Gli egiziani chiamavano Tekhen l’obelisco e lo consideravano il simbolo del dio sole di Heliopolis, Ra. Molti studiosi riallacciano l’obelisco all’evoluzione della pietra sacra primitiva sulla quale si leva il sole dell’alba.
I primi obelischi li troviamo nei Templi Solari della V dinastia, dove sono eretti al centro del santuario, al di sopra di una piramide tronca. Nel Medio regno troviamo gli obelischi classici, tagliati nel granito di Assuan, ma si tratta ormai di oggetti puramente ornamentali.
Dalla fine dalla fine del Medio Regno venivano disposti a coppie all’ingresso dei Templi.
A Heliopolis ( il centro del culto del sole), Senusert I ricostruì l’importante tempio di Atum- Ra. Vi eresse due obelischi di granito rosso per celebrare il proprio Giubileo dell’anno 30 Heb Sed. Uno degli obelischi, ” oggi superstite, è considerato il più antico esemplare oggi pervenutoci integro. A testimonianza dell’avvenimento le iscrizioni (sono le stesse su tutte le facce) “…….. figlio di Ra Senusert, l’amato dalle anime di Heliopolis, che viva in eterno, Horus d’oro Il vivente di nascita, il Dio buono Kheperkare. Nella prima occasione di Giubileo e gli ha fatto (questo obelisc); che sia dotato di vita in eterno.”
Obelisco di Senusert I. ” Il più antico esemplare oggi pervenutoci di obelisco integro, XII dinastia. Heliopolis. Il Cairo”
L’obelisco è un monumento celebrativo formato da un tronco di piramide alto e stretto, che culmina con una punta piramidale chiamata pyramidion. Gli obelischi antichi venivano ricavati da un unico blocco di pietra (un monolito). Gli obelischi sono monumenti in gran parte di origine egizia. Il nome deriva dal greco ‘obelos’, ovvero spiedo e ‘obelisco’ è un diminutivo che vuol dire ‘spiedino’.
Gli obelischi erano parte importante dell’architettura degli antichi egizi, che li disponevano a coppie all’ingresso dei templi. Si è a conoscenza di ventisette antichi obelischi egizi sopravvissuti ed eretti.
Veduta del Nilo e dell’Obelisco di Sesostri I a Heliopolis, Egitto. Acquerello di Pascal Coste (1787-1879). Biblioteca comunale di Marsiglia
Obelisco di Sesostris I, Eliopoli, Egitto, incisione su legno, pubblicato nel 1879 Fonte :istockphoto.com
L’obelisco incompiuto di Assuan. In una cava nei pressi di Assuan è presente un grande obelisco incompiuto, lungo 42 metri e disteso su un fianco, la cui estrazione non è stata completata a causa di fenditure comparse nella roccia. L’obelisco simboleggiava il dio del sole Ra. Si pensava inoltre che il dio esistesse all’interno della sua struttura.
Ricostruzione del tempio solare di Setibtawy (Niuserra) ad Abu Gurab. Elemento caratteristico del tempio solare è l’obelisco, posto al centro del cortile centrale, davanti al quale si trovava un altare per le offerte.
Granodiorite, Altezza cm 160, Larghezza 100 cm Provenienza: Tanis Museo Egizio del Cairo – JE 18221=CG 392.
Al regno di Amenemhat III si fa risalire questa originale opera scultorea che raffigura due personaggi maschili in atto di presentare abbondanti offerte costituite da pesci, volatili e piante acquatiche.
Il doppio offerente, identificato come il re, mostra alcuni elementi che rievocano le divinità primordiali : la pesante parrucca tripartita in grandi trecce e la larga barba, solcata da striature parallele.
Sui volti, anche se tondeggianti, si riconosce la marcata caratterizzazione dei ritratti di Amenemhat III, che emanano un senso di austera aggressività.
I corpi costituiscono uno straordinario esempio di modellato, con una possente muscolatura..
La ricerca di una assoluta simmetria comporta una novità stilistica mai riscontrata nelle sculture maschili incedenti: una delle due figure, in perfetto equilibrio rispetto alla figura che l’affianca, avanza infatti la gamba destra e non la sinistra, come era di consuetudine.
Il pesante tributo sbilancia la composizione in avanti, facendo curvare i due portatori verso verso il massiccio blocco di granito istoriato da raffigurazioni di flora e fauna fluviale, che consentono di identificare le due figure con il dio Hapy.
Il Nilo, apportatore di nutrimento e vita è effigiato sotto le sembianze di Amenemhat III, in una composizione che associa il sovrano regnante ai concetti di fertilità e abbondanza..
Le iscrizioni geroglifiche incise sulla scultura sono state aggiunte da Psusennes I, di cui sono riportati i cartigli, allorché egli fece trasportare questo monumento a Tanis.
Fonte: I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Sesotri I (Senusert I) fu un grande costruttore: i suoi edifici li troviamo in ben 35 siti, escludendo la piramide che fece costruire a Lisht, a sud di quella di Amenemhat I, suo padre.
Vicino alla Piramide di Sesostri “c’erano altre nove piccole piramidi, esse appartenevano alle donne della famiglia reale, tra cui la sposa del monarca, Neferu III e le sue figlie “.
Scegliendo come nome di incoronazione Neferkara e facendo ricostruire il tempio di Atum-Ra di Heliopolis si riallacciò alla tradizione eliopolita. Costruì e ricostrui’ un po’ dappertutto, non trascurando la zona di Karnak.
Molti edifici sacri del Medio Regno furono in età successiva demoliti da altri monarchi e “riutilizzati come materiale da costruzione come è il caso del ritrovamento, intorno al 1920,nelle fondazioni del terzo pilone a Karnak, di un chiosco di calcare bianco che Sesostri I aveva fatto costruire in commemorazione rievocativa delle cerimonie relative al suo Giubileo.”
La cosiddetta “cappella bianca” come noi ora la vediamo, è stata ricostruita da Henry Chevrier negli anni ’30 dello scorso secolo.
La cappella bianca di Sesostri I, secondo faraone della XII dinastia. Si trova nel museo all’aperto del tempio di Karnak a Luxor. Il tempietto è veramente splendido e di grandissimo interesse perchè sulle sue pareti, insieme a magnifici geroglifici che spiegano i riti della festa Sed, è rappresentata una lista dei nomi dell’Egitto, cioè delle province amministrative in cui il paese era diviso fin dall’antichità. Il tutto è caratterizzato da una squisita eleganza e da un’ armonia che ne fa uno dei tesori dell’arte egizia.
L’ingresso della cappella.
In origine essa era forse una stazione di sosta della barca sacra ed era stata costruita per festeggiare la prima festa Sed del monarca. Durante il regno di Amenofi III, nella XVIII dinastia, i suoi blocchi furono utilizzati come materiale di riempimento del terzo pilone del tempio di Karnak. Furono ritrovati soltanto quando si effettuarono i lavori di restauro del suddetto pilone.
LA FACCIATA EST: ingresso
La facciata est è quella che normalmente si vede durante le visite al museo all’aperto di Karnak Il portale è costituito da due pilastri e da una architrave. I pilastri riportano il medesimo testo scritto su due colonne; sull’architrave si trovano due righe di testo ed un grande Horo alato.
Pilastro:1-2
1 Le due Signore: ankhmesut (vivente di nascite); Horo d’oro: ankhmesut (vivente di nascite) ; Figlio di Ra Sesostri, dotato di ogni vita, di ogni stabilità potere e salute, Vivo in eterno
2 Horo: ankhmesut (vivente di nascite); Re dell’alto e basso Egitto Kheperkara, amato da Amon Ra che ha autorità sulle due terre, Vivo in eterno
Architrave: 1-2
1 (L’Horo di) Behdet, dio grande dalle piume colorate, signore del cielo
2 Vivo Figlio di Ra Sesostri, amato da Amon Ra Vivo in eterno
LA FACCIATA EST: Lato Nord
La foto mostra il lato nord della facciata est. E’ composto da una parte superiore che sovrasta un pilastro d’angolo e da una base che presenta parecchie lacune nelle scritte.
Facciata est nord: parte superiore e base: 1-2
1 Vivo: Horo: ankhmesut; Re dell’Alto e Basso Egitto Khepekara, amato da Amon-Ra re delle due terre
2 Le due Signore: ankhmesut, dio buono, signore dei riti, Figlio di Ra: Sesostri, vivo in eterno
Il pilastro Est-Nord
Su questo pilastro, partendo dall’alto, troviamo una scritta che sovrasta un avvoltoio volteggiante in un cielo stellato con negli artigli il simbolo .
Al di sotto vi è un testo scritto su quattro colonne e sotto ancora il dio Amon in forma di Min e il faraone Sesostri. La divinità ha le spalle rivolte verso l’ingresso per indicare che è già all’interno della cappella. Egli accoglie il faraone che si presenta a lui recitando quattro volte la preghiera : (dwA nTr sp jfdw: pregare il dio quattro volte). Sotto tutto ciò è inciso un testo geroglifico di due righe.
Fonte:
C.ALFRED: GLI EGIZIANI-3 MILLENNI DI CIVILTÀ- NEWTON COMPTON EDITORI
Proseguo con i miei tentativi di infettarvi della “hieroglyphica febris” nella speranza di riuscire a far ammalare qualcuno di voi.
Questa volta, come esercitazione iniziale, vi propongo un gruppo statuario che molti di voi avranno sicuramente visto durante la visita al Museo Egizio di Torino.
Ovviamente un conto è guardare una statua, un altro è leggerla.
Se farete una corretta analisi e riuscirete a memorizzarla, la prossima volta che visiterete il Museo torinese con qualche amico o parente potreste dimostrare tutta la vostra abilità di scriba.
L’esercitazione odierna è tratta da una mia autopubblicazione di un paio di anni fa.
XII Dinastia – Granito grigio, Altezza cm 150, Lunghezza cm 236 Tanis, Scavi di A. Mariette, 1863 Museo Egizio del Cairo – JE 15210=CG 394
Amenemhat III, figlio di Senusert III, fu l’ultimo sovrano della XII Dinastia.
Il suo fu un regno pacifico durante il quale il re pose particolare attenzione allo sviluppo dell’area del Fayyum, ove venne poi divinizzato e venerato.
Seppe impiegare la pace rendendo il Paese sempre più florido, questa ricchezza si riflette nelle opere del re.
Del sovrano rimangono molte statue che ricordano quelle del padre tanto per l’evoluzione fisica e spirituale che mostrano tratti del volto, quanto per l’espressione profondamente umana che riflette un forte carattere.
Da Tanis provengono sette sfingi di granito di Amenemhat III che evocano la potenza del monarca, enfatizzandone l’aspetto fermino.
Il volto del re, austero e vigoroso, è caratterizzato da tratti tipici della ritrattista regale, la bocca prominente e I profondi solchi sulle guance che creano forti effetti chiaroscurali.
Una massiccia criniera di leone, da cui spuntano grandi orecchie ferine, sostituisce il tradizionale nemes regale accrescendo il senso di maestosità dell’intera figura.
Non mancano l’ureo sulla fronte e la barba posticcia , consueti simboli della regalità divina.
Le statue poggiano su un alto basamento intorno al quale sono riportati i cartigli di alcuni sovrani che, nel corso dei secoli usurpatono il gruppo di sfingi: il re Hyksos Nehesy, Rameses II e Merenptah II della XIX Dinastia, è infine Psusennes I della XXI Dinastia.
Quest’ultimo sovrano collocò infine le statue a Tanis, dove sono state rinvenute.
È probabile, che in origine, le sfingi fossero destinate a ornare il tempio della dea Bastet a Bubasti.
Geroglifici incisi sulla base della sfinge
Fonte:
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Adesso che abbiamo concluso il nostro giro delle oasi del deserto occidentale egiziano dove abbiamo appreso che queste interessarono l’Egitto faraonico solo marginalmente e soprattutto in epoca più tarda, ripartiamo da dove eravamo rimasti, l’inizio della VI dinastia. Con la fine del regno di Unas (o Unis) Manetone, inspiegabilmente fa finire anche la V dinastia e Teti viene considerato il fondatore di una nuova dinastia la VI.
Prima di addentrarci nella VI dinastia proviamo a dare un’occhiata al resto del paese. Come abbiamo visto in precedenza in Egitto andava accentuandosi la dispersione del potere a favore dei nomarchi locali che andavano via via assumendo maggiore importanza che prescindeva dal potere centrale, il faraone Unas non fece nulla per contrastare questa tendenza, cosa che non fecero neppure i faraoni che seguirono e che segnerà inevitabilmente l’inizio della decadenza che porterà al Primo Periodo Intermedio e, dopo oltre una secolo e mezzo alla successiva riunificazione delle Due Terre sotto Mentuhotep I.
Vediamo ora come si evolve la VI dinasti, arbitrariamente creata da Manetone, che però non denota sostanziali cambiamenti nella linea politica della precedente e di cui gli antichi egizi non percepirono sicuramente alcun cambiamento. Forse Manetone nell’ipotizzare una nuova dinastia venne fuorviato dal fatto che Unas probabilmente non lasciò eredi maschi, infatti Teti acquisterà il diritto al trono per aver sposato Iput, figlia di Unas che scelse il Nome di Horus di “Seheteptaui”, ovvero “Colui che pacifica le Due Terre”.
Il nome scelto mette in evidenza la volontà di attuare una politica di pacificazione la quale dette buoni risultati. E’ pressappoco in questo periodo che si manifesta in pieno l’importante trasformazione avvenuta nel carattere del regno egizio, sia sotto il profilo politico che sotto il profilo religioso. Con la VI dinastia assume maggiore importanza, nel medio Egitto, il culto della dea Hathor di Dendera prendendo le distanze dal culto eliopolitano praticato nel Delta. Finita l’estrema centralizzazione del potere dei periodi precedenti, quando la più alta ambizione di un cortigiano era quella di ottenere una tomba all’ombra della piramide regale, la generosità del faraone riceveva ora un’ingrata ricompensa; le sue ricchezze incominciano a esaurirsi mentre quelle dei nobili sono talmente aumentate che essi possono quasi gareggiare con lui in potenza e importanza. Ovunque nelle vicinanze dei maggiori centri delle province erano sorti bellissime necropoli dove non solo i principi del luogo ma anche i loro dipendenti di grado più elevato cercavano di conferire alle proprie mastabe e alle tombe scavate nella roccia qualcosa dello splendore della capitale. Tuttavia benché avesse già preso salde radici tutta un’aristocrazia provinciale, non si deve supporre che il potere dei faraoni si fosse in alcun modo indebolito durante la VI dinastia. Essa al contrario conta fra i suoi sovrani alcuni dei più grandi nomi della storia egizia, a giudicare dal numero dei cartigli sparsi in tutto il reame e dall’eco, giunta fino a noi, delle loro imprese e del loro energico spirito d’iniziativa.
Alcuni faraoni intrapresero campagne militari nell’area siro-palestinese e l’esercito egiziano, agli ordini del generale Uni, tornò vittorioso:
<<……. questo esercito ritornò in pace dopo aver raso al suolo il paese degli Aamu che abitano la sabbia……..>>.
Horkuf, governatore di Elefantina, riuscì a rendere sicure le vie carovaniere verso il sud e la Nubia. Ma le loro azioni prescindevano dal potere esterno che godeva della più ampia autonomia. E’ vero però che i monumenti alla loro memoria non possono stare alla pari come livello artistico con quelli della generazione precedente, e dimostrano anche scarsa originalità. L’esecuzione tecnica è scadente tanto che la maggior parte delle piramidi è crollata riducendosi a mucchi informi di rovine.
E anche scomparso quel religioso fervore che aveva indotto la V dinastia a dedicare quasi tutte le proprie risorse alla glorificazione del dio sole. I Testi delle Piramidi che coprono le pareti delle camere sepolcrali delle loro tombe mirano solo ad assicurare nell’oltretomba il benessere del re defunto, identificato con Osiride. Grande è l’abbondanza di documenti della VI dinastia giunti sino a noi. Da questi si deduce la tendenza generale al decentramento perché, anche se nominava a governatori delle province, o nomarchi, i più influenti personaggi provinciali (come Ibi nel nomo della Montagna della Vipera), il faraone continuava a voler partecipare alla costruzione dei templi locali e ad arrogarsi il diritto di esentarne i dipendenti dagli obblighi più gravosi.
Il Canone di Torino enumera, in accordo con gli altri elenchi, cinque faraoni (Teti, Userkara, Pepi I, Merenre I, Pepi II e Merenre II) dal regno più o meno lungo (fino ai 90 anni di Pepi II), ma a differenza delle altre liste, il Canone di Torino ne cita altri di cui però solo tre sono leggibili: Neferka, Nefer e Ibi giungendo alla cifra totale di 181 anni per l’intero periodo iniziatosi con Teti.
Di questi successori di Pepi II, oltre ai nomi leggibili rimane lo spazio per altri nomi per una lunghezza totale di cinque regni su otto, il tutto ammonta a non più di dieci anni. Sembrerebbe così che la VI dinastia termini con questa serie di effimeri sovrani, se Manetone non avesse preferito concluderla con una regina, Nitòcris, che, al pari di Sebeknofru, ultima sovrana regnante nella XII dinastia, riuscì a conquistare con la violenza il trono dei faraoni. E’ evidente come, alla morte del vecchio re Pepi II, seguirono immediatamente intrighi dinastici dai quali, come poi accadde durante la XII dinastia, trasse momentaneo vantaggio una regina. Ma vediamo ora nel dettaglio come agirono i faraoni della VI dinastia.
Fonti e bibliografia:
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” Bompiani, Milano, 2003
Martin Gardiner, “La civiltà egizia” Oxford University Press, 1961 (Einaudi, Torino 1997
W. S. Smith, “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Il Saggiatore, Milano, 1972
John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”,onaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967
Nicolas Grimal, “ Storia dell’antico Egitto”, V ed., Roma, Bari, 2003
Vi presento (anche oggi) una piccola esercitazione filologica. Tra i cinquemila oggetti che componevano il corredo funerario di Tutankhamon, c’è un piccolo contenitore molto bello, per quanto piccolo.
Legno, lamina d’oro e pietre dure Altezza : statua 170 cm, Naos 207 cm. Dahshur, complesso funerario di Amenemhat III Museo Egizio del Cairo – JE 30948=CG 259
Gli antichi egizi ritenevano che ogni individuo fosse composto da cinque elementi di natura immateriale :
l’ombra, l’ankh, la forma spirituale assunta dagli dei e dai defunti
Il Ba, portatore di potenza ed emblema della personalità di ciascuno
Il nome, l’identificativo di ogni persona
Il Ka, forza vitale di ogni individuo
Per garantire al defunto un proseguimento di vita dopo la morte, era necessario fornire cibi e bevande al suo ka, che avrebbe continuato a dimorare presso il corpo mummificato, prendendone possesso di tanto in tanto per assimilare l’essenza delle offerte deposte nella tomba.
Supporto fisico per il ka erano anche le statue collocate nelle camere funerarie, che personificavano la forza vitale del defunto.
Tale è la funzione della raffinata statua lignea del sovrano Auibra-Hor, sul cui capo svettano due braccia aperte, che rappresentano il segno geroglifico usato per indicare il ka.
Al volto è conferita una straordinaria vivacità grazie ai profondi e luminosi occhi, eseguiti con cristallo di rocca, quarzo e bronzo.
La figura presenta sulla superficie le tracce di una collana, di una cintura e di un gonnellino, mentre le mani dovevano, originariamente, impugnare uno scettro e un bastone.
Le braccia, le estremità dei piedi e la gamba sinistra sono state lavorate separatamente e poi assemblate al resto del corpo per mezzo di tenoni. 00
Tracce di foglia d’oro ancora visibili consentono di affermare che alcune parti della figura erano originariamente ricoperte di questo prezioso materiale.
La statua fu rinvenuta nei pressi della piramide di Amenemhat III, all’interno di un piccolo Naos ligneo.
Fonte: I tesori dell’antico Egitto – National Geographic – Edizioni White Star
Altezza 42,5 cm Lunghezza 75,5 cm Metropolitan Museum of Art, New York – 17.9.2.
Raffigurato sotto forma di sfinge, il sovrano è garante del creato, espressione del potere regale e divino.
La notevole espressività di questa sfinge deriva dall’apparente contrasto fra i segni di vecchiaia che segnano i volto di Sesostri III e il massiccio corpo del leone.
Enrambi le componenti esprimono grande determinazione e la testa, lievemente tesa verso ‘alto sottolinea la tensione vigile del corpo, creando un’ unità armonica.
Fonte: Egitto terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Abbiamo visto come la magia giocasse un ruolo importante nella medicina egizia. Oggi lo chiameremmo “effetto placebo”, ma indubbiamente era presa molto sul serio, come testimoniato dai papiri medici. È ovvio quindi che diverse divinità venissero invocate per dare aiuto e supporto al medico nella sua lotta contro i mali che affliggevano il paziente. Era di conseguenza prassi comune avere raffigurazioni di queste divinità come amuleti per difendersi dalle malattie.
Vediamo i principali:
THOT
Una bellissima rappresentazione di Thoth in forma di Ibis con un supplicante. Età Tarda, ca 700-500 BCE (XXVI Dinastia), Metropolitan Museum di New York
Gioca un ruolo fondamentale come dio della sapienza in generale e degli scribi (capacità di scrivere le formule magiche e di saperle leggere). Sotto la sua protezione erano le “Case della Vita” (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/20/la-professione-medica-2/). Anche in ambito medico viene rappresentato con la testa di babbuino o di ibis.
SERQET
Una raffigurazione dell’Età Tolemaica di Serqet, accomunata ad Hathor dalla corona, conservata al Louvre. Si noti che la coda di Serqet non ha mai il pungiglione
Come abbiamo visto nel nostro lessico (https://laciviltaegizia.org/…/19/piccolo-lessico-medico/) il nome della Dea ha come determinativo uno scorpione senza pungiglione: questo indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) il cui nome si potrebbe tradurre come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”.
In questo ruolo divenne ovviamente la principale protezione contro le punture di insetti ed aracnidi, nonché contro i morsi di serpente
SEKHMET
Una splendida Sekhmet in faience della XXVI Dinastia, battuta all’asta per 6,500 $ qualche anno fa
La Dea sanguinaria a testa di leonessa era la portatrice delle pestilenze, ed in questo ruolo ne andava invocata la benevolenza in tutte le malattie che colpivano contemporaneamente molte persone (oggi le chiamiamo “contagiose”).
Il suo ruolo sanguinario faceva sì inoltre che venisse invocata in caso di ferite aperte, di guerra in generale e nelle fratture esposte.
Quando agisce in modo distruttivo, come per le epidemie, lo fa solo per ripristinare l’ordine, la ma’at, e non per malvagità pura.. I suoi amuleti erano considerati potenti aiuti per guarire (Iside usa un amuleto di Sekhmet nel mito per guarire Horus).
HATHOR
Una placca in oro raffigurante Hathor, sempre della XXVI Dinastia, ritrovata a Saqqara e probabilmente appartenente ad una nobildonna locale. Il foro serviva per tenerla al collo come amuleto. Ora al Brooklyn Museum
Divinità benigna rappresentata in forma o con testa di vacca, simboleggia figurativamente la madre del Faraone fin dall’Antico Regno, anche se la “vacca Celestiale” risale addirittura al Predinastico. Nel suo ruolo, veniva invocata nelle per tutto ciò che attiene alla fecondità ed alla gravidanza
BES
Sempre dal Brooklyn Museum arriva questa raffigurazione di Bes su un poggiatesta risalente all’inizio della XVIII Dinastia. Il fatto che sul poggiatesta sia raffigurata anche Taweret fa pensare che appartenesse ad una donna che invocava protezione per la sua gravidanza
Il Dio rappresentato come un nano aveva un ruolo importante nel corso della gravidanza e nella maternità, venendo spesso rappresentato nei “Mammisi” ed arrivando a avere influenza sul destino del nascituro.
Ma non solo: Bes vegliava sul sonno e sui sogni, ritenuti portatori di messaggi divini: per questo era spesso rappresentato sui poggiatesta usati per dormire
TAWERET
Questa statuetta di Taweret, ora al Museo Egizio di Torino, risale invece alla XIX Dinastia ed è dedicata dal disegnatore Parahotep (forse alla moglie o al figlio?)
L’ippopotamo femmina Taweret (https://laciviltaegizia.org/…/lippopotamo-femmina-la…/) era l’aiuto principale per le gestanti nel momento del parto. Vista l’elevata mortalità ad esso legata, un amuleto di Taweret non poteva mai mancare alla gestante. Essendo raffigurata con testa di ippopotamo, coda di coccodrillo e zampe di leonessa – tutti animali che difendono ferocemente i loro piccoli – veniva invocata per proteggere i neonati e di bambini ingenerale.
MIN
Viagra egizio – un amuleto di Min risalente all’Età Tarda (circa 650 BCE) conservato al Met Museum di New York. Originariamente era placcato in oro, di cui si vedono ancora tracce.
Il dio itifallico Min appare anch’egli già nel periodo Predinastico. Simbolo di forza e virilità, ha stranamente la…lattuga come alimento “abbinato”, trasformando la verde insalata in un potente afrodisiaco che poteva risolvere qualunque problema tipicamente maschile…
IMHOTEP e AMENHOTEP-FIGLIO-DI-HAPU
Un piccolissimo amuleto di Imhotep, alto appena 2.2 cm, risalente all’Età Tarda e conservato al Museo Egizio di Torino
A partire dall’età tarda, entrambi i medici furono divinizzati ed entrarono a far parte delle figure da invocare durante le cure ai malati; anche le cappelle a loro dedicate nei principali templi diventarono meta di pellegrinaggio per i malati in cerca di conforto
Il libro 42 del Libro dei Morti ci racconta a chi fossero “dedicate” le parti del corpo umano:
I capelli nella mia testa sono gli stessi di quelli della dea Nun.
Il mio viso è il disco solare di Ra.
La forza della dea Hathor vive nei miei occhi.
L’anima di Upuaut risuona nelle mie orecchie.
Nel mio naso vive la forza del dio Khenti-Khas
Le mie labbra sono le labbra di Anubi.
I miei denti sono i denti di Serket.
Il mio collo è il collo della dea Iside.
Le mie mani sono le mani del potente signore di Djedu (Osiride)
È Neith, la sovrana di Sais, che vive tra le mie due braccia.
La mia spina dorsale è quella di Seth.
Il mio fallo è il fallo di Osiride.
La mia carne è la carne dei Signori di Kher-Aha.
Il mio petto è del Signore del Terrore.
Il mio grembo e la mia schiena sono della dea Sekhmet.
Le forze dell’Occhio di Horus dimorano nelle mie natiche (non so se Horus sarà contento…).
Le mie gambe sono le gambe di Nut.
I miei piedi sono i piedi di Ptah.
Le mie dita sono le dita del doppio falco divino che vive in eterno.
In verità! Non c’è parte del mio corpo che non sia ospitato da una divinità.