C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

SEQENENRA TA’O

Di Piero Cargnino

Il faraone Seqenenra Ta’o (anche Seqenenra Djehuty-aa O Tao II), soprannominato “Il coraggioso” o “Il valoroso” regnò sulla regione tebana, con tutta probabilità, secondo Kim Ryholt, solo per pochi anni.

Figlio, anche qui ci sta un forse, di Senekhtenra Ahmose e della Grande Sposa Reale Tetisheri generò, con la sua Grande Sposa Reale (e sorella) Iahhotep I, i due sovrani che lo seguiranno, Kamose, che sarà l’ultimo faraone della XVII dinastia e Ahmose che, dopo una breve reggenza da parte di sua madre, sarà il primo faraone della XVIII dinastia. Di Iahhotep parleremo più approfonditamente in seguito in quanto la regina giocò un ruolo non indifferente nella successione a Seqenenra Ta’o.

Seqenenra Ta’o regnava a Tebe e contemporaneamente ad Avaris regnava l’ultimo faraone Hyksos Apopis. Sappiamo per certo che Seqenenra Ta’o fu tutt’altro che un sovrano effimero come i suoi predecessori, egli fu il primo principe egizio che, dopo aver intrattenuto, per un certo periodo, rapporti diplomatici con gli Hyksos dette inizio a quella che sarà poi, con i suoi successori, la guerra di liberazione dagli invasori nella quale rimase ucciso.

Ora c’è da chiedersi come è stato possibile che ad un certo punto, dopo una serie di sovrani uno più imbelle dell’altro, improvvisamente sale al potere uno che decide che è giunta l’ora di ribellarsi. Questo non lo sappiamo e quindi ci rifacciamo a quella che pare essere più una leggenda che non la verità, la apprendiamo, per quanto possibile, dal Papiro Sallier I, del quale rimane solo l’inizio molto frammentario.

In esso è riportata la “Disputa tra Apopi e Seqenenra”, scritto due secoli dopo il regno di Ahmose dove si racconta che il re Hyksos Apophis, nell’intento di provocare il governatore di Tebe Seqenenra, si inventa l’esistenza di uno stagno di ippopotami a Tebe che, a notevole distanza da Avaris, impediva ai suoi abitanti di addormentarsi. Inviò quindi un messaggero a Tebe che riferì a Seqenenra:

<<……..È il re Apophis che mi manda davanti alla tua presenza per dirti: allontana gli ippopotami dallo stagno che è a est della città, perché impediscono loro di dormire giorno e notte. Il rumore che fanno travolge le orecchie della gente della città…….>>.

L’ambasciata ovviamente stupì Seqenenra, vista la distanza che separa Tebe da Avaris, per cui rispose:

<<…….Il tuo padrone ha davvero sentito in quel lontano paese dello stagno che si trova ad est della città meridionale?…….>>, il messaggero rispose in modo molto diplomatico ma chiaro: <<…….Rifletti sul motivo per cui mi viene inviato…….>>.

Non conosciamo l’esito finale del racconto in quanto mancante ma ovviamente una tale provocazione suscitò le ire del sovrano di Tebe di cui possiamo immaginare la reazione. Sicuramente Seqenenra Ta’o reagì contro gli occupanti asiatici e andando oltre il semplice scambio di insulti intraprese azioni belliche contro il suo rivale Hyksos. Nulla ci è dato a sapere circa l’esito della campagna militare di Seqenenra, con ogni probabilità mosse il suo esercito oltre il confine creando un punto da dove poter pianificare l’attacco al nemico, scelse di attestarsi a Deir el-Ballas che costituiva una posizione molto strategica. Qui fece costruire un palazzo fortificato ove alloggiare con la sua famiglia.

Come detto non si sa nulla dei combattimenti anche se pare che, almeno all’inizio ebbero un discreto successo spostando il confine meridionale della zona di influenza dei principi tebani di circa 200 km più a nord fin nei pressi di Cusae.

La campagna finì comunque male per Seqenenra Ta’o che, a giudicare da come è ridotta la sua mummia, non riscosse sicuramente il successo sperato. La sua mummia fu rinvenuta da Gaston Maspero nel 1881 in una delle “Tombe dei Nobili” nel cosidetto “Nascondiglio Reale” della Necropoli Tebana a Deir el-Bahari. I

l nome deriva dal fatto che nell’antichità parecchi faraoni furono traslati in quel nascondiglio in segreto per nasconderli dai predoni che profanavano la Valle dei Re. Una volta sbendata la mummia, apparvero subito evidenti gli impressionanti segni di violenza che deturpano il viso, Maspero descrisse nei dettagli lo stato in cui si trovava:

<< Non si sa se cadde sul campo di battaglia o se fu vittima di qualche complotto; l’aspetto della sua mummia prova che morì di morte violenta intorno ai quarant’anni d’età. Due o tre uomini, assassini oppure soldati, devono averlo accerchiato e ucciso prima che qualcuno potesse soccorrerlo. Un colpo di scure deve aver reciso parte della guancia sinistra, esposto i denti, fratturato la mascella e averlo fatto cadere a terra privo di sensi; un altro colpo deve aver gravemente lesionato il cranio, e un pugnale o giavellotto ha tagliato e aperto la fronte un poco sopra l’occhio. Il suo corpo deve essere rimasto per qualche tempo là dov’era caduto: una volta ritrovato, la decomposizione era già cominciata e la mummificazione dovette essere compiuta in fretta, meglio che si poté >>.

Dopo un accurato esame della ferita sulla fronte, l’egittologo Garry Shaw con un esperto d’armi, conclusero che:

<<……la causa più probabile della morte di Seqenenra Ta’o fu un’esecuzione con un’ascia di fattura Hyksos da parte di un comandante nemico, in seguito a una sconfitta dei tebani sul campo……>>.

Secondo altri Seqenenra Ta’o nella battaglia non morì subito ma rimase solo paralizzato, sarebbe poi stato ucciso nel suo letto dopo mesi di agonia. James E. Harris e Kent Weeks, che negli anni ’60 condussero un’analisi forense, parlano di:

<< Un odore disgustoso e viscido che riempì la stanza nel momento in cui il contenitore in cui la mummia era esibita fu aperto >>.

La causa è probabilmente dovuta alla frettolosa mummificazione che, visto lo stato in cui si trovava il corpo, venne subito fasciata senza essere immersa nel natron. Oggi la mummia si trova presso il nuovo “Museo Nazionale della Civiltà egiziana” al Cairo ed è la peggio conservata. Il paleoradiologo Sahar Saleem, dell’Università del Cairo, tiene a rimarcare che: << Ciò indica che Seqenenra Ta’o era davvero in prima linea con i suoi soldati, rischiando la vita per liberare l’Egitto >> e che: << La morte di Seqenenra ha motivato i suoi successori a continuare la lotta per unificare l’Egitto e dare il via al Nuovo Regno >>.

 

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997

Piero Cargnino.

Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi, XVIII Dinastia

SARCOFAGI DI AHMES MERITAMON

Di Grazia Musso

PRIMO SARCOFAGO (ESTERNO)

Legno di cedro; lunghezza cm. 313,5, larghezza cm. 87
Deir el-Bahari, tomba rupestre ( TT 358)
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziane e del Metropolitan Museum of Art 1929
Museo Egizio del Cairo – JE 53140

L’imponente sarcofago ligneo, che per la ricercatezza di forme ed eleganza stilistica può essere considerato un emblematico monumento scultoreo della XVIII Dinastia, appartenente alla regina Ahmes Meritamon, da alcuni identificata come la moglie di Amenhotep I, da altri come moglie di Amenhotep II.

La defunta, raffigurata con le braccia congiunte sul petto, presenta un volto dall’espressione ieratica, impreziosito da intarsi di pasta vitrea, e incorniciato da una sontuosa parrucca solcata da alveoli dipinti di blu

Al di sotto della collana, la superficie è ricoperta da un motivo geometrico inciso che avvolge il petto e le braccia, lasciando scoperte soltanto le mani, che impugnano due scettri papiroformi, emblema di giovinezza.

Il resto del sarcofago è decorato da lunghe piume incise nel legno, a imitazione delle ali della dea Iside, che proteggono il corpo della defunta.

Questo tipo di decorazione, convenzionalmente definita rishi , dalla parola araba che significa “piumato”, si diffuse a Tebe dal Secondo Periodo Intermedio.

Vedi anche: https://laciviltaegizia.org/…/inner-and-outer-coffin…/

Al centro del coperchio c’è una colonna di geroglifici, un tempo intarsiati di pasta vitrea, contenenti la formula di offerta a beneficio della regina.

Fonte: I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

SECONDO SARCOFAGO (INTERNO)

Un volto dai lineamenti delicati, incorniciato da un’ampia parrucca hathorica, ornata sulla fronte da un ureo con disco solare.

SI TROVA AL NMC

Fonte : Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star.

Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi, XVIII Dinastia

SARCOFAGO DI AHMES NEFERTARI

Di Grazia Musso

Legno e tela, lunghezza totale cm 378
Tebe Ovest, Cachette di Deir el-Bahari
Scoperta ufficiale del Servizio delle Antichità Egiziano 1881
Museo Egizio del Cairo – CG 61003

L’enorme sarcofago di Ahmes Nefertari fu rinvenuto nella tomba di Unhapy, consorte del sovrano Ahmes, che fu utilizzata nella XXI Dinastia come nascondiglio in cui porre al riparo dai saccheggi i sarcofagi di alcuni faraoni, membri della famiglia reale e alti sacerdoti.

Ahmad Pasha Kamal e l’enorme sarcofago della regina Ahmes-Nefertari,

Ahmes Nefertari, madre di Amenhotep I, fu la prima regina a ricoprire l’alta carica religiosa di Sposa Divina, diventando poi oggetto di culto nell’area tebana sino agli inizi del I millennio a. C..

Il suo sarcofago ligneo mummiforme era originariamente ricoperto di foglia d’oro, che fu asportato dai ladri già Nell’antichità e sostituita da una vernice color ocra nel corso del restauro effettuato al momento del trasferimento nel nascondiglio.

Il volto dai grandi occhi dipinti, è cinto da una massiccia parrucca sormontata da una corona svasata su cui svettano due alte piume.

La superficie della capigliatura è dell’elaborato copricapo è caratterizzata da alveoli incisi nel legno e campiti di stucco blu.

Un motivo analogo ricopre il busto della Defunta, che sembra cinto da uno stretto scialle scollato.

Le mani, incrociate sul petto, impugna o due grandi croci ankh, emblema di Vita, e i polsi sono cinto da alti bracciali strati, simili alla collana intorno al collo.

Sulla restante superficie del sarcofago sono rappresentate lunghe piume d’uccelo che evocano le ali della dea Iside, secondo una tradizione Tebans diffusa i nel Secondo Periodo Intermedio.

Una lunga colonna di geroglifici, incisa nella parte centrale del coperchio, contiene la consueta formula d’offerta hetep-di-nesut, con cui si invoca ano offerte per il ka di Ahmes Nefertari.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Edizioni White Star

Ramses II, Tombe, XIX Dinastia

LA TOMBA DI RAMSES II

Di Patrizia Burlini

La KV7 è una delle tombe più grandi della Valle dei Re (868 m2). É stata fortemente danneggiata nell’antichità da almeno 10 alluvioni che hanno causato l’ammassamento di detriti e il distacco delle decorazioni parietali.

Come noto, il corpo di Ramses fu traslato nella XXI dinastia prima nella KV17 e poi nella DB320 di Deir-el-Bahari, dove fu trovato nel 1881.

A questo link è possibile vedere la tomba nello stato attuale:

https://mused.org/…/tomb-of-ramesses-ii-kings-valley…

Benché la tomba sia fortemente danneggiata, sono sopravvissuti dei rilievi che lasciano percepire quanto questa tomba dovesse essere magnifica.

Le foto allegate, provenienti dal sito di The Theban mapping project, ci permettono di stupirci ancora oggi di fronte alla grandezza di un faraone che ha oltrepassato la storia.

Piante di papiro rappresentanti il Basso Egitto (sotto la figura alata di Ma’at)

Papyrus plants representing Lower Egypt [under winged Ma’at figure].
Image # 10053
DIRECTION OF VIEW: Northeast
PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski
IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ma’at alata sopra le piante di loto dell’Alto Egitto

Winged Ma’at above lotus plants of Upper Egypt.
Image # 10050
DIRECTION OF VIEW: Southwest
PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski
IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ma’at alata sopra le piante di papiro del Basso Egitto

Winged Ma’at above papyrus plants of Lower Egypt.
Image # 10052
DIRECTION OF VIEW: Northeast
PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski
IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ramses II saluta Hathor

Rameses II greeting [Hathor].
Image # 10055
DIRECTION OF VIEW: Southwest
PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski
IMAGE TAKEN ON: June 1997
Quinta ora dell’Amduat (dettaglio)

Imydwat, fifth hour (detail).
Image # 10054
DIRECTION OF VIEW: Southwest
PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski
IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ramses II tiene la mano di Hathor (dettaglio)

Rameses II with Hathor: holding hands (detail).
Image # 10063
DIRECTION OF VIEW: Southwest
PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski
IMAGE TAKEN ON: June 1997

Fonte immagini:

https://thebanmappingproject.com/tombs/kv-07-rameses-ii

Didascalie: The Theban mapping project

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

ORECCHINO dalla tomba di Horemheb

Di Grazia Musso

Oro e paste vitree, diametro cm. 3,9, peso 17,8 g
Saqqara, tomba di Horemheb
Scavi della spedizione anglo-olandese diretta da G. Martin 1977
Probabilmente regno di Akhenaton
Museo Egizio del Cairo – JE 97864

L’orecchino qui illustrato è stato trovato a Saqqara, nella tomba che il generale Horemheb si fece costruire prima di diventare faraone.

Il gioiello, d’oro massiccio, reca al centro un’immagine finemente cesellata di un sovrano sotto forma di sfinge con la corona azzurra ornata da ureo, la barba posticcia è un largo collare usekh.

Due bande circolari, decorate con un motivo a “V”, che alterna oro e pasta vitrea azzurra, conservata solo in parte, circondano la sfinge.

Sui bordi dell’orecchio sono applicati piccoli anelli granulati fra i quali originariamente erano inseriti elementi cilindrici in pasta vitrea ; probabilmente i cinque anelli inferiori sostenevano dei pendagli.

Sulla cima del gioiello è saldata una lamina d’oro a forma di collare-usekh.

L’orecchino veniva fissato facendo passare, attraverso il lobo forato, una piccola vite infilata in due anelli di cui uno solo si è conservato.

Il profilo della sfinge evoca l’effige di Akhenaton ed è probabile che il gioiello risalga al suo regno o ai primi anni del regno di Tutankhamon.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Kemet Djedu

TAVOLETTA PER I SETTE OLI SACRI DI ANKHAF

Di Livio Secco

La tavoletta in alabastro per i Sette Oli Sacri appartenente ad Ankhaf descritta QUI ha una particolarità.

La grafia dei nomi e l’ordine degli oli, descritti sulle tavolette del corredo funebre, possono infatti essere diversi per epoca e ubicazione.

Il reperto qui mostrato, infatti, dimostra una curiosità.
Manca il quarto olio sacro il cui posto è preso, in settima posizione, dal materiale per la produzione dell’eyeliner o, come si diceva un tempo, il bistro per gli occhi.
Ciò non significa che ci sia un errore, ma, come già precisato, l’elenco e la grafia dei materiali sono cambiati nel corso del tempo.

Ancora una curiosità: il sesto e settimo olio sacro (il quinto e il sesto della tavoletta qui presentata) hanno il nome preceduto dal prefisso ḥȜt [hat]. Esso significa “prima, davanti…”. Qui il significato da attribuirgli è “la parte migliore, più qualitativa” del profumo relativo. Ciò che i “nasi” moderni chiamano “la testa” della fragranza.

Come d’abitudine ho anche aggiunto la codifica IPA per chi voglia pronunciare la scrittura geroglifica.

A coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento non posso che suggerire la lettura del Quaderno di Egittologia 50, LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto reperibile al seguente indirizzo https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/

Il testo descrive, quando è documentato, la componentistica degli oli sacri, degli unguenti, dei profumi e di altri materiali cosmetici. Inoltre illustra l’accessoristica come acquamanili, specchi, pettini, beauty-case per concludersi con un paio di oggetti perlomeno curiosi sicuramente anch’essi appartenenti alla cosmetica.

Oggetti rituali

I SETTE OLI SACRI DI ANKHAF

Di Francesco Alba

Tavoletta in alabastro per i Sette Oli Sacri appartenente ad Ankhaf
Antico Regno, Quarta Dinastia
Provenienza: Necropoli di Giza, mastaba G 7510
Museo Egizio del Cairo (JE 72303)

Questa manufatto fu scoperto nella camera funeraria del principe Ankhaf, figlio di Snefru e visir durante il regno di Chefren, che fu suo nipote.

Sulla tavoletta sono presenti dei piccoli incavi semisferici per gli oli sacri utilizzati nelle cerimonie funebri in onore del defunto; trascritti verticalmente in inchiostro nero sotto i pozzetti, i loro nomi li identificano così (da destra a sinistra):

Seti Heb – Fragranza della Festa

Hekhenu – Olio del Giubilo

Sefet – Olio di Pino (o genericamente di conifera)

Khenem Tuau(t) – Olio del Sostegno

Hat-en-Ash – Olio di Cedro di prima categoria

Hat-en-Tjehenu – Olio della Libia di prima categoria

Wad Ra – Ombretto verde

L’ANALISI DEI NOMI A CURA DI LIVIO SECCO QUI

Una curiosità: le tre sferette presenti in alcuni nomi indicano la presenza di materiali polverulenti o finemente macinati, generalmente di origine minerale, dissolti nella matrice oleosa.

Un esempio significativo è rappresentato dall’ombretto (ultimo pozzetto), ottenuto miscelando l’olio con polvere di malachite dal colore verde. La presenza del nome della divinità, associa il prodotto di bellezza all’Occhio di Ra e alle sue caratteristiche magiche.

Nel corso della storia egizia gli oli (e le materie grasse in generale) furono sempre tenuti in grande considerazione, sia nei rituali funerari che nella vita quotidiana.

Oli e grassi fornivano la base per la preparazione di molti unguenti e profumi (la civiltà egizia non conobbe veri e propri profumi ottenuti con la distillazione). Numerose erbe aromatiche e spezie venivano aggiunte alla materia oleosa allo scopo di conferirle fragranze peculiari. Ad un livello più prosaico, l’olio era il combustibile utilizzato per le lampade, che servivano per illuminare le abitazioni, le tombe (nel corso del loro allestimento) e le miniere. Si ritiene che all’olio si aggiungesse del sale per ridurre la quantità di fuliggine prodotta durante la combustione.

Tavoletta per gli oli sacri – Sesta Dinastia
https://collections.mfa.org/download/147502

L’identificazione degli antichi nomi degli oli con le piante attualmente note dal quale questi venivano estratti si è rivelata estremamente difficoltosa e numerosi tentativi passati, in tal senso, si sarebbero rivelati erronei.

Vasi contenenti oli o grassi di probabile fragranza singola furono inclusi nel corredo funerario fin dall’era predinastica.

Una categoria di oli profumati di particolare importanza è attualmente nota come i “Sette Oli Sacri”, benché gli Egizi si riferissero a loro semplicemente col termine di oli, collettivamente noti come “Merhet”. Questi costituivano parte integrante del rituale religioso: avevano, cioè, il significato di attestare il compimento dei riti sacri messi in atto prima che il defunto venisse collocato nel sarcofago. Significativa a tal proposito è l’unzione della mummia durante la cerimonia della “Apertura della Bocca”.

Il loro utilizzo faceva parte anche dei riti quotidiani che si svolgevano nei templi.

Tavoletta per gli oli sacri appartenente al nobile Ankhwadjes
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544001

Alcuni dei sette oli sacri sono noti grazie a delle targhette in legno o avorio risalenti alla Prima Dinastia, ma non risulta che il gruppo sia stato utilizzato collettivamente se non a partire dall’Antico Regno (2686-2181 a.C.), quando venivano rappresentati come parti della formula d’offerta sulle pareti o sulle stele falsa-porta delle tombe. Il più antico vero e proprio set noto dei sette oli sacri proviene dalla tomba di Hetepheres, madre di Cheope; durante l’Antico Regno, piccole tavolette in pietra con incavi per gli oli venivano spesso poste nelle sepolture, soprattutto di personaggi appartenenti all’élite; l’usanza ebbe la sua massima espressione nel corso della Quinta e della Sesta Dinastia. Come gli altri set noti di vasi appartenenti a sepolture del Medio Regno (2055-1650 a.C.), quello di Hetepheres conteneva otto giare, ma l’identità del loro contenuto non fu mai accertata con sicurezza. In base ai rilievi delle tombe e dei templi, sembrerebbe che il gruppo sia stato ulteriormente esteso a nove o dieci oli nel corso del Nuovo Regno (1550-1069 a.C.).

Riferimenti

I. Shaw, P. Nicholson, The British Museum Dictionary of Ancient Egypt. The American University in Cairo Press – 1995

Busto di Ankhaf: Museum of Fine Arts – Boston (“https://collections.mfa.org/objects/45982“)

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

STELE E CAPPELLA DI MAIA

Di Grazia Musso

Nel 1906, appena intrapresi i lavori di scavo nella necropoli di Deir el-Medina, Schiaparelli portò alla luce un’importante monumento appartenuto a un pittore che visse all’interno del villaggio nella seconda metà della XVIII Dinastia.

Cappella: Pittura a Tempera su intonaco di gesso e fondo di paglia e fango. Misure interne: lunghezza 220 cm, larghezza 145 cm, altezza 181 cm.
S. 7886
Scavi di E. Schiaparelli a Deir el-Medina

Si tratta della cappella funeraria di Maia, il cui titolo completo era “scriba-disegnatore di Amon nella Sede della Verità”.

L’ambiente culturale, sormontato in origine da una piccola piramide di mattoni crudi, sorgeva sopra la tomba alla quale era collegato tramite un pozzo.

Le pareti della cappella sono realizzate in mattoni di fango fresco e paglia, successivamente coperte da Intonaco.

La pittura a Tempera è applicata a secco e i colori sono ottenuti da prodotti minerali e vegetali ( ocra per il rosso e il giallo, carbone per il nero, carbonato di calcio per il bianco, malachite per il blu e verde), mescolati con acqua ed un legante, la gomma d’acacia.

I dipinti di questa cappella, eccezionalmente conservati, anche se solo parzialmente, sono stati raccolti e trasportati in Italia dal restauratore Fabrizio Lucarini nel 1906

Egli riuscì a distaccare l’intonaco dipinto che copriva le pareti e la volta, usandola tecnica a “strappo”, che prevede l’incollaggio di tele sulla superficie dipinta per mantenerla insieme durante la rimozione.

Si usavano poi dei solventi per distaccare le tele dalla pittura.

Questo procedimento , anche se esige grande abilità, permette di non sezionare l’intonaco e di preservare al massimo il dipinto.

Le pareti, decorate con vivaci pitture, eseguite sulle pareti sono state eseguite, probabilmente, dallo stesso Maia.

La cappella di Maia e Tamit, presumibilmente contemporanei di Kha, è decorata da pitture articolate in tre registri, con il corteo funebre protetto da amuleti, il trasporto degli arredi funebri, il viaggio rituale.

Sulla parte in fondo della cappella si vedono i genitori di Maia; i riti funebri con l’incensi e le libagioni sono officiati da due dei figli di Maia.

Le scene si snodano su vari registri, che raffigurano Maia e la moglie, oltre a membri della loro famiglia, portatori di offerte, donne in lutto imbarcazioni rituali per il simbolico viaggio.

Le dimensioni della cappella sono simili a quelle della cappella di Kha.

Stele: Calcare stuccato è dipinto
Altezza cm. 67
C. 1579 – Co9 Dro3

La stele funeraria, che nel 1824 fu portata al Museo Egizio di Torino.

Nel registro superiore della stele la coppia è raffigurata con vesti bianche, nell’atto di lodare Osiride e Hathor, mentre nel registro inferiore i coniugi appaiono seduti davanti a una tavola per offerte mentre ricevono le vivande presentate dai loro nove figli, nominati uno per uno; il decimo figlio, più piccolo, è in puedi vicino alla sedia dei genitori.

Su di essa sono raffigurati Maia e la moglie mentre rendono omaggio agli dei Osiride e Hathor e mentre ricevono offerte da parte dei figli.

Fonte

Fotografie: Museo Egizio di Torino

Kemet Djedu

TUTANKHAMON E HATHOR

Di Livio Secco

Tra le decorazioni della parete sud della tomba KV62 di Tutankhamon (vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/04/01/le-decorazioni-della-tomba-kv62/) il re riceve la vita, sotto forma di ankh, da Hathor, signora dell’Occidente.

Mi permetto di aggiungere un commento filologico della raffigurazione del re insieme alla dea Hathor.

Ricordo che “nb-ḫprw-rꜤ” [neb-keperu-ra] è il Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. L’antroponimo significa “Il signore delle manifestazioni di Ra” (Leprohon).

Come di consueto, sulle diapositive della conferenza, ho aggiunto anche la pronuncia italiana secondo la codificazione IPA. La didascalia della dea si legge da sinistra a destra, dall’alto in basso. La didascalia del re si legge da destra a sinistra, dall’alto in basso. I geroglifici si leggono “andando loro incontro”. Per l’analisi della direttrice di lettura conviene fare affidamento sui geroglifici che rappresentano esseri viventi (umanità, animali…) in modo da evitare quelli simmetrici.

Per chi volesse approfondire la traduzione di tutte quattro le pareti della camera funeraria, le uniche decorate, posso consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 35, I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62 che potete trovare qui:
https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

STATUINA DI NEFERETMAU

Di Grazia Musso

Legno con tracce di doratura, Altezza cm. 20,5
Museo Egizio di Torino
Collezione Drovetti – C. 3107

L’arte Egizia ha prodotto una notevole quantità di opere raffiguranti i bambini, sia che essi fossero discendenti della casa reale, sia che appartenessero a semplici famiglie di artigiani.

I bambini sono stati effigiato in statue, rilievi e pitture dove mostrano spesso alcuni elementi stereotipati tipici dell’infanzia.

Una delle più raffinate immagini di questo tipo è costituita dalla statuina lignea di una bambina di nome Nefertmaau, proveniente dalla necropoli tebana.

La fanciulla accenna a un piccolo passo in avanti che sembra nascondere la timidezza e il pudore tipici della sua giovane età.

Il corpo, ben modellato nel legno, è impreziosito da alcune parti dorate e la piccola cintura intorno ai fianchi, che sottolinea il consueto ornamento delle bambine.

I corredi funerari femminili hanno restituito diversi esemplari di cinture, alcune delle quali provenienti da contesti principeschi e di raffinata fattura, usate per scopo puramente ornamentale.

Il modello indossato da Nefertmaau scende leggermente sulle natiche e doveva essere piuttosto semplice.

Una particolare attenzione è stata rivolta anche alla resa del volto e dell’acconciatura.

Gli occhi, dipinti di nero, conferiscono vivacità allo sguardo, mentre i capelli, parzialmente rasati sul retro, sono caratterizzati da una frangia a ciocche e dalla treccia laterale, tipico emblema dei bambini Egizi.

La statuina è fissata su una base su cui sono riportate due brevi trascrizioni contenenti il nome della madre e il nome di questa fanciulla ritratta da un anonimo artigiano che così l’ha resa immortale.

Fonte

I Grandi Musei – Il Museo Egizio di Torino -Electa

Foto: Museo Egizio di Torino