A Malqata, a Sud di Medinet Hebu e vicino a Deir El Medina, sono ancora visibili i resti di uno straordinario e lussuoso palazzo reale, dove ancora oggi sono in corso degli scavi: si tratta della “Casa dell’Aton splendente” o Per-Hay “Casa della Gioia”, fatto costruire dal grande faraone Amenhotep III. A differenza dei templi, costruiti in pietra, i palazzi reali venivano costruiti con mattoni di fango, motivo per cui sono arrivati a noi solo pochi resti.
Ricostruzione degli interni (Franck Monnier)
Ricostruzione de corridoio che portava al trono
Altra ricostruzione dello stresso ambiente: si notano i colori vivaci
Il palazzo occupava la stupefacente superficie di 30 ettari e fu fondato a partire dall’ottavo o undicesimo anno di regno del faraone, per essere terminato in prossimità del terzo hed-seb, giubileo di Amenhotep III. Era il più grande palazzo reale esistente in Egitto.
Si divideva in 5 aree principali: il palazzo del faraone, la dimora della regina Tiy, appartamenti dei funzionari, cappella di Amon, alloggi dei funzionari.
Ricostruzione del baldacchino con il trono (Franck Monnier)
Il palazzo del re, a Sud Est, presentava varie sale per le udienze, sale per le feste, giardini, uffici amministrativi, una biblioteca, cucine e magazzini.
La dimora della regina si trovava a Sud, mentre a Nord si trovavano gli appartamenti della principessa Sitamon.
Oltre agli alloggi dei funzionari, si trovava qui l’harem del faraone dove vivevano centinaia di donne (ricordiamo che quando Amenhotep sposò la principessa di Mitanni Gilukhipa, arrivarono con lei ben 317 donne) e i loro attendenti.
Decorazione parietale nell’harem
All’interno del palazzo il faraone fece costruire un grande lago a forma di T, oggi noto come Birket Habu, che collegava il palazzo al Nilo ( e quindi metaforicamente all’Egitto) e che si trovava all’ingresso del palazzo. Su questo lago si trovava la barca reale dorata del faraone, chiamata l’“Aton splendente” che veniva utilizzata nelle festività religiose e di stato.
Il lago a T
Resti del palazzo oggi
Una strada rialzata collegava il palazzo al tempio di Milioni di Anni di Amenhotep III (il tempio con i colossi di Memnone).
Come già scritto in precedenza, il palazzo era costruito in mattoni rivestiti di gesso e stucco, bianco all’esterno e ricchissimo di colori all’interno, come potrete vedere nelle varie immagini che accompagnano il post. I mattoni rinvenuti portano il cartiglio di Amenhotep III, mentre I mattoni usati per gli appartamenti della regina presentavano il cartiglio di Tiye. Sono state rinvenute molte piastrelle smaltate decorate con motivi geometrici e rappresentazioni di pesci, uccelli e soggetti naturali.
Decorazione parietale in stucco con motivi naturalistici
I muri dell’harem presentavano motivi floreali con uccelli e vitelli bianchi e rossi.
I pavimenti erano dipinti in modo da rappresentare il Nilo brulicante di pesci e uccelli. Alcune stanze erano decorate con piastrelle a colori vivaci con fiori, vigneti e grappoli, uccelli e pesci, geroglifici che offrivano protezione, salute e buona sorte.
Straordinaria decorazione di una parete in faience (ricomposto al MET , NY)
Il nome “Nebmaatre” (nome del trono di Amenhotep III) era scritto ovunque con l’epiteto “Horus, toro possente di Tebe, Dio perfetto, signore della gioia, signore delle corone”.
Il magnifico palazzo fu abitato da Amenhotep III fino al trasferimento a Akhetaten, nel ventinovesimo anno di regno, quando il palazzo divenne una dimora secondaria, per essere successivamente abitato probabilmente da Tutankhamon e Ay. Con Ramses II e la costruzione di Pi-Ramses, il palazzo fu progressivamente abbandonato.
Bellissimo motivo sul soffitto di una stanza adiacente alla camera da letto di Amenhotep III, MET, NY
Decorazione parietale della stanza da letto di Amenhotep III
Sempre dal sito di Malqata (luogo in cui le cose vengono trovate), ecco gli splendidi vasi conservati al MET di New York.
ATTENZIONE: se pensate di ottenere chiarimenti sulla Stele d’Israele[1]; se pensate che quest’articolo possa risolvere tutti i vostri dubbi sull’Esodo; sulla “schiavitù” degli ebrei in Egitto; su chi fosse/fossero il/i faraone/i dell’Esodo[2]; sull’attraversamento del Mar Rosso e su un esercito sommerso dalle acque miracolosamente richiusesi sui carri d’oro; NON leggetelo, poiché sono convinto che susciterà più domande che non fornire risposte.
Ma se decidete di leggerlo, sappiate allora che l’articolo prende le mosse da un dubbio che interessa uno dei personaggi più emblematici e carismatici della Bibbia, colui che trasse il Popolo Eletto (ma era poi davvero il “suo”?) dalla schiavitù cui era sottoposto sotto il dominio di un Faraone, che “non aveva conosciuto Giuseppe”[3], per la gloria del quale stava costruendo addirittura due città.
La domanda perciò cui cercherò di fornire spunti per una risposta, come del resto hanno fatto altri –di certo più titolati di me-, è chi era questo personaggio? Era davvero figlio del suo popolo? …e, più importante, qual era poi, veramente, il “suo” popolo?
Se avessi certezze e prove, forse meriterei il “Nobel” per la Storia (ammesso che esista), ma non ho certezze, né tantomeno prove, e diciamo che come la pensi io, in realtà, sarà già subito chiaro dal titolo stesso dell’articolo:
MOSE’ L’EGIZIANO
Alma Tadema (1836-1912), Il ritrovamento di Mosè (1904), collezione privata
«9Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese» (Esodo 1, 9-10)
15Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16«Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere» (Esodo 1, 15-16)
… Inizia così la persecuzione degli ebrei che, secondo le scritture bibliche, stavano costruendo le città di Pitom e Ramesse, e questo perché:
7I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno. 8Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. (Esodo 1, 7-8)
Fu così che:
1Un uomo della famiglia di Levi[4] andò a prendere in moglie una discendente di Levi. 2La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. (Esodo 2, 1-3)
E accadde che:
5…la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6L’aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “È un bambino degli Ebrei”. 7La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: “Devo andare a chiamarti una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?”. 8“Va’”, rispose la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”. (Esodo 2, 5-10)
E siamo così giunti al vero argomento di quest’articolo… mettetevi comodi perché potrebbe essere lungo e, se volete un consiglio, leggetelo da PC e non sul telefonino perché non è poi così semplice… ma proseguiamo.
Il testo biblico, come abbiamo visto, fa derivare il nome “Mosè”, dalla radice Moshé (משה), un verbo connesso a un più vasto ragionamento semantico collegato al concetto di “estrarre dall’acqua”, in senso passivo, ovvero “colui che E’ ESTRATTO dall’acqua”. Altri studi, tuttavia, specie in area ebraica, interpretano la stessa parola in senso attivo, cioè “colui CHE ESTRAE dall’acqua” indicando così in Mosè il liberatore del popolo.
Di fatto, gli avvenimenti che vedono Mosè al centro di quanto narrato nella Torah e, quindi, ripresi dalla Bibbia, sarebbero stati codificati nel X secolo a.C. (c.d. fonte Jahvista[5]), poi rielaborati nell’VIII secolo a.C. (fonte Elohista[6]), per giungere alla versione definitiva nel VII secolo a.C. con la fonte Deuteronomista (il quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana). In tale quadro rientrerebbero le vicende relative alla guerra che, nella primavera del 609 a.C., vide opposti gli Egizi del Faraone Necao (XXVI dinastia) agli Assiri e la parte avuta, nella sconfitta degli egizi, dall’alleato re ebraico Giosia[7], ma ci allontaneremmo troppo dall’argomento principale e allora… torniamo nei ranghi.
Se siete stati turisticamente in Egitto, avrete forse sentito dire da qualche guida del luogo, desiderosa di incrementare la propria mancia, che Mosè e Thutmose fossero la stessa persona… e che, quindi, un certo Re Thutmose sarebbe, di fatto, l’artefice della “fuga” (ma fu veramente tale?[8]) degli Ebrei dall’Egitto…
Prendiamo per buona, almeno per ora, questa notizia e poniamoci, intanto una prima domanda che sorge spontanea: quale Thutmose, visto che ce ne furono almeno quattro e che Thutmose era, peraltro, un nome alquanto frequente; a titolo di esempio, basti rammentare che anche l’autore del famoso busto di Nefertiti, oggi al Neues Museum di Berlino, si chiamava, a sua volta, Thutmose.
Siamo, comunque, nella XVIII dinastia[9], detta, appunto, dei Thutmosidi, quella cui appartenne il più famoso rivoluzionario religioso della storia egizia: Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in Akhenaton e instaurò il culto enoteistico[10] (non moneoteistico, si badi bene) del Disco Solare: Aton.
La scelta di tale dinastia e del regno di Amenhotep III, padre di Akhenaton, per inserire la leggenda del Thutmose/Mosè potrebbe, ovviamente, non essere casuale: qualcuno, infatti, con abbondanti circonvoluzioni aeree, ha voluto vedere in Mosè addirittura proprio Akhenaton. Tuttavia, potremmo trovare anche qualche fondamento di verità considerando che, in origine, erede al trono era stato designato un primo figlio del Re e della sposa principale, Tye, proprio di nome Thutmose. Questi, però, “sparisce” dalla storia prima di poter assurgere al trono e viene sostituito dal fratello che diventa Sovrano, prima di cambiare nome, come IV degli Amenhotep. Nasce, quindi, il quesito: morte del primogenito o altra condizione per cui viene allontanato dalla Corte?
Una piccola digressione appare, tuttavia, necessaria per inquadrare il personaggio di Tye, Grande Sposa Reale di Amenhotep III.
Figlia di Thuya, Superiora dell’harem di Min e di Amon, Cantatrice di Hathor, e di Yuya, Profeta di Min, Luogotenente ai cavalli da combattimento del Re e Sovrintendente ai buoi di Min, proveniva da Akhmin (l’antica Khem), capitale del IX nomo dell’Alto Egitto.
Tye potrebbe essere, o forse è, tuttavia, una figura particolare proprio per la religiosità del periodo storico che comprende il regno dello sposo, Amenhotep III, e del suo successore Amenhotep IV/Akhenaton.
Si è, infatti, ventilato che proprio sotto la sua influenza sia iniziato quell’allontanamento dal sempre più incisivo culto di Amon che porterà, al suo massimo grado, all’”eresia amarniana” di suo figlio. Una prima fase sarebbe riscontrabile nello spostamento della sede reale da Waset, l’odierna Tebe, dalla riva orientale del Nilo, a quella occidentale nel sito di Malqata[11]; si sarebbe trattato, infatti, di un primo tentativo, non traumatico, di allontanamento dallo strapotere dei sacerdoti di Amon.
Il complesso, che copriva un’area di oltre 32 ettari, comprendeva più palazzi (del re, della regina, dei figli della coppia regale[12]) ed installazioni (un tempio dedicato ad Amon, uno dedicato a Sobek, nonché alloggi per i funzionari di corte e per gli operai)[13]. L’impulso principale alla realizzazione dell’area di Malqata venne data, da Amenhotep III, prima della celebrazione della sua terza festa Heb-Sed, il Giubileo, ma l’area venne ampliata anche sotto il regno di Amenhotep IV/Akhenaton, prima che la capitale si trasferisse ad Akhetaton.
E’ da tener presente, per inquadrare ancora una possibile provenienza, o anche solo influenza, estera del culto atoniano, che l’anatomista Grafton Elliot Smith (1871-1937), che esaminò la mummia di Yuya, padre della Regina, riscontrò che costui era di altezza superiore alla media egizia. Perplessità destò negli egittologi anche il suo nome che, nella tomba KV46, era trascritto e letto in vari modi, tutti presentavano, tuttavia, il geroglifico generalmente impiegato per indicare uno straniero: un uomo che si porta la mano alla bocca[14]. Considerando anche il particolare incarico di responsabile della cavalleria reale, si è supposto che Yuya potesse essere di provenienza mitannita così giustificando, in qualche modo, una possibile derivazione estera anche di un particolare culto, magari meno noto nell’area egizia.
Chiediamoci a tal punto se, ipotizzando il Thutmose figlio di Tye come iniziatore di una nuova religione, Mosè non potesse, di fatto, essere qualcuno di ben diverso dal biblico personaggio figlio di un’ebrea… Come abbiamo sopra visto, potrebbe esserci qui, intanto, una prima sorpresa, poiché Yocheved e Amram, i presunti genitori, erano nati in Egitto (Numeri 26, 59). Ne consegue che il nome potrebbe ben derivare non dall’ebraico, ma proprio dall’egiziano antico visto che “Mose” (senza accento) significava semplicemente, “bambino“, o anche “discendente“, ma anche “figlio“.
E si potrebbe qui ricollegare la leggenda del Thutmose proposta dalla guida moderna, giacché il nome significa “figlio di Thot“, ma con questa logica, si badi, anche Ramose (figlio di Ra) potrebbe corrispondere, o anche Kha-Mose (figlio del Kha -che era una delle cinque “anime”-).
Ma tralasciamo, per un momento, il personaggio biblico e leggiamo quest’altro testo, originariamente in lingua neo-assira, risalente all’VIII secolo a.C.[15]:
1. «Io sono Sargon, il re potente, re di Akkad[16].
2. Mia madre era una sacerdotessa-enetum, mio padre non lo conosco,
3. il fratello di mio padre vive sulla montagna;
4. la mia città è Azupiranu che si trova sulla riva dell’Eufrate.
5. Mia madre, la sacerdotessa, mi concepì e mi partorì di nascosto,
6. mi mise in un cesto di canne, ne calafatò l’apertura con bitume
7. e mi affidò al fiume, che non mi sommerse.
8. Il fiume mi portò e mi condusse da Aqqi, il portatore d’acqua:
9. Aqqi, il portatore d’acqua, gettando il suo secchio mi prese su,
10. Aqqi, il portatore d’acqua, mi fece suo figlio e mi crebbe,
11. Aqqi, il portatore d’acqua, mi mise nel suo mestiere di giardiniere.
12. Nel mio mestiere di giardiniere Ishtar mi amò
13. e per 54 anni ho davvero esercitato la regalità,
14. davvero ho governato e guidato le Teste Nere.
…omissis…
22. Chi diventerà re dopo di me,
23. [che egli eserciti la regalità per 54 anni],
24. governi le Teste Nere,
25. tagli con picconi di bronzo possenti montagne,
26. salga più volte sui monti superiori,
27. [attraversi più volte i monti inferiori],
28. per tre volte il giro dei paesi del mare,
29. [Dilmun si sottometta a lui]!
30. Che egli salga sulle grandi mura del cielo (e) della terra (e) [ne rimuova le pietre]![17]»
Interessante vero? …si tratta della nascita di Sargon di Akkad e il testo risale a circa mille anni prima del “nostro” Mosè(circa il 2300 a.C.). Ma anche il “Mahabharata” (IV secolo a.C.) parla dell’eroe indiano Karna che nasce dall’amore tra il Dio Sole (Surja) ed una principessa vergine che affida il bimbo alla corrente; un carrettiere lo trova e provvede ad allevarlo.
E, senza andare molto lontano, come la mettiamo con Romolo e Remo, o con Edipo, con Ercole?
Di fatto, la struttura della storia sembra fatta apposta, alla stessa stregua di un algoritmo matematico, per legittimare un’ascesa al trono consentendo, in qualsiasi momento, di far derivare l’eroe da un qualsivoglia Dio[18]
Se si analizza la leggenda di Mosè(nato da famiglia modesta e poi diventato figlio del faraone), però, ci rendiamo conto che il suo diventare figlio adottivo del Re, di fatto, non porta nessun vantaggio alla storia per come la conosciamo. Più semplice sarebbe stato costruire la leggenda al contrario (come peraltro negli altri casi che abbiamo sopra visto): la figlia del faraone ha un figlio e un oracolo predice che questo scalzerà il re dal trono; il faraone padre decide allora di uccidere il bambino; la figlia lo protegge mettendolo in una cesta e affidandolo al fiume. Qui una famiglia ebrea di umili origini lo salva e, in seguito, sarà proprio Mosè a “trarre fuori” il “suo” popolo dall’Egitto. …scorrerebbe meglio, non trovate?
E invece no, la costruzione è diversa! Perché? Forse proprio perché “Mose” (senza accento, s’intende) è egiziano di nascita, ed è proprio un Principe? Forse il suo nome, originariamente, era diverso e aveva una componente teofora ben precisa, ad esempio, come abbiamo sopra visto, Thut-mose?
Nel momento in cui decide, però, di seguire gli ebrei nella loro “fuga”, o esserne egli stesso l’artefice, accettando la nuova religione (o magari proponendola egli stesso) si trova in una particolare condizione: il dio degli ebrei non ha nome; si rende perciò necessario cancellare la parte teofora del proprio nome egizio per presentarsi ai suoi nuovi correligionari (o ai suoi seguaci) solo come “Mose”, cioè semplicemente “figlio”!
Torniamo, perciò, alla teoria secondo cui un “Thutmose” sarebbe da identificare con Mosè, sopra avanzata. Come visto, non esiste, intanto, riferimento storico-archeologico di una tale situazione… tuttavia i Thutmosidi appartengono alla XVIII Dinastia durante la quale, come detto, nasce, prospera e scompare quella che sarà poi definita “eresia amarniana” con la quale un re (Amenhotep IV/Akhenaton) abolirà il politeismo per instaurare il culto di Aton quale Dio preminente, non rappresentabile antropomorficamente (come era stato per gli Dei precedenti).
E la mancanza di trasposizione antropomorfica di Aton può essere anche fisicamente giustificabile: Aton è l’accecante disco solare, che non si può guardare, e che è perciò privo di forma, genera la vita e protegge tutti i popoli indistintamente.
L’inno ad Aton, scritto dallo stesso Re Akhenaton, forse, una delle più belle preghiere conosciute recita, infatti:
«…Tu che produci l’ovulo nelle donne, che crei il seme negli uomini, che nutri il figlio nel grembo di sua madre e lo calmi perché non pianga, che dai l’aria per mantenere in vita tutto ciò che hai creato…»
e, più avanti
«…Come sono numerose le tue opere! Sono nascoste alla vista (degli uomini), o Dio unico, a cui nessuno è uguale…»[19].
Può essere interessante notare che, dopo Akhenaton, nella XVIII dinastia, e in quelle a venire, non si ha notizia di alcun altro Thutmose. E se si trattasse di una sorta di damnatio memoriae?
Sulla “egizianità” di Mose potrebbe esistere ancora un’altra prova indiretta: come sopra visto, dice la Bibbia che «…un uomo della casa di Levi prese per moglie una figlia di Levi…» il che innegabilmente ci porta a dire, se volessimo credere alla nascita ebraica, che Mosè era un Levita!
Bene, biblicamente i Leviti erano la tribù eletta del popolo scelto da Dio, gli eletti tra gli eletti, tanto che dai leviti provenivano tutti i sacerdoti…
Dopo quarant’anni di peregrinazione, finalmente raggiunta la Terra Promessa, fu necessario stilare un “Nuovo censimento all’uscita dal deserto”. Nessuna delle dodici tribù d’Israele venne ovviamente tralasciata nel conteggio delle famiglie e degli individui, anche perché questo censimento doveva servire a procedere, anche, alla suddivisione della stessa Terra di Canaan.
51 I figli d’Israele di cui si fece il censimento erano dunque seicentunmilasettecentotrenta.
52 Il Signore disse a Mosè: 53 «Il paese sarà diviso tra di loro, per essere loro proprietà, secondo il numero delle persone. 54 A quelli che sono in maggior numero darai in possesso una porzione maggiore; a quelli che sono in minor numero darai una porzione minore; si darà a ciascuno la sua porzione secondo il censimento. 55 Ma la spartizione del paese sarà fatta a sorte; essi riceveranno la rispettiva proprietà secondo i nomi delle tribù paterne…» (Numeri 26, 51-55)
Ultimi nel computo, e stranamente dopo il totale riportato al 51:
57 Ecco i Leviti dei quali si fece il censimento secondo le loro famiglie:
… omissis…
E Cheat generò Amram. …
59 Il nome della moglie di Amram era Yocheved, figlia di Levi che nacque a Levi in Egitto; ed essa partorì ad Amram Aaronne[20], Mosè e Maria loro sorella[21].
…omissis…
62 Quelli dei quali si fece il censimento furono ventitremila: tutti maschi, dall’età di un mese in su. Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele, perché non fu loro data alcuna proprietà tra i figli d’Israele. (Numeri 26, 57-62)
Come si vede, il numero dei Leviti era tutt’altro che esiguo, erano ben ventitremila calcolando i soli maschi. Poco importa se i numeri fossero effettivamente questi, ma quel che colpisce è che, pur trattandosi della tribù eletta da Dio, pur essendo coloro che fornivano al popolo i sacerdoti, «…non fu loro data alcuna proprietà…»
Perché un trattamento palesemente iniquo e perché la precisazione «…Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele …»?
Forse perché, di fatto, non erano ebrei e pertanto, secondo la parola di Jahvè, nulla spettava loro!
È pertanto ipotizzabile che, ancor prima della partenza, si trattasse di sacerdoti[22] del nuovo Dio poiché costituivano, ad esempio, il seguito (egiziano) di colui che aveva insegnato la nuova religione agli ebrei o, anche, che aveva fornito le sole risorse, umane e fisiche, per poterla attuare.
Scrive Sigmund Freud(Ebreo a sua volta), che a Mosè ha dedicato il suo studio “Der Mann Mose”[23]:
«…non si può pensare che un gran signore come Mose, originario del medesimo paese, si sia recato da solo presso un popolo straniero. Avrà certamente preso con sé i più fedeli seguaci, gli scribi e i servi e questi costituirono il nucleo iniziale dei leviti… a sostegno…ci sono i nomi egiziani che solo i Leviti più tardi portarono…»
Tornando ancora alla domanda iniziale. Se volessimo credere ancora al “Thutmose” quale “liberatore” degli ebrei dovremmo inquadrare la vicenda in un ottica meno “sacra” e più “politica” e, in tal caso, si sarebbe trattato di una vera e propria secessione in seno al popolo egiziano, una sorta di guerra civile incruenta che avrebbe di certo, però, lasciato ampie tracce nella storia dell’Egitto mentre, geroglifici ed evidenze archeologiche alla mano, non se ne ha traccia alcuna[24].
[1] Se siete interessati all’argomento, in questo stesso sito:
[4] Amram (Imran nel Corano), della tribù di Levi, marito e nipote di Yocheved, genitori di Mosè, Miriam e Aronne. Secondo studi esegetici, sia Amram che Yocheved dovrebbero essere nati in Egitto e, secondo studi riguardanti l’albero genealogico di Levi (vedi semplificato qui sotto), Yocheved dovrebbe essere stata la minore dei figli di Levi e, quindi coetanea di Amram, pur essendone zia, nato a sua volta da Kohat, figlio di Levi e fratello di Yocheved.
[5] Considerata la fonte primaria del “pentateuco”, ovvero dei cinque libri che compongono la Torah (datata intorno al IX-X secolo a.C.). Si caratterizza per l’uso ricorrente del nome “Jahvè” per indicare Dio.
[6] Fonte caratterizzata, anche in questo caso, dal ricorrente uso della parola “El” per indicare Dio, molto spesso, però, usata al plurale “Ĕlōhīm”, ovvero Dei. Interessante notare quanti e quali nomi ebraici abbiano in se una componente teofora che comprende proprio il termine “El”: Dani-el; Ab-el; El-ijah; Ezeki-el; Gabri-el; Immanu-el; Micha-el; Shemu-el, o la stessa Isra-el.
[7] “Secondo Libro dei Re”, 22 e 23 [VI-V sec. A.C. fonte Deuteronomista]; “Secondo libro delle Cronache”, 34 e 35.
[8] Per chi volesse saperne di più sull’Esodo e sulla sua presumibile data, o su chi fu/furono il /i Faraone/i dell’Esodo, rimando a un altro articolo da me scritto in altro sito: https://www.fattiperlastoria.it/fake-news-antico-egitto/
[9] Principali Re della XVIII dinastia (si noti la ricorrenza del suffisso “mose” di molti dei nomi): Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II, Hatshepsut, Thutmose III, Amenhotep II, Thutmose IV, Amenhotep III, Amenhotep IV/Akhenaton, Smenkhara, Tutankhamon, Ay, Horemhab.
[10] L’enoteismo prevede la preminenza di una divinità sulle altre che compongono un dato pantheon, così da catalizzare tutto il culto. Viene considerata una forma intermedia tra il politeismo e il monoteismo vero e proprio, in cui la venerazione è incentrata su una singola divinità, senza tuttavia negare l’esistenza di altre, di cui però di solito è sottolineata l’inferiorità.
[11] L’antica Per-Hay, la “casa della felicità”, ma anche “Palazzo dell’Aton Splendente”, chiamata Malqata (“luogo delle cose ritrovate”) all’atto della scoperta, nel 1888, da Georges Daressy (1864-1938), oggi meglio nota come Kom el-Hetan. Scavi sono in corso in quello che era il complesso templare e abitativo più grande di cui si abbia conoscenza, e di cui restano, come uniche vestigia visibili i cosiddetti Colossi di “Memnone”.
[12] Thutmosi, erede al trono; Amenhotep, divenuto re con il nome di Amenhotep IV, poi Akhenaton; Sitamon, divenuta Grande Sposa Reale del padre intorno al trentesimo anno di regno; Isis; Henuttaneb; Baketaton e, verosimilmente, Smenkhara, successore effimero (avrebbe regnato per meno di un anno) di Akhenaton, prima dell’assunzione del trono di Tutankhaton (Joyce Tyldesley, “Chronicle of the Queens of Egypt”, Thames & Hudson).
[13] Ad est del palazzo del re si apriva un enorme lago cerimoniale (3.700 braccia per 600) della cui inaugurazione restano alcuni scarabei commemorativi (lavori iniziati il «…1° giorno del terzo mese dell’inondazione, mese di Athir della stagione di Akhet…» e terminati dopo soli 15 giorni «…il 16° giorno di Athir…»).
[14]Theodore Davis, Gaston Maspero ed altri “The tomb of Iouiya and Touiyou : the finding of the tomb” Archibald Constable and Co. Ltd, 1907.
[15]Il testo è stato ricostruito ricomponendo tre tavole, rinvenute alla metà del XIX secolo, tra i resti della biblioteca del palazzo reale di re Assurbanipal (Aššur-bāni-apli = Ashur Creatore di un Erede) d’Assiria, a Ninive, più altri frammenti di altre provenienze.
[16] Sargon (Sa-Rugi = Vero Re legittimo), fondatore e primo re dell’Impero Accadico, šarru kibrat ‘arbaim = Re dei Quattro Angoli (del cielo o del mondo).
[17] Traduzione di Giuseppe Del Monte, Iscrizioni reali dal Vicino Oriente Antico, Università di Pisa, 2004, p.16.
[18]Si pensi anche alla regina Hatshepsut che, avendo usurpato il trono al figliastro Thutmosi (quello che poi sarà il III di questo nome), farà derivare la sua nascita dall’unione tra la madre, la bellissima regina Ahmasi, e lo stesso Dio Amon.
[19] “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature.” (Salmi 104, 24)
[20] Una curiosità egittologica riguarda il luogo in cui Aaronne morirà, come Mose, prima di giungere alla Terra Promessa e in cui verrà sepolta Miriam, sorella dei due. Secondo la Bibbia la località era Meribah che alcuni traduttori antichi esplicitamente indicano come “Qadesh degli Hittiti” (Numeri 20, 1).
[21] Attenzione poiché qui si ripete la genealogia di Mose e si sottolinea come Amram e Yocheved fossero nati in Egitto.
[22] Può essere interessante, a proposito dei Leviti, sapere che in tedesco “Leviten lesen” (letteralmente “leggere i Leviti”) è sinonimo di “sgridare”, “fare una ramanzina”, una “lavata di capo” e sapete perché? nel 760 d.C. il Vescovo di Metz (Chrodegang) per migliorare moralmente con la penitenza i religiosi (che pare fossero alquanto licenziosi), li costrinse a leggere il “Levitico” –terzo libro del Pentateuco- che contiene le leggi destinate, appunto, ai sacerdoti;
[23] “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” fu scritto da Freud (1856-1939) tra il 1934 e il 1938 e pubblicato nel 1939, pochi mesi prima della sua morte. Già precedentemente Freud aveva scritto “il Mosè di Michelangelo”, pubblicato anonimo nel 1914 sulla rivista “Imago”.
[24] Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio: “Mosè l’egiziano, nella Bibbia e nella leggenda” di Johannes Lehmann –ed. Garzanti- 1982.
Il National Museum of Egyptian Civilization presso il Cairo, dopo un laborioso restauro, espone il carro del Faraone Thutmose IV.
Ritrovato nella sua tomba in pessime condizioni, in legno , gesso e lino.
È come sfogliare un libro perché racconta delle sue battaglie e dei suoi nemici con immagini ricche di particolari. Le immagini provengono dal museo. Dinastia XVIII. La sua tomba è la KV 43. Scavata nel 1904. Sir Howard Carter la conosce bene!!
In questa foto si vede il dettaglio di Thutmose IV che insegue i nemici. Al suo fianco si intravede il dio Montu dalla testa di falco, che indossa sul capo piume e un disco solare.
Davanti al sovrano appare la descrizione “ Amato da Montu”. Il sovrano è protetto dal dio
In questa foto si vede il dettaglio di Thutmose IV che insegue i nemici. Al suo fianco si intravede il dio Montu dalla testa di falco, che indossa sul capo piume e un disco solare. Thutmose indossa la corona blu di guerra, il khepresh. Nessuna corona è mai stata trovata tra i vari corredi funerari giunti a noi
Visibile il cartiglio del sovrano: mn xprw ra “stabili le forme dì Ra”.
Sopra il giunco e l’Ape: Re dell’alto r basso Egitto
Ancora il cartiglio del sovrano sopra Montu, dio-falco dell Guerra
Ancora il cartiglio del sovrano sopra Montu, dio-falco dell Guerra
I 9 archi rappresentanti i popoli nemici dell’Egitto
Qui si vede una sfinge, forse il sovrano. I sovrani venivano frequentemente rappresentati con le sembianze di sfingi che calpestano i nemici
…avvolto nel suo tezzefe[1], che si confondeva con il buio della notte, el-Aurans Iblis si proteggeva dagli attacchi degli spiriti della solitudine, che infestano il deserto, coprendo il volto con il kel asuf che lasciava scoperti solo gli occhi di un profondo colore azzurro… ai suoi lati, come lui nascosti tra le dune e mimetizzati nella notte, oltre 400 uomini aspettavano un suo ordine mentre, sbuffando nella notte, la locomotiva arrancava sulla linea che congiungeva Damasco a Medina. La sua mano si abbassò sulla leva, l’impulso si trasmise lungo il filo raggiungendo l’innesco e la vampa illuminò la notte seguita, una frazione di secondi dopo, dal boato dell’esplosione. Poi iniziò l’attacco vero e proprio al convoglio! Anche quella notte i rifornimenti non avrebbero raggiunto le truppe turche.
Thomas Edward Lawrence[2], per i suoi alleati, beduini del deserto, più semplicemente el-Aurans Iblis, “Lawrence il Diavolo”; ma, tra il 1916 e il 1918, le sue imprese eroiche nella lotta contro le forze dell’impero ottomano che occupavano la penisola araba, non avrebbero sortito l’effetto desiderato se non supportate economicamente da un altro personaggio che, ai fini del nostro racconto, sarà importante giacché, come noi, appassionato della storia dell’Antico Egitto: il Generale Edmund Henry Hynman Allenby[3] che, comprendendo le potenzialità strategiche delle forze irregolari raccolte da Lawrence (circa settantamila uomini), provvide a sovvenzionarlo con l’astronomica cifra, per l’epoca, di duecentomila sterline mensili.
Già, vi chiederete, ma perché se siamo in un sito di egittologia, stiamo parlando della Prima Guerra Mondiale? Un attimo e, se avrete la pazienza di seguirmi, ci arriveremo…
ALLENBY, THUTMOSI III E MEGIDDO
Busto di Thutmosi III
Sir Edmund Henry Hynman Allenby
Lasciato Lawrence alle sue scaramucce e alla conquista del porto di Aqaba[4], torniamo ad Allenby, a sua volta figura leggendaria nella conquista della Palestina e della Siria durante il primo conflitto mondiale. Accompagniamolo, perciò in una delle sue più importanti vittorie, resa tale, tuttavia, anche dalle azioni di disturbo poste in essere da el-Aurans Iblis: la Battaglia di Megiddo del settembre 1918.
E qui, se fossimo in un documentario televisivo, potremmo tranquillamente sfumare e sovrapporre allo “swagger stick”, il bastoncino tipico degli Ufficiali inglesi, il flagello e, al berretto di Allenby, la khepresh, la corona blu degli antichi re egizi.
Con un salto temporale che solo le immagini possono permettere, o la capacità di trasformare un testo in immagini con gli occhi della fantasia, torniamo indietro di almeno… 3500 anni…
L’anno è il XXII del regno di Men-Kheperu-Ra, il giorno è il XXV del IV mese dell’Inverno[5].
Ma il Nesw-Bity, o prae-nomen, potrebbe complicare il comprendere di chi si tratti e, perciò, sarà meglio chiamarlo con il titolo Sa-Ra, figlio di Ra, della sua titolatura: Thutmosi e, per semplificarne ancora l’individuazione, aggiungiamo che è il III re[6] della XVIII dinastia a portare tale nome[7]; un nome a sua volta declinato, specie dagli studiosi di storia militare come il Generale Allenby, in “Napoleone d’Egitto”.
Ben giustificato, apparirà questo soprannome se si considera che a lui si debbono 17 campagne militari[8] nonché soluzioni politico-militari-diplomatiche di valore, come vedremo, certo innovativo.
Proprio nell’ambito della prima di queste campagne s’inserisce quello di cui vorrei parlarvi.
Un brano degli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak
IL “NAPOLEONE D’EGITTO” E LA I CAMPAGNA
Da sempre l’Egitto è stato circondato dai suoi nemici, dalle sabbie della Libia con le sue tribù, alle popolazioni Nubiane del profondo sud, agli “odiati” Sethiu: gli Asiatici. Tutte insieme, queste etnie, costituivano “i nove archi[9]”, cioè i popoli nemici dell’Egitto che il Re calpestava ad ogni passo dato che proprio nove archi erano riportati sotto i suoi sandali o sul poggiapiedi del suo trono.
Sfinge bronzea di Thutmosi III sdraiata sui “nove archi”
Ma il Principe di Qadesh, una città che ricorrerà spesso negli annali dell’Egitto faraonico, decide di opporsi al Re Thutmosi riuscendo a catalizzare attorno a se oltre 200 principi asiatici che operano al confine causando non pochi danni alle popolazioni alleate del “Grande Re”. L’esercito egizio è intervenuto già per operazioni di frontiera tentando di difendere gli alleati, ma si rende necessaria un’azione più decisa ed ecco che, in quel famoso anno XXII[10], giorno XXV del IV mese[11], Thutmosi inizia la propria campagna militare.
Dieci giorni e 200 chilometri dopo, proprio nel giorno di inizio del suo XXIII anno di regno, Thutmosi ed il suo esercito hanno attraversato il deserto e si trovano in una località che, successivamente, i Filistei[12] chiameranno Gaza. Altri dieci giorni e l’esercito si accampa ad Aruna, ai piedi della catena montuosa (che poi si chiamerà “del Carmelo”) che bisogna superare per raggiungere la piana di Megiddo in cui, vista l’avanzata nemica, si è schierato l’esercito dei Principi della confederazione asiatica.
Attorno al tavolo dello Stato Maggiore, nella tenda del Re, si affaccendano i suoi Generali: motivo del contendere è la scelta della strada da seguire per raggiungere la città nemica. Tre, infatti, sono i percorsi possibili: due sono agevoli, ampi e consentiranno all’esercito, secondo i Generali, di poter procedere con il minimo rischio e di potersi schierare nella piana di Megiddo con rapidità ricostituendo i ranghi rapidamente per fronteggiare il nemico. Il terzo percorso, più breve, è però disagevole, passa per strette gole di montagna in cui addirittura lo stesso carro del Re passerebbe a stento e l’esercito si dipanerebbe in uno stretto e lungo serpentone che difficilmente potrebbe manovrare in caso di attacco nemico; basterebbe un uomo a tenere in scacco un intero esercito!
Ma il Re è irremovibile, proprio perché quel sentiero tra i monti è così disagevole, così “tatticamente” errato, il nemico non lo presidierà in forze o, magari, non lo presidierà affatto, e proprio per quel sentiero dovrà passare l’intero esercito della Terra di Kemi (giacché questo era il vero nome dell’Egitto).
Il carro del Re si trova spesso sull’orlo di baratri di cui non si scorge il fondo o, al contrario, alla base di rupi altissime da cui anche un solo sasso, lanciato, potrebbe causare gravi danni; Thutmosi, girandosi, non riesce a vedere la fine di quella lunga fila di uomini che lo seguono fiduciosi poiché egli è come il Dio della Guerra alla testa dei suoi eserciti[13].
Ma ogni percorso, anche il più disagevole, è destinato a terminare ed il Re, preceduto dalla sua avanguardia, giunge nella piana di Megiddo, alle spalle dello stesso nemico che, come previsto, è pronto a fronteggiare proprio gli sbocchi dei due percorsi più agevoli.
Thutmosi potrebbe sbaragliare immediatamente la coalizione nemica, capeggiata dai Principi di Qadesh e di Megiddo, ma deve aspettare l’arrivo anche dell’ultimo uomo, ed anche quando la retroguardia ha raggiunto il piano, il Re decide che si deve aspettare un giorno fausto e fa accampare i suoi uomini. Passano tre giorni poi, dopo una splendida notte con la luna nuova, al mattino del terzo il Re scatena il suo esercito, ormai riposato e riorganizzato, che ha immediatamente ragione del nemico che ripiega disordinatamente sulla città fortificata di Megiddo.
La fuga è così precipitosa che lo stesso Principe di Qadesh, per entrare nella città che ha ormai già chiuso le porte, deve farsi issare sulle mura con le funi[14].
Il Re vorrebbe immediatamente approfittare dello strapotere, ma il suo esercito si ferma a saccheggiare il ricchissimo accampamento nemico[15]. È gioco forza, così, dover procedere all’assedio di Megiddo, un assedio che durerà ben sette mesi e che si concluderà con la caduta della città e la cattura di oltre cento dei Principi asiatici ribelli, delle loro mogli, dei loro harem e, soprattutto, dei loro figli.
Eppure, in un’epoca in cui la guerra è brutalità pura, Thutmosi III inizia una politica lungimirante ed accorta che ben giustifica, peraltro, proprio quel soprannome di “Napoleone d’Egitto” che sopra abbiamo visto. L’esercito confederato è ormai smembrato, la riunificazione sotto un unico comando è fallita e cessa, pertanto, di essere un pericolo per l’Egitto, la lega stessa si è dispersa ed è ormai frammentata nei molteplici regni iniziali, con piccoli eserciti, e piccoli principi, più facilmente controllabili. Thutmosi può dirsi soddisfatto della sua vittoria e, magnanimamente, non solo libera i principi presi prigionieri a Megiddo, ma li reinsedia sui rispettivi troni facendo loro giurare che mai e poi mai rivolgeranno nuovamente le armi contro l’Egitto.
Il Re tuttavia, per diritto di “bottino”, potrebbe far sue le mogli o le concubine degli sconfitti, potrebbe ucciderne i figli per non perpetuare le stirpi dei nemici, ma ben altro è il suo progetto. I figli dei Principi, infatti, saranno suoi ospiti presso la Corte egizia in una sorta di Accademia militare, il “Kep”, in cui verranno educati, acquisiranno usi e costumi egizi apprezzandoli e costituendo, quando torneranno sui troni dei padri, una futura classe politica “amica”. Questo non volendo citare, s’intende, il ben valido deterrente costituito dalla loro presenza “a casa” del Re contro le eventuali idee di ribellione dei rispettivi genitori.
…e la linea del tempo, che ci aveva portati oltre 1400 anni prima dell’era volgare, ora scivola in avanti e ci porta lontano da quel XXIII anno di regno di Thutmosi: l’anno, questa volta, è il 1918 d.C. e, nella stessa zona, si combatte la Prima Guerra Mondiale.
Comandante delle forze dell’Impero Britannico nell’area è il Generale Sir Edmund Allenby e di fronte ha le forze dell’Esercito Ottomano che sono schierate nella piana di Megiddo, o meglio in quella che è intanto diventata Tell al-Mutesellim, nel territorio del futuro Israele.
Ma, ricordate? Sir Allenby è un cultore di egittologia, conosce bene la storia di Thutmosi III e decide di seguirne le orme: nuovamente l’espediente di percorrere il disagevole sentiero tra i monti si dimostra una mossa vincente!
Per chi avesse la curiosità di sapere quale è la fonte del racconto della “Campagna di Megiddo”, preciso che questa è narrata negli “Annali di Thutmosi III”, in un lungo rilievo che circonda il sacrario del Dio, nel Tempio di Amon a Karnak, nonché su una stele eretta a Napata, oltre la quarta cateratta del Nilo e perciò in pieno territorio nubiano, verosimilmente per servire da monito a quelle popolazioni magnificando le capacità guerriere del Re.
Potenza della propaganda!
Un’altra piccola digressione, finale, riguarda ancora Megiddo: secondo la religione ebraica, infatti, proprio nella valle prospiciente la città avrà luogo l’Armaghedòn (letteralmente Monte di Megiddo), ossia lo scontro finale tra le forze del bene e quelle del male.
VII pilone del Tempio di Karnak: Re Thutmosi III tiene per i capelli un gruppo di Principi asiatici e leva in alto la mazza da guerra per colpire
10/11/2021
[1] Il vestiario dei Tuareg comprende l’”akerbas” camicia lunga dotata di maniche, molto simile alla “djallabiah”, l’”ekerbay”, pantalone, il “tagalmust”, il classico velo che ricopre il capo (che può essere anche chiamato “ă alil”, se è quello indossato giornalmente, meno elaborato), il “kel asuf”, il velo che copre il volto e che serve per proteggere dalla sabbia, ma principalmente dai demoni del deserto. L’abito è detto “aselsou”, o anche “telesse”; se nero è, invece, un “tezzefe”, se bianco, di lana, “abror”. Un abito di lusso è un “iloumar”, se di poco prezzo “akoulil”.
[2] Thomas Edward Lawrence (1888-1935), ma anche T.E. Smith. T.E. Shaw, John Hume Ross, militare, agente segreto, archeologo, scrittore (suoi sono “I sette pilastri della saggezza), più noto con il leggendario nome di “Lawrence d’Arabia”
[3] Edmund Henry Hynman Allenby (1861-1936), generale dell’Esercito britannico, che, tra il 1917 e il 1918, condusse la forza di spedizione egiziana nella conquista della Palestina e della Siria.
[4] 6 luglio 1917: Lawrence occupa il porto di Aqaba, sul Mar Rosso, dopo una traversata del deserto di quasi 600 miglia (circa 950 km), capeggiando un esercito di circa 5.000 costituito, in maggior parte da appartenenti al clan Howeytat.
[5] Date le possibili datazioni discordi, siamo in un periodo compreso tra il 1457 e 1482 a.C.
[6]Si sarà di certo notato che non è stato usato il termine “Faraone” ma quello di Re, e questo perché questo termine, derivante da “Per-Aa”, ovvero “Grande Casa”, entrerà nell’uso comune per indicare i Re dell’Antico Egitto proprio ed a partire dal Regno di Thutmosi III.
[8] Dalla 1ª alla 7ª : campagne “punitive” e di assestamento del potere regale, con la conquista dell’area siro-palestinese; dalla 8ª alla 17ª: scontri con il regno di Mitanni (regno breve ma intenso, nato dalla distruzione di Babilonia, situato nella zona tra l’attuale Kurdistan e l’Eufrate. Alla morte di Hammurapi (1180 a.C.), infatti, s’insediano nell’area nuove etnie tra cui, appunti, i Mitanni con una aristocrazia indo-europea. Affini agli Hittiti, i Mitanni avranno, però, vita molto più effimera e breve;
[9] Normalmente con il termine “nove archi” erano indicati i nemici maggiori dell’Antico Egitto; è bene tuttavia tener presente che i nove “nemici” non erano consolidati nel tempo e costantemente individuabili, ma variavano a seconda del periodo storico. Del resto, chi era nemico “ieri” può non esserlo “oggi”, ad esempio per la stipula di trattati di pace, e viceversa.
[10] Gli anni di regno citati da Thutmosi III sono calcolati, lo si rammenta, dalla morte del padre, Tuthmosi II, e non da quella di Hatshepsut, diretto predecessore sul trono, in questo secondo caso si tratterebbe, perciò, del 1-2° anno di regno.
[11] L’anno egiziano era calcolato su 365 giorni esatti e si basava su tre stagioni di quattro mesi, da 30 giorni, ciascuna; ma 30 x 12 = 360 giorni, cui si aggiungevano 5/6 giorni “epagomeni”, che venivano, cioè, aggiunti con una certa cadenza per avvicinare la durata dell’anno del calendario a quella dell’anno solare. Giacché l’interno ciclo era in funzione delle piene nilotiche, il primo giorno era in funzione dell’arrivo, a Ineb-Hedji (la greca Menfi) della prima ondata di piena, intorno al 15-20 di giugno. Quanto ciò comportasse imprecisione è facile immaginare, tanto che venivano usati anche altri “calendari”, talvolta sfalsati tra loro, per cercare di far “quadrare” il periodo annuale. Orientativamente, Akhet, la prima stagione dell’inondazione, andava da luglio a novembre; Peret, stagione della germinazione, da novembre a marzo; Shemu, stagione del raccolto, da marzo a luglio. I Mesi, fino al periodo ellenistico, quando furono assegnati nomi a ciscuno, venivano indicati con numeri (I, II, III mese di Akhet, ad esempio). In ogni caso, anche per gli studiosi, esistono notevoli difficoltà ad indicare una corrispondenza con il calendario gregoriano, oggi vigente.
[12] L’area è quella fenicia, ma il termine greco “Fenicio”, con riferimento alla produzione della porpora, si associa a tale zona del Vicino Oriente solo dopo le invasioni dei Popoli del Mare (di varia origine, in cui è possibile, forse, riconoscere civiltà più note: gli Sherdana, forse Sardi; gli Akijawa, forse gli Achei; i Filistei, e altri).
[13] “…Ecco, si diede ordine all’intero esercito di muoversi; sua Maestà procedeva su un carro di oro fino, equipaggiato con le sue insegne di guerra, come Horus dal braccio possente, signore dei riti, come Montu di Tebe, mentre suo padre Amon rendeva forti le sue braccia. …” dagli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak;
[14] “…Ed essi [i nemici] videro, invero, sua Maestà prevalere e corsero precipitosamente verso Megiddo, con visi terrorizzati, dopo aver abbandonato i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento. Li tirò su, issandoli per le loro vesti, in questa città; infatti la popolazione aveva sbarrato questa città contro di loro, ma avevano calato delle funi per issarli su…” dagli “Annali di Thutmosi III” citato;
[15] “…Furono allora catturati i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento, come facile bottino, (mentre) le loro truppe giacevano prostrate come pesci in un’ansa della rete…” dagli “Annali di Thutmosi III”.
Questa seggiolina di uso quotidiano fu trovata nell’anticamera della tomba di Tutankhamon. Si ipotizza che il faraone la usasse da bambino alla corte di Amarna.
È realizzata in ebano massiccio con intarsi in avorio e con pannelli in oro sui braccioli, dove sono rappresentati degli orici feriti e piante del deserto. Le gambe, a forma di zampe anteriori e posteriori di leone, terminano con artigli in avorio.
Questa sedia è uno straordinario esempio di manifattura: lo schienale leggermente curvo è sostenuto da tre doghe verticali; il sedile è composto da cinque doghe scolpite, su cui probabilmente veniva posto un cuscino: il tutto in un insieme armonioso ed elegante – dove anche l’ergonomia trova il suo posto – che ci lascia stupiti ancor oggi.
L’ebano nell’antico Egitto era un legno estremamente raro e difficile da trovare, probabilmente proveniente da scambi commerciali con l’Africa occidentale.
La foto originale di Burton che mostra l’ottimo stato di conservazione e la descrizione di Carter
Altezza della seduta 32 cm.
Dimensioni totali; cm. 40,6×39,1×71,5.
Proveniente dalla KV 62, Valle dei Re e conservata al Museo del Cairo JE 62033
Fonti:
Web
The Immutability of the Core Construction of a Chair: The Building Techniques from Ancient Egypt to Contemporaneity By André Patrício Published : April 3rd 2019
SEGGIO PICCOLO IN LEGNO
A cura di Grazia Musso
Seggio piccolo in legno Altezza 73 cm. Carter 349
Questa seggiola da bambino fu usata dal faraone in giovane età.
Le gambe hanno la forma di zampe di leone, a simboleggiare i concetti di protezione e rinascita nell’aldilà.
La seduta ha doppia curvatura e lo schienale è inclinato, la sedia non ha braccioli.Fra le gambe ci sono dei pannelli lavorati a giorno che fungono da supporti e sono decorati con i fiori di loto e papiri, piante araldiche che simboleggiano l’Alto e il Basso Egitto.
I vegetali sono intrecciati al geroglifici che raffigurano. i polmoni e la trachea che significa “unire”.
Sull’alto schienale è raffigurato Horo in forma di falco, mentre dispiega le ali, a protezione del re seduto sulla sedia, fra gli artigli tiene i segni shen, simboli dell’eternità e al di sotto delle ali ci sono due ankh, simboli della vita, fra scettri was, emblemi di potere e autorità.
Al di sopra delle ali di Horo si trovano i cartigli del faraone, dunque Horo protegge sia i nomi del re sia il sovrano in persona.
Fonte : Tutkhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – Einaudi.
8Luisa Bovitutti, Franco Nicoli e altri 6Commenti: 2
Nel 1275 BCE la situazione nel Retenu egizio, il nostro Medio Oriente, è critica. Gli Ittiti (Regno di Ḫatti), stanziati per secoli in Anatolia, si stanno espandendo verso sud ed hanno già avuto delle scaramucce con Seti I. Hanno praticamente soppiantato i Mitanni in Siria dopo che Suppiluliuma ha sconfitto Tushratta e costituiscono un serio pericolo per l’Impero Egizio. Il confine tra gli Egizi e gli Ittiti ora è in pratica costituito dal fiume Oronte e dalla città di Kadesh, fortezza considerata inespugnabile ed in mano ittita.
Lo scacchiere mediorientale ai tempi di Kadesh
Ma l’Egitto non può lasciare una delle sue fonti di rame ed il crocevia degli scambi commerciali in pericolo. Forte degli echi delle imprese di Thutmosis III, Ramses II decide di intervenire.
Ramses è giovane, spavaldo ed un po’ ingenuo. Dopo una prima veloce campagna nel 1276, dove ottiene la fedeltà del regno di Amurru e del suo re Bentešima, l’anno successivo è deciso ad infliggere un colpo mortale agli Ittiti. Parte quindi per una spedizione militare nel suo quinto anno di regno con praticamente tutto l’esercito egizio – le Divisioni stabili create da suo padre Seti I dedicate agli Dei Amon (“Potente di Archi”), Ra (“Ricca di Valore”), Seth (Vittoriosa di Archi”) e la nuova Divisione Ptah – sotto il suo comando. Ogni divisione ha in media 4,000 fanti e 500 carri da battaglia, ognuno con un auriga ed un arciere, per un totale di 20,000 soldati. L’Egitto viene lasciato completamente sguarnito; in caso di sconfitta niente potrà opporsi ad un’invasione ittita.
Una rappresentazione del carro da guerra egizio, con l’auriga avente funzione anche di portascudo
Il carro ittita prevedeva di avere tre soldati a bordo, uno con la funzione specifica di proteggere auriga ed arciere con uno scudo molto più grande di quelli egizi. Era però meno manovrabile ed in difficoltà negli spazi più ristretti
Il carro di Tutankhamon non è proprio da guerra, però ci fornisce un’idea di forma e dimensioni
Le principali armi dell’esercito egizio del tempo: pugnale, spada da combattimento ravvicinato ed al centro il “Khopesh”, usato soprattutto come arma da taglio sui carri e poi con un ruolo tradizionale e simbolico.
Muwatalli II, il sovrano ittita, ha appena spostato la capitale da Ḫattuša a Tarḫuntašša, in Anatolia meridionale, proprio per prepararsi allo scontro e risponde con un esercito di cui non conosciamo l’entità precisa. Le fonti egizie parlano di 40,000 uomini e 3,700 carri pesanti da battaglia, ma non sono sicuramente affidabili.
LO SCONTRO
La Fortezza di Kadesh rappresentata circondata dalle acque del fiume. All’interno gli stendardi ittiti ed il “vile re Muwatalli” (Abu Simbel)
Ramses risale l’attuale Palestina con la sue Divisioni schierate il fila indiana a qualche chilometro una dall’altra per evitare il più possibile la polvere che si alza al passaggio di ogni gruppo. Prima di attraversare l’Oronte, cattura due beduini shasu che gli raccontano come il “vile Muwatalli” sia ancora a nord di Aleppo, timoroso di scontrarsi con il divino Faraone. Ovviamente è una balla colossale, ma Ramses, assetato di gloria e fama, non prende neanche in considerazione questa possibilità e si lancia in avanti con il suo esercito. Attraversa l’Oronte con la Divisione Amon e la sua guardia del corpo personale composta dagli Sherdani, i Guerrieri del Mare, ed invece di aspettare le altre Divisioni supera la foresta di Robawi sulla riva occidentale del fiume e marcia su Kadesh.
Da un punto di vista militare la stupidaggine è talmente grossa da essere citata ancora oggi nei trattati di strategia militare: mai dividere le proprie forze se non si conosce la posizione del nemico a meno che non comporti un chiaro ed immediato vantaggio tattico. E qui il vantaggio non c’è, anzi.
Le diverse fasi della Battaglia di Kadesh con l’agguato di Muwatalli (da “Ramesses II il Grande” di Franco Cimmino)
Davanti a Kadesh, gli Egizi catturano due esploratori ittiti, li torturano e scoprono la verità: l’esercito di Muwatalli è appostato vicino al guado del fiume. Ramses si ferma, costruisce un campo e sollecita le altre Divisioni ad accelerare, ma è drammaticamente tardi. Gli Ittiti, nascosti poco lontano ad oriente ed a conoscenza di un guado poco profondo, piombano con 2,500 carri pesanti sulla Divisione Ra quando ha appena attraversato la foresta, la spezzano letteralmente in due e poi convergono a nord sulla Amon. La Ptah sta ancora attraversando il fiume, la Seth è lontana a sud. Ramses sembra spacciato, potrebbe essere ucciso, o peggio ancora catturato da Muwatalli. Chissà se in quei momenti ha pensato alla tragica fine di Seqenenre Tao per mano degli Hyksos.
I prigionieri ittiti vengono torturati per far loro confessare la posizione reale dell’esercito di Muwatalli
Ciò che rimane della Ra fugge a nord in piena rotta, entra di corsa nell’accampamento di Ramses che viene circondato dai carri Ittiti. Per un motivo ignoto, ma che andrebbe inserito anch’esso nei manuali militari alla voce “non fare mai”, Muwatalli tiene ferma la fanteria ad est dell’Oronte. Gli Egizi devono affrontare “solo” i carri. Ramses, sul suo carro da battaglia con il fido auriga Menna, trova un varco ad est insieme ai suoi Sherdani e, combattendo, sfugge all’accerchiamento. In questa fase, il principe di Aleppo Rabasuru (alleato di Muwatalli) respinto dalle truppe della Amon, cade nel fiume; verrà ripescato più tardi.
Se i carri ittiti inseguissero adesso il Faraone sarebbe game over. Ma l’esercito di Ḫatti non è coeso come quello egizio. In pratica è un coacervo di truppe mandate da ogni Stato vassallo degli Ittiti. A volte poco più di predoni più o meno organizzati. In battaglia si disuniscono. Quando irrompono nel campo di Ramses, trovano di tutto. Il Faraone viaggia comodo, ha con sé numerosissimi oggetti preziosi, e le truppe di Ḫatti si fermano a saccheggiare il campo. Sarà un errore fatale.
Il carro di Ramses travolge i soldati nemici
I superstiti della Amon e della Ra si riorganizzano ad est del campo, e proprio in quel momento da ovest sbucano delle truppe inviate dai vassalli egizi dalla costa, una sorta di quinta Divisione di ausiliari di Amurru (chiamati Naruna nel testo egizio). Tanto per cambiare, alcuni studiosi identificano questa “quinta divisione” come formata da Ebrei. L’esercito ittita rimane preso da due parti; per qualche ora la battaglia è in bilico poi spuntano gli stendardi della Ptah che avanza a marcia forzata e Muwatalli arretra di fianco a Kadesh. Il mattino seguente giunge anche la Seth, e il re ittita negozia una tregua con Ramses. Ognuno dei due eserciti si ritira guardingo verso i rispettivi territori e lascia di fatto una situazione inalterata.
I Naruna, le truppe di rinforzo provenienti da Amurru che hanno cambiato il destino della Battaglia di Kadesh (e della storia egizia?)
Le truppe ittite, un cavallo e un cavaliere, i carri e le squadre scappano da Ramses II nuotando attraverso l’Oronte. Il cavaliere a cavallo si piega all’indietro, forse colpito da una freccia. Il suo cavallo indossa un pettorale tipico dei cavalli da carro, suggerendo che inizialmente tirasse un carro e che ora sia in rotta. Alcuni uomini muoiono nell’acqua. Il principe di Aleppo viene tenuto a testa in giù dai suoi soldati per fargli espellere l’acqua ingoiata. (Rilievo di Breasted dal Ramesseum)
I prigionieri dopo la Battaglia; a sinistra si contano le mani mozzate ai nemici sconfitti, mentre gli scribi ne annotano il numero
CHI HA VINTO
Tecnicamente nessuno ha prevalso; nella pratica la vittoria strategica è di Muwatalli che mantiene il controllo della fortezza di Kadesh, blocca la riconquista della parte settentrionale della Siria da parte di Ramses e chiude definitivamente l’espansione egizia nella zona.
Da parte sua Ramses può rivendicare di aver combattuto con forze (probabilmente) inferiori, di non essere caduto sul campo o essere fatto prigioniero. Rimane lo sconcertante errore tattico che ha pregiudicato tutta la campagna militare. Le perdite inflitte all’esercito egizio potrebbero essere causa indiretta della mancanza di ogni ulteriore azione egizia di rilievo nella zona negli anni seguenti.
Ḫattušili, fratello di Muwatalli e succeduto al nipote Muršili III dopo averlo detronizzato, preferirà cinque anni dopo un trattato di pace con Ramses e l’Egitto (forse anche come legittimazione del suo trono) suggellando anche il patto con un matrimonio interdinastico di sua figlia, che prenderà il nome egizio di Maathorneferura, con Ramses stesso e di un secondo matrimonio di cui non sappiamo praticamente nulla.
L’EPOPEA DI KADESH
La “propaganda” di Ramses non lascerà posto per i comprimari: il fido auriga Menna “svanisce” dalle rappresentazioni e Ramses viene raffigurato con le redini del carro allacciate sulla schiena come se fosse da solo a guidarlo mentre stermina i nemici con il suo arco
Comunque sia finita la battaglia, Ramses al ritorno la celebra come una grande vittoria. Il resoconto del conflitto (redatto in due versioni, chiamate oggi convenzionalmente “Bollettino” e “Poema di Pentaur”, probabilmente dal nome dello scriba che lo trascrisse sul Papiro Sallier III) si è conservato sia su papiro che nella versione epigrafica e monumentale, corredata da rilievi figurati e didascalie relativi agli episodi salienti, e riportata sui principali edifici egiziani, a Abydos, Tebe (nei templi di Luxor e Karnak, oltre che nel Ramesseum) e Abu Simbel. La versione egiziana, soprattutto nel “Poema di Pentaur” è un peana alle imprese di Ramses, ovviamente, solo ed abbandonato dagli inetti soldati contro il vile re di Ḫatti. Ed è forse il primo esempio di propaganda “politica”, con evidenti falsità da parte egizia (“Sua Maestà uccise tutto l’esercito del vile caduto di Ḫatti insieme con i suoi grandi capi e i suoi fratelli così come tutti i grandi capi di tutti i paesi che erano venuti con lui»). È una versione molto edulcorata, con il solo Faraone come protagonista, e decisamente auto-celebrativa ma rimane il primo componimento poetico di epopea storica
Tutti dovevano conoscere la gloria del Faraone e nessuno doveva dubitare del resoconto della Battaglia:. Il racconto di Kadesh fu trascritto in tutti i principali luoghi di culto in Egitto; qui i rilievi di Abydos
E qui quelli di Luxor
Riferimenti:
Violetta Cordani – Lettere fra Egiziani ed Ittiti. Paideia, 2017
Franco Cimmino – Ramesses II il Grande. Rusconi 1984
Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
John A. Wilson – The Texts of the Battle of Kadesh. The University of Chicago Press, 1927
Literature and Politics in the Time of Ramesses II : the Kadesh Inscriptions
James Henry Breasted – A History of Egypt from the earliest of times to the Persian Conquest Charles Scribner’s Sons 1905
GLI EROI DI KADESH
A cura di Luisa Bovitutti
Ramses si arrogò tutto il merito di quello che volle definire uno strepitoso successo militare, ma riconobbe di essere debitore nei confronti della sua coppia di cavalli, che a Kadesh lo aiutarono a salvarsi la vita e a fare strage di nemici.
Nel Poema di Pentaur, resoconto della battaglia, si legge infatti che in quell’occasione il Faraone, accerchiato dai nemici, si salvò solo grazie al suo auriga Menna ed ai due cavalli che trainavano il suo cocchio e che si chiamavano “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, tanto che per riconoscenza promise che da quel giorno li avrebbe nutriti personalmente. Egli indossò anche un anello decorato con una coppia di piccoli cavalli.
“Non vennero i principi, gli ufficiali, i soldati di truppa ad aiutarmi mentre io combattevo.Ho vinto milioni di paesi da solo, essendo su “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, i miei grandi cavalli: sono essi che ho trovato ad aiutarmi quando ero solo a combattere contro paesi numerosi.
Darò disposizioni per loro di farli mangiare io stesso, in mia presenza, ogni giorno, quando sarò a palazzo: sono loro che ho trovato in mezzo ai nemici, con l’auriga Menna mio scudiero, dei miei domestici d’amministrazione; i miei testimoni, a combattere, ecco, li ho trovati”.
Dopo la battaglia di Kadesh, i rapporti tra l’Egitto e il regno Hittita divennero stretti e proficui, e molti cavalli anatolici vennero importati per migliorare le razze equine egiziane derivanti da quelle mongoliche, dalle quali con un’accurata selezione è derivato l’odierno cavallo arabo.
I CAVALLI-LEONE DI RAMSES
A cura del Prof. Maurizio Damiano
Ramses promise di onorare i suoi valorosi cavalli, e mantenne la parola, in vari modi: nei testi, nelle raffigurazioni, nell’anello al Louvre ma… anche in un bellissimo modo, tutto egizio.Nelle tre foto vediamo una scena che si trova sul muro esterno ovest, lato nord, del tempio di Luxor.
Si tratta della carica di Ramses II nella battaglia asiatica di Dapur. Vediamo i carri e Ramses (di cui è persa la parte superiore) con il suo carro trainato dai coraggiosi cavalli.
Nella seconda foto vediamo il dettaglio del carro con i cavalli.
E ora, stiamo attenti: nella terza foto vediamo il dettaglio di cavalli: guardiamo i musi; non sono quelli di due cavalli, bensì di due leoni, per celebrarne anche visivamente il coraggio.
La scoperta e il trasporto di questo straordinario colosso, facente parte della collezione Drovetti, sono menzionati nell’iscrizione incisa sulla base della stessa statua che ricorda il suo ritrovamento a opera di Rifaud a Tebe nel 1818 e il suo successivo trasferimento via mare fino a Livorno nel 1819. In una lettera del 1824 Giulio Cordero di San Quintino, incaricato dai Savoia di sovrintendere la spedizione di tutta la raccolta da Genova sino a Torino, espose le sue riflessioni sui modi e i tempi del trasporto, mostrando particolare preoccupazione per il peso eccezionale della statua che avrebbe richiesto la costruzione di un apposito carro montato su affusti di cannone, trainato da sedici cavalli.
Il colosso, insieme al suo gemello ora conservato al Louvre dove giunse con la seconda collezione Drovetti acquistata dalla Francia nel 1827, si trovava in origine davanti al piccolo tempio fatto costruire de Sethi II nel primo cortile del tempio di Amon-Ra a Karnak.
Il faraone vi è effigiato in veste cerimoniale con tutti i simboli della regalità : doppia corona formata di corna d’ariete, piume laterali e disco solare sulla sommità, l’ureo sulla fronte, la barba posticcia.
Il gonnellino a fitte pieghe indossato dal sovrano è impreziosito da alcuni elementi decorativi eseguiti con cura minuziosa.
Sulla cintura vi è il cartiglio con il nome del faraone, sul davantino la testa di una belva ferina e sul bordo inferiore un fregio di urei con disco solare sul capo, singolo di regalità.
La base del colosso riporta la titolatura e i nomi di Sethi II, che sono scritti come da tradizione, all’interno dei cartigli.
Fonte: I Grandi Musei: il Museo Egizio di Torino – Electra.
Anen fu sepolto nella tomba che si era fatto preparare nella Necropoli di Tebe (TT120); essa fu restaurata ed aperta al pubblico nei primi anni 2000.
Composta da una sala principale e da una camera sepolcrale interna, la pianta ha la forma di T tipica della XVIII dinastia. Il rilievo più significativo rappresenta Amenhotep III e la regina Tiye (i cui busti sono stati scalpellati nell’antichità) che ricevono tributi.
Le figure sotto i troni rappresentano i Nove Archi, ossia i popoli stranieri all’epoca dominati dall’Egitto: Minoici, Babilonesi, Libici, Beduini, Mitanni, Kushiti, Nubiani, Nomadi della Nubia e Mentu-nu-setet (popoli della costa ad Est).
Il rilievo è ricco di simbolismo: un gatto tiene un’anatra al collo sotto il trono della regina e una scimmia e nemici stranieri giacciono sul cuscino del faraone, schiacciati sotto i suoi piedi.
Per ricostruire fedelmente le parti danneggiate, i restauratori si sono rifatti ad un dipinto realizzato nel 1929 da una spedizione del Metropolitan Museum di New York; le ricostruzioni si differenziano dal dipinto originale perché sono solo disegnate.
Calcite, avorio, oro, pigmenti rossi, gialli, blu e verdi. Provenienza: tomba di Tutankhamon (KV62). Museo del Cairo: JE 62119.
A cura di Ivo Prezioso
Thierry Morant in Profumi e cosmetici nell’Antico Egitto, ricorda: “ L’Egiziano antico viveva in un mondo dove il sacro era essenziale; una convinzione per cui era indispensabile, al termine dell’esistenza terrena, prepararsi alla propria seconda vita in quello che, forse impropriamente, chiamiamo paradiso di Osiride. E per arrivarci, l’uso di cosmetici, fard, balsami, profumi, erano essenziali”.Così, oli e unguenti, usati abbondantemente durante la fase di mummificazione, finivano col divenire anch’essi parte integrante del corredo funerario. Nella tomba di Tutankhamon, Howard Carter, stimò che, prima del passaggio dei profanatori, nel solo piccolo ambiente denominato “Annesso”, dovevano esserci “non meno di 350 litri di oli, grassi e altre materie untuose immagazzinate lì per il re”. D’altronde Christiane Desroches Noblecourt, ci ricorda che i saccheggiatori, che penetrarono per due volte nella tomba si impadronirono innanzitutto dell’oro e degli unguenti.
Queste sostanze rare e costosissime, molto spesso importate, erano a loro volta, per riguardo al loro valore, conservate in contenitori realizzati con materiali delicati ed altrettanto preziosi, come la calcite (o alabastro egiziano). La loro forma il più delle volte originale e di grande gusto estetico, si ispirava in genere alla flora ed alla fauna. Quando si osservano le foto scattate da Harry Burton nell’annesso, ci si rende immediatamente conto del disordine che vi regnava e dovette sembrare un miracolo che oggetti così fragili e delicati potessero essere ancora intatti. In seguito, Carter preciserà che “tra i tanti oggetti straordinari, è necessario citare il seguente esempio: un vaso con le forme di un leone mitico, in piedi in un atteggiamento aggressivo, stranamente araldico come “un leone guardiano”; la zampa destra sollevata con gli artigli all’aria in una nobile rabbia, mentre la sinistra poggia su un simbolo che significa protezione. Montato sulla corona posta sulla testa si trova il collo del vaso che rappresenta un fiore di loto che prende esso stesso la forma di una corona. La decorazione di questo oggetto è incisa e riempita di pigmenti, la lingua e i denti sono in avorio”.
Questo oggetto alto 60 cm. e largo 19.8 cm, stante sul suo sgabello splendidamente realizzato, secondo Zahi Hawass “appare oggi più toccante che feroce”. In effetti, con la lingua fuori e la zampa anteriore destra alzata, come in segno di saluto, sembra sfidare, con ostentata ironia, chi lo guarda.
Christiane Desroches Noblecourt nel suo “Tutankamon e i suoi tempi” ce ne fornisce una descrizione molto dettagliata. Il colletto di pelo che incornicia la bocca, i dettagli delle orecchie, i due piccoli cuscinetti delle zampe anteriori, gli artigli dell’animale, il ciuffo terminale della coda, le piccole rosette di pelo sulle spalle, tutto ciò è evidenziato dal colore blu-nero, Il naso, una volta dipinto di nero, ha ancora tracce di rosso che indicavano le narici; gli occhi circondati di nero, sono interamente dorati, come a dare l’illusione della fosforescenza. La bocca aperta mostra otto zanne d’avorio bianche, così come le mucose laterali e la lingua pendente, dipinte di rosso. Sul petto, un piccolo dipinto sormontato dal segno del cielo, reca i cartigli del re e della regina, introdotti dai loro titoli abituali. Le orecchie dell’animale, forate, probabilmente, dovevano essere adornate da cerchi d’oro, come si vede spesso sulle statuette di gatti sacri. Gli artigli (cinque per ciascuna zampa) dovevano essere inseriti (forse in avorio): nelle cavità null’altro resta se non una materia rossastra”……”Il copricapo costituisce il recipiente per i preziosi unguenti che il felino doveva proteggere, tenendo a distanza coloro che avrebbero voluto impadronirsene. La sua composizione figurativa permette l’identificazione della divinità: l’acconciatura floreale, la natura stessa del leone e soprattutto i suoi occhi d’oro, penetranti, che sono qui riprodotti in maniera eccezionale, permettono di associare questa rappresentazione al dio Nefertum (figlio di Ptah e di Sekhmet) nel ruolo di formidabile protettore contro le forze del male. Eretto sulle zampe, può attaccare i nemici e divorare loro la testa. Il dio-fiore originale, sotto la cui forma è normalmente e più spesso riconosciuto Nefertum, è anche il dio dei profumi protettivi (Il Gradevole al naso degli Dei, colmo di fragranze), in quanto questi unguenti, oltre a purificare, costituivano il più potente rimedio contro le influenze nefaste”.
Iorwerth E.S. Edward, nel suo “Tutankhamon: la sua tomba e I suoi tesori”, vede piuttosto una rappresentazione del dio Bes: “I vasi di unguento incarnavano spesso immagini di Bes, una divinità domestica associata ai piaceri e generalmente rappresentata come un nano dalle gambe fasciate, con orecchie, criniera e coda da leone. Questo vaso è stato probabilmente scolpito in forma di leone con corona floreale a causa del collegamento tra gli animali e Bes”.Per Abeer El-Shahawy (del Museo Egizio del Cairo), invece: “Il leone, talvolta, rappresenta il dio Ra stesso, come nel capitolo 62 del Libro dei Morti (per gli egizi “Formule per poter uscire nel giorno”) che recita: “Io sono colui che è il cielo, io sono il leone di Ra””.
Le foto in bianco e nero sono tratte da: “Tutankahamun: Anatomy of an Excavation, The Howard Carter Archives Photographs by Harry Burton, The Griffith Institute”.
Quando sul pavimento dell’anticamera fu scorta questa meraviglia, un oggetto in alabastro traslucido che, alla luce delle torce, rimandava bellissimi riflessi, Carter ne restò particolarmente affascinato. Si trovava lì, sicuramente abbandonata dai profanatori, probabilmente colti sul fatto. Si tratta di un calice a forma di fior di loto in piena fioritura con i petali arrotondati magnificamente scolpiti in bassorilievo. E’ ricavata da un unico blocco di calcite ed è sostenuta da un piede a forma di tromba rovesciata dal quale si dipartono due elaborate composizioni che vanno a costituirne i manici. Tre steli per ciascun lato, prendono la forma di fiori di loto blu (uno aperto e due boccioli) in cima ai quali, inginocchiata su un cesto “neb”(= signore), si staglia la figura di Heh, il dio simboleggiante l’eternità. Tiene in ciascuna mano un ramo di palma le cui tacche per il computo rappresentano il geroglifico “rnpt” (=anno). Esso poggia su un girino (equivalente di centomila) a sua volta disteso su un simbolo “shn”(= infinito). Tra le mani del dio sono presenti due “ankh”(= vita). L’intera rappresentazione è, quindi, l’augurio di regno eterno per il faraone. Il fiore di loto a calice aperto che forma la coppa è quello della varietà bianca che sembra essere stato utilizzato nell’antico Egitto espressamente come modello per la realizzazione di eleganti oggetti per servire da bere. Nella collezione dell’ Eton College è conservato il frammento di una placca che mostra Tutankhamon sorseggiare da un calice simile. La coppa è inoltre decorata da una serie di raffinate iscrizioni incise e riempite con pigmento blu. Al centro, un rettangolo riporta all’interno il nome e il prenome del faraone affiancati da un’iscrizione che lo definisce “Amato da Amon, Signore dei troni delle Due Terre e del Cielo”. Il bordo ospita, invece, due iscrizioni distribuite sulla stessa linea.
Traslitterazione e traduzione delle iscrizioni sulla coppa in alabastro. (A cura di Paolo Belloni)
La lettura inizia dal centro, precisamente dal segno “ankh” in un gioco di simmetria così tipico dei canoni estetici egizi. Una metà del testo ci restituisce la titolatura del re, l’altra metà recita “Che abbia vita il tuo Ka, possa tu trascorrere milioni di anni, oh tu che ami Waset (Tebe), seduto col tuo viso verso il vento del nord, i tuoi occhi vedendo la felicità”. Per questa frase l’oggetto fu soprannominato “Tazza dei desideri”.
Carter doveva essere particolarmente legato a questo reperto. Dispose infatti che sulla sua lapide nel cimitero di Putney Vale a Londra fosse scolpita proprio questa frase. Parole che nonostante i 3300 anni trascorsi conservano intatte la loro eterna bellezza.