Abbiamo visto nella tomba di Userhat la scena dei soldati in fila davanti al magazzino per ricevere la razione di pane che, in assenza di moneta, costituiva la loro retribuzione insieme ad altri beni di prima necessità; i militari di stanza nelle fortezze nubiane riscuotevano quanto loro dovuto ogni 10 giorni, previa consegna all’addetto di un gettone o di un cono di legno sul quale era inciso l’ammontare del compenso.
Quelli raffigurati nelle immagini risalgono alla XII dinastia, furono trovati nella località di Uronarti, nella Bassa Nubia (ora Sudan), e sono custoditi presso l’MFA di Boston.
Il gettone ha il diametro di cm. 13,1 e reca sul dritto la data di emissione, (anno 23 Amenemhat III), il numero 70 (incisi), un segno djed in orizzontale tracciato in inchiostro nero; sul rovescio ha il segno nefer; non è stata trovata alcuna spiegazione per i tre forellini lungo il diametro, mentre quello più grande serviva probabilmente per poterci infilare un cordino atto ad appenderlo al collo.
Il cono è lungo cm. 22 e pare che anch’esso fosse destinato ad essere appeso dal lato più stretto.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale anche il Canada utilizzò un analogo sistema per contingentare la vendita della carne: i cittadini potevano acquistare la propria razione solo presentando i buoni ricevuti dall’Amministrazione; ogni buono poteva essere frazionato in otto gettoni come quello azzurro che vedete nella foto qui sotto, in pasta di legno con il foro al centro. Esso è custodito nel piccolo museo canadese “Sam Waller”, sito a Le pas (Manitoba), che espone oggetti strani del recente passato, raccolti nel corso della sua vita dal personaggio dal quale esso prende il nome.
Esaminiamo ora i sovrani Hyksos che regnarono sulle fertili terre del Delta del Nilo spingendosi fino ad Assyut.
Innanzittutto bisogna dire che non si comportarono affatto da invasori opprimendo il popolo egiziano, in realtà si adattarono perfettamente alle usanze egiziane e non si comportarono certo peggio dei precedenti faraoni. Manetone scrisse sulla scorta di quanto raccontarono i sacerdoti egizi del suo tempo ai quali bruciava ancora, dopo quasi 1500 anni, il fatto di essere stati sottomessi ad un paese straniero. E’ dunque comprensibile che per gli egizi quello degli Hyksos fosse un popolo brutale, “…..un popolo di ignobili origini…..”, e così che Manetone ce lo riporta.
Nel primo secolo dopo Cristo, Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica, nella sua opera “Contra Apionem”, affermando di riportare quanto scritto da Manetone, rincara la dose:
<<…….dopo aver sconfitto i sovrani del Paese incendiarono spietatamente le nostre città, rasero al suolo i templi degli Dei e sfogarono la loro crudeltà contro gli abitanti, massacrandone alcuni, riducendo in schiavitù le mogli e i figli di altri… Poi elessero re uno di loro di nome Salitis. Egli pose la sua capitale a Menfi imponendo tributi all’Alto e al Basso Egitto…….>>.
Conoscendo l’Egitto, nonostante la pessima esperienza della XIII e XIV dinastia, riesce difficile credere che un orda di invasori scenda in Egitto, percorra il Delta come un vento di tempesta ed occupi Menfi, infliggendo alla popolazione ogni sorta di crudeltà e di nefandezze. Secondo quanto emerge da recenti studi condotti dagli egittologi, tra i quali Massimo Bontempelli, Ettore Bruni ed altri, tesi ad approfondire la conoscenza di quel popolo emerge invece un quadro del tutto opposto, “l’umiliante occupazione straniera” di cui si parla nel racconto di Manetone contiene verità e menzogna in egual misura. I periodi di desolazione e anarchia, poco esaltanti per un popolo, vengono spesso raccontati con toni altamente melodrammatici e apocalittici, questo per sminuire l’impatto dell’evento ma ancor più per glorificare il sovrano di turno al quale si deve la salvezza del territorio, la storia egizia, ma non solo, abbonda di esempi simili. Certo non saranno stati cultori della pulizia e dell’igiene, tanto cara agli egizi, forse inizialmente portarono pure malattie ma ben presto si adeguarono adattandosi a vivere come gli egizi e, forse, anche ad integrarsi con i locali. Contrariamente a quanto si racconta, gli Hyksos costruirono monumenti e templi rilanciarono gli scambi commerciali con gli altri popoli, mantennero la stessa struttura amministrativa, i medesimi canoni artistici e diedero impulso alla diffusione della letteratura. Quasi da subito gli Hyksos cominciarono ad adottare gli stessi dei dell’Egitto anche se, forse per una forma di rivalsa, si rivolsero particolarmente al dio Seth che trascrissero in babilonese come Suteck raffigurandolo con caratteristiche ed abbigliamento come il dio semita Baal. Il fatto poi che gli Hyksos abbiano invaso tuitto il paese e per di più che abbiano imposto tributi all’Alto e al Basso Egitto suona tanto come una mistificazione peraltro smentita proprio dal loro maggior oppositore Kamose. In una grande iscrizione, il faraone stesso precisa in modo inequivocabile che il punto di maggiore espansione degli Hyksos fu Gebelein ed i loro confini più meridionali non superarono mai Khmun. In seguito ad altri ritrovamenti possiamo affermare che i sovrani di Tebe abbiano sempre governato in piena autonimia e possesso del loro territorio anche se per un certo periodo si trovarono nella posizione di vassalli. Vedremo in seguito come a Tebe fosse mal sopportata la presenza degli Hyksos cosa che poterà alla “guerra di liberazione” che inizierà con Kamose per concludersi ad opera del fratello Ahmose primo faraone della XVIII Dinastia. Ora però come detto esaminiamo, per quanto possibile i vari faraoni Hyksos. Il primo di essi fu:
SALITIS
Il nome del primo faraone Hyksos ce lo suggerisce lo stesso Manetone, Salitis, il primo re pastore, sicuramente uno dei più autorevoli capi di questo popolo di invasori. Di lui conosciamo quel poco che ci ha tramandato Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apionem riportando Manetone:
<<…….finalmente elessero re uno dei loro di nome Salitis. Egli pose la sua capitale a Menfi, esigendo tributi dall’Alto e dal Basso Egitto e sempre lasciando dietro di sé guarnigioni nel luoghi più favorevoli…….nel nomo Sethroita trovò una città in ottima posizione a est del Nilo, sul ramo di Bubasti, chiamata Avari da un’antica tradizione religiosa. Egli la ricostruì e la fortificò con mura imponenti……Dopo aver regnato per 19 anni Salitis morì e gli successe un secondo re Bnon…….>>.
Se escludiamo Manetone di questo re non sappiamo nulla o quasi, conosciamo un re di nome Salitis che sconfisse il re Tutimaios (forse Wadjekha della XIII dinastia), conquistò Menfi e fondò la XV dinastia. Alcuni studiosi vedrebbero questo sovrano citato come Sekhaenra Sharek in una lista di sacerdoti menfiti. Secondo altri è un’impresa ardua e controversa associare il nome di Salitis a nomi di sovrani provenienti da ritrovamenti archeologici, soprattutto scarabei. L’egittologo tedesco Jurgen von Beckerath, e come lui altri studiosi, associano a Salitis i nomi di Sheshi e Maaibra, ma i più ritengono che fosse il suo successore.
Dopo Salitis, che con nomi più o meno simili tutti concordano, per trovare i successivi sovrani Hyksos che governarono quasi tutto l’Egitto da Avaris, bisogna affidarsi alle diverse fonti disponibili, come già detto in precedenza, Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apionem, riportando Manetone, ci dice che dopo la morte di Salitis gli successe al trono il re Bnon identificato da molti, tra cui Jurgen von Beckerath, con il nome di Maaibra Sheshi.
BNON (MAAIBRA SHESHI)
Maaibra Sheshi (anche Sheshy) viene identificato nel Bnon manetoniano, di lui non si conoscono la posizione cronologica, la durata e l’estensione del suo regno, anche il fatto che appartenga proprio alla XV dinastia è dubbio. Certamente è però il più conosciuto in termini di reperti a lui attribuiti del Secondo Periodo Intermedio. Sono alcune centinaia i sigilli a forma di scarabeo che riportano il suo nome che sono stati rinvenuti ovunque, in Canaan, in Egitto, in Nubia ma la cosa più sorprendente è che ne sono stati trovati a Cartagine dove venivano ancora usati 1500 anni dopo la sua morte. Gli egittologi Nicolas Grimal, William C. Hayes e Donald B. Redford hanno avanzato l’ipotesi che Maaibra Sheshi fosse lo stesso Salitis, primo re della XV dinastia Hyksos. Di parere contrario sono l’egittologo William Ayres Ward e Daphna Ben-Tor, curatore di archeologia egizia presso il The Israel Museum di Gerusalemme, secondo i quali Maaibra Sheshi si collocherebbe verso la fine della XV dinastia e sarebbe succeduto a Khyan precedendo Apophis. A conferma delle difficoltà di dare una collocazione certa ai sovrani di questa dinastia, secondo l’egittologo austriaco Manfred Bietak, dell’Università di Vienna, Maaibra Sheshi sarebbe stato un vassallo degli Hyksos che governava solo una parte dell’Egitto o di Canaan. Un’altra teoria viene avanzata dagli egittologi Kim Ryholt e Darrell Baker secondo i quali Maaibra Sheshi avrebbe regnato per circa 40 anni, dal 1745 a.C. su di una parte del Delta del Nilo all’inizio della XIV dinastia prima dell’arrivo degli Hyksos. Ryholt aggiunge inoltre che Sheshi ebbe un figlio, Nehesy (il Nubiano) che gli successe al trono come Nehesy Aasehre.
MERUSERRE YAQUB-HAR
Meruserre Yaqub-Har (o Yakubher o Yak-Baal) che l’egittologo Jurgen von Beckerath identifica anche come Apakhnon, fu un faraone di quel periodo che stiamo trattando nel quale regna la confusione più totale ed a fatica cerchiamo di districarci. Anche per Yaqub-Har ovviamente non siamo in grado di stabilire con certezza la durata del suo regno ed a quale dinastia sia effettivamente appartenuto. Le più svariate teorie lo collocano, nella XIV dinastia, nella XV come uno dei primi sovrani Hyksos oppure un sovrano loro vassallo. Il nome di Yaqub-Har compare in circa 27 scarabei di cui tre provenienti da Canaan, quattro dall’Egitto e uno dalla Nubia, per i restanti non si conosce la provenienza. Interessante notare che la svariata provenienza degli scarabei sta ad indicare che, nonostante il periodo abbastanza oscuro, esistevano comunque delle relazioni politico-commerciali tra il Delta del Nilo e altri paesi come Canaan e la Nubia. Sempre secondo Ryholt Yaqub-Har avrebbe regnato verso la fine della XIV dinastia. A sostegno della sua tesi Ryholt fa riferimento ad uno scarabeo scoperto durante gli scavi a Tel Shikmona nell’odierna Israele, la datazione del sigillo scarabeo è stata fissata nel periodo 1750 a.C.-1650 a.C. che porterebbe a collocare Yaqub-Har in un periodo antecedente la XV dinastia; il suo nome Yaqub-Har, che significa “Protetto da Har”, denuncerebbe un’origine semita occidentale. Ryholt fa osservare inoltre che mentre i primi re Hyksos della XV dinastia, usavano il titolo di “Heka-Khawaset” (re pastori), in seguito adottarono il tradizionale titolo reale egiziano. Questo viene dimostrato dal re Khyan che in un primo tempo governò come Heka-Khawaset adottando in seguito il prenomen di Seuserenre. Stessa cosa, fa notare Ryholt, per quanto riguarda Yaqub-Har il cui prenomen era Meruserre. Di parere contrario Daphna Ben-Tor e Suzanne Allen che fanno osservare che i sigilli scarabei di Yaqub-Har stilisticamente sono quasi identici a quelli del re Hyksos Khyan. La cosa starebbe ad indicare che Yaqub-Har sia stato l’immediato successore di Khyan nella XV dinastia o che fu suo vassallo sotto la sua autorità. Così scrive la Ben-Tor: “Le prove a sostegno dell’affiliazione del re Yaqub-Har alla XV dinastia sono fornite dalla stretta somiglianza stilistica tra i suoi scarabei e gli scarabei del re Khayan”.
Più ci addentriamo nello studio dei faraoni delle dinatie del Secondo Periodo Intermedio più ci accorgiamo di trovarci nelle condizioni di improvvisatori che viaggiano alla cieca appoggiandosi al primo sostegno che si incontra salvo poi accorgerci che era il sostegno sbagliato, o forse no. Parlando di Meruserre Yaqub-Har alcuni studiosi, riferendosi alla somiglianza stilistica dei suoi sigilli scarabei con quelli del re Hyksos Khyan, ipotizzavano che Yaqub-Har fosse l’immediato successore di Khyan nella XV dinastia, ora prendo atto che altri ipotizzano che Khyan fosse addirittura il figlio di Yaqub-Har. Verrebbe da dire “mi arrendo” ma noi invece proseguiamo lasciando da parte i riferimenti al grado di parentela parlando del sovrano in quanto tale. Ritengo importante rimarcare che, in contemporanea con la XV dinastia Hyksos a Tebe si andava formando la XVII dinastia che regnava sull’Alto Egitto anche se in un primo momento come vassalli dei sovrani Hyksos. Importante perché sarà poi da questa dinastia che sorgerà Kamose che darà inizio alla cacciata degli invasori ed a ristabilire il potere su tutto l’Egitto.
SEUSERENRE KHYAN
Si pensa che il nome di questo sovrano si sarebbe dovuto trovare nel Canone Reale alla riga 10 colonna 18 ma nulla lo prova. Quello che si conosce di Khyan è quel poco che ci è pervenuto da ritrovamenti archeologici dei quali è interessante apprendere che provengono un po da ogni parte del Mediterraneo orientale, fuori da terre controllate dagli Hyksos quali: Knossos, Hattusa, Baghdad, ecc. che testimoniano l’esistenza di scambi commerciali tra gli Hyksos e queste terre. In Egitto il suo nome compare, con quello del figlio (?) Yanassi, ad Avaris, lo troviamo inoltre su di un monumento, sicuramente usurpato, a Bubasti ed a Gebelein, insieme a quello di Ipepi, oltre che su diversi sigilli scarabei provenienti dalla Palestina. Non pare che alla sua morte gli sia succeduto il figlio Yanassi (forse lo stesso Jannas di cui parlano Giuseppe Flavio e Sesto Africano riportando Manetone), pare invece che a succedergli fu Ipepi (Apophis).
IPEPI (APOPHIS)
L’ultimo (o forse no) dei “re pastori”, Apophis, regnò sull’Egitto a capo degli Hyksos per circa 61 anni. Di lui si hanno parecchie notizie che ci sono pervenute da fonti sia archeologiche che letterarie. Il fatto che le fonti archeologiche riportano ben tre sovrani con lo stesso nomen ma con prenomen diversi ha indotto, in un primo tempo a credere che si trattasse di tre sovrani diversi. Se però guardiamo sia Manetone che il Canone Reale entrambi coincidono nell’indicare per la XV dinastia sei “Capi di un paese straniero” (heka waset) che governarono l’Egitto dal che si deduce che durante il suo lungo regno abbia più volte modificato il suo prenomen forse in occasione di particolari eventi. Di Apophis l’unica data che conosciamo è quella citata nel famoso Papiro di Ahmes (chiamato anche Papiro di Rhind), importante testo matematico, copia di un precedente di provenienza tebana, dove viene citato il 33º anno, 4º mese di akhet di regno di Aauserra Ipepi.
Per quanto riguarda i rapporti di Apophis con i sovrani tebani della XVII dinastia si ha ragione di ritenere che per un certo periodo questi non fossero poi molto tesi. A conferma di ciò basti pensare che nella tomba del faraone Amenofi I venne trovato un vaso che sicuramente veniva tramandato da generazioni precedenti dove compariva un’iscrizione della principessa Herit, sorella di Ipepi, la cosa ha indotto a pensare che la principessa Herit sia andata sposa ad un principe tebano. Altra circostanza che induce a credere ad una sorta di rapporto pacifico tra gli Hyksos e i principi tebani è il ritrovamento nel sud di Iberia di un altro vaso dove viene citata un’altra sorella di Apophis, Tjarudjet, la scritta dice:
<<……il dio buono, Signore delle Due Terre, il cui potere viene dalle grandi vittorie, al quale nessun paese può rifiutare di sottomettersi, Il re dell’Alto e Basso Egitto Aauserra, figlio di Ra, Ipepi dotato di vita e la sorella del re Tjarudjet che viva per sempre…..>>.
La formulazione dello scritto, oltre all’uso di nomi egizi, induce a credere che lo stesso Apophis abbia tentato di integrarsi sempre più nella cultura egizia per farsi accettare anche dal popolo di origine autoctona. C’è però da dire che se la sua intenzione era quella di farsi accettare dagli egizi, ed integrarsi nella loro cultura allora aveva proprio sbagliato nello scegliersi il nome, Apophis. Apopi o Apofi, (dal greco Apophis), nella costellazione degli dei egizi è colui che rappresenta l’incarnazione del male, delle tenebre e del caos. E’ l’esatto corrispettivo della dea Maat simbolo dell’ordine cosmico e della verità. Viene rappresentato come un gigantesco serpente, un suo epiteto è “Nehahor”, (dal volto ritorto o terribile di volto). Apopi era l’acerrimo nemico del dio Ra, colui che porta luce e garante della Maat, e minacciava ogni notte il viaggio di Ra durante il suo percorso sulla Barca solare; lo scontro aveva luogo nella settima ora del viaggio notturno che Ra compiva nella regione della Duat. Durante il viaggio Ra veniva aiutato dalle arti magiche della dea Iside, salita sulla barca di Ra. Il primo riferimento ad Apopi risale alla VIII dinastia dove si apprende che venne creato a Esna dalla saliva della dea Neith nelle acque primordiali del caos. Infatti ad Esna, Neith, era considerata il Demiurgo, creatore del mondo. Apopi non apparteneva al mondo esistente, egli era il potere del caos quindi del “non esistente”, non aveva inizio e non aveva fine in quanto egli era già presente al momento della creazione. Eterno nemico di Ra veniva ridotto all’impotenza, nel tentativo di ostacolare Ra, dal dio Seth, dio della guerra, delle tempeste di sabbia, il guardiano del dio Ra, che lo contrastava rendendolo immobile e statico, ciò nonostante egli sussisteva indistruttibile ed eterno, pronto a riprovare, la notte successiva, a capovolgere la Barca Solare. Il suo essere simboleggiava l’eterna lotta tra il concetto negativo, (il male), e quello positivo, (il bene). La vittoria di Ra veniva agevolata dal rituale dei sacerdoti che pronunciavano particolari formule di esecrazione e bruciando un simulacro di cera di Apopi , ogni giorno nell’ora in cui il sole stava per sorgere all’orizzonte. Dal “Libro dei Morti, cap. XV:
<<< Salute a te, o Ra, ornato delle due piume, potente che esce dal Nun! Sia esaltato Ra ogni giorno, Apopi sia abbattuto! Sia buono Ra ogni giorno, Apopi sia nocivo! Sia potente Ra ogni giorno, Apopi sia debole! Sia amato Ra ogni giorno, Apopi sia odiato! Sia abbeverato Ra ogni giorno, Apopi sia assetato! Sia saziato Ra ogni giorno, Apopi sia affamato! Sia libero Ra ogni giorno, Apopi l’incendiario sia in lacci, e gli sia levata la forza! >>>
Venne particolarmente onorato anche nei nomi di due faraoni del tutto effimeri, Apopi I ed Apopi II della XIV dinastia ma soprattutto dal faraone di cui stiamo trattando, Ipepi della XV dinastia. Torneremo a parlare di questo sovrano in occasione della fine della XVII dinastia con la conseguente cacciata degli Hyksos e la completa liberazione dell’Egitto che tornerà ad essere il grande paese delle Due Terre.
KHAMUDI
Il nome di Khamudi è l’unico della XV dinastia che compare nel papiro di Torino, praticamente di lui non si conosce nulla tranne una sigillo del quale però non si è certi di assegnarlo a lui. Secondo Giuseppe Flavio l’ultimo faraone della XV dinastia sarebbe un certo Assis (Arkhles) che, secondo Sesto Giulio Africano, avrebbe regnato per 49 anni, oggi gliene vengono attribuiti 10. L’identificazione tra i due non è supportata da alcuna fonte tranne certa ma si basa sul fatto che le fonti epigrafiche lo indicano come ultimo sovrano della dinastia. Khamudi si scontrò con Ahmose, primo faraone della XVIII dinastia, che portò a termine l’opera iniziata da suo fratello Kamose, cacciare gli Hyksos e riconquistare tutto l’Alto Egitto. Ahmose conquistò Avaris intorno al 1530 a.C. nell’undicesimo anno di regno di Khamudi, inseguì gli Hyksos in fuga fino alla fortezza palestinese di Sharuhen che in breve cadde e con lei la XV dinastia Hyksos.
Fonti e bibliografia:
Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web 2017 Forsyth PY, “Thera nell’età del bronzo”, Peter Lang Publishing, 1997
Oro, lapislazzuli, vetro, turchese e corniola. Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Tutankhamon Valle dei Re, tomba di Tutankhamon KV62 Carter 253
Secondo il credo degli antichi egizi ogni essere umano era costituito da cinque elementi: il cuore, il corpo e l’ombra, il nome della persona, il Ka e il Ba. Per vivere e poter proseguire l’esistenza anche nell’aldilà, l’individuo aveva bisogno di tutti questi elementi.
Tra gli ornamenti esterni della mummia di Tutankhamon fu trovato un prezioso pettorale con uccello Ba posizionato sotto le mani che impugnavano Il pastorale e Il flagello.
Dettaglio del pettorale
Disegno di Howard Carter, 1925 – Matita su carta. Il disegno di Carter mostra la fascia dorata, le mani che impugnano Il pastorale e Il flagello, e l’uccello Ba. Università di Oxford – Griffith Institute
Il corpo del defunto, subito dopo l’essiccazione, “veniva fasciato con bende di lino, tra le cui pieghe venivano posti degli amuleti protettivi, mentre si recitavano le formule in modo da creare un involucro fisico e magico a difesa del defunto, spesso corredato da una maschera sopra la testa”.
Dopo la morte, il ba del defunto avrebbe seguito il dio solare nel suo viaggio attraverso i cieli, ma solo se costui aveva vissuto in modo virtuoso. Era insomma la personalità di qualcuno, ciò che lo rendeva unico, e veniva raffigurato come un uccello dotato di testa umana.
il Ba veniva spesso rappresentato come un uccello dalla testa umana e, talvolta, anche dotato di braccia.
Il Ba, l’energia personale del defunto, era praticamente assimilato alla personalità che rende unico l’individuo, era la parte spirituale in grado di effettuare il viaggio nell’aldilà: poteva uscire dalla tomba e poi farvi ritorno come in una sorta di migrazione perpetua, per questo era rappresentato col segno geroglifico di un volatile dalla testa umana.
Il Ba del defunto, Irynefer, esce dal sepolcro, nell’affresco della tomba tebana tt290 è raffigurato anche Shut, l’ombra.
Sobekhotep fu un importante funzionario originario del Delta del Nilo, compagno del kap di Thutmosis IV trasferitosi a Tebe probabilmente per esplicita richiesta del sovrano, così come molti altri appartenenti ai ruoli più alti della Pubblica Amministrazione.
Egli era il figlio di Min, ministro del tesoro (“sorvegliante del sigillo”) durante il regno di Thutmose III, e sua madre fu Meryt, Nutrice della figlia del sovrano principessa Tiya nonchè Sovrintendente dell’harem di Sobek di Shedty.
Sobekhotep era stato inizialmente sindaco della regione di Fayyum, ereditando il titolo dal suocero, poi succedette al padre nel suo prestigiosissimo incarico.
Egli fu seppellito nella TT63, sita nella necropoli tebana all’estremità nord della collina di Sheikh Abdel Qurna, dove, come si è già detto, fino al regno di Amenhotep III trovarono l’estremo riposo gli alti funzionari del Faraone.
La sepoltura ha la tipica forma a “T” rovesciata caratteristica dell’epoca ed anche la decorazione rispecchia le tematiche classiche delle tombe dei nobili del periodo: essa è parecchio danneggiata ma i colori dei frammenti delle pitture rimasti sono ancora brillanti.
Nel corridoio di accesso compaiono Sobekhotep e la moglie con un figlio e una donna che suona il sistro, nell’anticamera il defunto è rappresentato in adorazione di Anubi, mentre guida dei soldati in marcia, accanto a Thutmosi IV assiso in trono, con il Supervisore ai sigilli Menna e mentre ispeziona alcuni granai; sono presenti anche resti di testi relativi alle ispezioni degli incensi e delle giare (forse di vino).
In quest’area sono stati asportati gli spettacolari dipinti che verranno di seguito illustrati.
Fotografia scattata alla tomba da un team di archeologi tedeschi che documenta la recente spoliazione delle pareti e la provenienza illegale del frammento acquistato dai collezionisti privati.
All’anticamera segue il corridoio perpendicolare al primo sulle cui pareti sono presenti testi sacri ed i dipinti relativi alla processione funebre ed al pellegrinaggio ad Abydos, alla lavorazione della terra ed all’innalzamento di un obelisco; il defunto e la moglie, che suona il sistro, sono raffigurati dinanzi ad Anubi e ad Osiride ed altresì in un giardino nei pressi di un laghetto, con alberi e divinità femminili. L’ultima scena del corridoio rappresenta il figlio della coppia, Paser, che fa offerte ai genitori ed alla principessa Tiya.
Un breve corridoio trasversale dà ingresso alla camera funeraria, ora privi di decorazioni che erano ancora presenti in ampie aree quando Harry Burton del Metropolitan Museum of Art fotografò la tomba tra il 1926 e il 1940 e che erano scomparse quando essa fu studiata e pubblicata nei primi anni ’80.
Sei frammenti della decorazione parietale della sepoltura si trovano al British Museum, cinque dei quali donati nel 1869 dal deputato Henry Danby Seymour, il quale riferì che erano stati prelevati intorno al 1844, quando Lepsius effettuò la sua spedizione in Egitto (1842 – 45); uno, invece, fu venduto al museo nel 1852 da J.W. Wild, un disegnatore al seguito dello studioso tedesco, il quale, secondo un’abitudine del suo tempo, probabilmente lo prese come souvenir insieme ad un altro, ceduto dalla sua famiglia al Metropolitan Museum di New York nel 1926.
Un settimo frammento si trovava in una collezione privata tedesca, della quale era entrato a far parte dopo essere stato fatto uscire illegalmente dall’Egitto nel 1986; i proprietari, resisi conto della situazione, lo hanno spontaneamente restituito ed ora si trova al Cairo, presso il Museo Egizio.
Frammento appartenente alla collezione privata di Ursula e Karl Heinz Preuss, restituito all’Egitto.
I frammenti n. 1852,0223.3 (numero del museo EA922) e 1869,1025.5 (numero del museo EA37991) facevano parte del registro superiore della scena, e mostrano i tributi della Nubia che Sobekhotep riceve per conto del suo re.
Il primo di essi (Altezza max 74 cm., Larghezza max 61 cm.) mostra quattro uomini in piedi dalla pelle scura, nera o marrone (il curatore del British afferma che tale variazione potrebbe rappresentare diversi tipi di pelle, ma potrebbe anche essere finalizzata a far risaltare maggiormente le singole figure dello stesso sesso, come si è notato in altre pitture egizie).
Essi indossano le vesti tipiche del loro paese, ossia gonnellini di pelle maculata, uno dei quali ha ancora la coda, un ciondolo al collo ed orecchini; in fila dietro di loro c’era probabilmente un altro offerente andato perduto, i cui doni destinati al sovrano (sembrerebbero giavellotti) sono ancora visibili all’estrema destra.
Il primo personaggio regge un piatto con oggetti blu ed ha una catena di grandi anelli d’oro sull’altro braccio; il secondo porta pezzi di avorio o di ebano sulla spalla, oggetti non individuabili nella mano sinistra (forse code di giraffa); il terzo tiene nella mano destra una pelle di leopardo e con la sinistra regge un vassoio con blocchi grezzi di diaspro rosso; una scimmietta è appollaiata dietro la sua testa ed un babbuino si trova ai suoi piedi.
La pelle di leopardo ed il babbuino
Il frammento 1869,1025.5 (Altezza max 71 cm., larghezza max 96,50 cm.) raffigura altri nubiani che si prostrano davanti all’Autorità dell’Egitto e che offrono vassoi carichi di pepite e polvere d’oro e pesanti catene formate da larghi anelli.
Offerenti nubiani di oro
IL TRIBUTO DEGLI ASIATICI
Il frammento più grande, registrato in entrata con il numero 1869,1025,4 e con il numero del museo EA922 misura in altezza 122 cm. ed in larghezza 150 cm. (129 cm. la zona dipinta); esso raffigura degli asiatici (probabilmente Siriani, riconoscibili per le tipiche barbe corte ed a punta, le lunghe tuniche ornate da file di perline ed il nastro che trattiene i capelli di media lunghezza) che portano i tributi a Sobekhotep, il quale li riceve per conto del sovrano.
A sinistra di entrambi i registri compaiono diversi vasi preziosi facenti parte dei tributi e due coppie di uomini che si inchinano per rendere omaggio al Ministro del tesoro e quindi al re.
Dietro di essi una fila di servi in piedi trasportano altri vasi, molti dei quali sono realizzati in oro e pietre semipreziose; uno di loro tiene per mano una bambina, forse destinata a vivere o a servire a corte, mentre un altro porta una zanna di elefante con il bordo decorato in oro.
L’altro frammento della scena del tributo, registrato in entrata al n. 1852,0223.1 e con il numero del museo EA37987, misura in lunghezza 60 cm. ed in larghezza 58,50 cm.; nell’angolo in basso a sinistra si notano le ruote di un carro, ed al centro campeggiano due cavalli, uno sauro ed uno bianco, le cui redini sono legate al carro o, forse, sono tenute da un personaggio ora scomparso. A destra, un asiatico regge con il braccio destro un vassoio che contiene vasellame bianco e sopra la spalla sinistra un oggetto non ben percepibile, forse un vaso blu. L’ultima figura a destra è un uomo con un bimbo piccolo nella mano sinistra e un vaso azzurro nella destra.
I PORTATORI DI OFFERTE
Il frammento di sinistra, registrato al numero 1869,1025.1 e recante il numero del museo EA919 è lungo 67 cm e largo 71; esso era collocato a destra della falsa porta dipinta sulla parete meridionale dell’anticamera della cappella sepolcrale e rappresenta due uomini vestiti con gonnellini bianchi e tuniche trasparenti che portano offerte floreali, anatre, un vassoio con pane ed altri beni non riconoscibili ed un sacchetto contenente palline blu, forse frutti, per Sobekhotep. Le offerte venivano deposte soprattutto davanti alla falsa porta, attraverso la quale il ka del defunto poteva entrare nel mondo dei viventi ed usufruirne.
Anche quando esse erano semplicemente dipinte, avevano il magico potere di sostituire quelle vere qualora per un motivo qualsiasi i parenti avessero cessato di portarle nella tomba dei propri cari (sulla falsa porta e sulla sua funzione vedi sul nostro sito a questo link https://laciviltaegizia.org/…/la-falsa-porta-lingresso…/)
Anche il frammento di destra, custodito al MET di New York, rappresenta portatori di offerte; esso giunse al museo nel 1930 (Fondo Rogers), con il numero di accesso 30.2.1
GLI ORAFI ED IL PERSONAGGIO CON I BAMBINI NEL CESTO
In qualità di Ministro del tesoro Sobekhotep aveva il compito di supervisionare la produzione degli oggetti preziosi per i templi o per il sovrano: il frammento n. 1869,1025.2, numero del museo EA920 (Altezza max 66 cm., larghezza max 79 cm.) costituito da due registri, rappresenta degli orafi al lavoro.
Nei due registri si vedono le fasi della preparazione delle perline di varia forma, che vengono forate con l’aiuto di trapani quadrupli o tripli, lucidate ed infilate in lunghi cordini per poi essere utilizzate come elemento ornamentale in oggetti più elaborati.
L’artigiano nel registro inferiore, infatti, le sta infilando per ottenere il grande collare che tiene in grembo, ed accanto a lui si nota uno scrigno pronto per essere decorato; subito a destra un uomo tiene un pezzo di metallo in un braciere ed alimenta le fiamme con un soffietto tubolare.
In entrambi i registri si notano oggetti in metallo prezioso, alcuni già completati, altri da finire: un grande vaso lotiforme per libagioni, sopra il quale se ne trovano due piccoli, piatti, un altro baule, un sistro ed altri collari da completare aggiungendo file di perline.
Nell a seconda immagine, l’unica che ho trovato relativa a scene ancora in situ, si nota un personaggio straniero (almeno da quanto si può ipotizzare dal gonnellino maculato, probabilmente di pelle), che tiene sulle spalle un cesto reggendolo con una fascia sulla fronte, all’interno del quale ci sono quattro bimbi con gli occhioni sgranati. Accanto a lui un bambino di sesso indefinibile.
A questo punto ci troviamo a descrivere un periodo molto complesso per l’Egitto, quella che Manetone riporta come la XV dinastia altro non è che il regno di un popolo che si è insinuato nella storia egizia quasi di soppiatto, è da scartare l’idea che questo popolo di origini asiatiche di stirpe semita, abbia invaso l’Egitto con la forza, in virtù della loro potenza militare. Per ragioni pressoché inspiegabili la XII dinastia sfocia in un baratro che sarà tanto più grave in quanto vedrà, per la prima volta, l’invasione delle Due Terre da parte di popoli stranieri. La XIII dinastia si compone di sovrani deboli ed incapaci a governare il paese, in questo clima di anarchia i nomarchi locali rialzano la testa e tornano, come già nel “Primo Periodo Intermedio”, a governare i loro distretti in piena autonomia, cosa che ovviamente indebolisce ancor più il potere centrale creando così i presupposti favorevoli alle mire dei nemici.
Secondo le fonti a noi pervenute la XIII dinastia inizia intorno al 1786 a.C., (1790 a.C. secondo Cimmino), con il regno di un oscuro faraone al quale ne seguono numerosi altri i cui nomi si perdono nell’effimero come effimeri sono i loro regni.
Le notizie che ci fornisce Manetone, come già detto in altre occasioni, non sono per nulla attendibili mentre il Canone Reale di Torino, in corrispondenza di questo periodo, presenta lacune insormontabili che ne impediscono quasi del tutto la lettura oltre ad essere mancante di numerosi frammenti andati quasi del tutto perduti proprio nella sezione (colonna 10) che dovrebbe ospitare i sovrani che regnarono in questo periodo. Va detto che già sul finire del periodo della storia egizia indicato come Medio Regno si ha notizia di popolazioni che si spostano verso sud muovendosi, forse dal Caucaso, giungendo in Siria, Persia e Galilea, dove sono state rinvenute tracce di loro insediamenti. Con una invasione strisciante, con scarsi combattimenti e senza incontrare una grande resistenza, queste popolazioni iniziarono ad insediarsi dapprima nel Delta orientale del Nilo per arrivare poi ad occupare l’intera regione creando un regno dal quale governarono l’Egitto tra il 1730 ed il 1720 a.C.
Ma in realtà chi erano questi popoli? Manetone, è per noi la principale fonte di informazione, (nonostante tutto), e tutto ciò che possiamo apprendere è grazie a quanto ci hanno tramandato di lui gli storici Eusebio, Sesto Giulio Africano e Giuseppe Flavio, quest’ultimo, che ha conservato una gran parte del secondo libro dell’Egitto di Manetone, ci racconta in un passaggio:
<<………Tutimaeus. Nel suo regno, non so perché, un colpo dello scontento di Dio si infranse su di noi”,……… un popolo di ignobili origini proveniente dall’oriente, la cui venuta fu inattesa, ebbe l’audacia di invadere il paese, che dominarono con la forza senza difficoltà e senza nemmeno aver bisogno di combattere………>>.
Questo “popolo di ignobili origini” secondo alcuni erano Mitanni, Hurriti o Sciti, secondo altri erano un’insieme di vari popoli asiatici. Fu Manetone a chiamare gli invasori “Hyksos” dalla deformazione della parola egizia heka khasut. cioè “capo di un Paese straniero”, nella letteratura egizia sono chiamati “Amu”. Manetone ci racconta che dopo che gli Hyksos ebbero invaso il paese, istituirono una loro dinastia di faraoni, il primo di questi si chiamava Salitis o Salatis e si stabilì a Menfi, in un secondo tempo occupò la città di Avaris fissando ivi la propria capitale da cui poteva più agevolmente controllare sia l’Egitto che la Siria. Da Avaris scesero in seguito verso Sud, lungo la zona orientale del Delta, e si espansero lungo il corso inferiore del Nilo.
Intorno al 1675 a.C., il dominio degli Hyksos si estendeva dal Levante meridionale sino a Gebelein, di fronte a Luxor. Gli Hyksos governarono l’Egitto in un periodo in cui la società egizia stava attraversando una crisi profonda, priva di quei valori che avevano fatto delle Due Terre un esempio unico nella storia. Con gli Hyksos giunsero in Egitto anche divinità Hurrite, come Teshup, dio del cielo e della tempesta, che si fusero con quelle locali. In questo periodo assunse grande importanza nel delta del Nilo il culto di Seth, che in seguito, forse per questa sua “connivenza” con il nemico, fu bandito dal pantheon ufficiale egizio e relegato al ruolo di divinità malvagia. I faraoni dell’Alto Egitto convissero con gli invasori del Delta, forse come vassalli. Durante oltre due secoli regnarono più di duecento faraoni e in tale confusione gli Hyksos riuscirono ad imporsi diffondendo nuove tradizioni ed usanze in Egitto.
Agli Hyksos si deve l’introduzione del carro da guerra, del cavallo, di un nuovo tipo di arco e di una più progredita lavorazione del bronzo. Il fatto che in epoche successive gli Hyksos vennero descritti come invasori improvvisi, forti militarmente grazie all’uso del cavallo e del carro da guerra, non trova alcun riscontro nelle verifiche archeologiche. Dalle ricerche effettuate non è emerso nessun monumento storico o artistico degno di nota eretto durante il loro governo, nessuna opera letteraria relativa al loro dominio in Egitto. Solo lamentele come quelle contenute nel Papiro di Ipuwer che parla di invasori che agitarono e tormentarono la terra d’Egitto per lungo tempo.
Alcuni archeologi condividono la tesi tramandataci da Manetone secondo cui la dominazione degli Hyksos ebbe un impatto negativo sulla storia della civiltà egizia. La tradizione ci ha raccontato infatti di un popolo di barbari, crudeli e sacrileghi, che bruciarono città, sterminarono popolazioni, distrussero templi e adorarono un solo dio, il sanguinario Seth. Dunque un popolo rozzo e bellicoso, per di più incurante dell’aspetto igienico tanto caro agli egizi. Si dice che erano portatori di ripugnanti malattie tra cui la lebbra e che, una volta sconfitti gli venne imposta la circoncisione al fine di poterli riconoscere.
Di segno opposto il giudizio di altri archeologi, (Massimo Bontempelli, Ettore Bruni ed altri), secondo i quali l’Egitto, durante la dominazione degli Hyksos, non subì alcun impoverimento economico ed alcun imbarbarimento culturale. I loro sovrani si adattarono perfettamente alla società egizia, adottando anche il sistema politico locale. Lungi dal demolire le istituzioni esistenti, governarono con sistemi e metodi totalmente egizi, quali ad esempio i cerimoniali di corte, adottarono la scrittura geroglifica e fecero propri molti Dei spesso assimilandoli con i loro ed i faraoni continuarono a mantenere il titolo di Ra nei loro nomi. Avvenne inoltre che, mantenendo gli Hyksos i legami con le popolazioni asiatiche dalle quali provenivano, ampliarono gli interessi dell’Egitto verso l’Asia con la quale vennero sviluppate relazioni commerciali anche via terra, cosa che avveniva esclusivamente per mezzo di spedizioni via mare attraverso Byblos.
Come abbiamo detto da un lato l’invasione degli Hyksos portò dei vantaggi agli egizi i quali appresero nuove consuetudini e nuove tecniche fino ad allora sconosciute. Oltre al cavallo ed al carro gli Hyksos introdussero in Egitto nuove armi, la daga e la scure di un materiale molto più resistente del bronzo, il ferro, fino ad allora praticamente sconosciuto in Egitto.
Le novità introdotte dagli Hyksos, comprese le innovazioni tecniche, esercitarono inoltre una notevole influenza sull’arte scultorea e pittorica egizia. Al contrario nessuno stile artistico fu mai elaborato dagli Hyksos che si limitarono ad appropriarsi delle opere egizie, stessa cosa per quanto riguarda l’organizzazione sociale e politica che assimilarono e la fecero propria. A questo punto si può dire che la dominazione Hyksos non portò cambiamenti radicali nelle tradizioni egizie ma ne garantì la continuità. Durante tutto il Secondo Periodo Intermedio regnarono faraoni Hyksos ad Avaris e faraoni egizi a Tebe.
Proviamo ora ad approfondire il “fenomeno Hyksos” sulla base di quanto ci è stato tramandato dagli storici antichi i quali, come tutti gli storici, anche moderni, hanno riportato nei loro scritti quelle informazioni che a fatica riuscivano a recuperare dalle tradizioni, dai racconti orali e dalle scarse fonti scritte, attenendosi a quelle da loro ritenute più importanti. Spesso le storie apprese hanno subito una scrematura che teneva conto delle vedute personali nonché dei vari pregiudizi. Da considerare inoltre che, la dove si presentavano lacune o dove era necessario glorificare questo o quel personaggio o di esaltare la propria nazione (o se stessi), gli scribi facevano tranquillamente ricorso ad aggiunte, falsità e distorsioni della realtà. Già raccontare avvenimenti che li precedevano di secoli se non di millenni dovette essere un lavoro improbo, se a questo aggiungiamo quanto sopra, possiamo renderci conto di quanto difficile possa risultare per noi l’interpretazione di tali testi. Altro fattore molto importante e delicato è quando la storia si incontra con la religione, a questo punto, più che mai, ci imbattiamo nelle storture che vengono inserite, anche in epoche successive, nei racconti per affermare le proprie convinzioni. S’impone dunque assoluta cautela nella consultazione e nelle citazioni di quanto riportato nelle varie fonti sia storiche che archeologiche, cautela che va sopratutto applicata quando cerchiamo di capire la realtà basandoci solo su quello che ci viene proposto dagli storici moderni. Non è male mantenere una sorta di dubbio sui fatti non documentati in quanto trattasi di ipotesi, magari condivise da molti, ma pur sempre ipotesi.
Mi scuso per il lungo preambolo che però ho ritenuto opportuno fare in quanto l’argomento in cui ci stiamo addentrando è quanto mai difficile e spinoso proprio perché di carattere storico-religioso. Entriamo dunque nel vivo dell’argomento cercando di rispondere ad alcune domande che ritengo essenziali. Chi erano gli Hyksos? Da dove provenivano? Per quale ragione scesero fino in Egitto?
La maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere che gli Hyksos fossero un insieme di popoli indoeuropei provenienti probabilmente dalla regione turco-caucasica che, spostandosi verso sud, arrivarono ad inglobare anche popoli di origini semite. Queste migrazioni sarebbero iniziate secondo alcuni intorno al 2000 a.C. in forma strisciante e non con intenzioni di conquista. Alcuni insediamenti rinvenuti in Galilea, Siria e Persia parrebbero essere appartenuti agli Hyksos anche se fu solo in Egitto che si installarono in modo permanente verso il 1730-1720 a.C. Ma perché un insieme eterogeneo di popoli scende dal Caucaso, una regione variopinta sullo sfondo di una natura maestosa, ricca di foreste di conifere, profonde gole, laghi e fertili pianure disseminate da vitigni e alberi da frutto?. Viene spontaneo chiedersi perché un popolo che vive in un posto simile ad un certo punto decide di andarsene e dirigersi verso terre ignote e pressoché sconosciute, senza un vero scopo di conquista ma solo come migrazione.
Secondo la maggior parte degli archeologi gli Hyksos erano un crogiolo di genti, dedite alle attività più disparate: pastorizia, banditismo, artigianato, commercio, ecc. Altri invece sono propensi a considerarli come popoli nomadi o seminomadi. Personalmente mi chiedo come poteva, un simile minestrone di genti possedere le capacità e la tecnologia da permettergli una più progredita lavorazione del bronzo rispetto agli egizi, oltre all’invenzione di armi, come l’ascia e la daga di ferro, (quest’ultimo praticamente sconosciuto in Egitto), senza contare l’addomesticamento del cavallo e la fabbricazione del carro da guerra conseguente all’invenzione della ruota. Tutte queste cose farebbero pensare invece ad una civiltà progredita, ben organizzata nel suo territorio che, se si escludono mire espansionistiche, ci riportano alla domanda: cosa li spinse a lasciare il loro paese? Aggiungiamo poi che nella loro migrazione hanno inglobato altre genti e popoli che abitavano i territori da essi attraversati, ittiti, hurriti, caldei, palestinesi, ecc.. Sono stati spinti da qualche evento o cataclisma eccezionale?
Sono molte le ipotesi che vengono formulate, secondo alcuni la migrazione di questi popoli sarebbe stata causata dagli effetti generati dall’eruzione del vulcano dell’isola di Thera (Santorini) che avrebbe reso sterili le loro terre al punto da indurli a migrare in Egitto, forse meno colpito dagli eventi. Ipotesi confutata dalle stime della Aarhus University, Danimarca, la quale ritiene che l’eruzione sia avvenuta intorno al 1627 a.C., che già anticipa di oltre 50 anni le stime basate sugli studi archeologici che utilizzano la “cronologia convenzionale egiziana”. La data sarebbe stata stabilita a seguito del ritrovamento, tra le ceneri vulcaniche di Santorini, di un ramoscello di ulivo che, sottoposto alla datazione al radiocarbonio, avrebbe indicato quella data. Si stima invece gli Hyksos siano giunti in Egitto intorno al 1730 – 1720 a.C. Altra teoria vorrebbe che gli Hyksos, o comunque parte di essi, altri non siano che gli israeliti chiamati in Egitto da Giuseppe, come indicato nella Bibbia, i quali non sarebbero mai stati schiavi ma dominatori e la loro cacciata corrisponderebbe all’esodo. Quanto sopra illustra la notevole confusione che esiste non solo nella storia egiziana antica, ma anche fra i suoi moderni interpreti; per quel che mi riguarda preferisco non inoltrarmi oltre nel “Fenomeno Hyksos” proseguendo sulla strada che mi sono prefissato.
Fonti e bibliografia:
Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web 2017
La XIV dinastia egizia copre un periodo che va dal 1760 a.C. al 1630 a.C. e comprende un numero imprecisato di sovrani dei quali abbiamo conoscenze estremamente scarse ad eccezione di quelli il cui nome è riportato nelle colonne 8,9,10 del Canone Reale. Non ci viene in aiuto il solito Manetone che a proposito della XIV dinastia non riporta alcun nome limitandosi a dire: <<…….settanta re di Xois che regnarono per 184 anni…….>>.
In effetti il Canone Reale ne riporta 71, parecchi andati persi del tutto, altri praticamente illeggibili o incompleti mentre per alcuni è ancora possibile leggere qualcosa. Come già più volte accennato la suddivisione della sequenza dei sovrani egizi in dinastie è una questione piuttosto simbolica tratta dalle opere dello stesso Manetone che, in modo particolare per quanto riguarda il Secondo Periodo Intermedio, fa un bel pasticcio accavallando dinastie che hanno regnato nello stesso periodo ma su parti diverse del paese. Basti pensare che la XIII dinastia copre un arco di tempo che va all’incirca dal 1793 a.C. al 1645 a.C. (Manetone parla di: <<…….60 re di Diospoli che regnarono per 453 anni…….>>).
La capitale della dinastia era Ity Tawy (dominatrice delle Due Terre) situata poco a sud di Menfi (la Fortezza Bianca). La XIV dinastia proveniente da Xois secondo Manetone, si pensa che inizialmente avesse per capitale Avaris nel Delta (l’odierna Tell el-Dab’a), solo in seguito alla conquista di Avaris da parte degli Hyksos si sia spostata a Xois. Copre anch’essa un arco di tempo pressapoco coincidente con la XIII dinastia a partire dal 1760 a.C. fino al 1630 a.C. circa. A prescindere da quanto scrive Manetone c’è da dire che furono sicuramente molti i regnanti ma i loro regni furono di breve durata e molti di essi non hanno trovato riscontri archeologici; parecchi si accavallano in quanto parelleli a quelli della XIII dinastia.
Ovviamente quando si parla di dinastie del Secondo Periodo Intermedio non si deve intendere una successione all’interno di una famiglia ma di sovrani che si susseguono senza alcuna pretesa genealogica aventi lo stesso centro di potere. Contemporanea della XIII dinastia, ed in parte anche della XV e della XVI, il dominio della XIV dinastia era limitato ad una regione del Basso Egitto come vassalli dei sovrani della XV dinastia Hyksos. Va aggiunto che gran parte dei nomi riportati nelle colonne 9 e 10, del Canone Reale sono da considerare fittizi in quanto nel citarli lo scriba, o gli scribi che compilarono il papiro hanno usato simboli che al tempo erano ormai caduti in disuso o addirittura non erano ancora stati introdotti. La cosa è del tutto plausibile tenuto conto che la stesura del papiro risale a parecchi secoli dopo il secondo periodo intermedio basandosi su fonti che noi non conosciamo. Vediamo ora quei sovrani dei quali ci è pervenuta qualche notizia.
NEHESI
Stranamente il nome di questo sovrano significa “nubiano” anche se è sicuro che abbia governato nel Delta del Nilo, almeno su di una parte. Su alcuni scarabei trovati negli scavi il nome di questo sovrano è seguito da “figlio di re”, questo lascia supporre che non sia lui il primo faraone fondatore della dinastia, secondo molti studiosi Nehesi sarebbe il figlio de primo re il cui nome probabilmente compariva nelle ultime righe della colonna 7 del Canone Reale. A testimonianza di questo sovrano ci sono pervenuti numerosi monumenti, uno dei quali è un obelisco proveniente da Tani, una stele da Avaris, una statua ed alcuni scarabei.
MERIDJEFARE
Con Nehesi è l’unico sovrano ad aver lasciato alcune testimonianze archeologiche. Sappiamo che salì al trono con il nome di “Mer-djefa-Ra” (Ra ama le provviste). Il Canone Reale lo colloca nella riga 8 colonna 5 e gli assegna tre anni di regno ad Avaris. Di lui è stata rinvenuta, tra la fine del 1988 e l’inizio del 1989, una stele a Saft al Hinna, nell’area del Delta orientale poco a sud-ovest dell’attuale città di Zagazig, sulla stele, oggi parte della collezione B. Krief, oltre al suo nome, compare una scena dove Meridjefare fa un’offerta al dio Sopdu, alle spalle del re compare il proprietario della stele, il tesoriere Renisonb.
IP…..
Questo sovrano, di cui compare solo una piccola parte del suo nome, è stato oggetto di approfondimenti da parte dell’egittologo Kim Rhyolt che pensa di interpretarne il nome come Apopi.
……SA…..(figlio)
Dopo un’analisi stilistica dei glifi utilizzati, gli egittologi che si sono dedicati allo studio del Canone Reale, hanno formulato l’ipotesi che, a partire dal nome di questo sovrano, molti dei nomi che seguono nelle colonne 9 e 10 siano del tutto fittizi e che non appartengano ad alcun sovrano realmente esistito ma che siano stati inseriti nel Canone per una oscura ragione che non si sa spiegare. Le gravi lacune delle due colonne rendono difficoltosa la lettura ed ancor più la collocazione degli ulteriori frammenti del papiro.
Fonti e bibliografia:
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, Torino 2004
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
Pascal Vernus e Jean Yoyotte, “Dizionario dei Faraoni”, Edizioni Arkeios, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Alan Gardiner, “The Royal Canon of Turin”, Griffith Institute, Oxford, 1987
Kim Ryholt, “La situazione politica in Egitto durante il secondo periodo intermedio”, Istituto Gustave Jéquier, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Dacoopman, 2018
Legno dipinto, parzialmente stuccato e dorato, pasta colorata, rame Altezza 70 cm, larghezza 43,5 cm, profondità 40 cm Museo Egizio del Cairo – Carter 403
Questa cassettiera mi piace per la sua eleganza e semplicità.
Ha una forma quasi quadrata e poggia su quattro gambe lunghe e sottili.
È in legno dipinto di marrone rossastro, a simulare il costoso cedro del Libano, con una cornice che imita l’ebano, i dettagli della decorazione sono in vernice nera e lamina d’oro.
Fra le gambe si trovano delle barre di rinforzo e lo spazio fra di esse e la cassettiera vera e propria è riempito con dei pannelli traforati e decorati con ankh affiancati da scettro was e posti sopra alcune ceste, cioè il segno neb, che vuole dire “tutto”.
I registri scritti recano i nomi e gli epiteti del re.
Il coperchio si unisce alla base tramite una cerniera in rame e si apre verso l’alto.
I pomoli di chiusura sono coperti in lamina d’oro e vi sono scritti i nomi del re..
Come nel caso di molte altre cassette, un cordino doveva essere legato attorno ai pomoli e poi chiuso con un pezzo di argilla, su cui si imprimeva una sigillatura.
La cassettiera si trovava in cima ad una catasta composta da vari mobili al centro dell’annesso.
Era stata forzata dai tombaroli, che ha quando sembra l’avevano svuotata del suo contenuto originario.
All’interno Carter trovò solo quattro poggiatesta e un frammento di veste.
Fonte
Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass-fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
ORO E VETRO NUOVO REGNO – XVIII DINASTIA (REGNO DI TUTANKHAMON) VALLE DEI RE – TOMBA DI TUTANKHAMON (KV62) CARTER 620/67
Nella tomba di Tutankhamon Howard Carter ritrovò molti amuleti sul pavimento per cui è stato impossibile identificare la loro posizione originaria. Questo amuleto a forma di cuore fu trovato sul pavimento dell’ annesso e contiene la figura intarsiata di un airone.
L’ airone, uccello sacro, simbolo della nascita e della risurrezione, era associato al culto di Eliopoli dove veniva chiamato benu, il precursore della fenice.
Uccello Benu affresco dalla tomba di Iry-nefer a Deir el-Medina
Secondo la cosmologia eliopolitana, il benu stava in cima alla pietra Benben, che emerse a Eliopoli dalle acque primordiali in seguito alla creazione del mondo. Durante il processo di mummificazione, gli antichi egizi, per gran parte della loro storia, hanno lasciato il cuore al suo posto, poiché rappresentava l’intelligenza ed era la sede dei sentimenti del defunto. Il Libro dei Morti riferisce formule per evitare che il defunto si separi dal proprio cuore nell’aldilà.
Si suppone che il nome Benu possa derivare da wbn verbo egizio che significa “brillare”, “sorgere”: infatti, nelle raffigurazioni trovate sul Libro dei morti o in molti affreschi esso sembra sorgere dalle acque
Se ancora non credete alla “Maledizione di Tanis” che ha relegato i tesori scoperti da Pierre Montet in una sorta di limbo perpetuo, guardate questo oggetto.
E’ la copertura della mummia di Psusennes I, posta sopra il corpo del Faraone ed idealmente continuazione della maschera funeraria del re.
Lunga 1,25 m e larga 42 cm, è ricavata da un’unica lastra d’oro lavorata a sbalzo. Le mani del Faraone reggono il flagello ed il pastorale; al di sotto una divinità alata splendidamente incisa con la testa d’ariete e gli usuali simboli shen abbraccia il re defunto.
Particolare della copertura
Le iscrizioni verticali rivolgono un’invocazione a Nut, la cui parentela con Psusennes, identificato come Anubi e come i quattro figli di Horus, è ribadita dalle altre iscrizioni.
A livello dei piedi, Iside e Nephti sono rappresentate in lutto, con una mano sulla fronte.
Iside e Nephti in lutto nella trascrizione delle incisioni fatta da Montet. Ho rovesciato l’immagine per renderla più facilmente leggibile; essendo praticamente sul piede della copertura le due dee sono raffigurate capovolte rispetto al testo al centro della copertura stessa
Un altro piccolo capolavoro, praticamente sconosciuto e di cui è difficilissimo trovare foto.
FONTI:
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Parlando dell’antico Egitto, soprattutto con chi ci è andato, mi viene spesso domandata la veridicità della danza del ventre che si può vedere nei locali predisposti SOPRATTUTTO PER I TURISTI.
In merito all’argomento, dopo una ricerca, ho scritto una conferenza che è diventata il Quaderno di Egittologia nr 12 PASSI, MOVENZE E RITMI PER IL FARAONE – La danza nell’antico Egitto che gli interessati possono trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/passi-movenze-e-ritmi…/
Per i più curiosi lascio la suddivisione delle diverse tipologie di danze che sono state riconosciute dagli egittologi. In blu sono identificate quelle eseguite in situazioni domestiche per puro divertimento familiare. In rosso sono elencate quelle che venivano esibite in pubblico per motivi cultuali, celebrativi e funzionali.
Ritornando al titolo del post posso dirvi che:
PRIMA DIAPOSITIVA: L’Egitto è sempre stato un paese molto conservatore basti pensare che nella sua storia lunga trenta secoli il sistema politico è sempre rimasto lo stesso ed ha influenzato così pesantemente i suoi conquistatori da averli presto fatti allineare alle proprie usanze. Pertanto molte usanze odierne rispecchiano, più o meno coscientemente, usanze che hanno millenni. Danzare e ballare, indipendentemente dalla professionalità degli artisti, era indubbiamente importante dal punto di vista celebrativo per gli egizi. Oggi come allora sembra che sia sufficiente un tamburo oppure una superficie piatta sulla quale qualcuno possa segnare il ritmo, ed ecco che la gente inizierà a ballare. C’è la possibilità di scoprire se le danze dell’Egitto odierno hanno delle gestualità ereditate da quello antico? Nel 1935 Irena Lexova, figlia di un famoso egittologo cecoslovacco, František Lexa, ne fece un argomento di ricerca che venne riedito più volte.
SECONDA DIAPOSITIVA: se da un lato c’è un forte interesse a ricostruire le coreografie egizie leggendo i rilievi e i dipinti tombali, dall’altra c’è la constatazione che i personaggi raffigurati sono spesso dei giganteschi determinativi del testo che è scritto sulle pareti. Questo vuol dire che gli artigiani hanno rappresentato quei movimenti e quei passi che erano più facili da disegnare e più conformi ai canoni che, ricordiamo, erano tutt’altro che ritrattistici. Come abbiamo già visto nella TT38 di Djeserkaraseneb e nella TT75 di Amenhotep Sise, molti temi venivano ripetuti seguendo dei modelli soffocando la libertà e la spontaneità dell’artista e riducendolo ad un comune artigiano. Alla Lexova, che cercava di riprodurre le antiche coreografie, non piacevano le danze dell’Egitto degli Anni Trenta. Nei suoi scritti respinge ogni somiglianza tra le danze moderne e quelle antiche. D’altra parte anche a noi sembra che la forma attuale, che noi chiamiamo, danza del ventre sia lontanissima da quella del Nuovo Regno e strizzi un po’ troppo l’occhio all’aspetto commerciale.
La conclusione viene da sé: la danza del ventre sarà curiosa, divertente e “appetitosa”… ma con l’antico Egitto non è afferente assolutamente in nulla.
TERZA DIAPOSITIVA: Una delle raffigurazioni di danza più disinibite sopravvissute dall’antico Egitto include ballerini di coppia.
In questo caso diciamo proprio ballerini perché la scena raffigurata risulta molto libera anche relativamente alle espressioni dei protagonisti. Più che una danza funeraria sembra un ballo festivo domestico.
La scena originariamente proveniva dalla tomba di lntef (Secondo Periodo Intermedio, 1550 a.C. circa) ubicata a Dra Abu el Naga, sulla riva occidentale di Luxor. Oggi il reperto parietale è conservata all’Ashmolean Museum, di Oxford.
Il rilassamento del rigido controllo dello stato che si verificava sempre durante un Periodo Intermedio, quando il governo centralizzato diventava vacante, ha permesso all’artista (non più artigiano) di rappresentare liberamente l’evidente godimento da parte dei ballerini delle loro prestazioni.
Nelle immagini: Petrie nel 1909 trova un pozzo quadrato di circa 6 metri all’estremità nord di Dra Abu el Naga che è risultato parzialmente dipinto. Petrie lo ha fatto risalire alla XVII Dinastia.
I TERMINI
Sfogliando il mio Dizionario Egizio-Italiano troviamo un certo numero di lemmi che sono stati usati per descrivere il verbo ballare o danzare, il più comune è “ibȜ“.
Sono usati anche altri termini che sembrano descrivere danze oppure dei movimenti specifici di danza. Questi lemmi sono usati nelle didascalie dei dipinti o dei rilievi parietali, ma, purtroppo, non ci dettagliano ulteriormente la natura dell’evento in questione. Per fortuna sia nei documenti amministrativi che nella letteratura esistono dei riferimenti occasionali o casuali che ci permettono di indagare in merito alla danza e ai danzatori nell’antico Egitto, facendo così luce sulla vita e sulla professionalità di questi antichi artisti.
Nella cultura popolare la danza era qualcosa che la gente considerava scontata e comune, perciò è stata raramente descritta e documentata quanto invece più volte raffigurata. Questo, naturalmente, non è univoco per l’Egitto nell’antichità, i riferimenti alla danza in Egitto dal periodo bizantino al XVIII secolo sono scarsi ma questo non significa che essa abbia cessato di esistere.
Per facilitare chi volesse pronunciare i lemmi senza aver studiato i geroglifici ho aggiunto la pronuncia secondo il codice IPA.