Legno, lamina d’oro e pietre dure Altezza : statua 170 cm, Naos 207 cm. Dahshur, complesso funerario di Amenemhat III Museo Egizio del Cairo – JE 30948=CG 259
Gli antichi egizi ritenevano che ogni individuo fosse composto da cinque elementi di natura immateriale :
l’ombra, l’ankh, la forma spirituale assunta dagli dei e dai defunti
Il Ba, portatore di potenza ed emblema della personalità di ciascuno
Il nome, l’identificativo di ogni persona
Il Ka, forza vitale di ogni individuo
Per garantire al defunto un proseguimento di vita dopo la morte, era necessario fornire cibi e bevande al suo ka, che avrebbe continuato a dimorare presso il corpo mummificato, prendendone possesso di tanto in tanto per assimilare l’essenza delle offerte deposte nella tomba.
Supporto fisico per il ka erano anche le statue collocate nelle camere funerarie, che personificavano la forza vitale del defunto.
Tale è la funzione della raffinata statua lignea del sovrano Auibra-Hor, sul cui capo svettano due braccia aperte, che rappresentano il segno geroglifico usato per indicare il ka.
Al volto è conferita una straordinaria vivacità grazie ai profondi e luminosi occhi, eseguiti con cristallo di rocca, quarzo e bronzo.
La figura presenta sulla superficie le tracce di una collana, di una cintura e di un gonnellino, mentre le mani dovevano, originariamente, impugnare uno scettro e un bastone.
Le braccia, le estremità dei piedi e la gamba sinistra sono state lavorate separatamente e poi assemblate al resto del corpo per mezzo di tenoni. 00
Tracce di foglia d’oro ancora visibili consentono di affermare che alcune parti della figura erano originariamente ricoperte di questo prezioso materiale.
La statua fu rinvenuta nei pressi della piramide di Amenemhat III, all’interno di un piccolo Naos ligneo.
Fonte: I tesori dell’antico Egitto – National Geographic – Edizioni White Star
Altezza 42,5 cm Lunghezza 75,5 cm Metropolitan Museum of Art, New York – 17.9.2.
Raffigurato sotto forma di sfinge, il sovrano è garante del creato, espressione del potere regale e divino.
La notevole espressività di questa sfinge deriva dall’apparente contrasto fra i segni di vecchiaia che segnano i volto di Sesostri III e il massiccio corpo del leone.
Enrambi le componenti esprimono grande determinazione e la testa, lievemente tesa verso ‘alto sottolinea la tensione vigile del corpo, creando un’ unità armonica.
Fonte: Egitto terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Abbiamo visto come la magia giocasse un ruolo importante nella medicina egizia. Oggi lo chiameremmo “effetto placebo”, ma indubbiamente era presa molto sul serio, come testimoniato dai papiri medici. È ovvio quindi che diverse divinità venissero invocate per dare aiuto e supporto al medico nella sua lotta contro i mali che affliggevano il paziente. Era di conseguenza prassi comune avere raffigurazioni di queste divinità come amuleti per difendersi dalle malattie.
Vediamo i principali:
THOT
Una bellissima rappresentazione di Thoth in forma di Ibis con un supplicante. Età Tarda, ca 700-500 BCE (XXVI Dinastia), Metropolitan Museum di New York
Gioca un ruolo fondamentale come dio della sapienza in generale e degli scribi (capacità di scrivere le formule magiche e di saperle leggere). Sotto la sua protezione erano le “Case della Vita” (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/20/la-professione-medica-2/). Anche in ambito medico viene rappresentato con la testa di babbuino o di ibis.
SERQET
Una raffigurazione dell’Età Tolemaica di Serqet, accomunata ad Hathor dalla corona, conservata al Louvre. Si noti che la coda di Serqet non ha mai il pungiglione
Come abbiamo visto nel nostro lessico (https://laciviltaegizia.org/…/19/piccolo-lessico-medico/) il nome della Dea ha come determinativo uno scorpione senza pungiglione: questo indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) il cui nome si potrebbe tradurre come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”.
In questo ruolo divenne ovviamente la principale protezione contro le punture di insetti ed aracnidi, nonché contro i morsi di serpente
SEKHMET
Una splendida Sekhmet in faience della XXVI Dinastia, battuta all’asta per 6,500 $ qualche anno fa
La Dea sanguinaria a testa di leonessa era la portatrice delle pestilenze, ed in questo ruolo ne andava invocata la benevolenza in tutte le malattie che colpivano contemporaneamente molte persone (oggi le chiamiamo “contagiose”).
Il suo ruolo sanguinario faceva sì inoltre che venisse invocata in caso di ferite aperte, di guerra in generale e nelle fratture esposte.
Quando agisce in modo distruttivo, come per le epidemie, lo fa solo per ripristinare l’ordine, la ma’at, e non per malvagità pura.. I suoi amuleti erano considerati potenti aiuti per guarire (Iside usa un amuleto di Sekhmet nel mito per guarire Horus).
HATHOR
Una placca in oro raffigurante Hathor, sempre della XXVI Dinastia, ritrovata a Saqqara e probabilmente appartenente ad una nobildonna locale. Il foro serviva per tenerla al collo come amuleto. Ora al Brooklyn Museum
Divinità benigna rappresentata in forma o con testa di vacca, simboleggia figurativamente la madre del Faraone fin dall’Antico Regno, anche se la “vacca Celestiale” risale addirittura al Predinastico. Nel suo ruolo, veniva invocata nelle per tutto ciò che attiene alla fecondità ed alla gravidanza
BES
Sempre dal Brooklyn Museum arriva questa raffigurazione di Bes su un poggiatesta risalente all’inizio della XVIII Dinastia. Il fatto che sul poggiatesta sia raffigurata anche Taweret fa pensare che appartenesse ad una donna che invocava protezione per la sua gravidanza
Il Dio rappresentato come un nano aveva un ruolo importante nel corso della gravidanza e nella maternità, venendo spesso rappresentato nei “Mammisi” ed arrivando a avere influenza sul destino del nascituro.
Ma non solo: Bes vegliava sul sonno e sui sogni, ritenuti portatori di messaggi divini: per questo era spesso rappresentato sui poggiatesta usati per dormire
TAWERET
Questa statuetta di Taweret, ora al Museo Egizio di Torino, risale invece alla XIX Dinastia ed è dedicata dal disegnatore Parahotep (forse alla moglie o al figlio?)
L’ippopotamo femmina Taweret (https://laciviltaegizia.org/…/lippopotamo-femmina-la…/) era l’aiuto principale per le gestanti nel momento del parto. Vista l’elevata mortalità ad esso legata, un amuleto di Taweret non poteva mai mancare alla gestante. Essendo raffigurata con testa di ippopotamo, coda di coccodrillo e zampe di leonessa – tutti animali che difendono ferocemente i loro piccoli – veniva invocata per proteggere i neonati e di bambini ingenerale.
MIN
Viagra egizio – un amuleto di Min risalente all’Età Tarda (circa 650 BCE) conservato al Met Museum di New York. Originariamente era placcato in oro, di cui si vedono ancora tracce.
Il dio itifallico Min appare anch’egli già nel periodo Predinastico. Simbolo di forza e virilità, ha stranamente la…lattuga come alimento “abbinato”, trasformando la verde insalata in un potente afrodisiaco che poteva risolvere qualunque problema tipicamente maschile…
IMHOTEP e AMENHOTEP-FIGLIO-DI-HAPU
Un piccolissimo amuleto di Imhotep, alto appena 2.2 cm, risalente all’Età Tarda e conservato al Museo Egizio di Torino
A partire dall’età tarda, entrambi i medici furono divinizzati ed entrarono a far parte delle figure da invocare durante le cure ai malati; anche le cappelle a loro dedicate nei principali templi diventarono meta di pellegrinaggio per i malati in cerca di conforto
Il libro 42 del Libro dei Morti ci racconta a chi fossero “dedicate” le parti del corpo umano:
I capelli nella mia testa sono gli stessi di quelli della dea Nun.
Il mio viso è il disco solare di Ra.
La forza della dea Hathor vive nei miei occhi.
L’anima di Upuaut risuona nelle mie orecchie.
Nel mio naso vive la forza del dio Khenti-Khas
Le mie labbra sono le labbra di Anubi.
I miei denti sono i denti di Serket.
Il mio collo è il collo della dea Iside.
Le mie mani sono le mani del potente signore di Djedu (Osiride)
È Neith, la sovrana di Sais, che vive tra le mie due braccia.
La mia spina dorsale è quella di Seth.
Il mio fallo è il fallo di Osiride.
La mia carne è la carne dei Signori di Kher-Aha.
Il mio petto è del Signore del Terrore.
Il mio grembo e la mia schiena sono della dea Sekhmet.
Le forze dell’Occhio di Horus dimorano nelle mie natiche (non so se Horus sarà contento…).
Le mie gambe sono le gambe di Nut.
I miei piedi sono i piedi di Ptah.
Le mie dita sono le dita del doppio falco divino che vive in eterno.
In verità! Non c’è parte del mio corpo che non sia ospitato da una divinità.
Medio Regno XII Dinastia Lega di rame e resti di intarsi in oro, argento, elettro e cristallo di rocca Altezza cm 46, 9 – Medinet El – Fayyum, Tempio di Sobek Collezione George Ortiz (in precedenza collezione Maurice Tempelsman, New York, 1971 – 1986)
Raffigurazioni del sovrano realizzate in metallo sono conosciute fin dall’antico Regno e facevano parte della statutaria del tempio.
Poche di queste statue sono sopravvissute, in quanto molte sono state rubate o fuse per un successivo reimpiego.
Questo busto è senza dubbio un capolavoro della lavorazione del metallo.
Non si sa se la figura rappresentasse il re in piedi o assiso al trono, poiché il resto del corpo era lavorato separatamente e non è finora rinvenuto.
L’importante copricapo è stato applicato separatamente, mentre è scomparsa la fascia frontale alla quale si reggeva sul capo.
Busto è testa a fusione cava unica, bronzo dalle pareti spesse un centimetro
Il volto è molto espressivo, la forma, la mandibola prognata, il mento pronunciato e le sopracciglia ben disegnate sono elementi riscontrabili anche in altri ritratti di Amenemhat III
Occhi incastonati di calcare cristallino levigato ( calcite, alabastro Egiziano}, cornea incrostata di cristallo di rocca.
Il contorno degli occhi è sottolineato da un’incrostazione d’argento o elettro.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Mattias Seidel – Konemann
Allorquando visitai il Museo del Cairo (si fa per dire, considerando che nelle circa due ore messe a disposizione ci si poteva soffermare davvero poco sui reperti), ci fu concesso un supersonico accesso alla sala delle mummie. Qui, ci trovammo al cospetto di alcuni tra i più famosi faraoni egizi. In quella brevissima permanenza devo riconoscere che l’emozione fu tantissima e se, ad esempio Ramses II, mi ispirò un inspiegabile timore reverenziale, devo ammettere che a scioccarmi letteralmente furono i resti di Seqenenre Taa: una tragicità maestosa, crudele e al contempo commovente. Di questo faraone della XVII dinastia è ben nota la sua lotta di liberazione intrapresa contro gli invasori Hyksos. All’epoca della mia visita (parlo di ben 18 anni orsono) si dava pressoché per scontato che fosse caduto in battaglia.
In realtà le recenti scansioni in 2D e 3D della mummia (Immagine n. 1) sembrano raccontarciuna storia leggermente diversa, ma forse ancor più drammatica. Il team guidato da Zahi Hawass e Sahar Saleem, a seguito delle analisi condotte, conclude che la posizione flessa, ai gomiti e ai polsi delle braccia del re, la cui età al momento della morte doveva aggirarsi intorno ai quaranta anni, indica che le mani fossero legate.
Oltre alle evidenti ferite alla testa (Immagine n. 2), il team ha scoperto ulteriori danni che furono celati sotto vari strati di materiale durante la mummificazione (Immagine n. 3).
Tutto ciò avvalorerebbe l’ipotesi che la mummificazione fu effettuata in un laboratorio reale e non in un’area di fortuna vicino al luogo della battaglia, come si era ipotizzato in precedenza. La forma e lo schema delle ferite suggeriscono che il re fosse legato e inginocchiato e che sia stato giustiziato da diversi aggressori Hyksos con armi diverse come in una vera e propria esecuzione. Il cervello, che non era stato rimosso, sembra essersi depositato sul lato sinistro del cranio, il che fa supporre che il cadavere del re sia stato lasciato sul fianco sinistro per qualche tempo.
I partecipanti alla nostra Community mi perdoneranno se io, nei miei post, spingo soprattutto sulla parte filologica. In realtà, volendo bene a loro, spero moltissimo che si ammalino della mia stessa patologia: la “hieroglyphica febris”. I miei post possono essere delle piccolissime e brevi esercitazioni. Non si può pretendere che tutto sia facile e comprensibile subito… ma provateci. Ammalatevi. Per aiutarvi ho preparato anche una grammatica molto semplice, ma efficace, che uso da anni durante i miei corsi di filologia. L’ho divisa in tre parti per poter affrontare gradualmente le difficoltà. Le trovate qui: prima parte https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/ seconda parte https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/ terza parte https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/ Dizionario egizio – italiano in geroglifico https://www.amazon.it/Diziona…/dp/8899334129/ref=sr_1_1…
Ed ora veniamo all’esercitazione. Vi lascio ad un articolo che ho auto pubblicato nell’aprile 2020. Provate a seguire con pazienza anche la breve parte filologica.
La piramide di Amenemhat III, figlio di Sesostri III, è detta comunemente ” Piramide nera” per il fatto che venne costruita utilizzando materiali scuri come mattoni crudi e basalto e la sua massa nera irregolare, risalta sulla linea dell’orizzonte.
Il Pyramidion, in basalto
La piramide, scavata da Jacques De Morgan tra il 1894 e il 95 che ne ritrovò anche il pyramidion in basalto, esposto oggi al Museo del Cairo, è dotata di un complesso funerario che conteneva un grande sarcofago in granito rosa, la cui entrata è situata al di fuori della cinta della piramide, in corrispondenza dell’angolo sud-orientale.
Sul lato nord vennero ritrovati anche dodici pozzi funerari destinati ai membri della famiglia reale, in uno dei quali venne sepolto il re Hor- Auibra della XIII Dinastia, celebre per la bellissima statua lignea raffigurante il suo ka, conservata al Museo del Cairo.
La piramide non venne mai usata come sepoltura reale, perché Amenemhat III si fece costruire una seconda piramide ad Hawara nel Fayyum, ove fu inumato.
Musiciste partecipano a un banchetto. Affresco rinvenuto nella TT38, tomba di Djeserkaraseneb, un nobile del Nuovo regno vissuto sotto Thutmosis IV ed Amenhotep III). Foto: Lebrecht / Cordon Press
Nel kap prestavano servizio moltissimi servi addetti alla gestione della struttura, nonchè gli “istruttori del re” (spesso generali esperti di arte militare a fine carriera) che si occupavano di addestrare i ragazzi, i “tutori” scelti tra i saggi più quotati del paese che li istruivano e le “nutrici del re” che erano dame della nobiltà che li accudivano quando erano piccoli ed insegnavano loro il bon ton adeguato al rango ed all’ambiente nel quale sarebbero vissuti da grandi grazie al ruolo di prestigio che avrebbero occupato.
Tomba di Nebamon, ora al British Museum: suonatrici e ballerine nel corso di un banchetto.
Il programma scolastico comprendeva l’egizio parlato e scritto e la letteratura; i giovani studiavano su di un sussidiario preparato dal maestro, che riportava modelli di lettere, inni religiosi e civili, insegnamenti morali e storie educative, che gli allievi dovevano copiare e leggere, imparando nel contempo i principi fondamentali della civiltà egizia.
Tavoletta da scrittura risalente all’XI dinastia; fu rinvenuta a Meidum ed ora si trova al Cairo. essa è chiaramente stata usata da un apprendista scriba per i suoi esercizi scolastici; il tratto incerto del geroglifico è evidente. Esse potevano essere usate più volte, cancellando la scritta precedente con una mano di bianco. La tavoletta più antica reca gli esercizi di un apprendista scriba: l’incertezza nel tracciare i segni geroglifici è evidente. Quella più recente conserva ancora sulla sinistra le tracce di precedenti scritti. Il testo è un modello di lettera che lo studente ha dovuto copiare e sicuramente imparare a memoria; i suoi numerosi errori di ortografia sono stati corretti con inchiostro rosso dall’insegnante.
I precettori erano molto severi ed infliggevano anche punizioni fisiche: un uomo dell’epoca ramesside, sebbene molto riconoscente nei confronti del suo maestro, ricorda:
“Quando io divenni un adolescente ero al tuo fianco. Tu battevi sul mio dorso e il tuo insegnamento penetrava nel mio orecchio, poiché io ero come una pariglia di cavalli scalpitanti”.
Musicanti di Amon, Tomba di Nakht, XVIII dinastia, Tebe
Nel papiro di Ani, risalente alla XVIII dinastia ed oggi custodito al British Museum di Londra si legge inoltre un’ironica riflessione di un maestro:
“avviene che l’orecchio del giovinetto è sulla schiena ed egli ascolta poiché lo si batte”.
Crescendo, i giovani imparavano anche le lingue e le culture straniere, in particolare l’accadico, che era l’idioma della diplomazia dell’epoca, la geografia, la cartografia, le mappe catastali, la matematica e la geometria per acquisire la cultura di base indispensabile per chi volesse in seguito inserirsi nell’amministrazione statale raggiungendo posizioni prestigiose.
Amenhotep II viene allattato dalla balia reale Baki, alla presenza del marito, il militare Amenemheb – dipinto nella tomba di quest’ultimo (TT85).
Tutti erano sottoposti a rigidi allenamenti fisici e dovevano impratichirsi nell’arte militare, nel tiro con l’arco ed anche nell’uso del carro, dopo che gli Hyksos introdussero il cavallo in Egitto.
Nella tomba di Min (TT109), che fu precettore di Amenhotep II e sindaco di Tinis, vi è una scena in cui il nobile insegna al suo allievo a tirare con l’arco, e nel tempio di Karnak vi è un’altra rappresentazione nella quale è addirittura Seth che addestra Thutmosis III in quella specialità.
Seth insegna a Thutmosis III a tirare con l’arco – tempio di Karnak
Le principesse imparavano talvolta a leggere e a scrivere e venivano educate al canto ed alla danza, a suonare molti strumenti musicali tra i quali il flauto, il liuto, l’arpa e la lira, ed altresì a tessere, perché fossero in grado di intrattenere il Faraone o il loro futuro consorte e di sorvegliare il lavoro nelle manifatture che avevano sede negli harem.
Fino a che erano bambini, i “cadetti” del kap partecipavano alla vita di corte come paggi ed assumevano in seguito i titoli di “figlio o figlia adottiva del re” (nell’Antico Regno), di “figlio del kap” (nel Medio Regno), di “fratello o sorella adottiva del Signore delle Due Terre” (nel Nuovo Regno), a prescindere dal ruolo che acquisivano nella scala sociale; il figlio della balia del futuro Faraone diventava suo “fratello di latte”.
Dettaglio della tomba di Kenamun, fratello di latte di Amenhotep II, che mostra il sovrano sulle ginocchia di Amenemope, madre di Kenamun, che fu una delle sue nutrici. Dall’opera di Norman de Garis Davies, The Tomb of Ken-Amun at Thebes, New York – 1930, tav. 9.
Le testimonianze in merito all’educazione dei principi della XVIII dinastia sono scarse: il testo iscritto sulle pareti del tempio di Karnak che racconta come l’oracolo di Amon (orchestrato da Thutmosis II con la compiacenza del clero locale) indicò il futuro Thutmosis III in qualità di destinato al trono riferisce che egli fu ivi istruito e quindi che apprese a leggere ed a scrivere e ad officiare i riti religiosi, ma è probabile che il suo addestramento militare e la sua formazione in campo civile ed amministrativo si siano svolte nel kap di Menfi.
Min, precettore di Amenhotep II, gli insegna a tirare con l’arco – Tomba tebana di Min – TT109
Oggi si conoscono circa sessanta Figli del kap vissuti durante la XVIII dinastia, quasi tutti in epoca successiva a Thutmosis II, che prestarono servizio a vari livelli nella burocrazia statale, nell’esercito o come sacerdoti nel corso della seconda metà della XVIII dinastia, che vide i sovrani condurre campagne vittoriose in Asia e Nubia.
Nei prossimi post parleremo di alcuni tra i più famosi tra loro.
Giovani si esercitano nella lotta – Tempio di Medinet Habu – Regno di Ramses III
CIMMINO F., Hasepsowe e Tuthmosis III, Rusconi editore, 1994
FABBRI D., La figura dello scriba, per i Servizi Educativi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana
LABOURY D. – GATHY M., Gli uomini (e le donne) del re, in “Egitto, la straordinaria scoperta del faraone Amenhotep II”, edito in occasione della mostra al MUDEC di Milano 13.9.17 – 7.1.18
Stele immagine nella sua interezza, completamente tradotta da Franco Brussino in: Mediterraneo Antico. XII Dinastia – Calcare, 136,5 x 77,5 cm Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti C. 1534
Da Abido, città dell’Alto Egitto, proviene questa bellissima stele appartenuta a un uomo di nome Abkau.
Il testo inciso nella parte superiore della stele rappresenta la tradizionale “formula d’offerta” con cui si garantiva a ogni defunto l’approvvigionamento simbolico di cibo, bevande, abiti e olii profumati.
La tavola colma costituisce il fulcro dell’intera composizione essendo l’elemento che garantisce, con il suo ricco carico di cibo la sopravvivenza eterna del defunto.Gli elementi base della dieta egizia, pani, pezzi di carne, anatre e verdure, sono accatastati sul tavolo davanti ad Abkau che da essi trae simbolico sostentamento.
L’iscrizione costituisce però anche un inno a Osiride, definito ” dio grande, signore degli dei” e considerato divinità tutelare di tutti i defunti.
Il dio non è raffigurato sulla stele, dove si trovano le figure di Abkau e della moglie, seduti davanti alla tavola delle offerte, oltre alle immagini, in scala ridotta, dei familiari e dei servitori allineati su più registri, nell’atto di rendere omaggio alla coppia e di portare offerte funerarie.
Tra i membri della famiglia di Abkau è dato particolare rilievo a una delle figlie della coppia. La fanciulla, in dimensioni ridotte rispetto alle figure dei genitori, è inginocchiata ai piedi del padre di cui cinge affettuosamente le gambe.In mano tiene una ninfea.
Sotto la sedia della donna è raffigurato il contenitore di uno specchio, elemento caratteristico della toeletta femminile.
Una piccola tabella in basso a sinistra riporta, con grande precisione, la natura e il quantitativo delle offerte.
Trascrizione-traduzione della elencazione delle offerte di F Brussino in “Mediterraneo Antico”.
Fonte:
I grandi Musei: Torino Museo Egizio – Silvia Einaudi – Electa.
Granodiorite, altezza 116,2 cm XII Dinastia, Regno di Senwosret I (1971–1926 B.C.) Conservata al MFA Boston, 14.720
La raffinata bellezza di Sennuwy, moglie di un potente governatore, Djefaihapi di Asyut (la cui tomba scavata nella roccia è la più grande tomba non reale del Medio Regno) emerge prepotentemente in questa statua, tra le più belle del Medio Regno, XII Dinastia.
Durante il Medio Regno i funzionari egiziani continuarono la pratica di dotare le loro tombe di statue di sé stessi da donare poi ai santuari di dei e antenati divinizzati. In seguito anche nel Primo Periodo Intermedio, gli scultori produssero statue in pietra su larga scala, tornando alle forme e alle tipologie di base stabilite nell’Antico Regno.
La statua fu scoperta a Kerma in Sudan, nella tomba di un re vissuto circa tre secoli dopo. Come sia arrivata lì non è dato sapere ma la bellezza della scultura dev’essere stata un valido motivo per far sì che il re nubiano decidesse di averla con sé nella sua tomba.
Realizzata in granodiorite splendidamente levigata, presenta i lineamenti raffinati di una giovane donna slanciata, abbigliata con un abito aderente alla moda e una parrucca dai lunghi capelli. L’aspetto idealizzato, di una bellezza senza tempo, e l’espressione serena sono tipiche della prima metà della XII Dinastia e richiamano l’arte dell’Antico Regno.
Sennuwy siede su un blocco con la mano sinistra appoggiata sulle ginocchia e la mano destra che tiene un fiore di loto, simbolo di rinascita. Ai lati e alla base della sedia sono incisi testi geroglifici che dichiarano che è venerata alla presenza di Osiride e di altre divinità associate all’aldilà.
Dopo la scoperta, effettuata dalla spedizione egiziana della Harvard University-Boston Museum of Fine Arts nel 1913, la statua venne poi successivamente assegnata al museo di Boston dal governo del Sudan nel 1914.
La statua al momento del ritrovamento
La statua liberata da sabbia e detriti, ancora in loco
Il difficile trasporto della statua
Attualmente possiamo ammirare l’opera presso il Museum of Fine Arts di Boston, Stati Uniti.