Il vocabolo greco Theogamia vuol dire letteralmente “divino matrimonio” e indica l’unione fra un dio e una mortale. Frutto di tale unione era l’erede al trono, di pura essenza divina. Questo espediente fu utilizzato inizialmente per giustificare la legittimità del sovrano, e l’esempio più antico noto è quello della “profezia” riportata dal “Papiro Westcar, il cui scopo era quello di giustificare il cambiamento di dinastia: la moglie di un sacerdote di Heliopolis fu visitata dal dio Ra da cui ebbe tre figli, che divennero i primi tre sovrani della V dinastia. La Theogamia divenne poi una formula politico-religiosa che alcuni sovrani della XVIII e XIX dinastia adottarono per affermare, tramite la filiazione divina, la propria legittimità o per confermare il potere; questi casi celebri di Theogamia sono quelli di Hatshepsut, di Amenhotep III e di Rameses II, riportati su monumenti. Quanto ai faraoni, mariti terreni delle madri in questione, essi erano già defunti quando le scene vennero create.A Deir El Bahari, il tempio di Hatshepsut. A Luxor, tempio di Amon, è rappresentata la “Sala della nascita divina di Amenhotep III. Il Ramesseum, dove Rameses II adottò la theogamia per affermare la sua legittimità.
Fonte : Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.
In epoca predinastica il clima del paese era molto meno secco di oggi e il territorio era caratterizzato da ampie zone di savana non ancora desertificata, con fiumi e specchi d’acqua anche di grandi dimensioni e una vegetazione per lo più erbosa, con arbusti e pochi alberi ed una fauna tipicamente africana che col progressivo inaridimento del terreno si spostò molto più a sud in cerca di zone più ospitali. Come si è già detto, i gruppi umani che popolavano il Sahara fra 12.000 e 5.300 anni fa vivevano in piccole comunità distribuite in uno spazio immenso o sulle rive dei bacini lacustri sotto la guida di un capo e si dedicavano alla caccia ed alla pesca, all’agricoltura ed all’allevamento e raccoglievano i frutti che la terra offriva spontaneamente. Essi costruivano case dotate di pozzetti da provvista, focolari di pietra e pozzi per l´acqua, fabbricavano vasellame decorato e strumenti in osso o pietra scheggiata, macinavano il grano con grandi macine in pietra, realizzavano collane e braccialetti con perline e con dischetti ricavati dal guscio di uova di struzzo. Questi uomini che tra il 6000 ed il 4000 a.C. si sono spostati tra il Sahara e la Valle del Nilo svolsero un ruolo fondamentale nello sviluppo delle prime società pastorali nordafricane e lasciarono una preziosa testimonianza del loro ambiente e della loro vita quotidiana, raffigurandoli all’interno di grotte o anfratti rocciosi, o su pareti verticali di pietra.il sito di arte rupestre più famoso dell’Egitto è Wadi Sura, che significa “Valle dipinta”; si trova all’estremità occidentale del Gilf Kebir, la “grande barriera”, un altopiano arenarico che si estende nella parte sud-occidentale del paese al confine con Libia e Sudan, a circa 900 km a sud-ovest del Cairo e a 450 km circa dal più vicino centro abitato, che per millenni ha rappresentato area di transito e sosta per i gruppi preistorici che si spostavano tra il Sahara orientale e la Valle del Nilo. Per la sua eccezionalità nel 2007 l’area venne dichiarata protetta e fu istituito ilGilf Kebir National Park; è stato inoltre varato un progetto di conservazione e restauro delle grotte dipinte, inserito nel quadro generale del “Programma Ambientale di Cooperazione Italo-Egiziana” diretto dall’archeologa africanista Barbara Barich.
Nelle fotografie, il Gilf Kebir
LA GROTTA DEI NUOTATORI
La Grotta dei Nuotatori è stata scoperta nel 1933 dall’esploratore ungherese László Almásyed è divenuta nota al grande pubblico in quanto parte dell’ambientazione del film ‘Il paziente inglese’ del 1997, premiato con 9 premi Oscar; deve il suo nome ad alcune figure dipinte in posizione orizzontale che sembrano nuotare. Essa si trova a fondo wadi e più che una grotta è un riparo scavato dall’erosione in una grande formazione di arenaria a forma di cupola, circondata da un piccolo fiume oggi secco ma attivo fino a 4000 anni fa; ha un ingresso largo quasi sedici metri, mentre la cavità è profonda soltanto otto metri con il pavimento coperto da un sottile deposito di sabbia.
Le immagini risalgono al periodo 6100 – 4800 a.C.; il gruppo principale si trova nella parte alta della parete e rappresenta alcune figure maschili allineate e, a un livello più alto, un ulteriore gruppo di figure che si muovono verso l’immagine di una creatura chiamata la “bestia”. In particolare si nota un personaggio di dimensioni maggiori affiancato da un altro individuo stretto da bende, mentre in basso si osservano alcuni dei famosi “nuotatori” che hanno dato nome alla grotta. Questo gruppo di figure termina, più a destra, con l’immagine della “bestia”, il cui contorno è stato disegnato con un tratto rosso sottile, mentre l’interno è colorato in marrone; sul corpo è stata disegnata successivamente una rete a trama sottile di colore bianco. Sopra ci sono altre figure le cui gambe sono sovrapposte al dorso della bestia.
L’esatto significato di queste figure non è noto ma è intuibile la loro forte valenza simbolica; lo studioso Jean-Loic Le Quellec le interpreta alla luce dei testi funerari egizi: i nuotatori sarebbero i defunti che abitano il Nun, l’oceano primordiale abitato da un animale mitico che divora quelli tra loro che sono malvagi.
LA GROTTA DI MAGHARET EL KANTARA (DETTA ANCHE GROTTA DI SHAW)
Nella parte meridionale dell’altopiano del Gilf Kebir si trova la Grotta di Magharet El Kantara, detta anche Grotta di Shaw.
E’ un ricovero nella roccia scoperto nel 1936 dall’esploratore inglese Shaw e dai suoi compagni di spedizione, nel corso di un’esplorazione nel sud dell’Egitto.
Il riparo è ricco di numerose pitture rupestri di scene agricole risalenti a oltre 7.000 anni fa, che testimoniano il già citato ambiente naturale ora scomparso, caratterizzato da una savana rigogliosa con corsi d’acqua, coltivazioni, uomini e animali.
LA GROTTA FOGGINI – MESTEKAWI O “DELLE BESTIE”, OVVERO LA “CAPPELLA SISTINA” DEL SAHARA.
L’11 maggio 2002 Massimo Foggini, esplorando il Gilf Kebir con la sua guida egiziana Ahmed Mestekawi, soprannominato il Colonnello del Deserto perché per anni ha prestato servizio nell’esercito egiziano pattugliando il confine tra Egitto e Libia, scoprì casualmente, a soli dieci chilometri dalla grotta dei nuotatori, un altro anfratto roccioso nascosto in una fenditura del massiccio, la cui parete interna lunga diciotto metri ed alta sei era decorata con 5000 immagini dipinte o incise sulla pietra che si estendevano anche verso il basso, sino a 80 cm sotto la sabbia.
Vi erano raffigurazioni di figure umane, bovidi, giraffe, struzzi e gazzelle, cerimonie religiose, scene di caccia ed un’infinità di calchi in negativo di mani che l’archeologo tedesco Rudolph Kuper attribuì ad un gruppo di cacciatori-raccoglitori vissuti almeno 8000 anni orsono, i cui discendenti possono essere stati tra i primi coloni della Valle del Nilo quando intorno al 5300 a.C. il territorio cominciò ad inaridirsi e gli abitanti furono costretti a spostarsi ad est e verso sud.
ARTE RUPESTRE NEL DESERTO DEL SINAI: WADI AL-ZOLMA
Nello scorso mese di aprile il Ministero del turismo e dell’antichità egiziano ha annunciato la scoperta a Wadi al-Zolma, nel Sinai settentrionale, a circa 60 km. ad est del Canale di Suez, di una profonda grotta di pietra calcarea risalente al periodo Naqada III, decorata al suo interno con graffiti di stambecchi, struzzi, cammelli, leopardi, mucche e muli. Essa è probabilmente utilizzata ancora oggi dalla gente del posto che vi ricovera il proprio bestiame, così come si desume dal fatto che all’interno vi sono tracce di escrementi animali e di fuochi. Nei pressi della grotta sono venute alla luce le rovine di due edifici circolari in pietra, ma non è ancora possibile affermare che le incisioni siano state realizzati dagli abitanti di quel piccolo insediamento umano. I graffiti costituiscono un unicum per la zona in quanto sono tracciati a bassorilievo e sporgono solo leggermente dalla superficie, in ciò differenziandosi nettamente dallo stile dei rilievi rinvenuti nelle valli del Sinai meridionale, che sono incisi e pigmentati.
Nelle foto il Wadi al-Zolma, la grotta ed alcuni graffiti
Foto di Hesham Hussein
Fonti: Ministry of Tourism and Antiquities on Facebook
Magazines on line: Smithsonianmag.com 1 maggio 2020 by Alex Fox
Nel dialetto nubiano odierno l’oro si chiama nab; in antico egizio nub è il prezioso metallo; è visto che i faraoni avevano in Nubia le più ricche miniere, la derivazione sembrerebbe plausibile ed è stata proposta spesso; tuttavia pare che il nome derivi da un’altra fonte.
Erastotene parla dei “Noubai” e la loro terra divenne la” Noubia” o “Nobia”, voci passate all’arabo “Nubah” che designa entrambi. Potrebbe trattarsi del nome di popolazioni arrivate in epoca Meroitica.
Sono dall’antichità il territorio nubiano viene solitamente suddiviso sulla base di elementi geografici, in due parti principali: Bassa s Alta Nubia (oppure rispettivamente, Nubia Egizia o settentrionale e Nubia Sudanese o meridionale. Assuan con la prima cateratta, segna il confine tra l’antico territorio egizio a nord e la Bassa Nubia, che si spinge a sud sino alla seconda cateratta, confine odierno fra l’Egitto e il Sudan.
Fonte: Il Sogno Dei Faraoni Neri, di Maurizio Damiano.
Vaso in ceramica sito di KermaSito archeologico di Kerma
Gli egizi non aspiravano alla carriera militare perché ne temevano la durezza.
Nel papiro Anastasi III risalente alla XIX dinastia, uno scriba, per incentivare il figlio a seguire le sue orme gli descrive a tinte fosche la vita del soldato comune: «Vieni, che ti descriva la condizione del soldato, ricca di tormenti. Quando è poco più di un ragazzo, è preso e imprigionato in una caserma. E’ sottoposto a dure punizioni, messo giù e battuto come un papiro. Vieni che ti descriva il suo viaggio in Siria e la sua marcia sulle colline. Il suo pane e la sua acqua sono sulle sue spalle come la soma degli asini; le vertebre della sua schiena sono piegate mentre beve acqua putrida e si ferma solo per fare la guardia. Quando arriva alla battaglia è come un uccello spennato e non c’è forza in tutto il suo corpo. Quando giunge a ritornare in Egitto è come un bastone che il tarlo ha mangiato: è malato e deve essere trasportato a spalla».
In realtà la vita dei militari era dura e rischiosa, ma, come testimoniano numerose fonti, anche redditizia, in quanto essi ricevevano ricche ricompense, partecipavano alla divisione del bottino di guerra e quando si ritiravano dal servizio attivo ottenevano spesso della terra da coltivare. Certo, il pericolo di finire come questo povero soldato immortalato nel Ramesseum era concreto…. guardate dove lo ha colpito la freccia….
La foto è di Paolo Bondielli, pubblicata su Mediterraneo Antico
Sepoltura in doppia giara di terracotta rinvenuta presso il villaggio di Badari (Hememieh, Egitto).
Lo scheletro appartiene ad un maschio adulto, alto circa 180 cm (M. Broadbent, 1995). Londra, Petrie Museum of Egyptian Archaeology.
Il sito di Badari è utilizzato quale riferimento ad una distinta cultura egizia predinastica detta per l’appunto Badariana.
I siti badariani furono scoperti nel 1923 dall’egiziano Ali Suefi e recensiti dagli archeologi inglesi Guy Brunton e Gertrude Caton-Thompson. Si ritiene che la cultura badariana si sia estesa dal 4400 al 4000 a.C., attestandosi quale più antica testimonianza del Neolitico nel Medio Egitto.
Figlio di Tuthmosis II e di una sposa secondaria di nome Aset, salì al trono giovanissimo, ancora bambino.
Il suo regno si può suddividere in tre fasi: la prima lo vide, fanciullo, sotto la custodia di Hatshepsut. La seconda, lo vide già adulto come correggete con Hatshepsut. La terza fase ebbe inizio il decimo giorno del secondo mese (della stagione) di peret, nell’anno ventiduesima del faraone, (di Hatshepsut, dato che contavano assieme gli anni di regno), e Tuthmosis divenne sovrano unico.
Dal momento in cui il il re iniziò a reggere da solo il paese, partì per le sue campagne militari, che furono la caratteristica del suo regno. Troviamo segni del sovrano dalla Nubia all’Asia .La prima campagna vide svolgersi la celebre battaglia di Megiddo, vinta dagli egizi. Il re continuò la conquista verso il nord, si spinse fino all’attuale Libano, dove si scontrò, per la prima volta, con i Mitanni.
Sotto il regno di Tuthmosis e Hatshepsut, l’arte fece dei passi da gigante in tutti i campi: le numerose statue e rilievi sono di rara bellezza. In campo architettonico si ricordano le costruzioni di Karnak, prima fa tutte è l’Akhmenu, una grandiosa sala delle feste costruita alle spalle del santuario di Amon, a Tebe Ovest, fece costruire per sé un tempio chiamato Heneqet-ankh, e modificò a Deir El Bahari il Kha-Akhet di Hatshepsut. Nel resto del paese il suo nome si trova a Heliopolis, a Elefantina.
Il sovrano ebbe varie spose, fra cui la “Grande Sposa Reale” Merytre -Hatshepsut, madre di Amenhotep II, che successe al padre.
Il suo regno durò in totale cinquantaquattro anno. Alla morte fu sepolto nella tomba, che si era fatto costruire, nella Valle dei Re. La tomba KV 34, che è una delle più eleganti della valle, è incompiuta: una sala funeraria e un sarcofago a forma di cartiglio. Le pareti sono decorate con le scene e le iscrizioni del Libro dell’Amduat.
Il corpo fu poi trasferito nella cachette di Deir El Bahari.
Fonte: Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.
L’obelisco di Sesostri I ad Heliopolis, fotografato nel 1875 dai fratelli Zangaki.
A cura di Ivo Prezioso
Nell’antica città, centro del culto di Ra, questi monoliti non svolgevano soltanto una funzione ornamentale ma erano parte integrante del culto solare, elementi di collegamento tra la terra ed il cielo. Nella facciata ripresa, sono ancora visibili, con sufficiente chiarezza le iscrizioni dedicatorie con la titolatura quasi completa di questo sovrano della XII Dinastia. (Traduzione di Ivo Prezioso, autore del post) Hr ‘nkh mswt – nsw bty khpr k3 R’- nbty ‘nkh mswt – s3 R’ snwsrt – b3w Iwn mry ‘nkh djt – ntchr nfr khpr k3 R’. L’Horo, Ankh mesut (vivente di nascite) Re dell’Alto e del Basso Egitto (lett. colui del giunco e dell’ape), Kheperkara (il Ka di Ra si è manifestato), Le due signore (le dee tutelari delle due terre: Wadjet e Nekhbet), Ankh mesut (vivente di nascite), Figlio di Ra Senusret (colui della dea Wosret), potenza di Eliopoli, molto amato, viva in eterno [….] il dio buono Kheperkara.
Tutta la vasta area comprendenti i monti del Mar Rosso, il deserto dell’Atmur e le distese dell’Atbai, che conducono agli altopiani dell’Etiopia erano il regno di nomadi quasi sempre sottovalutati, ma che spesso hanno influito e a volte in maniera importante, nelle vicende della Nubia. Queste genti sono note sin dalla lontana VI dinastia egizia col nome di Medjai o Medja (cacciatori) ossia abitanti della terra di Medjai, terra che confinava con Wawa, Yam e Punt e doveva coincidere con una vasta parte del Deserto Orientale; del resto lo stesso termine egizio è generico, dato che indica approssimativamente “La terra di caccia”. I rapporti dei Medjai con l’Egitto dell’antico e Medie Regno furono a volte di pacifici commerci, ma molto più spesso di guerra, come testimoniano i testi egizi che li menzionano in casi di attacchi o di razzie da entrambe le parti. Essi avevano una società di tipo patriarcale, la cui unità era la famiglia o la tribù, e questa struttura sociale si è tramandata sino ai giorni nostri. Non fondarono mai qualcosa sul tipo di uno Stato organizzato ma, quando il faraone Merenre visitò Elefantina, fra i vari capi Nubiani intervenuti per rendergli omaggio troviamo un re dei Medjai; almeno per un periodo essi ebbero una capitale a Inkatawi o Medjaw. Nel Medio Regno inequivocabilmente i rapporti non erano buoni, come testimoniano i testi e il nome di una fortezza della 2°cateratta, “quella che respinge i Medjai” ma poco più tardi le cose migliorarono: troviamo mercenari nubiani impiegati presso nomarchi e nel Secondo Periodo Intermedio appaiono delle tombe particolari dal fondo a forma di padella, dette per questo pan-graves. Esse sono di tipo indubbiamente nubiano, probabilmente tombe di mercenari Medjai. Le informazioni sui Medjai più precise si trovano nel periodo ramesside, quando ormai i Medjai sono il corpo di polizia addetto al controllo delle necropoli reali di Tebe e degli operai che lavorano alla costruzione delle tombe: del resto dall’inizio del Nuovo Regno, Medjai era ormai sinonimo di poliziotto. Coloro che vissero in Egitto, dunque apprezzati come soldati e specialmente come arcieri, erano perfettamente integrati.
Fonte: Il Sogno Dei Faraoni Neri. Maurizio Damiano
Le più rilevanti manifestazioni di arte rupestre in Egitto si trovano nella valle del Nilo e risalgono al periodo compreso tra il 17.000 ed il 15.000 a. C.. La prima zona ad essere esplorata fu la collina di arenaria nubiana di Abu Tanqura Bahari, nei pressi dell’attuale villaggio di El-Hosh a circa 30 chilometri da Edfu, ove nel 2004 – 2007 la missione organizzata dai Musei Reali di arte e storia di Bruxelles diretta da Dirk Huyge rinvenne 35 incisioni di stile naturalistico raffiguranti degli uri, risalenti al 16.000 – 15.000 a.C. Le campagne condotte nei tre anni successivi dallo stesso dott. Huyge con la collaborazione delle università di Yale e Los Angeles, della Australian National University, dell’American University del Cairo e della Gand University nei dintorni del villaggio di Qurta, sito a 40 chilometri a sud di Edfu, hanno permesso di identificare altre 160 singole figure di differenti animali ed altresì di uomini realizzate in parte mediante incisione, in parte mediante martellatura, forse in origine dipinte, la cui età effettiva è stimata tra i 19.000 e i 17.000 anni. Altri petroglifi furono scoperti ancora più a sud, a 12 chilometri da Assuan, nell’area del Wadi Abu Subeira che era un’importante via di comunicazione tra la valle del Nilo, il Deserto Occidentale ed il mar Rosso e che al tempo della realizzazione delle immagini era probabilmente un fiordo collegato al Nilo lungo una decina di chilometri e poco profondo o addirittura un lago alimentato da piogge occasionali ed acque sotterranee formatosi a causa dell’accumulo di sabbia nel punto in cui sfociava nel Nilo. Le raffigurazioni rupestri citate si trovano all’aperto, distribuite sulla superficie di oltre 180 pietre disseminate in quell’area ove millenni più tardi avrebbero regnato i sovrani predinastici d’Egitto e che all’epoca era popolata da gruppi di cacciatori-pescatori con un tipo di economia mista, perfettamente adattata alle zone fluviali e a quelle desertiche. La datazione dei petroglifi è stata effettuata con la tecnica della termoluminescenza OSL (optical stimulated luminescence), che permette di stabilire l’ultima esposizione al sole di una superficie rocciosa poi ricoperta da uno strato di sabbia, stabilendo che essi erano sepolti da 17.000 anni. L’arte rupestre di questi siti, a differenza di quella predinastica che risale al V’ millennio a. C., non rappresenta scene o narrazioni ma è costituita da figure isolate, di dimensioni notevoli (una di esse raggiunge i cm. 180, contro i cm. 50 delle incisioni più tarde), presentate in tutte le direzioni, a volte in pose dinamiche; gli uri sono predominanti, seguiti da uccelli, ippopotami, gazzelle e pesci; inoltre, ci sono immagini stilizzate di figure umane.
Quest’opera predinastica è uno dei capolavori degli inizi dell’arte egizia.
Il manico d’avorio di ippopotamo presenta già alcune delle caratteristiche peculiari dell’arte egizia successiva: su un lato la successione degli eventi si svolge su registri successivi, e mostra la lotta fra due gruppi umani; nei registri in basso i cadaveri si vedono contorti frale navi.
Sull’altro lato un personaggio barbuto in abiti mesopotamici ( probabilmente ispirato da raffigurazioni su sigilli) riflette il tema del genio, o l’eroe, che doma le fiere.
Al di sotto si vedono cani domestici, leoni e stambecchi.Naqada II ( 3800-3200).
Avorio, altezza cm. 25,5.Parigi, Museo del Louvre.