Tutankhamon

IL BALDACCHINO PARASOLE DI TUTANKHAMON

Di Patrizia Burlini

Tra gli oltre 5000 oggetti trovati nel corredo di Tutankhamon, ce n’è uno che merita particolare attenzione.

Si tratta di quello che per molto tempo è stato considerato un parasole da fissare ad una base.

Il baldacchino parasole nei laboratori di restauro del GEM e nel vecchio allestimento al Museo Egizio di Tahrir Square

In occasione dello spostamento al GEM, molti oggetti del tesoro sono stati restaurati e studiati.

Il team di Nozomi Kawai, professore di egittologia presso l’Università di Kanazawa (Giappone), si sta occupando, assieme agli esperti egiziani, dello studio e restauro di questo oggetto e ha potuto notare che il baldacchino si adatta perfettamente al secondo “carro di stato” di Tutankhamon (vedi anche: I CARRI DA PARATA DI TUTANKHAMON).

Il secondo carro era probabilmente utilizzato per parate regali a passo moderato.

Riporta i nomi di Tutankhamon e della sua sposa Ankhesenamon ed era probabilmente destinato a portare la coppia reale.

Una vecchia ricostruzione del baldacchino inteso come parasole da viaggio

Il baldacchino consiste in una struttura in legno dorata, trapezoidale in pianta, con 28 costole. Carter descrisse l’oggetto come un “baldacchino da viaggio” o un “padiglione portatile”, mancante della base, ipotizzando che probabilmente fosse allestito quando il faraone desiderava ricevere all’aperto o semplicemente voleva sedere all’ombra.

I recenti studi mostrano tuttavia con certezza, come già ipotizzato da alcuni studiosi in precedenza, come i pali del baldacchino mostrino segni di usura alla base, così come la base del carro, dove compaiono dei fori realizzati in posizione corrispondente alla distanza tra i pali del baldacchino (37 cm), tanto da poter confermare che quest’ultimo fosse fissato al carro (vedere foto allegate).

La superficie esterna del corpo del secondo carro di stato, in cui sono evidenti le posizioni di fissaggio dei 4 pali del baldacchino
Una ricostruzione del baldacchino con il secondo carro di stato

Al GEM il carro e il parasole saranno esposti vicini, essendo troppo fragili per essere assemblati assieme.

Un esempio di parasole su un carro, proveniente dal tempio di Luxor, periodo Ramses II battaglia di Kadesh

Fonti e link:

Cose meravigliose, Tutankhamon

I CARRI DA PARATA DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Carter 120 e 122. Legno dorato con inserti in pietre semipreziose e pasta di vetro. Dimensioni totali (Carro 120): 250x180x118 cm. Qui: Riproduzione del carro 120 in mostra a New York
I quattro carri dell’Anticamera, tra cui i due da parata, accatastati a sinistra dell’ingresso sulla parete est

Nella tomba di Tutankhamon sono stati ritrovati ben 6 carri; di questi, due erano riccamente decorati e probabilmente usati solo in occasione di celebrazioni o parate. Nell’Anticamera insieme a questi carri da parata (chiamati “Carri di Stato” o “da cerimonia” da Carter) ne sono stati trovati altri due, di struttura più pesante e costruzione e decorazioni più semplici. Altri due carri furono trovati infine nella Camera del Tesoro; leggermente più piccoli e leggeri, questi ultimi erano in condizioni pessime e con diversi pezzi mancanti.

Mace e Lucas al lavoro sul cassone del carro 120
Una ruota appena estratta dalla tomba viene trasportata al laboratorio di Callender

I pianali dei due carri da parata sono racchiusi da sottili assi di legno interamente ricoperti di gesso e oro e ulteriormente decorati con vetri intarsiati e avorio. I pianali dei due carri della Stanza del tesoro erano invece in parte di cuoio (marcito nel tempo) originariamente decorato con rivestimento in oro.

Tutankhamon in forma di sfinge antropocefala schiaccia i nemici dell’Egitto sul pannello laterale del carro 120
Il dio Bes riprodotto all’esterno del pianale del carro 120

Carter odiò i carri con tutto il cuore. I quattro nell’Anticamera erano accatastati uno sull’altro, gli assali segati per farli entrare nella tomba, con ulteriore scompiglio portato dai predoni nell’antichità e i finimenti in cuoio erano marciti. Estrarli, stabilizzarli e ricomporli fu un incubo. Solo il carro 122 era diviso in un centinaio di pezzi da riassemblare senza rovinare i decori…

Il meraviglioso pannello centrale del carro 120 nella foto originale di Burton
L’interno del pannello centrale del carro 120
Particolare dell’interno del pannello centrale del carro 120, con i tradizionali nemici dell’Egitto vinti e prigionieri

Prima della scoperta della tomba di Tutankhamon, solo altri due carri erano venuti alla luce (insieme al cassone di un carro di Tuthmosis IV praticamente distrutto): uno (ora esposto a Firenze) appartenuto a Kenamun, fratello di Amenhotep II, e l’altro trovato nella tomba di Tuya e Yuya da Davis, ma entrambi ben lontani dalla magnificenza dei carri di Tutankhamon.

Il carro 122, il secondo carro da parata, e la sua estrazione dalla tomba

La struttura ricorda quella dei carri Hittiti, senza sedile e con un cassone aperto dietro per permettere di salire e scendere in velocità, ma più leggera (portava al massimo due persone contro i tre del carro hittita) e raffinata, con un pianale in strisce di cuoio intrecciate (originariamente ricoperte con peli di animali o tessuto spesso di lino) che forniva un discreto molleggio e ruote a sei raggi leggere e robuste formate da 6 sezioni a V unite insieme ed al mozzo con strisce di pelle con battistrada in cuoio.

I particolari del carro 122 e del suo splendido decoro

Nel particolare si vede come il disco solare abbia inscritto il prenomen di Tutankhamon (Nebkheperure, Signore del Divenire come Ra) con lo scarabeo alato (Kheper = trasformazione, divenire) sopra i tre trattini del plurale ed il simbolo Neb (il cesto di vimini = padrone, signore) e con il simbolo del disco solare di Ra tra le ali

Sappiamo dalle raffigurazioni dell’epoca che le redini erano lunghe abbastanza per legarle dietro la schiena dell’auriga, spesso il Faraone in persona. Caratteristica dei carri da parata anche un falco solare in oro fissato sulla stanga come emblema del sovrano.

I paraocchi dorati trovati insieme al carro 122, foto di Sandro Vannini (in alto) e foto originale di Burton (in basso)

L’interno del carro 122, decorato più semplicemente con disegni di piume, spirali ed occhi di bue

Secondo una delle tante ipotesi, la caduta da uno dei carri da caccia sarebbe stata la causa della morte del Faraone, ipotesi ancora da comprovare.

I carri da cerimonia sono interamente placcati in oro. Il cassone del carro più decorato, il 120, presenta una lavorazione a sbalzo con motivi a spirale; il pannello centrale mostra i cartigli del Faraone con ai lati due urei e le piante araldiche di Alto e Basso Egitto. Le aperture sulle fiancate sono decorate con motivi floreali in pietre semipreziose, vetro e ceramica. Sul giogo di uno di questi carri sono rappresentate le sagome di due prigionieri, uno asiatico ed uno nubiano. Il carro 122, invece, ha una decorazione in stile “rishi” (le piume dell’uccello Ba o le ali di Iside). Al carro 122 appartiene anche una decorazione in forma di falco solare tra i più belli di questo tipo.

Questo baldacchino potrebbe essere stato montato sul carro 122 secondo le ultime ricostruzioni (vedi anche: IL BALDACCHINO PARASOLE DI TUTANKHAMON)
Nei punti indicati sarebbe stato inserito il baldacchino con un meccanismo ad incastro
Ricostruzione del carro 122 con il baldacchino montato
Raffigurazione di un carro del Faraone con il baldacchino montato – Ramses II a Qadesh

Guardando questi due carri da parata possiamo visualizzare quanto riportato in una tavoletta di Amarna, riferita ad Akhenaton che stabilisce i confini della sua nuova capitale:

Sua Maestà salì su un grande cocchio d’oro e d’argento, come Aton quando sale all’orizzonte e riempie la terra del suo amore

Come confronto, uno dei carri da caccia di Tutankhamon esposto al museo militare del Cairo dove è rimasto fino al trasferimento al GEM di Giza. Secondo l’ipotesi dell’incidente, il Faraone sarebbe caduto e sarebbe stato travolto da un carro come questo, anche se è tutto da dimostrare
Il carro di Kenamun esposto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Per approfondire: https://museoarcheologiconazionaledifirenze.wordpress.com…

La ricostruzione moderna di una ruota da carro egizio, con evidenziata la struttura composita a “V” dei raggi. Joukowsky Institute for Archaeology & the Ancient World, Brown University, Richmond (Virginia)

L’imballo del carro 122 per il trasferimento al nuovo GEM a Giza

Fonti:

  • Museo Egizio del Cairo
  • Grand Egyptian Museum, Giza
  • Howard Carter, Tutankhamon, 1984
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Kawai N et al. The ceremnial canopied chariot of Tutankhamun (JE61990 and JE60705): a tentative virtual reconstruction. CIPEG Journal 4 (2020)

Foto: Museo Egizio del Cairo, kairoinfo4u on flickr, Robert Harding, Sandro Vannini, JICA (Japan International Cooperation Agency), The Griffith Institute

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

USHABTI DEL LUOGOTENENTE HAT

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 20.2
Tuna el-Gebel, acquistato nel 1907
Museo Egizio del Cairo – JE 39590

Questo ushabti proviene da scavi clandestini effettuati nella necropoli di Tuna el- Gebel, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte a Tell el-Amarna, dove probabilmente Hat, luogotenente delle truppe su carro, possedeva una tomba.

Il reperto è in calcare giallo e presenta segni di policromia; le labbra rosse, la parrucca che conserva tracce di blu, mentre gli occhi, le sopracciglia e gli angoli della bocca sono delineati in nero.

Le orecchie hanno i lobi forti, elemento tipico dell’iconografia amarniana.

La statuetta ha le braccia conserte e in ciascuna mano impugna una zappa, mentre un cesto pende oltre la spalla sinistra.

Gli ushabty con attrezzi agricoli come zappe, sacco, ceste appese alle estremità di un bilanciere compaiono proprio durante la XVIII Dinastia, ma nel periodo amarniano sono molto rari, soprattutto per i privati, poiché le pratiche e le credenze di ispirazione osiriana erano state abbandonate.

In alcuni casi, però, la religione tradizionale e quella atoniana convissero senza dicotomia, come dimostra la presenza, su questa statuetta, di un inno ad Aton accanto a brani del Capitolo 6 del Libro dei Morti, senza alcuna allusione però ai lavori nell’aldilà.

Sul corpo mummiforme di Hat sono iscritte 9 linee di testi contenenti una formula d’offerta ad Aton in favore del ka del defunto.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio

LA XVII DINASTIA

Da Antef V a Senekhtenra Ahmose

Di Piero Cargnino

Questa dinastia subentra alla effimera XVI dinastia e si compone di principi tebani anche se per un breve periodo continua ad essere vassalla della XV dinastia Hyksos. Manetone parla di sovrani misti, 43 egiziani e 43 Hyksos che regnarono per 151 anni. Ovviamente la lista di Manetone non è del tutto attendibile in quanto non supportata da fonti più o meno accertate. Come già detto il Canone Reale di Torino non riporta dettagli ma solo un totale complessivo ed alcuni nomi compaiono, senza alcun ordine, nella Sala degli Antenati di Karnak. Per quanto ci riguarda noi seguiremo la lista compilata da Jurgen von Beckerath, che concorda con quella di Cimmino, tranne sulla posizione di Antef V, i faraoni sarebbero 14. La sequenza che seguiremo non pretende di essere quella esatta, in assenza di fonti più attendibili; il Canone Reale, in quanto unica lista a riportare tutti i sovrani di questa dinastia nella colonna 11 si presenta molto danneggiato e la ricomposizione dei vari frammenti si presenta difficile per cui la lettura si presta a varie ricostruzioni. Vediamo ora nel seguito i vari faraoni che hanno regnato nella XVII dinastia.

NEBUKHEPERRA INTEF (ANTEF V)

Più semplicemente Antef V è stato il primo sovrano della XVII dinastia. Questa affermazione, che trova concordi von Beckerath e Cimmino, è contestata da molti egittologi secondo i quali il fondatore della dinastia sarebbe Rahotep Sekhemrewakhaw. Secondo Schneider, Rahotep sarebbe invece appartenuto alla tarda XIII dinastia. Antef V è riportato nel Papiro Abbott, risalente al regno di Ramesse IX, che riporta la trascrizione di una indagine sui saccheggi ad alcune tombe reali tra le quali la sua.

Il suo nome non compare in nessuna delle liste note così come nel Canone Reale a causa di una grossa lacuna in corrispondenza della colonna 11, si pensa che la lacuna avesse contenuto almeno cinque nomi.

Non si conosce la durata del suo regno, unica data che lo riguarda si trova in un decreto rinvenuto a Copto ed è quella del terzo anno di regno. Nella collezione del Museo di Leiden è custodito un raro diadema o corona intarsiata, composto da argento con ureo dorato e intarsi in vetro o maiolica, trovato in una tomba a Dra’ Abu el-Naga’ la cui provenienza si presume sia la tomba reale di Nubkheperra Intef , diciamo che si presume poiché il ritrovamento è avvenuto all’alba dell’egittologia quando non era ancora diffusa la pratica della registrazione della provenienza.

RAHOTEP SEKHEMREWAKHAW

Come detto sopra, per alcuni sarebbe lui il fondatore e primo faraone della XVII dinastia ma noi continuiamo a seguire la lista di von Beckerath che lo pone al secondo posto. Troviamo Rahotep su di una stele trovata a Copto dove egli stesso dichiara di aver provveduto al restauro del tempio locale di Min e di aver fatto sostituire i portali con altri nuovi.

Nel tempio di Abidos un’iscrizione esalta il sovrano per aver fatto eseguire i restauri del tempio stesso e di quello dedicato ad Osiride. Il suo cartiglio compare nella Sala degli Antenati di Thutmosi III nella posizione 54 ed in parte anche nel Canone Reale dove è citata la durata del suo regno di 3 anni, mentre una lacuna non presenta i mesi e i giorni.

Troviamo ancora il suo nome sulla stele di un ufficiale e sull’arco di un enigmatico “Figlio di re”. Un tempo si credeva che fosse lui il re che viene nominato nel racconto di epoca ramesside “Khonsuemheb e lo spirito” ma dagli ultimi esami effettuati pare che si tratti di un errore di lettura e che in realtà sia citato il prenomen di Montuhotep II della XI dinastia.

In quanto ai rapporti con i paesi stranieri non si sa nulla a causa dell’intricato accavallarsi, nello stesso periodo, di ben cinque dinastie, l’ultima parte della XIII fino alla XVII. Nulla si sa della sua tomba anche se secondo alcuni sarebbe stato sepolto nella necropoli di Dra’ Abu el-Naga’. Per quanto riguarda la sua famiglia tutto quel che si conosce è che suo figlio sposò una figlia del suo successore Sobekemsaf.

SEKHEMRE WADJKHAW SOBEKEMSAF I

Sekhemre Wadjkhaw, o come viene comunemente chiamato, Sobekemsaf I è il terzo faraone della XVII dinastia. Conosciuto tramite delle iscrizioni che compaiono sulle rocce di Wadi Hammamat nel Deserto orientale e che raccontano di una spedizione mineraria alle cave di roccia compiuta durante il suo regno dove viene citato l’anno 7; questo prova che ci fu una ripresa dell’estrazione di minerali.

Sobekemsaf I compare inoltre in un bel rilievo sulle pareti del Tempio di Monthu a Medamud, da lui fatto restaurare e decorare, mentre compie un’offerta davanti agli dei.

A testimonianza che esercitò il controllo su tutto l’Alto Egitto la sua intensa attività edilizia è stata rilevata, oltre che nella regione tebana, ad Abydos e Elefantina.

Sposato con la regina Nubemhat ebbe un figlio che porta lo stesso nome ed una figlia Sobekemheb che andò sposa di Ameni, figlio del suo predecessore Rahotep. Sobekemsaf I fu sepolto in una tomba nella necropoli di Dra Abu el-Naga, esisteva però il dubbio che la tomba appartenesse ad un altro sovrano dal nome simile, Sobekemsaf Shedtawy ma di quest’ultimo si sa che la sua tomba “fu completamente derubata nell’antichità”, come riportato nel Papiro Abate III 1-7.

Nella tomba di Sobekemsaf I, non è stato trovato il suo prenomen ma, secondo Kim Ryholt, si può comunque assegnare a questo sovrano. La ragione è molto semplice, nella tomba è stato rinvenuto un grande scarabeo a cuore, incastonato in un supporto d’oro contenente il nome di Sobekemsaf’, Ryholt ne dedusse che i ladri di tombe non avrebbero trascurato un oggetto così grande e prezioso se la tomba fosse appartenuta a Sobekemsaf Shedtawy violata.

Ryholt e Dodson attribuirono quindi a Sobekemsaf I anche una cassa in legno per i vasi canopi che riportava il nomen del sovrano. Da quanto sopra descritto, tra sovrani con lo stesso nomen, ma dal prenomen diverso, e la scarsità di riferimenti più precisi si può capire quanto arduo sia il districarsi tra quel poco che si conosce nella maggioranza dei sovrani di questi periodi.

SEKHEMRA  SEMENTAWY  DJEHUTI

Sementawy Djehuti è il quarto faraone della XVII dinastia secondo Jürgen von Beckerath che, con Hans Stock lo identificò con il Sechemra S…… del Canone Reale di Torino. Claude Vandersleyen e Christina Geisen, invece, lo assegnano alla fine della XIII dinastia, mentre Kim Ryholt lo vede come il secondo re della XVI dinastia. Il suo nome del trono, compare come Sekhemra Sementawy nella Lista dei Re di Karnak e, come detto sopra, ma in parte lacunoso, nel Canone Reale come “Sekhemra S…..” nella riga 11 colonna 3.

La sua esistenza è confermata anche dal ritrovamento a Edfu, nel tempio di Horo, di un blocco di pietra raffigurante il faraone Djehuti recante sul capo la corona rossa del Basso Egitto mentre riceve la vita (ankh) da una divinità, oltre ad altri blocchi di pietra che recano il suo nome, un altro blocco, con il suo nome di trono e il suo nome proprio, venne ritrovato a Deir el-Ballas.

Nella necropoli di Dra Abu el-Naga intorno al 1822 è stata rinvenuta una cassa in giunchi per cosmetici forse appartenente alla moglie, la regina Mentuhotep, oggi è custodita al Museo di Berlino. Anche il sarcofago della regina era già conosciuto nel 1832, ma poi è andata perduta e rimangono solo le copie delle iscrizioni.

In tempi più recenti è stata avanzata l’ipotesi che Sementawy Djehuti potrebbe essere appartenuto alla XIII dinastia, ad avvalorare tale ipotesi ci si baserebbe sulla classificazione stilistica delle iscrizioni che compaiono sul sarcofago della moglie. A questo punto, in assenza di certezze, la collocazione del sovrano rimane incerta.

SEANKENRE  MENTHHOTEP  VII

Questo sovrano compare nel Canone Reale in modo frammentario nella riga 11 colonna 4 come “Sewadj…..ra”. E’ conosciuto perché compare sul frammento di una stele trovata a Karnak nella quale compare un’iscrizione riferita ad una vittoria militare dove viene specificato che abbia regnato solo sulla regione tebana. Sono state rinvenute anche due sfingi di Mentuhotep VII a Edfu. Sappiamo inoltre che la sua sposa principale fu Satmut ed uno dei suoi figli si chiamava Herunefer.

Anche qui, a conferma dell’incertezza che regna, Kim Ryholt, a differenza di von Beckerath, assegna questo sovrano alla XVI dinastia.

NEBIRYRAW I  SEWADJENRE 

Il Canone Reale lo riporta alla riga 11 colonna 5 come Nebiriaura e gli assegna 19 anni di regno anche se per altri sarebbero 26.

Conosciuto principalmente dalla cosiddetta “Stele giuridica”, trovata nel 1927 durante il consolidamento della Grande Sala Ipostila di Karnak, che riporta la vendita della carica, ereditaria, di governatore di El-Kab tra il titolare ed un principe della casa reale, e riporta la data del suo: <<……1º anno di regno, ultimo giorno del 4º mese di akhet……>>, oggi al Museo del Cairo (JE 52453).

Sempre al Museo del Cairo (JE 33702) è conservato un pugnale di rame, scoperto da Flinders Petrie alla fine degli anni ’90 dell’ottocento in un cimitero di Hu, che porta il suo nome del trono, Nebiryraw Sewadjenre.

Il sovrano compare anche su una piccola stele, oggi nella collezione egizia di Bonn, insieme alla dea Maat. I vari sigilli di Nebiryraw sono tutti in argilla, al posto della solita steatite, questo ci porta a pensare che durante il suo regno non si siano verificate spedizioni minerarie nel deserto orientale. Due sigilli di Nebiryraw sono stati rinvenuti nella zona di Lisht dove governavano gli Hyksos, verrebbe da pensare che le due dinastie intrattenessero rapporti diplomatici anche se nulla lo prova. Il nome del trono di Nebiryraw compare sul piedistallo di una statuetta bronzea del dio Arpocrate citato come “Il buon dio (Sewadjenre), vero di voce”, con lui vengono citati anche altri nomi reali tra i quali “Ahmose” e “Binpu”.

Penso sia superfluo precisare che la statuetta non è ovviamente contemporanea ma molto più tarda in quanto il culto di Arpocrate fu introdotto in Egitto all’epoca tolemaica, circa 1500 anni dopo.

NEBIRYRAW II

Questo sovrano ha creato non pochi dubbi agli egittologi, inizialmente si pensava ad un errore dello scriba, redattore del Canone Reale, il quale avrebbe ripetuto il nome del precedente sovrano nella colonna successiva, la 6 della riga 5. In seguito alla scoperta di un amuleto a forma di sarcofago di Osiride nella tomba di Djer oltre ad un sigillo sull’isola di Uronarti in Nubia sui quali compariva parte della titolatura del sovrano, è stato possibile accertarne la storicità. Gli egittologi ritengono che sia figlio del suo predecessore Nebiryraw I,  un oscuro re completamente ignorato da fonti archeologiche contemporanee. Per quanto riguarda le fonti  non contemporanee, per Nebiriau II fa fede il Canone Reale e la statuetta in bronzo  del dio Arpocrate citata sopra dove compaiono le scritte “Il buon dio Sewadjenre, deceduto” e “Il buon dio Neferkare, deceduto”. Sewadjenre era il nome del trono di Nebiryraw I e tutto porta a credere che Neferkare fosse il nome del trono di Nebiryraw II. A complicare le cose l’egittologo A. Leahy propone che i due reperti andrebbero messi in relazione con il sovrano Khendjer della XIII dinastia.

SEMENRE

Ancora più complessa l’attestazione di questo oscuro faraone tebano, successore dell’altrettanto oscuro Nebiryraw II. Semenre regnò un anno, per Kim Ryholt dal 1601 al 1600 a.C. con la XVI dinastia mentre secondo Detlef Franke regnò nel 1580 ca. con la  XVII dinastia. Di lui si conosce il nome del trono, Nesout-bity, inciso su una testa d’ascia di peltro-bronzo di provenienza ignota, oggi conservata al Petrie Museum di Londra (cat. UC30079). In assenza di lacune probabilmente si troverebbe nel Canone Reale nella riga 12 colonna 7. Anche qui è necessario precisare che l’esatta collocazione di questo faraone, come per altri di questa dinastia, è molto dibattuta e controversa.

SEWOSERENRE  BEBIANKH

Anche la collocazione di questo sovrano è più che mai incerta, da molti viene collocato nella XVI dinastia e considerato figlio di Sewadjenre Nebiryraw I. Il Canone Reale lo cita alla riga 11 colonna 8 assegnandogli un regno di 12 anni. Da una stele trovata a Gebel Zeit, che riporta  i suoi nomi reali Sewoserenre e Bebiankh, si riscontra che  durante il suo regno venne condotta un’attività mineraria di estrazione della galena in questa zona dal Mar Rosso. E’ conosciuto anche per aver costruito un’estensione del Tempio di Medamud. Il suo nomen di Bebiankh è stato rinvenuto su un pugnale in bronzo, privo del pomo, trovato a Naqada, oggi al  British Museum (Cat. BM EA 66062). Non si conosce il luogo in cui fu sepolto.

SEKHEMRA  SHEDTAWY  SOBEKEMSAF  II

Sobekemsaf II è un faraone noto tramite diversi documenti, compare nel Canone Reale nella riga 11 colonna 9 e nella Sala degli Antenati di Karnak nella posizione 54. Nel Canone Reale il prenomen del sovrano compare in modo diverso, sta scritto “Seduaset” (Salvatore di Uaset, Tebe) al posto di  “Shedtawy” (Potente è Re; Soccorritore delle Due Terre), la ragione non è conosciuta.

Questo faraone è famoso anche per essere citato nel Papiro Abbott, il già citato papiro dove sono riportati i verbali dell’indagine sui violatori di tombe reali, nella necropoli di Dra Abu el-Naga (il cimitero degli Antef), ordinata da Ramses IX, della XX dinastia. Dal verbale si rileva che le tombe di Sobekemsaf II e quella della sua sposa Nebkhas risultavano completamente saccheggiate.

Nel Papiro Leopold Amherst, datato all’anno 16, III Peret giorno 22 di Ramesse IX, sono riportati i processi con le relative confessioni degli uomini responsabili del saccheggio della tomba. Scopriamo che un certo Amenpnufer, figlio di Anhernakhte, uno scalpellino del tempio di Amon Ra:

<<…….si è abituato a derubare le tombe [di nobili a Tebe occidentale] in compagnia dello scalpellino Hapiwer……>> confessando che: <<…….andammo a derubare le tombe……e trovammo la piramide del [re] Sekhemra Shedtawy, figlio del Re Sebekemsaf, che non era affatto come le piramidi e le tombe dei nobili che abitualmente andavamo a derubare…….>>.

Il Papiro Abbott, come pure il Papiro Amherst riportano che Sekhemra Shedtawy Sobekemsaf fu sepolto insieme alla sua sposa, la regina Nubkhaes (II) nella sua tomba reale. Questo emerge dagli atti del processo dove Amenpnufer testimonia che lui e i suoi compagni hanno scavato un tunnel nella piramide del re con i loro strumenti di rame:

<<……poi abbiamo sfondato le macerie……. abbiamo trovato questo dio (re) sdraiato sul retro del suo luogo di sepoltura. E trovammo che il luogo di sepoltura di Nubkhaes, sua regina, era situato accanto a lui…….>>.

Inutile dire che Kim Ryholt lo colloca nella XIV dinastia mentre altri lo collocano alla fine della XIII, tanto per ribadire il caos a cui si va incontro esaminando questo periodo, ma noi non ci perdiamo d’animo e proseguiamo. Alcuni egittologi ipotizzano che Sobekemsaf II fosse il padre sia di Sekhemra Wepmaat che di Nubkheperre Intef, questo in virtù di un’iscrizione che compare sullo stipite di una porta rinvenuto nelle rovine di un tempio della XVII dinastia a Gebel Antef, sulla strada Luxor-Farshut, all’inizio degli anni ’90, costruito durante il regno di Nubkheperre Intef, l’iscrizione cita “Antef genero di Sobekem……). Dal coacervo di ipotesi che si accavallano e si contraddicono, avanzate da vari egittologi, e che non sto a riportare, in conclusione riesco a dedurre che il suo probabile successore sia stato Antef VII (o Intef).

SEKHEMRA HERUHERMAAT  INTEF

Continuiamo ad elencare questi oscuri sovrani dai nomi sempre più impronunciabili e dalla collocazione sempre incerta. Per quanto riguarda Sekhemra Heruhermaat Initef, certi studiosi lo chiamano Antef VII, altri Antef VIII altri ancora Initef, Manetone lo chiama Antef ed afferma che fu re a Tebe. Probabilmente fu il fratello del suo predecessore di cui curò i riti funebri.

Al Museo del Louvre (E 3020) è conservato il sarcofago ligneo antropoide di questo faraone (?) dove compare il nome Sekhemra Heruhermaat, il cartiglio tracciato sulla collana con vernice nera è molto grossolano il che denuncia una trascuratezza decisamente non regale. Viene da pensare che questo sovrano abbia regnato talmente poco da non essere neppure riuscito a far preparare il proprio arredo funebre. Probabilmente si sarà ricorsi ad un sarcofago preparato per un privato adattandolo frettolosamente salvo poi dipingergli il cartiglio in un modo così sconveniente per un re.

Sulla base del ritrovamento di due cartigli affiancati uno dei quali reca i nomi di Nubkheperre Intef (o Iniotef) mentre l’altro è illeggibile anche se secondo alcuni è ipotizzabile che si tratti di Sekhemra Heruhermaat Intef., Kim Ryholt afferma che è probabile che Sekhemra Heruhermaat Intef sia morto in modo prematuro ed inaspettato e per la sua sepoltura sia stato utilizzato parte del corredo funebre di Nubkheperre Intef. Questo dimostrerebbe che i due fratelli potrebbero aver regnato contemporaneamente. Contrario a questa teoria è l’egittologo Aidan Dobson secondo il quale la cosa non sarebbe possibile in quanto la forma del nome “Initef”, adottata sarebbe stilisticamente diversa dalle altre iscrizioni presenti sul sarcofago.

Sempre sul sarcofago del re viene esplicitamente confermato che a seppellirlo fu suo fratello Nubkheperre Intef. A conferma che i due sovrani fossero fratelli, entrambe figli di uno dei due re Sobekemsaf, come detto sopra, c’è l’iscrizione sullo stipite di una porta nelle rovine di un tempio a Gebel Antef. Questo intreccio di nomi più o meno uguali è attualmente oggetto di studi e dibattito tra gli egittologi che stanno seguendo la XVII dinastia, alla luce delle nuove scoperte archeologiche nella necropoli reale di Dra Abu el-Naga, nell’intento di rivedere l’ordine cronologico dei re di nome Antef o Intef.

Nulla si conosce di una eventuale moglie di Sekhemra Heruhermaat Intef o di suoi discendenti, di lui sono solo pochi reperti che attestano la sua esistenza e il suo regno. Anche la sua tomba è menzionata nel Papiro Abbott dal quale risulta però che a quel tempo la sua tomba non era stata saccheggiata. Con ogni probabilità la sua tomba è rimasta intatta fino alla seconda metà del XIX secolo quando i tombaroli la scoprirono disperdendo il suo contenuto. Nel 1854, Auguste Mariette riuscì ad acquistare parte del corredo funebre di Sekhemra Heruhermaat Intef tra cui il sarcofago di legno dorato e la cassa dei canopi.

La lama di un’ascia di bronzo con inciso il suo nome si troverebbe oggi al Museo Egizio di Berlino mentre il pyramidion della piccola piramide che un tempo copriva la sua tomba si trova presso il British Museum.

SENEKHTENRA AHMOSE

Faraone di scarsa importanza, come d’altronde molti altri che lo hanno preceduto, Senekhtenra Ahmose compare, con il prenomen di Sekhetenra, alla posizione 26 della Sala degli Antenati dell’Akh-Menu di Thutmosi III a Karnak oltre che in due tombe nella necropoli di Deir el-Medina.

Oltre a ciò la sua esistenza è riscontrabile solo da testimonianze postume, tutto porta a pensare ad una breve durata del suo regno, pochi mesi o un anno al massimo. Secondo Kim Ryholt forse era il figlio di Initef (Antef VII), inoltre, essendo considerato come uno dei Signori dell’Ovest (Principi di Tebe) che precedettero i regni di Seqenenra Ta’o e di Kamose, viene ritenuto un componente della famiglia degli Ahnose per cui potrebbe essere lo sconosciuto marito della principessa Tetisheri, nonna di Ahmose.

Ryholt fa osservare inoltre che il suo nomen avrebbe potuto essere sia Siamun che Ta’a, questo secondo quanto rilevato da due sigilli rinvenuti in una tomba a Dra Abu el-Naga dove su uno è riportato il nomem Siamun sull’altro compare il prenomen Seqerenra ed il nomen Ta’a.

Alcuni sostengono che Siamun abbia solo la funzione di epiteto, in quanto tale andrebbe posto in luogo del nomen subito prima del titolo “Figlio di Ra”, altri ritengono invece che Siamun sia più un nome che un epiteto. La presenza dei due sigilli praticamente identici come fattura trovati insieme induce a pensare che siano stati eseguiti contemporaneamente e messi nella tomba con il suo destinatario. Di qiuesto sovrano non si conosce altro tranne che a lui successe Seqenera Ta’o.

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
Kemet Djedu

L’USHABTI DI AMEN-HOTEP

Di Livio Secco

Il reperto del Museo Egizio del Cairo con il codice JE66247 pubblicato qui è un ushabti, cioè di una di quelle statuine antropomorfe che, secondo la religione egizia, avrebbero magicamente preso vita nell’Aldilà svolgendo gli incarichi al posto del defunto che, in questo modo, li avrebbe evitati.

Infatti alla chiamata di un dio sarebbe stato lo ushabti a rispondere. Non per niente il suo nome deriva dal verbo wšb [uʃeb] con il significato appunto di “colui che risponde”.

Gli ushabti venivano donati ai defunti più o meno come noi portiamo ai funerali mazzi o corone di fiori.

È credibile che esistessero degli artigiani che li preparassero con una produzione che potremmo dire quasi in serie. Venivano poi personalizzati all’ultimo, al momento della vendita con le iscrizioni dedicatorie opportune.

Poiché le due iscrizioni sembrano redatte con un inchiostro diverso, si può ipotizzare che l’iscrizione frontale fosse stata dipinta al momento della produzione del reperto. Amen-hotep era un nome comunissimo durante la XVIII dinastia ed il testo è generico.

La seconda colonna, messa di fianco, è sicuramente un’aggiunta posteriore, dipinta e personalizzata al momento della vendita.

Dalla traduzione del doppio testo ci deriviamo che, incaricato della sepoltura, fu il fratello del defunto.

Entrambe le colonne di testo si leggono da destra a sinistra, dall’alto al basso. Ho pure aggiunto la pronuncia secondo il codice IPA.

Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

USHABTI DI AMENHOTEP

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 29
Tebe Ovest, Sheikh Abd El-Qurna
Scavi del Metropolitan Museum of Art 1936
Museo Egizio del Cairo – JE 66247

La statuina appartiene al defunto Amenhotep, come ricorda il geroglifico della colonna centrale.

Il testo della colonna di destra “da parte di suo fratello Senu, il quale fa vivere il suo nome” si ricollega al fatto che il culto funerario di Amenhotep era affidato alle mani del fratello, grazie al quale si sarebbe conservata la sua memoria dopo la morte.

L’ANALISI DELLE ISCRIZIONI A CURA DI LIVIO SECCO

Il corpo dell’ushabty, come simboleggia il colore bianco utilizzato, è completamente avvolto nelle bende di lino, da cui fuoriescono soltanto le mani incrociate sul petto.

La barba posticcia e la parrucca striata sono in azzurro, gli occhi, molto espressivi contornati sono di colore nero come le sopracciglia.

Fonte

I tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

E' un male contro cui lotterò

PATOLOGIE GASTROINTESTINALI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto come i “metu”, i vasi del nostro corpo, nella medicina egizia si irradiavano dal cuore e convergevano verso l’ano, da cui dovevano essere eliminate tutte le sostanze nocive per il nostro organismo – compresi i demoni – prima di tornare al cuore.

Si capisce quindi come i papiri medici facciano particolare attenzione al tratto gastrointestinale, a partire dallo stomaco – la “bocca del cuore” – a cui è dedicato tutto un capitolo del Papiro Ebers, il “Libro dello Stomaco”, tanto che Erodoto menzionò come gli Egizi fossero “ossessionati dal loro intestino”. Non per niente ben 3 dei 4 vasi canopi tradizionali erano dedicati all’apparato digerente:

– Duamutef, a testa di sciacallo, conteneva lo stomaco sotto la protezione di Neith

Un bellissimo vaso canopico in alabastro della XXVI Dinastia (ca 600 BCE) raffigurante Duamutef e destinato a contenere lo stomaco del defunto. Smithsonian Institute

– Imseti, a testa umana, conteneva il fegato sotto la protezione di Iside

Vaso canopico destinato a contenere il fegato del defunto con la testa di Imsety e l’invocazione ad Iside, ad esso correlata (Metropolitan Museum di New York, Collezione Davis)

– Qebehsenuf, a testa di falco, conteneva l’intestino sotto la protezione di Selqet

Qebehsenuf a testa di falco, vaso canopo contenente gli intestini del defunto risalente al Nuovo Regno – proveniente da Abydos ed ora al Met Museum di New York

Come anche per i polmoni, la conservazione nei vasi canopi non facilita l’esame dei resti pervenuti fino a noi. Da qualche anno è però partito il progetto “Canopic Jar” capitanato da Frank Rühli (che abbiamo incrociato nell’analisi della mummia di Tutankhamon) che ci permetterà nuove scoperte in questo campo. È già stato possibile dimostrare la presenza di Escherichia coli in un bambino morto durante il regno di Amenhotep II (XVIII Dinastia) probabilmente di setticemia causata da questo batterio.

Come appare ai moderni paleopatologi il contenuto di un vaso canopo. Le difficoltà per esaminarne il contenuto sono enormi

Apparentemente il terrore dei medici egizi era il blocco delle funzioni a qualunque livello: la parola che ricorre di più nel Papiro Ebers è “shena” (ostruzione, blocco), con indicazioni per il medico su come riconoscere le contrazioni peristaltiche, la stenosi pilorica (ostruzione del flusso in uscita dallo stomaco) e, per la prima volta nella storia della medicina, come effettuare un esame delle feci.

La stenosi ipertrofica del piloro colpisce soprattutto i lattanti; era già diagnosticata nell’Antico Egitto e viene curata chirurgicamente al giorno d’oggi

Veniva intuita un’origine diversa per alcune patologie (“Se l’addome è caldo e c’è un’ostruzione dello stomaco, allora dirai: <è una malattia del fegato>”), ma, come sempre, con le limitazioni di una mancata conoscenze della fisiologia e dell’eziologia delle malattie.

Una “ostruzione” era anche l’ingestione di cibi avariati: “Il suo stomaco emette dei rumori; l’addome è prominente e le feci pallide; il cuore batte forte ed è caldo: il paziente soffre di un gonfiore profondo dovuto alla carne mangiata”. I rimedi erano per via orale, in questo caso birra dolce in cui venivano macerati frutti di sicomoro e bevuta per i soliti quattro giorni.

Rarissimi apparentemente i calcoli biliari, ritrovati da Elliot Smith e Dawson in un solo caso su più di 30,000 mummie analizzate

A livello intestinale, oltre ai parassiti già visti, la costipazione era quindi la patologia più trattata; il rimedio più utilizzato comprendeva latte, miele e frutto del sicomoro, bolliti, filtrati e somministrati sempre per quattro giorni. Viene descritto anche l’uso dell’olio di ricino. È invece difficile da credere che i medici egizi non affrontassero problemi di diarrea, ma non ci sono indicazioni particolari né c’è accordo tra gli studiosi per i termini utilizzati. Curiosamente, i papiri medici non menzionano mai l’uso di clisteri, ma solo rimedi per via orale.

Si pensa infine che i metu specifici dell’ano siano un riferimento alle emorroidi, su cui venivano applicati impacchi di grasso bovino e foglie di acacia, sfruttando le proprietà lenitive dell’acacia. Da notare che l’acacia è utilizzata tuttora dalla medicina tradizionale anche nel trattamento del prolasso uterino e di quello rettale.

Le foglie di acacia, usate negli impacchi contro le emorroidi e tuttora sfruttate dalla medicina tradizionale
Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

HOREMHEB ED ATUM

Di Grazia Musso e Nico Pollone

Questo magnifico gruppo statuario fa parte del l’eccezionale rinvenimento nella Cachette del tempio di Luxor, che conteneva opere che vanno dalla XVIII alla XXV Dinastia.

Il faraone Horemheb inginocchiato ai piedi del dio Atum, che siede in trono.

Horemheb tiene in mano due vasi sferici (probabili contenitori di vino). Indossa il copricapo Nemes, l’ureo, la barba reale, lo shendyt-kilt e i sandali. Atum è seduto su un trono e indossa la doppia corona, una lunga parrucca e una barba ricurva. La sua mano sinistra regge un Ankh. Ogni lato del trono è decorato con due divinità del Nilo che rappresentano l’unificazione dell’alto e del basso Egitto, il giglio a destra e il papiro a sinistra.

Sul retro di Atum un’iscrizione recita: parole pronunciate da Atum, signore delle due terre: l’amato figlio, signore delle due terre, Djeser-Khepru-Re Horemheb-Mry-en-Amun….

Con Horemheb si completa il processo di ritorno all’ortodosdia e si moltiplicano i gruppi statuari del re accompagnato da varie divinità.

Dal tempio di Luxor

Corte di Amenhotep III

Cachette

Luxor, Museo d’arte dell’antico Egitto.

XVIII Dinastia

NAKHTMIN

Lo sfortunato principe ereditario d’Egitto

Di Luisa Bovitutti

Questo illustre personaggio (chiamato anche MinNakht) rivestì un ruolo di estremo rilievo alla corte di Tutankhamon e di Ay e scomparve nelle nebbie del tempo proprio quando si trovava ad un passo dal trono.

Il generale supremo e principe ereditario Nakhtmin non deve essere confuso con l’omonimo contemporaneo che sposò Mutemnub, sorella della moglie di Ay, ed il cui figlio, chiamato Ay come l’illustre cognato, divenne Secondo profeta di Amon e Ministro ufficiale del culto di Mut.

Statua di Nakhtmin e di sua moglie – Museo del Cairo – Foto di Circe Subara

Quanto al “nostro” Nakhtmin, non abbiamo notizie certe in merito alle sue origini, anche se qualcuno ipotizza che fosse figlio naturale o adottivo di Ay e della sua prima moglie Tuy, cantante di Iside ed adoratrice di Min e probabile madre (o nutrice) di Nefertiti e di Mutnodjemet; si sa comunque che egli nacque ad Akhmim dove sono state rinvenute stele con il suo nome, e che fu comandante delle forze armate egizie già nell’ultima fase del periodo amarniano.

Egli, inoltre, insieme all’allora Capo delle forze armate Horemheb, all’ormai anziano Ay ed al tesoriere Maya fece parte del Consiglio di Reggenza che indirizzò Tutankhamon nei primi anni del suo regno, di fatto governando l’Egitto in suo nome e per suo conto.

La statua di Nakhtmin, al Museo di Luxor – foto di Heidi Kontkanen

Le sue nobili origini, i suoi saldi legami con la famiglia reale e le sue qualità personali gli fecero acquisire rapidamente prestigiosi titoli: “il vero servitore che è benefico per il suo signore” “lo scriba del re”, “il servo amato dal suo signore”, “il portatore di ventaglio alla destra del re” e “il servo che fa vivere il nome del suo signore”, documentati da cinque ushabti trovati nella tomba del re ed offertigli dallo stesso Nakhtmin quali doni funerari.

Sebbene Tutankhamon avesse designato come erede Horemheb, alla morte del giovane re salì al trono Ay, il quale, probabilmente per arginare il potere del Generale che aveva scavalcato, nominò Nakhtmin non solo come “Generalissimo” ma anche come erede al trono, in quanto sulla statua molto danneggiata che si trova al Museo del Cairo e che lo raffigurava con la moglie è definito “Principe ereditario” e “Il figlio del re”.

Purtroppo Nakhtmin morì prima di Ay (alcuni ipotizzano per intrighi di palazzo, ma non vi sono prove in tal senso), in quanto ad un certo punto del regno di quest’ultimo il suo nome scompare dalle fonti, ed alla fine il trono venne conquistato da Horemheb, autentico self-made man, figlio di un modesto funzionario di provincia, che aveva fatto carriera nell’esercito grazie ai propri meriti ed alla sua fedeltà alla dinastia regnante e che legittimò la sua successione sposando Mutnodjemet, figlia del Faraone defunto.

Uno dei cinque ushabti trovati nella tomba di Tutankhamon, donati da Nakhtmin al suo re defunto: sotto i piedi delle statuette è inciso il breve testo: ‘Fatto dal servo, amato dal suo signore, il generale Nakhtmin, giustificato’.

Le statue di Nakhtmin e della moglie e le stele erette a suo nome nella sua città natale sembrano essere state deliberatamente danneggiate, a quanto pare da Horemheb, che cercò di cancellare dalla storia i sovrani Amarniani, usurpò i loro monumenti, rase al suolo Akhetaton e probabilmente travolse con la stessa furia iconoclasta anche tutti coloro che li appoggiarono, soprattutto Nakhtmin, il nemico che per anni aveva costituito un ostacolo che sembrava insormontabile sulla strada verso il potere supremo.

FONTI: