Abbiamo già raccontato la sua vita “moderna”; il papiro in sé risale circa al 1600 BCE ma alcuni parti, scritte in un linguaggio arcaico, fanno pensare che sia stato copiato da un testo dell’Antico Regno e di quasi mille anni più vecchio (ma non si può escludere che sia un “artefatto” dello scriba per renderlo più prestigioso).
Lungo quasi cinque metri, è scritto su entrambi i lati – 17 pagine sul recto e 5 sul verso, per un totale di 22 pagine e 469 righe; la prima pagina è quasi del tutto andata persa. Per la maggior parte è scritto dallo stesso scriba, con alcune correzioni. C’è persino una sorta di glossario per “tradurre” alcuni termini arcaici, un prezioso aiuto per i moderni studiosi.
Una pagina del papiro Edwin Smith (foto Ruggero Bettinardi)
Scritto anch’esso in ieratico, il Papiro Smith è un testo di chirurgia: propone 48 casi chirurgici, la maggior parte di origine traumatica, ed è unico in questo senso: ad oggi non è stato ritrovato nulla di simile o che faccia riferimento a questo testo. Non si conosce l’origine di questi casi, se di natura civile (quelli che oggi chiamiamo “infortuni sul lavoro”) oppure militare (ferite da battaglia).
È l’unico papiro completamente privo di riferimenti a magia o religione; già dall’epoca evidentemente i chirurghi erano concentrati solamente sulla parte “pratica”. Per dirla con le parole di uno studioso “Le fratture non si saldano con gli incantesimi”. Questo non esclude però che fosse riconosciuta, anche nei casi di fratture o traumi, la presenza di demoni o spiriti maligni che impedissero un esito favorevole della terapia.
James Henry Breasted nel suo studio. La sua traduzione, impeccabile da un punto di vista formale – con le copie del testo originale, la traduzione in geroglifico ed infine in inglese – rimane ad oggi la più consultata nonostante alcuni “svarioni” introdotti dal Dr. Luckhardt che si fece fuorviare dalle moderne conoscenze mediche
In termini tecnici è quindi uno “shesau” (libro di istruzioni), mentre il Papiro Ebers è un “pekhret” (elenco di rimedi). È una guida alla diagnosi, mentre il Papiro Ebers dà per scontato che la diagnosi sia già stata fatta.
La prima edizione della traduzione di Breasted
Su questo papiro troviamo la frase che dà origine a questa rubrica: ogni diagnosi è preceduta infatti da una formula che deve essere pronunciata dal medico prima di intervenire e che descrive la prognosi:
“È un male che curerò” indica una prognosi favorevole
“È un male contro cui lotterò” indica una prognosi riservata, incerta
“È un male che non posso curare” è chiaramente una prognosi infausta per il paziente
Ben 14 dei casi illustrati sono “mali che non posso curare”; ad esempio, una frattura esposta della testa accompagnata da sanguinamento dal naso, dalle orecchie e dalla bocca ha una prognosi infausta, ma è notevole che lo fosse solo in caso di suppurazione della ferita. In caso di ferita pulita, rientrava nei “mali contro cui lotterò”
Originale in ieratico e traduzione in geroglifico di Breasted
Il Papiro Smith è famoso anche per contenere la prima descrizione nota di un cervello umano.
“Quando esamini un uomo con una ferita sulla testa, che arriva fino all’osso e il suo cranio è rotto, il suo cervello è esposto; vedrai degli avvolgimenti che sembrano immersi in metallo fuso. Sentirai qualcosa che trema (e) palpita sotto le tue dita come il punto debole nella testa di un bambino che non si è ancora indurita”.
“vedrai degli avvolgimenti che sembrano immersi in metallo fuso…”
Per la prima volta si usa un termine specifico, ”ajs”, per indicare il cervello
Nonostante questo, la funzione che oggi riconosciamo al cervello era attribuita al cuore, che governava nella mentalità egizia non solo la circolazione, ma anche il pensiero e le emozioni.
Abbiamo anche la prima descrizione della circolazione del sangue:
“Puoi usare le tue dita per riconoscere dove si dirige il cuore. Ci sono vasi in esso che arrivano ad ogni parte del corpo. Quando un sacerdote di Sekhmet o un medico o un guaritore mette le dita sulla testa del malato, sulle mani o sul cuore, egli parla in ogni vaso, in ogni parte del suo corpo”. Da notare anche la distinzione tra le diverse “classi” di guaritori.
La conta delle pulsazioni avveniva tramite un orologio ad acqua oppure per confronto con quelle del medico stesso.
Oggi usiamo l’orologio da polso, ma la rilevazione del battito non è cambiata negli ultimi 3,000 anni
Se è vera l’origine dell’Antico Regno di questo testo, tutto questo 4000 anni prima che William Harvey descrivesse il sistema cardiocircolatorio nel XVI secolo.
Da notare anche che, secondo alcuni studiosi, uno degli interventi descritti potrebbe essere alla base del mito più famoso dell’Antico Egitto: la resurrezione di Osiride. Lo vedremo nel dettaglio perché merita.
Sul verso, non correlato al recto, sono descritti otto incantesimi e cinque prescrizioni apparentemente non legate tra di loro – forse una serie di appunti aggiunti successivamente.
Una delle prescrizioni sul verso riguarda “trasformare un uomo anziano in uno giovane”, ma pare che non funzioni benissimo…
NOTA: non sappiamo se i papiri pervenuti fino a noi siano rappresentativi della biblioteca medica dell’epoca. È possibile che alcuni siano sorte di “appunti” di un medico; la ripetizione però di molte prescrizioni pressoché identiche tra i diversi testi suggerisce che esse facessero parte di una conoscenza comune e condivisa, e che fossero riportate nei testi conservati presso le “Case della Vita”.
La traduzione dei papiri medici è di enorme difficoltà. Si incontrano termini mai visti in altri contesti ed è difficilissimo associarli a termini moderni. Inoltre, le traduzioni sono state fatte da esperti di scrittura geroglifica, quasi mai esperti di medicina. Una clamorosa svista di Breasted nel tradurre il papiro Edwin Smith, ad esempio, ha fatto pensare che gli Egizi avessero riconosciuto gli effetti dei traumi cranici (nello specifico, un caso di emiplegia sul lato del corpo opposto a quello del trauma cranico mentre in realtà veniva descritto lo stesso lato del corpo). Anche le nostre conoscenze moderne “inquinano” la comprensione dei testi, dando per scontato cose per gli Egizi non lo erano affatto.
IL PAPIRO EBERS
La storia dei due principali papiri medici, il Papiro Ebers e il Papiro Edwin Smith, è un po’ particolare e l’abbiamo raccontata a parte. Georg Ebers fece degli sforzi notevoli che far tradurre il papiro in suo possesso, inizialmente in tedesco ed infine nel 1937 in inglese dal Dr. Ebbell che – ahimè – era medico ma non egittologo ed entusiasticamente introdusse una serie di errori ed interpretazioni “fantastiche” cercando a tutti i costi un parallelismo con la medicina moderna. Ebers fino alla sua morte rimase convinto che il papiro che porta il suo nome fosse il n° 40 dei 42 volumi citati da Clemente di Alessandria, quello che doveva avere come titolo: “Rimedi”
Il Papiro Ebers è lungo la bellezza di 110 pagine numerate dallo scriba stesso che lo ha redatto; è scritto in uno ieratico molto preciso ed è in condizioni strepitose. Da un passaggio sappiamo che è stato scritto nel IX anno di regno di Amenhotep I (XVIII Dinastia, circa 1534 BCE), ma fa riferimento ad origini molto più antiche asserendo che il testo originale sia stato trovato tra le zampe della statua di Anubi a Letopoli e portato al Faraone Den della I Dinastia. Se così fosse, le prescrizioni riportate sarebbero state usate da Imhotep in persona…
Le prime pagine del Papiro Ebers, che come al solito si leggono da destra a sinistra.
Il Papiro Ebers contiene 877 prescrizioni (una cinquantina ripetute due volte) numerate progressivamente insieme a 14 formule “magiche”. Le prescrizioni comprendono più di 500 sostanze, non tutte identificate fino ad oggi. Purtroppo molti ingredienti, descritti con termini “tecnici”, non sono infatti ancora stati individuati. Anche il rimedio chiamato “Il Sacro”, utilizzato da Iside per espellere il dolore dalla testa di Ra, utilizza ingredienti non identificati, insieme al coriandolo, la Bryonia ed il miele. Peccato, molte aziende farmaceutiche sarebbero felici di scoprirli…
Si tratta del principale testo pervenutoci; è eccezionalmente descrittivo nell’impiego dei medicamenti, comprese le formule rituali da pronunciare mentre si applica la prescrizione. Si apre infatti con tre formule magiche – di protezione da elementi maligni, di protezione quando si toglie la benda da una ferita e per rafforzare l’efficacia di una medicina. La ripetizione più frequente è: “Veramente eccellente; un milione di volte (ha avuto effetto)”, come se i precedenti “successi” garantissero anche l’efficacia sul paziente successivo. Volendo, una sorta di “Evidence based medicine” ante litteram ma in un contesto completamente diverso.
Però il Papiro Ebers è anche una fonte sorprendente di nozioni.
Per la prima volta si parla ad esempio di cauterizzazione delle ferite nella rimozione di cisti o di angiomi (“Fai attenzione al sangue…La tua lama dovrà essere scaldata nel fuoco ed il sanguinamento non sarà copioso”). Si doveva prestare attenzione alle vene varicose (“spirali di serpente”) perché avrebbero sanguinato molto causando svenimento o morte del paziente.
Per la prima volta si parla di “aria buona” e “aria cattiva” parlando di respirazione; non solo, ma l’aria “entra nel cuore, nei polmoni e di lì nell’addome”, una frase che sottintende una comprensione almeno parziale del sistema cardiorespiratorio.
Si parla anche di “mali che divorano l’utero (o il seno) della donna”, in cui molti hanno visto dei riferimenti alle malattie oncologiche di cui però ci sono pochi riscontri oggettivi nelle mummie esaminate
Il retro del Papiro Ebers, con delle annotazioni sul sorgere di Sirio nell’anno IX di Amenhotep I che hanno permesso la datazione del papiro stesso
L’ultima parte del Papiro Ebers contiene inoltre prescrizioni che si pensa facessero parte di un più antico “Libro dei tumori” purtroppo andato (finora) perduto. E molte, molte altre indicazioni che vedremo nelle patologie specifiche.
Con uno sforzo decisamente apprezzabile, l’Università di Lipsia ha messo in rete tutto il Papiro Ebers con la traduzione man mano che si scorre il papiro qui: https://papyrusebers.de/en/
Ci si sente davvero Sinuhe a scorrerlo ed a leggere le prescrizioni…
Fonti:
Nunn, John F. Ancient Egyptian medicine. University of Oklahoma Press, 2002
In quel pomeriggio accaldato di ottobre 1862 a Luxor, con due papiri stesi di fronte a lui sul tavolo di un retrobottega, mentre si asciuga la fronte con un fazzoletto un collezionista americano non sa se credere all’imbroglione che ha davanti oppure no.
Edwin Smith è partito da lontano, da molto lontano, per arrivare davanti a quel tavolo. Nato a Bridgeport, a due passi dalla sempre più prepotente New York e dove Barnum sta costruendo le basi del suo circo-museo, da una decina d’anni ormai vive sulle sponde del Nilo per cercare di acquistare oggetti per la sua collezione. Finora non ha avuto grande fortuna: ha mezzi limitati in confronto ad altri, ben più ricchi avventurieri; non ha alle spalle prestigiose istituzioni e conosce poco e male i geroglifici – e per nulla lo ieratico. È stato più volte imbrogliato, acquistando dei falsi oppure oggetti che valevano pochi dollari. Qualche volta, pagando qualche predone locale, è diventato a sua volta tombarolo pur di raccattare qualche pezzo per la sua colelzione.
Mr. Edwin Smith poco prima di partire per l’Egitto, circa 1850
Non sa che davanti a lui c’è la Storia con la S maiuscola.
Mustafa Agha, si chiama quel bel tomo che lo ha avvicinato mentre curiosava la sua bottega. Gli ha raccontato una storia fantastica, al limite dell’assurdo: dei suoi “amici” hanno trovato la tomba inesplorata di un grandissimo medico e tra le gambe della mummia hanno scoperto due papiri di eccezionale fattura, sicuramente i suoi libri di testo. In realtà non sembrano essere contemporanei, ma chissà?
Edwin è combattuto. I papiri sono effettivamente molto belli – forse troppo, pensa – ma come fare a fidarsi? Oltretutto lui non conosce lo ieratico, deve fidarsi di Mustafa. Tentenna, contratta, poi alla fine li porta a casa entrambi.
Uno però è troppo lungo, difficile da maneggiare e sarebbe troppo impegnativo farlo tradurre. Lo vende in un momento di difficoltà economica. L’altro lo tiene, ma non lo farà mai tradurre fino alla sua morte, avvenuta nel 1906. Ci penserà James Henry Breasted a farlo nel 1930, commettendo diversi svarioni di interpretazione legati a vocaboli mai visti prima e dalla “contaminazione” delle conoscenze moderne. Breasted tenterà anche una sorta di “riabilitazione” di Edwin Smith, descrivendolo come un illuminato collezionista, molto bravo nel comprendere lo ieratico(!).
Ereditato dalla figlia, il papiro verrà donato prima alla New York Historical Society, poi al Brooklyn Museum ed infine alla New York Academy of Medicine, di cui rimane tuttora il fiore all’occhiello eternando il nome di Edwin Smith.
E il secondo papiro?
Quasi dieci anni dopo, durante l’inverno del 1872, un professore tedesco di lingue ed antichità egizie – allievo di Lepsius e fresco di nomina come professore associato a Lipsia, da poco in Egitto per la sua prima “missione” – si trova tra le mani il catalogo di un antiquario specializzato in reperti del periodo copto. Ad un prezzo stratosferico si trova quello che è indicato come “un grande papiro medico, precedentemente in possesso di Mr. Edwin Smith, un agricoltore (!) di Luxor”. Il papiro è sul catalogo ormai da tre anni, troppo costoso per la clientela abituale di quell’antiquario.
Georg Ebers
Ma Georg Ebers ne rimane affascinato. Lo vuole vedere. Lui conosce bene lo ieratico, si rende conto di cosa ha tra le mani. Contratta un po’, tanto da non svilire il prezzo, e finalmente viene in possesso del papiro che da lì in avanti avrà il suo nome.
Tre mesi dopo scrive entusiasta al Ministro di Sassonia Karl von Gerber:
“Sua Eccellenza rimarrà stupita del contenuto della cassetta che ho inviato dall’Egitto, assicurata per 17,000 franchi…La scatoletta contiene il papiro più grande e più bello che la Germania possieda, il terzo più grande di tutti quelli esistenti. È così completamente conservato che non manca una pagina, che non vi si trova una lettera illeggibile. Centodieci pagine si susseguono…di sorprendente bellezza e coerenza. Il nostro documento contiene nientemeno che un compendio di medicina egizia ed inizia con le parole: ‘Inizio dl libro delle malattie di tutte le parti dell’uomo’ seguito da tutti i possibili dolori con le relative prescrizioni”
La lettera di Georg Ebers al Ministro von Gruber (foto Università di Lipsia)
Con grande lucidità Ebers afferma che “La pubblicazione del documento può essere effettuata rapidamente; l’indagine sul significato di ogni singola parola richiederà anni”, ed effettivamente è tuttora in corso.
Una storia affascinante, due reperti eccezionali – due delle colonne su cui si basa anche questa modestissima rubrica.
Il busto di Ebers all’Università di Lipsia, a cui donò il papiro che porta il suo nome
Fonti:
Nunn, John F. Ancient Egyptian medicine. University of Oklahoma Press, 2002
Nel pensiero egizio, le influenze maligne non sono prettamente metafisiche ma sono in grado di entrare nel corpo umano dall’esterno e causare malattie.
Specificatamente, sappiamo anche da dove: “Il respiro della Vita entra dall’orecchio destro e quello della Morte dall’orecchio sinistro” (Papiro Ebers, riga 854f).
Un demone con corpo umano e testa di gazzella o antilope, British Museum
Alcuni punti dei testi pervenutici sono molto oscuri; d’altra parte si riferiscono ad una filosofia molto lontana dalla nostra, espressa in una lingua che è andata persa per quasi due millenni. Ad esempio, si fa riferimento, sempre nel Papiro Ebers, alla “neba” che, entrando dall’esterno, affligge il cuore del malato, oppure alla malattia “nesyet” causata da un demone che entra nel corpo attraverso l’occhio – ma non sappiamo né cosa sia la “neba”, né cosa sia il “nesyet”. Rimane chiaro però il concetto che questi “elementi” potessero causare malattie penetrando nel nostro corpo.
I demoni erano entità che normalmente risiedevano nel Duat, ma potevano “attraversare” il confine tra il mondo ultraterreno ed il nostro se inviati da una divinità o invocati dagli umani. Spesso erano rappresentati con corpo umano e testa di animale, ma potevano essere completamente antropomorfe. Compaiono nel pensiero egizio solo a partire dal Medio Regno, ed hanno connotazione sia positiva che negativa. Potremmo dire che sono positivi se si conosce come affrontarli (amuleti, incantesimi, conoscenza del nome), mentre diventano negativi quando ci si trova impreparati di fronte a loro, o non si riceve aiuto da chi potrebbe fornirlo (come nelle “lettere ai defunti” in cui sono i defunti che non garantiscono protezione ai viventi).
Tre demoni di cui il defunto doveva conoscere il nome per proseguire nel suo viaggio ultraterreno: da sinistra “Colui che è grande” a testa di babbuino, “Colui che ha il cuore in allarme” a testa di leone, e “Colui che mangia i propri escrementi” con la testa a forma di tartaruga.(Sarcofago di Menekhibenekau, Periodo Saitico)
Facendo un triste parallelo con i giorni nostri, anche le pandemie erano causate da demoni scatenati da Sekhmet (la dea guerriera a testa di leone), inviate come venti malevoli immaginati come frecce scagliate da demoni-arcieri, frecce che non potevano essere viste ma sentite sulla pelle ed il cui “respiro” poteva essere udito.
Le due statue di Sekhmet donate da Belzoni alla città di Padova (foto Leonardo Scarabello)
Sono stati catalogati finora più di 4,000 demoni, ma è probabile che il loro numero fosse molto più elevato.
La lotta a questi demoni comprendeva una forma di prevenzione, con gli amuleti, ed una reazione con formule magiche ed incantesimi (documentati e catalogati nei papiri medici).
Di particolare importanza era la conoscenza del nome del demone coinvolto. Il concetto del nome come “arma” da usare era stato sviluppato nel mito di Ra e Iside, dove la dea chiede di sapere il nome segreto di Ra in cambio del suo intervento per guarirlo dal morso di un serpente da lei stessa creato (Papiro Chester Beatty XI), ma lo abbiamo trovato diverse volte nel Libro dei Morti, in cui il defunto doveva pronunciare il nome dei Guardiani per poter proseguire nel suo viaggio.
Anche il famosissimo Papiro di Ani, la versione più completa del Libro dei Morti pervenutaci e conservato al British Museum, mostra ai capitoli 146 e 147 l’importanza della conoscenza dei nomi dei Guardiani delle Porte che Ani dovrà attraversare
Come già accennato, è stato tentato un parallelismo tra i demoni e gli agenti patogeni oggi conosciuti (virus, batteri, tossine). Anche se tale parallelismo è molto suggestivo, è però privo di qualsivoglia riscontro nei testi pervenuti.
Uno dei Guardiani dalla tomba di Nefertari: “Colui che illumina, amico del grande Dio che naviga verso Abydos”, anch’egli relativo al capitolo 146 del Libro dei Morti
Per una panoramica più ampia sui demoni, non legata al solo modo della medicina egizia, è disponibile su YouTube la registrazione di una conferenza molto chiara ed esaustiva di Andrea Vitussi: https://www.youtube.com/watch?v=5buJwx2iYcg&t=3s
Abbiamo visto come il medico potesse debellare con la magia un demone maligno e placare l’ira divina con i corretti rituali, e come la magia fosse anche preventiva, per allontanare eventuali pericoli dalla vita di tutti i giorni.
La “forza” a cui si faceva riferimento era la “heka”, che abbiamo già incrociato su queste pagine (per quanto riguarda Heka come divinità, si veda l’articolo dedicatogli: https://laciviltaegizia.org/2022/06/07/heka/).
Heka è la forza soprannaturale che pervade l’universo consentendo alle divinità del pantheon egizio e all’umanità di agire. La heka era uno dei doni del dio creatore all’umanità; incarnata nella figura della divinità con lo stesso nome, la heka permeava quindi la vita, paragonabile forse alle “moderne” leggi della Natura. Non poteva perciò essere utilizzata per scopi contrari alla Natura stessa (non esisteva una magia nera nell’Antico Egitto) ma si poteva invece “indirizzare” verso percorsi più favorevoli per il malato. Inoltre, proprio per queste caratteristiche la heka non era sovrannaturale come viene considerata oggi.
Statua di Merikare, Faraone della X Dinastia.
Negli “Insegnamenti per Merikare” viene citato che “(il creatore) creò la heka per permettere agli uomini di combattere (letteralmente: essere armi contro) gli eventi”
Ricordiamoci inoltre che la connotazione negativa della parola “magia” (in copto: hik, direttamente derivato da “heka”) avvenne in contrapposizione alla religione (la cui definizione non esisteva nel linguaggio egizio) soltanto con l’avvento del cristianesimo, mentre nell’Antico Egitto era perfettamente naturale farvi ricorso. Inoltre, se vogliamo la “heka” era un primo tentativo di formulare principii attraverso i quali le forze della Natura possono essere comprese e manipolate.
Sarcofago di Paduamen, XXI Dinastia. Heka in forma d divinità dietro il trono di Osiride con due serpenti e due bastoni/serpenti nelle mani
Sarebbe sbagliato liquidare la magia come processo irrilevante per la guarigione. La suggestione e l’aspettativa del paziente hanno un valore curativo tangibile, soprattutto nel sollievo dal dolore – quello che ora chiamiamo “effetto placebo”.
La suggestione della magia, degli incantesimi, dei miti e delle divinità indubbiamente aumentava l’efficacia del placebo, ma forse per alcuni aspetti non si trattava solo di questo. Ad esempio, la quantica di alcaloidi presenti in certe piante varia a seconda del momento in cui vengono raccolte, per cui un “incantesimo” che prescrivesse di raccoglierle solo al mattino o alla sera aveva un valore empirico.
In particolare, la heka aveva un ruolo nel tentare di allontanare il “whdw”, ossia il dolore come incarnazione fisica della causa della malattia.
Il bizzarro contenuto della “scatola del mago” rinvenuta nella “Tomba del Ramesseum” o “Tomba 5”, risalente al medio Regno, nel disegno di James Quibell con diverse bacchette apotropaiche in zanna di ippopotamo, con decorazioni incise che intendevano pervadere la bacchetta con il potere della “heka”
Era legata alla magia anche la pratica di utilizzare una determinata pianta in funzione della sua somiglianza con l’organo da curare, oppure delle preparazioni di origine animale per le caratteristiche dell’animale stesso, come le gazzelle per l’agilità. Abbiamo anche accennato alla pratica di scrivere incantesimi su un supporto come il papiro (e successivamente la carta) da aggiungere sminuzzato al preparato medicamentoso, che è sopravvissuta fino ai nostri giorni
Alcune “figure” erano deputate all’utilizzo della magia nel processo di guarigione. I cosiddetti “sacerdoti-lettori” (khery-hebet) erano preposti alla lettura degli incantesimi, mentre i “guaritori” (sau) utilizzavano gli amuleti (“sa”).
La famosissima statua di Ka’aper (V Dinastia), spesso riproposta anche su questo Gruppo. Ka’aper fu un sacerdote-lettore (khery-hebet), addetto agli incantesimi. Probabilmente ne applicò uno anche alla statua che lo raffigura, per renderla così viva
Solo nel Medio Regno compaiono gli “hekay”, correlato come si evince dal nome alla “heka” ma il cui ruolo nella medicina rimane oscuro. Il loro ruolo si perse completamente nel Nuovo Regno.
I sacerdoti della dea Serqet (o Selqet), il cui simbolo era uno scorpione, erano invece responsabili della prevenzione e della cura degli attacchi da parte di serpenti e scorpioni. I testi medici pervenutici, in particolare il Papiro Brooklyn, contengono istruzioni molto pragmatiche sul trattamento di questi morsi e punture, ma sempre e comunque sotto gli auspici della dea (“Raccolta di rimedi per scacciare il veleno di tutti i serpenti, tutti gli scorpioni, tutte le tarantole nelle mani dei sacerdoti di Serqet e per scacciare tutti i serpenti e per sigillare le loro bocche”).
La rappresentazione più famosa al mondo della dea Selqet (o Serqet), meravigliosamente a guardia dei vasi canopi di Tutankhamon
In un papiro di epoca tolemaica conservato al British Museum di Londra (Papiro Salt 825), viene descritta la Casa della Vita ideale.
Con anche una sorta di schema disegnato, il testo recita:
“Per quanto riguarda la Casa della Vita, la costruirai ad Abydos. Costruiscila in quattro parti, la parte interna coperta di canne. Colui che è Vivo è Osiride, e le quattro parti saranno Iside, Nephtys, Horus e Thot. Iside sarà su un lato e Nephtys sull’altro; Horus sarà su un lato e Thot sull’altro. Questi saranno i quattro lati. Geb sarà il pavimento e Nut il suo firmamento. Il Grande Dio è colui che è nascosto e riposa al suo interno.
I quattro edifici esterni saranno in pietra e conterranno due ali; la parte inferiore in sabbia. La parte esterna avrà quattro porte separate; una a sud, una a nord, una a ovest ed una a est. Sarà nascosta molto bene e molto grande. Non dovrà essere conosciuta, o vista, ma il sole brillerà sul suo mistero.
Coloro che entreranno saranno i sacerdoti di Ra e gli scribi della Casa della Vita. Le persone che saranno al loro interno sono Shu il sacerdote Shu, Horus il macellaio che stermina i ribelli in nome del padre Osiride, e Thot lo scriba, che reciterà i rituali di glorificazione, non visto e non sentito.
La purezza delle bocche ed i segreti del corpo e delle bocche saranno tenuti lontani dai pericoli (letteralmente: dai tagli improvvisi). Nessun asiatico (straniero) varcherà la sua porta; non dovrà vedere il suo interno altrimenti la tua arte verrà meno.
I libri al suo interno sono l’emanazione di Ra, con cui mantenere vivo il Dio e sconfiggere i suoi nemici. Il personale della Casa della Vita sono i seguaci di Ra che proteggono il suo figlio Osiride ogni giorno”
Appare chiaro come le Case della Vita fossero “anche” delle biblioteche (“i libri al suo interno…”) e che i libri fossero “anche” di medicina (“mantenere vivo il Dio…”), ma non solo.
I libri sono chiaramente indicati come “ispirati” dal Dio (“Emanazione di Ra”) e nel testo compaiono i simboli che indicano “Le parole del Dio”, che ci rimandano ad altri testi sacri molto più vicini a noi.
Il testo rimane oscuro in alcuni passaggi, ed ovviamente è stato di ispirazione per diverse correnti esoteriche che si rifanno all’Antico Egitto
Fonte:
Gardiner, Alan H. “The House of Life.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 24, no. 2, 1938, pp. 157–79. Il testo citato è una mia libera interpretazione della traduzione di Sir Gardiner.
“Mi sono formato nella scuola di medicina di Heliopolis dove (…) mi sono state insegnate (…) le medicine. Mi sono formato nella scuola ginecologica di Sais, dove mani divine mi hanno dato le loro ricette. Ho tutti gli incantesimi preparati personalmente da Osiride. La mia guida è sempre stato il dio Thot, inventore di parole e autore di ricette infallibili, l’unico che sa dare reputazione ai maghi e ai medici che seguono le sue indicazioni. Gli incantesimi sono ottime medicine e le medicine sono buoni incantesimi” (testo risalente al regno di Ramses II).
SCIENZA E MAGIA
(Alla magia – “heka” – dedicheremo un articolo specifico per capirne meglio gli effetti “medici”)
Come in tutte le antiche civiltà, in cui molti aspetti della vita quotidiana non potevano essere compresi con quella che oggi chiamiamo “scienza”, le pratiche empiriche e razionali della medicina venivano affiancate da quelle magiche e religiose.
Il medico poteva debellare con la magia un demone maligno, poteva offrire i suoi preparati o la sua abilità chirurgica e poteva placare l’ira divina con i corretti rituali; le tre azioni si intersecavano inevitabilmente (“gli incantesimi hanno un grande potere sul rimedio”, Papiro Ebers).
In pratica, è un preludio a quello che i Greci divideranno in corpo fisico, mente (o psiche) e spirito (o pneuma). Per questo motivo degli incantesimi venivano pronunciati preparando il medicinale oppure quando veniva applicato. La pratica di scrivere incantesimi su un supporto come il papiro (e successivamente la carta) da aggiungere sminuzzato al preparato medicamentoso è sopravvissuta fino ai nostri giorni.
La magia era anche preventiva, per allontanare eventuali pericoli dalla vita di tutti i giorni.
Nella medicina egizia manca completamente un rapporto eziologico di causa-effetto: la malattia (“mr”) non era dovuta ad un malfunzionamento di qualche organo, ma piuttosto da uno spirito maligno o da un demone invisibile entrato nel corpo del malato. Il concetto di malattia coincide quindi con il concetto di sintomo, dovuto a non a malfunzionamento organico ma a presenze esterne.
Questa è la più grande limitazione della medicina egizia, e non è di poco conto.
La guarigione non era possibile finché tale presenza non fosse stata allontanata dal malato. Molti studiosi hanno cercato di costruire un parallelismo con virus e batteri della medicina moderna; è un concetto affascinante, ma non esiste nella medicina egizia una tale idea ed è chiaramente una forzatura dovuta alla nostra moderna mentalità.
Abbiamo esempi nelle cosiddette “lettere ai defunti” (su cui sarebbe interessante fare un approfondimento adeguato), in cui si invoca la protezione da parte del defunto, indicando che spesso la causa delle malattie era vista come la mancanza di tutela che avesse permesso ad una presenza maligna di affliggere il malato.
Una “Lettera al defunto” dalla tomba di Shepsi (Qau 7695). Le lettere erano depositate all’interno delle tombe e associate alle offerte funerarie, in modo da propiziarsi lo spirito del defunto, come una sorta di captatio benevolentiae. I supporti impiegati erano diversi: le lettere più lunghe erano scritte su papiro; la maggior parte venne scritta all’interno di recipienti in terracotta impiegati come contenitori per le offerte alimentari, cosicché lo spirito del defunto che si fosse avvicinato per nutrirsi, avrebbe inevitabilmente notato la lettera sul fondo del contenitore (da Edward F. Wente. Letters from Ancient Egypt .Atlanta, 1990).
Un’altra “Lettera al defunto” dalla tomba di Nefersefkhi a Hu (Diospolis Parva). Le Lettere ai Defunti costituiscono, oltre alle forme più intime di scrittura di tutto l’Antico Egitto, il primo esempio di scrittura da parte delle donne pervenuto fino a noi (in questo caso una sorella scrive al fratello morto). (da Edward F. Wente. Letters from Ancient Egypt .Atlanta, 1990)
Ma la parte “scientifica” era sicuramente preponderante ed innovativa. Secondo un autore cristiano del secondo secolo, Clemente di Alessandria, già dagli albori del Periodo Dinastico i sacerdoti egizi avrebbero raccolto la loro sapienza in 42 libri di cui ben sei dedicati alla medicina, compreso un volume di anatomia redatto direttamente da Athothis (identificato con Djer, il terzo Faraone della I Dinastia) menzionato da Manetone e che secondo l’autore greco sarebbe stato un medico.
Purtroppo nessuno di questi volumi è arrivato fino a noi, se mai sono realmente esistiti, ma sappiamo che già dall’Antico regno la professione medica era già organizzata, con specializzazioni e gerarchie definite.
Tito Flavio Clemente o Clemente d’Alessandria, uno dei “padri” del Didaskaleyon di Alessandria
DEFINIZIONI E GERARCHIE
Abbiamo già visto che il medico veniva chiamato sinw o swnw, ed il titolo veniva scritto con i geroglifici per “uomo”, “borsa della medicina” e “freccia”; quest’ultima indicherebbe l’abilità di estrarle in battaglia. A volte il determinativo usato era quello per “uomo anziano”, sia per indicare un medico venerabile che per indicare il rispetto di cui godevano i medici.
Ma, attenzione, poteva non essere l’unico “guaritore”. Una delle fonti più importanti, il Papiro Ebers (che vedremo nel dettaglio più avanti in questo percorso), cita chiaramente i “medici” (“sinw”), i “sacerdoti di Sekhmet” (“wab”) ed i “maghi” (“sau”) come coloro che possono guarire l’infermo. La presenza dei sacerdoti potrebbe non essere legata solo alle preghiere: i chirurghi erano Sacerdoti di Sekhmet, ed anche i monaci cristiani praticarono la chirurgia fino al XII secolo quando fu loro proibito per la cosiddetta astinenza dal sangue (alla base anche del moderno rifiuto delle trasfusioni da parte dei Testimoni di Geova).
Ci sono pervenute diverse cariche ricoperte dai medici più eminenti: esistevano quindi dei “imy-r sinw” (sovrintendenti dei medici, soprattutto nei grandi cantieri statali), dei “wr sinw” (capi dei medici, sorte di primari odierni secondo Faulkner), dei “smsw sinw“ (medici anziani, probabilmente un titolo onorifico) ed infine dei “shd sinw”(ispettori dei medici, inviati dal Faraone), un titolo in uso nel solo Antico Regno. Una simile struttura gerarchica era presente anche a corte, dove compaiono i “sinw per aa” o Medici di Corte (ricordiamoci che “per aa” era la Grande Casa, cioè il Palazzo di Corte e per estensione, il Faraone stesso) ed i “sinw nesu” o Medici del Faraone
Al di sopra di tutte queste cariche c’erano i Supervisori dei Medici dell’Alto e Basso Egitto, che rispondevano presumibilmente ai Visir.
Il cartiglio del Faraone Djer: fu lui il mitico Athotis, il primo autore medico della storia?
Una categoria a parte era rappresentata dai chirurghi, chiamati come abbiamo visto “Sacerdoti di Sekhmet” visto il loro rapporto stretto con il sangue. Con ogni probabilità anche i dentisti erano una categoria separata dai medici generici (esisteva il titolo di “Capo dei dentisti” o “Capo dei dentisti di Palazzo”).
Da quello che si evince dai testi i semplici “maghi” (“sau”) – oggi li chiameremmo “guaritori” – facevano uso solamente di formule magiche ed esorcismi. Forse anche i moderni omeopati ricadono in questa categoria…
DIAGNOSI E PROGNOSI
Se l’eziologia delle patologie è un punto dolente della medicina egizia, l’approccio al malato da parte dei medici egizi è invece straordinariamente moderno.
L’intervento del medico avveniva in quattro fasi distinte, ben descritte in tutti i testi pervenuti fino a noi:
– L’ascolto dei sintomi del paziente (oggi sarebbe l’anamnesi)
– L’esame oggettivo utilizzando prevalentemente gli occhi e le mani
– La formulazione della diagnosi che doveva sempre essere detta al paziente (“Tu quindi dirai al/la tuo/a paziente questo:….”)
– Il trattamento
La diagnosi doveva comprendere anche la prognosi
– “È un male che posso curare” in caso di prognosi favorevole
– “È un male contro cui lotterò” in caso di esito incerto
– “È un male che non posso trattare” in caso di prognosi infausta o di intervento medico ritenuto comunque inutile
“È un male contro cui lotterò” (“mr ’h’ y”). Può avere l’estensione “con il bisturi” quando era necessario un intervento. Da “Breasted, James Henry. “The Edwin Smith Surgical Papyrus: published in facsimile and hieroglyphic transliteration with translation and commentary in two volumes.” (1930).
Detto in termini tecnici, la modalità diagnostica nella medicina egizia è nosografica, cioè consiste nel riconoscere la patologia in atto attraverso il confronto con la propria esperienza e comparando i sintomi osservati con quelli caratteristici di una determinata malattia.
La modalità diagnostica nella medicina moderna è invece fondamentalmente fisiopatologica, cioè consiste nel collegare e ricostruire tra loro i diversi eventi patologici rilevabili nel paziente, secondo rapporti di causa-effetto, per riconoscere la patologia in atto.
Per la nostra mente moderna, non sempre possiamo seguire la logica degli antichi medici. Non possiamo capire perché, ad esempio, una costipazione od un dolore allo stomaco fossero considerati dovuti al fegato, oppure perché molte patologie fossero ipotizzate dipendere dall’intestino – o meglio, possiamo comprendere come quest’ultimo fosse particolarmente importante perché doveva procedere ad espellere con le feci ogni cosa ripugnante all’interno del proprio copro, compresa la malattia.
Un brano del Papiro Ebers che illustra il concetto di malattia come male procurato da altri: “(sono da punire i calunniatori) e colui che è il capo di costoro che infondono il male nella mia carne, l’apatia nelle mie giunture, nelle mie membra, che penetra (nella mia carne)” (da “Lo ieratico nel Papiro Ebers” di Mario Menichetti)
Alcuni passaggi dei papiri medici sono affascinanti per quanto si avvicinino a concetti moderni: “(Il cibo) contaminato dal caldo può far insorgere (il male)” rimane però un’osservazione empirica e non identificò mai nella medicina egizia la vera causa di un’intossicazione alimentare, ad esempio.
Fu solo con l’avvento della medicina scientificamente fondata (EBM, Evidence-Based Medicine) che la prognosi cominciò ad esprimersi in termini temporali, ossia indicando la quantità di tempo intercorrente tra la diagnosi della malattia e qualche evento importante che ne sarebbe conseguito.
Il trattamento si basava SEMPRE su basi empiriche. Ignorando i rapporti causa-effetto delle patologie, i rimedi si basavano sull’osservazione dei benefici ripetuti nei pazienti con gli stessi sintomi. Non per nulla, si trova molto spesso nei papiri medici la formula “veramente eccellente – un milione di volte” ad indicare che quel rimedio era stato efficace innumerevoli volte.
Infine, il medico DOVEVA esaminare nuovamente il suo paziente dopo un intervento/rimedio perché le condizioni del paziente stesso potevano essere cambiate – oggi lo chiameremmo “follow-up”.
Questo approccio formale, strutturato e logico costituisce la base della medicina moderna – oggi si parla di diagnosi differenziale – ed è (o meglio, dovrebbe essere…) riconoscibile nella pratica di ogni medico. È passato attraverso la scuola di Ippocrate in Grecia, quella di Galeno a Roma ed è arrivato fino a noi. Quello che fortunatamente è cambiato è la comprensione delle cause delle malattie, che continua a crescere ancora oggi.
Una moderna diagnosi differenziale, in questo caso per il dolore toracico acuto, segue ancora il concetto di anamnesi / esame oggettivo / diagnosi, ovviamente arricchito dalla conoscenza delle cause di malattia e dai moderni sistemi di indagine. (da CARDIOtool, Medifarma Web))
L’ISTRUZIONE E LE CASE DELLA VITA
Da numerose iscrizioni sappiamo che gli insegnamenti “professionali” venivano spesso trasmessi dai genitori ai figli. Nonostante questo, ci sono pochissime evidenze dirette di medici figli di medici nell’Antico Egitto (ed anche queste oggetto di accesi dibattiti vista la presenza di nomi comuni e ricorrenti), ed è di per sé molto curioso.
La Stele di Iuny all’Ashmolean Museum, uno dei pochi esempi di medico figlio di medico: nel registro inferiore sono rappresentati il medico Huy e suo figlio, il medico Khay (XIX Dinastia, Ashmolean Museum cat 1883.14)
Huy deve essere stato un ottimo esempio per i suoi figli, perché al Louvre è conservata un’altra stele, sempre di Iuny, in cui viene rappresentato con un altro figlio, Kha-em-waset, anch’egli definito come “medico” (Louvre, stele c89)
Diventa ancora più curioso considerando un riferimento che si trova nel Papiro Ebers, dove viene menzionato che:
“Tu preparerai per lui (il paziente) medicine il cui segreto deve essere mantenuto dal medico tranne che nei confronti della propria figlia”. Perché proprio alla figlia non ci è dato sapere…
Possiamo immaginare comunque che l’esperienza venisse tramandata sia verbalmente sia tramite i papiri medici, che vedremo nel dettaglio. Si presume che i medici più facoltosi avessero le proprie copie di tali papiri, ma sicuramente le copie erano disponibili nelle cosiddette “Case della Vita” (“Per-Ankh”), che erano ubicate nei pressi dei maggiori templi delle città (Bubastis, Edfu, Abydos, Sais, Dendera, Deir el Bahari, Philae per nominarne alcune). Galeno scrisse nel II secolo che i medici greci visitavano ancora la biblioteca medica di Menfi, una diretta testimonianza del ruolo delle “Case della Vita”.
La ricostruzione di Jean Claude Golvin del tempio di Horus a Edfu. Si pensa che gli orti a fianco del tempio costituissero una delle fonti primarie di erbe per i medicamenti utilizzati
A lungo si è discusso se si trattasse di “università mediche”. In realtà si trattava di istituzioni un po’ a cavallo tra gli “scriptorium”, le biblioteche e consessi di sapienti che disquisivano anche di medicina, se vogliamo. Si sa però che a Sais esisteva una vera e propria scuola di ostetricia, molto più vicina alle istituzioni “moderne”.
Ad est del Palazzo Reale di Akhetaton, vicino al Palazzo della Corrispondenza del Faraone (dove furono trovate alcune delle “Lettere di Amarna”), sorgeva anche la “Casa della Vita”, che occupava gli edifici Q42.19 e 20. Lo sappiamo da alcuni mattoni ritrovati che portano impresso il timbro della “Per-Ankh”. A destra: una vista aerea di ciò che rimane della “Casa della Vita” di Akhetaton
Si immagina che i pazienti si recassero alle Per-Ankh per farsi visitare; ovviamente era d’uso che il paziente facesse un’offerta al tempio prima della visita ed anche (eventualmente) come ringraziamento per la guarigione.
Una statuina di Imhotep, il leggendario fondatore della Casa della Vita di Menfi
La Per-Ankh più famosa e rinomata era quella di Menfi, fondata da Imhotep in persona, mentre quella di Sais, come abbiamo visto, era dedicata alle malattie ginecologiche ed alla formazione delle ostetriche
Dai ritrovamenti archeologici si pensa che le principali Per Ankh avessero un orto in cui venivano coltivate le principali erbe medicamentose utilizzate. Si ritiene che i medici preparassero da soli i propri medicamenti, tramandando conoscenze da padre in figlio che esulavano dai testi “standard”. Soltanto a corte esistevano dei “farmacisti” addetti alla preparazione dei medicamenti.
Per quanto riguarda la parte “pratica” e…monetaria, sappiamo che nei villaggi degli artigiani e nell’esercito i medici erano pagati direttamente dallo Stato o dai templi e non esisteva un esercizio privato della professione, ma al di fuori di questo contesto si hanno ricevute di pagamenti per le cure anche abbastanza ingenti – soprattutto nel periodo Ramesside.
A Dendera era presente un ben definito sanatorio, ubicato vicino al mammisi, ma di epoca tolemaica
È possibile che questi pagamenti fossero per le preparazioni più che per la diagnosi in sé; secondo Diodoro Siculo i medici che seguivano la legge e non percepivano compensi per le diagnosi non erano perseguibili in caso di morte o menomazione del paziente, mentre in caso contrario dovevano andare sotto processo con rischio di pesanti sanzioni fino alla pena capitale.
Per tutto il periodo predinastico e dinastico, la vita e la morte in Egitto dipendevano dal Nilo, e dalla sua annuale esondazione che donava il fertile limo ai terreni assetati che lambiscono il deserto. Iniziava a metà luglio e terminava a ottobre (stagione di “akhet”).
Poche immagini posso rendere l’idea dell’Antico Egitto come questa, presa a Dashur: fin dove arriva il Nilo c’è la vita; oltre solo il deserto e la morte
Se il Nilo esondava troppo poteva creare problemi anche alle città; se esondava troppo poco causava mancanza d’acqua e carestia. Una situazione che ha sicuramente facilitato la nascita di pratiche magico-scaramantiche per cercare di evitare carestie come quella disastrosa che avvenne per ben 7 anni sotto il regno di Djoser e che rimase nell’immaginario fino all’epoca tolemaica, a cui risale la “Stele della Carestia” che ancora la ricordava e la paventava.
La “Stele della Carestia” di epoca tolemaica ma che narra gli eventi successi sotto il Faraone Djoser.: “Il dolore mi aveva inchiodato al mio trono e le persone intorno a me erano tristi. Il mio cuore soffriva perché durante il mio regno il Nilo non era risorto a tempo debito da sette anni. La coltivazione dei cereali era scarsa, i semi si seccavano per terra e non c’era cibo a sufficienza. I bambini piangevano, i giovani svenivano e gli anziani si rannicchiavano a gambe incrociate sul pavimento.”
Anche nella piramide di Unas, un rilievo murale descrive gli effetti della carestia, un evento da scongiurare a tutti i costi.
Scena della carestia dalla piramide di Unas
La base della coltivazione egizia era la cosiddetta “aroura”, cioè un appezzamento di circa 2700 metri quadrati, capace di produrre probabilmente con il solo grano (al netto di tasse e perdite varie) circa 2600 kcal al giorno, sufficienti a nutrire una singola persona.
A ciascun contadino ed al suo nucleo familiare veniva normalmente assegnato un terreno di 20 “aroure”, capace di sfamare 20 adulti e di barattare il surplus con altre cose. Negli anni di piena normale del Nilo, si calcola che la coltivazione del grano avrebbe potuto sfamare 4 milioni di persone, rendendo l’Egitto Faraonico una formidabile potenza economica ed una fonte di cereali sfruttata fino all’epoca romana ed oltre.
Nella gestione dei lavoratori “statali”, ognuno riceveva una razione giornaliera ben precisa e la razione aveva il valore di salario: l’eccedenza poteva essere scambiata con altri beni o servizi.
La posizione dell’Wadi Hammamat, da cui provengono molte informazioni sulle razioni dei lavoratori
Sono particolarmente interessanti, ad esempio, le iscrizioni rupestri dell’Wadi Hammamat, che contengono i ragguagli sulle razioni distribuite ai componenti delle spedizioni faraoniche per raggiungere le cave o il Mar Rosso nel Medio Regno, che potevano contare fino a 17,000 uomini come nel caso di Ameni sotto Sesostri I. In questo caso il capo spedizione riceveva 200 pani e 5 misure di birra, mentre a scalare gli alti dignitari, gli ufficiali ed i funzionari ricevevano 100 pani e 3 misure di birra fino ad un minimo di 15 pani e 3/4 di misura di birra per i cacciatori e l’armaiolo, 20 pani e 1/2 misura di birra per lo scultore mentre per gli operai c’erano 10 pani e 1/3 di misura di birra a testa. È possibile che i dignitari avessero le famiglie al seguito, oppure che ricevessero il loro compenso al ritorno.
Ogni spedizione che completava il viaggio iscriveva il suo “rapporto”
Anche i minatori di Sethi I alle cave di Silsileh ricevevano 1.8 kg di pane al giorno, ma questa volta accompagnati da due cesti di verdure ed un arrosto di carne.
Le cave di Silsilah, da cui provengono altre informazioni sulle razioni giornaliere dei lavoratori nel Nuovo Regno
Ci è pervenuto anche un rapporto sulle consegne a Deir el Medina, da cui si evince che i capicantiere e gli scribi ricevevano l’equivalente di 48,000 kcal/giorno e via via a scendere, con i guardiani che ne ricevevano 29,000, i ragazzi 12,800 ed i semplici portatori d’acqua 9,600.
I medici – a sorpresa – sono in fondo a questa “classifica”, con solo 8,000 kcal/giorno, ma con ogni probabilità perché la loro mansione era una “aggiunta” ad altre, soprattutto a quella di scriba.
Il consumo di cibo medio durante il periodo dinastico era tra i 500 ed i 600 grammi – comparabile a quello dell’attuale America latina – prevalentemente pane di farro, lenticchie, ceci, lattuga, porri, ravanelli, aglio. Nella zona del Delta era comune una sorta di pane fatto con il loto essiccato.
Preparazione del pane, Antico Regno
Di norma si facevano tre pasti al giorno, fossero anche solo fatti di pane, frutta e birra. Un proverbio egizio racconta che “non mangiamo fino a quando non siamo affamati e non mangiamo fino ad essere sazi”. L’eccesso di cibo era considerata una causa di malattia.
Alcune delle pagnotte ritrovate invece nella tomba di Tutankhamon
Esclusa una quantità di proteine spesso non sufficiente, la dieta egiziana era decisamente sana, a tal punto che i greci, che approfondirono i contatti con la civiltà egizia dopo Alessandro Magno, ne furono stupiti attribuendola ai medici locali.
Una tavola di offerte dalla tomba di Nebamun ci fornisce un’idea della varietà alimentare egizia: si distinguono delle pagnotte, un cuore (di bue?), dei fichi, delle zucche, la testa e la zampa di un bovino, un’anatra arrostita, dei grappoli d’uva, dei favi per il miele. Le giare con il vino sono posizionate sotto la tavola
La frutta comprendeva datteri, fichi, uva e meloni. Veniva prodotto olio di sesamo, birra d’orzo e vino; il miele veniva usato come dolcificante.
Raccolta e conservazione del miele, dalla “Tomba delle api”, TT279, tomba di Pabasa, El-Assasif (foto Tiziana Giuliani). “Il dio Ra pianse, le lacrime scese dai suoi occhi caddero a terra e si trasformarono in api. Le api fecero il loro alveare e si operarono con i fiori di ogni pianta per produrre miele e cera. Così anche il miele e la cera d’api fuoriuscirono dalle lacrime di Ra”. Papiro Salt 825
La principale fonte di proteine era ovviamente il pesce, che veniva consumato in tutti i modi e costituisce l’unica derrata, oltre i cereali, che veniva distribuita come un componente normale della razione ed implicitamente del salario.
Una delle specie di pesce distribuita che è stata identificata era lo Synodontis schall, una sorta di pesce gatto poco pregiato. Si potevano tuttavia pescare nel Nilo (ma anche dalla zona marina del Delta) molte altre specie tra cui la tilapia nilotica, che divenne un simbolo della generosità del Grande Fiume. Era considerato fondamentale la rimozione delle interiora per prevenire le malattie. Secondo Erodoto, era un cibo impuro per i sacerdoti.
Cattura di uccelli palustri per mezzo di due reti esagonali calate in acqua, dalla Raccolta di disegni dell’antico Egitto di Ippolito Rosellini presso la Biblioteca Universitaria di Pisa
La carne di qualunque tipo era un lusso riservato ai ricchi; c’erano pochi pascoli, la maggior parte di essi nella zona del Delta, visto che lo spazio coltivabile era preziosissimo nella stretta del deserto. Si allevavano mucche, pecore, capre e maiali, anche se il maiale era considerato poco sano e riservato alle classi meno abbienti, ed insieme al pescato del fiume la loro carne veniva essiccata e salata.
Datteri dalla tomba di Kha e Merit, Museo Egizio di Torino
La caccia ad anatre, oche e quaglie era riservata alla nobiltà e ne abbiamo molte testimonianze nelle tombe dei nobili tebani.
Menna e la sua famiglia cacciano e pescano (dalla tomba TT69)
L’acqua proveniva ovviamente dal Nilo ed era considerata superiore a qualunque altra forma d’acqua al mondo; veniva inviata ai nobili all’estero in giare di terracotta. In Egitto, l’acqua era trasportata in sacche di pelle di capra e, se possibile, bollita prima dell’uso.
Latte e birra erano le bevande più comuni, mentre il vino era troppo costoso per le persone comuni; tuttavia ci sono diversi riferimenti all’ubriachezza che era considerata estremamente poco dignitosa per qualunque persona. Da notare che il latte umano (soprattutto se proveniente da una donna che aveva partorito un maschio) era usato a fini terapeutici.
Abbiamo visto come le principali fonti di informazioni sulle abitazioni egizie ci vengono fornite dai villaggi degli artigiani che non sono più stati “sepolti” dalle generazioni successive.
Nessuno di questi villaggi aveva dei pozzi: l’acqua era portata con dei contenitori dal Nilo e furono costruite delle cisterne comuni.
La zona per lavarsi con lo scarico delle acque reflue in una ricostruzione di James Dunn
La pulizia personale era considerata di importanza basilare e sia ricchi che poveri cercavano di lavarsi il più spesso possibile. Spesso una stanza della casa era adibita proprio a questa funzione, con un pavimento in pietra liscio e leggermente inclinato per far defluire l’acqua.
Non si conosceva il sapone, ma un surrogato formato da calcite, natron, sale e miele veniva usato come una sorta di scrub. Le donne cercavano di mantenere la pelle morbida con unguenti ed olii aromatici.
Famosi sono i coni di grasso animale impregnati di profumi che venivano collocati sulle parrucche dei più facoltosi durante i banchetti o altre cerimonie e che, sciogliendosi, liberavano le loro essenze.
Coni profumati sulle teste di giovani donne, tomba di Nebamun
Venivano utilizzati anche deodoranti, che secondo gli scritti pervenuti fino a noi, erano creati con la polpa di carruba o con incenso.
Sia uomini che donne si radevano il corpo per motivi igienici (i parassiti erano estremamente frequenti); gli uomini si radevano spesso anche la testa. Un’eccezione era composta dai pastori, spesso raffigurati con lunghe barbe.
Non ci sono evidenze di malattie veneree, anche se la prostituzione era presente come in tutta la storia umana.
All’interno delle case, vicino alla camera da letto che costituiva la stanza più riservata della casa e spesso posizionata nella zona sud-ovest, una o più stanze fungevano da bagno, latrina e ripostiglio.
Le zone in cui lavarsi, con il pavimento in lastre di pietra, sempre da abitazioni di Akhetaton
Il “bagno” era dotato di un pavimento in lastre di pietra leggermente inclinato, con le pareti rivestite fino a una certa altezza (circa mezzo metro) con lastre di pietra grezza per proteggere dall’umidità e dagli schizzi.
Il drenaggio delle acque reflue veniva fornito posizionando un catino sotto uno scarico che raccoglieva l’acqua veicolata dall’inclinazione del pavimento, o talvolta tramite canali di drenaggio che attraversavano il muro esterno irrigando l’eventuale giardino intorno alla casa o scaricando direttamente nella sabbia del deserto. In mancanza di un sistema di acqua corrente, si immagina che l’acqua venisse versata da un inserviente posizionato dietro un basso muretto che separava la “zona doccia” dalla latrina.
I bisogni corporali venivano “espletati” normalmente su sedili di mattoni o di legno sotto i quali veniva posta una sorta di pitale oblungo riempito di sabbia o un vaso in terracotta chiudibile con un coperchio.
L’aspetto delle latrine egizie, con lo spazio per un vaso al di sotto della seduta
Le case più raffinate potevano avere sedili per i bisogni in pietra o ceramica, posti su grandi contenitori, sempre con della sabbia.
Uno dei primi sedili pervenuti fino a noi
Sedile in pietra calcarea, periodo di Amarna
E qui siamo al Museo Egizio di Torino, nella zona dedicata alla tomba di Kha e Merit: a destra la scatola dei cosmetici di Merit, e a sinistra il sedile per i bisogni della coppia
Una riproduzione moderna del sedile di Kha e Merit
I rifiuti venivano regolarmente portati in discariche all’esterno dei villaggi.
Ogni aspetto della vita quotidiana doveva avvicinarsi alla “Ma’at”, mantenendo un decoro ed un ordine che ebbero effetti positivi sulla salute degli Antichi Egizi.
Prima di addentrarci nella medicina egizia vera e propria, è doveroso fare degli accenni alle condizioni di vita degli Antichi Egizi, visto che ovviamente influenzarono la loro salute nel bene e nel male.
La Terra di Kemet, quella sottile striscia verde ai lati del Nilo circondata dal deserto, è stata densamente abitata in tutto il periodo dinastico. Si stima che la massima popolazione sia stata di circa 2,5 milioni di persone sotto Ramses II, la maggior parte contadini non proprietari, dipendenti per la loro sopravvivenza dalle piene del Nilo.
Da una parte c’erano ovviamente le tenute agricole lungo le sponde del Nilo, in cui il proprietario viveva in masserie non lontane da quelle dell’inizio del secolo scorso, e dall’altra la vita nelle città, in cui lo spazio era poco e bisognava sfruttarlo al meglio
LE CASE EGIZIE
L’abitazione ordinaria più comune nel primo Egitto predinastico era la capanna rotonda costruita con pali, canne e fango. Progressivamente questa forma fu sostituita da quella quadrata, che consentiva di gestire meglio lo spazio, soprattutto nelle zone più densamente abitate. I materiali cambiarono inoltre nel tempo, introducendo i mattoni di fango essiccati al sole che costituivano un mezzo di costruzione più stabile e duraturo, a bassissimo costo. Lo svantaggio di questo materiale è la sua relativa fragilità, ragion per cui pochissime abitazioni “originali” sono pervenute fino a noi. C’è anche da tener conto che spesso si ricostruiva più e più volte sullo stesso luogo, rendendo molto difficile capire la “cronologia” abitativa delle città. Per questo motivo i luoghi ove non si è più costruito (i villaggi degli artigiani e Akhetaton) sono state le fonti più preziose di informazioni sulle abitazioni egizie.
Il villaggio degli artigiani di Deir el Medina presso la Valle dei Re (Foto Stig Alenas)
Deir el Medina (ricostruzione di Jean Claude Golvin)
Anche i modellini di case o di ambienti specifici sepolti con i loro proprietari ci danno un’idea delle abitazioni “normali”, rivelandoci che spesso il giardino era la zona della casa di cui gli egizi che potevano permetterselo erano più fieri – probabilmente denotando immediatamente il loro status sociale.
Da notare che nell’Antico Egitto non esisteva la “piazza” a cui siamo abituati nell’urbanistica europea; la funzione di zona sociale ed aggregante era svolta in genere dal cortile dei templi.
La maggiore concentrazione di persone avveniva durante la costruzione delle opere statali, quali i monumenti funerari, in occasione delle piene del Nilo, durante le quali non si poteva lavorare la terra. Abbiamo tracce di abitazioni progettate per almeno 4,000 persone vicino alla piramide di Chefren a Giza (anche se si immagina che la piana accogliesse fino a 100,000 persone contemporaneamente).
Il villaggio degli artigiani che lavoravano nella Valle dei Re a Deir-el-Medina, attivo per almeno 450 anni ci mostra un esempio di tali agglomerati. Le case degli operai erano in mattoni di fango; quelle dei sovrintendenti e dei funzionari avevano le basi delle pareti in pietra. Le abitazioni più grandi avevano una zona di soggiorno separata dalle stanze da letto e dalla cucina.
A Deir el Medina si possono ancora riconoscere i vari ambienti in cui era divisa l’abitazione tipica degli artigiani; in alcuni casi è sopravvissuta anche la scala che portava al tetto della casa
Resti di una casa popolare ad Akhetaton
Spesso il tetto, piatto, sostenuto da una o più colonne ed a cui si accedeva tramite una scala esterna, veniva adibito a zona di relax coprendolo con una tenda o un pergolato.
Ricostruzione di una casa egizia con il terrazzo adibito a zona di relax
Il villaggio degli artigiani ad Akhetaton aggiunse un laboratorio all’esterno, probabilmente per la lontananza dagli altri centri abitati e la necessità di produrre tutto “in loco”.
La pianta del villaggio degli artigiani di Akhetaton mostra 72 abitazioni tutte uguali + due più grandi (angoli in basso) per i supervisori. Si nota l’assenza di qualsiasi piazza.
La ricostruzione del villaggio degli artigiani di Akhetaton di Jean Claude Golvin
Una stanza era dedicata alla possibilità di lavarsi; canali di drenaggio in pietra correvano lungo le strade.
Gli operai e le persone meno specializzate avevano di solito abitazioni con uno o due ambienti al massimo, e spesso i loro occupanti dormivano all’aperto utilizzando l’abitazione come deposito. In ogni caso veniva suggerito di mantenere la massima pulizia all’interno delle case. Ovviamente le persone più abbienti potevano permettersi abitazioni più ampie, spesso su due piani, quasi sempre con un giardino ed una piscina interna.
Gli ambienti di una casa egizia: da sinistra l’ingresso con un piccolo altare (di solito anch’esso costruito con mattoni di fango), una stanza di soggiorno, una stanza di disimpegno che poteva essere utilizzata anche per lavarsi o adibita a dispensa e la cucina, collegata ad una cantina e con la scala per salire sul tetto (disegno Marion Cox)
Le porte erano in legno e si aprivano direttamente sulla strada. Le finestre erano piccole e poste in alto, per permettere di far uscire l’aria più calda. Erano chiuse solo da persiane in legno o da tende.
Il bestiame, inizialmente tenuto all’interno del villaggio, fu successivamente spostato in recinti all’esterno, presumibilmente per migliorare le condizioni igieniche.
Ricoveri per gli animali all’esterno del villaggio degli artigiani di Akhetaton
Soprattutto i “cantieri statali” ci offrono preziose informazioni sugli interventi medici dell’epoca: come vedremo in dettaglio esisteva un responsabile medico per gli artigiani ed uno per i servi; si teneva conto delle assenze e delle rispettive cause. Sappiamo quindi che un certo Nebnefer era malato perché punto da uno scorpione e che un poveretto di nome Tementu era stato picchiato dalla moglie tanto da non poter lavorare…
Una delle case più famose d’Egitto: l’abitazione/laboratorio dello scultore Thutmosi, autore del busto di Nefertiti (ricostruzione Dominic Perry)
In caso di “infortunio sul lavoro” lo Stato si prendeva cura delle spese delle cure e del mantenimento della famiglia dell’operaio fino a quando non poteva rientrare al lavoro. In caso di incapacità permanete al lavoro esisteva una sorta di “pensione di invalidità”.
Pianta di un’abitazione nobile di Akhetaton. Anche qui manca il concetto di “piazza” o “cortile”: l’edificio principale è al centro ed intorno ad esso si snodano il giardino, le abitazioni del personale e gli edifici di servizio, circondati da un muro in mattoni.
Questo non vuol dire che non esistessero la povertà e la fame, ma lo stato sociale dell’Antico Egitto era sicuramente molto più avanzato di come avremmo potuto immaginarlo.