Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

GRADINI VERSO L’ETERNITA’

Di Piero Cargnino

Con la III dinastia si va instaurando un periodo di sviluppo economico, politico e culturale dell’antico Egitto che gli storici moderni hanno denominato “Antico Regno”.

Come abbiamo detto nei precedenti articoli la maggior parte degli studiosi è del parere che nel faraone Netierikhet (Djoser) si debba individuare il capostipite della III dinastia.

L’architettura monumentale che troviamo sotto il regno di Djoser ci da un’idea dell’enorme balzo in avanti, compiuto dagli egizi, nell’economia, nello sviluppo della produttività agricola, in quella manifatturiera e, soprattutto, nell’edilizia. Notiamo anche uno sviluppo di numerose altre scienze quali: la letteratura, l’astronomia, la matematica, la topografia e l’amministrazione statale.

L’importanza che assunse il faraone Djoser fu tale che, come già accennato in precedenza, in epoca tolemaica i sacerdoti del dio Khnum ad Elefantina, fecero erigere la famosa “Stele della carestia”, retrodatandola al regno di Djoser, per conferire maggiore importanza al faraone che, in quella tragica situazione, fece restaurare il tempio del dio Khnum e decretò che si ricominciasse a fare regolari offerte al dio donando ai sacerdoti del tempio la regione compresa tra Assuan e Takompso con tutte le sue ricchezze.

Forte dei progressi che si verificarono durante il suo regno, con l’intento di dimostrare la sua grandezza, Djoser non si accontentò di una semplice mastaba come tomba ma volle qualcosa di molto più grandioso. Chiamò il suo fedele architetto affidandogli il compito di edificare un complesso che potesse incutere ammirazione e timore nel visitatore, straniero e non.

Forse Imhotep illustrò al suo signore le costruzioni che venivano create in Mesopotamia, le ziqqurat, veri e propri trampolini verso il cielo, le cui dimensioni gigantesche avevano lo scopo di essere osservate dal  cielo e quindi dagli dei.

E’ parere di molti che Imhotep non pensasse ad una piramide vera, cioè ad un solido geometrico che forse lui non conosceva neppure, ma, come per le ziqqurat, pensò di costruire per il suo signore una salita verso il cielo, “Gradini verso l’eternità”.

I risultati della sua immensa opera sono ancora visibili oggi, poco meno di cinque mila anni dopo. E tali furono per i successivi faraoni della III dinastia; per assistere al primo tentativo di costruire una piramide vera, con le facce piane, dobbiamo arrivare alla “piramide romboidale” del faraone Snefru, primo re della IV dinastia, quasi due secoli dopo.

Ma come abbiamo detto dopo Djoser altre “piramidi” a gradoni vennero costruite, o almeno tentato di costruire. Tentato, certo, non tutti gli architetti erano al livello di Imhotep e soprattutto le costruzioni in pietra non erano ancora alla portata di tutti.

Lo stesso Imhotep che costruirà (o tenterà di costruire) la piramide del successore di Djoser Sekhemkhet, come vedremo in seguito, non giungerà alla fine. Seguono altre “piramidi” dalle quali si può dedurre che i tentativi di costruire opere in pietra, più duratura, non avevano ancora raggiunto un livello accettabile. Si scoprono costruzioni delle quali non si sa se vennero ultimate o meno dove la pietra tagliata è stata usata ma i resti del completamento, se mai è stata ultimata, sono stati eseguiti con mattoni di fango. Sarà poi Uni, ultimo faraone della III dinastia ad intraprendere la costruzione di quella che forse sarebbe diventata una vera piramide anche se il suo completamento, secondo gli egittologi, sarebbe da attribuire a Snefu..

A Maidun è possibile vedere una torre a gradoni, in tutto simile ad una ziqqurat, in pietra circondata da un ammasso di macerie, che forse costituivano il rivestimento. Per un’oscura ragione che non conosciamo, quello che pare fosse il rivestimento non ha resistito, o in fase di costruzione o successivamente ed è crollato. Passeremo ora ad esaminare, per quanto ci è possibile, tutte queste cosiddette “piramidi minori” prima di arrivare alla IV dinastia.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2007
  • Pascal Bargent, “La stéle de la famine á Séhel”. Institut français d´archaéologie orientale, Cairo, 1953
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, De Agostini, Novara, 1982
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. Whitestar, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1961 Jaromir Màlek, “Egitto. 4000 anni di arte”, Phaidon, 2003
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE DJOSER

Di Piero Cargnino

Come abbiamo visto negli articoli precedenti, la fine della II dinastia e l’inizio della III si perdono nelle nebbie del tempo. Si procede ancora per ipotesi che spesso cozzano con le scarse prove archeologiche, non solo ma, nell’intento di fare chiarezza, queste teorie abbondano e si contrastano tra di loro. Non scarseggiano certo quelli che alla scienza ci aggiungono la fantasia per fornirci un quadro spesso distorto e non veritiero. Le difficoltà ad interpretare gli scarsi dati in nostro possesso, relativi ad un periodo così lontano nel tempo come l’Antico Regno, sono molte ed è necessario procedere con cautela nel raccontare la storia senza dimenticare di segnalare sempre quella che è realtà dimostrabile da ciò che viene dedotto da interpretazioni personali di singoli studiosi.

Mi scuso per questa introduzione ma stiamo per addentrarci in uno dei più importanti periodi della storia antico egizia, quello che è stato definito “L’Età dell’oro”, dove i reperti in genere abbondano ma parimenti abbondano anche le teorie, più o meno valide, come pure quelle fantascientifiche.

L’inizio della III dinastia egizia coincide con l’inizio del cosiddetto Antico Regno, un periodo di oltre 5 secoli di stabilità, che comprende un arco di tempo che va dal 2686 a.C. al 2181 a.C. circa, durante il quale si succedettero quattro dinastie, (dalla III alla VI).

E’ questa l’età dei grandi faraoni, costruttori delle più famose ed imponenti opere della civiltà egizia, le Piramidi.

Come abbiamo detto negli articoli precedenti, grazie all’azione di un grande sovrano qual era Kasekhemwy l’Egitto è ora riunificato ed i sovrani possono indossare a pieno titolo le corone delle Due Terre.

Con certezza non si sa chi fu il primo faraone della III dinastia, secondo le più recenti catalogazioni, proposte da alcuni studiosi, l’ipotesi più probabile è che, ad aprire la III dinastia, sia stato il faraone Sanakht o Nebkha del quale abbiamo parlato ampiamente nel precedente articolo. Come detto però, di lui non esiste traccia nelle liste reali, troviamo il suo nome affiancato a quello di Djoser su alcune iscrizioni che ricordano le spedizioni nel Sinai alla ricerca di turchesi e rame.

Ma colui che viene considerato il fondatore della III dinastia è Djoser, Horo Netjerykhet, ellenizzato da Manetone in Tosorthros e Sesorthos da Eusebio da Cesarea.

Sicuramente il più importante, tanto che nel Canone Regio di Torino il suo nome è eccezionalmente scritto in inchiostro rosso.

Figlio di Kasekhemwy e della regina Nimaathap, in tutte le iscrizioni coeve compare sempre col nome di Netjerykhet (Divino nel corpo), da fonti successive sappiamo che il nome Djoser cominciò a essere scritto solo durante la XII dinastia, circa sette secoli dopo.

Sposa reale di Djoser è identificata nella regina Hetephernebti (o Hotephirnebty) in quanto il suo nome compare su alcune stele di confine nel recinto del complesso funerario della piramide a gradoni (oggi non più presenti poiché dislocate in vari musei del mondo) oltre che su alcune parti di rilievi trovati a Ermopoli (custoditi al Museo Egizio di Torino).

Come figli si conosce per certa Inetkauses (o Intkaes) sua unica figlia nota, in quanto al suo successore Sekhemkhet non è del tutto chiaro il rapporto di parentela.

Djoser regnò 29 anni, secondo Manetone, mentre il Canone Regio di Torino gliene attribuisce 19. In questo caso, anche alla luce delle sue numerose imprese architettoniche, primo fra tutti il suo Complesso funerario con la Piramide a gradoni di Saqqara, per gli egittologi Djoser deve aver regnato per almeno tre decenni, dando così più credito a Manetone. Toby Wilkinson, riferendosi ai dati contenuti nel  quinto registro della Pietra di Palermo ed a quelli del frammento n°1 degli Annali Reali, dove sono citate le conte del bestiame, concorda nell’attribuirgli 28-30 anni di regno.

Djoser intraprese diverse spedizioni militari nel Sinai sottomettendo le popolazioni locali, successivamente tornò nel Sinai dove popolazioni nomadi minacciavano le miniere di rame e turchese, nel deserto sono state rinvenute diverse incisioni che  raffigurano l’esilio del dio Seth accanto al simbolo di Horus. Oltre che per le miniere il Sinai era importante per gli egizi in quanto costituiva il punto di collegamento tra l’Egitto e l’Asia.

Djoser volle per se un complesso funerario che dimostrasse appieno la sua grandezza e per costruirlo chiamò il suo più fidato architetto, Imhotep. Il complesso funerario di Djoser sorge a Saqqara e si presenta come una struttura articolata di difficile interpretazione. E’ così ricco di spunti, di richiami simbolici, di novità tecniche e decorative, che nascono da una tradizione espressiva e ideologica ben consolidata.

Il suo complesso resiste in parte ancora oggi in quanto, come già il suo predecessore Kasekhemwy, ed in parte anche Peribsen, avevano iniziato, questo è costruito non già con mattoni di fango ma utilizzando pietre tagliate. Manetone, nominandolo due millenni dopo esaltò il progresso raggiunto dal faraone Tosorthron  nell’architettura con l’utilizzo della pietra, non solo ma lo paragonò al dio greco della medicina Asclepio affermando che Djoser avesse apportato anche alcune innovazioni nel campo della scrittura.

Secondo alcuni  egittologi Manetone si sarebbe riferito a Imhotep, il famoso sacerdote, architetto e ingegnere, ministro di Djoser che progettò ed edificò la piramide a gradoni. e che in seguito venne deificato come il dio greco Asclepio.

La famosa “Stele della carestia” che viene fatta risalire all’epoca di Djoser, ma probabilmente eretta in epoca tolemaica sotto Tolomeo V (205-180 a.C.), descrive che Djoser fece ricostruire il tempio del dio Knum, sull’isola di Elefantina, ponendo così fine ad una carestia che durava ormai da 7 anni. Secondo gli studiosi si tratterebbe solo della trascrizione di un’antica leggenda. 

Come abbiamo accennato in precedenza, Djoser doveva aver capito qual era la sua importanza come primo faraone effettivo sull’intero Egitto, ora lui poteva indossare a pieno titolo le due corone unite del Basso e dell’Alto Egitto. Questo lo esortò a dimostrare a tutto il paese, ed ai paesi vicini, la sua grandezza e scelse di dimostrarlo facendosi costruire un complesso funerario mai visto in tempi precedenti.

Come località scelse Saqqara ed affidò i lavori al suo più fidato architetto, Imhotep, proveniente da Mendes era figlio dell’architetto di Menfi Kanofer e della giovane Khreduonkh. Si distinse fin dalla giovane età per le sue notevoli capacità intellettuali in quasi tutti i campi cosa che gli valse la nomina a visir sotto il faraone Djoser. Chi meglio di lui avrebbe potuto soddisfare le manie di grandezza del faraone.

In effetti Imhotep costruì un enorme complesso facendo largo uso della pietra tagliata.

Al centro del complesso s’innalza la cosiddetta Piramide a Gradoni. Partiamo dunque da quella che viene definita la piramide egizia più antica pur non avendo le caratteristiche essenziali della piramide.

Per pura pignoleria specifichiamo che con il termine “piramide” in geometria si intende un poliedro con una faccia poligonale definita “base” che, nel caso sia quadrata, possiede quattro facce laterali triangolari che hanno come vertice il suo apice. Questa è la “piramide perfetta”, che non è il caso di quella di Djoser. Mi adeguo però alle considerazioni accademiche le quali tendono a spiegare che la piramide a gradoni consisterebbe nel primo tentativo di costruire una piramide perfetta (personalmente non concordo poiché ritengo che le costruzioni a gradoni siano state eseguite in tal modo di proposito senza alcun riferimento ad eventuali piramidi perfette che magari a quei tempi non erano neppure concepite).

Osservandola attentamente si è portati a confrontarla piuttosto con gli ziggurat, strutture religiose formate da piattaforme cultuali sovrapposte, diffuse lungo tutta la Mesopotamia e gli altopiani iranici e turkmeni.

Secondo gli studiosi Djoser iniziò col farsi costruire una grande mastaba secondo le usanze dell’epoca, quindi, o per manie di grandezza o semplicemente per voler dimostrare la sua potenza Djoser pretese qualcosa di più grande ed appariscente. Così, per una serie di successivi ingrandimenti della base e sovrapposizioni di più mastabe, (sei in totale), nacque quella che noi ammiriamo oggi.

Presenta una pianta non perfettamente quadrata e si eleva per 60 m. L’inclinazione delle facciate verso l’interno è data dal posizionamento inclinato dei blocchi squadrati di calcare. L’uso della pietra in luogo dei mattoni di fango, si era già riscontrato nel pavimento della tomba di Peribsen e nel tempio di Khasekhemwy, ma qui assistiamo ad un uso più ampio e raffinato.

Come detto sopra, l’intero complesso funerario di Djoser presenta molti aspetti oscuri e implicazioni simboliche, tradotto per la prima volta in una struttura completamente in pietra che mette in evidenza la straordinaria capacità tecnica nella lavorazione della stessa acquisita dagli scalpellini egizi.

Il tutto fu opera dell’architetto Imhotep. Gli egittologi affermano che fu lui ad ideare e realizzare tutto lo straordinario complesso funerario destinato a divenire la sepoltura del Faraone Djoser. Come accennato in precedenza la costruzione di un’opera così innovativa e grandiosa, dovette essere considerata prodigiosa dagli egiziani dell’epoca. Va detto che l’intero complesso rappresenta un unicum nello sviluppo dell’architettura in pietra sia per l’Egitto che per il mondo intero. Non è possibile stabilirlo con certezza ma sicuramente rappresenta il primo esempio di struttura monumentale, realizzata per un sovrano, con una forma che riportava all’idea dell’ascesa al cielo per il suo Ka.

In una iscrizione risalente alla XIX dinastia, rinvenuta a Saqqara, Djoser viene definito come “Colui che apre la pietra” ovvero “l’inventore dell’architettura in pietra”.

Ovviamente la costruzione dell’intero complesso evidenzia in modo molto marcato il fatto che i costruttori risentivano ancora i forti influssi dell’architettura arcaica fatta con materiali meno nobili della pietra, mattoni crudi, legno, canne, paglia e stuoie. Il risultato è quella meraviglia che possiamo ammirare dove l’architettura arcaica si unisce a quella nuova in pietra creando un effetto di irripetibile armonia. Le soluzioni adottate dai costruttori per far armonizzare lo stile arcaico con la pietra si riscontrano negli elementi che caratterizzano il complesso, le pareti di calcare che imitano le pareti in pali di legno, unite con imitazioni di funi e stuoie che pendono, colonne dalla forma di enormi fasci di giunchi o arbusti di papiro che ornano il grande portale di pietra. L’egittologo Jacques Vandier ebbe a dire: “…….ogni cosa qui è morta, tutto qui è fatto per la morte………”.

Il complesso piramidale di Djoser non fu innovativo solo dal punto di vista architettonico, fu l’emanazione di una nuova visione del mondo, l’espressione di una nuova era di stabilità politica che segnava il distacco da un’epoca precedente e l’inizio dell’Antico Regno. Tutto questo fu opera dell’ingegno di un grande architetto al quale Djoser aveva affidato la realizzazione, Imhotep. Fu lui il primo a fare un largo uso della pietra tagliata e lisciata.

Circa il ruolo svolto dal visir Imhotep alla corte del faraone Djoser non si conosce molto ma i titoli attribuitigli sono molto indicativi della sua posizione. Riporto da Earl Baldwin Smith, (“Egyptian architecture as cultural expression, Londra”), “…..Imhotep….. i cui titoli erano:

“Cancelliere del faraone d’Egitto a lui solo secondo, di nobiltà ereditaria, dottore, amministratore del Gran Palazzo, sommo sacerdote di Eliopoli, architetto, capo carpentiere, capo scultore e capo vasaio”.

Per le sue doti geniali, gli fu addirittura attribuita un’origine divina, che ne aumentò ulteriormente il mito, tanto che dopo la sua morte fu venerato in tutto l’Egitto come un dio e lo fu anche nei secoli successivi.

E probabilmente lo era davvero, o per lo meno fu sicuramente un mago, visto che riuscì, in soli 19 anni a realizzare non solo la piramide, ma l’intero complesso funerario del suo faraone.

Questo è circondato da un colossale muro di cinta che imita una struttura di stuoie intrecciate ed abbellita da un susseguirsi di nicchie e da quindici porte, quattordici delle quali sono fittizie mentre quella vera si apre sulla facciata est.

Secondo l’egittologo tedesco Hermann Kees le quindici porte starebbero ad indicare la metà del mese lunare, ovvero l’arco di tempo in cui si sarebbe dovuta svolgere la festa Sed. Secondo alcuni il motivo della decorazione del muro di cinta andrebbe ricercato in altre costruzioni simili presenti in Mesopotamia, cosa che supporterebbe l’ipotesi che la piramide a gradoni volesse imitare in un certo senso gli ziggurat e non una vera piramide.

Dalla porta d’ingresso si transita attraverso un ampio corridoio con il soffitto in pietra calcarea lavorata in modo che si presenta come fosse fatta in tronchi di legno. Il corridoio sfocia in una lunga sala costeggiata da venti coppie di enormi colonne, in origine erano alte 6 metri dalla forma di un fascio di giunchi. Questa parte del complesso fu interamente ricostruita ed i lavori durarono dal 1946 al 1956.

All’interno del complesso si trovano numerosi edifici fra cui l’insieme di cappelle della festa Sed. Si trovano inoltre il Tempio a “T” ed un intricato e complesso insieme di corridoi e camere sotterranee, molte delle quali riccamente decorate con mattonelle di ceramica azzurra (il tutto lo tratteremo in seguito). Il sito fu visitato già fin dal XVII secolo da viaggiatori e esploratori europei che però non riuscirono a penetrare all’interno della piramide (per fortuna!).

Fu solo in seguito alla spedizione di Napoleone in Egitto, che nel 1821 venne scoperto l’ingresso alla piramide ad opera del generale prussiano Johann Heinrich barone di Minutoli che però non proseguì nell’esplorazione.

Occorre arrivare al 1837 con l’archeologo Perring il quale penetrò all’interno della piramide ed esplorò le numerose gallerie sotterranee dove vennero rinvenute una trentina di mummie risalenti al periodo tardo. Perring fu seguito poco dopo da un altro grande archeologo, Lepsius, che guidava una spedizione prussiana. Ma le più importanti scoperte eseguite sistematicamente ebbero inizio solo nei primi anni del novecento grazie ai numerosi scavi effettuati dall’archeologo inglese Cecil Firth, al quale si unì presto anche il giovane archeologo francese Lauer. Fu solo grazie al loro lavoro che si iniziò a conoscere meglio il complesso e quindi la piramide a gradoni. Da quel momento gli scavi nel complesso divennero decisamente una missione per coloro che vi si dedicarono, e che continua ancora ai giorni nostri. L’egittologia deve a costoro il merito per i risultati raggiunti circa la conoscenza storico-architettonica del complesso e della piramide.

Una riconoscenza particolare va riservata all’architetto francese Lauer che dedicò numerosi anni della sua vita allo studio ma anche alla parziale ricostruzione di alcune parti del complesso funerario di Djoser. Visiteremo ora tutte la varie componenti del grande complesso funerario ma per stare in tema di piramidi voglio partire dalla piramide stessa.

Secondo molti studiosi questo fu il primo tentativo di costruire una vera piramide ma, forse, come ho scritto all’inizio, Imhotep non pensò mai ad una costruzione a forma di piramide perfetta della quale non ne aveva la minima idea. Forse, condizionato da quanto aveva visto in un suo possibile viaggio in Mesopotamia, cercò solo di offrire al faraone una “scala per raggiungere il cielo” e lo fece interpretando le probabili manie di grandezza di Djoser.

Il modello costruttivo a gradoni che si innalzano verso il cielo lo troviamo in molte culture ed ha prodotto anche in contesti storico-geografici indipendenti risultati molto simili. Oltre all’Egitto e alla Mesopotamia basta pensare alle numerose costruzioni simili riscontrate presso civiltà anche molto lontane tra di loro, un esempio sono le famose piramidi precolombiane sparse nelle Americhe. Come queste ultime, secondo gli studiosi, la piramide di Djoser non si presentava con una punta, non possedeva un pyramidion ma sulla cima vi era una terrazza, dove il Ka del sovrano, dopo aver percorso la “scala sacra” avrebbe trovato posto per un attimo di pausa. (forse è fantasia ma non guasta mai).

Adesso apprestiamoci ad entrare all’interno della piramide dove ci attendono numerose sorprese.

L’ingresso si apre sul lato nord e presenta una lunga galleria discendente che circa a metà percorso si restringe; proseguendo si giunge in fondo ad un grande pozzo che sbuca nella camera sepolcrale.

La camera, cosiddetta “Camera di granito”, si trova in fondo al pozzo ad una profondità di circa 28 metri. Interamente costruita in granito rosa misura 4 x 2,56 metri ed è alta 4 metri, sopra la stessa insiste un altro vano che Lauer chiamò “camera di manovra” perché a suo parere qui veniva sistemata la mummia per poi essere calata nella camera funeraria attraverso un pozzo rotondo sul pavimento, questo veniva successivamente chiuso con un masso di granito del peso di 3 tonnellate.

Parlando di camera sepolcrale va però detto che il primo a penetrare al suo interno non fu Lauer ma l’egittologo italiano Gerolamo Segato nel 1821, quando entrò nella camera riscontrò che era già stata violata probabilmente fin dall’antichità. All’interno trovò un sarcofago in granito rosso completamente vuoto. Non trovò altro se non alcuni resti scheletrici.

Più tardi durante una sua visita, l’archeologo svizzero Heinrich Menu von Minutoli rinvenne i resti di un paio di sandali dorati, un teschio. una maschera funeraria, frammentati di vasi ed un contenitore con ancora i sigilli originali contenente un liquido denso ed oleoso. Minutoli accumulò una notevole collezione di reperti che cedette al  re di Prussia per 22.000 talleri; ma durante il trasporto in Germania una gran parte andò perduta per il naufragio della nave che li trasportava. Tra i reperti perduti vi erano appunto quelli ritrovati nella piramide a gradoni. Quelli che si salvarono furono riuniti nella fondazione del Museo Egizio di Berlino.

Fu poi Lauer, nel 1826, a trovare la pianta di un piede sinistro e la parte superiore di un braccio oltre ad altre parti molto frammentate. Queste si trovano oggi presso l’Istituto di Medicina del Cairo.

In un piccolo passaggio a nord-ovest della camera funeraria venne rinvenuta una cassetta di legno dove era riportato un nome, Netierikhet, appunto il nome di Djoser, la cassetta si trova ora nel Museo Egizio del Cairo.

Torniamo ora al grande pozzo verticale, da esso partono quattro corridoi orientati verso i punti cardinali, questi si diramano in un complesso di gallerie estremamente articolato con numerose stanze ipogee distribuite intorno alla camera sepolcrale.

Tra queste si trovano le ormai famose “Stanze blu” così chiamate in quanto si presentano rivestite con piastrelle di faience turchese incastonate nel calcare giallo delle pareti a forma di fasci di giunchi con modanature che imitano le corde che li legano, sono inoltre presenti alcuni pilastri Djed.

A questo proposito va detto che per gli antichi egizi il turchese era il colore della rinascita, della vita e della prosperità, forse l’intento era proprio quello di simboleggiante la rinascita o, come suggerisce l’egittologa americana Florence Friedman, volevano rappresentare le acque dell’oceano celeste e di quello sotterraneo.

In altre due camere sono presenti tre “false porte” nella cui cornice compare il serekht con l’antica titolatura reale in geroglifici oltre a bassorilievi dove il sovrano è rappresentato mentre officia riti sacri.

Ora ci troviamo nel bel mezzo di un intricato complesso di gallerie e corridoi che si diramano in ogni direzione tutt’intorno alla camera sepolcrale, pare di essere capitati in un labirinto sotterraneo. Sono talmente tanti questi passaggi, di cui alcuni non ultimati, che diventa arduo stabilire quali di questi siano opera dei costruttori della piramide e quali siano invece opera dei saccheggiatori di tombe in cerca di tesori.

Dopo le prime esplorazioni passarono alcuni anni durante i quali la piramide cadde nell’oblio finché nel 1837, durante una sua visita ai sotterranei, Vyse scoprì un deposito dove trovò numerose mummie prive però di ogni tipo di arredo funerario, percorse i numerosi corridoi e scoprì altre gallerie.

Passò ancora del tempo durante il quale il sito venne un poco trascurato finché arrivò  Lepsius che visitò la piramide nel 1842 e, per non andarsene a mani vuote, smontò le architravi delle false porte delle “stanze blu” sulle quali erano presenti numerose iscrizioni, oltre ad alcuni serekht che riportavano sicuramente il nome del proprietario della tomba, Netierikhet, allora sconosciuto nelle liste reali.

Fino ad allora non era possibile stabilire con certezza chi fosse questo Netierikhet. La cosa si risolse anni dopo quando nel 1889, nei pressi di Assuan, sull’isola di Sehel su una parete di roccia, venne rinvenuta una stele rupestre, scritta in geroglifico risalente all’epoca tolemaica (330-31 a-C.), la cosiddetta Stele di Sehel (Stele della carestia). In essa si narrava che in un passato remoto ci fu un periodo di carestia e siccità durato sette anni,  il periodo era riferito al tempo del regno del faraone Djoser. La stele racconta che la siccità ebbe termine grazie alle preghiere ed alle donazioni di beni fatte al dio Khnum dal II sovrano della III dinastia di nome Netierikhet. A questo punto fu chiaro che Netierikhet era Djoser il faraone che fece costruire la piramide a gradoni.

Passiamo ora nella galleria orientale nella quale sono state rinvenute tre false porte dove il sovrano viene rappresentato due volte nell’atto di camminare con la doppia corona Pschent (bianca e rossa) ed una volta in posizione stante con la corona Hedjet (solo bianca).

I nomi del sovrano sono accompagnati da quelli di Anubis, Horo e Behedet. Una di queste false porte e diverse mattonelle di faience vennero fatta smontare da Lepsius nel 1843 e trasferite presso presso il Museo di Berlino dove si trovano tutt’oggi.

Alla base della piramide, lungo la facciata  occidentale, si trovano 11 pozzi profondi 30 metri circa dal cui fondo partono ulteriori gallerie collegate fra di loro, si pensa che queste dovessero servire come luoghi di sepoltura delle donne e dei bambini della corte reale. L’imbocco dei pozzi venne successivamente inglobato nella struttura della piramide nella fase in cui fu ampliata.

Nella galleria che parte dal quinto pozzo vennero rinvenuti frammenti di legno dorato, vasi finemente cesellati ed  un sarcofago di alabastro vuoto. Sul fondo della galleria si trovava un piccolo sarcofago di legno  con pochi resti di un fanciullo di 8-12 anni.

Nel primo e nel secondo pozzo si trovavano frammenti di alabastro, probabilmente sarcofagi, mentre nel terzo compariva l’impronta di un sigillo recante il nome di Netierikhet (Djoser).

Ma la sorpresa più grande fu quella che riservarono il sesto ed il settimo pozzo dove erano contenuti numerosi piatti, tazze e circa 40.000 vasi dalle forme e dimensioni più disparate ricavati da vari materiali,  alabastro, onice, scisto, porfido, quarzo, serpentino e breccia. Fra essi numerosi vasi identici a quelli trovati da Flinders Petrie nel villaggio di Naqada, ancora nessuno, oggi è in grado di dare spiegazioni.

Alcuni di questi vasi erano levigati, sfaccettati e ricoperti di decorazioni, molti di essi riportavano i serekht con i nomi di antichi sovrani protodinastici ai quali, secondo alcuni, Djoser li aveva dedicati. Molti di essi appartenevano a sovrani della I e II dinastia quali: Narmer, Ger, Den, Agib, Semerkht, Ka, Ninetger, Sekhemib, Hotepsekhemwy e Khasekhemwy, ma il nome di Netierikhet non compariva su nessuno. Il tutto era sparso intorno nella più completa confusione, il soffitto delle gallerie era crollato per cui i reperti integri furono solo qualche centinaio su tutti quelli rinvenuti  e catalogati da Lauer.  

Molte sono le ipotesi avanzate, secondo Lauer sarebbero il corredo delle tombe dei sovrani arcaici distrutte dal faraone Peribsen. In un secondo tempo, Khasekhemwy, che gli succedette li avrebbe raccolti e custoditi in un magazzino dal quale Djoser li avrebbe pietosamente fatti prelevare per custodirli nella sua tomba. A questo punto ci si domanda, perché prendere solo i vasi, sicuramente, nonostante saccheggiate le tombe custodivano ancora parte del corredo funebre non asportato dai saccheggiatori. Con lui concorda anche l’egittologo Stadelmann mentre di parere nettamente contrario Donald B. Redford che ritiene che le tombe precedenti furono distrutte dallo stesso Djoser per recuperare i materiali necessari ad erigere il suo complesso. Conservò però il loro corredo che fece sistemare nella sua tomba per rispetto e per mantenere la continuità del potere. Teoria ritenuta dai più assurda in quanto la distruzione delle tombe dei predecessori non costituiva certo un segno di rispetto ne di potere.

Il significato della conservazione del corredo usurpato ai predecessori nella propria tomba rimane avvolto nel mistero alla soluzione del quale ancora oggi molti egittologi vi si dedicano. Dagli inizi del XX secolo iniziò un’esplorazione sistematica della piramide, si procedette inoltre alla ricostruzione di parte del complesso funerario di Djoser, entrambe effettuate dall’architetto francese Lauer che vi si dedicò per numerosi anni. I restauri sono continuati fino ai giorni nostri. Di sicuro è che una eventuale visita ai sotterranei della piramide, ora riaperta al pubblico, non può che essere estremamente interessante.

Usciamo dalla piramide e ci troviamo nell’area del Tempio funerario, rivolti a nord, sulla nostra destra, addossato all’estremo angolo ovest della parete della piramide, nello spazio che si trova tra il Tempio e la “Casa del Nord” (che vedremo in seguito) si trova il cosiddetto “Cortile del Serdab”.

Il Serdab era una struttura presente nelle tombe dell’Antico Egitto costituita da una camera destinata alla statua raffigurante il Ka o “spirito vitale”, del defunto. Si trova accanto all’ingresso del tempio, addossata alla parete della piramide e risulta inclinata perché avrebbe dovuto seguire la forma del primo gradone a cui si appoggia.

Il Ka era la forza che permetteva al sovrano di sopravvivere dopo la morte e di riprendere un’esistenza nell’aldilà simile a quella che aveva condotto sulla terra. Per conservare la sua efficacia il Ka doveva essere continuamente alimentato, per questo le statue racchiuse nel serdab ricevevano cibo, bevande e fumigazioni con tanto di rito nel quale si recitavano formule d’offerta ad esse indirizzate.

La statua di Netierikhet Djoser assiso, con una lunga parrucca ed il copricapo nemes, è stata rinvenuta parzialmente danneggiata e priva degli occhi, oggi è custodita al Museo del Cairo, al suo posto è stata collocata una copia a grandezza naturale, vestita con gli abiti giubilari compreso il candido manto che nell’insieme davano l’impressione della dignità regale.

La parete nord del serdab presenta due fori nel muro all’altezza degli occhi della statua, questi avevano la funzione di permettere al Ka di Djoser di osservare la parte anteriore del complesso e le stelle imperiture del cielo settentrionale che non tramontano mai ed il mondo esterno dei vivi nonché di controllare (non si sa mai) che gli venissero sempre presentate le offerte.

Va detto che quasi un terzo dell’area nord del complesso non è ancora stata esplorata in modo approfondito.

Ovviamente trovandoci sul lato nord non possiamo non dare un’occhiata al Tempio funerario, detto anche “Tempio settentrionale” o nord, per il culto del faraone che si trova proprio alla base della piramide un poco più alto rispetto agli edifici vicini. Orientato in senso est-ovest permetteva l’ingresso attraverso un portico a doppio colonnato al cui interno si trovava la statua del sovrano ed alcune false porte. Allo stato attuale non è ancora stata avanzata un’ipotesi certa del significato delle varie componenti del tempio e la cosa è ritenuta di difficile interpretazione a causa della confusione degli ambienti, corridoi e cortili, che non è riscontrata in costruzioni simili di epoca precedente ne successiva, e con camere doppie chiamate da Lauer “Sale delle abluzioni” per la presenza di un lavacro rotondo sistemato tra le sale.

All’interno del recinto si trovano cortili con quattro colonne scanalate unite da un muro, da uno di questi cortili si accede ad una rampa che conduce al complesso ipogeo della piramide e da qui alla cripta funeraria. Il ritrovamento più significativo in questa zona è costituito da alcune impronte sull’argilla di sigilli apposti da un sacerdote della dea Neith che riportano il nome del faraone Sanakht.

Degno di nota, al nord della corte si trova un terrazzo che si congiunge con il muro di cinta del complesso ed è  raggiungibile attraverso una scalinata, nella parte superiore piatta presenta una sezione leggermente incavata delle dimensioni di 8 x 8 metri. Questa costruzione viene comunemente chiamata “altare”. 

Su questa costruzione non si conosce nulla ed ancora oggi è oggetto di una disputa fra egittologi non ancora conclusa. Secondo Stadelmann si tratterebbe di un tempio solare basando la sua ipotesi su una iscrizione incisa su di un ostrakon trovato poco lontano che riporta in corsivo la dicitura “seketre” (tramonto di Ra). Altenmuller ritiene invece che l’avvallamento rappresenti la base su cui si trovava eretto un obelisco con la funzione di imitare la pietra Benben di Eliopoli.

Per contro va detto che non è stata ritrovata alcuna traccia dell’obelisco o parti di esso  mentre un più attento esame della scritta pare rivelare che non fosse riferita ad un tempio solare bensì ad un edificio della festa Sed. Attualmente sono in atto analisi sistematiche dalle quali ci si aspettano ulteriori ritrovamenti interessanti ed anche inaspettati.

Adesso facciamo due passi sotto il caldo sole del deserto, lasciamo il settentrione per dirigerci verso il lato sud del complesso. Torneremo a nord per visitare le cosiddette “Casa del nord” e “Casa del sud”, mi scuso se salto qua e la ma preferisco dare la precedenza agli ambienti che ritengo meritino maggiore attenzione.

Avanziamo ora in quello che è il cortile sud, più pomposamente chiamato “Cortile dell’Apparizione reale”.

Questo misura 180 x 100 metri e lo si trova appena entrati nel complesso in quanto si estende dalla piramide fino al muro di cinta meridionale. In origine insistevano in questo spazio due fabbricati, nell’angolo nord-est erano presenti un piccolo tempio con tre nicchie mentre un basso altare quadrato poggiava sul lato meridionale della piramide e possedeva un piccolo ipogeo situato proprio davanti ad una rampa attraverso la quale si accedeva all’altare. In questo ipogeo fu rinvenuta una testa di toro.

L’uso a cui erano destinati questi edifici ci è del tutto sconosciuto.

Al centro della corte si trovano i resti di due piccoli edifici la cui forma ricorda una B, sicuramente sono da mettere in relazione con la festa sed anche se nessuno per ora si è espresso con certezza.

Durante gli scavi, nei pressi, sono state ritrovate 40 stele sulle quali comparivano i nomi della moglie di Djoser Hetephernebti e della figlia Inetkaus, anche su queste, per il momento, non sono state avanzate ipotesi circa il loro significato.

Quello che viene ritenuto il più interessante reperto rinvenuto nella corte sud è la cosiddetta “Iscrizione del restauro” ad opera di un figlio di Ramesse II Khaemuaset. Di lui sappiamo che era sacerdote di Ptah a Menfi e, grazie al grande interesse che provava verso gli antenati, fece effettuare numerosi restauri ai monumenti danneggiati. Un suo monumento eretto nei pressi della piramide a gradoni è stato recentemente rinvenuto poco ad ovest del Serapeum da una missione giapponese.

Prima di proseguire la nostra visita al complesso del faraone Djoser, in funzione di ciò che troveremo adesso, viene da chiedersi, la piramide a gradoni va considerata la vera tomba del faraone Djoser? La sua mummia fu effettivamente collocata nella camera funeraria sottostante la piramide?

Può darsi, allora sorge spontanea un’altra domanda, che ci fa un’altra tomba all’interno del complesso?

Si, un’altra tomba situata nell’angolo sud-ovest della corte, qui sorge il più misterioso fabbricato di tutto il complesso, la cosiddetta “Tomba Sud”, un secondo monumento funerario edificato proprio ai limiti del muro meridionale.

Non è chiara la sua funzione, Djoser fu sepolto sotto la piramide a gradoni o in questa tomba? Secondo alcuni la tomba rappresenterebbe un cenotafio come quelli che si trovano ad Abydos, secondo altri potrebbe essere una strategia diplomatica di Djoser per sottolineare la sua funzione di re dell’Alto e Basso Egitto. Oppure bisognerà trovare un’altra spiegazione, nell’attesa di maggiori informazioni noi apprestiamoci a visitarla per quanto è possibile.

Arrivando da nord uno stretto passaggio ci conduce in una piccola sala dove, secondo Lauer vi era una statua del re, secondo Ricke era il luogo dove si conservavano le due corone del Basso e Alto Egitto. La tomba, ovviamente ipogea, presenta una sovrastruttura a mastaba rettangolare con orientamento est-ovest, al limite orientale si apre un enorme pozzo profondo circa 30 metri nel quale una scala in pietra scende in profondità.

Alla base del pozzo la camera funeraria, in granito rosa, si presenta quasi uguale a quella sotto la piramide e anch’essa possiede la “camera di manovra”, il tutto di dimensioni leggermente ridotte.

Nella camera in granito si trova un sarcofago, il che conferma l’uso prettamente funerario della stessa. Una delle tante ipotesi suggerisce che potrebbe aver contenuto i vasi canopi o una statua reale del Ka di Djoser. 

Il passaggio scende ancora in profondità dove si trovano alcuni appartamenti con diversi corridoi simili a quelli della piramide a gradoni, solo di dimensioni più ridotte, avanzando ancora incontriamo una galleria le cui pareti sono rivestite di piastrelle blu-verdi in faience come nelle gallerie della piramide. Le decorazione rappresenta Djoser una volta nell’atto di incedere indossando la corona bianca e due volte in posizione stante con la corona rossa o bianca (non è distinguibile). Le decorazioni presenti in questa tomba, nel loro insieme, colpiscono in modo sorprendente per la loro compiutezza e precisione nei dettagli, il grado raggiunto è molto elevato decisamente superiore a quello delle camere sotterranee della piramide; è stata avanzata l’ipotesi che siano state predisposte prima della piramide nel caso di una morte prematura del sovrano. Alcuni egittologi hanno ipotizzato che questa sia la vera tomba dove giaceva la mummia del faraone. Secondo altri insorgerebbero principi religiosi che rendono poco credibile che il sovrano si facesse costruire una piramide per poi farsi seppellire in una tomba minore.

Vi racconto un piccolo aneddoto che forse non tutti conoscono, quando venne scoperta da Firth e Lauer quest’ultimo, essendo più snello si calò per primo nella camera funeraria passando dalla camera di manovra. La sorpresa nel vedere che anche qui c’erano le piastrelle di faience lo entusiasmò nonostante la maggior parte di esse erano cadute dalle pareti finendo in minuscoli pezzi. I due raccolsero i ciottoli e li portarono nell’abitazione di Firth. Ad un certo punto Lauer si diresse nuovamente al lavoro ma appena uscito di casa udì un forte sibilo che persisteva in continuazione. Spaventato corse all’interno della casa dove Firth gli spiegò il tutto. Nell’intento di lavare i pezzi Firth aveva immerso i ciottoli in un secchio con acqua e una sostanza detergente. Dopo millenni in cui le piastrelle si erano seccate, a contatto con l’acqua si era innescata una reazione chimica che aveva prodotto il fischio.

In conclusione riporto la combinazione di due teorie, quella di Jéquier con quella di Lauer, che fin’ora paiono le più plausibili, Djoser sarebbe stato sepolto sotto la piramide, la tomba sud sarebbe un sostituto simbolico, un cenotafio.

Per arrivare alla Tomba sud dalla Piramide abbiamo percorso il grande “Cortile dell’Apparizione Reale” dove si celebravano le cerimonie cultuali ed il rito della corsa sed che avveniva tra i due piccoli edifici dalla forma che ricorda una B, di cui abbiamo già parlato, e che simboleggiavano i confini dell’Egitto.

Circa a metà del Grande cortile, sul lato est, si trova il cosiddetto “Tempio T”, un edificio rettangolare il cui nome è dovuto alla classificazione fissata da Lauer.

Il Tempio “T” è tra le più affascinanti e misteriose strutture nel complesso. La facciata esterna dell’edificio è semplice e non ostenta particolari ornamenti, mentre l’interno è interamente costruito con pilastri Djed (che rappresenta stabilità).

All’interno si trovano sculture complicate dal significato oscuro, tra esse spicca una falsa porta semiaperta, potrebbe rappresentare un passaggio simbolico verso l’aldilà. Il Tempio viene anche comunemente chiamato “Tempio della Heb-Sed” (la Festa Sed), trovandosi in prossimità della corte giubilare, potrebbe essere servito come struttura di culto sacerdotale dove si sarebbero tenuti i riti preparatori alla festa Sed. Anche qui, come nell’intero complesso, la struttura arcaica che si presentava in mattoni crudi la troviamo costruita in pietra.

Il tempio e formato da un colonnato d’accesso composto da tre colonne scanalate unite da un muro di sostegno, un’anticamera, tre cortili interni ed una sala quadrata con una nicchia nella parete nord che presenta un fregio con il geroglifico “djed” (durare, essere saldi).

Il significato del tempio è tutt’ora oggetto di discussione tra gli studiosi, secondo Ricke e Firth avrebbe svolto la funzione simbolica di spogliatoio dove il sovrano cambiava i suoi vestiti con quelli rituali della festa Sed. Al momento del suo ritrovamento il tempio era in completa rovina, fu Lauer che procedette alla sua ricostruzione usando circa 2000 frammenti e restaurandoli tramite la tecnica dell’anastilosi. (in architettura, particolarmente adottata in archeologia, per anastilosi si intende la tecnica di restauro che consiste nel rimettere insieme ciascun elemento dei pezzi originali di una costruzione distrutta).

Andiamo ora a visitare il “Cortile del Giubileo” anche detto “Cortile della Festa Sed”.

Mi scuso con i più esperti ma vorrei fare una piccola parentesi per coloro che si trovano ad affrontare per le prime volte la storia egizia con la sua terminologia. La “Festa Sed” o “Festa Giubilare” consisteva in una cerimonia che tutti i faraoni celebravano al compimento del loro trentesimo anno di regno. Secondo l’ipotesi avanzata da Petrie la Festa Sed deriverebbe dall’antichissima usanza, risalente al periodo protodinastico (ma forse assai prima), secondo la quale avanzando con l’età era bene che il re dimostrasse di essere ancora in grado di difendere il proprio popolo, per far questo doveva sottomettersi a delle prove che ne avrebbero sancito tale diritto. Se il sovrano non avesse superato le prove veniva messo a morte e quindi sostituito con uno più giovane. Secondo le ipotesi più accreditate il significato della festa “Heb-Sed” per gli egizi era puramente simbolico, queste suggeriscono che si trattasse di una prova fittizia al punto che molti faraoni la celebrarono prima del loro trentesimo anno di regno, anzi, alcuni ne celebrarono più di una. Ramesse II celebrò la prima festa in occasione del suo trentesimo anniversario di regno, da lì in poi ne celebrò una ogni tre anni per un totale di ben quattordici. Secondo l’egittologo Petrie, il re doveva bere una pozione di fiori di loto che lo avrebbero portato ad una sorta di catalessi, raggiunto questo stato sarebbe stato deposto in un sarcofago dove rimaneva per alcuni giorni. Questo faceva si che il sovrano si sarebbe rigenerato, riacquistando il proprio vigore per poterlo dimostrare nel rito Sed.

Torniamo al cortile della Festa Sed, esso consiste in un ampio spazio rettangolare di 198 x 187 metri che si trova sempre ad est del complesso. Sul lato orientale si trovavano dodici cappelle con coronamento arcuato incorniciate da un astragalo liscio (modanatura detta anche tondino).

Questo elemento architettonico derivava dal modello di cappella “per nu”, diffuso nel Basso Egitto e costruito con mattoni crudi, legno, canne e paglia. Ciascuna cappella conteneva, all’interno di una nicchia, pregevoli statue di divinità distrettuali, una di queste statuette di un nomo si trova oggi al Brooklin Museum (cat. 58.192). Oggi rimangono i resti di tre statue incompiute del re in forma osiriaca.

Sul lato occidentale del cortile si trovavano tredici cappelle di due diversi tipi. Un tipo detto “sekh netjer” (sala del dio) con facciata e astragali laterali, il secondo tipo detto “per uer” (grande casa) che rappresentava il santuario dell’Alto Egitto anch’esso anticamente costruito in legno e stuoie.

In realtà è improprio chiamarle cappelle in quanto si trattava di “falsi edifici” che non presentavano alcuno spazio interno ma semplicemente formate da un blocco solido con rivestimento esterno. Di dimensioni rilevanti, alcune di queste erano contornate sulla facciata da tre sottili colonne incassate nella muratura, scanalate per simboleggiare fusti di alberi, il capitello detto “abaco cubico” recava i simboli divini e reali. Il loro scopo era quello di rappresentare gli dei dell’Alto e Basso Egitto che avrebbero rinnovato il consenso al faraone che sarebbe stato nuovamente incoronato. Inutile dire che si trovavano in uno stato di completa rovina, fu l’egittologo Lauer, che dedicò quasi tutta la sua vita alla loro ricostruzione con il metodo, già descritto sopra, dell’anastilosi.

Sul fondo della fila occidentale di cappelle si trovava un gruppo statuario composto dalle statue di Djoser, di sua madre Nimaathap, della moglie Hetephernebti e della figlia Inetkaus, oggi rimangono solo più i resti dei piedi. Dopo che il faraone aveva effettuato alcune prove di cui la più importante era la corsa nel grande “Cortile dell’Apparizione Reale”, la cerimonia si spostava nel cortile della Festa Sed dove, alla presenza dei nobili del regno, si celebravano i riti giubilari della rigenerazione che culminavano nella cerimonia dell’incoronazione come riconferma della supremazia e del potere del sovrano. Questa avveniva su un podio situato a sud del cortile dove ancora si trova un basamento con due rampe laterali sul quale veniva posto il trono, questo era sormontato da un baldacchino per riparare il sovrano dai cocenti raggi solari.

Tutto questo però Djoser non lo usò mai, infatti morì prima del compimento del trentesimo anno del suo regno. Ma forse a questo Djoser ci aveva anche pensato, la sua Heb-Sed l’avrebbe celebrata comunque nell’Aldilà. La costruzione di tutti questi edifici fu voluta forse per dare maggior risalto scenografico al suo monumentale complesso funerario la cui funzione, puramente simbolica lo rendeva degno di un dio che muore ma che si rigenera.

Bene, ora dal cortile Hed-Sed, costeggiando la piramide, ci dirigiamo nuovamente a nord dove incontriamo un ampio cortile sulla destra, questo è accessibile sia dal complesso della festa Sed che dal passaggio sul lato orientale della piramide.

Entriamo nel cortile e ci troviamo di fronte la cosiddetta “Casa del Sud”. Quando Lepsius la scoprì le sue rovine erano così imponenti che la scambiò per una piramide satellite e gli assegnò il numero XXIV.

Nell’angolo sud-est si trova un basamento che ricorda vagamente la lettera D sul quale sono stati trovati i resti di un altare. Sui lati est e sud del cortile si trovavano delle nicchie mentre nella parte nord-est si trova un pozzo profondo 25 metri.

Nei pressi del pozzo, l’archeologo Firrth rinvenne numerosi fogli di papiro carbonizzati cosa che portò a credere che in quel luogo, forse in epoca più tarda, avesse sede l’amministrazione non solo del complesso di Djoser ma dell’intera necropoli di Saqqara.

La Casa del Sud, che presentava una serie di capitelli dalla forma di fiore di loto (oggi scomparsi), molto probabilmente simboleggiava la sala del trono dell’Alto Egitto. Con il solito metodo dell’anastilosi, Lauer fece ricostruire la facciata rivolta a sud che risultò ornata da quattro colonne simili a quelle delle cappelle Heb-Sed.

L’ingresso si presenta spostato rispetto al centro di due colonne che ornano la facciata, al di sopra di esso compare un fregio continuo con il geroglifico “Khekeru” ad imitazione dei tetti di stuoie intrecciate che ornavano gli edifici di epoca predinastica adibiti al culto della dea avvoltoio Nekhbet di Ieracompoli.

Da qui si accede attraverso un breve corridoio ad una camera con nicchie dove, secondo alcuni, venivano deposte le offerte funerarie. Ironia del destino, allora come oggi, i visitatori avevano la pessima idea di lasciare graffiti sulle pareti, all’interno della cappella ne compaiono numerosi in scrittura ieratica che risalgono alla XVIII e XIX dinastia, si trova una scritta dello scriba della camera del tesoro Hednakht ed una dello scriba del Visir, Panakht. Il loro significato storico è oggi molto importante in quanto conferma la veridicità del fatto che Djoser fosse realmente il detentore del complesso e che gli edifici a quell’epoca fossero ancora abbastanza in buono stato.

Poco oltre si trova la “Casa del Nord”, pressappoco ricalca quella del sud ad eccezione del cortile che è più piccolo, la sua funzione simbolica era quella di rappresentare la sala del trono del Basso Egitto, il Delta; forse era dedicata alla dea serpente Uto.

Al suo interno non compaiono nicchie ma un pozzo profondo circa 20 metri che sbuca in una serie di gallerie sotterranee non ancora completamente esplorate. Nel cortile sono inoltre presenti tre semicolonne a forma di papiro.

Circa il significato simbolico di queste due “Case” le molte ipotesi avanzate sono controverse discostandosi in modo significativo tra di loro. Lepsius rimase fermo sulla sua idea che si trattasse di due piramidi satelliti della Piramide a Gradoni tanto che le elencò con i numeri XXXIII e XXXIV. Secondo Firth erano semplicemente le tombe delle principesse Hetephernebti e Inetkaus. Per l’egittologo Ricke, invece, simboleggiavano le residenze reali Dell’Alto e Basso Egitto. L’ipotesi più condivisa è quella di Lauer secondo il quale le due case rappresenterebbero simbolicamente le “Due Terre” unificate dove, conclusa la Heb-Sed, dopo l’incoronazione e l’ascesa al trono simbolica del faraone, il suo Ka andava li a ricevere l’omaggio dei sudditi dell’Alto e Basso Egitto.

Ora passiamo al lato occidentale del complesso dove si estendono tre lunghi edifici affiancati di lunghezze diverse allineati nord-sud, il più occidentale era lungo circa 400 metri, largo 25 e alto 5 metri. Gli altri due sono via via più bassi ed il terzo addirittura si appoggia per qualche metro direttamente sulla piramide.

Le indagini effettuate, che a tutt’oggi sono ancora scarse, portano però ad escludere che la massicciata più occidentale contenga al suo interno camere o corridoi in quanto è stata costruita con frammenti di pietra e materiale di risulta. La massicciata centrale presenta le pareti laterali lievemente inclinate ed arricchite da nicchie, cinque pozzi con scale conducevano alla sottostruttura che presentava lunghi corridoi e camere parzialmente distrutti. Nella parte già esplorata curiosamente sono stati rinvenuti cocci di vasi in pietra e semi di orzo, frumento oltre a frutta secca.

Lauer ritiene che nelle massicciate siano stati sepolti i servitori di Djoser mentre per Stadelmann si tratterebbe di costruzioni antecedenti la II dinastia successivamente incorporati nel complesso. Affermazione ritenuta assurda da molti in quanto il fatto che la terza massicciata sia appoggiata alla piramide dimostra che sicuramente è stata costruita in epoca successiva. Essendo ancora in corso uno studio approfondito le notizie di cui si dispone sono troppo esigue per permettere di avanzare ipotesi certe.

Bene, ora che abbiamo visitato tutto il visitabile dirigiamoci all’uscita senza però dimenticare, dopo alcuni passi, di voltarci indietro per un ultimo sguardo a questo meraviglioso monumento dell’Antico Egitto. Tutto quello che abbiamo visitato si completa con il maestoso muro che circonda interamente il complesso.

Esternamente si presenta con una struttura che imita un insieme di stuoie intrecciate e viene messo in evidenza da bellissime nicchie e da quindici porte distribuite in modo irregolare lungo tutta la sua estensione. Quattordici di queste sono false porte, solo una è vera, quella situata sulla facciata est, nell’angolo sud-est, dalla quale siamo appena usciti.

Secondo alcuni egittologi l’intera struttura imiterebbe il motivo decorativo di un fabbricato con intelaiatura in legno coperta di stuoie, secondo altri il motivo sarebbe di derivazione Mesopotamica. Lauer sostiene che in origine il muro fosse di colore bianco come il palazzo dove regnava il faraone. Il motivo del muro di Djoser potrebbe aver ispirato altri monumenti, infatti lo troviamo nel muro di cinta del complesso piramidale di Senusret III a Dashur e sul suo sarcofago.

Abbiamo così completato la visita alla più antica piramide del mondo costruita oltre 4700 anni fa. Accessibile agli studiosi fino agli anni 30 del novecento venne successivamente chiusa per problemi di sicurezza in quanto rischiava di collassare su se stessa. Nel 2006 ha inizio un grandioso progetto di salvataggio che, salvo una breve interruzione dal 2011 al 2013 a causa della rivoluzione che ha portato alla caduta di Hosni Mubarak, è proseguito per 14 anni fino alla completa apertura al pubblico nel 2020. Oggi è interamente visitabile.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2007
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, De Agostini, Novara, 1993
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, De Agostini, Novara, 1982
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane, Mondadori, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Cyril Aldred, “L’antico Egitto”, Newton Compton Editori, 2006
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. Whitestar, 2005
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Ed. Mursia, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1961
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1884
  • Lehner, Mark. “The Complete Pyramids”, New York: Thames and Hudson, 1997
  • Jaromir Màlek, “Egitto. 4000 anni di arte”, Phaidon, 2003
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE GIGANTE SANAKHT

Di Piero Cargnino

Sanakht è stato considerato per molto tempo, e da alcuni ancora oggi, il fondatore della III dinastia dopo Khasekhemwi, ultimo faraone della II dinastia; ha governato dal 2735 al 2715 a.C.

Si pensa che potrebbe essere stato uno dei  figli di Nimaathap (“Verità di Hapy”), figlia e sposa dello stesso Khasekhemwi e, sempre secondo questa teoria, sarebbe stato il fratello maggiore di Djoser.

Secondo un’altra teoria avanzata da alcuni egittologi Nimaathap, figlia di Khasekhemwy divenne la moglie reale di Nebka ed il loro figlio fu Djoser, “primo sovrano legittimo”. In epoca più recente però sono stati rinvenuti numerosi sigilli ed iscrizioni su recipienti in pietra che riportano i titoli della regina Nimaathap quali: “Madre del re dell’Alto e Basso Egitto”, “Madre dei figli del re” e “Sposa del re”.

La teoria che prevale oggi è che Nimaathap fosse una principessa del Basso Egitto che andò sposa a Khasekhemwy al termine del conflitto per la riunificazione delle Due Terre.

Il nome di Sanakht non viene citato nella lista di Saqqara ne nel Canone di Torino, nella lista di Abydos è citato con il nome di Nebka mentre Manetone lo chiama Necherophes (o Tosorthros).

Recenti ritrovamenti hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare che questo sovrano fosse in realtà appartenuto alla II dinastia pur non essendo in grado di definire una rigorosa cronologia tra le due dinastie.

In alcune iscrizioni si trovano associati i nomi di Sanakht, Nebka e Necherophes con quello di Djoser, il Papiro Westcar cita un faraone Nebka come successore di Djoser e prima di Huni. La confusione è generata dal fatto che la posizione dei nomi nelle varie Liste Reali non ha ancora un riscontro archeologico sicuro. Il nome di Sanakht lo troviamo affiancato a quello di Djoser su alcune iscrizioni che raccontano le spedizioni alle miniere di turchese compiute durante il regno dello stesso Djoser.

I due nomi compaiono associati anche a Beit Khallaf (o Bet Khallâf) nell’Alto Egitto, località vicina all’antica Thinis a venti chilometri a nord di Abidos dove pare che si fossero fatti costruire due mastabe di mattoni una accanto all’altra. Ho detto “pare” perché alcuni studiosi ipotizzano che Sanakht sia morto in giovane età e che la sua mastaba sia stata riutilizzata dal faraone Djoser che la fece ampliare trasformandola in seguito nella piramide a gradoni.

In ogni caso la tomba di Sanakht è stata scoperta nel 1901 appunto a Beit Khallaf dove erano presenti numerose tombe appartenenti alla Terza Dinastia.

La conferma che la mastaba denominata K2 è appartenuta a Sanakht è attestata da frammenti di sigilli e da graffiti. Coloro che sostengono che Sanakht sia il fondatore della III dinastia affermano che il ritrovamento di sigilli di Djoser nella tomba di Khasekhemwy dimostrano solo che Djoser praticava riti funerari in onore di questo re senza per questo indicare che fu lui a succedergli.

A proposito di Nebka, citato da Sesto Africano e nella lista di Abydos, egittologi quali Wilkinson, Seidlmayer, Kitchen e Stadelmann affermano che si tratti effettivamente dello stesso Sanakht e portano a sostegno della loro teoria tracce di un cartiglio nel quale compare un segno “Ka” (ad indicare la fine del nome “Nebka”) su di un frammento di sigillo in argilla.

Anche l’egittologo Dietrich Wildung condivide l’ipotesi che i due siano la stessa persona pur contestando l’interpretazione derivata dal sigillo in quanto troppo danneggiato per leggere con certezza l’iscrizione all’interno del cartiglio.

Wolfgang Helck asserì che il nome Nisut-Biti di Sanakht fosse Weneg, poiché si ritiene che Weneg sia stato il quarto re della II dinastia, la teoria di Helck viene contestata dai più. Anni addietro l’egittologo Ernest Wallis Budge suggerì che il nome di Sanakht andava letto “Hen Nekht”. Oggi si ritiene che la lettura più giusta sia “Sanakht” o (raramente) “Nakht-Sa”.

Come detto sopra la tomba di Sanakht, la mastaba denominata K2, scoperta nel 1901, destò subito un grande interesse per le dimensioni del corpo del defunto che erano più grandi delle altre, non solo ma superavano tutte quelle trovate in tempi antichi.

La tomba conteneva i resti di colui che potrebbe essere il più antico caso di macrosomia, (ovvero il cosiddetto “gigantismo umano proporzionato”). Come è noto, i giganti sono personaggi fantastici che si ritrovano nelle leggende e nella mitologia di molte culture, ma è logico pensare che le leggende nascono spesso da storpiature o esagerazioni di fatti reali. E’ noto che il gigantismo è una condizione clinica che si verifica quando il corpo produce in modo anomalo l’ormone della crescita.

Gli scienziati dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica dell’Università degli Studi di Zurigo, in collaborazione con alcuni colleghi australiani ed olandesi,  hanno analizzato la mummia del faraone Sanakht, concludendo che il suo corpo potrebbe avere le caratteristiche per esser considerato il primo “gigante” della storia, le sue ossa furono datate al 2.700 a.C. circa. I risultati dei loro studi sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “The Lancet Diabetes & Endocrinology”. A tale riguardo Michael Habicht, egittologo dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica all’ateneo svizzero ha precisato:

“…… i presunti resti di Sanakht sono stati ritrovati in una “tomba d’élite” e questo fa pensare che non ci fossero comunque stati pregiudizi sociali verso i casi di gigantismo…..”.

Grazie a questo nuovo studio si è scoperto che la lunghezza dello scheletro di Sanakht sfiorava i due metri (199 centimetri), non molto rispetto ai tempi d’oggi ma certamente un’altezza alquanto insolita per un uomo di quell’epoca. Scrive inoltre Habicht:

I vari studi sulle mummie egizie hanno mostrato come l’altezza media degli uomini di alto rango, in quell’epoca, raggiungeva al massimo circa 160-170 centimetri“.

Nel corso della storia non si contano i miti e le leggende che descrivono uomini dall’altezza incredibile, in grado di terrorizzare i comuni mortali ma l’altezza del faraone Sanakht potrebbe essere solo il frutto della malattia che spinge il corpo a crescere a dismisura.

Uno sviluppo eccessivo delle ossa è stato riscontrato nei resti del faraone. La macrosomia, in sostanza, è una disfunzione abbastanza rara dovuta all’eccessiva produzione dell’ormone della crescita, (ossia la somatotropina), che si presenta attorno al ventesimo anno di età e che provoca una crescita esagerata del corpo, fino al 15-20% in più rispetto ad una persona normale ma tuttavia corretta nelle proporzioni, (a differenza dell’acromegalia, dove le proporzioni non vengono rispettate).

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1997
  • Smith W. S.,  “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Cambridge University 1971 (Il Saggiatore, Milano 1972)
  • John A. Wilson, “Egitto, in I Propilei – Grande storia universale Mondadori”, Milano, 1967
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
Antico Regno, Statue

SENEB…IL “SANO”

Di Giuseppe Esposito

“Sano”, in antico egiziano, si diceva Seneb e proprio con tale nome beneaugurante, la madre decise di chiamare suo figlio, dimostrando, peraltro, che non esisteva stigma per una deformazione che solo successivamente, specie presso le corti medievali e rinascimentali, ma anche nel Nuovo Regno egiziano, fu sinonimo di buffone e giullare, perché Seneb era un nano.

Antico Regno, IV dinastia (2575-2465 a.C.), calcare dipinto, h.34 cm. Il Cairo, Museo Egizio (JE 51280).

E così, senza celare assolutamente la sua condizione, ce lo restituisce anche  un gruppo scultoreo famosissimo, risalente alla IV dinastia, che lo vede rappresentato con la sua famiglia: la moglie, Senet-Ites, e due figli, un maschio e una femmina che, nella rappresentazione occupano una posizione particolare su cui tra breve richiamerò la vostra attenzione.

Seneb è, infatti, rappresentato a gambe incrociate, nella posizione tipica dello scriba, mentre sua moglie, di altezza normale, gli siede accanto circondandolo amorevolmente con le braccia; i due figli, evidentemente di giovanissima età dacché sono rappresentati nel gesto tipico dei bimbi che si succhiano il dito (il maschietto, inoltre, sfoggia sul lato destro del capo, la treccia dell’infanzia), occupano il posto che, normalmente, dovrebbe essere occupato dalle gambe di Seneb.

E’ un espediente particolarmente interessante poiché, oltre a ricreare la tipica simmetria della coppia principale (si pensi, ad esempio alle statue di Rahotep[1] e Nofret), rappresenta anche un particolare concetto della prole, intesa come sostentamento, vere e proprie “gambe”, dei genitori.

Già, ma chi era Seneb?

Se preconcetti non aveva la madre quando gli assegnò quel nome, nessun preconcetto limitò la sua carriera, del resto, forse che Bes, il dio protettore delle nascite, non era egli stesso un nano? L’unico personaggio, peraltro, rappresentato nei rilievi parietali sempre di prospetto e non di profilo, forse per poter ben rappresentare le gambe arcuate che, secondo i canoni rappresentativi degli egizi, non sarebbero state facilmente rappresentabili di profilo.

Fig. 2 La tomba di Seneb con l’indicazione della “falsa porta” recante i titoli del defunto e della scatola in legno contenente il gruppo di famiglia (da Egyptian Art in the Age of Pyramids, MMA, p. 45)

Ma torniamo a Seneb e alla sua tomba (fig. 2), la G 4240, verosimilmente destinata anche a Senet-Ites; già individuata nel 1903 da Schiaparelli, si trattava di una mastaba della necropoli di Giza, scavata nel 1926 da Hermann Junker[2], che, su una falsa porta, recava ben venti titoli del defunto; tra cui: Colui che è trasportato sulla sedia sedan; Direttore dei possedimenti della Corona Rossa; Sovrintendente alle tessiture del Palazzo; Custode del sigillo di Dio della barca Wn-ḥr-b3w (whenerbau); Sovrintendente dell’equipaggio della nave ks; Sovrintendente ai nani del Palazzo addetti al vestiario; Sacerdote di Uadjet, Signora del Basso Egitto; Sacerdote del grande toro Setepet e del toro Merw; Profeta di Khufu e Djedefre e, addirittura, Tutore dei figli del Re.

La stessa Senet-Ites non era da meno: era, infatti, sacerdotessa di Hathor e Neith. Sempre dalle iscrizioni della falsa porta, sappiamo che la coppia ebbe tre figli: Radjedef-Ankh, Awib-Khufu e Smeret-Radjedef, che Seneb era proprietario di migliaia di capi di bestiame, e che non disdegnava di andare in barca accompagnato dai suoi servi. E’ interessante, in tal senso, notare che nelle rappresentazioni in cui compare con personaggi di rango inferiore, Seneb è rappresentato, comunque, della stessa altezza (se non più alto) dei suoi accompagnatori, anche se con le caratteristiche tipiche del suo stato (fig. 4).

Fig. 3 La Necropoli di Giza con l’indicazione degli scopritori delle mastabe dei Funzionari reali [la mastaba di Seneb è la G 4240] (da Egyptian Art in the Age of Pyramids, MMA. P. 143)
Fig. 4 la rappresentazione di Seneb in barca, dalla falsa porta della sua tomba (da WP: foto propria dell’utente:Udimu CC BY-SA 3.0); si nota il duplice espediente dell’altezza (pari a quella degli altri personaggio) e dell’averlo rappresentato in un punto della barca più alto (per la curvatura)

Oltre le pochissime suppellettili e la più famosa statua, da cui abbiamo preso le mosse, nulla, neppure i resti di Seneb o della sua sposa (che pure dalle iscrizioni sembra essere stata sepolta con lui), venne rinvenuto da Junker (fig. 5), nel 1926.

Fig. 5 Un pezzo di Egittologia: da sinistra Hermann Junker, George Reisner (1867-1942), James Henry Breasted (1865-1935) e Ludwig Borchardt (1863-1938)

I lavori di scavo eseguiti in un’area di oltre quindicimila metri quadrati, tuttavia, avevano comportato lo spostamento di grande quantità di detriti che, di fatto, erano andati a ricoprire un’area almeno altrettanto vasta. Tra le altre, era stata ricoperta anche la tomba di Nesut-Nefer (G 4970), Sovrintendente di Palazzo, Segretario Giuridico, Supervisore delle case dei Figli del Re, Sovrintendente dei profeti del tempio di Khafra, Capo dei possedimenti, Nomarca dei nomi VIII e X dell’Alto Egitto, Sovrintendente dei preti Wab di Khafra.

Fu così che, negli anni ’90 del secolo scorso, s’intraprese una campagna per meglio documentare proprio la tomba di Nesut-Nefer; in quell’occasione, si pervenne alla scoperta di un’altra tomba, quella di Per-Ni-Ankh a breve distanza dalla mastaba di Seneb. Anche in questo caso, il defunto aveva titoli importanti nella gerarchia di Corte e, più importante di tutto ai nostri fini, il corpo rinvenuto e una statua in basalto di eccellente qualità, rivelò che era, a sua volta un nano, il che ha fatto supporre fosse un parente, o addirittura il padre di Seneb.

Fig. 6 Il rinvenimento della statua di Per-Ni-Ankh nel 1990

Ma un altro indizio viene ad avvalorare tale ipotesi: la presenza, nella tomba di Per-Ni-Ankh del nome della moglie di Seneb, Senet-Ites il cui nome, peraltro, è stato rinvenuto anche nella vicina tomba di un altro alto funzionario di Palazzo: Ankh-Ib, il che ha fatto supporre, ulteriormente, che tra Seneb, Per-Ni-Ankh e Ank-Ib esistesse un legame di parentela. 

Per concludere, a dimostrazione che la condizione fisica non era di certo ostativa all’ascesa della gerarchia di Palazzo, specie nell’Antico Regno, si consideri che affetto da nanismo fu anche Khnum-Hotep che, nella VI dinastia, assurse all’incarico di Servente del Kha e Supervisore dei servi del Kha del Re.



[1]    Rahotep è stato un principe egizio durante la IV dinastia. Fu probabilmente il figlio del faraone Snefru e della sua prima moglie. Alla sua prematura morte, il fratellastro Medjedu Khnum-Khufu  divenne faraone, alla morte di Snefru, con il nome (a noi più noto) di Keope.

[2]    Hermann Junker:egittologo tedesco (1877 – 1962), Direttore della spedizione tedesca a Giza dal 1911 al 1929. Riportò i suoi lavori di ricerca a Giza, ove scavò oltre 600 tombe, in dodici volumi.  

Antico Regno, IV Dinastia, Piramidi, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DELLA PIRAMIDE DI CHEFREN

Di Nico Pollone

Premetto che le notizie su questo sarcofago non sono univoche. A detta delle trascrizioni si tratta di un sarcofago in granito nero ciò che dalle foto non sembra. Unico sarcofago in questa stanza, è stato costruito per essere affondato nel piano rialzato del pavimento. A detta di ciò che viene riportato nei trafiletti delle fotografie, Il coperchio è stato trovato in due pezzi nelle vicinanze.

Non si comprende se quello che si vede in tutte le foto circolanti è l’originale restaurato

Questi non è più in posizione chiusa, ma è appoggiato lateralmente al sarcofago antistante la parete ovest, in posizione semi aperta.

La particolarità di questo oggetto sta nella ingegnosa fase costruttiva che lo rende inviolabile senza dover ricorrere alle maniere forti, cioè alla rottura.

L’apertura del coperchio non è possibile con il solo sollevamento o spostamento.

Infatti su tre lati, sia coperchio che sarcofago è munito di guide che oggi definiremmo a coda di rondine, queste rendono impossibile la separazione senza seguire il corretto scorrimento.

A sarcofago chiuso, due perni “ciechi”, a semplice caduta, bloccavano definitivamente l’apertura del coperchio. Per comprensione allego un disegno che ho trovato in rete non firmato, e che ho corretto, perché a mio avviso c’era una incongruenza.

Foto e disegni dalla rete. Mie le correzioni ai disegni presentati.

Antico Regno, Mastaba

LA MASTABA DI PTAHHOTEP E AKHTIHOTEP

A cura di Ivo Prezioso

La mastaba di Ptahhotep è un articolato complesso funerario eretto per i due Ptahhotep e Akkhtihotep, figlio di Ptahhotep I e padre di Ptahhotep II. I tre furono responsabili della giustizia e visir alla fine della V Dinastia. Nell’immagine si vedono i pilastri che sorreggono le architravi del sepolcro di Akhtihotep.
Il rilievo ci mostra il defunto Ptahhotep mentre riceve le offerte. Nel registro inferiore in basso a destra è visibile il vaso heset che tanto ha infiammato la fantasia degli ufologi.

Ptahhotep fu amministratore e visir durante il regno di Djedkara Isesi (V Dinastia).

E’ noto per essere considerato l’autore dell’ Insegnamento che reca il suo nome, un testo di letteratura sapienziale che vuol essere una guida al bel parlare e al comportamento corretto in ogni circostanza. Il testo, ci è pervenuto in quattro manoscritti, tre papiri e una tavoletta di provenienza tebana, il più antico dei quali (e il solo completo) è il papiro Prisse (conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi) databile all’ XI-XII Dinastia. Come Hergedef, Ptahotep è nominato, nel papiro Chester Beatty IV (al British Museum), tra gli otto scrittori celebri e sapienti dell’Antico Egitto.

Ptahhotep (Ptah è soddisfatto), uno dei più grandi nobili della fine della V Dinastia, è ritratto in questo bassorilievo nella sua mastaba a Saqqara. Un ampio collare ed una lunga collana con un amuleto decorano il torso dell’uomo. Il suo nome è indicato dai sei geroglifici posti di fronte al suo volto.
Nelle ultime mastabe dell’Antico Regno sono rappresentate lunghe teorie di portatori recanti cibo ed altre offerte. I due uomini ritratti nella tomba di Ptahhotep portano fiori di loto, steli di papiro un vitello ed un vaso rituale “heset”

L’insegnamento, come ci informa il testo stesso, fu composto da Ptahhotep quando già era molto avanti con l’età. L’onestà che l’autore insegna è di tipo sociale, un’etica che non deve sovvertire l’ordine stabilito, la Ma’at, che dio ha posto nel mondo e che è anche l’ordine dello stato di cui il re è garante. Il fine è quello di far sì che si perpetui il ricordo di chi ha sempre tenuto una condotta buona ed amabile.

La sua tomba si trova in una mastaba di Saqqara Nord ed è costituita da un complesso funerario dedicato anche al figlio Akhtihotep, ed al figlio di quest’ultimo Ptahhotep II.

Ptahhotep II, figlio primogenito di Akhtihotep è occupato a registrare le offerte giunte dalle sue proprietà per officiare il culto postumo del padre. Il rilievo può essere ammirato sulla parete est nel vano di ingresso della tomba di Akhtihotep.

Concludo questa breve descrizione con una delle perle di saggezza tratte dal suo Insegnamento.

“Non essere orgoglioso del tuo sapere, ma consigliati con l’ignorante come con il sapiente: non si raggiunge il confine dell’arte, non c’è artista fornito della sua perfezione. Una bella parola è più nascosta del feldspato verde, ma la si può trovare presso la serva alla macina”

Fonti: Edda Bresciani, Letteratura e poesia nell’Antico Egitto, Ed. Einaudi pp.40-41-42

Fonte di didascalie e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.8-286-290-302-306-309. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.

Antico Regno, Luce tra le ombre, Tombe

LA TOMBA DI NEFER, KAHAY E MERITITES

A cura di Ivo Prezioso

La tomba di Kahai, sua moglie Meretites, il figlio Nefer e altri membri della famiglia, particolarmente bella e ben conservata, risale alla V dinastia, fu scoperta nel 1966 ed è databile ai primi anni di regno di Niuserra (2445-2421 a.C. circa).

E’ ubicata nei pressi del muro di cinta sud del complesso piramidale di Djoser a Saqqara.

Fonte di testi e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.312-313-314-315. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.

Antico Regno, Storia egizia

SACRIFICI UMANI NELL’ANTICO EGITTO

A cura di Giuseppe Esposito

Sacrifici umani… chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, c’è una qual forma di ritrosia a usare questi termini, quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”.

Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi?

Amèlineau e Petrie

Nelle fredde notti del deserto[1], lì ad Abydos, quelle resine bruciavano davvero benissimo, e per giorni interi[2]. Emile Amèlineau (1850-1915) si riscaldava a quel tepore, incurante che si trattasse di… unguenti che avevano migliaia di anni. Ogni tanto aggiungeva al fuoco qualche pezzo di vecchio legno ricavato da sarcofagi o, magari per cuocere una bistecca, qualche chilo dei duecento di “carbone” che aveva ritrovato in una delle tombe di Umm el-Qa’ab[3]. Aveva scavato lì per cinque anni, e se qualcosa si era salvato dai predoni antichi, ci aveva pensato lui a completare l’opera distruggendo vasi di terracotta integri, per evitare che altri se ne impossessassero, o letteralmente riducendo in briciole vasi in pietra[4] già danneggiati, per lo stesso motivo.

Monsieur Emile Amèlineau

Erano ancora i tempi in cui “scavi archeologici”, e in Egitto per di più, era sinonimo di caccia al tesoro e al diavolo la ricerca scientifica. Il primo che arrivava aveva diritto di “vita e di morte” impossessandosi di tutto, e se non poteva portarsi via tutto, tanto valeva distruggerlo. Una tomba chiusa? E che problema c’era, nulla resisteva alla dinamite e poi tutti quegli inutili corpi neri e resinosi bruciavano così bene… per comprendere quanto fosse normale tale comportamento, e che quello era il metodo riconosciuto di ricerca e scavo, si consideri che, nonostante gli scempi compiuti, nel 1895 Amèlineau divenne membro dell’Accademia delle Scienze di Torino.

Il complesso funerario di Abydos, da “The royal tombs of the first dynasty (Part I)” di Fliders Petrie

Ma continuare in queste veritiere descrizioni (che venivano addirittura riportate dal diretto interessato con un certo compiacimento) è una sofferenza e perciò faccio un breve passo avanti e giungo al 1897 quando, terminata la concessione di Amèlineau (per fortuna), nell’area di Abydos giunse Sir Flinders Petrie che letteralmente inorridì dinanzi allo scempio causato dal suo “egittologo” predecessore[5], lasciandone esplicita traccia in “The Royal Tombs of the First Dynasty[6]. Con pazienza e dedizione stavolta scientifica, Petrie cercò di mettere un po’ d’ordine nel caos lasciato da Amèlineau, che aveva peraltro dichiarato non esistere più nulla nella necropoli che valesse la pena cercare, e cominciò a setacciare le macerie lasciate dal predecessore rinvenendo tali e tanti reperti da poter individuare una cronologia quasi completa della 1ª Dinastia[7].

Flinders Petrie, uno dei padri dell’archeologia moderna

Saqqara, e i primi dubbi

Ma, dopo questo excursus nell’egittologia dei primordi e nell’area di Abydos, che avrà comunque un suo posto nella trattazione che segue, torniamo all’argomento principale di questo articolo e andiamo ancora un po’ più avanti sulla linea del tempo.

Nel 1935, nell’area di Saqqara, Walter Bryan Emery (1902-1971) scopre la tomba della madre del re Den[8], V della 1ª dinastia, la regina Mer(it)neith[9]. Come tutti i complessi funerari di questo periodo, anche quello di Den è costituito dalla sepoltura vera e propria e da un recinto all’interno del quale Emery rinviene altre tombe più piccole, in mattoni crudi, appartenenti verosimilmente a Funzionari della corte; ma è nella tomba principale che, per la prima volta, vengono attestati sacrifici umani.

La tomba di Den a Umm el-Qa’ab circondata da 136 tombe sussidiarie

Molti cadaveri, 230 per esattezza, su cui non viene riscontrata alcuna traccia di violenza apparente, vengono infatti rinvenuti, nella sepoltura. Sono disposti ordinatamente e la mancanza di lesioni, l’ordine nella deposizione, fa supporre che siano stati sepolti tutti contemporaneamente ed essere stati uccisi in un luogo diverso, forse con un veleno.

Le tombe sussidiarie della sepoltura di Den

Analoghi sacrifici umani si rilevano nello stesso periodo storico, del resto, nelle tombe reali mesopotamiche del cimitero di Uruk[10] scavate da Leonard Woolley (1880-1960). In questo caso, però, i corpi, centinaia, si trovano là ove sono caduti ricostruendo quasi lo sviluppo del corteo funebre o le ultime posizioni di una sorta di festa funebre; i musicisti ancora stringono i propri strumenti, le guardie impugnano le loro armi… come se avessero continuato a svolgere le proprie attività mentre attendevano la morte. Se la distribuzione dei corpi mesopotamici fa propendere, per un proditorio atto sacrificale a carico dei defunti, pare di poter dire il contrario per le sepolture egizie.

Analogo massacro viene riscontrato in altre tombe della stessa area: nel complesso funerario del re Djer[11], oltre 300 furono i corpi rinvenuti nella tomba principale e ben 200 quelli sepolti in tombe all’interno del recinto funerario.

L’area sepolcrale del faraone Djer

Nel caso di Djet[12], i corpi rinvenuti nella sepoltura di Umm el-Qa’ab furono oltre 150 mentre 60 quelli rinvenuti nel cenotafio a lui intestato, sia pure non con certezza assoluta, a Saqqara.

SACRIFICI UMANI

Come si è visto siamo entrati ormai pienamente nell’argomento sacrifici umani, ma si rende necessaria una prima considerazione, peraltro già anticipata nell’introduzione, di carattere quasi…romantico: chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, esiste una qual forma di ritrosia a parlare di sacrifici umani quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto da quella Civiltà rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”. È altrettanto ovvio, però, che il metro da noi usato è quello di una presunta “civiltà” che ci vuole esenti da violenze gratuite come, appunto, riteniamo i sacrifici di altri esseri umani… poco importa se poi assistiamo a violenze ancor più gratuite che hanno la sola differenza di non essere istituzionalizzate (fatta salva la pena di morte ancora esistente in molti Paesi) e non hanno neanche la giustificazione, o l’alibi, di un atto religiosamente, e talvolta politicamente e sociologicamente, molto rilevante.

Agli inizi del 2006 l’egittologo canadese Donald Redford (n. 1934), della “Pennsylvania State University”, diede, durante una conferenza, la notizia del ritrovamento di quasi 40 corpi misteriosamente sepolti, alla rinfusa, in strati sottostanti gli scavi di un tempio risalente al regno di Ramses II, nell’area ove sorgeva l’antica città di Mendes[13].

Dall’evidenza archeologica, anche in questo caso, non era stato possibile risalire alle cause di morte, ma la collocazione stratigrafica faceva risalire la sepoltura alla tarda età dell’Antico Regno, cioè coeva dei ritrovamenti che abbiamo sopra visto.

Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi? Ebbene si!

Sia pure anticamente, in epoca predinastica (~4500-3000 a.C.), è attestata, come abbiamo visto, anche nella 1ª Dinastia. Uno dei primi esempi noti, forse il più antico, è stato rinvenuto nell’antica Behedet[14] dove, in un complesso funerario del periodo Naqada 2[15] (o Gerzeano dal 3600 al 3200 a.C.)vennero rinvenuti quattro corpi (non mummificati giacché tale usanza verrà adottata successivamente) disposti in posizione fetale e privi di corredo funebre a volerne sottolineare l’umile origine. Che si tratti di un sacrificio umano è certo ed il fatto stesso che si tratti verosimilmente di servi, sta ad indicare che loro compito, nell’aldilà, sarebbe stato l’accudire il personaggio di più alto lignaggio con cui erano stati sepolti e che, per quanto dato di sapere, non era un re.

Un altro complesso sepolcrale, nei pressi di Abydos, conferma tale ipotesi ed è ancor più evidente che la morte sia stata causata contemporaneamente, e in maniera violenta. Nel 2002, infatti, nel corso di rilievi per il reperimento del recinto del complesso funerario di Horus-Aha[16] vennero rinvenute, tra le altre, 6 tombe dotate, questa volta, di corredo funebre. Di queste: tre ospitavano donne; una un uomo; e la quinta un bambino/a che indossava ben 25 braccialetti e collane di lapislazzuli. Dell’ultima tomba non ho trovato traccia ed è probabile che non sia ancora stata scavata, ma già le altre sono la prova che sacrifici umani furono compiuti in concomitanza con la morte di Aha.

Un frammento dell’epoca di Horus-Aha contiene la più antica testimonianza di sacrificio umano nell’antico Egitto.
Fonte:  Wilkinson,  Egitto protodinastico 

Le sei tombe sono risultate, infatti, tutte chiuse da un soffitto di legno, su cui poggiano mattoni di fango; su questi, ancora, venne steso uno strato di gesso che non recava tracce di giunture ad indicare, perciò, che esso venne realizzato in un’unica soluzione e non per aggiunte successive (come sarebbe successo se i decessi fossero avvenuti in tempi storici differenti).

Per inciso, e come sopra accennato, anche più in prossimità della sepoltura di Aha esistevano sepolture minori scoperte nei primi del ‘900 da Sir Flinders Petrie, che le chiamò “Grande Cimitero dei Domestici”. Erano 35 e presentavano caratteristiche identiche ma, all’epoca, pur ritenendo possibile il ricorso a sacrifici umani, il Petrie si limitò semplicemente ad accennare a tale teoria, forse proprio per quella ritrosia “romantica” cui si è più sopra fatto cenno.

Nel 1967, ancora ad Abydos, David O’Connor (n. 1938, egittologo australiano), quasi proseguendo gli scavi nelle stesse aree di Petrie, rinvenne 14 navi alcune lunghe anche 27 m, perfettamente atte a navigare e quindi non simulacri[17]. Ciò fece supporre che fosse prassi, per l’epoca, seppellire i re con un effettivo corredo di manufatti e suppellettili effettivamente utilizzati in vita; ciò accentuò l’idea dei sacrifici umani così come gli scheletri di alcuni giovani leoni. Come aveva regnato sulla terra, il re doveva perciò proseguire a regnare nell’aldilà e, per far questo, doveva averne gli strumenti che comprendevano, ovviamente, navi per risalire il Nilo celeste (14), funzionari per governare (35), regine (3) per il proprio piacere e figli/e (1). 

E siamo così giunti a ipotizzare la risposta alla domanda: come vennero uccise tutte queste persone?

Sulle prime si ritenne che potessero essere state avvelenate, ma un esame anatomo-patologico sui teschi ha consentito di individuare quella che, verosimilmente, fu la reale causa di morte: in caso di strangolamento, infatti, l’aumento della pressione sanguigna può causare la rottura di cellule ematiche all’interno dei denti e tracce di tal genere sarebbero state rinvenute sui denti delle vittime.

Il successore di AhaDjer, si circonderà di ben 369 tombe secondarie (300 nel recinto funerario e 69 nelle immediate vicinanze), praticamente l’intera corte, ma già con Kaa (ultimo re della I Dinastia del quale, tuttavia, è stata trovata la tomba, ma non ancora il recinto funerario) il numero dei sepolcri secondari scende a meno di 30.

Una domanda però, che avevamo già ventilato più sopra, sorge ancora spontanea: le “vittime” erano consenzienti?

Verosimilmente si! Il re defunto era, potremmo dire, il prototipo di quel che, nel Medio Regno, sarà poi il culto di Osiride, Dio dei morti. Era perciò proprio al re che spettava il potere di restituire la vita ai suoi sudditi più fedeli che lo avevano accompagnato nel suo viaggio nell’aldilà.

Un frammento del regno di Horus Djer mostra l’uccisione di un essere umano in un contesto apparentemente rituale (riga in alto, a destra).
Fonte:  Wilkinson, Egitto protodinastico

Tanto importante ed imponente doveva essere la sepoltura di Djer, con i suoi 369 funzionari e servitori, che quando nel Medio Regno si affermò il culto di Osiride, mitico primo Re del paese e poi Dio dei Morti, i Sacerdoti cercarono nell’antica necropoli di Abydos la sua tomba e la identificarono proprio in quella di Djer che divenne, così, meta di pellegrinaggio annuale. La stessa disposizione dei corpi, infine, lascia intendere una sorta di consapevolezza del tragico (ai nostri occhi) atto finale; una compostezza, ad esempio, che non si trova negli identici sacrifici umani compiuti (2500 a.C. circa) in Mesopotamia, sempre per accompagnare re e regine nel loro viaggio ultraterreno, in cui la posizione e gli atteggiamenti dei corpi lascia comunque intendere una sorta di estrema difesa.

La pratica dei sacrifici umani, tuttavia, sembra non protrarsi a lungo nell’Antico Egitto.

Con la 2ª Dinastia la necropoli reale si sposterà di quasi 400 Km, a Saqqara, e qui sembra cessare l’usanza dei sacrifici umani quasi certamente non per motivi etici, che anzi doveva essere considerato un onore seguire il Re-Dio nel suo viaggio ultraterreno, ma più probabilmente per motivi pratici e politici: gran parte di coloro che venivano “sacrificati”, o meglio coloro che accettavano di essere sacrificati, erano alti Funzionari di Governo ed è ipotizzabile che, data anche la grande capacità di qualcuno di questi, il successore abbia cominciato a comprendere che, ucciderli, sarebbe stato un inutile “spreco” di conoscenze ed esperienze. S’inizierà, perciò, verosimilmente ad “uccidere” nominalmente l’individuo, ovvero ad imporgli un nuovo nome alla morte del Re, e si proseguirà con quella che diventerà la caratteristica delle tombe egizie a noi note: la presenza degli ushabti, ovvero centinaia e centinaia di statuette rappresentanti servitori e funzionari del Re. Con la 3ª Dinastia sempre nella necropoli di Saqqara, non si avranno più evidenze di sepolture sacrificali e nascerà il complesso funerario destinato a diventare il simbolo stesso dell’Egitto: la Piramide.


NOTE:

[1]      Lo sbalzo termico nel deserto, tra giorno e notte, può arrivare anche a 40/45 gradi e non è inusuale che, di notte, si giunga a temperature al disotto dello “0”. In alcuni luoghi, in cui di giorno si raggiungono temperature anche di 50/60 gradi, l’escursione termica è davvero straordinaria.

[2]      Emile Amèlineau, “Les Nouvelles  fuilles d’Abydos – Seconde Campagne 1896-1897 – description des monuments et objet decouverts”, Ernest Leroux editeurs, Parigi, 1897, p. 18: «…le materie grasse bruciano per giorni interi, come ho potuto osservare…»

[3]      Amèlineau, citata, p. 15.

[4]      Amèlineau, citata, p. 33: «…quelli che erano in pezzi e che ho ridotto in briciole…»

[5]      Per avere un’idea del “potere” esercitato all’epoca da Amèlineau, si consideri che lo stesso non venne informato delle ricerche e degli scavi in corso a cura di Pertrie, se non a campagna terminata, per evitare che potesse porre in essere azioni di disturbo, o peggio, nei confronti dell’egittologo.

[6]      Sir Flinders Petrie, “The Royal Tombs of the First Dynasty”, 1901: «…Ottenne la concessione per lavorarvi cinque anni; non furono realizzate piante del sito (poche ed errate furono fatte in seguito), non sono state registrate le ubicazioni originali in cui gli oggetti sono stati rinvenuti, nessuna pubblicazione utile. Si vantava di aver ridotto in frantumi i pezzi dei vasi di pietra che non si preoccupò di spostare e bruciò i manufatti in legno della I dinastia nella sua cucina…»; «Le tavolette di ebano di Narmer e Mena — i più inestimabili monumenti storici — furono rotte nel 1896 e buttate nella spazzatura, da dove furono poi recuperate e riparate come possibile».

[7]      Si consideri che Petrie, solo rovistando tra le macerie della tomba di re Den, rinvenne 18 tavolette in avorio che descrivevano eventi chiave del suo regno.

[8]      Nome di Horus: Den (Colui che colpisce); titolo Nebty: Khasty (Colui che viene dal deserto); Horus d’oro: Iaret nub; Nesut-Bity: Semti. V re della I Dinastia, data di incoronazione ipotetica 3050 a.C., morte 2995 a.C. (da Franco Commino: “Dizionario delle Dinastie Faraoniche”, Bompiani 2003, pag. 467). Come solito per i re delle prime dinastie, due sono le sepolture riconducibili a re Den: una a Umm el-Qa’ab, nei pressi di Abydos (tomba “T”), che molto probabilmente accolse i resti del re, e un cenotafio a Saqqara (ove sono stati rinvenuti molti reperti riferiti a Den in tombe di funzionari) (Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 3/2, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1981),

[9]      Mer(it)Neith, verosimilmente regina consorte del re Djet (IV della 1ª Dinastia). I nomi composti con il teoforo “Neith” potevano essere indistintamente maschili o femminili: Mer-Neith se maschio, Merit-Neith, se femmina (Amato/a da Neith). Un sigillo cilindrico rinvenuto nella tomba riporta il nome accompagnato dal titolo regale Nebty; ciò ha fatto supporre si trattasse del diretto predecessore di Den, ma l’assenza, nel sigillo, del Nome di Horus, proprio dei re delle prime dinastie, ha fatto propendere per l’identificazione femminile e per una reggenza (il che potrebbe giustificare il titolo Nebty) in nome del figlio Den.  

[10]     Antica città, sumera prima e babilonese poi, sita nella Mesopotamia meridionale, a 20 km circa dall’Eufrate e a 230 dall’odierna Bagdad. Nata nel IV secolo a.C., viene ricordata e classificata come la “prima città della storia”, ovvero avente diritto al titolo di “città” poiché ne presentava i caratteri fondamentali “stratificazione sociale” e “specializzazione del lavoro”.

[11]     Nome di Horus: Djer (il Soccorritore); titolo Nebty: Itit; titolo Nesu-Bity: Iti. Secondo re della 1ª Dinastia, Djer fu il diretto successore di Aha e regnò tra il 3100 e il 3055 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).

[12]     Nome di Horus: Djet (il Serpente); titolo Nebty: Iterty; titolo Nesu-Bity: Itiw. Successore di Djer, padre di Den, regnò tra il 3055 e il 3050 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).

[13]     L’antica Djedet, capitale del XVI nomo del Basso Egitto, sul ramo Mendesiano del Delta nilotico.

[14]     Oggi Edfu, era nota anche con il nome di Djeb, fu la capitale del II nomo dell’Alto Egitto e, in età greco-romana, venne ribattezzata Apollinopolis Magna. Edfu è oggi famosa poiché sede di uno dei templi egizi meglio conservati, quello dedicato a Horus, risalente all’Antico Regno, poi riedificato nel Nuovo Regno e ancora ricostruito, in epoca greco-romana, tra il 237 e il 57 a.C.

[15]     Nel 1894, Sir Matthew William Flinders Petrie (1853-1942) esegue scavi a Naqada e Koptos. Dalle risultanze archeologiche delle necropoli ivi esistenti (contrassegnate dalle sigle “N” -cioè New Race”-, “T” e “B”), e dall’esame di oltre 700 tipi di ceramica differenti, Petrie farà scaturire una “Sequence Date” (SD) in cui incasella le tipologie di ceramiche analizzate: SD 30-39 detto Naqada 1, o Amratiano; SD 40-62 detto Naqada 2, o Gerzeano; SD 63-76 detto (sia pur raramente) Samainiano; SD 77-88 inizio dinastico, oggi meglio conosciuto come Dinastia “0” risalente al ~3050 a.C.  

[16]     Nome di Horus: Aha (il Combattente); titolo Nebty: Tety, secondo re della 1ª dinastia dopo Menes, o forse identificabile con lo stesso Menes/Narmer, fu incoronato intorno al 3150 a.C. e morì intorno al 3100 a.C.

[17]     Si tratta di navi costruite con tavole di legno e non ricavate da tronchi scavati o realizzate con canne o giunchi. Archeo-storicamente, sono le navi più antiche che si conoscano.

Antico Regno, Statue

KAIPUNESUT

Di Patrizia Burlini

Un magnifico volto di 4600 anni fa, appartenente a Kaipunesut, falegname reale.

“Sebbene gli archeologi non siano concordi nel valutare la data della tomba da cui proviene questa statua, le caratteristiche della decorazione della mastaba e di altre statue in pietra nella tomba di Kaipunesut indicano una possibile datazione verso metà della IV dinastia sia per questa statua in legno sia per un’altra al Cairo. La datazione troverebbe conferma negli occhi semicircolari e nelle labbra allungate.

Poche sculture in legno della IV Dinastia sono conservate. La cintura di Kaipunesut è finemente incisa con il suo nome e titoli, il primo dei quali è “falegname Reale”. Forse era coinvolto nella realizzazione delle sue stesse belle statue lignee.”

Conservato al MET di New York Titolo: Statua di Kaipunesut

Periodo: Antico Regno, IV Dinastia, regno di Radjedef o successivo Data: ca. 2528–2520 B.C. o successivo

Provenienza: Regione Menfita, Saqqara, necropoli della piramide di Teti, Mastaba of Kaemheset

Materiale: legno, pittura

Dimensioni: H. 150 cm

Credit Line: Rogers Fund, 1926 Accession Number: 26.2.7

Fonte: The MET

Foto di dominio pubblico

Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI MERENRE NEMTYEMSAF II

A cura di Piero Cargnino

DALL’AUTOBIOGRAFIA DI WENI IL VECCHIO

Merenre, (Merenra, Menthusuphis, Horo Ankhkhau, Antyemzaef, Merenre Nemtyemsaf I), fu il successore di Pepi I, si pensa che sia stato un grande faraone anche se il suo regno non durò a lungo, pare che abbia regnato per soli cinque o sei anni. Le cifre che si riscontrano sono molto discordanti, il Canone Reale di Torino sembra riportare, secondo la ricostruzione di Alan Gardiner, l’improbabile cifra di 44 anni mentre Manetone gliene assegna solo 7. Dai riscontri archeologici si rileva come data più alta l’anno successivo a quello della quinta conta del bestiame, quindi 10 anni. Se si considera però che molto probabilmente Merenre venne associato al trono dal padre Pepi I l’ipotesi più reale è che Merenre abbia regnato in modo autonomo circa 5 anni. La riprova di questo trova conferma nell’esecuzione dei suoi monumenti che denunciano tracce di un affrettato completamento, segno che il loro utilizzo deve essere avvenuto ben prima del previsto.

Ma la cosa che più sorprende è che di questo sovrano, del quale conosciamo ben poco, quel poco che conosciamo ci giunge dall’autobiografia di un personaggio secondario, Weni il Vecchio. L’autobiografia è la forma più antica nella letteratura egiziana e ci sono numerosi esempi di ottima qualità. Quella di Weni è incisa su una lastra di calcare rinvenuta nel 1860 da Auguste Mariette nella sua tomba-cappella nel Medio Cimitero ad Abydos.

Nella sua autobiografia Weni ci racconta di aver servito ben tre faraoni, Teti, Pepi I e per ultimo Merenre e sotto quest’ultimo come governatore dell´Alto Egitto. Questo rende meno credibile la veridicità del racconto, Weni, vissuto durante la VI Dinastia (ca. 2323-2150 a.C.) dell´Antico Regno, avrebbe ricoperto una carica di secondaria importanza sotto il regno di Teti, aggiunge poi che il re Pepi I lo assoldò per fare delle investigazioni sulla regina Weret-Yamtes, apparentemente coinvolta in un complotto ai danni del re. Tenuto conto che il regno di Pepi I, sarebbe durato oltre cinquant’anni, e supponendo che Merenre sia salito al trono solo dopo la morte del padre, Weni doveva aver già passato da un pezzo la sessantina quando entrò al servizio del nuovo sovrano. Pare strano che compiti così gravosi venissero affidati ad un uomo in età cosi avanzata per quel tempo. Diverso sarebbe se si scoprisse che Pepi I si associò il figlio al governo vari anni prima di morire, cosi che gli ordini sovrani potrebbero essere stati emessi a nome di entrambi, e in effetti sono state scoperte concrete, seppur scarse, prove di una tale coreggenza.

Se vi trovate a girare per la necropoli di Saqqara vi troverete in difficoltà ad individuare il complesso piramidale di Merenre, quello che nell’antichità veniva pomposamente chiamato “Lo splendore di Merenre rifulge”. Le sue rovine, situate addentro al deserto sull’estremo limite sud-ovest della necropoli, spariscono allo sguardo del visitatore che viene piuttosto attratto dalla Mastabat el-Faraun e dai resti della piramide di Pepi II.

La piramide di Merenre non ha fin’ora suscitato grande interesse per gli archeologi che si sono riferiti soprattutto alle fonti scritte, in particolare alla sopracitata autobiografia del funzionario Weni, nella quale racconta che gli venne affidato l’incarico di procacciare i materiali per la costruzione della piramide, granito rosa da Assuan, alabastro da Hatnub e grovacca nera dalle cave di Ibhat, con le quali venne realizzato il pyramidion ed il sarcofago del sovrano. Perring, negli anni ’30 del XIX secolo rinvenne la presenza di blocchi di granito bianco del paramento, oggi spariti fra i detriti. Il pyramidion ed il sarcofago presentavano tracce residue della doratura originaria.

All’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, Maspero, all’eterna ricerca dei testi delle piramidi, penetrò all’interno dei sotterranei della piramide. Le camere ipogee non si discostano da quelle della piramide di Pepi I, la parete occidentale, dove era poggiato il sarcofago si presenta con uno splendido rilievo policromo con il motivo della facciata del palazzo reale. Il soffitto era ornato con stelle bianche su sfondo nero rivolte a occidente. Del corredo funebre sono stati rinvenuti solo resti insignificanti fra cui due scodelle in alabastro ed un piccolo oggetto, bottone o maniglia, di uno stipetto.

All’interno della camera funeraria Maspero rinvenne la mummia di un giovane uomo che presentava l’acconciatura con ciocca laterale tipica dell’adolescenza.

Esaminando anche il tipo di fasciatura, sul momento si pensò ad una sepoltura intrusiva più tarda, Elliot Smith, conoscitore di mummie egizie, l’attribuì alla XVIII dinastia. In seguito alcuni egittologi ipotizzarono che la mummia appartenesse proprio a Merenre, sappiamo che regnò per poco tempo e morì molto giovane, inoltre non ci sono indicazioni di sue eventuali mogli o figli. Un pendente dorato sul quale sono riportati i nomi di Merenre e di suo padre Pepi I, parrebbe essere la prova, la prima di questo genere, della coreggenza. Se il corpo appartiene veramente a Merenre si tratterebbe della mummia regale più antica giunta fino a noi.

Dopo molti decenni furono riprese indagini approfondite da un team archeologico francese, guidato da Jean Leclant, che continuano tutt’ora. Purtroppo lo stato di grave devastazione in cui versa la piramide ha fornito scarse informazioni. I numerosi frammenti di Testi delle Piramidi, sparsi nell’enorme cratere lasciato dai saccheggiatori, lasciano intendere quanto sarà complessa la ricostruzione delle camere.

Fonti e bibliografia:

  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • ,John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Federico A. Arborio Mella – L’Egitto dei Faraoni – Mursia, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto!, Editori Laterza, Bari 2008 )