III Periodo Intermedio, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI NESPAWERSHEFYT

A cura di Patrizia Burlini

Dettaglio del Coperchio del sarcofago, di Nespawershefyt.

Legno dipinto, ca 1000 a.C. – XXI-XXV dinastia, III periodo intermedio. © The Fitzwilliam Museum, Cambridge.

Il Capo degli scribi del tempio di Amun Ra, Nespawershefyt, è chiamato anche Nes-Amun. Il sarcofago, dipinto in stile ‘giallo’, è riccamente decorato con scene religiose e strisce di testo. Il set di sarcofagi è eccezionalmente conservato.

Sulla superficie sono state trovate le impronte digitali degli artigiani che hanno realizzato questo prezioso manufatto, segno che il coperchio fu spostato prima che la vernice si fosse asciugata.

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

HEMIUNU

Di Patrizia Burlini e Franca Loi

La statua di Hemiunu. Si è discusso se soffrisse di ginecomastia o obesità, ma la seconda opzione è più accreditata.
Calcare dipinto, h 155,5 cm, IV Dinastia.

Questo corpulento signore è Hemiunu, (servitore del dio di Iunu- Eliopoli), visir di Khufu (Cheope) e costruttore della grande piramide di Cheope, una delle sette meraviglie del mondo antico.

Localizzazione della mastaba (rettangolino rosso)

Questa meravigliosa statua, in calcare dipinto, presenta delle straordinarie caratteristiche realistiche, sia nel volto che nel fisico del visir. La statua fu trovata il 12 marzo 1912 da Herman Junker nel serdab della mastaba di Hemiunu, la G4000, che si trova nei pressi della piramide di Cheope.

Ingresso del serdab. Sul fondo è visibile il foro praticato dai saccheggiatori di tombe nell’antichità per permettere ad una persona di piccola statura o ad un bambino di entrare nella tomba

Hemiunu era figlio del principe Nefermaat e di Itet, nonché nipote del faraone Snefru e parente di Cheope. Tra i suoi titoli Figlio del corpo del re (principe ereditario), Portatore dei sigilli del re del Basso Egitto, Capo della giustizia e Visir, Maggiore dei Cinque della Casa di Thot. La statua è attualmente conservata a Hildesheim, Pelizaeus Museum.

In questa straordinaria foto è visibile la testa così come apparve agli scopritori. Gli occhi erano originariamente realizzati in materiale prezioso. Per estrarli i saccheggiatori danneggiarono la statua, staccandone la testa e un braccio

La quarta dinastia è contrassegnata da vari mutamenti culturali che hanno una sorprendente ripercussione nel campo artistico. Infatti il mutare dei tempi porta a una ricerca di maggiore libertà espressiva che si realizza in una decisa movimentazione delle forme. La staticità della precedente statuaria viene meno grazie ad una forza prorompente che tende a liberarsi dalla pietra in cui sono scolpite; movimento e libertà si esprimono in opere dotate di grazia e di un vivido realismo. La statua di Hemiunu ne è un esempio.

La testa posta in un cestino dagli archeologici per estrarla dalla tomba

La statua, in pietra calcarea, lo rappresenta seduto e in grandezza naturale (1,55 cm di altezza), la sua testa era staccata dal corpo e i suoi occhi incastonati erano stati scavati dai profanatori di tombe. La statua raffigura un uomo dal volto severo e intelligente che mette in risalto le pieghe e le rotondità del suo corpo voluminoso in modo da sottolinearne l’importanza sociale.

I TITOLI DI HEMIUNU

Il testo sullo zoccolo della statua di Hemiunu, è composto praticamente solo di titoli e del suo nome.

Qualcuno di questi non è usuale ed è difficile trovarli nella stesura in cui sono rappresentati in questa statua.

Non ho trovato trascrizioni manuali di questo testo ma solo una immagine leggibile qui sopra.

L’elenco è una mia trascrizione con l’editor Jsesh.

Mi sono soffermato solo sulla traduzione del titolo, usando sinonimi magari diversi da quelli usati in altre traduzioni.

Come bibliografia ho consultato tutto quello che ho a disposizione, elenco un po’ tecnico da allegare qui.

Fonti:

  • Wikipedia, archeologyatrandom.wordpress, MFA Boston
  • Antico Egitto – MAURIZIO DAMIANO- Electa
  • Egiptomania
  • Storica- National Geographic

Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI MICERINO

Di Piero Cargnino

LA PIU’ PICCOLA DI GIZA – “DIVINO E’ MENKAURA” – 1

Riprendiamo il discorso dal precedente articolo, ignorando le presunte vestigia di Baka, che pure esistono, anche se sul fondo di una discarica. Prendiamo atto che, escluso il prof. Miroslav Verner e pochi altri che si pronunciano, nessuno sa con precisione a chi attribuirle.

Proseguiamo dunque attenendoci al solito Manetone il quale ci dice che a succedere a Bicheris, (Baka), fu suo fratello minore Menkheres, (Menkaura in egizio, Mykerinos in greco). Gli egittologi sono invece del parere che le evidenze archeologiche confermerebbero che Menkhaura sia stato l’immediato successore del padre Chefren.

Di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra. Su di un coltello di selce, rinvenuto nel suo tempio funerario, viene menzionata Khamerer-Nebty I con il titolo di Madre del Re, (di Micerino), Si pensa che Micerino non abbia avuto molti figli. Dalla sposa Khamerer-Nebty II nacque Khuenra il quale però non successe al padre pur essendone l’erede più anziano, l’onore spettò al principe Shepseskaf, un figlio minore del faraone.

Micerino regnò, secondo Manetone 63 anni, sicuramente un’esagerazione, dal Papiro di Torino, anche se molto lacunoso in quel punto, si è giunti a ipotizzare che furono invece 18, tesi generalmente accettata. Il graffito di un artigiano contemporaneo indica come durata il suo undicesimo censimento del bestiame che, essendo di norma biennale, ci indurrebbe a pensare ad un regno di circa 22 anni. Tenendo conto di alcune irregolarità nello svolgimento dei censimenti del bestiame, si può pensare che 18 anni siano una durata ragionevole. Veniamo ora alla piramide che Micerino pensò anche lui di farsi costruire ma che, inspiegabilmente, per dimensione scompare di fronte ai colossi di papà e nonno. Infatti nasce spontanea la domanda, perché invece di tentare di superare i suoi avi, la sua piramide è la più piccola delle tre di Giza, non solo ma è la più piccola di quelle di tutti i suoi predecessori?. Giusta l’osservazione di Verner secondo il quale le dimensioni e l’incompletezza della costruzione parrebbe anticipare il prossimo, inarrestabile declino della IV dinastia.

Anche per questa piramide ci sono diverse voci che ci giungono dal passato e che discordano tra loro su chi la fece costruire. Erodoto ci racconta che Cheope, per sostenere gli alti costi per la costruzione della sua piramide fece prostituire la figlia Rhodopis, questa obbedì al padre ma per ogni rapporto pretendeva che il suo “cliente” gli portasse in dono una pietra. Ne raccolse così tante da farsi costruire una sua piramide, appunto la terza di Giza. Manetone racconta la stessa leggenda ma per lui la figlia di Cheope era Nitokris che aveva capelli biondi e una carnagione rosea. Penso sia il caso di chiudere questa parentesi mitologica e passare a parlare della piramide che assegneremo a Menkaura.

La piramide, chiamata “Neter Menkaura” ossia «Divino (è) Micerino», è stata costruita nell’ultimo spazio libero dell’altopiano roccioso di Giza che, probabilmente, non avrebbe permesso una costruzione più grande. Strana ipotesi perché se veramente Micerino voleva eccedere in grandezza rispetto ai suoi avi avrebbe scelto un’altra collocazione come d’altronde fecero i suoi predecessori. Questo, a mio parere rimane un mistero.

La piramide era alta in origine 65,5 m, (oggi 62 m), con una base quadrata di 103,4 m ed un’inclinazione di 51°20’25”Secondo alcuni pare evidente una certa fretta da parte del costruttore che potrebbe averla edificata in più riprese, cosa che si deduce anche dall’uso di materiali vari, mattoni crudi da riempimento e varie tecniche.

Il suo volume corrisponde a circa un decimo di quella di Cheope, pur se costruita con blocchi molto più grandi ma sistemati senza l’armonia delle altre due piramidi. Si pensa che la copertura definitiva avrebbe dovuto essere in granito rosso di Assuan ma non fu mai terminata, forse a causa della prematura morte di Micerino che avrebbe comportato la necessità di completarla frettolosamente terminando il rivestimento in granito al 16° corso e completando la parte superiore con il bianco calcare di Tura si che la piramide si presentava con due colori.

La ricchezza della piramide è comunque data dalla massiccia presenza del granito proveniente dalle lontane cave dell’Alto Egitto, pietra molto dura ed estremamente difficoltosa da lavorare. Il lato nord conserva parte del rivestimento, che però verso l’alto non risulta liscio dando così l’impressione di un lavoro mai terminato.

Sempre sulla facciata nord della piramide si trova una profonda spaccatura che viene attribuita al figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz ʿUthmān b. Yūsuf, governatore dell’Egitto. che avrebbe ordinato la demolizione delle piramidi di Giza nel 1196 per reimpiegare i blocchi in altre opere, principalmente moschee al Cairo. L’opera di demolizione cominciò con la piramide di Micerino, ma fu impossibile portare a termine il compito. Dopo otto mesi di lavoro riuscirono solo a creare la cavità attualmente visibile.

Per quanto riguarda il granito questo fu asportato già dal 500 d.C. e nel 1827 il pascià Muhammad Alì lo usò per la costruzione dell’arsenale di Alessandria. Forse le ridotte dimensioni della piramide sono da imputare, oltre a quanto detto sopra, al fatto che cominciava ad affermarsi una certa inclinazione a limitare l’impegno verso la costruzione della piramide vera e propria dedicando una maggiore cura all’intero complesso funerario, cosa che sarà confermata in seguito da parte dei successivi faraoni.

Purtroppo però per Micerino, il suo tempio, iniziato in pietra dallo stesso sovrano, verrà poi ultimato dal figlio Shepseskaf, a causa della sua prematura scomparsa e quindi per urgenti esigenze di culto. La struttura quasi interamente in mattoni crudi non ha resistito al trascorrere del tempo. Fu oggetto di restauri durante la VI dinastia e, stando ad alcune testimonianze pervenute sino a noi, pare che fosse ancora intatto nel XVIII secolo, pare ho detto, perché quando George Reisner lo visitò nel 1906 trovò solo il perimetro con le fondamenta ed il lato est con blocchi di circa 200 tonnellate di peso.

Nel tempio funerario furono rinvenuti da Reisner nel 1907 i frammenti di due statue in alabastro di Micerino che erano sepolte vicino al muro esterno di uno dei magazzini in una galleria scavata in un canale per il deflusso delle acque e seppelliti da sabbia. Nella seconda parte ci spingeremo nelle viscere di questa piramide per conoscere cosa ci riserva.

Bene, ora proviamo ad entrare nella piramide, si può essere portati a credere che l’ingresso avvenga attraverso la grossa voragine, visibile sulla parete nord, opera del figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz. Invece l’ingresso si trova più in basso, a circa 4 metri di altezza e vi si accede per mezzo di una scala predisposta allo scopo.

Subito ci si trova in un corridoio discendente in granito rosa per la parte che attraversa il corpo della piramide, poi prosegue scavato nella roccia sottostante; in totale è lungo 32 metri con un’inclinazione di 26°2′ sbucando in una specie di “vestibolo” di 3,65 x 3,04 x 2,13 metri di altezza. Un particolare rilevato dagli archeologi è che i segni lasciati sulle pareti dagli attrezzi degli operai egizi indicano con certezza che il primo corridoio inferiore è stato scavato dall’interno verso l’esterno mentre il secondo, quello superiore esattamente dall’esterno verso l’interno.

Segue uno sbarramento con tre saracinesche di granito a caduta. Prosegue quindi un grande corridoio di 4 x 4 metri che scende, in lieve pendenza, per 13 metri sbucando in una “anticamera” di 10,48 x 3,84 x 4 metri di altezza.

In questa “anticamera”, Howard Vyse nel 1837, trovò pezzi di un sarcofago di legno, contenente i resti di uno scheletro, avvolto in una stoffa di bassa qualità, che riportava la scritta in geroglifici: << Il Re dell’Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto >>. Questo permise di assegnare la piramide al sovrano nominato. Il sarcofago ligneo fu spedito subito via mare al British Museum dove si trova attualmente in esposizione permanente.

Oggi si ritiene comunemente che il feretro in legno fosse una sostituzione fabbricata durante il periodo detto saitico, ascrivibile alla XXVI dinastia, (672-525 a.C.), ben oltre due millenni dopo la morte di Micerino. Sottoposte a numerose analisi e datazioni al radiocarbonio C14, le ossa contenute nel sarcofago hanno permesso di stabilire che appartengono a un’epoca ancora più tarda, cioè ai primi secoli dopo Cristo, coincidenti con il periodo copto. Le ragioni della loro presenza in quel luogo fanno parte dei numerosi misteri delle piramidi.

Dall’anticamera un corridoio discendente per 9 metri, e dopo un po’ diviene orizzontale; proseguendo sbuca nella camera funeraria le cui dimensioni sono di 6,50 x 2,30 x 3,50 metri di altezza.

Qui sempre Howard Vyse con l’ingegnere John Shae Perring trovarono un grande sarcofago in basalto, del peso di circa 3 tonnellate, lungo 2,44 metri, largo 0,91 metri e profondo 0,89 metri completamente privo di iscrizioni in geroglifico ma con una decorazione “a facciata di palazzo”. A differenza delle altre piramidi dove non era possibile estrarre il sarcofago dalla camera funeraria in quanto questo era di dimensioni maggiori dei cunicoli, quello di Micerino invece passava attraverso i cunicoli più ampi della sua piramide.

In molti lo cercarono ma fu solo nel 1837 che il colonnello Richard William Howard Vyse riuscì nell’intento. Portato alla luce, il sarcofago venne imballato ed imbarcato sulla goletta mercantile “Beatrice” con destinazione il British Museum di Londra. Del sarcofago non penso esistano fotografie, io non ne ho trovate, esistono solo dei disegni eseguiti dallo stesso Wyse.

Ormai nessuno potrà più ammirarlo e fotografarlo, il sarcofago di Micerino si trova in fondo al mare. La nave, dopo una sosta a Malta, ripartì il 13 ottobre 1838, non giunse mai a destinazione, nei pressi di Alicante la nave fece naufragio e s’inabissò portando con se, per sempre, il suo carico misterioso, quanto prezioso sia dal punto di vista materiale che archeologico. Come si sa, nelle menti superstiziose della gente di mare, il naufragio suscitò già all’epoca la nascita di storie e leggende, prima fra tutte quella della maledizione dei faraoni. Nel giugno 2008 un team egiziano preparò nel dettaglio una spedizione per il recupero del sarcofago di Micerino. La goletta Beatrice trasportava, oltre al sarcofago numerosi altri reperti provenienti dalla piramide di Micerino, ma, secondo le prime dichiarazioni, nessun tesoro di grande valore. Di parere contrario l’archeologo Ivan Neguerela secondo il quale i veri tesori potrebbero celarsi proprio nelle oltre duecento casse che a quanto pare accompagnavano il sarcofago. Fortunatamente non tutti i reperti destinati al British Museum di Londra erano alloggiati sulla Beatrice, altri manufatti, tra i quali il coperchio del sarcofago, furono inviati su un’altra nave che arrivò sana e salva a destinazione. Zahi Hawass, nel giugno 2008, in occasione di un’intervista televisiva, dichiarò che era già stato contattato il team di National Geographic per organizzare il recupero. Purtroppo però i problemi sarebbero molti, in primis l’alto costo che comporterebbe il recupero. Inoltre nascerebbero probabilmente dispute internazionali tenuto conto che si tratterebbe del recupero di un tesoro egizio su una nave inglese in acque spagnole. A tutt’oggi non si sa più nulla del progetto. Tornando alla piramide, ci troviamo nel corridoio che porta alla camera funeraria, nel punto in cui diventa orizzontale si apre un breve corridoio che conduce ad una camera con sei nicchie il cui scopo rimane oscuro. Dalla “anticamera” parte un corridoio ascendente che prosegue per 20 metri e si ferma nel corpo della piramide poco sopra il livello del suolo. Come già accennato nella prima parte, forse Micerino non visse sufficientemente a lungo per vedere completata la sua piramide lasciando il compito di completarla, apparentemente in fretta, al suo successore, il figlio Shepseskaf, la deduzione è stata tratta dall’esame del materiale usato in alcune parti del complesso che consiste di mattoni crudi, una novità per le piramidi del periodo. Gli archeologi che hanno studiato l’intero complesso di Micerino avanzano l’ipotesi che il progetto fosse già nato addirittura sotto Chefren. Il monumento funebre di Micerino, il più piccolo dei tre di Giza, è comunque il solo ad aver conservato ancora abbastanza intatte le tre piramidi satelliti destinate normalmente ad accogliere le spoglie delle consorti più importanti del sovrano. Una di esse, probabilmente quella più orientale, fu destinata ad accogliere le spoglie della regina Khamerer-Nebty II, amatissima sposa di Micerino. Ma delle piramidi satelliti che contornano le varie piramidi maggiori parlerò in un apposito articolo.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “Atlante dell’antico Egitto”, Istituto geografico De Agostini, (1980)
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Istituto Poligrafico dello stato, Roma, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori – 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Tascabili Newton)
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997)
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi” – Necropoli di Giza – Vol.II, Ananke, 2008)
  • Maurizio Damiano-Appia, “Egitto e Nubia”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2003

DA “LE STORIE” DI ERODOTO – LIBRO II (Euterpe) – MICERINO………….IL GIORNO PIU’ LUNGO

Ho iniziato con l’intento di presentare dettagliatamente tutte le piramidi egizie ed è quello che farò. Durante le mie ricerche capita di incontrare aneddoti o storie che fanno esplicito riferimento alla piramide di un determinato faraone. Sono storie o leggende dell’Antico Egitto, o che riguardano questa meravigliosa civiltà, nonostante tutte le sue verità o contraddizioni, che non finirà mai di appassionarci e, perché no, di sorprenderci. Quella che vi propongo è una storia che ci ha tramandato lo storico Erodoto, con tutta la sua carica di verità e bugie. Spero di farvi cosa gradita accodandola agli articoli della piramide di Micerino in quanto riguarda lo stesso faraone. Erodoto, storico greco, nacque ad Alicarnasso nel 484 a.C. fu un grande viaggiatore e visitò gran parte del Mediterraneo orientale, in particolar modo l’Egitto dove rimase affascinato da quella civiltà, si fermò in Egitto 4 mesi, (secondo alcuni 4 anni).

Dei suoi viaggi ci ha lasciato un’opera storiografica eccezionale, le “Storie”, già più volte citata. Nel proemio, dopo aver indicato il proprio nome e quello della città natale, Erodoto presenta la sua opera, illustrandone lo scopo generale e il tema:

<< Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari rimangano senza gloria, e inoltre per mostrare per qual motivo vennero a guerra fra loro >>.

Ammonendo inoltre:

<< Ma di tutte le cose bisogna guardare come andranno a finire: ché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha poi abbattuti fin dalle fondamenta >>.

Erodoto, quindi, dichiara espressamente l’uso di un metodo che rende i suoi racconti veridici, anche se accosta in maniera asistematica dati autentici a fatti palesemente favolistici al fine di pilotare l’attenzione degli spettatori, potremo chiamarlo un “narratore di storie” più che uno storico in senso moderno. Le “Storie” furono probabilmente suddivise in età alessandrina in 9 libri, a ciascuno dei quali è stato attribuito il nome di una musa. Erodoto racconta oltre tremila anni di storia egizia nel suo secondo libro al quale è stato attribuito il nome della musa Euterpe, che in greco significa “colei che rallegra”, musa della musica e della poesia lirica. In esso precisa che ciò che scrive è quanto i sacerdoti egiziani gli raccontarono e lo dichiara apertamente:

<< Delle notizie narrate dagli Egiziani faccia uso chi ritiene credibili racconti simili, quanto a me nei confronti di ogni racconto vale come norma fondamentale che io scrivo come ho sentito dire ciò che da ciascuno viene narrato >>.

Sfogliamo il volume per arrivare al racconto del faraone Micerino.

Da molti viene descritto come un buon sovrano, di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra di pari grandezza ed in atteggiamento affettuoso. Anche Erodoto, duro con i suoi predecessori, con Micerino è più accomodante, dice di lui che è stato un Sovrano giusto e illuminato, la cui principale cura era il benessere dei suoi sudditi, al contrario del padre che aveva fatto chiudere tutti i Templi e costretto la popolazione a lavorare solamente per lui. Aggiunge però che gli dei, contrari alla sua mitezza, gli riversarono addosso ogni sorta di sciagure. Una di queste fu la morte in giovane età dell’unica ed amatissima figlia. Non ci è dato a sapere le ragioni della morte della ragazza, non doveva conoscerle neppure Erodoto il quale, come detto sopra, ci costruisce intorno una leggenda. Racconta che il sovrano si era invaghito della figlia a tal punto che ne abusò. Non che la cosa stupisca più di tanto, in quel periodo erano all’ordine del giorno matrimoni tra famigliari il più delle volte per supportare una successione non ben chiara. Pare però che la figlia non gradì affatto la cosa per cui si impiccò. Furiosa, la regina madre fece tagliare le mani alle ancelle che l’avevano consegnata al padre. Pentito e distrutto dal dolore, Micerino fece costruire un sarcofago a forma di toro che ricoprì con un mantello color porpora e lo fece esporre in una sala della reggia di Sais. Questo piacque molto meno agli dei che non glielo perdonarono. Fecero giungere da Buto un oracolo che predisse al sovrano che la sua vita sarebbe durata solo più sei anni. Ma a tutto c’è rimedio ed in questo Erodoto non pecca certo di di fantasia. Riporto dal suo testo:

<< ……..poiché ormai contro di lui era stata pronunciata questa sentenza, Menkaura si fece fabbricare molte lucerne, ogni volta che veniva la notte, dopo averle accese, beveva e godeva, non smettendo né di giorno né di notte. Prese a vagare per le paludi e per i boschi e si recava là dove sentiva dire che c’erano luoghi più piacevoli e più belli. Aveva escogitato tutto ciò volendo dimostrare che l’oracolo era falso, per avere dodici anni invece che sei, essendo trasformate le notti in giorni……….. >>.

Che la penna di Erodoto abbia volato sulle ali della fantasia è innegabile ma un piccolo dubbio sul destino di Micerino, il sui nome significa “Stabile è la potenza vitale di Ra”, permane. Forse sarà solo il caso, forse la fantasia, che corre alle “maledizioni dei faraoni”, ma il sovrano non ebbe molta fortuna neppure dopo la sua morte. Trovato il suo sarcofago in basalto nero, questo venne asportato dalla piramide ed inviato al British Museum di Londra. Volle il destino che la nave sulla quale viaggiava fece naufragio ed il sarcofago finì in fondo al mare. Il Faraone “punito dagli Dei” aveva trovato una nuova tomba!

Fonti e bibliografia:

  • Luciano Canfora, “Erodoto, Tucidide, Senafonte – Letture critiche”, Mursia, Milano, 1975
  • Augusta Izzo D’Accini, “Antologia Erodotea”, O. Baries, Roma, 1960
  • Aristide Colonna e Fiorenza Bevilacqua (a cura di), “Le Storie”, UTET, Torino, 1996
  • Santo Mazzarino, “Il pensiero storico classico”, Laterza, Bari, 1966
  • Dorati Marco, “Le Storie di Erodoto: etnografia e racconto”, Pisa-Roma 2000
  • Giulio Giannelli, “Trattato di storia greca”, Patron, Bologna, 1976)
Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI BAKA O BICHERIS

Di Piero Cargnino

Torniamo ora alle piramidi, sicuramente dopo Chefren vi aspettate di trovare la piramide di Menkaura (Micerino), invece no. Forse non tutti sanno che esiste una piramide dimenticata che forse in linea dinastica è precedente a quella di Micerino.

La linea di successione di Cheope, IV dinastia, è molto complessa e, data l’esiguità dei dati conosciuti, nonostante Manetone ed il Canone Reale di Torino, non è possibile una chiara ricostruzione delle vicende in questione. Tra i successori di Chefren parrebbe emergere il maggiore dei suoi figli, Baka, (o Bafra o Bicheris), il cui nome compare su una statua rinvenuta ad Abu Rawash e sulle rocce dello Uadi Hammamat. Il Canone Reale, nella parte riguardante la IV dinastia, è molto danneggiato e lascia il posto per uno, (o due), sovrani. Manetone cita un Bicheris al quale attribuisce un regno che appare decisamente eccessivo. Comunque non si conosce nulla di più sull’eventuale suo regno.

Per quanto riguarda il suo complesso funerario sono state avanzate ipotesi che Baka, (Bicheris), abbia scelto per la sua tomba la località di Zawijet el-Aryan quasi 4,5 km a sud-est di Giza. Ad ovest della città, nell’area desertica, si trova la necropoli nota con lo stesso nome, all’interno della quale sono presenti i resti di due piramidi, una di esse, a gradini, è conosciuta come “piramide a strati” attribuita dagli egittologi al faraone Khaba della III dinastia (che abbiamo già trattato).

L’altra, incompiuta o distrutta, sono rimaste solo le fondamenta, è ufficialmente chiamata “Piramide del Nord” o incompiuta e viene datata tradizionalmente verso la metà della IV dinastia, (2613-2494 a.C.). Non è possibile attribuire la proprietà ad uno specifico sovrano anche se, molti egittologi, fra cui Miroslav Verner, sono propensi a pensare che si tratterebbe proprio del faraone Baka, (il Bicheris di Manetone), Wolfgang Helck ed altri non sono d’accordo e ritengono improbabile questa attribuzione. Sta di fatto che le opinioni in merito all’attribuzione ad uno specifico faraone di questa piramide sono molto discordi. Secondo alcuni la sua costruzione sarebbe databile alla III dinastia ed il possessore sarebbe il faraone Nebka. Secondo Lauer sarebbe da collocare in un periodo che sta tra Snefru e Menkaura, in questo trova concordi Maragioglio e Rinaldi che però l’attribuiscono a Baufre o Djedefhor, altri figli di Cheope. Stadelmann concorda sull’epoca della costruzione attribuendola al figlio di Chefren Baka.

Il primo ad esplorare il sito fu il tedesco Karl Richard Lepsius durante le sue campagne dal 1842 al 1846, Lepsius esplorò il pozzo principale e i suoi dintorni annotandola nella sua lista pionieristica come “Pyramid XIII”.

Fu poi l’italiano Alessandro Barsanti nel 1900-1904 ad esplorarla in modo più approfondito. Quando l’allora Direttore Generale dello S.C.A. Gaston Maspero visionò gli scavi di Barsanti rimase stupefatto dalle dimensioni monumentali della costruzione e dei blocchi che la compongono.

Il suo rapporto originale, in francese, contiene descrizioni dei corridoi sotterranei e di un’enorme fossa, (la camera funeraria?), orientata est-ovest ubicata al centro della costruzione incompiuta sul cui fondo giacciono enormi blocchi di granito e calcare a formare le fondamenta.

Maspero aggiunge:

“…….spero che i migliori informati tra i turisti verranno ad ammirare questo monumento, il piacere che vivranno durante questo viaggio vale le due o tre ore necessarie……. l’immensità del compito intrapreso dagli egiziani……è notevole e fuori dall’ordinario, ma il sentimento generale è uno di quelli che non si dimenticano mai. La dimensione e la ricchezza dei materiali, la perfezione dei tagli e dei giunti, l’impareggiabile finitura del sarcofago ovale in granito, l’audacia della struttura e l’altezza pura delle pareti, tutto si unisce per comporre questo insieme unico finora”.

Nel suo diario Barsanti racconta che nel marzo 1903 si verificò un avvenimento particolare che costituì un ulteriore enigma per gli archeologi. Scoppiò un intenso temporale che riempì la fossa con oltre 3 metri d’acqua, dopo poco, improvvisamente la fossa si svuotò fino ad un metro. Subito si ipotizzò l’esistenza di una camera nascosta sotto la fossa ma l’ipotesi non fu mai verificata. Barsanti intraprese ulteriori lavori sul sito nel 1911-1912 ma l’avvento della prima guerra mondiale portò tutti gli scavi a una battuta d’arresto, e Barsanti morì nel 1917. In seguito nessun altro ha fatto ricerche su questo monumento.

La struttura e la forma che avrebbe caratterizzato la piramide non è definibile in quanto è presente solo la base che misura 200 × 200 m., stessa cosa per le dimensioni e la pendenza pianificate che non possono essere valutate. La parte ipogea consiste in un corridoio a forma di T con asse sud-nord mentre la camera è orientata est-ovest. Una ripida scalinata porta ad un breve corridoio orizzontale dal quale si accede alla camera. A metà percorso la scala è interrotta da una superficie orizzontale il cui scopo è sconosciuto. Le pareti sono lisce e non sono mai state ricoperte di pietre e la camera non è mai stata completata, solo il pavimento era finito e costituito da massicci blocchi di granito rosa, ciascuno lungo 4,5 m, alto 2,5 m e largo 1,5 m del peso di circa 100 tonnellate.

In più c’è un blocco di granito di proporzioni gigantesche che gli studiosi non riescono a spiegarsi come sia stato possibile trasportarlo all’interno della struttura. Nella parete occidentale della fossa è stato rinvenuto un curioso sarcofago di forma ovale in granito rosa probabilmente ricavato da uno dei blocchi di fondazione.

Il sarcofago fu rinvenuto con il coperchio sigillato, Barsanti, che lo aprì non trovò nessuna mummia all’interno ma solo piccole tracce di una sostanza sconosciuta che sfortunatamente non fu mai esaminata e purtroppo se ne sono perse le tracce. Sicuramente, date le sue dimensioni, (3,15 x 2,22 x 1,5 m di profondità), deve essere stato introdotto nella camera durante la costruzione delle fondazioni poiché è più grande del passaggio che conduce alla camera.

Nel 1954, fu concesso di utilizzare il sito come set per le riprese del film epico “Land of Pharaohs”. Il paesaggio di Zawyet El Aryan sembrava essere il luogo perfetto e la piramide incompiuta di Baka venne scelta come sfondo per il film. Di conseguenza, la fossa e l’ambiente circostante furono liberati dalla sabbia e dalle macerie che avevano ricoperto l’area degli scavi di Barsanti.

Dopo quella parentesi più nessuno si è interessato a quell’area ed ormai non è più possibile effettuare ulteriori approfondimenti poiché dal 1964 la piramide di Baka si trova all’interno di un’area militare ristretta ad accesso vietato di conseguenza non sono consentiti scavi. Oggi la necropoli che circonda la piramide è interamente occupata da installazioni militari e la fossa è usata come discarica locale, completamente sommersa dall’immondizia e probabilmente è stata rovinata per sempre. Le autorità egiziane, ma soprattutto i dirigenti del Ministero delle Antichità non hanno preso posizione. Su disposizione delle autorità militari questi siti archeologici sono stati chiusi, nello specifico per la piramide di Baka è stato concesso il permesso di trasformarla in discarica (sic!).

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Cimmino, Franco, “Storia delle piramidi”, Santarcangelo di Romagna, (RN), Rusconi, 1998
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, I edizione: 1975, Londra, Thames & Hudson Ltd., 2003
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton 1997
  • Alexandre Barsanti, Gaston Maspero: Fouilles de Zaouiét el-Aryân (1904-1905), Annales du service des antiquités de l’Égypte (ASAE) 7 (1906)

Piramidi

NITOCRIS – LA PRIMA REGINA EGIZIA

A cura di Piero Cargnino

Prima di passare alla piramide di Micerino vi propongo un episodio del quale si è ancora incerti se trattasi di una sorta di miscellanea tra storia e mito contenuta in uno dei tanti racconti del nostro amico Manetone, ripresa in seguito dai suoi traduttori. E’ un racconto che si basa su alcuni elementi storici, poi arricchiti dalla fantasia dell’autore, riferiti proprio alla piramide di Micerino. Con la VI dinastia egizia, (2350-2190 a.C.), si accelerò il processo di disgregazione dell’amministrazione centrale. Alla sua estinzione il paese cadde in uno stato di caos e crisi che segnò la fine dell’Antico Regno. Il regno del penultimo faraone Pepi II, che durò moltissimi anni, (62 secondo il Papiro Regio di Torino e Manetone, che lo definiscono “il monarca con il regno più lungo della storia”), fu causa di una stagnazione del potere centrale a favore di una crescita dello strapotere dei nomarchi, (governatori locali). L’autorità centrale si indebolì ulteriormente col suo successore Merenra II il cui regno durò solo un anno. Secondo Erodoto Merenra venne spodestato ed ucciso da una congiura di palazzo organizzata da un gruppo di nobili. Pare che a succedergli al trono sia stata la “sorellastra” Nitokerty, (Nitocris per i greci).

Secondo Eratostene il nome Nitoktis significava “Atena è vittoriosa” e non era lontano dalla realtà. In lingua egizia Nitokris significava “Neit-iqeret”, traducibile con “Neith eccellente”, (Neith è il modello egizio dell’Atena greca). Ancora una volta la dea Neith è la protettrice di una donna importante.

Un testo di Eusebio di Cesarea, tratto dagli Aegyptiaka di Manetone, racconta: << Una donna, Nitokris, regnò; aveva più coraggio degli uomini della sua epoca ed era la più bella di tutte le donne, bionda, con le gote rosa. Si dice che abbia fatto costruire la terza piramide >>. Una tradizione vuole che vi sia stata sepolta ed il suo corpo abbia riposato in un sarcofago di basalto blu. Questa “terza piramide” viene identificata con quella di Micerino alla quale Nitokris prestò grande attenzione sino al punto da farla restaurare, in quale piramide è stata sepolta però rimane un mistero. Una bellezza similmente decantata ci porta agli altisonanti titoli delle regine dell’Antico Regno. <<………..Grande nell’amore, dal bel viso incantevole, dal fascino sovrano, che soddisfa la divinità con la sua bellezza, dalla voce bellissima, colei il cui profumo riempie il palazzo, la Signora delle Due Terre ……….>>. Una bellezza che supera quella della Regina d’Egitto, una bellezza che compete ad una Regina-faraone. Salita al trono Nitocris provvede a vendicare il fratellastro, racconta Erodoto nelle sue “Storie”: << Successe al trono del fratello, re Merenra II, che fu assassinato. Per vendicarlo, insieme ai colpevoli, fu pronta a uccidere numerose persone innocenti. Fece costruire delle spaziose e ricche stanze sottoterra, e con la scusa di inaugurarle, annunciò un enorme banchetto. Tra gli invitati c’erano tutti coloro che erano anche solo sospettati di aver partecipato all’omicidio del fratello. Al momento giusto, mentre tutti stavano festeggiando, fece deviare il corso del Nilo e allagare completamente i piani sotterranei annegando tutti i partecipanti…….>>. Subito dopo Nitocris si suicidò chiudendosi in una camera piena di cenere dove soffocò. Si tratta di un dramma orientale privo di alcun fondamento storico. Nitocris non compare in alcuna iscrizione originale dell’Egitto antico, non esistono suoi monumenti, secondo alcuni il nome che compare, praticamente illeggibile, nella lista reale di Abido sarebbe il suo. Anche nel Papiro Reale di Torino compare un nome similare, (Nt-iqurti), nella posizione della VI dinastia ma analisi microscopiche del Papiro suggeriscono che il brandello col nome sia stato collocato nella posizione sbagliata, in realtà apparterrebbe al faraone della VIII dinastia Netjerkara, chiamato anche Nitokerty Siptah.

Nitocris sarebbe quindi il primo sovrano egizio di sesso femminile tramandato dalle fonti antiche, greche ed ellenistiche; non si sa come potrebbe essere giunta al trono, se per matrimonio o assumendo direttamente le prerogative reali in quanto successore del fratello. Purtroppo non esistono testimonianze archeologiche che confermino la sua esistenza e quella del suo regno. Con lei finisce la VI dinastia, finisce anche l’Antico Regno, l’Età dell’Oro. Sarebbe però ingiusto attribuire a Nitocris la responsabilità della frattura che si produsse. In realtà la VI dinastia si era indebolita a poco a poco e, durante il lungo regno di Pepi II un’evoluzione negativa, difficile da cogliere data la scarsa documentazione, ha portato l’Egitto alla crisi. <<< In questi ultimi anni l’altopiano di Giza, ha molto sofferto, aggredito dalla città moderna e dall’inquinamento, deturpato da costruzioni aberranti, il sito sembra avere ormai perduto l’atmosfera magica e la serenità di un tempo. Eppure chi avesse la fortuna di passeggiare, vicino alla piramide di Micerino al tramonto, in una giornata tranquilla, potrebbe scorgere tra l’oro degli ultimi raggi di sole, una bellissima fanciulla nuda, il fantasma di Nitocris, anima incaricata di sorvegliare il monumento. Secondo la tradizione se si cede alle sue lusinghe, si impazzisce ma se la chiami per nome, se le si parla dell’età dell’oro, si può rimanere solo ammagliati da questa donna faraone. Dai capelli biondi e dalle guance rosa?……..>>>.

La storia di Nitocris però non finisce così, al suo riguardo i greci tessero numerose altre vicende nella quali la regina-faraone venne confusa con con una cortigiana di nome Rhodopis, “la signora dalla carnagione rosea”, che diventa l’oggetto delle storie di diversi narratori orientali. Un giorno vi racconterò anche la storia di Rhodopis.

Fonti e bibliografia:

  • Christian Jacq, “Le Donne dei Faraoni – Il mondo femminile dell’Antico Egitto”, Mondadori, 1997
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Milano, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Torino, Einaudi, 1997
  • Viviane Koenig, “Nitocris Reine d’Égypte”, Parigi, Hachette, 2010
  • Pierre Montlaur, “Nitocris”, Parigi, Albin Michel éditions, 1985
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, traduzione di Gabriella Scandone Matthiae, Bari, Editori Laterza, 2008)
Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE V, LE DUE TERRE

A cura di Ivo Prezioso

I simboli reali erano diversi per L’Alto e il Basso Egitto.

Il primo era caratterizzato dalla Corona Bianca (Hedjet), il secondo dalla Corona Rossa (Deshret).

In seguito, ad unificazione avvenuta, furono fuse in un solo elemento (Sekhemty o Pschent), pur continuando ad essere rappresentate singolarmente, tutte le volte che si intendeva sottolineare la tipica dualità (Valle e Delta) che costituirà, per tutto il corso della civiltà, una caratteristica fondamentale del paese.

Nel Delta, gli elementi culturali alto-egiziani, vennero introdotti quasi sicuramente intorno al 3400 a.C. verso la fine del periodo Naqada II, come sembra dimostrare la presenza di elementi caratteristici della Valle nel predinastico recente. Questo impatto fu certamente di notevole portata. Infatti gli elementi distintivi della cultura maadiana, che comprendeva diversi insediamenti sviluppatisi tra Maadi e Buto, nella parte settentrionale del Delta, furono sostituiti da quelli del Naqada II. Pratiche funerarie e ceramiche chiaramente simili a tale cultura sono state riscontrate in particolare nel sito di Minshat Abu Omar, nel Delta orientale. Non ci sono tuttavia prove decisive per poter affermare che questi cambiamenti siano stati diretta conseguenza di eventi bellici. E’ più verosimile ipotizzare che lo sviluppo di ceramiche e di usanze funerarie tipiche del Naqada II, siano coincise con l’intensificarsi dei rapporti commerciali con la Mesopotamia e la Palestina. Probabilmente la nascita dello stato unitario non va ascritta ad un singolo evento bellico, ma piuttosto ad un lungo processo fatto di alleanze e diversi momenti di frammentazione e riunificazione. Comunque siano andate le cose, l’unificazione portò ad accogliere divinità di diversi regni e principati in un unico pensiero religioso focalizzato sulla presenza di un sovrano dotato di natura divina; quest’ultimo era considerato l’elemento di coesione tra il Basso Egitto (il Delta), rappresentato da Buto, e l’Alto Egitto (la Valle), da Ieraconpoli.

La fase successiva dovette coinvolgere importanti distretti del Medio Egitto (le zone intorno a Shutub Abydo), probabilmente a seguito di pacifici negoziati o al più di una guerra di breve durata. Abydo finì per essere scelta come capitale di un vasto territorio che si estendeva dalla Nubia all’area centrale del Delta, data la sua posizione a metà strada tra Ieraconpoli e i territori del Nord. E’ verosimile supporre che proprio per questa ragione Abydo fu sede delle sepolture reali, per un periodo che va dalla I Dinastia alla fine della II e venne associata all’ancestrale culto del sovrano defunto come testimoniano le dimensioni, l’orientamento e i corredi dei recinti funerari. Sul finire del predinastico, centro di principale importanza nel Delta era Buto (Tell el Farain) chiamata anche Pe oppure Per Uadjet, considerata la capitale del Basso Egitto. Nella zona è stato rinvenuto un tempio risalente alla I Dinastia e gli scavi hanno restituito ceramiche, coni in argilla e manufatti che presentano caratteristiche simili a quelli relativi al periodo “F” di Amuq in Siria settentrionale e Mesopotamia. In particolare, i coni di argilla hanno notevole somiglianza con quelli utilizzati per la decorazione dei templi di Uruk (Mesopotamia). Le ceramiche di epoca più antica che ci hanno restituito Buto e altri siti del Delta come Tell Asuad e Tell Ibrahim Auad, è invece, da considerarsi di produzione locale.

Nel Delta erano ubicati anche altri importanti centri cultuali predinastici; tra questi uno fra quelli di maggior spicco era senz’altro Sais, che in epoca storica divenne meta di pellegrinaggi. Capoluogo del quinto nomo (sp3t, sepat in egiziano), un’unità amministrativa così chiamata con termine derivante dal greco, vi si venerava Neith, una divinità guerriera rappresentata con arco e frecce. Più tardi i Testi delle Piramidi parleranno di lei come “madre e nutrice” dei sovrani. Anche Busiri (in egizio Djedu o Per-Usir, “la casa di Osiride”) era un importantissimo centro religioso ed era associata ad Osiride, il primo sovrano-dio della mitologia. C’era poi On (Iwnw, in egizio), chiamata dai greci Heliopoli, che sorgeva ove oggi è insediato il quartiere cairota di Matareya, dove arano venerati sia Osiride che Atum e che sarebbe divenuta in seguito il più importante centro del culto del dio solare, Ra. I sacerdoti di Onerano acuti osservatori astronomici e si incaricavano di registrare il livello delle piene del Nilo. A loro, con tutta probabilità, è da attribuire l’elaborazione del concetto cosmogonico dell’Enneade: un’enclave di nove divinità costituita da otto coppie divine emanate da Atum. Quest’ultimo dopo essersi autogenerato, avrebbe creato, tramite lo sputo o attraverso l‘emissione di liquido seminale, Shu e Tefnut (l’aria e l’umidità), la prima coppia divina, da cui sarebbero nati Geb e Nut (la Terra e il cielo). Questi ultimi generarono quattro figli, Iside e Osiride, Seth e Nefti, che andarono a formare la terza e quarta coppia divina .La nascita di questa cosmogonia fu probabilmente un processo di sintesi resosi necessario al fine di giustificare una genealogia celeste dei sovrani egizi che includesse anche divinità che avevano culto in zone diverse del paese come ad esempio Seth, venerato a Naqada, nell’Alto Egitto, e Osiride adorato a Busiri, nel Delta. Il re, incarnazione di Horus, era simboleggiato dal falco. Secondo il mito Osiriaco, il riconoscimento di quest’ultimo come sovrano legittimo di tutto l’Egitto, fu il risultato di una disputa avvenuta tra Seth e il nipote Horus (generato dalla coppia Osiride-Iside) cui avrebbe posto termine l’intervento del Tribunale divino. Il verdetto fu favorevole ad Horus, che fu così legittimato a regnare sull’intero paese. Il re era quindi un’incarnazione della divinità e la sua presenza in terra fungeva da tramite tra gli dei e gli uomini: il suo benessere garantiva quello dei mortali. Era celebrato con un giubileo (Heb-Sed), in occasione del quale venivano approntate una sala del trono e una camera di vestizione in cui si rinnovava la cerimonia dell’incoronazione e si riaffermava la sovranità regale. Le strutture per i festeggiamenti erano dislocate attorno ad un cortile, su cui si affacciavano le cappelle delle varie divinità delle province (nomi) delle Due Terre. Il re lo percorreva di corsa per quattro volte come sovrano del Sud e quattro volte come sovrano del Nord. Il rito si celebrava, di norma al compimento del trentesimo anno di regno e poi a intervalli successivi di tre anni.

Frammento di testa di mazza cerimoniale piriforme, Naqada II – Dinastia 0. Calcare. Altezza cm. 20 diamentro cm. 19,6.

Provenienza Ieraconpoii. Londra, Petrie Museum.

Il frammento che possiamo vedere anche in un particolare nell’immagine superiore alla sua destra, reca scolpite sulla superficie e distribuite su due registri, scene tratte dal ciclo cerimoniale dello Heb-Sed, comprendente di solito, oltre all’effigie del sovrano in trono, anche la rappresentazione di riti di fondazione di edifici sacri. Nella fascia superiore distinguiamo quanto rimane di un corteo, mentre quella inferiore rappresenta una danza rituale maschile, i cui partecipanti sono caratterizzati da acconciature e vesti particolari. Il personaggio centrale sorregge un vaso.


Particolare da una testa di mazza Piriforme, Naqada II – Dinastia 0. Calcare. Altezza cm. 20, diametro, cm. 21.

Provenienza Ieraconpoli. Londra, Petrie Museum.

Della superficie decorata di questo reperto si è conservata solo una piccola porzione. Vi è raffigurato un re in trono sotto un baldacchino. E’ avvolto nel manto cerimoniale dello Heb-Sed dal quale fuoriesce una mano che impugna un emblema regale. Indossa la corona rossa del Basso Egitto.


Vaso con decorazione in rilievo, epoca tardo-predinastica (circa 3.100 a.C.). Calcite. Altezza cm. 16,2 Diametro massimo cm. 9,3.

Provenienza ignota. Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer Kunst.

Questo vaso presenta una decorazione in rilievo su tutta la circonferenza. E’ suddiviso in due registri da una fascia decorata, in posizione mediana, che funge da base per una serie di nove uccelli rivolti verso destra che si susseguono lungo tutta la circonferenza. La loro rappresentazione è molto interessante, in quanto nella loro evoluzione diverranno simboli geroglifici,. Al di sopra degli uccelli sono raffigurate in posizione simmetrica due teste bovine viste frontalmente. Al di sotto della fascia sono presenti una linea a zig-zag formata da tre segmenti che diverrà il segno geroglifico per “Khaset” = deserto, terra straniera ed un oggetto allungato che riproduce una barca fortemente schematizzata che richiama la stessa rappresentazione osservata nella Tomba 100. L’intero corpo del vaso è attraversato da scanalature che si interrompono solo all’altezza della fascia orizzontale. I singoli elementi decorativi vanno interpretati come una primitiva rappresentazione del mondo. Le teste bovine in alto simboleggiano la dea celeste a forma di vacca che ritroveremo anche nella parte superiore della Tavolozza di Narmer. La base su cui poggiano gli uccelli rappresenta la terra fertile ed il numero nove (per gli egizi simboleggiante una pluralità di pluralità) l’intero mondo animale. Nel registro inferiore, come abbiamo visto, la linea a zig-zag indica le alture desertiche e la barca evoca il Nilo, con un preciso riferimento agli esseri umani. Cielo e terra, deserto , fiume e terra fertile sono gli elementi fondamentali della visione del mondo presso gli egizi e tale concezione si conserverà anche in seguito, in epoca dinastica.


Statua itifallica, Oxford, Ashmolean Museum. 

Calcare, altezza del frammento cm. 177.

Provenienza: Coptos. Fine Predinastico.

Questo tipo di statue fu ritrovato nel tempio di Min a Coptos. In quanto simbolo di fertilità, questa divinità è già rappresentata nell’atto di impugnare il fallo eretto e, pertanto la statua viene definita itifallica. Queste immagini diventeranno frequenti in epoca dinastica nella pittura e nel rilievo, riferite a Min e ad Amon-Min. Questi dei rappresentavano la fertilità cosmica, riferita alla continua rigenerazione dell’universo e dunque non solo al ciclo delle nuove nascite, ma alla creazione dell’intero cosmo. (Si confronti, in proposito il mito della creazione Eliopolitana che vede il demiurgo Atum generare l’universo attraverso lo sputo o l’emissione di liquido seminale).

Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto.

Arti e mestieri, Materiali

IL RAME ARSENICALE

A cura di Sandro Barucci

Si tratta del metallo con cui i maestri scalpellini hanno lavorato tutta la pietra egizia (per statue, piramidi etc.) in epoche Predinastica-Protodinastica-Antico Regno ed oltre.

Le epoche della evoluzione umana sono suddivise tradizionalmente in Età della Pietra – Età del Bronzo – Età del Ferro. L’Antico Regno egizio fa parte appieno della Età del Bronzo Antica (EBA).Nel caso particolare dell’Egitto dobbiamo però intenderci sui termini. Oggi chiamiamo Bronzo la lega formata dal Rame e dallo Stagno, che nasce a seguito della necessità di ottenere un metallo più duro e tenace del rame puro. Il Rame è molto malleabile, abbiamo visto nel post sulle statue di Pepi che può essere modellato facilmente per realizzare forme complesse. Tuttavia per impieghi più tecnici risulta troppo “morbido”.

Gli Egizi non utilizzano lo Stagno abitualmente fino all’inizio del Nuovo Regno, tuttavia imparano molto presto che l’Arsenico (sì, quello stesso che è utilizzato per i veleni), addizionato al Rame realizza un metallo molto più adatto a utensili duri come ad esempio scalpelli per la pietra. Aggiungendo una piccola percentuale di Arsenico (dal’ 1% in poi sul totale di Rame) si ha già un risultato paragonabile alla stessa aggiunta oggi fatta con Stagno. Probabilmente gli effetti venefici dell’arsenico all’inizio fanno delle vittime, ma i fonditori imparano a gestirlo ed allo stato metallico poi non causa problemi immediati. Gli studiosi hanno perciò considerato l’ Età del Bronzo esistente in Egitto, a partire dall’ultima parte del IV millennio, anche se negli studi specifici di Archeometallurgia il materiale è chiamato “Rame Arsenicale”. Si deve tenere presente che nelle miniere del Sinai e del Deserto orientale era comunque presente una piccola percentuale di arsenico per cui vi è la convenzione di denominare “Rame arsenicale” quello con percentuale di arsenico superiore all’1%. Cito qui tre recenti e autorevolissimi lavori sull’argomento del Rame arsenicale in uso presso gli Egizi: Odler et al. 2016, Rademakers et al. 2018, Odler et al. 2018. Il primo è relativo al materiale presente al Museo archeologico di Lipsia e ne ho estratto le immagini ed i dati riportati sotto, dove si vedono le percentuali dei due materiali in lega; per semplicità ho tolto le impurità secondarie . Si vede ad esempio che il grosso Rasatore della sesta dinastia, n°2 in figura, ha una percentuale di arsenico del 3,6%, che è certamente prodotto di una metallurgia intenzionale per ottenere un oggetto con sufficiente durezza. Dove l’oggetto è indicato come “modello” è perché non realmente destinato ad utilizzo pratico, ma solo aggiunto per il corredo funebre. Dove non è indicata la composizione, è perché è stato possibile esaminare solo la superficie ed i suoi prodotti di corrosione che qui tralascio.

Odler, Martin, Kmosek, Jiri, Jamborova, Tereza et al. (2016). Archaeometallurgical study of copper alloy tools and model tools from the Old Kingdom necropolis at Giza. In book: Old Kingdom Copper Tools and Model Tools (pp.238–248). Archaeopress, Oxford.ISBN 978 1 78491 442 4

Fino al Nuovo Regno il rame arsenicale è il metallo che consente la realizzazione di utensili ed armi efficienti da parte dei capomastri egizi. Il Bronzo, inteso oggi come lega fra Rame e Stagno, emerge appunto nel Nuovo Regno.

Aggiungo qui alcune risultanze dai Musei di Brussels e Vienna secondo due studi molto recenti. La percentuale di arsenico tende ad aumentare dal predinastico in poi, aumentando le capacità metallurgiche di ottenere una lega migliore (vedi anche sopra sulle risultanze di Lipsia).

Riferimenti:

  • Rademakers, Frederick, Verly, Georges, Delvaux, Luc, Degryse, Patrick. (2018). Copper for the afterlife in Predynastic to Old Kingdom Egypt: Provenance characterization by chemical and lead isotope analysis (RMAH collection, Belgium). Journal of Archaeological Science. V. 96. pp. 175-190. DOI: 10.1016/j.jas.2018.04.005.
  • Odler, Martin, Uhlir, Katharina, Jentsch, Marie, et al. (2018) . Between Centre and Periphery: Early Egyptian and Nubian Copper Alloy Artefacts in the Collection of the Kunsthistorisches Museum Vienna (KHM). Ägypten und Levante, V. 28, pp. 419–456.
Donne di potere, Hatshepsut, XVIII Dinastia

LA STELE DI HATSHEPSUT DEI MUSEI VATICANI

A cura di Ivo Prezioso

Particolare della stele che la regina Hatshepsut fece erigere per commemorare un restauro fatto eseguire a Tebe Ovest.

In alto c’è il disco solare alato simbolo di Amon-Ra che abbraccia una scritta piuttosto convenzionale che si ripete letta prima da sinistra a destra e poi viceversa: Bhdty ntchr ‘3 nb pt (quello di Behedt,[cioè Horus] grande signore del cielo). La scena vera e propria è invece molto interessante e vede come protagonisti quattro personaggi riconoscibili dal loro abbigliamento e dal fatto che sopra ognuno di loro è scritto il proprio nome.

Da sinistra a destra abbiamo: Amon-Ra, con il suo alto diadema e la dicitura corrispondente ‘Imn R’ nb nswt t3awy (Amon Ra signore dei troni delle due terre). Regge con una mano lo scettro “was” e nell’altra, non visibile nell’illustrazione, il segno della vita “‘nkh”

Di fronte a lui sta Hatshepsut che gli porge un offerta rituale. Indossa la corona Keperesh e veste abiti maschili. Che si tratti di lei ce lo dice il cartiglio col suo nome di intronizzazione Maatkara seguito dalla dicitura dì ‘nkh mi R’ (dotata di vita come Ra).

Dietro di lei segue Tuthmosis III con la corona bianca dell’Alto Egitto ed il relativo cartiglio col suo nome di intronizzazione (quindi siamo in piena co-reggenza) Menkheperra seguito dalla formula dì ‘nkh (dotato di vita).

L’ultima figura è la personificazione, di Khefet-her nebes, definita dall’iscrizione sulla sua destra, w3st khftt hr nb s (Tebe, la necropoli – letteralmente, colei che è di fronte al suo signore). Illustrata a grandi linee la scena raffigurata, lo spunto di riflessione viene dai presunti pessimi rapporti tra la regina ed il nipote, futuro faraone.

E’ vero che spesso i nomi Hatshepsut sono stati cancellati, (però questa stele, ad esempio è perfettamente integra), ma molto tempo dopo e neanche si può accettare con leggerezza che la tanto strombazzata “damnatio memoriae” sia tutta dovuta alle ire del nipote per troppo tempo tenuto a freno, come molti egittologi hanno sostenuto. In realtà, la cancellazione non è stata così sistematica come quella subita da Akhenaton (in quel caso, si può evocare la damnatio); è avvenuta tempo dopo, per la maggior parte, anche molto dopo il regno di Tuthmosis III, e probabilmente alla base ci sono motivi che ancora non trovano una spiegazione soddisfacente. Ma poi di questo, si parlerà più diffusamente nel prosieguo della rubrica. La mia opinione(del tutto personale e, conseguentemente, da considerare come tale), è che il regno di una donna, sebbene non una novità, costituisse un’eccezione soprattutto di tipo ideologico (Faraone= Horus incarnato in terra). e quindi visto come elemento di disturbo nei confronti di una tradizione ormai quasi due volte millenaria. Inoltre, non è da escludere che l’appoggio richiesto al clero di Ammone per favorirne l’intronizzazione, non sia stato proprio (diremmo oggi ) a gratis. Questo vide accrescere enormemente il potere di quella classe sacerdotale e fu forse una delle concause che portò allo scisma amarniano. Io credo che sarebbe molto più prudente attenersi alle evidenze nude e crude, e trarre le conclusioni solo in presenza di prove inequivocabili. Oltretutto andrebbe tenuta presente la mentalità egizia completamente differente dalla nostra. Spesso i faraoni usurpavano monumenti dei loro predecessori, cancellandone le tracce, addirittura smontandoli e ricostruendoli e sostituendo i loro cartigli. Come spiegare, per esempio le sovrapposizioni operate ad Abydos da Ramses II, nel tempio eretto dall’amatissimo padre? Sovrapposizioni che in parte sono venute giù ed hanno lasciato delle curiose commistioni di simboli che hanno scatenato la fantasia di pseudo-studiosi cui non è sembrato vero di annunciare al mondo che gli egizi possedevano elicotteri, carri armati, astronavi!!!!!! Ma questa è un’altra storia che esula completamente dalle finalità del nostro gruppo.

Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

IL GRUPPO STATUARIO DI IDET E RUIU

A cura di Patrizia Burlini

Questa bella statua rappresenta una coppia femminile la cui relazione non è nota. Sicuramente è una statua insolita, dato che normalmente ad essere rappresentati abbracciati erano marito e moglie (ma non solo). Idet occupa il posto d’onore, essendo seduta a destra, ed è identificata con il titolo di “Signora della Casa”, mente Ruiu non porta alcun titolo.

Sui lati del seggio sono presenti delle formule di offerta a Osiride. Quella di destra recita: “A Osiride…signore dell’eternità, perché dia…ogni cosa buona e pura, e il dolce soffio del vento del nord all’anima della Signora della Casa, Idet, giustificata”. Belle ed eleganti, con lo stesso abito, la stessa parrucca e la stessa collana, presentano volti in cui è evidente una ricerca ritrattistica che le rende diverse e riconoscibili.

Calcare, XVIII Dinastia, 1480-1390 a.C., forse proveniente dalla necropoli tebana, conservata presso il Museo Egizio di Torino

Didascalia: MET Torino

Il testo completo del lato Idet (a cura di Nico Pollone)

Un’offerta che il re da ad Osiri, dio grande sovrano/principe per l’eternità, affinché lui dia invocazione di offerta di: pane, birra, buoi, uccelli, abiti/tessuti, incenso e olio/unguento, ogni cosa buona e pura, il dolce soffio del vento del nord al ka della Signora della Casa Idet Giustificata (giusta di voce).

Imm. Museo Egizio di Torino.

Materiali

IL CALCARE DI QUA EL-KHEBIR

A cura di Stefano Argelli

Nome scientifico: calcare micritico.

Si tratta di un bellissimo calcare ( la cui componente principale è la calcite) a grana fine color avorio, con fossili dispersi e attraverso da stiloliti e fatture riempite da calcite(vene).

Le stiloliti sono superfici irregolari, che derivano da dissoluzione per pressione. Quando le rocce carbonatiche vengono sepolte da altre rocce, si compattano e lungo queste superficie avviene la dissoluzione del carbonato e la concentrazione del materiale insolubile di colore scuro.

Questo materiale é stato utilizzato principalmente nella statuaria e per elementi architettonici come colonne, ma limitatamente alle zone di estrazione.

Le probabili cave del calcare micritico, sono le cave di Qau el-Kebir ed el-Hammamya poste 10 km a sud di Badari. Queste cave sono state utilizzate principalmente nel Nuovo Regno fino al periodo romano

Inquadramento geologico: Questo particolare tipo di calcare appartiene alla formazione di Drunka del gruppo di Tebe di età Eocene Inferiore (56-48 milioni di anni) costituita da depositi carbonatici di mare basso.

Fonte: museo egizio di Torino

Statua del governatore Uahka in calcare di Qau el-Kebir Medio Regno XII dinastia 1976-1794 a.C. ricercatore Schiapparelli 1905 , luogo di ritrovamento Qau el-Kebir. Dimensioni 162,5x53x85 cm. Peso 1125 kg.
La Statua del dignitario provinciale é stata ritrovata all’interno di una cappella di un suo predecessore, Uahka II vissuto circa un secolo prima di lui. È scolpita con grande maestria; i personaggi privati ordinavano a scultori esperti di realizzare le loro sculture, ispirandosi alle imponenti statue delle famiglie reali. Purtroppo é uno scadente stato di conservazione, dovuto a mancanze gravi in corrispondenza di: ginocchia ,braccia e volto. Sulle ginocchia si può apprezzare la frattura concoide (superficie concava) del materiale dovuta alla grana estremamente fine del calcare.la originaria colorazione bianco crema della statua é stata particolarmente mascherata dall’alterazione. È possibile osservare sulle superfici fresche (zone di frattura) alcuni caratteri tipici di questa roccia sedimentaria, come giunti stilolitici (ben visibili tra i piedi)

Gruppo statuario di Amon e Horemhab museo egizio di Torino.
Nuovo Regno XVIII dinastia Horemhab 1319- 1292 a.C. ricercatore Drovetti 1824, luogo del ritrovamento Tebe. Dimensioni 209x90x112 cm.

Si tratta di un blocco unico di pietra calcarea da cui sono state scolpite 2 figure rappresentate il faraone Horemhab in piedi accanto al Dio Amon, di dimensioni maggiori per sottolineare la sua importanza. Osservando i tratti del volto del sovrano si é ipotizzato che originariamente fosse raffigurato Tutankhamon e che la statua fosse stata usurpata da Horemhab, anche se l’iscrizione non presenta segni di cancellazione. La scultura é realizzata in calcare di Qau el-Kebir. Osservando da vicino é possibile identificare i giunti stilolitici e vene riempire da calcite, solo grazie all’uso del microscopico é possibile individuare resti di fossili.la scelta degli artigiani di utilizzare questo materiale non risulta casuale, poiché le sue caratteristiche lo rendono un materiale di facile lavorabilità, ideale nella resa dei dettagli grazie alla bassa durezza, alla grana fine e alla omogeneità e compattezza della roccia

Calcite gialla
La Calcite è un minerale costituito da carbonato di calcio neutro
(CaCO3) appartenente al gruppo omonimo e deriva dal nome latino calx che significa calce.

Il colore, a seconda delle inclusioni, può variare dal bianco, al rosa, al giallo, al bruno fino al verde.

Durezza scala Mohs 3

Calcite bianca