Innanzi tutto chiariamo cosa si intende per “titolatura reale” nell’antico Egitto. Va da sé che si tratti dei titoli del sovrano, ma come sempre per il Paese dei faraoni nulla è così semplice. In effetti, già come “titolatura” possiamo trovare righe e righe di testo che introduce i nomi del faraone ma anche titoli ridondanti e roboanti com’è costume dell’Egitto antico e di tutto il Vicino Oriente.
Però attenzione! Non si tratta di mera vanagloria, ma di qualcosa di molto più ampio, profondo e complesso, che lega la regalità al mondo degli uomini e degli Dèi, al potere terreno e alla magia religiosa, alla parola e alla creazione… e a molto, molto altro.
Qui vediamo dunque solo la titolatura più semplice, ossia i tre, poi cinque, nomi del faraone. Ma prima, due parole che ci permettano di comprendere meglio il loro vero significato.
Dati i profondi significati della parola nell’antico Egitto è comprensibile che il nome (ren) fosse di grande importanza e carico di potere; a maggior ragione il nome reale assumeva dei significati profondi e si pensava potesse influire sull’equilibrio stesso del paese; così vediamo come alcuni faraoni assumessero nomi adatti alle circostanze dell’epoca, ed altri li cambiassero durante il regno, sia per proclamare delle azioni di particolare importanza (generalmente la composizione di antiche fratture o discordie) sia per dichiarare delle intenzioni e, così facendo, rendere possibile il desiderio grazie all’azione creatrice della parola. Al momento dell’incoronazione i nomi venivano attribuiti al faraone dal dio Thot il quale oltre ad essere patrono della parola, dei geroglifici, degli scribi, delle scienze, fra le altre cose era anche il “cancelliere divino”, che registrava nomi, anni di regno e fatti salienti.In questi concetti si inserisce la titolatura o protocollo reale, vale a dire la serie di 5 nomi del faraone.
“Nome di Horus”, racchiuso nel “serekh”. Esiste già in epoca predinastica (“Dinastia 0”).
“Le Due Signore”. Dalla 1a dinastia.
“Horus d’Oro”. Dalla 4a dinastia.
“N(y)-Swt-Bit”, ossia: “(quello) del Giunco e dell’Ape”, è il “prenome”; dalla 4a dinastia.
“Sa Ra”, “Figlio di Ra” (4a dinastia); è il “nome”.
Questa raffigurazione della coppia regale riassume in sé alcuni concetti della filosofia amarniana: Akhenaton e Nefertiti si tengono per mano, un’intimità volutamente sottolineata come le rotondità del corpo; come principio di fecondità i due sovrani mettono l’accento sulle stesse caratteristiche somatiche delle antiche dee madri.
L’amore della famiglia reale e la fecondità per l’intero popolo erano fra i concetti sottolineati dalla filosofia regale di Amarna.
Gruppi come questo erano tenuti in apposite nicchie nelle case private del faraone e sottolineano unione, fecondità e rinascita.
Da Amarna, XVIII Dinastia. Calcare dipinto, altezza 22.5 cm. Parigi, Museo del Louvre, E15593.
Fonte :Antico Egitto, di Maurizio Damiano, Electa.
Questo torso di statua femminile appartenente, probabilmente, ad una statua di Nefertiti
La veste finemente plissettata non nasconde ma al contrario mette in rilievo le forme della donna in tutta la loro femminilità, sottolineandone la fecondità.
Da Amarna? XVIII Dinastia – Arenaria silicizzata Altezza 29,5 cm.
Parigi, Museo del Louvre, E25409.
Fonte : Antico Egitto, Electa – Maurizio Damiano.
Nella diciassettesima dinastia il carro sostituì la portantina come mezzo di locomozione più prestigioso dell’élite; esso poteva raggiungere una velocità di circa 38 km/h., mentre fino ad allora viaggiando a piedi, in portantina o a dorso d’asino garantiva soltanto i 4-6 km/h. Nella maggior parte delle fonti sono gli uomini che vengono rappresentati sui carri, ma ci sono prove testuali e pittoriche, risalenti soprattutto al regno di Akhenaton, che attestano l’utilizzo del carro anche da parte delle donne.
Le rappresentazioni della regina Nefertiti sono tuttavia i più antichi esempi di una donna da sola alla guida di un carro.
La famiglia reale
Per Akhenaton l’incarnazione dell’armonia familiare è anche essenza dell’equilibrio universale, in quanto tale i sentimenti sono mostrati pubblicamente senza veli, come di vede in questa stele, il padre bacia la figlia Meritaton, mentre in braccio alla madre si vedono Maketaton e Ankhsenpaaton.
Stele come questa si trovavano nelle ville dei nobili amarniani, su piccoli altari dedicati al culto reale.
XVIII Dinastia, calcare Altezza 32,5 cm. Larghezza 39 cm. Berlino, Agyptisches Museum. Acquisizionr 1898 ( al Cairo), n. 14145.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia. Faience. Altezza cm. 3,5, Diametro cm. 4,2 Copenhagen, Ny Carlsberg Glypotek, AEIN 1791; acquisizione 1989.
Questo oggetto è insolito sotto più di un aspetto. Foggiato come una perla, è innanzitutto di dimensioni troppo grandi per essere stato utilizzato come elemento di una collana. C’è chi ha avanzato l’ipotesi che fosse infilato su una manica e che appartenesse a un oggetto composito di uso cerimoniale. Il fondo gibboso, quasi a suggerire il tremolio dell’acqua, denota un’abilità eccezionale. Sulla circonferenza della “perla” vi sono due barche contenenti un disco solare, alle spalle del quale siede un personaggio con le braccia levate in segno di adorazione, identificabile come un sovrano dell’Alto Egitto per via della corona bianca. Il personaggio ad esso simmetrico, porta invece il copricapo preferito dalla regina Nefertiti. Sull’identità della coppia non sussistono dubbi, per via dei cartigli iscritti sulla faccia superiore dell’oggetto .Il copricapo di Nefertiti, di forma assai simile a quella della corona rossa, pare qui si utilizzati come controparte della corona bianca di Akhenaton. In epoca armaniana, la coppia reale era considerata un’entità unica, concepita ad immagine dei figli del sole creatore, Shu e Tefnut. Come i gemelli divini, anche il re e la regina erano tenuti a restituire al genitore solare l’energia che questi donava loro. Alcuni fiori di loto separano i due battelli ed arricchiscono la simbologia dell’insieme, mentre il colore turchese richiama l’ambiente liquido da cui emerge l’astro nascente.
Secondo Reeves sarebbe un dono del Faraone ad un alto funzionario, probabilmente da apporre su un “bastone del comando”
Fonte : I Faraoni a cura di Cristiane Ziegler – Bompiani.
NEFERTITI ABBATTE I NEMICI
A cura di Luisa Bovitutti
Questo rilievo prova l’importanza da lei assunta a fianco del Faraone, tanto da essere raffigurata in atteggiamenti che tradizionalmente erano riservati al sovrano. La regina si trova a bordo di un’imbarcazione, sotto una pergola (praticamente un naos) situata a poppa e sotto i raggi vivificanti di Aton sta abbattendo simbolicamente i nemici dell’Egitto.
Anche i remi usati per le manovre sono decorati all’estremità con una scultura che la rappresenta.
Nelle immagini trovate il rilievo completo, custodito al Museum of fine arts di Boston, ed i particolari ingranditi.
Frammento di altare domestico.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia. Calcare, Altezza cm. 12
Provenienza sconosciuta, acquisito nel 1900
Berlino, Agyptisches Museum und Papyrussammlung, inv. 14511
Il fregio di urei e la presenza di un cornicione permettono di attribuire il frammento di rilievo a un piccolo altare domestico a forma di cappella. Nelle case di Amarna la coppia regale veniva venerata nelle immagini di questi altari.
Nefertiti è vicinissima al suo consorte Akhenaton e gli infila una collana. Il dio Aton, che spunta dal geroglifico del cielo sfiora con i suoi raggi la coppia, un’immagine di armonia tra divino e umano, inserita nello sfondo di una natura intatta, come è raffigurata nelle piante di papiro sul margine sinistro del reperto.
Fonte: I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani.( Bibliografia : Settgast 1989, pp. 90-92 ( cat. 46) D. W.)
Il famoso Busto di Nefertiti, ritrovato nello studio dello scultore Thutmose, durante gli scavi della missione tedesca a Tell El-Amarna nel 1912, sotto la supervisione del professore Ludwig Borchardt.
La regina indossa la corona classica.
La policromia intatta, questo Busto sprigiona nobiltà e una bellezza che cattura anche il senso estetico dei nostri giorni.
Da Amarna, XVIII Dinastia. Calcare, altezza cm. 50.
Berlino, Agyptisches Museum, n. 21 300.
Fonte:
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – EdizioniWitestar
I templi di Akhenaton furono demoliti dopo la sua morte, le pietre vennero riutilizzate nella costruzione di altri monumenti e oggi riappaiono dagli Scavi mostrandoci piccoli dettagli dell’epoca. Nella foto si vede un rilievo con la testa della regina Nefertiti come offerente; la sua mano stringe il sistro, strumento musicale sacro che la sovrana offre probabilmente all’ Aton durante una celebrazione.
XVIII DinastiaArenaria,Luxor, Museo d’arte dell’antico Egitto, J 267
Fonte : Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
La lastra lavorata a bassorilievo, mostra Akhenaton, insieme a Nefertiti e alle figlie, che presenta offerte al dio Aton.
Museo Egizio del Cairo
Fonte: Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.
Nefertiti che venera l’Aton, con il titolo di Signora delle Due Terre. Frammento di colonna in calcare, raffigurante la regina Nefertiti che offre un bouquet ad Aton. Di seguito c’è la principessa Meritaton che suona un sistro
Palazzo Reale, Tell el-Amarna A 1893. 1-41 ( 71)
Ashmolean Museum, Oxford. Fotografia di Jon Bosworth di pubblico dominio
Naturalmente gli studiosi si sono chiesti se il celebre busto di Berlino fotografi in modo fedele il suo aspetto, oppure se il suo viso sia stato trasfigurato ed idealizzato dall’artista in ossequio a precisi canoni artistici.
A me piace pensare che Nefertiti fosse proprio così, ma non dobbiamo farci condizionare da romantici sentimentalismi; per questo ho fatto una piccola ricerca e vi sottopongo una serie di post che illustrano il punto di vista di vari studiosi e l’analisi iconografica pubblicata sulla sua pagina Facebook dal prof. Maurizio Damiano, che gentilmente mi ha autorizzata a condividere da noi.
Gli egittologi tedeschi Dorothea Arnold (ex curatrice del settore egizio del Metropolitan Museum di New York) e Rolf Krauss sono convinti che il viso di Nefertiti che noi conosciamo attraverso il busto di Berlino, simmetricamente perfetto, sia un ritratto ideale, un prototipo costruito su base numerica; il prof. Krauss ha infatti accertato che le proporzioni del viso della regina sono state stabilite in modo matematicamente esatto, sulla base di un’inedita unità di misura pari ad un dito, ossia 1,875 cm., mentre fino ad allora era stato utilizzato il palmo, ossia 7,5 cm).
Nell’immagine, la griglia predisposta dal prof. Krauss, che dimostra che la perfetta simmetria del volto della regina è stata realizzata artificiosamente – da Rolf Krauss – “Nefertiti – A Drawing-Board Beauty? The ‘most lifelike work of Egyptian art’ is Simply the Embodiment of Numerical Order”, Amarna Letters.
Molti studiosi affermano che non vi è ragione di credere che Nefertiti, nota per la sua bellezza, non assomigliasse al ritratto del busto, anche se è possibile che lo scultore ne avesse ingentilito i lineamenti; l’arte amarniana infatti si caratterizzava per il superamento degli antichi canoni artistici e la nascita di un nuovo stile, che dava grande attenzione al dato naturalistico ed esprimeva amore per la vita, descrivendola con realismo nella sua essenza più intima e individuale.
Il prof. Marc Gabolde, studioso dell’epoca amarniana, riconosce la perfetta e matematica regolarità del viso di Berlino e quindi il carattere idealizzato del ritratto della regina, che corrisponderebbe ai canoni di bellezza celebrati dalla poesia amorosa del Nuovo Regno, tuttavia evidenzia che i tratti sono distintivi e la fisionomia del viso è quella di Nefertiti:
« Bisogna paragonare questo ritratto alle copertine delle riviste femminili, dove, si sa, le modelle sono ben riconoscibili ma sono state largamente migliorate grazie a photoshop. Thutmosis era un po’ il photoshop dell’epoca ».
Una TAC eseguita nel 2006 da Alexander Huppertz, direttore dell’Istituto di scienza per immagini di Berlino, i cui risultati sono stati pubblicati su Radiology dell’aprile 2009, ha rivelato infatti che la statua di calcare originaria era stata ritoccata dall’autore mediante l’apposizione di strati di stucco di spessore variabile che hanno eliminato le lievi rughe ai lati della bocca e agli occhi e la piccolissima gobba alla radice del naso che caratterizzavano il ritratto originario, forse per adeguare l’immagine della regina agli ideali estetici dell’epoca (ecco il link per l’articolo completo: https://pubs.rsna.org/doi/pdf/10.1148/radiol.2511081175).
Quindi i lineamenti della vera Nefertiti, sebbene molto belli, sarebbero stati meno perfetti di quanto si è creduto fino ad ora.
Nelle immagini: sopra a sinistra ed al centro il viso interno in calcare, nel quale cono visibili le rughe ai lati della bocca e vicino agli occhi, e a destra il volto come appare esternamente, dopo i ritocchi di stucco.
Sotto altre immagini della TAC; in quella a destra si nota la piccola gobba alla radice del naso.
FONTI:
National Geographic: Die Schöne vom Nil. Archiviato il 23 aprile 2015 in Internet Archive. 2001.
Dorothea Arnold: The Royal Women of Amarna. Images of Beauty from Ancient Egypt.
Rolf Krauss – “Nefertiti – A Drawing-Board Beauty? The ‘most lifelike work of Egyptian art’ is Simply the Embodiment of Numerical Order”, Amarna Letters
LA TESTA IN QUARZITE DEL CAIRO –FORSE NON FU OPERA DI THUTMOSE
La testa incompiuta del Cairo è unanimemente attribuita alla regina anche se nel momento in cui venne rinvenuta si pensò potesse raffigurare una delle principesse.
Questo capolavoro viene da molti attribuito alla mano di Thutmose, come il famoso busto di Berlino, rinvenuto il 6 dicembre 1912 nel magazzino del laboratorio del capo scultore (edificio P 47), durante gli scavi condotti ad Amarna dalla Società Orientale Tedesca diretti da Ludwig Borchardt.
In effetti le analogie stilistiche tra le due opere sono notevoli, ma come ci ha riferito il nostro prof. questa paternità non è assolutamente scontata, tenuto conto che la testa incompiuta venne rinvenuta ben vent’anni dopo il busto, nel corso della campagna di scavi condotta per conto della Egypt Exploration Society da John Devitt Stringfellow Pendlebury, e soprattutto non nell’atelier di Thutmose, come taluni scrivono, ma in una zona differente di Amarna.
Durante questa missione l’archeologo fu affiancato da Sir Hilary Waddington del Dipartimento delle Antichità della Palestina e da sua moglie (anch’ella archeologa) che investigarono una piccola area stranamente rimasta vergine tra la casa di Ramose e la zona precedentemente scavata da Petrie.
Come riferisce Pendlebury, mentre passeggiava in quest’area la signora Waddington sollevò un mattone e un coccio su una delle pareti dell’originario abitato già portato alla luce e scoprì parte di una testa di gesso; gli scavi effettuati permisero di scoprire altre pietre scolpite e di capire che l’area era stata anticamente sede della bottega di uno scultore.
La questione è stata analizzata dal Prof. Damiano in una serie di post tratti dal suo volume su Amarna, che esaminano e comparano diverse rappresentazioni scultoree della regina.
Per risolvere l’interrogativo, scrive l’egittologo,
“occorre comparare la testa più celebre di Berlino con altre, in primo luogo con quella in quarzite bruna; alt. 35,5 cm; scavi dell’Egypt Exploration Society (1932). Museo Egizio del Cairo, JE 59286. In effetti, poiché quest’opera non è frutto della stessa mano di Djehutymose ma è opera di un altro scultore, ciò ci permette di riflettere sulla fedeltà del ritratto, perché pur essendo opera di altro artista, la somiglianza è stupefacente. Infatti, a fronte dell’opera di Berlino, che è quasi completa, colpisce come questa, pur incompleta, sia simile. Qui siamo di fronte alla Testa incompiuta di Nefertiti trovata ad Amarna, nel laboratorio di uno scultore (rimasto ahimè anonimo); questa testa è uno dei più splendidi ritratti della regina, ancorché incompiuto”.
Un altro manufatto significativo per individuare i tratti della regina, secondo il prof. Damiano, è “la Testa di Nefertiti; anni 14-17. Quarzite gialla, pigmento rosso sulle labbra; pigmento nero sulle sopracciglia, intorno agli occhi, su nuca, orecchie, collo; riparazioni con gesso sul tenone; h. 30 cm; da Amarna, casa dello scultore Djehutymose, P 47,2, stanza 19. Ägyptische Museum und Papyrussammlung, Berlin (inv. N. 21220)”.
Qui la Bella viene raffigurata molto giovane, con tratti adolescenziali, in particolare il naso che non ha ancora raggiunto l’aspetto definitivo dell’età adulta.
Fondamentale per ricostruire i tratti della regina è questo “Calco in gesso del volto di Nefertiti (Ägyptische Museum und Papyrussammlung, Berlino; n. inv. 21 349); trovato nello studio di Djehutymose, potrebbe essere il modello da cui lo scultore ha tratto il celebre busto di calcare dipinto, ugualmente a Berlino.
La morbidezza delle labbra, ben visibile in questo calco, sarebbe stata moderata per una maggiore e formale regalità nelle labbra del celebre busto calcareo. Anche se mutilo, il calco permette di vedere come le fattezze della regina fossero davvero di straordinaria bellezza; inoltre permette di poter comparare i tratti con altre sculture e rilevarne l’evidente somiglianza”.
Stupefacente anche la somiglianza di questa testa con il busto:
“Testa incompiuta di Nefertiti, in calcare (eseguita prima degli anni di regno 8-12). Molto probabilmente fu realizzata come modello per una testa in quarzite per una statua composita; sono evidenti le dentellature per incastrare la corona, come il foro rettangolare per il tenone; l’incompiutezza permette di apprezzare la finezza del lavoro in ogni fase, nonché la tecnica, che fece abbozzare con grande precisione i tratti, su cui fase dopo fase venivano nuovamente disegnati i tratti (qui sopracciglia e occhi); analogamente, le macchie di colore non sono casuali ma volute dallo scultore per segnalare i punti da sbozzare ulteriormente.
Può darsi che, come nella più celebre testa, lo scultore intendesse ricoprire la scultura litica con uno strato di gesso, che ne avrebbe permesso una raffinata modellazione finale e la colorazione più realistica; stilisticamente, sembra essere attribuibile al primo periodo di Djehutymose; da Amarna, casa dello scultore Djehutymose, P 47,2, stanza 19; h. 29,8 cm. Ägyptische Museum und Papyrussammlung, Berlin (inv. N. 21 352)”.
Questo testo è stato pubblicato con l’autorizzazione dell’autore.
Anche il nome costituisce una componente fondamentale dell’individuo sia che si tratti di un dio, re, uomo o animale. Nella nostra mentalità il linguaggio è inteso come un codice di comunicazione per cui pronunciando il nome di un oggetto anche in idiomi diversi, abbiamo la consapevolezza di alludere univocamente ad esso. Per gli egizi le cose non stavano esattamente così: per loro tra il nome evocato e ciò che era nominato esisteva una precisa identità. Ne conseguiva che anche la scrittura assumeva un carattere di sacralità in quanto dava vita alle entità scritte. E così, pronunciare o scrivere il nome di una persona, equivaleva a farla vivere (o rivivere) esercitando su di essa un notevole potere. Questo spiega ampiamente perché gli dei stavano ben attenti a non permettere che si conoscesse il loro nome vero (segreto): rivelarlo significava dare ad altri dei la possibilità di assoggettarli al proprio volere. Per precauzione utilizzavano una serie infinita di nomi che insieme costituiscono quello completo. E’ noto il mito di Iside che, per conoscere il vero nome di suo padre Ra, lo fa mordere da un serpente da lei creato e rifiuta di guarirlo finché non gli abbia rivelato il suo nome segreto. Già a partire dai Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, sono menzionate serie di formule magiche che hanno lo scopo di permettere al defunto di venire a conoscenza del nome segreto delle varie divinità, al fine di poter trattare da pari a pari e diventare uno di loro. Al momento della nascita ciascun egiziano riceveva un nome denso di significati magico-religiosi. Ad esempio Padiaset significava “Colui che Iside ha donato” (probabile antenato, attraverso il greco, del nostro Isidoro), Ramesse “Ra lo ha generato” e così via. Poiché perdere il proprio nome comportava l’annientamento dell’identità, il proprietario della tomba lo faceva scrivere ossessivamente sia sulle pareti che sugli oggetti del corredo funebre. Gli egizi erano convinti che la cancellazione del nome fosse una condanna peggiore della morte stessa e riservavano questa punizione ai peggiori malfattori, come i violatori di tombe i cui nomi venivano cancellati o persino cambiati dopo il processo. Anche il nome di un re poteva subire questa sorte, come nell’arcinoto caso di Akhenaton, il cosiddetto “faraone eretico”.
Un magnifico volto di 4600 anni fa, appartenente a Kaipunesut, falegname reale.
“Sebbene gli archeologi non siano concordi nel valutare la data della tomba da cui proviene questa statua, le caratteristiche della decorazione della mastaba e di altre statue in pietra nella tomba di Kaipunesut indicano una possibile datazione verso metà della IV dinastia sia per questa statua in legno sia per un’altra al Cairo. La datazione troverebbe conferma negli occhi semicircolari e nelle labbra allungate.
Poche sculture in legno della IV Dinastia sono conservate. La cintura di Kaipunesut è finemente incisa con il suo nome e titoli, il primo dei quali è “falegname Reale”. Forse era coinvolto nella realizzazione delle sue stesse belle statue lignee.”
Conservato al MET di New York Titolo: Statua di Kaipunesut
Periodo: Antico Regno, IV Dinastia, regno di Radjedef o successivo Data: ca. 2528–2520 B.C. o successivo
Provenienza: Regione Menfita, Saqqara, necropoli della piramide di Teti, Mastaba of Kaemheset
Questa seggiolina di uso quotidiano fu trovata nell’anticamera della tomba di Tutankhamon. Si ipotizza che il faraone la usasse da bambino alla corte di Amarna.
È realizzata in ebano massiccio con intarsi in avorio e con pannelli in oro sui braccioli, dove sono rappresentati degli orici feriti e piante del deserto. Le gambe, a forma di zampe anteriori e posteriori di leone, terminano con artigli in avorio.
Questa sedia è uno straordinario esempio di manifattura: lo schienale leggermente curvo è sostenuto da tre doghe verticali; il sedile è composto da cinque doghe scolpite, su cui probabilmente veniva posto un cuscino: il tutto in un insieme armonioso ed elegante – dove anche l’ergonomia trova il suo posto – che ci lascia stupiti ancor oggi.
L’ebano nell’antico Egitto era un legno estremamente raro e difficile da trovare, probabilmente proveniente da scambi commerciali con l’Africa occidentale.
La foto originale di Burton che mostra l’ottimo stato di conservazione e la descrizione di Carter
Altezza della seduta 32 cm.
Dimensioni totali; cm. 40,6×39,1×71,5.
Proveniente dalla KV 62, Valle dei Re e conservata al Museo del Cairo JE 62033
Fonti:
Web
The Immutability of the Core Construction of a Chair: The Building Techniques from Ancient Egypt to Contemporaneity By André Patrício Published : April 3rd 2019
SEGGIO PICCOLO IN LEGNO
A cura di Grazia Musso
Seggio piccolo in legno Altezza 73 cm. Carter 349
Questa seggiola da bambino fu usata dal faraone in giovane età.
Le gambe hanno la forma di zampe di leone, a simboleggiare i concetti di protezione e rinascita nell’aldilà.
La seduta ha doppia curvatura e lo schienale è inclinato, la sedia non ha braccioli.Fra le gambe ci sono dei pannelli lavorati a giorno che fungono da supporti e sono decorati con i fiori di loto e papiri, piante araldiche che simboleggiano l’Alto e il Basso Egitto.
I vegetali sono intrecciati al geroglifici che raffigurano. i polmoni e la trachea che significa “unire”.
Sull’alto schienale è raffigurato Horo in forma di falco, mentre dispiega le ali, a protezione del re seduto sulla sedia, fra gli artigli tiene i segni shen, simboli dell’eternità e al di sotto delle ali ci sono due ankh, simboli della vita, fra scettri was, emblemi di potere e autorità.
Al di sopra delle ali di Horo si trovano i cartigli del faraone, dunque Horo protegge sia i nomi del re sia il sovrano in persona.
Fonte : Tutkhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – Einaudi.
8Luisa Bovitutti, Franco Nicoli e altri 6Commenti: 2
La Grande Bellezza, la Brutta Politica e la Pessima Comunicazione (Ernesto Schiaparelli e Nefertari)
Agli albori del XX secolo il mondo archeologico egiziano sta cambiando. L’epoca dei saccheggi, anche travestiti da presunti scavi archeologici, sta tramontando. Si seguono regole via via più precise e stringenti, servono permessi ed autorizzazioni. C’è concorrenza tra le diverse spedizioni europee per farseli assegnare. La neonata Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) sgomita un po’ a Giza nel 1903 con le corrispettive missioni inglesi e tedesche, poi ripiega a Tebe. Ma la Valle dei Re è off-limits per i sabaudi, è stata assegnata loro la Valle delle Regine, l’antica Ta Set Neferu, il Luogo delle Bellezze. Le speranze sono comunque grandi per l’uomo a capo della spedizione, pensa che tra le tombe dei nobili si possa trovare qualcosa di grande valore archeologico.
Ernesto Schiaparelli non sa che sta per scoprire la tomba probabilmente più bella di tutto l’Antico Egitto.
Sì, cose meravigliose vennero alla luce con Schiaparelli…
Figlio di un professore di Storia dell’Università di Torino, era nato 48 anni prima in un paesino del Biellese, Occhieppo Inferiore, che le cronache dell’epoca descrivono come “diversamente fortunato”: terreno poco fertile, clima freddo, niente pascoli montani e niente castagneti, che fornivano l’alimento per la sopravvivenza invernale. Gli Schiaparelli sono però benestanti da quando un lontano antenato ha iniziato a conciare le pelli e possono far studiare i figli. Ernesto studia lettere a Torino, poi può permettersi di andare un anno alla Sorbona a Parigi, e quell’anno gli cambia la vita. Segue le lezioni di Maspero in quel periodo e la sua strada prende la direzione del Nilo. Dirige la Sezione Egiziana del Museo Archeologico di Firenze, poi direttamente il Regio Museo d’Antichità ed Egizio di Torino. In quel ruolo potrebbe limitarsi a gestire acquisizioni ed esposizione, ma Ernesto è “figlio” della scuola francese ed è convinto dell’importanza del lavoro sul campo. È già stato un paio di volte in Egitto, ed ha partecipato alla scoperta della tomba di Harkhuf, un nomarca della VI Dinastia, che gli ha confermato quanto sia importante operare in prima persona.
Il giovane Ernesto Schiaparelli neo direttore del Museo Egizio ed il busto che il Museo gli dedicherà
L’ingresso della tomba di Herkhuf in una stereofotografia e nella relazione originale di Schiaparelli
La lettera originale di Schiaparelli al Ministro della Pubblica Istruzione con la richiesta di istituzione della Missione Archeologica Italiana.
Furbescamente non menzionò mai se una missione archeologica fosse più o meno dispendiosa dell’acquisizione diretta di reperti e menzionò una lettera di “invito agli scavi” di Maspero che in realtà non esisteva…
Nel 1903 riesce quindi a farsi assegnare un budget da Vittorio Emanuele III ed i permessi dal suo vecchio insegnante, Maspero. Il budget è in realtà irrisorio: l’equivalente di più o meno 90,000 euro attuali all’anno per soli quattro anni. Schiaparelli risparmierà peggio di un genovese negli scavi; lui stesso sfrutterà sempre l’accoglienza dei missionari invece degli alberghi (supporterà sempre l’opera delle missioni religiose). E la concorrenza per le concessioni è spietata. I francesi fanno ancora la parte del leone; poi ci sono gli inglesi con Petrie che è una specie di macchina da guerra archeologica, gli statunitensi con Reisner (che porterà a Boston un mare di reperti) e stanno arrivando i tedeschi con Borchardt, che farà il “botto” ad Amarna. A stento, e apparentemente solo per la loro vecchia conoscenza, ha strappato a Maspero la concessione per la Valle delle Regine e le necropoli tebane. In realtà c’è un sottile gioco politico dietro, con un’alleanza italo-francese nell’area del Mediterraneo per limitare l’espansione britannica.
L’autorizzazione originale di Maspero agli scavi della M.A.I. nella Valle delle Regine
Per dare un’idea dell’affollamento a Giza nel 1903: “Seguendo le istruzioni del Maspero, Direttore Generale delle Antichità per il Governo Egiziano, si spartì l’area cemeteriale come segue: 1) agli Italiani era assegnata, del Cimitero Occidentale di Cheope diviso in tre striscie (sic) E-W, la striscia sud, inoltre del Cimitero Orientale di Cheope, diviso in due parti dal prolungamento della mediana E-W della piramide di Cheope, la parte sud; 2) ai Tedeschi, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia centrale, il Cimitero Meridionale di Cheope, il Cimitero Orientale di Chefren; 3) agli Americani, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia nord, del Cimitero Orientale di Cheope la parte nord, nonché il Cimitero Orientale di Micerino”
E così, nel 1904 scopre tra le altre l’ingresso della tomba di Nefertari. La tomba è stata completamente saccheggiata ma ebbe a scrivere Schiaparelli “Sebbene i corredi funerari rinvenuti fossero pochissimi, (noi) ci siamo comunque rallegrati del ritrovamento, poiché oltre ad essere la tomba di una delle più famose regine egizie, era anche di una singolare bellezza”. Rallegràti? Singolare bellezza? Se avesse trovato il busto di Nefertiti cosa avrebbe detto? “Bella statuetta”? In realtà la tomba verrà descritta come “la Cappella Sistina egizia” e la vedremo nel dettaglio con tutto il suo splendore.
Stereografia (all’epoca andavano di moda) dell’ingresso della tomba di Nefertari. Schiaparelli è tutto a destra, con il cappello. L’arco appena costruito (con allegata porta in ferro) è quello menzionato da Carter nelle relazioni annuali dei lavori svolti
Schiaparelli però non la sfrutta; il lavoro nelle tombe della Valle delle Regine dura solo un anno ed incredibilmente al termine di quell’anno Schiaparelli è in enorme difficoltà. I reperti disponibili per Torino sono pochi, paradossalmente Nefertari si rivela una cocente delusione in termini di oggetti da mostrare. Mettiamoci anche che Schiaparelli non è proprio un fulmine di guerra nelle comunicazioni – Belzoni probabilmente lo avrebbe preso a ceffoni al riguardo, e se li sarebbe meritati tutti – tanto da scrivere qualcosa sulle spedizioni della M.A.I. (nomen omen) solo vent’anni dopo. La cosa avrà gravi ripercussioni.
La missione italiana, senza pubblicazioni eclatanti, politicamente conta veramente poco nel panorama dell’epoca. Negli Annali del Servizio delle Antichità Egizie il loro lavoro viene completamente ignorato. La nota di Howard Carter (!) del 1904 è: “Per le tombe recentemente scoperte di Nefertari-Meri-Mut e Seth-hi-khopesh-ef, sono stati costruiti archi sopra gli ingressi per proteggerli dall’acqua piovana o dalla caduta di pietre; si stanno realizzando porte placcate in ferro, e spero di farle riparare prima della fine dell’anno. Ho fatto qui l’esperimento di un nuovo progetto di porta di ferro fino ad ora utilizzata per le tombe”. Tutto qui. Più importanti le porte delle decorazioni.Maspero addirittura si limita a “[gli italiani] hanno svuotato le tombe scoperte l’anno scorso e ce le hanno consegnate” manco fossero i corrieri di Amazon (1904); “[Schiaparelli] ha sgomberato diverse tombe nella Valle delle Regine senza trovare nulla di valore” (1905). Con tanti saluti a Nefertari ed agli artisti che hanno lavorato alla sua tomba, sic transit gloria mundi.
Rilievi nella QV66
E così il finanziamento del Re sta per scadere; per mesi gli operai continuano a imbattersi in tombe dove i saccheggiatori hanno già fatto man bassa di oggetti preziosi. Lo “salva” il sito (considerato fino a quel momento secondario) di Deir el Medina, dove in sua assenza notano una struttura a piramide che racchiude una cappella dipinta di grande bellezza. Verso la metà di febbraio 1906, una porta in legno al fondo di un angusto corridoio sotterraneo svela una delle più grandi scoperte dell’egittologia mondiale: la tomba intatta di Kha e della sua sposa Merit, un magnifico corredo intatto di oltre 500 oggetti rimasti sepolti per oltre 3000 anni. Degli oltre 30mila reperti che dal 1903 al 1920 giungono a Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana, questo tesoro rimane tra i capolavori più ammirati del museo Egizio.
Non pubblicando nulla, il “giudizio” del solito Maspero è lapidario: “[Schiaparelli] portò alla luce, a Déîr-el-Médinéh, tre o quattro tombe danneggiate della XX e XXI dinastia (…) Schiaparelli oltrepassò le rive del Nilo quasi senza fermarsi lì, e i pochi colpi di piccone che diede sui luoghi concessi al governo italiano furono di poco frutto; “L’Italia, che ha molte località interessanti, ne ha utilizzate solo due”.
La “Stele di Kha e Meryt” era già a Torino (collezione Drovetti), come era nota la cappella piramidale che fece comunque da “guida” per gli scavi
Sull’onda dei reperti di Kha, il governo sabaudo prolungherà il finanziamento alla M.A.I. fino al 1920. Schiaparelli diventerà anche Senatore del Regno, più per motivi umanitari legati alle missioni francescane ed al supporto agli emigranti italiani.
Schiaparelli non è stato il primo egittologo italiano in Egitto (Belzoni e Drovetti negli anni Venti dell’Ottocento peraltro furono collezionisti e non egittologi), ma il primo a cercare per conto dell’Italia come stato-nazione – nel bene e nel male. Ebbe dei meriti pionieristici e delle lacune anche caratteriali.Nei prossimi post cercherò di rendere onore alle sue principali scoperte, a partire dall’ultima dimora della Regina “attraverso il cui splendore brilla il Sole”.
Riferimenti:
Silvio Curto, Gli Scavi Italiani A El-Ghiza (1903). Roma, 1963
Enrica Parlamento, Ernesto Schiaparelli: insigne uomo di scienza e di fede dalle origini occhieppesi. Occhieppo, 2006
Ernesto Schiaparelli, Una Tomba Egiziana Inedita Della VI Dinastia- Accademia deio Lincei, 1892
Jarsaillon, Carole, “Schiaparelli et les archéologues italiens aux bords du Nil : égyptologie et rivalités diplomatiques entre 1882 et 1922”, Rivista del Museo Egizio (2017)
è una delle manifestazioni della persona che sembra rappresentasse una componente vitale del corpo (“kh3t”).
Nel “Libro della Terra” i defunti nell’aldilà “accolgono il disco solare, grande di ombra e ricevono i loro corpi”. In altre parole, il corpo riprende vita e si materializza solo in presenza di luce, che lo illumina e così facendo gli restituisce la sua ombra, parte essenziale dei vari aspetti dell’essere. Così come avviene per il Ba, anche l’ombra, dopo la morte si separa dal corpo ed ha la facoltà di vagare lontano da esso. Nei dipinti funerari viene solitamente rappresentata come una silhouette nera sul cui viso è dipinto un occhio, oppure come il parasole stilizzato nella sua scrittura geroglifica. Dal momento che l’ombra evoca anche la protezione contro i cocenti raggi del sole, alcuni testi sacri affermano che “gli dei trasmettono forza e protezione attraverso la loro ombra”.
Fonte: Edda Bresciani (a cura di), Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto.
Nelle immagini: Tomba di Irynefer, TT 290, Deir el Medinah.
La parte posteriore del muro orientale è divisa in due registri. Quello superiore è dominato una straordinaria scena di adorazione di Ptah. Dietro di lui l’ombra del defunto (rappresentata dalla silhouette scura), preceduta da due uccelli “ba”: uno in volo e l’altro posato davanti ad un sole nero.
Neferuptah o Ptahneferu (“Bellezza di Ptah”) era figlia del faraone Amenemhat III della XII dinastia e sorella di Amenemhat IV e della regina Sobekneferu o Nefrusobek (“La bellezza di Sobek”), che salì al trono dopo la morte di costui, e che è considerata l’ultimo sovrano del Medio Regno.
La piramide di Neferuptah ad Hawara
Le fonti forniscono pochi elementi per ricostruire la vita di questa principessa; si sa che ella fu una delle prime donne reali a godere del privilegio di iscrivere il suo nome all’interno di un cartiglio pur non avendo mai avuto il titolo di “moglie del re” e che era altresì insignita degli epiteti di “membro dell’élite”, “grande di favore”, “grande di lode” e “amata figlia del re del suo corpo”.
Il sarcofago
All’interno della piramide di suo padre ad Hawara, nel Fayyum, indagata nel 1882 da Sir W. M. F. Petrie, era stata predisposta una tomba anche per lei (che alcuni studiosi in realtà ritengono essere stata semplicemente un cenotafio o una cappella per riti di sepoltura), ed infatti al suo interno vennero ritrovati piatti ed un altare per offerte in alabastro lungo 61 cm. spesso 5 cm. e largo 35 cm. di larghezza, recante un’iscrizione con un’invocazione agli dei affinché garantissero migliaia di pani, giare di birra, buoi, oche, vasi di alabastro, abiti, incenso e unguenti per il ka della figlia del re Neferuptah, giusta di voce, signora di venerazione.
Due vasi rituali in argento
La principessa, tuttavia, trovò il riposo eterno sempre ad Hawara, ma in una piccola piramide di mattoni (o forse una mastaba) oggi crollata, che sorgeva a circa 3 chilometri da quella di Amenemhat III, individuata nel 1936 da Labib Habachi ma scavata solo nel 1956 da Naguib Farag.
La sepoltura sotterranea venne ritrovata intatta anche se devastata dalle infiltrazioni di acqua; essa conteneva ancora un sarcofago di granito iscritto con una formula di offerta all’interno del quale vi erano i resti decomposti di due sarcofagi lignei.
Il flagello e la testa della mazza
Il corredo funerario comprendeva i suoi gioielli, tra i quali un famosissimo collare ousekh, un ornamento funerario destinato ad essere assicurato all’addome della mummia costituito da una cintura dalla quale pende una rete di perline, due cavigliere, due braccialetti, due collane, un flagello e la testa di una mazza, molti vasi tra cui tre preziosissimi in argento, probabilmente utilizzati per purificazioni rituali e piatti.
Come già detto, all’interno della piramide di Amenemhat III ad Hawara, Petrie rinvenne un tavolo per le offerte in alabastro lungo 61 cm., spesso 5 cm. e largo 35 cm., recante un’iscrizione con un’invocazione agli dei affinchè garantissero migliaia di pani, giare di birra, buoi, oche, vasi di alabastro, abiti, incenso e unguenti per il ka della figlia del re Neferuptah, giusta di voce, signora di venerazione.
Si tratta di un reperto molto particolare, quasi un inventario, perché su di essa sono scolpite le immagini dei beni offerti; inoltre, curiosamente, a tutte le figure di volatili nell’iscrizione geroglifica sono state abrase le zampe.
Il disegno realizzato all’epoca del ritrovamento da Petrie.
“Un’osservazione interessante riguarda il trattamento dei geroglifici. Sono scolpiti come segni normali, ma in seguito le zampe degli uccelli sono state abrase. Nella tredicesima dinastia, i geroglifici sugli oggetti posti nella camera della tomba erano spesso incompleti. Mancano le zampe degli uccelli, non vengono raffigurate le estremità dei serpenti e si evitano le figure umane. Il movimento delle creature viventi, era evidentemente visto come potenzialmente pericoloso per il defunto. La preparazione della sepoltura di Neferuptah, nella piramide di suo padre, avvenne evidentemente nel momento in cui furono introdotti questi geroglifici volutamente resi inoffensivi privandoli delle parti che consentono il movimento.”
Da: Grajezki W., 2014, Tomb Treasures of the Late Middle Kingdom: the archaeology of female burials , pag 70. University of Pennsylvania press.
Un altro esempio di “addomesticamento” dei geroglifici sul sarcofago di Iker, che fu un arciere dell’esercito di Montuhotep II, la cui tomba è stata trovata intatta a Dra Abu el-Naga. Il segno della vipera è stato tagliato a metà perché non nuocesse al defunto
Le braccia rappresentate nel geroglifico riassumono il concetto astratto sottinteso in quest’altro elemento della sfera spirituale. Abbracciare qualcuno, per gli antichi egizi, aveva il significato di trasferirgli la propria essenza vitale. Al momento della creazione gli dei ricevono dal creatore il loro “Ka”, allo stesso modo gli uomini lo ricevono dal faraone e dai propri antenati. Esso infatti non è una caratteristica individuale, ma una sorta di codice spirituale genetico ricevuto attraverso i progenitori, una forza vitale ininterrotta che unisce le varie generazioni e ne determina il destino.
Creato dal dio Khnum, insieme con l’uomo e trasmesso attraverso il seme maschile di generazione in generazione, il “Ka” diventa inattivo dopo la morte fino a quando il defunto non si riunisce ad esso grazie al potere magico dei riti funerari. In egiziano antico, l’espressione raggiungere il proprio ka è una delle perifrasi per dire morire. Chi muore si unisce al proprio “Ka” e a quello degli antenati, anzi diventa egli stesso un antenato, garante della continuazione delle energie vitali. E’ anche messo in relazione con il benessere: “al tuo Ka” è espressione del tutto analoga al nostro “alla tua salute”. Le quattro felicità cui aspirano gli uomini – ricchezza, longevità, una morte serena e la posterità – sono personificate da quattro Kaw, ma analogamente il “Ka” di un uomo può soffrire dei suoi eccessi. Il peccato infatti era definito “abominio per il Ka”.
Il simbolo geroglifico
Questo segno, apparentemente così chiaro, che compare già dal predinastico nel sistema geroglifico, è ancora ben lungi dall’essere chiarito. In realtà, ci si interroga ancora su quale sia il gesto cui alludono le due braccia protese verso l’alto. Il fatto che non sia mai divenuto un determinativo, lascia supporre che debba trattarsi di un gesto assai speciale, molto probabilmente di natura religiosa e legato, sin dagli albori della civiltà egizia, a quel concetto, per noi così astratto e sfuggente, che è il ka. Dei vari elementi che compongono le parti incorporee di un uomo secondo la concezione egizia, è il più vitale essendo profondamente legato alla potenza sessuale (k3) e al cibo come fonte di energia e vita (kaw).
Secondo una delle interpretazioni più diffuse del segno, le braccia protese potrebbero alludere all’offerta del cibo, nel sacro cerimoniale, divino e funerario. Conforterebbero questa ipotesi alcuni vassoi rituali in pietra d’epoca predinastica e protodinastica, in cui questo geroglifico fa da contorno al piatto dell’offerta. Altra interpretazione, altrettanto verosimile, è incentrata sul passaggio dell’essenza vitale dal padre al figlio. In altre parole il gesto con cui si rappresenta il ka, sarebbe null’altro che una rappresentazione simbolica e metaforica dell’atto attraverso il quale la misteriosa essenza viene trasmessa. Anche gli dei possono trasfondere il loro ka ad un altro dio, ad un re o ad uomini.
A sinistra: la celeberrima statua lignea del Ka del faraone Awibra-Hor, proveniente da Dashur. XIII Dinasia, Museo Egizio del Cairo.
A destra: il recente ritrovamento presso Mit Rahina (l’antica Menfi), durante i lavori di recupero di uno scavo clandestino, tra i blocchi probabilmente appartenenti al grande tempio di Ptah fatto costruire da Ramses II. Si tratta del frammento di una scultura in granito rosa che rappresenta il Ka del faraone. Sul retro reca inciso il suo nome di Horo: Kanakht merimaat (Toro possente, amato da Maat). La scoperta è importantissima perché sin ad ora era nota una sola statua di questo tipo, quella del faraone Hor I.
Tavola d’offerta predinastica in scisto
A cura di Luisa Bovitutti
Le due braccia del ka reggono la tavola, e la parte destinata a raccogliere l’offerta è costituita dal segno della vita ankh.