Antico Regno, Luce tra le ombre

SULLE TRACCE DI UNI

(noto anche come Weni il Vecchio)

Di Ivo Prezioso

LA BIOGRAFIA

E’ uno dei testi più noti dell’Antico Regno, inciso su una stele proveniente da Abydos. Fu ritrovata da Auguste Mariette, incisa su una grande parete di calcare (m. 2,75×1,13×0,30) in una mastaba della Necropoli Centrale di Abydos nel febbraio 1860. Uni fu un alto funzionario all’inizio della VI Dinastia. La sua biografia presenta molti spunti di interesse e mette in luce aspetti interessanti e caratteristici della mentalità degli antichi egizi. Uni comincia la sua carriera come semplice ispettore di magazzino per salire, grazie alla fedeltà al suo sovrano, all’abnegazione mostrata nel fornirgli i suoi servigi, i gradini della scala sociale fino a diventare governatore dell’Alto Egitto. E già, a mio parere, si manifestano due elementi fondamentali, e direi unici, della concezioni del tempo. Innanzitutto la lealtà al re e l’incondizionato sottomettersi al suo volere (ma direi, piuttosto, alle sue direttive): sarebbe facile, scorrendo le righe del testo, etichettare questo atteggiamento per mero servilismo. In realtà, per cercare di valutare con equilibrio e serenità di giudizio, occorre spogliarsi completamente dei nostri schemi mentali. Fondamento imprescindibile della visione egizia, che caratterizzava ogni aspetto vitale, sia materiale che trascendente, era la Ma’at (riduttivamente tradotta con vari sinonimi, come Verità, Giustizia, Equilibrio e Ordine Cosmico, ecc.), un concetto, nonché astrazione e personificazione dell’ordine divino, stabilito e nato perfetto al momento stesso della creazione e perciò compiuto e immodificabile. A lei dovevano uniformarsi tutti indistintamente ed il faraone, ne era il garante in terra. Appare, così molto più logica e coerente la totale dedizione al proprio sovrano: ciò che egli disponeva era rispondente alla Ma’at e ogni individuo, rispettando il suo volere, non faceva altro che “fare la Ma’at” secondo la tipica espressione egizia. Un altro aspetto, apparentemente contraddittorio, ma perfettamente in linea con questa concezione, è la possibilità che veniva offerta a chiunque di migliorare la propria condizione sociale: siamo di fronte ad un’organizzazione autocratica, in cui il sovrano investito della qualità di custode della Terra d’Egitto, ne era, durante il suo Regno, l’assoluto “proprietario”, potendo disporre (ma sempre nel rispetto della Ma’at), di tutto ciò che conteneva (risorse, animali, uomini). Eppure, l’ascesa sociale poteva avvenire con modalità che oggi definiremmo “democratiche”(direi meglio meritocratiche). Pertanto, erano apprezzate e ricompensate le capacità individuali e, nel caso delle menti più brillanti, si procedeva all’indirizzamento verso lo studio, indipendentemente dal ceto di appartenenza. Anzi, come sembrerebbero confermare i tanti scritti sapienziali che ci sono giunti, il miglioramento del proprio stato non solo era ritenuto aspirazione legittima e auspicabile, ma anche fortemente incoraggiata.

Due particolari dell’autobiografia di Uni conservata presso il Museo del Cairo.

Da notare come nell’immagine in alto sono visibili i cartigli di Teti e Pepi (I), mentre in quella inferiore ricorre più volte il cartiglio di Merenra

(©Eugene Grébaut (1846-1915) – Le Musée égyptien: recueil de monumenti et de notices sur les fouilles d’Egypte, vol. I, Le Caire, 1890-1900, pp. XXVII-XVIII

Il testo lo possiamo considerare come suddiviso in tre parti, di cui quella centrale, nota come “Inno alla Vittoria”, dal tono spiccatamente lirico.

Tutta la parte evidenziata in neretto è quella che più ci interessa riguardo alle problematiche relative al trasporto dei materiali durante l’Antico Regno. Uni ci informa del carico di elementi architettonici in granito, di un Pyramidion e di un sarcofago in grovacca, del trasporto via fluviale, anche per lunghissime distanze, e addirittura dello scavo di canali in Alto Egitto per velocizzare la consegna di grandi blocchi di granito.

<<Ero un fanciullo che annodavo il nastro (attorno alla testa) sotto la Maestà di Teti. Avevo la funzione di sovrintendente di magazzino, ed ero ispettore ai Khentiu-sce(1) del Palazzo regale […]. Fui eletto primo ritualista anziano di palazzo sotto la Maestà di Pepi(2). Sua Maestà mi pose nella funzione di «amico», ispettore dei sacerdoti della sua città funeraria. Ecco, mentre avevo la carica di […], Sua Maestà mi elesse giudice e «bocca di Nekhen»(3), poiché il suo cuore aveva fiducia in me più che in ogni suo servitore. Giudicavo le cose, solo con il giudice-visir in ogni faccenda segreta e provvedevo in nome del re per l’harem regale e per la Grande Casa dei Sei; poiché il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo. Pregai la Maestà del mio signore che mi si portasse un sarcofago di pietra bianca di Troia(4). Sua Maestà fece che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Troia. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero pregiato nel cuore di sua Maestà, tanto ero piacevole nel cuore di Sua Maestà, tanto il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Mentre ero giudice e «bocca di Nekhen», Sua Maestà mi fece «amico unico» e sovrintendente ai Khentiu-sce del Palazzo e soppiantai quattro sovrintendenti ai Khentiu-sce del Palazzo che erano là. Agii secondo quello che Sua Maestà loda, adempiendo (il turno) di guardia, facendo la via del re, assicurando il rispetto dell’etichetta (di corte). Mi comportai in tutto in modo tale che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni altra cosa. Ci fu un processo nell’harem contro Iametes, la grande sposa del re, in segreto, e Sua Maestà mi fece andare per giudicare, solo, senza che ci fosse nessun giudice-visir, nessun funzionario, eccetto me, solo, perché ero pregiato e piacevole nel cuore di Sua Maestà e Sua Maestà aveva riempito il suo cuore di me. Misi per scritto, solo con un giudice e «bocca di Nekhen», mentre la mia carica era quella di sovrintendente dei Khentiu-sce del Palazzo. Mai in passato era stato giudicato così un affare segreto dell’harem, precedentemente. Senonché Sua Maestà fece che io giudicassi perché ero prezioso nel cuore di Sua Maestà più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Sua Maestà attaccò gli asiatici che stanno sulla sabbia(5). Sua Maestà formò un esercito di molte decine di migliaia, provenienti da tutto quanto l‘Alto Egitto, da Elefantina a sud, fino ad Afroditopoli a nord, provenienti dal Delta, provenienti dalla due Metà del Dominio, al completo, provenienti dalle fortezze, dall’interno delle fortezze, provenienti da Ircet(6) dei Nubiani, da Megiai(7) dei Nubiani, da Iam dei Nubiani, da Uauat[8] dei Nubiani, da Kaau(9) dei Nubiani, provenienti dal paese dei Libi. Sua Maestà mi invitò alla testa di questo esercito, mentre governatori, portasigilli del re del Basso Egitto, amici unici del Grande Castello, sovrintendenti e principi di Castelli della Vallata e del Delta, amici, soprastanti agli interpreti, soprastanti ai sacerdoti della Valle e del Delta, soprastanti alla Parte del Dominio, erano alla testa di un reggimento della Valle e del Delta, dei castelli dei quali erano principi o dei nubiani di queste terre straniere. Io, però, ero quello che facevo per loro piani, mentre avevo la carica di sovrintendente ai Khentiu-sce, per la correttezza della situazione, affinché uno di loro non fosse messo al posto del compagno, affinché nessuno di loro rubasse la pasta del pane o i sandali al viandante, affinché uno di loro non portasse via vesti da nessuna città, affinché uno di loro non portasse via nessuna capra a nessuno. Li guidai per l’Isola del Nord, la Porta di Imhotep, il distretto di Horo Nebmaat (Snofru), mentre avevo la carica di […]. Passai in rivista ognuno di questi reggimenti, mentre nessun servitore li aveva prima passati in rivista.

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva saccheggiato la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto le sue fortificazioni

Tornò questo esercito in pace, dopo che aveva tagliato i suoi fichi e le sue viti,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva appiccato il fuoco alle case di tutta la sua gente,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva fatto a pezzi le truppe ch’erano là a molte decine di migliaia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che ebbe riportato le truppe che erano in lei in grandissimo numero come prigionieri.

Mi lodò Sua Maestà per questo più che per ogni cosa. Sua Maestà mi inviò per condurre questo esercito per cinque volte, per battere la terra di Quelli che stanno sulla sabbia, ad ogni loro ribellione, con questi reggimenti. Agii in modo che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni cosa. Fu riferito che c’erano dei ribelli per qualcosa, fra questi stranieri (che abitano) nel «Naso della gazzella»(10). Dopo aver traversato mediante navi da trasporto, insieme a queste truppe, sbarcai dietro le alture della montagna, a Nord di Quelli che stanno sulla sabbia, mentre una metà di questo esercito era per strada. Ritornai dopo averli presi tutti quanti, dopo che fu fatto a pezzi ogni ribelle che era fra loro. Ero nel palazzo come portasandali e il re dell’Alto e del Basso Egitto Merenra, mio signore, possa egli vivere in eterno, mi fece governatore e soprastante dell’Alto Egitto, a partire da sud da Elefantina, fino a Nord, ad Afroditopoli, perché ero pregiato nel cuore di Sua Maestà, perché il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Ero nella carica di portasandali e Sua Maestà mi lodò per la mia vigilanza e la guardia che facevo nel servizio d’etichetta, più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Mai questa carica era stata tenuta da qualsiasi servitore. Io agii per lui come soprastante dell’Alto Egitto soddisfacentemente, affinché nessuno là si lanciasse contro il suo compagno. Eseguii ogni lavoro, contando ogni cosa che deve esser contata per la corte, in questo Alto Egitto, per due volte, ed ogni prestazione di lavori al tempo che deve essere contata per la corte in questo Alto Egitto, per due volte. Agii come funzionario, in ogni cosa che deve essere fatta in questo Alto Egitto. Mai simile cosa fu fatta in passato in questo Alto Egitto, precedentemente. Agii in tutto in modo che Sua Maestà mi lodasse per ciò. Poi Sua Maestà mi inviò a Ibhat(11), per riportarne un «signore della vita», cassa dei viventi (un sarcofago) con il suo coperchio ed il «pyramidion» augusto e venerabile della piramide Merenra- khanefer (“Merenra appare in splendore”: è il nome della piramide), mia signora, e Sua Maestà mi inviò a Elefantina per riportarne una falsa porta in granito, con la sua soglia e i montanti e gli architravi di granito, per riportarne portali di granito e una soglia per la camera alta della piramide Merenra-khanefer, mia signora. Navigai secondo corrente a partire di là fino a Merenra-khanefer, con sei zattere, tre barche da trasporto, tre barche di otto braccia, in una sola spedizione, nel tempo di nessun re. Il fatto è che ogni cosa che Sua Maestà mi ordinò, fu eseguita interamente, secondo tutto ciò che Sua Maestà mi ordinò in quel luogo. Sua Maestà mi inviò a Hat-nub per riportarne una grande tavola da offerte in alabastro di Hat-nub. Feci discendere per lui questa tavola da offerte in diciassette giorni, dopo che era stata estratta da Hat-nub, facendo che navigasse scendendo verso il nord, in questa zattera – perché avevo tagliato per essa un zattera di acacia, di sessanta cubiti di lunghezza (poco più di 30mt.), di trenta cubiti di larghezza, che costruii in diciassette giorni, nel terzo mese della stagione estiva. Benché non ci fosse acqua sui banchi di sabbia, approdai felicemente a Merenra-khanefer, e tutto avvenne per mio merito, conformemente al comando che mi aveva ordinato la Maestà del mio signore. Poi, Sua Maestà mi inviò per scavare cinque canali nell’Alto Egitto, e per fare tre zattere e quattro barche da trasporto in acacia di Uauat. Giacché i principi dei paesi stranieri di Ircet, di Uauat, di Iam, di Megiai ammucchiarono il legname per questo, io feci tutto in un anno solo: furono messe a galleggiare e caricate di granito in grandi blocchi per Merenra-khanefer. Certamente feci questa economia (di tempo) per il Palazzo, grazie a questi cinque canali, perché è augusta, illustre, venerabile la potenza del re dell’Alto e del Basso Egitto, Merenra, possa egli vivere eternamente, più di quella di ogni dio; e per il fatto che ogni cosa si realizza conformemente al comando che il suo ka ordina. Io sono uno amato da suo padre, lodato da sua madre, caro ai suoi fratelli, (io) il governatore, soprastante dell’Alto Egitto in funzione, beneficiato presso Osiri, Uni>>.

1 Attendenti

2 Si riferisce a Pepi I

3 E’ un titolo che appare a partire dall’Antico Regno accanto a quello di <<guardiano di Nekhen>>. Nekhen è il nome egizio della città meglio conosciuta col nome greco di Hierakonpolis.

4 E’ una cava di calcare situata nei pressi di Menfi (immagino si riferisca a Tura).

5 I Beduini nomadi.

6 Contrada nubiana, davanti a Uauaut

7 Località della Nubia da cui provengono probabilmente i Megiau, identificati con gli odierni Begia del deserto orientale della Nubia

8 Parte della Nubia, situata tra la catena arabica e la costa, tra le attuali Aswan e Korosko

9 Regione della Nubia posta probabilmente a sud della regione di Megia, sulla riva destra del Nilo.

10 E’ solo probabile l’identificazione di questa località asiatica con il Carmelo.

11 Cave situate nel Wadi Hammamat nel Deserto Orientale grosso modo a metà strada tra la grande ansa del Nilo a Nord di Luxor e la costa del Mar Rosso.

Autobiografia di Uni, descrizione di Auguste Mariette(dal Catalogue général des monuments d’Abydos découverts pendant les fouilles de cette ville, pubblicato da Auguste Mariette nel 1880: <<Necropoli Centrale. Calcare: H 1,10 m; larg. 2,70 m. Un funzionario della VI Dinastia chiamato Una (Uni,Weni) si era fatto costruire ad Abydos, sulla sommità della collina alla quale la Necropoli Centrale dà il suo nome, la tomba che ha arricchito la scienza dell’importante iscrizione di cui ci occupiamo. Questa tomba era costruita in forma di mastaba. Un blocco monolitico, oggi spezzato in due frammenti, formava una delle pareti dell’unico vano che fungeva da cappella esterna. E’ su questa parete, che ne era completamente ricoperta, che la nostra iscrizione era incisa. Non spetta a noi far conoscere l’iscrizione di Una che è stata resa celebre dai lavori dei sigg. de Rougè, Brugsch e Maspero. Basti ricordare che contiene la storia, raccontata in prima persona, della vita di un alto funzionario, che iniziò da bambino alla corte del re Téta (Teti), fu elevato alle più alte cariche da Appapus (Pepi I) e morì carico di onori sotto Meri-en-Ra. Se gli scavi potessero restituirci molte iscrizioni dello stesso valore di questa, l’innumerevole schiera di re egiziani che abbiamo il compito di classificare, ci imbarazzerebbe di meno>>

Fonte: Edda Bresciani. Letteratura e Poesia nell’Antico Egitto ed. Einaudi, pp. 22÷27

WENI IL VECCHIO E IL SUO COMPLESSO FUNERARIO AD ABYDOS

Il sito di Abydos (l’antica Abdju), fu identificato dagli antichi egizi come luogo di sepoltura di Osiride e come ingresso principale all’esistenza ultramondana. Per questa ragione vi si possono rintracciare complessi funerari sia di reali che di privati che coprono un arco temporale di oltre tremila anni. La più importante necropoli, riservata ai privati è stata denominata come Cimitero Centrale dai moderni scavatori. Preso di mira dagli antiquari all’inizio del XIX secolo, il sito fu poi indagato nel 1860 da Auguste Mariette che portò alla luce una serie di iscrizioni da importanti tombe di funzionari della VI Dinastia (ca. 2407-2260 a.C.). Tra queste si rivelò di particolare interesse una narrazione autobiografica fra le più lunghe tra quelle conosciute del tardo Antico Regno: quella dell’ufficiale Uni o Weni il Vecchio. Fu considerata da Mariette come la scoperta più importante dell’anno, per cui ritenne che il contenuto del testo fosse di gran lunga più rilevante del contesto archeologico che la conteneva. Di conseguenza, fornì solo scarse informazioni sulla struttura e la localizzazione della tomba, limitandosi a descriverla come una mastaba situata in cima alla collina del Cimitero Centrale e che la biografia, incisa su una lastra, fu ritrovata nella cappella orientale della struttura.

Mappa schematica complessiva di Abydos (©Barry John Kemp 1975, in Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di missioni britanniche tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, rivelarono la presenza di una considerevole necropoli costituita da sepolture più piccole, e non di élite. sui pendii sottostanti la collina che ospita le tombe dei funzionari individuata da Mariette. Ma il contesto del complesso funerario, che includeva, tra le altre, la tomba di Weni, rimase pressoché sconosciuto, non essendo riusciti gli scavatori ad identificarne con precisione la posizionei, fino a quando l’Università del Michigan non ottenne il permesso di riprendere i rilevamenti nel 1995 e gli scavi nel 1999. Grazie all’interessamento del Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziane, i team dell’ Università hanno dato inizio a nuove indagini sulla tomba di Uni (Weni) e del Cimitero Centrale. I risultati della ricerca hanno contribuito a riscrivere la storia politica e sociale dell’Egitto tra la fine del terzo e gli inizi del secondo millennio a.C. Nel progetto era anche contemplata anche la pubblicazione di un volume in cui sarebbero confluiti dati GIS (Geografic Information System), archeologici, biologici, testuali ecc., sotto la direzione della D.ssa Janet Richards, in collaborazione con Ayman Damarany, Suzanne L.Davis, Salima Ikram, Christian Knoblauch, Peter Lacovara, Franck Monnier, Mohammed Naguib Reda, Caroline Roberts, Hamada Sadek, Heather Tunmore, Korri Turner e Mohammed Abuel Yazid.

Vediamo allora alcuni dei risultati della ricerca.

Chiunque abbia una certa familiarità con la storia dell’Antico Egitto, avrà senz’altro sentito parlare della autobiografia di Uni (altrimenti noto come Weni il Vecchio), un personaggio molto intraprendente che visse durante la VI Dinastia. Un’ iscrizione, scoperta nel 1860 da Mariette descrive entusiasticamente il suo lungo servizio sotto tre sovrani culminato con la nomina a “Governatore dell’Alto Egitto”. Gli studiosi hanno generalmente valutato questo testo come il più importante documento storico dell’Antico Regno, nel quale era l’illustrata l’ascesa sociale di una categoria di uomini, determinata non necessariamente dalla nobiltà di nascita, ma piuttosto dalle capacità individuali. Tuttavia le varie discussioni si sono incentrate sull’analisi testuale senza tenere conto (anche per la carenza di dati oggettivi, fino alle nuove scoperte) del contesto archeologico e geografico. Questa ricerca si poneva appunto l’obiettivo di integrare le evidenze dell’autobiografia con le nuove conoscenze dei luoghi, nella convinzione che il contesto unito al contenuto potesse arricchire ciò che il testo ci racconta, fornendo informazioni su argomenti sui quali resta muto.

Pianta del complesso funerario del Tardo Antico Regno posizionato sul’ “Alta Collina” menzionata da Mariette. (©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

Ma, a questo punto, lascio la parola alla D.ssa Janet Richards.

<< Dal 1995, l’Abydos Middle Cemetery Project, che dirigo sotto l’egida del Kelsey Museum e della spedizione della Pennsylvania-Yale-New York University, si è concentrato sulla parte misteriosa di Abydos da cui si sapeva provenire l’iscrizione di Weni. “Misteriosa” perché nessuno vi aveva scavato dal 1870 (almeno ufficialmente), allorché Auguste Mariette, il colorito primo direttore dell’organizzazione egiziana delle antichità, scagliò centinaia di operai in tutto il sito settentrionale di Abydos.

Mariette non brillava certo per meticolosità nel redigere appunti sul campo, e di conseguenza non vi è alcuna registrazione dettagliata dei luoghi di ritrovamento dell’iscrizione di Weni o di quelli di molti altri importanti funzionari trovati “sull’Alta Collina che dà il nome al cimitero di mezzo” (parole di Mariette, e tra i suoi commenti contestuali più dettagliati!). Una serie di campagne, all’inizio del XX secolo, ha chiarito che le aree circostanti quest’ alta collina ospitavano un cimitero “borghese” costituito da migliaia di modeste fosse a pozzo e di superficie . Ma nessuno di quegli scavatori era riuscito a individuare l’area indagata dagli uomini di Mariette>>.

Ricostruzione 3D dell’architettura di fine 3° millennio a.C. sul basso plateau desertico di Abydos (©Immagine G.S. Tucker nell’ambito dell’ “Abydos Middle Cemetry Project”)

La stagione 1999

<<Il nostro interesse quindi non è stato solo quello di ricollocare fisicamente l’individuo Weni il Vecchio, ma anche di illuminare il carattere e l’organizzazione spaziale del cimitero dell’Antico Regno nel suo insieme, nonché il suo rapporto con la città adiacente e l’area del tempio durante un periodo cruciale della storia egiziana.

Nel corso delle due brevi stagioni di rilevamento nel 1995 e nel 1996, abbiamo creato una mappa topografica dettagliata dell’intero Cimitero Centrale completando un’intensa raccolta di superficie e un’analisi della ceramica dell’area molto probabilmente riconducibile all’ “Alta Collina” riferita da Mariette. I materiali ceramici e le grandi mastabe di mattoni crudi in rovina, rinvenute durante queste stagioni, indicavano una forte presenza della VI dinastia. Armati di queste informazioni e di un’indagine sui reperti di Mariette al Museo del Cairo, siamo tornati sul sito nel settembre 1999 per una stagione di scavi su vasta scala. La troupe comprendeva me come regista; vicedirettore per la bioarcheologia Brenda Baker dell’Arizona State University; Geoff Compton e Amanda Sprochi dell’Università del Michigan, nonché lo studente universitario Jason Sprague; e gli studenti laureati dell’Arizona State University Scott Burnett, Anna Konstantatos, Penny Minturn e Korri Turner. Il signor Adel Makary Zekery di Sohag ha gentilmente agito come ispettore del progetto; siamo grati anche al Dr. Yahia el Sabri el-Misri e al Sig. Ahmet el-Khattib per il loro supporto. Infine, molti ringraziamenti vanno a Sharon Herbert e allo staff del Kelsey Museum.*

Nonostante le temperature estreme (caldo a settembre e ottobre, gelo a novembre e dicembre), un veicolo blindato nel Cimitero di Mezzo, i pozzi delle tombe che crollavano, le visite regolari di vipere cornute e un’epidemia di tifo negli scavi, la stagione ha prodotto risultati fenomenali. Abbiamo raccolto informazioni su individui precedentemente sconosciuti e prove di attività votive private del tutto insospettabili. Nuovi fatti sono emersi anche riguardo alla carriera e alla famiglia di Weni il Vecchio e al progetto della sua residenza eterna nel cimitero dell’Antico Regno. Infine, gli scavi hanno fornito dati sul periodo tardo e tolemaico-romano nel sito. (Uno dei rischi di scavare in periodi fin dall’Antico Regno è che sono inevitabilmente ricoperti da metri di attività successive.) Lo spazio mi costringe a concentrarmi qui su Weni e sui resti dell’Antico Regno>>.

Il Team dell’ “Abydos Middle Cemetry Project” (©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

*Il finanziamento del progetto è stato generosamente fornito dal Kelsey Museum of Archaeology, dall’Office of the Vice President for Research, dalla Horace H. Rackham School of Graduate Studies e dall’Institute of Fine Arts della New York University.

Lascio che sia ancora la D.ssa Janet Richards a riprendere la parola

Il complesso di Nhty

<<Due delle quattro grandi aree che abbiamo indagato si sono rivelate essere le più importanti per comprendere il modello funerario del tardo Antico Regno. La prima di queste era una mastaba gravemente rovinata che, sembrava essere la cappella più visibile della zona di Mariette. Nel 1996 avevamo pensato che fosse molto probabilmente la cappella di Weni, anche per i danneggiamenti cui era stata sottoposta: la rimozione degli elementi architettonici in pietra calcarea dalle loro posizioni originali, infatti richiede solitamente la demolizione dell’edificio in cui si trovano e Mariette di questi reperti con iscrizioni riferite a Weni, ne estrasse molti.

Il nostro scavo di quest’area ha rivelato le presenza di un grande complesso costituito da una mastaba e una serie di monumenti sussidiari, costruiti intorno ad essa, databili al tardo Antico Regno, al Primo Periodo Intermedio, al Medio Regno e al Periodo Tardo. La mastaba principale, tuttavia, non apparteneva a Weni; era, invece, la tomba di un persona, precedentemente non identificata, di nome Nhty, un principe, sindaco, unico compagno e sommo sacerdote.

Nhty sembra essere stato un personaggio che ispirava un forte rispetto, duraturo e concreto: infatti, 50 centimetri sopra il livello stratigrafico originale dell’Antico Regno, nel Medio Regno furono costruite piccole cappelle votive in mattoni di fango allineate al complesso di Nhty, una delle quali conteneva ancora una coppia di statue in basalto. Questa scoperta fu del tutto inaspettata, poiché le ceramiche di questo strato non mostravano evidenze riferibili ad attività riconducibili al Medio Regno>>.

La Mastaba di Weni

<<A nord del complesso di Nhty si trova una struttura ancora più grande ed è qui che abbiamo trovato la prova più convincente che si trattasse dell’ultima dimora di Weni il Vecchio. Nel 1996 avevamo documentato la presenza di una costruzione in mattoni di fango lunga 16 metri sulla sua parete nord; gli scavi hanno rivelato che si trattava di un imponente recinto di 29 metri di lato, spesso 3 metri e alto oltre 5 metri.

La mappa delle prime aree scavate(©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

I costruttori costruirono un grande pozzo funerario, e due più piccoli, all’interno di questo recinto. L’intera struttura fu poi riempita di sabbia pulita e ricoperta nell’antichità, per darle l’aspetto di una solida mastaba. Questa mastaba si trova nel punto più alto del Cimitero Centrale e il suo impatto visivo sugli abitanti della città sottostante doveva essere molto simile a quello determinato dai grandi recinti funerari della prima dinastia (ca. 3100-2750 a.C.), attraverso lo wadi nel Cimitero Settentrionale. Come quelli, infatti, è così grande che è visibile dalle alte pareti rocciose del deserto a più di mezzo miglio di distanza.

Panoramica del complesso di Nehty(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

All’inizio della stagione, abbiamo rinvenuto in quest’area un certo numero di frammenti di rilievo inscritti, inclusi due pezzi che, uniti insieme, formavano il nome “Weni il Vecchio” e un frammento che restituisce l’appellativo di “Vero governatore dell’Alto Egitto”, il più alto titolo riferito nell’autobiografia di Weni. Ulteriori prove sono emerse a sostegno di questa associazione. La facciata esterna della parete nord incorpora una grande nicchia e durante gli scavi qui è stata scoperta in situ una falsa porta danneggiata con un’ iscrizione per Weni il Vecchio. Non solo questa falsa porta fornisce un soprannome per Weni (“Nefer Nekhet Mery-Ra” – I soprannomi egizi erano spesso più lunghi dei nomi di nascita!), ma documenta anche la sua promozione finale in carriera, un fatto non registrato nella sua autobiografia: Capo Giudice e Visir.

Vista del muro della mastaba di Weni, che evidenzia la nicchia dell’angolo sud-orientale dopo la rimozione del pilastro. A sinistra del muro, in basso è presente una cappella a forma di mastaba databile agli inizi del Medio Regno. In alto, sulla sinistra si trovano resti di strutture d’epoca tolemaica edificate su rovine di monumenti del 3° e 2° millennio a. C. (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)
La Mastaba di Weni con la falsa porta in situ(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di pozzi e sepolture di superficie si trovavano a nord della falsa porta; sono databili dal tardo Antico Regno al Primo Periodo Intermedio e suggeriscono che la tomba di Weni sia diventata il fulcro di un cimitero di gruppo, probabilmente contraddistinto da legami di parentela.

Sulla parete est della mastaba abbiamo scoperto ulteriori prove riferibili a Weni. Nel riempimento di superficie, abbiamo scavato lo stipite di una porta in pietra calcarea lungo quasi due metri e inscritto per lo stesso visir Iww documentato in una tomba da Richard Lepsius nel 1840. Su entrambi i lati dello stipite, parenti maschi presentano offerte a Iww; uno di questi è identificato come: “suo figlio maggiore, il governatore dell’Alto Egitto Weni il Vecchio”. Quindi, nonostante Weni nella sua autobiografia enfatizzi i suoi meriti come fattore determinante della sua ascesa sociale, appare chiaro che doveva appartenere a una famiglia già diventata influente, anche se ha scelto di non comunicare questo particolare>>.

La Cappella delle offerte

<<Pochi metri a est dello stipite, abbiamo scavato una piccola cappella delle offerte costruita direttamente sul muro della grande mastaba. Vi si accede attraverso uno stretto portale sul lato est ed era, in origine, completamente decorata con bassorilievi dipinti raffiguranti portatori di offerte. Parecchi dei blocchi che compongono questo schema decorativo furono rimossi durante alcuni precedenti episodi di scavo o di saccheggio, ma altri rimasero in situ sulle pareti e sul portale; inoltre, nove blocchi aggiuntivi giacciono sul pavimento. Lo stipite esterno di una porta, parzialmente conservato, reca una rappresentazione in piedi del proprietario della tomba, conservata dalla vita in giù. Il confronto di questo rilievo con la parte superiore del proprietario di una tomba di nome Weni il Vecchio nel Museo Egizio, suggerisce che originariamente appartenessero allo stesso assieme.

Mastaba di Weni, resti della Cappella Orientale(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Sembra evidente che questa cappella semidistrutta sia il contesto originario degli arredi funerari di Weni scavati da Mariette e attualmente nel Museo Egizio, e possiamo ora proporre la seguente ricostruzione.

La prima falsa porta di Weni fu collocata nella nicchia principale di questa cappella. La massiccia lastra dell’autobiografia è stata montata sulla facciata esterna della cappella, le cui pareti sono sufficientemente spesse per sopportarne il ragguardevole peso. Una tale collocazione spiegherebbe sia la posizione fuori asse dell’ingresso della cappella, che è stato deviato a nord per accogliere la larghezza di 2,75 metri dell’autobiografia, sia le condizioni estremamente alterate dell’autobiografia. Due obelischi in miniatura con il nome di Weni sarebbero stati collocati appena fuori dall’ingresso della cappella>>.

Ricostruzione della cappella di Weni con i reperti del Museo Egizio ricollocati (illustrazione di Geoff Compton©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo

Ulteriori prove di Weni

<<Dopo la promozione a giudice capo e visir, alla fine della sua carriera, Weni installò la sua seconda falsa porta registrando l’evento sulla parete nord della sua mastaba. Entrambe le false porte si allineano con la probabile posizione della camera funeraria, che si trova a nord del grande pozzo a una profondità di oltre 12 metri.

Weni il vecchio in posa adorante e rivolto ad occidente verso la tomba di Osiride. Le immagini sono incise su un pilastro di pietra calcarea estratto dalla nicchia presente nell’angolo sud-ovest della sua mastaba, nel 2013 (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

All’interno della mastaba, un enorme deposito della VI dinastia conteneva ceramiche (oltre 500 vasi da vino giacevano in pile a est e ad ovest del pozzo e,in linee ordinate, a nord). In questo deposito di ceramiche si trovavano in situ dieci sepolture a bara del Periodo Tardo, indizio di un successivo riutilizzo di questo spazio come piccolo cimitero.

Il collegamento finale a Weni proveniva da una struttura rettangolare nell’angolo sud-est. Questa conteneva i resti deteriorati di più di trenta basi in legno per statue, oltre a diversi elementi disincarnati come braccia, mani, frammenti di animali e componenti in pietra calcarea di scene di produzione, come bacini in miniatura ricoperti da colini a cestello per la produzione di birra. Il manufatto meglio conservato e più significativo era una statuetta in calcare, splendidamente eseguita, del proprietario della tomba da ragazzo, identificato come il “conte” Weni”>>.

Immagine di una statua in granito di Weni il Vecchio, ripresa da tre diverse angolazioni. Probabilmente fu danneggiata per episodi di esecrazione durante il 1° Periodo Intermedio. Scavata da A. Mariette nel 1860. Inv. N. 175 del Museo Egizio del Cairo. (©Ph. A. Damarany for the “Abydos Middle Cemetry Project”).

Il significato della tomba

<<La summa di queste evidenze suggerisce fortemente che abbiamo ritrovato la tomba di Weni, il monumento principale di in una zona d’élite circondata da un cimitero della classe media. Questa tomba rappresenta una straordinaria dichiarazione visiva del raggiungimento della ricchezza e del potere politico, che potrebbe rispecchiarsi, nella città di Abydos, in un misterioso e massiccio edificio, che Matthew Adams, ha da tempo sospettato essere un Palazzo del Governatore. Date le sue dimensioni e la somiglianza delle sue tecniche di costruzione con la tomba di Weni, si è tentati di considerarla parte delle sue attività edilizie: un collegamento tra strutture per i viventi e funerarie.

Statuetta in calcare di Weni. Riportata alla luce dal team del Michigan nel 1999. Museo di Sohag, Alto Egitto. (©Ph.“Abydos Middle Cemetry Project”).

I risultati degli scavi del 1999 presentano una complessa miscela di sepolture d’élite e non d’élite e attività votive durante il tardo Antico Regno e nel Medio Regno, un arco di tempo in cui sia il potere politico che l’importanza di Osiride stavano crescendo in questa regione. La ricollocazione fisica di un importante individuo storico all’interno di quel quadro multidimensionale ci permette di integrare più efficacemente le linee di evidenza testuali e archeologiche nella nostra ricostruzione della storia politica e sociale dell’antico Egitto. Molto lavoro resta da fare, ma il successo della scorsa stagione, grazie a un equipe straordinariamente qualificata, ci ha fornito una solida base per le future ricerche sul sito>>.

Janet Richards

Fonti: Harvard University, Biographies of Person and Place: The Tomb Complex of Weni the Elder at Abydos https://whitelevy.fas.harvard.edu/biographies-person-and…

The Kelsey Museum of Archaeology: Kelsey Museum News Letter published by the associate of Museum, spring 2000

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc 

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc

Ringrazio, il nostro esperto Nico Pollone per avermi fornito il materiale che mi ha permesso di effettuare questa stimolante ricerca su un personaggio così affascinante ed emblematico.

Ulteriori contenuti relativi a Uni li potete trovare qui: https://laciviltaegizia.org/tag/weni-il-vecchio/ (a cura di Luisa Bovitutti)

e qui: https://laciviltaegizia.org/…/la-piramide-di-merenre…/ (a cura di Piero Cargnino)

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

I 40.000 VASI NELLA PIRAMIDE DI DJOSER

Di Luisa Bovitutti

Il grande vaso in alabastro raffigurato qui sopra (H. 63.5 cm, diam. 19.1 cm), oggi al Museo del Cairo (JE 65423) mostra l’elevato livello di abilità raggiunto dagli artigiani della 3a dinastia nella lavorazione della pietra, pur con strumenti modesti; esso è decorato con un motivo geometrico che imita in modo molto realistico l’imbragatura di corda che veniva effettivamente utilizzata per trasportare oggetti pesanti.

Lo straordinario reperto è stato scoperto dagli archeologi James E. Quibell e Jean-Philippe Lauer in uno degli undici pozzi profondi più di trenta metri scavati lungo la facciata est della tomba, tra loro comunicanti tramite una galleria e forse destinati alle sepolture delle mogli e dei figli del re: in due di essi si trovavano circa quarantamila vasi di varie forme e materiali (soprattutto alabastro, diorite, calcare, ardesia e terracotta), molti dei quali infranti.

Essi erano ordinatamente riposti uno dentro l’altro e recavano i nomi di sovrani della prima e della seconda dinastia (Narmer, Djer, Den, Adjib, Semerkhet, Kaa, Hetepsekhemwy, Ninetjer, Sekhemib e Khasekhemwy), alcuni dei quali sepolti ad Abydos: ancora oggi non si sa perché si trovassero nella piramide a gradoni, in quanto le molteplici teorie elaborate in merito dagli studiosi sono rimaste a livello di ipotesi.

Lauer pensò che fossero gli arredi delle tombe di quei sovrani, distrutte dal re Peribsen negli sconvolgimenti che contrassegnarono la sua epoca, raccolti dal suo successore Khasekhemwy e che poi Djoser seppellì con onore nella sua piramide; Rainer Stadelmann pensava invece che Djoser avesse fatto restaurare quelle tombe, facendo scaricare i vasi rotti nel pozzo della sua piramide; il suo collega tedesco Hans Wolfgang Helck riteneva invece che i vasi provenissero dai magazzini del tempio, anche se non seppe spiegare per quale motivo Djoser li avrebbe accumulati nel suo complesso funerario.

Nelle altre immagini, una fotografia risalente all’epoca della scoperta ed alcuni tra i vasi ritrovati intatti.

FONTI:

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

IL PRINCIPE ANKH

Di Grazia Musso

La statua di Ankh ha le caratteristiche dell’arte menfita: massiccia, nel corpo ricorda il blocco di pietra e le luci sfruttano le masse originarie, mentre i tratti del viso sono più curati.

Le iscrizioni sono sulle gambe, e va sottolineata sia la rara posizione delle mani che la poco comune collana shenu.

Da Bet Khallah (?)

III Dinastia

Granito porfiroide grigio

Altezza cm 62,5

Museo del Louvre

N 40

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – LA PIRAMIDE

Di Piero Cargnino

Può sembrare strano iniziare un articolo con ben quattro domande ma cosa c’è di non strano nell’antica civiltà egizia. Generalmente queste domande me le pongo ogni volta che si parla della  Grande Piramide di Cheope anche se, a mio avviso, riguardano tutte le piramidi precedenti, già a partire da quella a gradoni di Djoser ed a quelle successive fino a quella di Micerino.

<< Chi?, Come?, Quando?, Perché? >>.

  1. Chi?. Chi l’ha costruita? Le teorie accademiche concordano che a costruirla furono gli antichi egizi.
  2. Come? Come è stata costruita? E qui di teorie ce ne sono molte ma prove certe nessuna.
  3. Quando? Quando, in che epoca venne costruita?. Le teorie ufficiali, assegnandola a Cheope, dicono nel 2560 a.C. In realtà non esiste alcun riferimento storico o archeologico che lo confermi, soprattutto per le piramidi di Giza, Sfinge compresa. Per contro alcuni studiosi asseriscono che la costruzione risalga a 12.500 anni fa senza però fornire indicazioni certe.
  4. Perché? Perché costruire un  monumento così complesso? La risposta parrebbe semplice, ne esistevano già altre sei per cui non ci sarebbe nulla di strano.

Esaminando la complessità di questa costruzione appare più che mai evidente che poco abbia in comune con le precedenti, se precedenti erano! E con quelle che seguirono.

Il perché della loro costruzione per gran parte degli studiosi è molto semplice, la piramide venne costruita come sepolcro del faraone Cheope. La speranza nella continuazione della vita nell’aldilà, la “Duat” per gli egizi, era tale per cui la ricerca dell’immortalità costituiva per i faraoni il punto focale della loro stessa esistenza. Fin dalle prime dinastie si radicalizzò il concetto che il faraone rappresentava sulla terra Horus il figlio del dio Ra ed era l’unico intermediario tra gli uomini e le divinità, un Dio che era sceso sulla terra per ritornare in cielo dopo la morte. Come tale a lui era riservata la vita eterna che si sarebbe svolta appunto nella Duat alla quale, dopo la sua morte terrena, il sovrano avrebbe avuto accesso. Con la IV dinastia questo concetto divenne così ossessivo per cui la tomba che ospitava il corpo di un Dio doveva essere imponente. Questa credenza, inculcata nella mentalità di quel popolo, ha permesso la costruzione di queste opere meravigliose destinate a durare all’infinito.

Ma qui il problema si complica, erano veramente le tombe dei faraoni? Almeno fino a quella di Micerino nulla lo conferma, non ci sono iscrizioni, sculture, o qualunque altra cosa che lo faccia pensare. Allora cercheremo, per quanto ci è possibile, di capire che, se non erano tombe, cos’erano?

Ho voluto dedicarmi a questa ricerca approfondita riguardo alla Grande Piramide per cercare di capire qualcosa di più allargando la visuale soprattutto su ciò che spesso viene ritenuto meno importante o troppo complicato per un pubblico di soli appassionati. Non credo che sia possibile avanzare con assoluta certezza risposte a quelle domande perché credo che in effetti non esistono risposte certe, solo supposizioni, certamente supportate da anni di studi e ricerche effettuate in loco da parte dei più famosi egittologi, ma prive di riscontri evidenti e dimostrabili (opinione personale). Come accennato nell’introduzione, quello che racconterò proviene dalle numerose fonti che ho consultato e non solo da quelle “ufficiali” ma anche quelle considerate “eretiche”, e sono molte, che non concordano con quelle accademiche. Trovandoci in un ambiente così misterioso ho pensato che valesse la pena considerare anche quelle che possono risultare decisamente improponibili. Ho approfondito le mie ricerche consultando anche i molti autori e scienziati che parlano di civiltà che sarebbero esistite in un tempo assai remoto e che avrebbero raggiunto un livello tecnologico almeno pari, se non superiore, a quello attuale, e non ho neppure trascurato coloro che avanzano l’ipotesi che le piramidi le abbiano costruite gli alieni, anche se con molto scetticismo. Per quanto mi riguarda limiterò la mia esposizione alle  teorie cosiddette accademiche, ne abbiamo già fin donde, le molteplici difformità che caratterizzano le teorie ufficiali ci offrono un quadro di quanto sia complessa la materia e quanto poco si conosca.

Gli egittologi ritengono che la costruzione di quella che è la più straordinaria, la più grande, misteriosa e, nella sua architettura unica, piramide sia stata costruita, come le altre piramidi dagli stessi egiziani con l’intento di fornire una  tomba per il faraone Khnum-Khufu (Cheope), secondo re della IV dinastia.

Tenendo buona questa notizia possiamo affermare che la costruzione della piramide sarebbe avvenuta all’incirca intorno al 2560 a.C. A questo punto va precisato che molti studiosi non concordano sul fatto che la piramide svolgesse le funzioni di tomba, e quindi meno che mai di Cheope (personalmente nutro anch’io dubbi in proposito).

La teoria ufficiale racconta che, dopo il fallimento di Meidum e “pare” quello della piramide romboidale di Dashur, causati dalla scarsa tenuta del terreno su cui poggiavano le piramidi, il faraone Snefru ci riprovò per la terza volta, sempre a  Dashur, dove riuscì a farsi erigere la prima piramide a facce piane, la piramide Rossa. Cheope non seguì le orme del padre ma, come fece lui in precedenza, scelse un altro luogo per costruire la sua necropoli.

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – INTRODUZIONE

Di Piero Cargnino

INTRODUZIONE

Sono anni che svolgo ricerche sulla Grande Piramide avvalendomi delle fonti più autorevoli che sono riuscito a reperire cercando soprattutto di superare le difficoltà nella traduzione dei testi. Molti sono quelli ancora non tradotti dall’inglese, francese, tedesco ed altre lingue; per cui ringrazio amici e studiosi ai quali ho chiesto collaborazione per le traduzioni.

Raccontare la Grande Piramide di Cheope per quanto possibile nei minimi dettagli non è cosa da poco. Premesso che questa non è una piramide come tutte le altre, questa è, sotto tutti gli aspetti, “La Piramide”. Su di essa si sono concentrati, e si concentrano tutt’ora gli studi di egittologi, architetti, ingegneri che cercano di spiegare come sono state costruite le piramidi: materiali impiegati, forza lavoro, tempi di esecuzione, simbologia e utilizzo. Si passa dalla storia alla religione e, perché no alla fantascienza.

Mi sono proposto di affrontare questo argomento con spirito astratto, quella che voglio descrivere la chiamerei “Storia controversa della Grande Piramide”, controversa perché non mi limiterò alla descrizione accademica rigidamente tradizionale ma tralasciando, per ovvie ragioni, la fantascienza e gli alieni o altre ipotesi che al momento esulano da una visione scientifica, affronterò da tutti i punti di vista quei particolari che troppo spesso vengono trattati in modo superficiale se non addirittura evitati fornendo risposte spesso non convincenti. Non ho trascurato quella che viene comunemente chiamata archeologia eretica perché ritengo che confutare certe teorie senza conoscerle sia del tutto sbagliato. Tutto quello che mi è stato possibile rintracciare, attingendo alle numerose fonti disponibili, l’ho raccolto in una ventina di articoli che vi proporrò in sequenza. Gli appassionati che avranno voglia e pazienza di leggerli potranno avanzare delle osservazioni che saranno ben accette, oltre a costituire materia per eventuali discussioni ed approfondimenti.  Da parte mia cercherò, per quanto mi è possibile di rispondere ad eventuali osservazioni, precisando sempre la fonte utilizzata ma, soprattutto, segnalando sempre dove e cosa è frutto di una mia personale interpretazione.

In questa introduzione vorrei solo mettere in evidenza alcune problematiche di carattere generale che non riguardano esclusivamente la piramide di Cheope ma le piramidi in generale. No, no, non preoccupatevi, non vi tedierò proponendovi l’ennesima teoria sulla costruzione delle Piramidi, mica penserete che un piccolo appassionato autodidatta, come me possa entrare in competizione con le più eccelse menti, egittologi, ingegneri, architetti e storici che hanno passato una vita a studiare sui libri e sul posto e quindi possiedono una visione più ampia delle problematiche che investono per intero tutta la storia della civiltà egizia. Molte ed interessanti sono le teorie che sono state proposte anche se, non mi stancherò mai di rimarcare che, in assenza di notizie certe e documentate, rimangono sempre e solo teorie. Basta scegliere quella che più vi aggrada, ce ne sono per tutti i gusti, più o meno condivisibili, ma nessuna in grado di spiegare con certezza (pensiero personale) come gli antichi egizi siano riusciti a realizzare questo monumento che per me rimane unico nel suo genere.

Sono stati fatti esperimenti, prove e dimostrazioni di fattibilità a supporto di certe teorie, ma io penso che dimostrare oggi che una determinata opera è possibile non significa che lo sia stata in passato. Alcuni studiosi hanno definito certe teorie “prioritarie”, perché trattano un contesto, a loro parere  più realistico, e certe altre “minori” perché meno realistiche, ripeto, io sono del parere che in assenza di prove certe e documentate non esistano teorie prioritarie né minori, ma solo teorie.

Ma ora veniamo al dunque, siamo arrivati alla più grande, complessa e misteriosa piramide egiziana, l’ultima superstite delle sette meraviglie del mondo antico, la Grande Piramide della Piana di Giza. Il faraone Khnum-Khufu (ellenizzato in Cheope) è comunemente ritenuto il committente anche se nulla lo conferma e molti altri aspetti del suo regno sono scarsamente documentati.

Se studiamo la piramide seguendo la cronologia ufficiale, partendo da quella a gradoni di Djoser, ci troviamo di fronte alla settima costruzione di questo tipo, inutile dire che su questo punto gia incontriamo l’opposizione di numerosi altri studiosi che la pensano diversamente. Questi vengono spesso definiti “piramidioti”, qualcuno può rientrare in questa definizione ma allargarla a tutti non lo ritengo corretto né rispettoso, molti di questi “eretici” hanno compiuto seri studi che, un poco di umiltà da parte dei sapienti nel considerare le loro proposte, non guasterebbe.

Alcuni studiosi fanno risalire la costruzione della Grande Piramide a 12.500 anni fa, anche qui però è tutto da dimostrare. Secondo la teoria ufficiale la Grande Piramide venne realizzata nel 2560 a.C. ad opera dell’architetto Hemiunu, figlio del principe Nefermaat e della moglie Itet, nipote di Snefru e quindi imparentato con Cheope.

A riguardo della datazione della Grande Piramide non va trascurato un episodio molto importante. Nel 1872, l’ingegnere Waynman Dixon stava esplorando l’interno della piramide, più precisamente la Camera della Regina, in uno dei condotti di aerazione scoprì quelli che sono gli unici tre oggetti trovati nella piramide, una sfera di diorite, un piccolo gancio di bronzo a doppia punta ed un pezzo di legno di cedro lungo circa 13 cm.

Dixon li portò in Inghilterra dove vennero esaminati e considerati di inestimabile valore perché sono gli unici oggetti trovati nella Grande Piramide, ad essi venne dato il nome di “Reliquie di Dixon”. Quindi i reperti finirono al British Museum, dove sono custoditi tutt’ora, mentre il pezzo di legno di cedro si erano perse le tracce. Nel 2001 venne rinvenuto un documento nel quale si diceva che il reperto era stato donato da Dixon al suo collaboratore, il medico scozzese James Grant. Da qui pare che la figlia di Grant, nel 1946, lo abbia donato  all’Università di Aberdeen, in Scozia. Verso la fine del 2019, mentre esaminava oggetti della collezione del Museo dell’Università di Aberdeen, in Scozia, uno dei curatori del museo, Abeer Eladany, originario dell’Egitto, si trova tra le mani una scatola di sigari sulla quale era raffigurata la vecchia bandiera egiziana, dopo averla aperta al suo interno trovò dei piccoli pezzi di legno. Subito controllò i registri del museo dai quali emerse che si trattava di uno degli oggetti di Dixon trovati nella Grande Piramide, ciò che restava del pezzo di legno di cedro.

Nel 2020, all’Università di Aberdeen, il reperto è stato sottoposto all’esame al radiocarbonio C-14, ciò che ne è emerso ha lasciato stupefatti, con tutte le approssimazioni possibili, il pezzo di legno di cedro risale al 3341 a.C., circa sette secoli prima del regno di Cheope.

La Grande Piramide risalirebbe quindi ad un periodo addirittura antecedente al “Periodo Protodinastico”, che si fa partire dal 3100 a.C.. Anche qui penso sia inutile dire che la questione è tutt’ora aperta e, nonostante la mancanza di qualsivoglia altro indizio, la Grande Piramide continua ad essere attribuita al faraone Khnum-Khufu (Cheope).

Khnum-Khufu (Khnum mi Protegge), probabile figlio di Snefru e della regina Hetepheres I, presenta già un enigma sull’uso del suo nomen che viene citato in due differenti versioni: Khufu (“Mi Protegge”) che di per se non ha una connessione religiosa non riferendosi ad alcuna divinità in particolare; Khnum-Khufu dal quale traspare esplicitamente l’attaccamento del sovrano al dio Khnum, protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, il dio vasaio che modella al tornio le creature alle quali dona la vita; con la moglie Satet e la figlia Anuqet forma la “Triade di Elefantina”.

Khnum-Khufu è noto con diversi nomi: Manetone lo cita come Suphis, nella versione greca (Erodoto e Diodoro Siculo) viene citato come Cheope mentre Flavio Giuseppe lo chiama Sofe. In epoche più tarde, nelle leggende mistiche, gli arabi lo chiamarono Saurid o Salhuk.

Per quanto riguarda la durata del suo regno non esistono notizie coeve certe, le fonti che ne parlano sono quelle di epoca tarda, il Canone di Torino, risalente alla XIX dinastia, forse durante il regno di Ramesse II, gli attribuisce 23 anni di regno, secondo Manetone invece ne avrebbe regnati 63 mentre per Erodoto 50.

Le cifre indicate da Manetone e da Erodoto sono considerate da alcuni studiosi esagerazioni o errate interpretazioni di fonti più antiche. Notizie risalenti all’epoca di Cheope provengono da un “serekht” che riporta il suo nome, inciso all’interno di un petroglifo, in esso compare il resoconto di un viaggio del sovrano: <<……viaggio mefat nell’anno dopo la tredicesima conta del bestiame, sotto Hor-Mejedu (Cheope)…….>>.

La seconda fonte, molto controversa e dibattuta di cui tratteremo in seguito, è quella che si riferisce alle iscrizioni, alquanto dubbie, trovate nelle camere di scarico sopra alla camera del re all’interno della piramide. I geroglifici che ivi compaiono sarebbero note di cantiere scritte da una squadra di lavoratori chiamata “Amici di Khufu” che fa riferimento al diciassettesimo censimento del bestiame.

Di recente sono stati rinvenuti diversi frammenti di papiro nello Wadi el-Jarf che raccontano dell’esistenza di un porto nello Wadi dove avrebbe attraccato una flotta di navi con un ingente carico di turchese e minerali preziosi: <<……..(nell’) anno dopo la tredicesima conta del bestiame sotto Hor-Mejedu……..>>. A questo punto si ritiene che Cheope abbia regnato almeno ventisei o ventisette anni. Alcuni egittologi quali: Schneider, Haase e Stadelmann hanno sollevato il dubbio se il Canone di Torino, che attribuisce a Cheope ventitré anni di regno, intenda ventitré anni di calendario o la ventitreesima conta del bestiame, nel qual caso il faraone avrebbe regnato per 46 anni.

Se teniamo conto che gli storici antichi, da Manetone a Erodoto, da Diodoro Siculo a Plinio il Vecchio, concordano nell’affermare che per la costruzione della piramide occorsero vent’anni, viene spontaneo pensare che Cheope potrebbe averne regnati almeno una quarantina.

Pare che il primo studioso ad interessarsi alla piramide sia stato Erodoto di Alicarnasso, il “Padre della Storia” secondo Cicerone, il quale soggiornò quattro mesi in Egitto intorno al 450 a.C., durante questo periodo passato con i sacerdoti egizi raccolse il materiale per le sue “Storie”.

Adesso passiamo ad esaminare la Grande Piramide. I massi di calcare venivano prelevati nelle cave che si  trovavano relativamente vicino al cantiere mentre il granito veniva estratto ad  Assuan, che si trova a oltre 800 km. da Giza, Questi massi dovevano essere cavati, lavorati e trasportati fin sul posto per poi essere rifiniti e collocati in sito.

Sorvolo per il momento sui metodi di trasporto, navi, slitte, ecc. che avremo occasione di esaminare più avanti, per recarmi prima nelle cave del duro granito. Siamo nelle cave di Assuan dove i faraoni estraevano il prezioso granito grigio e rosa con il quale hanno costruito templi, obelischi, statue e dove vennero prelevati i monoliti per le piramidi. Da queste cave gli operai egizi estraevano enormi blocchi di granito, pare dimostrato che per staccare i blocchi venissero praticati dei fori nei quali venivano introdotti cunei di legno, questi venivano continuamente bagnati per far si che dilatandosi provocassero la rottura ed il distacco dei blocchi. Questi erano blocchi enormi e dalle forme più svariate, pertanto necessitavano di una prima sbozzatura, poi venivano caricati su grandi navi (chiatte) e, seguendo il corso del Nilo, trasportati in loco. Nel cantiere della piramide i massi arrivavano sotto forma di semilavorati e pertanto necessitavano sicuramente di essere ancora lavorati per renderli lisci e perfettamente combacianti, cosa che sarebbe stata impossibile da fare nelle cave.

Dopo il processo di finitura occorreva sollevarli per posarli in opera. Sorvolo su questo punto perché sono talmente tante le teorie avanzate dagli studiosi che sarebbe un compito improbo trattarle tutte, ripeto che a tutt’oggi, a mio parere, sono tutte teorie che spesso non tengono nel dovuto conto il fattore tempo. Come abbiamo detto sopra per la costruzione della Grande Piramide sono occorsi 20 anni, un tempo abbastanza plausibile se raffrontato alla vita del faraone. Ma a questo punto nasce il dilemma più importante.

<< Poiché si calcola che siano circa 2.500.000 i blocchi di roccia calcarea che compongono la piramide, pesanti da 2,5 a 4 ton. ciascuno, (tralasciamo per ora gli enormi blocchi di granito), significa che si sarebbe dovuto sistemare almeno un blocco ogni 4 minuti circa >>.

Ma questo è un discorso che affronteremo più avanti. A questo punto chiuderei l’introduzione per addentrarci nel vivo dell’argomento

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

IL DIO GHEB

Di Grazia Musso

Nella foto si vede uno dei trentasei frammenti recuperati nell’area del tempio di Ra.

Essi testimoniano la presenza di una cappella sulle cui pareti erano raffigurate, in rilievo, scene della festa del giubileo reale di Djoser, a cui presenziavano varie divinità.

Il dio della terra, Gheb, è qui raffigurato con una barba posticcio, con orecchini ad anello, un collare usekh e Indossa una stretta guaina.

Da Heliopolis

III Dinastia

Calcare

Altezza cm 20

Museo Egizio di Torino

Scavi Schiapparelli 2903 – 1906

S 2671/20

Fonte:

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI HOTEPDJEF

Di Grazia Musso

La scultura raffigura una figura maschile inginocchiato con le mani posate sulle cosce

L’uomo porta una parrucca corta e riccia, resa con incisioni orizzontali intersecate da segmenti verticali, che gli incornicia il volto dai lineamenti marcati: grandi occhi, naso diritto, zigomi alti, guance piene, bocca dalle labbra sporgenti.

In contrasto con la cura del volto è la realizzazione del corpo che risulta piccolo e tozzo, appena sbozzato, cinto da un gonnellino corto riconoscibile solo sul retro della statua, dove l’indumento é evidenziato in rilievo all’altezza della vita.

Sulla base è iscritto in bassorilievo il nome dell’uomo “Hotepdjef”, probabilmente un sacerdote dedito al culto dei primi tre sovrani della II Dinastia, i cui nomi sono incisi sulla spalla destra: Hotepsekhemuy, Raneb e Nynetjer.

La statua va messa in relazione a un gruppo di circa venti sculture, cosiddette “arcaiche”, con le quali condivide alcune caratteristiche tipologie e stilistiche : realizzate tutte in pietra dura presentano i corpi appena abbozzati, collo corto e largo, testa grande e molto curata rispetto al busto.

È molto probabile che la maggior parte di esse provenga dalla tomba del titolare della statua, ma per questa di Hetepdief si potrebbe suggerire anche la collocazione in un luogo dedicato al culto dei sovrani nominati dalle iscrizioni incise sulla spalla.

Statua di Hotepdjef

Granito rosso

Altezza cm. 39

Menfi 1888

III Dinastia 2649-2575 a. C.

Museo Egizio del Cairo

JE 34557 = CG 1

IL CONTESTO STORICO

A cura di Francesco Alba

Il nome di Nebra (Raneb, secondo una precedente lettura erronea che non teneva conto della cosiddetta metatesi onorifica per la quale il disco solare, riferito a Ra, precede graficamente gli altri geroglifici e che taluni interpretano come “il mio Signore è Ra”, oppure “il Signore del Sole”) si riferisce a un sovrano che regnò sull’Egitto durante la Seconda Dinastia, nel periodo protodinastico (… – 2890 a.C.) – VEDI ANCHE https://laciviltaegizia.org/2022/03/05/il-faraone-raneb-o-nebra-kakau/.

Manetone gli attribuisce 39 anni di regno, un dato che sembra confermato dalla Pietra di Palermo, anche se parzialmente leggibile. Molti studiosi tuttavia, pensano che il regno di Nebra non sia durato più di dieci anni.

Se torniamo indietro nel tempo, possiamo affermare che egli fu il primo monarca a includere Ra, la divinità solare, nel suo nome e in effetti il suo regno impresse una svolta fondamentale verso il culto di quella che diventerà la figura divina più importante del pantheon egizio.

Si ipotizza che sia stato figlio o fratello del suo predecessore Hotepsekhemui, ma non esiste una assoluta evidenza che fra i due vi fosse una relazione di parentela. Non conosciamo il nome della sposa di Nebra, ma un individuo di nome Paneb viene indicato come “figlio del re” in una tomba che potrebbe appartenergli (ma potrebbe anche essere quella di Hotepsekhemui. . .).

Questa piccola statua in granito del sacerdote funerario Hotepdjef, riporta i nomi di Hotepsekhemui, Nebra e Ninetjer, suggerendo una regolare continuità nella successione al trono, all’inizio della Seconda Dinastia. Il suo nome compare anche su vasellame in pietra (scisto, alabastro, marmo), trovato ad Abido, Giza e Saqqara. Sigilli pertinenti al regno di Nebra sono stati ritrovati nei pressi della piramide di Unas e una stele in granito col suo nome racchiuso nel “serekh” fu scoperta ad Abido. Non si conosce con esattezza il suo luogo di sepoltura.

Fonte:

Tesori Egizi del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizione White Star

Foto Museo Egizio del Cairo e dal web

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI REDIT

Di Grazia Musso

Questa statua, proveniente con molta probabilità da Menfi, raffigura una principessa della terza Dinastia.

È un’eccezionale attestazione dei primordi della produzione scultore egizia, di cui si conoscono pochi esemplari.

Redit, il cui nome è la titolatura sono iscritti in geroglifici sulla base della statua, è rappresentata seduta su un piccolo seggio dallo schienale basso.

Il braccio destro è appoggiato sulla coscia mentre il sinistro è appoggiato sul petto al di sotto del seno, che traspare dal suo abito aderente, che la ricopre fino alle caviglie.

Il volto tondeggiante, incorniciato da una pesante parrucca tripartita, sembra tradire una ricerca di realismo assente invece nel resto del corpo, dove prevale una composizione fatta di volumi massicci, geometrici e stilizzati che denotano un senso di razionalità e purezza tipico del pensiero egizio.

La statua di Redit, contemporanea al periodo in cui in Egitto venne costruito il primo complesso monumentale in pietra per il faraone Djoser a Saqqara, assomma in sé quelli che resteranno per millenni alcuni dei canoni della statutaria sia regale sia privata come la posizione delle braccia, la parrucca tripartita e il corpo ammantato , che proprio qui vedono una delle loro prime schematiche realizzazioni.

Statua di Redit

Basanite

Altezza 83 cm.

C. 3065

Collezione Drovetti

Museo Egizio di Torino

Fonte:

I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Electa

Foto dal web

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE STATUE DI SEPA E NEDA

Di Grazia Musso

L’uomo, Sepa, fu raffigurato in due statue quasi identiche, e la moglie Nesa in un’altra statua.

Le tre statue furono poste nel serdab della mastaba del defunto a formare un gruppo (nelle epoche posteriori ciò sarà fatto in un unico blocco).

In queste opere si nota ancora lo schema su due assi: quello verticale dato dalla figura stante e dal braccio disteso, quello orizzontale dato dalle vesti e dal braccio sinistro piegato.

Il bastone e lo scettro di Sepa sono incisi contro il corpo per non distaccarsi dalla massa, cosa che avviene comunemente con la scultura in legno.

Da Sakkara

III Dinastia

Calcare dipinto

Altezza (da destra verso sinistra).165, 169, 154 cm.

Parigi Museo del Louvre, 1837, collezione Mimaut

N 37 N 38 N 39

( ,= A 36, 37, 38)

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano-Electa

Foto dal web

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

I PANNELLI DI HESIRA

Di Grazia Musso

I pannelli fanno parte di un gruppo di sei rinvenuti nella mastaba di Hesira, situata a nord del complesso di Djoser a Saqqara.

Esterno della mastaba di Hesira, i lavori sono del 2010

La dimora funebre dell’alto funzionario è divisa negli appartamenti sotterranei (dove si trovava il corpo del defunto) e nella sovrastruttura.

La parte superiore comprendeva il serdab un locale dove era collocata la statua, e la sala per le offerte funerarie.

È da questo ambiente, un lungo e stretto corridoio, che provengono le splendide immagini in bassorilievo di Hesira, ritratto in vari atteggiamenti.

Foto Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

I pannelli sono forniti, nella parte superiore, di un incavo rettangolare che doveva servire come fissaggio alle pareti.

Nel primo pannello (CG 1426), Hesira è seduto, rivolto a destra, su un seggio con gambe terminati con zampe di leone: porta una parrucca riccia e indossa un lungo mantello che lo ricopre fino alle caviglie e lascia scoperti spalla e braccio destro che è proteso verso la tavola delle offerte che ha davanti.

Il braccio sinistro è piegato al petto e la mano stringe un sottile bastone.

Sulla spalla destra è poggiata la strumentazione da scriba che è composta da una tavoletta con i due colori ( rosso e nero) legata con un nastro alla boccetta per l’acqua e allo stilo che scendono sulla scapola.

La tavola delle offerte è sormontata da una lista in geroglifico di prodotti offerti :incenso, vino, pane, carne.

La parte superiore è occupata dai titoli e dal nome di Hesira, che è definito capo-dentista, scriba reale, capo di Buto, sacerdote di Horus.

Nel secondo pannello (CG 1427) Hesira è raffigurato in piedi con la gamba sinistra avanzata: nella mano sinistra tiene gli strumenti da scriba e un bastone, nella destra lo scettro keberep, simbolo di potere.

Ha una parrucca lunga che gli ricade sulle spalle e indossa un gonnellino corto con cintura.

La figura del funzionario è scolpita con grande cura: la muscolatura di braccia e gambe è sottolineata per mezzo di un gioco di chiaroscuro creato da un sapiente intaglio nel legno , il volto è serio con lineamenti pronunciati, sopracciglia arcate, occhi attenti sottolineati da zigomi alti e sporgenti, bocca chiusa e baffi.

Nella parte superiore sono riportati alcuni dei titoli e il suo nome.

Nel pannello (CG 1428), Hesira è ancora ritratto in piedi, con le braccia lungo il corpo e le mani libere, sulla spalla destra ha gli strumenti da scriba, indossa un gonnellino corto e porta una parrucca corta e riccia.

Davanti a lui doveva trovarsi la tavola per le offerte ( purtroppo in una zona del legno danneggiata) e una lista di offerte, come negli altri pannelli la parte superiore è occupata dai titoli e dal nome del defunto.

Pannelli di Hesira

Legno

Altezza cm 114

Larghezza cm 4

Saqqara, Mastaba di Hesira ( A 3), rimossi da Auguste Msriette

Terza Dinastia (2649-2575 a. C.)

Disegni di Quibell dei giochi ritrovati nella tomba di Hesire: a sinistra il “Gioco del serpente” o “Mehen”, a destra in alto il “Senet” ed in basso a destra il “Men”, che cadde in disuso alla fine dell’Antico Regno. Di nessuno di questi abbiamo le regole di gioco.
Decorazioni interne della tomba

Fonte

Tesori Egizi nella collezione del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti, fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star