Epoca Protodinastica. Seconda Dinastia (2730 a.C. circa) Dimensioni: diametro bocca cm 31,2, diametro base cm 7, altezza cm 8,5. Collezione egizia della Sapienza – Università di Roma
Tra gli oggetti di provenienza antiquaria della collezione egizia della Sapienza va segnalato un grande piatto litico di epoca protodinastica (inv. n. VO 2106) che porta inciso il nome di Hotepsekhemui, primo sovrano della II dinastia.
Il piatto è realizzato in tufo di color giallino, di grana piuttosto compatta. Questo tipo di pietra di origine vulcanica fu usato prevalentemente tra la I e la III dinastia per la realizzazione di vasellame; in anni recenti è stata anche identificata un’antica cava di questo materiale nel deserto orientale. Un esemplare molto simile (diam. cm 22), appartiene al Lowie Museum of Anthropology, Berkeley (n. 6-132).
Presenta pareti svasate terminanti con orlo introflesso, carenato internamente e fondo piatto.
Corrisponde a una tipologia usata prevalentemente sotto la I dinastia e appartiene alla categoria dei vasi litici protodinastici la cui funzione è controversa.
L’oggetto, acquistato in stato frammentario e ora ricomposto, manca solo di una parte dell’orlo ed è uno dei pochi vasi appartenenti a Hotepsekhemui pervenutoci in condizioni relativamente buone.
Finora si conoscevano soprattutto frammenti litici con inciso il nome di questo sovrano: cinque da Abido (Petrie 1901, tav. VIII, 8-11; Kahl 1994, Nr. 2047) e una ventina circa dalla piramide di Djoser a Saqqara (Kahl 1994, Nr. 2043-2084, pp. 310-312). Ad essi si aggiungono pochi altri esemplari conservati in collezioni private (Kaplony 1962, figg. 5, 8, 9; Kaplony 1965, figg. 48, 49).
Sulla parete esterna del piatto, sotto l’orlo, compare un’iscrizione verticale incisa della quale manca la parte iniziale: si intravede in alto sulla sinistra parte del segno t del titolo nswt-bity.
[nswt-bity] nbty Htp sxmwy «[il Re dell’Alto e Basso Egitto], le Due Signore, Hotepsekhemui».
Titoli e nome di Hotepsekhemui sul manufatto
La sequenza grafica che prevede i due titoli più il nome d’intronizzazione non sembra essere attestata in altre iscrizioni appartenenti a questo sovrano, ma è invece testimoniata sul vasellame di altri sovrani delle prime dinastie come ad esempio Qaa, Uneg e Kasekhemui (Raffaele 2012).
Riferimenti
La collezione egizia della Sapienza Università di Roma: il piatto di Hotepsekhemui
A cura di Loredana Sist
In “Antichità egizie e Italia – Prospettive di ricerca e indagini sul campo
Il campo della ginecologia in epoca faraonica è affascinante e snervante allo stesso tempo. Abbiamo visto come il Papiro Kahun sia in pratica dedicato esclusivamente alla ginecologia (si veda https://laciviltaegizia.org/2022/07/15/il-papiro-kahun/) – ma ci sono ampie parti anche nei Papiri di Berlino e nel papiro Carlsberg – eppure non ci è noto alcun nome di medico “specializzato”, né sappiamo con certezze se esistessero ostetriche o levatrici prima dell’Età Tarda, intorno al 700 BCE.
Ci è pervenuto il nome di Agnodice, una donna che avrebbe finto di essere uomo per studiare ad Alessandria con Erofilo di Calcedonia in epoca tolemaica, e si sarebbe occupata successivamente solo di pazienti di sesso femminile, ma siamo al limite della leggenda.
Erofilo di Calcedonia, da noi già incontrato in quanto “sospettato” di praticare la dissezione dei cadaveri. Avrà davvero avuto una allieva di nome Agnodice?
È probabile quindi che tutto ciò che circonda la nascita fosse avvolto in buona parte dalla “heka”, la magia, e che per questo fosse una sorta di mondo a parte dalla medicina “ufficiale”. Non solo: la gravidanza e la nascita erano eventi naturali, e si ritiene che non fossero necessari uomini – medici o levatrici – al momento del parto, quanto gli dèi e le dee che avrebbero definito il fato del nascituro.
Non mancano però riferimenti mitologici alla nascita come creazione di un essere nuovo e distinto, sia esso divino o umano. Nei diversi miti Atum crea gli altri dèi e gli uomini auto-fecondandosi (una goccia del suo seme entra nella sua bocca e genera Shu e Tefnut, l’aria e l’umidità); Ra genera l’umanità dal suo occhio; Khnum modella gli uomini su un tornio dall’argilla (suona familiare?), ordinando al sangue di coprire le ossa e alla pelle di racchiudere il corpo.
Atum creatore riceve l’omaggio di Sethi I, Tempio di Abydos
Khnum modella l’uomo sul suo tornio, Tempio di Dendera
Le conoscenze sulle funzioni dell’apparato riproduttivo femminile, come abbiamo visto, erano limitate. Il simbolo che indica l’utero femminile, Gardiner F45, comprende due “corna” laterali che rappresentano le ovaie, anche se la funzione di queste ultime non fu mai scoperta. L’utero era il nido, il ricettacolo per il seme che, da solo, generava il nascituro.
Il simbolo Gardiner F45, raffigurante l’utero e le due ovaie
Da notare che il seme maschile veniva generato secondo gli Egizi nel cuore e nel midollo spinale, viaggiando poi tramite i “metu” fino ai testicoli (“ci sono due metu che conducono ai testicoli; è da lì che proviene lo sperma”, Ebers 854i).
Il ruolo fondamentale dell’utero veniva riconosciuto e protetto, con terminologie che sono, come al solito nella lingua egizia, molto evocative. L’utero era quindi definito “aperto” durante le mestruazioni, nell’accogliere il seme maschile e nel parto, ed era invece “chiuso” al termine delle mestruazioni stesse e nella protezione del feto che cresce al suo interno.
Suona nuovamente familiare? Diventa ancora una volta tutto parte di un ciclo di eterna morte e rinascita, come Ra che al mattino nasce dall’utero della madre celeste ed alla sera invecchia e muore, iniziando il suo viaggio ultraterreno che lo porterà a rinascere il giorno successivo.
Va detto anche che il celeberrimo simbolo “ankh”, simbolo di vita, potrebbe essere una rappresentazione del grembo materno: l’ansa corrisponderebbe all’utero, le due braccia laterali alle ovaie ed il braccio inferiore al canale vaginale.
L’ankh come rappresentazione del grembo materno. Ricordiamoci sempre che si tratta di ipotesi, e che gli studiosi non sono concordi
LE MESTRUAZIONI: MALATTIA O IMPURITÀ?
Non è completamente chiaro se le donne durante il periodo mestruale fossero considerate “impure” o no; è possibile che il mestruo stesso fosse visto come una sorta di purificazione periodica del corpo.
Venivano usati dei tamponi assorbenti (lo sappiamo dai rendiconti delle lavandaie del villaggio degli artigiani di Deir el Medina che ne citano il numero). Lo stesso Nodo di Iside (“Tyet”), di solito di colore rosso, potrebbe esserne un esempio, visto che è chiamato “il sangue di Iside”.
Il “Nodo di Iside” (“Tyet”) in diaspro rosso ad indicare il colore del sangue. XVIII Dinastia, Brooklyn Museum
Il Nodo di Iside (“Tyet”) dal papiro di Ani
Apparentemente anche nell’Antico Egitto le mestruazioni potevano essere molto dolorose ed invalidanti: l’ostrakon BM 5634 conservato al British Museum riporta le motivazioni per l’assenza dal lavoro sempre nel villaggio degli artigiani della Valle dei Re. In circa un quarto dei casi, la motivazione sono le mestruazioni di moglie e figlia.
L’ostrakon BM 5634 del British Museum con le cause di assenze dal lavoro
Per maggiori informazioni sul “registro delle assenze” vedi anche QUI.
Anche l’ostrakon Gardiner 167 riporta che lo scriba Qenhikhopshef deve rimanere a casa “avendo la moglie le (sue) mestruazioni”.
In realtà, da alcuni altri ostrakon si ipotizza che le donne mestruate si allontanassero dalla propria abitazione per uno o due giorni in un edificio separato – anche se è in parte una teoria speculativa derivata dalle tradizioni rurali ed ebraiche che considerano il sangue mestruale impuro, ma ci sono riferimenti frammentari a qualcosa del genere nell’Egitto faraonico – un “edificio con tre pareti”, ma il documento è fortemente danneggiato (ostrakon 13512). Forse solo un rituale? Sembrerebbe confermarlo il Papiro Jumilhac, di Epoca Tarda e conservato al Louvre, che riporta una lista di 20 cose “proibite” di cui la terza è “la donna con le mestruazioni”.
L’ostrakon 13512, il cui testo danneggiato riporta: “Anno 9, quarto mese della stagione dell’Inondazione, giorno 13, il giorno in cui queste otto donne uscirono da […] luogo delle donne mentre erano mestruate. Esse arrivarono fino al retro della casa che […] le tre pareti…”. (Wilfong 1999)
Il Papiro Jumilhac del Louvre, con la sua lista di 20 cose “proibite” tra cui “le donne con le mestruazioni”
Ma, d’altra parte, sappiamo anche che alcuni addetti delle lavanderie erano uomini; è molto improbabile che potesse succedere se il sangue mestruale fosse considerato impuro.
Il sangue mestruale era anche utilizzato in alcune prescrizioni mediche, come le applicazioni sul seno di una donna perché non produca troppo latte e non diventasse cadente.
Veniva ampiamente usata la cipolla come emmenagogo per regolarizzare il flusso mestruale e come antispastico, un’indicazione che Ippocrate riprenderà tal quale aggiungendo anche i porri.
Il rimedio per l’ipermenorrea consisteva invece in un impacco di cipolle ed aglio triturate ed impastate con del vino da applicare per quattro giorni di fila per via vaginale.
FERTILITÀ, GRAVIDANZA E SESSO DEL NASCITURO
Come in tutte le civiltà antiche, anche in quella egizia la fertilità della donna – ma, attenzione!, era conosciuta anche la sterilità maschile – era un fattore di grande importanza sociale e a cui prestare particolare attenzione. Oltre ai motivi naturali di sterilità si aggiungevano infatti le credenze su divinità/demoni che potessero causarla, come anche sugli spiriti delle donne morte di parto. Normale quindi che ci si rivolgesse alle divinità per invocare la fertilità e proteggere mamma e figli.
Vaso risalente al Primo Periodo Intermedio recanti le invocazioni di un figlio al padre defunto perché conceda alla moglie di rimanere incinta, sospettando due sue ancelle di avere gettato un incantesimo su di lei (Haskell Oriental Museum in Chicago)
Iside era la principale divinità coinvolta. Madre di Horus, concepito miracolosamente, era ovviamente la dea della fertilità. Aveva anche un ruolo come nume tutelare del parto e del neonato, a cui però sovrintendeva solitamente Hathor – tanto che spesso le due dee si sovrappongono nella mitologia. Renenutet, dea del raccolto e della prosperità, era la terza divinità principale invocata – spesso raffigurata mentre allatta i figli del Faraone.
Iside in forma di uccello vola sul corpo di Osiride e miracolosamente rimane incinta, dando luce ad Horus (tempio di Dendera. Foto MacRae Thomson)
Tornando…sulle rive del Nilo, il miele ed il fieno greco (trigonella) erano usati per combattere la sterilità femminile, mentre il ginepro, le carrube e le angurie erano usate per la sterilità maschile – insieme ovviamente alla lattuga, sacra al dio Min, ed alla radice di mandragora. Da notare che la lattuga non era considerata “afrodisiaca”, ma mangiarla era considerato piuttosto come un rituale per invocare la benevolenza della divinità.
Hathor allatta il giovane Amenhotep II (XVIII Dinastia, ca. 1427 – 1401 BCE). Bassorilievo in calcare policromo. Museo Egizio del Cairo, foto Bridgeman
Diversi “test” sono descritti per verificare la fertilità della donna; il più “gettonato” consisteva nel farle bere un miscuglio di latte umano e succo di anguria – se lo avesse vomitato sarebbe stata fertile, mentre un fantozziano rutto avrebbe sancito la fine delle speranze di procreare.
Renenutet allatta il figlio Neper, tempio di Amenemhat III a Medinet
Altri metodi consistevano nel lasciare per tutta la notte una cipolla nella vagina della sventurata e verificarne l’alito il mattino seguente (se avesse saputo di cipolla sarebbe stata fertile), oppure fumigarla con sterco di ippopotamo (se avesse urinato o defecato sarebbe stata fertile). Non è sempre facile però distinguere se si trattasse d test della fertilità o test di gravidanza, ma tutti questi test vennero “riciclati” da Ippocrate secoli dopo.
Min (a sinistra) con Qadesh e Reshep. Dietro al dio, rappresentato come sempre itifallico, due piante di lattuga, a lui sacre. Stele di Qeh, dal villaggio degli artigiani di Deir el-Medina, XIX Dinastia
Famosissimo – e già riportato anche in questo Gruppo – il test di gravidanza che comportava innaffiare con l’urina della donna semi di farro o orzo (se fosse cresciuto prima l’orzo sarebbe stata incinta di un maschietto, se fosse cresciuto prima il farro sarebbe stata incinta di una femmina, se non fosse cresciuto niente non sarebbe stata incinta). Il test è stato “verificato” negli anni ’60: è stato dimostrato che effettivamente l’urina di una donna non incinta (o di un uomo) non provocava la germinazione, mentre in 28 casi su 40 quella di una donna incinta è riuscita a provocarla. Imbarazzante però l’esito del test sul sesso del nascituro, corretto solo in sette casi su 24…
Tuttavia, lo stesso test – a volte con il grano al posto del farro – fu ripreso da Galeno (e ci può stare), e sopravvisse fino al Dreckapotheke di Paulini nel 1714 – e questo è francamente incredibile.
Nel mio post dedicato alla QV66 che mostra Nefertari per mano con Hathor (e che trovate qui) si vede la Grande Sposa Reale con dei segni su entrambe le braccia.
A prima vista si direbbero tatuaggi. Li aveva notati un’amica del nostro Gruppo che se n’è così innamorata da farsene replicare uno sul braccio. E’ stata così gentile da mostrarcelo e da permettermi di visualizzarlo su una diapositiva che allego.
Il tatuaggio è un’interpretazione del celeberrimo segno wḏȜt [uʤat], non molto canonico ma indubbiamente piacevole ed originale. Da buon amuleto speriamo che protegga la nostra amica da guai presenti e futuri.
Ma gli Egizi come la pensavano riguardo ai tatuaggi?
Ho affrontato l’argomento in una mia conferenza che, come al solito, è diventata il Quaderno di Egittologia nr 50 – LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/
I tatuaggi non erano di moda nell’antico Egitto. Quindi le testimonianze sono scarsissime. Tuttavia alcune statuine femminili delle prime dinastie recano alcuni segni ornamentali sul corpo. Questo indica che alcune categorie di donne lo praticavano come le danzatrici o le cantatrici. Nel periodo preistorico alcune statuette femminili recano segni geometrici o figure di animali e vegetali sul corpo. Recentemente si sono cominciati a riconoscere tatuaggi sulle mummie. Il tatuaggio era realizzato depositando sotto pelle un filo colorato e materie coloranti. Allo scopo si usava un ago. Il risultato era indelebile. I colori preferiti erano il turchino, il verde, il nerofumo; talvolta il rosso. Non sembrano esserci esempi di tatuaggi per scarificazione, cioè formare una cicatrice incidendo la pelle secondo un dato disegno. Nel Nuovo Regno i tatuaggi sono ancora più rari per lo più con soggetti sacri.
Nella seconda diapositiva potete visualizzare il lavoro di Anne Austin, una bio archeologca dell’Università del Missouri, St. Louis. Ella è stata a capo per la missione dell’Institut Français d’Archéologie Orientale a Deir el Medina. Nel 2014 documentò una mummia di donna con trenta tatuaggi. Sebbene molti dei suoi tatuaggi siano ancora difficili da decifrare, essi mostrano una chiara connessione della donna con la religione e la dea Hathor. Uno dei tatuaggi mostra la combinazione di due occhi wḏȜt [uʤat] con il geroglifico nfr [nefer]. Per gli Egittologici il significato potrebbe essere quello di «per fare del bene». Posti sulla gola ne assicuravano magicamente la qualità del canto.
La diapositiva riporta anche una figurina femminile tatuata su tutto il corpo (una volta considerate concubine del defunto), XII-XIII dinastia, Medio Regno, Lisht, faience, Metropolitan N.Y.
Il faraone Seqenenra Ta’o (anche Seqenenra Djehuty-aa O Tao II), soprannominato “Il coraggioso” o “Il valoroso” regnò sulla regione tebana, con tutta probabilità, secondo Kim Ryholt, solo per pochi anni.
Figlio, anche qui ci sta un forse, di Senekhtenra Ahmose e della Grande Sposa Reale Tetisheri generò, con la sua Grande Sposa Reale (e sorella) Iahhotep I, i due sovrani che lo seguiranno, Kamose, che sarà l’ultimo faraone della XVII dinastia e Ahmose che, dopo una breve reggenza da parte di sua madre, sarà il primo faraone della XVIII dinastia. Di Iahhotep parleremo più approfonditamente in seguito in quanto la regina giocò un ruolo non indifferente nella successione a Seqenenra Ta’o.
Seqenenra Ta’o regnava a Tebe e contemporaneamente ad Avaris regnava l’ultimo faraone Hyksos Apopis. Sappiamo per certo che Seqenenra Ta’o fu tutt’altro che un sovrano effimero come i suoi predecessori, egli fu il primo principe egizio che, dopo aver intrattenuto, per un certo periodo, rapporti diplomatici con gli Hyksos dette inizio a quella che sarà poi, con i suoi successori, la guerra di liberazione dagli invasori nella quale rimase ucciso.
Ora c’è da chiedersi come è stato possibile che ad un certo punto, dopo una serie di sovrani uno più imbelle dell’altro, improvvisamente sale al potere uno che decide che è giunta l’ora di ribellarsi. Questo non lo sappiamo e quindi ci rifacciamo a quella che pare essere più una leggenda che non la verità, la apprendiamo, per quanto possibile, dal Papiro Sallier I, del quale rimane solo l’inizio molto frammentario.
In esso è riportata la “Disputa tra Apopi e Seqenenra”, scritto due secoli dopo il regno di Ahmose dove si racconta che il re Hyksos Apophis, nell’intento di provocare il governatore di Tebe Seqenenra, si inventa l’esistenza di uno stagno di ippopotami a Tebe che, a notevole distanza da Avaris, impediva ai suoi abitanti di addormentarsi. Inviò quindi un messaggero a Tebe che riferì a Seqenenra:
<<……..È il re Apophis che mi manda davanti alla tua presenza per dirti: allontana gli ippopotami dallo stagno che è a est della città, perché impediscono loro di dormire giorno e notte. Il rumore che fanno travolge le orecchie della gente della città…….>>.
L’ambasciata ovviamente stupì Seqenenra, vista la distanza che separa Tebe da Avaris, per cui rispose:
<<…….Il tuo padrone ha davvero sentito in quel lontano paese dello stagno che si trova ad est della città meridionale?…….>>, il messaggero rispose in modo molto diplomatico ma chiaro: <<…….Rifletti sul motivo per cui mi viene inviato…….>>.
Non conosciamo l’esito finale del racconto in quanto mancante ma ovviamente una tale provocazione suscitò le ire del sovrano di Tebe di cui possiamo immaginare la reazione. Sicuramente Seqenenra Ta’o reagì contro gli occupanti asiatici e andando oltre il semplice scambio di insulti intraprese azioni belliche contro il suo rivale Hyksos. Nulla ci è dato a sapere circa l’esito della campagna militare di Seqenenra, con ogni probabilità mosse il suo esercito oltre il confine creando un punto da dove poter pianificare l’attacco al nemico, scelse di attestarsi a Deir el-Ballas che costituiva una posizione molto strategica. Qui fece costruire un palazzo fortificato ove alloggiare con la sua famiglia.
Come detto non si sa nulla dei combattimenti anche se pare che, almeno all’inizio ebbero un discreto successo spostando il confine meridionale della zona di influenza dei principi tebani di circa 200 km più a nord fin nei pressi di Cusae.
La campagna finì comunque male per Seqenenra Ta’o che, a giudicare da come è ridotta la sua mummia, non riscosse sicuramente il successo sperato. La sua mummia fu rinvenuta da Gaston Maspero nel 1881 in una delle “Tombe dei Nobili” nel cosidetto “Nascondiglio Reale” della Necropoli Tebana a Deir el-Bahari. I
l nome deriva dal fatto che nell’antichità parecchi faraoni furono traslati in quel nascondiglio in segreto per nasconderli dai predoni che profanavano la Valle dei Re. Una volta sbendata la mummia, apparvero subito evidenti gli impressionanti segni di violenza che deturpano il viso, Maspero descrisse nei dettagli lo stato in cui si trovava:
<< Non si sa se cadde sul campo di battaglia o se fu vittima di qualche complotto; l’aspetto della sua mummia prova che morì di morte violenta intorno ai quarant’anni d’età. Due o tre uomini, assassini oppure soldati, devono averlo accerchiato e ucciso prima che qualcuno potesse soccorrerlo. Un colpo di scure deve aver reciso parte della guancia sinistra, esposto i denti, fratturato la mascella e averlo fatto cadere a terra privo di sensi; un altro colpo deve aver gravemente lesionato il cranio, e un pugnale o giavellotto ha tagliato e aperto la fronte un poco sopra l’occhio. Il suo corpo deve essere rimasto per qualche tempo là dov’era caduto: una volta ritrovato, la decomposizione era già cominciata e la mummificazione dovette essere compiuta in fretta, meglio che si poté >>.
Dopo un accurato esame della ferita sulla fronte, l’egittologo Garry Shaw con un esperto d’armi, conclusero che:
<<……la causa più probabile della morte di Seqenenra Ta’o fu un’esecuzione con un’ascia di fattura Hyksos da parte di un comandante nemico, in seguito a una sconfitta dei tebani sul campo……>>.
Secondo altri Seqenenra Ta’o nella battaglia non morì subito ma rimase solo paralizzato, sarebbe poi stato ucciso nel suo letto dopo mesi di agonia. James E. Harris e Kent Weeks, che negli anni ’60 condussero un’analisi forense, parlano di:
<< Un odore disgustoso e viscido che riempì la stanza nel momento in cui il contenitore in cui la mummia era esibita fu aperto >>.
La causa è probabilmente dovuta alla frettolosa mummificazione che, visto lo stato in cui si trovava il corpo, venne subito fasciata senza essere immersa nel natron. Oggi la mummia si trova presso il nuovo “Museo Nazionale della Civiltà egiziana” al Cairo ed è la peggio conservata. Il paleoradiologo Sahar Saleem, dell’Università del Cairo, tiene a rimarcare che: << Ciò indica che Seqenenra Ta’o era davvero in prima linea con i suoi soldati, rischiando la vita per liberare l’Egitto >> e che: << La morte di Seqenenra ha motivato i suoi successori a continuare la lotta per unificare l’Egitto e dare il via al Nuovo Regno >>.
Fonti e bibliografia:
Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore 1994
Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia 2005
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web 2017
Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
Legno di cedro; lunghezza cm. 313,5, larghezza cm. 87 Deir el-Bahari, tomba rupestre ( TT 358) Scavi del Servizio delle Antichità Egiziane e del Metropolitan Museum of Art 1929 Museo Egizio del Cairo – JE 53140
L’imponente sarcofago ligneo, che per la ricercatezza di forme ed eleganza stilistica può essere considerato un emblematico monumento scultoreo della XVIII Dinastia, appartenente alla regina Ahmes Meritamon, da alcuni identificata come la moglie di Amenhotep I, da altri come moglie di Amenhotep II.
La defunta, raffigurata con le braccia congiunte sul petto, presenta un volto dall’espressione ieratica, impreziosito da intarsi di pasta vitrea, e incorniciato da una sontuosa parrucca solcata da alveoli dipinti di blu
Al di sotto della collana, la superficie è ricoperta da un motivo geometrico inciso che avvolge il petto e le braccia, lasciando scoperte soltanto le mani, che impugnano due scettri papiroformi, emblema di giovinezza.
Il resto del sarcofago è decorato da lunghe piume incise nel legno, a imitazione delle ali della dea Iside, che proteggono il corpo della defunta.
Questo tipo di decorazione, convenzionalmente definita rishi , dalla parola araba che significa “piumato”, si diffuse a Tebe dal Secondo Periodo Intermedio.
Al centro del coperchio c’è una colonna di geroglifici, un tempo intarsiati di pasta vitrea, contenenti la formula di offerta a beneficio della regina.
Fonte: I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
SECONDO SARCOFAGO (INTERNO)
Un volto dai lineamenti delicati, incorniciato da un’ampia parrucca hathorica, ornata sulla fronte da un ureo con disco solare.
SI TROVA AL NMC
Fonte : Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star.
Legno e tela, lunghezza totale cm 378 Tebe Ovest, Cachette di Deir el-Bahari Scoperta ufficiale del Servizio delle Antichità Egiziano 1881 Museo Egizio del Cairo – CG 61003
L’enorme sarcofago di Ahmes Nefertari fu rinvenuto nella tomba di Unhapy, consorte del sovrano Ahmes, che fu utilizzata nella XXI Dinastia come nascondiglio in cui porre al riparo dai saccheggi i sarcofagi di alcuni faraoni, membri della famiglia reale e alti sacerdoti.
Ahmad Pasha Kamal e l’enorme sarcofago della regina Ahmes-Nefertari,
Ahmes Nefertari, madre di Amenhotep I, fu la prima regina a ricoprire l’alta carica religiosa di Sposa Divina, diventando poi oggetto di culto nell’area tebana sino agli inizi del I millennio a. C..
Il suo sarcofago ligneo mummiforme era originariamente ricoperto di foglia d’oro, che fu asportato dai ladri già Nell’antichità e sostituita da una vernice color ocra nel corso del restauro effettuato al momento del trasferimento nel nascondiglio.
Il volto dai grandi occhi dipinti, è cinto da una massiccia parrucca sormontata da una corona svasata su cui svettano due alte piume.
La superficie della capigliatura è dell’elaborato copricapo è caratterizzata da alveoli incisi nel legno e campiti di stucco blu.
Un motivo analogo ricopre il busto della Defunta, che sembra cinto da uno stretto scialle scollato.
Le mani, incrociate sul petto, impugna o due grandi croci ankh, emblema di Vita, e i polsi sono cinto da alti bracciali strati, simili alla collana intorno al collo.
Sulla restante superficie del sarcofago sono rappresentate lunghe piume d’uccelo che evocano le ali della dea Iside, secondo una tradizione Tebans diffusa i nel Secondo Periodo Intermedio.
Una lunga colonna di geroglifici, incisa nella parte centrale del coperchio, contiene la consueta formula d’offerta hetep-di-nesut, con cui si invoca ano offerte per il ka di Ahmes Nefertari.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Edizioni White Star
La KV7 è una delle tombe più grandi della Valle dei Re (868 m2). É stata fortemente danneggiata nell’antichità da almeno 10 alluvioni che hanno causato l’ammassamento di detriti e il distacco delle decorazioni parietali.
Come noto, il corpo di Ramses fu traslato nella XXI dinastia prima nella KV17 e poi nella DB320 di Deir-el-Bahari, dove fu trovato nel 1881.
A questo link è possibile vedere la tomba nello stato attuale:
Benché la tomba sia fortemente danneggiata, sono sopravvissuti dei rilievi che lasciano percepire quanto questa tomba dovesse essere magnifica.
Le foto allegate, provenienti dal sito di The Theban mapping project, ci permettono di stupirci ancora oggi di fronte alla grandezza di un faraone che ha oltrepassato la storia.
Piante di papiro rappresentanti il Basso Egitto (sotto la figura alata di Ma’at)
Papyrus plants representing Lower Egypt [under winged Ma’at figure]. Image # 10053 DIRECTION OF VIEW: Northeast PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ma’at alata sopra le piante di loto dell’Alto Egitto
Winged Ma’at above lotus plants of Upper Egypt. Image # 10050 DIRECTION OF VIEW: Southwest PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ma’at alata sopra le piante di papiro del Basso Egitto
Winged Ma’at above papyrus plants of Lower Egypt. Image # 10052 DIRECTION OF VIEW: Northeast PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ramses II saluta Hathor
Rameses II greeting [Hathor]. Image # 10055 DIRECTION OF VIEW: Southwest PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski IMAGE TAKEN ON: June 1997
Quinta ora dell’Amduat (dettaglio)
Imydwat, fifth hour (detail). Image # 10054 DIRECTION OF VIEW: Southwest PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski IMAGE TAKEN ON: June 1997
Ramses II tiene la mano di Hathor (dettaglio)
Rameses II with Hathor: holding hands (detail). Image # 10063 DIRECTION OF VIEW: Southwest PHOTOGRAPHER/ARTIST: Francis Dzikowski IMAGE TAKEN ON: June 1997
Oro e paste vitree, diametro cm. 3,9, peso 17,8 g Saqqara, tomba di Horemheb Scavi della spedizione anglo-olandese diretta da G. Martin 1977 Probabilmente regno di Akhenaton Museo Egizio del Cairo – JE 97864
L’orecchino qui illustrato è stato trovato a Saqqara, nella tomba che il generale Horemheb si fece costruire prima di diventare faraone.
Il gioiello, d’oro massiccio, reca al centro un’immagine finemente cesellata di un sovrano sotto forma di sfinge con la corona azzurra ornata da ureo, la barba posticcia è un largo collare usekh.
Due bande circolari, decorate con un motivo a “V”, che alterna oro e pasta vitrea azzurra, conservata solo in parte, circondano la sfinge.
Sui bordi dell’orecchio sono applicati piccoli anelli granulati fra i quali originariamente erano inseriti elementi cilindrici in pasta vitrea ; probabilmente i cinque anelli inferiori sostenevano dei pendagli.
Sulla cima del gioiello è saldata una lamina d’oro a forma di collare-usekh.
L’orecchino veniva fissato facendo passare, attraverso il lobo forato, una piccola vite infilata in due anelli di cui uno solo si è conservato.
Il profilo della sfinge evoca l’effige di Akhenaton ed è probabile che il gioiello risalga al suo regno o ai primi anni del regno di Tutankhamon.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
La tavoletta in alabastro per i Sette Oli Sacri appartenente ad Ankhaf descritta QUIha una particolarità.
La grafia dei nomi e l’ordine degli oli, descritti sulle tavolette del corredo funebre, possono infatti essere diversi per epoca e ubicazione.
Il reperto qui mostrato, infatti, dimostra una curiosità. Manca il quarto olio sacro il cui posto è preso, in settima posizione, dal materiale per la produzione dell’eyeliner o, come si diceva un tempo, il bistro per gli occhi. Ciò non significa che ci sia un errore, ma, come già precisato, l’elenco e la grafia dei materiali sono cambiati nel corso del tempo.
Ancora una curiosità: il sesto e settimo olio sacro (il quinto e il sesto della tavoletta qui presentata) hanno il nome preceduto dal prefisso ḥȜt [hat]. Esso significa “prima, davanti…”. Qui il significato da attribuirgli è “la parte migliore, più qualitativa” del profumo relativo. Ciò che i “nasi” moderni chiamano “la testa” della fragranza.
Come d’abitudine ho anche aggiunto la codifica IPA per chi voglia pronunciare la scrittura geroglifica.
A coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento non posso che suggerire la lettura del Quaderno di Egittologia 50, LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto reperibile al seguente indirizzo https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/
Il testo descrive, quando è documentato, la componentistica degli oli sacri, degli unguenti, dei profumi e di altri materiali cosmetici. Inoltre illustra l’accessoristica come acquamanili, specchi, pettini, beauty-case per concludersi con un paio di oggetti perlomeno curiosi sicuramente anch’essi appartenenti alla cosmetica.
Tavoletta in alabastro per i Sette Oli Sacri appartenente ad Ankhaf Antico Regno, Quarta Dinastia Provenienza: Necropoli di Giza, mastaba G 7510 Museo Egizio del Cairo (JE 72303)
Questa manufatto fu scoperto nella camera funeraria del principe Ankhaf, figlio di Snefru e visir durante il regno di Chefren, che fu suo nipote.
Sulla tavoletta sono presenti dei piccoli incavi semisferici per gli oli sacri utilizzati nelle cerimonie funebri in onore del defunto; trascritti verticalmente in inchiostro nero sotto i pozzetti, i loro nomi li identificano così (da destra a sinistra):
Seti Heb – Fragranza della Festa
Hekhenu – Olio del Giubilo
Sefet – Olio di Pino (o genericamente di conifera)
Khenem Tuau(t) – Olio del Sostegno
Hat-en-Ash – Olio di Cedro di prima categoria
Hat-en-Tjehenu – Olio della Libia di prima categoria
Una curiosità: le tre sferette presenti in alcuni nomi indicano la presenza di materiali polverulenti o finemente macinati, generalmente di origine minerale, dissolti nella matrice oleosa.
Un esempio significativo è rappresentato dall’ombretto (ultimo pozzetto), ottenuto miscelando l’olio con polvere di malachite dal colore verde. La presenza del nome della divinità, associa il prodotto di bellezza all’Occhio di Ra e alle sue caratteristiche magiche.
Nel corso della storia egizia gli oli (e le materie grasse in generale) furono sempre tenuti in grande considerazione, sia nei rituali funerari che nella vita quotidiana.
Oli e grassi fornivano la base per la preparazione di molti unguenti e profumi (la civiltà egizia non conobbe veri e propri profumi ottenuti con la distillazione). Numerose erbe aromatiche e spezie venivano aggiunte alla materia oleosa allo scopo di conferirle fragranze peculiari. Ad un livello più prosaico, l’olio era il combustibile utilizzato per le lampade, che servivano per illuminare le abitazioni, le tombe (nel corso del loro allestimento) e le miniere. Si ritiene che all’olio si aggiungesse del sale per ridurre la quantità di fuliggine prodotta durante la combustione.
L’identificazione degli antichi nomi degli oli con le piante attualmente note dal quale questi venivano estratti si è rivelata estremamente difficoltosa e numerosi tentativi passati, in tal senso, si sarebbero rivelati erronei.
Vasi contenenti oli o grassi di probabile fragranza singola furono inclusi nel corredo funerario fin dall’era predinastica.
Una categoria di oli profumati di particolare importanza è attualmente nota come i “Sette Oli Sacri”, benché gli Egizi si riferissero a loro semplicemente col termine di oli, collettivamente noti come “Merhet”. Questi costituivano parte integrante del rituale religioso: avevano, cioè, il significato di attestare il compimento dei riti sacri messi in atto prima che il defunto venisse collocato nel sarcofago. Significativa a tal proposito è l’unzione della mummia durante la cerimonia della “Apertura della Bocca”.
Il loro utilizzo faceva parte anche dei riti quotidiani che si svolgevano nei templi.
Alcuni dei sette oli sacri sono noti grazie a delle targhette in legno o avorio risalenti alla Prima Dinastia, ma non risulta che il gruppo sia stato utilizzato collettivamente se non a partire dall’Antico Regno (2686-2181 a.C.), quando venivano rappresentati come parti della formula d’offerta sulle pareti o sulle stele falsa-porta delle tombe. Il più antico vero e proprio set noto dei sette oli sacri proviene dalla tomba di Hetepheres, madre di Cheope; durante l’Antico Regno, piccole tavolette in pietra con incavi per gli oli venivano spesso poste nelle sepolture, soprattutto di personaggi appartenenti all’élite; l’usanza ebbe la sua massima espressione nel corso della Quinta e della Sesta Dinastia. Come gli altri set noti di vasi appartenenti a sepolture del Medio Regno (2055-1650 a.C.), quello di Hetepheres conteneva otto giare, ma l’identità del loro contenuto non fu mai accertata con sicurezza. In base ai rilievi delle tombe e dei templi, sembrerebbe che il gruppo sia stato ulteriormente esteso a nove o dieci oli nel corso del Nuovo Regno (1550-1069 a.C.).
Riferimenti
I. Shaw, P. Nicholson, The British Museum Dictionary of Ancient Egypt. The American University in Cairo Press – 1995