Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno, Templi

I TEMPLI RAMESSIDI AD ABYDOS

Di Grazia Musso

La XIX Dinastia si contraddistinte per un’intensa attività costruttiva.

In tutto il territorio egizio furono restaurati o ricostruiti gli edifici si culto che erano stati abbandonati o distrutti durante il periodo amarniano.

Nell’epoca ramesside Tebe continuò a essere il principale centro di culto del dio Amon – Ra.

Durante il breve regno del fondatore della XIX Dinastia, Ramses I, l’attività edilizia si espresse sopratutto nel compimento della sua sepoltura nella Valle dei Re e, a Karnak, nel vestibolo del secondo pilone, che allora costituiva l’ingresso principale del tempio di Amon-Ra.

Il figlio di Ramesse I, Sethy I avviò la costruzione del tempio ad Abydos che rappresenta uno dei monumenti più belli dell’antico Egitto, grazie al suo stato di conservazione, agli splendidi rilievi e ai restauri che li hanno riportato all’antico splendore.

Pianta del tempio di Sethy I

Il monumento fu voluto da Sety I per ragioni religiose ma soprattutto politiche: la sua costruzione era infatti intesa nella delicata politica di riequilibrio dei poteri religiosi portata avanti già da Ramses I e poi continuata dallo stesso Sethy I, al clero di Amon venivano adesso contrapposte altre divinità per scongiurare il pericolo dell’egemonia religiosa realizzatasi nella Dinastia precedente ; inoltre, costruendo il tempio di Abydos, il re si associava al culto di Osiri e, così facendo, egli perpetua a la legittimità della sua Dinastia.

Il monumento non venne portato a termine sotto Sethy ma sotto il figlio Ramses II, che completo’ la sala ipostila e aggiunse un pilone e due cortili, essi precedono due sale ipostila e i sette santuari dedicati alla triade di Abydos, ossia Osiris, Isis e Horus, e alle divinità dei tre maggiori centri politici o religiosi del Paese : Amon di Tebe, Ptah di Menfi, Ra-Horakhty di Eliopolis, il settimo santuario era dedicato allo stesso Sethy I divinizzato.

I resti dei magnifici rilievi sono visibili sulle pareti di mura superstiti nei cortili.

Questi sono i pilastri che si trovano di fronte all’ingresso attuale del tempio di Sethy I.
Un tempo questo era il fondo del primo cortile, poi alla struttura di Sethy I, il figlio Ramses II aggiunse un pilone e un cortile completando l’edificio del padre.
Oggi di questa parte esterna rimangono pochi resti, e quindi questa fila di pilastri appare come la Facciata attuale, che precede due sale ipostile e i sette santuari.
Sui pilastri è raffigurato Ramses II, abbracciato da varie divinità.

L’odierna facciata è data dal portico di fondo del secondo cortile, con una fila di dodici pilastri, quadrati ornati da scene con delle divinità e Ramses II su tutte le facce.

Il muro di fondo della seconda corte si trovano sette varchi per la sala ipostila, corrispondenti ai sette santuari, di cui quattro sono stati chiusi da Ramses II e decorati con rilievi del culto reso al padre.

Le due sale ipostile possiedono, rispettivamente due o tre file trasversali di dodici colonne papiroformi a umbrella chiusa.

Sul fondo della seconda sala ipostila si trovano gli ingressi dei sette santuari affiancati, che con ogni probabilità contenevano le barche sacre, ad eccezione di quello di Sethy I.

Nella seconda sala ipostila si trovano i rilievi meglio conservati che raffigurano le varie cerimonie che il re doveva celebrare.

La parete di fondo del santuario di Osiris, il terzo da destra, dà accesso alla parte terminale del tempio, dove sono situati due sale a dieci colonne e quattro colonne, e due serie di tre piccoli santuari.

In questa fotografia è raffigurato Sethy I, che riceve la vita, il simbolo ankh, dal dio Ra – Harakhty, una delle incarnazioni del sole degli orizzonti.
La divinità porge l’ankh alle narici del sovrano perché egli possa respirare l’essenza divina e ricevere la vita eterna.
Abydos, dal tempio di Sethy I, cappella di Ra-Harkhty.

Tornando alla seconda sala ipostila alla cui estremità sinistra si trova l’ingresso a un’ala laterale.

In questa parte è da notare, in un corridoio con il soffitto decorato a stelle, il rilievo in cui Sety I offre l’incenso ai cartiglio dei 76 faraoni scelti fra quelli che dall’origine della storia regnarono sull’Egitto: si tratta della “Tavola di Abydos”, una lista reale di notevole importanza per la cronologia d’Egitto

Dietro il tempio si trova l’importante cenotafio del re: l’Osireion, una straordinaria rappresentanza architettonica di una concezione cosmologico-religiosa collegata alla collina primordiale e a Osiris.

( prossimo intervento l’Osireion)

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konenann

Cose meravigliose, Tanis

I BRACCIALI AD ANELLO DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85160/85167

È una delle coppie più famose di bracciali di Psusennes I; di forma ad anello semplice, in oro e lapislazzuli, hanno un diametro esterno di 7,6 cm e sono formati da due “sezioni” disuguali, incastrate l’una nell’altra e chiuse da un fermo sempre in oro.

Il bracciale è cavo per ridurne il peso, ed ha una decorazione costituita da un fregio che orna la parte superiore ed inferiore a onde dorate su fondo blu probabilmente di ispirazione cretese. Il blu dei lapislazzuli evocherebbe qui le acque primordiali da cui si formano le onde d’oro, la carne degli dei.

Il dettaglio della lavorazione

Sulla parte centrale un’iscrizione intarsiata anch’essa in lapislazzuli invoca “Vita al Re dell’Alto e Basso Egitto, Signore delle Due Terre, Aakheperre Scelto da Amon, dotato di vita come Ra, eternamente. Vita al figlio di Ra, maestro delle apparizioni, Psusennes Amato da Amon, dotato di vita come Ra, eternamente”.

Le foto ufficiali di Montet, sulle quali si vedono bene le iscrizioni sul lato esterno

All’interno questi bracciali recano solo un simbolo per identificare il sinistro (“iabt”, oriente) dal destro (“wnmy”, occidente) seguendo l’abitudine egizia di orientarsi verso sud ed avere quindi l’est a sinistra e l’ovest a destra. Curiosamente, però, i due bracciali erano stati invertiti sulla mummia del Faraone.

La trascrizione del decoro e delle iscrizioni effettuata da Montet
La foto ufficiale del Museo Egizio

FONTI:

Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):

Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)

Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987

Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti

Antico Regno, IV Dinastia, Statue

STATUA COLOSSALE DI MENKAURA (MICERINO)

Di Patrizia Burlini

Forse non ve ne siete mai accorti, ma Micerino aveva i baffi (come Djoser e Rahotep, tra gli altri). La foto mostra la testa della statua attualmente al MFA, prima della ricostruzione.

Ecco l‘ottima descrizione di questa statua gigantesca da parte del MFA di Boston.

“Statua colossale del re Menkaura (Micerino)

Antico Regno, dinastia 4, regno di Menkaura – 2490-2472 A.C.

Luogo di ritrovamento: Egitto, Giza, Tempio della piramide di Menkaura

MATERIALE: travertino (alabastro egiziano)

DIMENSIONI: In totale: 243,8 x 115,6 x 83,8 cm (96 x 45 1/2 x 33 in.)

Altro (testa): 37,5 x 47 cm (14 3/4 x 18 1/2in.)

Peso: Circa 5000 libbre come restaurato.

LINEA DI CREDITO Spedizione Università di Harvard-Museo di Belle Arti di Boston

NUMERO DI INVENTARIO 09.204

IN ESPOSIZIONE – Egitto: Galleria dell’Antico Regno (Galleria 108)

COLLEZIONI: Antico Egitto, Nubia e Vicino Oriente

CLASSIFICAZIONE: Scultura

DESCRIZIONE

Questa statua colossale è una delle più grandi sculture dell’età delle piramidi. Con un’altezza di quasi 2,35 metri (8 piedi), una volta restaurata, raffigura il re Menkaura, che costruì la più piccola delle tre piramidi di Giza. L’abbigliamento e il copricapo lo identificano chiaramente come sovrano. Indossa un kilt avvolgente con una sporgenza centrale, un indumento indossato solo dai re fino alla fine dell’Antico Regno. Sulla testa ha un copricapo di tessuto reale, chiamato nemes. Un cobra, noto come uraeus, si trova sulla sua fronte. Questo serpente era considerato una divinità e aveva il compito di proteggere il re avvolgendosi intorno alla fronte reale e sputando il suo veleno sui nemici del re. La lunga barba dritta di Menkaura, altro simbolo di regalità, era fissata con una cinghia un tempo dipinta sulla testa della statua. La sua mano destra è stretta attorno a un panno ripiegato, le cui estremità si estendono sulla coscia.

L’espressione del re è di regale compostezza e supremo controllo. Con i suoi occhi leggermente sporgenti, il naso bulboso, i baffi dipinti (ora appena visibili), la bocca impostata con il labbro inferiore imbronciato e il mento deciso, il volto è caratteristico, ma non si può sapere se rappresenti o meno un vero ritratto di Menkaura. È il volto di un adulto maturo, anche se né il viso né il corpo mostrano segni di invecchiamento. È stato spesso osservato che la testa è insolitamente piccola per il corpo del re. Qualunque sia il motivo che ha spinto l’artista a fare ciò, di certo enfatizza l’ampiezza del busto della figura e ne esalta l’immagine di re onnipotente.

Questa statua si trovava nella profonda nicchia sul retro del Tempio della Piramide di Menkaura, alla base della parete orientale della sua piramide, fino a quando, per ragioni sconosciute, fu deliberatamente distrutta. Nel gennaio 1907, George Reisner trovò i frammenti della spalla e del torso in una fossa di quella stanza e il grande frammento che comprendeva le mani, le gambe e la base del trono in un corridoio adiacente. Due mesi dopo, mentre scavava in quella che si rivelò essere una fossa dei ladri nelle vicinanze, Reisner trovò la testa in condizioni quasi perfette.

Le diverse installazioni di Menkaura all’MFA riflettono i cambiamenti estetici del pubblico del Museo. Quando i frammenti sono arrivati per la prima volta al Museo, sono stati esposti solo la testa e la gamba. Due anni dopo, furono aggiunti altri pezzi del torso e fu tentato un restauro astratto degli elementi mancanti del torso.

Nel 1925, su richiesta di Reisner, il noto acquerellista e artista della spedizione, Joseph Lindon Smith, scolpì il busto e le natiche in modo più naturalistico. Il restauro che i visitatori vedono oggi è stato realizzato nel 1935 da Smith, assistito dallo studente della Scuola del Museo Charles Muskavitch.

PROVENIENZA: Da Giza, Tempio della piramide di Menkaura. 1909: scavato dalla Harvard University-Museum of Fine Arts Expedition; 1909: assegnato al MFA dal governo egiziano.

Data di acquisizione: 17 maggio 1909

Fonte:

https://collections.mfa.org/objects/138532

Arte, Medio Regno

BASSORILIEVO DI SEHETEPIBRA

Di Francesco Alba

Bassorilievi in calcare provenienti dalla cappella del Supervisore delle Truppe Sehetepibra

Dimensioni:
parete posteriore: cm 30,5 x 42,5 x 10,6
parete destra: cm 30,5 x 49,2 x 9,7
Luogo di probabile provenienza: Abido
Medio Regno, Tredicesima Dinastia (1802-1650 a.C. circa)
The Metropolitan Museum of Art, New York, Rogers Fund, 1965 (65.120.1, .2)

Nel corso del tardo Medio Regno divenne pratica comune includere nelle cappelle votive e nelle stele erette ad Abido, membri della famiglia e colleghi dei proprietari dei monumenti funerari.
È questo il caso delle due pareti superstiti di quella che probabilmente era una piccola cappella a tre lati eretta in favore del sorvegliante delle truppe Sehetepibra, figlio di Sitankhu, e della sua famiglia. Entrambi i pannelli superstiti presentano la figura di Sehetepibra seduto davanti a un tavolo delle offerte, che includono carne di manzo, volatili, frutta, verdura e pane. Sulla parete di fondo, una formula di offerta richiede queste e altre provvigioni agli dèi Osiride, Upuaut, Horus e Khnum e alle dee Heqet, Hathor e “le dee che risiedono in Abido”. Il testo sulla parete destra contiene un elenco di epiteti elogiativi di Sehetepibra e un appello per ricevere offerte da parte di coloro che avrebbero visitato la cappella.


L’angolo inferiore destro della parete posteriore e la metà inferiore della parete destra sono profondamente intagliati a formare una nicchia occupata da una fila di dieci figure mummiformi, ciascuna delle quali è identificata da un’iscrizione. Mentre le stele con figure presenti all’interno di nicchie sono abbastanza comuni nel tardo Medio Regno, il santuario di Sehetepibra è del tutto insolito per il fatto di includere un numero così elevato di figure, alcune delle quali presentano caratteristiche identificative peculiari. Gli uomini sono tradizionalmente raffigurati con la pelle rossa, il copricapo khat dalla forma caratteristica e la mano destra che afferra il polso sinistro. Le donne hanno la pelle gialla, indossano parrucche con estensioni sul davanti e hanno entrambe le mani nascoste sotto le bende.


Tutti gli individui possiedono orecchie grandi, occhi dalle palpebre pesanti e volti disegnati. Sia queste convenzioni artistiche che lo stile delle preghiere di offerta rendono consistente una datazione dei rilievi alla tredicesima dinastia.


La figura mummiforme più grande e più a destra è proprio Sehetepibra. Accanto a lui si trova la “Signora della casa”, Djehutyhotep, presumibilmente sua moglie. Alla sua sinistra si trova la figlia Sitankhu, seguita da Wahka, figlio di Sitmay, la cui relazione con Sehetepibra non è chiara. Seshemi, figlia di Sitankhu e quindi nipote di Sehetepibra, è la successiva, seguita da Senebes, figlia di Gifet, e dal “supervisore delle truppe” Khentikheti, figlio di Renesankh. Le ultime tre figure, sulla parete di fondo, sono Djehutyhotep, figlio di Ity; Gifet, figlia di Djedes; e Sehetepibra, figlio di Djedes. Mentre alcune di queste persone appartengono con sicurezza alla cerchia familiare di Sehetepibre, altre sono più difficili da identificare.

Sehetepibra in caratteri geroglifici


Nella cappella non compaiono né Sitmay, madre di Wahka, né Djedes, madre di Gifet e Sehetpibra; si ipotizza che fossero mogli di Sehetepibra raffigurate sulla parete sinistra, oggi perduta. Perciò, Senebes, figlia di Gifet, sarebbe un’altra nipote del nostro.
Khentikheti riveste particolare interesse, essendo l’unica persona, oltre a Sehetepibra, a essere identificata con un titolo e l’unico individuo maschile con le mani nascoste. La sua parrucca khat mostra segni di ritocchi: è possibile che si tratti di un apprezzato collega incluso nella cappella rielaborando una precedente figura femminile.

Alcune nozioni grammaticali – a cura di Livio Secco

L’occasione è valida per mostrare alcune regole grammaticali della lingua egizia. Il mio scopo è sempre lo stesso: incuriosirvi nella grafia egizia finché cederete alla tentazione di imparare la lettura e la scrittura del geroglifico!

Nella prima diapositiva trattiamo i verbi causativi e la metatesi onorifica. Lettura da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.

Nella seconda diapositiva studiamo la scrittura piena e la scrittura difettiva. Lettura da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.

Essendo un post appositamente didattico ho aggiunto la riga della traduzione letterale, oltre a quella consueta della fonetizzazione italiana con la codifica IPA.

Spero di avervi incuriosito a sufficienza. Prima o poi cederete!

Riferimenti
A. Oppenheim, D. Arnold, Dieter Arnold, K. Yamamoto
Ancient Egypt transformed – The Middle Kingdom
The Metropolitan Museum of Art, New York – Yale University Press, New Haven and London. 2015

G. Miniaci, W. Grajetzki
The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC) – Vol. I
Middle Kingdom Studies 1
Golden House Publications, London. 2015

The Metropolitan Museum of Art – New York
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/558084

Vita quotidiana

LA BELLEZZA NELLO SGUARDO

La cosmesi nell’antico Egitto

Di Livio Secco

Con il mese di maggio si chiude l’anno didattico 2022-2023 che mi ha dato notevoli soddisfazioni impegnandomi in cinquantasette tra conferenze e lezioni.

Una delle conferenze più curiose è stata senz’altro questa che vi presento nell’attuale post, in modo estremamente sintetico.

L’argomento è di notevole attualità. Infatti la nostra è sicuramente una società dove l’apparire è molto importante e, quindi, il presentarsi alla collettività secondo i dettami della moda con un make-up aggiornato garantisce il proprio successo e visibilità.

Una cosmesi (tematicamente) moderna

Parlando di cosmesi ci accorgiamo che la definizione che noi oggi le diamo sia ancora quella che intendevano gli antichi Egizi.

Infatti per cosmesi noi intendiamo quell’insieme di attività che adotta delle tecniche per migliorare l’aspetto fisico di una persona senza trascurare la sua salute. Questo concetto si estende anche alla piacevolezza e all’estetica di come si presenta la persona finendo quindi per coinvolgere anche gli aspetti culturali di una civiltà.

È interessante ricordare che il termine cosmesi, oppure cosmetica, derivi dal greco kósmos che ha il significato di ordine. Il suo derivato kósmesis ha il senso di mettere in ordine, abbellire.

Oggi il moderno mercato cosmetico suddivide i prodotti cosmetici in quattro divisioni specifiche. Come potete notare nella seconda immagine, questa ripartizione è assolutamente moderna.

Oli sacri (tecnicamente profumi)

Alcune dotazioni funerarie prevedono la fornitura di una tavoletta per gli oli sacri. Normalmente si tratta di una pietra di alabastro lavorata in piano con sette alveoli in corrispondenza dei quali è scritto, in geroglifico, il nome di un olio sacro. Gli oli sacri erano importantissimi nella ritualità egizia perché permettevano di ridare alla mummia del defunto l’uso dei cinque sensi nell’Aldilà.

Nella terza immagine potete vedere una di queste tavolette con il nome degli ultimi quattro oli sacri.
Relativamente a questo argomento ho pubblicato un post che vi può aggiungere ulteriori informazioni.

Uso dei cosmetici

L’applicazione degli unguenti e dei profumi avveniva nel corso della mattinata. La dama si affidava alle cure delle proprie domestiche che la lavavano, la pettinavano, la ungevano e poi le spalmavano delle sostanze profumate.

Come consiglia ancora oggi una corretta igiene della persona, la pulizia del corpo, compreso il lavaggio del viso, precedeva l’applicazione degli unguenti e dei profumi. L’arcaicità di questo metodo di igiene è antichissima, ma il modo è attualissimo. Lo ritroviamo tal quale tra le prescrizioni del Papiro Ebers, un papiro medico del 1550 a.C.

La sua prescrizione numero 717, contro le rughe, che potete vedere nella quarta immagine, raccomanda appunto l’applicazione dell’unguento DOPO che il viso sia stato opportunamente lavato.

Nel dettaglio: come si applica una crema antirughe

Come già riportato relativamente alla medicina e, appunto, alla cosmesi, le ricette sono descritte in modo molto moderno:
– titolo (eventualmente diagnostico)
– materiali componenti (nel caso una quantità proporzionale, quasi mai assoluta)
– metodo di preparazione
– metodo di applicazione.

Questa sistematica è ancora quella attuale.
Ricordiamo che la cosmesi era intesa, in Egitto, come parte della terapia medica. Non esistevano negozi o rivendite di profumi e belletti, ma ritroviamo le prescrizioni nei papiri medici.

Qui diamo in dettaglio la traduzione della ricetta mostrata nel post precedente sperando di solleticare la curiosità dei nostri amici egittofili.

Visto che il post ha una valenza didattica per coloro che si impegnano in filologia egizia, ho aggiunto una riga supplementare con la traduzione letterale che precede quella colloquiale.
Come al solito ho scritto anche la fonetizzazione secondo il codice IPA per far leggere il geroglifico anche a chi non lo ha studiato (… e che invito a cominciare al più presto!)

Un accessorio importante: lo specchio

La cosmesi egizia si caratterizza, oltre che di materiali, anche per un notevole uso di accessori. Perciò non solo pomate, unguenti e oli profumati, ma anche pettini, pinzette per la depilazione, rasoi e specchi.

Un’altra cosa importantissima da ricordare è che la cosmesi non era solamente femminile, ma pure maschile.

Normalmente il nobile, che spesso era anche un funzionario, doveva spostarsi appunto per ragioni del suo incarico. Il rischio, per i servitori, di dimenticare a casa un accessorio poteva essere significativo. Ecco perciò la produzione di veri e propri beauty-case dotati di sportelli e cassettini per contenere ogni tipologia di prodotto adatto per la cosmesi di un padrone viaggiante.

Nella quinta immagine, non potendo raffigurare ogni accessorio, presentiamo uno specchio.

Nella sesta immagine è raffigurato uno strumento il cui uso non è proprio chiarissimo: forbici? Pinzetta per depilazione? C’è quello che sembrerebbe un rasoio finale. In ogni caso la sua preziosità è data dal fatto che è in oro.

Sì, però…

Dobbiamo, in ogni caso, renderci conto che, della cosmetica egizia, esisteva pure un lato negativo spesso sottaciuto e sotto valutato. Infatti le rare informazioni scientifiche che gli Egizi dell’epoca possedevano, non permettevano loro di fare sempre delle scelte corrette nella selezione dei componenti e delle lavorazioni.
L’uso quotidiano di prodotti non perfettamente atossici provocava degli avvelenamenti che, nel lungo periodo, diventavano certamente letali.

Per chi volesse approfondire l’argomento, la conferenza è diventata il Quaderno di Egittologia nr 50 – LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto che è reperibile qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/

Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno

RILIEVO CON SCENA DI GIUBILO

Di Grazia Musso

Calcare, altezza cm 51, lunghezza cm 105
Saqqara, trovato come materie di riutilizzo nel Serapeo
Scavi di Auguste Mariette 1859
Museo Egizio del Cairo – JE 4872

Questo frammento di rilievo nonostante sia stato ritrovato nel corso degli scavi di Mariette al Serapeo, proviene dalla tomba di un dignitario che aveva scelto di farsi seppellire a Saqqara non lontano da Menfi.

La scena doveva occupare l’angolo a sinistra in basso di una parete.

Lo stile e il modo di disporre le figure nello spazio si richiamano direttamente all’arte del periodo successivo all’epoca di Amarna ma anche, nella contrapposizione tra la compostezza delle figure maschili e la libertà di quelle femminili, all’esperienza decorativa del regno di Amenofi III, che aveva saputo elaborate le splendide scene di funerale delle tombe di Ramose e Userhat a Tebe.

Se in Ramose è Userhat è il cordoglio a fungere fa motore della composizione, qui tutto è incentrato su manifestazioni di giubilo per lo svolgimento di un avvenimento che dove a essere riprodotto nella parte superiore destra del rilievo.

La scena mostra a sinistra, un gruppo di donne, disposte su due file, ognuna con in mano un tamburello.

Il battere delle mani sugli strumenti e l’ondulare ritmato dei corpi da non senso di movimento che pervade tutto l’insieme.

I tamburelli, posti ad altezze diverse gli uni dagli altri, conferiscono ad ogni fila un andamento ondulatorio che ribadisce la ripetitività

È come se, da sinistra a destra, fosse rappresentata un’unica donna, ritratta in momenti diversi e successivi della danza.

Questo modo di trasporre il movimento su una composizione piana ha origini antichissime nell’arte egizia e il risultato può essere paragonato a quello che si otterrebbe osservando alcuni fotogrammi in successione di un film.

L’identità di ogni figura femminile è mantenuta attraverso la diversificazione degli elementi del vestiario e degli ornamenti.

In basso a destra, sono raffigurate due bambine nell’atto di suonare i legnetti.

Più composto, anche se dotato di un certo dinamismo, è il corteo di uomini di cui si preservano soltanto tre file, disposte in successione.

Le figure maschili sono rappresentate incedenti da destra verso il centro.

La diversa ampiezza del passo di ogni fila, decrescente da destra verso sinistra, dà l’impressione che gli uomini siano in procinto di fermarsi.

Le braccia sono alzate verso il cielo nel gesto che manifesta giubilo

La diversità del loro abbigliamento dimostra che ogni fila è composta da personaggi con funzioni e cariche specifiche.

I nomi di due sono noti dai geroglifici che accompagnano la scena: si tratta del sedjemash Aanakht e dello scriba Amonkhau.

Fonte

I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Statue, Tutankhamon, XVIII Dinastia

TESTA DI TUTANKHAMON COME AMON

RIVENDICATA DALL’EGITTO E VENDUTA DA CHRISTIE’S

Di Luisa Bovitutti

La testa di Christie’s

Questa testa di quarzite scura alta circa 29 centimetri raffigurante Tutankhamon come Amon è stata venduta all’asta il 4 luglio 2019 da Christie’s nonostante le proteste dell’Egitto che ne chiedeva a gran voce la restituzione.

Il dott. Zahi Hawass, infatti, sosteneva che essa fosse stata trafugata negli anni Settanta dal Tempio di Karnak, ed il dott. Mustafa Waziri, Segretario Generale del Supreme Counseil of Antiquities, l’ente governativo responsabile della conservazione e della valorizzazione dei reperti e degli scavi archeologici in Egitto si era battuto per fermare la vendita fino a che non fosse stata controllata l’origine legittima della statua.

La Casa d’aste londinese evidentemente l’ha dimostrata.

Essa in origine era stata eretta in un non meglio identificato complesso templare dedicato ad Amon ed al momento della vendita apparteneva alla Resandro Collection, una delle collezioni private di arte egizia più famose al mondo; fu acquistata nel 1985 da Heinz Herzer, un antiquario di Monaco di Baviera, ed in precedenza apparteneva a Joseph Messina, un gallerista austriaco che l’aveva comprata nel 1974 dal principe Wilhelm von Thurn und Taxis che la custodiva nella sua collezione dal 1960.

I tratti del viso della scultura sono quelli tipici di Tutankhamon e della tarda arte amarniana: il viso tondo e preadolescenziale, gli occhi a mandorla, la depressione ricurva della cresta sopracciliare arrotondata, le labbra carnose e delicatamente scolpite.

Essi sono analoghi a quelli rappresentati nelle statue del giovane faraone che furono scolpite per il tempio di Karnak, probabilmente per ricordare la restaurazione degli antichi culti dopo la riforma di Akhenaton.

La statua di Karnak prima e dopo il restauro del CFEETK (Foto ©CFEETK/E. Saubestre). Essa è scolpita in arenaria rossastra e sorge all’altezza del sesto pilone, nella Sala degli Annali di Tuthmosis III e nei pressi dei due pilastri araldici di granito che un tempo sostenevano il tetto. Accanto ad essa sorge un’altra statua della dea Amaunet, commissionata da Tutankhamon, il cui nome fu poi scalpellato e sostituito da quello del suo successore Horemheb.

Si vedano a questo proposito la testa di Tutankhamon come Amon oggi custodita al MET di New York e le due statue del giovane sovrano come Amon: una di esse si trova ancora oggi al tempio di Karnak ed è stata restaurata nel 2021 dal Centre Franco – Egiptien d’Etude des Temples de Karnak (CFEETK), l’altra, scoperta nella cachette del tempio di Karnak nel 1904, è esposta al museo di Luxor.

La testa del MET di New York, in granodiorite
La statua in calcare del Museo di Luxor

FONTI del testo e delle immagini:

https://www.ilmattino.it/…/tukankhamon_asta_statua…

https://news.sky.com/…/tutankhamun-sculpture-sold-for-4…

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544691

https://www.ancient-egypt.co.uk/…/tutankhamun%20as…

https://www.thenotsoinnocentsabroad.com/blog/tag/seti+i

http://www.cfeetk.cnrs.fr/…/restauration-statue-amon…/ee

Pictures

INNER CHEST OF TANETCHARU

By Jacqueline Engel

Tanetcharoe’s inner coffin is painted with great attention to detail.
The coffin is decorated with standing figures of gods and offering formulas.

WOOD
THEBES
22 DYNASTY (CA 800 BC)
RMO Leiden Holland

Filosofia

SCONFIGGERE LA MORTE

Riti funerari egizi

Di Livio Secco

Nel corso di quest’anno didattico 2022-2023 ho svolto una conferenza il cui titolo riporto come intestazione del post.
L’argomento, com’è facile immaginare, è vastissimo e, per evitare di essere superficiali, comprende due conferenze delle quali, quest’anno, abbiamo svolto la prima.

Non potendo riportare qui per intero una lezione di due ore, mi permetto di riepilogare alcuni degli aspetti più interessanti.

Sconfiggere la morte

Gli antichi Egizi, amando moltissimo la vita, cercarono di continuarla anche dopo la morte. Per esaudire questa speranza sfruttarono i concetti della religione e della magia che erano fondamentalmente basati sulla morte e rinascita di Osiride uniti al sole, considerato giustamente principio di luce e vita sia in terra che nell’Aldilà.

La religione e la magia scaturirono dall’attenta osservazione della natura e della forza dei suoi fenomeni anche se non sempre queste forze erano visibili ma perfettamente intuibili da parte degli Egizi attenti e ricettivi.

Le culture preistoriche della Valle del Nilo posero le basi per una credenza nella prosecuzione della vita dopo il decesso creando un’eredità che fu sviluppata e modellata da nuove esigenze culturali durante il periodo storico.

I testi guida per il defunto

Per superare i moltissimi pericoli presenti nell’Aldilà si dotava il defunto di un insieme di formule magiche scritte sulle pareti della camera funeraria nell’Antico Regno (Testi delle Piramidi); sui fianchi dei sarcofagi e delle bare nel Medio Regno (Testi dei Sarcofagi) oppure su un rotolo di papiro nel Nuovo Regno (Libro dei Morti).

Tre modalità epigrafiche per i testi sacri: grafia parietale, su sarcofago, su papiro

Uno dei momenti importanti: il funerale

La conferenza, per esemplificare il concetto e la modalità di un funerale, prende come paradigma la tomba TT255, situata a Dra Abu el Naga, del funzionario Roy. Su una parete è raffigurato il suo funerale.

Sconfiggere la morte segue passo passo lo sviluppo del corteo funebre descrivendone i partecipanti identificati traducendo in diretta la didascalie apposte sulle figure.

La scelta è fatta appositamente perché la rappresentazione non è eccessivamente lunga ma è completa delle sue componenti principali.

Esemplificazione di un funerale. Curiosamente la didascalia evidenziata riporta lo stesso verbo scritto in modo errato per tre volte.

Tekenu e muu

La lezione ci mostra che, sebbene le nostre conoscenze egittologiche siano avanzate, non tutto della Civiltà Egizia ci è perfettamente chiaro.

Sconfiggere la morte ci esemplifica questo aspetto presentandoci il TEKENU, un concetto o aspetto funerario decisamente importante ma del quale gli egittologi sanno pochissimo o nulla.

Lo stesso discorso vale anche per i danzatori muu, sebbene in quest’ultimo caso alcune ipotesi avanzate sembrano verosimili.

Due raffigurazioni di tekenu nella tomba TT100 di Rekhmira, visir di Thutmose III e Amenhotep II, XVIII dinastia, Nuovo Regno, Sheik Abd el Gurna.

La mummificazione

La lezione si conclude con un rapido cenno sulla mummificazione. Poiché si tratta di un argomento abbastanza conosciuto, la conferenza analizza alcuni aspetti peculiari.

Fino all’epoca di Thutmose III l’incisione era verticale. In seguito l’incisione seguiva la divergenza del bacino sempre sul lato sinistro in relazione all’Occidente che era il Regno dei Morti. Tutankhamon ha un’incisione contraria senza causalità se non quella di un errore di chi mummificò il corpo del re.

Ad esempio il commercio che si faceva delle mummie nel XIX e nei primi anni del XX secolo destinate ad un mercato occidentale che non solo le musealizzava, ma che le usava anche per scopi ludici e commerciali. Conosciute sono le occasioni per le quali si sbendava una mummia in pubblico sia per sorprendere i propri ospiti che per soddisfare la morbosa curiosità di un pubblico pagante.

Il titolo egizio, dal papiro Edwin Smith, sembra essere ṯȜw n ir n wt [ʧau en ir en wt] “Libro di (ciò) che è relativo al mummificatore”

Conclusa l’esibizione la mummia veniva riciclata per motivi sanitari e rivenduta alle farmacie che ne commercializzavano le parti opportunamente macinate.

La conferenza è diventata uno dei testi appartenenti alla collana dei Quaderni di Egittologia (QdE43), SCONFIGGERE LA MORTE – Riti funerari (prima parte). Per coloro che volessero approfondire l’argomento il testo si trova qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/sconfiggere-la-morte/

Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

GLI INIZI DELLA XIX DINASTIA

XIII secolo a.C

Di Franca Loi

Horemheb è in piedi a fianco del dio Amon, rappresentato di dimensioni maggiori per indicare che è più importante del faraone stesso. Lo stile della statua è tipico dell’era immediatamente successiva alla rivoluzione religiosa e artistica del faraone Akhenaten: i corpi sono poco muscolosi, il ventre e i fianchi arrotondati, il viso giovanile, gli occhi a mandorla, le guance rotonde, le labbra piene e sensuali. Questa statua è identificata da alcuni studiosi come ritratto del faraone Tutankhamon, che sarebbe stato successivamente usurpato da Horemheb. Differenziare i visi dei due sovrani è molto difficile; in ogni caso, l’iscrizione non presenta traccia di cancellazione.

“Due statue rinvenute a Karnak nel 1913, insieme con la famosa stele dell’anno 400, scoperta a Tanis cinquant’anni prima, provano che il faraone della XIX dinastia proveniva dalla zona nord orientale del delta e che era stato innalzato a Visir da Horemhab: Paramessu”, come era chiamato, divenne il re a noi noto come Ramses I.

Testa in pietra scolpita di Paramessu (Ramesse I), originariamente parte di una statua che lo raffigurava come scriba; in mostra al Museum of Fine Arts di Boston
Il faraone Ramses I (1320-1310 a.C.) rappresenta mentre brucia incenso e versa acqua durante una cerimonia. Volume di Ramses I, Valle dei Re, Egitto

Horemheb, non avendo eredi diretti e ormai in età avanzata, lo designò ufficialmente come coreggente e suo successore. Ramses I palesò subito la volontà di proseguire l’operato di Horemheb, che dette l’avvio alla rinascita del paese e che poi morì lasciandolo in pace, ricco, in ordine e sicuro ai confini; aveva Infatti rinnovato il trattato di pace con il re ittita Muvattali.

STELE DEL 400
Alan Gardiner dice che “la famosa stele dell’anno 400, scoperta a Tanis” nel 1863, è una delle prove che il fondatore della diciannovesima dinastia, Ramses I, proveniva dalla zona orientale del Delta e che era stato innalzato a Visir da Haremhab. . La stele fu eretta nell’anno 34 di Ramesse II per il culto del dio Seth di Avaris, qui citato come re (Opehtiset Nubti, riga 7) vissuto 400 anni prima. Sono citati anche altri re (Ramesse II: in alto, e righe 1, 3, 4; Seti I: riga 6). Trovato a Tanis

Anziano quando salì al trono e destinato a non godere a lungo del potere reale, Ramses I è ricordato anche per aver progettato la grande sala ipostila di Karnak che impegnerà i regni del figlio Seti primo e del nipote Ramses II.

Seti I dipinto su un muro della sua tomba (Sandro Vannini)

Con Ramses I si va preparando una nuova politica religiosa che contrappone Ra agli altri dei solari. Il suo è considerato un regno di transizione; nel suo secondo anno volle associarsi il figlio trentenne Sety I, che poi gli succedette. L’associazione al trono era sicuramente ispirata dalla preoccupazione, tipica dei ramessidi, di evitare i problemi di successione che avevano portato alla rovina della diciottesima dinastia.

A sinistra: immagine di Sety I dal suo tempio ad Abydos. A destra: Seti I e il principe ereditario Ramses, futuro Ramses II, davanti alla lista ufficiale dei faraoni (che segue a destra), intenti alla sua lettura. Tempio funerario di Seti I ad Abido.

Horus e Seth, a sinistra, mentre incoronano Ramses II, in un rilievo nel Tempio minore di Abu Simbel.
Wikipedia

In questo periodo l’arte prosegue in una fase di involuzione: vengono abbandonati gli stili del periodo amarniano e si sviluppa un forte desiderio di tornare alla tradizione; si diffonde anche luso di una statuaria monumentale.

Il giovane Memmone, busto colossale di Ramses II in granito. British Museum di Londra. Il profilo del colosso mette in evidenza il doppio colore della pietra

Scarabeo di Ramses II che adora Thot. Walters Art Museum, Baltimora.

Il modellato delle figure ricorda quello del periodo thutmoside. Però a tale processo si associa un gusto nuovo per “l’abbondanza dei particolari e per le superfici mosse da elaborati giochi luministici”. Il rilievo dipinto denota equilibrio ed eleganza nelle forme, la decorazione risulta sobria e molto raffinata, di una bellezza e delicatezza incomparabili.

Le enormi colonne della “Grande Sala Ipostila” di Seti I e Ramses II

FONTE:

  • ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
  • ALAN GARDINER-LA CIVILTÀ EGIZIA-EINAUDI ANTONIO CRASTO
  • LEONARDO ARTE
  • WIKIPEDIA
  • MUSEO EGIZIO TORINO