Legno stuccato e dorato, dimensioni 50,5 x 26,5 x 32 cm. Carter 108, Museo Egizio del Cairo JE 61481, ora al GEM 199-1
Questo meraviglioso scrigno dorato fu trovato da Carter nell’Anticamera dietro l’ultimo dei letti funerari (quello di Ammut) di fianco al varco per entrare nell’Annesso. Può darsi che sia stato spostato dallo stesso Carter insieme a Carnarvon e a Lady Evelyn durante la loro incursione notturna clandestina per esplorare preventivamente la tomba.
Quasi nell’angolo, col numero 108, sembrava insignificante di fianco all’entrata dell’Annesso, eppure…
Le foto ufficiali di Burton al momento del ritrovamento
Lo scrigno era vuoto (e non c’è ragione per sospettare che qualcosa sia stato trafugato in tempi moderni…) a parte dei frammenti di gioielli alla rinfusa, tra cui uno splendido corsetto, ma originariamente conteneva almeno una statua di qualche divinità (Carter ipotizza due) di cui è stata ritrovata la base di sostegno.
L’interno, dopo la razzia dei predoni nell’antichità. A destra la base della statua trafugata
Il supporto della statua: si notano le impronte dei piedi della statua che vi era appoggiata
Ha una forma rettangolare messa in verticale, con un “tetto” leggermente inclinato all’indietro posto su un toro ed una cornice a cavetto tipica del periodo. La parte frontale si apre con due ante chiuse da chiavistelli in legno che passano attraverso anelli in argento in alto ed in basso, mentre una terza coppia di anelli era con ogni probabilità chiusa da una corda e sigillata con l’argilla in modo simile ai sacrari intorno al sarcofago. L’interno dell’anta di sinistra è stato danneggiato quando i tombaroli hanno cercato di portare via la doratura.
Il naos al Museo del Cairo, con il piedistallo all’interno
Il piccolo naos poggia su una slitta i cui pattini sono placcati in argento
Il tetto è decorato frontalmente con dischi solari alati, mentre ai lati mostra due serpenti alati Wadjet con il simbolo shen (“potenza”), simboli ripetuti anche tra gli artigli di due file di avvoltoi Nekhbet sulla parte superiore.
Il “tetto” con i due dischi solari alati
Uno dei due serpenti alati Wadjet, che protegge tra le ali un simbolo “shen” (potere)
L’esterno del naos è invece decorato con splendide raffigurazioni di Tutankhamon e della moglie Ankhesenamon a rappresentare l’armonia della coppia ma, di riflesso, anche l’importanza che tale armonia aveva per l’equilibrio della Ma’at sul regno.
La vista dall’alto del naos, con le due file di avvoltoi Nekhbet
La lavorazione è assolutamente superba, facendone un capolavoro squisitamente armonioso. Ricordiamoci che è alto solo 50 cm.
Secondo gli studiosi, le scene rappresentate su questo naos tendono a mostrare che la regina non abbandonerà il marito nella morte o che la regina assuma l’identità della dea Hathor o Ma’at, in particolare in una scena dove la regina offre al faraone la sua collana “menat”. La coppia reale garantisce il matrimonio simbolico del dio sole e della sua controparte femminile. La loro unione deve garantire il ciclo della vita. L’azione della regina con il re vivente continua in quest’ottica anche dopo la morte.
Una delle scene di caccia raffigurate. La caccia è simbolica: il Faraone sconfigge il Male (rappresentato dalle prede) per conquistare la vita eterna. Indossa una corazza cerimoniale a borchie su cui le ali di Iside e Nephtys offrono protezione. Ankhesenamon è qui sia moglie amorosa che Dea a sostegno del percorso del defunto re.
La coppia è raffigurata in ben 17 scene di intimità e di caccia, a volte anche con sfumature di carattere sessuale. Oltre alla simbologia di procreazione, la sessualità si lega ai concetti di rigenerazione e resurrezione sottolineando l’importanza della coppia reale nel mantenimento della ciclicità del tempo.
In questa rappresentazione il gesto della regina evidenzia il ritorno ai riti tradizionali di Hathor dopo il regno di Akhenaton. Ankhesenamun scuote un sistro e offre la sua collana “menat” a Tutankhamon, un gesto solitamente associato ad Hathor (ricorda molto il bassorilievo della tomba di Seti I ora al Louvre). Le donne reali nel regno di Akhenaton non sono mai state mostrate in possesso di un menat, anche se questo nuovo “design” della collana mostra chiaramente l’influenza di Amarna. Ora, per la prima volta, il contrappeso termina in una testa femminile con la corona solare di Hathor e mani umane che porgono segni di vita “ankh”, un chiaro riferimento alle braccia raggianti di Aton che donano “vita” nelle scene di culto di Amarna
Alla base dei montanti delle porte si trovano anche quattro uccelli rekhyt, figure di uccelli con braccia umane sollevate che simboleggiano il popolo governato dal Faraone.
All’interno un pilastrino di sostegno per la statuetta che vi era contenuta (forse originariamente affiancata da un’altra), anch’esso in legno stuccato e dorato, con una base in ebano in cui erano visibili le impronte dei piedi nudi della statua ora scomparsa, forse quella della dea Weret-Hekau, Grande della Magia, più volte citata nelle iscrizioni del naos associata ad Ankhesenamon e che manca all’appello di quelle ritrovate da Carter.
Altre due scene di intimità sul lato destro del naos: a sinistra Tutankhamon versa del liquido alla moglie, che beve direttamente dalle mani, mentre nell’altra mano il Faraone stringe i prodotti della terra, un fiore di loto e due frutti (mandragore?); a destra Ankhesenamon appende al collo del marito una collana il cui pendente raffigura due cartigli intorno ad uno scarabeo che sorregge il disco solare
È estremante probabile che questo piccolo naos sia un dono funerario personale di Ankhesenamon, descritta come
“La nobildonna, grande nei favori, Signora dell’Alto e del Basso Egitto, dolce d’amore, la grande sposa reale, la sua amata, amante dei Due Paesi, (Ankhesenamon), possa ella vivere per sempre”,
ed una delle iscrizioni è particolarmente rilevante:
“Adora in pace, possa Weret-Hekau riceverti, amato da Amon“
Secondo alcuni studi, potrebbe non essere la regina “amata da Weret-Hekau”, ma essere Tutankhamon “amato da Weret-Hekau” incarnata dalla regina.
In qualunque modo, uno splendido dono di una regina al suo sposo
Riferimenti:
Christiane Desroches Noblecourt, Toutânkhamon, vie et mort d’un pharaon, 1963
Christelle Gautron, Position et influence des mères, épouses et filles royales de l’avènement d’Amenhotep III au règne d’Horemheb. Lyon 2003
Zahi Hawass, Tutankhamon. I tesori della tomba. Einaudi 2018
Questo libro mi è stato caldamente consigliato dal Prof. Maurizio Damiano ed è la riduzione francese di un ben più corposo volume in lingua tedesca, Ma`at: Gerechtigkeit und Unsterblichkeit im alten Ägypten (Ma`at: giustizia e immortalità nell’antico Egitto).
Non esiste purtroppo una versione italiana, pertanto è richiesta una discreta conoscenza della lingua francese. Acquistato su Amazon (€ 19,50) è dedicato a tutti coloro che desiderano approfondire uno degli aspetti fondanti del pensiero egizio (anzi, quello determinante).
Ma’at è un’ astrazione, prima ancora che una divinità: potremmo dire che è la personificazione incorporea di un immagine ideale di regola a cui dovevano sottostare uomini, faraone e persino gli stessi dei. A riprova è il fatto che in Egitto non è esistito un vero culto, né fu venerata in santuari, almeno fino al Nuovo Regno. Il culto e la venerazione venivano implicitamente praticati attraverso la sua applicazione. E dobbiamo pensare anche che ogni aspetto esteriore della Civiltà Egizia, quelli che più colpiscono il nostro immaginario, vale a dire monumenti, opere d’arte ecc., sono figli di questa concezione.
Tutti, ad esempio possono notare come anche una semplice iscrizione geroglifica, colpisce per simmetria, equilibrio, stabilità, armonia della composizione: tutti aspetti che sono compresi nel più vasto panorama dei significati attribuibili a Ma’at: in definitiva ordine cosmico. Come spiega molto bene Assmann,
<<Ma’at è la parola vivente, il discorso solidale e integrante…Lo Stato esiste affinchè sia realizzata Ma’at, affinché il mondo sia reso abitabile. Ne consegue che lo Stato Faraonico non deve essere inteso come un’istituzione di forza, violenza o assoggettamento, come è descritto nell’Esodo, ma di liberazione: liberazione dell’uomo attraverso le azioni dell’uomo. Ma’at stabilisce ciò che lega il mondo degli umani a quello degli dei ed assicura loro l’integrazione universale>>.
Attraverso l’analisi di vari testi, in cui emergono e se ne chiariscono i fondamenti, l’autore delinea una immagine complessiva di questo straordinario pensiero, sviluppandolo in cinque parti che affrontano un determinato aspetto di Ma’at: Ordine cosmico o giustizia sociale, La Ma’at sociale, Sopravvivenza e immortalità, La dimensione Cosmica: Ma’at e il corso solare, Ma’at e lo Stato faraonico.
Certamente non è di semplicissima lettura (fortunatamente la traduzione francese è molto scorrevole) e infatti mi accingo a ritornarci su per la seconda volta; ma se avete una certa conoscenza del francese, non lasciatevi scappare questo libro. Comincerete a comprendere l’aspetto più straordinario, commovente e unico della mentalità egizia.
Il Tempio di Debod è il monumento più antico di Spagna costruito dalla mano dell’uomo. Ubicato in un sito panoramico a ovest della Plaza de España, giunse a Madrid nel 1968 come regalo del Governo Egiziano quale ricompensa per l’aiuto fornito dalla Spagna nel salvataggio dei templi nubiani.
L’edificio sacro si trovava in origine 15 kilometri a sud di Assuan, nella bassa Nubia. La cappella a camera singola dedicato al dio Amon fu eretta da Azekheramun, sovrano meroitico che regnò nella prima metà del terzo secolo a.C., sulle rovine di una struttura templare risalente al Nuovo Regno, presso l’antica Parembole.
Il tempio di Debod – Fonte: Wikimedia Commons
Il tempio fu costruito e decorato sulla base di un progetto similare relativo alla più recente cappella meroitica sulla quale è impostato il tempio di Dakka.
Successivamente, durante il regno di Tolomeo VI Filometore, Tolomeo VIII Evergete II e Tolomeo XII Aulete, esso fu esteso su tutti e quattro i lati per realizzare un tempietto (12 per 15 metri) dedicato a Iside di Philae. Alcune delle sue decorazioni risalgono all’epoca di Tiberio.
Planimetria del tempio di Debod (Fonte: D. Arnold. The Encyclopedia of Ancient Egyptian Architecture)
Partendo dalla banchina, una lunga via processionale conduce al muro di recinzione in pietra attraverso tre portali o piloni in blocchi lapidei ed infine, al tempio vero e proprio. Il pronao, che possedeva quattro colonne con capitelli compositi, crollò nel 1868 ed è andato perso. Dietro questo si trovava il santuario originale di Amon, la sala con la tavola per le offerte ed un più recente santuario con diverse camere laterali ed una scala che conduceva al tetto. Due naos in granito di Tolomeo VIII Evergete II e Tolomeo XIII erano ancora presenti nel santuario nel diciannovesimo secolo. Il tempio fu smantellato nel 1960 e ricostruito nel Parque de Rosales, al centro di Madrid, nel 1972.
Il tempio di Debod in una litografia di David Roberts (1838)
Il tempio di Debod è l’unico, dei quattro templi donati dall’Egitto a paesi stranieri, a trovarsi all’aria aperta, una condizione che lo ha purtroppo esposto, nell’ultimo cinquantennio, alle intemperie, alla contaminazione e al vandalismo.
I tre rimanenti templi di Ellesiya, Dendur e Taffa si trovano invece all’interno di strutture museali dedicate all’arte egizia, distribuite nel mondo. Il tempio di Ellesiya (Tuthmosi III – 1430 a.C.) è considerato una delle stelle del Museo Egizio di Torino e fu donato all’Italia nel 1965. Il tempio di Dendur (Epoca Romana – 15 a.C. circa) mostra i suoi rilievi raffiguranti Osiride e Horus presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Il tempio di Taffa (Epoca Romana) fu concesso all’Olanda come riconoscimento per la preziosa opera dell’egittologo Adolf Klanses volta al salvataggio del patrimonio archeologico egiziano. Può essere ammirato presso il Museo Nazionale delle Antichità di Leiden.
La mia “storia” con l’Antico Egitto iniziò qui, nel 1975, quando avevo dieci anni.
Complice un fratellino di un anno che limitava i movimenti, una villeggiatura a Oulx che poco permetteva ad un ragazzino ribelle e libri per la scuola già letti, scovai “Civiltà al sole” appena comprato da mio padre in edizione economica. Avevamo già “Civiltà sepolte” dello stesso autore, ma io all’epoca non lo sapevo.
Entrambi i libri sono scritti da un giornalista tedesco, Kurt Marek, che li pubblicò con lo pseudonimo C.W. Ceram ribaltando il suo cognome. Divisi in argomenti archeologici (Libro delle Statue per l’antica Grecia, delle Piramidi per l’Egitto, delle Torri per assiro-babilonesi e delle Scale per le civiltà precolombiane), raccontano in maniera romanzata le grande scoperte archeologiche – Civiltà sepolte – ed in maniera anche illustrata (Civiltà al sole).
Erano tutti argomenti interessanti, ma le immagini legate all’Egitto erano troppo accattivanti per non rapire la fantasia di un ragazzino di fronte alla Sfinge, le mummie, i tesori di Tutankhamon.
E fu così che entrai – felice e garrulo – in cucina, dove mia mamma stava cucinando e mia zia stava spellando un coniglio, spiegando come gli antichi egizi estraessero con un uncino il cervello dal naso dei defunti per procedere alla mummificazione. L’immagine di mia zia che lotta per non vomitare e mia madre che ride a crepapelle mentre io filavo via a leggere il resto furono il prologo di una passione che mi lega ancora oggi al Nilo ed al suo antico popolo.
La scoperta della tomba di Tutankhamon consegnò al mondo il più grande ritrovamento archeologico della storia. Tra le migliaia di oggetti presenti nella tomba furono rinvenuti anche degli strumenti musicali, in particolare una coppia di trombe militari, ancora funzionanti. Si tratta delle più antiche trombe funzionanti scoperte ad oggi, una (Nr 175 Carter) in argento e oro, l’altra (Nr. 50gg) in bronzo o rame e una lega d’oro (forse elettro?).
La tromba in rame o bronzo e elettro (?)
Le due trombe presentavano anche un’anima in legno decorata, visibile nelle immagini del post. Probabilmente quest’anima in legno serviva a proteggere le trombe, quando deposte, da colpi accidentali, vista la sottigliezza del metallo.
La tromba in argento e oro con l’anima in legno decorato
La tromba in rame o bronzo con l’anima in legno decorato
Tale accuratezza mostrata dagli antichi egizi non fu certamente presa in considerazione quando nel 1939 e 1941, si decise di suonare in pubblico le due trombe. Nel 1939 l’evento fu trasmesso dalla BBC. Bandsman Tappern, musicista della fanfara dell’esercito inglese, suonò la tromba d’argento di fronte a 150 milioni di ascoltatori collegati via radio. Purtroppo, il fragile reperto non resistette e si frantumò (fu poi prontamente restaurato e mai più toccato) non prima di consentire la registrazione dell’evento eccezionale. La registrazione di quella straordinaria ma infelice esibizione si può ascoltare a questo link:
La tromba in rame (o bronzo) fu suonata nel 1939 e 1941.
I due strumenti hanno un’intonazione diversa (sono anche leggermente diversi in dimensione).
Le due trombe con le anime in legno
Secondo il musicologo Hans Hickman il loro suono è “rauco e potente” e richiama il “timbro di un trombone medievale o un corno primitivo più che quello di una tromba o corno”.
Per entrambe le trombe, la gamma alta fu raggiunta con tale difficoltà (come si può ascoltare nella registrazione) che sembra improbabile sia mai stata usata mentre la gamma bassa presentava qualità e forza scadenti. Di conseguenza, secondo il musicologo Jeremy Montagu, la gamma media raggiunta durante l’esibizione era probabilmente quella per cui le trombe erano state concepite e il segnale militare egizio con le trombe era ritmico, su nota singola.
La tromba in argento e oro con l’anima in legno decorato
Come molti già sapranno, circola da anni la leggenda della maledizione delle trombe che mai avrebbero dovute essere toccate (avrebbero scatenato un black out al Cairo e la seconda Guerra Mondiale…) ma questa è un’altra storia.
Trombe militari in argento e oro e in rame o bronzo e elettro (?)
Museo egizio del Cairo, ora al GEM
JE 62007|Carter 175
JE 62008|Carter 50GG
Fonti
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, The King. The Tomb. The Royal Treasure, Thames and Hudson, 1990, pagg. 164-165
XXV Dinastia, Regno di Piye (747 – 716 a.C.) Grovacca e doratura. Museo Egizio del Cairo (Acc. Nr. JE 59870)
Questa statua che raffigura Shepenwepet II, figlia di Piye, sovrano kushita appartenente alla Venticinquesima Dinastia, era in origine completamente dorata per evidenziarne la condizione divina.
Subito dopo avere affermato la sua autorità su Tebe, Piye dispose che Shepenwepet fosse accolta all’interno dei ranghi delle Spose Divine di Amon, presso il tempio di Karnak. A causa di questo ruolo prestigioso ella è qui raffigurata mentre indossa la corona con le doppie piume del dio Amon e il disco solare racchiuso fra corna di vacca. La statua fu scoperta nel 1933 nelle pertinenze del tempio funerario di Ramses III, presso Medinet Habu.
Il termine “Sposa Divina di Amon” (hemet netjer nt Imen) è attestato per la prima volta all’inizio del Nuovo Regno nella forma di una carica religiosa che Ahmose I (1550 – 1525 a.C.) aveva attribuito alla sua sposa, Ahmose Nefertari. In seguito divenne strettamente associato al titolo di “Divina Adoratrice” (dwat – netjer) che fu portato dalla figlia del Primo Sacerdote di Amon sotto Hatshepsut (1473 – 1458 a.C.) e dalla madre della Grande Sposa Reale durante il regno di Tuthmosi III (1479 – 1425 a.C.), anche se la sua importanza a quel tempo si era alquanto ridotta.
A partire dal regno di Amenhotep III (1390 – 1352 a.C.) e fino alla fine della Diciottesima Dinastia non vi è evidenza di donne appartenenti alla famiglia reale titolari dell’ufficio di Sposa Divina di Amon.
Compito della Sposa Divina era quello di interpretare la parte di consorte di Amon nelle cerimonie religiose, in questo sottolineando la credenza che i re fossero concepiti dall’unione tra Amon e la Grande Sposa Reale.
Il titolo “Mano del Dio” era anche talvolta usato in riferimento all’atto di masturbazione compiuto da Atum mediante il quale questi avrebbe generato Shu e Tefnut. In tal senso la Mano di Atum era quindi considerata di natura femminile. Durante la Diciannovesima Dinastia (1295 – 1186 a.C.) il titolo fu reintrodotto, ma la sua importanza era meno evidente rispetto ai periodi più antichi. Alla fine della Ventesima Dinastia, tuttavia, Ramses VI (1143 – 1136 a.C.) conferì a sua figlia Isis un titolo ibrido che combinava quello di Sposa Divina di Amon e quello di Divina Adoratrice, creando in questo modo quello che diventerà un ufficio fortemente politicizzato. Il titolo fu, da quel momento in poi, conferito alla figlia del re che, in qualità di sacerdotessa, avrebbe detenuto un grande potere sia religioso che politico nella città di Tebe.
Le sarebbe stato precluso il matrimonio, imposto l’obbligo di castità e avrebbe dovuto adottare la figlia del successivo sovrano in qualità di erede del suo ufficio sacerdotale. In questo modo il re cercava di assicurarsi il mantenimento del potere in Tebe e di impedire alle figlie maggiori di appoggiare eventuali rivali pretendenti al trono. La Sposa Divina era in effetti il più prominente membro di un gruppo di “concubine di Amon”, tutte vergini e tutte obbligate ad adottare quelle che sarebbero subentrate loro. Durante la Venticinquesima e Ventiseiesima Dinastia (747 – 525 a.C.), la Sposa Divina e l’erede da lei adottata giocarono un importante ruolo nel trasferimento del potere regio. Questo ufficio fu talvolta combinato con quello di capo delle sacerdotesse di Amon. Una misura della ricchezza e dell’influenza di queste donne è riscontrabile nella costruzione di una “tomba con cappella” da parte di Amenirdis I, sorella del re Shabaqo (716 – 702 a.C.) della Venticinquesima Dinastia, all’interno del recinto del tempio di Medinet Habu.
Riferimenti:
B. Alm. Women of Power and Influence Nile Magazine (19). April-May 2019
I. Shaw, P. Nicholson The British Museum Dictionary of Ancient Egypt The American University in Cairo Press – 1995
In questo capolavoro proveniente da Amarna, l’artista ha saputo dar vita alla scena, grazie al movimento del cavallo di fronte, che china la testa per mordersi la zampa anteriore.
Il tema della rappresentazione degli animali è presente in tutta la storia egizia ma una rappresentazione così reale e viva, in un contesto formale e cerimoniale è quasi unico.
Ad Akhetaton, le rappresentazioni dei sovrani che conducono il carro regale sono molto comuni. In questa immagine i sovrani non sono visibili; probabilmente si tratta di un carro in attesa di fronte ad un tempio o palazzo.
Una straordinaria collezione di immagini, da varie angolazioni, del busto comunemente identificato con Akhenaton da giovane, e conservato presso il Kestner Museum di Hannover.
Il busto fu acquistato nel 1971 grazie all’intervento dell’allora direttore, l’egittologo Peter Munro, ma soprattutto grazie alla generosità dei cittadini di Hannover, che finanziarono l’acquisto.
Il faraone indossa il khepresh, corona blu con cui è abitualmente rappresentato.
Il ritratto presenta le caratteristiche tipiche della ritrattistica del regno di Akhenaton: labbra carnose, sopracciglia ben delineate , naso ben disegnato.
Trovo che i caratteri di questo ritratto siano molto delicati e effeminati , tali da ricordare Nefertiti o il giovane Tutankhamon.
Peter Munro : Ein Königskopf der Amarna-Zeit im Kestner-Museum. – In: Städel Jahrbuch – Neue Folge – Bd. 4. – München : Prestel Verlag, 1973. – pp. 1-25
A cura di Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti
Presentato da Ivo Prezioso
KEMET, ALLE SORGENTI DEL TEMPO. A cura di Anna maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti.Edizioni Electa, 1988
Questa pubblicazione è stata emessa in occasione di una mostra tenutasi presso il Museo Nazionale di Ravenna dal 1° Marzo al 29 giugno 1998. Offre un’interessantissima serie di articoli firmati da illustri egittologi che spaziano dalla preistoria, all’Antico Regno. E strutturato i due sezioni: la prima testuale e la seconda che presenta un catalogo di reperti.
La parte testuale è a sua volta suddivisa nelle seguenti sezioni monotematiche:
1) Il più antico Egitto. Cambiamenti ambientali e origine della società tra il 20.000 ed il 6.000 bp di Barbara E. Barich
2) Il predinastico: le attuali conoscenze (ricordo che la pubblicazione è del 1998, per cui vanno riferite a quella data) di Barbara Adams
3) Rapporti tra l’Egitto preistorico e le altre culture, di Isabella Caneva
4) L’Egitto dalla preistoria alla protostoria, di A.Jeffrey Spencer
5) L’Egitto come stato unitario, di Fekri A. Hassan
6) Lo Stato faraonico, di Patrizia Piacentini
7) La nascita della scrittura, di Alessandro Roccati
8) La storiografia, di Sergio Pernigotti
9) La religione e i Testi delle Piramidi, di Sergio Donadoni
10) L’arte dell’Antico Regno, di Dietrich Wildung
11) L’ architettura dell’Antico Regno, di Silvio Curto
12) La più antica letteratura egiziana, di Edda Bresciani
13) La grotta dello Uadi el-Obeiyid a Farafra, di Barbara E. Barich
14) Il Delta, di Rodolfo Fattovich
15) Sviluppi culturali nella depressione del Fayum, di Barbara E. Barich
16) Naqada, di Rosanna Pirelli
17) Il sito di el-Adaima (Alto Egitto), di Beatrix Midant Reynes, Nathalie Buchez. Eric Crubezy, Thierry Janin
18) Gebelein: dall’età preistorica alla fine dell’Antico Regno, di Anna Maria Donadoni Roveri
19) Ieraconpoli, di Barbara Adams
20) Menfi, di Stephan Seidlmayer
21) Eliopoli, di Enrichetta Leospo
Il catalogo presenta invece una serie di reperti conservati in vari musei e inerenti agli argomenti trattati. L’apparato iconografico è straordinario con immagini di reperti anche poco noti. Insomma un altro volume che nonostante il suo costo non proprio a buon mercato (ma lo si può trovare sui siti internet usato a prezzi abbordabilissimi) merita di arricchire le biblioteche degli egittofili. Io l’ho trovato interessantissimo e mi è stato di grande riferimento ed utilità per la mia rubrica “Khemet, l’alba dell’eternità”
“Imbarcazioni e marinai di tempi remoti” deve quasi obbligatoriamente parlare anche di questa stagione, che possiamo collocare alla fine dell’età del bronzo nei decenni attorno al 1200 a.C. Lo scenario dei fatti è principalmente il Mare Mediterraneo orientale e paesi contigui, ma anche genti che oggi diremmo “italiane” potrebbero essere parti in causa.
Iniziamo con la documentazione scritta nelle lettere di Amarna , più di 300 tavolette di argilla utilizzate per la corrispondenza diplomatica inviata da e verso faraoni egizi, una documentazione di inestimabile valore, oggi conservata suddivisa in diversi Musei del mondo. Amarna è capitale di Egitto durante la XVIII dinastia e le tavole prendono per convenzione la sigla EAxxx (El Amarna + num.) La datazione delle tavole comprende un periodo che è circa 1386-1318 a.C. (secondo Moran 1992) comunque XIV secolo centrale.
Nelle note tavole EA 122 ed EA 123 , Rib Hadda re di Byblos (oggi costa Libanese) e vassallo del faraone egizio, scrive a quest’ultimo nominando il popolo dei Sirdan, insediati là. Studiosi degni di credito identificano questi con gli Sherden o Shardana altrove similmente nominati. E’ uno dei primi cosiddetti poi “popoli del mare” di cui si ha notizia scritta già dal XIV secolo a.C. Naturalmente l’assonanza del nome con la nostra oggi Sardegna qualche idea la suscita in noi, e l’ha suscitata in studiosi importanti.
Proseguendo le testimonianze scritte sugli Shardana , dopo quella relativamente pacifica del XIV secolo, li troviamo nel XIII secolo in veste di pirati in agguato sulle rotte commerciali del Mediterraneo orientale verso l’Egitto.
Ramses II , al suo secondo anno di regno, circa nel 1278 a.C., fa porre fine alle scorrerie sconfiggendoli in mare e catturandone molti. Sono guerrieri di valore e la Stele di Tanis II parla degli “ Shardana di spirito indomito, contro i quali nessuno mai può opporsi, che vengono con ardimento in navi da guerra dal centro del mare “. Ramses ne approfitta per includerli come mercenari nel proprio esercito .
Egittologi hanno fatto notare che su questa stele viene per la prima volta coniata una apposita parola per “navi da guerra” (dettaglio non secondario a dipingere l’impatto di questi incursori).
Troviamo dunque gli Shardana alla cruenta battaglia di Qadesh dalla parte di Ramses II contro gli Ittiti.
Una immagine degli Shardana ci viene da questo periodo a servizio di Ramses II (immagine 1, dal tempio del sole di Abu Simbel). Per maggior chiarezza accludo il disegno che ne fece Ippolito Rossellini (fig.2) .
Qui osserviamo gli scudi rotondi e gli elmi con le “corna” che li identificano (già visti parlando della battaglia navale del Delta contro Ramses III).
A proposito di questi elmi alcuni hanno fatto notare che le “corna” e scudi rotondi sono presenti anche nella tradizione dei guerrieri nuragici sardi. Senza voler dimostrare niente di definitivo allego l’immagine 3 dal Museo Pigorini.
Merenptah è figlio e successore di Ramses II. La vasta iscrizione all’interno del Tempio di Karnak (nell’immagine) descrive la campagna militare del faraone contro i tentativi di invasione via terra da ovest da parte dei Libici, nell’occasione alleati con i popoli del mare (circa 1208 a.C.).
Stavolta gli Sherden sono fra gli invasori . La coalizione viene sconfitta nella battaglia di Perire, si suppone nella zona ovest del delta del Nilo. Secondo l’iscrizione 6000 uomini sono uccisi, 9000 sono catturati. Altre testimonianze del fatto sono nelle coeve Colonna del Cairo e Stele di Athribis. La “bibbia” per queste iscrizioni è James H. Breasted, Ancient Records of Egypt: The Nineteenth Dynasty, vol.3 (Chicago: University of Illinois Press, 1906, 2001).
Tornando alla originaria etnia degli Sherden, come detto non vi è nessuna dimostrazione conclusiva in nessuna direzione. Una testimonianza viene spesso citata per sostenere l’ipotesi sarda. L’archeologo israeliano Adam Zertal, 1936-2015, scavò il sito di El Ahwat (persona e luogo nella foto), e ne trasse la conclusione di una stringente similitudine con le costruzioni in pietra coeve sarde .
Gli Shardana saranno presenti anche alla Battaglia del Delta del Nilo ( circa 1177-1175 aC ) già vista recentemente , dove saranno in veste di aggressori , sconfitti definitivamente da Ramses III , ma anche come mercenari dalla sua parte . Dopo questo evento , li troveremo ancora citati fino al 1000 in altri documenti, ma apparentemente come pacifiche componenti delle popolazioni dell’epoca, mai più come minacce.
Tornando al discorso sulle origini di questa etnia si deve considerare anche che la Lidia , antica porzione della penisola anatolica nella immagine, aveva come capitale la città di Sardis.
Vi sono dunque anche le fondate ipotesi che gli Shardana siano originari di questa zona ovvero che da questa regione i “Sardi” abbiano colonizzato la nostra Sardegna e poi abbiano mantenuto i contatti con il Mediterraneo orientale. Naturalmente non sono idee mie, cito altri due studiosi di calibro che vedono comunque un contatto con la nostra isola :
Frederik Christiaan Woudhuizen (2006) The Ethnicity of the Sea Peoples , dissertazione alla Erasmus Universiteit, Rotterdam.
Gardiner, Alan H., 1947, Ancient Egyptian Onomastica. Oxford University Press.
Francamente non ci sono prove definitive, ma considerando che non molto tempo dopo la Stele di Nora (di cui abbiamo parlato nel gruppo) cita il nome Srdn (Sardegna) per la nostra isola una coincidenza fortuita sembra almeno da mettere in dubbio.
Immagine della battaglia fra Ramses III e i Popoli del Mare tratta dal bassorilievo di Medinet Habu; come detto l’artista identifica gli Shardana con le loro corna sull’elmo
Mostro qui da Woudhuizen un compendio delle citazioni in testi egizi dei singoli popoli del mare dal XIV secolo delle lettere di Amarna al XII secolo di Ramses III.
Come si vede gli Shardana sono citati sempre. Tornando invece indietro alle lettere di Amarna troviamo il popolo di Lukka, sgradito protagonista della corrispondenza fra il re di Alashyia (oggi Cipro) ed il faraone, probabilmente Akhenaton . Qui in foto la tavola EA 38 in cui il re assicura che i suoi sudditi non partecipano alle aggressioni costiere di Lukka, con cui anzi è in conflitto.
Di Lukka e delle sue aggressive navi , oggi il consenso sulla provenienza è stabilito, l’antica Licia (nella mappa).
Come visto le navi di Lukka creavano grosse difficoltà con le loro incursioni sia ad Akhenaton in Egitto sia al Re di Cipro. Lukka e’ oggi identificata con la Licia, costa turca meridionale, da dove passava un grande flusso commerciale da e per Micene, Egitto, Costa Siro-canaanita.
Una testimonianza di questo movimento marittimo, di cui Lukka sicuramente traeva vantaggio, è stato il rinvenimento del relitto di Uluburun (nell’immagine la replica) con il suo carico di merce di grande valore.
Nella foto vediamo il famoso scarabeo d’oro che reca il cartiglio di Nefertiti (oggi al museo di Bodrum). La data dell’affondamento è attorno al termine del XIV sec a.C., vicino allo scambio di lettere del post precedente sul tema pirateria di Lukka e geograficamente in quella zona.
Qui riporto uno schema da Kitchen 1982-83 riguardo alle citazioni egizie delle 10 etnie in questione. Le prime 5 con asterisco sono citate come sconfitte da Merenptah, le altre da Ramses II (nelle iscrizioni già descritte in precedenza) .
Per Sherden e Lukka, come detto, si trovano in precedenza anche nelle tavole di Amarna.
Per concludere riguardo ai Lukka li troviamo anche al fianco degli Ittiti alla battaglia di Qadesh, ma sono sempre in generale loro scomodi vicini. Anche Suppiluliuma II non riesce a dominarli, e sono probabilmente fra le cause di decadenza del suo impero.
Gli Shekelesh
Come abbiamo visto questa etnia è nominata per la prima volta nelle commemorazioni della vittoria del faraone Merenptah (qui busto al Museo del Cairo), attorno al 1208 a.C.
Sono nel gruppo di alleati dei Libici , che tentano l’invasione da ovest , ma sono annientati a Perire.
Come abbiamo visto molte volte in altre circostanze, i faraoni tengono una accurata contabilità in tutti i campi . Anche in questa occasione Merneptah , per essere certo del numero di nemici uccisi, dà ordine ai suoi uomini sul campo di riportare (chiedo scusa per il particolare cruento, ma molto importante storicamente) : dei nemici circoncisi la mano destra, dei nemici non circoncisi il pene. Si fa così un conteggio esatto finale.
Gli Shekelesh uccisi sono oltre 200 e risultano fra i circoncisi , così come gli Shardana . È così evidente che i due popoli , qualsiasi sia la loro origine, sono insediati in quel momento nel levante.
Gli Shekelesh fanno parte anche della “confederazione” di assalitori nominati dopo la battaglia del delta del Nilo. Ramses III è nell’ottavo anno di regno (circa 1178 aC) Nell’immagine il granito di copertura sepolcrale oggi al Fitzwilliam Museum di Cambridge.
Traduzione da una delle iscrizioni a Medinet Habu:
” Le nazioni straniere hanno messo a punto una cospirazione presso le loro isole. Improvvisamente essi hanno abbandonato le loro terre e si sono gettati nella mischia.
Nessuno poteva resistere alle loro armi: Hatti, Qadesh, Karkemiš, Arzawa e Alashiya, tutte furono distrutte allo stesso tempo.
Un campo militare fu da loro insediato in Amurru; qui essi fecero strage della gente del posto e la terra fu lasciata in uno stato di desolazione come se non fosse mai stata abitata”.
Naturalmente le “isole” citate vanno probabilmente intese in senso lato, includendo siti costieri.
Ad integrazione mostro qui una cartina dei luoghi citati nelle iscrizioni di Medinet Habu.
Secondo la testimonianza di Ramses III è larghissima la devastazione operata dai Popoli del mare prima di giungere alla battaglia sul delta del Nilo (circa 1178 aC). Si va da Arzawa, paese occidentale dell’Anatolia, fino all’impero ittita (Hatti), e più a sud a Karkemish, Ugarit, Qadesh. Addirittura gli invasori avrebbero posizionato la loro base nella regione di Amurru, devastandola. Ho aggiunto il porto di Gibala di cui sappiamo la data di distruzione 1192-1190 aC1
Rif.: Kaniewski D, Van Campo E, Van Lerberghe K, et al. (2011) The Sea Peoples, from Cuneiform Tablets to Carbon Dating. PLOS ONE 6(6): e20232
Come sappiamo il “manifesto” di Ramses III deve essere considerato anche una esposizione a propria esaltazione, e la potenza dei Popoli del mare va a ovviamente a maggior gloria di chi li ha decisamente sconfitti. (L’Impero Ittita ad esempio crolla per cause più complesse ed articolate, ci torneremo).
Comunque dopo la Battaglia sul delta del Nilo molte incursioni cessano e gli Shekelesh appaiono decisamente “ammansiti”.
La logica conclusione riguardo agli Shekelesh sarebbe poter indicare in base a certezze documentate quale fosse la loro terra di origine prima di divenire gente che viveva sulle navi.
La discussione va avanti da due secoli, il primo che indicò la Sicilia come luogo di provenienza fu Emmanuel de Rougé nel 1867 (vedi riferimenti) probabilmente per evidente assonanza.
L’ipotesi fu avversata da Gaston Maspero (1873) che indicò l’Anatolia occidentale come sede di questa popolazione (antica città di Sagalassos). Peraltro egli fu il primo a coniare la sigla “Popoli del mare”.
Non si contano gli studi successivi, ma rimangono comunque ipotesi tutt’altro che univoche. Certo gli Shekelesh erano circoncisi (come si è detto parlando delle testimonianze dai faraoni), erano dunque in stretto contatto nel 1200 aC con le usanze levantine. Ma la loro terra di origine poteva essere la Sicilia .
Sappiamo che la colonizzazione “classica” dei Greci in Sicilia inizia con le fondazioni di Zancle e di fronte Rhegion (Messina e Reggio) nel secolo VIII aC. con le meraviglie lasciate nei secoli successivi a Selinunte, Agrigento etc. etc.
Ma è fuori di dubbio che molto prima fra Sicilia ed Egeo vi sono stretti contatti via mare sui quali vi è dimostrata certezza; aggiungo qui solo un esempio , un vaso da Micene di datazione 1500-1300 aC (Late Helladic IIIA 2) oggi al Museo di Agrigento. I contatti navali sono in corso quando accadono i fatti attorno al 1200 aC . La parte guerreggiata della storia però resta da spiegare.
Riferimenti:
Emmanuel de Rougé , 1867, ‘Extraits d’un mémoire sur les attaques dirigées contre l’égypte par les peuples de la méditerranée’. Revue Archéologique V. 16. Pp. 35-45.
Maspero 1873: 84-6; Maspero 1910: 432, note 2.
Maspero, Gaston, 1873, [Review of Chabas’ Études]. Revue Critique d’Histoire et de Littérature. Pp. 81-86
1910, The Struggle of the Nations, Egypt, Syria and Assyria. London: Society for promoting Christian knowledge.
Wachsmann, Shelley. (2013). The Gurob Ship-Cart Model and Its Mediterranean Context. College Station, Texas A&M University Press
I Peleset
Questo popolo compare per la prima volta nelle scritte riferite alla celebrazione di Ramses III come grande vincitore (dopo i fatti del 1178 aC circa).
Nella immagine da Medinet Habu si vede la tipica raffigurazione delle genti straniere severamente minacciate dalla mazza del faraone, come in tantissime immagini simili viste fino dal 2900 a.C.
Nel papiro Harris un brano ribadisce la vicenda vittoriosa e la fine del nemico:
“Io ho esteso tutti I confini dell’Egitto; ho distrutto quelli che li hanno invasi dalle loro isole. Ho soppresso i Denyen nelle loro isole, i Thekel e i Peleset sono stati ridotti in cenere. Gli Shardana ed i Weshes del mare, sono stati ridotti come coloro che non esistono, fatti prigionieri in una volta sola, portati come prigionieri in Egitto, come la sabbia della costa. Li ho sistemati in capisaldi, confinati in mio nome “.