L’esemplificazione che vi voglio documentare è la denuncia di un grave fatto che il caposquadra Panebi ha causato contro una delle cittadine residenti a Pa Demi (il villaggio operaio meglio conosciuto come Deir el Medina).
Vediamo cosa dice testualmente la denuncia:
[smit iTA ii(t)-m-w]Aw [semit iʧa iit-em-uau] [Rapporto sul furto a Ii-em-u]au l’antroponimo femminile significa “Colei che viene da lontano”
m pAy.st Hbs [em pay.set hebes] della sua veste.
mtw.f HwA st [metu.ef hua set] Egli (=Pa-nebi) gettò essa (=la veste)
Hr DADA n pA inb [her ʤaʤa en pa ineb] sulla sommità del muro
mtw.f DAy(t) st [metu.ef ʤayt set] ed egli fece il crimine ad ella. Si tratta di un vero e proprio stupro, quindi con una donna non consenziente altrimenti non si spiegherebbe l’abito gettato sul muro per non essere facilmente riprendibile.
In altre parti della denuncia, piuttosto corposa, si intuisce che Panebi abbia avuto diversi rapporti sessuali con più donne del villaggio operaio, tutte quante sposate. Il fatto che Panebi fosse un caposquadra dal carattere autoritario e violento non può che farci pensare ad una pratica metodologica di abuso di potere. In tutte le altre situazioni non è stato possibile stabilire la consensualità della donna, ma nel caso dettagliato l’azione di rendere inaccessibili gli abiti è evidentemente un sistema per impedire che la ragazza riuscisse a scappare via nuda con gran vergogna per se stessa e per la sua famiglia. L’ipotesi di stupro diventa, perciò, plausibilissima!!!
XII Dinastia – Regno di Amenemhat III (1842-1794 a. C.) Oro, cornalina , feldspato, pasta vitrea Lunghezza 36,5 cm, Altezza 10 cm Hauata, piramide di Neferuptah Scavi del Servizio delle Antichità, 1956 – JE 90199.
La tomba inviolata della principessa Neferuptah, figlia di Amenemhat III, fu scoperta sotto una piramide di mattoni ridotta ad un cumulo di detriti a sud-est della piramide del padre.
All’interno del sarcofago di granito ne era stato collocato uno di legno che custodiva la mummia della principessa, ornata con un gran numero di preziosi gioielli.
La ricca collezione comprendeva gonnellini di perle, collane, anelli e bracciali eseguiti in oro e pietre semipreziose, secondo la raffinata tradizione orafa della XII Dinastia.
La collana usekh che decorava il petto della mummia rappresentava un tipo di ornamento molto comune nell’antico Egitto.
Le raffigurazioni parietali e le statue la mostrano spesso al collo di divinità, re, regine.
La funzione del monile non era puramente estetica, in quanto si riteneva che avesse anche valenze di allontanare o ad annullare un influsso magico maligno.
La collana è composta da sei fili alternati di perle tubolari di feldspato e cornalina, separati tra loro da piccole perle d’oro.
Il bordo inferiore è impreziosito da motivi a goccia intarsiati con feldspato, cornalina e pasta vitrea blu, delimitati in alto e in basso da due fili di perle d’oro disposte orizzontalmente.
Le estremità della collana terminano con due fermagli a testa di falco eseguiti in foglia d’oro sbalzata.
Da qui si di partono due fili di perle di cornalina e feldspato che giungono a una terza testa di falco simile alle precedenti, ma realizzata in scala ridotta.
Essa rappresenta il vertice del contrappeso manekhet, che doveva pendere dietro al collo e la cui composizione riprende il motivo della parte frontale della collana, essendo costituito da un’alternanza di fili di perline in cornalina e feldspato, di lunghezza crescente dall’alto verso il basso, separati da rigide barrette d’oro.
Il bordo inferiore del contrappeso termina con dieci pendenti di cornalina a forma di goccia.
Le tre teste di falco conservano ancora al loro interno tracce di argento che indicano l’originaria presenza di un nucleo di tale materiale perforato a cui erano fissati i numerosi fili di perle della collana.
La collana al Museum of Egyptian Civilization – Foto Mohamed Mostafa
Fonte:
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Oggi vi presento una pagina / diapo del testo / conferenza A DIFESA DAL MALE – Gli amuleti nell’antico Egitto. Il testo della conferenza è diventato il Quaderno di Egittologia nr 7 (QdE7) e lo trovate qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/624170/a-difesa-dal-male/
Per gli Egizi il cuore era l’organo più importante del corpo umano, origine della forza vitale e di tutti i sentimenti di un uomo. Infatti era esso che veniva posto sulla bilancia durante la psicostasia. Era quindi necessario anche per il defunto nella nuova vita per l’Aldilà. Per evitare che andasse perso o rubato l’amuleto ib veniva costruito in pietra e posto tra le bende.
Gli amuleti del cuore sono diffusi dalla XVII dinastia fino al periodo tolemaico. Più rari sono quelli dell’Antico Regno e del Primo Periodo Intermedio.
L’amuleto xpr kheper a forma di scarabeo, è uno dei più diffusi. Il suo valore magico religioso deriva dallo stercorario che, spostando la pallottola di sterco, rappresentava il dio Khepri che spingeva il disco solare nel cielo. Il verbo xpr ha anche il senso di venire al mondo. Esistono già nell’Antico Regno e dal Primo Periodo Intermedio sono usati come sigilli con nomi e titolature di funzionari. Quelli di grandi dimensioni commemorano eventi importanti (Amenhotep III – caccia, matrimonio). Lo scarabeo del cuore recava incisa una formula magica per evitare che il cuore deponesse contro il defunto durante la psicostasia (=pesatura dell’anima).
Nelle immagini: dal Metropolitan di New York, amuleto “ib” [ib] in vetro e in agata, Nuovo Regno, XVIII e XIX dinastia. Amuleto “xpr” [keper] in pietra scura e verde, Tardo Periodo, XXVI-XXX dinastia. Parte della formula del cap. XXX Libro dei Morti rivolta al cuore: «… non alzarti contro di me in qualità di testimone…».
ANALISI FILOLOGICA TRADUZIONE LETTERALE:
(i)m(i) [imi], NON (imperativo negativo) aHA [aha], ALZARE r.i [er.i], CONTRO IO m [em], IN QUALITA’ DI (“m” di stato o di equivalenza) mtry [meteri], TESTIMONE
Granito grigio, Altezza cm 73 Necropoli di Sakkara Museo Egizio del Cairo JE 48858
La statua a cubo, raffigurante un uomo seduto a terra con le gambe riportate al petto e le braccia incrociate sulle ginocchia appare nel corso del Medio Regno.
Gli esemplari di questo periodo non sono molto numerosi, ma tale forma avrà grande sviluppo nelle epoche successive.
Le statue di Hotep sono due, entrambe al Museo Egizio del Cairo, una in calcare e una in granito, e rappresentano gli esempi più antichi.
Le statue rappresentano entrambe Hotep come se fosse seduto all’interno di una portantina dagli alti braccioli e dallo schienale sagomato, da cui fuoriescono soltanto la testa, le braccia e la parte anteriore delle gambe e piedi.
Salvo rare eccezioni, la portantina scompare nelle statue cubo di epoca successiva, il personaggio è generalmente rappresentato ricoperto da un ampio mantello che lascia scoperte solamente le braccia e talvolta i piedi.
In questa statua, Hotep indossa una parrucca svasata liscia, con la scriminatura centrale appena accennata che gli lascia scoperte le orecchie.
Il viso, dalle linee morbide e delicate è molto ben modellato : ha grandi occhi segnati dal caratteristico trucco, il naso regolare e la bocca piccola e carnosa.
Il mento è ornato da una piccola barba striata da linee incise orizzontali.
Le braccia risultano piatte sulla superficie superiore del cubo, mentre le gambe sono ben evidenziate sul suo piano anteriore, molto grosse con caviglie tozze e piedi larghi..
Ai lati e al centro, tra le gambe, sono incise una formula di offerta e il nome accompagnato dai titoli.
Fonte:
Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star
La placca quadrangolare è larga 10,5 cm e alta 7,9 cm. La lavorazione del gioiello è a giorno, le parti davanti composte da intagli di cornalina, lapislazzuli, turchese e faience incastonati in un leggero cloisonne’; il retro è decorato con la tecnica del repousse’, un’incisione sulla placca d’oro che rende i dettagli delle figure.
La scena è inquadrata in una cornice architettonica, delimitata da colonne, terminante in alto in una struttura a tabernacolo o a cappella.
La classica scena propagandistica dell’abbattimento del nemico asiatico da parte del re è sovrastata dalla dea avvoltoio Nekhbet ad ali spiegate, qui designata come signora del cielo e governatrice delle Due Terre. La dea tiene tra le zampe i simboli della vita ankh e della stabilità djed, che offre al sovrano.
Il pettorale è completato da una collana formata da lunghe perle a goccia in cornalina e Lapislazzuli, alternate a sferette d’oro.
L’asse di simmetria dell’intera composizione è il nome del re, detto Dio perfetto, signore delle Due Terre e di tutti i paesi stranieri; di fianco alla titolatura compaiono due cartigli di Amenemhat III Nimaatra.
Anche la scena è duplicata in modo speculare rispetto all’asse centrale. Il re è scalzo e trattiene in una mano una ciocca di capelli del nemico inginocchiato davanti a lui, mentre nell’altra brandisce una mazza Bianca. Il re porta la parrucca ibes, legata dietro la nuca, e veste un grembiule con davantino a strisce orizzontali e un corpetto sostenuto da una bretella, anch’ essa a righe. Il nemico genuflesso è barbuto e designato come beduino asiatico, nell’atto di consegnare le armi al re vittorioso. Alle spalle del faraone due segni ankh muniti di braccia sventolano grossi ventagli, in segno di protezione”.
Pettorale d’Amenemhat III Incisione del 1894.
Statua del Louvre con pettorale
Varietà di gioielli tra cui il pettorale di Amenemhat III
“In ogni epoca l’oreficeria egizia diede con l’oro e le pietre dure lavori mirabili: diademi, collane, larghi pettorali, bracciali da portare fra spalla e gomito e braccialetti da polso, anelli da dito, ai quali regnando Amenofi III si aggiunsero per importazione dall’Oriente orecchini e cerchi per le caviglie.”
Specchio di Sit-Hathor-yunit.
Nel tesoro della principessa, figlia di Senusert II si trovava lo specchio della foto, in argento (materiale più prezioso dell’oro, per gli egizi). Il prezioso manico in ossidiana, oro e pietre semipreziose raffigura un papiro. Fra lo stelo e l’ umbella aperta si incastona la testa Aurea della dea Hathor. Da El Lahun, tomba di Sit Hathor-yunit. XII dinastia- regno di Amenemhat III Argento, oro, ossidiana, pietre dure – Il Cairo MUSEO EGIZIO
I più belli, di finezza insuperata, sono del Medio Regno, periodo nel quale l’arte orafa subisce un notevole sviluppo, e il fortunato ritrovamento delle tombe di alcune regine e principesse ha permesso di conoscerne le caratteristiche salienti. L’oro, metallo principe per realizzare i gioielli, è considerato il simbolo del sole, perciò della regalità, e incorruttibile come la carne degli dei. In esso vengono incastonate pietre semipreziose qualcome cornaline, lapislazzuli, turchesi e anche faiance e paste di vetro colorate.
La corona, o diadema, d’oro di Sithathoriunet, rinvenuta nella sua tomba. Museo egizio del Cairo
Pettorale con il nome di Sesostri II, trovato nella tomba Sitathoriunet. Il cartiglio reca il nome regale di Sesostri: Khakheperra. Corniola, feldspato, granato, turchese e lapislazzuli intarsiati in oro. Metropolitan Museum of Art, New York.
Naturalmente tali gioielli, a causa del loro grande valore, erano alla portata di poche persone. “Nemmeno qui, tuttavia, il privilegio fu totale: nessun monile potrebbe rendere più graziose certe figure femminili, che rilievi e pitture ci mostrano, ornate semplicemente di fiori di campo”. Anche le fabbriche di ceramica, sin dall’Antico Regno produssero conterie povere, ma belle nel disegno e ricche di colore, tali da soddisfare chiunque potesse apprezzare il bello senza pretese di valore materiale.
Collana o cintura di dama tebana.
Conchiglie del genere Cypraea sono associate a pesci Synodontis batensoda, amuleti che proteggevano contro l’annegamento. Si vedono anche due piume e in basso il dio Heh che tiene i simboli dell’anno. Da Tebe – XII dinastia, Oro. Londra-British Museum.
Principessa adorna di fiori, dalla tomba di Dhehutihotep a el-Bersheh XII dinastia – Il Cairo Museo Egizio
Cintura di conchiglia di cypraea, braccialetti di leone, braccialetti con il nome di Amenemhat III e cavigliere della principessa Sithathoryunet. Museo Metropolitano d’Arte – Manhattan , New York , Stati Uniti
Il ruolo della donna in Egitto è assolutamente egualitario : godeva degli stessi diritti degli uomini, a qualsiasi livello e in qualsiasi occasione.
La donna non era in competizione con l’uomo, era complemento dell’uomo come questi era complemento della donna, erano una delle migliori manifestazioni del ruolo armonico della dualità nel pensiero egizio.
Regina Nofret, moglie di Senusert II Questa statua, dal corpo formale ispirato alle posture maschili, si differenzia dalle altre opere per la capigliatua: una spessa parrucca di capelli ondulati e gonfi che terminano con riccioli. La parrucca bipartita da un cobra del tipo “hathorico”, si riallaccia all’iconografia di Hathor.. Da Tanis, XII Dinastia – Scavi di Auguste Mariette 1860 – 1861 Granito nero, Altezza 165 cm, Larghezza 51 cm Museo Egizio del Cairo JE 37487=CG 381
Le regine avevano il compito di completare la maestà e la divinità del re, che doveva contenere in sé i principi maschile e femminile.
Sin dalla Prima Dinastia le mastabe di molte regine hanno la stessa importanza di quelle degli stessi re.
Questo fatto si traduce anche nell’arte:fioriscono i motivi iconografici, le forme femminee e sensuali, ricchezza di forme che nulla ha da invidiare alla statutaria maschile e che, coerentemente con la mentalità dualistica egizia, la completa armonicamente.
Composta dalla testa e dalla parrucca dipinta e ornata d’oro, quest’opera mostra la ricerca da parte dell’artista dell’essenza dell’anima nel ritratto. L’idealizzazione formale dell’arte menfita lascia il posto a un morbido gioco di luci che accarezzano i lineamenti femminili. Da Lisht, vicino alla piramide di Amenemhat I XII Dinastia – Legno e doratura, Altezza 10,5 cm Museo Egizio del Cairo – JE 39390
XII Dinastia – Oro, pietre dure e pasta vitrea Circonferenza 64 cm Dahshur, complesso funerario di Amenemhat II, tomba di Khnumit. Scavi di Jacques De Morgan ( 1894) Museo Egizio del Cairo CG 52860
Il prezioso diadema, appartenuto alla principessa Khnumit, è costituito da otto elementi decorativi orizzontali e da altrettanti verticali, che si alternano creando un equilibrato gioco di forme.
La tecnica usata per la sua fabbricazione è il cloisonneé, che ha consentito di intarsiare le pietre e le paste vitree colorate nel supporto d’oro che costituisce la struttura del diadema.
Ogni elemento orizzontale si sviluppa intorno a una rosetta il cui nucleo di cornalina è ircondato da quattordici petali di turchese su fondo di lapislazzuli.
Ciascuna di esse è affiancata da due elementi a forma di lira, ornati con piccoli intarsi di cornalina, lapislazzuli e turchese a forma di foglie.
Dalle anse spuntano quattro fiori stilizzati, due di cornalina e due di lapislazzuli, che consentono l’unione con la rosetta centrale.
I singoli elementi verticali del diadema sono formati da una rosetta su cui è fissato l’ornamento a lira sormontato da due fiori in cornalina e due in lapislazzuli e i cui intarsi hanno la forma di segmenti a lisca di pesce.
L’unione delle varie parti che compongono il diadema è ottenuta per mezzo di piccoli nastri d’oro fissati tramite unchiodo alle rosette degli elementi che le affiancano.
L’interno è completamente d’oro ed è cesellato a imitazione dei pregiati intarsi che ne ornano la superficie esterna.
Il diadema era originariamente fornito da due fregi che sono stati ritrovati vicino e che dovevano essere fissati sulla fronte e sul retro per impreziosirlo.
Il primo è costituito da un piccolo tubo d’oro di diametro decrescente, sul modello di un ramo d’albergo al quale sono state unite leggere foglie d’oro e fiori composti da perle di cornalina, lapislazzuli e oro incastonate nell’argento.
Questo ornamento, molto fragile, era inserito in un alveolo posto all’interno del diadema, fu rinvenuto in cattivo stato di conservazione.
Il secondo fregio rappresenta un’avvoltoio, emblema della dea Nekhbet, ad ali spiegate, he stringe negli artigli shen, simbolo di rinascita.
La schiena e le lunghe ali ricurve sono ricavate da un’unica placca d’oro finemente cesellato per imitare le piume, mentre la testa, il corpo e le zampe, eseguiti a parte, sono saldati in un secondo tempo.
Gli occhi dell’avvoltoio sono intarsiati con l’ossidiana e gli anelli shen con piccole perle di cornalina.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Regni di Thutmosis I, Thutmosis II, Hatshepsut e Thutmosis III
Oggi si conoscono sessantuno Figli del kap della XVIII dinastia, legati soprattutto ai sovrani guerrieri che condussero le campagne con cui l’Egitto estese i suoi confini e consolidò il suo dominio in Asia e Nubia. Le informazioni su di loro provengono dalle iscrizioni sulle tombe nelle necropoli di Menfi, Tebe e Nubia (soprattutto Tebe), ove sono raffigurate scene di stranieri che portano tributi al Faraone e che, forse, dovranno essi stessi rimanere in terra d’Egitto.
Rilievo dalla tomba di Menkheperraseneb, capo di Tunip (TT86): il governante vassallo si presenta a Thutmosis III con un bimbo in braccio e lo offre al Faraone insieme agli altri doni portati dal suo seguito.
Una scena nella tomba di Amenemhab (TT85) mostra delegazioni siro palestinesi che presentano al sovrano prodotti diversi ma anche alcuni bambini; analogamente nella tomba di Menkheperraseneb, capo di Tunip (TT86), vi è un rilievo che lo mostra mentre si presenta a Thutmosis III con un bimbo in braccio, probabilmente suo figlio, e lo offre al Faraone insieme agli altri doni.
Il testo di lettere inviate al sovrano da capi vassalli è chiarissimo nell’indicare che oltre a beni materiali venivano inviati come tributi anche dei prigionieri, i più nobili dei quali potevano essere inseriti nel kap, mentre quelli di modesta estrazione andavano ad infoltire i ranghi dell’esercito.
Traccia di questi giovani d’élite si trovano su alcuni coni funerari, sulle loro statue di culto e su reperti trovati nei paesi lontani ove prestarono servizio; di molti di essi non si sa nulla se non che in vita portarono quel prestigioso titolo, e quindi che certamente godettero dei vantaggi derivanti dalla vicinanza al futuro sovrano e di un’istruzione di livello eccezionale.
(TT86): uno dei componenti del seguito del capo di Tunip con doni per il Faraone
Cosa implicasse ulteriormente l’appartenenza a quel gruppo élitario, infatti, non è segnalato nelle fonti oggi disponibili, in quanto risultano rarissimi riferimenti ai pregressi rapporti tra i “cadetti” ed il Faraone, del quale potevano essere stati compagni di scuola o addirittura precettori dopo aver fatto parte del kap del suo predecessore ed essersi distinti al suo servizio.
Certamente esso era un circolo molto esclusivo proprio perché si voleva che la nobiltà ambisse ad inserirvi i propri figli che avrebbero poi messo a frutto le competenze acquisite rivestendo ruoli di prestigio nell’amministrazione statale.
Fino alla riforma amarniana, inoltre, molti figli dei capi vassalli furono istruiti nel kap per gratificare e fidelizzare l’élite delle zone più periferiche dell’Egitto, così garantendo stabilità di governo.
Dagli annali di Thutmosis III nel tempio di Amon a Karnak si legge, con riferimento al suo trentesimo anno di regno, che i figli ed i fratelli dei capi sconfitti furono deportati in Egitto ed inseriti nelle truppe del Faraone o addestrati per far parte dell’apparato burocratico locale; i più piccoli, invece, vennero educati nel kap e una volta cresciuti, furono inviati a ricoprire funzioni importanti nei propri regni e addirittura, se erano principi ereditari e si mantenevano fedeli al Faraone, venivano posti sul trono alla morte del padre perché promuovessero l’integrazione della propria gente nella cultura egizia e perché contribuissero a farla sentire fiera di appartenere ad un’unica e gloriosa entità politica.
Tomba di Paheri, tutore del principe Wadimes (o Uadimose), che lo tiene sulle ginocchia
L’infanzia e l’adolescenza condivise nel kap dal re e dai suoi compagni stabilivano anche con le famiglie di origine legami di affetto e di complicità sinceri e fondati sulla stima reciproca e certamente diversi da quelli formali e interessati che avrebbero intessuto da adulti nell’esercizio delle rispettive funzioni.
In base alle prove disponibili i primi figli del kap a fare carriera furono un gruppo di giovani istruiti durante i regni di Thutmosis I e di Thutmosis II, che assunsero da adulti incarichi importanti nell’amministrazione statale e nell’esercito, ed in minore misura nel clero. In precedenza si era distinto il nubiano Seninmose, giovane del kap di Thutmosis I, che lo scelse come precettore di uno dei suoi figli, il principe Wadjmose, così come si apprende da una stele rinvenuta nella cappella di quest’ultimo; egli non era affatto un prigioniero, e poteva liberamente disporre dei suoi beni e trasferirli a chi volesse.
Alla morte di Hatshepsut si assistette infatti ad una drastica opera di rinnovamento della burocrazia posta in essere da Thutmosis III: acquisito il pieno potere sull’Egitto, per rinforzare la sua posizione egli decise di riprendere il controllo della classe dirigente, collocando nei ruoli fondamentali dell’amministrazione (fino ad allora destinati ai sostenitori della regina – faraone) funzionari a sé fedeli, molti dei quali suoi compagni di kap, così garantendosi l’appoggio e la lealtà di consiglieri preparati e delle più potenti famiglie del regno, che avrebbero favorito al momento opportuno la successione di Amenhotep II supportandolo fino a che non avesse avuto l’età per regnare da solo e anche oltre.
Prigionieri asiatici, dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora a Leida
Si tratta più specificamente di due omonimi, Ahmose I (Scriba degli Scritti Divini e Capo dei Misteri nella Casa del Mattino, così come evidenziato nella sua tomba -TT121-) ed Ahmose II (Primo Lettore Sacerdote di Amon, Padre del Dio), di Montuywy, di Neferperet, di Mentujenu, di Nebenkemet, di Kamose detto Nentauaref, noto solo per i suoi coni funerari, che fu Sorvegliante dei sacerdoti wab del re nel dominio di Amon e dei più famosi Benia detto Paheqamen, Amenemheb detto Mahu che fu Luogotenente del comandante dei soldati, Rappresentante dell’esercito e Alfiere; occorre ricordare anche Senenmut, che fu l’uomo di punta di Hatshepsut e Maiherpera (inizialmente ritenuto contemporaneo di Thutmosis III ed oggi collocato sotto il regno di Thutmosis IV).
Essi erano tutti egizi, salvo Maiherpera e Senenmut che provenivano dalla Nubia e Benia che aveva origini asiatiche.
Di questi eminenti personaggi parleremo nei prossimi post.
Aprite le fotografie cliccandoci sopra e troverete le didascalie.
Durante il periodo faraonico, probabilmente la Terra di Kemet era il luogo dove l’igiene veniva maggiormente apprezzata e curata. Nonostante ciò, sappiamo che le infestazioni da parassiti sono sempre state uno dei problemi medici più rilevanti.
Molti termini che indicano delle patologie nei papiri medici (molti dei quali ancora oscuri) hanno infatti il determinativo a forma di verme che suggerisce un’origine parassitaria. Visto che i papiri medici non sono molto utili in questi casi (troppi termini ancora da chiarire), ci si è rivolti prevalentemente all’esame delle mummie.
La bilharziosi o schistosomiasi era il problema più grave – e lo è tuttora. Fino agli anni ’90 l’OMS valutava che più del 12% della popolazione in Egitto fosse infettata. Causata da organismi, detti platelminti o vermi piatti, del genere Schistosoma, viene diffusa in acque stagnanti dove le larve liberate da lumache che fungono da ospite intermedio possono venire a contatto con la cute e penetrarla, infettandoci.
Una coppia di S. haematobium “beccata” nella fase riproduttiva. La femmina, più sottile, sta uscendo dal canale ginecoforo del maschio dopo la fecondazione. Le ventose vengono usate per attaccarsi alle pareti delle vene dell’ospite. Il maschio è lungo circa 1 cm, la femmina il doppio.
La specie più pericolosa per l’uomo è lo Schistosoma haematobium che una volta penetrato si annida nelle venule del tratto urogenitale nutrendosi di globuli rossi e causando gravi infiammazioni – fino ad essere la seconda causa accertata al mondo del cancro alla vescica. Il sintomo più frequente è l’ematuria, ossia la presenza di sangue nelle urine. Tanto per dare un’idea della gravità, le truppe di Napoleone in Egitto parlavano di “mestruazione maschile”.
Il ciclo riproduttivo completo degli schistosomi. Nel corpo umano l’intero ciclo si compie in circa 6 ore ma non tutte le uova vengono eliminate nell’ambiente, alcune sono trattenute e mediante il circolo sistemico possono essere potenzialmente trasportate in qualsiasi tessuto, qui fermarsi e rimanere imprigionate dando luogo a fenomeni infiammatori o di ipersensibilità ritardata che conducono alla formazione di granulomi, edema, emorragie puntiformi e quindi fibrosi e, soprattutto nel retto, polipi sessili o peduncolati con diarrea muco ematica, tenesmo, prurito, bruciore che possono durare anche una settimana
Non scherza nemmeno lo Schistosoma mansoni, le cui uova sono provviste di un aculeo con cui si “piantano” nell’intestino crasso causando ulcerazioni e capaci di attaccare anche il miocardio. Quando si annida nell’intestino retto è molto doloroso, e potrebbe spiegare i rimedi descritti nel Papiro Ebers per “rinfrescare l’ano”.
Nessuno era esente dal rischio di infezione. Si pensa che Bak, il capo scultore sotto Akhenaton rappresentato in una famosa stele, fosse affetto da epatosplenomegalia dovuta alla bilharziosi. Su diverse mummie, tra cui quella di Nakht, un tessitore della cappella funeraria del Faraone Setnahkht della XXI Dinastia, è stato possibile identificare ed isolare le uova di questi parassiti. Anche il povero Ramses V sembra ne sia stato affetto, con conseguente allargamento patologico del sacco scrotale (anche se in definitiva morì di vaiolo). Uova di schistosoma sono state ritrovate anche all’interno di alcuni vasi canopi.
Bak, rappresentato a destra per chi guarda in questa stele, mostra i sintomi della fibrosi di Symmers, causata da epatosplenomegalia cronica da bilharziosi
La mummia di Ramses V. Anche i Faraoni potevano soffrire di bilharziosi
Lo S. haematobium trovato nella mummia di Nakht. A destra la tipica spina terminale
I casi studiati più approfonditamente sono stati i cosiddetti “due fratelli”: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht, due mummie probabilmente della XII Dinastia conservate a Manchester, dove è stato possibile isolare anche il DNA dei parassiti. L’esame del DNA ha anche consentito di appurare che non erano affatto fratelli, anche se sui rispettivi sarcofagi sono entrambi indicati come “figli di Khnum-Aa, Padrona della Casa”. Un caso di adozione?
I “due fratelli” di Manchester: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht
La mummia di Khnum-Nakht esaminata inizialmente nel 1908 dalla Dr.ssa Murray (la terza da sinistra)
Anche la “rigidezza del lato sinistro” descritta nei testi egizi dovrebbe essere una splenomegalia dovuta alla bilharziosi (o alla malaria).
La cosiddetta “Mummia A5” del periodo romano (Oasi di Dakleh), anche lui affetto da bilharziosi
I RIMEDI
Purtroppo gli antichi egizi non avevano né un microscopio né la biologia molecolare, per cui i loro riferimenti ai parassiti è estremamente dubbia. Uno dei riferimenti più “papabili” per la bilharziosi è la cosiddetta “Malattia aaa”, per la quale il rimedio è (Ebers 62):
Foglie di carice e di pianta “shames” (non identificata), tritate finemente e cotte con il miele; devono essere ingerite dal malato nel cui addome crescono i vermi hereret. È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio
Piante di carice, il rimedio utilizzato per allontanare i vermi hereret
In realtà che i vermi hereret siano gli schistosomi è solo una delle possibilità. E sul rimedio potremmo avere più di un dubbio…