Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LE STATUE DI RAHOTEP E NOFRET

Di Grazia Musso

Calcare dipinto
Rahotep ( CG 3): Altezza cm 121 – Nofret ( CG 4) Altezza 122 cm
Meidum, Mastaba di Rahotep – Scavi di Auguste Mariette, 1871
IV Dinastia, Regno di Snefru – Museo Egizio del Cairo

Le due statue furono rinvenute da Mariette nella mastaba di Rahotep.

I due personaggi siedono su seggi squadrati con un alto e largo schienale.

Rahotep è rappresentato con il braccio destro portato sul petto e il sinistro appoggiato sulla relativa gamba, entrambe le mani sono chiuse a pugno.

Ha una capigliatura nera e corta, che lascia completamente scoperto il volto magro, dalla fronte alta e dai lineamenti scolpiti con grande realismo : gli occhi grandi, incastonati in quarzo e cristallo di rocca, sono evidenziati da un trucco nero, il naso è proporzionato e la bocca è coperta da baffi neri.

Il collo è ornato da una sottile catena con un pendente.

Indossa un corto gonnellino bianco.

Sullo schienale, ai lati della testa, tre colonne di geroglifici, dipinti in nero, enunciano i titoli e il nome di Rahotep, definito come ” figlio del re del suo corpo”, tra gli altri titoli porta quello di sacerdote di Ra a Eliopoli, soprintendente ai lavori, soprintendente alle spedizioni.

Nofret è rappresentata con le braccia incrociate sul petto e completamente avvolta in un mantello che, appoggiato su una tunica aderente con grandi bretelle, lascia intravedere le forme del corpo e fuoriuscire la mano destra.

Il collo è avvolto da una collana usekb, con tanti fili di colori alternati: azzurro scuro, azzurro chiaro e rosso, i pendenti sono azzurri.

Nofret Indossa una spessa parrucca nera che si ferma all’altezza delle spalle ed è stretta sulla fronte da una fascia a motivi floreali.

Il volto presenta lineamenti delicati : gli occhi, incastonati, sono contornato dal trucco nero, il naso piccolo e la bocca carnosa.

Sullo schienale, ai due lati della testa si legge:

” La conoscente del re Nofret”.

Il colore della pelle dei due è differenziato:

quella dell’uomo ocra, quasi rossa, mentre quella della donna giallo chiaro.

Nonostante la rigidità della posa e la fissità dello sguardo, le due sculture rivelano una grande maestria nel dar vita alle immagini di pietra.

Fonte: Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Luce tra le ombre

LO STUDIO DI DIETRICH E ROSEMARIE KLEMM

Di Ivo Prezioso

Parte prima: l’ambiente geologico

Come già accennato, nella parte iniziale riguardante i luoghi di approvvigionamento dei materiali, Franck Monnier fa riferimento all’importantissimo studio condotto al riguardo da Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm. Ho reperito il materiale riguardante le ricerche fatte dai due geologi, relativo all’altopiano di Giza, e l’ho trovato estremamente interessante; così ho pensato di aggiungere questo approfondimento nel percorso concernente la costruzione delle piramidi. Premetto che il lavoro è squisitamente tecnico, per cui mi sono adoperato per renderlo abbastanza fruibile, sperando di esserci, almeno in parte, riuscito. Richiede di certo un minimo di impegno, ma i risultati dei loro studi pubblicati nel 1993 nel volume “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten”(Immagini n. 1-2), aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Tra l’altro fornisce, a parer mio, elementi molto convincenti sull’insensatezza delle teorie di Joseph Davidovits che ipotizza la costruzione delle piramidi grazie all’utilizzo di geopolimeri.

Immagini 1-2. Copertine della prima edizione in lingua originale, 1993. e dell’edizione inglese, 2010

Le piramidi di Khufu, Khafre e Menkaure sull’altopiano di Giza (Immagine n. 3) saranno esaminate insieme per la loro stretta vicinanza e per la geologia comune dei siti di estrazione, sia per il nucleo sia per il materiale di rivestimento.

Immagine n. 3: Foto aerea dell’altopiano di Gizeh con le Grandi Piramidi, i loro ambienti archeologici e i principali siti di estrazione accanto ai monumenti.

In contrasto con la mancanza di indagini geologiche dettagliate sugli ambienti piramidali di Dahshur, Meidum e Saqqara, per l’altopiano di Giza esistono numerose pubblicazioni, purtroppo anche contraddittorie. Di queste, verranno citate solo le più importanti per offrire al lettore informazioni selezionate. Si farà tuttavia riferimento in modo dettagliato ai documenti più recenti di un gruppo di ricerca dell’Università di Ain Shams, al Cairo, e dell’American Research Centre in Egypt (ARCE), in quanto affrontano questioni che riguardano direttamente la provenienza delle pietre da costruzione delle piramidi.

Innanzitutto una breve panoramica storica:

Il primo tentativo sistematico di suddividere stratigraficamente l’altopiano di Gizeh è stato di Von Zittel (Bellingen 1839-Monaco di Baviera1904), che si occupò principalmente della classificazione dei gruppi fossili dell’Eocene presenti sul territorio. Nel suo manuale sulla geologia regionale dell’Egitto, Max Blankenhorn (Siegen 1861-Marburg 1947) si interessò intensamente alla conformazione geologica dell’altopiano di Gizeh. Jean Cuvillier (Ambleteuse 1899-1969) revisionò le nummuliti egiziane e propose nuove divisioni stratigrafiche. Il geologo inglese William Fraser Hume (Cheltenham 1867-Sussex 1949), al contrario, non discusse estensivamente l’altopiano di Gizeh nel suo primo volume della “Geologia dell’Egitto”. Una dettagliata suddivisione stratigrafica è stata invece fornita da Rushdi Said (Choubrah, il Cairo 1920-Washington 1973) che in seguito egli stesso ha modificato. Contributi dettagliati alla geologia dell’altopiano di Gizeh sono stati forniti da Amin Strougo insieme al gruppo dell’Università di Ain Shams che ha presentato una divisione stratigrafica ben differenziata, che Yehia ha correlato in modo convincente con le sequenze calcaree eoceniche del deserto orientale a sud del Cairo. Per quanto riguarda le pietre da costruzione, i particolari tettonici e la speciale mappa geologica fornita da Yehia sono di grande interesse. Vi sono segnati, infatti, gli elementi geologici e le caratteristiche che dovevano apparire evidenti ai costruttori delle piramidi, dal momento che la disposizione esatta delle piramidi e quella dei siti di estrazione sono stati scelti con cura, integrando questi aspetti nella concezione architettonica. Oltre a questo gruppo di geologi egiziani moderni, anche i geologi internazionali hanno presentato ottimi contributi geologici relativi all’altopiano di Giza. E’ il caso di K. L. Gauri, professore emerito dell’Universita della Louisiana che si è occupato anche della conservazione della Sfinge, e di Mark Lehner del American Research Centre in Egypt (ARCE). In particolare Lehner ha esposto interessanti connessioni tra la geologia locale e la scelta delle posizioni delle piramidi, dei siti di cava, dell’intera necropoli e delle installazioni portuali. Nel caso della piramide di Khufu, ha illustrato lo sviluppo dell’intero processo di costruzione sull’altopiano di Giza a partire dalla sua prima occupazione. Anche se non tutte le sue conclusioni possono essere confermate nella presente monografia, la sua attenta considerazione delle prove geologiche e archeologiche delle antiche costruzioni è impressionante. Sia Lehner che gli autori citati considerano le formazioni calcaree che dominano la regione di Giza appartenenti all’Eocene medio-superiore e il calcare vero e proprio dell’altopiano, alle basi delle piramidi, come parte della formazione di Mokattam, dell’Eocene medio. Per quanto riguarda la classificazione geologica delle principali aree di cava a sud di Khufu, a est di Khafre e a sud-est della piramide di Menkaure, i due gruppi di ricerca presentano alcune differenze. Il gruppo ARCE categorizza le unità rocciose di queste cave nella formazione Mokattam mentre il gruppo dell’Università di Ain Shams le classifica come parte della formazione “Observatory”. In entrambi i casi si accetta il periodo dell’Eocene medio. L’unica discrepanza risiede in una differenza di facies*. Questa “controversia” potrebbe essere considerata solo come una divergenza se non riguardasse i materiali da costruzione delle grandi piramidi e la loro provenienza. Originariamente, la classificazione stratigrafica risale ad Aigner che interpretava i calcari nummulitici duri che formano l’altopiano delle piramidi come una speciale facies marina poco profonda, precipitata su una zona dello strato cretaceo sottostante. All’interno di un’area protetta, nel fianco di questa cupola sottomarina, si sarebbero sviluppate barriere coralline; esse si presentano, ad esempio, come banchi isolati nei calcari duri alla base della Sfinge. Inoltre, Aigner ha osservato che verso terra seguono sedimenti lagunari sabbiosi, più poveri di nummuliti, ma più ricchi di fossili, con afflusso continentale, formatisi in parti basse, e spessi banchi di una sequenza calcareo-marnosa, osservabile anche sul corpo della Sfinge. Il gruppo ARCE classifica l’intera sequenza sotto la testa della Sfinge come formazione Mokattam, che è stata poi suddivisa da Gauri in tre membri: la base è costituita dal Membro “Rosetau” (dall’antico nome egiziano del muro di cinta della Sfinge). Queste rocce sono costituite principalmente da detriti biologici che riempiono lo spazio interstiziale tra i suddetti banchi di corallo, conferendo alla superficie del sedimento un rilievo irregolare. Al di sopra segue il Membro “Seteped” (dal nome del santuario della Sfinge del Nuovo Regno). Questa sezione, spessa quasi 10 m, è formata da circa sei strati calcarei e marnosi di 1-2 m di spessore ciascuno che mostrano una graduale diminuzione del contenuto di sale dal 3,5% a solo l’1,5% nella parte superiore. Il sale è costituito principalmente da alite (NaCl), mentre il gesso e i vari sali di potassio sono rari. Secondo il gruppo ARCE, la parte più alta della formazione Mokattam nell’area di Gizeh è l’”Akhet” (che prende il nome dall’antico termine egizio per indicare l’orizzonte; Akhet-Khufu era anche il nome dell’intero altopiano delle piramidi). Questo Membro Akhet forma il dorso superiore e soprattutto il collo e la testa della Sfinge. Il suo spessore è di circa 9 m ed è costituito nella sua parte inferiore da un calcare piuttosto morbido, ricco di materiale clastico. Le proprietà geologiche di questo membro, in particolare nella zona del collo della Sfinge, causano il noto problema dell’instabilità. Il gruppo di Ain Shams ritiene invece che la stratigrafia della Sfinge sia analoga alla formazione Observatory della catena montuosa del Deserto Orientale, che si estende dalla zona sud-orientale del Cairo fino a Helwan. Una stratigrafia simile è riportata anche da Aigner, tuttavia con alcune facies che interferiscono, il che potrebbe, in qualche misura, spiegare le discrepanze sopra citate. Informazioni di base sulla suddivisione dell’Eocene in Egitto sono fornite anche da Strougo. La carta geologica di Yehia mostra una differenziazione più dettagliata della formazione Mokattam sull’altopiano di Gizeh, in particolare nella sua prosecuzione occidentale. Secondo lui, l’attuale basamento delle piramidi è formato da sequenze della formazione Mokattam superiore. Al di sotto di esse, calcari dolomitici duri e grigio scuro della formazione Mokattam media si sovrappongono a calcari bianchi e calcari giallastri con nummuliti appartenenti alla formazione Mokattam inferiore. L’Eocene superiore dell’area di Giza appartiene, secondo il gruppo ARCE, alla formazione Maadi, che è piuttosto eterogenea e che Aigner descrive geneticamente come una regressione marina, che inizia nel Mokattam superiore e prosegue fino alla formazione Maadi dell’Eocene superiore. Le rocce di questa unità consistono in calcari marnosi, con presenza di fossili da scarsa a nulla, orizzonti di marne e arenarie e letti di conchiglie. La formazione di Maadi cambia generalmente di facies e spessore su brevi distanze, come è normale per un ambiente marino molto poco profondo. I banchi più importanti della formazione Maadi superiore sono i letti di Ain Musa, con i loro banchi calcarei duri e ricchi di fossili. Più tardi, durante la trasgressione marina del Pliocene, i letti di Maadi, più morbidi, furono spazzati via, causando il crollo di quelli di Ain Musa. Oggi, quei letti crollati formano i grandi blocchi collinari a sud e a ovest del cimitero islamico situato a sud della Sfinge, e hanno ricevuto il nome locale di Hitan el-Gurob. Infine, Yehia cita i sedimenti della formazione sabbioso-conglomeratica Oligocenica di Gebel Ahmar che si trovano a ovest dell’hotel Mena House e a ovest della strada del Fayum. A differenza della località tipo, i sedimenti non contengono quarzite silicizzata, il che rende la pietra adatta all’uso edilizio. La storia tettonica dell’altopiano di Giza è stata molto probabilmente di grande importanza per la scelta del luogo di costruzione delle Grandi Piramidi. Ciò risulta evidente dalle indagini sul campo di Yehia che ha mappato e interpretato i principali lineamenti di faglia, senza tuttavia discutere le possibili conseguenze sulla scelta del sito delle piramidi. Secondo l’autore, un sistema di faglie (geologicamente giovane) corre in direzione NNE-SSW per circa 250 m dietro il lato occidentale del Mena House verso la piramide di Khafre, senza raggiungerla, ma sostituendo una terrazza quaternaria del Nilo. Una serie di altre faglie più piccole corrono in quella direzione, direttamente nella base rocciosa della piramide di Khufu (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Il sistema di faglie che attraversa l’altopiano di Giza in direzione NNE-SSW.Qui siamo nei pressidella piramide di Khufu

Questa caratteristica era stata certamente riconosciuta dagli ingegneri della piramide, dato che erano stati presi provvedimenti per incorporarla nel progetto. Sembra che la lunghezza della base della piramide di Khafre sia stata ridotta rispetto alla lunghezza originariamente prevista (274 m). Inoltre, lo spostamento dell’ingresso di oltre 14 m dall’asse centrale potrebbe essere considerato una conseguenza di questa situazione geologica. Se il passaggio d’ingresso fosse stato costruito lungo il vero asse mediano simmetrico, la camera sepolcrale si sarebbe pericolosamente avvicinata a questo sistema di faglie, causando molto probabilmente problemi di tipo statico. Un aumento drastico del peso della piramide, era ovviamente troppo rischioso. Il secondo sistema di faglie “F2” è stato di grande importanza per gli architetti incaricati della piramide di Menkaure, poiché corre in diagonale, quasi direttamente attraverso la base rocciosa della piramide. Questo potrebbe essere il motivo per cui il volume del progetto è stato mantenuto al minimo e molto probabilmente in origine era previsto ancora più piccolo. La posizione della piramide di Menkaure nel suo sito attuale, tuttavia, è stata determinata dalla conformazione generale dell’altopiano di Giza. Inoltre, la costruzione della piramide verso sud-ovest, lontano dal sistema di faglie, avrebbe reso problematica l’aggiunta di piramidi satelliti, poiché si sarebbe lasciato il limite meridionale delle unità calcaree nummulitiche dure della formazione superiore di Mokattam presente all’interno dell’altopiano. Gli altri sistemi di faglie citati da Yehia non hanno un’influenza diretta sui monumenti di Giza. Inoltre, Aigner ha osservato la particolare caratteristica per cui il bordo settentrionale dell’altopiano è stato condizionato dalla tettonica di questa zona e successivamente eroso dall’azione marina del Pliocene.

* In geologia questa parola indica l’aspetto delle rocce, cioè la fisionomia che ne rivela l’origine. Ad ogni facies litologica corrispondono una fauna e una flora speciale, che la caratterizzano, per cui una facies può definirsi come l’insieme dei caratteri litologici e paleontologici di un sedimento in un dato punto della Terra. Si hanno facies continentali nel senso stretto della parola, cioè subaeree, lacustri, fluviali, lagunari, marine (Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 69÷73

Parte seconda: le cave di Giza

1. L’area di cava principale, che forniva il nucleo di muratura della piramide di Khufu, era situata circa 500 metri a sud del bordo meridionale della piramide (Immagini nn. 1, 1a-1b).

Immagine n. 1: Mappa schematica dell’altopiano di Giza con i siti di cava individuati.

Immagine n. 1a (a sinistra): Sito principale della cava di Khufu e di Khafre. Lo scavo è ancora visibile sui bordi, ma il riempimento dell’ampia fossa aperta a causa della sabbia ne ha reso inizialmente difficile l‘ identificazione come cava. Immagine n. 1b (a destra): Parte occidentale del sito principale della cava utilizzata prevalentemente da Khufu. Le aperture scure sono tombe rupestri scavate successivamente.

Le moderne immagini satellitari mostrano le tracce di una rampa di trascinamento che, dalla parte occidentale di quest’area di cava, si dirige verso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampe di trascinamento del sito della cava principale di Khufu verso gli angoli sud-occidentali e sud-orientali della piramide (mappate grazie all’immagine satellitare di Google del 2006).

A conferma, di recente, durante la posa di un cavo elettrico, sono stati scoperti i resti di due strette rampe parallele che conducevano proprio in quell’angolo. Questa rampa fu in seguito sovrastata dalla strada rialzata di Khafre, che la utilizzò come rampa di trascinamento durante la costruzione della sua piramide. Osservando attentamente l’immagine n. 2, si nota che una seconda rampa parte dal lato orientale della piramide di Khufu, piegando leggermente a ovest verso l’area della cava. Anche questa fu sormontata dalla strada rialzata di Khafre. In accordo con Lehner, nella presente monografia, questo sito è indicato come cava di Khufu e viene considerato come la parte occidentale dell’area centrale di estrazione. Più tardi, nelle sue pareti furono scavate le tombe rupestri della famiglia di Khafre e della V dinastia.

Le parti più orientali del campo furono generalmente sfruttate da Khafre per ottenere il materiale per il nucleo della sua piramide. Esso fu poi esteso fino all’area in cui si realizzò la Grande Sfinge. Reisner ha assegnato la cava principale dell’altopiano di Giza a Khufu e Khafre. Essa comprende anche l’area della mastaba di Khentkaus, costruita sopra e intorno a un blocco di pietra massiccia lasciato dai minatori. Macroscopicamente, questi calcari sono di colore da grigio-beige a giallo-marrone, per lo più compatti ma anche porosi in alcuni punti, e risultano gessosi a causa della presenza di componenti marnosi. Molti resti fossili di piccole dimensioni sono rilevabili, ma difficili da identificare. Occasionalmente, sulle superfici lisce si possono riconoscere piccoli nummuliti* lunghi fino a 5 mm; vari sali affiorano in superficie e possono essere asportati facilmente con le dita. Con una lente manuale, i fossili appaiono per lo più come piccole nummuliti, conchiglie e altri resti fossili, tutti irregolarmente incorporati e generalmente calcificati nella matrice calcarea. Al microscopio, diventa evidente la ricca varietà di fossili, e dei loro frammenti, che caratterizza la tipica struttura di queste rocce bioclastiche. Nonostante le apparenti vistose variazioni di colore, al microscopio tutti i campioni di roccia sono simili. Oltre ai fossili principali rappresentati nelle Immagini nn. 3-4-5-6, molti altri resti fossili, come conchiglie di ostriche, echinodermi, spugne e nanofossili sono presenti nella matrice calcarea ricca di argilla e scuriscono in modo caratteristico la percezione ottica. I rari grani di sabbia quarzosa, per lo più a spigoli vivi, indicano che un tempo la linea costiera non doveva essere molto lontana.

2. La ripida scarpata a est e a nord-est della piramide di Khufu, nei pressi del villaggio di Nazlet es-Saman,è artificiale, almeno parzialmente, essendosi formata in conseguenza dell’attività estrattiva. Il caratteristico blocco rettangolare delle strutture di cava è chiaramente riconoscibile nelle parti superiori e appare sulle fotografie aeree come una linea anormalmente diritta lungo il confine della scarpata. Presumibilmente, una parte del pendio roccioso orientale fu completamente cavato e la rampa di trascinamento fu successivamente utilizzata come strada rialzata. In questa zona si trovano ancora alcune piccole tombe rupestri della V e VI dinastia, scavate nelle pareti della cava (Immagine n. 6a).

Immagine n. 6a: Particolare della cava della scarpata orientale di Khufu con tombe rupestri della V e VI dinastia. La strada rialzata è stata utilizzata in un primo momento come rampa di trascinamento per i blocchi che si estraevano qui.

Questa unità geologica continua fino alla base della piramide di Khufu, dove affiora in vari punti dell’intera piattaforma. È stata incorporata in larga misura nel corpo della piramide, come si può osservare sul lato meridionale, nelle camere e nei corridoi interni.

3. Le rocce ottenute durante il livellamento dell’altopiano roccioso, furono utilizzate anche per la muratura del nucleo. Alcune tracce di questa attività sono ancora chiaramente riconoscibili intorno alle piramidi (Immagini nn. 7-7a) e blocchi di notevole altezza sono ancora visibili, tagliati nel basamento presso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 7b).

Immagine n. 7: Altopiano settentrionale della piramide di Khufu con tracce di livellamento da estrazione.
Immagine n. 7a: Altopiano a est della piramide di Khafre. Il materiale lapideo ricavato dal livellamento dell’altopiano fu utilizzato per la muratura della piramide.
Immagine 7b: Resti di strutture di cava nell’angolo sud-ovest della piramide di Khufu. Si notino le dimensioni dei blocchi e i fori per i cunei alla base per staccare i blocchi separati

Secondo Reisner, anche il bedrock (roccia compatta, rigida, non alterata, in affioramento o alla base di rocce/terreni meno rigidi o di sedimenti sciolti) in cui sono localizzate le mastaba orientali e occidentali fu utilizzato come cava. Tuttavia, Hawass dubita che in origine fu sfruttato per l’estrazione, in quanto le tombe erano già state costruite durante il regno di Khufu. Ciononostante, tracce di cave possono essere individuate intorno e persino tra le singole mastaba. Reisner considerava anche l’altopiano a ovest della piramide di Khafre come un importante sito di cava. Inoltre, sempre secondo Reisner, “appena a nord della Prima Piramide il bordo della piattaforma rocciosa può essere seguito in modo approssimativo e sembra essere stato utilizzato come cava, ma la scarpata è ora coperta da una massa di detriti accumulato dai muratori quando il recinto della piramide fu ripulito dopo la costruzione della Prima Piramide”. Ciò è, in parte, in contrasto con le affermazioni di Aigner, che considera questa parte della scarpata come il risultato della naturale erosione marina pliocenica. Infine, la trincea scavata nella roccia a ovest e a nord della piramide di Khafre ha restituito un’enorme quantità di materiale lapideo, che è stato incorporato direttamente nella muratura del nucleo.

4. Una chiara evidenza dello sfruttamento di una cava si trova nei pressi del margine meridionale del campo piramidale di Giza, lungo il fianco settentrionale della moderna strada della Sfinge, nota come Route Touristique (cfr. immagine n. 1).

5. A sud-est della piramide di Menkaure si trova un’area di cava isolata, che è sempre stata considerata come quella utilizzata per il suo complesso. Le tombe rupestri che vi si trovano risalgono principalmente alla V dinastia e, come si vedrà in seguito, questa cava è la sola da cui sia stato estratto il materiale di base per la costruzione dell’omonima piramide (Immagine n. 7c).

Immagine n. 7c: Cava di Menkaure a sud-est della sua piramide; è ben riconoscibile l’altezza media dei blocchi estratti da questo sito.

I campioni provenienti da questi ultimi siti differiscono in qualche misura da quelli del grande giacimento centrale, anche se appartengono geologicamente alla stessa unità. Appaiono a grana più grossa e consistono in calcari bioclastici altamente calcificati o ricchi di fossili, di colore da grigio a grigio-beige. Alcuni esemplari contengono anche grandi Nummulites gizehensis e vari frammenti di conchiglie di notevoli dimensioni. Dopo un certo periodo, questi calcari tendono a formare infiorescenze principalmente di salgemma. Le nummuliti di grandi dimensioni sono incorporate in una massa composta da esemplari più piccoli (Immagine n. 8). 

Immagine n. 8: Calcare ricco di nummulite proveniente dal nucleo meridionale della piramide di Khufu.

Erodoto riporta questo specifico tipo di pietra come “pasto pietrificato di lenticchie dei lavoratori”. Con una lente manuale, sono chiaramente riconoscibili i ricchi detriti bioclastici e i piccoli fossili nummulitici oltre alle grandi Nummulites gizehensis. Grani di calcite di circa 0,5 mm riflettono la luce con i loro piani di clivaggio**. Al microscopio, i campioni prelevati dalle parti più basse della scarpata appaiono uguali a quelli della grande cava. I campioni prelevati dalle parti superiori, invece, differiscono significativamente da questi: i bioclasti e i fossili nummulitici predominanti sono cementati, in una matrice a grana più grossa, con cristalli di calcite e dolomite in parte ben formati (Immagine n. 9).

Immagine n. 9: Foto al microscopio (QS 1548) di calcare proveniente da una cava della scarpata a est della piramide di Khufu. I cristalli di dolomite sono ben formati (freccia) e immersi nella relativa matrice a grana fine. Inoltre, le piccole nummuliti appaiono quasi come strutture fantasma a causa della dissoluzione diagenetica (In petrografia è l’insieme dei processi fisici e chimici che subiscono i sedimenti, in tempi più o meno lunghi, durante e dopo la loro deposizione, che li trasformano in una roccia sedimentaria stabile. Enciclopedia Traccani on-line)

6. Un’altra area di cava, utilizzata anche da Khufu e Khafre, è stata individuata presso le pareti rocciose affioranti di Hitan el-Gurob, a circa 800 m a sud-est delle piramidi e a sud di un cimitero islamico (Immagine n. 9a).

Immagine n. 9a: Hitan el-Gurob, una collina prominente a sud-est dell’altopiano delle piramidi. E’ stata anch’essa una fonte di approvvigionamento per il materiale del nucleo delle piramidi di Khufu e Khafre.

Macroscopicamente, è costituita da calcari bioclastici da compatti e duri fino a calcari ricchi di sabbia con una struttura densa. È caratteristica una spiccata variazione di colore che va dal grigio, al giallo e quasi al rossastro. I resti fossili visibili consistono principalmente in frammenti di conchiglie, ma raramente in nummuliti. Con una lente manuale, i frammenti di conchiglia appaiono vitrei a causa dell’intensa calcificazione. Al contrario, le piccole nummuliti sono molto più facili da riconoscere. Al microscopio si distinguono due tipi di strutture principali, una delle quali con una matrice microsparitica*** molto densa, con pochi resti fossili di nummuliti e globigerinae****. Questo tipo è in qualche misura simile al calcare fine di Meidum e ai calcari da rivestimento utilizzati a Saqqara durante la III dinastia (Immagine n. 10).

Immagine n. 10: Foto al microscopio (QS 1587) del calcare di Hitan el-Gurob, molto somigliante a quelle delle pietre da rivestimento di Saqqara e Meidum della III dinastia.

Il secondo tipo consiste anch’esso in una massa microsparitica molto densa e a grana fine, ma è costellata di frammenti fossili, piccole nummuliti e discocicline*****. Mentre questi resti fossili conservano per lo più la loro struttura originale, i numerosi frammenti di conchiglia sono sempre intensamente calcificati. Molti di questi campioni contengono nella loro matrice grani di sabbia tra 0,05-0,5 mm, principalmente di quarzo, ma anche di plagioclasio******, indicando così un certo grado di afflusso continentale (Immagine n. 11).

Immagine n. 11: Foto al microscopio (QS 1583) di Hitan el-Gurob. Calcare a grana fine con discocicline, resti di Nummulites e conchiglie sottili, tutte più o meno calcificate.

*Le nummuliti, di grande importanza geologica e paleontologica, ebbero sviluppo straordinario nel Paleogene, detto per questo periodo nummulitico: comparvero all’inizio dell’Eocene e raggiunsero la massima diffusione, abbondanza e dimensioni nell’Eocene medio; nell’Eocene superiore e nell’Oligocene un numero più ridotto di specie ha ancora un’ampia distribuzione. Attualmente ne sopravvive un’unica specie, Nummulites cumingii, limitata agli Oceani Indiano e Pacifico. Le nummuliti sono i Foraminiferi (Ordine -secondo alcuni autori sottordine- di Protozoi Sarcodinii Rizopodi) di dimensioni maggiori. Il guscio, circolare, o appiattito e ondulato, o rigonfio, raggiunge il diametro di 120 mm, ed è politalamo, risultante dall’avvolgimento a spirale di una lamina calcarea a forma di V, che determina un canale a spirale con giri che si ricoprono, il primo iniziandosi da un loculo primitivo microsferico o macrosferico. Il canale è diviso da setti che separano logge intercomunicanti. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

** In geologia, il clivaggio è la tendenza secondaria dei cristalli a fendersi in scaglie o lamine lungo superfici piane, in seguito a deformazioni meccaniche. È dovuto a fenomeni di compressione e si accompagna sempre a strutture piegate. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

*** matrice di roccia calcarea costituita da cristalli di calcite di dimensioni inferiori a 20 micron (Fonte: Dizionario Italiano Olivetti on-line)

****I gusci calcarei di questi Foraminiferi planctonici, dopo la morte, cadono per gravità sul fondo marino, dove vanno a costituire i cosiddetti fanghi a globigerine, che sono fra i più comuni costituenti dei sedimenti oceanici. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

***** Foraminiferi bentonici. Il benthos (o bentos) è il complesso degli organismi acquatici che per un periodo continuato o per tutta la vita si mantengono in relazione con il fondo marino. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

****** Plagioclasio è il nome generico di minerali del gruppo dei feldspati triclini, costituenti comuni di molte rocce eruttive e metamorfiche (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 73÷80

Fonti delle note: Enciclopedia Treccani on-line e Dizionario Italiano Olivetti on-line

Parte terza: la piramide di Khufu (Cheope, 2604 – 2581 a.C.)

Molto probabilmente Khufu abbandonò la necropoli reale di Dahshur sia perché non c’era più abbastanza calcare nelle vicinanze, sia a causa della scarsa stabilità del sottosuolo, costituito da ardesia argillosa. Decise così di costruire la sua piramide su un massiccio altopiano roccioso nel deserto occidentale, vicino all’odierna Giza (Immagine n. 1), dove il sottosuolo era molto più stabile e c’era abbondanza di calcare di alta qualità. In termini di dimensioni, risultati tecnici e organizzazione richiesta per la sua costruzione, questa nuova piramide rappresenta un edificio fenomenale.

Immagine n. 1: La Piramide di Khufu (Cheope) da sud-ovest, vista dalla cima della piramide di Khafre (Chefren)

Il calcare utilizzato per la costruzione della piramide proveniva da diverse cave a est e a sud dell’edificio. I blocchi di calcare furono, senza dubbio, trasportati tramite piattaforme di trascinamento fino al cantiere e la piramide,probabilmente, eretta grazie ad un sistema di rampe (di cui sono stati ipotizzati diversi modelli da diversi studiosi).

Un nuovo modello di rampa a spirale per le grandi piramidi, come appunto la piramide di Khufu, è stato proposto dai presenti autori. Questa, è integrata nel corpo esterno della piramide, lasciando contemporaneamente uno spazio vuoto di larghezza adeguata durante l’erezione della piramide, evitando così di utilizzare enormi quantità di materiali secondari come fango del Nilo, ghiaia, legno ecc. per la realizzazione di una rampa esterna separata. Studiando l’altopiano di Gizeh e i suoi dintorni attraverso osservazioni sul campo, foto aeree stereoscopiche e immagini satellitari, è, infatti, rimarchevole che non vi siano tracce visibili di discariche prodotte da tali enormi costruzioni. Questo aspetto, non può essere trascurato quando si ipotizzano rampe costruite separatamente. Invece, una rampa integrata che sia stata successivamente riempita con ulteriori blocchi del nucleo e dell’involucro durante il completamento del monumento, presentava il vantaggio che le grandi quantità di detriti non fossero d’intralcio al cantiere, né dovessero essere smaltite altrove dopo il completamento della piramide. Inoltre, una rampa integrata consentiva una chiara visione degli angoli per effettuare misurazioni precise durante l’avanzamento dei lavori e permetteva di utilizzare due rampe opposte per il trasporto verso l’alto e verso il basso della piramide, accelerando così notevolmente l’intero processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampa a spirale integrata per la costruzione di grandi piramidi in aree limitate come l’altopiano di Giza; una soluzione del genere avrebbe così evitato le enormi quantità di materiale comunemente richieste per una rampa di costruzione esterna separata.

Le pareti esterne del nucleo sono costruite con blocchi posati in strati orizzontali. L’altezza dei blocchi varia in media tra 0,80 e 1,20 m. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Dimensioni dei blocchi della piramide di Khufu. Differiscono leggermente in larghezza, ma si equivalgono in altezza.

Tra il nucleo e l’involucro, un altro strato di pietre un po’ più piccole fu legato con malta, il che ha aumentato la coesione dei due materiali e delle due strutture murarie. Nella terminologia archeologica, questo strato intermedio è noto come “pietre di sostegno” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Blocchi di rivestimento della piramide di Khufu, lato occidentale.

L’involucro era costituito da grandi blocchi di calcare bianco e fine, ma ben pochi sono ancora al loro posto, per lo più alla base. Come nel caso della più antica Piramide Rossa di Snefru a Dahshur, le pareti leggermente concave avevano lo scopo di aumentare la stabilità del rivestimento della piramide.

Sotto il villaggio di Nazlet es-Saman sono stati individuati un possibile tempio a valle e un porto adiacente. In quest’area sono stati riportati alla luce pezzi di pavimentazione in basalto e pareti in calcare, probabilmente appartenenti a queste strutture. Una strada rialzata da Nazlet es-Saman conduce al tempio funerario che si trovava sul lato orientale della piramide. Una piramide di culto e tre piccole piramidi satellite per le regine sorgono sul lato sud-orientale. Tutto ciò che rimane del tempio funerario è una pavimentazione in basalto nero, le cavità per i pilastri di granito del colonnato circostante e alcuni tagli di roccia calcarea per le pareti esterne.

I dati analitici non consentono di differenziare i vari affioramenti di basalto nel nord dell’Egitto, ma sulla base dei ritrovamenti archeologici è molto probabile che le lastre basaltiche del tempio di Khufu provengano da Widan el-Faras, a nord del lago Fayum. Fu la prima volta che nell’architettura egizia il basalto venne utilizzato su così larga scala per la pavimentazione. Da quel momento in poi, questa innovazione fu adottata dai faraoni successivi. Su diversi blocchi della pavimentazione sono visibili tracce di taglio lasciate con tutta probabilità da una sega a strascico. Le pareti del tempio erano di calcare fine e dovevano essere scolpite in rilievo, ma ne sono stati ritrovati solo pochi frammenti decorati. Alcuni blocchi furono poi riutilizzati come materiale da costruzione nel complesso piramidale di Amenemhet I a Lisht.

Il tempio mortuario aveva una pianta rettangolare larga circa 52,5 metri ed era quindi molto più grande rispetto ai piccoli templi adiacenti alle piramidi precedenti.

L’ingresso originale con il corridoio discendente è alto circa 17 m. e inizia al livello del 13° strato sul lato nord della piramide. Nella camera funeraria è ancora “in situ” un sarcofago in granito rosso, orientato in direzione nord-sud. È lungo 2,24 metri e largo 0,96 metri. Il coperchio è mancante. Questo grande sarcofago fu posto in loco durante la costruzione della camera di granito. Anche le camere di scarico sopra la camera sepolcrale furono realizzate con grandi blocchi di granito.

Recentemente, Salah el-Naggar ha presentato una campionatura di tutti i componenti in granito delle piramidi di Gizeh e li ha individuati come provenienti, nella loro totalità, dai grandi giacimenti di granito e granodiorite a sud di Aswan.

Maragioglio e Rinaldi misurarono la piramide di Khufu e la maggior parte delle altre piramidi dell’Antico Regno e presentarono i loro risultati in piani dettagliati.

Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo

I diagrammi di correlazione (Immagini da n. 5 a n. 8), che mostrano i campi di distribuzione geochimica dei campioni prelevati dalla piramide di Khufu e dalle aree di cava circostanti, attestano che il materiale principale del nucleo deriva principalmente dalle aree di cava a sud e a sud-est della piramide.

Ciò è sorprendente, poiché in quest’area sono esposte soprattutto tombe rupestri fondate durante il regno di Khafre. Tuttavia, va ricordato che Khufu concesse ai suoi familiari e agli alti funzionari il privilegio di costruire tombe a mastaba a ovest e a est della sua piramide. Pertanto, lo scavo di tombe rupestri nelle pareti della cava della sua piramide principale non era necessario. Successivamente, sotto Khafre, l’organizzazione della necropoli, per quanto riguarda l’alta nobiltà, cambiò; quasi certamente in virtù delle pareti di cava meglio esposte che erano state create nel frattempo e anche per la vicinanza alla sua piramide. Inoltre, i valori Mg/Fe dei campioni provenienti dalla muratura del nucleo basale (Immagine n. 5) si raggruppano in un campo simile a quello delle rocce del basamento (Immagine n. 6).

Ciò potrebbe indicare che una buona parte del materiale ottenuto durante il livellamento del basamento (cfr. Immagini n. 7 e 7a del paragrafo precedente “Le cave di Giza”) fu utilizzata direttamente per la costruzione della piramide. Poiché per ottenere una media statistica è stata prelevata una quantità piuttosto elevata di campioni dai livelli inferiori della piramide, questa corrispondenza non sorprende. I diagrammi geochimici del materiale del nucleo (Immagini nn. 5 e 7) e dei campioni di cava (Immagini nn. 6 e 8) indicano inoltre che l’area di Hitan el-Gurob è servita in qualche misura come fonte per il materiale della muratura del nucleo. Questa fonte non era stata considerata finora, ma sia le indagini geochimiche che quelle petrografiche giungono inequivocabilmente allo stesso risultato. Una discreta quantità sembra provenire anche da un’area di cava che forma la scarpata a nord dell’attuale “Route Touristique” e dalle cave della scarpata a sud della via sopraelevata di Khufu.

Immagine n. 5: Diagramma Mg/Fe (Magnesio/Ferro) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Un campo di distribuzione relativamente ampio indica diverse fonti del materiale dei blocchi.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe dei siti di cava di Gizeh che si presume siano le fonti della muratura del nucleo di Khufu. La maggior parte del materiale in blocchi proviene dalle cave a sud della piramide e dal basamento dell’altopiano della piramide
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr (Magnesio/Stronzio) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Anche in questo caso, i dati del nucleo si raggruppano in un campo limitato, corrispondente alle cave meridionali, ma anche altri siti come Hitan el-Guroh e lo stesso basamento della piramide sono ovviamente candidati come fonti.
Immagine n. 8: Diagramma Mg/Sr dei siti di cava di Gizeh, ipotizzati come fonti della muratura del nucleo di Khufu. In prevalenza, i grandi siti di cava a sud della piramide di Khufu e il basamento della piramide risultano essere le fonti principali per la muratura del nucleo.

Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto

Per quanto riguarda la muratura di rivestimento della piramide di Khufu, si pone un problema fondamentale: esiste solo un piccolo numero di blocchi di rivestimento alla base e alcuni blocchi sparsi sull’altopiano. Tuttavia, è possibile che questi blocchi non appartenessero originariamente alla struttura, ma al materiale di altri complessi piramidali. Di conseguenza, non sono stati campionati sistematicamente.

Il materiale di rivestimento è costituito da un calcare di colore da grigio biancastro a giallo biancastro, a grana molto fine e dall’aspetto denso, che può essere facilmente distinto (anche da un osservatore poco preparato dal punto di vista petrografico) dalla muratura eterogenea del nucleo con la sua struttura molto più grossolana. Il materiale della cosiddetta muratura di supporto, (normalmente costituito da due blocchi dietro l’involucro), è simile sia nell’aspetto, sia macroscopicamente a quanto resta dei blocchi dell’involucro. Tuttavia, il numero di strati di blocchi di supporto è irregolare e può costituire fino a quattro corsi tra l’involucro e la muratura principale. Gli ultimi 10 strati di pietra della struttura rimanente sembrano essere costituiti esclusivamente da muratura di supporto e la muratura del nucleo non è esposta. Pertanto, dei 75 campioni di muratura di rivestimento e di supporto, solo circa 10 provengono dal rivestimento stesso. I diagrammi di correlazione geochimica (Immagini n. 9 e 10) mostrano i dati dei campioni dell’involucro e del materiale di supporto della piramide di Khufu confrontati con i campioni di cava di Tura, Maasara e Mokattam.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

A prima vista, l’involucro e le pietre di supporto di Khufu possono essere attribuiti geochimicamente ai calcari di Tura e Maasara. È possibile anche un’attribuzione degli strati superiori al distretto estrattivo di Mokattam. Lo studio petrografico, però, mostra che Maasara è una fonte meno probabile. I diagrammi manifestano che tutti i campioni di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu corrispondono bene a queste tre aree di provenienza. In particolare, analizzando i dati relativi allo Sr, alcuni campioni derivano da Mokattam, ma la maggior parte corrisponde per lo più al giacimento di Tura. Infine, una seconda analisi dei protocolli dei campioni ha dimostrato, in accordo con la raccolta dei campioni, che non c’è alcuna differenza significativa tra la provenienza del materiale dell’involucro e quello di supporto della piramide di Khufu.

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 82÷89

Parte quarta: La piramide di Khaefra (Chefren, 2572-2546 a.C.)

La piramide (Immagine n. 1) è costruita su un basamento più alto rispetto a quella di Khufu e quindi, a seconda della posizione di osservazione, sembra più grande. L’ambiente geologico è quasi identico, per cui non necessita di ulteriori approfondimenti, tanto più che le lievi variazioni geologiche nella stratigrafia non sono particolarmente significative.

Immagine n. 1: La piramide di Khafre con la sua calotta di rivestimento rimanente, vista dalla cima della Piramide di Khufu.

Questo vale soprattutto per il materiale del nucleo, che proviene dallo stesso livello geologico della maggior parte delle pietre da costruzione della piramide di Khufu. Tuttavia, alla base della piramide di Khaefra è presente una certa diversificazione di materiale, perché fu ricavato da un pendio affiorante del “bedrock” che rappresenta il punto più alto del vicino paesaggio collinare. Analogamente alla Grande Piramide, anche questa fu realizzata sfruttando la roccia presente, il che permise sia di aumentare la stabilità del suo nucleo, sia di diminuire la quantità di materiale da costruzione. Fu necessario tagliare la superficie rocciosa a nord-ovest per circa 10 metri, mentre l’angolo sud-est fu realizzato con enormi blocchi di muratura. Durante il Nuovo Regno (oltre 1.300 anni più tardi), l’angolo nord-occidentale del recinto originario fu ampliato da una cava, scavata nella roccia originale, probabilmente a scopo di restauro. Le tracce dell’antica cava sono ancora chiaramente visibili (Immagine n. 2) e le pareti rocciose di quell’angolo appaiono significativamente meno deteriorate rispetto al muro originale del lato occidentale. Un’iscrizione rupestre di Maja sulla parete settentrionale fa risalire questa cava al regno di Ramses II (1279 – 1213 a.C. circa).

Immagine n. 2: Ampliamento, operato nel Nuovo Regno, del recinto settentrionale di Khafre, molto probabilmente per ricavarne materiale lapideo per restauro. Veduta dalla cima della piramide.

I livelli inferiori dell’involucro della piramide erano rivestiti di granito rosa, mentre gli strati superiori, che diventano più piccoli verso la cima, sono di calcare fine. In cima alla piramide è rimasta una piccola porzione dell’involucro originale, che ci permette di comprendere come i blocchi finali furono posati e fissati al nucleo del monumento (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Piramide di Khafre. Il rivestimento originario rimanente nella parte superiore del monumento.

Esso è circondato da un muro perimetrale in pietra che racchiude un cortile aperto, pavimentato con lastre di calcare di forma irregolare. Sul lato meridionale, lungo l’asse centrale della struttura, è presente una piccola piramide di culto. Il più antico dei due ingressi alle camere sotterranee si trova a circa 30 m a nord della piramide ed è completamente scavato nella roccia del sottosuolo. Il secondo ingresso si trova sul lato nord del monumento, a circa 12 m di altezza; incontra un corridoio rivestito di granito rosso che dapprima scende all’interno della piramide e poi corre orizzontalmente alla base della struttura.

La camera funeraria, orientata in senso est-ovest, fu scavata completamente nel sottosuolo. Vicino alla parete ovest si trova un sarcofago in granodiorite nera, in origine corredato da un coperchio scorrevole, ritrovato nelle vicinanze in due pezzi.

È probabile che un muro di cinta si estendesse intorno all’intero complesso piramidale di Khafre, includendo anche la Grande Sfinge.

Il Tempio a Valle, che è uno dei meglio conservati dell’Antico Regno, era fronteggiato a est da un’ampia terrazza pavimentata con lastre di calcare. Presenta una pianta quasi quadrata ed è situato accanto alla Grande Sfinge e al tempio ad essa collegato. Il suo nucleo murario fu costruito con enormi blocchi di calcare, estratti dalle vicine cave situate intorno alla Sfinge; fu poi ricoperto da lastre di granito di vario tipo, che gli hanno valso il nome di “Tempio di Granito” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Particolare del Tempio a Valle di Khafre, interamente rivestito con diverse varietà di granito proveniente da Aswan.

Tutte le varietà di granito utilizzate nel Tempio della Valle provengono dalla zona di Assuan. Tra i due ingressi del tempio si trovava un vestibolo con pareti di granito rosso e rosso grigiastro, originariamente lucidate. Il pavimento era lastricato con alabastro calcareo bianco. Una porta conduceva poi ad una sala, rivestita di granito rosso levigato e pavimentata anch’essa con alabastro bianco. Era ornata da sedici pilastri di granito rosso, molti dei quali sono ancora al loro posto. I pilastri sostenevano blocchi di architrave dello stesso materiale. Anche questo materiale granitico proviene da Aswan. Un tempo qui si trovavano le statue del re realizzate in anortosite, scisto e alabastro calcareo. La celeberrima statua di “Khafre con il falco”, oggi esposta al Museo del Cairo (Immagine n. 4a), fu realizzata in gneiss anortosite, che è stato poi denominato “gneiss di Khafre” per l’aspetto così caratteristico.

Immagine n. 4a: Particolare della splendida statua di Chefren in diorite (gneiss anortosite) conservata al Museo del Cairo, con il dio Horus che protegge il sovrano.(©ph. Araldo De Luca/Archivio White Star, da “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass)

Questo tipo di pietra proviene dalla remota area di Gebel el-Asr, circa 30 km a ovest di Toshka e circa 250 km a sud di Assuan. Il tempio funerario, a differenza dei complessi piramidali successivi, non confinava direttamente con la piramide, ma ne era separato per mezzo di un cortile. Le sue pareti sono in calcare locale rivestito di pietra calcarea fine, mentre all’interno era quasi completamente rivestito di granito. (Immagine n. 5).

Immagine n. 5: Tempio funerario di Khafre costruito principalmente in calcare locale e mattoni di fango (parte retrostante dell’immagine). È rivestito di calcare fine di Tura (primo piano) e, nelle parti interne, con granito di Aswan.

A differenza della piramide di Khufu, che molto probabilmente era interamente rivestita di blocchi di calcare, gli strati di base della piramide di Khafre furono rivestiti con blocchi di vari tipi di granito provenienti dalla grande cava a sud di Aswan. Una localizzazione più precisa della provenienza dei restanti blocchi di granito da rivestimento è possibile grazie alla mappa di Aswan realizzata dagli autori di questo studio, che si basa sulla differenziazione della struttura e del colore. Secondo questa mappa, blocchi di dimensioni simili alle pietre da rivestimento utilizzati da Khafre furono estratti, almeno fino al Nuovo Regno, esclusivamente dai grandi affioramenti che ricoprivano l’intera esposizione granitica del luogo. Di conseguenza, tutti i diversi tipi di granito di quell’area furono incorporati nei vari edifici del complesso di Khafre.

Ciò può essere meglio osservato nel Tempio della Valle di Khafre, dove le strutture interne offrono uno spettro quasi completo dei tipi di granito provenienti da quella località.

Il lavoro di estrazione in cava fu eseguito in modo piuttosto primitivo fino al Nuovo Regno: dopo aver scelto un masso adeguatamente isolato, era necessario rimuovere solo lo strato esterno, ormai reso più plasmabile dalle intemperie. Ciò veniva fatto con martelli di dolerite grandi 10-15 cm. Con lo stesso metodo, i blocchi delle dimensioni richieste venivano poi tagliati grossolanamente e trasportati in barca al cantiere, dove venivano infine rifiniti.

Un esempio di questo metodo è visibile alla base della piramide di Menkaure. Va sottolineato, comunque, che solo i tipi di granito porfirico a grana grossa furono selezionati per gli edifici di Khafre. Altri tipi di pietra granitoide, pure presenti nella regione di Assuan, come la granodiorite o il granito di Koror a grana media o fine, furono evitati.

Le indagini geochimiche e petrografiche non portano a differenziare le aree di cava di Khufu da quelle di Khafre, che si trovano entrambe più o meno nello stesso orizzonte geologico di calcari dolomitici e marnosi della “Formazione dell’Osservatorio”. Inoltre, i dati geochimici indicano che almeno una parte delle pietre da costruzione proveniva dal gruppo collinare di Hitan el-Gurob, a sud-est della piramide e a sud dell’attuale cimitero islamico.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo”

I campioni di muratura della piramide di Khafre sono ben compatibili con i campioni delle varie cave dell’area di Gizeh (Immagini nn. 6-7-8).

Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe del nucleo della piramide di Khafre e le cave ipotizzate. La maggior parte dei campioni proviene dai principali siti di cava a est della piramide, dal basamento stesso della piramide e, in parte, da Hitan el-Gurob.
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. Anche in questo caso, la maggior parte dei campioni si colloca nei principali siti di cava, come quelli di Khufu e Khentkaus, nel basamento della piramide e, in qualche misura, Hitan el-Gurob.
Immagine n. 8: Diagramma Fe/Mn del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. È evidente la buona corrispondenza della maggior parte dei campioni della piramide con i principali siti di cava dell’altopiano di Giza.

Risulta inoltre evidente che la maggior parte del nucleo di muratura utilizzato per la piramide di Khafre è quasi identico a quello della piramide di Khufu, per cui è palese che debba provenire dalle stesse fonti. Questo vale soprattutto per la grande area delle cave comprese nella zona che va dalla strada asfaltata tra la Sfinge e la piramide di Khufu (Route Touristique) a nord, fino alla via ascensionale di Menkaure (Micerino) a sud. Ma sembra che durante la costruzione della piramide di Khafre la maggior parte del materiale lapideo sia stato reperito nelle zone più orientali dell’area principale della cava, oggi nota come “Campo Centrale” che, dopo il regno di Khafre, nella V e VI dinastia, fu utilizzata come necropoli.

“Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto”

Almeno il 90% della piramide di Khafre era ricoperto da calcare di qualità fine. Del rivestimento originale ne rimane solo una parte nelle zone più alte dell’edificio, mentre frammenti giacciono anche nell’area circostante. In particolare, i resti dei blocchi di supporto consentono di campionare sufficientemente la qualità di calcare bianco-grigio, fine e uniforme, utilizzata sia per l’involucro che per il supporto. I diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9-10) mostrano un campo di distribuzione circoscritto per i campioni analizzati.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe dell’involucro della piramide di Khafre e delle cave di Tura e Maasara. È emerso che le cave di Tura sono le fonti più utilizzate.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr dell’involucro della piramide di Khafre e le cave di Tura e Maasara. Anche in questo caso, la stretta affinità con i siti di Tura è evidente.

Confrontandolo con il campo dei campioni di Tura-Maasara, l’attribuzione ad una parte ben definita di quest’area di cava è indiscutibile, mentre quella all’area di Mokattam può essere esclusa anche a causa delle “micro facies” della struttura rocciosa.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 90÷96

Parte quinta: la piramide di Menkaure (Micerino 2539-2511 a.C.)

Anche nel caso della minore delle tre piramidi di Giza (Immagine n. 1), il nucleo è costituito da blocchi di calcare locale.

Immagine n. 1: La piramide di Menkaure con piramidi sussidiarie, vista da sud-est.

La parte inferiore, per un’ altezza di circa quindici metri, fu rivestita con blocchi di granito provenienti da Assuan, mentre superiormente fu utilizzato calcare fine. La rifinitura finale della parte in granito fu completata solo alla fine del processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Particolare della piramide di Menkaure. I blocchi di rivestimento in granito della parte inferiore del versante settentrionale con i diversi stati di levigatura

Un ingresso sul lato nord forniva l’accesso originario alle camere interne, a circa 4 metri dal livello del suolo ed un passaggio inclinato, lungo oltre 30 metri, conduce alle camere sotterranee. Una di queste, la camera funeraria vera e propria, è interamente in granito e ospitava un sarcofago grigio scuro, ritrovato vuoto. Trasportato in Europa, dopo la sua scoperta, andò perduto per il naufragio della nave.

Per il Tempio in Valle si utilizzarono prevalentemente mattoni di fango, ma alcune parti del pavimento e delle basi delle colonne erano in pietra calcarea. Nelle camere interne si rinvennero le celebri triadi in grovacca e siltite e frammenti di altre statue di Menkaure (Immagini da n. 2a a n. 2e).

Immagine n. 2a: Il corridoio dove Reisner ha rinvenuto le triadi intatte. Sono ben visibili le triadi 2 e 3. Le triadi 1 e 4 sono sullo sfondo, di spalle. (© Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia ).

Immagine n. 2b La prima triade regale raffigurante il “nomos” di Ermopoli, Hathor e Micerino. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n. 2c: La seconda triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” tebano. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2d: La terza triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di cinopoli. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2e: La quarta triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di Diospolis Parva. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

La strada rialzata conduce al tempio funerario sul lato orientale con accesso diretto alla corte centrale. L’intero edificio dà l’impressione di essere stato terminato, in maniera piuttosto sbrigativa, molto probabilmente dal successore di Menkaure, Shepseskaf, che fece largo uso di mattoni di fango invece che di muratura in pietra. Alcune parti erano rivestite di granito e granodiorite, mentre il calcare fu usato come rivestimento solo in pochi casi.

A sud del monumento di Menkaure si trovano tre piccole piramidi. Quella orientale era probabilmente la vera piramide sussidiaria. Parzialmente rivestita di granito rosso, affondato nel pavimento della camera funeraria, conservava un sarcofago dello stesso materiale. Reisner scavò l’intero complesso tra il 1906 e il 1924.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale da costruzione”

I diagrammi di correlazione geochimica del materiale del nucleo della piramide di Menkaure provano inequivocabilmente che le pietre provengono dall’area di estrazione, situata a sud-est del monumento.

Ciò è confermato dalla buona correlazione geochimica tra i campioni di cava e i campioni di carotaggi dei blocchi (Immagini da n. 3 a n. 6). Questo risultato è ben coincidente con le osservazioni petrografiche e conferma una precedente attribuzione ipotizzata studiando elementi ricavati da un database più piccolo.

Immagine n.3: Diagramma Mg/Fe del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 4: Diagramma Mg/Fe del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava presentano campi di distribuzione quasi identici.
Immagine n. 5: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Sr del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava sono distribuiti in modo quasi identico.

L’area a sud-est della piramide appartiene stratigraficamente alla stessa unità della grande cava utilizzata da Khufu e Khafre, ma si trova a un livello superiore; pertanto, era del tutto logico aspettarsi solo lievi variazioni petrografiche e geochimiche rispetto a quella. Confrontando i dati geochimici della cava di Menkaure con quelli delle parti più occidentali della cava centrale, infatti, non si nota una differenza significativa: macroscopicamente, il calcare è strettamente correlato al materiale del nucleo della piramide, ed è difficile differenziarlo da quello proveniente dall’area estrattiva utilizzata da Khufu

Al microscopio, studiando le sezioni sottili sia della cava di Menkaure che della muratura del nucleo, si può osservare una porosità un po’ più elevata, dovuta ai numerosi interspazi fossili (Immagine n. 7) ed una struttura più densa di nummuliti, discocicline e altri resti fossili (Immagine n. 8 ).

Immagine n. 7: Microfoto (QS 1361) di una sezione sottile media di calcare della cava di calcare della cava di Menkaure con “Nummulites gisehensis” (1 filtro pol.)
Immagine n. 8: Microfoto (QS 1356) di un campione medio di calcare di cava Menkaure con “Nummulites gisehensis” e “discocyclinae” (filtro 1 pol.).

In generale, una differenziazione dagli altri siti di cava dell’altopiano di Gizeh non sembra realistica. Anche il materiale di rivestimento della piramide di Menkaure è di composizione bimodale: resti di blocchi di granito “in situ” indicano che almeno i 16 strati inferiori del monumento erano ricoperti di granito di Assuan. Sulla parete settentrionale, il rivestimento in granito è ancora intatto fino al 7° strato. Come nel complesso di Khafre, nell’involucro sono stati incorporati blocchi di granito di varie qualità provenienti da Aswan, ma nel caso della piramide di Menkaure sembra che si volesse una maggiore omogeneità di colore e che si preferissero le qualità di roccia rosso-rosata. Inoltre, come materiale di rivestimento fu utilizzato anche il calcare fine, che però rimane solo come pietra di supporto. L’uso di questa pietra è testimoniato in situ presso la piramide, ma anche da singoli blocchi che si trovano intorno all’edificio. L’altezza originale dell’involucro di calcare, però, non può più essere determinata. Nell’ambito del presente programma di campionamento, l’attenzione è stata posta sui blocchi di supporto rimasti nella loro posizione originale piuttosto che su singoli blocchi separati, che sono stati analizzati solo per verifica.

Ancora una volta, i dati geochimici tracciati nei diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9 e 10) mostrano una stretta concordanza.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe del materiale di rivestimento della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura e Maasara. L’affinità più stretta con i campioni di Tura è palese.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura. Anche questi unici e pochi campioni sono strettamente collegati al campo estrattivo di Tura.

Il confronto dei valori del calcare di rivestimento e di supporto con i dati del calcare di Tura permette di concludere che Menkaure ha estratto queste pietre da un’area molto limitata della regione, quasi sicuramente da una cava a galleria ben precisa. Nell’immagine n. 112, i campioni della cava di Maasara sono scarsamente correlati con le pietre di rivestimento e di supporto di Menkaure, al punto che quest’area può essere esclusa come possibile fonte di materiale. Inoltre, confrontando i dati con il campo corrispondente di Khafre, appare evidente che il materiale da costruzione di qualità pregiata estratto a Tura proveniva da miniere diverse, una procedura che si ripete per le piramidi successive dell’Antico Regno.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 96÷101

Appendice: osservazioni sull’ipotesi di piramidi costruite con blocchi di calcestruzzo

A questo punto sono necessarie alcune osservazioni in merito a pubblicazioni riguardanti il materiale da costruzione delle piramidi.

Joseph Davidovits e Margie Morris hanno presentato (1988) un libro vivacemente discusso: “The Pyramids: An Enigma Solved”, in cui si conclude che le pietre da costruzione delle piramidi sono state prodotte utilizzando un cemento artificiale. Secondo questa ipotesi, i blocchi sono costituiti da una miscela di cemento, geopolimero e aggregato calcareo naturale, versata in stampi. Dal punto di vista petrografico, sono giunti alle loro conclusioni basandosi su un campione di roccia “ il cosiddetto campione di Lauer”e su pochi altri provenienti dalle piramidi di Giza. Nonostante gli argomenti proposti per avvalorare la loro ipotesi, non sono riusciti a convincere gli egittologi e i geologi che studiano le pietre egizie. Soprattutto negli Stati Uniti, la loro tesi ha dato luogo a un veemente dibattito scientifico. La risposta critica è iniziata con articoli di geologi di fama internazionale specializzati nella sedimentologia dei calcari, che hanno avversato l’ipotesi geopolimerica. Essi forniscono argomenti sedimentologici e strutturali convincenti a favore del carattere e della provenienza naturale delle pietre da costruzione delle piramidi. Harrell e Penrod giunsero alla stessa conclusione, confrontando il “campione Lauer” con campioni provenienti da Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Morris rispose con veemenza, contestando i risultati di Harrell e ribadendo la teoria del “cast-in-place” e della chimica della geopolimerizzazione.

Dopo un’intensa, ma infruttuosa discussione durante il Congresso Internazionale di Egittologia del Cairo nel 1988, Dietrich Klemm ha invitato Joseph Davidovits nel laboratorio del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Monaco. Qui, un’adeguata collezione di sottili sezioni petrografiche è stata esaminata reciprocamente al microscopio polarizzatore e si è discussa l’identità dei campioni di pietra provenienti dalle piramidi e dalle cave corrispondenti.

Questa dimostrazione sembrava aver posto fine al dibattito. Tuttavia, Barsoum,Ganguly e Hug hanno successivamente pubblicato un lavoro “Microstructural evidence of reconstituted limestone blocks in the Great Pyramids of Egypt”, in cui hanno riaperto la discussione geopolimero-calcestruzzo, che è stata così riaccesa negli ultimi decenni. Essi hanno introdotto il termine “microcostituenti” (µc’s), un termine che indica componenti strutturali impossibili da rilevare con la microscopia petrografica e visibili solo applicando la microscopia elettronica a scansione e quella elettronica transluminescente. Inoltre, hanno presentato una serie di analisi chimiche con spettrometria a dispersione di energia (EDS). I risultati mostrano che i campioni di cava contengono minerali naturali, ad esempio calcite, dolomite e silice. Presentano inoltre formule molto poco convenzionali di composizioni Si-Mg-Ca-C-oxy-hydroxy e in altri casi Ca-K-Al-Si-C-oxy-hydroxy di campioni di pietre di rivestimento provenienti da diverse piramidi di Gizeh e le dichiarano pietre artificiali di tipo calcestruzzo gettato in opera. A differenza di Davidovits e Morris, però, essi considerano le pietre del nucleo di origine naturale senza fornire ulteriori argomenti.

Anche se i loro metodi analitici sono spiegati correttamente in un’appendice, i loro risultati sono difficili da seguire e sono completamente in contrasto con le osservazioni dei presenti autori. Molto probabilmente, queste composizioni insolite hanno una spiegazione semplice: la tensione di accelerazione utilizzata di 12 kV crea un volume di circa 1-2 µmc su una superficie ben levigata e ortogonale al fascio di elettroni. Tuttavia, all’interno di un volume granulare frammentato con granulometrie inferiori a 1 µm, il fascio di elettroni eccita anche i rivestimenti organici fini submicroscopici di materia bituminosa, sempre presenti nei vari calcari egiziani ricchi di resti organici fossili, come quelli di Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Le strutture analizzate da Barsoum,Ganguly e Hug sono di dimensioni submicroniche. Pertanto, il pericolo di una contaminazione delle misure è molto probabile e spiegherebbe i risultati anomali; e, in ogni caso, questi risultati non sono sufficienti a dimostrare la presenza di geopolimeri, come ipotizzato dagli autori. Nella presente indagine, circa 1500 campioni provenienti da piramidi e siti di cava sono stati studiati utilizzando vari metodi petrografici e geochimici e, ad accezione di sparuti casi, i campioni delle pietre della piramide e dei rispettivi siti di cava corrispondevano molto bene sia per il nucleo che per l’involucro. Alcuni campioni sono stati analizzati con la microscopia elettronica a scansione e l’EDS e le composizioni paragonabili ai risultati di Barsoum,Ganguly e Hug sono state trovate solo nel caso di minerali noti come calcite, dolomite, quarzo, feldspato, minerali argillosi, materia bituminosa ecc. Inoltre, il volume dei siti di cava individuati corrisponde bene al volume delle piramidi costruite con questo materiale. Inoltre, (e soprattutto), le rocce naturali, frantumate fino a diventare aggregati e poi mescolate con un legante per formare una sorta di calcestruzzo, perdono il loro orientamento interno originale. Nulla di tutto ciò è stato osservato dagli autori, solo un letto roccioso ben conservato e strutture diagenetiche secondarie inalterate con (se presenti), fossili ben assortiti o loro resti, in molti casi calcificati, ma totalmente privi di qualsiasi legante artificiale. Molto probabilmente la discussione sul fatto che le piramidi siano state costruite con i geopolimeri continuerà, tuttavia, va sottolineato chiaramente che tali teorie sono prive di senso.

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 81-82

E' un male contro cui lotterò

IL PAPIRO EDWIN SMITH

Di Andrea Petta e Franca Napoli

LA NASCITA DELLA CHIRURGIA

Abbiamo già raccontato la sua vita “moderna”; il papiro in sé risale circa al 1600 BCE ma alcuni parti, scritte in un linguaggio arcaico, fanno pensare che sia stato copiato da un testo dell’Antico Regno e di quasi mille anni più vecchio (ma non si può escludere che sia un “artefatto” dello scriba per renderlo più prestigioso).

Lungo quasi cinque metri, è scritto su entrambi i lati – 17 pagine sul recto e 5 sul verso, per un totale di 22 pagine e 469 righe; la prima pagina è quasi del tutto andata persa. Per la maggior parte è scritto dallo stesso scriba, con alcune correzioni. C’è persino una sorta di glossario per “tradurre” alcuni termini arcaici, un prezioso aiuto per i moderni studiosi.

Una pagina del papiro Edwin Smith (foto Ruggero Bettinardi)

Scritto anch’esso in ieratico, il Papiro Smith è un testo di chirurgia: propone 48 casi chirurgici, la maggior parte di origine traumatica, ed è unico in questo senso: ad oggi non è stato ritrovato nulla di simile o che faccia riferimento a questo testo. Non si conosce l’origine di questi casi, se di natura civile (quelli che oggi chiamiamo “infortuni sul lavoro”) oppure militare (ferite da battaglia).

È l’unico papiro completamente privo di riferimenti a magia o religione; già dall’epoca evidentemente i chirurghi erano concentrati solamente sulla parte “pratica”. Per dirla con le parole di uno studioso “Le fratture non si saldano con gli incantesimi”. Questo non esclude però che fosse riconosciuta, anche nei casi di fratture o traumi, la presenza di demoni o spiriti maligni che impedissero un esito favorevole della terapia.

James Henry Breasted nel suo studio. La sua traduzione, impeccabile da un punto di vista formale – con le copie del testo originale, la traduzione in geroglifico ed infine in inglese – rimane ad oggi la più consultata nonostante alcuni “svarioni” introdotti dal Dr. Luckhardt che si fece fuorviare dalle moderne conoscenze mediche

In termini tecnici è quindi uno “shesau” (libro di istruzioni), mentre il Papiro Ebers è un “pekhret” (elenco di rimedi). È una guida alla diagnosi, mentre il Papiro Ebers dà per scontato che la diagnosi sia già stata fatta.

La prima edizione della traduzione di Breasted

Su questo papiro troviamo la frase che dà origine a questa rubrica: ogni diagnosi è preceduta infatti da una formula che deve essere pronunciata dal medico prima di intervenire e che descrive la prognosi:

  • “È un male che curerò” indica una prognosi favorevole
  • “È un male contro cui lotterò” indica una prognosi riservata, incerta
  • “È un male che non posso curare” è chiaramente una prognosi infausta per il paziente

Ben 14 dei casi illustrati sono “mali che non posso curare”; ad esempio, una frattura esposta della testa accompagnata da sanguinamento dal naso, dalle orecchie e dalla bocca ha una prognosi infausta, ma è notevole che lo fosse solo in caso di suppurazione della ferita. In caso di ferita pulita, rientrava nei “mali contro cui lotterò”

Originale in ieratico e traduzione in geroglifico di Breasted

Il Papiro Smith è famoso anche per contenere la prima descrizione nota di un cervello umano.

Quando esamini un uomo con una ferita sulla testa, che arriva fino all’osso e il suo cranio è rotto, il suo cervello è esposto; vedrai degli avvolgimenti che sembrano immersi in metallo fuso. Sentirai qualcosa che trema (e) palpita sotto le tue dita come il punto debole nella testa di un bambino che non si è ancora indurita”.

“vedrai degli avvolgimenti che sembrano immersi in metallo fuso…”

Per la prima volta si usa un termine specifico, ”ajs”, per indicare il cervello

Nonostante questo, la funzione che oggi riconosciamo al cervello era attribuita al cuore, che governava nella mentalità egizia non solo la circolazione, ma anche il pensiero e le emozioni.

Abbiamo anche la prima descrizione della circolazione del sangue:

Puoi usare le tue dita per riconoscere dove si dirige il cuore. Ci sono vasi in esso che arrivano ad ogni parte del corpo. Quando un sacerdote di Sekhmet o un medico o un guaritore mette le dita sulla testa del malato, sulle mani o sul cuore, egli parla in ogni vaso, in ogni parte del suo corpo”. Da notare anche la distinzione tra le diverse “classi” di guaritori.

La conta delle pulsazioni avveniva tramite un orologio ad acqua oppure per confronto con quelle del medico stesso.

Oggi usiamo l’orologio da polso, ma la rilevazione del battito non è cambiata negli ultimi 3,000 anni

Se è vera l’origine dell’Antico Regno di questo testo, tutto questo 4000 anni prima che William Harvey descrivesse il sistema cardiocircolatorio nel XVI secolo.

Da notare anche che, secondo alcuni studiosi, uno degli interventi descritti potrebbe essere alla base del mito più famoso dell’Antico Egitto: la resurrezione di Osiride. Lo vedremo nel dettaglio perché merita.

Sul verso, non correlato al recto, sono descritti otto incantesimi e cinque prescrizioni apparentemente non legate tra di loro – forse una serie di appunti aggiunti successivamente.

Una delle prescrizioni sul verso riguarda “trasformare un uomo anziano in uno giovane”, ma pare che non funzioni benissimo…

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

ALLA RICERCA DELLA VERA PIRAMIDE

Di Grazia Musso

Veduta della piramide settentrionale di Snefru a Dahshur.
Come si può vedere la sua pendenza è minore di quella delle altre piramidi precedenti e successive.
Il monumento è detto oggi ” Piramide Rossa”, per il colore rossiccio del care locale in cui è costruita.
Il rivestimento in gran parte perduto era in calcare bianco di Tura.

Snefru, fondatore della IV Dinastia, sin dal Medio Regno diviene il modello del sovrano perfetto, cui si ispirarono dei re della XI Dinastia.

Il sovrano fu divinizzato e venerato sino all’epoca Tolemaica.

Si sa con certezza che gli appartengono due delle piramidi di Dahshur le così dette ” Piramide Rossa” ( il cui nome egizio era “Snefru appare in gloria”) e la piramide a “doppia pendenza” ( nota agli Egizi come “Snefru appare in gloria del Sud”); essa fu la prima a essere costruita, e mentre era in costruzione fu iniziata la piramide settentrionale, probabilmente verso il tredicesimo anno.

La piramide meridionale di Snefru oggi è detta “Piramide romboidale” perché l’inclinazione delle facce cambia, diminuendo, circa a metà della loro altezza, generando uno spigolo. Il lato è di 183,5 metri e l’altezza di 105.
Dei cedimenti fecero cambiare il progetto, diminuendo l’inclinazione originaria.

Entrambe sono rivestite di calcare fine di Tura, sono le prime vere piramidi dell’antico Egitto, dopo l’abbandono della forma a gradini.

Una terza piramide si trova a Meidum, che fu, probabilmente, iniziata da Huni come piramide a gradini e fu poi completata e trasformata in vera piramide, forse nel diciassettesimo anno di Snefru, se va così interpretato un graffito rinvenutovi, secondo altri la piramide si deve interamente a Snefru.

Piramide di Meidum.
La piramide ha la forma di una grandiosa e rozza torre dalle pareti inclinate, che si alza da una collina di detriti.
Questa piramide rappresenta un esempio del passaggio dalla piramide a gradini alla piramide perfetta
Le stele mute. Stele a epigrafe del tempio funerario della piramide di Meidum

Il crollo parziale del rivestimento l’ha nuovamente trasformata in un monumento in cui appaiono alcuni gradini.

Il periodo di Snefru é fondamentale nello sviluppo dell’architettura delle piramidi e dei relativi complessi funerari.

Con le piramidi di Dahshur appaiono tutti i sei elementi del complesso funerario reale, ossia la piramide principale satellite, il tempio funerario, il grande muro di cinta, la rampa monumentale, il tempio in valle.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Foto: Andrea Vitussi, Antico Egitto di Maurizio Damiano

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LA PIRAMIDE ROMBOIDALE

Di Grazia Musso

La Piramide Romboidale (o piramide sud di Snefru).

Nome antico : “Snefru è splendente al sud’

Altezza originale 105 metri

Altezza progettata 128,5 metri

Lunghezza lato 188,60 metri

Inclinazione : 54°27’44” – 43°22′

Questa piramide dalla forma particolare che sembra precedere cronologicamente la piramide nord, fu la prima costruzione ad essere progettata non più come una struttura a gradoni, ma come una piramide vera.

Il progetto era grandioso e se fosse stato portato a termine secondo quanto era. stato previsto originariamente dagli architetti, sarebbe stata la più grande piramide di tutte le altre.

Ma durante la costruzione, quando ormai la struttura era quasi a due terzi della sua altezza prevista, gli architetti decisero improvvisamente di ridurre oltre 10° la pendenza degli angoli portandola da 54°27’44” a 43°22′ con una conseguente riduzione di 23,5 metri dell’altezza finale, il che la colloca comunque al quarto posto per dimensioni tra tutte le piramidi d’Egitto.

L’Egittologo tedesco Ludwig Borchardt ipotizzò che questo cambiamento fosse stato determinato dalla necessità di completare più rapidamente la costruzione a causa della morte improvvisa del re, ma è assai più probabile ritenere che gli architetti avessero notato dei cedimenti nelle volte delle camere interne, per cui decisero di alleggerire il carico statico modificando l’inclinazione delle facce, soluzione che fece assumere una curiosa forma romboidale a questa piramide che ha, inoltre, la particolarità di essere provvista di due ingressi, uno sul lato nord e l’altro sul lato ovest.

Si può supporre che anche questo fatto sia in relazione con la comparsa di cedimenti strutturali e che uno dei due corridoi discendenti sia stato bloccato poiché ritenuto poco sicuro.

L’accesso agli appartamenti funerario si effettua utilizzando l’ingresso posto a 11,50 metri di altezza sulla parete nord: da qui il corridoio discendente porta ad una prima sala, il cui soffitto a volta aggettante si trova a 17 metri di altezza.

Dalla prima sala bisogna risalire alcuni metri per raggiungere altre due sale a volta aggettante situate su diversi livelli.

La piramide era dotata di una piramide satellite posta sul lato sud mentre sul lato est si trovava il tempio funerario, di piccole dimensioni costruito in mattoni crudi con due grandi stele che inquadravano una tavola per le offerte.

Dall’angolo nord-est partiva la rampa processionale lunga circa 700 metri che si dirigeva a nord-est fino al l’imponente tempio in valle di forma rettangolare che misura a 47 x 26 metri costruito in calcare di Tura e circondato da una cinta di mattoni crudi

L’edificio, che venne scavato all’inizio degli anni Cinquanta dall’archeologo egiziano Ahmed Fakhry, comprendeva un vestibolo nel quale vi erano due grandi stele rettangolari con inciso il protocollo reale e una corte centrale che terninava con sei cappelle.

Fonte: Le guide di Archeo; Piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Fotografie: Andrea Vitussi, Ahmed Galal, Marina Celegon

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LA PIRAMIDE ROSSA

Di Grazia Musso

La piramide nord di Snefru.
In origine era rivestita di lastre di calcare di Tura.

La Piramide Rossa

Nome antico “Snefru è splendente”

Altezza originale 104 metri

Lunghezza del lato 220 metri

Inclinazione 43°22′

Le investigazioni condotte a Dahshur dall’istituto Archeologico Tedesco del Cairo hanno permesso di ritrovare il pyramidion che sommortava la piramide e che, dopo il restauro è stato collocato in corrispondenza del lato orientale presso le vestigia del tempio funerario

La piramide nord di Snefru, detta “Piramide Rossa” per il colore del calcare utilizzato per la sua costruzione, ha un’inclinazione dei lati di 43°22′, che corrisponde a quella della parte sommitale della piramide romboidale e ciò permette di supporre che gli architetti abbiano voluto tenere conto dell’esperienza precedente adottando un progetto meno grandioso, ma ritenuto più sicuro in ogni caso, con i suoi 220 metri di lato, la Piramide Rossa, in origine ricoperta di lastre di bianco calcare di Tura, a cui deve il nome di “Piramide splendente, è inferiore per dimensioni solo a quella di Cheope.

L’ingresso del lungo corridoio che porta alle camere interne, è situato sul lato nord a un’altezza di 28 metri dal suolo.

Uno stretto passaggio quadrangolare separa la prima camera all’interno della piramide

Dopo 60 metri si arriva a una sala di straordinaria bellezza architettonica, il cui soffitto a volta aggettante è alto più di 12 metri ed è costituito da 11 assise di blocchi calcare, ognuno dei quali sporge per alcuni centimetri rispetto al precedente.

Da qui si entra in una seconda sala, il cui centro corrisponde a quello della piramide, con soffitto a volta aggettante.

Il soffitto della seconda camera il cui centro geometrico coincide con il centro della base della piramide, è costituito da una splendida volta aggettante.

Dalla seconda camera si risale per alcuni metri giungendo nella terza sala, il cui asse maggiore è perpendicolare alle precedenti.

Il soffitto di quest’ultima sala, sempre a volta aggettante, è alto 16 metri.

All’interno della piramide vi sono numerosi graffiti tracciati da visitatori del secolo scorso, tra i quali quello del piemontese Bernardino Drovetti, che fu console di Francia in Egitto nei primi decenni del XIX secolo

A circa 400 metri all’est della piramide si estende una vasta necropoli della IV Dinastia, scavata e studiata dall’Istituto Archeologico Tedesco sotto la direzione di Rainer Stadelmann.

Fonte:

Le guide di Archeo: Le piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

MEIDUM

Di Grazia Musso

Meidum località situata circa 20 chilometri a sud di el-Lish

La zona archeologica di Meidum è situata circa 50 chilometri a sud-ovest dalla regione del Fayumm.

Qui, in posizione completamente isolata al limite del deserto e sul bordo della zona coltivata, si trova la strana piramide tronco-conica intorno alla quale si estende una grande necropoli privata.

La piramide di Meidum

La piramide di Meidum

Nome antico “La piramide stabile”

Altezza originale 93, 5 metri

Lunghezza del lato 147 metri

Inclinazione 51°50’35”

Si ritiene che Huni ultimo re della III Dinastia e successore di Djoser, abbia fatto costruire a Meidum una piramide a gradoni, ricoperta successivamente con un rivestimento che conferi’ alla costruzione l’aspetto esteriore di una piramide.

Il nome di Huni non compare mai nel monumento, mentre alcuni graffiti risalenti al Nuovo Regno, osservabili nel piccolo tempio funerario, è citato il nome del figlio Snefru, fondatore della IV Dinastia.

Se fu Mariette a entrare per primo nella piramide nel 1882, gli scavi sistematici nell’ area di Meidum vennero eseguiti da Flinders Petrie tra il 1888 e il 1891 e misero in evidenza alcune strutture, come la rampa processionale e il tempio funerario.

La rampa discende verso la piana coltivata nella quale si perde, e il tempio della valle non è stato mai trovato.

Sul lato est della piramide, vi è una cappella per le offerte che presenta una struttura assai semplice con due sale che conducono a un piccolo cortile nel quale si trovano due grandi stele che fiancheggiano un altare centrale.

La piccola cappella per le offerte scoperta da Petrie nel 1891, sul lato orientale.

Sul lato nord della piramide si apre l’ingresso del corridoio discendente che porta nella camera sepolcrale nella quale non venne trovata alcuna traccia del sarcofago.

La camera sepolcrale

A Meidum la camera sepolcrale è inserita per la prima volta nel corpo stesso della piramide e non in un pozzo ricoperto da una sovrastruttura come avveniva nelle mastabe.

La necropoli privata

Nelle immediate vicinanze del lato est della piramide si trova una grande mastaba anonima in mattoni crudi esplorata da William Flinders Petrie nel 1917, il quale la indicò col numero 17.

Circa 600 metri a nord della piramide si estende invece una grande necropoli di principi e dignitari della IV Dinastia, contemporanei del regno di Snefru, nella quale furono scoperte alcune tombe magnificamente decorate.

Nella celebre cappella della mastaba 16 del principe Nefer-Maat, probabile figlio di Snefru e della sua sposa Itet, venne ritrovato il celebre dipinto che raffigura delle oche noto col nome di “oche di Meidum”, uno dei capolavori dell’arte dell’antico Regno esposti al Museo del Cairo.

Il celebre dipinto che rappresenta un gruppo di oche

Sempre nella stessa tomba, Petrie trovò nel 1803 raffigurazioni di animali e scene di caccia realizzate con una tecnica nuova in seguito abbandonata per la sua fragilità, basata sull’applicazione di paste vitree colorate.

Dalla vicina mastaba del principe Rahotep provengono le celebri statue dei due defunto esposte al Museo del Cairo.

Nofret e Rahotep

Fonte: Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

VIAGGIO NELLA NECROPOLI DI GIZA

Di Piero Cargnino

Prima di passare alle tombe degli eredi di Cheope facciamoci un giretto attraverso la piana per visitare, anche se un po’ di corsa, le due necropoli.

Il turista che arriva al Cairo ha come primo obiettivo le grandi piramidi. Lungo la strada, mano a mano che si avvicina, viene colpito dall’inconfondibile profilo delle tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino che rendono unica la piana di Giza in Egitto. Con lo sguardo fisso sulla più grande, quella di Cheope (anche se in effetti la più grande sembra quella di Chefren perché costruita in un punto più elevato) cerca di immaginarla come l’avrebbero vista in origine, completamente liscia, bianca splendente e non può fare a meno di pensare quanta impressione di potenza potesse incutere sugli antichi visitatori provenienti da altri paesi per omaggiare i faraoni.

Ma come sapete la piana di Giza non comprende solo le tre Grandi Piramidi e la Sfinge, la piana comprende due grandi necropoli, quella occidentale, ad ovest e quella orientale a sud-est della piramide di Cheope.

La Necropoli di Giza, con quella di Saqqara, consiste in un complesso di antichi monumenti funerari della città di Menfi, capitale dell’Antico Regno e si trova a circa 7 km dal Cairo, in essa si trovano numerosi cimiteri di varie epoche.

Nell’immensa necropoli si trovano le tombe private, non certo quelle dei poveri diavoli del popolo ma le importanti sepolture di alti funzionari e componenti delle famiglie reali.

Quelli che vi propongo sono luoghi da me visitati nel 2006, periodo nel quale era vietato fotografare l’interno di molti monumenti, tra cui le piramidi, il Museo Egizio e molte mastabe, non ho mai saputo il perché. Peccato ma ne vedremo alcune da fuori appartenute a personaggi importanti. L’accoglienza dei residenti è calorosa e noi ci mescoliamo a loro, compriamo qualche oggettino come souvenir, affittiamo un dromedario e via, partiamo per esplorare la piana.

Iniziamo con la mastaba di Senedjemib Inti, un visir della V dinastia durante il regno del faraone Djedkare Isesi. Di lui sappiamo che sposò Tjefi ed ebbero molti figli tra i quali il maggiore, Senedjemib Meni che fu visir sotto il faraone Unas. Sulle pareti della tomba di Senedjemib Inti sono stati trovati incisi i decreti emanati da Djedkare Isesi per il suo visir. In essi Djedkare dispensa  lodi per l’operato del suo funzionario che non ha perso l’occasione di metterle in mostra nella sua tomba. In un decreto si legge che Djedkare ordina a Senedjemib Inti, sovrintendente capo della giustizia di tutte le opere del re e soprintendente degli scribi dei documenti reali, di progettare un tribunale e una piscina all’interno del recinto del palazzo giubilare predisposto per la festa sed del sovrano, il decreto è datato alla 16^ conta del bestiame, 4° mese della 3° stagione, giorno 28.

In un’altra iscrizione viene citata una bozza di Isesi che riporta le iscrizioni che dovranno essere poste all’interno di una struttura che viene citata come “Cappella del Sacro Matrimonio di Isesi” forse dedicata ad Hathor. Le iscrizioni nella tomba di Inti descrivono come suo figlio Senedjemib Meni chieda e ottenga di portare un sarcofago di calcare da Tura. In seguito sarebbe diventato anche lui visir. Vi assicuro che non è facile reperire notizie sulle tombe dei dignitari egizi.

A questo proposito Alan Gardiner, nel suo libro “La civiltà egizia” cita il fatto che all’interno delle mastabe raramente si trovano notizie sulla vita del defunto ma, quasi invariata su ciascuna di esse, troviamo la lunga serie di titoli onorifici assegnati allo stesso dal sovrano. Non è facile trovare altre figure di mortali più bramose di mettere in evidenza i riconoscimenti ottenuti cedendo alle lusinghe degli epiteti più pomposi.

Non si vuole certo negare che in massima parte i titoli sono meritati per reali funzioni amministrative, le iscrizioni autobiografiche si riferiscono sicuramente a fatti realmente accaduti che il defunto ci teneva a mettere particolarmente in evidenza. Una delle frasi più comuni è: << Agii in modo che la sua maestà potesse compiacersi del mio operato >>. In altre, spesso ricorrenti, si trova l’autoesaltazione delle proprie virtù: <<Diedi pane agli affamati e vesti agli ignudi >>, oppure: << Fui amato da mio padre, lodato da mia madre e gentile verso i miei fratelli >>. Troviamo anche dichiarazioni di generosità e bontà che ci riportano alla memoria gli ideali del cristianesimo: << Protessi il povero da chi era più potente di lui >>.

Immancabili e quasi sempre presenti nelle incisioni parietale nella mastaba gli anatemi e maledizioni contro eventuali violatori di tombe. Spesso non mancano le disposizioni testamentarie dove il defunto descrive quali debbono essere le offerte necessarie al suo benessere nell’aldilà.

Sarebbero ancora molte le cose da aggiungere ma penso di aver reso l’idea di cosa troviamo nelle mastabe della necropoli. Nella necropoli che contorna le grandi piramidi però trovavano posto le tombe dei principi e principesse della casa reale e dei più facoltosi dignitari e visir mentre il popolo doveva accontentarsi di una buca nella sabbia dove si mummificava in modo naturale.

A conferma della considerazione di cui godevano gli operai che costruirono i monumenti a Giza, durante la missione curata da Mark Lehner (Ancient Egypt Research Associates) e quella egiziana guidata da Zahi Hawass venne scoperta la “Città della piramide” dove vivevano con le loro famiglie quelli che lavoravano a Giza. La città era dotata di abitazioni, magazzini, un’officina per la lavorazione del rame, due grandi forni per la produzione in vasta scala di pane, un’area per il trattamento del pesce e un edificio amministrativo.

Da ricerche più approfondite pare emergere che i villaggi erano due, quello ad oriente per i manovali e gli operai semplici, quello occidentale, con case più grandi per artigiani e supervisori. Osservando l’intera piana dall’alto si distinguono le tombe e il villaggio dei lavoratori e dei loro cimiteri che estende la necropoli molto più a sud di quanto sembri.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” (Trad. Ginetta Pignolo), Einaudi editore, 1971
  • Mark Lehner e Zahi Hawass, “Giza and the Pyranid; The Definitive History”, University of Chicago Press, 2017
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Ananke, 2006,
  • Edward Brovarski, “Giza Mastabas, Il Complesso Senedjemib”, Henry N. Sawyer Company, 2000 E. Wente, “Lettere dall’antico Egitto”, 1990

E' un male contro cui lotterò

IL PAPIRO EBERS

Di Andrea Petta e Franca Napoli

LE FONTI: I PAPIRI MEDICI

NOTA: non sappiamo se i papiri pervenuti fino a noi siano rappresentativi della biblioteca medica dell’epoca. È possibile che alcuni siano sorte di “appunti” di un medico; la ripetizione però di molte prescrizioni pressoché identiche tra i diversi testi suggerisce che esse facessero parte di una conoscenza comune e condivisa, e che fossero riportate nei testi conservati presso le “Case della Vita”.

La traduzione dei papiri medici è di enorme difficoltà. Si incontrano termini mai visti in altri contesti ed è difficilissimo associarli a termini moderni. Inoltre, le traduzioni sono state fatte da esperti di scrittura geroglifica, quasi mai esperti di medicina. Una clamorosa svista di Breasted nel tradurre il papiro Edwin Smith, ad esempio, ha fatto pensare che gli Egizi avessero riconosciuto gli effetti dei traumi cranici (nello specifico, un caso di emiplegia sul lato del corpo opposto a quello del trauma cranico mentre in realtà veniva descritto lo stesso lato del corpo). Anche le nostre conoscenze moderne “inquinano” la comprensione dei testi, dando per scontato cose per gli Egizi non lo erano affatto.

IL PAPIRO EBERS

La storia dei due principali papiri medici, il Papiro Ebers e il Papiro Edwin Smith, è un po’ particolare e l’abbiamo raccontata a parte. Georg Ebers fece degli sforzi notevoli che far tradurre il papiro in suo possesso, inizialmente in tedesco ed infine nel 1937 in inglese dal Dr. Ebbell che – ahimè – era medico ma non egittologo ed entusiasticamente introdusse una serie di errori ed interpretazioni “fantastiche” cercando a tutti i costi un parallelismo con la medicina moderna. Ebers fino alla sua morte rimase convinto che il papiro che porta il suo nome fosse il n° 40 dei 42 volumi citati da Clemente di Alessandria, quello che doveva avere come titolo: “Rimedi”

Il Papiro Ebers è lungo la bellezza di 110 pagine numerate dallo scriba stesso che lo ha redatto; è scritto in uno ieratico molto preciso ed è in condizioni strepitose. Da un passaggio sappiamo che è stato scritto nel IX anno di regno di Amenhotep I (XVIII Dinastia, circa 1534 BCE), ma fa riferimento ad origini molto più antiche asserendo che il testo originale sia stato trovato tra le zampe della statua di Anubi a Letopoli e portato al Faraone Den della I Dinastia. Se così fosse, le prescrizioni riportate sarebbero state usate da Imhotep in persona…

Le prime pagine del Papiro Ebers, che come al solito si leggono da destra a sinistra.

Il Papiro Ebers contiene 877 prescrizioni (una cinquantina ripetute due volte) numerate progressivamente insieme a 14 formule “magiche”. Le prescrizioni comprendono più di 500 sostanze, non tutte identificate fino ad oggi. Purtroppo molti ingredienti, descritti con termini “tecnici”, non sono infatti ancora stati individuati. Anche il rimedio chiamato “Il Sacro”, utilizzato da Iside per espellere il dolore dalla testa di Ra, utilizza ingredienti non identificati, insieme al coriandolo, la Bryonia ed il miele. Peccato, molte aziende farmaceutiche sarebbero felici di scoprirli…

Si tratta del principale testo pervenutoci; è eccezionalmente descrittivo nell’impiego dei medicamenti, comprese le formule rituali da pronunciare mentre si applica la prescrizione. Si apre infatti con tre formule magiche – di protezione da elementi maligni, di protezione quando si toglie la benda da una ferita e per rafforzare l’efficacia di una medicina. La ripetizione più frequente è: “Veramente eccellente; un milione di volte (ha avuto effetto)”, come se i precedenti “successi” garantissero anche l’efficacia sul paziente successivo. Volendo, una sorta di “Evidence based medicine” ante litteram ma in un contesto completamente diverso.

Però il Papiro Ebers è anche una fonte sorprendente di nozioni.

Per la prima volta si parla ad esempio di cauterizzazione delle ferite nella rimozione di cisti o di angiomi (“Fai attenzione al sangue…La tua lama dovrà essere scaldata nel fuoco ed il sanguinamento non sarà copioso”). Si doveva prestare attenzione alle vene varicose (“spirali di serpente”) perché avrebbero sanguinato molto causando svenimento o morte del paziente.

Per la prima volta si parla di “aria buona” e “aria cattiva” parlando di respirazione; non solo, ma l’aria “entra nel cuore, nei polmoni e di lì nell’addome”, una frase che sottintende una comprensione almeno parziale del sistema cardiorespiratorio.

Si parla anche di “mali che divorano l’utero (o il seno) della donna”, in cui molti hanno visto dei riferimenti alle malattie oncologiche di cui però ci sono pochi riscontri oggettivi nelle mummie esaminate

Il retro del Papiro Ebers, con delle annotazioni sul sorgere di Sirio nell’anno IX di Amenhotep I che hanno permesso la datazione del papiro stesso

L’ultima parte del Papiro Ebers contiene inoltre prescrizioni che si pensa facessero parte di un più antico “Libro dei tumori” purtroppo andato (finora) perduto. E molte, molte altre indicazioni che vedremo nelle patologie specifiche.

Con uno sforzo decisamente apprezzabile, l’Università di Lipsia ha messo in rete tutto il Papiro Ebers con la traduzione man mano che si scorre il papiro qui: https://papyrusebers.de/en/

Ci si sente davvero Sinuhe a scorrerlo ed a leggere le prescrizioni…

Fonti:

  • Nunn, John F. Ancient Egyptian medicine. University of Oklahoma Press, 2002
  • Università degli Studi di Lipsia
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

LA PIRAMIDE DELLA REGINA HENUTSEN

Di Piero Cargnino

Siamo giunti alla terza piramide secondaria del Complesso funerario del faraone Cheope, quella della regina Henutsen.

Le notizie su questa importante sposa di Cheope sono pochissime, per alcuni studiosi era una delle figlie di Snefru ma esistono molte ipotesi contrarie. Non è stato rintracciato nulla che parli dei suoi titoli tipo “Figlia del re” o “Figlia del corpo del re” per cui riesce difficile classificarla con certezza come principessa reale.

Di lei si parla nella famosa “Stele dell’inventario”, realizzata durante la XXVI dinastia (ben venti secoli dopo gli episodi che racconta), in essa si parla che il faraone Cheope avrebbe eseguito dei lavori per risanare la propria piramide, quella della principessa Henutsen e il tempio di Iside detta La “Signora delle piramidi”.

La Stele dell’inventario fu scoperta da Auguste Mariette all’interno del Tempio di Iside di Giza nei pressi della Sfinge, si tratta di un reperto che riporta un testo risalente alla IV dinastia, all’epoca del faraone Khufu. Non mi voglio dilungare sulla Stele dell’inventario, argomento un po’ spinoso che tratteremo in seguito, dirò soltanto che da molti è considerata un falso storico realizzato dai sacerdoti durante la XXVI dinastia il cui scopo però ci è del tutto ignoto.

A quanto si sa l’unico titolo che gli viene attribuito con certezza è quello di “Sposa del Re”. Da Cheope ebbe due figli, i principi Khufukhaf I e Minkhaf I. Secondo alcuni Khufukhaf sarebbe da identificare con Chefren in caso non lo fosse allora Henutsen sarebbe anche la madre di Chefren. A conferma di questa seconda ipotesi pare che la mastaba dove sarebbe stato sepolto Khufukhaf, a Giza, sia in seguito stata parzialmente demolita per fare spazio ad un tempio dedicato a Iside.

Nonostante esistano alcune perplessità la tomba dove venne sepolta Henutsen sarebbe la piramide G1c, la più meridionale delle tre, larga 46,25 metri per un’altezza di 29,60 metri. Parrebbe confermata l’ipotesi di alcuni studiosi secondo i quali la piramide G1c inizialmente non facesse parte del complesso originario di Cheope ma che sia stata costruita in seguito, infatti la facciata meridionale non coincide con la Piramide di Cheope ma con la mastaba di Khufukhaf.

Secondo l’egittologo Rainer Stadelmann questa piramide venne fatta costruire dal faraone Chefren in onore della propria madre non appena la regina assurse al rango di “Madre del re”. Per contro però va detto che in un vicino tempio funerario venne rinvenuta un’iscrizione che consentì di attribuire questa piramide proprio a Henutsen, quello che traspare dall’iscrizione però farebbe pensare fu Cheope a costruire la piramide per colei che forse era sposa ma anche figlia: 

<< Il Khor vivente, Medju Khor, il sovrano dell’Alto e del Basso Egitto, Khufu, ricevette la vita………Fondò la casa di Iside, accanto al tempio della dea con cui costruì questa piramide. Accanto al tempio, costruì una piramide per sua figlia Henutsen……>>

Fonti e bibliografia:

  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”,  De Agostini, Novara 1993
  • Riccardo Manzini, “Conoscere le piramidi”,  Ananke, 2007
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
  • Miroslav Verner, “The Pyramids: The Mystery, Culture, and Science of Egypt’s Great Monuments”, Grove Press, New York, 2007 
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Zahi Hawass, “The Discovery of the Satellite Pyramid of Khufu”, Museum of Fine Arts, Boston 1996