Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI IBU

Di Grazia Musso

XII Dinastia – Calcare, 106 x 98,5 x 264, 5 cm
S. 4264 – Scavi di E. Schiaparelli a Qaw el-Kebir

Nella necropoli di Qaw el-Kebir, situata nel X Nomo ( provincia) dell’Alto Egitto, gli Scavi di Schiaparelli hanno portato alla luce le tombe di tre nomarchi vissuti verso la fine della XII Dinastia, incaricati dal governo centrale della gestione della provincia.

Le loro tombe, già seriamente danneggiate al momento della scoperta, erano costituite da una parte sotterranea, scavata nella montagna, e da una parte costruita esternamente sulle pendici del declivio roccioso.

All’interno di una di queste tombe, appartenuta a Ibu, fu rinvenuto un sarcofago in calcare pressoché intatto.

Ai lati della “porta del palazzo” incisa sulla superficie del sarcofago, è raffigurato un fregio composto da alcuni segni geroglifici di valore simbolico: due scettri uas affrontati, il segno ankh è il pilastro djed, rispettivamente emblemi di potere vita e stabilità.

La cassa è elegantemente decorata con un motivo detto ” a facciata di palazzo” in quanto imita il prospetto degli antichi palazzi egizi, costituiti da pilastri, architravi e porte con stuoie policrome.

Alcune parti della superficie del sarcofago sono destinate a iscrizioni geroglifiche incise, che riportano tradizionali formule e preghiere di natura funeraria.

In corrispondenza della testa del defunto sono inoltre raffigurati i cosiddetti occhi udjat caratterizzati da una profonda valenza magico-religioso.

Tutta la decorazione esterna era originariamente dipinta a vivaci colori, come testimoniano i resti delle pitture ancora visibili a tratti sulla superficie.

Fonte:

  • I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Foto

  • Paola Ghilarducci
  • Giovanni Lombardi
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Stele

LA STELE FUNERARIA DI AMENEMHAT

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, Altezza cm 30, Larghezza cm50
Assasif, Scavi del Metropolitan Museum of Art (1915 – 1916)
XI Dinastia

La lastra di calcare, che ha conservato i brillanti colori originari, mostra una scena di banchetto funebre al quale partecipa un’intera famiglia.

Un padre, una madre e il loro figlio, Antef, siedono su una lunga panca, le cui gambe terminano a zampe di leone.

Sono raffigurati in un atteggiamento di intima affettuosità.

Una tavola d’offerta, colma di carni e verdure, separa il gruppo familiare da una figura in piedi, identificata dall’iscrizione geroglifica sovrastante, come Ipy, la nuora del defunto.

Le due donne, con pelle chiara tipica delle figure femminili, indossano un luogo abito bianco con bretelle e sono ornate con collane, bracciali e cavigliere.

I due uomini, con la carnagione più scura, indossano un gonnellino bianco e anche loro sono adorati da collane e bracciali.

Il padre è differenziato dal figlio per la barba, che gli assottiglia il volto.

L’iscrizione geroglifica che delimita orizzontalmente la scena costituisce un’invocazione a Osiri, affinché accordi offerte alimentari alla coppia raffigurata, di cui sono riportati i nomi: Amenemhat e sua moglie Iy, “venerabili”.

Fonte:

II tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

E' un male contro cui lotterò

IR-EN-AKHTY (IRY)

IL PRIMO “BARONE” DELLA MEDICINA?

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Saltiamo leggermente avanti nel tempo ed arriviamo al Primo Periodo Intermedio.

Nei suoi scavi a Giza, ad ovest della piramide di Cheope, il 23 gennaio del 1926 l’archeologo tedesco Hermann Junker si imbatte in una tomba a pozzo (S2065). Si accorge immediatamente che la scoperta più interessante non è la tomba in sé quanto la lastra che la chiude. È in realtà una falsa porta intitolata ad un certo Ir-En-Akhty, chiamato anche Pepi-Ankh o Ni-Ankh-Pepi, riutilizzata come chiusura della tomba.

È riccamente iscritta, ma non è tanto la quantità delle iscrizioni che colpisce, quanto ciò che viene descritto.

La falsa porta o stele di Iry (riproduzione con geroglifici…approssimativi).
Grandezza 145 x 90 x 10 cm spessore
Sulla stele il defunto Iry è raffigurato su una piattaforma, seduto su uno sgabello o una sedia a schienale basso le cui gambe rappresentano le zampe di un animale. Iry è rappresentato con i capelli corti, indossa un gonnellino ed è adornato da gioielli che testimoniano il suo rango. La mano destra si protende e prendere del cibo, mentre la sinistra porta un vasetto di profumi al naso. La tavola di fronte a lui è ricolma di ogni tipo di leccornia, sempre ad indicare l’importanza e la ricchezza di Iry

Il “proprietario” della falsa porta, infatti, detiene un record di titoli in ambito medico per l’Antico Egitto – finora imbattuto.

Ir-En-Akhty risulta infatti:

· Medico di Corte

· Supervisore dei Medici di Corte

· Oftalmologo (“medico degli occhi”) di Corte

· Gastroenterologo (“medico del ventre”) di Corte

· Proctologo (“protettore dell’ano”)

Tutti i titoli di Iry sui rilievi originali di Junker/Watermann. Indubbiamente il titolo di “Medico di Corte” (“Medico della Grande Casa”) era quello a cui Iry teneva maggiormente

Il titolo di “Medico di Corte” è ripetuto ben cinque volte; evidentemente Ir-En-Akhty era particolarmente fiero di questo titolo. Abbiamo di fronte quindi non solo uno dei primi medici personali del Faraone riportati, ma un vero e proprio pluri-specialista.

È una delle prime testimonianze che già nel Primo Periodo Intermedio, intorno al 2,400 BCE, non solo i medici erano riconosciuti ed avevano un ruolo particolare per la salute del Sovrano, ma che la medicina generale era già suddivisa in specialità che studiavano la patologia dei diversi organi ed apparati.

Ritrovare la tomba originale di Iry, se esiste ancora, sarebbe un grande passo per comprendere meglio lo sviluppo della medicina più di 4,000 anni fa.

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI SESOSTRI III

Di Grazia Musso

Altezza originale 78,5 metri

Lunghezza del lato 105 metri

Inclinazione 56°18’35”

Pianta del complesso di Sesostri III
A -.piramide di Sesostri III
B- ingresso
C- vestigia della cappella est
D- vestigia della cappella nord
E- pozzo
F – mastabe delle principesse
G- mastabe meridionali
H- cortile
I- rampa
J – sotterraneo delle barche

Questa cintura in oro e ametista e la cavigliera appartenevano al corredo funerario della principessa Mereret, figlia di Sesostri III.
Le perle di ametista in doppia fila sono intervallate da doppie teste di felino, in oro. Museo Egizio del Cairo

È la più settentrionale delle piramidi di Dahshur, costruita in mattoni crudi per Sesostri III, quinto re della XII Dinastia.

Come tutte le piramidi del Medio Regno era in origine rivestita di lastre di calcare di Tura, oggi completamente scomparse.

Questo pettorale appartiene alla principessa Sat-Hathor, figlia di Sesostri II e sorella di Sesostri III. Al centro del gioiello, a forma di cappella, si trova il cartiglio di Sesostri II, a fianco del quale si trovano due Falconi con la doppia corona che simboleggia o al tempo stesso il dio Hoto e il re. Museo Egizio del Cairo

La piramide attualmente è molto degradata che ha assunto l’aspetto di un vasto cratere alto circa 30 metri, inoltre il suo nucleo venne tagliato in due da una grande trincea, scavata dai primi esploratori Richard William H. Vyse e John Shea Perring nel 1839, per entrare all’interno della piramide.

Pettorale a forma di cappella in oro con ametiste, turchesi, lapislazzuli, cornaline e paste vitree appartenente al corredo funerario della principessa Mereret.
Nekhbet sovrasta i cartigli di Amenembat III, al fianco dei quali il re è raffigurato mentre massacra i nemici. Museo Egizio del Cairo

L’accesso agli appartamenti funerari è situato non più sul lato nord, ma su quello ovest, dove si trova un pozzo che conduce alla camera funeraria, nella quale venne ritrovato un grande sarcofago in granito.

Un secondo pozzo, situato presso l’angolo nord-est e scoperto da Jacques De Morgan nel 1894, è connesso con un complesso di quattro tombe di regine e principesse delle quali quelle di Sat Hathor e Mereret hanno fornito uno splendido corredo funerario, oggi esposto al Museo del Cairo.

Anello di Sesostri III

In corrispondenza del lato sud della piramide De Morgan scoprì anche tre mastabe , in due delle quali riuscì ad entrare e un sotterraneo a sud-ovest della piramide che conteneva sei barche in legno.

Barca in legno trovata , con altre cinque, all’interno del sotterraneo a sud-ovest della piramide

Nel 1990 la missione del Metropolitan Museum of Art di New York, sotto la direzione di Dieter Arnold, ha intrapreso una serie di scavi sistematici su quest’area, che hanno portato, nel 1994, al ritrovamento dell’entrata di una delle tre mastabe scoperte da De Morgan sul lato sud, appartenente alla regina Khnemet-nefer-heget-weret, madre di Sesostri III, che conteneva un ricco corredo di gioielli, comprendente tra i pezzi più interessanti, due braccialetti con i pilastri -ged e due scarabei in ametista con inciso il nome di Amenembat II.

Nell’anno successivo, la stessa missione, ha scoperto due nuove mastabe situate a nord della piramide appartenenti al visir Neb-iy e alla sua sposa Sit-weret.

Pettorale della principessa Mereret, a forma di cappella in oro, ametista, turchesi, lapislazzuli, cornaline e paste vitree. La dea Nekhbet, con le ali spiegate, sovrasta il cartiglio di Sesostri III, a fianco del quale due grifoni, che evocano la potenza del re, sottomettono i nemici. Museo Egizio del Cairo

Fonte:

Le piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti -Edizioni White Star

Harem Faraonico

IL KAP – NOZIONE, FUNZIONI ED EVOLUZIONE STORICA

Di Luisa Bovitutti

Il piccolo Tutankhamon con la sua nutrice Maia, che alcuni individuano nella sua sorella maggiore Meritamon – rilievo dalla tomba di Maia – Sakkara

Nell’harem o comunque nei quartieri privati reali esisteva una particolare istituzione, chiamata in origine “pr mna(t)”ossia “casa dell’educazione”, in seguito “kap”, che secondo l’ipotesi formulata dall’egittologo francese Bernard Mathieu e generalmente accettata dai suoi colleghi era una scuola palatina dove venivano cresciuti, educati ed istruiti tutti insieme i numerosi figli del re e dei nobili, oltre a giovani di umili origini scelti dal Faraone perché fossero preparati per fare carriera nell’esercito o nell’amministrazione statale.

Il re Thutmosis III con i nemici sconfitti all’esito della battaglia di Megiddo – rilievo del VII pilone del tempio di Amon a Karnak – .


Il principe di Kadesh aveva creato una coalizione di piccoli stati del vicino Oriente, chiamato genericamente “Retenu” dagli Egizi; gli alleati si riunirono a Megiddo e costituirono un esercito con l’intenzione di emanciparsi dal Faraone e cessare il versamento dei tributi.
Thutmosis organizzò un’armata di circa ventimila soldati, attraversò il deserto facendo base a Gaza e si diresse verso Megiddo, scegliendo una strada secondaria che si incuneava in una gola stretta e attraversava le montagne anzichè preferire una strada lunga ma più agevole.
Il nemico fu sorpreso alle spalle, colto impreparato e costretto a fuggire, rifugiandosi entro le mura di Megiddo. Dopo sette mesi di assedio la città cadde, molti dei principi furono catturati e presi in ostaggio per garantirsi l’obbedienza dei sovrani ribelli.

Secondo alcuni autori (gli studiosi francesi Alain Pierre Zivie ed Agnès Cabrol) essi venivano addestrati anche perché componessero un’unità militare o paramilitare specializzata che scendeva in campo solo in particolari occasioni.

La vita comunitaria in accademia, la stessa formazione ed i medesimi principi morali loro inculcati nell’infanzia e nell’adolescenza facevano sì che tra i componenti del kap, tra i quali c’erano il futuro Faraone e molti destinati a far parte della classe dirigente delle Due Terre, si istaurassero solidi vincoli di amicizia e di rispetto, così come con i figli dei capi nubiani e con i principi stranieri, che spesso venivano ivi inviati per avere la migliore educazione, per integrarsi con l’èlite locale e per rafforzare le alleanze che il loro paese aveva stretto con l’Egitto.

Rilievo di uno dei carri di Tutankhamon (custodito al Cairo) che rappresenta i nemici dell’Egitto: ognuno di loro ha caratteristiche somatiche ben delineate e l’abbigliamento tipico della sua etnia.

La stele di Gebel Barkal, ora a Boston, documenta inoltre l’abitudine di Thutmosis III di portare con sé in Egitto i figli dei capi sconfitti, come ostaggi che sarebbero stati educati nel kap: nel testo è lo stesso sovrano che racconta le sue imprese belliche:

La Mia Maestà viaggiò fino alle estremità dell’Asia (…) ed i nemici l’affrontarono e fuggirono subito, cadendo a mucchi.

Entrarono a Megiddo e la mia Maestà li assediò per sette mesi, finché non ne uscirono implorando (…): “Dacci il tuo respiro, nostro signore! Gli stranieri di Retjenu non si ribelleranno più”.

Allora lo sconfitto ed i principi che erano con lui mandarono alla Mia Maestà tutti i loro figli, con molti tributi d’oro e d’argento, tutti i loro cavalli (…), i loro grandi carri d’oro e d’argento e quelli non decorati, tutti i loro mantelli e i loro archi, le loro frecce e tutte le loro armi (…) che avevano portato con sé per combattere e cospirare contro la Mia Maestà”.

Tomba di Amenhotep detto Hui – TT40 – Cominciò la sua carriera con Amenhotep III e la concluse sotto Tutankhamon, che lo creò vicerè della Nubia. Nei rilievi parietali della sua tomba è raffigurato un viaggio che fece per nave fino a quel paese lontano, dal quale portò i tributi che i capi locali mandavano al Faraone. Tra di essi gli schiavi o prigionieri rappresentati nell’immagine. Particolare è l’immagine della donna, che tiene per mano due bambini e ne tiene una terza in una sacca sulle spalle. Questa bambina ha dei curiosi codini sulla testa.

Alcune stele rinvenute a Karnak ed a Menfi inoltre ricordano che all’esito delle sue campagne asiatiche anche Amenhotep II (a sua volta figlio del kap) condusse con sé in patria i rampolli dei governanti locali sconfitti (nel suo settimo anno di regno il numero incredibile di 232 principi e 323 principesse).

Questi principi stranieri si sarebbero integrati nel tessuto sociale ospitante ricevendo un trattamento degno del loro rango ed in futuro, qualora fossero tornati nel loro paese con ruoli di potere, avrebbero mantenuto un legame indissolubile con la terra che li aveva visti crescere; la presenza ai vertici dell’amministrazione egizia di funzionari di origine straniera ed il loro titolo di “Figli del kap” emergente dagli annali dei predetti sovrani conferma il successo di quell’iniziativa e la piena “egittizzazione” dei giovani ostaggi.

Dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora custodito a Leida, questo rilievo raffigura la conta dei prigionieri nubiani, il cui numero viene annotato da uno scriba

Il rapporto privilegiato che univa il Faraone a questi compagni ed alle figure carismatiche dei suoi maestri emerge da un’iscrizione dalla tomba del generale Amenemhab detto Mahu (TT85), “tenente comandante dei soldati” di Thutmosis III, e che, ormai veterano, venne incaricato di addestrare i giovani del kap nel quale crebbe e fu istruito Amenhotep II e nel quale Baki, moglie di Mahu, già prestava servizio come sovrintendente delle nutrici reali: l’iscrizione riporta le parole con le quali quest’ultimo esalta i pregi dell’anziano generale, braccio destro di Tuthmosis III: “Ho conosciuto la sua tempra quando io ero nel nido e tu (Amenemhab) eri al seguito di (mio) padre”.

Dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora a Leida. Alcuni egizi portano con sé alcuni prigionieri asiatici; la donna reca sulle spalle un bambino.

Diodoro Siculo nel I secolo a. C. visitò l’Egitto e nel 53 capitolo della sua opera dal titolo Bibliotheca historica ci ha trasmesso un breve testo che narra di come il padre del Faraone Sesostri (XII dinastia – non si sa con esattezza di quale Sesostri si trattasse) avesse organizzato l’educazione del figlio destinato a succedergli: 

“Riunendo da tutto l’Egitto i bambini maschi nati nello stesso giorno (di Sesostri, in quanto, evidentemente, ritenuti predestinati) e assegnando loro nutrici e tutori, egli prescrisse a tutti loro la stessa formazione e la stessa educazione, sulla base del fatto che quelli che erano stati allevati in stretta compagnia e avevano goduto dello stesso rapporto franco (con il principe ereditario) sarebbero stati più leali e più coraggiosi quando si fossero trovati a combattere in battaglia. Provvide ampiamente ad ogni loro necessità e poi addestrò i giovani con esercizi incessanti e difficoltà; infatti a nessuno di loro era permesso mangiare qualcosa se prima non avessero corso per 180 stadi…. “

Portatori di tributi levantini nella tomba di Sobekhotep, Tebe, XVIII dinastia

Le prime menzioni esplicite del kap risalgono appunto alla XII dinastia e la sua esistenza è documentata anche nel corso della XIII; successivamente scomparve per poi tornare in auge nel corso della XVII; solo con l’ascesa al trono di Akhenaton perse la sua importanza in quanto egli volle rinnovare i ruoli della burocrazia per riaccentrare il potere nelle sue mani.

I giovani del kap che servendo sotto i suoi predecessori avevano dimostrato sul campo le proprie capacità e che con la loro esperienza avevano garantito una tranquilla transizione da un sovrano all’altro, o coloro che ricoprivano un incarico ereditato da un antenato cresciuto nel kap erano stati sostituiti da personaggi di nuova nomina, scelti direttamente dal sovrano.

Dalla tomba di Anen, fratello della regina Tyie e cognato di Amenhotep III (TT120) – I nemici dell’Egitto fatti prigionieri. Per ulteriori informazioni sulla tomba e sul rilievo, si veda sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/03/12/la-tomba-di-anen/

E’ comunque un dato di fatto che dopo il periodo amarniano l’accademia palatina perse la sua funzione, poiché ci è pervenuto il nome di un solo giovane del kap vissuto sotto Akhenaton e Tutankhamon (tale Hekanefer), e con Ay ed Horemheb non se ne trova più menzione.

Tomba di Horemheb – Sakkara – ora a Leida – prigionieri di varie etnie

FONTI:

Teologia

SIA, HU, HEKA

Intelligenza, Potere e Magia

Di Francesco Alba

I Testi dei Sarcofagi personificano gli attributi creativi della divinità solare come figure divine: Sia (la percezione, la conoscenza: vedi anche https://laciviltaegizia.org/2022/06/07/heka/), Hu (il discorso, l’enunciazione autorevole) ed Heka (la magia, o energia creativa); combinati, questi tre esseri fungono da catalizzatori che coadiuvano il dio del sole (sia esso Atum o Ra) a creare la realtà e la Ma’at o ordine divino.

Una tradizione tarda afferma che Sia e Hu nacquero dal sangue caduto dal pene ferito di Ra sul tumulo primordiale e per questa ragione possono essere considerati figli del dio. In tal senso i due dei erano considerati compagni costanti della divinità solare. Nei Testi delle Piramidi a Sia, “Colui che sta alla destra di Ra”, è affidata la sapienza e la responsabilità di portare il libro del dio. Di lui si diceva anche che risiedesse “nell’occhio di Ra”, in modo tale che il dio del sole potesse osservare e giudicare tutto ciò che accadeva nella dimensione terrena. Nei Testi dei Sarcofagi, Hu è chiamato “Colui che parla nell’oscurità”; si tratta con ogni probabilità dell’oscurità primordiale che precedeva la creazione della luce.

Un testo del Medio Regno, probabilmente riferendosi al turbolento passaggio dall’Antico Regno al Primo Periodo Intermedio, si chiede come il creatore possa aver permesso alla terra d’Egitto di piombare nel caos, pur avendo sempre con sé Sia, Hu e Ma’at (l’ordine divino, l’armonia).

Nei testi funerari del Nuovo Regno, Sia e Hu sono spesso raffigurati in piedi sulla barca solare di Ra. Sia agisce in qualità di portavoce di Ra nel corso del viaggio notturno del sole: egli impartisce l’ordine di aprire di volta in volta i dodici varchi del mondo sotterraneo.

Iconografia:

Figura A: Ra nella sua forma dalla testa di ariete mentre naviga nel Duat (le ore notturne e del mondo infero), accompagnato sulla sua barca da Sia (sulla sinistra, a prua) e da Heka (sulla destra, dietro Ra).

Raffigurazione dalla tomba di Ramses I (KV16), Valle dei Re. Diciannovesima Dinastia.

Figura B: La Barca Solare durante il suo viaggio notturno. Da destra a sinistra: Iside, Thot, Ra nella sua forma di Khepri (lo scarabeo), Hu (riconoscibile dal caratteristico geroglifico sul suo capo che rappresenta una zanna d’elefante, valore fonetico “hw”) e il defunto che governa l’imbarcazione. Raffigurazione dalla tomba di Anhurkhawi, Periodo Ramesside.

Riferimenti:

  • G.Pinch, Handbook of Egyptian Mythology. ABC-CLIO. 2002
  • Joyce Tyldesley, Myths & Legends of Ancient Egypt. Penguin Books – 2011
  • Paul Dickson, Dictionary of Middle Egyptian in Gardiner Classification Order. December 2006

Curiosità, Scrittura

HOLLYWOODIOZIE

A cura del Docente Livio Secco

CLEOPATRA (1930 e 1963)

Così Hollywood immaginava Cleopatra nel 1930 (Claudette Colbert, la grande attrice dell’epoca).

Ce lo vogliamo perdere il reggiseno di Cleopatra? Peccato che sia stato brevettato in America giusto sedici anni prima nel 1914 per la richiesta di Caresse Crosby (1891-1970) una scrittrice.
Nella foto di sinistra, l’attrice indossa la corona SPOGLIA DI NEKHBET (credibile, importantissima corona femminile). Comunque l’aggiunta delle corna hatoriche, con tanto di disco solare, sono un’assoluta fantasia.
A destra, invece, sembra indossare un accessorio che avrà sicuramente acquistato a CORTINA durante le sue gite essendo appassionata di sci di fondo…

Ovviamente mi è venuto in mente il film Cleopatra del 1963 per la regia di Joseph L. Mankiewicz e, soprattutto, alcune scene che mi fanno venire ancora adesso i brividi.
Non possiamo certo pretendere che un regista sia anche uno storico perfetto, ma da qui ad inventare situazioni, eventi, usi e costumi però ce ne passa.
Anche perché lo spettatore, che non sa, da credito alle situazioni viste sullo schermo dimenticandosi che, al 99,999999%, si tratta di spettacolo e non di cronaca archeologica.


Esempio.
Nei film, nelle docufiction, nei fumetti, nelle illustrazioni, eccetera, spesso viene presentato il faraone sul trono al cui cospetto compare il consueto postulante, cortigiano o diplomatico straniero.
Il sovrano egizio, ovviamente, lo riceve seduto sul trono con due oggetti in mano che, non si capisce perché, il regista gli fa tenere incrociati sul petto. È il caso della prima immagine che allego la quale mostra Cleopatra-Taylor nella classica postura che tutti ormai visualizziamo.


Qual è il problema?
La posizione con lo scettro heka e il flagello nekhekh incrociati sul petto è una POSTURA FUNERARIA.
Nessun sovrano d’Egitto si sarebbe mai mostrato in quel modo a chicchessia perché equivaleva a dire che era morto.
Quel tipo di postura la formavano i sacerdoti addetti alla mummificazione una volta che il corpo del sovrano doveva essere inumato.
Ma ad essere sinceri c’è una seconda stupidaggine dentro alla prima stupidaggine.
Quel tipo di postura funeraria era MASCHILE.
La regina, quando veniva inumata, assumeva altre posture. Ad esempio: durante la XVIII dinastia spesso le regine venivano mummificate con il braccio sinistro piegato a 90 gradi sotto il seno mentre il braccio destro veniva allungato sul fianco.

Dello scettro heka vi do le sei grafie più usate. La sua traslitterazione è HqA, la pronuncia IPA è [heka] e rappresenta il bastone con il quale si gestiva un gregge. Il faraone era anche identificato con la locuzione “Il buon pastore”. Dove l’avete già sentito questo modo di riferirsi ad una persona?
In ogni caso nel Medio Evo esso si allunga e diventerà il pastorale vescovile.



L’altro scettro è il flagello nekhekh. Si tratta di un correggiato, cioè di uno strumento che i contadini usavano per trebbiare il cereale (orzo, farro) percuotendolo con un bastone. Esso era formato da un’asta lunga (manfanile) collegata ad una, o più, corta (calocchia). Il collegamento tra queste parti era disposto con nodi o con parti in pelle (corregge) per fare in modo che il giunto fosse in qualche modo snodato o comunque mobile.
L’oplologia ci spiega che nel Medio Evo il correggiato darà origine al mazzafrusto, arma che si dava ai sottufficiali, e non ai fanti, tanto era difficile da usare.
Dello scettro derivato dal correggiato vi do quattro grafie diverse e ben tre pronunce alternative che si ritrovano nella lingua egizia. Si traslitterano: nxAxA, nxx, nxxw, si pronunciano: [nekaka, nekek, nekeku].
Può essere utile consultare il primo Dizionario Egizio – Italiano scritto in geroglifico: https://www.amazon.it/Diziona…/dp/8899334129/ref=sr_1_1…

EXODUS – Dei e re (2014)

Nessuno pretende che un regista sia un perfetto storico del periodo a cui fa riferimento con il suo film.
Però si può pretendere che non deformi la realtà nonostante sia evidente che, per motivi contingenti ai tempi narrativi, certe sintesi vadano accettate.
Diversamente restano registi di poco spessore, almeno per me.
Non fa eccezione Ridley Scott.
Ho ancora negli occhi le prime immagini de IL GLADIATORE (2000) dove il nostro eroe combatte una battaglia con tanto di catapulte usate come artiglieria campale.
Assolutamente no!
L’oplologia ci insegna che, per i Romani, le catapulte erano esclusivamente macchine ossidionali.

La corona di Ramesse II

Ma veniamo all’Egitto.
Il nostro regista si cimenta nella narrazione biblica con il titolo EXODUS – Dèi e re (2014).
Devo ammettere che sono riuscito a vedere giusto i primi minuti del film. Dopodiché, avendo esaurito il mio TMCC(*) mi sono dedicato ad altro.
Nel mio testo ALLA TESTA DEL RE – LE CORONE NELL’ANTICO EGITTO (QdE11) (https://ilmiolibro.kataweb.it/…/623283/alla-testa-del-re/) cito anche la corona chiamata SPOGLIA DI NEKHBET. Questa era un’arcaica divinità a forma di avvoltoio (da non confondere con Mut). Guardate l’immagine dell’intestazione attuale della Community: è proprio lei, Nekhbet, tra gli artigli tiene il geroglifico Snw [ʃenu], l’anello di corda che, deformato dal nome del re, diventa un cartiglio.
In estrema sintesi, Nekhbet divenne protettrice dell’istituzione monarchica. Infatti la troviamo spesso raffigurata ad ali spiegate sul re proprio a scopo tutelare.
Come abbiamo già discusso in un post precedente, sull’Egitto regna un uomo, ma è per discendenza femminile che passa il consenso al suo governo. Ecco perché, molto spesso, sovrani senza sangue reale sono riusciti a salire al trono sposando principesse reali (due esempi per tutti: Thutmose I e Ay).
Ben presto questo consenso femminile all’autorità del re venne magnificato con una specifica corona femminile che rendesse simile la regina consorte alla dea Nekhbet.
E quale era la sua forma?
Esattamente una spoglia di avvoltoio che cingeva la testa della sovrana, indubbiamente, a mio vedere, la corona femminile più bella che sia mai stata ideata nella storia dell’Uomo.

Ve la mostro nella prima immagine tratta dalla tomba KV66 di Nefertari, la celeberrima regina di Ramesse II.
Nella seconda immagine vi mostro una diapositiva della mia conferenza relativa alle corone con un quadro di Pauline Battel. Decisamente un’immagine molto suggestiva.


Nella terza immagine, invece, potete vedere l’idiozia hollywoodiana. Ramesse II si avvia ad una spedizione militare indossando niente meno che la corona femminile per eccellenza.

Non commento ulteriormente.

(*) TMCC=Tempo Massimo Cretinate Cinematografiche.

Mosè a cavallo ed i fanti egizi

Con una sola foto altre due meraviglie.

1. Nell’immagine vedete Mose a cavallo circondato da fanti egizi. Tutti i fanti portano sulla testa il classico copricapo formato da una stoffa piegata opportunamente. Meno male che non hanno messo le DUE SIGNORE (l’avvoltoio Nekhbet e il cobra Uto) sulla fronte dei soldati.
Dov’è il problema?
La nemes, il copricapo in questione, è una corona. E quindi la indossa solo il sovrano. Invece a Hollywood la mettono sulla capoccia di tutti.

2. Ma l’altra scemata l’avete vista?
Mose è saldo in sella perché ha i piedi nelle staffe.
Peccato che le staffe arriveranno in Europa, e quindi in Africa, non prima dell’VI secolo d.C. portate dagli Avari.
D’accordo, gli attori non sanno cavalcare a pelo, però gli Egizi a cavallo proprio no! e con le staffe no! no!

Le armi

ARMI 1 – L’arma messa in evidenza non appartiene al XIII secolo avanti Cristo. Il profilo della lama è indubbiamente Alto Medievale.
Il copricapo di Mosé è una delle varianti della Khepresh. Ha dimensioni ridotte, lo stesso colore azzurro e reca sulla fronte la dea Uto. Assolutamente errato: è una corona del sovrano regnante.
Per misericordia sorvolo sull’impennaggio della freccia in mano al nostro eroe. Di quelle dimensioni e con quelle fattezze funzionerebbe più come freno aerodinamico piuttosto che un sistema direzionale per mantenere la traiettoria di tiro.
Da tenere a mente le dimensioni della spada appesa al fianco.

ARMI 2 – L’arma in mano al nemico non appartiene al teatro asiatico africano del secondo millennio avanti Cristo. Decisamente no. Prosegue alla prossima nota.

ARMI 3 – Ingrandimento dell’arma precedente. In Italia si chiama martello d’arme, per gli anglofoni “warhammer”. È un’arma fondamentale per la cavalleria medievale. Quando il nemico si presentava con l’armatura a piastre una possibilità di abbatterlo era usando il martello. L’arma è dotata di “penna” (la parte a punta, se curva si chiama “becco”) che serve per perforare le piastre nel tentativo di uccidere il nemico. Nella parte opposta c’è la “bocca”, una parte evidentemente contundente, che serve per rendere inoffensivo l’avversario per catturarlo vivo e prigioniero allo scopo di ottenere un riscatto. Ripeto: arma medievale.

ARMI 4 – Ma li avete visti gli schinieri (l’elemento dell’armatura che protegge la parte anteriore della gamba) di Ramesse? A me non risulta che gli antichi Egizi li usassero. Anche se è documentato qualche uso sporadico precedente, li si nota soprattutto in Grecia, quasi sempre con il solo esemplare destro, più raro il sinistro. Nelle formazioni compatte della falange greca (e poi macedone) non era raro che il guerriero che ti stava davanti ti piantasse il calcio della dori (la lancia) nelle gambe. Per cui lo schiniere era più usato per pararsi dai commilitoni che dai nemici. Poi l’uso si svilupperà anche con i Romani. In Egitto mai visti. Vabbè che gli Egizi erano avanti, ma non usavano la palla di vetro.

ARMI 5 – Mosé corre con la spada al fianco. La dimensione è eccessiva e mi viene da pensare, rifacendomi a Brad Pitt (Troy) con la corazza di gomma, che la spada di Mosé sia di plastica. Per gli standard dell’epoca è surdimensionata. Inoltre dovrebbe essere di bronzo il cui peso specifico dovrebbe fare in modo che il nostro eroe corra con quasi 4/5 kg di roba dondolante, disassata, squilibrante al fianco. Quando facevo la scorta(*) usavo una Smith & Wesson modello 19 con quattro pollici di canna. Con sei cartucce 357 Magnum raggiungeva un chilo e trecento grammi. Vi assicuro, alla faccia di Starsky & Hutch, che non era facile correre con un peso del genere in una fondina ascellare. Figurarsi appeso alla cintura.
Dietro a Mosé un fante egizio (finalmente correttamente) armato di khepesh vuole finire un nemico atterrato. La cretinata? Lo sta colpendo di punta. La khepesh era esclusivamente un’arma da taglio. Il pomo della khepesh è un’altra mynkios del nostro regista. La khepesh terminava con un uncino ergonomico, non con un pomo. Vedi immagine 7.

(*) Torino 1980-1982. Quando le Brigate Rosse sparavano tutte le mattine.

ARMI 6 – Qui si gioca facile. Mosé impugna la spada sguainata per permetterci di mandare a quel paese Scott e il suo costumista delle armi. La spada gli è stata donata da Sethy I. Dovrebbe essere un’arma egizia. Invece no. La foggia è chiaramente quella di un’arma dei Celti (indoeuropei del V – III secolo a.C.). Il pomo, come già detto, è pura invenzione. Ma volete mettere la lama? Il profilo è quello tipicamente a foglia del gladius hispaniensis, arma che, secondo l’oplologia Scipione porterà a Roma con i fabbri celtiberi. Quindi? Siamo alla Seconda Guerra Punica (quella di Annibale).
La guardia è penosissima, era inesistente. È pura invenzione, come il pomo.

ARMI 7 – Questa è la khepesh di Tutankhamon. Non un’arma egizia, ma mesopotamica. Di evidente origine agricola, visto che è una falce. Gli Egizi, furbacchioni, la adottano e ne fanno un’arma portentosa. Il filo si sposta sulla parte convessa e non concava e aumentano il volume della punta. Se è vero che si perde l’opportunità di colpire mediante una stoccata, è vero che eseguendo un fendente, l’arma acquista maggiore velocità perché giustamente appesantita in punta. È importante questo? Beh, chiedetelo a Einstein. Lui soleva dire che l’energia è il prodotto della massa per la VELOCITÀ AL QUADRATO. Quindi l’energia sviluppata in un fendente era maggiore per la maggiore massa sulla punta della lama. Attenzione: lama comunque in bronzo.
C’è un problema. Con la mano sporca di sudore, coperta di sabbia fine e, perché no, ingrassata dal sangue del nemico, un veloce fendente avrebbe fatto sfuggire la spada dalla mano del militare egizio. A ciò i tecnici misero soluzione con il becco a fondo dell’elsa. ERGONOMIA DEL XIII SECOLO AVANTI CRISTO.

ARMI 8 – Mosé alla carica. Come Custer con il VII Cavalleggeri. Bravi. Bene. Sette più. A parte che la ripresa è al contrario. Mosé impugna con la sinistra pochi secondi prima di arrivare a contatto con il nemico, ma non è un mancino. E che dire dell’arciere (a cavallo?) dietro di lui con l’arma nella destra? È evidente che in fase di montaggio non siano stati molto attenti. Comunque la mynkios dov’è?
Reparti di cavalleria nel XIII secolo avanti Cristo? Impossibile. I cavalli erano … cavallini. Se gli montavi in groppa probabilmente con i piedi quasi toccavi per terra, ma soprattutto gli spaccavi la schiena. Non si sale a cavallo. Ci si fa portare. Le popolazioni Hurrite sull’altopiano iranico inventano il carro da guerra che gli Egizi conosceranno attraverso gli Hyksos. Così come conosceranno i cavalli. Al momento solo al traino. È vero che nelle raffigurazioni di Qadesh c’è un Egizio a cavallo, monta a pelo, ed è sicuramente un messaggero per allertare le unità ad accelerare il soccorso al re.
E comunque c’è il problema che sono tutti staffati. Ma questo lo avevamo già detto in un precedente post.

Non posso approfondire più di tanto, e mi perdonerete perché diventerebbe un’enciclopedia a fascicoli. Confido sulla fiducia che mi darete sulle competenze oplologiche e polemologiche.
Relativamente a queste discipline scientifiche potete approfondire:
OPLOLOGIA – Il soldati del faraone
https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-soldati-del-faraone/
Le fortificazioni egizie: https://www.amazon.it/Confini…/dp/889933417X/ref=sr_1_1…
POLEMOLOGIA – La presa di Giaffa https://ilmiolibro.kataweb.it/…/630053/la-presa-di-giaffa/
La battaglia di Megiddo https://ilmiolibro.kataweb.it/…/storia…/630057/megiddo/
La battaglia di Qadesh https://ilmiolibro.kataweb.it/…/storia-e…/624937/qadesh/

Gli altri anacronismi – in collaborazione con Mattia Mancini, giovane e brillante egittologo italiano.

( 6 ) Mancini ci mette sotto il naso un fermo immagine con la veduta della capitale egizia dove avvengono gli eventi narrati dal film. Cerchiamo di fissare la cronologia. I personaggi storici citati sono Sethy I e Ramesse II (XIX dinastia, Nuovo Regno). Innanzi tutto non si capisce perché questi siano i sovrani sotto i quali è avvenuto l’Esodo. I libri sacri scrivono genericamente di un faraone ma si guardano molto bene dal nominarlo. Quindi non è assolutamente detto che ESODO=RAMESSE II sia un’equazione storica corretta. Andiamo avanti. La capitale nel film è chiamata MENFI, ma durante la XIX dinastia la capitale egizia era “wAst” [Uaset] cioè Tebe (l’odierna Luxor).
Nelle panoramiche della città si vedono alcune piramidi (anche troppe) che con Menfi, in ogni caso, non hanno nulla a che fare. A destra della panoramica si nota anche una piramide a gradoni. Peccato che sia a Saqqara, quindi non visibile da Menfi e comunque appartiene alla III dinastia ed è del re Djoser.
Visto che, forzando la mano, hanno voluto fare la capitale a Menfi e visto che, effettivamente, da Menfi si potrebbe vedere Giza, non si capisce perché hanno messo le piramidi della IV dinastia ma non si veda la Sfinge, anch’essa della IV dinastia. O metti tutti i monumenti o non ne metti nessuno.

( 7 ) Anche per la nuova mynkios rimaniamo in tema monumentale.
Quando Mosè scappa dall’Egitto, dopo aver saputo di essere un ebreo, attraversa il confine orientale. Finalmente si vede la Sfinge. Era ora. Sul confine orientale? A mille chilometri da Giza? E già questa è una bella cretinata. Ma c’è di meglio. La Sfinge è già senza naso. Peccato che il naso sia stato distrutto dagli Arabi nel 1378 DOPO CRISTO cioè venticinque secoli più tardi.

( 8 ) Quando io durante le conferenze tocco il tema dei commerci, descrivo le teorie di asini che si snodavano sulle rotte terrestri, a migliaia. L’asino, come descrivo nel mio testo sulla ruota egizia, ha due gravi problemi: beve tanto e trasporta poco. La gente resta stupita. E perché gli Egizi usavano gli asini?
… Infatti nel film di Scott compaiono i cammelli.
Peccato che i cammelli in Egitto li abbiano portati i Romani dieci secoli più tardi.

( 9 ) Per consolidare nello spettatore il concetto e la soavità di ambientazioni suggestive (come ad esempio gli harem) nel film si vedono passeggiare dei pavoni.
E allora? Naaaaaaaaaaaaaaaaaaa…. I pavoni li porteranno in Egitto i Romani che li conosceranno in India mille anni più tardi.

( 10 ) Tenete duro. È l’ultima mynkios (di oggi). A Ridley Scott è venuto il dubbio che allo spettatore il concetto di deserto, inteso come distesa di sabbia e roccia, non fosse sufficiente per fargli capire l’ostilità ambientale. Nel dubbio che il pagante biglietto (alias pollo da intortare) non riconoscesse il deserto stesso, gli è sembrato valido riprendere cinematograficamente qualche bel cactus. D’altra parte cosa c’è di meglio che far vedere una pianta grassa per capire che quello è un deserto?
Adesso, io non sono un botanico, però mi risulta che i cactus siano originari dell’America.


Per farmi del male (malissimo!) ho deciso di legarmi in modo alfieriano ad una sedia e di costringermi a guardare EXODUS Dèi e re (2014) del nostro ormai amicissimo Ridley Scott.

Dopo 24 minuti sono riuscito a slegarmi e a bloccare la proiezione. Tanto nel frattempo avevo già visto alcune cosette da condividere con voi.

Oggi vedremo soprattutto un episodio importantissimo del film: l’aggressione dell’accampamento Ittita a Qadesh fatto dai carristi Egizi e dalla loro cavalleria FANTASY (ma questo già lo si è scritto).

Vediamo subito due perle storiche, così ce le togliamo di mezzo immediatamente.

A) Per gli egittologi la battaglia di Qadesh avviene nel V anno di regno di Ramesse II, quindi Sethy I, suo padre, era già morto da tempo e Ramesse non era un principe designato alla successione, ma un sovrano a tutti gli effetti.

B) Gli eventi della battaglia, come narro nel Quaderno di Egittologia (QdE12) QADESH-Una battaglia per due vincitori, (che trovate qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/storia-e…/624937/qadesh/ ) spiego che sono avvenuti esattamente al contrario. All’attacco con una proiezione di carreria c’erano gli Ittiti mentre Ramesse era sulla difensiva attendato con la sua divisione Amon.

Ma come venivano usati i reparti carristi presso l’esercito egizio durante l’Età del Bronzo, cioè il XIV-XIII secolo avanti Cristo?

Guardate la prima immagine. È una diapositiva della mia conferenza I SOLDATI DEL FARAONE – Oplologia e polemologia egizia dalla quale ho tratto il QdE30 che, chi vuole approfondire, può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-soldati-del-faraone/
La formazione d’attacco della carreria dipendeva dall’obiettivo che doveva aggredire.
In alto vedete i carri egizi impegnare un reparto di fanteria con l’obiettivo non di distruggerlo, ma di disperderlo. La formazione carri attacca in modo puntiforme quindi in colonna con i carri su due file non appaiate, ma disassate a scacchiera. In questo modo la distanza tra due carri consecutivi permetteva al carro seguente di deviare dalla rotta per evitare gli eventuali rottami del carro precedente.
In basso, invece, vedete delle unità carri egizie che attaccano delle equivalenti unità nemiche. In questo caso la formazione è per linee e cerca di coprire tutto il fronte nemico e, se possibile, sorpassarlo per tentare di aggirarlo sulle ali. Stop. Fine.
NON ESISTE NESSUN’ALTRA DOTTRINA MILITARE EGIZIA, TANTOMENO CHE PREVEDA UN ATTACCO CARRI AD UN ACCAMPAMENTO.
Questo sia assolutamente chiaro.
Il cavallo viene considerato un animale tipicamente militare. Ma anche questo è completamente errato. Il cavallo è un animale che si spaventa facilmente e che ha molte paure, tra le quali due fondamentali terrori:
A) spezzarsi le lunghe zampe sottili. Infatti la natura lo ha così dotato perché la sua arma di difesa principale è la fuga, in seconda battuta il calcio (in terza, il morso).
B) il cavallo ha paura degli astili, cioè un lungo bastone lo spaventa a morte.
Nei tornei medievali i cavalli erano pesantemente addestrati per vincere i loro timori innati (nascita del destriero) e soprattutto correvano in lizza con testiere cieche che gli impedivano di vedere cosa avesse di fronte.
I carristi egizi (ma anche quelli Ittiti, ed Hurriti in genere) usavano i carri su pianure e comunque su tratti di terreno assolutamente sgombri. I cavalli, quando vedono un ostacolo, per la loro timida natura lo SCARTANO, lo evitano, solo nei film idioti i cavalli calpestano i cadaveri.
Se siete riusciti ad arrivare fin qui avrete già la vostra conclusione pronta e definitiva:
NESSUN CARRISTA EGIZIO AVREBBE MAI GUIDATO IL PROPRIO CARRO ALL’INTERNO DI UN ACCAMPAMENTO NEMICO.
Dopo pochissimi minuti di combattimento gli strettissimi spazi tra gli attendamenti si sarebbero subito riempiti di rottami, di cadaveri, di tende capovolte ed incendiate, di cordami, di armi in asta spezzate o piantate nel terreno. Una situazione del genere sarebbe divenuta, in brevissimo tempo, una colossale trappola per i carristi con una miriade di carri in forte rallentamento con ingorghi impossibili da districare ordinatamente.
NO. LA SCENEGGIATURA È FALSA COME GIUDA E SI SONO PURE INVENTATI LA SCORRERIA DEI CARRISTI TRA GLI ATTENDAMENTI.

A parte queste quisquilie storiche, che al nostro regista sembrano interessare pochissimo, vediamo cosa c’è di bello ed interessante nella ricostruzione che ci viene propinata della battaglia. Elenchiamo le immagini.

1. Giusto quanto detto. Ripresa a volo d’uccello che ci mostra la carreria egizia in formazione (confusa, casuale, caotica) che sta per entrare nell’accampamento ittita. Immaginate le conseguenze per i primi carri (i più esposti) che si rovesciano per gli equidi colpiti o per gli aurighi caduti…

2. La carreria è quasi a contatto con la prima difesa ittita. Giustamente non c’è nessuna protezione muraria: mica è un castrum romano. Tenete d’occhio la pariglia bianca e la pariglia nera. Quella bianca sta correndo a perdifiato. Non è credibile. Evidentemente davanti a se ha un corridoio nel quale tenta di infilarsi. La pariglia nera, se notate bene la groppa, sta frenando (hanno il posteriore basso), i cavalli sono già spaventati per la linea di scudi e di lance. Sono quasi fermi.

3. PURISSIMA FANTASIA. La pariglia bianca salta l’ostacolo. NO. NON E’ CREDIBILE. Immaginate di andare a Pechino, vi sedete su un risciò e il vostro portatore salta un ostacolo. Cosa farà il risciò con voi sopra? Se la pariglia salta l’ostacolo che fine fanno il carro, l’auriga e l’arciere egizio?

4. Ramesse è a terra. Infatti ci mostra il grazioso regal deretano. Sta per essere investito da un carro ittita. Fino ad ora, per il numero del tiro, abbiamo visto bighe. Una triga è molto rara da vedere anche in epoca classica. Il tiro era sempre pari: 2 o 4 quadrupedi. 3 sono rarissimi e comunque non sui carri Hurriti cioè Ittiti. Sorvoliamo sulle testiere medievali.
“I musei infatti sono stracolmi di testiere egizie ed ittite!”
Le vendono su Ebay perché non sanno più dove metterle. Vanno a ruba nelle pizzerie come porta grissini.

5. Mosè, avvistato il pericolo per il quale Ramesse sta per essere travolto da un carro ittita, raccoglie un’arma da terra per tentare di fermare il veicolo. Cosa raccoglie non si sa.
Per essere una lancia ha un astile troppo sottile e in una scherma con un lancere nemico andrebbe subito in pezzi lasciando il militare disarmato.
Per essere un giavellotto l’astile è diametralmente corretto, ma è troppo lungo, troppo ingombrante, pesante e non bilanciato per un corretto lancio diretto o indiretto.
Diamo per scontato che sia un rottame della tenda vicina per cui questo punto 5 potrebbe anche essere non considerato, ma sulle recensioni si legge che Mosè raccoglie un’arma.

6. E qui c’è il capolavoro FANTASY che più FANTASY non si può.
Mosè, intelligentemente, non usa il pseudo giavellotto contro l’auriga ittita. Infatti, anche se lo avesse abbattuto, il carro avrebbe proseguito per inerzia pure senza guida travolgendo Ramesse.
Allora il nostro genione cosa fa? Il problema, giustamente, è il carro. Lancia il giavellotto contro la ruota del veicolo. È sicuramente un gesto istintivo. Ma ecco il miracolo: un fusto leggerissimo di legno, infilato tra i raggi di un mezzo in corsa, ostacola il movimento di rotazione della ruota bloccandola istantaneamente. Il carro, sbilanciatosi, salta in aria, mancando il principe egizio. Dei cavalli nessuna traccia, misteriosamente volatilizzati. Evidentemente durante l’Età del Bronzo gli astili ittiti erano in tungsteno.
È inutile dire che nella realtà, alla faccia della SOSPENSIONE DELLA CREDIBILITÀ, l’asta sarebbe andata in mille pezzi e Ramesse sarebbe stato sottilettato prima dai cavalli e poi asfaltato dal carro stesso, nel più classico dei finali da LOONEY TUNES.

Vi ricordo che il film ha la pretesa di essere storico, altrimenti non mi spiego come mai, tra gli stipendiati del cast, ci sia nientemeno che un consulente egittologo della Swansea University (Galles, UK), il professor Alan Lloyd.

(12) Questa però è davvero grossa e credo che nessun regista, ignorante o incompetente, abbia mai osato tanto.
All’inizio del film il faraone Sethy I sta svolgendo una riunione con il suo Stato Maggiore per definire il pericolo degli Ittiti. Oltre ai pareri degli alti ufficiali, fra i quali Ramesse e Mosè, chiede anche l’opinione degli dèi a mezzo di una sacerdotessa che è fuori dalla sala (ma sempre all’interno del Palazzo Reale).
Questa è evidentemente un’aruspice.
Prima mynkios: un aruspice donna? A me risulta un clero maschile. Seconda mynkios: un aruspice donna in Egitto? A me risulta che l’aruspicina, cioè l’arte divinatoria che esaminava le visceri degli uccelli (e altri animali) sacrificati allo scopo di interpretare i favori divini sia di origine etrusca.
Giusto qualche secoletto più tardi (facciamo quattro o cinque?) e un po’ più a Nord (facciamo Toscana?).
Ma adesso viene il bello. Sedetevi e tenetevi forte.
Sethy I si avvicina all’ara sacrificale dove c’è sopra quello che sembra un grosso anatide sgozzato e rovesciato.
A parte il fatto che al primo passaggio sono svenuto perché mi era sembrato di aver visto un IBIS. Un ibis sventrato in presenza del re? Nel Palazzo Reale si versa sangue per quanto offertorio?
Poi al secondo passaggio mi sono ripreso perché effettivamente non poteva essere un trampoliere.
In ogni caso: Sethy si avvicina mentre il sangue del povero volatile gocciola all’interno di un bicchiere.
Sethy INTINGE l’indice destro nel contenitore (12a) e si rivolge ad una statua divina dicendo: “Grande Sekhmet, il faraone beve in tuo nome e prega per la vittoria sugli Ittiti a Qadesh!”


Ciò detto si porta il dito alla bocca con la quale da una regal ciucciata (12b).
Olè. E ci siamo inventati IL FARAONE DI BRAM STOKER.
Ma non era Dracula?
Ma sì, faraone, Dracula, cosa vuoi che sia.
Tutti dettagli storici di cui non importa a nessuno.

(13) Dopo la (finta) battaglia di Qadesh i due principi si parlano. Mosè cerca di sdrammatizzare la faccenda di aver salvato Ramesse in battaglia. Questi, a causa di una profezia, l’ha invece presa molto male.
Quando i due si vedono Ramesse è in compagnia di un serpente che posa per prenderne un altro (13a), estrargli il veleno facendogli mordere i bordi un calice (13b), per poi dichiarare serenamente che un po’ di veleno fa bene alla salute.


Evidentemente a Menfi (che poi doveva essere Tebe) andavano di moda i TOXICSPRITZ con pizzette, pistacchi e arachidi.
Ci mancava solo più il mitridatismo.
Scott ha davvero una fantasia sconfinata.
La prima mynkios è il fatto che Ramesse prenda a mani nude un cobra che si è posto in posizione d’attacco (visto che ha le spire della testa completamente dilatate) e non come farebbe una persona normale aiutandosi con un bastone a forma di Y rovesciata.
Ovviamente serve per drammatizzare la scena visto che ad uno spettatore comune normalmente vengono i brividi alla sola vista di ofidi. L’ANSA (2022) cita l’O.M.S. la quale conferma che ogni anno nel mondo 5,4 milioni di persone vengono morse da serpenti: di queste si stima che tra 1,8 e 2,7 milioni finiscano per essere avvelenate, e tra le 81.410 e 137.880 muoiano, mentre le disabilità permanenti sono tre volte tanto.
Che Ramesse fosse un faraone lo sapevo, ma un domatore di serpenti non mi risulta e certamente Togni o Barnum potrebbero farci un pensierino per proporgli uno spettacolino tutto suo nei noiosi e sabbiosi fine settimana a Tebe.
In ogni caso la mynkios non è tanto quella di prelevare l’ofide alla velocità della luce, quanto quella di bere il veleno come se fosse una tirata di coca dell’epoca.
Scott ci prende per stupidi perché lui non sa che noi siamo a conoscenza che il veleno di un serpente (cobra compresi) di solito non è fatale a meno che non arrivi al flusso sanguigno o ai tessuti molli. Questo è il motivo per cui i serpenti hanno le zanne (e non i denti), in modo che possano forare la pelle e somministrare il veleno alle loro vittime direttamente nel flusso sanguigno.
Io non sono un erpetologo, ma so che il veleno dei serpenti è una miscela di proteine che di solito vengono digerite nello stomaco umano rendendo il veleno innocuo.
In conclusione: bere il veleno di un cobra sarà un’azione da MACHO, ma non procura una cippa lippa di niente.
Caro Ridley Scott, sei un pirla e non ci hai fregato neppure questa volta!

Scrittura, Teologia

LA DEA DELLA SCRITTURA, SESHAT

A cura del Docente Livio Secco

All’Israel Musem di Gerusalemme fa bella mostra di sé un blocco di pietra che riporta dei geroglifici.
Il pezzo è di recente acquisizione perché è stato ritrovato nel 2019 al largo delle coste di Atlit nel nord di Israele.
Sulla facciata scolpita si riconoscono tre registri con la caratteristica grafia egizia, ma si intuisce anche la raffigurazione di un personaggio.
In basso, si vedono ancora le sue mani: la sinistra regge un supporto mentre la destra, che impugna uno stilo, è certamente impegnata a scrivere un testo.
Facendo attenzione alla cornice che separa il secondo dal terzo registro si intuisce una decorazione che è tipica di una divinità.
Si tratta, infatti, della dea Sheshat, paredra di Thot, entrambi divinità, femminile e maschile, della scrittura.
La pietra non può che essere stata presa da un tempio che la qualità dei geroglifici farebbe risalire alla XVIII dinastia. Il testo è, ovviamente, pesantemente mutilo.



Se focalizziamo la nostra attenzione sul terzo registro possiamo ancora leggere, da destra a sinistra dall’alto in basso, un dono che la dea ci fa:
– il braccio offerente un pane conico è il trilittero “rdi” [redi]
– il tessuto ripiegato è il monolittero “s” [es]
– il nodo è il trilittero “anx” [ank]
– il cestino senza manico è il bilittero “nb” [neb]

TRASLITTERAZIONE
rdi.s anx nb

PRONUNCIA
[redi.es ank neb]

TRADUZIONE
Dà, ella, ogni vita


Sempre sullo stesso registro, più a sinistra, leggiamo una qualifica della dea Seshat:
– il cestino senza manico è il bilittero “nb” [neb]
– la pagnotta è il monolittero “t” [et]
– la mappa della casa è il bilittero “pr” [per]
– la bandierina è il trilittero “nTr” [neʧer]
– i tratti obliqui sono il monolittero “y” [i]
– il papiro arrotolato è il plurilittero “mDAt” [meʤat]

TRASLITTERAZIONE
nbt pr nTry mDAt

PRONUNCIA
[nebet per neʧeri meʤat]

TRADUZIONE
La Signora della Casa Divina del Libro


cioè: Seshat è la protettrice di tutte le biblioteche.
Per noi che amiamo lo studio si tratta di una divinità particolarmente interessante e appassionante.

Un’ultima curiosità. Il blocco di pietra è stato arrotondato da un lato e poi forato.
Per quale motivo?
Ma è ovvio: per essere usato come àncora di un’antica nave.

Egyptoteca

COMPLOTTI A TEBE

Giuseppe Esposito

Presentato da Andrea Petta

Il nostro amico Giuseppe Esposito non è solo uno studioso che abbiamo imparato a conoscere su questo gruppo, ma è anche autore di romanzi storici. Questo ruota intorno alla morte di Tutankhamon e merita di essere riscoperto in occasione del centenario della scoperta della tomba.

“Di lui una sola cosa è certa: morì” con queste parole Carter si riferì al re la cui tomba, forse la più famosa di tutta la storia dell’archeologia, aveva scoperta nel 1922. Ma se la tomba è famosa, non così è per il suo occupante il cui nome, tanto spesso pronunciato, è tuttavia avvolto nel mistero più assoluto. Chi era Tutankhamon, chi i suoi genitori, quale il complesso mondo in cui visse, quali interessi potevano girare attorno alla sua persona, ed ancor più all’eresia amarniana del suo predecessore Akhenaton. Con questo romanzo, basato comunque su evidenze storico archeologiche esatte e riscontrabili, e dotato di un apparato di note storico e dei personaggi di tutto rispetto, l’autore cerca di far luce su uno dei più grandi misteri della storia e dell’archeologia: Tutankhamon fu assassinato? E se si da chi? Circondano il Faraone fanciullo le misteriose figure del precettore Ay, del Generale Horemhab (entrambi successori di Tutankhamon sul trono delle Due Terre), di Aanen, Primo Profeta di Amon, delle splendide regine Nefertiti ed Ankhesenamon e del Faraone eretico, Akhenaton, con il suo sogno spezzato di una religione d’amore universale. E se fosse successo davvero tutto quello che viene ipotizzato in questo libro?

Disponibile su IBS: https://www.ibs.it/complotti-a-tebe…/e/9788887509670

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

L’ARTE TEBANA DELL’XI DINASTIA

Di Grazia Musso

La regina Kawyt è pettinata da una serva

Il governo di Memphis crollò alla fine dell’antico Regno, e con esso caddero le scuole artistiche che dipendevano dal potere centralizzato.

Il Primo Periodo Intermedio portò a un fiorire di scuole provinciali, fra queste vi era la scuola tebana al sorgere della XI Dinastia.

Sarcofago della regina Kawyt. Questo sarcofago esprime meglio di altre opere la fine dell’arte sperimentale del Primo Periodo Intermedio. Nella XI Dinastia gli artisti di corte hanno trovato una loro strada, qui espressa nella sicurezza e nel l’eleganza dei contorni di questi rilievi che mostrano la regina Kawyt a palazzo, nei suoi quartieri.
Da Deir El Bahari, Complesso di Mentuhotep II. Corte leristila, pozzo della regina Kawyt
XI Dinastia. Calcare. Museo Egizio del Cairo.

Mentuhotep II vinse la guerra conquistando l’intero Egitto è ristabili’ la Maat, dea e parola che simbolizza l’ordine, la giustizia, la verità.

L’Antico Regno era visto, dopo un periodo di disordini, rivoluzione sociale, carestie, come l’epoca aurea a cui guardare.

Questa scena di mumgitura, mostra la stessa finezza ed eleganza delle scene sul sarcofago di Kawyt.
Questa scena si trova sul sarcofago della regina Ashayt, rinvenuto nella sepoltura che si trovava sotto la corte Peristilio del monumento di Mentuhotep II, a Deir El Bahari. Questi pozzi rappresentano una prima fase progettuale del complesso sepolcrale, poi modificato sino a raggiungere l’aspetto finale.

Da Deir El Bahari, Complesso di Mentuhotep II
Corte peristilia, Pozzo della regina Ashayt, XI Dinastia
Calcare, Museo Egizio del Cairo

Il cuore artistico di quel periodo fu Memphis e gli artisti tebani seguirono la scuola menfita.

Tebe era un villaggio di pescatori, cresciuto e ampliato, principi ne avevano fatto una città forte, combattiva, rude e ne fecero la nuova capitale.

Questa rudezza appare in opere quali la statua di Mentuhotep rinvenuta nel cenotafio di Deir El Bahari.

Anche questa scena è tratta dal sarcofago della regina Ashayt. È raffigurato il riempimento dei silos: due operai, con i sacchi di grano sulle spalle salgono le scale per versare il grano nei silos. Lo scriba registra il numero dei sacchi versati e il Sovrintendente osserva l’andamento del lavoro.

Da Deir El Bahari, Complesso di Mentuhotep II
Corte peristilia, Pozzo della regina Ashayt, XI Dinastia
Calcare, Museo Egizio del Cairo

Il modello menfita traspare in una continua ricerca degli antichi canoni e alla fine del Primo Periodo Intermedio possiamo vedere opere in cui si ritrovano gli schemi formali e i canoni dell’antico Regno, ma rinnovati da una forza caratteristica dell’arte tebana.

Una diversa sensibilità si trova invece nelle delicate raffigurazioni sui sarcofago delle principesse, da Deir El Bahari ( foto allegate al post).

La regina Kawyt, è raffigurata seduta, che annusa un fiore di loto

Queste opere furono rinvenute sotto la terrazza a colonne del tempio di Mentuhotep che ricopre un precedente stadio costruttivo inglobando le tombe a pozzo con cappelle di sei regine-sacerdotessa di Hathor che sono, da nord verso sud, quelle di Mayt, Ashayt, Sadhe, Kawyt, Kemsit e Hrnhenit.

Sui sarcofagi i rilievi a incavo sono realizzati su calcare duro a grana fine, particolarmente adatto a far risaltare i più piccoli dettagli, questi rilievi mostrano le espressioni della rigorosa matematica dei laboratori menfiti, ma allo stesso tempo non è stata dimenticata l’esperienza del Primo Periodo Intermedio.

Fonte:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
  • Foto del su citato libro e di Patrizia Burlini, Jacqueline Engel, Tiziana Giuliani

IL SARCOFAGO DI ASHAIT

A cura di Nico Pollone

Particolare del rilievo del post dal sarcofago di Ashayet/Ashait dal tempio di Mentuhotep II, Uno scriba che registra il grano portato nel granaio dai portatori sotto la supervisione di un amministratore seduto. Medio Regno, XI dinastia c 2010 1998 a.C. (Foto di Werner Forman/Universal Images Group/Getty Images). Un po’ di storia: Ashayet o Ashait era una regina consorte egiziana, moglie di Mentuhotep II nell’XI dinastia . La sua tomba (DBXI.17) e la piccola cappella decorata sono state trovate nel complesso del tempio Deir el-Bahari di Mentuhotep II . Il santuario e la sepoltura di Ashayet sono stati trovati insieme alle tombe di altre quattro donne sulla ventina e una giovane ragazza, Henhenet , Kawit , Kemsit , Sadeh e Mayet . Tuttavia, è probabile che ci fossero altri tre santuari che furono distrutti durante l’espansione del complesso funerario di Mentuhotep II. I nove santuari furono costruiti nel Primo Periodo Intermedio , prima della riunificazione dell’Egitto da parte di Mentuhotep II. Lei e altre tre donne dei sei portavano titoli di regina, e la maggior parte di loro erano sacerdotesse di Hathor . Il luogo della loro sepoltura è significativo per i loro titoli di Sacerdotesse di Hathor poiché le scogliere di Deir el-Bahri erano sacre ad Hathor dall’Antico Regno in poi. Il Il sarcofago in pietra di Ashayet (JE 47267) conteneva una bara di legno (JE 47355) e nella tomba si trovava anche una statua di legno; ora si trovano nel Museo Egizio del Cairo . Il suo sarcofago in pietra è particolarmente noto per i rilievi esterni e gli interni dipinti. L’interno dipinto è stato copiato come facsimili a tempera su carta da Charles K. Wilkinson a Gurna nel 1926. I facsimili si trovano ora al Metropolitan Museum of Art di New York, ma non furono mai pubblicati. Nella decorazione interna di due Medjayle donne, Federtyt e Mekhenet, sono raffigurate e nominate come parte della famiglia di Ashayet. È stato ipotizzato che la stessa Ashayet fosse una donna d’élite nubiana che viveva in Egitto.


UN DETTAGLIO DEL SARCOFAGO DI KAWIT

A cura del Docente Livio Secco

Mi permetto di dettagliare un’immagine del post di Grazia relativo alla regina Kawit [kauit] il cui antroponimo è ancora oggi incomprensibile.
Uso una diapositiva della mia conferenza CON LA SABBIA TRA I CAPELLI – LE ACCONCIATURE NELL’ANTICO EGITTO.

La diapositiva fa vedere il sarcofago della regina Kawit.
Una parrucchiera, con la parrucca tripartita normale, le sta acconciando la parrucca corta.
Un domestico sta servendo acqua da bere alla regina.
Kawit è la sposa di Mentuhotep II, Medio Regno, XI dinastia, Deir el Bahari, Museo Egizio del Cairo.

Il servo, nella didascalia alta, dice:
“n kA.T Hnwt” [en ka.eʧ henut]
“Per il tuo ka, oh dama!”

Nella didascalia bassa, dice:
“swri rdi.i n.T” [suri redi.i en.eʧ]
“Bevi (ciò che) do io a te!”

Per approfondire può essere utile il mio testo omonimo (QdE49) che trovate qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/con-la-sabbia-tra-i…/