valle l’uscita di un pezzo per “rubarne” un’immagine
Carter accompagna personalmente uno dei cocchi da parata. Anche se, come si vede nelle foto, ogni pezzo aveva una scorta armata Carter amava accompagnare personalmente i più importanti per assicurarsi che non fossero danneggiati durante il trasporto – e forse si pavoneggiava comprensibilmente un po’…
A sinistra: uno dei telegrammi in cui fu discussa tra Carter e Carnarvon l’esclusiva dei diritti giornalistici al Times. C’era in ballo anche un’offerta per i diritti cinematografici, un’idea che piaceva immensamente a Carnarvon. A destra: Arthur Merton, il giornalista del Times che avrà il privilegio di raccontare in anteprima ed in esclusiva tutte le fasi della scoperta
L’atteggiamento irremovibile di Carter, che rifiuta anche le visite alla tomba autorizzate da Lacau, viene considerato un affronto alle autorità locali, un colonialismo che si scontra frontalmente con la nuova indipendenza politica dell’Egitto.
Il cosiddetto “manichino” fu volutamente lasciato scoperto da Carter nell’uscita dalla tomba ed il trasporto al deposito. Portato così da un caposquadra, sembrò che il Faraone in persona emergesse dalla tomba a raccogliere l’omaggio dei suoi sudditi.
Carter tira dritto per ora, e svuota l’Anticamera. A metà febbraio è pronto per l’apertura “ufficiale” della porta che conduce alla Camera del Sarcofago, un evento che diventa di risonanza mondiale. Il 16 febbraio ci sono tutti: ci sono Lacau, Engelbach e Ibrahim Effendi per il Servizio delle Antichità, le autorità locali e tutto lo staff di Carter, oltre ovviamente a Lord Carnarvon, che ride sotto i baffi sapendo già cosa c’è oltre la porta, ed Evelyn.
16 febbraio 1923: Carter e Carnarvon scoprono il “muro d’oro”, che emerge tra le due statue del Ka di Tutankhamon, lasciate in situ a bella posta per aumentare l’impatto visivo dell’evento
Piano piano Carter e Callender smontano dall’alto il muro. Dietro di esso, compare un altro muro, il muro d’oro del primo sacrario che lascia tutti attoniti. Da quel momento si scatena il caos: Carter scrive sul diario che “si deve arrendere ai visitatori”. Per dieci giorni illustri ospiti e tutti gli archeologi presenti in Egitto (alcuni con millantato credito) visitano la tomba. Il visitatore più illustre è la Regina del Belgio (che tornerà anche in marzo a visitare il laboratorio della KV15).
Il 26 febbraio Carter ricopre la tomba: il caldo impedisce di proseguire oltre. Continua invece il prezioso lavoro del laboratorio.
Lord Carnarvon ed Evelyn partono per Assuan per vedere il tempio di Ramses II, poi si sposteranno al Cairo, non prima di aver pianificato con Carter la successiva stagione di scavi.
George Herbert, V Conte di Carnarvon non sa che non rivedrà mai più la Valle dei Re.
L’obelisco si trova a Karnak, di fronte al quinto pilone. La colonna centrale di geroglifici contiene la titolatura di Hatshepsut ;un’iscrizione in basso ha trentadue linee (distribuite sui quattro lati) che riportano i titoli della regina; essa stessa spiega le ragioni per cui ha voluto gli obelischi ; ne racconta l’erezione a Karnak e le caratteristiche, fra cui spicca la copertura del piramidon , fatta di brillante elettro, una lega d’oro e d’argento. Si notino anche, in alto, le due colonne di decorazione ai lati dell’iscrizione centrale; vi si vede Hatshepsut in atto di offrire ad Amon.
Questo articolo esula, almeno apparentemente, dall’argomento principe di questo sito poiché il “fatto” si svolge a Roma… Ci sposteremo, inoltre, in avanti lungo la linea del tempo di qualche migliaio di anni ma, a ben guardare, in realtà gli antichi egizi saranno ugualmente presenti poiché il protagonista sarà un obelisco “emigrato” dalla sua terra d’origine e oggi innalzato in uno dei luoghi più famosi del mondo: Piazza San Pietro a Roma. E’ bene premettere, ancora, che nel panorama degli obelischi romani, vi ricordo che sono ben 13, quello di cui ci accingiamo a trattare è considerato un “falso”: benché proveniente dalla terra dei faraoni, infatti, non è certo che siano stati gli antichi egizi a realizzarlo. Ma è il momento di farne la conoscenza.
Introduzione
Anche se ormai in disuso, dare “acqua alle corde” è una frase che ha un suo ben preciso significato: essere risoluti, fattivi, avere presenza di spirito e coraggio, anche se si rischiano conseguenze personali.
Ma da cosa deriva questa frase così strana e, altrimenti, sibillina?
Forse è il caso di fare una passeggiata in una delle piazze romane più famose del mondo: Piazza San Pietro, cuore della cristianità, in cui, quasi al centro dell’ellisse berniniana, campeggia un enorme obelisco anepigrafe (ovvero privo d’iscrizioni) conosciuto come “obelisco Vaticano”.
Cominciamo con il ricordare che “Vaticano” era, in realtà, una divinità minore romana il cui compito, come ricorda anche Sant’Agostino[1], era assistere i neonati nel loro primo vagito. Con tale nome, forse per la presenza di un tempio a tale divinità dedicato, era chiamata una valle che si stendeva ai piedi del colle omonimo destinata, nel primo secolo, a necropoli e, successivamente, sfruttata per la realizzazione di un circo[2] iniziato sotto l’Imperatore Caligola (regno 37-41 d.C.) e terminato da uno dei suoi successori, Nerone (regno 54-68 d.C.). Lungo 540 m e largo circa 100, poteva ospitare fino a ventimila spettatori ma, salvo rare eccezioni in cui l’Imperatore lo aprì gratuitamente al pubblico, era riservato solo a Nerone e alla sua Corte. L’area dei “carceres”, cioè il luogo da cui partivano bighe e quadrighe per le gare, era ubicata nei pressi del Tevere mentre il lato curvo orientativamente nell’area attualmente occupata dall’abside della Basilica di San Pietro.
Al centro del circo, sulla “spina” attorno a cui si svolgevano le corse, si innalzava un enorme monolite in granito rosso di Aswan, del peso di oltre 300 tonnellate, originariamente eretto in Egitto, ad Alessandria nel Forum Iulii, che Caligola aveva fatto trasportare a Roma facendo costruire un’apposita nave della lunghezza di 80 m e oltre 1.600 t di stazza. Tanto grande era tale natante che Plinio scrive ci volessero quattro uomini per abbracciarne l’albero di maestra; a trasporto ultimato, il cargo riempito di pozzolana, venne affondato a Ostia per costituire la base di un nuovo molo del porto di Traiano (riscontri in tal senso si ebbero negli anni ’50 del secolo scorso, durante i lavori di realizzazione dell’Aeroporto di Fiumicino, con il ritrovamento, sul fondo, della traccia di una nave della lunghezza, appunto, di 80 m).
Il circo di Nerone cadde in disuso nel secondo secolo, divenendo nuovamente una necropoli e una vera e propria cava di pietre con cui costruire l’originaria basilica di San Pietro che era affiancata da un’altra piccola chiesa circolare, ricavata da un antico mausoleo: prima denominata Sant’Andrea e poi Santa Maria delle Febbri.
1532: Santa Maria delle Febbri e “la piramide di Cesare” in un disegno di Maarten van Heemskerck[3]
Una sola cosa rimase al suo posto: l’obelisco!
Passarono i secoli, la terra si accumulò, e attorno a Santa Maria delle Febbri nacquero altre costruzioni; fu così che l’obelisco venne quasi dimenticato se si esclude un “turista” del XII secolo, un tale Magister Gregorius, che in un suo taccuino, oggi all’Università di Cambridge, scrisse di aver fiancheggiato la basilica a sinistra e di essere giunto in uno spiazzo angusto e buio in cui si ergeva «la piramide di Giulio Cesare[4]». E le cose non cambiarono nei secoli a venire se ancora nel 1589 Mons. Michele Mercati, nel suo “De gli obelischi di Roma”, ricordava che «(l’obelisco) si vedeva conservato intiero, ma in luogo scurissimo et quasi deserto…».
SISTO V
Nel 1585, dopo che altri sei Papi ci avevano pensato, fu eletto al soglio di Pietro Sisto V, al secolo Felice Montalto Peretti (1525 – papa dal 1585 al 1590), che pose mano allo spostamento dell’obelisco Vaticano decidendo che doveva trovare posto al centro della piazza antistante alla basilica.
Sisto V regnò solo cinque anni ma tracce del suo pontificato sono ancora ben visibili oggi nei luoghi più belli di Roma; oltre il Vaticano, di cui stiamo trattando, a lui si dovrà, ad esempio, l’innalzamento di altri obelischi che campeggiano nei luoghi più belli e fotografati di Roma: Piazza del Popolo, Piazza dell’Esquilino e Piazza del Laterano. Suoi furono tra l’altro, anche, l’Acquedotto Felice, il restauro delle colonne Traiana e di Marco Aurelio, con l’apposizione alla sommità delle statue di San Pietro e San Paolo, la Fontana dei Dioscuri in Piazza del Quirinale[5], le Quattro Fontane dell’incrocio omonimo, la Strada Felice che univa, e unisce ancor oggi sebbene con vari nomi[6], la Trinità dei Monti all’Esquilino.
Fu così che Sisto V, dopo soli quattro mesi di regno, bandì una gara perché l’obelisco fosse spostato di “soli” 250 m fino al centro della piazza che, lo rammento, non era ancora circondata dal colonnato berniniano che risale a circa cento anni dopo (1657-1667). La “Congregatione” incaricata di valutare le offerte presentate (secondo il vincitore ben cinquecento) scelse, quale miglior progetto, quello dell’architetto Domenico Fontana (1543-1607), l’unico peraltro che prevedeva l’abbattimento dell’obelisco e il suo re-innalzamento nel luogo desiderato.
DOMENICO FONTANA
Del lavoro preparatorio e delle successive operazioni abbiamo un fedele resoconto stilato dallo stesso architetto nel suo “Della trasportatione dell’obelisco Vaticano et delle fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavalier Domenico Fontana Architetto di Sua Santità”, del 1590.
Poiché, però, non siamo qui per narrare le vicende relative alla “trasportatione” nella sua completezza, per quanto affascinanti, ma solo della fase di re-innalzamento dell’obelisco al centro della Piazza, diremo soltanto che il primo giorno, per sollevare il monolite di 60 cm occorsero «…dodici mosse…» e un’intera giornata, e che per “sdraiarlo” e prepararlo al trasporto, occorsero ben sette mesi in cui vennero demolite abitazioni, sfondata la chiesa di Santa Maria delle Febbri e costruita una rampa per superare un dislivello di circa 9 m tra il luogo di partenza e quello d’arrivo a 250 m di distanza.
Siamo così giunti al 30 agosto 1586 quando la piazza fu circondata da una fitta palizzata e il 10 settembre, dopo due messe e la comunione per tutti i partecipanti sul luogo di lavoro, si iniziarono le operazioni di innalzamento con, scrive Fontana: «…quaranta argani, centoquaranta cavalli e ottocento huomini…». Come intuibile, una tal massa di lavoratori e di strutture poteva essere comandata solo se si fosse rispettato il massimo silenzio e, infatti, il bando del Papa, scrive ancora Fontana, recitava che durante le operazioni: «…nissuno parlasse, sputasse o facesse strepito di sorte alcuna sotto gravi pene, acciò non fussero impediti li comandamenti ordinati da me a’ ministri…». Dice la leggenda, ma conoscendo il carattere focoso di Sisto V non è lecito dubitarne, che per sottolineare il drastico divieto nella piazza venne eretta la forca presidiata dal boia. Del resto analoghe forche erano erette, durante il carnevale di Roma, ai capi opposti dell’attuale Via del Corso per sanzionare, sul posto e praticamente senza processo, chi, approfittando della gran folla, fosse stato preso in flagrante borseggio.
“ACQUA ALLE CORDE”
Per capire appieno quale immane opera si stesse attuando, è forse utile, per inciso, far presente che quando Paolo III chiese a Michelangelo Buonarroti di procedere allo spostamento, ottenne da costui un netto rifiuto; chiestogli il motivo di tale diniego, la lapidaria risposta del grande artista fu semplicemente «Et se si rompesse?».
Ma torniamo a quell’assolato 30 agosto 1586 in cui è chiaro che al calore climatico doveva sommarsi il calore di un non indifferente stress per tutti coloro che erano coinvolti nelle opere e, maggiormente, per l’Architetto Fontana, unico responsabile.
Fu così che, in un silenzio che doveva essere irreale, iniziarono le manovre. Possiamo solo immaginare lo stridere e il cigolare degli argani di legno sottoposti all’immane sforzo, gli ordini gridati, o imposti con il suono di una campana (tanto che fu vietato a un vicino convento di suore di cadenzare gli orari giornalieri con lo stesso sistema), le bestemmie degli uomini (nonostante il luogo sacro), e i versi degli animali da soma sottoposti allo sforzo, lo scricchiolare sotto la tensione dei legni e, più di tutti, delle funi la cui canapa era stata acquistata a Foligno. Di queste, intrecciate a Roma, quarantuno erano lunghe «…ciascuna canne cento…» (circa 225 m) e «…tre ne furono fatti longhi canne dugento…» (circa 450 m)[7].
Fu così che per il gran caldo della giornata, e per l’enorme attrito cui le funi di canapa erano sottoposte, queste iniziarono a surriscaldarsi e a “mollare”, ovvero a cedere ed allungarsi rischiando così di far crollare l’obelisco. Nel silenzio totale che regnava nella piazza si sarebbe, a tal punto, levato un grido: «Deghe l’aegua ae le corde», ovvero “Date acqua alle corde” che, ovviamente, si sarebbero così raffreddate e riaccorciate.
Sarebbe stata, il condizionale è d’obbligo per quel che vedremo in seguito, la possente voce di un “marinaio” ligure, tale Benedetto Bresca, originario di Sanremo. Inutile dire che, proseguendo nel racconto, o meglio sarebbe dire la leggenda, il Bresca sarebbe stato arrestato poiché aveva violato il bando del Papa, ma da questi graziato e, anzi, premiato, per aver salvato il lavoro svolto, dandogli l’esclusiva a vita, tramandabile agli eredi, della fornitura per il Vaticano dei “palmireni”[8] per la domenica delle Palme.
VERITÀ O FAKE NEWS?
Sopra ho scritto, però, che il condizionale è d’obbligo poiché della vicenda non si ha traccia in nessun atto dell’epoca:
non esiste traccia della vicenda nella “Trasportatione dell’Obelisco Vaticano…” di Domenico Fontana, 1590, che pure è pregna di particolari;
non esiste nel “De gli Obelischi di Roma” di Michele Mercati, 1589;
non esiste nelle epistole di Camillo Capilupi, ambasciatore a Roma del Ducato di Mantova, che pure teneva costantemente informato il Duca Guglielmo Gonzaga;
non esiste nella “Descritione di Roma moderna” di Autori Vari, del 1697;
non esiste, ed è quasi il più importante di tutti, in una “familiaris quaedam epistula”, una lettera che un anonimo scrisse alla propria famiglia, nel 1586, narrando appunto di aver assistito all’innalzamento dell’obelisco;
non ne fanno menzione i giornali scandalistici dell’epoca, gli “Avvisi di Roma”, sempre pronti, invece, a raccontare episodi, fatti curiosi e pettegolezzi;
non ne fa menzione nel suo “Mercurio Errante”, una sorta di guida turistica, Pietro Rossini, nel 1704, che pure scrisse di tutti gli obelischi presenti, all’epoca, a Roma.
E allora? La storia del “marinaio” sanremese? Beh, debbono passare quasi duecento anni dal 1586 perché se ne faccia menzione per la prima volta.
La prima traccia della vicenda, risale infatti al 1744 quando un antiquario romano, Francesco Ficoroni[9] fece notare che in un affresco dei corridoi vaticani, relativo proprio all’innalzamento dell’obelisco Vaticano, «…vi era tra la moltitudine un marinaio colle calzette verdi che non ostante la pena di morte a chi avesse parlato, gridò: bagnate le funi…» e, poco più avanti, si scopre perché il personaggio sia individuato come “marinaio”: «…Gli olandesi pellegrinanti, nel vederne la figura rassomigliante a’ suoi marinari, pretendono essere stato olandese; al contrario gl’Inglesi dicendo che i loro marinari son ricchi, ben vestiti, e con calzette di seta verde, vogliono che sia stato un inglese. Onde, ritrovandosi insieme due capitani di vascelli, uno olandese e uno inglese altercavano talmente che non si curarono di vedere altre rarità…».
Effettivamente nell’affresco menzionato, un sovraporta del corridoio “Sistino”, un personaggio con calzette verdi (che sia un marinaio non è altrimenti dimostrabile se non per la diatriba tra olandesi e inglesi sopra citata) viene trattenuto da due guardie svizzere.
Le operazioni di abbattimento dell’obelisco; nel cerchio rosso “il marinaio con le calzette verdi”[10]
Solo in seguito però, nel 1788, cioè duecento anni dopo i fatti, l’Abate Francesco Cancellieri[11] nel suo “Descrizione delle Cappelle Pontificie e Cardinalizie” (vol I, pag. 465), fa per la prima volta il nome di Bresca. Questa notizia è particolarmente interessante, ai nostri fini, poiché il Cancellieri era notoriamente un pignolo, che riportava sempre le fonti delle sue informazioni, tanto da apporre spesso note alle stesse note: ebbene, in questo solo caso Cancellieri NON riporta la fonte affermando, di averne saputo il nome solo perché “gridatogli” da una «donna genovese».
A ben cinquanta anni dopo, nel 1811, risale invece la notizia della “privativa” assegnata al Bresca per la fornitura delle palme per la domenica omonima (Gaetano Moroni[12]: “Dizionario di erudizione ecclesiastica” -Vol. I- p. 194). Mentre nel 1811, però, il Moroni riferisce che l’intervento del 1586 sarebbe avvenuto a causa di un incendio degli argani, solo ulteriori quarant’anni dopo, preciserà che si trattava dell’allungamento delle funi di canapa e aggiungerà che «Sisto V concesse la privativa con diploma, in un al titolo di capitano del 1° reggimento di linea pontificia, col privilegio di portarne la divisa e d’innalzarne bandiera sul bastimento: ed oltre il pagamento delle palme, una pensione mensile dai palazzi Apostolici, il tutto ancora in vigore».
Aldilà dell’incongruenza storica sul grado militare assegnato (che non esisteva nel 1585), è bene a tal punto precisare che non esiste neppure alcun “diploma” a firma, o del periodo, di Sisto V e che se un diploma esiste, è datato 1835, ovvero ben 250 anni dopo i fatti narrati, ed è relativo alla nomina a cavaliere “speron d’oro” indirizzata a un certo capitano Giacomo Bresca, morto nel 1843, la cui discendenza dal “Benedetto” dell’«Acqua alle corde» non è assolutamente precisata.
Ulteriori ricerche su documenti di epoca sistina (D’Onofrio “Gli Obelischi di Roma”, ed. 1967, p. 98) non hanno dato esito, se non consentito di scoprire che il “banderaro” dell’epoca, ovvero colui che forniva le palme ai palazzi Apostolici per la Pasqua era tale Lorenzo Manfredi e che a lui seguì, nello stesso incarico, come risulta da un “breve” a firma di Urbano VII[13], successore di Sisto V (Archivio di Stato, Giustificazioni di tesoreria, busta 17, fascicolo 13.), tale Gironimo Andreini.
A riprova della labilità delle informazioni effettive sulla vicenda, si aggiunga che a metà ’800, spalleggiato dal Moroni, un tal Giuseppe Bresca, dichiaratamente discendente del “Benedetto” del 1586, chiese il riconoscimento dei benefici assegnati all’avo, ma poté avanzare, come unica prova, solo il testo dell’Abate Cancellieri del 1788.
CONCLUSIONI
Poiché la faccenda può apparire ingarbugliata, proviamo a riassumere brevemente:
1586: Domenico Fontana sposta l’obelisco Vaticano di 250 m circa. Non si fa menzione dell’episodio “acqua alle corde”, né in suoi scritti, né in quelli di altri cronisti dell’epoca o negli “Avvisi di Roma”, e neppure nella lettera che un anonimo scrive alla famiglia raccontando di aver assistito all’innalzamento;
1586 – 1590: da atti della tesoreria vaticana risulta che fornitori delle palme sotto Sisto V e Urbano VII, suo successore, siano Lorenzo Manfredi e Gironimo Andreini;
1744 (158 anni dopo): nasce il riferimento all’uomo colle calzette verdi di cui scrive il Ficoroni e che viene indicato come “marinaio” solo perché olandesi e inglesi litigano sul fatto che sia un loro compatriota tanto che due capitani, un olandese e un inglese appunto, si azzuffano davanti all’affresco per tale motivo. Fino a tale data non esiste alcun riferimento alla vicenda dell’“acqua alle corde”;
1788 (202 anni dopo): l’Abate Francesco Cancellieri, storico e studioso, pignolo e pedante, che riporta sempre le fonti da cui trae le sue notizie, ripete ancora la vicenda, ma indica l’uomo con le «calzette verdi» come “operaio”, e per la prima volta menziona la famiglia sanremese precisando, tuttavia, di aver saputo quel cognome perché «urlato da una donna di nome Bresca»;
1840 (254 anni dopo): Gaetano Moroni rifinisce la storia dapprima dicendo che l’acqua è servita a spegnere un incendio delle macchine e poi, nel 1851 (265 anni dopo), a raccorciare le funi;
Metà ‘800: Giuseppe Bresca, dichiaratamente discendente da Benedetto Bresca, cerca di ottenere benefici dal Vaticano (privativa e pensione) menzionando, tuttavia, un atto di Sisto V che non esiste.
Può essere utile a tal punto rammentare anche quanto scrive un tal Bubeske, un “turista” tedesco del 1555 (ovvero circa 30 anni prima dello spostamento dell’Obelisco Vaticano), che narra come, mancando pochi centimetri a poggiare un pesante obelisco sul suo piedistallo, l’architetto fece bagnare le corde che si ritirarono e consentirono di poggiare il monolite delicatamente sugli astragali che lo attendevano… già, ma il racconto di Bubeske, riferitogli dalle guide locali, fa riferimento all’obelisco di Thutmosi III innalzato da Teodosio sulla spina dell’Ippodromo di Costantinopoli nel 390, quello che è ancora oggi noto come “Dikilitas”. Storia ormai entrata nell’immaginario collettivo visto che, nel 1587, un altro “turista”, anche questo tedesco, Rinald Lubenau riporta lo stesso racconto a proposito del medesimo obelisco turco.
Sembra perciò di poter concludere etichettando la vicenda come fake-news e che la “leggenda” dei Bresca sia motivata da un atto di furbizia della donna che, nel 1788, vedendo la possibilità di guadagnarci, urlò il suo nome al Cancellieri il quale, a sua volta, forse rifacendosi agli scritti del Ficoroni, confermò la vicenda pur non potendo portare fonte alcuna.
Passano i secoli e i Bresca, forse “attivati” dal Moroni di cui vantano l’amicizia e che di certo conosce i testi del Cancellieri, vedono la possibilità di sfruttare la vicenda creatasi e ne approfittano, vuoi per la privativa, vuoi per la pensione. Il far confermare, in qualche modo, una preesistente autorizzazione risalente addirittura al 1586, era inoltre certo elemento utile a sbaragliare eventuali concorrenti.
Bibliografia
Michele Mercati, Gli Obelischi di Roma di Mons. Michele Mercati Protonotario Apostolico alla Santità di Nostro Signore Sisto Quinto Pontefice massimo, 1589, In Roma, appresso Domenico Basa;
Domenico Fontana, Della trasportatione dell’Obelisco Vaticano et altre fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavallier Domenico Fontana architetto di Sua Santità, 1590, In Roma, appresso Domenico Basa;
Autori Vari, Descritione di Roma Moderna formata nuovamente, 1697, In Roma, Nella libreria di Michel’ Angelo e Pier Vincenzo Rossi, a Pasquino, all’Insegna della Salamandra
Pietro Rossini, Il Mercurio Errante: delle Grandezze di Roma, tanto antiche, che moderne, 1704, in Roma, per Antonio Rossi;
Cesare d’Onofrio, Gli Obelischi di Roma, 1965, Bulzoni editore;
Roberto Dragosei, Il Papa e l’Architetto, Cangemi Editore.
[1] Sant’Agostino, nel suo “De Civitate Dei” (opera latina in 22 volumi scritta tra il 413 e il 426) fa derivare il nome da “vagitus” e sottolinea come le divinità pagane fossero, di fatto, solo personalizzazioni di eventi naturali.
[2] La differenza tra “circo” e “stadio” stava nel fatto che mentre nel primo si svolgevano usualmente corse di carri, nel secondo si svolgevano agoni sportivi, gare di atletica, ma anche di poesia. A titolo di esempio, si considerino il Circo Massimo e un altro luogo famoso di Roma, Piazza Navona, che ricalca fedelmente la forma del sottostante Stadio di Domitiano. Rammento, per inciso, che il nome stesso della Piazza non deriva, come raccontano i “centurioni” moderni, da “navona”, ovvero grossa nave a causa della forma, né dalle naumachie che mai vi si sono svolte, bensì proprio dal fatto che in quel luogo si svolgevano “agones”. Il nome è conservato nella chiesa borrominiana ivi esistente, Sant’Agnese in Agone, mentre da Piazza in Agone a Piazza ‘n agone e poi Piazza Navona il passo è davvero breve.
[3] Marten Jacobszoon Heemskerk van Veen (1498-1574), pittore olandese. Soggiornò a Roma dal 1532 al 1536.I disegni di van Veen, molto particolareggiati, sono particolarmente importanti per lo studio delle antichità romane giacché vi si possono recuperare informazioni altrimenti sconosciute. In questo caso, ad esempio, alla base dell’obelisco si nota la lapide, oggi praticamente illeggibile, che recitava: “DIVO CAESARI DIVI IVLII F. AVGVSTO TI. CAESARI DIVI AVGVSTI F. AVGVSTO SACRUM”, cioè, in una sorta di gioco di parole: “Consacrato al Divino Cesare Augusto, figlio del Divino Giulio, e ad Augusto Tiberio Cesare, figlio del Divino Augusto”.
[4] Narrava la leggenda che proprio ai piedi di questo obelisco Cesare, cui era stata consegnata poco prima una lettera, incontrò l’indovino, Spurinna, che gli aveva vaticinato la morte per le Idi di marzo. Rimandò perciò la lettura della lettera per fargli notare che le Idi erano giunte ed egli era ancora vivo: «…vero, avrebbe risposto l’indovino, ma prega che mi sia sbagliato perché il giorno non è ancora finito». La lettera non letta da Cesare, sempre secondo la leggenda, conteneva proprio la notizia della congiura ordita contro di lui. Rammento, per inciso, che Cesare venne ucciso in quella che oggi è Piazza Argentina, a Roma, ai piedi della statua di Pompeo, poiché il Senato, che si trovava al Foro, era chiuso per lavori.
[5] Non nella versione attuale, ottocentesca, dovuta all’architetto Raffaele Stern (1774-1820).
[6] Per citare solo le più note: Via Sistina, Via delle Quattro Fontane, Via Depretis, Via Carlo Alberto.
[7] Una “canna” architettonica romana era pari a circa m. 2,23 m.
[8] Si tratta di foglie di palma intrecciate distribuite ai fedeli nel giorno della domenica delle Palme.
[9]Francesco Ficoroni (1664-1747), antiquario, archeologo e collezionista; tra le altre opere si annoverano i “Vestigi di Roma moderna”, del 1744, che contiene la notizia.
[10] Sullo sfondo si vede la Chiesa di Santa Maria delle Febbri sfondata per l’installazione, al suo interno, di tre argani e consentire le operazioni di abbattimento dell’obelisco prima dello spostamento.
[12]Gaetano Moroni Romano (Roma 1802-1883), Primo Aiutante di Camera di S.S., bibliografo.
[13]Per comprendere l’importanza di tale concessione, si consideri che Urbano VII assunse il trono di Pietro il 15 settembre 1590 e morì, dopo soli dodici giorni, il 27 settembre dello stesso anno, eppure tra i suoi PRIMISSIMI ATTI ci fu proprio la concessione in oggetto.
Quando Howard Carter giunge in Egitto a fine ottobre 1922, sa che deve giocarsi il tutto per tutto. È l’ultima stagione che Carnarvon può supportare, e lo sa. Decide quindi che abbatterà a malincuore le capanne degli operai che avevano lavorato alla tomba di Ramses VI, l’ultima zona di quel famoso “triangolo” che non aveva ancora scavato a fondo.
Le baracche degli operai davanti alla tomba di Ramses VI fotografate da Carter prima della demolizione (da “Tutankhamon”, Howard Carter)
A sinistra: la tomba KV9 di Ramses VI scavata nella parete della Valle; alla destra l’ingresso della KV62 di Tutankhamon. Pochissimi metri le dividono, incredibile che non fosse stata scoperta prima. A destra: per intenderci, la KV62 di Tutankhamon si sviluppa SOTTO l’ingresso della KV9 come si vede molto bene in questa proiezione
Contatta subito Arthur “Pecky” Callender, un ingegnere ferroviario in pensione con cui aveva lavorato anche negli anni precedenti per la ferrovia a scartamento ridotto che gli serve per portare via il materiale di scavo. Callender è un uomo di azione, un tuttofare abilissimo a trovare il materiale per costruire praticamente qualunque cosa. Sarà utilissimo.
Pierre Lacau con Howard Carter. Non sarà un rapporto pacifico
Il 1° novembre telegrafa a Lacau, subentrato a Maspero come Sovrintendente alle Antichità per chiedere il permesso di scavo. È una richiesta di solito solo formale, vista la concessione in essere per la Valle dei Re. Lacau risponderà solo 10 giorni dopo con una sibillina riserva del Comitato di Egittologia. Prime avvisaglie di un temporale che non tarderà ad arrivare.
La comunicazione/richiesta di Carter del 1° novembre
L’autorizzazione “con riserva” di Lacau dell’11 novembre. La riserva è un fatto inusuale, la concessione era valida e non c’era nessun motivo di dubitare che gli scavi non fossero effettuati con la massima perizia possibile.
Il 4 novembre, stanco di aspettare, Carter procede a demolire le capanne, e quasi subito scopre il primo gradino di una scala interrata. Sul suo diario scrive “Trovati primi gradini di una tomba” (“First steps of tomb found”). Cinque parole, con il paradiso dietro.
Diario di Carter, 4 novembre 1922. Cinque parole, scritte in trasversale, a segnare l’inizio di un’avventura che aveva sognato mille volte di vivere
Nel diario degli scavi, Carter scrive in maniera più dettagliata: “Verso le 10 ho scoperto sotto quasi la prima capanna demolita le prime tracce dell’ingresso della tomba (Tut.ankh.Amen) Questo comprendeva il primo gradino dell’angolo NE (della scala scavata). È bastato poco tempo per dimostrare che si trattava dell’inizio di una ripida rampa scavata nel letto di roccia, circa quattro metri sotto l’ingresso della tomba di Ramses VI, e a una profondità simile al di sotto dell’attuale livello della Valle. E che era della natura di una scala d’ingresso di una tomba del tipo della XVIII dinastia, ma oltre a ciò non si poteva dire nulla fino a quando tutti i detriti sovrastanti non fossero stati rimossi.”
Il 5 la scalinata è quasi tutta libera e Carter si trova davanti una porta con segni di effrazione ma anche nuovamente murata e con i sigilli della Necropoli Reale. Non va avanti: sarebbe fare un torto a chi ha pagato gli scavi. Avesse scavato qualche centimetro in più avrebbe trovato i sigilli di Tutankhamon, ma è tardi e gli indizi rimangono confusi. Così telegrafa a Carnarvon “Finalmente fatta incredibile scoperta nella Valle – magnifica tomba con sigilli intatti – ricoperta in attesa vostro arrivo – Congratulazioni”. In quel momento, Carter esagera un po’; non può sapere se ci sia una tomba dietro a quella porta, figuriamoci se “magnifica”. Col senno di poi diventerà una descrizione riduttiva, ma intanto alimenterà i primi dubbi sulla correttezza delle procedure.
La tomba viene nuovamente riseppellita. Inizia un’agonia che dura due settimane. Il 23 finalmente Lord Carnarvon arriva nella Valle.
La scala ricoperta in attesa dell’arrivo di Lord Carnarvon e Evelyn
Lady Evelyn, Lord Carnarvon, Howard Carter e Perky Callender all’ingresso della tomba e la prima porta murata al termine della scalinata
Il 24 arriva anche Evelyn e si può procedere. Callender fa sgombrare del tutto la scala in presenza del Capo Ispettore Reginald Engelbach, inviato da Lacau a sovrintendere i lavori. Carter è perplesso: oltre alle due effrazioni – che fa notare ad Engelbach; è in ballo la clausola della “tomba intatta” della concessione a Lord Carnarvon – trova oggetti con i cartigli di Akhenaton, Smenkhare e Tutankhamon, insieme ad uno scarabeo di Thutmosis III ed il frammento di un altro scarabeo di Amenhotep III.
I sedici gradini più famosi della storia dell’archeologia
I sigilli sulla prima porta furono fotografati direttamente da Lord Carnarvon con pessimi risultati (come ammesso dallo stesso Carter nel suo diario degli scavi), dimostrando ulteriormente, come nel caso di Schiaparelli e della tomba di Nefertari, l’importanza di avere persone competenti in ogni ruolo negli scavi. Per fortuna i blocchi asportati furono poi fotografati da Burton
A questo punto è convinto che si tratti di un nascondiglio della fine della XVIII Dinastia, forse un deposito di oggetti dell’età amarniana, già saccheggiato nell’antichità.
Il 25 viene aperta la prima porta. Dietro c’è un corridoio ingombro di detriti. Engelbach dall’alto della sua esperienza con Petrie ed ansioso di svilire un “dilettante” come viene considerato Carter, sentenzia che sia un nascondiglio vuoto e se ne va, collezionando una delle figure di m… più spettacolari della storia. Non ha neanche visto che alla fine del corridoio c’è una seconda porta, con segni di effrazione e sigilli della Necropoli Reale proprio come sulla prima. Carter, da parte sua, si guarda bene dal farglielo notare.
Reginald “Rex” Engelbach. Rispedito al Cairo tre anni dopo, impiegò anni del suo tempo al Museo per etichettare in tre lingue i reperti del piano terra. Speriamo che almeno in questo fosse competente.
Il 26 novembre finalmente, viene praticato un foro nella seconda porta. Ci sono solo Carter, Lord Carnarvon con Evelyn, Callender ed i capi squadra di Carter. Alla luce tremolante di una candela, utilizzata per scoprire eventuali gas tossici in una stanza chiusa 3300 anni prima, Carter guarda dentro. L’impaziente Carnarvon gli chiede se riesca a vedere qualcosa. E, come sappiamo, Carter risponde: “Sì, cose meravigliose”.
Sì, cose meravigliose” Questa è la visione diretta dalla seconda porta verso l’Anticamera, la prima immagine che ne ebbero Carter e gli altri scopritori
Tutti buttano uno sguardo dentro. Vedono il luccichio dell’oro, i letti funerari, gli oggetti in alabastro, i carri dorati, le statue di guardia ad un’ulteriore porta sigillata.
Sono tutti sotto shock. Richiudono la tomba, l’Ispettore Capo va avvisato nuovamente dicendogli con tutta la cortesia possibile che ha preso una cantonata formidabile.
La sera del 26 non dorme nessuno nella Valle. Il giorno dopo arriverà l’Ispettore, inizierà il lunghissimo lavoro di catalogazione, conservazione, restauro, decifrazione. Carter è un archeologo estremamente corretto, nel suo periodo nella Valle non aveva accettato compromessi con i predoni che campavano degli oggetti ritrovati. Ma quello che hanno intravisto è al di là di qualsiasi immaginazione, di qualunque fantasia.
Non sappiamo chi sia stato il primo a lanciare l’idea; è molto probabile che sia stata Lady Evelyn nel suo entusiasmo giovanile, o forse suo padre che finalmente vedeva il frutto di tutti i denari spesi. Fatto sta che nella notte si torna nella tomba, solo Carter. Lord Carnarvon, Evelyn e Callender.
Carter e Callender aprono un piccolo varco nella seconda porta, Evelyn entra per prima (è la più minuta) poi aiuta Carter, suo padre e Callender ad entrare. Finiscono in paradiso: l’Anticamera è ingombra di oggetti, d’oro, di straordinarie opere d’arte. Carter nota un pertugio nel muro di nord-ovest: porta all’Annesso, in cui gli oggetti sono in un disordine che suggerisce fosse la zona dove i tombaroli hanno esaminato gli oggetti – e dove probabilmente sono stati scoperti nell’antichità.
La parete nord dell’Anticamera fotografata da Burton prima dell’inventario e dello spostamento dei reperti. Al centro della parete, le canne ed il cesto di vimini posizionato a coprire la moderna effrazione prima dell’apertura ufficiale della tomba
E poi ci sono quelle due statue del Faraone colorate in nero che fanno la guardia ad un’altra porta sigillata. È assolutamente irresistibile per i quattro. Un nuovo varco viene aperto da Carter; oltre vede solo un corridoio ed una parete bianca. Teme che la stanza più segreta sia stata svuotata di tutto, febbrilmente apre un ulteriore varco ed entra, piedi in avanti nella camera sepolcrale. Il pavimento è più in basso rispetto all’Anticamera, svanisce alla vista dei suoi compagni. E scopre che quello che ha visto non era un corridoio, ma lo spazio tra la parete ed un sacrario di legno dorato che occupa quasi tutta la stanza. Entrano anche Evelyn e Lord Carnarvon; Callender non riesce a passare e rimane nell’Anticamera. La scena deve essere stata oltre ogni immaginazione hollywoodiana: tre persone alla luce delle torce dentro la stanza del sarcofago di un Faraone egizio che si guardano intorno scoprendo tesori ad ogni sguardo. C’è la statua di Anubi che li scruta dalla stanza del Tesoro, come aveva scrutato i predoni dell’antichità.
Il primo sacrario ha il sigillo infranto sulla porta; troppo impellente la necessità di aprirla. Carter lo apre e scopre un velo funebre decorato con delle rosette in oro.
I tre si fermano, troppo pericoloso andare avanti. Piano piano escono dalla stanza del sarcofago. Delle canne ed il coperchio di una cesta di vimini dell’Anticamera vengono messi a celare il varco aperto nel muro che la separa dalla stanza del sarcofago, poi sgusciano via alle prime luci dell’alba, con ancora l’ultima immagine del sepolcro impressa nella mente.
Sotto il velo, la porta del secondo sacrario con il sigillo intatto.
Tutankhamon è lì.
Per la prima volta la sepoltura di un Faraone egizio intatta.
Porta e sigillo sul secondo sacrario come lo videro Carter, Carnarvon ed Evelyn, ed il particolare del sigillo sulla porta del secondo sacrario, intatto. La prova che nessuno aveva più aperto quella porta dopo il funerale del Faraone, 3300 anni prima
La scoperta della tomba di Nefertari, pur regalandoci alcuni dei più bei dipinti dell’Antico Egitto, non fu particolarmente generosa in termini di reperti.
Nella tomba, saccheggiata nell’antichità, fu ritrovato il coperchio del sarcofago in frantumi insieme ad un certo numero di ushabti (ben 34, in legno di sicomoro) e diversi oggetti sparsi, molti anch’essi in frantumi.
Il coperchio in frantumi del sarcofago di Nefertari (inv. S5153), rientrato al Museo Egizio di Torino dopo una lunga serie di mostre all’estero. In granito rosa, con ancora tracce di colore visibili. Il Museo Egizio di Torino conserva tutti i reperti della tomba, a parte alcuni ushabti ceduti ad altri musei. Foto: Patrizia Burlini
L’ala di Neith cerca ancora di proteggere la sovrana. Foto: Patrizia Burlini
Da un punto di vista archeologico sono stati molto importanti un amuleto “djed”, che ha permesso di stabilire con relativa certezza che Nefertari fu effettivamente sepolta nella QV66, ed un pomolo con impresso il nome di Ay, il Gran Visir e successivamente Faraone succeduto a Tutankhamon, che ha fatto ipotizzare un rapporto di parentela tra Nefertari ed Ay (nipote?).
L’amuleto a forma di pilastro “djed” di Osiride, rappresentato anche sui pilastri della Sala del Sarcofago. Il pilastro djed era considerato un simbolo di stabilità e di rettitudine. È uno dei simboli più antichi della cultura egizia: si hanno, infatti, attestazioni fin dalla III dinastia (intorno al 2700 a.C.), come decorazione di edifici sacri. Il ritrovamento dell’amuleto nella tomba costituisce una prova che la tomba stessa sia stata effettivamente usata per la sepoltura di Nefertari. Probabilmente questo amuleto era inserito all’interno di uno dei quattro “mattoni magici”, andati persi. Legno dorato e faience, 13×5.5×1 cm, Museo Egizio di Torino
Questo pomolo di un cofanetto o di uno scettro con il nome di Ay (Kheper Kheperure) sopra ha fatto ipotizzare un rapporto di parentela tra il Faraone della XVIII Dinastia e Nefertari. Troppo distanti nel tempo per essere padre/figlia, si è ipotizzato nonno/nipote. In mancanza di ulteriori evidenze, e non potendo comparare il DNA, rimane un’ipotesi intrigante.
E’ molto importante che nella tomba non siano stati ritrovati reperti riconducibili ad altre persone, rendendo molto improbabile una co-sepoltura.
La descrizione della tomba fu talmente poco entusiasmante che Maspero concesse a Schiaparelli di tenere tutti i reperti ritrovati. Riportati quasi in sordina a Torino, sono rimasti pressoché lasciati a loro stessi per decenni, fino al 2016, quando un fondo di ricerca svizzero (!) dedicato al rituale dei vasi canopici ma anche al riconoscimento delle mummie egizie ha permesso di analizzare anche dei resti umani che erano stati ritrovati nella tomba. Per essere precisi: un ginocchio pressoché completo (parte distale del femore, patella e parte prossimale della tibia), la parte distale di un secondo femore e quella prossimale di una seconda tibia.
I resti umani ritrovati nella QV66. Pur non essendo un corpo completo, personalmente l’esposizione di queste due gambe, probabilmente di Nefertari, su un pezzo di plexiglas ”tirato” in mezzo a frammenti di vasi rotti mi infonde una profonda tristezza. Una mancanza di rispetto per una persona, che ha avuto oltretutto un grande impatto sulla storia della sua epoca. Senza contare il fatto di non aver approfondito la loro analisi per decenni
I resti sono stati analizzati al gas cromatografo per la composizione chimica; è stato estratto il DNA (Istituto di Medicina Evoluzionistica, Università di Zurigo) ed è stata effettuata la datazione al radiocarbonio.
I RISULTATI
I resti sembrano appartenere alla stessa persona (apparenza esterna, caratteristiche del bendaggio, analisi chimiche) e sottoposti a numerose fratture post-mortem durante i saccheggi della tomba.
Le gambe appartenevano ad una donna, di età apparente tra i 40 ed i 50 anni, affetta da una minima osteoporosi probabilmente associata a deficienza di Vitamina D (ipotizzata da scarsa esposizione solare, come nel caso di chi non effettui lavori all’aperto). Tracce di arteriosclerosi (calcificazione delle arterie tibiali) hanno confermato l’età presunta. Le dimensioni delle ossa suggeriscono un’altezza intorno ai 165 ± 2.5 centimetri, notevoli per l’epoca (la media in Egitto era di 156 cm per le donne nel Nuovo Regno) e di corporatura molto snella.
L’analisi radiografica delle due gambe che ha permesso di determinarne età, corporatura ed altezza presunta. A destra: evidenziate le calcificazioni delle arterie tibiali ad ulteriore conferma dell’età presunta al momento del decesso
L’altezza presunta è stata confermata anche da un paio di sandali, misura 39, trovati nella tomba. I sandali risultano essere stati usati (e non oggetti ornamentali); l’impronta dell’alluce sinistro conferma l’altezza presunta.
I sandali ritrovati nella QV66. Chissà se i sandali sono proprio quelli del dipinto? Probabilmente no, ma è bello pensarlo
L’analisi chimica ha rivelato l’assenza di bitume nel processo di mummificazione, indicando una mummificazione antecedente al 3° Periodo intermedio.
Il DNA è molto danneggiato e si sono verificati episodi di cross-contaminazione (campanello – campanone – d’allarme per gli studi effettuati da Hawass sulle mummie della XVIII Dinastia, tra parentesi) probabilmente dovuti a tutti coloro che hanno maneggiato i resti. La datazione al radiocarbonio ha mostrato un’età presunta tra il 1546 ed il 1491 BCE (pur con la variabilità nota del C14), quindi apparentemente antecedente l’epoca storica di Nefertari ma è un problema noto con il C14 sulle mummie (utilizzo di materiali/bende più vecchie, dieta a base di pesce che altera la datazione).
LE CONCLUSIONI
Anche se in questo campo, e cono così pochi resti da esaminare, le certezze assolute sono molto difficili da ottenere, è ragionevolmente certo che i resti appartengano a Nefertari. Dato il pessimo stato del DNA e le contaminazioni evidenziate, anche se si facesse maggiore luce sulle sue origini (Nefertari non è indicata nella sua titolatura come “Figlia del Re”, quindi non proveniva dalla stirpe reale della XIX Dinastia) e la sua discendenza è estremante improbabile che si possano avere maggiori certezze in futuro, ma la probabilità è molto molto alta.
Che quelle parti delle gambe siano tutto ciò che rimane di una delle figure femminili più note ed amate dell’Antico Egitto è una cosa che non può non suscitare tristezza. Il sepolcro violato per rubare, il sarcofago distrutto a colpi di mazza, il corpo della Regina profanato e smembrato.
Anche se è stato un destino comune a molti sovrani della Terra di Khemet, ciò nonostante qui appare ancora più stridente con le meravigliose immagini che ne abbiamo dai dipinti della sua tomba.
Qualcosa di lei, almeno, vivrà in eterno.
Non voglio “lasciare” Nefertari con un’immagine di struggente malinconia come i suoi poveri resti; preferisco uno dei suoi dipinti con un vezzo particolare: gli orecchini a forma di cobra, l’ureo sacro, che l’accompagnano nel suo eterno viaggio di rinascita.
Riferimenti:
Habicht, Michael E., et al. “Queen Nefertari, the royal spouse of Pharaoh Ramses II: a multidisciplinary investigation of the mummified remains found in her tomb (QV66).” PloS one 11.11 (2016).
Hari, Robert. “Mout-Nefertari, épouse de Ramses II: une descendante de l’héretique Ai?.” Aegyptus 59.1/2 (1979): 3-7.
Rühli, Frank J., et al. “Mummified remains from QV 66; Queen Nefertari.”
La roccia calcarea in cui è stata scavata la tomba presenta diverse fratture e depositi di materiale salino. È stato perciò necessario per gli artigiani dell’epoca intonacare le pareti della tomba con argilla mista a paglia sminuzzata e polvere di calcare. Lo strato non è però uniforme (più spesso nella Sala del Sarcofago ad esempio, dove le pareti erano più irregolari). Le figure sono in altorilievo e dipinte a tempera, i cui pigmenti sono “legati” prevalentemente con gomma arabica estratta dall’acacia. Un sottilissimo strato di bianco funge da base, sul quale veniva applicato un primo strato molto grossolano e successivamente i dettagli – con un contorno finale in tempera rossa o nera.
Nell’immagine di Nefertari sulla seconda scalinata si vede bene l’altorilievo delle figure e la discrepanza tra la “bozza” appena accennata ed il dipinto finale della parrucca della Regina, più spostata al centro
Alcuni colori, soprattutto il rosso ed il giallo, sono stati rifiniti per renderli più brillanti, probabilmente con resina ed albume SI è pensato per molto tempo che venisse utilizzata la cera d’api, mentre le analisi effettuate durante il restauro hanno invece evidenziato l’uso di gomma arabica estratta dall’acacia.
A volte anche i migliori sbagliano: nella Sala del Sarcofago alcuni geroglifici non sono stati terminati e colorati appropriatamente
Gli artisti hanno anche tentato di riprodurre ombre e rilievi mescolando i colori primari o applicando diversi strati di tempera. Un “trucco” particolare consisteva nel dare una prima mano di nero per rendere i colori come blu e verde particolarmente profondi.
Il cielo stellato è stato realizzato con un fondo di nero a cui è stato sovrapposto il blu egiziano, ottenendo un effetto patchwork
Tutti i colori seguono il concetto “iwen” che rende il colore parte integrante dell’oggetto o persona rappresentata, come ad esempio il verde per le raffigurazioni di Osiride e Ptah in quanto colore della rinascita.
Il verde è un pigmento sintetico, il Verde Egiziano, contenente anidrite, calcite, feldspato e quarzo.
Anche il blu è sintetico, il Blu Egiziano (cuprorivaite). Entrambi contengono silice, calcio, rame, ferro, sodio, magnesio ed alluminio. Il rosso è ossido ferrico (Fe2O3), con un’alta percentuale di arsenico. Il giallo è un ocra, anch’essa ricca in arsenico, mentre il bianco ed il nero sono gesso e carbone come al solito.
Una curiosità: nei lavori di restauro è “riemersa” una nota in ieratico sul ricevimento nella tomba di un carico di intonaco per “entrambe le squadre”, sottintendendo che ci fossero più squadre al lavoro contemporaneamente
IL DEGRADO
Quando Schiaparelli scoprì la tomba nel 1904, oltre all’evidente saccheggio da parte degli antichi tombaroli, che aveva lasciato pochi resti, apparve chiaro che alcuni dei dipinti erano già deteriorati.
Stranamente, il fotografo ufficiale di Schiaparelli era un religioso, Don Michele Pizzio. Don Pizzio, parroco per gli emigranti italiani in Brasile, e Schiaparelli si erano conosciuti grazie all’impegno di quest’ultimo a sostegno dei missionari. Le 132 fotografie di Don Pizzio su lastra di vetro sono state importanti per il lavoro di restauro illustrando le condizioni dei dipinti alla scoperta della tomba, ma erano di qualità enormemente inferiore rispetto a quelle che fece Harry Burton negli anni ’20 per il Metropolitan Museum di New York.
Nefertari sulla parete sud dell’Anticamera ripresa da Burton. La qualità dei dettagli è eccellente, anche a confronto con un’immagine moderna in alta risoluzione
Nel 1906 fu organizzato un primo intervento di messa in sicurezza, affidato a Fabrizio Lucarini, restauratore toscano probabilmente conosciuto da Schiaparelli negli anni della sua direzione presso il Museo Egizio di Firenze.
NOTA: Lucarini diventerà famoso qualche anno dopo, nel 1913, quando gli verrà affidato il restauro della Gioconda di Leonardo, recuperata dopo il celebre furto del 1911
Desquamazione e degrado del colore sono stati tra i principali “nemici” dei dipinti
Nonostante questo, la tomba rimase aperta ai visitatori fino agli anni ’20, quando si manifestarono ulteriori danni dovuti al caldo ed all’umidità. L’uso di lumi a petrolio in questi anni ha aggravato la situazione aggiungendo una patina grigiastra ed oleosa ai dipinti.
La Sala del Sarcofago è quella che ha subito maggiormente danni dalla scoperta di Schiaparelli ai giorni nostri. Il confronto tra le immagini del 1904 e quelle del 1989 è impietosa, qui la parete sud-est, dove inizia l’attraversamento dei 10 portali del capitolo 144 del Libro dei Morti. Aver lasciato deteriorare così alcune tra le immagini più belle che l’Antico Egitto ci aveva tramandato è, a tutti gli effetti, un crimine.
Nelle immagini si può vedere come, oltre al deterioramento dei colori, larghi pezzi di intonaco si siano staccati rovinando per sempre alcuni dipinti. Il sale presente nella tomba, evaporando con l’umidità si è ri-cristallizzato sulle pareti aggravando la situazione di molti dipinti.
Un altro esempio del deterioramento moderno, tra la tavola originale di Schiaparelli e l’attuale stato di conservazione. Il muso del Guardiano è andato perso, come una parte dei geroglifici in alto a sinistra ed in basso a destra
IL RESTAURO
A metà degli anni ’80 venne quindi varato un progetto di restauro della tomba da parte del Getty Conservation Institute in collaborazione con la Sovrintendenza alle Antichità Egiziana. A capo del progetto di restauro due italiani, i professori Paolo e Laura Mora, precedentemente impegnati per quasi quaranta anni all’Istituto Centrale del Restauro di Roma.
Paolo e Laura Mora, responsabili del restauro dei dipinti della QV66. Un lavoro pazzesco, svolto con enorme maestria. Un ringraziamento imperituro a loro ed a tutto lo staff.
Un primo restauro di emergenza è intervenuto sui decori sollevati dall’intonaco ed in pericolo di staccarsi. Strisce di carta a grana fine di corteccia di gelso giapponese sono state posizionate su ciascuno dei frammenti sollevati e fissate con cura al muro utilizzando una resina acrilica.
L’applicazione di strisce di carta di gelso fissata con resina acrilica per impedire il distacco di altre parti dei dipinti. Sono state usate più di diecimila striscioline di carta di gelso per fissare le parti più esposte dei dipinti
Il piede di Osiride, Sala del Sarcofago (scena dell’incontro con Nefertari, parete nord) prima e dopo il restauro. A partire da un pezzo di intonaco quasi completamente staccato, sono stati rimossi i depositi salini sottostanti con un bisturi, eliminati i residui con l’aria compressa, iniettato una malta composta da acqua, sabbia finissima, gesso e resina acrilica, pressato il frammento nella sua posizione originale, e successivamente ripulito. Il tutto con la paura di perdere definitivamente il dipinto originale
Dopo una pulizia preliminare (anche di precedenti tentativi di restauro), è stato consolidato l’intonaco per prevenire ulteriori danni con l’iniezione di una sorta di malta (ottenuta con sabbia, gesso ed una resina acrilica come collante) nei punti sollevati dei dipinti, e sono stati re-incollati i frammenti recuperati. Alcuni materiali dei restauri passati sono stati particolarmente difficili da rimuovere avendo anche “invaso” l’area dei dipinti.
I danni dei precedenti restauri, con il materiale di riempimento che aveva coperto parte dei dipinti, sempre scena dell’incontro con Osiride, parete nord della Sala del Sarcofago
Un altro esempio di cattivo restauro del passato è il soffitto della seconda scalinata, in alto scendendo dall’Anticamera. La zona notevolmente più chiara a sinistra nella foto è l’effetto dell’uso di un solvente troppo aggressivo che ha distrutto la colorazione blu/nero del cielo
È stato necessario rimuovere con l’acetone uno strato di fuliggine causato dai lumi a petrolio usati durante i lavori di Schiaparelli e le successive visite alla tomba, nonché un bel numero di manate sporche.
Un ulteriore esempio di restauro conservativo (Pilastro 3 della Sala del Sarcofago): un intero pezzo del dipinto con l’intonaco sottostante si era staccato ed andato perso. Si è deciso di riempire lo spazio lasciato vuoto con un nuovo intonaco in colore neutro portandolo al livello del dipinto in altorilievo segnandone il contorno, ma di non ricreare il disegno od i colori del frammento mancante. Scelta corretta? Avremmo preferito un restauro ricreativo, riproducendo il frammento mancante rendendolo più “completo” ma meno “originale”?
L’immagine di Osiride davanti alle offerte di Nefertari nell’Annesso orientale ha causato un dilemma particolare in quanto restaurato malamente negli anni ’50. Dopo lunghe discussioni, è stato deciso di ricoprire il restauro maldestro, che sarebbe però facilmente “recuperabile” togliendo lo strato di intonaco messo sopra.
L’Osiride del dilemma: in alto a sinistra la tavola originale di Schiaparelli; il alto a destra come appariva negli anni ’20. In basso a sinistra dopo il maldestro restauro negli anni ’50: colori sbagliati, disegno del trono di Osiride completamente diverso dall’originale. Si è deciso di coprire l’area restaurata con intonaco neutro, facilmente rimovibile però se si volesse ripristinare la figura come negli anni ’50.
Da notare che il lavoro di restauro non ha aggiunto nessun colore ai dipinti della tomba, quindi quelli che vediamo sono i colori originali usati dagli artisti egizi.
A sinistra: Osiride su uno dei pilastri, prima e dopo il restauro. A destra: qui è particolarmente visibile l’annerimento dovuto ai lumi a petrolio, ripulito con acetone, ed il riempimento con intonaco dei frammenti staccatisi. Anche in questo caso è stato ricreato il contorno del ritratto, ma non è stato ricreato il disegno né applicati nuovi colori.
La famosa foto che ritrae Lorenza D’Alessandro, una delle restauratrici del gruppo di Paolo e Laura Mora, a tu per tu con Nefertari, a cui sta ridonando l’antico splendore. Ricordiamoci che dietro ad ogni scoperta, ad ogni recupero dei reperti ci sono delle persone, dei professionisti che usano tutte le loro capacità e tutto il loro talento per permetterci di continuare ad apprezzare questa straordinaria civiltà
Riferimenti:
John K. McDonald, House of Eternity: The Tomb of Nefertari.Los Angeles, 1996
Miguel Angel Corzo e Mahasti Afshar, Art and Eternity: The Nefertari Wall Paintings Conservation Project, 1986-1992 Los Angeles, 1993
Ernesto Schiaparelli (1904), “La Tomba di Nofretari Mirinmut,” Relazione sui lavori della missione archeologica italiana in Egitto, Volume 1 (Torino, G. Chiantore, 1923)
Rose, Bone-Muller, Ferrero Il passato rivelato White Star Edizioni, 2012
Lo strano rumore si ripeté e, nel buio totale, strane forme sembrarono muoversi!
Poi, per un lungo periodo, regnò solo il silenzio… graffiante si rifece vivo il rumore… Questa volta si ripeté, un tamburellare sordo, solo a tratti interrotto per intervalli che si facevano via via più brevi…
Lo sciacallo restò nella sua immobile posizione, le orecchie ben tese ad individuarne la provenienza e, soprattutto, il motivo… poco distante, i cobra ergevano il capo ornato del temibile cappuccio, pronti a scattare contro l’intruso…
Strani suoni si susseguirono e, nel buio, sembrarono amplificarsi… alcuni sembravano voci, ma erano incomprensibili e giungevano da distanze infinite… poi un nuovo rumore raschiante, quindi un fruscio, il rumore di un essere strisciante che si insinua negli anfratti, uno scalpiccio confuso, voci che sembrano allarmate, eccitate… urla incomprensibili.
I guardiani, immobili nella loro posizione protocollare, non sembrarono dar segni di allarme, ed anzi continuarono, imperterriti, a presidiare il loro obbiettivo guardandosi l’un l’altro per quanto lo permetteva il buio. Poco discosti, l’ippopotamo, il leopardo e la leonessa annusarono l’aria che portava l’odore, mai dimenticato, dell’uomo.
…poi accadde… nel buio sembrò avanzare un sottile punto di luce e si scatenò il vento che fece danzare una sciarpa di lino ed alzò nell’aria una polvere sottile che riempiva i polmoni… il puntino di luce, pian piano, si ingrandì, come un lume che, nella notte, ti viene incontro, e i rumori si fecero più chiari anche se, in ogni caso, le voci continuavano pur sempre ad essere incomprensibili!
La luce si era, intanto, fatta ancor più vivida anche se il raggio era offuscato proprio dalla polvere poco prima sollevata dall’improvvisa folata di vento.
Qualcuno si stagliò contro il vivido chiarore per un attimo, qualcosa brillò in una mano lanciando una fredda lama di luce là dove la luce non poteva arrivare…
Brusio, voci nel buio, la cadenza di una interrogazione: “…cose meravigliose” fu la semplice risposta.
L’avventura più famosa dell’archeologia stava per cominciare[1]!
LA MALEDIZIONE
Eppure…: “La morte verrà su agili ali per chi profanerà il sonno del faraone” …una frase che di certo mette i brividi e che avrebbe ben dovuto mettere in guardia gli archeologi e chiunque fosse coinvolto nella scoperta del secolo. Ma per fortuna il suono di un violino, nel silenzio della Valle dei Re, ci fornisce un importante indizio sul chi potrebbe risolvere quest’appassionante giallo egittologico; da qualche parte, ne sono certo, avvolto in una nuvola di fumo della sua immancabile pipa e calzando il suo famoso “deerstalker” c’è Sherlock Holmes e vedrete che in poco tempo scoprirà chi ha scritto quella frase, sottolineando tutto con il suo…“Elementare Watson”.
Già! Due frasi ormai famose, la prima, vi diranno con inequivocabile certezza, era scritta su un muro della tomba del faraone fanciullo, Tutankhamon, mentre la seconda, con altrettanta inequivocabile certezza, è forse la più famosa della giallistica mondiale.
Eppure queste due frasi hanno decisamente una sola cosa in comune: NON sono mai esistite!
Se è vero, infatti, che in nessuno degli oltre cinquanta racconti di Sherlock Holmes questi pronunci la frase per cui è invece famoso, è altrettanto vero che la frase relativa alla maledizione di Tutankhamon non è mai stata scritta, né tantomeno letta o (per gli amanti dei complotti a tutti i costi) cancellata. Come vedremo più avanti, anche qualcos’altro legherà il “padre” dell’investigatore per eccellenza, alla tomba del bambino che, salito al trono all’età di forse nove anni con il nome di Tutankhaton, morirà a diciotto con quello di Tutankhamon[2].
Del resto, a costo di diventare antipatico a chi ama Sherlock Holmes, occorre sfatare anche un altro mito: non ha mai indossato un deerstalker, il famoso cappello a doppia falda tipico dei cacciatori di cervi inglesi. Può essere triste scoprire che, già allora, la pubblicità occulta era l’anima del commercio, ma fu una scelta del disegnatore che illustrava le storie del detective per lo “Strand Magazine” per… pubblicizzare il negozio di cappelli di un amico.
Ma torniamo a quel 4 novembre 1922 in cui l’archeologo Howard Carter, sovvenzionato dal Quinto Conte di Carnarvon, Lord George Edward Stanhope Molyneux Herbert, scopre quello che si rivelò essere il primo dei sedici gradini che lo avrebbero condotto alla più grande scoperta egittologica di sempre: la tomba KV62 del faraone Tutankhamon[3]. E anche in questo caso, siamo costretti a tornare sull’importanza della pubblicità come anima del commercio giacché, per quella scoperta eccezionale, il nobile sponsor britannico, anche per rifarsi, almeno in parte, delle spese sostenute in oltre sette anni di scavi, pensò bene di dare l’esclusiva di tutto quanto riguardava i lavori di scavo e recupero a un unico giornale, “The Times” di Londra, per la cifra, astronomica per l’epoca, di 5.000 sterline oltre il 75% di ogni introito derivante dalla vendita di notizie ad altri giornali.
E quando si dice “esclusiva”, visto peraltro il giro di danaro conseguente, s’intende proprio che nessuno, nemmeno il Governo egiziano, padrone di casa, poteva avere notizia alcuna se non… comprando proprio quel giornale[4]! Cosa che, come s’intuisce, in un’epoca in cui tutto dipendeva dalla carta stampata, creava da un lato suspense, ma dall’altro suscitò astio e gelosia nei confronti degli artefici della scoperta e dell’unico giornale in grado di aumentare le proprie tirature all’inverosimile. Si tenga presente, che i lavori di svuotamento della KV62, la tomba di Tutankhamon, durarono ben otto anni, fino al novembre 1930, e si avrà una buona idea di quale “guerra” si sviluppò attorno alla scoperta del secolo.
A farne le spese, più di tutti, erano proprio i cronisti che i giornali di tutto il mondo, sostenendo ingenti spese, avevano inviato sul posto per informare i propri lettori e che dovevano accontentarsi di poche briciole, assolutamente insufficienti a garantire loro non solo la permanenza sul posto, ma anche lo stesso posto di lavoro. Fiorì così una congerie di false notizie tra cui, appunto, la frase con cui abbiamo iniziato questo articolo che, in qualche modo, vide coinvolto proprio Sir Arthur Conan Doyle, medico, scrittore, ma anche famoso e convinto spiritista e occultista che, nel 1892, aveva scritto un romanzo breve dal titolo “Lot 249”, poi ribattezzato, proprio in concomitanza della scoperta, con il più attraente titolo di “Mummy number 249” in cui una mummia egizia, risvegliata magicamente dal suo sonno presso l’Università di Oxford, semina il terrore nella cittadina.
Per avere idea di quanto Conan Doyle fosse permeato di occultismo e spiritismo, si consideri che, in principio grande amico del “mago” ed escapologo Harry Houdini, giunse poi ad accusarlo di voler nascondere al mondo i suoi veri poteri sovrannaturali, giacché le sue strabilianti performance artistiche non potevano in assoluto essere solo frutto di trucchi di scena.
Il “padre” di Sherlock Holmes, peraltro, non era nuovo alla creazione di vere e proprie fake-news egittologiche: nel 1907, ad esempio, alla morte –per peritonite- dell’amico giornalista, del “Daily Express”, Bertram Fletcher Robinson, che stava svolgendo un’inchiesta sul coperchio di un sarcofago egizio ospitato dal British Museum di Londra (noto come “Unlucky Man” e inventariato con il n.ro EA22542), ne attribuì la causa a uno spirito elementare… intrappolato nel coperchio stesso. Per comprendere quale presa ebbe questa notizia sul mondo di allora, si consideri che nel 1912, dopo l’affondamento del Titanic, si sparse la voce che a bordo si trovasse proprio “Unlucky Man”. Il reperto si sarebbe salvato dal naufragio perché, caricato in una scialuppa di salvataggio la tragica notte dell’affondamento, sarebbe stato restituito alla Gran Bretagna non prima, s’intende, di aver contribuito all’affondamento di un’altra nave, la “Empress of Ireland” che lo stava riportando in patria.
Proprio rifacendosi alla morte di Robinson, e allo “spirito elementare”intrappolato nel coperchio di “Unlucky Man”,Conan Doyle nel corso in un’intervista, unendo la sua alla voce di molti esoteristi e spiritisti, parlò espressamente di una maledizione che di certo esisteva per chi avesse profanato la tomba del faraone Tutankhamon. Fu così che, anche per le scarsissime notizie derivanti dalla scoperta, per i motivi sopra visti, proliferarono sulle prime pagine titoli cubitali sensazionalistici, su quattro colonne, sulla maledizione del faraone e nacque la frase con cui abbiamo iniziato questo articolo e che rimbalzò di colonna in colonna: “la morte verrà su agili ali per chi profanerà il sonno del faraone”.
Nacquero e proliferarono, di conseguenza, le notizie più tragiche sulla sorte stessa di coloro che avevano preso parte alla scoperta egittologica: morti misteriose, malattie incurabili, suicidi ed altre amenità simili che, per i corrispondenti “a secco” di notizie autentiche, facevano lievitare le vendite dei giornali per cui lavoravano e consentivano loro di salvare il proprio posto di lavoro.
Se si esclude Lord Carnarvon, il finanziatore della missione egittologica, morto (nel 1923) circa un anno dopo per un’infezione causata dall’aver infettato con il rasoio, radendosi, la puntura di un insetto (rammento che la penicillina sarà scoperta solo sei anni dopo, nel 1929), si può rapidamente escludere ogni magica maledizione millenaria considerando che delle ventisei persone presenti all’apertura della tomba KV62, solo sei morirono nei dieci anni successivi e che, mediamente, tutte vissero almeno 25 anni dopo la scoperta. Carter, quello che sarebbe dovuto essere il principale “colpevole” di aver violato il sonno del faraone, morì nel 1939 (17 anni dopo la scoperta), all’età di 65 anni, e il Dr. Douglas Derry, colui che più di tutti “profanò” il corpo di Tutankhamon, avendone fatto l’autopsia nel 1925, morirà alla veneranda età di 87 anni, nel 1969. A settantanove anni, invece, nel 1980, morirà Lady Evelyn figlia del Conte di Carnarvon che non solo fu presente alle operazioni di apertura della tomba, ma fu forse, in assoluto, la prima persona a essere entrata nella tomba ancora chiusa. Eh già… secondo alcune notizie diaristiche, infatti, pare che gli scopritori fossero così eccitati all’idea di entrare fisicamente prima dell’apertura ufficiale, da praticare un foro in basso su una parete attraverso cui poteva accedere solo un corpo molto minuto come, appunto, quello della giovanissima Lady Evelyn che, all’epoca, aveva 21 anni (il foro sarebbe poi stato mascherato con una larga cesta che si nota in tutte le foto d’epoca).
Sono sicuro che qualcuno sarà rimasto deluso da questo articolo, forse sperando in una maledizione più “classica”; con mummie sonnambolicamente aggirantesi per la città e fanciulle o, perché no, l’intero mondo in pericolo.
Si consolino, tuttavia, la storia dell’Antico Egitto è così vasta e misteriosa di per se, anche senza scomodare ufo e omini verdi, che ci sarà sempre un mito in cui credere… almeno fino a che non comparirà un guastafeste a dimostrare che si tratta solo di una delle tante fake-news.
Due foto di Harry Burton in cui si nota la cesta che avrebbe nascosto il foro praticato nella tamponatura della porta che, dall'”anticamera”, dava accesso alla “camera funeraria” e al resto della KV62. Harry Burton (1879-1940) fu il fotografo che, per otto anni, seguì le operazioni di svuotamento della KV62 fotografando tutte le suppellettili e tutto quanto era contenuto nella tomba. Per la prima volta lo scavo e la repertazione avvenne con metodo scientifico: ogni oggetto, dapprima disegnato e riportato su pianta, doveva risultare in almeno due foto nella sua posizione originale. Le fotografie di Burton, ancora oggi, sono considerate tra le migliori foto archeologiche di tutti i tempi.
[1]Volutamente non ho ritenuto opportuno “disturbare” questa introduzione con note per aumentarne l’effetto finale, mi pare doveroso, però, far ora notare che si fa riferimento ad oggetti che si trovavano all’interno della tomba KV62, della Valle dei Re, di Tutankhamon.
Così, lo sciacallo fa riferimento alla statua lignea di Anubi che, accucciato, sembrava quasi far la guardia alla tomba stessa; accanto a tale statua si trovava un tabernacolo la cui cornice superiore era costituita, appunto, da cobra con il cappuccio bene aperto ed anche il riferimento alla sciarpa di lino agitata dall’aria si richiama ad una effettiva striscia di tale tessuto che cingeva il collo dello sciacallo.
La porta della camera sepolcrale, inoltre, era fiancheggiata da due statue, a grandezza naturale, rappresentanti il sovrano defunto che regge un alto bastone.
Ippopotamo, leonessa e leopardo, infine, sono riferimenti ad altrettante sculture che ornavano tre letti funerari che si trovavano nell’ “Anticamera” della KV62 e che, verosimilmente, furono tra i primi oggetti che Carter scorse quando, alla luce di una debole torcia, diede la prima occhiata all’interno della tomba. In quell’occasione, era il novembre del 1922, alla domanda di Carnarvon sul cosa scorgesse, esclamò la frase passata alla storia: “Cose meravigliose”.
[2] E’ noto che il faraone Nefer-Kheperu-Ra Amenhotep, IV di questo nome, mutato il suo nome in quello di Akhenaton, instaurò il culto di Aton in luogo di quello del dio Amon, in una sorta di monoteismo (in realtà più giusto sarebbe parlare di enoteismo). Alla sua morte salì al trono Tutankhaton il cui nome, nella parte teofora,faceva riferimento al dio prescelto da Akhenaton. Dopo qualche anno di regno, in realtà sotto la guida di un comitato di reggenza, venne restaurato il culto degli antichi dei e il faraone variò il suo nome in quello dio Tutankhamon,
[3]attualmente la Valle dei Re ospita 65 tombe scoperte (dal 1922 e fino al 2005 la KV62 è stata l’ultima scoperta).
La numerazione, tuttavia, non ha nulla a che vedere con la progressione sul trono dei titolari; nel 1827, infatti, l’egittologo inglese John Gardner Wilkinson numerò le tombe all’epoca già scoperte da 1 a 22 seguendo l’ordine geografico da nord a sud. Solo da tale data in poi, ovvero dalla KV23, il numero corrisponde all’ordine di scoperta.
In alcuni casi la numerazione di alcune tombe della valle ovest è preceduta dalla sigla “WV”, ovvero West Valley, ma è bene tener presente che la numerazione fa comunque riferimento alla Valle dei Re e, a titolo di esempio, la tomba WV23 di Ay, corrisponde, di fatto, alla KV23.
[4] Si consideri che, per violenti dissapori con il Governo locale causati proprio da tale paradossale situazione, Carter fu costretto a lasciare gli scavi per un certo periodo – aprile 1924/gennaio 1925 -.