Mai cosa simile fu fatta

EPOCA PREDINASTICA: IL VASELLAME

Di Karol Bossi

Titolo: Vaso doppio a ingobbio rosso con decorazione in bianco, , Epoca Predinastica, Naqada I (4300-3700 a.C.).

Ubicazione: Fondazione Museo delle Antichita Egizie

Città: Torino

Paese: Italia

Periodo/Stile: Predinastico (I-II dinastia)

Note: Argilla, 18,3 x 25 x 12 cm. Inv. S. 1823

Foto Scala, Firenze/FMAE, Torino

Tra i beni di consumo maggiormente rappresentati sia nelle necropoli che negli abitati, la ceramica meriterebbe particolare attenzione dacché non ha valore casuale ma rappresenta per le diverse forme e tipologia e per le loro evoluzioni, un ” fossile guida ” nell’ intessuto archeologico, considerando ulteriormente che sono frequenti i ritrovamenti negli scavi e che focalizzano pertanto la datazione delle sepolture e delle fasi abitative.

Per l’Egitto predinastico si segue un sistema di sequenza cronologica (sequence dating) definito con precisione da uno dei padri fondatori dell’archeologia egiziana, Flinders Petrie (1853 – 1942), improntato sulla distinzione in diverse “classi” e sulla loro evoluzione tipologica:

  • “Classe ” C” decorazioni bianche su fondo rosso.
  • Classe “P” rosso lucida.
  • Classe”B” a bocca nera.
  • Classe “F” forme particolari.
  • Classe”R” ceramica grossolana .
  • ClasseN” nera incisa , già presenti nella prima fase di Naqada.
  • Classe “D’ decorazioni rosse su fondo crema
  • Classe”W” ad anse ondulate.
  • Classe “L’ tarda, più tipiche del Naqada Il e III .

Fonte: “Museo Egizio” – Editore Franco Cosimo Panini

Mai cosa simile fu fatta, Predinastico

IL COLTELLO DI GEBEL ARAK

Di Grazia Musso

Quest’opera predinastica è uno dei capolavori degli inizi dell’arte egizia.

Il manico d’avorio di ippopotamo presenta già alcune peculiari dell’arte egizia successiva.

Su un lato la successione degli eventi si svolge su due registri successivi, e mostra la lotta fra due gruppi di uomini; nei registri in basso i vedono i cadaveri fra le loro navi.

Sull’altro lato un personaggio barbuto in abiti mesopotamici, probabilmente ispirato da raffigurazioni su sigilli, riflette il tema del genio o dell’eroe, che doma le fiere.

Al di sotto di vedono cani domestici, leoni e stambecchi.

Naqada II (3800-3200)

Avorio

Altezza 25,5 cm.

Parigi, Museo del Louvre E 11517

Fonte:

Antico Egitto di Maurizio Damiano -Electa

Mai cosa simile fu fatta, Predinastico

TAVOLOZZA A FORMA DI PESCE

Di Grazia Musso

Epoca predinastica

Ardesia

Altezza 4,8 cm.

Lunghezza 14,4 cm

Acquisto di E. Schiapparelli S. 613

Museo Egizio di Torino

Il pesce, di cui la tavolozza riproduce la sagoma, presenta alcuni elementi che contribuiscono a definire la natura dell’animale. Particolare attenzione è stata rivolta alla resa delle pinne dorsali e di quella caudale, le cui singole parti sono indicate per mezzo di sottili incisioni nella pietra.

Alla cultura di Naquada (I e II) risalgono le tavolozze in ardesia usate per macinare i pigmenti di origine minerale (malachite e galena) con cui si produceva il belletto per truccare gli occhi.

Si tratta di sottili lastre di pietra scura il cui contorno riproduce, in linee semplici ed essenziali, l’aspetto di diversi animali tipici della Valle del Nilo, quali pesci, uccelli e tartarughe.

Le finalità di queste tavolozze è desunta dalla presenza, su alcuni esemplari, di tracce di pigmento colorato con cui sia gli uomini che le donne usavano contornare gli occhi per proteggerli dalla forte luce solare, dalla sabbia e dagli insetti..

Dopo essere state usate in vita, le tavolozze entravano a fare parte del corredo funerario del loro proprietario, chiuse all’interno di tombe che le hanno conservate intatte per millenni sino alla loro scoperta.

È tuttavia probabile che a partire dal tardo periodo Predinastico almeno gli esemplari più elaborati avessero perso il loro significato pratico e originario e fossero invece destinati ai templi, dove venivano deposti come ex-voto dai fedeli.

Comunque, indipendentemente dalla loro destinazione d’uso, questi antichi oggetti con le loro forme stilizzate sono una chiara dimostrazione della grande capacità di astrattismo elaborata dagli artigiani di quell’epoca, autori di oggetti di uso quotidiano realizzati come opere d’arte.

Fonte:

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Electa

Mai cosa simile fu fatta

STATUETTA DI UOMO BARBUTO

Di Grazia Musso

Epoca predinastica, Naquada I, amarziano

Scisto

Altezza cm 31,5

Larghezza cm 7

Profondità cm 5

Gebelein

Lione, Museum d’Histoire Naturelle, 90000172

Gli oggetti risalenti alla cosiddetta epoca Naquada sono di grande qualità.

Alcune tecniche, come il taglio di alcune pietre dure, avevano già raggiunto un livello di perfezione e non furono mai abbandonate

Tra le produzioni artistiche del periodo, si distinguono due tipologie principali di statuette.

Accanto alle figure femminili spesso realizzate in terracotta, ritroviamo alcune effigi di uomini barbuti dalle linee semplificate e intagliate in vari tipi di pietra.

Il “barbuto” di Lione, ritrovato a Gebelein, a sud di Luxor, è un pezzo notevole: il viso forma una losanga nella quale sono rappresentati solo gli occhi.

Due incisioni disposte a spina di pesce segnalano la crescita della barba, o forse la bocca o il mento.

La testa è ricoperta da un copricapo che termina in forma di bulbo

Alcuni egittologi, probabilmente a ragione, vedono nel copricapo il prototipo della corona bianca che in seguito sarebbe divenuta l’attributo definitivo del sovrano dell’Alto Egitto.

Il corpo di questo uomo barbuto è delineato in maniera sommaria; ciò nonostante, il trattamento delle spalle potrebbe suggerire la presenza di una cappa drappeggiata oggi scomparsa.

Si trattava forse già del mantello che i sovrani dell’epoca storica indossavano in occasione del loro giubileo, lo Heb-Sed?

Fonti

I Faraoni a cura di Cristiane Xiegler – Bompiani

Bibliografia, Bovor, p. 87 I.F.

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IL PREDINASTICO

Di Grazia Musso

Con il periodo Predinastico dell’Egitto si intende la fase precedente alla formazione dello stato unitario egizio.

Il periodo inizia nel 4900 a.C. e attiva fino al 3060 a. C., con il paese suddiviso nei due regni: Alto e Basso Egitto.

Comprende le culture in cui è suddiviso il Neolitico egiziano.

Esse si sviluppano in epoche e aree differenti, e per le loro caratteristiche possono essere suddivise in due periodi maggiori: il Predinastico Antico e il Predinastico Recente.

Di seguito si fanno riferimenti cronologici e delle culture:

  • Il Predinastico Antico ( 5500-4000 a.C.) comprende il Bariano, Amratiano ( detti anche Naquada I); Merimdiano, Omariano, Shamarkiano.

  • Il Predinastico Recente (4000-3500 a.C.), comprende Gerzeano (Naquada II); Meadi Post-Shamarkiano.

Alla fine del Predinastico si distingue il Protodinastico, o Naquada III.

Naquada, località dell’Alto Egitto, che ha dato il nome a una cultura predinastica, per la scoperta di tombe di questo periodo alcuni chilometri più a nord.

Gli scavi nelle necropoli, portati avanti da Petrie e Quibell nel 1896, hanno fatto luce sulle sulle fasi neolitiche dell’Alto Egitto chiamate Naquada I e Naquada II, oggi descritte anche come Amratiano e Gerzeano.

L’Amratiano (4780-3900 a.C.) è caratterizzato da una ceramica rossa, lucida, decorata con disegni bianchi di figure umane filiformi, all’apparenza danzanti; lo stesso stile filiforme si trova negli animali e nelle piante che decorano il vasellame.

Ciotola del periodo Naquada I.
Intorno a a un lago, i pesci sono al centro, i caprinidi sono condotti da uomini (uno con arco e freccia), sulla riva si vedono le capanne.
Ciotola d’argilla con ingobbio rossastro, decorazione bianca.
Naquada I (4780-3900 a. C)
Diametro 17 cm
Museo Egizio di Torino, S 1827

Gli animali sono soprattutto fluviali, con preponderanza di coccodrilli e ippopotami, talvolta, novità assoluta, in rilievo.

Tipiche del periodo sono anche le figurine umane, che recano disegni che si riferiscono probabilmente a tatuaggi o scarnificazioni in uso presso gli Amratiani.

Nel Periodo Gerzeano (3800-3300 a.C.) appaiono i vasi colore crema di cui sono disegnati, in colore bruno, animali, figure umane danzanti e mascherate, piante, spirali, ma soprattutto i battelli tipici del periodo.

Piccola anfora: la composizione verticale anticipa i registri sovrapposti delle epoche posteriori.
In alto, una nave con due cabine è decorata sulla prua da un ramo, in basso un’insegna su palo si trova fra due capanne, ai lati degli alberi.
Naquada II (3800-3200 a.C.)
Argilla chiara, decorazione rossa
Altezza 15,4 cm
Diametro massimo 10,4 cm.
Museo Egizio di Torino S 413

Con il nome di fase di Naquada III viene oggi designato il periodo fra il 3300 e il 3100, ossia il Predinastico Recente, fase di transizione tra la fine del Neolitico (Naquada II) e l’inizio dell’epoca storica con la Prima Dinastia.

Si tratta del periodo dei primi “Horus” (Dinastia O), i sovrani cui si deve la formazione dell’Egitto che,unificato, entrerà nella storia.

A Naquada alcune tombe, le più grandi e ricche, formano un cimitero a parte “Cimitero T”, e non è inverosimile l’ipotesi che si possa trattare delle tombe dei primi sovrani della Valle del Nilo culturalmente e forse politicamente unità.

Testa maschile: è una delle più antiche rappresentazioni dell’uomo, capelli e barba venivano realizzati con veri peli umani, un bastone inserito nel foro inferiore ne faceva, forse, un feticcio magico-religiosa o un bastone di potere
Da Merimda; Merimdiano (5100-4100 a.C.)
Terracotta dipinta
Altezza cm 10,3.
Museo Egizio del Cairo, JE 97472

Nell’area di trova anche l’antico insediamento arcaico, fondato almeno nel 3600 a.C. che fu il principale centro dell’Alto Egitto, prima di essere superato da Abydos e Hierakonpolis.

Questa città fortificata, oggi nota come “Città Sud”, era l’egizia Nubt, il cui nome vuole dire “oro”, con probabile allusione alle miniere aurifere del Deserto Orientale che all’epoca erano ancora ricche, Naquada fu nota più tardi come Ombos

Fonti:

  • Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano-Appia – Mondadori
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
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IL NEOLITICO

Di Grazia Musso

Testo e fotografie di questo post sono tratte dal Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane. Maurizio Damiano – Appia Mondadori

Periodo storico che separa il Paleolitico dall’epoca storica

In esso troviamo già un sistema sociale ben formato, che doveva aver richiesto migliaia di anni per la sua elaborazione.

Nelle incisioni e pitture rupestri sahariane si trovano tutti gli elementi religiosi ( uomini a testa di animale, bovidi celesti col sole fra le corna ecc…) che saranno presenti in Egitto e in Nubia.

In seguito al lento disseccarsi del Sahara (fra il V e il III millennio a.C.), le bande di raccoglitori-cacciatori ( e per il Neolitico, pastori e agricoltori) cominciano a convergere verso la Valle del Nilo, unica fonte d’acqua perenne dell’ Africa Nord-Orientale.

Queste popolazioni non vivevano comunque presso il fiume, ma nella savana che lo circondava..

Furono questi nomadi e seminomadi a creare le prime culture distinguibili grazie a diversi utensili litici, che nelle epoche precedenti erano simili su estensioni vastissime.

E fu in quest’epoca lontana che iniziarono a distinguersi i differenti modi di vita che avrebbero caratterizzato tutta la storia egizia, per non parlare dei nostri giorni: nomadismo del deserto e seminomadismo o stanzialismo della Valle.

Molte teorie hanno posto l’origine della “rivoluzione” del passaggio dal Paleolitico al Neolitico nel vicino Oriente, ma le ultimissime scoperte, tra cui quelle delle spedizioni Negro/Damiano -Appia del 1992/1994 nel Deserto Occidentale, inducono a maggior prudenza; in effetti sono state rinvenute migliaia di pietre da pastoia(prova dell’uso di animali che le incisioni rupestri ci dicono appartenere a specie selvatiche) associate a siti del Paleolitico Terminale.

Un’ulteriore prova del fatto che in quest’area (fra le altre) avvenisse il delicato passaggio verso il Neolitico è data dal rinvenimento di migliaia di utensili tipicamente appartenenti al Paleolitico Terminale associati a una ceramica estremamente grezza, che rappresenta probabilmente uno dei primi esperimenti del genere.

Si tratta forse del più antico vasellame d’Africa, precedente alla ceramica decorata con linee ondulate ottenute punzonando l’argilla con spine o lische (“Dotted Wavy Line”), base su cui si svilupparono i molteplici tipi del Neolitico.

Ceramiche dotted wavy line (linea ondulata a puntini) e con motivo a zigzag provenienti dal sito di El-Goz, sud di Khartoum, Sudan

Troviamo la “Dotted Wavy Line” nel Mesolitico di Khartoum, che precede le altre culture nilotiche nell’introduzione della ceramica.

Le esperienze paleolitiche e mesolitiche, con la loro enorme durata, rappresentano un’era di pieno successo dal punto di vista ecologico: la popolazione si mantenne mediamente stabile per centinaia di migliaia di anni e gli sviluppi tecnologici furono lenti, quindi ritmi e regimi di vita erano in equilibrio perfetto con l’ambiente; il passaggio al Neolitico va interpretato come l’innesco di un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili, che portò alla rottura d gli equilibri in atto.

Da un regime di sostentamento giornaliero si passò a uno di immagazzinaggio; ciò portò a un incremento demografico cui seguì inevitabilmente un accresciuto fabbisogno; di innescò il meccanismo consumistico della cosiddetta “civiltà”, con fondazione di raggruppamenti sempre più grandi (famiglia, tribù, villaggio, città, stato ecc…) e ovvie conseguenze nefaste sull’ambiente.

In Nubia si creò un nuovo equilibrio uomo/ambiente basato sui ritmi neolitici, che furono mantenuti fino all’arrivo della cultura occidentale, nel secolo scorso; in Egitto, al contrario, si posero le basi di quei meccanismi poi adottati dalla “cultura occidentale”, basati su uno stato burocratico, accentratore, sulla produttività e cedente il fabbisogno locale e sul consumismo, creazione di agglomerati urbani, sfruttamento delle risorse ambientali fino al loro sconvolgimento o alla loro distruzione.

Fra le culture che occuparono le aree neolitiche e i deserti circostanti fra l’VIII e il IV millennio a.C. vanno citate le più notevoli

In questo periodo il Deserto Occidentale si riempì di siti abitativi intorno ai punti d’acqua (Gran Mare di Sabbia, Nabta Playa).

Una suggestiva immagine di Nabta Playa

Questi periodi si alternarono a momenti di aridità in cui i siti furono abbandonati.

Anche le oasi videro svilupparsi culture particolari che spesso fungevano da filtro fra quelle sahariane e quelle nilotiche (Farafra).

In Egitto si svilupparono culture specifiche in molti siti, che si possono raggruppare in due gruppi principali, del nord e del sud.

Al nord fiorirono le culture di Merimda, Inari,Meadi, del Fayyum, mentre al sud quelle di Bari, dell’Amratiano, del Gerzeano (dette, queste ultime di Naquada).

Contemporaneamente, in Alta Nubia fiorirono le culture di Shaheinab, della Variante di Khartoum, di Shendi (El Ghana), Shamarkiana, ancora di Shendi (El Kadada), e in Bassa Nubia dell’Abkani, del Pist-Shamarkiano e dell’Orizzonte A.

L’immagine rappresenta uno splendido sito neolitico sulle grandi dune del Deserto Occidentale (Gran Mare di Sabbia).

Si possono vedere una macina e il relativo pestello, il rinvenimento dei due utensili insieme è estremamente raro.

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KEMAL EL DIN, IL PRINCIPE ESPLORATORE

Di Luisa Bovitutti

Il primo ad individuare il Gilf Kebir e ad avventurarsi alla sua esplorazione fu il principe Kemal El Din, figlio primogenito del Sultano Hussein Kamel che gli inglesi avevano posto alla guida dell’Egitto, all’epoca protettorato britannico, dopo aver deposto il kedivè.

Egli nacque nel 1875, e fu educato in Austria, all’Accademia Militare Teresiana; tornato in patria divenne comandante in capo dell’esercito egiziano; era il primo in ordine di successione ma rinunciò ai suoi diritti dinastici probabilmente perché non intendeva sottomettersi al controllo degli inglesi, ed alla morte di suo padre, verificatasi improvvisamente nel 1917, salì al trono suo zio Ahmed Fuad che acquisì il titolo di Re quando l’Egitto ottenne l’indipendenza.

Il principe Kamal El Din preferì restare lontano dalla vita politica del suo paese e divenne un pioniere nell’esplorazione del deserto, scoprendo molti siti ai quali diede il nome con il quale sono conosciuti ancora oggi e registrò nei suoi appunti i graffiti e le pitture rupestri che ivi si trovavano.

Organizzò tre spedizioni: la prima dal 1923 al 1924, la seconda dal 1925 al 1926 e l’ultima iniziata nel 1930 ed interrotta nel 1932, anno della sua morte.

Il convoglio organizzato dal Principe doveva essere incredibile: egli utilizzava tre semicingolati che si era fatto costruire appositamente dalla Citroen (fu il primo ad avventurarsi nel deserto con veicoli a motore), affiancati da una carovana di oltre 500 cammelli che trasportavano i viveri ed il carburante (quei mezzi futuristici ne consumavano un litro al chilometro!) del quale aveva organizzato una serie di depositi lungo la rotta del ritorno.

Il semicingolato Citroen

Il suo team comprendeva anche scienziati, fotografi e cartografi, tra cui il Conte ungherese Laszlo Almasy che organizzò anche altre spedizioni nel deserto libico finanziate dal Principe.

Nel corso delle sue spedizioni Kemal El Din, che partiva dal Cairo, si spinse fino a Bahariya e Farafra raggiungendo la collina che chiamò Abu Ballas, sita a 240 Km ad ovest-sud-ovest dall’oasi di Dakhla, un sito utilizzato anticamente come luogo di stoccaggio dell’acqua ed ancora oggi coperto da un’infinità di cocci di giare di terracotta; esplorò il Grande Mare di Sabbia; scoprì l’altopiano che denominò Gilf Kebir, ossia “la grande barriera”; mappò l’area del Gebel Uweynat; individuò l’Oasi di Merga e le sue pitture rupestri.

Un anno dopo la sua morte il conte Lazlo Almasy collocò in suo onore a Wadi Fourag, una località posta all’estremità meridionale dell’altopiano del Gilf Kebir, una targa in marmo sulla quale c’è questa scritta:

Il monumento come appare oggi

“In memoria di Sua Altezza Reale il principe Kemal el Din Hussein, il grande esploratore del deserto libico. Questo monumento è stato eretto da chi apprezza i suoi grandi sforzi”.

Il 28 marzo 1934 Almasy tornò sul posto con un inviato del giornale El-Ahram ed un rappresentante del Royal Automobile Club d’Egypte che avevano patrocinato l’impresa e lasciò in loco, all’interno di un barattolo, un documento scritto che testimoniava il loro passaggio ed un gagliardetto della Royal Automobile club d’Egypte, ancora presenti nel 1998 ma ora scomparsi.

Il documento ed il gagliardetto lasciati in loco nel 1934

I primi a raggiungere il luogo nel secondo dopoguerra furono degli austriaci, che nel settembre 1982 trovarono la targa rotta in vari pezzi perché era caduta a terra dalla roccia sulla quale era stata posata; la ricomposero e costruirono accanto ad essa una piramide di pietre in modo che fosse agevolmente individuabile dai futuri visitatori.

La targa ricomposta

Dal 16 al 24 marzo 2014, a 82 anni dalla morte del principe, l’Egyptian Automobile & Touring Club del Cairo con il patrocinio del Ministero del Turismo egiziano ha organizzato la Kamal Expedition, una missione impegnativa che ha richiesto tre anni di preparazione e che si proponeva di ripercorrere le tracce del Principe per promuovere l’ecoturismo e la conservazione della regione desertica da lui esplorata, che presenta grande interesse storico, naturalistico ed antropologico.

Il team ha percorso in fuoristrada circa 2.800 chilometri, dall’oasi di El Kharga fino al confine con il Sudan e la Libia attraverso il Parco Naturale del Gilf Kebir ed il massiccio del Gebel Uweinat, risalendo poi al Grande Mare di Sabbia ed infine al Deserto bianco.

La spedizione era capeggiata da Tarek el-Mahdy, esperto nell’organizzazione di simili imprese, ed annoverava tra i componenti nove scienziati tra archeologi, egittologi, geologi e botanici che nel corso del viaggio hanno tenuto lezioni sul tema, ventidue giornalisti provenienti da dodici paesi ed altresì il personale della logistica e della cucina, quattro meccanici ed un medico.

FONTI:

a des

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LE PITTURE RUPESTRI DEL GILF KEBIR

Di Luisa Bovitutti

Ecco a voi una carrellata di immagini delle pitture rupestri che ci offrono testimonianza di un mondo ormai scomparso, sepolto dalle sabbie del deserto.

La cartina in alto individua il parco nazionale del Gilf Kebir, posto nell’area sud occidentale dell’Egitto, al confine con Libia e Sudan. Esso ricomprende l’altipiano del Gilf Kebir in senso stretto, una parte del deserto noto come Grande mare di Sabbia e il sistema montuoso chiamato Gebel Uweinat.


Le più recenti pitture rupestri del Gilf Kebir delineano una società basata sull’allevamento del bestiame; pare che esse risalgano al 4400 a.C. e rappresentano grandi mandrie di bovini accompagnate da figure umane che potrebbero essere pastori.
In quell’epoca, infatti, si sarebbe verificato un cambiamento climatico e l’aumento delle precipitazioni invernali avrebbe reso la regione zona ideale per il pascolo del bestiame; per questo le comunità umane che ivi vivevano, fino ad allora composte da cacciatori – raccoglitori, si sarebbero convertite alla pastorizia.

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I PIGMENTI DELLE PITTURE NEI RIPARI DEL GILF KEBIR

Di Luisa Bovitutti

Le pitture del riparo dei nuotatori sono state studiate e restaurate nel periodo 2010 – 2013 nell’ambito del Gilf Kebir Archaeological and Conservation Projectdiretto dalla prof. Barbara E. Barich dell’Università di Roma La Sapienza.

L’archeologo Giulio Lucarini, docente presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale e vice direttore del progetto ha spiegato che nel corso dei lavori sono stati eseguiti scavi all’interno del riparo e il geologo Mohamed Hamdan dell’Università del Cairo ha effettuato campionamenti geologici dei sedimenti e delle rocce che si trovano nell’area per capire come venissero ottenuti i pigmenti utilizzati nelle pitture dei ripari della zona e la provenienza delle materie prime utilizzate per la loro preparazione.

L’altopiano del Gilf Kebir preso dalle alture circostanti 

Visto che è vietato prelevare campioni dei pigmenti, essi sono stati analizzati con tecniche di spettroscopia Raman e fluorescenza a raggi X, che hanno rivelato come essi siano stati preparati soprattutto con materie prime coloranti di natura inorganica ampiamente presenti nell’area.

Ha spiegato il prof. Lucarini che “sono state, ad esempio, rinvenute sostanze coloranti bianche a base di caolino e altre argille caolinitiche, ocre rosse e gialle ottenute da minerali quarzosi contenenti ossidi di ferro e altre impurità, che poi venivano polverizzate e diluite. Proprio l’accessibilità delle arenarie del Siluriano – rocce sedimentarie localizzate principalmente sul versante nord-occidentale dell’altopiano – potrebbe essere uno dei fattori che hanno spinto i gruppi umani olocenici a una maggiore frequentazione di questa particolare area del Gilf Kebir per la produzione di arte rupestre”.

I pigmenti naturali

E’ altresì emerso che le superfici molto porose dei ripari, che formavano un substrato ideale per ospitare la pittura, venivano preparate per ricevere il colore stendendovi sopra un sottilissimo strato di bianco (caolinite).

Tra le materie prime individuate è stata identificata anche la lazurite, il minerale da cui si ricavava il blu egiziano frequentemente usato nel periodo faraonico ma del tutto assente nelle pitture di quest’epoca; questo particolare ha indotto ad ipotizzare che la scelta dei pigmenti sia stata dettata non solo dalla loro disponibilità, ma anche dal loro significato simbolico.

FONTI:

Mai cosa simile fu fatta, Preistoria

LE PITTURE RUPESTRI IN EGITTO

Di Maurizio Damiano

Il passo compiuto nell’articolo precedente era difficile, consistendo nel tentativo di decifrare il pensiero dell’uomo preistorico sulla base di pietre lavorate. Ma l’osservazione e la logica ci hanno portato alla visione di ciò che è l’unica conclusione possibile : la necessità di simmetria, che è astrazione visiva, e prima ancora mentale, di geometria istintiva e prettamente umana, segna la nascita di quel mondo delle idee che è il cuore di ciò che chiamiamo arte.

Oggi osserveremo un mondo molto più ricco e variegato, ma proprio per questo molto più difficile da interpretare, poiché sin troppo aperto a interpretazioni fallaci è fuorvianti : parlo del mondo della pittura rupestre nel Deserto Occidentale egiziano.

Soffermandosi all”esenziale, ricordiamo che le più antiche manifestazioni al mondo risalgono al Paleolitico e sono incisioni ( rupestri o su ciottolo, ossa ecc..).

Limitandoci alla pittura, quella più antica al mondo al momento è la raffigurazione del Sus celebensis scoperto nel 2017 nella grotta di Leang Tedongnge, nel Sulawesi, datata a 45.500 anni fa. In Europa possiamo ricordare i graffiti ( non pitture) della grotta dell’Addaura (Palermo) che risalgono a circa 20.000 anni fa, mentre non vanno dimenticate le splendide grotte come Lascaux (17.500 anni fa) o Altamura ( fra 17.500 e 14.000 anni fa) ; insomma, la figurazione rupestre nasce nel Paleolitico.

Graffito di giraffa, in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir).
Graffito di donna, in Wadi Sura
Spedizione Damiano 2006 – Archivio CRE/Maurizio Damiano

Diverso il caso del Sahara.

Se vi troviamo industrie litiche che vanno dal Paleolitico basale in poi, le pitture rupestri di tutta l”area sahariana sono molto più tarde.

Già qui iniziano i problemi : la datazione.

Semplificando, possiamo dire che vi sono due grandi scuole di pensiero, una che propende per una datazione alta ( 10.000 a. C.), e l’altra molto bassa ( 4.500 a. C. ca.), quest”ultima essendo piuttosto appannaggio della scuola francese.

Per ragioni che espongo più ampiamente in un articolo di prossima pubblicazione, e che qui non trova spazio, posso affermare che la datazione “bassa” per le pitture sahariane va esclusa, poiché per ragioni climatiche quelle aree erano ormai inaridite e abbandonate a favore delle aree con fonti idriche ( nel nostro caso, oasi e Nilo).

Ci troviamo dunque alla fine del Paleolitico e nella fase detta di Neolitizzazione. Ossia il Mesolitico (presente in Europa e in aree africane, come per il Mesolitico di Khartoum) nel Sahara Egiziano è assente e si ha la Neolitizzazione in quell’Epipaleolitico con caratteristiche antropo-sociali ben diverse da quelle del Mesolitico.

L’Epipaleolitico è piuttosto una continuazione del periodo precedente che si trasforma in Neolitico.

Possente raffigurazione di due bovini (tori?) affrontati, in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir). Spedizione Damiano 1994 – Archivio CRE/Maurizio Damiano

Sorvolero’ qui sui vari errori interpretativi che si basano su comparazioni diacroniche, come quelli con pitture di epoca moderna ( a partire dalla fine del XV secolo) o con i geroglifici o le pitture egizie, che verranno solo molti millenni più tardi.

Proviamo dunque a lanciarsi nell”arduo compito di decifrare l’antico linguaggio dei graffito e pitture create da genti di cui nulla sappiamo, se non ciò che ci è dato conoscere dal loro enigmatico lascito pittorico.

Ricordiamo subito troviamo in tutto il Sahara le pitture di questo periodo preistorico : dal Marocco all’Egitto. E aggiungiamo che possiamo distinguere due classi figurative su base della tecnica: i graffiti e le pitture.

Graffiti di giraffe (a sinistra) e di bovini (a destra), in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir).
Spedizione Damiano 2002 – Archivio CRE /Maurizio Damiano

I graffiti sono semplici e rozzi, ovviamente per la difficoltà tecnica dell’incidere la roccia con strumenti litici; mentre le pitture sono molto più complesse ed eleganti.

Solo un accenno sui graffiti : li troviamo ovunque, nell’area sahariana, con maggiori concentrazioni in aree come quella libica (Marandush) ma non mancano neppure nel Deserto Occidentale ( Wadi Abd El Malik nel Ghilf Kebir; Gebel Awenat) né presso la Valle del Nilo, come i graffiti rupestri di Wadi Abu Subeira ( 13.000 a. C. ; deserto fra Kom Ombo e Assuan).

Graffiti di bovini, in Wadi Abd El Malik (Ghilf Kebir).
Spedizione Damiano 2002 – Archivio CRE /Maurizio Damiano

Ma passiamo al soggetto principale di questo capitolo

LE PITTURE DEL SAHARA EGIZIANO

La maggior facilità di esecuzione ne ha permesso uno sviluppo espressivo più libero, e dunque ci aprono una finestra sul pensiero dei loro esecutori.

Le più antiche pitture sahariane ad oggi note sembrano essere quelle del Tibesti (Chad) da cui si potrebbero essersi diffuse in tutto il resto del Sahara. Non è questa la sede per parlare delle meravigliose pitture di zone come il Tassili, lo stesso Tibesti o l’Ennedi, ma la ricchezza delle aree egiziane è tale da esser sufficiente all’analisi di base. A sud-ovest, vicino al confine libico, si trovano pitture realizzate in alcuni ripari naturali (erroneamente detti “grotte”; ma nell’area non ci sono grotte conosciute e in quei rari casi molto più ad est – Gara – sono prive di pitture); i ripari sono generalmente del tutto aperti alla luce del sole; la maggior concentrazione nota si trova nelle regioni di Ghilf Kebir e Gebel Awenat; i siti più celebri sono il “Riparo dei nuotatori”, il “Riparo degli arcieri” e il “Riparo delle Bestie”, quest’ultimo scoperto dal grande esploratore egiziano Mistikawy che in quell’occasione era con il viaggiatore italiano Foggini (da cui anche il nome di “Riparo Mistikawy/Foggini).

Wadi Sura: la formazione rocciosa alla base della quale si vede il “Riparo dei Nuotatori” scoperto da Almasy. Spedizione Damiano 1992. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Cominciamo con il primo di questi ripari, quello detto “Dei Nuotatori”; esso deve il suo nome ad alcune figure poste in posizione orizzontale, che sembrano nuotare.

Fu scoperto nel 1933 dall’esploratore ungherese Laszlo Almasy. Prima e durante la guerra le esplorazioni furono condotte da un ristretto numero di persone (durante la guerra, si trattava più di attraversamenti del deserto da parte di team nemici, da un lato appartenenti all’Asse e dall’altro agli Alleati); dopo il conflitto cessò l’epoca delle esplorazioni sino agli anni ’70, quando rarissime spedizioni furono condotte nell’area da pochi pionieri (Samir Lama, Mistikawy, Ministero per la Geologia, ecc.) seguiti da missioni esplorative geo-archeologiche negli anni ‘80-2000 (Lama-Monod, Negro, Damiano, Mohammed Senussi, ecc.). Nel nuovo millennio inizia l’epoca dei viaggi turistici nel deserto; ciò fu una fortuna per gli abitanti delle oasi, ma si rivelò un pericolo per il deserto stesso a causa dell’inciviltà di stranieri che saccheggiarono l’area asportando migliaia di manufatti. Ciò portò gli egiziani responsabili dei viaggi a spingere per la protezione dell’intero Deserto Occidentale che nel 2008 venne dichiarato area protetta grazie all’istituzione del Ghilf Kebir National Park e al Programma Ambientale di Cooperazione Italo-Egiziana. Le rivoluzione del 2011 e l’ancora più ampia rivoluzione del 2013 (contro Morsi scesero in strada 30 milioni di persone) e molto di più le guerre nelle aree circostanti con conseguente penetrazione del Daesh in Libia, e un raid in Egitto compiuto proprio dal Deserto Occidentale, spinsero i militari a chiudere tutta l’area al pubblico.

Wadi Sura: il celebre “Riparo dei Nuotatori” scoperto da Almasy. Erroneamente definito (come in altri casi) “grotta”, come si può ben vedere è invece un ampio riparo, completamente aperto ed esposto alla luce. Quella della grotta è un’invenzione cinematografica usata nel film. Spedizione Damiano 1992. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Cosa ne è dunque delle pitture rupestri in questi stravolgimenti? Se il patrimonio archeologico rappresentato dai materiali amovibili è stato enormemente danneggiato dall’inciviltà di questi viaggiatori occidentali che hanno prelevato a man bassa, cancellando per sempre pagine insostituibili del libro della preistoria, per fortuna le pitture rupestri sono intatte.

Nel Riparo dei Nuotatori lo stato di conservazione non è dei migliori a causa della particolare fragilità della roccia i cui strati superficiali sono caduti in vari punti; oggi questo riparo con le sue pitture è stato sottoposto a lavori di restauro e conservazione da parte della missione italo-egiziana guidata dalla prof.ssa Barich.

Wadi Sura, “Riparo dei Nuotatori”: le celebri figure che hanno dato il nome al riparo. Spedizione Damiano 1992. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Le pitture di questo riparo sono della stessa tipologia di quelle altri ripari dell’area: prevalentemente con cacciatori e animali; ma la caratteristica che ha dato il nome al riparo sono i cosiddetti “nuotatori”: alcune figure poste in orizzontale che ricordarono agli scopritori e a i primi studiosi dei nuotatori.

Wadi Sura, “Riparo dei Nuotatori”: splendide celebri figure di cacciatori e scimmia (?). Spedizione Damiano 2011. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

In realtà, lo studio comparativo con figure analoghe di pitture africane più recenti e soprattutto le spiegazioni di sciamani/pittori agli inizi del ‘900, ci dicono che almeno nel caso delle pitture “moderne” (ma che si tramandano lungo generazioni, immutate, poiché sacre) i cosiddetti “nuotatori” in realtà “volano”, ossia si tratta della raffigurazione e simbolizzazione del “viaggio astrale” degli sciamani in trance (con l’uso di droghe psicotrope) durante le cerimonie religiose.

L’analogia è lampante ma, come avvertivo sopra, possiamo farne un dogma? Certamente no. Sappiamo da testi geroglifici più recenti di millenni che analoghe cerimonie con trance dei sacerdoti avvenivano in epoca faraonica e ciò rende plausibile tale interpretazione ma, come sempre plausibilità e alta probabilità non sono certezze. A questo punto ci vengono in aiuto le altre raffigurazioni di questo e di altri ripari.

Riparo Mistikawy: la “bestia” e impronte di mani e piedi. Spedizione Damiano 2006. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Cominciando dalle cose più semplici e concrete, molte delle figure riguardano l’ambiente in cui vivevano quelle genti: giraffe, elefanti, qualche rinoceronte, leoni, scimmie, ma soprattutto gazzelle, orici e tori selvatici, per parlare di alcuni degli animali della savana. La preponderanza però è quella dei bovini. Dalla singola vacca a immense mandrie, le pareti rigurgitano di immagini di questi animali. Ma soprattutto, gli esseri umani: innanzi tutto, le mani.

Impronte di mani, Wadi Sura Sud. Spedizione Damiano 2002. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Di origine paleolitica, questo motivo non è una vera pittura. Generalmente si tratta di particolari figurazioni appannaggio di tutta l’umanità, e le troviamo ovunque sia stato l’uomo, sul pianeta: dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’Australia. Si tratta di impronte in negativo, ossia fatte appoggiando la mano sulla parete e poi soffiando con una cannuccia (vegetale o osso cavo) il colorante; la pittura sparsa all’intorno lascerà ovviamente libera dal colore l’area occupata dalla mano. Ricordiamo che in altre parti del mondo (anche in Europa) si trovano anche impronte positive, ossia fatte da mani immerse nel colore e appoggiate alla parete; ma tale tecnica è più rara e non presente (o non ancora rinvenuta) nel Deserto Occidentale egiziano.

Sono invece state una sorpresa le raffigurazioni di piedi. Appaiono nel Riparo Mistikawy e non in un esemplare, ma a decine, forse anche centinaia, dal momento che si trovano in basso, scomparendo sotto la duna che ricopre la parte bassa del riparo. Anche qui ci troviamo di fronte alla stessa tipologia delle mani, e sempre nel tipo in negativo.

La presenza di queste “impronte” rimette in discussione tutte le teorie sulle mani. Se ne possono elaborare all’infinito, ma nessuna avrebbe validi supporti finché non si troveranno sostanziali prove a sostegno.

FIGURE UMANE

Si tratta di pitture, generalmente tratteggiate in rosso, svelte e stilizzate, che ci svelano squarci sulla vita dell’epoca. I corpi appaiono di una stilizzazione che potremmo dire modernissima; vediamone la tipologia: corpi maschili nella loro schematicità mostrano a un tempo muscoli e dinamismo, e dettagli quali perizomi o cache-sex e armi.

Le figure femminili, non di rado con lordosi lombare accentuata, caratteristica delle “Veneri Ottentotte”, anch’esse molto stilizzate, mostrano però con chiarezza il torso nudo, con i seni scoperti, e delle gonne di varia lunghezza, che va dal ginocchio alla caviglia, ma nelle figurazioni prevale quest’ultima.

Quanto alla tipologia, molto comuni sono le scene di caccia: prevalentemente uomini con perizoma, in corsa, con archi e frecce; sono spesso visibili anche pugnali e, in qualche caso, piume fra i capelli. Meno diffuse sono le vere scene di allevamento, le quali tuttavia sono presenti, con molti armenti (più raramente ovini) e pastori-cacciatori (presenza di archi). Certamente le più diffuse sono le singole figure o piuttosto i gruppi o vere e proprie di mandrie di bovini.

Uomo e donna. Gebel Awanat. Spedizione Damiano 2006. © Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Ho lasciato per ultime le raffigurazioni per noi ben più importanti, poiché potrebbero essere (e quasi certamente sono) a carattere religioso: scene di danze, di accostamento a figure più grandi delle altre figure umane, ma soprattutto la presenza di figure in parte animali e in parte umane (in altre culture generalmente questi ibridi si riferiscono a sciamani mascherati che a loro volta simbolizzano la divinità). Abbiamo i molti esempi di graffiti del Deserto Orientale, ma l’esempio pittorico più stupefacente è quello del Riparo Mistikawy/Foggini. Nell’affollarsi delle migliaia di figure di questo eccezionale sito, spiccano decine e decine di scene analoghe in cui appaiono esseri umani danzanti, in fila o in cerchio, e al centro un essere, molto più grande degli umani intorno, che ha caratteristiche animali (vagamente somigliante a un grande mammifero, quale un bovino), privo della testa e con una coda ritta con estremità a ciuffo identica a quella che troveremo nelle raffigurazioni di Seth come animale.

CONCLUSIONI

Come avrete notato, ho accuratamente evitato qualsiasi commento sull’arte preistorica di cui ho parlato. Questo perché i voli pindarici e i commenti estatici su quelle bellissime pitture sarebbero fuori luogo in una loro analisi: giudicarne i criteri “artistici” dell’epoca, o i significati e gli scopi sono meri esercizi mentali, generalmente dettati da criteri eurocentrici, che ci porterebbero fuori strada. Più corretto osservare il proseguimento culturale dal Paleolitico e il passaggio dell’arte pittorica che, prima nota nelle grotte europee (e altrove nel mondo), appare adesso nel Sahara. Da occidentali, senza spingerci ad estatiche quanto erronee supposizioni sul loro significato, possiamo osservare il dinamismo di quelle figure, la loro svelta eleganza e il senso di osservazione naturalistica degli esecutori di quelle pitture.

Le genti sahariane sono ormai pronte al salto successivo: lo spostamento alle oasi, poi alla Valle del Nilo e lì, al pieno sviluppo dell’arte vascolare predinastica.

Ma quella è un’altra storia…