Statua di Iset, madre di Thutmosi III Granito nero, lamina d’oro. Altezza cm 98,5 Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di George Legrain, 1904 JE 37417 = CG 42072
La regina Iset, madre de faraone Thutmosi III, è seduta su un seggio che forma un unico blocco con la base.
Il volto, di forma ovale, mostra occhi ravvicinati e ampie sopracciglia, il naso è leggermente arcuato, la bocca piccola.
Sulla pesante parrucca tripartita , con trecce rese da sottili incisioni, poggia un diadema cilindrico, ricoperto da una lamina d’oro.
Sulla fronte due urei, uno con la corona rossa del Basso Egitto, l’altro con la corona bianca dell’Alto Egitto.
Iset porta al collo la collana usekh e ai polsi due larghi bracciali.
Indossa una tunica aderente con ampie fasce che le coprono il seno.
Le braccia discendono lungo il corpo e poggiano sulle cosce, la mano sinistra stringe uno scettro a forma di loto.
I piedi sono paralleli, lievemente discosti l’uno dall’altro.
La madre di Thutmosi III non apparteneva al ramo principale della famiglia reale, essendo una delle spose secondarie di Thutmosi III, infatti nella breve formula dedicatoria incisa ai lati delle gambe, non compaiono i titoli riservati alle regine nel Nuovo Regno, quali “Grande sposa regale”, “Sposa divina”, o “Figlia del re”, vi si legge :”Il dio perfetto, signore delle due terre, Menkheperra, amato da Amon, il Signore dei Troni delle Due Terre, ha fatto questo come suo monumento per sua madre Iset”.
L’ANALISI FILOLOGICA DELLE ISCRIZIONI A CURA DI LIVIO SECCO QUI
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – foto di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Calcare dipinto, altezza 65 cm Collezione Drovetti S. 1372
La statua divina, portata a spalla dai “sacerdoti puri”, dava il suo responso spostandosi verso uno dei due ostraka o scorrendo fisicamente la lista.
La maggior parte delle sentenze oracolari testimoniate nella documentazione scritta di Deir el-Medina risale alla XIX o alla XX Dinastia ed è stata rilasciata dall’oracolo di Amenhotep I.
La statua di calcare dipinto è databile, per lo stile, appunto alla XIX o alla XX Dinastia ma potrebbe essere la copia di una statua più antica, coeva del re Amenhotep I, risalente quindi alla XVIII Dinastia.
Molto probabilmente era portata in processione durante le cerimonie religiose e potrebbe essere stata rivenuta all’inizio del XIX secolo dagli agenti del console francese Drovetti nel piccolo tempio dedicato a questo re che fu scavato poi nel 1929, da Bernard Bruyère.
Pur trattandosi di un’opera di artigianato locale, essa rispecchia tutti i canoni della contemporanea e monumentale statuaria regale.
Il faraone è infatti seduto su un trono con le mani appoggiate sul gonnellino, secondo l’iconografia tradizionale.
Gli attributi della regalità, quali il copricapo nemes, l’ureo sulla fronte, di cui si conserva solamente la coda, è la barba posticcia sono dipinti per risaltare sul fondo bianco della figura.
Analogamente, il pallore del volto è animato dai grandi occhi neri e dalle labbra carnose sottolineate dal contorno appena inciso.
I nomi entro i cartigli e la titolatura del sovrano sono scolpiti e dipinti ai lato e sulla base del trono.
Ptah era, secondo una delle diverse teorie relative alla creazione, il demiurgo che aveva dato vita all’universo usando semplicemente il pensiero e la parola.
Il suo culto, che aveva come centro principale la città di Menfi si era diffuso in tutto L’Egitto dove il dio era considerato il patrono delle arti e degli artigiani.
È qui raffigurato secondo l’iconografia tradizionale, con il capo cinto da una stretta calotta e il corpo avvolto da un abito aderente dal quale fuoriescono le mani all’altezza del ventre.
La testa è di epoca ottocentesca, frutto di un periodo nel quale il restauro e la conservazione dei reperti antichi erano abbastanza opinabili
Il dio è raffigurato seduto su un trono, ma altre sculture analoghe lo mostrano in piedi, nell’atto di impugnare alcune insegne divine: lo scettro uas e il pilastro djed.
Il primo è il noto simbolo di potere, spesso associato anche al faraone, mentre il secondo è l’emblema della stabilità.
Le due insegne, che nella realtà avevano la forma di rigide aste modellate, qui seguono in modo innaturale il profilo del corpo seduto..
Sulla parte anteriore del trono, ai lati delle gambe di Ptah, furono incisi i cartiglio contenenti i due nomi di Amenofi III, il faraone che commissionò la realizzazione di questa scultura.
Sulla parete anteriore del basamento a sostegno della statua si trova una decorazione che riproduce due uccelli con braccia umane posti sopra un segno geroglifico.
I due uccelli detti rekhyt simboleggiano la totalità del popolo egizio, qui metaforicamente in atto di adorare l’emblema della vita affiancato da due stelle.
La testa costituisce però una riproduzione ottocentesca, secondo la consuetudine dell’epoca di completare opere d’arte frammentarie con integrazioni artistiche.
Statua di Aanen, secondo sacerdote di Amon Granodiorite: Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Amenhotep III (1390-1353 a.C.). Tebe, Collezione Drovetti (1824) Dimensioni: 146 x 38,5 x 57 cm Museo Egizio di Torino , inv.1377
Questa scultura in pietra dura nera (granodiorite), dal viso pur rovinato, di dimensioni leggermente inferiori, com’è consuetudine per le statue di privati mentre i formati maggiori erano riservati a sovrani e dei, ci mostra un dignitario, Aanen secondo sacerdote di Amon, vestito con parrucca, lunga gonna e la pelle di leopardo che contraddistingue certi sacerdoti.
Aanen era un importante personaggio della famiglia reale, essendo fratello della Regina Tiye, quindi zio di Akhenaton.
Le macchie della pelle del leopardo sono rese come stelle, una trasfigurazione che allude alla particolare specializzazione del personaggio, un sacerdote astronomo, come dice l’iscrizione: “uno che conosce la processione del cielo”, cioè i percorsi delle stelle, da cui la trasfigurazione delle macchie di leopardo, rappresentate come stelle.
Oltre a sacerdote di Amon, Aanen era sacerdote Sem nell’Eliopoli del Sud.
L’iscrizione sulla statua evoca esplicitamente gesti propri del ruolo sacerdotale, in particolare la deposizione delle offerte agli dei e la recitazione di preghiere: Aanen è ” uno che mette le cose a posto”, cioè le offerte nel luogo designato, e ” propizia gli dei con la voce”.
Queste affermazioni sono conformi all’ideologia meritocratica dell’epoca : il personaggio deve il suo successo alle sue capacità
Le iscrizioni sul retro della statua – Foto Anna Ferrari
Aanen è cognato del faraone Amenhotep III, il quale aveva sposato Teye, figlia di una importante famiglia di Akhmim nell’Egitto Meridionale, nomi di questo sovrano sono iscritti sull’ornamento che Aanen porta alla cintura, a sottolineare questo stretto legame.
Da un punto di vista storico-artistico, é caratteristica dell’epoca la particolare parrucca a riccioli, mentre la resa degli occhi grandi e oblunghi con contorno, linee del trucco e sopracciglia a rilievo e leggermente inclinati verso il basso è tipica proprio del regno di Amenhotep III.
A livello stilistico la statua di Aanen costituisce, con i suoi volumi morbidi e l’attenta cura per i dettagli un eccellente esempio della raffinata produzione scultore a della XVIII Dinastia, che raggiunse proprio in quel periodo uno dei momenti di maggiore perfezione artistica.
L’ANALISI DELLE ISCRIZIONI
A cura di Nico Pollone
I testi incisi sulla statua sono composti da una colonna verticale sul davanti situata sul gonnellino sotto alla testa del felino.
Due altre colonne sono situate posteriormente su una stele che fa da schienale alla statua.
Cartigli reali sono collocati in diverse parti, due sulla spalla sinistra e due sul pendaglio appeso alla cintura.
Il testo è una raccolta di titoli e mansioni e lo allego al completo.
Fonti:
Museo Egizio di Torino – Printer Trento Srl – Trento – Franco Cosimo Panini
Il Nuovo Regno ha fornito un enorme contributo alla storia dell’arte egizia.
Gli artisti toccarono il loro apice qualitativo con le statue di genere ritrattistico, nelle quali conferivano fisionomia realistiche sia ai sovrani, sia ai privati, raggiunsero una perfezione unica per quanto riguarda i rilievi dei Templi, le pitture tombali e le iscrizioni.
L’immagine del re non rappresentava un determinato sovrano, bensì l’istituzione faraonica stessa che guidava L’Egitto.
All’inizio del Nuovo Regno nulla della carica magico-religioso e simbolica viene meno, ma vengono esplorate nuove soluzioni per il senso estetico che si stava sviluppando nella nuova società.
In alcune statue appaiono degli spazi, per esempio, fra parrucca e collo, la figura si alleggerisce, e sparisce lo schienale dei troni lasciando libero il tronco.
Non viene dimenticato il passato, il Medio Regno, a cui guarderanno gli artisti, lo si può vedere nelle monumentali statue di Tutmosis I, o nelle grandi statue di Hatshepsut che mantengono le stesse funzioni celebrativo e architettoniche che ebbero i loro analoghi del Medio Regno.
Si ritrovano le statue a cubo che vengono arricchite di nuovi elementi, come si può vedere nella statua di Senenmut che protegge la principessa Neferura, ed è la prima volta in cui compare la figura dell’artista.
L’individualismo espresso nell’ambito sia dell’arte regale, sia di quella privata crebbe nell’epoca successiva.
Amenofi I compare nelle statue e nei rilievi che lo raffigurano come un giovane sovrano, Thutmosi IV, che morì giovane appare nei suoi ritratti con sembianze adolescenziali.
Fu però sotto Amenofi III che la tendenza idealizzante dell’arte, tipica dell’inizio della XVIII Dinastia, perse definitivamente il proprio valore.
Il faraone veniva raffigurato con i tratti del volto piuttosto morbidi e corporatura massiccia, le caratteristiche personali del sovrano vennero trasposte nei ritratti statuari, tale tendenza artistica poneva l’avvento sui tratti individuali ed era indice dell’atteggiamento più aperto e liberale.
Con Amenofi III e l’apertura verso il mondo esterno caratterizzò anche l’arte con nuove conoscenze e prospettive
Con Tutmosis IV fioriscono nuove forme e la ricerca del bello troverà il suo apice durante il regno di Amenhotep IIIl
Fonti
Tesori egizi nella collezione del museo del Cairo – Edizioni White Star – Dietrich Wildung
THUTMOSI I La mummia del re Thutmosi I della XVIII dinastia (Nuovo Regno), trovata nel nascondiglio di Deir el-Bahari (TT320) nel 1881, è una delle 22 mummie che è stata trasferita dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà Egizia. Divenne re dopo la morte senza eredi del re Amenhotep I. Salì al trono all’età di quasi quarant’anni, durante il suo regno il dominio egiziano si estese a Sud. Le sue campagne militari hanno aperto nuove opportunità di scambio commerciale e relazioni diplomatiche ed economiche con i vicini dell’Egitto. Ha avuto molti figli, tra cui la regina Hatshepsut. British Museum di Londra
La riunificazione del paese durante il regno di Ahmose I, che cinse la doppia corona fondando la XVIII dinastia, influisce in maniera determinante sulla cultura, come del resto era già accaduto nel Medio Regno.
“La XVIII dinastia segna l’inizio del periodo più celebre e glorioso dell’intera storia egizia.”
Copia di Nina de Garis Davies di un rilievo raffigurante Thutmose I accompagnato dalla madre Seniseneb, dalla Cappella di Anubi nel Tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahari. Metropolitan Museum of Art, New York.
I sovrani, sentendosi gli eredi della tradizione faraonica, tendono a realizzare monumenti e opere d’arte che richiamano nelle forme idealizzate l’Antico Regno. Vengono esplorate nuove strade e nuove soluzioni per il senso estetico che si andava sviluppando in quella società e una delle prime novità è la liberazione dell’opera dalla materia. Il cambiamento più determinante avviene con Hatshepsut, la sposa di Thutmose II che, rimasta vedova, usurpa il potere al nipote Thutmose e si presenta nel titolo e nelle statue ufficiali ufficiali come “re” : legittima tale pretesa per elezioni da parte del dio Amon.
Statuetta di Hatshepsut come “Grande sposa reale” di Thutmose II. Museum of Fine Arts, Boston.
Sfinge di Hatshepsut Scultura: granito Metropolitan Museum of Art, New York ( USA )
Statua di Hatshepsut con gli attributi faraonici (la barba posticcia, l’ureo) e il copricapo khat. Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Neues Museum, Berlino.
Statua in basalto del supremo dio Amon, che Hatshepsut reclamò come proprio padre carnale. Pennsylvania Museum of Archeology and Anthropology.
Dopo un secolo e mezzo di guerra dona all’Egitto un ventennio di pace e prosperità; promuove splendide opere d’arte, principale il suo tempio funerario, costruito a Deir-el Bahari dal ministro Senmut, imitando il vicino tempio di Mentuhotep, a esempio perfetto di inserimento di edificio in paesaggio.
Veduta di Deir-el Bahari in una foto d’epoca.
Veduta dei resti dei tre templi nei pressi del sito di Deir el-Bahari. Da sinistra: il tempio di Montuhotep II, il tempio di Thutmosi III e, a destra, il tempio, meglio conservato, della regina Hatshepsut. In basso a sinistra la firma dell’autore, con grafia speculare. Anno: 1870 – 1888; Autore: A. Beato
Il ministro Senenmuth con la principessa Neferure, figlia di Hatshepsut. Senenmut, il grande ministro di Hatshepsut. Di umili origini, Senenmut fece carriera alla corte egizia fino a diventare l’uomo di fiducia della regina Hatshepsut. Prima di morire si costruì due monumenti funebri, ma la sua mummia non è mai stata trovata.. Chicago Field Museum of Natural History Granito nero
Ricordiamo che si dedicò con tenacia al restauro di tutto quello che era andato distrutto o trascurato durante il lungo e difficile periodo degli Hyksos. “Io ho ripristinato ciò che era in rovina, ho terminato ciò che era rimasto incompiuto quando gli asiatici erano ad Avari, e i barbari in mezzo a loro, e distruggevano ciò che era stato fatto perché governavano nell’ignoranza di Ra e il principe Apopi scelse come suo signore soltanto Seth.”
Thutmose III in un’incisione di fine ‘800.
Lo Speos Artemidos (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/01/11/lo-speos-artemidos/) È un piccolo tempio rupestre fatto realizzare dalla regina Hatshepsut. Questo tempietto fu costruito nella cosiddetta Valle del Coltello, a sud della necropoli di Beni Hassan; si tratta del primo tempio rupestre dell’antico Egitto. La particolarità di quest’opera architettonica consisteva nel fatto che fosse integramente scavata nella viva roccia e che infatti Hatshepsut chiamò la dimora divina della valle. I monumenti di questo tempio erano degradati dall’abbandono e deteriorati forse da qualche invasione, così che Hatshepsut li fece restaurare. Più avanti, nello stesso luogo, per opera di Ramesse III fu edificato il cosiddetto castello dei milioni di anni.
L’iscrizione è nel tempietto rupestre costruito dalla regina a Beni Hassan.
FONTE:
ANTICO EGITTO DI MAURIZIO DAMIANO- ELECTA
L’EGITTO DEI FARAONI-FEDERICO A.ARBORIO MELLA-MURSIA
Il periodo della storia egiziana denominato “Nuovo Regno” può essere considerato come uno dei più floridi, sia dal punto di vista politico sia da quello storico-artistico.
È l’epoca degli Amenhotep ( I, II, III) e dei Tutmosis ( I, II, III,, IV), di Hatshepsut, dei Ramses ( I, II, III, IV-XI).
Di alcuni si possono tuttora vedere i volti osservando le mummie rinvenute nel 1881 nella cachette di Deir El – Bahari, nascondiglio al quale i sacerdoti tebani della XXI Dinastia ricorsero per preservare i corpi regali dalla profanazione.
Questo periodo, durato 465 anni dalla fondazione del Nuovo Regno alla scomparsa dell’ultimo ramesside, attraversò varie fasi, politiche e religiose: la prima parte della XVIII coincide con la cacciata degli Hyksos, mentre la svolta che portò all’inizio della seconda fase si ebbe con l’avvento di Amenhotep IV-Akhenaton.
L’arte toccò livelli di estrema ricercatezza….. nello scopo celebrativo di sovrani e nobili si affaccia anche il piacere estetico della creazione del bello che apre lo spirito alla contemplazione dell’opera.
A questo si aggiunge anche il fiorire delle mode, ciò si potrà notare sia nelle acconciature o nelle vesti, sia nelle scelte artistiche.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, molto probabilmente tardo regno di Amenhotep III, forse inizio regno di Amenhotep IV (ca. 1350 a. C.). Provenienza Tebe. Ubicazione attuale: Londra, British Museum. Dieci frammenti furono acquistati come parte della prima collezione Salt nel 1823; l’undicesimo (EA37981) fu acquistato da George Waddington e Richard Hanbury nel 1821 e donato al museo da sir Henry Ellis nel 1833.
Pittura su base di intonaco in calce e fango.
Introduzione
Gli undici frammenti della tomba di Nebamun, conservati al British Museum, rappresentano probabilmente uno degli esempi più belli (se non il più bello in assoluto) finora noti dell’arte pittorica dell’Antico Egitto. L’ubicazione della tomba è molto incerta, poiché non è ancora stato possibile associare i frammenti ad alcuna cappella di Tebe. Oltre ai frammenti del British Museum, pezzi più piccoli si trovano ad Avignone, Berlino e Lione, mentre altri tre sono stati fotografati al Cairo negli anni quaranta. Dieci dei frammenti del Museo erano tra gli oggetti portati in Gran Bretagna come parte della prima collezione di Henry Salt. Il dipinto fu scoperto nel 1820, ma i documenti forniscono poche informazioni sull’ubicazione della cappella. Uno dei frammenti berlinesi, raffigurante uomini che catturano quaglie, è stato visto durante gli scavi del marchese di Northampton nell’area di Dra Abul Naga (estremità settentrionale della necropoli) nel 1898/9. Ciò probabilmente causò un danno considerevole alla cappella della tomba, la cui ubicazione andò perduta e ora potrebbe essere stata occultata da una struttura recente.
Sebbene i frammenti siano definiti come appartenenti a Nebamun, il nome del proprietario non è conservato in modo chiaro da nessuna parte. L’esempio meno rovinato è alla fine del testo del frammento EA 37976, dove, dopo il titolo “scriba e contabile del grano”, segue una serie di segni la cui ricostruzione più probabile è “Nebamun”. Il nome fu infatti danneggiato durante il periodo amarniano, quando ogni riferimento al dio Amon, veniva sistematicamente distrutto. Il titolo del proprietario non è particolarmente elevato, ma nella necropoli tebana, sempre riconducibili alla media e tarda XVIII dinastia, si trovano numerose altre tombe, piccole ma splendidamente decorate, di altri detentori di questo e altri titoli simili.
Ed ora passiamo ad illustrare in dettaglio questi splendidi frammenti.
Scena di caccia nelle paludi. (Frammento EA 37977). Larghezza: 98 cm.
Il dipinto più noto mostra Nebamun che partecipa ad una battuta di “caccia agli uccelli nelle paludi”. (Immagini n. 1,2,3,4,5,6). E’ rappresentato in posizione eretta e dominante in una piccola barca di papiro, in compagnia della moglie, dietro di lui, vestita con i suoi abiti migliori e con la figlia seduta tra le sue gambe. Sta per lanciare un bastone contro una serie di diverse specie di uccelli presenti all’interno e sopra un boschetto di papiro, mentre ne ghermisce tre con l’altra mano. Un gatto ha in bocca un’anatra e tra gli artigli altri due uccelli. Sono presenti numerosi pesci nello stagno. I colori e l’attenzione ai dettagli sono stupefacenti. Una caratteristica sorprendente, notata negli anni ’90, è l’uso della foglia d’oro per l’occhio del gatto. Una scena di questo tipo è di solito bilanciata da un’altra che mostra il proprietario della tomba mentre arpiona i pesci, e la fiocina, infatti, si intravvede nell’angolo in basso a sinistra. Due dei frammenti del Cairo mostrano la testa del proprietario della tomba e il bambino tra le sue gambe.
La composizione non è, come verrebbe facile pensare, una semplice rappresentazione dei piaceri della caccia, ma è parte integrante del programma decorativo della tomba: l’interpretazione più plausibile è che la scena sia formata da una complessa serie di simboli che alludono alla riproduzione e alla rinascita, in questo caso nell’aldilà, che sarebbero assicurate da tali raffigurazioni nella cappella funeraria. Le fertili paludi erano viste, infatti, come un luogo di rinascita ed erotismo. La caccia agli animali potrebbe rappresentare il trionfo di Nebamun sulle forze della natura mentre rinasceva. Domina l’enorme figura ambulante di Nebamun, sempre felice e sempre giovane, circondato dalla vita ricca e varia della palude.
Scena del Banchetto: Frammenti EA 37984 (larghezza 99,5 cm.), EA 37981 (Larghezza 50 cm.), EA 37986 (Larghezza 126 cm.)
Di questa scena, sono sopravvissuti 3 frammenti, i quali, disposti come mostrato (Immagine n. 7), rappresentano i quattro registri della rappresentazione di un banchetto. Tre dei registri mostrano ospiti intervenuti a questo evento, alcuni in coppia, altri in gruppi dello stesso sesso. Sia gli uomini che le donne sono vestiti con raffinati abiti bianchi con sottili soprabiti che aggiungono una tonalità di giallo all’ indumento principale. Tutte le donne hanno folte parrucche lunghe, mentre gli uomini indossano per lo più acconciature che arrivano alle spalle, anche se alcuni sono rasati (questa caratteristica sembra verificarsi solo nel gruppo degli uomini, dove gli stili si alternano).
Il terzo registro mostra due gruppi di musiciste e cantanti, con una coppia di danzatrici nude nel gruppo di sinistra. I servitori, uomini e donne, servono tutte le coppie; ospiti e i musiciste recano sulla testa coni di grasso profumato. Queste ultime sono uno dei rari esempi nell’arte egizia in cui il soggetto è rappresentato di fronte anziché di profilo. Tali deroghe alle normali convenzioni si riscontrano solo nelle figure secondarie di rappresentazioni come questa.
Anche se si pensa che le scene del banchetto siano in qualche modo da porre in relazione col Festival della Valle di Tebe, quando la statua di Amon giungeva dal tempio di Karnak per visitare i santuari della sponda occidentale, non si tratta solo del semplice riflesso di una celebrazione. Vengono consumate bevande oltre che cibo e le figure portano alle loro narici fiori di loto (ninfea) o frutti di mandragola. L’intossicazione sembra un elemento importante e sia il loto, sia la mandragola con le loro proprietà narcotiche o allucinogene aiutavano i banchettanti ad avvicinarsi alla divinità.
Questi e altri simboli suggeriscono che queste scene esprimono ancora una volta il desiderio di rinascita dopo la morte, che era uno degli scopi della cappella tombale.
I frammenti superstiti, nella composizione originaria del dipinto, hanno la seguente sequenza: EA37984, EA37981, EA37986 (Immagini nn. 8, 9, 10 )
Nebamun ispeziona bovini e oche: Frammenti EA 37979 (larghezza 67,5 cm.), EA 37978 (Larghezza 115,5 cm.), EA 37976 (Larghezza 97 cm.)
Oltre alle rappresentazioni più esoteriche, le tombe della XVIII dinastia ne contengono altre, apparentemente, di vita quotidiana. Questi tre frammenti provengono dalla stessa parete, che mostrava due volte il proprietario della tomba, seduto su uno sgabello mentre ispezionava due scene, una di oche e una di bovini (Immagine n. 14).
Si è conservata solo una di queste rappresentazioni di Nebamun (frammento EA 37979), che lo ritrae su un sedile pieghevole con schienale (Immagine n. 15). Nella mano sinistra tiene un bastone e nella destra lo scettro dell’autorità e un piccolo fascio di fiori. La sagoma in bianco e nero immediatamente sotto di lui è una rappresentazione della morbida pelle della seduta della sedia.
Nel frammento EA 37978, disposto a destra del precedente, (Immagine n. 16), gli allevatori sono raffigurati nelle loro mansioni in due sottoregistri; a sinistra uno scriba, che si distingue per l’abito più elaborato e la tavolozza sotto il braccio, presenta un pezzo di papiro a Nebamun, presumibilmente, con il conteggio delle oche.
Le scene sono accompagnate da didascalie idealizzate di ciò che avrebbero potuto dire alcuni degli uomini presenti; il testo più lungo della scena del bestiame è pieno di elogi per Nebamun.
Come in tutti questi dipinti, il livello di dettaglio è notevole; ogni creatura è chiaramente differenziata, grazie all’uso accurato di pigmenti diversi, in modo che nessun animale di colore simile sia adiacente.
Scene come queste hanno anche un significato più profondo; proiettano la personalità e la ricchezza di Nebamun nell’aldilà e aiutano a creare un mondo in cui il suo spirito possa risiedere dopo la morte.
Portatori d’offerte: Frammento EA 37980 (Altezza massima, 41 cm.)
Il frammento (Immagini n. 20-21-22-23) descrive una processione di servi, vestiti in modo semplice, che presentano a Nebamun offerte di cibo, consistenti in spighe di grano e animali provenienti dal deserto. Dal momento che le cappelle tombali erano predisposte in modo che la gente potesse portare oboli in memoria dei defunti, è piuttosto comune che sulle loro pareti venisse riprodotta una simile scena.
Tra i personaggi dipinti spiccano in particolare i due servitori centrali quello a sinistra ha fra le braccia una gazzella viva che colpisce per la disposizione e per l’occhio che sembra esprimere al contempo tenerezza e spavento. L’altro, invece, tiene per le orecchie due lepri del deserto. Gli animali si caratterizzano fortemente per la pelliccia minuziosamente particolareggiata, i baffi e le lunghe orecchie, oltre alla posa molto naturale. Il disegno, molto accurato, e la composizione, tanto equilibrata quanto dinamica, rendono questa scena, tutto sommato piuttosto convenzionale,molto fresca e vivace.
Offerte per Nebamun: Frammento EA 37985 (Altezza: 104,20 centimetri, Larghezza: 61 centimetri)
Questo frammento (Immagini nn. 24-25-26-27) è ciò che rimane di quella che doveva essere la scena culmine dell’intero ciclo di dipinti.
Raffigura le offerte funerarie presentate a Nebamun e colpisce per la varietà e vivacità dei colori posti ancor più in risalto dall’utilizzo di uno sfondo bianco. Presenta, inoltre, quattro registri verticali superstiti di iscrizioni geroglifiche, anch’esse policrome.
Rilevamento nei campi di Nebamun: Frammento EA 37982 (Altezza: 45,8 centimetri, Larghezza: 106,70 centimetri)
Nebamun era il contabile responsabile del grano presso il grande Tempio di Amon a Karnak.
In questo frammento (Immagini n. 28-29-30-31) si rappresenta la valutazione dei raccolti, a fini fiscali. Si conservano cinque registri verticali di geroglifici; la parte restante è divisa in due registri, raffiguranti un carro trainato da cavalli sopra e un carro trainato da altri equidi sotto.
Il tutto faceva parte di una più ampia scena di attività agricole. A sinistra, di fronte a una coltura di grano, un uomo anziano, con in mano un bastone, si china di fronte a un piccolo segno di confine e giura, come riportato nel testo geroglifico, che la stele è posizionata nel posto giusto. Alla sua sinistra si intravvede ciò che resta di un corteo di personaggi che lo accompagnavano; sopra il grano, quanto rimane di una quaglia in volo.
La parte destra della scena presenta i due sottoregistri con carri ed equini; quelli sottostanti sembrano curiosare nell’albero raffigurato sulla destra e costituiscono la parte più singolare di questo frammento in quanto non sembrano essere degli abituali cavalli egizi. Forse si trattava di qualche altra razza di equidi, la cui identificazione è oggetto di dibattito.
Esistono pochissimi altri esempi di scene simili. Ce ne sono altre due che mostrano lo stesso insolito tipo di cavallo, e tre che presentano il controllo della stele di confine. Tutte queste altre tombe sono databili tra la metà e la fine della XVIII dinastia, tutte si trovano a Tebe e tutte appartengono a uomini che esercitavano professioni simili: chiaramente, doveva trattarsi di un motivo decorativo peculiare di un determinato gruppo sociale e rimasto in voga solo per un breve periodo.
Un piccolo specchio d’acqua ospita pesci, piante e uccelli, mentre gli alberi che lo circondano sono palme da dattero, palme dum, sicomori e mandragole. Nell’angolo superiore destro, una figura femminile, che è parte integrante di un albero (si tratta, probabilmente di una divinità sotto questa forma), porge un vassoio di offerte, contenente per lo più frutti degli alberi adiacenti e vino o birra. Scene analoghe lasciano supporre che più a destra doveva esserci la figura del proprietario della tomba che le riceveva. Gli artisti avevano accidentalmente dipinto in rosso la pelle della dea, ma successivamente la ridipinsero nel corretto colore giallo.
Ciò che resta del testo nell’angolo superiore sinistro è il discorso del sicomoro, un’altra divinità sotto forma di albero.
Ancora una volta la scena è ricca di simbolismi: le piante, gli uccelli e i pesci alludono alla rinascita e il frutto della palma dum, che contiene acqua, è un potente nutrimento per la vita nell’aldilà. Come nella scena del banchetto (frammenti EA37981-37984-37986), la presenza della mandragola può essere posta in relazione con le sue proprietà allucinogene.
Pomello con il cartiglio del faraone Ay Museo Egizio di Torino, Nr. inv.: S. 5162 Materiale: Faience – Dimensioni:2,5 x 9 cm Datazione: 1323–1320 a.C., Periodo: Nuovo Regno Dinastia: XVIII dinastia – Regno: Ay Provenienza: Valle delle Regine / tomba di Nefertari (QV 66) Acquisizione: Ernesto Schiaparelli Collocazione: Non esposto
Questo oggetto, carino ma apparentemente insignificante, è invece un reperto estremamente importante.
Si tratta di un pomello per un mobile, trovato nella QV66, tomba di Nefertari, dalla spedizione Italiana diretta da Schiaparelli nel 1904..
Perché questo pomello è così importante? Perché riporta il cartiglio del faraone Ay, con I nome del trono “kheper-Kheperu-Ra” (vedi anche l’analisi filologica di Livio Secco qui: https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/ay/).
Il ritrovamento di questo pomello nella tomba di Nefertari ha dato origine a varie speculazioni sul possibile rapporto di parentela tra Ay e Nefertari.
Data la differenza di età, è da escludere il rapporto padre-figlia, a maggior ragione per il fatto che Nefertari non è mai definita “figlia di re”. Alcuni studiosi ipotizzano però che Nefertari possa essere la nipote o la pronipote di Ay (R. Hari), discendente di Ay e Nefertiti.
Mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” presso la Basilica Palladiana a Vicenza. Mia foto, gennaio 2023
Fonti e link:
Aidan Dodson/Dyan Hilton, The Complete Royal Families of Ancient Egypt, Thames & Hudson, 2010 edition. Pag. 167, 172
Nr. inv.: S. 8335 (statuetta) – 8336 (ghirlanda) Materiale: Legno (statuetta) – vegetali (ghirlanda) Dimensioni: 48 x 12 x 27,5 cm Datazione: 1425–1353 a.C. Periodo: Nuovo Regno Dinastia: XVIII dinastia Regno: Amenhotep II / Tutmosi IV / Amenhotep III Provenienza: Deir el-Medina / tomba di Kha (TT8) Acquisizione: Ernesto Schiaparelli Collocazione: Sala 07 Vetrina 05 – Museo Egizio Torino
Tra le scoperte più importanti di sempre a Deir El Medina va annoverata la tomba intatta di Kha e Merit, gioiello del Museo Egizio di Torino. Tra i tanti meravigliosi oggetti trovati, uno dei miei preferiti è la statuetta di Kha, con ghirlande di fiori freschi.
Osservando la disposizione del corredo nella tomba si nota una peculiare composizione di oggetti che ha probabilmente il fine di restituire l’immagine di Kha seduto sul suo seggio mentre riceve le offerte. Proprio davanti al suo sarcofago esterno, in una posizione di rilievo al centro della camera funeraria, era infatti collocata una splendida sedia con spalliera, decorata con immagini floreali e con iscrizioni volte ad assicurare all’anima del defunto “ogni cosa buona e pura”. Sopra un telo decorato, adagiato sulla sedia, erano posizionati vari oggetti: al centro si trova una statuetta in legno del defunto, ornata da due ghirlande miniaturistiche poste intorno alle sue spalle e ai suoi piedi; un ushebty era appoggiato alla spalliera, mentre un sarcofago in miniatura, del tutto simile ai sarcofagi esterni quadrangolari di Kha e Merit, conteneva un altro ushebty e i modelli di alcuni strumenti di lavoro per ushebty (una zappa e un bilanciere).