Mai cosa simile fu fatta

LO SCRIBA ACCOVACCIATO

Di Grazia Musso

Calcare dipinto – Altezza cm 51
Necropoli di Sakkara – Prima metà della V Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 30272 = CG 36

La statua, provvista di una base parallelepipeda dipinta di nero, rappresenta uno scriba seduto a terra con le gambe incrociate su cui poggia il rotolo di papiro parzialmente srotolato e tenuto con la mano sinistra.

La mano destra, che doveva tenere uno stilo, è appoggiata all’estremità aperta nell’atto di scrivere.

L’uomo porta una parrucca nera e svasata, che fa da cornice al viso dai lineamenti decisi.

Il volto tondeggiante, ha un’ampia fronte, due grandi occhi incastonati, contornati da un orlo di rame che rende la linea del trucco, il naso è regolare incorniciato alla base da solchi di espressione che si allargano dalle narici verso la bocca tracciata con linee precise.

Una fascia, priva oggi di colore, rivela la presenza di una collana a più fili, al di sotto della quale la pelle, di un arancio carico sul viso e sul collo, si schiarisce sul resto del corpo.

Indossa un gonnellino corto bianco stretto da una cintura dalla quale fuoriesce un lembo.

La parte inferiore del corpo appare meno curata: le gambe sono modellate in maniera sommaria, sono disposte rigidamente.

La posizione da scriba che avrà molto successo nella statutaria dei privati, compare nel corso della IV Dinastia.

Resta purtroppo senza nome il titolare di questa statua.

Fonte: Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti, fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.

Mai cosa simile fu fatta

LE STATUE DI RANOFER

Di Grazia Musso

Calcare dipinto
Saqqara – Mastaba di Ranofer
Scavi di A.Mariette (1860)
Prima metà della V Dinastia

Queste splendide statue gemelle di Ranofer furono ritrovate in due nicchie ricavate nella cappella della sua tomba a Saqqara, insieme a quella della moglie Hekenu.

Le sculture, a grandezza naturale, rappresentano il sacerdote di Ptah e di Sokari in due fasi diverse della sua vita, una nel pieno della giovinezza, l’altra in età matura.

Il giovane Ranofer è un uomo dall’aspetto prestante, atletico e muscoloso, cinto ai fianchi da un gonnellino annodato in vita, indossa una semplice parrucca.

Nell’altra statua è raffigurato con una capigliatura tanto corta che può sembrare una calotta e con una lunga gonna, i suoi tratti sono quelli di un uomo avanti negli anni.

Il dignitario è ritratto in piedi, nella tipica posa dell’uomo incedente, con la gamba sinistra avanzata, le mani stringono due cilindri e lo sguardo fisso, ormai al di sopra delle cose terrene.

La tecnica esecutiva ricalca i canoni della tradizione scultorea, che parte da un unico blocco litico per liberare progressivamente i volumi e i contorni della figura, fino a farla emergere completamente.

I dettagli anatomici vengono definiti con precisione, le superfici sono accuratamente levigate.

Lo spazio che separa le singole parti del corpo resta “riservato”, vale a dire pieno, secondo una convenzione stilistica che non conosce eccezioni.

Il colore era di norma applicato quando la pietra non era particolarmente pregiata, come nel caso del calcare, e non permetteva di raggiungere gli stessi effetti luministici delle pietre più dure

Fonte: I Tesori dell”Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Iconografia

IL DISCO SOLARE ALATO

(py wer: “il grande volatore”)

Di Francesco Alba

Immagini del disco solare con ali di falco, identificato esclusivamente con Horus di Behdet (Edfu, nel Delta orientale), si trovano quasi ovunque in Egitto. Esso richiamava la volta celeste che il sole attraversa nel suo quotidiano tragitto apparente.

Un antesignano di questa raffigurazione simbolica si riscontra su di un pettine in avorio databile al regno di Djet, sovrano della Prima Dinastia (2980 a.C. circa), sul quale l’ignoto artigiano aveva inciso l’immagine della barca solare, dotata di una coppia di ali, mentre solca il cielo.

Ma il più antico e chiaro esempio proviene dalla tomba di Giza della regina Hetepheres (2600 a.C. circa), moglie di Snefru e madre di Khufu/Cheope, e si trova al disopra del nome di Snefru, all’estremità di una cassa che conteneva una tenda. Un altro esempio relativo all’Antico Regno è visibile su di un blocco con caratteri geroglifici proveniente dal tempio funerario di Sahura (Quinta Dinastia, 2487 – 2475 a.C.): anche qui il disco alato, propriamente identificato come “Horus di Behdet”, sovrasta nomi e titoli del sovrano.

Horus di Behdet, tempio di Edfu

Alan Gardiner sosteneva che il disco rappresentasse la “persona reale” del sovrano in sincretismo con la divinità solare, vale a dire l’unione di Horus con Ra, che protegge e sostiene il sovrano in carica.

In altre parole, l’associazione di Horus col faraone attribuiva al disco alato il doppio simbolismo di regalità e di protezione. A causa di queste associazioni con la figura del monarca e in aggiunta alle connessioni fra Horus di Behdet e Wadjyt di Buto, la dea-cobra del basso Egitto, già nel corso dell’Antico Regno (2686 – 2181 a.C.) gli urei (i cobra sacri) furono accostati ai due lati del disco nelle sue raffigurazioni.

Horus il Behdetita in caratteri geroglifici

A partire dal Nuovo Regno (1550 – 1069 a. C.) esso divenne un simbolo di protezione che può essere ancora osservato sui soffitti dei templi e sopra i piloni ed altri portali cerimoniali.

L’esempio ricco di colori qui mostrato, proviene dal tempio di Ramses III a Medinet Habu. Esso decora il lato inferiore di un massiccio architrave in calcare che sovrasta l’ingresso ad un porticato rialzato tra la Seconda Corte e la Sala Ipostila del tempio (fotografia: Jeffrey Ross Burzacott).

Riferimenti

  • L. Jackson. The Divine Falcon. Nile Magazine (13). April-May 2018
  • I. Shaw, P. Nicholson The British Museum Dictionary of Ancient Egypt.The American University in Cairo Press – 1995
Oggetti rituali

LA FESTA DELLE LAMPADE

Di Luisa Bovitutti

IL culto di Iside si è sviluppato nell’area mediterranea tra il II sec. a.C. ed il III – IV sec. d.C. quando perse terreno di fronte all’affermarsi del cristianesimo.

Lampada con l’immagine di Iside e di Serapide – collezione privata

La dea veniva onorata con grandi feste dai tratti esotici, caratterizzate dall’ampio utilizzo dell’illuminazione; in effetti si sono rinvenute numerose lampade decorate con scene isiache e sia l’officiante che i fedeli venivano rappresentati con una lampada in mano.

Queste feste hanno avuto origine in Egitto, ed Erodoto, nelle sue Storie (Libro II, Capitolo 62) descrive la Festa delle Lampade (Lychnokaia), che si teneva annualmente nella città di Sais in onore della dea Neith.

Lampada a olio con l’immagine di una dea che è una fusione tra Iside ed Hathor, spesso identificata con Cleopatra VII – collezione privata

Lo storico racconta che in quell’occasione i devoti, anche quelli che non potevano essere presenti a Sais, accendevano attorno alla propria abitazione molte lampade, costituite da ciotoline piatte piene di sale e di olio, sulla cui superficie galleggiava lo stoppino che bruciava per tutta la notte, così tutto l’Egitto risplendeva di luce.

Il legame tra Neith ed Iside è il frutto di un sincretismo religioso: nel corso della storia faraonica, infatti, Iside assorbì progressivamente le caratteristiche di altre divinità femminili, tra le quali appunto Neith ed Hathor, e l’identificazione si completò in epoca ellenistica, quando la dea ebbe grande seguito anche nel mondo greco – romano.

Lampada a olio con l’immagine di Iside e Serapide- I’ secolo dopo Cristo. Romana.

In Egitto, fin dal Medio Regno si svolgeva una festa delle lampade anche nei giorni epagomeni, i cinque giorni complementari che segnavano il passaggio da un anno all’altro, e quindi al Capodanno, che cadeva poco dopo la metà di luglio; in quel periodo si celebravano anche i defunti, ponendo lumi davanti alle loro statue, nella cappella della loro tomba o nel tempio di Osiride.

Lampada a olio con l’immagine di Iside e di Arpocrate – terracotta – periodo romano

La sera del giorno 22 del mese di Khoiak (che con il calendario introdotto da Augusto andava dal 27 novembre al 26 dicembre) venivano accese 365 lampade, una per ogni giorno dell’anno, che venivano poste su barche insieme alle statue di trentaquattro divinità, tra cui Iside, Anubi e soprattutto l’Osiride vegetante, simbolo del trionfo sulla morte e della rinascita della vegetazione.

Lucerna romana con l’immagine di Iside ed Anubi – terracotta – III sec. d. C.

Per chi desiderasse un’interessante panoramica delle feste delle lampade successive alla conquista romana:

Egyptoteca

LA MUMMIA – THE MUMMY (1932)

Presentato da Andrea Petta

Il capostipite di tutti i film horror/thriller di argomento “egizio”.

Sfruttando l’onda lunga del ritrovamento della tomba di Tutankhamon e l’immaginifico effetto della sua “maledizione”, nel 1932 gli Universal Studios fanno uscire questo horror diretto da Karl Freund, che aveva curato la fotografia di Frankenstein poco prima.

Nella storia, la mummia di un sacerdote (Imhotep, figlio di Amenophis), sepolto vivo nell’antichità per aver tentato di resuscitare la donna amata (Ankhesenamon), viene inavvertitamente riportato in vita da un archeologo leggendo un papiro che accompagnava la mummia.

Il risorto Imhotep con la sua nuova identità di Ardeth Bay (anagramma di “Death by Ra”) tenterà quindi di riavere l’amata Ankhesenamon, reincarnatasi in Helen, la fidanzata di un archeologo, facendone la sua sposa in eterno. Solo l’intervento di Iside scongiurerà i piani di Imhotep.

Oggi il film fa forse sorridere, con l’uso di nomi “famosi” al grande pubblico, le inesattezze storiche e teologiche ed una trama scontata, ma l’interpretazione di Boris Karloff rimane fantastica – e chi da ragazzino non è rimasto con il fiato sospeso durante la scena della resurrezione della mummia mente spudoratamente…

In DVD e Blu-Ray: https://www.amazon.it/Mummia-Johann-Manners-Karloff/dp/B07SY57VYH/

Cose meravigliose, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MUMMIA DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Carter 256 – Museo Egizio del Cairo

La mummia del Faraone fu probabilmente la parte più deludente della scoperta della tomba. Visto che alcune delle mummie trovate nella DB320 erano in ottime condizioni (soprattutto quelle di Sethi I e Ramses II) nonostante fossero state parecchio “sballottate” in tempi antichi e moderni, ci si aspettava di trovarsi di fronte ad una sorte di capolavoro dell’arte imbalsamatoria egizia.

Come tutti sappiamo, purtroppo così non fu. L’eccesso di unguenti e resine versate sulle spoglie del re avevano creato una sorta di “combustione” della parte organica, ma si è ipotizzato che anche altre cause abbiano contribuito al non perfetto stato di conservazione.

L’ESAME ORIGINALE

Forse la più strana sala autoptica della storia: nel corridoio esterno della tomba di Seti II il Prof. Derry effettua la prima incisione sul corpo mummificato di Tutankhamon. A sinistra Carter, chinato verso la mummia, e, più indietro, Mace. A destra, accovacciato, Saleh Bey Hamdi in rappresentanza del governo egiziano.

L’esame della mummia è stato effettuato dal Prof. Derry del Cairo, assistito dal dottor Saleh Bey Hamdi l’11 novembre del 1925, in una sala autoptica inusuale: il corridoio esterno della tomba di Sethi II. Si vide subito che le bende erano estremamente fragili e non sarebbe stato possibile svolgerle; Lucas suggerì quindi di impregnarle di paraffina e tagliarle in modo da non compromettere la disposizione originaria sia di bende che degli oggetti rituali frapposti ad esse. Dei tamponi di lino erano stati inseriti per mascherare le protuberanze causate dagli oggetti e per ricomporre la figura di un giovane tonico.

Un altro momento dell’esame autoptico.

In tutto ben 143 oggetti furono ritrovati tra le bende della mummia.

Nel complesso l’altezza della mummia risultò di 1,63 m, ma dalla lunghezza delle ossa degli arti è stato calcolato che Tutankhamon fosse alto 1,68 metri – un’altezza compatibile con quella delle due statue-guardiano all’ingresso della camera sepolcrale che lo raffigurano. L’età calcolata dalla ossificazione delle epifisi delle ossa lunghe risulta tra i 18 ed i 20 anni al momento della morte.

Gli arti del Faraone erano stati fasciati singolarmente prima di essere richiusi nella fasciatura esterna. Le braccia flesse sull’addome, e non incrociate sul petto, in posizione nettamente anomala per un Faraone egizio; l’avambraccio sinistro più in alto del destro ed entrambi ricoperti di braccialetti. Dita di mani e piedi erano avvolte in guaine d’oro su cui erano riprodotte le unghie e le prime falangi; i piedi calzati con sandali d’oro lavorati a sbalzo per imitare una suola di giunchi intrecciati.

La testa mozzata, con ancora indosso la cuffietta di lino ma senza fascia d’oro, 1925. Un chiaro “indizio” di come la salma sia stata smembrata e poi ricomposta.

Quando fu scoperto il volto, le narici erano chiuse da una sostanza resinosa, di cui uno strato era stato passato sugli occhi e sulle labbra della salma. Gli occhi non erano però stati trattati in modo particolare e mantenevano ancora le lunghe ciglia del Faraone. Il naso leggermente schiacciato dalle bende; le orecchie piccole, con i lobi forati (non piccoli i fori, 7.5 mm di diametro).

Una cicatrice sulla guancia sinistra, in corrispondenza con uno strato più sottile del metallo della maschera nello stesso punto ed alla puntura di insetto di Lord Carnarvon, è stata ovviamente sottolineata dagli amanti della maledizione del Faraone, tra cui Lady Carnarvon…

La radiografia della maschera con evidenziato il punto più sottile sulla guancia sinistra, dove si era ferito anche Lord Carnarvon, corrispondente ad una cicatrice sulla guancia del Faraone

Derry annotò una netta prominenza della parte occipitale del cranio, attribuendo una stretta parentela con lo scheletro ritrovato nella tomba KV55, all’epoca identificato come Akhenaton. La cavità del cranio era vuota, a parte un residuo di sostanza resinosa secondo la pratica di mummificazione dell’epoca.

I denti del giudizio erano appena spuntati, confermando la giovane età del faraone al momento della morte.

L’incisione addominale per rimuovere i visceri era quasi orizzontale, sul lato sinistro del corpo, quindi un’altra anomalia rispetto ad altre mummie della XVIII Dinastia, in cui il taglio è molto più verticale. La piastra d’oro posta di solito a chiusura dell’incisione era assente (forse spostatasi?). Non era presente nel petto né il cuore originale né un amuleto del cuore sostitutivo, ennesima anomalia.

La differenza tra le incisioni praticate per estrarre gli organi interni tipiche della XVIII Dinastia (a sinistra ed al centro) e quella praticata sul corpo di Tutankhamon (a destra). Da “Tutankhamen il Faraone dimenticato” di Philipp Vanderberg.

Il regale membro era trattenuto in posizione eretta dalle fasciature della zona genitale, unico caso conosciuto finora.

Carter fu pesantemente criticato per la scelta di eseguire un esame completo della mummia da chi riteneva più giusto lasciare indisturbato il corpo del Faraone. Ma, come abbiamo visto, la pessima esperienza di quanto successo con Amenhotep II, la cui salma è stata dilaniata a caccia di oggetti preziosi poco tempo dopo essere stato nuovamente inumato nella sua tomba, aveva tolto ogni dubbio agli scopritori su cosa fare.

Alcuni dei disegni con cui Carter annotò la posizione di ogni singolo oggetto ritrovato tra le bende del Faraone

Ma l’estrazione della salma dall’ultima bara e dalla maschera funebre non fu senza danni: la testa fu spiccata dal corpo, come pure tutti gli arti lunghi. Altri danni furono inferti, misteriosamente anni dopo.

Un’altra foto “traditrice”: la mano sinistra mozzata, fotografata per mettere in evidenza le guaine d’oro poste sopra le dita e gli anelli con i cartigli di Tutankhamon

Tutankhamon al momento della re-inumazione, 1926

L’ESAME DEL 1968

Una seconda autopsia fu effettuata nel 1968 dal Prof. Harrison di Liverpool (ricordate? Quello che aveva determinato l’età dell’occupante della KV55 in 20-22 anni, togliendo credito all’identificazione come Akhenaton) e per la prima volta il corpo di Tutankhamon fu radiografato.

Qualcosa era però successo nei 40 anni intercorsi.

La mummia fu riesumata pesantemente danneggiata. La cassa toracica sfondata, mancavano lo sterno, diverse costole, le clavicole; le palpebre asportate, il pene disperso (ritrovato anni dopo). Le braccia erano in posizione distesa lungo i fianchi e non più incrociate sull’addome. Era stata rubata la calottina che copriva il cranio. Nessuno sa cosa sia successo, né è facile fare delle ipotesi. Il corpo era stato fotografato ricomposto al momento della nuova tumulazione nel sarcofago, ed era apparentemente integro.

IL MISTERO DELLA CUFFIA E DELLA FASCIA D’ORO

Nel dettaglio le differenze tra la foto del 1925 e lo stato attuale. Manca la cuffia in lino, le palpebre risultano asportate/distrutte, sono sparite le clavicole, il collare che si pensa coprisse lo squarcio sul petto (ma le costole sono ben presenti nella prima foto), le braccia hanno cambiato posizione

Da notare che Harrison non menzionò affatto queste anomalie nella sua pubblicazione; il suo scopo era soprattutto l’analisi del cranio e della colonna vertebrale.

Comunque, l’esame radiografico non mostrò traccia di incidenti mortali. L’analisi delle vertebre le mostrò normali, nessuna traccia di tubercolosi. Un frammento d’osso fu visto all’interno della scatola cranica, inizialmente individuato come un frammento staccatosi dalla cavità nasale durante il processo di mummificazione, ma poi oggetto di illazioni su una presunta ferita da mazza o da freccia.

La radiografia del cranio del 1968. I due diversi strati di resina visibili sotto la calotta cranica, in alto, ed a destra nella zona occipitale sono indicati dalle frecce nere. Vicino a quest’ultima, il frammento d’osso che ha generato le ipotesi di assassinio del re (freccia dritta bianca). La freccia curva bianca indica il possibile secondo percorso di estrazione del cervello attraverso il forame magno

Ma – altra anomalia – la sostanza resinosa si era solidificata nel cranio in DUE posizioni differenti, una prima mentre il corpo era disteso ed una seconda con la testa rivolta verso il basso, in posizione capovolta. Probabilmente una seconda operazione di asportazione del cervello è stata effettuata dal forame magno posteriore, non si capisce perché in posizione capovolta.

Nel 1978 una seconda riesumazione fu effettuata dall’ortodontista James Harry per ottenere delle immagini migliori della dentizione del faraone, cosa che era stata impossibile nel 1968. A causa di tensioni politiche, era stato impossibile portare il corpo di Tutankhamon fuori dalla tomba, quindi le radiografie erano state fatte con un apparecchio portatile.

Nel 1978 venne effettuata una radiografia molto più definita e precisa rispetto a quella del 1968. Il frammento d’osso è molto più visibile, come anche la sedimentazione della resina usata

LA TAC DEL 2005

5 gennaio 2005: Zahi Hawass presiede l’apertura della prima bara per prelevare il corpo del Faraone e sottoporlo ad una TAC

Una TAC è stata effettuata nel 2005, voluta da Zahi Hawass per controllare l’ipotesi di un assassinio del Faraone.

Viene estratta nuovamente la cassa in legno riempita di sabbia in cui era stato inumato il Faraone nel 1926

L’esito riportato fu che:

L’intera squadra concorda sul fatto che NON ci sono prove di un omicidio presenti nel cranio di Tutankhamon. Non c’è NESSUNA zona sul retro del cranio che indichi un colpo parzialmente guarito. Ci sono due frammenti ossei all’interno del cranio. Questi non possono essere stati causati da una ferita prima della morte, poiché sarebbero rimasti intrappolati nel materiale per l’imbalsamazione. Il team scientifico ha abbinato questi pezzi alla vertebra cervicale fratturata e al forame magno, e ritiene che questi siano stati rotti durante il processo di imbalsamazione o dal team di Carter”.

L’esame rivelò però una frattura del femore sinistro, quasi all’altezza del ginocchio (la cui rotula era allentata e fu staccata durante la prima autopsia), una frattura presumibilmente perimortem (ma questo fatto è stato contestato) – di per sé non mortale, ma la cui infezione avrebbe potuto essere fatale. Altri studiosi credono però che la frattura sia stata causata dal team di Carter (nessuna evidenza di ematoma alla TAC); la questione è aperta.

Indicata dalla freccia a sinistra la frattura del femore che si ipotizza sia dovuta ad un incidente con il carro

LE DIVERSE IPOTESI

Il corpo del Faraone preparato per la TAC del 2005

Nel corso del tempo sono state azzardate diverse affermazioni su Tutankhamon (in parte derivate dall’iconografia di Akhenaton), senza un reale fondamento. Vediamone alcune:

Forbes (1998): era debole a causa degli incroci fra consanguinei. PERÒ: la madre putativa Kiya non era consanguinea di Akhenaton

Weller (1972): soffriva di ginecomastia ed infertilità. PERÒ: i due feti trovati nella tomba indicherebbero che Tutankhamon fosse fertile

Smith (1923): soffriva della sindrome di Froelich (come suggerito per Akhenaton al tempo). PERÒ: entrambi erano fertili.

Burridge (2000): soffriva della sindrome di Marfan (deficit di tessuto connettivo con danni diffusi a scheletro, occhi, cuore ed altri organi). PERÒ: nessuna prova trovata nell’analisi genetica di Hawass del 2010

Creizel (1980): era celiaco (?). PERÒ: nessuna prova tangibile

Walsche (1973): definisce una “sindrome di Tutankhamon” (sviluppo seno, prominenza addominale, piede piatto). PERÒ: ipotesi derivata dalla raffigurazione in alcune statue, nessuna evidenza sul corpo

Boyer (2003): soffriva della Sindrome di Klippel-Feil (fusione delle prime due vertebre cervicali e ridotta possibilità di movimento). PERÒ: nessuna evidenza nella TAC del 2005

Doherty (2002) e Hawass (2010): soffriva di sindromi malformative del piede destro e piede sinistro equino, testimoniato anche dai 120 bastoni trovati nella tomba. PERÒ: nessuna evidenza nell’esame del 1925, contestazioni di esperti sul piede equino, presenza di bastoni cerimoniali in diverse altre tombe.

Doherty (2002): la testa rasata del Faraone suggerisce che i medici cercassero una lesione cerebrale o l’origine di una patologia. PERO’: era pratica comune per i nobili radersi ed usare parrucche per ragioni igieniche.

Sempre Doherty (2002): Tutankhamon soffriva di *pectus carinatum* o “petto del piccione” (protrusione sterno e costole). PERO’: nessuna evidenza nei ritratti del re; sterno e costole sono andate perse e nessuna possibilità di verifica

Ashrafian (2012): era epilettico. PERÒ: nessuna prova tangibile

El-Mahdy (1999) e Doherty (2002): aveva un tumore cerebrale (meningioma). PERÒ: nessuna evidenza dall’esame del cranio e dalla TAC

Le prime immagini della TAC

Sempre Zahi Hawass ha pubblicato nel 2010 un contestatissimo lavoro (Ancestry and pathology in King Tutankhamun’s Family. Journal of the American Medical Association 303, 638–647 (2010) in cui ipotizzava la malaria come causa principale di morte di Tutankhamon sulla base del ritrovamento di frammenti del DNA del Plasmodium falciparum nel corpo del Faraone. In realtà la malaria era endemica nell’Antico Egitto, e la malaria nelle zone endemiche può avere esiti fatali nei bambini piccoli e nelle donne incinte, non negli adulti. È altamente improbabile che il giovane regnante sia morto per questo. Curiosità: il gruppo sanguigno del Faraone era A+, lo stesso dello scheletro della KV55 (Akhenaton/Smenkhare).

Le lesioni metatarsali al piede sinistro di Tutankhamon e l’accorciamento del secondo dito dello stesso piede sarebbero invece sintomi di anemia falciforme, una patologia dimostrata già nell’Egitto predinastico. Anche il prognatismo mascellare (overbite) mostrato nella scansione del 2005 sarebbe compatibile con una diagnosi di anemia falciforme (Timman e Meyer, 2010).

La testa, oggi

La frattura al femore ha alimentato l’ipotesi di una ferita per una caduta dal carro, presumibilmente durante una battuta di caccia. La ferita infetta avrebbe ucciso il Faraone. Da notare però che secondo alcuni studiosi la frattura risalirebbe alle “manovre” di carter per liberare il corpo del Faraone

Le costole sono un altro mistero: secondo Benson, il taglio sui monconi rimasti sono troppo netti per essere stati fatti su un osso di 3000 anni fa (si sarebbero sbriciolati); secondo lui sono stati effettuati dall’imbalsamatore che si era trovato davanti un corpo dilaniato, con uno squarcio sul petto con perdita del cuore e dello sterno. Uno scenario molto cruento, coperto sulla mummia da un collare di perline posto direttamente sulla pelle della salma e che avrebbe coperto lo squarcio.

In definitiva le principali ipotesi finora formulate comprendono:

1) Un assassinio da parte di una congiura di palazzo.

Elementi a favore: morte improvvisa di un giovane apparentemente ben nutrito anche se gracile; periodo storico molto critico; mancanza di un erede diretto. Candidati colpevoli: Ay o Horemheb

Elementi contro: non ci sono tracce di ferite intenzionali inferte; il frammento di osso nel cranio sembra conseguente alla procedura di mummificazione

2) La malaria

Elementi a favore: tracce di DNA del Plasmodio della malaria sono stati ritrovati nella salma di Tutankhamon

Elementi contro: in un’area dove la malaria era endemica è estremamente improbabile che un giovane adulto ben nutrito e ben curato possa soccombere alla malattia

3) Un incidente con il carro

Elementi a favore: le fratture del femore e (forse) delle costole sarebbero compatibili con un incidente con il carro da caccia o da guerra, oppure dal calcio di un cavallo. Le anomalie dell’imbalsamazione potrebbero essere dovute ad una procedura approssimativa “sul campo”. Nel Talmud si fa (forse) riferimento ad una caduta di un Faraone dal carro.

Elementi contro: secondo diversi esperti, le fratture sono post-mortem, probabilmente risalenti al 1925 nel caso del femore e al periodo tra il 1925 ed il 1968 per le costole. Improbabile che il re fosse così inesperto da subire il calcio di un cavallo.

4) Una malattia ereditaria (epilessia; anemia falciforme)

Elementi a favore: alto grado di consanguineità nella XVIII Dinastia, elementi scheletrici compatibili

Elementi contro: la presunta madre di Tutankhamon, Kiya, non era parente del presunto padre, Akhenaton; mancanza di prove dirette

5) Ucciso da un ippopotamo

Elementi a favore: lo squarcio nel torace; assenza del cuore; assenza dello scarabeo del cuore (Harer, 2006). Curiosamente, la stessa morte descritta da Manetone per Menes, il primo Faraone

Elementi contro: nessuna certezza che lo squarcio sia avvenuto ante mortem; mancata descrizione dello squarcio nell’autopsia di Derry. La guardia personale del Faraone lo avrebbe protetto (precedente caso di Tuthmosis III con un elefante)

6) Avvelenato

Elementi a favore: nessuno, o meglio, la mancanza di altri indizi evidenti della causa di morte di un giovane nobile

Elementi contro: nessuna prova

Fino all’emergere di nuove evidenze, la causa della morte di Tutankhamon rimarrà un mistero

Tutankhamon, ad oggi, riposa così. A causa dello spostamento della prima bara al GEM per il restauro non è più nella camera sepolcrale ma nell’Anticamera. Privato dei sacrari, del sarcofago, delle bare e della maschera, spogliato di ogni amuleto protettivo. Dilaniato, spezzato, tagliato letteralmente in due e pietosamente ricomposto. Forse non esisteva un altro modo, ma di tutto ciò che era presente nella sua tomba, forse quello che ha ricevuto meno cure e meno attenzioni è stato proprio lui.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Forbes D. et al. Tutankhamen’s Missing Ribs. KMT San Francisco, 2007
  • Boyer R et al. The Skull and Cervical Spine Radiographs of Tutankhamen: A Critical Appraisal. American Journal of Neuroradiology Jun 2003, 24 (6) 1142-1147
  • Harer, W. Benson. “New Evidence for King Tutankhamen’s Death: His Bizarre Embalming.” The Journal of Egyptian Archaeology 97 (2011): 228–33.
  • Rühli, F.J., Ikram, S., Purported medical diagnoses of Pharaoh Tutankhamun, J. Comp. Hum. Biol. (2013),
Bubastis, Luoghi

IL PALAZZO DEL MEDIO REGNO A TELL BASTA

Di Francesco Volpe

Ricostruzione parziale del Palazzo del Medio Regno a Tell-Basta di Francesco Scio.

Il Palazzo Reale non era solo la dimora di un faraone, ma raffigurava l’ideologia, la cultura e l’amministrazione dell’antica società egizia.

Sappiamo ancora poco dei palazzi reali dei periodi più antichi, la documentazione archeologica e la maggior parte delle prove disponibili deriva dal Nuovo Regno, ma il palazzo del Medio Regno a Tell Basta, l’antica Bubastis nel Delta orientale, è una notevole eccezione. Scavato da Shafiq Farid negli anni ’60, da Ahmed Essawi negli anni ’70 e da Mohammed Ibrahim Bakr tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80.

Ricostruzione parziale del Palazzo del Medio Regno a Tell-Basta (vista posteriore) di Francesco Scio.

Il Palazzo di Tell Basta non è ancora completamente esplorato e conosciamo ancora poco la storia della sua costruzione. Saranno necessarie altre spedizioni archeologiche sul campo per conoscere più a fondo questo straordinario edificio e il suo contesto storico e culturale.

Come tutti i palazzi del vicino Oriente, quello di Tell Basta fu costruito in mattoni di fango, il Ministero di Stato per le Antichità (MSA), sotto la guida di Mohammed Abd el-Maksoud, decise di proteggere le mura dell’edificio sotto strati di mattoni moderni.

Nel 2013, una ricerca sul campo condotta dall’Accademia Austriaca ha rivelato che il palazzo originariamente si estendeva molto più a nord di quanto si pensasse in precedenza, ma purtroppo, durante la bonifica nella prima metà del XX secolo, quest’area è stata in gran parte rasa al suolo. Una sezione, tuttavia, è ancora conservata nell’angolo nord-ovest e un’intera striscia lungo il bordo occidentale del palazzo è ancora intatta.

La mappa archeologica del Palazzo del Medio Impero.

La posizione tra il palazzo e il cimitero per i governatori della XII dinastia ad est, porta a concludere che inizialmente servisse come residenza per i sindaci della città o i governatori del nomo. I nomi e i titoli di almeno cinque sindaci di Bubastis sono noti dalle loro tombe e dai resti di corredi funerari, il che suggerisce che il cimitero (e forse anche il palazzo) esistesse per gran parte della XII dinastia. Il complesso di circa 16.000 mq è, tuttavia, troppo grande per una residenza o un edificio amministrativo dei sindaci della città e le sue dimensioni suggeriscono fortemente che questo palazzo fungesse anche da residenza reale temporanea. Molti attribuiscono questo Palazzo al Faraone Amenemhat III perché un architrave di una porta in pietra calcarea rinvenuto nella parte nord-orientale del palazzo lo raffigura nella sua cappella per la festa Sed.

Una testa colossale in granodiorite di Amenemhat III (EA1063) risalente al XII Dinastia, era stata trovata da Edward Neville durante la sua spedizione nel 1887-1889, alcuni mesi dopo il ritrovamento fu donata al British Musium a Londra. Indizi che potrebbero suggerire che almeno questo re possa aver trascorso del tempo regolarmente in questa importantissima città del Delta orientale, molto probabilmente durante le festività religiose o per adempiere a obblighi amministrativi. Altre statue onorarie di due dignitari e l’ultimo dei sindaci conosciuti, Maheshotep, furono rinvenute (probabilmente vicino al luogo della loro deposizione originale) da Shafiq Farid nella spaziosa sala con colonne.

Normalmente tali statue venivano collocate nei cortili e nelle sale ipostile dei templi per garantire la presenza eterna dei loro proprietari durante le offerte e le festività. La presenza di queste statue indica che i palazzi incorporavano anche luoghi di culto.

La statua (B 96) di Khakaure-Seneb, il cui nome personale suggerisce che la nomina alla carica di governatore di Bubastis, e la sua vita, siano trascorse durante il regno di Sesostri III, e potrebbe essere durato fino all’epoca di Amenemhat III. La sua statua, che lo ritrae accovacciato, è stata trovata nel palazzo del governatore dalla parete occidentale della cosiddetta sala del trono del palazzo. Sulle sue gambe vi è la seguente iscrizione:
01 | Un’offerta che il re dà e Re-Harakhty, figlio di Geb, Osiride
02 | la Grande Enneade, la fila di cappelle dell’Alto e Basso Egitto, e Bastet
03 | signora di Bubastis, (affinché possano dare) un’offerta di invocazione, (composta da) pane, birra, bovini e pollame puri, incenso, unguento
04 | per il Ka del principe ereditario, Nomarca, portavoce di Nekheb nel Per-wer, sovrintendente
05 | del sacerdote di Bastet, Khakaure-seneb, generato da Mut.
Traduzione di Lange-Athinodorou 2015.
Foto: https//project-mine.de

La pianta del palazzo di Tell Basta è insolita, essendo orientata a sud, mentre i palazzi e le case in Egitto erano di norma erano orientate a nord. L’ingresso è posizionato sul lato destro della facciata, una caratteristica copiata dall’architettura domestica contemporanea, mentre i palazzi del Nuovo Regno mostrano solitamente una disposizione simmetrica degli spazi. Trattandosi di un ingresso monumentale con due file di sei colonne ciascuna, sembra improbabile che ci fosse un altro ingresso a nord. L’ingresso conduce, su un asse spezzato, a un altro portico che probabilmente aveva anch’esso due file di colonne e dava accesso a un cortile colonnato che conduceva alla grande sala di presentazione con altre sei colonne di notevoli dimensioni. Questa sala conduce, tramite una spaziosa porta, a un’altra sala non più conservata. Su entrambi i lati del cortile colonnato si trovano stanze che sembrano uffici. Le stanze perdute a nord potrebbero essere state riservate agli appartamenti di stato reale.

A ovest dell’ingresso, nella parte più meridionale del complesso, si trovano magazzini, a ovest di essi si trovano i resti di forni, probabilmente una cucina adatta a una famiglia di palazzo. Nella seconda fila da sud si trovano quattro appartamenti a ovest del cortile colonnato. L’unità più orientale è la più grande e potrebbe essere descritta come una “villa”; Probabilmente era la residenza del sindaco di Bubasti. La villa si estende su una superficie di oltre 400 mq ed è orientata – come di consueto per le case – a nord, dove è dotata di un cortile con uno stagno rivestito in pietra. A ovest, il cortile conduce a una sala per le riviste a cinque navate, che sporge dalla facciata occidentale di questo edificio. A sud del cortile si trovano una grande stanza, quasi quadrata, e una più piccola.

La stanza quadrata sembra essere stata utilizzata per le presentazioni e probabilmente aveva una o più colonne a sostegno del tetto. La parte più meridionale di questo edificio era molto probabilmente riservata all’abitazione privata ed è divisa in tre stanze. Probabilmente le due stanze occidentali erano camere da letto con panche contro la parete sud e forse un bagno a nord. Questa dimora ha accesso ai presunti uffici a ovest del cortile colonnato e nell’angolo nord-orientale dell’unità c’è un corridoio cieco interrotto che potrebbe essere una scala che conduce al tetto della parte ufficiale del palazzo. Altre tre unità abitative furono aggiunte a ovest; due di esse erano collegate tra loro, la terza era separata. Ognuna di esse copre 125-150 mq e sembra aprirsi verso nord. È possibile che vengano portati alla luce altri appartamenti non appena gli scavi proseguiranno nel quartiere nord-occidentale, ancora sconosciuto. Sul lato orientale, vicino all’ingresso monumentale, si trovano piccole stanze che potrebbero essere state utilizzate per le guardie di sicurezza.

l palazzo era incastonato in una ricca stratigrafia e fornisce la prova di un cambiamento significativo nello sviluppo delle zone urbane della città nel corso del tempo. Nel suo angolo sud-occidentale, le sezioni stratigrafiche sono state aperte nel marzo 2013 ed è diventato sempre più chiaro che in quel punto il palazzo fu costruito sopra una necropoli dell’Antico Regno, che è la continuazione di un cimitero scavato da Mohammed Ibrahim Bakr. Ancora più antiche di queste tombe, massicce mura di magazzini e altre strutture che sembrano appartenere a un complesso palaziale dell’Antico Regno con un diverso orientamento. Corrisponde all’orientamento di un altro cimitero d’élite dell’Antico Regno, situato a est del palazzo, come il cimitero d’élite del Medio Regno, la sua stretta connessione con il palazzo contribuisce all’unicità di questo sito.

Frammento della statua di Nefer-Ka in quarzite risalente alla 18° dinastia proveniente da Tell Basta. Università di Zagazig, postata da: https//project-mine.de

In cima al palazzo del Medio Regno si trovano i resti di un fragile insediamento della XVIII dinastia che continua con case in stile Amarna costruite con maggiore cura a sud e a est. Più tardi, nel Nuovo Regno, il palazzo lasciò il posto a una necropoli con tombe scavate nella parte occidentale del palazzo del Medio Regno. Il complesso è situato nell’estremo nord-nord-ovest di Tell Basta. Questa posizione settentrionale è osservabile in altri siti palaziali come il Palazzo di North Riverside ad Amarna, il Palazzo di Apries a Menfi, il Palazzo di Seti I e Ramses II a Qantir e anche la cosiddetta Acropoli nell’insediamento di Kahun. Il motivo è che i venti prevalenti da nord-nord- ovest avrebbero portato aria pulita al palazzo e lo avrebbero protetto dal fumo e dagli odori della città.

Fonte:

Manfred Bietak and Eva Lange, “Tell Basta: The Palace of the Middle Kingdom,” Egyptian Archaeology 44 (2014), 4-7.

Fonte Testo:

https://www.academia.edu/…/Manfred_Bietak_and_Eva_Lange…

Egyptoteca

EGITTO, L’AVVENTURA DEI FARAONI FRA STORIA ED ARCHEOLOGIA

A cura di Maurizio Damiano

Presentato da Ivo Prezioso

Beh, quando circa 25 anni fa, se ricordo bene, in edicola apparve il primo fascicolo di quella che credo sia la prima enciclopedia italiana dedicata all’Antico Egitto, presi immediatamente accordi con il mio edicolante affinché mi mettesse da parte i fascicoli ove mai dovesse sfuggirmene qualcuno.

Avevo letto tanti libri, ma l’idea di venire in possesso di un’opera di così ampio respiro fu un vero “coup de foudre”. E l’attesa non andò delusa.

Gli argomenti si dipanano in modo chiaro (evidente il carattere prettamente divulgativo dell’opera, ma era quello che desideravo), ma rigoroso. Un percorso cronologico, ma integrato con la rubrica “L’avventura dell’archeologia” che offre una narrazione quanto mai suggestiva delle grandi scoperte.

Non manca una sezione dedicata ai geroglifici, che fornisce gli elementi primari per un approccio a questo tanto singolare quanto affascinante sistema di scrittura. In attesa che il prof. Maurizio Damiano dia alle stampe la sua nuova opera “Il velo di Iside” che si preannuncia aggiornatissima, ancora ricorro di frequente alla consultazione di questi quattro splendidi volumi.

Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LE PLACCHE DELLA FAMIGLIA DI AMENHOTEP III

LA PLACCA DI HENUT TANEB

Di Luisa Bovitutti

In questa placca finemente incisa la principessa Henut Taneb è raffigurata accanto ai suoi genitori Tiye e Amenhotep III ed a sua sorella Isis; l’oggetto è realizzato in corniola, una pietra semipreziosa che gli Egizi chiamavano “sole al tramonto” e ritenevano capace di allontanare il malocchio e di garantire la pace.

Questo splendido reperto, probabilmente parte di un bracciale, è custodito al MET di New York.

La placca misura cm. 2,3 in altezza, cm. 4,1 in larghezza e cm. 0,2 in spessore e raffigura al centro Amenhotep III in trono, con la doppia corona, il flagello e lo scettro uncinato (sopra di lui il cartiglio con il suo nome di incoronazione Neb-maat-ra); davanti a lui, in piedi, le due figlie Henut Taneb e Iside (o Iset) sormontate dai cartigli dei loro nomi, che tengono in una mano il segno ankh e nell’altra un sistro.

Alle spalle del re, su di un trono più piccolo di quello del consorte, la grande sposa reale Tiye (identificabile dal cartiglio inciso sopra di lei), che indossa un abito lungo e stretto, collana e bracciali ed un copricapo ornato da due alte piume; dietro la regina si trova il portatore di flabello.

La circostanza che i nomi delle figlie di Amenhotep III siano iscritti in un cartiglio, privilegio riservato ai sovrani ed alle regine, inducono a ritenere che egli le sposò; il titolo di “Grande sposa reale” è tuttavia attestato solo per Sitamon e per Iside, le due sorelle maggiori di Henut Taneb.

FONTI

LE PLACCHE DEL GIUBILEO

Di Luisa Bovitutti

Howard Carter fu incaricato da Lord Carnarvon di cercare reperti egizi per la sua collezione, e nel 1912 acquistò altre tre placche simili a quella di Henut Taneb, anch’esse in origine probabilmente incastonate nell’oro a formare un bracciale; nel 1926, dopo la morte del Lord, essi furono comprati da Edward S. Harkness che li donò al Met di New York, ove si trovano tuttora.

Le squisite incisioni, realizzate con estrema maestria su di una pietra difficile da lavorare per la sua durezza, inducono a ritenere che le placche siano state prodotte dagli artigiani reali; due di esse, in corniola, commemorano forse uno degli heb sed del sovrano, che appare con l’abito tradizionale del giubileo con la sua regina e in un caso anche con due principesse, che gli porgono la “palma degli anni” come augurio di un regno lungo e prospero.

Nella seconda di esse Amenhotep III è rappresentato nel momento della cerimonia in cui, dopo aver rinnovato le sue forze vitali, viene incoronato nel doppio padiglione e compare sia come re del Basso Egitto indossando la corona rossa che come re dell’Alto Egitto indossando la corona bianca.

Sul padiglione splende il disco solare alato e ad entrambi i lati la regina Tiye è in piedi di fronte a lui.

Sul lato sinistro, un piccolo cartiglio lo designa “Nebmaatra, dotato di vita” e Tiye porta il segno Ankh verso il viso del marito e con la mano destra tiene una “palma degli anni”; sul lato destro, la regina presenta con la mano destra il cartiglio del marito e con la mano sinistra tiene un’altra “palma degli anni”.

La scena è incorniciata da due colonne di geroglifici. A sinistra: “Il buon dio, Signore delle Due Terre, Neb-maat-ra, dotato di vita eterna”; a destra: “Figlio di Re, dal suo corpo, Amenhotep, sovrano di Tebe, dotato di vita eternamente”.

FONTI:

LA PLACCA DI TIYE COME SFINGE

Di Patrizia Burlini

La terza placca intagliata in corniola, parte di un braccialetto, probabilmente raffigura la regina Tiye sotto forma di sfinge alata, che tiene tra le mani il cartiglio con il prenome di Amenhotep III, Neb-Maat-Re.

Da notare il copricapo indossato dalla regina sfinge: molto simile al tipico copricapo indossato da Nefertiti.

Le piante sulla sommità della corona forniscono un legame con gli aspetti di ringiovanimento dei membri femminili della famiglia reale di Amarna.”

Ali, copricapo e gioielli indicano stretti legami con terre straniere (Nubia, Asia).

1390-1352 a.C, XVIII Dinastia, corniola, conservato al MET di NY

Fonti:

  • Didascalie MET
  • Dorothea Arnold, The Royal Women of Amarna, MET
Tutankhamon

IL CORSETTO DI TUTANKHAMON

Di Grazia Musso

Questo straordinario pezzo è la versione cerimoniale del pettorale in pelle e metallo indossato dal re quando andava a caccia o in battaglia.

Un corsetto simile è spesso indossato dal dio Amon, si tratta perciò di un oggetto collegato al ruolo del re che enfatizza il legame fra Tutankamon e questo dio.

Il faraone è raffigurato su numerosi oggetti della sua tomba mentre indossa questo tipo di corsetto.

Il corsetto è uno degli oggetti più complessi fra quelli trovati nella tomba e si compone di numerose parti. Un’ampia fascia fatta da perline di vetro colorato, cucite su un sopporto di Stoffa, veniva avvolto intorno al busto del re, in modo da fasciarlo dalla vita fino sotto i pettorali.

Insieme al corsetto Carter ha rinvenuto dei lunghi pezzi dorati che servivano per allacciare a fascia ai due lati del corpo.

Alcuni sottili fili di perline con inserti in pasta vitrea e un ampio collare reggevano il corsetto sopra le spalle e intorno al collo.

Il collare era composto, su entrambi i lati, da registri alternati di pezzetti faience azzurra e blu e di cornalina, con un registro a tema floreale lungo il bordo esterno.

Sul lato frontale il collare era unito alla parte principale del corsetto da un pettorale fatto in cornalina, pasta vitrea blu e verde, il tutto inserito in una cornice d’oro.

La scena sul pettorale mostra Amon-Ra mentre offre a Tutankamon il ramo di palma che rappresenta i “milioni di anni” e dal quale pende l’immagine di un padiglione contenente due troni, simbolo di un lungo regno. Dietro al re si trovano Atum, dio creatore rappresentato come un uomo con la testa di falco, e la sua consorte Iusaas.

Nella parte posteriore del corsetto, in corrispondenza del collare, si trova una composizione fatta da uno scarabeo alato con le zampe posteriori di uccello , che spinge il disco solare, simbolo del sorgere del sole; ai suoi lati due cobra: uno con la corona Bianca e l’altro con la corona Rossa.

Alcuni ankh pendono dalle zampe dello scarabeo/uccelli e dal corpo dei cobra.

La manifattura di questo pezzo, il modo in cui le singole parti sono state accuratamente messe insieme, così come l’attenzione per il dettaglio, sono eccezionali.

La maggior parte del corsetto è stata trovata nella cassa 54, tuttavia a seguito del saccheggio da parte dei tombaroli, altri pezzi sono stati rinvenuti nelle vicinanza, sul pavimento mentre altri erano disseminati per l’anticamera. Gran parte dell’ampio collare del corsetto è stata trovata nel naos d’oro, un’altra parte era insieme a dei datteri in un piatto.

Fonte : Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi.