Età Tarda, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI PEFTJAOENEITH

Di Grazia Musso

Questo sarcofago appartiene a Peftjaoeneith, un ispettore delle proprietà dei templi nel delta del Nilo.

Il sarcofago è realizzato in legno insolitamente spesso, ed è splendidamente dipinto.

Il coperchio mostra varie figure di divinità e testi del libro dei morti.

Peftjaoeneith è raffigurato con il viso verde, colore che simboleggia la vita e la resurrezione.

La parrucca e la barba si riferiscono al fatto che, il defunto, come il dio Osiride, ha già vinto la morte.

All’interno del sarcofago è raffigurata la diffusione a Nut, il cui corpo è dipinto di nero e cosparso di stelle, a lato sono rappresentate le immagini delle dodici ore del giorno e della notte .

Decorazione dell’interno del sarcofago con la raffigurazione della dea Nut
La mummia

ALTRE IMMAGINI DEL SARCOFAGO A CURA DI JACQUELINE ENGEL QUI

Dimensioni 36 x 63 x 240 cm

Materiale legno

Periodo XXVI Dinastia

Origine Sakkara (?)

Acquisizione gennaio 1829, numero di inventario AMM 5 -e

https://www.rmo.nl/…/tops…/mummiekist-van-petfnaoeneith/

http://magicamentecolibri.it/capolavori-egiziani-in…/

Oggetti rituali

IL GIOCO DEL MEHEN

Di Franca Loi

Mehen è uno dei giochi da tavolo più antichi al mondo, assieme alla Tavola Reale di Ur e al Senet. Risale al periodo predinastico egiziano, databile a prima del 3100 a.C. ed è stato giocato per secoli prima di decadere in favore dei più famosi Senet, Aseb e Seejeh verso la fine dell’Antico Regno, intorno al 2300 a.C..

Mehen significa letteralmente “colui che è arrotolato” e fa riferimento sia alla forma a spirale del gioco, sia alla divinità predinastica Mehen, raffigurata per l’appunto in forma di serpente che si arrotola a spirale per proteggere il dio del Sole Ra nel suo viaggio attraverso la Duat nelle ore notturne come uno scudo dagli attacchi del dio del caos, il serpente Apophis.

Il serpente Mehen protegge il dio Ra con la testa di ariete accompagnato nel suo viaggio da Sia ed Heka

Verso la fine dell’Antico Regno la figura divina del Mehen decadde, lasciando come unica divinità a forma di serpente Apophis e il ruolo di protettore di Ra durante il viaggio nelle Terre d’Occidente passò per varie divinità: da Sia ed Heka finanche lo stesso Seth. Anche il significato del viaggio del Mehen potrebbe quindi essere cambiato, facendo sì che da viaggio sotto la protezione di “colui che è arrotolato” il gioco diventasse una gara contro il serpente del Caos. Ma sono solo ipotesi.

Il serpente Mehen protegge il dio Ra con la testa di ariete accompagnato nel suo viaggio da Sia ed Heka

La sua vera unicità, rispetto ad altri giochi anche di epoche successive, era di essere multigiocatore, prevendendo fino a un massimo di sei partecipanti. Pur non avendo riscontro archeologici o storiografici che ci consentano di risalire alle regole originali, sono stati trovati esemplari del gioco corredati da sei pedine a forma di cani, ippopotami o – più comunemente – leoni e di molte pedine tonde, per lo più somiglianti a piccole biglie. L’uso, ovviamente, non era chiaro.

Tomba dello scriba Rashepsis, IV dinastia

La conferma di come fosse il set completo di gioco del Mehen e, di conseguenza, del fatto che fosse per più giocatori, si è avuta con il ritrovamento della Mastaba di Hesy a Saqqara, dove è raffigurato su un affresco un set completo di giochi da tavolo, dal Mehen al Senet, all’Aseb. Qui oltre al tavoliere sono raffigurate sei pedine con la testa di leone e sei pietre sferiche probabilmente utilizzate come strumento di scommessa.

Dipinto della tomba di Hesy, inizio III dinastia

I tavolieri del Mehen ritrovati dagli scavi archeologici sono per lo più in terracotta o in legno e il numero di caselle è molto variabile, da quaranta a quattrocento. Tuttavia, sembra che il numero di caselle non influisca sulle regole del gioco, semmai sulla durata della partita.

La diffusione del gioco si riduce progressivamente fino a scomparire del tutto attorno al 2300 avanti Cristo. Successivamente riappare in altre aree del Mediterraneo, come, ad esempio, a Cipro nel 2000 a.C..

Copia del gioco reale di Ur esposto al British Museum

Assai accreditata è l’ipotesi che il Mehen fosse un gioco rituale da riservare ai defunti. Il defunto, in sostanza, giocava contro il serpente: se avesse vinto la partita, si sarebbe protetto dal suo morso velenoso. Questa congettura è confermata dalla formula 172 del Libro dei Morti. Non a caso il gioco è spesso presente all’interno delle tombe. Nella mitologia egizia il serpente che si mangia la coda era il simbolo dell’eternità.

Le regole del gioco sono pure illazioni basate su dati di fatto di carattere archeologico, che tuttavia sono privi di testimonianze scritte. Le ipotesi di gioco più accreditate sono quelle avanzate da Timothy Kendall.

Un gioco che sembra derivare dal Mehen è il Sig (o Sik), praticato ancora oggi da alcune tribù della Mauritania.

Un altro gioco sicuramente legato al Mehen è il gioco della Iena, oggi praticato dai beggara, tribù araba del Sudan.

La particolare forma del tavoliere del Mehen non può non far ricordare il disco di Festo, oggetto ancora indecifrato, ma che alcuni studiosi ritengono possa essere stato un gioco vero e proprio.

Fronte e retro del disco di festo. Fu trovato il 3 luglio del 1908 da una spedizione archeologica italiana guidata da Luigi Pernier e Federico Halbherr. Attualmente è conservato al museo archeologico di Candia a Creta. Foto Wikipedia

Fonte:

Mai cosa simile fu fatta

IL NEOLITICO

Di Grazia Musso

Testo e fotografie di questo post sono tratte dal Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane. Maurizio Damiano – Appia Mondadori

Periodo storico che separa il Paleolitico dall’epoca storica

In esso troviamo già un sistema sociale ben formato, che doveva aver richiesto migliaia di anni per la sua elaborazione.

Nelle incisioni e pitture rupestri sahariane si trovano tutti gli elementi religiosi ( uomini a testa di animale, bovidi celesti col sole fra le corna ecc…) che saranno presenti in Egitto e in Nubia.

In seguito al lento disseccarsi del Sahara (fra il V e il III millennio a.C.), le bande di raccoglitori-cacciatori ( e per il Neolitico, pastori e agricoltori) cominciano a convergere verso la Valle del Nilo, unica fonte d’acqua perenne dell’ Africa Nord-Orientale.

Queste popolazioni non vivevano comunque presso il fiume, ma nella savana che lo circondava..

Furono questi nomadi e seminomadi a creare le prime culture distinguibili grazie a diversi utensili litici, che nelle epoche precedenti erano simili su estensioni vastissime.

E fu in quest’epoca lontana che iniziarono a distinguersi i differenti modi di vita che avrebbero caratterizzato tutta la storia egizia, per non parlare dei nostri giorni: nomadismo del deserto e seminomadismo o stanzialismo della Valle.

Molte teorie hanno posto l’origine della “rivoluzione” del passaggio dal Paleolitico al Neolitico nel vicino Oriente, ma le ultimissime scoperte, tra cui quelle delle spedizioni Negro/Damiano -Appia del 1992/1994 nel Deserto Occidentale, inducono a maggior prudenza; in effetti sono state rinvenute migliaia di pietre da pastoia(prova dell’uso di animali che le incisioni rupestri ci dicono appartenere a specie selvatiche) associate a siti del Paleolitico Terminale.

Un’ulteriore prova del fatto che in quest’area (fra le altre) avvenisse il delicato passaggio verso il Neolitico è data dal rinvenimento di migliaia di utensili tipicamente appartenenti al Paleolitico Terminale associati a una ceramica estremamente grezza, che rappresenta probabilmente uno dei primi esperimenti del genere.

Si tratta forse del più antico vasellame d’Africa, precedente alla ceramica decorata con linee ondulate ottenute punzonando l’argilla con spine o lische (“Dotted Wavy Line”), base su cui si svilupparono i molteplici tipi del Neolitico.

Ceramiche dotted wavy line (linea ondulata a puntini) e con motivo a zigzag provenienti dal sito di El-Goz, sud di Khartoum, Sudan

Troviamo la “Dotted Wavy Line” nel Mesolitico di Khartoum, che precede le altre culture nilotiche nell’introduzione della ceramica.

Le esperienze paleolitiche e mesolitiche, con la loro enorme durata, rappresentano un’era di pieno successo dal punto di vista ecologico: la popolazione si mantenne mediamente stabile per centinaia di migliaia di anni e gli sviluppi tecnologici furono lenti, quindi ritmi e regimi di vita erano in equilibrio perfetto con l’ambiente; il passaggio al Neolitico va interpretato come l’innesco di un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili, che portò alla rottura d gli equilibri in atto.

Da un regime di sostentamento giornaliero si passò a uno di immagazzinaggio; ciò portò a un incremento demografico cui seguì inevitabilmente un accresciuto fabbisogno; di innescò il meccanismo consumistico della cosiddetta “civiltà”, con fondazione di raggruppamenti sempre più grandi (famiglia, tribù, villaggio, città, stato ecc…) e ovvie conseguenze nefaste sull’ambiente.

In Nubia si creò un nuovo equilibrio uomo/ambiente basato sui ritmi neolitici, che furono mantenuti fino all’arrivo della cultura occidentale, nel secolo scorso; in Egitto, al contrario, si posero le basi di quei meccanismi poi adottati dalla “cultura occidentale”, basati su uno stato burocratico, accentratore, sulla produttività e cedente il fabbisogno locale e sul consumismo, creazione di agglomerati urbani, sfruttamento delle risorse ambientali fino al loro sconvolgimento o alla loro distruzione.

Fra le culture che occuparono le aree neolitiche e i deserti circostanti fra l’VIII e il IV millennio a.C. vanno citate le più notevoli

In questo periodo il Deserto Occidentale si riempì di siti abitativi intorno ai punti d’acqua (Gran Mare di Sabbia, Nabta Playa).

Una suggestiva immagine di Nabta Playa

Questi periodi si alternarono a momenti di aridità in cui i siti furono abbandonati.

Anche le oasi videro svilupparsi culture particolari che spesso fungevano da filtro fra quelle sahariane e quelle nilotiche (Farafra).

In Egitto si svilupparono culture specifiche in molti siti, che si possono raggruppare in due gruppi principali, del nord e del sud.

Al nord fiorirono le culture di Merimda, Inari,Meadi, del Fayyum, mentre al sud quelle di Bari, dell’Amratiano, del Gerzeano (dette, queste ultime di Naquada).

Contemporaneamente, in Alta Nubia fiorirono le culture di Shaheinab, della Variante di Khartoum, di Shendi (El Ghana), Shamarkiana, ancora di Shendi (El Kadada), e in Bassa Nubia dell’Abkani, del Pist-Shamarkiano e dell’Orizzonte A.

L’immagine rappresenta uno splendido sito neolitico sulle grandi dune del Deserto Occidentale (Gran Mare di Sabbia).

Si possono vedere una macina e il relativo pestello, il rinvenimento dei due utensili insieme è estremamente raro.

Harem Faraonico

L’HAREM FARAONICO – INTRODUZIONE

Di Luisa Bovitutti

Gli egizi erano generalmente monogami, ma gli esponenti delle classi agiate si permettevano anche più mogli perché avevano i mezzi per mantenere famiglie numerose.

Rilievo dalla tomba di Pay e Raia a Sakkara; oggi conservato al Museo Egizio di Berlino.

Per il Faraone la poligamia era quasi un dovere, perché in un’epoca nella quale la mortalità infantile era elevatissima, era essenziale garantire la continuità della dinastia e quindi avere molti figli: Ramses II, che ebbe un regno molto lungo, sopravvisse a molti dei suoi principi ereditari e dopo di lui salì al trono Merenptah, addirittura il tredicesimo nella linea di successione.

Pare che l’usanza di avere più mogli risalga all’epoca predinastica, ed è documentato che Pepi I, della VI dinastia, ne ebbe sette; la poligamia del sovrano è rimasta pratica comune anche nei secoli successivi, tant’è che nel corso della XIII dinastia compare il titolo di Grande Sposa Reale (Hmt nswt wrt) attribuito alla moglie principale del faraone, che sottintende la presenza di altre spose meno importanti (Hmt nswt).

Pai, qui rappresentato con la moglie, fu sovrintendente dell’harem all’epoca di Tutankhamon, e pare sia vissuto fino al regno di Seti I; anche suo figlio Raia ricoprì dopo di lui lo stesso incarico.

Nel Nuovo Regno divenne consuetudine che nel momento dell’ascesa al trono al nuovo re venisse costituito un harem: così fece Seti I per Ramses II quando fu incoronato durante la coreggenza: 

“Quando mio padre si alzò davanti al popolo, io essendo (ancora) un bambino nelle sue braccia, [egli] disse di me: Alzalo come un re, perché [possa] vedere la sua bellezza mentre sono in vita. [Ha fatto convocare] i ciambellani per apporre i diademi sulla mia fronte. ‘Metti il ​​grande [che è la corona] sul suo capo.’ Così ha detto di me quando era sulla terra ……. Mi ha dotato di un harem e di alloggi reali di donne, che erano come le bellezze del Palazzo Reale. Ha scelto per me donne in tutta [questa terra]”.

Ad oggi non vi sono prove dell’esistenza di una gerarchia tra le mogli secondarie del sovrano, se non quella naturale legata all’anzianità; neppure il fatto di aver dato alla luce l’erede al trono faceva loro acquisire uno status più elevato, tant’è che quando Thutmose III e Siptah, figli di spose secondarie, divennero Faraoni in giovanissima età, le loro madri mantennero il ruolo subordinato e la reggenza venne assegnata alle grandi spose reali Hatshepsut e Tausert.

Sebbene i contatti delle donne della famiglia reale fossero limitati e controllati da funzionari e guardie, le fonti documentano che la Grande sposa reale, i suoi figli e la regina madre accompagnavano regolarmente il Faraone nelle apparizioni pubbliche, alle udienze, alle feste ed in alcuni dei suoi viaggi, per cui alloggiavano vicino a lui ed avevano a disposizione una serie di stanze attigue ai quartieri privati reali che venivano amministrate da un sorvegliante e le cui spese erano a carico dello Stato.

La magnificenza della sua tomba e dei rilievi, in buona parte asportati e custoditi in vari musei, indica il favore accordatogli dal sovrano, il quale doveva nutrire grande fiducia in lui avendogli affidato il delicato compito di sovrintendere all’harem.

La maggior parte delle mogli secondarie ed in particolare le principesse straniere che avevano contratto un matrimonio diplomatico con il Faraone ed il loro entourage invece vivevano in edifici separati, situati nei pressi del palazzo reale o negli harem che avevano sede nelle città nelle quali il sovrano era solito risiedere.

Entrare a far parte dell’harem reale per una ragazza era un onore ed una notevole opportunità, in quanto il Faraone avrebbe potuto sposarla e farla diventare madre di un principe, oppure più facilmente, passato il suo momento di gloria, darla in sposa ad un nobile o ad un alto funzionario cui voleva manifestare il suo favore e quindi garantirle un’esistenza agiata.

FONTI UTILIZZATE PER TUTTA LA SERIE DI POST

Nuovo Regno, Storia egizia

MOSE’ L’EGIZIANO

Di Giuseppe Esposito

ATTENZIONE: se pensate di ottenere chiarimenti sulla Stele d’Israele[1]; se pensate che quest’articolo possa risolvere tutti i vostri dubbi sull’Esodo; sulla “schiavitù” degli ebrei in Egitto; su chi fosse/fossero il/i faraone/i dell’Esodo[2]; sull’attraversamento del Mar Rosso e su un esercito sommerso dalle acque miracolosamente richiusesi sui carri d’oro; NON leggetelo, poiché sono convinto che susciterà più domande che non fornire risposte.

Ma se decidete di leggerlo, sappiate allora che l’articolo prende le mosse da un dubbio che interessa uno dei personaggi più emblematici e carismatici della Bibbia, colui che trasse il Popolo Eletto (ma era poi davvero il “suo”?) dalla schiavitù cui era sottoposto sotto il dominio di un Faraone, che “non aveva conosciuto Giuseppe”[3], per la gloria del quale stava costruendo addirittura due città.

La domanda perciò cui cercherò di fornire spunti per una risposta, come del resto hanno fatto altri –di certo più titolati di me-, è chi era questo personaggio? Era davvero figlio del suo popolo? …e, più importante, qual era poi, veramente, il “suo” popolo?

Se avessi certezze e prove, forse meriterei il “Nobel” per la Storia (ammesso che esista), ma non ho certezze, né tantomeno prove, e diciamo che come la pensi io, in realtà, sarà già subito chiaro dal titolo stesso dell’articolo:   

MOSE’ L’EGIZIANO

Alma Tadema (1836-1912), Il ritrovamento di Mosè (1904), collezione privata

«9Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese» (Esodo 1, 9-10)

15Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16«Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere» (Esodo 1, 15-16)

… Inizia così la persecuzione degli ebrei che, secondo le scritture bibliche, stavano costruendo le città di Pitom e Ramesse, e questo perché:

7I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno. 8Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. (Esodo 1, 7-8)

Fu così che:

1Un uomo della famiglia di Levi[4] andò a prendere in moglie una discendente di Levi. 2La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. (Esodo 2, 1-3)

E accadde che:

5…la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6L’aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “È un bambino degli Ebrei”. 7La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: “Devo andare a chiamarti una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?”. 8“Va’”, rispose la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”. (Esodo 2, 5-10)

E siamo così giunti al vero argomento di quest’articolo… mettetevi comodi perché potrebbe essere lungo e, se volete un consiglio, leggetelo da PC e non sul telefonino perché non è poi così semplice… ma proseguiamo.

Il testo biblico, come abbiamo visto, fa derivare il nome “Mosè”, dalla radice Moshé (משה), un verbo connesso a un più vasto ragionamento semantico collegato al concetto di “estrarre dall’acqua”, in senso passivo, ovvero “colui che E’ ESTRATTO dall’acqua”. Altri studi, tuttavia, specie in area ebraica, interpretano la stessa parola in senso attivo, cioè “colui CHE ESTRAE dall’acqua” indicando così in Mosè il liberatore del popolo.

Di fatto, gli avvenimenti che vedono Mosè al centro di quanto narrato nella Torah e, quindi, ripresi dalla Bibbia, sarebbero stati codificati nel X secolo a.C. (c.d. fonte Jahvista[5]), poi rielaborati nell’VIII secolo a.C. (fonte Elohista[6]), per giungere alla versione definitiva nel VII secolo a.C. con la fonte Deuteronomista (il quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana). In tale quadro rientrerebbero le vicende relative alla guerra che, nella primavera del 609 a.C., vide opposti gli Egizi del Faraone Necao (XXVI dinastia) agli Assiri e la parte avuta, nella sconfitta degli egizi, dall’alleato re ebraico Giosia[7], ma ci allontaneremmo troppo dall’argomento principale e allora… torniamo nei ranghi.

Se siete stati turisticamente in Egitto, avrete forse sentito dire da qualche guida del luogo, desiderosa di incrementare la propria mancia, che Mosè e Thutmose fossero la stessa persona… e che, quindi, un certo Re Thutmose sarebbe, di fatto, l’artefice della “fuga” (ma fu veramente tale?[8]) degli Ebrei dall’Egitto…

Prendiamo per buona, almeno per ora, questa notizia e poniamoci, intanto una prima domanda che sorge spontanea: quale Thutmose, visto che ce ne furono almeno quattro e che Thutmose era, peraltro, un nome alquanto frequente; a titolo di esempio, basti rammentare che anche l’autore del famoso busto di Nefertiti, oggi al Neues Museum di Berlino, si chiamava, a sua volta, Thutmose.

Siamo, comunque, nella XVIII dinastia[9], detta, appunto, dei Thutmosidi, quella cui appartenne il più famoso rivoluzionario religioso della storia egizia: Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in Akhenaton e instaurò il culto enoteistico[10] (non moneoteistico, si badi bene) del Disco Solare: Aton.

La scelta di tale dinastia e del regno di Amenhotep III, padre di Akhenaton, per inserire la leggenda del Thutmose/Mosè potrebbe, ovviamente, non essere casuale: qualcuno, infatti, con abbondanti circonvoluzioni aeree, ha voluto vedere in Mosè addirittura proprio Akhenaton. Tuttavia, potremmo trovare anche qualche fondamento di verità considerando che, in origine, erede al trono era stato designato un primo figlio del Re e della sposa principale, Tye, proprio di nome Thutmose. Questi, però, “sparisce” dalla storia prima di poter assurgere al trono e viene sostituito dal fratello che diventa Sovrano, prima di cambiare nome, come IV degli Amenhotep. Nasce, quindi, il quesito: morte del primogenito o altra condizione per cui viene allontanato dalla Corte?

Una piccola digressione appare, tuttavia, necessaria per inquadrare il personaggio di Tye, Grande Sposa Reale di Amenhotep III.

Figlia di Thuya, Superiora dell’harem di Min e di Amon, Cantatrice di Hathor, e di Yuya, Profeta di Min, Luogotenente ai cavalli da combattimento del Re e Sovrintendente ai buoi di Min, proveniva da Akhmin (l’antica Khem), capitale del IX nomo dell’Alto Egitto.

Tye potrebbe essere, o forse è, tuttavia, una figura particolare proprio per la religiosità del periodo storico che comprende il regno dello sposo, Amenhotep III, e del suo successore Amenhotep IV/Akhenaton.

Si è, infatti, ventilato che proprio sotto la sua influenza sia iniziato quell’allontanamento dal sempre più incisivo culto di Amon che porterà, al suo massimo grado, all’”eresia amarniana” di suo figlio. Una prima fase sarebbe riscontrabile nello spostamento della sede reale da Waset, l’odierna Tebe, dalla riva orientale del Nilo, a quella occidentale nel sito di Malqata[11]; si sarebbe trattato, infatti, di un primo tentativo, non traumatico, di allontanamento dallo strapotere dei sacerdoti di Amon.

Il complesso, che copriva un’area di oltre 32 ettari, comprendeva  più palazzi (del re, della regina, dei figli della coppia regale[12]) ed installazioni (un tempio dedicato ad Amon, uno dedicato a Sobek, nonché alloggi per i funzionari di corte e per gli operai)[13]. L’impulso principale alla realizzazione dell’area di Malqata venne data, da Amenhotep III, prima della celebrazione della sua terza festa Heb-Sed, il Giubileo, ma l’area venne ampliata anche sotto il regno di Amenhotep IV/Akhenaton, prima che la capitale si trasferisse ad Akhetaton.

E’ da tener presente, per inquadrare ancora una possibile provenienza, o anche solo influenza, estera del culto atoniano, che l’anatomista Grafton Elliot Smith (1871-1937), che esaminò la mummia di Yuya, padre della Regina, riscontrò che costui era di altezza superiore alla media egizia. Perplessità destò negli egittologi anche il suo nome che, nella tomba KV46, era trascritto e letto in vari modi, tutti presentavano, tuttavia, il geroglifico generalmente impiegato per indicare uno straniero: un uomo che si porta la mano alla bocca[14]. Considerando anche il particolare incarico di responsabile della cavalleria reale, si è supposto che Yuya potesse essere di provenienza mitannita così giustificando, in qualche modo, una possibile derivazione estera anche di un particolare culto, magari meno noto nell’area egizia.     

Chiediamoci a tal punto se, ipotizzando il Thutmose figlio di Tye come iniziatore di una nuova religione, Mosè non potesse, di fatto, essere qualcuno di ben diverso dal biblico personaggio figlio di un’ebrea… Come abbiamo sopra visto, potrebbe esserci qui, intanto, una prima sorpresa, poiché Yocheved e Amram, i presunti genitori, erano nati in Egitto (Numeri 26, 59). Ne consegue che il nome potrebbe ben derivare non dall’ebraico, ma proprio dall’egiziano antico visto che “Mose” (senza accento) significava semplicemente, “bambino“, o anche “discendente“, ma anche “figlio“.

E si potrebbe qui ricollegare la leggenda del Thutmose proposta dalla guida moderna, giacché il nome significa “figlio di Thot“, ma con questa logica, si badi, anche Ramose (figlio di Ra) potrebbe corrispondere, o anche Kha-Mose (figlio del Kha -che era una delle cinque “anime”-).

Ma tralasciamo, per un momento, il personaggio biblico e leggiamo quest’altro testo, originariamente in lingua neo-assira, risalente all’VIII secolo a.C.[15]:

1.    «Io sono Sargon, il re potente, re di Akkad[16].

2.    Mia madre era una sacerdotessa-enetum, mio padre non lo conosco,

3.    il fratello di mio padre vive sulla montagna;

4.    la mia città è Azupiranu che si trova sulla riva dell’Eufrate.

5.    Mia madre, la sacerdotessa, mi concepì e mi partorì di nascosto,

6.    mi mise in un cesto di canne, ne calafatò l’apertura con bitume

7.    e mi affidò al fiume, che non mi sommerse.

8.    Il fiume mi portò e mi condusse da Aqqi, il portatore d’acqua:

9.    Aqqi, il portatore d’acqua, gettando il suo secchio mi prese su,

10.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi fece suo figlio e mi crebbe,

11.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi mise nel suo mestiere di giardiniere.

12.   Nel mio mestiere di giardiniere Ishtar mi amò

13.   e per 54 anni ho davvero esercitato la regalità,

14.   davvero ho governato e guidato le Teste Nere.

…omissis…

22.   Chi diventerà re dopo di me,

23.   [che egli eserciti la regalità per 54 anni],

24.   governi le Teste Nere,

25.   tagli con picconi di bronzo possenti montagne,

26.   salga più volte sui monti superiori,

27.   [attraversi più volte i monti inferiori],

28.   per tre volte il giro dei paesi del mare,

29.   [Dilmun si sottometta a lui]!

30.   Che egli salga sulle grandi mura del cielo (e) della terra (e) [ne rimuova le pietre]![17]»

Interessante vero? …si tratta della nascita di Sargon di Akkad e il testo risale a circa mille anni prima del “nostro” Mosè (circa il 2300 a.C.). Ma anche il “Mahabharata” (IV secolo a.C.) parla dell’eroe indiano Karna che nasce dall’amore tra il Dio Sole (Surja) ed una principessa vergine che affida il bimbo alla corrente; un carrettiere lo trova e provvede ad allevarlo.

E, senza andare molto lontano, come la mettiamo con Romolo e Remo, o con Edipo, con Ercole?

Di fatto, la struttura della storia sembra fatta apposta, alla stessa stregua di un algoritmo matematico, per legittimare un’ascesa al trono consentendo, in qualsiasi momento, di far derivare l’eroe da un qualsivoglia Dio[18]

Se si analizza la leggenda di Mosè (nato da famiglia modesta e poi diventato figlio del faraone), però, ci rendiamo conto che il suo diventare figlio adottivo del Re, di fatto, non porta nessun vantaggio alla storia per come la conosciamo. Più semplice sarebbe stato costruire la leggenda al contrario (come peraltro negli altri casi che abbiamo sopra visto): la figlia del faraone ha un figlio e un oracolo predice che questo scalzerà il re dal trono; il faraone padre decide allora di uccidere il bambino; la figlia lo protegge mettendolo in una cesta e affidandolo al fiume. Qui una famiglia ebrea di umili origini lo salva e, in seguito, sarà proprio Mosè a “trarre fuori” il “suo” popolo dall’Egitto. …scorrerebbe meglio, non trovate?

E invece no, la costruzione è diversa! Perché? Forse proprio perché “Mose(senza accento, s’intende) è egiziano di nascita, ed è proprio un Principe? Forse il suo nome, originariamente, era diverso e aveva una componente teofora ben precisa, ad esempio, come abbiamo sopra visto, Thut-mose?

Nel momento in cui decide, però, di seguire gli ebrei nella loro “fuga”, o esserne egli stesso l’artefice, accettando la nuova religione (o magari proponendola egli stesso) si trova in una particolare condizione: il dio degli ebrei non ha nome; si rende perciò necessario cancellare la parte teofora del proprio nome egizio per presentarsi ai suoi nuovi correligionari (o ai suoi seguaci) solo come “Mose”, cioè semplicemente “figlio”!

Torniamo, perciò, alla teoria secondo cui un “Thutmose” sarebbe da identificare con Mosè, sopra avanzata. Come visto, non esiste, intanto, riferimento storico-archeologico di una tale situazione… tuttavia i Thutmosidi appartengono alla XVIII Dinastia durante la quale, come detto, nasce, prospera e scompare quella che sarà poi definita “eresia amarniana” con la quale un re (Amenhotep IV/Akhenaton) abolirà il politeismo per instaurare il culto di Aton quale Dio preminente, non rappresentabile antropomorficamente (come era stato per gli Dei precedenti).

E la mancanza di trasposizione antropomorfica di Aton può essere anche fisicamente giustificabile: Aton è l’accecante disco solare, che non si può guardare, e che è perciò privo di forma, genera la vita e protegge tutti i popoli indistintamente.

L’inno ad Aton, scritto dallo stesso Re Akhenaton, forse, una delle più belle preghiere conosciute recita, infatti:

«…Tu che produci l’ovulo nelle donne, che crei il seme negli uomini, che nutri il figlio nel grembo di sua madre e lo calmi perché non pianga, che dai l’aria per mantenere in vita tutto ciò che hai creato…»

e, più avanti

«…Come sono numerose le tue opere! Sono nascoste alla vista (degli uomini), o Dio unico, a cui nessuno è uguale…»[19].

Può essere interessante notare che, dopo Akhenaton, nella XVIII dinastia, e in quelle a venire, non si ha notizia di alcun altro Thutmose. E se si trattasse di una sorta di damnatio memoriae?

Sulla “egizianità” di Mose potrebbe esistere ancora un’altra prova indiretta: come sopra visto, dice la Bibbia che «…un uomo della casa di Levi prese per moglie una figlia di Levi…» il che innegabilmente ci porta a dire, se volessimo credere alla nascita ebraica, che Mosè era un Levita!

Bene, biblicamente i Leviti erano la tribù eletta del popolo scelto da Dio, gli eletti tra gli eletti, tanto che dai leviti provenivano tutti i sacerdoti…

Dopo quarant’anni di peregrinazione, finalmente raggiunta la Terra Promessa, fu necessario stilare un “Nuovo censimento all’uscita dal deserto”. Nessuna delle dodici tribù d’Israele venne ovviamente tralasciata nel conteggio delle famiglie e degli individui, anche perché questo censimento doveva servire a procedere, anche, alla suddivisione della stessa Terra di Canaan.

51 I figli d’Israele di cui si fece il censimento erano dunque seicentunmilasettecentotrenta.

52 Il Signore disse a Mosè: 53 «Il paese sarà diviso tra di loro, per essere loro proprietà, secondo il numero delle persone. 54 A quelli che sono in maggior numero darai in possesso una porzione maggiore; a quelli che sono in minor numero darai una porzione minore; si darà a ciascuno la sua porzione secondo il censimento. 55 Ma la spartizione del paese sarà fatta a sorte; essi riceveranno la rispettiva proprietà secondo i nomi delle tribù paterne…» (Numeri 26, 51-55)

Ultimi nel computo, e stranamente dopo il totale riportato al 51:

57 Ecco i Leviti dei quali si fece il censimento secondo le loro famiglie:

… omissis…

E Cheat generò Amram. … 

59 Il nome della moglie di Amram era Yocheved, figlia di Levi che nacque a Levi in Egitto; ed essa partorì ad Amram Aaronne[20], Mosè e Maria loro sorella[21]

…omissis…

62 Quelli dei quali si fece il censimento furono ventitremila: tutti maschi, dall’età di un mese in su. Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele, perché non fu loro data alcuna proprietà tra i figli d’Israele. (Numeri 26, 57-62)

Come si vede, il numero dei Leviti era tutt’altro che esiguo, erano ben ventitremila calcolando i soli maschi. Poco importa se i numeri fossero effettivamente questi, ma quel che colpisce è che, pur trattandosi della tribù eletta da Dio, pur essendo coloro che fornivano al popolo i sacerdoti, «…non fu loro data alcuna proprietà…»

Perché un trattamento palesemente iniquo e perché la precisazione «…Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele …»?  

Forse perché, di fatto, non erano ebrei e pertanto, secondo la parola di Jahvè, nulla spettava loro!

È pertanto ipotizzabile che, ancor prima della partenza, si trattasse di sacerdoti[22] del nuovo Dio poiché costituivano, ad esempio, il seguito (egiziano) di colui che aveva insegnato la nuova religione agli ebrei o, anche, che aveva fornito le sole risorse, umane e fisiche, per poterla attuare.

Scrive Sigmund Freud (Ebreo a sua volta), che a Mosè ha dedicato il suo studio “Der Mann Mose[23]:

«…non si può pensare che un gran signore come Mose, originario del medesimo paese, si sia recato da solo presso un popolo straniero. Avrà certamente preso con sé i più fedeli seguaci, gli scribi e i servi e questi costituirono il nucleo iniziale dei leviti… a sostegno…ci sono i nomi egiziani che solo i Leviti più tardi portarono…»

Tornando ancora alla domanda iniziale. Se volessimo credere ancora al “Thutmose” quale “liberatore” degli ebrei dovremmo inquadrare la vicenda in un ottica meno “sacra” e più “politica” e, in tal caso, si sarebbe trattato di una vera e propria secessione in seno al popolo egiziano, una sorta di guerra civile incruenta che avrebbe di certo, però, lasciato ampie tracce nella storia dell’Egitto mentre, geroglifici ed evidenze archeologiche alla mano, non se ne ha traccia alcuna[24].


[1]    Se siete interessati all’argomento, in questo stesso sito:

[2]  sui Faraoni dell’Esodo, posso rimandarvi alla sezione omonima della voce “Storia dell’Antico Egitto” di Wikipedia; https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27antico_Egitto#I_faraoni_dell’esodo

[3]    Esodo 1, 7-8

[4]    Amram (Imran nel Corano), della tribù di Levi, marito e nipote di Yocheved, genitori di Mosè, Miriam e Aronne. Secondo studi esegetici, sia Amram che Yocheved dovrebbero essere nati in Egitto e, secondo studi riguardanti l’albero genealogico di Levi (vedi semplificato qui sotto), Yocheved dovrebbe essere stata la minore dei figli di Levi e, quindi coetanea di Amram, pur essendone zia, nato a sua volta da Kohat, figlio di Levi e fratello di Yocheved.

[5]    Considerata la fonte primaria del “pentateuco”, ovvero dei cinque libri che compongono la Torah (datata intorno al IX-X secolo a.C.). Si caratterizza per l’uso ricorrente del nome “Jahvè” per indicare Dio.

[6]    Fonte caratterizzata, anche in questo caso, dal ricorrente uso della parola “El” per indicare Dio, molto spesso, però, usata al plurale “Ĕlōhīm”, ovvero Dei. Interessante notare quanti e quali nomi ebraici abbiano in se una componente teofora che comprende proprio il termine “El”: Dani-el; Ab-el; El-ijah; Ezeki-el; Gabri-el; Immanu-el; Micha-el; Shemu-el, o la stessa Isra-el. 

[7]    “Secondo Libro dei Re”, 22 e 23 [VI-V sec. A.C. fonte Deuteronomista]; “Secondo libro delle Cronache”, 34 e 35.

[8]    Per chi volesse saperne di più sull’Esodo e sulla sua presumibile data, o su chi fu/furono il /i Faraone/i dell’Esodo, rimando a un altro articolo da me scritto in altro sito: https://www.fattiperlastoria.it/fake-news-antico-egitto/ 

[9]    Principali Re della XVIII dinastia (si noti la ricorrenza del suffisso “mose” di molti dei nomi): Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II, Hatshepsut, Thutmose III, Amenhotep II, Thutmose IV, Amenhotep III, Amenhotep IV/Akhenaton, Smenkhara, Tutankhamon, Ay, Horemhab.

[10] L’enoteismo prevede la preminenza di una divinità sulle altre che compongono un dato pantheon, così da catalizzare tutto il culto. Viene considerata una forma intermedia tra il politeismo e il monoteismo vero e proprio, in cui la venerazione è incentrata su una singola divinità, senza tuttavia negare l’esistenza di altre, di cui però di solito è sottolineata l’inferiorità.

[11] L’antica Per-Hay, la “casa della felicità”, ma anche “Palazzo dell’Aton Splendente”, chiamata Malqata (“luogo delle cose ritrovate”) all’atto della  scoperta, nel 1888, da Georges Daressy (1864-1938), oggi meglio nota come Kom el-Hetan. Scavi sono in corso in quello che era il complesso templare e abitativo più grande di cui si abbia conoscenza, e di cui restano, come uniche vestigia visibili i cosiddetti Colossi di “Memnone”.

[12]  Thutmosi, erede al trono; Amenhotep, divenuto re con il nome di Amenhotep IV, poi Akhenaton; Sitamon, divenuta Grande Sposa Reale del padre intorno al trentesimo anno di regno; Isis; Henuttaneb; Baketaton e, verosimilmente, Smenkhara, successore effimero (avrebbe regnato per meno di un anno) di Akhenaton, prima dell’assunzione del trono di Tutankhaton (Joyce Tyldesley, “Chronicle of the Queens of Egypt”, Thames & Hudson). 

[13] Ad est del palazzo del re si apriva un enorme lago cerimoniale (3.700 braccia per 600) della cui inaugurazione restano alcuni scarabei commemorativi (lavori iniziati il «…1° giorno del terzo mese dell’inondazione, mese di Athir della stagione di Akhet…» e terminati  dopo soli 15 giorni «…il 16° giorno di Athir…»). 

[14] Theodore Davis, Gaston Maspero ed altri “The tomb of Iouiya and Touiyou : the finding of the tomb” Archibald Constable and Co. Ltd, 1907.

[15] Il testo è stato ricostruito ricomponendo tre tavole, rinvenute alla metà del XIX secolo, tra i resti della biblioteca del palazzo reale di re Assurbanipal (Aššur-bāni-apli = Ashur Creatore di un Erede) d’Assiria, a Ninive, più altri frammenti di altre provenienze.

[16]  Sargon (Sa-Rugi = Vero Re legittimo), fondatore e primo re dell’Impero Accadico, šarru kibrat ‘arbaim = Re dei Quattro Angoli (del cielo o del mondo).

[17] Traduzione di Giuseppe Del Monte, Iscrizioni reali dal Vicino Oriente Antico, Università di Pisa, 2004, p.16.

[18] Si pensi anche alla regina Hatshepsut che, avendo usurpato il trono al figliastro Thutmosi (quello che poi sarà il III di questo nome), farà derivare la sua nascita dall’unione tra la madre, la bellissima regina Ahmasi, e lo stesso Dio Amon.

[19]  “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature.” (Salmi 104, 24)

[20] Una curiosità egittologica riguarda il luogo in cui Aaronne morirà, come Mose, prima di giungere alla Terra Promessa e in cui verrà sepolta Miriam, sorella dei due. Secondo la Bibbia la località era Meribah che alcuni traduttori antichi esplicitamente indicano come “Qadesh degli Hittiti” (Numeri 20, 1).

[21] Attenzione poiché qui si ripete la genealogia di Mose e si sottolinea come Amram e Yocheved fossero nati in Egitto.

[22] Può essere interessante, a proposito dei Leviti, sapere che in tedesco “Leviten lesen” (letteralmente “leggere i Leviti”) è sinonimo di “sgridare”, “fare una ramanzina”, una “lavata di capo” e sapete perché? nel 760 d.C. il Vescovo di Metz (Chrodegang) per migliorare moralmente con la penitenza i religiosi (che pare fossero alquanto licenziosi), li costrinse a leggere il “Levitico” –terzo libro del Pentateuco- che contiene le leggi destinate, appunto, ai sacerdoti;

[23]  “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” fu scritto da Freud (1856-1939) tra il 1934 e il 1938 e pubblicato nel 1939, pochi mesi prima della sua morte. Già precedentemente Freud aveva scritto “il Mosè di Michelangelo”, pubblicato anonimo nel 1914 sulla rivista “Imago”. 

[24] Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio: “Mosè l’egiziano, nella Bibbia e nella leggenda” di Johannes Lehmann –ed. Garzanti- 1982.

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE DJOSER

Di Piero Cargnino

Come abbiamo visto negli articoli precedenti, la fine della II dinastia e l’inizio della III si perdono nelle nebbie del tempo. Si procede ancora per ipotesi che spesso cozzano con le scarse prove archeologiche, non solo ma, nell’intento di fare chiarezza, queste teorie abbondano e si contrastano tra di loro. Non scarseggiano certo quelli che alla scienza ci aggiungono la fantasia per fornirci un quadro spesso distorto e non veritiero. Le difficoltà ad interpretare gli scarsi dati in nostro possesso, relativi ad un periodo così lontano nel tempo come l’Antico Regno, sono molte ed è necessario procedere con cautela nel raccontare la storia senza dimenticare di segnalare sempre quella che è realtà dimostrabile da ciò che viene dedotto da interpretazioni personali di singoli studiosi.

Mi scuso per questa introduzione ma stiamo per addentrarci in uno dei più importanti periodi della storia antico egizia, quello che è stato definito “L’Età dell’oro”, dove i reperti in genere abbondano ma parimenti abbondano anche le teorie, più o meno valide, come pure quelle fantascientifiche.

L’inizio della III dinastia egizia coincide con l’inizio del cosiddetto Antico Regno, un periodo di oltre 5 secoli di stabilità, che comprende un arco di tempo che va dal 2686 a.C. al 2181 a.C. circa, durante il quale si succedettero quattro dinastie, (dalla III alla VI).

E’ questa l’età dei grandi faraoni, costruttori delle più famose ed imponenti opere della civiltà egizia, le Piramidi.

Come abbiamo detto negli articoli precedenti, grazie all’azione di un grande sovrano qual era Kasekhemwy l’Egitto è ora riunificato ed i sovrani possono indossare a pieno titolo le corone delle Due Terre.

Con certezza non si sa chi fu il primo faraone della III dinastia, secondo le più recenti catalogazioni, proposte da alcuni studiosi, l’ipotesi più probabile è che, ad aprire la III dinastia, sia stato il faraone Sanakht o Nebkha del quale abbiamo parlato ampiamente nel precedente articolo. Come detto però, di lui non esiste traccia nelle liste reali, troviamo il suo nome affiancato a quello di Djoser su alcune iscrizioni che ricordano le spedizioni nel Sinai alla ricerca di turchesi e rame.

Ma colui che viene considerato il fondatore della III dinastia è Djoser, Horo Netjerykhet, ellenizzato da Manetone in Tosorthros e Sesorthos da Eusebio da Cesarea.

Sicuramente il più importante, tanto che nel Canone Regio di Torino il suo nome è eccezionalmente scritto in inchiostro rosso.

Figlio di Kasekhemwy e della regina Nimaathap, in tutte le iscrizioni coeve compare sempre col nome di Netjerykhet (Divino nel corpo), da fonti successive sappiamo che il nome Djoser cominciò a essere scritto solo durante la XII dinastia, circa sette secoli dopo.

Sposa reale di Djoser è identificata nella regina Hetephernebti (o Hotephirnebty) in quanto il suo nome compare su alcune stele di confine nel recinto del complesso funerario della piramide a gradoni (oggi non più presenti poiché dislocate in vari musei del mondo) oltre che su alcune parti di rilievi trovati a Ermopoli (custoditi al Museo Egizio di Torino).

Come figli si conosce per certa Inetkauses (o Intkaes) sua unica figlia nota, in quanto al suo successore Sekhemkhet non è del tutto chiaro il rapporto di parentela.

Djoser regnò 29 anni, secondo Manetone, mentre il Canone Regio di Torino gliene attribuisce 19. In questo caso, anche alla luce delle sue numerose imprese architettoniche, primo fra tutti il suo Complesso funerario con la Piramide a gradoni di Saqqara, per gli egittologi Djoser deve aver regnato per almeno tre decenni, dando così più credito a Manetone. Toby Wilkinson, riferendosi ai dati contenuti nel  quinto registro della Pietra di Palermo ed a quelli del frammento n°1 degli Annali Reali, dove sono citate le conte del bestiame, concorda nell’attribuirgli 28-30 anni di regno.

Djoser intraprese diverse spedizioni militari nel Sinai sottomettendo le popolazioni locali, successivamente tornò nel Sinai dove popolazioni nomadi minacciavano le miniere di rame e turchese, nel deserto sono state rinvenute diverse incisioni che  raffigurano l’esilio del dio Seth accanto al simbolo di Horus. Oltre che per le miniere il Sinai era importante per gli egizi in quanto costituiva il punto di collegamento tra l’Egitto e l’Asia.

Djoser volle per se un complesso funerario che dimostrasse appieno la sua grandezza e per costruirlo chiamò il suo più fidato architetto, Imhotep. Il complesso funerario di Djoser sorge a Saqqara e si presenta come una struttura articolata di difficile interpretazione. E’ così ricco di spunti, di richiami simbolici, di novità tecniche e decorative, che nascono da una tradizione espressiva e ideologica ben consolidata.

Il suo complesso resiste in parte ancora oggi in quanto, come già il suo predecessore Kasekhemwy, ed in parte anche Peribsen, avevano iniziato, questo è costruito non già con mattoni di fango ma utilizzando pietre tagliate. Manetone, nominandolo due millenni dopo esaltò il progresso raggiunto dal faraone Tosorthron  nell’architettura con l’utilizzo della pietra, non solo ma lo paragonò al dio greco della medicina Asclepio affermando che Djoser avesse apportato anche alcune innovazioni nel campo della scrittura.

Secondo alcuni  egittologi Manetone si sarebbe riferito a Imhotep, il famoso sacerdote, architetto e ingegnere, ministro di Djoser che progettò ed edificò la piramide a gradoni. e che in seguito venne deificato come il dio greco Asclepio.

La famosa “Stele della carestia” che viene fatta risalire all’epoca di Djoser, ma probabilmente eretta in epoca tolemaica sotto Tolomeo V (205-180 a.C.), descrive che Djoser fece ricostruire il tempio del dio Knum, sull’isola di Elefantina, ponendo così fine ad una carestia che durava ormai da 7 anni. Secondo gli studiosi si tratterebbe solo della trascrizione di un’antica leggenda. 

Come abbiamo accennato in precedenza, Djoser doveva aver capito qual era la sua importanza come primo faraone effettivo sull’intero Egitto, ora lui poteva indossare a pieno titolo le due corone unite del Basso e dell’Alto Egitto. Questo lo esortò a dimostrare a tutto il paese, ed ai paesi vicini, la sua grandezza e scelse di dimostrarlo facendosi costruire un complesso funerario mai visto in tempi precedenti.

Come località scelse Saqqara ed affidò i lavori al suo più fidato architetto, Imhotep, proveniente da Mendes era figlio dell’architetto di Menfi Kanofer e della giovane Khreduonkh. Si distinse fin dalla giovane età per le sue notevoli capacità intellettuali in quasi tutti i campi cosa che gli valse la nomina a visir sotto il faraone Djoser. Chi meglio di lui avrebbe potuto soddisfare le manie di grandezza del faraone.

In effetti Imhotep costruì un enorme complesso facendo largo uso della pietra tagliata.

Al centro del complesso s’innalza la cosiddetta Piramide a Gradoni. Partiamo dunque da quella che viene definita la piramide egizia più antica pur non avendo le caratteristiche essenziali della piramide.

Per pura pignoleria specifichiamo che con il termine “piramide” in geometria si intende un poliedro con una faccia poligonale definita “base” che, nel caso sia quadrata, possiede quattro facce laterali triangolari che hanno come vertice il suo apice. Questa è la “piramide perfetta”, che non è il caso di quella di Djoser. Mi adeguo però alle considerazioni accademiche le quali tendono a spiegare che la piramide a gradoni consisterebbe nel primo tentativo di costruire una piramide perfetta (personalmente non concordo poiché ritengo che le costruzioni a gradoni siano state eseguite in tal modo di proposito senza alcun riferimento ad eventuali piramidi perfette che magari a quei tempi non erano neppure concepite).

Osservandola attentamente si è portati a confrontarla piuttosto con gli ziggurat, strutture religiose formate da piattaforme cultuali sovrapposte, diffuse lungo tutta la Mesopotamia e gli altopiani iranici e turkmeni.

Secondo gli studiosi Djoser iniziò col farsi costruire una grande mastaba secondo le usanze dell’epoca, quindi, o per manie di grandezza o semplicemente per voler dimostrare la sua potenza Djoser pretese qualcosa di più grande ed appariscente. Così, per una serie di successivi ingrandimenti della base e sovrapposizioni di più mastabe, (sei in totale), nacque quella che noi ammiriamo oggi.

Presenta una pianta non perfettamente quadrata e si eleva per 60 m. L’inclinazione delle facciate verso l’interno è data dal posizionamento inclinato dei blocchi squadrati di calcare. L’uso della pietra in luogo dei mattoni di fango, si era già riscontrato nel pavimento della tomba di Peribsen e nel tempio di Khasekhemwy, ma qui assistiamo ad un uso più ampio e raffinato.

Come detto sopra, l’intero complesso funerario di Djoser presenta molti aspetti oscuri e implicazioni simboliche, tradotto per la prima volta in una struttura completamente in pietra che mette in evidenza la straordinaria capacità tecnica nella lavorazione della stessa acquisita dagli scalpellini egizi.

Il tutto fu opera dell’architetto Imhotep. Gli egittologi affermano che fu lui ad ideare e realizzare tutto lo straordinario complesso funerario destinato a divenire la sepoltura del Faraone Djoser. Come accennato in precedenza la costruzione di un’opera così innovativa e grandiosa, dovette essere considerata prodigiosa dagli egiziani dell’epoca. Va detto che l’intero complesso rappresenta un unicum nello sviluppo dell’architettura in pietra sia per l’Egitto che per il mondo intero. Non è possibile stabilirlo con certezza ma sicuramente rappresenta il primo esempio di struttura monumentale, realizzata per un sovrano, con una forma che riportava all’idea dell’ascesa al cielo per il suo Ka.

In una iscrizione risalente alla XIX dinastia, rinvenuta a Saqqara, Djoser viene definito come “Colui che apre la pietra” ovvero “l’inventore dell’architettura in pietra”.

Ovviamente la costruzione dell’intero complesso evidenzia in modo molto marcato il fatto che i costruttori risentivano ancora i forti influssi dell’architettura arcaica fatta con materiali meno nobili della pietra, mattoni crudi, legno, canne, paglia e stuoie. Il risultato è quella meraviglia che possiamo ammirare dove l’architettura arcaica si unisce a quella nuova in pietra creando un effetto di irripetibile armonia. Le soluzioni adottate dai costruttori per far armonizzare lo stile arcaico con la pietra si riscontrano negli elementi che caratterizzano il complesso, le pareti di calcare che imitano le pareti in pali di legno, unite con imitazioni di funi e stuoie che pendono, colonne dalla forma di enormi fasci di giunchi o arbusti di papiro che ornano il grande portale di pietra. L’egittologo Jacques Vandier ebbe a dire: “…….ogni cosa qui è morta, tutto qui è fatto per la morte………”.

Il complesso piramidale di Djoser non fu innovativo solo dal punto di vista architettonico, fu l’emanazione di una nuova visione del mondo, l’espressione di una nuova era di stabilità politica che segnava il distacco da un’epoca precedente e l’inizio dell’Antico Regno. Tutto questo fu opera dell’ingegno di un grande architetto al quale Djoser aveva affidato la realizzazione, Imhotep. Fu lui il primo a fare un largo uso della pietra tagliata e lisciata.

Circa il ruolo svolto dal visir Imhotep alla corte del faraone Djoser non si conosce molto ma i titoli attribuitigli sono molto indicativi della sua posizione. Riporto da Earl Baldwin Smith, (“Egyptian architecture as cultural expression, Londra”), “…..Imhotep….. i cui titoli erano:

“Cancelliere del faraone d’Egitto a lui solo secondo, di nobiltà ereditaria, dottore, amministratore del Gran Palazzo, sommo sacerdote di Eliopoli, architetto, capo carpentiere, capo scultore e capo vasaio”.

Per le sue doti geniali, gli fu addirittura attribuita un’origine divina, che ne aumentò ulteriormente il mito, tanto che dopo la sua morte fu venerato in tutto l’Egitto come un dio e lo fu anche nei secoli successivi.

E probabilmente lo era davvero, o per lo meno fu sicuramente un mago, visto che riuscì, in soli 19 anni a realizzare non solo la piramide, ma l’intero complesso funerario del suo faraone.

Questo è circondato da un colossale muro di cinta che imita una struttura di stuoie intrecciate ed abbellita da un susseguirsi di nicchie e da quindici porte, quattordici delle quali sono fittizie mentre quella vera si apre sulla facciata est.

Secondo l’egittologo tedesco Hermann Kees le quindici porte starebbero ad indicare la metà del mese lunare, ovvero l’arco di tempo in cui si sarebbe dovuta svolgere la festa Sed. Secondo alcuni il motivo della decorazione del muro di cinta andrebbe ricercato in altre costruzioni simili presenti in Mesopotamia, cosa che supporterebbe l’ipotesi che la piramide a gradoni volesse imitare in un certo senso gli ziggurat e non una vera piramide.

Dalla porta d’ingresso si transita attraverso un ampio corridoio con il soffitto in pietra calcarea lavorata in modo che si presenta come fosse fatta in tronchi di legno. Il corridoio sfocia in una lunga sala costeggiata da venti coppie di enormi colonne, in origine erano alte 6 metri dalla forma di un fascio di giunchi. Questa parte del complesso fu interamente ricostruita ed i lavori durarono dal 1946 al 1956.

All’interno del complesso si trovano numerosi edifici fra cui l’insieme di cappelle della festa Sed. Si trovano inoltre il Tempio a “T” ed un intricato e complesso insieme di corridoi e camere sotterranee, molte delle quali riccamente decorate con mattonelle di ceramica azzurra (il tutto lo tratteremo in seguito). Il sito fu visitato già fin dal XVII secolo da viaggiatori e esploratori europei che però non riuscirono a penetrare all’interno della piramide (per fortuna!).

Fu solo in seguito alla spedizione di Napoleone in Egitto, che nel 1821 venne scoperto l’ingresso alla piramide ad opera del generale prussiano Johann Heinrich barone di Minutoli che però non proseguì nell’esplorazione.

Occorre arrivare al 1837 con l’archeologo Perring il quale penetrò all’interno della piramide ed esplorò le numerose gallerie sotterranee dove vennero rinvenute una trentina di mummie risalenti al periodo tardo. Perring fu seguito poco dopo da un altro grande archeologo, Lepsius, che guidava una spedizione prussiana. Ma le più importanti scoperte eseguite sistematicamente ebbero inizio solo nei primi anni del novecento grazie ai numerosi scavi effettuati dall’archeologo inglese Cecil Firth, al quale si unì presto anche il giovane archeologo francese Lauer. Fu solo grazie al loro lavoro che si iniziò a conoscere meglio il complesso e quindi la piramide a gradoni. Da quel momento gli scavi nel complesso divennero decisamente una missione per coloro che vi si dedicarono, e che continua ancora ai giorni nostri. L’egittologia deve a costoro il merito per i risultati raggiunti circa la conoscenza storico-architettonica del complesso e della piramide.

Una riconoscenza particolare va riservata all’architetto francese Lauer che dedicò numerosi anni della sua vita allo studio ma anche alla parziale ricostruzione di alcune parti del complesso funerario di Djoser. Visiteremo ora tutte la varie componenti del grande complesso funerario ma per stare in tema di piramidi voglio partire dalla piramide stessa.

Secondo molti studiosi questo fu il primo tentativo di costruire una vera piramide ma, forse, come ho scritto all’inizio, Imhotep non pensò mai ad una costruzione a forma di piramide perfetta della quale non ne aveva la minima idea. Forse, condizionato da quanto aveva visto in un suo possibile viaggio in Mesopotamia, cercò solo di offrire al faraone una “scala per raggiungere il cielo” e lo fece interpretando le probabili manie di grandezza di Djoser.

Il modello costruttivo a gradoni che si innalzano verso il cielo lo troviamo in molte culture ed ha prodotto anche in contesti storico-geografici indipendenti risultati molto simili. Oltre all’Egitto e alla Mesopotamia basta pensare alle numerose costruzioni simili riscontrate presso civiltà anche molto lontane tra di loro, un esempio sono le famose piramidi precolombiane sparse nelle Americhe. Come queste ultime, secondo gli studiosi, la piramide di Djoser non si presentava con una punta, non possedeva un pyramidion ma sulla cima vi era una terrazza, dove il Ka del sovrano, dopo aver percorso la “scala sacra” avrebbe trovato posto per un attimo di pausa. (forse è fantasia ma non guasta mai).

Adesso apprestiamoci ad entrare all’interno della piramide dove ci attendono numerose sorprese.

L’ingresso si apre sul lato nord e presenta una lunga galleria discendente che circa a metà percorso si restringe; proseguendo si giunge in fondo ad un grande pozzo che sbuca nella camera sepolcrale.

La camera, cosiddetta “Camera di granito”, si trova in fondo al pozzo ad una profondità di circa 28 metri. Interamente costruita in granito rosa misura 4 x 2,56 metri ed è alta 4 metri, sopra la stessa insiste un altro vano che Lauer chiamò “camera di manovra” perché a suo parere qui veniva sistemata la mummia per poi essere calata nella camera funeraria attraverso un pozzo rotondo sul pavimento, questo veniva successivamente chiuso con un masso di granito del peso di 3 tonnellate.

Parlando di camera sepolcrale va però detto che il primo a penetrare al suo interno non fu Lauer ma l’egittologo italiano Gerolamo Segato nel 1821, quando entrò nella camera riscontrò che era già stata violata probabilmente fin dall’antichità. All’interno trovò un sarcofago in granito rosso completamente vuoto. Non trovò altro se non alcuni resti scheletrici.

Più tardi durante una sua visita, l’archeologo svizzero Heinrich Menu von Minutoli rinvenne i resti di un paio di sandali dorati, un teschio. una maschera funeraria, frammentati di vasi ed un contenitore con ancora i sigilli originali contenente un liquido denso ed oleoso. Minutoli accumulò una notevole collezione di reperti che cedette al  re di Prussia per 22.000 talleri; ma durante il trasporto in Germania una gran parte andò perduta per il naufragio della nave che li trasportava. Tra i reperti perduti vi erano appunto quelli ritrovati nella piramide a gradoni. Quelli che si salvarono furono riuniti nella fondazione del Museo Egizio di Berlino.

Fu poi Lauer, nel 1826, a trovare la pianta di un piede sinistro e la parte superiore di un braccio oltre ad altre parti molto frammentate. Queste si trovano oggi presso l’Istituto di Medicina del Cairo.

In un piccolo passaggio a nord-ovest della camera funeraria venne rinvenuta una cassetta di legno dove era riportato un nome, Netierikhet, appunto il nome di Djoser, la cassetta si trova ora nel Museo Egizio del Cairo.

Torniamo ora al grande pozzo verticale, da esso partono quattro corridoi orientati verso i punti cardinali, questi si diramano in un complesso di gallerie estremamente articolato con numerose stanze ipogee distribuite intorno alla camera sepolcrale.

Tra queste si trovano le ormai famose “Stanze blu” così chiamate in quanto si presentano rivestite con piastrelle di faience turchese incastonate nel calcare giallo delle pareti a forma di fasci di giunchi con modanature che imitano le corde che li legano, sono inoltre presenti alcuni pilastri Djed.

A questo proposito va detto che per gli antichi egizi il turchese era il colore della rinascita, della vita e della prosperità, forse l’intento era proprio quello di simboleggiante la rinascita o, come suggerisce l’egittologa americana Florence Friedman, volevano rappresentare le acque dell’oceano celeste e di quello sotterraneo.

In altre due camere sono presenti tre “false porte” nella cui cornice compare il serekht con l’antica titolatura reale in geroglifici oltre a bassorilievi dove il sovrano è rappresentato mentre officia riti sacri.

Ora ci troviamo nel bel mezzo di un intricato complesso di gallerie e corridoi che si diramano in ogni direzione tutt’intorno alla camera sepolcrale, pare di essere capitati in un labirinto sotterraneo. Sono talmente tanti questi passaggi, di cui alcuni non ultimati, che diventa arduo stabilire quali di questi siano opera dei costruttori della piramide e quali siano invece opera dei saccheggiatori di tombe in cerca di tesori.

Dopo le prime esplorazioni passarono alcuni anni durante i quali la piramide cadde nell’oblio finché nel 1837, durante una sua visita ai sotterranei, Vyse scoprì un deposito dove trovò numerose mummie prive però di ogni tipo di arredo funerario, percorse i numerosi corridoi e scoprì altre gallerie.

Passò ancora del tempo durante il quale il sito venne un poco trascurato finché arrivò  Lepsius che visitò la piramide nel 1842 e, per non andarsene a mani vuote, smontò le architravi delle false porte delle “stanze blu” sulle quali erano presenti numerose iscrizioni, oltre ad alcuni serekht che riportavano sicuramente il nome del proprietario della tomba, Netierikhet, allora sconosciuto nelle liste reali.

Fino ad allora non era possibile stabilire con certezza chi fosse questo Netierikhet. La cosa si risolse anni dopo quando nel 1889, nei pressi di Assuan, sull’isola di Sehel su una parete di roccia, venne rinvenuta una stele rupestre, scritta in geroglifico risalente all’epoca tolemaica (330-31 a-C.), la cosiddetta Stele di Sehel (Stele della carestia). In essa si narrava che in un passato remoto ci fu un periodo di carestia e siccità durato sette anni,  il periodo era riferito al tempo del regno del faraone Djoser. La stele racconta che la siccità ebbe termine grazie alle preghiere ed alle donazioni di beni fatte al dio Khnum dal II sovrano della III dinastia di nome Netierikhet. A questo punto fu chiaro che Netierikhet era Djoser il faraone che fece costruire la piramide a gradoni.

Passiamo ora nella galleria orientale nella quale sono state rinvenute tre false porte dove il sovrano viene rappresentato due volte nell’atto di camminare con la doppia corona Pschent (bianca e rossa) ed una volta in posizione stante con la corona Hedjet (solo bianca).

I nomi del sovrano sono accompagnati da quelli di Anubis, Horo e Behedet. Una di queste false porte e diverse mattonelle di faience vennero fatta smontare da Lepsius nel 1843 e trasferite presso presso il Museo di Berlino dove si trovano tutt’oggi.

Alla base della piramide, lungo la facciata  occidentale, si trovano 11 pozzi profondi 30 metri circa dal cui fondo partono ulteriori gallerie collegate fra di loro, si pensa che queste dovessero servire come luoghi di sepoltura delle donne e dei bambini della corte reale. L’imbocco dei pozzi venne successivamente inglobato nella struttura della piramide nella fase in cui fu ampliata.

Nella galleria che parte dal quinto pozzo vennero rinvenuti frammenti di legno dorato, vasi finemente cesellati ed  un sarcofago di alabastro vuoto. Sul fondo della galleria si trovava un piccolo sarcofago di legno  con pochi resti di un fanciullo di 8-12 anni.

Nel primo e nel secondo pozzo si trovavano frammenti di alabastro, probabilmente sarcofagi, mentre nel terzo compariva l’impronta di un sigillo recante il nome di Netierikhet (Djoser).

Ma la sorpresa più grande fu quella che riservarono il sesto ed il settimo pozzo dove erano contenuti numerosi piatti, tazze e circa 40.000 vasi dalle forme e dimensioni più disparate ricavati da vari materiali,  alabastro, onice, scisto, porfido, quarzo, serpentino e breccia. Fra essi numerosi vasi identici a quelli trovati da Flinders Petrie nel villaggio di Naqada, ancora nessuno, oggi è in grado di dare spiegazioni.

Alcuni di questi vasi erano levigati, sfaccettati e ricoperti di decorazioni, molti di essi riportavano i serekht con i nomi di antichi sovrani protodinastici ai quali, secondo alcuni, Djoser li aveva dedicati. Molti di essi appartenevano a sovrani della I e II dinastia quali: Narmer, Ger, Den, Agib, Semerkht, Ka, Ninetger, Sekhemib, Hotepsekhemwy e Khasekhemwy, ma il nome di Netierikhet non compariva su nessuno. Il tutto era sparso intorno nella più completa confusione, il soffitto delle gallerie era crollato per cui i reperti integri furono solo qualche centinaio su tutti quelli rinvenuti  e catalogati da Lauer.  

Molte sono le ipotesi avanzate, secondo Lauer sarebbero il corredo delle tombe dei sovrani arcaici distrutte dal faraone Peribsen. In un secondo tempo, Khasekhemwy, che gli succedette li avrebbe raccolti e custoditi in un magazzino dal quale Djoser li avrebbe pietosamente fatti prelevare per custodirli nella sua tomba. A questo punto ci si domanda, perché prendere solo i vasi, sicuramente, nonostante saccheggiate le tombe custodivano ancora parte del corredo funebre non asportato dai saccheggiatori. Con lui concorda anche l’egittologo Stadelmann mentre di parere nettamente contrario Donald B. Redford che ritiene che le tombe precedenti furono distrutte dallo stesso Djoser per recuperare i materiali necessari ad erigere il suo complesso. Conservò però il loro corredo che fece sistemare nella sua tomba per rispetto e per mantenere la continuità del potere. Teoria ritenuta dai più assurda in quanto la distruzione delle tombe dei predecessori non costituiva certo un segno di rispetto ne di potere.

Il significato della conservazione del corredo usurpato ai predecessori nella propria tomba rimane avvolto nel mistero alla soluzione del quale ancora oggi molti egittologi vi si dedicano. Dagli inizi del XX secolo iniziò un’esplorazione sistematica della piramide, si procedette inoltre alla ricostruzione di parte del complesso funerario di Djoser, entrambe effettuate dall’architetto francese Lauer che vi si dedicò per numerosi anni. I restauri sono continuati fino ai giorni nostri. Di sicuro è che una eventuale visita ai sotterranei della piramide, ora riaperta al pubblico, non può che essere estremamente interessante.

Usciamo dalla piramide e ci troviamo nell’area del Tempio funerario, rivolti a nord, sulla nostra destra, addossato all’estremo angolo ovest della parete della piramide, nello spazio che si trova tra il Tempio e la “Casa del Nord” (che vedremo in seguito) si trova il cosiddetto “Cortile del Serdab”.

Il Serdab era una struttura presente nelle tombe dell’Antico Egitto costituita da una camera destinata alla statua raffigurante il Ka o “spirito vitale”, del defunto. Si trova accanto all’ingresso del tempio, addossata alla parete della piramide e risulta inclinata perché avrebbe dovuto seguire la forma del primo gradone a cui si appoggia.

Il Ka era la forza che permetteva al sovrano di sopravvivere dopo la morte e di riprendere un’esistenza nell’aldilà simile a quella che aveva condotto sulla terra. Per conservare la sua efficacia il Ka doveva essere continuamente alimentato, per questo le statue racchiuse nel serdab ricevevano cibo, bevande e fumigazioni con tanto di rito nel quale si recitavano formule d’offerta ad esse indirizzate.

La statua di Netierikhet Djoser assiso, con una lunga parrucca ed il copricapo nemes, è stata rinvenuta parzialmente danneggiata e priva degli occhi, oggi è custodita al Museo del Cairo, al suo posto è stata collocata una copia a grandezza naturale, vestita con gli abiti giubilari compreso il candido manto che nell’insieme davano l’impressione della dignità regale.

La parete nord del serdab presenta due fori nel muro all’altezza degli occhi della statua, questi avevano la funzione di permettere al Ka di Djoser di osservare la parte anteriore del complesso e le stelle imperiture del cielo settentrionale che non tramontano mai ed il mondo esterno dei vivi nonché di controllare (non si sa mai) che gli venissero sempre presentate le offerte.

Va detto che quasi un terzo dell’area nord del complesso non è ancora stata esplorata in modo approfondito.

Ovviamente trovandoci sul lato nord non possiamo non dare un’occhiata al Tempio funerario, detto anche “Tempio settentrionale” o nord, per il culto del faraone che si trova proprio alla base della piramide un poco più alto rispetto agli edifici vicini. Orientato in senso est-ovest permetteva l’ingresso attraverso un portico a doppio colonnato al cui interno si trovava la statua del sovrano ed alcune false porte. Allo stato attuale non è ancora stata avanzata un’ipotesi certa del significato delle varie componenti del tempio e la cosa è ritenuta di difficile interpretazione a causa della confusione degli ambienti, corridoi e cortili, che non è riscontrata in costruzioni simili di epoca precedente ne successiva, e con camere doppie chiamate da Lauer “Sale delle abluzioni” per la presenza di un lavacro rotondo sistemato tra le sale.

All’interno del recinto si trovano cortili con quattro colonne scanalate unite da un muro, da uno di questi cortili si accede ad una rampa che conduce al complesso ipogeo della piramide e da qui alla cripta funeraria. Il ritrovamento più significativo in questa zona è costituito da alcune impronte sull’argilla di sigilli apposti da un sacerdote della dea Neith che riportano il nome del faraone Sanakht.

Degno di nota, al nord della corte si trova un terrazzo che si congiunge con il muro di cinta del complesso ed è  raggiungibile attraverso una scalinata, nella parte superiore piatta presenta una sezione leggermente incavata delle dimensioni di 8 x 8 metri. Questa costruzione viene comunemente chiamata “altare”. 

Su questa costruzione non si conosce nulla ed ancora oggi è oggetto di una disputa fra egittologi non ancora conclusa. Secondo Stadelmann si tratterebbe di un tempio solare basando la sua ipotesi su una iscrizione incisa su di un ostrakon trovato poco lontano che riporta in corsivo la dicitura “seketre” (tramonto di Ra). Altenmuller ritiene invece che l’avvallamento rappresenti la base su cui si trovava eretto un obelisco con la funzione di imitare la pietra Benben di Eliopoli.

Per contro va detto che non è stata ritrovata alcuna traccia dell’obelisco o parti di esso  mentre un più attento esame della scritta pare rivelare che non fosse riferita ad un tempio solare bensì ad un edificio della festa Sed. Attualmente sono in atto analisi sistematiche dalle quali ci si aspettano ulteriori ritrovamenti interessanti ed anche inaspettati.

Adesso facciamo due passi sotto il caldo sole del deserto, lasciamo il settentrione per dirigerci verso il lato sud del complesso. Torneremo a nord per visitare le cosiddette “Casa del nord” e “Casa del sud”, mi scuso se salto qua e la ma preferisco dare la precedenza agli ambienti che ritengo meritino maggiore attenzione.

Avanziamo ora in quello che è il cortile sud, più pomposamente chiamato “Cortile dell’Apparizione reale”.

Questo misura 180 x 100 metri e lo si trova appena entrati nel complesso in quanto si estende dalla piramide fino al muro di cinta meridionale. In origine insistevano in questo spazio due fabbricati, nell’angolo nord-est erano presenti un piccolo tempio con tre nicchie mentre un basso altare quadrato poggiava sul lato meridionale della piramide e possedeva un piccolo ipogeo situato proprio davanti ad una rampa attraverso la quale si accedeva all’altare. In questo ipogeo fu rinvenuta una testa di toro.

L’uso a cui erano destinati questi edifici ci è del tutto sconosciuto.

Al centro della corte si trovano i resti di due piccoli edifici la cui forma ricorda una B, sicuramente sono da mettere in relazione con la festa sed anche se nessuno per ora si è espresso con certezza.

Durante gli scavi, nei pressi, sono state ritrovate 40 stele sulle quali comparivano i nomi della moglie di Djoser Hetephernebti e della figlia Inetkaus, anche su queste, per il momento, non sono state avanzate ipotesi circa il loro significato.

Quello che viene ritenuto il più interessante reperto rinvenuto nella corte sud è la cosiddetta “Iscrizione del restauro” ad opera di un figlio di Ramesse II Khaemuaset. Di lui sappiamo che era sacerdote di Ptah a Menfi e, grazie al grande interesse che provava verso gli antenati, fece effettuare numerosi restauri ai monumenti danneggiati. Un suo monumento eretto nei pressi della piramide a gradoni è stato recentemente rinvenuto poco ad ovest del Serapeum da una missione giapponese.

Prima di proseguire la nostra visita al complesso del faraone Djoser, in funzione di ciò che troveremo adesso, viene da chiedersi, la piramide a gradoni va considerata la vera tomba del faraone Djoser? La sua mummia fu effettivamente collocata nella camera funeraria sottostante la piramide?

Può darsi, allora sorge spontanea un’altra domanda, che ci fa un’altra tomba all’interno del complesso?

Si, un’altra tomba situata nell’angolo sud-ovest della corte, qui sorge il più misterioso fabbricato di tutto il complesso, la cosiddetta “Tomba Sud”, un secondo monumento funerario edificato proprio ai limiti del muro meridionale.

Non è chiara la sua funzione, Djoser fu sepolto sotto la piramide a gradoni o in questa tomba? Secondo alcuni la tomba rappresenterebbe un cenotafio come quelli che si trovano ad Abydos, secondo altri potrebbe essere una strategia diplomatica di Djoser per sottolineare la sua funzione di re dell’Alto e Basso Egitto. Oppure bisognerà trovare un’altra spiegazione, nell’attesa di maggiori informazioni noi apprestiamoci a visitarla per quanto è possibile.

Arrivando da nord uno stretto passaggio ci conduce in una piccola sala dove, secondo Lauer vi era una statua del re, secondo Ricke era il luogo dove si conservavano le due corone del Basso e Alto Egitto. La tomba, ovviamente ipogea, presenta una sovrastruttura a mastaba rettangolare con orientamento est-ovest, al limite orientale si apre un enorme pozzo profondo circa 30 metri nel quale una scala in pietra scende in profondità.

Alla base del pozzo la camera funeraria, in granito rosa, si presenta quasi uguale a quella sotto la piramide e anch’essa possiede la “camera di manovra”, il tutto di dimensioni leggermente ridotte.

Nella camera in granito si trova un sarcofago, il che conferma l’uso prettamente funerario della stessa. Una delle tante ipotesi suggerisce che potrebbe aver contenuto i vasi canopi o una statua reale del Ka di Djoser. 

Il passaggio scende ancora in profondità dove si trovano alcuni appartamenti con diversi corridoi simili a quelli della piramide a gradoni, solo di dimensioni più ridotte, avanzando ancora incontriamo una galleria le cui pareti sono rivestite di piastrelle blu-verdi in faience come nelle gallerie della piramide. Le decorazione rappresenta Djoser una volta nell’atto di incedere indossando la corona bianca e due volte in posizione stante con la corona rossa o bianca (non è distinguibile). Le decorazioni presenti in questa tomba, nel loro insieme, colpiscono in modo sorprendente per la loro compiutezza e precisione nei dettagli, il grado raggiunto è molto elevato decisamente superiore a quello delle camere sotterranee della piramide; è stata avanzata l’ipotesi che siano state predisposte prima della piramide nel caso di una morte prematura del sovrano. Alcuni egittologi hanno ipotizzato che questa sia la vera tomba dove giaceva la mummia del faraone. Secondo altri insorgerebbero principi religiosi che rendono poco credibile che il sovrano si facesse costruire una piramide per poi farsi seppellire in una tomba minore.

Vi racconto un piccolo aneddoto che forse non tutti conoscono, quando venne scoperta da Firth e Lauer quest’ultimo, essendo più snello si calò per primo nella camera funeraria passando dalla camera di manovra. La sorpresa nel vedere che anche qui c’erano le piastrelle di faience lo entusiasmò nonostante la maggior parte di esse erano cadute dalle pareti finendo in minuscoli pezzi. I due raccolsero i ciottoli e li portarono nell’abitazione di Firth. Ad un certo punto Lauer si diresse nuovamente al lavoro ma appena uscito di casa udì un forte sibilo che persisteva in continuazione. Spaventato corse all’interno della casa dove Firth gli spiegò il tutto. Nell’intento di lavare i pezzi Firth aveva immerso i ciottoli in un secchio con acqua e una sostanza detergente. Dopo millenni in cui le piastrelle si erano seccate, a contatto con l’acqua si era innescata una reazione chimica che aveva prodotto il fischio.

In conclusione riporto la combinazione di due teorie, quella di Jéquier con quella di Lauer, che fin’ora paiono le più plausibili, Djoser sarebbe stato sepolto sotto la piramide, la tomba sud sarebbe un sostituto simbolico, un cenotafio.

Per arrivare alla Tomba sud dalla Piramide abbiamo percorso il grande “Cortile dell’Apparizione Reale” dove si celebravano le cerimonie cultuali ed il rito della corsa sed che avveniva tra i due piccoli edifici dalla forma che ricorda una B, di cui abbiamo già parlato, e che simboleggiavano i confini dell’Egitto.

Circa a metà del Grande cortile, sul lato est, si trova il cosiddetto “Tempio T”, un edificio rettangolare il cui nome è dovuto alla classificazione fissata da Lauer.

Il Tempio “T” è tra le più affascinanti e misteriose strutture nel complesso. La facciata esterna dell’edificio è semplice e non ostenta particolari ornamenti, mentre l’interno è interamente costruito con pilastri Djed (che rappresenta stabilità).

All’interno si trovano sculture complicate dal significato oscuro, tra esse spicca una falsa porta semiaperta, potrebbe rappresentare un passaggio simbolico verso l’aldilà. Il Tempio viene anche comunemente chiamato “Tempio della Heb-Sed” (la Festa Sed), trovandosi in prossimità della corte giubilare, potrebbe essere servito come struttura di culto sacerdotale dove si sarebbero tenuti i riti preparatori alla festa Sed. Anche qui, come nell’intero complesso, la struttura arcaica che si presentava in mattoni crudi la troviamo costruita in pietra.

Il tempio e formato da un colonnato d’accesso composto da tre colonne scanalate unite da un muro di sostegno, un’anticamera, tre cortili interni ed una sala quadrata con una nicchia nella parete nord che presenta un fregio con il geroglifico “djed” (durare, essere saldi).

Il significato del tempio è tutt’ora oggetto di discussione tra gli studiosi, secondo Ricke e Firth avrebbe svolto la funzione simbolica di spogliatoio dove il sovrano cambiava i suoi vestiti con quelli rituali della festa Sed. Al momento del suo ritrovamento il tempio era in completa rovina, fu Lauer che procedette alla sua ricostruzione usando circa 2000 frammenti e restaurandoli tramite la tecnica dell’anastilosi. (in architettura, particolarmente adottata in archeologia, per anastilosi si intende la tecnica di restauro che consiste nel rimettere insieme ciascun elemento dei pezzi originali di una costruzione distrutta).

Andiamo ora a visitare il “Cortile del Giubileo” anche detto “Cortile della Festa Sed”.

Mi scuso con i più esperti ma vorrei fare una piccola parentesi per coloro che si trovano ad affrontare per le prime volte la storia egizia con la sua terminologia. La “Festa Sed” o “Festa Giubilare” consisteva in una cerimonia che tutti i faraoni celebravano al compimento del loro trentesimo anno di regno. Secondo l’ipotesi avanzata da Petrie la Festa Sed deriverebbe dall’antichissima usanza, risalente al periodo protodinastico (ma forse assai prima), secondo la quale avanzando con l’età era bene che il re dimostrasse di essere ancora in grado di difendere il proprio popolo, per far questo doveva sottomettersi a delle prove che ne avrebbero sancito tale diritto. Se il sovrano non avesse superato le prove veniva messo a morte e quindi sostituito con uno più giovane. Secondo le ipotesi più accreditate il significato della festa “Heb-Sed” per gli egizi era puramente simbolico, queste suggeriscono che si trattasse di una prova fittizia al punto che molti faraoni la celebrarono prima del loro trentesimo anno di regno, anzi, alcuni ne celebrarono più di una. Ramesse II celebrò la prima festa in occasione del suo trentesimo anniversario di regno, da lì in poi ne celebrò una ogni tre anni per un totale di ben quattordici. Secondo l’egittologo Petrie, il re doveva bere una pozione di fiori di loto che lo avrebbero portato ad una sorta di catalessi, raggiunto questo stato sarebbe stato deposto in un sarcofago dove rimaneva per alcuni giorni. Questo faceva si che il sovrano si sarebbe rigenerato, riacquistando il proprio vigore per poterlo dimostrare nel rito Sed.

Torniamo al cortile della Festa Sed, esso consiste in un ampio spazio rettangolare di 198 x 187 metri che si trova sempre ad est del complesso. Sul lato orientale si trovavano dodici cappelle con coronamento arcuato incorniciate da un astragalo liscio (modanatura detta anche tondino).

Questo elemento architettonico derivava dal modello di cappella “per nu”, diffuso nel Basso Egitto e costruito con mattoni crudi, legno, canne e paglia. Ciascuna cappella conteneva, all’interno di una nicchia, pregevoli statue di divinità distrettuali, una di queste statuette di un nomo si trova oggi al Brooklin Museum (cat. 58.192). Oggi rimangono i resti di tre statue incompiute del re in forma osiriaca.

Sul lato occidentale del cortile si trovavano tredici cappelle di due diversi tipi. Un tipo detto “sekh netjer” (sala del dio) con facciata e astragali laterali, il secondo tipo detto “per uer” (grande casa) che rappresentava il santuario dell’Alto Egitto anch’esso anticamente costruito in legno e stuoie.

In realtà è improprio chiamarle cappelle in quanto si trattava di “falsi edifici” che non presentavano alcuno spazio interno ma semplicemente formate da un blocco solido con rivestimento esterno. Di dimensioni rilevanti, alcune di queste erano contornate sulla facciata da tre sottili colonne incassate nella muratura, scanalate per simboleggiare fusti di alberi, il capitello detto “abaco cubico” recava i simboli divini e reali. Il loro scopo era quello di rappresentare gli dei dell’Alto e Basso Egitto che avrebbero rinnovato il consenso al faraone che sarebbe stato nuovamente incoronato. Inutile dire che si trovavano in uno stato di completa rovina, fu l’egittologo Lauer, che dedicò quasi tutta la sua vita alla loro ricostruzione con il metodo, già descritto sopra, dell’anastilosi.

Sul fondo della fila occidentale di cappelle si trovava un gruppo statuario composto dalle statue di Djoser, di sua madre Nimaathap, della moglie Hetephernebti e della figlia Inetkaus, oggi rimangono solo più i resti dei piedi. Dopo che il faraone aveva effettuato alcune prove di cui la più importante era la corsa nel grande “Cortile dell’Apparizione Reale”, la cerimonia si spostava nel cortile della Festa Sed dove, alla presenza dei nobili del regno, si celebravano i riti giubilari della rigenerazione che culminavano nella cerimonia dell’incoronazione come riconferma della supremazia e del potere del sovrano. Questa avveniva su un podio situato a sud del cortile dove ancora si trova un basamento con due rampe laterali sul quale veniva posto il trono, questo era sormontato da un baldacchino per riparare il sovrano dai cocenti raggi solari.

Tutto questo però Djoser non lo usò mai, infatti morì prima del compimento del trentesimo anno del suo regno. Ma forse a questo Djoser ci aveva anche pensato, la sua Heb-Sed l’avrebbe celebrata comunque nell’Aldilà. La costruzione di tutti questi edifici fu voluta forse per dare maggior risalto scenografico al suo monumentale complesso funerario la cui funzione, puramente simbolica lo rendeva degno di un dio che muore ma che si rigenera.

Bene, ora dal cortile Hed-Sed, costeggiando la piramide, ci dirigiamo nuovamente a nord dove incontriamo un ampio cortile sulla destra, questo è accessibile sia dal complesso della festa Sed che dal passaggio sul lato orientale della piramide.

Entriamo nel cortile e ci troviamo di fronte la cosiddetta “Casa del Sud”. Quando Lepsius la scoprì le sue rovine erano così imponenti che la scambiò per una piramide satellite e gli assegnò il numero XXIV.

Nell’angolo sud-est si trova un basamento che ricorda vagamente la lettera D sul quale sono stati trovati i resti di un altare. Sui lati est e sud del cortile si trovavano delle nicchie mentre nella parte nord-est si trova un pozzo profondo 25 metri.

Nei pressi del pozzo, l’archeologo Firrth rinvenne numerosi fogli di papiro carbonizzati cosa che portò a credere che in quel luogo, forse in epoca più tarda, avesse sede l’amministrazione non solo del complesso di Djoser ma dell’intera necropoli di Saqqara.

La Casa del Sud, che presentava una serie di capitelli dalla forma di fiore di loto (oggi scomparsi), molto probabilmente simboleggiava la sala del trono dell’Alto Egitto. Con il solito metodo dell’anastilosi, Lauer fece ricostruire la facciata rivolta a sud che risultò ornata da quattro colonne simili a quelle delle cappelle Heb-Sed.

L’ingresso si presenta spostato rispetto al centro di due colonne che ornano la facciata, al di sopra di esso compare un fregio continuo con il geroglifico “Khekeru” ad imitazione dei tetti di stuoie intrecciate che ornavano gli edifici di epoca predinastica adibiti al culto della dea avvoltoio Nekhbet di Ieracompoli.

Da qui si accede attraverso un breve corridoio ad una camera con nicchie dove, secondo alcuni, venivano deposte le offerte funerarie. Ironia del destino, allora come oggi, i visitatori avevano la pessima idea di lasciare graffiti sulle pareti, all’interno della cappella ne compaiono numerosi in scrittura ieratica che risalgono alla XVIII e XIX dinastia, si trova una scritta dello scriba della camera del tesoro Hednakht ed una dello scriba del Visir, Panakht. Il loro significato storico è oggi molto importante in quanto conferma la veridicità del fatto che Djoser fosse realmente il detentore del complesso e che gli edifici a quell’epoca fossero ancora abbastanza in buono stato.

Poco oltre si trova la “Casa del Nord”, pressappoco ricalca quella del sud ad eccezione del cortile che è più piccolo, la sua funzione simbolica era quella di rappresentare la sala del trono del Basso Egitto, il Delta; forse era dedicata alla dea serpente Uto.

Al suo interno non compaiono nicchie ma un pozzo profondo circa 20 metri che sbuca in una serie di gallerie sotterranee non ancora completamente esplorate. Nel cortile sono inoltre presenti tre semicolonne a forma di papiro.

Circa il significato simbolico di queste due “Case” le molte ipotesi avanzate sono controverse discostandosi in modo significativo tra di loro. Lepsius rimase fermo sulla sua idea che si trattasse di due piramidi satelliti della Piramide a Gradoni tanto che le elencò con i numeri XXXIII e XXXIV. Secondo Firth erano semplicemente le tombe delle principesse Hetephernebti e Inetkaus. Per l’egittologo Ricke, invece, simboleggiavano le residenze reali Dell’Alto e Basso Egitto. L’ipotesi più condivisa è quella di Lauer secondo il quale le due case rappresenterebbero simbolicamente le “Due Terre” unificate dove, conclusa la Heb-Sed, dopo l’incoronazione e l’ascesa al trono simbolica del faraone, il suo Ka andava li a ricevere l’omaggio dei sudditi dell’Alto e Basso Egitto.

Ora passiamo al lato occidentale del complesso dove si estendono tre lunghi edifici affiancati di lunghezze diverse allineati nord-sud, il più occidentale era lungo circa 400 metri, largo 25 e alto 5 metri. Gli altri due sono via via più bassi ed il terzo addirittura si appoggia per qualche metro direttamente sulla piramide.

Le indagini effettuate, che a tutt’oggi sono ancora scarse, portano però ad escludere che la massicciata più occidentale contenga al suo interno camere o corridoi in quanto è stata costruita con frammenti di pietra e materiale di risulta. La massicciata centrale presenta le pareti laterali lievemente inclinate ed arricchite da nicchie, cinque pozzi con scale conducevano alla sottostruttura che presentava lunghi corridoi e camere parzialmente distrutti. Nella parte già esplorata curiosamente sono stati rinvenuti cocci di vasi in pietra e semi di orzo, frumento oltre a frutta secca.

Lauer ritiene che nelle massicciate siano stati sepolti i servitori di Djoser mentre per Stadelmann si tratterebbe di costruzioni antecedenti la II dinastia successivamente incorporati nel complesso. Affermazione ritenuta assurda da molti in quanto il fatto che la terza massicciata sia appoggiata alla piramide dimostra che sicuramente è stata costruita in epoca successiva. Essendo ancora in corso uno studio approfondito le notizie di cui si dispone sono troppo esigue per permettere di avanzare ipotesi certe.

Bene, ora che abbiamo visitato tutto il visitabile dirigiamoci all’uscita senza però dimenticare, dopo alcuni passi, di voltarci indietro per un ultimo sguardo a questo meraviglioso monumento dell’Antico Egitto. Tutto quello che abbiamo visitato si completa con il maestoso muro che circonda interamente il complesso.

Esternamente si presenta con una struttura che imita un insieme di stuoie intrecciate e viene messo in evidenza da bellissime nicchie e da quindici porte distribuite in modo irregolare lungo tutta la sua estensione. Quattordici di queste sono false porte, solo una è vera, quella situata sulla facciata est, nell’angolo sud-est, dalla quale siamo appena usciti.

Secondo alcuni egittologi l’intera struttura imiterebbe il motivo decorativo di un fabbricato con intelaiatura in legno coperta di stuoie, secondo altri il motivo sarebbe di derivazione Mesopotamica. Lauer sostiene che in origine il muro fosse di colore bianco come il palazzo dove regnava il faraone. Il motivo del muro di Djoser potrebbe aver ispirato altri monumenti, infatti lo troviamo nel muro di cinta del complesso piramidale di Senusret III a Dashur e sul suo sarcofago.

Abbiamo così completato la visita alla più antica piramide del mondo costruita oltre 4700 anni fa. Accessibile agli studiosi fino agli anni 30 del novecento venne successivamente chiusa per problemi di sicurezza in quanto rischiava di collassare su se stessa. Nel 2006 ha inizio un grandioso progetto di salvataggio che, salvo una breve interruzione dal 2011 al 2013 a causa della rivoluzione che ha portato alla caduta di Hosni Mubarak, è proseguito per 14 anni fino alla completa apertura al pubblico nel 2020. Oggi è interamente visitabile.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2007
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, De Agostini, Novara, 1993
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
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  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane, Mondadori, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Cyril Aldred, “L’antico Egitto”, Newton Compton Editori, 2006
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. Whitestar, 2005
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Ed. Mursia, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1961
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1884
  • Lehner, Mark. “The Complete Pyramids”, New York: Thames and Hudson, 1997
  • Jaromir Màlek, “Egitto. 4000 anni di arte”, Phaidon, 2003
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE GIGANTE SANAKHT

Di Piero Cargnino

Sanakht è stato considerato per molto tempo, e da alcuni ancora oggi, il fondatore della III dinastia dopo Khasekhemwi, ultimo faraone della II dinastia; ha governato dal 2735 al 2715 a.C.

Si pensa che potrebbe essere stato uno dei  figli di Nimaathap (“Verità di Hapy”), figlia e sposa dello stesso Khasekhemwi e, sempre secondo questa teoria, sarebbe stato il fratello maggiore di Djoser.

Secondo un’altra teoria avanzata da alcuni egittologi Nimaathap, figlia di Khasekhemwy divenne la moglie reale di Nebka ed il loro figlio fu Djoser, “primo sovrano legittimo”. In epoca più recente però sono stati rinvenuti numerosi sigilli ed iscrizioni su recipienti in pietra che riportano i titoli della regina Nimaathap quali: “Madre del re dell’Alto e Basso Egitto”, “Madre dei figli del re” e “Sposa del re”.

La teoria che prevale oggi è che Nimaathap fosse una principessa del Basso Egitto che andò sposa a Khasekhemwy al termine del conflitto per la riunificazione delle Due Terre.

Il nome di Sanakht non viene citato nella lista di Saqqara ne nel Canone di Torino, nella lista di Abydos è citato con il nome di Nebka mentre Manetone lo chiama Necherophes (o Tosorthros).

Recenti ritrovamenti hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare che questo sovrano fosse in realtà appartenuto alla II dinastia pur non essendo in grado di definire una rigorosa cronologia tra le due dinastie.

In alcune iscrizioni si trovano associati i nomi di Sanakht, Nebka e Necherophes con quello di Djoser, il Papiro Westcar cita un faraone Nebka come successore di Djoser e prima di Huni. La confusione è generata dal fatto che la posizione dei nomi nelle varie Liste Reali non ha ancora un riscontro archeologico sicuro. Il nome di Sanakht lo troviamo affiancato a quello di Djoser su alcune iscrizioni che raccontano le spedizioni alle miniere di turchese compiute durante il regno dello stesso Djoser.

I due nomi compaiono associati anche a Beit Khallaf (o Bet Khallâf) nell’Alto Egitto, località vicina all’antica Thinis a venti chilometri a nord di Abidos dove pare che si fossero fatti costruire due mastabe di mattoni una accanto all’altra. Ho detto “pare” perché alcuni studiosi ipotizzano che Sanakht sia morto in giovane età e che la sua mastaba sia stata riutilizzata dal faraone Djoser che la fece ampliare trasformandola in seguito nella piramide a gradoni.

In ogni caso la tomba di Sanakht è stata scoperta nel 1901 appunto a Beit Khallaf dove erano presenti numerose tombe appartenenti alla Terza Dinastia.

La conferma che la mastaba denominata K2 è appartenuta a Sanakht è attestata da frammenti di sigilli e da graffiti. Coloro che sostengono che Sanakht sia il fondatore della III dinastia affermano che il ritrovamento di sigilli di Djoser nella tomba di Khasekhemwy dimostrano solo che Djoser praticava riti funerari in onore di questo re senza per questo indicare che fu lui a succedergli.

A proposito di Nebka, citato da Sesto Africano e nella lista di Abydos, egittologi quali Wilkinson, Seidlmayer, Kitchen e Stadelmann affermano che si tratti effettivamente dello stesso Sanakht e portano a sostegno della loro teoria tracce di un cartiglio nel quale compare un segno “Ka” (ad indicare la fine del nome “Nebka”) su di un frammento di sigillo in argilla.

Anche l’egittologo Dietrich Wildung condivide l’ipotesi che i due siano la stessa persona pur contestando l’interpretazione derivata dal sigillo in quanto troppo danneggiato per leggere con certezza l’iscrizione all’interno del cartiglio.

Wolfgang Helck asserì che il nome Nisut-Biti di Sanakht fosse Weneg, poiché si ritiene che Weneg sia stato il quarto re della II dinastia, la teoria di Helck viene contestata dai più. Anni addietro l’egittologo Ernest Wallis Budge suggerì che il nome di Sanakht andava letto “Hen Nekht”. Oggi si ritiene che la lettura più giusta sia “Sanakht” o (raramente) “Nakht-Sa”.

Come detto sopra la tomba di Sanakht, la mastaba denominata K2, scoperta nel 1901, destò subito un grande interesse per le dimensioni del corpo del defunto che erano più grandi delle altre, non solo ma superavano tutte quelle trovate in tempi antichi.

La tomba conteneva i resti di colui che potrebbe essere il più antico caso di macrosomia, (ovvero il cosiddetto “gigantismo umano proporzionato”). Come è noto, i giganti sono personaggi fantastici che si ritrovano nelle leggende e nella mitologia di molte culture, ma è logico pensare che le leggende nascono spesso da storpiature o esagerazioni di fatti reali. E’ noto che il gigantismo è una condizione clinica che si verifica quando il corpo produce in modo anomalo l’ormone della crescita.

Gli scienziati dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica dell’Università degli Studi di Zurigo, in collaborazione con alcuni colleghi australiani ed olandesi,  hanno analizzato la mummia del faraone Sanakht, concludendo che il suo corpo potrebbe avere le caratteristiche per esser considerato il primo “gigante” della storia, le sue ossa furono datate al 2.700 a.C. circa. I risultati dei loro studi sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “The Lancet Diabetes & Endocrinology”. A tale riguardo Michael Habicht, egittologo dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica all’ateneo svizzero ha precisato:

“…… i presunti resti di Sanakht sono stati ritrovati in una “tomba d’élite” e questo fa pensare che non ci fossero comunque stati pregiudizi sociali verso i casi di gigantismo…..”.

Grazie a questo nuovo studio si è scoperto che la lunghezza dello scheletro di Sanakht sfiorava i due metri (199 centimetri), non molto rispetto ai tempi d’oggi ma certamente un’altezza alquanto insolita per un uomo di quell’epoca. Scrive inoltre Habicht:

I vari studi sulle mummie egizie hanno mostrato come l’altezza media degli uomini di alto rango, in quell’epoca, raggiungeva al massimo circa 160-170 centimetri“.

Nel corso della storia non si contano i miti e le leggende che descrivono uomini dall’altezza incredibile, in grado di terrorizzare i comuni mortali ma l’altezza del faraone Sanakht potrebbe essere solo il frutto della malattia che spinge il corpo a crescere a dismisura.

Uno sviluppo eccessivo delle ossa è stato riscontrato nei resti del faraone. La macrosomia, in sostanza, è una disfunzione abbastanza rara dovuta all’eccessiva produzione dell’ormone della crescita, (ossia la somatotropina), che si presenta attorno al ventesimo anno di età e che provoca una crescita esagerata del corpo, fino al 15-20% in più rispetto ad una persona normale ma tuttavia corretta nelle proporzioni, (a differenza dell’acromegalia, dove le proporzioni non vengono rispettate).

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1997
  • Smith W. S.,  “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Cambridge University 1971 (Il Saggiatore, Milano 1972)
  • John A. Wilson, “Egitto, in I Propilei – Grande storia universale Mondadori”, Milano, 1967
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
C'era una volta l'Egitto

KHASEKHEMWY – IL CREPUSCOLO DELLA II DINASTIA

Di Piero Cargnino

La II dinastia, così come la vide Manetone è ormai giunta al termine, con un Egitto più o meno diviso, passato nelle mani di sovrani dei quali non si riesce a capire su cosa abbiano governato, se sull’intero paese o solo su parte di esso, a volte contemporaneamente e spesso in disaccordo tra di loro anche se mai in guerra aperta.

Questa è la situazione che eredita il nuovo sovrano, Khasekhemwy all’alba della sua salita al trono.

Ultimo faraone della II dinastia, governò l’Egitto per quasi 18 anni, all’incirca tra il 2690 e il 2650 a.C., con lui si chiude il cosiddetto Periodo Protodinastico.

Benché di lui si conosca più dei suoi immediati predecessori anche nel suo caso vi sono dubbi sul fatto che il nome indichi un solo sovrano oppure due.

Nella necropoli di Abydos sono stati ritrovati alcuni serekht nei quali compare come Horo Khasekhem ed altri in cui il nome riportato è Horo-Seth Kashekhemwi.

Diverse sono la interpretazioni del suo nome Horus a seconda di come viene trovato scritto: “Ḫꜥj-sḫm.wj” che viene interpretato “Appaiono i due potenti”, quando è scritto come “Ḥr-Ḫꜥj-sḫm” viene letto “Horus, il cui potere appare”, lo si trova anche nella forma “ḫꜥj sḫm.wj ḫtp nṯrwj jm” che significa “i due poteri appaiono in quanto gli antenati riposano dentro di lui”.

Nella lista di Abydos, Khasekhemwy compare come successore di Sendi (Sened), in quella di Saqqara è posto dopo Hudjefa con il nome di Beby, nella sequenza dei sovrani riportata nel Canone di Torino il suo nome viene dopo quello di Aaka (Peribsen), Neferkaseker e Hudjefa col nome di Bebti.

Capite in che situazione si trovano coloro che devono interpretare la storia? L’opinione prevalente colloca Khasekhemwy come successore di Seth-Peribsen ma secondo altri il successore sarebbe Khasekhem anche se i più affermano che i due siano in realtà la stessa persona. Questo confermerebbe il fatto che prima di lui si sia verificato un periodo di divisione tra le Due Terre, Peribsen regna su una parte dell’Egitto mentre Khasekhem regna sull’altra.

Asceso al trono, Khasekhem avrebbe intrapreso un guerra civile tra i seguaci di Horus e quelli di Seth uscendone vittorioso e ponendo così fine alle lotte intestine della II dinastia riunificando l’intero Egitto. Forse non fu solo la vittoria nella guerra a permettergli di riunificare le Due Terre ma anche una buona capacità diplomatica.

Khasekhem, dopo aver nuovamente unificato il paese, volle dare un segno di pacificazione aggiungendo al suo nome originale quello di Seth.

L’insolito serekh del re mostra le divinità Horus e Seth insieme in cima al serekh. Horus indossa la corona bianca dell’Alto Egitto e Seth indossa la Corona rossa del Basso Egitto. I due dei raffigurati sul serekht stanno uno di fronte all’altro in una posizione che potrebbe sembrare che si bacino. Khasekhemwy è infatti l’unico sovrano nella storia egiziana ad essersi fregiato, nel suo serekht, di  entrambi i simboli di Horus e di Seth, con il proposito, forse, di incoraggiare l’unione delle due fazioni.

Un ulteriore segno della volontà di pacificazione si riscontrerebbe nel fatto che Peribsen non subì la “damnatio memoriae”, la sua tomba non venne distrutta ne il suo nome cancellato dalle iscrizioni.

Khasekhemwy è ricordato per le sue campagne militari soprattutto nell’Egitto del nord oltre al fatto che l’unione di nebwy Hotepimef, con il nome ufficiale, può essere reso come “L’Horo e Seth Khasekhemwy, i Due Signori sono in pace con lui”.

Durante il regno di Khasekhemwy si verifica un notevole sviluppo tecnologico. Dalla Pietra di Palermo si apprende che nel suo tredicesimo anno di regno, Khasekhemwy fece erigere un grande tempio ad Abydos recintato con mura in mattoni crudi, detto “La dea rimane”. Il tempio era però costruito interamente in pietra, cosa questa che dimostra  che la padronanza della costruzione in pietra venne acquisita già prima della III dinastia.

Dall’area templare proviene una serie di ritrovamenti, tra cui due raffigurazioni del re che utilizzano un’iconografia statuaria già definita secondo i canoni tradizionali, la cui elaborazione è molto più antica.

Sempre la Pietra di Palermo ci parla della realizzazione di una statua di rame nel quindicesimo anno di regno del faraone.

Khasekhemwy fece inoltre erigere due forti uno a Nekhen ed un altro ad Abydos, (ora noto come Shunet ez Zebib). Quest’ultimo consiste in un’ imponente struttura che si presenta come una corte circondata da un duplice muro in mattoni crudi. Il muro interno presenta una decorazione “a nicchie”, come nel palazzo di Hierakonpolis. In questo recinto si espletavano i riti connessi con la festa Sed per il rinnovamento del potere temporale del re.

Khasekemwy fu sepolto nella necropoli reale di Umm el-Qa’ab, presso Abydos, la sua tomba è unica nel suo genere, oltre che enorme, si tratta dell’ultima tomba reale di questo tipo costruita in quella necropoli (Tomba V).

Si presenta come una mastaba trapezoidale lunga 70 metri è larga 17 metri all’estremità settentrionale e 10 metri all’estremità meridionale. L’edificio si compone di 58 stanze. La camera sepolcrale centrale è forse la più antica struttura in muratura del mondo costruita con pietra calcarea. Al suo interno sono stati rinvenuti, oltre allo scettro d’oro del re, numerosi vasetti di pietra con coperchi in foglia d’oro, sicuramente persi dai tombaroli che violarono la tomba già nell’antichità.

Amélineau prima, Petrie poi, rinvennero ancora diversi strumenti di selce e altri vasi di rame, di pietra e di ceramica ancora pieni di grano e frutta. C’erano anche piccoli oggetti, perline di corniola, oggetti di vimini e molti sigilli.

Khasekhemwy sposò la regina Nimaathap, dalla loro unione nacquero Djoser e sua moglie (sorella) Hetephernebti e forse anche il successore di Djoser, Sekhemkhet.

Al Museo Egizio del Cairo è esposta una statua di Khasekhemwy, realizzata in scisto verde, uno degli esempi più antichi di statuaria regale che dimostra già una notevole maestria nella lavorazione della pietra dura.

La statua fu rinvenuta  nel 1898 da James Quibell nel tempio di Hierakonpolis. Riproduce il faraone assiso sul trono con il capo ornato dalla corona bianca dell’Alto Egitto ed il mantello bianco della festa giubilare Sed. Nella scultura, il faraone Khasekhemwy ha la mano destra chiusa e poggiata sulla coscia mentre la mano sinistra è poggiata nell’incavo del gomito destro; in origine, entrambe le mani impugnavano scettri andati perduti. La parte destra del capo e della corona mancano completamente, la parte restante lascia intravedere la maestria dello scultore nella resa degli occhi e della bocca. Intorno alla base, sono inscritti numeri e simboli ad indicare quanti nemici ha sottomesso il re. Il loro numero è di 47.209, cifra probabilmente eccessiva.

Ora l’Egitto è nuovamente e stabilmente riunificato, Quelle che seguiranno saranno le dinastie dei grandi faraoni dell’Antico Regno costruttori delle grandi piramidi. Se con il termine protodinastico abbiamo voluto intendere un periodo nel quale hanno regnato sovrani più o meno importanti da poter essere definiti dei re, ora quelli che seguono si possono definire a pieno titolo Faraoni.

Vista la sua grande opera di riunificazione, Khasekhemwy potremmo definirlo il primo faraone della III dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • I.E.S. Edwards, “Il dinastico antico in Egitto”, in “Storia antica del Medio Oriente”, Il Saggiatore, Milano, 1972
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1997
  • John A. Wilson, “Egitto, in I Propilei – Grande storia universale Mondadori”, Milano, 1967
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Aidan Dodson & Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson (2004)
C'era una volta l'Egitto

I FARAONI HUDJEFA, BEBY E SA

Di Piero Cargnino

Siamo veramente agli sgoccioli della II dinastia, la confusione è enorme, e Manetone ci da una mano ad accrescerla.

Quanto deve essere stato complicato interpretarlo lo dimostra il fatto che quest’ultima parte della II dinastia è stata del tutto trascurata sia da Sesto Africano che da Eusebio da Cesarea e parimenti la lista di Abydos non ne fa menzione.

In questo periodo troviamo i nomi di sovrani che avrebbero regnato sull’Egitto (unificato o diviso?) un po’ dappertutto, ricavati da iscrizioni su vasi di pietra e di argilla rinvenuti in varie tombe, spesso in quelle di dignitari di corte, da impronte di sigilli o incisi su false porte.

Diventa molto difficile stabilire la cronologia in quanto le liste  reali non li citano, secondo alcuni studiosi spesso si tratterebbe di sovrani che hanno regnato solo su una regione del Delta o comunque di governatori locali.

Prima di arrivare a Khasekhemwy, ultimo re della II dinastia a regnare sull’intero Egitto, l’egittologo Alan Gardiner, riferendosi alla lista di Saqqara, cita almeno tre sovrani, Neferkaseker, di cui abbiamo parlato nel precedente articolo a proposito di Peribsen, Hudjefa e Beby, citati anche nel Canone Reale di Torino ai quali attribuisce regni di notevole durata.

Gardiner suggerisce che costoro fossero i veri sovrani legittimi ai quali Manetone ed i suoi precursori assegnarono maggiore importanza trascurando quindi alcuni sovrani del Sud.

Dalla lista di Saqqara vediamo che Neferkaseker e Peribsen sono considerati la stessa persona così come Beby sarebbe lo stesso Khasekhemwy (che a sua volta potrebbe essere lo stesso  Hudjefa).

Beby è citato nella posizione 11 della lista di Saqqara al posto di Khasekhemwy e con il nome di Djadjay nella lista di Abydos che omette anch’essa il nome di Khasekhemwy.

A completare la già complessa situazione di questo periodo alcuni graffiti rinvenuti su pezzi di vasellame di argilla compare un ulteriore sovrano citato con il nome Horus Sa (….-….) non citato in nessuna lista.

Fonti e bibliografia:

  • Toby A. Wilkinson, “Egitto dinastico precocet.”, Routledge, Londra 2001
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Nabil Swelim, “Some problems on the history of the second dynasty”,  1974
  • Francesco Raffaele, Massimiliano Nuzzolo e Ilaria Incordino, “Recenti scoperte e ultime ricerche in Egittologia”, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2010
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IL FARAONE SEKHEMIEB – PERENMAAT

Di Piero Cargnino

Anche qui ci troviamo nel caos più totale, Sekhemieb e Perenmaat sarebbero due re della II dinastia ma anche loro non sono citati, con questi nomi, in nessuna lista reale.

In quella di Saqqara è citato un re di nome Neferkaseker mentre il Canone Reale di Torino lo cita come Naferkasokar e gli attribuisce 8 anni di regno. Ma gli egittologi sono certi che sia esistito un re di nome Sekhemieb, il suo nome compare su alcuni sigilli a rullo oltre che inciso su resti di stoviglie di argilla nella tomba di un certo Perenmaat.

Ora l’assenza di notizie storiche e la mancanza di certezze a riguardo, ha indotto alcuni egittologi a pensare che Sekhemieb e Perenmaat siano in realtà lo stesso faraone.

Il suo nome compare anche su vasi ritrovati nei sotterranei della piramide di Djoser a Saqqara, qui però il nome è seguito da un secondo titolo “In-Khaset” (conquistatore dei paesi stranieri) (mistero).

Secondo Gardiner ed altri egittologi questo faraone non sarebbe altri che lo stesso Peribsen che ad un certo punto del suo regno ha deciso di cambiare nome. Possiamo aggiungere che il nome di questo faraone, Sekhemieb, significa “Possente di cuore” cosa che non denuncia alcun intento bellicoso, non è un nome di guerra e soprattutto non mette in evidenza particolari tratti di crudeltà. Con quel titolo il re parrebbe voler dare il senso di rigore, dovere, e giustizia (di Maat) verso l’ignoto da parte di colui che lo porta. Va peraltro detto che alcuni contestano questa ipotesi affermando che il sigillo che cita il suo nome potrebbe non essere contemporaneo.

Fonti e bibliografia:

  • Toby A. Wilkinson, “Egitto dinastico precocet.”, Routledge, Londra 2001
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Storia delle religioni. Le religioni antiche”, Laterza, Roma-Bari 1997  
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Francesco Raffaele, Massimiliano Nuzzolo e Ilaria Incordino, “Recenti scoperte e ultime ricerche in Egittologia”, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2010