Il 2 settembre 1906, circa 160 metri ad ovest del tempio principale di Bubastis, là dove si stava costruendo la linea ferroviaria che collegava il Cairo, Mansoura e Belbeis, fu scoperto uno straordinario tesoro, composto da oggetti d’oro e d’argento: gli operai lo nascosero per poterselo dividere ma il Servizio per le Antichità, avvertito per tempo, riuscì a recuperarne la maggior parte.
Esso venne probabilmente sepolto da sacerdoti che intendevano proteggerlo o da saccheggiatori che l’avevano razziato ed intendevano tornare a recuperarlo in un momento successivo.
Il 16 ottobre successivo a poca distanza dal primo venne alla luce un altro tesoro, ben più importante, e le Autorità riuscirono ad intervenire prontamente ed a recuperarlo.
Entrambi i tesori comprendevano vasellame in oro e argento, gioielli (collane, orecchini, bracciali, anelli) e molti piccoli oggetti in argento, molto probabilmente offerte votive dedicate alla dea Bastet; le iscrizioni presenti su molti di essi permettono di farli risalire alla XIX dinastia (1539-1075 a.C. circa), ed in particolare all’epoca della regina Tausert, salvo una coppia di bracciali recanti il cartiglio di Ramses II.
Nel 1992, infine, la missione dell’Università di Zagazig scoprì sotto le fondamenta del tempio il cosiddetto “nuovo tesoro” composto da 139 pezzi di gioielleria, per la maggior parte amuleti e perline decorative in oro, in argento, in corniola, in vetro, in steatite ed in maiolica, conservati in due piccoli contenitori di alabastro.
Molti reperti appartenenti ai tre tesori sono oggi esposti al Museo Tell Basta di Zagazig, inaugurato all’inizio di marzo 2018 dal ministro delle Antichità egiziano Khaled El-Enany; nei prossimi post vi mostrerò nel dettaglio i magnifici reperti che li compongono.
Nelle immagini: un primo assaggio dei tesori di Bubastis
Nel Delta del Nilo, a sud-est della città egiziana di Zagazig, si trova il sito di Tell Basta, ove sorgono le rovine di Bubastis (in egizio Per Bastet – Dominio di Bastet), che fu capoluogo di un nomo ed anche capitale del Basso Egitto nel corso della XXII dinastia.
La città sorgeva in una zona strategicamente importante alla confluenza tra il ramo Tanita (o Bubastide) e quello Pelusiaco del Nilo, base di partenza per le missioni militari verso l´Asia e per le spedizioni commerciali verso il Mediterraneo e minerarie dirette nel Sinai per acquisire turchesi e rame.
Fin dalla IV dinastia essa fu sede di un tempio dedicato a Bastet; Erodoto, che lo visitò nel V secolo a.C., rimase impressionato dalla sua magnificenza: “In questa città c’è un tempio molto degno di menzione; anche se ci sono altri templi che sono più grandi e costruiti con un costo maggiore, niente più di questo è un piacere per gli occhi”.
Lo storico greco riferisce che ogni anno, in occasione di una festa in onore della Dea, la città raccoglieva migliaia di pellegrini che giungevano in barca navigando il Nilo e che per tutto il viaggio cantavano, battevano le mani e gridavano e che poi si davano agli eccessi, “bevendo più vino in quei giorni che durante tutto il resto dell’anno”.
Egli descrive le proporzioni imponenti del portico del tempio che si trovava nel centro di un’area depressa nel mezzo della città “così che si sarebbe potuto guardare in basso e vederla ovunque ci si trovasse”, e narra delle pareti mirabilmente scolpite e di uno specchio d’acqua a forma di falce di luna che circondava l’edificio su tre lati.
La città raggiunse il suo apogeo nel Terzo Periodo Intermedio, per poi declinare ed essere abbandonata nel settimo secolo, dopo la conquista musulmana; la memoria della sua posizione si perse per secoli fino a quando essa fu nuovamente individuata nel 1798 da Étienne-Louis Malus, uno studioso francese che accompagnò Napoleone nella sua spedizione in Egitto ma venne scavata solo nel 1888 dall’egittologo svizzero Édouard-Henri Naville.
Egli si dedicò in modo particolare allo studio del Tempio di Bastet, all’epoca ancora imponente, e portò alla luce un’immensa necropoli che conteneva gatti mummificati, migliaia di statuette di bronzo raffiguranti Bastet e raffinati frammenti di statue, che inviò al British Museum di Londra.
In quell’epoca la zona fu devastata dai cercatori di fertilizzanti e numerosi reperti furono trasferiti nei musei di tutto il mondo e nelle collezioni privati; i monumenti vennero smantellati ed il calcare fu riutilizzato per le costruzioni di edifici moderni.
Nelle poche rovine rimaste sono oggi identificabili il peristilio del tempio, il portale monumentale e il cortile del giubileo di Osorkon, una sala ipostila con colonne papiriformi del Regno medio e il santuario di Nekhtharehbe (Nectanebo II); nella città sono visibili anche le rovine di un tempio di Pepi I e di un edificio in mattoni di Amenemhat III.
Nelle immagini:
a sinistra in alto – posizione geografica di Bubastis;
a destra in alto – ricostruzione dell’area del tempio di Bastet;
a sinistra in basso modello del palazzo del Medio Impero;
Merytaton è la primogenita delle sei figlie nate da Akhenaton e Nefertiti. Nacque, probabilmente nel terzo o quarto anno del regno di suo padre, circa nel 1354 a. C..
Fu sicuramente la figlia prediletta del re, è sempre raffigurata insieme alla coppia reale e in proporzioni maggiori, rispetto alle sorelle, in quanto essendo la primogenita.
La si vede sulle stele confinarie di Akhenaton, nonché sulle pareti della reale tomba amarniana e in tutti i graffiti che ritraggono la famiglia reale.
Il suo nome significa amata dall’ Aton. Si pensa abbia sposato il padre, all’età di undici anni, diventando Grande Sposa Reale, l’opinione diffusa è però che ella non sia mai stata partner sessuale del padre, ma che abbia avuto un ruolo di rappresentanza alle cerimonie.
Sulla figura di questa principessa si addensano interrogativi, privi per ora, di risposte certe, che riguardano il suo ruolo negli ultimi anni di regno di suo padre.
Potrebbe essere stata coreggente con Akhenaton, aver regnato da sola alla sua morte, per poi sposare Smenkhare, effimero e misterioso personaggio sul quale non si hanno notizie certe, lo avrebbe sposato per legittimarlo al trono.
Il suo regno fu di breve durata e presto fu necessario ricorrere al l’investitura del giovane Tutankhamon. A proposito della posizione di Merytaton a palazzo, all’epoca in cui sembrerebbe “scomparsa” Nefertiti, conviene ricordare una lettera di Amarna, spedita in Egitto alla corte di Abymilki re di Tiro.
Questa missiva, la E 155, vede Merytaton-Mayati destinataria di un ossequio profondo tanto da porla alla pari del re e da far dubitare chi fosse effettivamente il sovrano d’Egitto. Qualcuno ha sostenuto che ci fosse coreggenza tra Akhenaton e sua figlia ma che fosse, in effetti, lei a governare. Intorno al 1333 a. C., si reputa, che abbia regnato da sola dopo la morte prematura di Smenkhare, col nome di Ankhtkhepetura Nefernrferuaton, con questo nome, infatti sono stati rinvenuti vari cartigli reali.
È anche possibile che abbia affiancato anche il piccolo Tutankhamon, prima che questi prendesse il trono d’Egitto.Non si conosce il suo luogo di sepoltura, ma oggetti riferibili a lei sono stati rinvenuti sia nella tomba di Tutkhamon sia nella KV55.
Nella tomba di Tutkhamon è stata rinvenuta una veste di lino decorata con 49 margherite d’oro, sono affiancati i nomi di Smenkhare e Merytaton, mentre uno scialle reca i cartigli di Smenkhare e di Ankhtkhepetura, sotto questo nome si cela, forse Merytaton stessa.
Fonte :
Forum Egittophilia
Valerie Angenot, Università del Quebec
LA PALETTA DA SCRIBA DI MERYTATON
Si tratta di una paletta da scriba di dimensioni ridotte.
Apparentemente un giocattolo, tuttavia pienamente funzionante, come conferma il Corredo composto da inchiostri, vasetto per l’acqua e lo stilo, nonché l’usura.
L’oggetto in questione è di pregevole fattura, tutto lavorato usando l’avorio, manici degli stilo compresi.
Per lo più questi oggetti, anche se appartenenti a scribi piuttosto quotati, erano ottenuti dal legno.
Gli esemplari in avorio, rinvenuti, appartenevano a sovrani, ed avevano dimensioni maggiori.
L’iscrizione che vi compare non lascia dubbi circa la sua proprietaria : Merytaton.
Sull’oggetto, tuttavia, compare anche un altro nome, quello della madre, Nefertiti.
Al contrario del nome della regina, il nome di Merytaton non è iscritto in un cartiglio, dettaglio che conferma che non avesse ancora assunto il titolo di Sposa Reale.
Un precoce interesse al “gioco dello scriba” che, forse, Nefertiti volle incentivare, onorando il desiderio della figlia verso quella che era ritenuta, a tutti gli effetti, una prerogativa maschile.
La paletta dello scriba ( Burton), Carter N. 262 Cairo, Egyptian Museum JE 62079 La paletta appartenuta a Merytaton è quella orizzontale. Le altre riportano solo il nome di Tutkhamon.
La paletta si trovava proprio tra le zampe di Anubi. Tomba di Tutankhamon
E’ detto piccolo inno per non confonderlo con il “Grande inno” ben più famoso e conosciuto.
Questo testo è rappresentato in 8 esemplari praticamente simili ma non identici tutti provenienti dalle tombe di Amarna. Piccole varianti li caratterizzano.
Ne propongo qui uno in solo testo, proveniente dalla tomba di Mahu TA9. Il mio intento è prendere in esame tutti i testi, confrontarli e evidenziare le differenze, con trascrizione geroglifica, traduzione e traslitterazione, nonché qualche informazione sul contesto di provenienza. Naturalmente è un lavoro lungo e dai tempi non quantificabili.
Il testo:
Adorazione: viva Ra-HarAkhty-che-esulta-nell’-orizzonte in-suo-nome-di-Shu-che-è-in-Aton Viva per sempre e per l’eternità , da parte del re, che vive nella verità, signore delle due terre Nefer Kheperura Waenre, figlio di Ra che vive nella verità, signore delle corone, ( Akhenaton) , grande nella (durata della) sua vita (affinché) possa dare per sempre vita eterna. Il tuo sorgere è bello (oh) Aton vivente signore dell’eternità. Tu sei brillante, bello/perfetto e forte. Il tuo amore è grande e immensa è la luce che tu irradi che accarezza ? ciascuno (ogni persona). La tua carnagione risplende, fa vivere i cuori e fa in modo che le due terre siano colme del tuo amore. Dio augusto che si è formato da solo (lett. – da lui stesso), che ha fatto ogni terra, e creato ciò che è sopra di lei: come l’umanità, tutte le mandrie e le greggi e tutti gli alberi che crescono sulla terra. Essi vivono quando tu sorgi su di loro. Sei tu madre e padre di tutto quello che hai creato (per) i loro occhi e per il Ka del capo delle guardie Medjay di Akhenaton Mahu, che possa vivere nuovamente (Risorgere?)
Il sito di El-Adaima è situato in Alto Egitto all’incirca a 8 Km. a Sud di Esna e a circa 25 Km.a nord di Ieraconpoli . Gli scavi, ripresi nel 1989 ad opera dell’Istituto Francese di Archeologia Orientale del Cairo (IFAO), hanno interessato un vasto abitato (circa 35 ettari) e due necropoli. In realtà il sito fu scoperto da Henri De Morgan che, nel 1908, lo riportò alla luce eseguendo scavi sia nel settore delle necropoli, sia dell’area abitativa. La maggior parte del materiale recuperato all’epoca è conservato presso il Museo di Brooklyn e, in misura minore, al Museo Archeologico Nazionale di Saint-Germain-en Laye. Nel 1973 il sito è stato nuovamente esplorato da Fernand Debono, nell’ambito delle attività svolte dall’ IFAO, che riportò alla luce una trentina di tombe. Nel 1988 l’installazione di motopompe ha distrutto una parte della necropoli e per di più furono costruite case sull’area dell’antico centro abitato. Grazie all’intervento del Servizio delle Antichità egiziano è stato possibile mettere in salvo le principali zone di scavo, ma l’estensione delle zone agricole ha provocato la totale distruzione dei siti localizzati sul bordo dei terreni agricoli.
A sinistra: vista satellitare dell’Egitto con la localizzazione del sito di el-Adaima; a destra: cartina con dettaglio dei siti archeologici egiziani. La stella rossa evidenzia la posizione di el-Adaima
Uno dei principali punti di interesse emersi ad el-Adaima è dovuto al fatto che gli scavi condotti tra il 1990 e il 1993 hanno interessato parallelamente l’area delle necropoli e quella del centro abitato, permettendo un confronto senza precedenti nel campo degli studi sulla preistoria egizia, conosciuta esclusivamente per i suoi cimiteri. In particolare, sono state evidenziate due necropoli distinte dal punto di vista topografico, geomorfologico e cronologico: la Necropoli Ovest che domina il panorama di tombe scoperte in passato da De Morgan (cronologicamente riferite alla fase finale del Naqada I, Naqada II e III) e la Necropoli Est (I e II Dinastia), prolungamento della precedente, che occupa una parte del letto di una Uadi che separa la Necropoli Ovest dall’area dell’abitato. Analizzeremo nel prosieguo le tre zone di interesse archeologico
Vaso globulare, con due ampi manici sulla spalla. Ceramica rossastra, decorata, in pittura bruno-rossastra, con spirali disposte in file ordinate; motivi semicircolari nella parte superiore; denso motivo incrociato sul labbro sottile e leggermente svasato, che si irradia sulla parte inferiore. Collo molto corto e fondo arrotondato. Naqada II (3500-3300 a.C.), Brooklyn Museum. Dimensioni 14×19,4 cm.
Fonte: Beatrix Midant-Reynes, Nathalie Buchez, Eric Cubezy, Thierry Janin (Institut français d’archéologie orientale, Le Caire)
Parte I, La Necropoli Ovest
Nella Necropoli Ovest sono state rinvenute duecentoquarantuno tombe, di cui solo una ventina intatte. Si tratta di semplici fosse scavate nella sabbia ed aventi una profondità molto variabile. Lo sviluppo delle sepolture è organizzato a partire dalla più antica (Naqada Ic). E’ situata sul punto più elevato e mostra delle notevoli peculiarità relative alle pratiche funerarie. In una fossa di circa 2,5 metri di diametro fu acceso un fuoco. Una volta spentosi vi furono deposte sei salme accompagnate da offerte consistenti in piccoli vasi decorati con motivi a zig-zag. Come già avvenuto tante altre volte, la tomba è stata saccheggiata per prelevarne gli oggetti più ambiti (forse dei gioielli realizzati in rame). Risulta evidente che queste tombe furono depredate a partire dall’epoca predinastica da persone che ne conoscevano sia ubicazione che il contenuto e la disposizione dei corpi. Era sufficiente affondare le mani nella sabbia, cercando gli oggetti di interesse situati, per lo più, laddove era posta la testa del defunto. Infatti, la parte cefalica è l’unica che è risultata alterata.
A partire da questa sepoltura, il cimitero si è sviluppato in direzione nord-est e soprattutto sud-est, con inumazioni semplici e multiple (in genere due o tre individui), rivelando pratiche funerarie note, ma che non erano mai state accuratamente documentate come, ad esempio, le inumazioni semplici, ricoperte unicamente da una stuoia, e l’asportazione di crani. L’insieme dei corpi venuti alla luce ha mostrato la presenza di pochissimi bambini, contrariamente a quanto rivelato dalla Necropoli Est.
Necropoli Ovest, Tomba S55, la più antica situata nel punto più elevato.
Vasi con decorazioni nere a zig-zag tracciate col carbone rinvenuti nella tomba S55.
Necropoli Ovest, sepoltura doppia. Tomba S11.
Necropoli Ovest, sepoltura con caso di asportazione del cranio.
Vaso con decorazione a zig-zag , Predinastico. Periodo Naqada II (ca. 3500-3300 a.C.) Argilla e pigmento.
L’oggetto è realizzato in ceramica color cuoio, con due larghe anse e base piccola appiattita. Il collo è corto, concavo, leggermente spostato dalla spalla la bocca dritta, piuttosto ampia. Il labbro discretamente ampio, ha la parte superiore appiattita e leggermente inclinata. Il lato inferiore è smussato, lievemente arricciato, e sporge nettamente sul collo. Il vaso è decorato, con pigmento bruno-rossastro, da sei bande di larghezza quasi uguale, riempite da linee orizzontali (simboleggianti l’acqua), dal collo alla base, manici inclusi.
Provenienza: el-Adaima. Brooklyn Museum.
Parte II, La Necropoli est
Nella Necropoli Est, a differenza di quella Occidentale, tutte le sepolture sembrano essere intatte ed appartengono in massima parte ad individui giovani. Da trentacinque tombe esplorate è emerso che si tratta di fosse scavate nel limo, con inumazioni in cofani di argilla cruda o in vasi che contengono il defunto oppure possono essere, più semplicemente, adagiati in posizione capovolta su di esso. Le offerte rinvenute si sono rivelate molto scarse, mentre sono evidentissimi numerosi casi di manomissione delle ossa.
La Necropoli Est durante gli scavi (foto A. Lecler, IFAO)
In particolare, una sepoltura secondaria (denominata S162), presentava un cofano in argilla cruda contenente varie parti del corpo: il cranio e la mandibola, l’osso iliaco, un femore ed una parte di colonna vertebrale. Ancora più particolare, costituendo un caso unico, è stato il rinvenimento di un cranio collocato rovesciato in una fossa e ricoperto da un vaso. Il tutto ad ulteriore riprova del danneggiamento dei cadaveri cosi frequente all’inizio dell’epoca dinastica. Tra le tipologie di vasi restituiti da questa necropoli, una parte preponderante è costituita da oggetti destinati alla cottura, come dimostrano i residui di sostanze carbonizzate. L’utilizzo di tale tipo di vasellame testimonia un evidente cambio di abitudini, dal momento che questo tipo di ceramica non era presente in ambito funerario, come dimostrano i ritrovamenti della Necropoli Ovest. Inoltre, la fattura piuttosto scadente (materiale cotto troppo a lungo, pareti non perfettamente modellate o crepate) denota una sorta di decadimento dei corredi funebri. Questo cambiamento così evidente pone una nuova serie di interrogativi sulla transizione delle pratiche funerarie tra il predinastico ed il protodinastico.
Necropoli Est, Tomba S525. Naqada IIb. Il bambino, di circa quattro anni, fu sepolto in una fossa scavata nel limo del wadi (Foto L. Staniaszek)
Necropoli Est, inumazione in cassa di argilla cruda
Necropoli Est, inumazione di un neonato in vaso
Considerazioni interessanti ci possono venire dall’applicazione delle recenti tecniche applicate all’archeologia. E’ stato infatti messo a punto un interessante progetto di paleobiologia che coinvolge vari Laboratori ed Istituti di ricerca, nell’intento di sfruttare le possibilità offerte dallo studio del DNA fossile avente come scopo primario lo studio dei rapporti di parentela delle necropoli di el-Adaima. Come sappiamo, il DNA rappresenta il codice genetico degli individui ragion per cui il suo studio ci fornisce una serie di informazioni relative ad un osso appartenente ad un determinato soggetto. Grazie a queste informazioni è possibile ricostruire con certezza l’appartenenza di varie ossa ad una determinata persona, le sue relazioni genetiche ed eventuali rapporti di consanguineità con gli altri corpi inumati. Si sono, parimenti, potuti individuare alcuni aspetti epidemiologici, come dimostrano i casi di tubercolosi ossea scoperti in molti soggetti della Necropoli Ovest. Altre patologie evidenziate sono vari tipi di calcoli urinari e biliari e la presenza di diversi gangli calcificati.
Parte III, L’AREA ABITATIVA
I risultati delle indagini condotte nell’area abitativa, anche se meno spettacolari, hanno fornito evidenze non meno interessati. Sono state individuate due zone di insediamento: una su una terrazza ghiaiosa ai margini settentrionali del sito e l’altra sul rivestimento sabbioso che digrada in direzione sud.
Veduta aerea dell’area abitativa. Foto A. Lecler, IFAO
Nel primo caso si evidenziano fossati di modesta larghezza e profondità, rivestiti di malta molto dura e contenenti buchi per pali, che delineano tre strutture rettangolari. E probabile si tratti di resti di costruzioni utilizzate come magazzini a giudicare dal rinvenimento in situ di grani di cereali. Ma gli sforzi esplorativi si sono concentrati prevalentemente sul 900 metri quadrati di superficie relativi alla ghiaiosa e sue adiacenze. Si è scavato per una profondità di circa cinquanta centimetri sino a raggiungere il terreno vergine. A causa dell’azione degli agenti erosivi, i vari livelli di occupazione sono stati alterati, causando sovrapposizioni o, addirittura, grovigli molto difficili da ricomporre. In questa zona le strutture appaiono meno permanenti e presentano focolari, buchi per i pali, resti di paletti lignei e zone di deiezione indicativi di un’occupazione domestica molto varia su questo territorio.
Sono state rinvenute sepolture di neonati (del tutto assenti nella contemporanea Necropoli Ovest) e inumazioni di animali, in particolare quattro cani ed un porcellino. Il ritrovamento della metà di un cranio umano, conservato in un sacco di cuoio, non può che essere ricondotto alle asportazioni di crani avvenute in quella stessa Necropoli). Uno dei risultati più stimolanti è stata l’individuazione di una cronologia verticale, resa possibile dall’applicazione dei moderni metodi di indagine e dallo studio delle ceramiche rinvenute. Ne emerge un filo conduttore che, partendo dai livelli più profondi, delinea un quadro cronologico perfettamente coerente che ha potuto essere integrato da una decina di datazioni C14.
Si sono così potuti individuare due grandi periodi suddivisi in un certo numero di fasi. La più antica ricopre tutta la seconda fase dell’epoca naqadiana (cioè dalla fine del Naqada I e tutto il Naqada II) ed è databile in un periodo che si colloca tra il 3600 e il 3400 a.C. Il livello più recente copre l’arco temporale corrispondente alla parte finale del predinastico (Naqada III) ed è databile tra il 3300 ed il 2950 a.C.
Alla base della sequenza sono stati rinvenuti piccoli focolari circolari, mediamente del diametro di circa 20 cm., costituiti da rametti combusti per tre quarti. Trattandosi di fuochi di breve durata, si potrebbe ipotizzare che debbano essere collegati ad un area originariamente destinata alla sepoltura. Gli scavi, però non hanno confermato tale utilizzo. Al livello successivo emergono evidenze di costruzioni leggere (parti di recinti), costituiti da paletti lignei del diametro di circa 5 cm. Di particolare interesse si è rivelata una struttura allungata (5 metri di lunghezza x 1 metro di larghezza), costituita da un paletto del diametro di 15-20 cm alle estremità e da paletti più piccoli per lo più riuniti in gruppi di due o tre. Si può escludere che questa struttura sia da porre in relazione con un’abitazione; probabilmente, è da ritenersi connessa ad un’attività economica, agricola o legata alla pastorizia. La presenza dei pali portanti all’estremità suggerisce la possibile esistenza di una copertura, che avvalorerebbe l’ipotesi di una struttura per lo stoccaggio di cereali.
I risultati delle analisi carpologiche (studio dei semi) effettuati in quest’area evidenziano, infatti, una accurata setacciatura del grano e la pratica dello stoccaggio dell’orzo. Accanto a queste strutture leggere, sono state rinvenute tracce di costruzioni più solide, come sembrano confermare la presenza di buchi per pali praticati nel limo di riporto e delle ceramiche utilizzate come elementi di bloccaggio.
Sono da ricondurre a questa fase le sepolture per i quattro cani (di cui una contenente anche un vaso di offerte), del porcellino e di tre neonati di pochi mesi. Uno strato di limo e sabbia induriti, formatosi grazie anche all’accumulo di materiale organico, sigilla il livello relativo a questo periodo.L’attività in quest’area riprende nel periodo Naqada III ed è attestata dalla presenza di grandi fosse con residui di cenere, mentre l’attività umana si sposta più a nord in prossimità del fiume ed ai margini delle coltivazioni attuali. Già una raccolta di superficie, operata nel 1989 sotto la direzione di A. Hesse, aveva dimostrato che la zona interessata dall’abitato era migrata verso le sponde alla fine del predinastico. Gli scavi del 1993 (Midant-Reynes ed altri) hanno confermato questa ipotesi.
Questo bimbo di uno o due anni fu sepolto nell’area dell’insediamento abitativo. Indossava diversi braccialetti d’osso al polso ed era accompagnato da due vasi con il coperchio annerito, un vaso di basalto e un pettine d’avorio. Sepoltura 9000.1. Foto Y. Tristant
Il corredo funerario rinvenuto nella sepoltura 9000.1. Foto A. Lecler, IFAO
Area abitativa. Una serie di paletti di legno, la maggior parte dei quali bruciati, mostra i limiti della struttura. Nel pavimento sono state scavate numerose piccole fosse arrotondate e la presenza di una mola ne suggerisce l’utilizzo come ambiente per l’immagazzinamento di cereali. Foto B. Midant-Reynes
Fonte:
Beatrix Midant-Reynes, Nathalie Buchez, Eric Cubezy, Thierry Janin (Institut français d’archéologie orientale, Le Caire)
Sulla stessa linea del “Dialogo di un disperato con il suo ba” si pone questo componimento del Primo Periodo Intermedio (~2200-2000 a.C.), il cui testo si trova nella sua forma più completa nel papiro Harris 500, nel quale lo scriba lo segnala come la trascrizione di un testo inciso sulla parete della tomba del re Antef (si pensa Antef I dell’XI dinastia), accanto alla figura di un arpista.
Esso ebbe notevole diffusione con la XVIII dinastia (alcuni studiosi ritengono che sia stato scritto in quel periodo e retrodatato per conferirgli una maggiore autorevolezza) e compare, notevolmente frammentato, anche nella tomba di Pa-Atum-em-heb a Saqqara, ora al Museo di Leida, ed in quella di Neferthotep a Tebe, entrambe risalenti all’epoca amarniana, e poi in altri testi il più recente del quali risale alla XX Dinastia.
Tema centrale sono la caducità che accomuna umili e potenti e l’incertezza dell’Aldilà; gli stessi dei sono impotenti di fronte alla morte e le lamentazioni e i riti funerari non giovano al defunto: nessuno è mai tornato dall’aldilà per raccontare, per cui è inutile continuare a illudersi che esista una sopravvivenza ultraterrena.
Cullarsi nella prospettiva di una improbabile felicità dopo la morte è fallace e rischia di farci perdere di vista il presente; l’unica cosa che l’uomo possa fare per trovare conforto in questa triste situazione è godere appieno la vita e cogliere le occasioni di gioia che essa gli offre
Tratto da Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto, traduzione di Edda Bresciani.
Periscono le generazioni e passano, altre stanno al loro posto, dal tempo degli antenati: i re che esistettero un tempo riposano nelle loro piramidi, sono seppelliti nelle loro tombe i nobili e i glorificati egualmente.
Quelli che han costruito edifici, di cui le sedi più non esistono, cosa è avvenuto di loro? Ho udito le parole di Imhotep e di Hergedef, che moltissimi sono citati nei loro detti: che sono divenute le loro sedi? I muri son caduti, le loro sedi non ci sono più, come se mai fossero esistite.
Nessuno viene di là, che ci dica la loro condizione, che riferisca i loro bisogni, che tranquillizzi il nostro cuore, finché giungiamo anche noi a quel luogo dove essi sono andati.
Rallegra il tuo cuore: ti è salutare l’oblio.
Segui il tuo cuore fintanto che vivi!
Metti mirra sul tuo capo, vestiti di lino fine, profumato di vere meraviglie che fan parte dell’offerta divina.
Aumenta la tua felicità, che non languisca il tuo cuore.
Segui il tuo cuore e la tua felicità, compi il tuo destino sulla terra.
Non affannare il tuo cuore, finché venga per te il giorno della lamentazione funebre. Ma non ode la loro lamentazione colui che è morto: i loro pianti non salvano nessuno dalla tomba.
Pensaci, passa un giorno felice e non te ne stancare.
Vedi, non c’è chi porta con sé i propri beni, vedi, non torna chi se n’è andato.
Nelle immagini, raffigurazioni di arpisti: a sinistra in alto dalla tomba di Nakht a Tebe ovest (TT52); a sinistra in basso: stele di Djied Khonsu Iouefankh – Terzo periodo intermedio – al Louvre;; a destra dalla tomba di Inerkhau (TT359)
La faïence (maiolica) che gli egizi chiamavano “la brillante” “tjehet” é considerato un materiale povero, ma a mio parere non lo é.
Veniva usata anche in sostituzione e per assomigliare a pietre pregiate e più difficili da reperire, tipo il Turchese o il lapislazzuli, proveniente dalle miniere dell’Afghanistan. è un materiale vetroso costituito principalmente di silice (SiO2), ossido di calcio (CaO) e alcali monovalenti; essa è caratterizzata dall’avere un nucleo interno a base di silice macinata o sabbia e un sottile strato esterno di vetro vero e proprio.
La cottura del materiale in un forno produce una superficie simile al vetro con un brillante colore. Il suo uso era noto in Egitto già dal periodo Predinastico (ante 3150 a.C.) con l’aggiunta di coloranti quali il rame o il cobalto
“Nefertari Meritenmut”, la “Bella Compagna, Amata da Mut” (la dea madre raffigurata come un avvoltoio) è stata Grande Sposa Reale di Ramses II, il terzo Faraone della XIX Dinastia. Non si conoscono le sue origini, anche se si suppone discendesse da Ay, il penultimo sovrano della XVIII Dinastia.
Nefertari offre due vasi “nemset” a Hathor, Selkis e Maat; una delle immagini più note della tomba ed il suo cartiglio: nfrt iry mryt n mwt (La Bella Compagna, Amata da Mut). Foto: kairoinfo4u
Nacque intorno al 1295 BCE probabilmente ad Akhmin, l’antica Ipu, capitale del IX Nomo dell’Alto Egitto e città natale anche di Yuia, il papà della regina Tiye. Andò sposa molto giovane a Ramses II a cui diede almeno sei figli, nessuno sopravvissuto al padre.
Morì intorno ai 40 anni nel 25° anno di regno di Ramses, forse ad Abu Simbel. Di lei e della sua importanza ha parlato diffusamente Grazia Musso nella sua rubrica “Donne di Potere sulle rive del Nilo”.
UBICAZIONE E STRUTTURA
La tomba di Nefertari è ubicata nella cosiddetta “Valle delle Regine” (Queens Valley – QV) nella regione occidentale di Tebe ed identificata con il numero 66. È scavata nel versante settentrionale della valle tra le tombe QV 80 di Tuya, la mamma di Ramses II, e la QV68 di Merytamon, figlia e sposa reale dello stesso Ramses.La tomba ha una struttura su due livelli sotterranei, con due scalinate con un piano inclinato al centro per il trasporto del sarcofago. È disposta su un asse sud-sudest/nord-nordovest ma durante la costruzione lo sviluppo è stato “deviato” verso nord, probabilmente per la vicinanza della tomba QV 80 onde evitare crolli. Rispetto alla QV80 di Tuya, estremamente simile come sviluppo, ha un annesso in meno sempre per problemi di vicinanza alla stessa.
L’ubicazione della tomba nella Valle delle Regine
0682 ALa planimetria originale di Schiaparelli e una rappresentazione 3D della tomba
Lo sviluppo delle decorazioni segue il viaggio dell’anima della Regina secondo il Libro dei Morti, con tutte le prove da superare prima di incontrare Osiride e successivamente la sua “resurrezione” entrando nel ciclo eterno del divenire. Il “viaggio” di Nefertari si svolge in senso orario dall’ingresso alla camera sepolcrale fino all’incontro con Osiride, e poi risalendo nel cammino verso la rinascita.
La planimetria con la nomenclatura “moderna” dei locali: A: Ingresso B: Prima scalinata C: Anticamera con mensola scavata nella roccia lungo le pareti occidentali e settentrionali D: Passaggio laterale E: Vestibolo (alcova) F: Porta G: Primo Annesso Est H: Ingresso al corridoio I: Seconda scalinata J: Ingresso alla sala del sarcofago K: Camera funeraria con quattro pilastri (I-IV) e nicchia canopica L: Ingresso all’Annesso Ovest M: Annesso Ovest N: Ingresso al Secondo Annesso Est O: Secondo Annesso Est P: ingresso stanza Nord Q: stanza Nord
Dalla prima scalinata si accede ad una Anticamera, collegata ad est con un vestibolo ad un annesso laterale dedicato ad Osiride ed Atum. Dall’Anticamera una seconda scalinata porta alla Sala del Sarcofago, dotata di 4 pilastri che sorreggono il soffitto e di tre salette laterali, probabilmente con funzioni liturgiche. Una rientranza sulla parete occidentale conteneva probabilmente i vasi canopi. Qui Nefertari raggiunge la meta del suo viaggio, l’incontro con Osiride e la sua eterna rinascita.
L’ingresso della tomba e la prima scalinata nelle tavole originali di Schiaparelli
Il soffitto dell’architrave di ingresso è decorato con una rappresentazione del sole dietro una collina di sabbia, fiancheggiato da Iside (il cui simbolo è ancora visibile) e Neftis in forma di uccelli.
Il decoro rappresenta il sole al tramonto e l’ingresso nel regno dei morti, ma anche il sole nascente e l’eterna rinascita di Nefertari con il disco solare di Ra.
L’ANTICAMERA
L’Anticamera è decorata con i testi del capitolo 17 del Libro dei Morti, l’inizio del cammino nell’Aldilà. Nefertari viene inizialmente rappresentata mentre gioca a senet, liberando il suo “ba” in forma di uccello ed adorando Akeru, il sole sopra l’orizzonte composto da due leoni. I vasi canopici vengono protetti dai figli di Horus prima di scendere nella sala del sarcofago.
L’inizio del viaggio della Regina: Nefertari raffigurata mentre gioca al gioco senet, funzione allegorica del “pensiero” molto usata nella XIX Dinastia. Nella mano destra, Nefertari tiene in mano uno scettro sekhem , mentre con la sinistra si allunga per spostare uno dei pezzi. Nella seconda immagine, è rappresentata come un uccello dalla testa umana appollaiato su un sacrario, la rappresentazione della sua anima ba . Nella terza immagine, è inginocchiata con le braccia alzate in adorazione, rappresentando la sua anima ka di fronte ai cosiddetti “leoni dell’orizzonte” di Akeru ( Akr.w ) Queste immagini sono le uniche in cui Nefertari viene raffigurata mentre indossa dei sandali; nelle altre sarà a piedi nudi. Foto: kairoinfo4u
I due leoni “Sef” (Ieri) e “Duau” (Domani) sono seduti schiena contro schiena con il sole tra di loro formando il segno “Akhet” (“orizzonte”) con il segno “pet” per il cielo sopra di loro. I due leoni sono a volte identificati come Shu e Tefnut. In questa forma, i due leoni sorvegliano la porta dell’alba e della sera e sono chiamati Akeru. L’uccello “benu” (l’anima di Ra descritta da Francesco Alba qui https://laciviltaegizia.wordpress.com/2021/02/02/il-benu/), osserva il corpo mummificato di Nefertari protetto da Iside e Neftis in forma di falchi. Foto: kairoinfo4u
La vacca celestiale origina il mondo, mentre i quattro figli di Horus (Amseti per il fegato, Hapi i polmoni, Duamutef milza e stomaco, Qebehsenuef – testa di falco – l’intestino) proteggono i vasi canopi. Dietro di loro, seduti, Ra e Shu. I corpi appaiono già mummificati, l’anima sta scendendo verso Osiride
Horus ed i figli sovrastano la porta che conduce con la seconda scalinata alla camera sepolcrale e sono raffigurati mummificati, da sinistra: Horus, Duamutef (testa canina), Qebehsenuef (testa di falco, come Horus), Hapi (testa di babbuino) and Amseti (testa umana). I nomi di Duamutef e Qebehsenuef sono stati invertiti dallo scriba. Foto: kairoinfo4u
Osiride con la corona “atef” con davanti e dietro due simboli imuit a lui collegati. Davanti a lui: “Ti ho donato l’eternità come tuo padre, Ra”. Dietro di lui: Protezione, Vita, Stabilità, Potere la accompagnano come Ra per l’eternità., Foto: kairoinfo4u
VESTIBOLO ED ANNESSO ORIENTALE
Sulla parete opposta, che si apre sul vestibolo e sul primo annesso orientale, Nefertari viene accolta da Osiride e da Anubi. Selket e Neith conducono al vestibolo, dove Iside ed Horus prendono per mano Nefertari e la conducono in un “luogo sacro”, dove la Regina offre delle stoffe a Ptah mentre Thot le dona uno spazio nella terra sacra. Dopo le offerte rituali a Osiride ed Atum, la fusione con Ra-Osiride completa il percorso di eterna rinascita della Regina.
Osiride ed Anubi accolgono Nefertari seduti in un santuario sulla parete est; Osiride indossa la corona Atef e su un piccolo piedistallo di fronte a lui ci sono i quattro figli di Horus come figure mummiformi. Piccoli urei con dischi solari adornano la sommità del santuario. Anubi porta la croce Ankh simbolo di vita.Foto: kairoinfo4u
Neith e Selket conducono al vestibolo. Ognuna di esse pronuncia una benedizione “Ti accompagno, Grande Sposa Reale, Signora delle Due Terre, Signora dell’Alto e del Basso Egitto, Nefertari Meritenmut, giusta di voce, alla presenza di Osiride, che risiede ad Abydos; ti dono un luogo nella terra sacra, in modo che tu possa apparire gloriosamente in Cielo come Ra”. Foto: kairoinfo4u
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“Parole pronunciate da Iside: Per mano mia, vieni, Grande Sposa Reale, Nefertari Meritenmut, giusta di voce alla voce, in un luogo nella terra sacra.” Ai lati si intravede Osiride in forma di pilastro “djed”. Iside indossa la corona di Hathor, Nefertari quella a forma di avvoltoio con la doppia piuma ed orecchini a forma di cobra. Sul lato opposto, Nefertari viene condotta da Horus. Foto: kairoinfo4u
Sulla parete est del vestibolo, a sinistra Khepri, simboleggiante il sole nascente con la testa a forma di scarabeo, uno scettro “era” nella mano destra e un “ankh” nella sinistra. Sopra la porta, con i simboli dello shen tra gli artigli, c’è Nekhbet in forma di avvoltoio con i simboli “shen” tra glia rtigli. A destra Hathor seduta dietro Ra-Harakte, con la testa di falco ed il disco solare circondato da un ureo. Attraverso la porta, vediamo gli dei Osiride ed Atum . Foto: kairoinfo4u
Nell’Annesso Est, Nefertari offre delle stoffe, tessute da Iside e Neftis, a Ptah. La biancheria che offre è a forma di geroglifico per l’abbigliamento, “Menkhet”. Ptah è in piedi all’interno di un sacrario dorato dal tetto ricurvo, sorretto da due pali. Quello posteriore è semplice, ma quello anteriore è sormontato da un pilastro djed; un grande pilastro djed si trova anche dietro il sacrario. È ritratto in forma umana, ma con la pelle verde e avvolto come una mummia. Le sue mani sporgono dalla parte anteriore delle bende che tengono un bastone che combina uno scettro, un altro pilastro djed e un segno shen (potere). Foto: kairoinfo4u
Nefertari incontra Thot, il Dio della sapienza e della scrittura. Tra Nefertari e Thoth c’è un alto supporto, in cima al quale c’è un vaso che contiene la tavolozza per la scrittura tipica degli scribi e un oggetto magico a forma di rana. La simbologia fa riferimento al capitolo 94 del Libro dei Morti, raffigurato dietro la Regina, con l’invocazione per gli strumenti di scrittura per glorificare Osiride. Thot, che indossa la fascia bianca tipica degli scribi, dona a Nefertari il potere di sorgere in gloria di Ra e le dona uno spazio nella terra sacra. Thot sovrintende anche alla cerimonia di pesatura del cuore, che però non viene mostrata in questa tomba . Foto: kairoinfo4u
Nefertari presenta le sue offerte ad Osiride (a sinistra) ed Atum (a destra) tendendo la mano destra nella quale tiene uno scettro sekhem, il suo simbolo di potere e autorità. Osiride promette l’apparizione eterna di Ra nel cielo con infinita gioia. Foto: kairoinfo4u, unione di più foto
La parete sud dell’annesso è una rappresentazione simbolica del capitolo 148 del Libro dei Morti. Qui non viene mostrato il testo effettivo del capitolo, solo i nomi dei “protagonisti”. Nei due registri superiori della parete sud ci sono sette mucche (diverse manifestazioni di Hathor) e un toro (in basso a sinistra), ciascuna in piedi dietro un piccolo tavolo per le offerte, non destinato agli animali ma al nutrimento simbolico di Nefertari per la vita eterna. Tutti gli animali sono denominati (da destra a sinistra, prima fila in alto): “Dimora dei ka, padrona di tutto”, “La silenziosa, che vive nel suo posto”, “Quella of Chemmis (Akhbit), che il dio ha reso nobile” , “Tempesta nel cielo, che aleggia con gli dei in alto”, “Padrona della vita, la variopinta”, “L’amatissima, rossa di capelli” e “Lei il cui nome ha potere nel suo mestiere”. Il toro è chiamato come: “Il toro, maschio dell’udito, che dimora nel castello rosso”. In basso i remi di governo (le quattro direzioni del mondo) che aiutano Nefertari a manovrare tra le stelle . Foto: kairoinfo4u
Nell’ultima scena dell’Annesso, a sinistra Nefertari in adorazione delle sette vacche sacre della parete sud; separata con una linea dorata, l’unione di Ra ed Osiride rappresentata dalla figura mummiforme di un ariete (Ra) con il colore verde di Osiride, affiancato da Iside e Neftis. Fusa con Ra, l’anima della sovrana entra a far parte dell’eterno ciclo cosmico nel quale l’universo si rinnova continuamente, la tappa finale del percorso compiuto dallo spirito di Nefertari prima di risorgere in eterno. La duplice funzione della figura al centro è sottolineata dalle parole delle due Dee. Iside: “E’ Ra che riposa in Osiride”; Neftis: “E’ Osiride che riposa in Ra”. Foto: kairoinfo4u
LA SECONDA SCALINATA
La seconda scalinata porta dall’Anticamera alla Sala del Sarcofago. È lunga 7.5 metri, con 18 gradini ed uno scivolo centrale per il trasporto del sarcofago. Le pareti sono decorate con alcuni tra i più famosi dipinti della tomba e sono divise in due settori per parte da un ripiano laterale le cui funzioni sono ignote: la parte superiore in qualche modo “appartiene” all’Anticamera, con la raffigurazione di Nefertari con le Dee protettrici, mentre la parte inferiore richiama decisamente la liturgia dell’oltretomba con Anubi. Le immagini sono praticamente speculari, ma con figure diverse.
La figura alata di Ma’at protegge l’ingresso alla sala sepolcrale
Nefertari, con la corona di Mut completa, porge due vasi nemset rotondi sopra un altare colmo di frutta, verdura, tagli di carne e delle pagnotte a Iside, Nefti e Ma’at. Iside ha la corona con il disco solare tra due corna di vacca, Mentre Nefti ha una corona con il geroglifico del suo nome, che significa “padrona della casa”. Dietro di loro c’è Ma’at con il suo simbolo, una piuma di struzzo, infilata sulla fascia che ha sul capo. Ma’at protegge con le sue ali il cartiglio di Nefertari con il simbolo “shen” di potere. A sinistra si intravede Selket che accoglie la Regina. Iside: “ti ho donato eternità come Ra”. Foto: kairoinfo4u, unione di più foto
Sul lato opposto, Nefertari fa la stessa offerta ad Hathor e Selket, mentre Ma’at è rappresentata nella stessa posa protettiva del cartiglio. A destra si intravede Neith che accoglie la Regina di fronte a Selket nell’immagine precedente. Hathor: ti ho donato l’apparizione di Ra nel cielo, ti ho donato eternità come Ra”. Foto: kairoinfo4u
Le tre Dee mentre ricevono l’offerta della Regina. Foto: kairoinfo4u
Avvicinandosi alla Sala del Sarcofago il tema delle decorazioni cambia. Questo è ora il regno dei morti. Nella parte inferiore del corridoio, un serpente alato protegge a sua volta il cartiglio della Regina con un simbolo “shen” di potere. Foto: kairoinfo4u
Al di sotto del serpente alato è raffigurato Anubi con il flagello tra le zampe. “Parole di Anubi: Sono venuto prima di te, la Grande Sposa Reale, signora delle due terre, signora dell’Alto e del Basso Egitto, Osiride, Nefertari, amata di Mut, giustificata di fronte ad Osiride, il grande Dio, che risiede in Occidente. Sono venuto prima di te e ti ho donato un posto nella terra sacra, in modo che tu possa apparire gloriosamente in cielo come tuo padre Ra. Accetta gli ornamenti sulla tua testa. Iside e Nefti li hanno preparati per te e hanno creato la tua bellezza come quella di tuo padre, affinché tu possa apparire gloriosamente in cielo come Ra”. Foto: kairoinfo4u
Al di sotto di Anubi, Iside e Nefti (sui due diversi lati) si inginocchiano su una versione molto grande e dettagliata del geroglifico per l’oro, il segno “nbw” e pongono le mani su un altro grande segno “shen” pronunciando parole molto simili a quelle di Anubi. Il discorso di Iside finisce con: “Il regno dei morti è illuminato dalla tua radiosità”. Quello di Nefti finisce con: “Possa il tuo cuore essere sempre pieno di gioia”. In bianco e nero le immagini originali di Schiaparelli
Sull’architrave di ingresso alla camera del sarcofago Ma’at spiega le sue ali a protezione della defunta: “Proteggo mia figlia, la Grande Sposa Reale, Nefertari Meritenmut, giusta di voce”. Foto: kairoinfo4u. Sugli stipiti Nefertari viene indicata come “Osiride”: “L’Osiride, la Grande Sposa Reale, padrona delle due terre, Nefertari, amata di Mut, giustificata davanti a Osiride”. Sugli stipiti si intravede nuovamente Ma’at che accoglie la Regina
LA CAMERA DEL SARCOFAGO
La stanza sepolcrale misura grosso modo 10 x 8 metri, con 4 pilastri che sorreggono il soffitto. Lo spazio tra i pilastri è scavato per circa 60 cm e conteneva originariamente il sarcofago. A partire dalla scalinata, a sinistra (parete ovest) viene raffigurato il capitolo 144 del Libro dei Morti, con 5 dei 7 cancelli tradizionali (ognuno dei quali ha un “Addetto”, un “Guardiano” ed un “Araldo”) che Nefertari deve varcare per il ricongiungimento ad Osiride (raffigurato sulla parete nord).
Vista panoramica della Sala del Sarcofago dando le spalle alla parete nord (lato est). Foto: kairoinfo4u
Vista panoramica della Sala del Sarcofago dando le spalle alla parete nord (lato ovest). Foto: kairoinfo4u
L’Addetto (o Inserviente o Portiere a seconda delle traduzioni) ha sempre la testa o le corna di ariete, il Guardiano ha testa di animale e può essere maschile o femminile (se maschile con la pelle rosso-ocra scuro, se femminile con la pelle chiara o verde) mentre l’Araldo ha sempre forma umana e porta due simboli “ankh” nelle mani.
Nefertari sulla parete sud e ovest inizia il percorso dei “Sette Cancelli” (anche se ne sono raffigurati solo 5 nella tomba) che la porterà al tradizionale “Occidente”, il luogo dove si ricongiungerà ad Osiride, seguendo il capitolo 144 del Libro dei Morti. Nefertari deve pronunciare il nome di ogni cancello e il nome di ogni divinità che lo protegge per poter passare attraverso. La Regina è vestita con un abito bianco semitrasparente a figura intera, annodato al centro dalla lunga fascia rossa. In cima alla sua parrucca tripartita, indossa la corona Nekhbet d’oro con le due piume d’oro e un piccolo disco solare.Foto: kairoinfo4u
Il primo Cancello sull’angolo sud/ovest ha come Addetto una divinità indicata come “Faccia in basso, dalle molteplici forme”, il Guardiano dalle sembianze di un ippopotamo è “Orecchie che bruciano” e l’Araldo è “Potente di Voce”. Foto: kairoinfo4u
Il Secondo Cancello, quello meglio conservato. Il nome dell’Addetto dalla testa di ariete è ‘Colui che apre la fronte’; il nome del Guardiano (femminile, con la testa di leonessa e due serpenti che spuntano dalla sommità della sua testa) è ‘Virtuosa di aspetto’, Il nome dell’Araldo è “Colui che brucia” e tiene un ankh in ciascuna mano. Foto: kairoinfo4u
Una rientranza a metà della parete ovest probabilmente conteneva i vasi canopi, andati perduti.
Sulla parete orientale è invece raffigurato il capitolo 146 del Libro dei Morti, con 10 dei 14 portali illustrati (ciascuno con un solo “Guardiano”). Ciascuno dei portali è rappresentato allo stesso modo, un semplice telaio di porta sormontato da un fregio aureo. Dentro ogni Portale c’è il Guardiano, seduto su una pedana verde con un coltello sulle ginocchia.
Molti decori sono andati perduti o completamente rovinati (compresi quelli dei due annessi est e ovest) a causa delle infiltrazioni d’acqua; lo vedremo meglio nel prossimo post.
La nicchia canopica ha un decoro molto diverso e quasi monocromo, chiaramente dipinto da una mano diversa. Si pensa sia stato realizzato in tempi diversi, per motivi ignoti (una sorta di restauro? Un completamento del decoro alla morte di Nefertari? Una trasposizione simil-papiro sulla parete?). Vi è rappresentata Nut in forma alata; ai lati (non visibili qui) nuovamente i quattro figli di Horus protettori degli organi interni del defunto. Foto: Onceinawhile
Particolare del quinto cancello, l’ultimo rappresentato: per mancanza di spazio l’artista ha raffigurato solo l’addetto, che è come al solito con la testa di ariete. Sono comunque riportati i nomi: l’Addetto, “Colui che mangia i serpenti”; il Guardiano, “Colui che brucia” e l’Araldo, “Muso di ippopotamo, furioso di potere”.Foto: kairoinfo4u
Sulla parete nord Nefertari ha raggiunto il rituale “Occidente” e rende omaggio a Osiride, Hathor e Anubi che siedono su troni cuboidi. Osiride è mostrato mummificato, mentre Hathor ha sul capo il simbolo per l’Occidente, sottolineando il suo legame con la necropoli. Foto: kairoinfo4u
Purtroppo l’immagine di Nefertari che raggiunge Osiride è molto deteriorata, ed il deterioramento è notevolmente peggiorato negli anni dopo la scoperta. Qui la foto di Burton nel 1920. Nefertari è preceduta dalle figure mummiformi dei figli di Horus a testimoniare che il corpo è stato preservato per l’eternità. A destra: La squadra dei restauratori alla parete nord durante i lavori effettuati negli anni ’90Sulla parete sud ed est è invece raffigurato il capitolo 146 del Libro dei Morti, con raffigurati 10 dei 14 Portali. II Guardiani dei primi due Portali sulla parete orientale sono molto rovinati. A sinistra il terzo, il nome della porta è “Signora degli altari, grande nelle offerte, amata da ogni dio, quella che naviga a monte di Abydos”. Il nome del guardiano è “Il luminoso, amico del grande dio che naviga verso Abydos”. A destra il Quarto Portale si chiama “Possente di coltelli, signora delle due terre, distruttrice di nemici degli stanchi di cuore, saggia e libera dal male”. Il nome del Guardiano è “Il toro dalle lunghe corna”. Foto: kairoinfo4u
Il Guardiano del quinto portale è una strana figura di un bambino nudo con la testa deforme. A differenza degli altri custodi, non tiene un coltello sulle sue ginocchia, ma ne tiene due (uno per mano) sul petto. Foto: kairoinfo4u
Tra i pochi decori conservati degli Annessi, Nefti, Hapi e Qebehsenuef accolgono Nefertari nell’Annesso Ovest. Sulla parete opposta erano rappresentati Iside, Amseti e Duamutef. Nello stesso Annesso Ovest, il Pilastro Djed di Osiride è rappresentato con due scettri “was”, simboli di potere, e due croci “ankh” (vita) alle braccia. Foto: kairoinfo4u
I QUATTRO PILASTRI
Tutti e quattro i pilastri mostrano Osiride all’interno sull’asse est/ovest, ed un simbolo “djed” sull’asse nord/sud, rivolti alla posizione del sarcofago. Osiride è sempre voltato verso la scalinata di discesa, come se accogliesse Nefertari.
La disposizione dei quattro pilastri nella Sala del Sarcofago
Sui lati esterni i pilastri mostrano a sud due figli di Osiride, sugli altri Nefertari con le dee protettrici e con Anubi.
Foto: kairoinfo4u
I lati dei pilastri che si affacciano sull’asse est/ovest, perpendicolare alla scala d’ingresso, sono tutti decorati con immagini mummiformi di Osiride. In ogni caso Osiride si affaccia verso l’ingresso della camera, come per dare il benvenuto a Nefertari. Osiride si trova in un santuario con un alto tetto ad arco, sostenuto da due pali colorati. La superficie interna del santuario è di un colore giallo-ocra, in netto contrasto con il resto della camera. Osiride tiene in mano il pastorale e il flagello, simboli della sua autorità. La sua pelle è, come al solito, dipinta di verde, a significare la resurrezione. Indossa un semplice sudario bianco legato in vita con una lunga fascia rossa. Sulla sua testa è la corona “atef”, formata dalla corona bianca dell’Alto Egitto e due piume di struzzo. Ai suoi lati, ci sono due simboli “imuit”, composti da un vaso con un palo piantato al quale è legata una pelle di animale
Foto: kairoinfo4u
Allo stesso modo, i lati dei pilastri che si affacciano sull’asse nord/sud, longitudinale alla scala d’ingresso, sono tutti decorati con simboli “djed” il pilastro della stabilità collegato ad Osiride. Contengono tutti invocazioni al “L’Osiride, la Grande Sposa Reale, padrona delle due terre, Nefertari, amata di Mut, giusta di voce”
Foto: kairoinfo4u
Parete sud del pilastro 1. Il dio Horus-Iunmutef, identificato come “Horus, Pilastro di sua Madre” è vestito con un gonnellino bianco e una splendida pelle di leopardo, la cui testa è appoggiata sul petto a forma di pendente. Il testo è indirizzato a Osiride situato sulla faccia est dello stesso pilastro. Dice: “Parole di Horus, il ‘pilastro di sua madre’ (Iunmutef). Sono il tuo amato figlio, mio padre Osiride, sono venuto a salutarti. Quattro volte ho sconfitto i tuoi nemici per te. Che tu possa giustificare la tua amata figlia, la Grande Sposa Reale, signora delle due terre, Nefertari, amata da Mut, affinché possa riposare nell’assemblea dei grandi Dèi che sono nel circolo di Osiride, quelli a cui si uniscono tutti i signori delle terre sacre “
Foto: kairoinfo4u
Pilastro 2. Simile al pilastro 1, il dio Iunmutef Harendotes, identificato come “il vendicatore di suo padre” è vestito con un gonnellino bianco sopra il quale è appoggiata splendida pelle di leopardo, questa volta mostrata sul retro. Il testo è indirizzato a Osiride situato sul lato ovest di questo pilastro. “Parole di Harendotes. Sono il tuo amato figlio, che generato dai tuoi lombi. Sono venuto a guarire le tue membra e ti ho portato il mio cuore, mio padre Osiride, che risiede in Occidente. Che tu permetta alla Grande Sposa Reale, signora delle due terre, Nefertari, amata da Mut, di unirsi alla grande assemblea divina della Necropoli “
A sinistra, primo pilastro: Nefertari indossa la corona Nekhbet dorata di fronte a Hathor che indossa un abito rosso semplice e aderente con due spalline e il grande disco solare all’interno delle corna di vacca con un ureo dorato. A destra, pilastro 3: Nefertari di fronte a Hathor che porta sulla testa gli emblemi geroglifici dell’Occidente. Foto: kairoinfo4u
Le immagini di tutti i post sulla tomba QV66 da:
Ernesto Schiaparelli (1904), “La Tomba di Nofretari Mirinmut,” Relazione sui lavori della missione archeologica italiana in Egitto, Volume 1 (Torino, G. Chiantore, 1923)
Per gli antichi egizi il cuore era la sede del pensiero e della forza vitale. Si usavano due termini per designarlo: “ib” che lo connota come sede dei sentimenti e della coscienza e “haty”, che era utilizzato prevalentemente nei testi di medicina. Considerato come essenza stessa della persona, era l’unico organo a non essere rimosso nel processo di mummificazione. Apro qui una breve parentesi per una mia considerazione su come quella antica concezione condizioni ancor oggi la nostra quotidianità. Oggi sappiamo che, in realtà, tutto ciò che riguarda il pensiero, le emozioni, i sentimenti, la coscienza ecc. origina dall’attività cerebrale. Eppure, quell’antichissima idea riverbera ancora. Se, ad esempio intendiamo sottolineare la bontà di una persona diremo “è buono di cuore” viceversa, per rimarcarne la malvagità, diremo “ha un cuore di pietra”. La stessa parola “ricordo” ci giunge attraverso il latino (il prefisso “re” seguito da cor, cordis) che significa letteralmente riportare, richiamare, al cuore.
Nelle raffigurazioni del “Libro dei morti” (o meglio “r3w nw prt m hrw”, – approssimativamente, rou nu peret em heru – Capitoli per uscire al/nel giorno), durante la “psicostasia” (dal greco psykhè, anima e stasis, pesatura), il giudizio del defunto di fronte al tribunale di Osiride, il cuore veniva posto sul piatto di una bilancia, mentre sull’altro era posta una piuma simbolo di Maat: se il cuore risultava più pesante, veniva divorato da Ammut. Per assicurarsi che il cuore non testimoniasse contro il defunto, si poneva tra le bende di mummificazione, all’altezza del petto, uno scarabeo (detto appunto “scarabeo del cuore”, il cui lato inferiore riportava il capitolo 30 del Libro dei morti.
Fonte: Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto, a cura di Edda Bresciani.
Il simbolo geroglifico “ib“
Ideogramma in “ib” (cuore), determinativo nel sinonimo “h3ty”. A prima vista, questo simbolo, sembrerebbe evocare un vaso con collo ed anse. In realtà è la riproduzione piuttosto fedele del cuore di un ovino, visto in sezione, come si può riconoscere dagli esempi più arcaici, in cui “collo” ed “anse” corrispondono all’innesto dei vasi arteriosi e venosi. Talvolta la parte superiore è rappresentata di colore più chiaro rispetto al marrone rossiccio di quella restante, forse ad indicare lo strato grasso che riveste l’organo. Il papiro Ebers (inizi della XVIII Dinastia), ci ha tramandato un vero e proprio trattato di anatomia relativo al sistema circolatorio. Nonostante le inevitabili imprecisioni in alcune delle teorie enunciate, vi si ravvisa un serio tentativo di comprensione della realtà, assolutamente razionale e, pertanto, da considerare come un vero e proprio trattato scientifico. Nei testi medici il termine usato più di frequente è “h3ty”, mentre “ib” è riservato di solito ai testi liturgici e letterari. I medici egiziani conoscevano bene il valore della pulsazione come elemento di diagnosi. Il primo capitolo del trattato recita, infatti: “il cuore parla nei vasi di tutte le membra”.
Nella concezione “filosofica”, il cuore era considerato l’organo supremo. Nel Testo di teologia menfita si legge: “L’azione del braccio, il moto delle gambe, il movimento di ogni altro membro è fatto seguendo l’ordine che il cuore ha concepito”. E, più avanti, lo stesso testo subordina al cuore i cinque sensi e la parola: “E’ lui che dai sensi trae ogni giudizio e la lingua annuncia ciò che il cuore ha pensato”. Centro della vita sia fisica che emotiva ed intellettuale, il cuore entra in tutte le locuzioni della lingua che esprimono stati d’animo, spiritualità, peculiarità caratteriali. Ad esempio: felicità, gioia viene espressa con la locuzione “larghezza di cuore”; appagare un desiderio con “lavare il cuore”; celare il proprio pensiero, “immergere il cuore”; essere amico di qualcuno, “entrare nel cuore (di qualcuno); morire (fra le altre perifrasi) , “avere il cuore stanco”.
Fonte: Maria Carmela Betro’ Geroglifici, 580 Segni per capire l’Antico Egitto
Amuleto del cuore, associato con l’uccello “benu”. (a chi volesse saperne di più su questo mitologico uccello consiglio vivamente la lettura dell’interessante post di Francesco Alba QUI).
Proviene dai reperti rinvenuti nell’Annesso della tomba di Tutankhamon ed è realizzato in legno ricoperto da foglia d’oro. Un lato è inscritto con il prenome del re (Nebkheperura) con il cartiglio fiancheggiato dagli scettri Heqa del potere regale e dalla piuma di Maat.
Il lato che si vede nell’illustrazione è intarsiato con faience colorata che riproduce la figura del benu.
Il Cairo, museo egizio.
Fonte: Tutankhamun, T.G.H. James
Sarcofago di Ashait, XI Dinastia, con a destra il particolare del cuore di un animale sacrificato deposto tra le vivande funerarie. Il Cairo, Museo Egizio.
LO SCARABEO DEL CUORE
Un grande scarabeo, chiamato “scarabeo del cuore” veniva posto sulla mummia all’altezza del cuore. Questo grande amuleto, legato al simbolismo derivante dall’associazione con Khepri (il sole nascente) e con il significato come verbo di “rinascere”, “divenire” e come sostantivo di “forma”, “apparizione”, “manifestazione”, comincia a diffondersi all’inizio della XVIII Dinastia, ma amuleti a forma di scarabeo, sebbene con altre funzioni (prevalentemente commemorative o di sigillo), sono attestati già dalla VI Dinastia. Riportava nella parte inferiore la formula di “non permettere che il cuore dell’Osiride N (N sta per il nome del defunto) sia tenuto lontano dalla Necropoli” (cap. XXX del Libro dei Morti). Di questa formula se ne conoscono due versioni aventi lo scopo di impedire che il cuore del defunto possa testimoniare contro di lui durante il giudizio. Nonostante il Libro dei Morti risalga al Nuovo Regno, la formula è da ritenersi senz’altro più antica, risalente al Primo Periodo Intermedio, quando nei Testi dei Sarcofagi si ha la prima menzione della valutazione degli eccessi che precede la pesatura del cuore.
Il Capitolo XXX del “Libro per uscire al giorno” (Libro dei morti)
“Oh cuore mio da parte di mia madre, cuore mio da parte di mia madre, mio muscolo cardiaco delle mie trasformazioni! Non levarti come testimonio contro di me, non accusarmi nel tribunale, non rivolgerti contro di me alla presenza dell’addetto alla bilancia1. Tu sei il mio ka, che è nel mio corpo, lo Khnum2 che rende sane le mie membra. Possa tu rivolgerti al bene cui aspiro. Non fare che il mio nome puzzi davanti alla corte3, che assegna il posto alla gente. Sarà bene per noi, sarà bene per il giudice. Sarà lieto il cuore di chi giudica. Non dire menzogna contro di me davanti al dio grande, signore dell’Occidente (Osiride)…
Dire le parole sopra uno scarabeo di nefrite, montato in elettro e il cui anello è d’argento.
Si ponga al collo dello spirito (il defunto).
Questa formula fu trovata a Ermopoli, ai piedi della maestà di questo dio venerabile (Thot), su un blocco di pietra “bia” del Sud, essendo uno scritto del dio in persona, al tempo del re Menkaure (Micerino), da parte del figlio reale Hergedef4. Egli l’ha trovato mentre passava per fare l’inventario nei templi.
Fonte: Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto
Note:
Anubi, che ha questo compito durante la psicostasia. E’ anche detto “colui che solleva il braccio”(per fermare la bilancia)
Il dio vasaio che ha creato gli uomini con il suo tornio.
Il Tribunale Divino, cioè la Grande Enneade di Eliopoli che giudica nella sala di Maaty (Le due Maat)
Il figlio di Khufu (Cheope),autore dell’omonimo Insegnamento.
Scarabeo del cuore proveniente dalla necropoli di Soleb (Sudan). (Nuovo Regno) Collezione Egittologica dell’Ateneo di Pisa.
LO SCARABEO DEL CUORE DEL GENERALE DJEHUTY
A cura di Luisa Bovitutti
Questo scarabeo del cuore è appartenuto a Djehuty (noto anche come Thuti e Thutii), un generale al servizio di Tuthmosis III che portava i titoli di scriba del re di sorvegliante dei paesi stranieri del nord; il suo re lo stimava molto e per i servizi resi gli fece dono di oggetti in oro di squisita fattura, rinvenuti nel 1824 da Bernardino Drovetti nella sua tomba di Saqqara insieme ad altri beni personali oggi esposti in vari musei del mondo.
Questo scarabeo, attualmente al museo di Leida, fu trovato sulla mummia di Djehuty, della quale si sono perse le tracce, così come il sarcofago; esso è alto 8,3 cm e largo 5,4 cm, circondato da una montatura in oro dotata di un anello allungato nella parte superiore nella quale è infilata la catena lunga 133 cm.
E’ scolpito in diaspro verde ed è ornato da due bande d’oro (una quasi orizzontale e l’altra verticale), che delimitano la corazza e le elitre. La parte piatta di questo scarabeo reca la formula abituale, composta da undici linee orizzontali geroglifiche, mentre sulla corazza, da destra a sinistra si legge il nome del defunto: “Il governatore dei paesi settentrionali, Teti”.
Informazioni e fotografie tratte da una serie di articoli di Marie Grillot.
LO SCARABEO DEL CUORE DI SOBEKEMSAF
Secondo Periodo Intermedio, XVII Dinastia 1575-1560 a.C. circa. Provenienza: Tebe. Oro e diaspro verde Lunghezza: 3,8 cm. Larghezza: 2,5 cm. British Museum, Londra.
Questo scarabeo in diaspro verde montato su oro, è il più antico scarabeo del cuore reale conosciuto. Invero, il primo oggetto di questo tipo, fino ad ora ritrovato, apparteneva a un funzionario privato ed è di circa un secolo precedente a questo esempio.
Presenta tratti umani vagamente accennati ed è incastonato nell’incavo di una tavoletta d’oro dal bordo posteriore arrotondato. Ciascuna delle zampe dell’insetto è costituita da una striscia di lamina d’oro con delle incisioni che ne rappresentano la peluria. I geroglifici incisi intorno al bordo ed in cinque righe orizzontali nella parte inferiore riportano il nome del re seguito da frammenti del capitolo 30B del “Libro dei morti” che già abbiamo incontrato in precedenza.(La preghiera affinché il cuore non si levasse a testimonio contro il suo proprietario nel momento del giudizio). Nell’iscrizione su questo scarabeo, le figure a forma di uccello sono private delle zampe: una caratteristica comunemente definita “geroglifici mutilati”. Questo accorgimento era impiegato nei contesti funerari e magici a partire dal tardo Antico Regno per impedire che le figure prendessero vita prodigiosamente ed attaccassero il defunto. Così come nei rilievi e nei dipinti, si riteneva che i geroglifici avessero la capacità di trasformarsi in realtà tridimensionali e si rendeva, pertanto necessario, neutralizzare quelli potenzialmente pericolosi.
Sono noti due re della XVII Dinastia con il nome Sobekemsaf, appartenenti al tardo Secondo Periodo Intermedio. In particolare, la tomba di Sekhemreshedtawy Sobekemsaf ci è nota attraverso i papiri. E’ menzionata nel Papiro Abbott, come l’unica tomba trovata derubata durante il regno di Ramesses IX. Analogamente il Papiro Leopold-Amherst, conservato in parte a Bruxelles e in parte a New York, riporta un resoconto del furto e del processo intentato ai profanatori. Questo scarabeo potrebbe provenire da quella tomba, ma anche da quella dell’altro Sobekemsaf. Il sito di sepoltura di questi due faraoni non è stato ancora individuato, ma un recente lavoro del German Archaeological Institut ha rivelato la tomba del re Nubkheperra Inyotef della XVII Dinastia, che si ritiene sia nelle vicinanze di quella di Sekhemreshedtawy Sobekemsaf.
LA PESATURA DELL’ANIMA
E veniamo al culmine del percorso “esistenziale” del cuore che si conclude con la sua pesatura nella sala di Maaty.
Riassumo brevemente la descrizione di questo fondamentale evento che si tiene nel tribunale dell’aldilà. Il cuore del defunto veniva posto su uno dei piatti della bilancia, davanti alla quale erano presenti il dio Thot, lo scriba divino che annotava le azioni della persona sottoposta al giudizio, Anubi, preposto alle operazioni di imbalsamazione e Ammut (la Grande Divoratrice, per metà leone e per metà coccodrillo). L’altro piatto della bilancia era occupato dalla piuma deposta dalla dea Maat, che rappresentava la giustizia.
E’ in questa sala che si compie il destino del defunto, chiarito dal capitolo CXXV del Libro dei morti
(“Parole da dire quando si accede alla sala di Maaty; separare N dai suoi peccati e vedere il volto di tutti gli dei”)
la cosiddetta “confessione negativa”, in cui, attraverso il suo cuore, che ricordiamolo per gli egizi era la sede della coscienza, il defunto dichiarava di non aver commesso una serie di “peccati” contro la Maat. Se l’ago della bilancia pendeva a sfavore, ne conseguiva che il defunto non meritava di vivere nell’aldilà e veniva dato in pasto alla Grande Divoratrice. Viceversa se la bilancia rimaneva in perfetto equilibrio (il cuore era leggero, altrettanto che la piuma di Maat), veniva dichiarato “m3’ hrw”, letteralmente “giusto di voce”, e acquisiva il diritto alla vita eterna.
Il tribunale degli Dei
Con il processo di democratizzazione dell’aldilà, cominciato a partire dal Primo Periodo Intermedio, la religione egizia offriva a tutti la possibilità di godere una vita eterna dopo la morte. A conferire questo privilegio era preposto un tribunale composto da quarantadue dei. Alla testa di questa giuria presiedeva Osiride, il re buono che, assassinato dal fratello Seth, resuscitò, grazie alle arti magiche della sorella e sposa Iside, divenendo il sovrano dei defunti. Il ruolo fondamentale era svolto dalla dea Maat personificazione della Giustizia e Verità sia degli uomini, sia degli dei e che, durante la XVIII dinastia, fu assimilata come figlia di Ra incarnando anche il principio di ordine universale. Tra le altre divinità, un altro ruolo preminente lo svolgeva Thot, scriba, mago e dio inventore dei geroglifici, la scrittura sacra. Era lui che annotava le azioni compiute dal defunto durante la pesatura dell’anima, attraverso la quale si valutava il comportamento terreno del defunto. Al suo fianco Anubi, responsabile della mummificazione e guardiano della necropoli.
Nell’immagine: Scena del Giudizio tratta dal “Libro dei Morti” dello scriba reale Hunefer (ca, 1285 a.C.).
Da sinistra: Anubi accompagna Hunefer nella Sala di Maaty; il suo cuore viene posto sulla bilancia con il contrappeso di Maat, mentre Anubi e Ammut presiedono la pesatura; Thot annota il risultato favorevole; Horus accompagna Hunefer “giustificato” al cospetto di Osiride.
Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto, a cura di Edda Bresciani.
m3’ hrw (lett. “giusto di voce”): la giustificazione.
E veniamo al momento “fatidico” del Giudizio che ci viene illustrato in maniera straordinaria nel capitolo CXXV di quello che oggi chiamiamo “Libro dei morti”, ma che gli Egizi, come ho già esposto, indicavano come “Le formule dell’uscire al giorno”.
Innanzitutto, darei qualche breve cenno su questa raccolta di formule ad uso funerario.
Testi delle Piramidi. Piramide di Teti, VI Dinastia. Saqqara
I testi che nell’ Antico Regno erano scritti nelle camere sepolcrali dei re menfiti a partire dalla V dinastia, noti come “Testi delle Piramidi”, riservati al sovrano e ad un esiguo numero di altissimi funzionari e parenti, nella successiva età feudale divennero di assai più largo dominio: comincia la cosiddetta “democratizzazione dell’aldilà” o, come Jan Assmann preferisce definire, “demotizzazione dell’aldilà”. Subentra l’uso di corredare di iscrizioni religiose la cassa funeraria con una serie di testi che fornissero al defunto uno strumento per affrontare vittoriosamente le prove nell’aldilà. Nascono i cosiddetti “Testi dei Sarcofagi” . Quest’uso di fornire formule magiche al trapassato, si perpetua in età tebana. A partire dalla XVIII Dinastia sono raccolte su rotoli papiro che vengono deposti nella tomba, spesso nel sarcofago stesso. Testi delle Piramidi, Testi dei Sarcofagi, e Libro dei Morti sono dunque tutti apparentati, in un certo qual modo. Non si tratta di una raccolta di contenuto fisso, ma piuttosto di vari manoscritti che si diversificano fra di loro per la scelta delle formule e per la lunghezza. A partire dalla XXVI Dinastia si osserva, però, una notevole costanza nell’omogeneità dei testi.
Testi dei Sarcofagi. Interno del sarcofago di Gua, XII Dinastia. Londra, British Museum
Si è fissato, in maniera fittizia, un corpus di centonovanta capitoli (stabilito da Lepsius). Infatti nessun manoscritto, a noi giunto, li contiene tutti. Solo un papiro molto tardo, di età tolemaica, li riporta nella “quasi” totalità.
La maggior parte delle formule è derivata dai Testi dei Sarcofagi (a loro volta derivati da Testi delle Piramidi), ma vi si trova anche del materiale nuovo. Lo scopo rimane quello di assicurare l’aldilà al defunto.
Raffigurazione della psicostasia, tratta dal Papiro di Ani (XIX Dinastia), Conservato presso il British Museum di Londra.
IL capitolo CXXV: PAROLE DA DIRE QUANDO SI ACCEDE ALLA SALA DI MAATY; SEPARARE N (il nome del defunto) DAI SUOI PECCATI E VEDERE IL VOLTO DI TUTTI GLI DEI.
E’ davvero con estrema umiltà che vi propongo questo straordinario testo che ci presenta, in un certo senso, un concentrato del pensiero etico e morale di questo straordinario popolo, la sua incrollabile fede nel praticare la Maat, intesa anche in senso sociale, al fine di garantirsi l’immortalità e, al contempo, assicurare quell’armonia e quell’ordine cosmico, generato con l’atto stesso della creazione (e pertanto nato perfetto) e al quale l’uomo non può e non deve apportare alcun cambiamento, pena lo stravolgimento sia sul piano reale che su quello trascendente di ciò che il creatore ha dato in custodia al suo gregge. Il risultato, di un allontanamento da questi principi, devastante, non potrebbe che essere Isefet: il caos. La delicatezza dell’argomento, l’alta sofisticazione del pensiero egizio, che ammette un’ infinità di possibili realtà, e del quale posso, a mala pena, cogliere gli aspetti “apparentemente” più evidenti, mi impone di affrontarlo e porgerlo ben consapevole di tutte le limitazioni, semplificazioni e finanche banalizzazioni a cui mi costringe la mancanza di una sia pur minima preparazione specifica.
La formula è suddivisa in due sezioni. Vi sono contenute due dichiarazioni di innocenza (le cosiddette confessioni negative): la prima rivolta direttamente ad Osiride, il grande dio. La seconda ad ognuno dei quarantadue dei che formavano il tribunale della sala delle due Maat. Il defunto è introdotto al cospetto di Osiride, il suo cuore essendo stato posto sulla bilancia che ha per contrappeso la piuma deposta da Maat, e pronuncia queste parole:
“Salute a te o grande dio, signore delle Due Maat! Io vengo a te, o mio signore, essendo stato condotto a contemplare la tua bellezza. Io ti conosco, conosco il nome dei Quarantadue dei che sono con te in questa sala delle due Maat, che vivono come sorveglianti dei cattivi e bevono il loro sangue in questo giorno delle valutazione delle qualità alla presenza di Onnofri (1)
Ecco,<< Colui le cui due figlie sono i suoi due occhi, signore delle Due Maat(2)>>, è il tuo nome . Io sono venuto a te ti ho portato la giustizia, ho respinto per te l’iniquità.
Wnfr, l’essere perfetto, appellativo di Osiride. Una piccola divagazione: da questo termine sarebbe derivato il nome Onofrio).
Le Due Maat, secondo l’ipotesi di Jean Yoyotte in “Les jugement des mortes” sarebbero i due occhi cioè il sole e la luna, dell’antico dio celeste di Letopoli, qui assimilato ad Osiri come giudice universale. (confr. la frase “Colui le cui figlie sono i suoi due occhi…”)
A questo punto comincia la confessione negativa
E’ ravvisabile un aggiustamento estremamente importante nella storia della religione egizia: la sopravvivenza sarà determinata non più da un mero procedimento ritualistico, dalla semplice e determinante efficacia delle formule, ma vi si innesta l’indispensabile necessità di aver condotto una vita terrena all’insegna di una morale indissolubilmente legata alla virtù ed alla giustizia. L’elenco delle colpe che il defunto dichiara di non aver commesso ne mostra chiaramente il carattere sociale ed etico: i diritti del prossimo diventano assolutamente predominanti rispetto alla forza “magica” del rituale.
Non ho commesso iniquità contro gli uomini.
Non ho maltrattato le bestie,
non ho commesso iniquità nella sede di Maat,
non ho (voluto) conoscere ciò che ancora non c’era(1),
non ho tollerato di vedere il male,
non ho cominciato nessuna giornata chiedendo un dono da quelli che dovevano lavorare per me,
il mio nome non è arrivato al Capitano della Barca(2),
non ho bestemmiato Dio,
non ho impoverito un misero,
non ho fatto ciò che è disgustoso agli dei,
non ho danneggiato un servo presso il suo padrone,
non ho avvelenato,
non ho fatto piangere,
non ho ucciso,
non ho dato ordine di assassinio,
non ho causato pena ad alcuno,
non ho diminuito le rendite alimentari nei templi,
non ho sciupato i pani degli dei,
non ho rubato le focacce dei glorificati(3),
non sono stato pederasta,
non ho commesso atti impuri nel luogo santo del dio della mia città,
non ho aggiunto e non ho tolto allo staio,
non ho alterato l’arura(4),
non ho falsificato la misura del campo,
non ho aggiunto al peso della bilancia,
non ho falsificato il peso,
non ho tolto il latte dalla bocca degli infanti,
non ho privato le greggi della loro erba,
non ho catturato gli uccelli dei boschetti degli dei,
non ho pescato i pesci dei loro stagni(5),
non ho fatto deviare l’acqua nella sua stagione,
non ho costruito una diga per deviare l’acqua corrente,
non ho spento un fuoco nel suo momento di ardere,
non ho trascurato i giorni di offerta di pezzi di carne
,non ho tenuto lontano il bestiame dei beni del dio,
non ho impedito dio nella sua uscita (processionale).
Io sono, puro, puro, puro. La mia purezza è la purezza di quella grande Fenice che è in Eliopoli, perché io sono il Naso, signore dei fiati, che fa vivere tutta la gente in questo giorno della pienezza dell’occhio Udjat in Eliopoli(6), nel secondo mese della stagione “peret” , l’ultimo giorno, alla presenza del signore di questo paese. Io ho visto la pienezza dell’occhio Udjat in Eliopoli. Non avverrà il male contro di me in questo paese, nella Sala delle Due Maat, poiché io conosco il nome degli dei che vi si trovano insieme a te.
Qui inizia la “Seconda dichiarazione di innocenza”, rivolta a quarantadue divinità, che sarà oggetto della prossima puntata. Da notare che il numero quarantadue, non ha rapporto con i “nomoi” dell’Egitto, in quanto questo numero di provincie è stato fissato in epoca tarda. Si tratta di divinità locali che hanno il compito di denunciare e punire una determinata colpa. E’ plausibile che questa lista di dei sia stata stabilita, almeno in parte, sulla base dei tabù della città di cui era origine ogni singola divinità.
Si intende ciò che non ci dovrebbe essere, vale a dire il male.
Il Capitano della Barca è Ra: significa che nessuno ha chiesto giustizia contro di lui a Ra
Le offerte dei defunti
L’arura era una misura di superficie
Non ho catturatogli uccelli ecc. sembrano essere dei divieti sacri
Allude al fatto che ha partecipato ai misteri rituali di Eliopoli.
Fonti:
Sergio Donadoni, Testi Religiosi Egizi, (a cura di)
Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto
La seconda dichiarazione di innocenza
O Essere dal lungo passo, che esce da Eliopoli, non ho commesso iniquità.
O Essere che abbracci la fiamma, che esce da Kheraha(1), non ho rubato.
O Nasuto(2) che esce da Ermopili, non sono stato avido.
O divoratore di ombre che esce dalla Caverna, non ho saccheggiato.
O Faccia tremenda che esce da Rosetau, non ho ucciso uomini.
O Doppio Leone(3) che esce dal cielo, non ho scemato lo staio.
O Colui i cui due occhi sono di selce(4), che esce da Letopoli, non ho compiuto prevaricazione.
O Fiammeggiante, che esce da Khetkhet, non ho rubato i beni di dio.
O Spezzatore di ossa, che esce da Eracleopoli, non ho detto menzogna.
O Lanciatore di fiamma che esce da Menfi, non ho portato via il pane.
O Troglodita che esce dalla provincia dell’Occidente, non sono stato insolente.
O Essere dai denti bianchi(5), che esce dal Paese del lago, non ho trasgredito.
O Mangiatore di sangue che esce dal luogo del supplizio, non ho ucciso gli animali sacri.
O Mangiatore di Viscere che esce dal Tribunale dei Trenta(6), non ho accaparrato (?) il grano.
O Signore di Maat, che esce da Maaty, non ho rubato le razioni di pane.
O Traviato che esce da Bubasti, non ho spiato.
O Andy che esce da Eliopoli, non ho parlato a vanvera.
O Malvagio che esce dalla provincia di Busiri, non ho litigato se non per i miei beni.
O Uamenty che esce dal luogo dell’esecuzione, non ho fornicato con donna maritata.
O Guarda ciò che egli porta, che esce dalla casa di Min, non ho commesso atti impuri.
O Soprastante ai grandi, che esce da Imau, non ho causato terrore.
O Distruttore che esce da Pui, non ho commesso trasgressione.
O Incantatore di voce, che esce da Urit, non mi sono riscaldato.
O Fanciullo che esce da Heqaag, non ho reso sordo il mio volto a una parola verace.
O Batsy che esce da Scetit ,non ho strizzato l’occhio(7).
O Colui la cui faccia è la sua nuca, che esce da Tapehetgiat, non sono stato sodomita.
O Caldo di piede, che esce all’alba, il mio cuore non ha inghiottito(8.)
O Oscuro che esce dall’oscurità, non ho insultato un altro.
O Colui che porta la sua offerta, che esce da Sais, non sono stato violento.
O Signore dei volti, che esce da Negiafet, il mio cuore non si è affrettato(9).
O Serekhy che esce da Utenet, non ho offeso la mia natura, non ho trascurato un dio.
O Signore delle due corna, che esce da Assiut, non ho moltiplicato le parole nei discorsi.
O Nefertum, che esce da Menfi, non c’è la mia macchia, non ho fatto il male.
O Temsep che esce da Busiri, non ho insultato il re.
O Colui che agisce secondo il suo cuore che esce da Cebu, non ho camminato sull’acqua (10).
O Percotitore (?) che esce dal Nun, non sono stato alto di voce.
O Colui che comanda la gente, che esce dalla Residenza (?), non ho ingiuriato un dio.
O Neheb-neferet che esce dal suo castello, non ho prodotto un gonfiamento(11).
O Nehebkau che esce dalla città, non ho fatto distorsioni a mio profitto.
O Essere dalla testa venerabile, che esce dalla sua tana, non sono state grandi le mie razioni se non dei miei beni.
O Colui che solleva il braccio, che esce da Igheret, non ho calunniato il dio della mia città.
Salute a voi, o dèi! Io vi conosco, conosco i vostri nomi. Non cadrò e voi non colpirete. Non riferite il mio peccato a questo dio di cui siete al seguito. Non avverrà la mia disgrazia a causa vostra. Direte che mi spetta Maat, alla presenza del Signore Universale, poiché io ho praticato Maat in Egitto. Non ho offeso dio, e non avverrà la mia disgrazia da parte del re che è nel suo giorno (di regnare) Salute a voi, o dèi che siete in questa sala della Due Maat, che non avete menzogna nel vostro corpo, che vivete di Maat in Eliopoli, e che sapete di verità alla presenza di Horo che è nel suo disco. Salvatemi da Baba(12), che si nutre dei visceri dei grandi, in questo giorno del grande giudizio.
Ecco, io vengo a voi, senza iniquità, senza aver commesso frodi, senza che ci sia in me male, senza che ci sia la mia accusa. Non c’è persona a cui abbia fatto ciò.
Io vivo di Maat, mi nutro di Maat. Ho fatto ciò di cui parlano gli uomini, di cui si rallegrano gli dèi. Ho soddisfatto dio con ciò che ama. Ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva. Ho fatto offerte agli dèi e offerte funerarie ai glorificati.
Salvatemi dunque, proteggetemi dunque. Non fate rapporto contro di me alla presenza del grande dio. Io sono uno la cui bocca è pura, le cui mani sono pure. Sono uno al quale si dice: <<Benvenuto in pace>>, da parte di chi lo vede. Perché ho udito questo discorso che l’asino ha fatto al gatto nel tempio di Colui che apre la bocca. Sono stato testimonio davanti a lui, quando gridò. Ho visto il taglio della pianta “isced” in Rosetau. Io sono uno stimato dagli dei , che conosce ciò che gli dei hanno nel ventre(13). Io sono venuto per testimoniare la verità, sono venuto per drizzare la bilancia sul suo piede.
Segue un dialogo esoterico in cui il defunto deve dimostrare di conoscere determinati misteri e dare la risposta giusta. Controbatterà alle domande che la Porta della Sala e le sue varie parti, il portinaio e Thot gli porranno: il defunto dimostrerà di conoscere il loro nome misterioso e finalmente potrà passare oltre.
1 Kheraha era una località a sud di Menfi
2 Thot, con chiaro riferimento al suo lungo becco di ibis
3 Sono Shu e Tefnut
4 Mekhenty-irty (irty, duale di ir. lett. I due occhi), dio di Letopoli.
5 Il dio coccodrillo Sobek e il Paese del Lago è il Fayum.
6 Secondo Donadoni in Testi Religiosi egizi, uno dei Tribunali Civili.
7 (si intende) per imbrogliare qualcuno.
8 Potrebbe significare non sono stato ipocrita (?)
9 Non sono stato precipitoso (?)
10 Non sono stato avventato (?)
Fonti: Sergio Donadoni, Testi Religiosi Egizi, (a cura di) Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto
Nelle immagini: due illustrazioni tratte dal libro dei morti di Kha conservato presso il Museo Egizio di Torino. Si tratta di un testo policromo splendidamente illustrato, risalente alla XVIII Dinastia, scritto in caratteri geroglifici corsivi, lungo circa 14 metri che il Museo espone in tutta la sua lunghezza.
Nell’immagine superiore sono visibili Kha, seguito dalla moglie Merit di fronte ad un tavolo di offerte. Segue, in una cappella sorretta da colonne papiriformi, Osiride assiso in trono: indossa la corona Atef ed è rappresentato di colore verde, simbolo di fertilità. Il trono su cui siede presenta il classico simbolo Sma-Tawy (unione delle Due Terre) e poggia su uno zoccolo che non è altro che il geroglifico che si legge ma’at. La simbologia è molto chiara: Osiride, sovrano dell’Oltretomba è garante della Giustizia. L’immagine seguente ci mostra la scena in cui una barca con un catafalco viene trainata per mezzo di una slitta. Il sarcofago viene quindi posto in posizione eretta di fronte all’ingresso della tomba pronto a ricevere il rituale dell’apertura della bocca. Lo si intuisce dalla presenza dello strumento pesheskef, che viene utilizzato dal sacerdote Sem per portare a compimento questa fondamentale azione simbolica, attraverso la quale il defunto potrà tornare a respirare e a fruire delle offerte deposte per lui all’interno del sepolcro. Nella prima colonna a sinistra scritta con inchiostro rosso si legge la frase Kherw keres, letteralmente “giorno del funerale”. Nella seconda colonna abbiamo imy er kaut Kha maat kherw senet.f nebet per, Merit seguita, non visibile nell’immagine, dall’epiteto maat kherw (il responsabile dei lavori, Kha, giustificato – lett. giusto, veritiero di voce – Sua moglie, signora della casa Merit, giustificata). Da notare che in questa colonna gli spazi in cui sono scritti i nomi dei due personaggi è più ampio rispetto a quello degli altri geroglifici. Il che lascia supporre che questi papiri fossero già preconfezionati, con degli spazi vuoti in cui inserire il nome del defunto.
Fonte: Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino
Scena della psicostasia tratta dal “Libro dei morti” di Iuefankh
Questo papiro lungo circa 19 metri, completamente preservato, contiene – da destra a sinistra – 165 capitoli del cosiddetto “Libro dei Morti”, la raccolta di formule per la guida, la protezione e la resurrezione del defunto nell’Aldilà. Per raggiungere tali obiettivi, dopo l’imbalsamazione e la processione alla tomba, determinate condizioni erano indispensabili: la conservazione e il sostentamento del corpo, la capacità di trasformazione, la giustificazione e la protezione del defunto e il possesso della conoscenza. Sono questi i temi dei 165 capitoli scritti in geroglifico corsivo per Iuefankh, figlio di Tasheretemenu. Di epoca Tolemaica è conservato presso il Museo Egizio di Torino, acquisito da Bernardino Drovetti nel 1824.
La definizione “Libro dei morti” è moderna: per gli Egizi, coma già evidenziato in precedenza, era molto più significativamente “rou nu peret em heru” (Capitoli per uscire al/nel giorno). Il primo a comprendere che si trattava di una serie di formule che servivano al defunto per superare una serie di ostacoli, affinché potesse raggiungere i “Campi di Yarw” e quindi proseguire nella sua vita oltremondana, fu il tedesco Karl Richard Lepsius. Fu avviato agli studi egittologici dal pisano Ippolito Rosellini che a sua volta era stato prima allievo poi collega di Jean-François Champollion e con il quale partecipò alla spedizione franco-toscana in Egitto. Il Rosellini, nel 1826 occuperà la prima Cattedra di Egittologia al mondo presso l’Università di Pisa. Quando Lepsius, a Torino, fa il suo incontro con questo papiro, comprende che si tratta di un vero e proprio formulario, una sorta di “vademecum” per l’Aldilà gli dà il nome di “Libro dei Morti” e ne ricava una suddivisione in 165 capitoli. Tale suddivisione è quella ancor oggi in uso con l’aggiunta di ulteriori 25 capitoli, identificati successivamente in altri reperti. E’ necessario chiarire, a questo punto, che la raccolta con tutti i 190 capitoli non si trova in nessun papiro e che, essendo questo il più completo, è stato assunto come raccolta campione (in modo non storicamente corretto, proprio per la sua posteriorità, di un millennio e anche più, rispetto ai primi esemplari).
Le formule sono finalizzate al momento in cui il defunto si troverà di fronte al Giudizio presieduto da Osiride. La scena è delimitata da uno spazio architettonico ben definito da due colonne che sorreggono la parte superiore, come ad evocare un ambiente templare. Il defunto, sulla destra, vi entra e porge il suo saluto alla dea Maat. Al centro vi è la fatidica bilancia con il suo cuore posto sul piatto di destra; sulla sinistra come contrappeso una rappresentazione miniaturizzata di Maat con la sua piuma distintiva. Gli spazi tra i bracci della bilancia sono occupati da Anubi e da Horus, mentre in cima vi è una raffigurazione cinocefala di Thot in veste di “colui che presiede al braccio della bilancia”. Proseguendo verso sinistra, è riconoscibile Thot, questa volta rappresentato con testa di ibis, in veste di scriba nell’atto di registrare sulla sua tavoletta ciò che accade. Segue il mostro Ammit (la Grande Divoratrice) una divinità con muso di coccodrillo, parte anteriore di leone e posteriore di ippopotamo (simbolicamente la commistione di tre fra le più feroci belve dell’Antico Egitto), pronto a divorare il cuore del defunto ove mai dovesse risultare più pesante della piuma di Maat. Nella parte superiore della scena sono raffigurate le quarantadue divinità che raccoglieranno un’ulteriore dichiarazione di innocenza. A presiedere il giudizio è ovviamente Osiride rappresentato a sinistra nel suo tabernacolo e assiso sul trono con il simbolo “sma-tawy, classica iconografia che rappresenta l’ unione delle Due Terre (ricordiamo che, mitologicamente, Osiride è considerato il primo sovrano dell’Egitto).
Un’ultima considerazione: il “rou nu peret em heru” non deve essere visto come un libro secondo la nostra visione, vale a dire come un susseguirsi di capitoli a partire dal numero uno a seguire. In realtà, in base alle proprie necessità, convinzioni, e soprattutto possibilità economiche, si acquistavano le sezioni che avrebbero fatto parte del corredo funerario. C’è anche da dire che in molti casi i vari papiri rinvenuti danno dei capitoli una versione che può variare per aggiunte o per omissioni se non, talvolta per veri e propri mutamenti. Talvolta la correttezza del testo è piuttosto trascurata. Ciò è dovuto in parte al fatto che le copie erano preparate quasi industrialmente e per un uso esclusivamente oltremondano, in parte alla fiducia che gli stessi egizi nutrivano nel loro potere magico-religioso, tanto più efficace in quanto misterioso e incomprensibile, indipendentemente dalla correttezza o meno delle iscrizioni. E’ pur vero, però, che questa mancanza di precisione, rispetto ad esempio ai testi epigrafici antichi o ai Testi delle Piramidi, ponga problemi interpretativi forse anche più complicati.
CONSIDERAZIONI
A conclusione della parziale e sommaria, descrizione di questo importantissimo capitolo del Libro dei morti, mi sembra opportuno aggiungere alcune riflessioni. Illuminanti mi sembrano, in proposito le considerazioni di Jan Assman estrapolate dal suo Maât l’Egypte pharaonique et l’idée de justice sociale. Ne riporto qualcuna che a me è sembrata particolarmente incisiva per una migliore comprensione del testo. La cosa che mi ha sempre creato un certo disagio, fin da quando ho avuto il mio primo approccio con questa formula, è stata proprio la doppia dichiarazione di innocenza.
Perché discolparsi due volte da una serie di peccati che, grosso modo appare del tutto simile? In realtà, Assman afferma che, piuttosto che sovrapporsi, le due liste si completino. Egli nota che il principio di composizione segue uno schema secondo il quale un tema specificato attraverso una serie di peccati in una dichiarazione, è trattato in maniera solamente sommaria nell’altra e viceversa. Sicché laddove una lista (le indicherò in avanti con A e B è chiaramente articolata, l’altra enumera una serie di peccati mescolati insieme, senza alcuna struttura apparentemente riconoscibile. Ad esempio: “A” comincia con una decina di colpe gravi di ordine generale, di cui “B” riprende solo il primo, il più universale di tutti: (A) Non ho commesso iniquità contro gli uomini, (BNon ho commesso iniquità. Questa prima enunciazione sintetizza praticamente il cardine della nozione di Maat (non praticare il male, Isefet); si elencano poi una serie di peccati (si entra quindi nel dettaglio) che differiscono nella dichiarazione (B, ma che riguardano azioni criminose verso gli uomini o la divinità, finché si arriva alla enunciazione “Non ho danneggiato un servo presso il suo padrone”, che introduce un’altra caratteristica fondamentale del concetto di Maat: il tema della solidarietà che viene sviluppato nella lista B in maniera estremamente precisa.
Ricapitolando e facendo un’estrema semplificazione, possiamo inquadrare i due principali aspetti comportamentali che ogni uomo deve rispettare al fine di perseguite Maat. Il primo riguarda l’agire (fare la Maat), il secondo la solidarietà sociale e comunicativa (dire la Maat, intesa nel senso più ampio di parola pronunciata e ascolto).Nella lista A sono più particolarmente focalizzate le colpe relative all’agire: Non ho causato dolore, Non ho fatto piangere, non ho ucciso, non ho dato ordine di uccidere, non ho avvelenato, non ho causato pena ad alcuno, non ho tolto il latte ad un bambino ecc. Di contro nella dichiarazione (B sono, in maniera molto singolare, ben dettagliati i peccati contemplati nel campo della parola/ascolto, in chiave spiccatamente sociale e che mostrano con chiarezza l’importanza che la mentalità egizia attribuiva al comportamento etico fin in aspetti che ai nostri occhi parrebbero di non primaria rilevanza. Così ritroviamo regole che impongono di non sparlare, calunniare, tormentare, vantarsi, parlare a vanvera, incutere terrore (irretire), spiare qualcuno, strizzare l’occhio (per imbrogliare qualcuno), adirarsi (la violenza verbale), aver intentato processi contro qualcuno, in definitiva, di essere stato sordo alle parole di Maat.
Sono poi elencati altri tipi di peccato che riguardano aspetti più rituali e misterici, probabilmente derivati dall’iniziazione sacerdotale, ma mi è sembrato opportuno concentrare l’attenzione sul chiaro messaggio etico/sociale che erompe (direi fragorosamente) da questo testo. Quello che colpisce maggiormente è che, oltre agli ovvi crimini contro la persona (uccidere, rubare, usare violenza ecc. ecc.), emerge prepotente il poderoso accento che viene posto sull’aspetto comunicativo. In pratica nella mentalità egizia anche il semplice calunniare, usare un linguaggio offensivo, la prevaricazione verso il debole e l’indifeso, la presunzione, la vanagloria, l’indurre sentimenti di odio o insofferenza verso il prossimo erano considerati comportamenti contrari alla Maat e quindi deprecabili. Viene, di conseguenza, sottolineata l’importanza della correttezza, sobrietà, disponibilità, autocontrollo (anche nei confronti dei sottoposti, degli umili e dei più fragili). Questo ovviamente, non significa che questi “peccati” non si commettessero, ma semplicemente che anche da questi ne derivavano un giudizio ed una punizione in questa o nell’altra vita (che veniva preclusa in caso di non superamento della prova). L’aspetto da tener presente è senz’altro quello universale, cosmico del concetto. Vale a dire alla Maat erano tenuti ad attenersi tutti: dagli dei, al faraone (che ne era garante in terra), al più umile dei servi. Azzardando a dirla in termini moderni, era da considerare una vera e propria Istituzione e, pertanto la regola unica, immutabile da seguire: perfetta (perché nata all’atto della creazione), immodificabile, imprescindibile. Non c’era posto, in materia, per altra corrente di pensiero.
A voler fare un confronto con ciò che tante classi dirigenti odierne si affannano a propagandare, bisogna prendere atto che da quella magnifica esperienza etica, molto, troppo è cambiato. E di certo non in meglio: forse Maat bisognerebbe insegnarla a scuola fin da bambini. Non ho alcun dubbio che ce ne avvantaggeremmo tutti.
Libro dei Morti di Any (foglio n. 2) Nuovo Regno, XIX Dinastia, 1275 a.C. circa. Provenienza: Tebe. Londra, British Museum.
Questa sezione del papiro è la naturale prosecuzione del foglio n. 1 (non molto ben conservato) che mostra Any e sua moglie Tutu in adorazione del dio Ra. La parte a sinistra dell’illustrazione appartiene logicamente al testo precedente, ma fornisce anche un collegamento al contenuto di questo foglio. Ci mostra il disco solare (Ra) tenuto elevato al cielo da un segno Ankh ed adorato da due gruppi di babbuini simboleggianti il sole nascente. L’ankh è sostenuto da un pilastro Djed, emblema di Osiride ed è una simbolica raffigurazione della rinascita del sole dopo il suo passaggio notturno attraverso il regno dei morti. Il tutto si svolge sotto lo sguardo protettore di Iside e Neftis. Seguono le figure di Any e Tutu davanti ad un tavolo d’offerte, mentre il testo scritto in geroglifico “corsivo” è l’Inno ad Osiride.
Fonti:
Sergio Donadoni,Testi Religiosi Egizi, (a cura di)
Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino
Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto
Jan Assmann, Maât l’Egypte pharaonique et l’idée de justice sociale
È Il primo nome, che esiste già in epoca predinastica, con la “Dinastia 0” (all’incirca fra il 3400 e il 3185 a.C.), che precede la 1a dinastia. Vediamo innanzitutto perché viene detto “Nome di Horus”; il dio solare, in forma di falco, appare in alto, sopra il nome, che è inscritto nel serekh (poi vedremo cos’è quest’ultimo). Perché dunque il falco divino? Si deve fare riferimento alla mitologia religiosa di Heliopolis, in cui il creatore è il dio Atum, che fu padre di Shu e Tefnut i quali a loro volta ebbero il dio Geb (la Terra, al maschile in egiziano antico) e Nut, il Cielo (al femminile); essi ebbero quattro figli: Osiris, Isis, Seth e Nephthys. Da Isis e Osiris nacque Horus. Vediamo dunque chi era Horus: tutti gli appassionati lo sanno, ma qualche parola per chi si accosta all’Egittologia per la pima volta potrebbe essere utile.
Horus fu una delle principali divinità d’Egitto; inizialmente visto come il cielo intero, fu poi assimilato al sole, di cui è una delle principali forme. Il suo nome, che in egizio è Hor, significava “Il Lontano”, alludendo all’astro diurno. Ben presto la sua immagine di disco solare che si libra nel cielo fu assimilata a quella del falco, ma aveva anche l’aspetto di uomo ieracocefalo (a testa di falco); ma, com’è uso dell’antico Egitto, poteva avere molte altre forme. Sin dall’epoca predinastica Horus fu assimilato anche al re, che ne era allo stesso tempo l’erede terreno e l’incarnazione. Horus è associato al mito di Osiris divenendo figlio di questi e di Isis, vendicatore del padre e antagonista di Seth, lo zio assassino. Da questi cicli mitologici scaturirono molte forme di Horus che però si possono riassumere in due categorie principali: quella di Horus fanciullo e quella del dio giunto a piena maturità. Inoltre, sempre negli stessi cicli mitologici, Horus rientra nei miti lunari (di cui Osiris era una delle principali manifestazioni), poiché il sole e la luna erano gli occhi del cielo. Inizialmente Horus, dio del Basso Egitto, si contrapponeva a Seth, rappresentante dell’Alto Egitto; poi Horus fu visto come sovrano di tutto l’Egitto mentre Seth divenne il dio del deserto, delle oasi e dei popoli barbarici. Il tempio più importante dedicato a Horus era quello di Edfu (Behedet), ove egli era venerato come disco solare alato e come falco, dio guerriero che difende il sole contro i suoi nemici. Nella Bassa Epoca proliferarono amuleti e bronzetti dei vari aspetti di Horus.
Horus ebbe molte forme, suggerite dalle fasi giornaliere del sole o dagli aspetti del mito. Qui citeremo solamente quali siano le forme più note, rinviando ad esse per i particolari. Generalmente esse presentano il dio come uomo ieracocefalo, col capo sormontato da un grande disco solare a sua volta circondato dal serpente reale, l’uraeus. Le forme in cui poteva apparire Horus sono quella del falco, e quelle dei seguenti dei: Harakhty, Harmakhis, Haroeris, Harpocrates, Harsiesi, Harsomtus, Hornedjitef, Hurun; vi erano poi connessioni religiose e sincretismi con altri dei solari quali Ra, Atum, Aton.
A questo punto vediamo il perché del rapporto fra Horus e la regalità. Cominciamo col dire che l’umanità fu creata dal demiurgo (che a seconda delle scuole teologiche poteva avere il nome e l’aspetto di varie divinità, tutte forme del Divino Universale, il Creatore: Atum, Ptah, Neith, Amon, ecc.); nella mitologia di Heliopolis egli (Atum) assegnò il regno terreno al figlio Geb, che era dio e re, ma anche la Terra stessa. Ma anche Geb passò il potere al figlio Osiris, che a sua volta lo passò a suo figlio Horus. Con quest’ultimo dio finisce il regno degli dèi e Horus passa il potere agli uomini, al faraone, che è Horus in terra. Ci torneremo, ma prima vediamo alcuni punti.
Per i millenni della loro storia gli Egizi non dimenticarono questo fondamento della loro religione che non solo legittimava il potere temporale e spirituale del faraone (ma la distinzione fra temporale e spirituale è creazione moderna, nell’antichità era un tutt’uno), ma soprattutto era l’incarico etico: l’accento non era mai su potere e privilegi ma – in una società etica – sui precisi doveri del faraone, custode dell’umanità per incarico divino. Tutto ciò era in un documento che non ci è pervenuto ma di cui esistono più che cenni in letteratura: esistono le rappresentazioni: si tratta del “Testamento di Geb”. Esso doveva essere custodito negli archivi templari del Palazzo, là dove erano custoditi tutti i documenti e gli strumenti delle importanti cerimonie regali come l’incoronazione, la festa giubilare (Heb-Sed), le corone, le vesti sacre, ecc.
Noi lo “vediamo” in molte statue regali in cui il sovrano tiene in mano i mekes (“contenitore per documenti”), detti anche imy.t per (lett. “che è nella casa”), con i rotoli di papiro del Testamento di Geb, e con gli atti legittimi dell’accesso al trono d’Egitto e i titoli di proprietà su Ta Mery (“Terra Amata”, l’Egitto).Questo testamento, con tutti gli obblighi e i doveri passerà dunque a Osiris, a Horus e quindi ai faraoni. Ma Horus, l’ultimo dio a regnare in terra, sarà sempre il garante del rispetto dei doveri regali, e l’Horus in terra, il faraone, non potrà mai venir meno al proprio dovere.
Adesso possiamo capire molto meglio il perché del primo nome/titolo: il faraone è Horus in terra.
Attenzione, però! Molto spesso ciò dà adito a un equivoco enorme: “il faraone è un dio”, “monumenti elevati alla propria vanagloria”, ecc. Tipici esempi di proiezione di mentalità odierna, occidentale, in un mondo ed epoche che nulla hanno a che vedere con le situazioni e mentalità odierne. Ciò accade quando si conosce poco quel mondo, la profondità del pensiero etico, e si crede di sapere cogliendo da notiziole in rete.
No, gli Egizi hanno lasciato documenti ben precisi che ci sono pervenuti: addirittura istruzioni etiche per gli allievi, o per i visir e persino per gli stessi faraoni.
No, il faraone NON è un dio! Gli Egizi separavano scientemente la funzione regale dal personaggio umano. Il faraone era uomo; divina era la funzione regale. Il faraone diveniva dio solo con la morte; e il dio si incarnava in lui quando esercitava la funzione. Un’idea filtrata nel mondo del Cristianesimo gnostico d’Egitto (soprattutto alessandrino) e da lì nell’infallibilità dei papi, divenuta infine dogma promulgato nel 1870 da Pio IX (Concilio Vaticano I); ovviamente non si tratta di infallibilità perpetua, ma solo quando parla ex cathedra; ci volle un secolo perché la questione fosse poi contestata da Hans Küng, che divenne il capofila della teologia del dissenso. Ma qui divaghiamo. Ciò che voglio sottolineare è che l’idea della divisione di “momenti ispirati da Dio” e essenza dell’essere umano (faraone, papa) non è estranea nemmeno ai nostri giorni.
Il faraone uomo dunque presta l’involucro mortale a Horus per i momenti del culto e della funzione, e dunque nel primo nome reale il faraone, in quanto tale, è “L’Horus-Tal-dei-Tali”.
Vediamo ora cosa si trova al di sotto della figura di Horus, falco mostrato di profilo: il rapace è appollaiato sul serekh. Questo vocabolo egizio designa la particolare cornice rettangolare che conteneva il primo nome del faraone, nella titolatura, e precede di vari secoli il cartiglio. Sin dall’epoca protodinastica i nomi dei “Seguaci di Horus”, i re della “Dinastia 0”, venivano già iscritti nel serekh. Quando la titolatura fu più sviluppata (già dalla 1a dinastia) e poi completata (dalla 4a dinastia) il nome nel serekh fu definitivamente designato come nome di Horus, poiché da sempre esso era sormontato dal falco di questo dio. Cosa rappresenta il serek? Generalmente si legge “facciata di palazzo”. Questa definizione semplicistica è in parte errata, poiché in realtà solo una parte del serekh è “facciata” e non solo “di Palazzo”.
La parte inferiore del rettangolo infatti rappresenta la facciata “anche” del Palazzo reale, come pure dei templi arcaici, vista in prospetto, mentre lo spazio posteriore, ossia il rettangolo in cui era iscritto il nome, ne era la veduta in pianta. Quindi, nella magia religiosa dei geroglifici e della figurazione egizia, il nome (“ren”), che era l’essenza del faraone, era realmente protetto dalle mura del Palazzo. Val la pena sottolineare l’aspetto del serekh, ossia l’aspetto della facciata del Palazzo reale ma non solo; esso era anche l’aspetto delle mura che proteggevano i templi e le città: in quanto tale per estensione divenne simbolo di protezione. Così, oltre che nel serekh, lo troviamo come motivo protettivo nella zoccolatura delle tombe, sulle pareti di sarcofagi, nelle fase porte o come motivo della facciata di tempio arcaico che appare sino all’Epoca Romana.
Un inciso: la particolare struttura a rientranze e nicchie è identica a quella dei palazzi e templi della Mesopotamia coeva, evidente segno degli scambi culturali nei due sensi sin dalla preistoria; ma un indizio della direzione in fluì questa informazione può forse esser fornito da qualcosa che notai circa 40 anni fa: è ancor più interessante il fatto che, ancor oggi, un disegno molto simile alla facciata del palazzo reale egizio (o dei templi arcaici) si riscontra nelle facciate dei palazzi dei capi dogon, in Africa Occidentale; questo parallelismo fra strutture dalla stessa funzione, dalle parti opposte dell’Africa e a distanza di millenni, non può essere casuale: si tratta in realtà di un retaggio del comune substrato culturale delle popolazioni preistoriche dell’ambiente saharo-nilotico; alla fine del periodo umido neolitico, quando le popolazioni furono costrette a rifugiarsi presso i corsi d’acqua superstiti, incalzati dalla crescente aridità del Sahara, i vari gruppi si sparsero in aree lontanissime, ma mantennero l’aspetto (che doveva essere simbolico e caratteristico dei palazzi del potere) del palazzo di comando; ciò è un indizio dell’antichissima origine africana del motivo a facciata di palazzo, poi passato alla Mesopotamia.
Bene, a questo punto abbiamo un po’ di chiarezza sul primo nome: il faraone, incaricato da Horus a regnare in terra secondo i dettami del testamento di Geb, è il veicolo carnale di Horus. Il suo nome incarna anche il Palazzo reale, e infatti, dal Nuovo Regno, il faraone, che è definito sino ad allora “hem”, servo, sarà designato anche come “per-ao”, “Grande Casa”, da cui Phar-aos, faraone, ossia appunto il palazzo reale (come oggi potremmo dire: “è stato dichiarato dal Quirinale, dalla Casa Bianca, dal Vaticano”. Il nome sarà dunque incarnazione di Horus, del Palazzo, e dal Palazzo stesso protetto, dietro la sua facciata, entro le sue mura: il serekh, appunto, dominato da Horus come falco.
Un ultimo inciso: nella 2a dinastia si ha un breve periodo in cui appaiono il nome di Seth, portato da Peribsen, e quello di Horus e Seth, portato da Khasekhemuy, entrambi sostituiti a quello di Horus.