A completamento della rubrica sulle “donne di potere lungo le rive del Nilo” è doveroso un breve accenno alle spose straniere dei faraoni, che dopo le nozze assumevano un nome egizio.
Le fonti documentano che già durante la V dinastia il faraone Sahure accolse a Menfi una principessa di Biblos alla quale concesse il titolo di Seconda sposa reale; nel medio regno pare che una principessa egizia avesse sposato un re di Biblos; Apophis, re degli Hyksos era sposato all’egizia Herit, che fu probabilmente un’antenata di Amenhotep I.
Fu soprattutto nel nuovo regno che l’espansione territoriale dell’Egitto determinò l’ingresso nell’harem del sovrano di molte principesse orientali, che portavano con sé il proprio seguito introducendo a corte nuove conoscenze e usanze.
Alcune erano ragazze giovani, figlie di vassalli, che venivano inviate al faraone in segno di sottomissione e lealtà; Amenhotep III ricevette dalle città-stato della regione di Gaza ben quaranta donne.
Altre invece, il cui padre era un re importante, giungevano in Egitto per siglare accordi ed alleanze attraverso un matrimonio diplomatico con il sovrano egizio; in questo caso i due re, diventati consuoceri, si rivolgevano vicendevolmente con l’appellativo di “fratello”.
In nessun caso però avveniva il contrario (almeno fino alla fine del Nuovo Regno): una principessa egizia non veniva mai data in moglie a un sovrano straniero, come è sottolineato da una lettera di Amenhotep III a un re babilonese che ne aveva fatto richiesta:
“Dalle origini, la figlia di un re egizio non è mai stata data in matrimonio ad alcuno (straniero)”.
Sono famose le tre spose siriane di Thutmosis III, la cui tomba venne rinvenuta non lontano dalla Valle delle Regine, ed è altresì noto che Thutmosis IV sposò una principessa mitannica, figlia di Artatama, suo alleato contro gli Ittiti, loro comuni nemici. Le informazioni sui successivi matrimoni diplomatici della XVIII dinastia provengono da fonti non egizie e dalle Lettere di Amarna, ovvero dalla corrispondenza diplomatica intrattenuta da Amenhotep III e da Akhenaton con altri sovrani del Vicino Oriente.
Amenhotep III consolidò l’alleanza firmata dal padre Thutmose IV con il regno di Mitanni sposando Gilukhipa, sorella del re Shuttarna II; il matrimonio fu commemorato con l’emissione di uno serie di scarabei e la sposa arrivò in Egitto con il suo seguito di ben 317 donne; alla morte di Shuttarna, il Faraone, già anziano e malato, scrisse al suo successore Tushratta chiedendogli la mano della figlia Tadukhipa (che alcuni studiosi pensano possa essere Kiya), per mantenere saldi i legami tra i due popoli, ma morì prima dell’arrivo della principessa, che venne in seguito inserita dell’harem di Akhenaton insieme ad una principessa babilonese.Il Re sposò anche una figlia di Tarhuna-Radu re di Arzawa, una di Kurigalzu II, re di Babilonia, e più tardi anche quella del suo successore: secondo una tavoletta cuneiforme trovata negli archivi di Amarna, l’harem di questo faraone sarebbe arrivato a ospitare circa 356 donne straniere.
Anche Ramses II sposò le figlie del re di Babilonia, di un governante del nord della Siria e due principesse ittite, per siglare la pace con Hattusili III dopo un lungo periodo di ostilità: intorno all’anno 34 del suo regno (1246 a.C.) il re ittita inviò in Egitto la sua primogenita, nata dalla famosa regina Pudukhepa, con un carico d’oro, argento, gioielli, animali e in schiavi (in un papiro, scoperto da Flinders Petrie, è elencato il suo corredo) mentre lo sposo, in cambio, versò per lei un’ingente dote.
Arrivata in Egitto, ella – di cui non si conosce il vero nome – venne chiamata Maathorneferura (“Quella che vede Horus, forza creatrice di Ra) e assunse, probabilmente su richiesta del proprio padre, il titolo di Grande Sposa Reale, che rappresentava un onore rarissimo per una straniera.
La Stele del Matrimonio, che commemora il matrimonio fra Ramses II e Maathorneferura, figlia del re ittita Hattusili II
A quell’epoca Nefertari era già morta e l’arrivo di questa principessa venne celebrato con la cosiddetta Stele del matrimonio, della quale si conservano varie copie sul muro meridionale esterno del tempio di Abi Simbel, a Karnak e ad Elefantina:
«La figlia del re ittita è stata presentata a Sua Maestà […] Sua Maestà ha contemplato la bellezza dei lineamenti di lei, prima tra le donne, e i grandi l’hanno onorata come se fosse una dea […] Le è stato assegnato il nome egizio di Sposa reale Maathorneferure, lunga vita alla figlia del grande re ittita e della grande regina ittita».
La regina visse principalmente a Pi-Ramses o nell’harem di Medinet el-Ghurab, situato all’ingresso dell’oasi del Fayyum, ed ebbe dal sovrano anche una figlia chiamata Neferure; il suo nome appare citato pochissime volte anche perché, probabilmente, morì poco dopo il parto.
Intorno al quarantesimo anno di regno, il faraone sposò la sorella Maathorneferure ed immortalò le loro nozze nel tempio di Abusir; negli ultimi anni del regno di Ramses II questa regina governò l’Egitto unitamente a Bintanath e Meritamon.
La stele C 284 del Louvre, scoperta a Karnak, fu redatta durante la XXI o la XXII Dinastia, è una lontana eco del matrimonio della principessa ittita e di Ramses II in quanto vi sono ricordati “i diciassette mesi di viaggio di una principessa venuta da un lontanissimo paese, il Bakhtan”; l’Hatti era molto più vicino, ma il narratore, forse, ha un po’ esagerato.
Da quel poco che si può ricostruire sulla base dei documenti a nostra disposizione, lo status di queste principesse, una volta giunte in Egitto, doveva essere agiato ma non sfarzosissimo. In un caso, il re babilonese Kadamashman Enlil inviò ad Amenhotep III una lettera dove chiedeva informazioni sulla propria sorella. È probabile che molte di loro venissero inserite nelle attività produttive dell’harem, soprattutto quelle tessili, mentre altre potevano essere assegnate alla gestione dei palazzi appartenenti al faraone.
L’anello era per gli Egizi un oggetto particolarmente significativo, in quanto è un cerchio senza principio e senza fine e rappresentava l’eternità intesa come incessante flusso del tempo; il suo uso si affermò nel corso della III dinastia ed in breve divenne il supporto ideale per i sigilli, che, come si è visto, avevano una valenza sfaccettata.
Esso infatti poteva portare inciso un ankh, un pilastro djed, uno scarabeo, un occhio di Ra, un falco o addirittura scorpioni e vipere, ed allora veniva utilizzato come amuleto contro le forze ostili e misteriose che minacciavano l’uomo.
I sovrani e gli esponenti del clero usavano portare anelli con l’immagine di una divinità per essere protetti, proprio come ancora oggi si fa con le medagliette sacre o crocifissi.
Il Faraone, gli alti sacerdoti ed i nobili indossavano pesanti anelli in oro con il sigillo del proprio nome, come segno distintivo della loro posizione sociale e della propria ricchezza e come si è già visto se ne servivano per apporre la propria firma con un’impronta sulle tavolette e sui papiri.
Il sovrano era solito distribuire anelli con il proprio nome ai più fedeli collaboratori, tant’è che nella Bibbia, in Genesi 41-42, si legge che il Faraone diede a Giuseppe uno di questi anelli come simbolo del potere e del suo favore:
“Preso l’anello con sigillo dalla sua mano, il Faraone lo mise sulla mano di Giuseppe; lo mise in abiti di lino fino e gli mise al collo una catena d’oro”.
Il marito egizio lo metteva al dito della moglie come attestazione di fiducia, affidandole così la custodia della casa e dei suoi beni, e pare che questa usanza abbia poi dato origine agli odierni anelli matrimoniali.
L’ANELLO-SIGILLO DI HOREMHEB
Molti anelli sigillo sono pervenuti fino a noi, recanti il nome dei più grandi faraoni della storia: oggi vi mostro quello di Horemheb, custodito al Louvre.
Si tratta di un anello in oro massiccio che misura 3,85 cm di diametro, il che indica che non era stato progettato per essere indossato ma, più verosimilmente, per essere usato come sigillo ufficiale.
Esso ha un castone a quattro facce che possono ruotare, sulle quali compaiono il cartiglio con il nome di incoronazione del re (Djeser-kheperu-re Setep-en-re), un leone maestoso, simbolo del potere reale, insieme ai geroglifici “Neb khepesh”, che significa “Signore della forza”, un coccodrillo e uno scorpione, che, come si è detto, secondo gli egizi avevano qualità apotropaiche.
LE DUE FACCE DELL’ANELLO DI ASHBOURNHAM
Questo anello in oro, esposto al British Museum fu rinvenuto a Sakkara ed ha una lunetta girevole rettangolare che reca inciso su di una faccia il prenome di Thutmosis III ed altri epiteti: “Menkhperra amato da Ptah dal bel viso”, sull’altra il “nome delle due signore” del re: “Grande del terrore in tutte le terre”.Esso è noto come “anello di Ashburnham” e faceva parte del corredo funerario del generale Djehuty, la cui tomba fu scoperta nel 1820 a Saqqara e della quale parleremo in seguito.
Questo anello in oro puro a più di ventuno carati, esposto al museo di Brooklin, reca il cartiglio di Cheope, per cui in passato si credeva che fosse il sigillo del costruttore della Grande Piramide.
La traduzione completa dei geroglifici incisi sulla lunetta, peraltro, chiarisce che in realtà apparteneva ad un sacerdote di nome Neferibre, addetto al culto di Iside e di Cheope divinizzato, che visse nel periodo tardo, sotto la XXVI o XXVII dinastia.https://www.brooklynmuseum.org/opencollection/objects/4094
ANELLO DI SHESHONQ
Questo massiccio anello d’oro (la lunetta è lunga ben 3,40 cm.), ritrovato a Tebe e custodito al British museum, risale al 575 a. C. circa ed ha la forma che nel Periodo Tardo sostituì quasi del tutto il precedente tipo fuso in un unico blocco, in quanto la lunetta stata realizzata separatamente e poi saldata all’anello vero e proprio. Essa è incisa con il nome di Sheshonq e con il suo titolo “Sovrintendente capo della divina adoratrice” e, oltre che per sigillare documenti e oggetti, serviva per mostrare lo status e la ricchezza del proprietario. Il nome Sheshonq appartenne a diversi faraoni di origine libica, ma divenne popolare anche tra gli egizi. Le fonti ci hanno restituito la memoria di due uomini con quel nome, che furono entrambi assistenti della divina adoratrice, ma le informazioni limitate su questo anello non permettono di stabilire se appartenne al più noto dei due, titolare di un’imponente tomba nell’Assasif a Tebe, che operò nella prima metà del VI secolo a. C. con la divina adoratrice Ankhnesneferibre, figlia di Psammetico II, oppure al suo omonimo, che visse nella seconda metà dello stesso secolo. https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA68868
ANELLO DI AKHENATON
Questo anello in oro, oggi conservato al British Museum, venne realizzato con il metodo della cera persa; la lunetta è incisa con il nome di intronizzazione di Akhenaton (Neferkheperure Waenre) e con un rebus scritto in modo incompleto che significa “tutto l’Egitto è in adorazione” (del nome). Il curatore del museo evidenzia che esso è stato quasi certamente indossato e utilizzato dallo stesso Akhenaton, che aveva concentrato nelle sue mani i poteri che in passato il faraone era solito delegare ad alti funzionari, affidando loro il proprio sigillo perché potessero agire in suo nome e per suo conto. https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA37644
ANELLO DI AMENHOTEP II
Questo anello in oro massiccio reca un cartiglio con il nome di Amenhotep II affiancato dagli dei del Nilo.
Questo anello in oro massiccio è inciso con la rappresentazione stilizzata di un bambino-re accovacciato (riconoscibile dalla treccia dell’infanzia), che indossa un indumento a piccole pieghe ed un alto copricapo adornato con un ureo.
Egli siede sopra i segni geroglifici di “Signore delle due terre” e ha in mano una grande piuma, simbolo di Maat; sopra di lui c’è un disco solare.
La descrizione del sito del British segnala anche un flabello Shu dietro di lui, un segno ankh davanti, e due cobra affiancati al disco solare, ma sinceramente io non riesco a vederli!
I fianchi larghi di questa figura suggeriscono lo stile di Akhenaton, che forse è il sovrano qui rappresentato.
Il curatore del museo evidenzia che l’immagine del re da bambino sottolineava il suo ruolo nel ciclo di rigenerazione e rinascita come figlio degli dei. Questo simbolismo era particolarmente importante alla fine della XVIII dinastia, sotto Amenhotep III, Akhenaton e Tutankhamon.
Questo anello con sigillo orizzontale venne indossato per lungo tempo, tant’è che mostra segni di usura. È iscritto al centro con il prenome di Tutankhamon, Neb-kheperu-re, che reca sulla destra e sulla sinistra degli epiteti: “amato di Amon”, “signore dell’eternità”.
Il disco solare nella parola “eternità” appare con il segno pendente che significa “vita”, secondo una grafia comune durante il regno di Akhenaton.
L’ANELLO DI RAMSES II
Questo anello sigillo d’oro, custodito nel Museo statale di arte egizia di Monaco di Baviera (SMAEK) reca il prenome di Ramses: “È il dio del sole Re che lo ha dato alla luce, amato da Amon” ed è l’unico anello sigillo d’oro del grande faraone ad essere giunto fino a noi.
Il grande diametro suggerisce che fosse indossato sopra un guanto in lino come quello trovato nella tomba di Tutankhamon, che il re indossava quando teneva le redini guidando il carro o tirava con l’arco.
Questo anello in oro massiccio ha una lunetta rettangolare girevole incisa su un lato con il nome del trono del faraone Amenhotep II e con gli epiteti: “il dio perfetto, figlio di Amon, potente signore” e sull’altro con gli epiteti: “colui che combatte contro centinaia di migliaia, figlio di Ra, Amenhotep, sovrano divino di Eliopoli”.
Apparteneva in origine alla collezione di manufatti egizi raccolta da Henry Salt durante la sua permanenza al Cairo come console generale britannico, protrattasi tra il 1815 ed il 1824; fu scoperto da Salt in una tomba memfita e la mummia che lo indossava fu venduta al re d’Olanda, che la espose al Museo Reale.
Questo anello con sigillo in oro, ora al Louvre, apparteneva alla regina Ahhotep, vissuta tra il 1570 e il 1540 a.C. e considerata la madre della XVIII dinastia.
Esso misura quasi 2,5 cm di larghezza. La lunetta è incisa con i segni geroglifici del suo nome, che significa “La luna è soddisfatta”.
Questo anello sigillo in oro, ora al museo di Barcellona, risale alla XXVI dinastia ed apparteneva a un importante sacerdote di nome Sa-Neith, che si fregiava dei seguenti titoli: “Profeta e padre divino”, “Direttore delle cappelle (della dea Neith)”, “Sacerdote di Horus”, “Colui i cui due diademi sono grandi”, “Sacerdote wen-ra di Ptah, che lo ama”, “Signore della città di Letópolis”, nel delta del Nilo, che forse era la sua città di origine.
Questo anello in oro del diametro di cm. 2,5 è stato trovato ad Amarna ed è esposto al MET di New York.
Le due figure sedute sulla lunetta sono probabilmente Akhenaton (a sinistra) e Nefertiti (a destra) raffigurati come le divinità Shu (aria come indicato dalla piuma che tiene in mano) e Tefnut (umidità), padre e madre della terra e del cielo, simbolicamente rappresentati dal geroglifico che indica la terra, sul quale sono appoggiati e dal disco solare affiancato da due cobra sacri sopra di essi.
Dopo aver esaminato a grandi linee le ipotesi più o meno credibili, più o meno fantasiose, ma che tanto affascinano il lettore medio, passiamo a dare uno sguardo a quello che ci narrano le tracce archeologiche e la documentazione disponibile che non è così inesistente, come spesso si pretende di sostenere.
Innanzitutto partirei con un accenno al coro di “non potevano,” scatenato dai numeri della Grande Piramide: mi riferisco in particolare ai famosi 2.300.000 blocchi cavati, sistemati con precisione straordinaria (cosa non del tutto vera, tra l’altro) con la frequenza di qualche minuto, per un periodo di circa venti anni e forse più.** **Il fatto è che l’idea dei “duemilionitrecentomila” blocchi è un po’ datata (risale alla spedizione di Napoleone in Egitto) e basata su un calcolo che presupporrebbe che la piramide sia formata interamente da questi blocchi. In realtà le cose non stanno esattamente così: gli Antichi Egizi non erano poi così stupidi da spianare un intero basamento sbancando un nucleo di preziosa roccia che costituiva un solido elemento riempitivo su cui costruire “intorno” il monumento. Ovviamente si interveniva laddove il progetto richiedeva la creazione di vani, corridoi, condotti, ma si cercava di conservare quanto più materiale originario possibile. Ecco che allora, questo calcolo potrebbe risultare piuttosto fuorviante. Non mi dilungo oltre, ma chi volesse approfondire il discorso può consultare l’eccellente e chiara disamina del prof. Maurizio Damiano pubblicata anche sul nostro sito web al seguente indirizzo: https://laciviltaegizia.org/…/riflessioni-sulla…/.
Vorrei, ora puntare l’attenzione su una scoperta, relativamente recente, che aggiunge interessantissimi elementi, oltre che fornire oggettive conferme, da mettere in relazione con la costruzione della Grande Piramide:
IL SITO DI WADI EL-JARF E IL PAPIRO DI MERER
In alto: Foto satellitare da Google Earth ed in basso dettaglio dell’area archeologica di Wadi el-Jarf
Di recente, nell’area di Wadi el-Jarf , una località circa 120 km. a sud di Suez, sono stati ritrovati degli importantissimi reperti. Non indugio, per il momento, sulla descrizione del sito: basti sapere che è stato indagato nel 2011 dal team del prof. Pierre Tallet dell’ Università della Sorbona e che si è rivelato essere il più antico porto conosciuto d’Egitto.
Ciò su cui desidero fornire qualche anticipazione e focalizzare l’attenzione è sui reperti che ci ha restituito; in particolare, sul ritrovamento, avvenuto nel 2013, di una serie di frammenti di papiro. Si tratta per lo più di documenti contabili che, analizzati, hanno mostrato di essere i più antichi finora rinvenuti. Risalgono esattamente all’anno successivo al 13° censimento del bestiame avvenuto sotto il regno di Khufu (26°/27° anno, dal momento che il censimento avveniva con cadenza biennale). Riguarda in particolare l’organizzazione delle squadre di lavoro, il trasporto delle derrate alimentari per i lavoratori che provenivano direttamente dai depositi reali, l’elenco dei viveri e le quantità. Oltre a questi papiri contabili ne è stato rinvenuto un altro che possiamo considerare un vero e proprio diario. Si tratta di una specie di libro giornale di bordo scritto dall’ispettore Merer che redige un resoconto del lavoro dei marinai al suo comando. Vengono descritte le missioni eseguite per conto dell’amministrazione centrale e, tra queste, figurano i ripetuti spostamenti per il trasporto a Giza dei blocchi di calcare provenienti dalle cave di Tura. Il documento presenta molte volte il nome di queste cave “Re-aw”, spesso in associazione col nome “Akhet Khufu” (“Orizzonte di Khufu”, il nome egizio della piramide di Cheope). L’epoca cui fa riferimento il papiro si riferisce all’ultima parte del regno finora attribuito dagli studiosi al faraone ed è perfettamente coerente con l’ipotesi che ci si trova nella fase di completamento del colossale monumento,** **precisamente quella di rifinitura, con la posa del rivestimento esterno.
Quello di Wadi el-Jarf non era un porto costantemente attivo, ma lavorava secondo le esigenze dell’imponente macchina organizzativa egizia. Da lì salpavano le navi dirette verso le cave del Sinai meridionale per prelevare rame e turchese e tornavano indietro con il loro prezioso carico attraccando alle banchine i cui i resti, ben preservati, sono ancora visibili.
La parte della banchina che insiste sul terreno era completamente ricoperta dalla sabbia portata dal forte vento del nord ed è stata recentemente ripulita dall’equipe di Tallet. La struttura è ancora molto compatta e resistente grazie all’ottima tecnica costruttiva che le ha permesso di resistere all’azione erosiva dell’acqua e delle correnti fino ai nostri giorni. Foto P. Tallet
Dal diario apprendiamo, inoltre che l’area era posta sotto l’autorità del principe Amkhaf, fratellastro di Khufu, visir e direttore di tutti i lavori. I dati contenuti in questi importantissimi reperti avvalorano quanto già gli archeologi avevano acquisito come ci illustra, ad esempio, il lavoro di Mark Lehner nell’area adibita per l’alloggio degli operai scoperta presso le piramidi, che conferma il numero di 40 unità per ciascun phylé (1) (ogni edificio poteva infatti ospitare lo stesso numero di persone). Oltre a rappresentare i più antichi documenti su papiro finora rinvenuti, i reperti ci illustrano e confermano un sistema amministrativo efficientissimo capace di organizzare imprese straordinarie.
Alcuni dei papiri trovati tra i blocchi di chiusura della galleria G1 a Wadi el-Jarf (Foto. P. Tallet)
Il porto di Wadi el-Jarf non solo si rivela essere il più antico finora conosciuto, ma anche un’essenziale parte integrante di una rete gigantesca creata in funzione della costruzione della Grande Piramide. Un progetto immenso che prevedeva l’approvvigionamento delle materie prime dai luoghi più disparati: granito da Elefantina, alabastro dal Medio Egitto, basalto dal Fayum, pigmenti dal Deserto Occidentale, calcare da Tura.
Il geroglifico “ZA”(cappio usato come pastoia per il bestiame) indica la parola tradotta nel greco phylè
Nomi di phylai dell’Antico Regno pervenutici attraverso i papiri di Abusir e varianti da altre documentazioni.
(1) Una parola del linguaggio faraonico, pronunciata “ZA”, era verosimilmente usata per designare i gruppi più importanti di persone all’interno di un’amministrazione. La testimonianza più antica di questo geroglifico proviene da iscrizioni su vasi di pietra reali risalenti alla I Dinastia, mentre una delle più tarde è presente in un decreto bilingue del re Tolomeo III, dove “ZA” è stato tradotto con la parola greca phylé. Il fatto che le phylai siano state menzionate regolarmente attraverso tre millenni di storia dell’Antico Egitto, mostrano chiaramente che rappresentassero l’ossatura dell’amministrazione. Un’ipotesi generalmente accettata è che l’amministrazione di una piramide fosse condotta da grandi squadre che incorporavano cinque pyilai e le loro divisioni. Il sistema delle phylai non fu esattamente lo stesso durante tutta l’epoca delle piramidi. Durante l’Antico Regno, secondo i papiri di Abusir ne esistevano cinque definite da aggettivi come: “grande”, “verde”, “piccola”. Inoltre, grandi squadre designate dal geroglifico “aper” venivano arruolate quando necessario, specialmente allorché si iniziava la costruzione della piramide.
I nomi delle squadre “aper”, noti dalle iscrizioni dei costruttori della piramide. Di alcuni di essi abbiamo traccia e includevano spesso il nome del faraone. Dall’interno della Grande Piramide di Giza abbiamo evidenza di alcune di tali denominazioni: “Purificatori delle Due-Terre dell’Horo Medjedu”, “Purificatori dell’Horo Medjedu”, “Amici di Khufu (Cheope)”, “Seguaci della corona bianca di Khufu” Notare che nei cartigli a sinistra è reso il nome completo di Cheope “Khnum Khufu (Knhum mi protegge)”. Medjedu è il nome di Horo del faraone.
Sembra che non fossero permanentemente presenti come le phylai. I nomi delle squadre “aper”, noti dalle iscrizioni dei costruttori della piramide, includevano molto spesso uno dei nomi del faraone. Dall’interno della Grande Piramide abbiamo evidenza di alcune di tali denominazioni, come ad esempio: ”Purificatori delle Due Terre dell’Horus Medjedu (Cheope)” (nome della squadra A), “Purificatori dell’Horus Medjedu (squadra b), Amici di Cheope (squadra C), “Seguaci della potente Corona Bianca di Cheope” (squadra D).**
Fonti:
Bullettin de la Société Française d’Egyptologie, N. 188 Febbraio 2014.
Wadi el-Jarf: il porto, i papiri e la costruzione della Grande Piramide, sito web Mediterraneo Antico.
Vassil Dobrev, L’Amministrazione della Piramide, da I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass, cap.II
Fu l’archeologo Frederick W. Green a scoprire la “tomba 100” di Hierakonpolis. Nell’inverno 1898-1899, in una necropoli dell’antichissima città egizia di Nekhen più tardi chiamata dai Greci Hierakonpolis, “città del falco”. Il cimitero era costituito da ben 150 sepolture e una di esse, situata nell’area sud-est, presentava un dettaglio particolare: le sabbie avevano preservato la pittura murale di una parete, una raffigurazione a colori dal significato sconosciuto che avrebbe suscitato negli anni a venire vivaci discussioni in ambito accademico e, di recente, anche fuori di esso. Il problema è il soggetto dell’affresco: grandi navi arenate nella sabbia, scene di conquista, prigionieri morti o incatenati. Chi erano questi navigatori dalla mazza facile? I Compagni di Horus?
Relegata in un angolo buio
Si potrebbe definire una “patata bollente”, questa raffigurazione di Hierakonpolis che ha causato infinite diatribe e i cui preziosi frammenti originali sono stati quasi nascosti, relegati in una sala al piano superiore del Museo Egizio del Cairo, lontano dalla vista della maggior parte dei visitatori. Assopiti in un angolo buio, dietro un vecchio vetro impolverato, in un corridoio di passaggio. Chi non cerca intenzionalmente la pittura di Hierakonpolis, ha poche probabilità di notarla.
Tesoro fra i tesori la pittura della tomba 100 di Hierakonpolis è vittima del destino che accompagna tutti i reperti meno appariscenti: l’accantonamento più o meno consapevole nell’angolo del silenzio.
Eppure, quando decorava la tomba di questo signore sconosciuto appartenente alla preistoria egizia, l’affresco (ca. 3500 – 3200 a.C.) era molto importante, proprio perché l’artista aveva voluto immortalare un momento decisivo della storia delle Due Terre. Aveva voluto fermare per sempre, su quella parete funeraria, l’avvenimento traumatico della conquista e soprattutto un particolare che si rivela essere la nota dominante: le navi dei conquistatori. Varie però sono le interpretazioni date dagli studiosi. Secondo alcuni rappresenta una scena di caccia – in questo caso non si capisce però che cosa c’entrino le navi – oppure la riscossione di tributi da parte dei primi signori delle Due Terre, o ancora una scena di trionfo.
In ogni caso, nessuna informazione concreta ci è giunta dal proprietario della tomba 100, il defunto, poiché i pezzi di valore del suo corredo funerario non erano più lì. Trafugati. Purtroppo Frederick William Green portò alla luce una sepoltura già saccheggiata dai tombaroli. A suo tempo l’egittologo scrisse:
“(…) la tomba è stata saccheggiata, le mura in situ presentano tracce di zappa e tutti gli oggetti di valore sono stati rimossi.”
Solo la pittura muraria era rimasta a testimoniare l’importanza del morto eccellente. Green rimosse con cura i frammenti dell’affresco che fece trasportate al Museo del Cairo. Prima, però, aveva provveduto a realizzare una copia del dipinto in grandezza originale e questo si trova oggi al Griffith Institute di Oxford. Secondo le indicazioni di Green, la tomba fatta di mattoni crudi misurava 5,10 m x 2,24 m. All’interno, approssimativamente nel mezzo, si trovava una parete divisoria che, evidentemente, aveva la funzione di separare la camera mortuaria situata a nord da quella contenente il corredo funebre a sud. Non tutti gli oggetti che accompagnavano il defunto erano scomparsi. La lista dei reperti compilata da Green contiene recipienti di pietra e vasi, utensili di selce e conchiglie. Ma la vera ricchezza della tomba era l’affresco, un unicum nel panorama egizio predinastico e protodinastico.
Frammenti della pittura murale della tomba 100. di Hierakonpolis.⁸ Museo Egizio del Cairo
La pittura che occupava in lunghezza praticamente un’intera parete della tomba (parete est -A), realizzata sui mattoni intonacati, era suddivisa in due registri separati da una linea color rosso ocra: quello superiore con uno sfondo giallo ocra che rappresentava le sabbie del deserto e quello inferiore di un colore blu/verde scuro, probabilmente simboleggiante l’acqua. Grandi navi dominavano la scena. Green scrive:
“Sagome di navi bianche, cabine rosse con una linea nera sul tetto. Figure umane rosse e bianche vestite dalla cintola in giù, capelli neri, occhi bianchi con pupilla nera (gli occhi erano tondi).”
Dettaglio dei frammenti custoditi al Museo Egizio del Cairo. Sulla parte inferiore dell’affresco è ben visibile l’area verde/blu (originale) che potrebbe simboleggiare l’acqua.
Interessante il fatto che, secondo il rapporto di Green, anche altre due superfici della parete divisoria erano dipinte e anch’esse erano divise in due registri: quello inferiore blu/verde scuro e quello superiore dominato da figure umane. Una di queste pitture, così l’egittologo, si presentava alquanto sbiadita e raffigurava una processione. I colori usati per dipingere la parete est, vale a dire l’affresco principale delle navi, erano giallo, bianco, nero, rosso e blu/verde scuro. È difficile dire se le differenti parti del dipinto rappresentino scene cronologicamente distanti le une dalle altre oppure raffigurino un unico evento; è probabile che esista un tema comune alla base di tutte le scene rappresentate: il dominio. Il dominio di uomini e animali.
E poi le navi. Sono sei, cinque bianche e una nera. Quella riga che separa il grande affresco dallo sfondo ocra e la fascia dipinta in Blu/verde scuro non doveva avere soltanto valore ornamentale, ma anche un significato ben preciso. Era l’acqua. E le sei navi non erano raffigurate in acqua, bensì sulla sabbia. Navi giunte forse dal mare?
Riproduzione di W. Green, acquarello che raffigura l’affresco di Nekhen nello stato originario. Per gentile concessione dell’egittolo Francesco Raffaele.
Altra riproduzione che raffigura completamente l’ affresco.
Molto più tardi, ai tempi dell’imperiosa regina Hatshepsut, si davano il cambio le spedizioni marittime dirette alla favolosa terra di Punt. Gli splendidi geroglifici di Deir-el- Bahari le raccontano. Sappiamo che le navi egizie di ritorno dalla terra di Punt gettavano l’ancora al porto di Quseir, sul Mar Rosso, poi erano smontate a pezzi e trasportate attraverso la via del Wadi-Hammamet fino alla città di Copto, l’antica Kift. Una volta arrivate a Copto, venivano nuovamente montate. Riprendevano così il loro viaggio, questa volta lungo il Nilo, verso la residenza reale, per trasportare le merci straniere sino al palazzo della sovrana.
Ovviamente il dipinto di Hierakonpolis risale a un’epoca molto più antica. Ma non può essere ugualmente che quelle sei navi fossero in secco sulla riva, appena rimontate, pronte a risalire lungo il fiume? L’ipotesi forse più illuminante sul significato dell’affresco fu formulata dagli archeologi francesi Jacques Vandier e Charles Boreux, i quali non esitarono a riconoscervi la scena di un’invasione di asiatici avvenuta presso Nekhen/Hierakonpolis, la Città del falco. Non per nulla si trattava proprio della città di Horus, un centro importante non lontano da Edfu, il luogo in cui, secondo i miti egizi, avvenne lo scontro fatale tra i Compagni di Horus e quelli di Seth.
Tutte e sei le navi dispongono di cabine, sui cui tetti sono visibili costruzioni arcuate che potrebbero essere servite all’applicazione di alberi oppure all’inserimento di remi. Una delle navi esibisce anche uno stendardo. Su tre delle imbarcazioni è ben visibile, nel mezzo, una sorta di rettangolo che potrebbe indicare la presenza di un’apertura per il comodo imbarco di passeggeri, merci o – perché no? – bestiame. Una delle navi bianche, la più grande, presenta sopra una delle cabine una costruzione a baldacchino che fa intravedere la sagoma di una persona seduta la suo interno. Viene subito da pensare a certe illustrazioni geroglifiche come quella sulla mazza di re Narmer, in cui si vede il re assiso all’ombra del padiglione. Ancora un elemento tipico dei Compagni di Horus. Quest’imbarcazione, per la sua forma e l’evidente presenza di timone e timoniere sulla destra, dev’essere stata una nave di legno e non di giunco, come le classiche imbarcazioni fluviali egizie. Si può ipotizzare lo stesso anche per le altre cinque navi? Giungevano tutte dal mare? Erano navi di conquista?
Confronto fra tre tipi di navi dall’incredibile somiglianza. Dall’alto in basso: nave mesopotamica tratta da un sigillo; nave raffigurata sul coltello egizio di Gebel-el-Araq; nave di Horus scolpita sulla Tavoletta di Narmer. Disegno: Sabina Marineo
Se sì, è forse per questo che i primi re aggiunsero alla propria tomba l’elemento della nave? Il monumento funebre di Horus-Aha presentava una nave di pietra. Lo stesso faraone Cheope fece affiancare da navi la sua imponente piramide di Giza. E se non si fosse trattato, originariamente, della simbolica barca del sole, bensì del ricordo di quelle prime imbarcazioni dei conquistatori, i Compagni di Horus, che giunsero alle sponde del Mar Rosso?
Già l’egittologo Walter Emery aveva puntato il dito sulle navi di Hierakonpolis relazionandole alle imbarcazioni raffigurate sul manico del coltello di Gebel-el-Araq. Un reperto di estrema importanza oggi conservato al Museo del Louvre. Lo splendido coltello d’avorio, scoperto nelle vicinanze di Nag Hammadi e datato intorno al 3300 a. C., è impreziosito da decorazioni di raffinata bellezza. Raffigurano uomini, animali… e navi. Su un lato dell’impugnatura troneggia un signore dall’aspetto spiccatamente mesopotamico, con copricapo asiatico, lunga gonna e folta barba, che doma due leoni. Sotto di lui, ordinati in diverse file, ci sono molti animali: grossi cani, gazzelle, leoni, una vacca. Si vede anche un cacciatore.
Ci troviamo ancora una volta di fronte al noto motivo tipico dell’arte mediorientale, il “Signore degli animali”, tema di un altro reperto dello stesso periodo, la Stele della caccia di Uruk. Questo manufatto di granito, che fino a qualche anno fa era conservato nel Museo Iracheno di Bagdad, mostra due cacciatori in azione. Entrambi sono vestiti esattamente come l’uomo del coltello di Gebel- el- Araq, portano il medesimo copricapo. Uno di essi doma un leone, l’altro scocca una freccia in direzione di un branco di leoni. Un chiaro influsso mesopotamico sull’arte preistorica nilota che, come abbiamo visto, è presente anche nell’affresco di Hierakonpolis.
Veniamo alle navi. Sull’altro lato dell’impugnatura del coltello di Gebel-el-Araq sono riportate scene di battaglia ordinate in cinque registri. I due registri superiori mostrano degli individui dalle teste rasate – oppure dai capelli molto corti – che combattono contro uomini dalla lunga chioma. I “calvi” sembrano avere il sopravvento sui lungo chiomati e, in ogni caso, contrariamente ai loro avversari, sono tutti armati di mazza piriforme. Secondo l’egittologo David Rohl, un tipo di arma che, contrariamente alla mazza discoidale, sembra essere apparsa in Egitto soltanto in un secondo tempo.
Il terzo livello raffigura un uomo dai capelli corti che trascina due navi con una fune. Si tratta d’imbarcazioni con prua e poppa alte, munite di cabina. Dalle imbarcazioni svettano due stendardi recanti un simbolo particolare, ricorrente nelle raffigurazioni mesopotamiche di carattere sacro: la luna piena poggiata sulla falce della luna crescente. Sia lo stendardo con falce lunare, sia la forma delle imbarcazioni, sia il particolare dell’ancora litica a poppa e della prua munita di rinforzo, sono tutti elementi di matrice mesopotamica. Sul quarto registro sono visibili dei cadaveri di nemici che galleggiano sull’acqua.Sul quinto registro appaiono altre tre navi. Ma tali imbarcazioni si differenziano molto da quelle incise più sopra e possono essere egizie. Walter Emery scrive:
“Lo stile dell’impugnatura del coltello è sicuramente mesopotamico o addirittura siriano, la scena rappresenta una battaglia navale contro nemici stranieri, com’è rappresentata anche nella tomba di Hierakonpolis. In entrambe le raffigurazioni c’imbattiamo su due diversi tipi di navi: navi chiaramente egizie e imbarcazioni dall’aspetto straniero con alta prua e alta poppa, di certa origine mesopotamica.”
L’egittologo Toby Wilkinson ha dedicato anni di ricerca a un’area del deserto orientale, una zona situata tra l’antico porto costiero di Quseir e Kom-el-Amar. Qui, seguendo le vie dei wadi, ci s’imbatte in migliaia di petroglifi. Secondo Wilkinson, le incisioni risalgono almeno al 4000/3000 a. C. Molte di esse ritraggono delle navi. Ce ne sono di forme svariate, imbarcazioni che trasportano uomini e bestiame. Wilkinson pensa che i petroglifi del deserto siano l’opera di una popolazione seminomade. Queste genti si sarebbero spostate annualmente con le loro greggi dalla Valle del Nilo ai wadi.
In quell’epoca il deserto orientale soggiaceva a un clima diverso ed era una savana popolata di grandi animali come elefanti, ippopotami, gazzelle. Nella stagione estiva, quando la Valle del Nilo diventava secca e arida, le popolazioni abbandonavano le loro abitazioni provvisorie e si trasferivano con il bestiame nella verdeggiante savana orientale, spingendosi sino alla costa del Mar Rosso. Ma perché questi proto-egizi avrebbero dovuto rappresentare delle navi? A che gli servivano? Secondo l’egittologo inglese, gli artisti dei wadi avrebbero raffigurato le imbarcazioni con cui si spostavano lungo il Nilo. L’ipotesi di navigazione marittima predinastica, e ancor più il fatto che queste imbarcazioni possano essere giunte da un altro Paese, viene da lui scartata per mancanza di ulteriori reperti in tal senso.
Eppure le migrazioni dei popoli si perdono nella notte dei tempi. Da sempre l’uomo ha intrapreso viaggi e spedizioni in cerca di nuove terre, di nuove possibilità di caccia, insediamento e scambio. Perché le genti preistoriche che popolavano i territori intorno al Mediterraneo non dovrebbero essere state in grado di costruire imbarcazioni che solcassero i mari già nel V o all’alba del IV millennio a.C.? Nel Predinastico avevano luogo scambi commerciali tra Egitto e Libano. I reperti provenienti dalla “tomba U-j” della necropoli di Umm-el-Qaab parlano chiaro. I sovrani egizi non acquistavano soltanto vasellame dai libanesi, ma anche vino e gran quantità di legno di cedro per l’allestimento dei loro santuari, dei luoghi di sepoltura. Come avrebbero potuto trasportare il pesante legno di cedro e le centinaia di otri pieni di vino da un Paese all’altro, se non per via di mare?
La zona desertica interessata dai petroglifi, fra Wadi-Hammamat e Wadi-Abbad, si trova alla medesima altezza dei centri protodinastici di Edfu e Hierakonpolis, innalzati nella Valle del Nilo. Le popolazioni seminomadi in movimento dalla valle del Nilo alla costa del Mar Rosso furono spettatrici e vittime degli scontri armati degli dei. Videro giungere, un giorno, le navi dei seguaci di Horus. E forse fu proprio questo l’avvenimento traumatico che, immortalato nella tomba 100 di Hierakonpolis, divenne simbolo del potere di un defunto illustre, uno dei primi Compagni di Horus.
Fonte:
Archeologia, Mondo Tempo Reale NotizieStoria- controstoria
Indagando sui sigilli della tomba di Tutankhamon mi sono incuriosita, e ho raccolto un po’ di materiale sulla loro storia, scoprendo che nell’antico Egitto essi avevano non solo un ampio utilizzo amministrativo ma esprimevano anche una gamma più ampia di aspetti religiosi e culturali della società.
Tecnicamente i “sigilli” sono le impronte prodotte premendo su di un materiale morbido come l’argilla la cosiddetta “matrice”, ossia una superficie dura recante incisioni e realizzata in legno, osso, pietra o faience; nel linguaggio comune, tuttavia, il termine viene usato indifferentemente per designare sia la matrice che l’impronta.
Essi nacquero in Mesopotamia attorno al 4.000 a. C. con funzioni certificative e permettevano di stampare rapidamente e per molteplici volte scritte o immagini senza doverle tracciare a mano; in origine le matrici avevano forma cilindrica e venivano ruotate sull’argilla ancora umida della tavoletta scrittoria per lasciare l’impronta.
–Sigillo cilindrico in oro massiccio di Isesi, faraone della V dinastia che regnò tra il 2381 ed il 2353 a. C., custodito al Museum of Fine Arts di Boston.
Sulla superficie sono visibili il serekht con il suo nome di Horus “Djed-ja-u”, ossia “E’ stabile nelle apparizioni” e il cartiglio con il suo nome di intronizzazione, ossia Djedkara, cioè “Lo spirito stabile di Ra”.
In Egitto comparvero in epoca predinastica (3600 a. C. – Naqada 2); essi erano realizzati in ceramica e venivano usati soprattutto come amuleti da portare al collo con inciso il nome del titolare, che doveva essere protetto in quanto assicurava la rinascita nell’Aldilà: un’iscrizione della tomba di Petosiris, il sommo sacerdote di Thoth a Hermopolis, recita: “Un uomo è sopravvissuto quando viene pronunciato il suo nome”.
Nel corso delle prime dinastie vennero progressivamente sostituiti dal tipo a base piatta (simile ai nostri timbri) più adatto per stampare anche sul papiro; nell’Antico Regno e nel Primo periodo intermedio essi assumono forma ovale, tonda o rettangolare e recano scolpiti segni geroglifici, nomi di re e divinità, motivi geometrici o floreali, simboli sacri come il pilastro Djed, l’Ureaeus, l’Udjat, sfingi, figure umane o animali.
Sigillo in legno della necropoli reale (con soli quattro prigionieri invece di nove). Altezza: 5,7 cm; Lunghezza: 11,5 cm; Larghezza: 4,4 cm, al Louvre
Il fatto che siano stati rinvenuti soprattutto nelle sepolture femminili e infantili, infilati in collane insieme a perline e ad altri amuleti, ha indotto gli studiosi ad ipotizzare che fossero destinati a propiziare la fertilità, a proteggere le madri durante il parto ed i neonati.
Essi assunsero funzione certificativa non prima dell’inizio del Medio Regno, quando cominciarono ad essere utilizzati anche dagli uomini, che li portavano al collo come segno del loro status; uno dei ruoli di rilievo nell’amministrazione statale era rivestito dal ”Portatore del sigillo reale”, e un sacerdote di alto grado con il titolo di ”Portatore del sigillo del dio”, presiedeva ai riti della mummificazione ed era secondo solo al sacerdote che impersonava Anubi.
Si sigillavano lettere, giare, cesti, sacchi, gli ingressi dei magazzini o delle tombe per attestarne la titolarità e difenderne il contenuto, in quanto l’effrazione del sigillo avrebbe rivelato qualsiasi manomissione non autorizzata; anche i rotoli di papiro venivano assicurati con un filo bloccato da un sigillo d’argilla o semplicemente con un sigillo all’estremità.
Amuleto sigillo della necropoli reale in faience turchese – Nuovo Regno – Altezza: 6,2 cm; Larghezza: 3,4 cm; Spessore: 1,4 cm. – Louvre. Questi amuleti sigillo hanno nella parte posteriore un anello che permette di appenderli al collo con una collana
Questi sigilli ed in particolare le “etichette” apposte sulle giare, che recano indicazioni sul Faraone regnante e sull’anno di regno, forniscono elementi importantissimi per datazione del contesto archeologico nel quale furono rinvenute.
L’apposizione di sigilli ad un luogo gli conferiva una particolare sacralità perché lo rendeva inaccessibile per chiunque, compreso il sovrano, ed infrangerli era considerato un crimine gravissimo, punito da Ra con la distruzione del Ba, senza il quale la persona non poteva aspirare alla rinascita nell’aldilà.
Il patrono dei sigilli era Thot, “l’abile scriba”, dio della saggezza, della magia ed inventore dei geroglifici, al quale l’incantesimo n. 8 del Libro dei morti attribuiva il compito di “sigillare la testa del defunto”, ossia, probabilmente, di dotarlo della conoscenza, degli incantesimi e dei segreti che lo avrebbero aiutato ad entrare nell’Oltretomba e a compiere il suo pericoloso viaggio verso la rinascita.
La relazione tra i sigilli e il dio Thot è confermata non solo dai testi, ma anche dal rinvenimento di molti sigilli ed impronte con i simboli o il nome del dio.
Sigillo proveniente da Amarna, per stampare l’etichetta sulle giare di vino – Louvre
Oltre alle fonti già citate, per la redazione del post sono stati consultati anche questi link:
“Tali reliquie affascinanti sembrano sfuggire al tempo; molte civiltà sono sorte e sono morte da quando quel ventaglio è stato depositato in questo tesoro. Un oggetto così raro, ma per molti versi familiare, fornisce un collegamento tra noi e quel tremendo passato. Ci aiuta a immaginare che il giovane re doveva essere molto simile a noi”. – Howard Carter
Questo ventaglio di piume di struzzo trovato nella tomba di Tutankhamon, in una delle casse sotto raffigurate nella fotografia scattata all’epoca; esso è lungo 18 cm. ed era destinato ad essere usato personalmente dal Faraone.
Il manico, in avorio, è piegato ad angolo retto, e ruota grazie ad un meccanismo; esso è decorato ad una estremità con un pomello in lapislazzuli arricchito da tre cerchi d’oro, all’altra con la rappresentazione di un fiore di loto sul quale si innesta una placca semicircolare d’avorio, impreziosita da un fregio, al cui interno sono incisi i cartigli del re; il fregio, i cartigli ed il fiore di loto sono realizzati con intarsi di pasta di vetro multicolore.
Dalla parte superiore del semicerchio esce una fila di corte piume scure, quindi si allarga un ampio ventaglio di piume più lunghe e chiare.
Termine latino ( in italiano “Flabello”) che indica una sorta di grande ventaglio composto da foglie di palma o piume (generalmente di struzzo).
A corte il flabello veniva tenuto da uno o più addetti, che avevano l’apposito titolo di ” Flabelliferi”, i quali con discrezione rinfrescavano il sovrano , creavano l’ombra per lui e tenevano lontani gli insetti.
Al di là delle funzioni pratiche il flabello aveva un valore simbolico, poiché nelle tombe doveva fornire al sovrano il soffio della vita, creando l’aria per respirare nell’aldilà.
Tramite il flabello il faraone poteva anche ottenere potere divino; per la stessa ragione si trova spesso raffigurato dietro animali sacri.
Il flabello era connesso al dio Min.
Quando era unito all’uccello ba, esso simbolizzava anche l’ombra dell’uomo.
Fonte:
Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori.
Scultura romana di Cleopatra VII al Antikensammlung Museum, Berlino (Ph. by Sailko, CC by 3.0, via Wikimedia Commons)
A cura di Patrizia Burlini
La regina Cleopatra…una donna che ha oltrepassato la storia per entrare nel mito. La grande seduttrice, l’arrivista senza scrupoli, l’infedele: la fama prevalentemente negativa di Cleopatra è stata fortemente influenzata dalla propaganda romana, ma fu proprio così? Cleopatra fu certamente un’abile politica, una donna volitiva che riuscì a mantenere il potere in un clima fortemente ostile (e maschilista) per vent’anni.
Cleopatra Tèa Filopàtore (in greco antico Κλεοπάτρα Θεὰ Φιλοπάτωρ), o Cleopatra VII, nacque nel 70 o 69 a.C ad Alessandria d’Egitto e fu l’ultima regina egizia, periodo tolemaico, regnante dal 52 a.C fino alla sua morte, avvenuta nel 30 a.C.
Cleopatra era figlia di Tolomeo XII, di origini ellenistiche, discendente di Tolomeo I, militare e guardia del corpo di Alessandro Magno, di cui era amico d’infanzia, e alla cui morte si proclamò re d’Egitto, fondando la dinastia tolemaica. Cleopatra aveva quindi certamente origini macedoni da parte di padre ma la madre rimane ad oggi sconosciuta. Secondo lo storico Strabone , Cleopatra era una figlia illegittima del sovrano. Secondo altre teorie la madre di Cleopatra era egizia, forse una sacerdotessa, e tale teoria spiegherebbe il legame inusuale -per le abitudini tolemaiche – di Cleopatra con la cultura egizia. Secondo la testimonianza di Strabone, Tolomeo XII ebbe infatti solamente una figlia legittima, Berenice IV (da Cleopatra VI), mentre gli altri figli furono illegittimi: Cleopatra, Arsinoe IV, Tolomeo XIII e Tolomeo XIV.
Busto abitualmente identificato con Cleopatra, British Museum, Londra
Dopo una breve coreggenza con il padre, alla di lui morte, avvenuta Nel 51 a.C., e all’età di soli 18 anni, salì al trono assieme al fratello minore, Tolomeo XIII, di 10 anni. Contrariamente alle consuetudini e nonostante le pressioni della corte, che spingeva affinché fossero i ministri esperti a gestire il potere, Cleopatra non si mostrò affatto docile e gestì sempre il potere in prima persona, rendendo i fratelli dei semplici comprimari. Capendo l’importanza di controllare il popolo egizio, si adoperò per avvicinarsi ad esso, restaurando i fasti dei tempi faraonici, in cui il faraone era l’incarnazione stessa della divinità. Cleopatra era dotata di una straordinaria capacità di apprendere e parlare le lingue (si dice che conoscesse almeno 8 lingue) e, a differenza dei Tolomei che parlavano soltanto il greco, si esprimeva fluentemente in egiziano e copto. Si presentava quindi ai suoi sudditi come la perfetta incarnazione della dea Iside, grazie ad un’abilità e fiuto politico che nessuno della sua famiglia poteva vantare. Eccelleva nella retorica, conosceva le tragedie e commedie greche, conosceva le basi di astronomia, geometria, aritmetica e medicina. Secondo Plutarco, non era bella ma affascinante, oltre a molto colta.
A sinistra: busto di Cleopatra, granito, Royal Ontario Museum, Toronto, Canada. A destra: busto attribuito a Cleopatra VII, Museo Egizio di Torino
Il giovane fratello Tolomeo XIII era certamente molto più manovrabile di Cleopatra e quindi era sorretto dai poteri di corte, e fu così che la lotta intestina che nacque da questo conflitto di potere costrinse Cleopatra a rifugiarsi assieme alla sorellastra Arsinoe in Siria, dove cominciò a radunare un esercito. Nel frattempo giunse in Egitto Gneo Pompeo Magno, in guerra con Giulio Cesare. Il consigliere di Tolomeo, Potino, lo fece uccidere con l’intento di guadagnarsi l’appoggio di Giulio Cesare, ma fu un errore. Giulio Cesare in qualità di console fece ritornare Cleopatra in Egitto, dove fu nominata nuovamente co-regnante con Tolomeo, mentre ad Arsinoe e Tolomeo XIV venne dato il regno di Cipro.
Tetradracma da Ashkelon, 49 a.C., busto diademato di Cleopatra VII con gli “anelli di Venere”, British Museum, Londra.
Cleopatra, allora 21enne, era determinata a gestire da sola il potere e divenne l’amante di Cesare. Tolomeo si alleò quindi con la sorella Arsinoe dando vita ad una guerra civile che causò gravissimi danni, tra cui la perdita per sempre della famosa Biblioteca di Alessandria. Tolomeo fu sconfitto nella battaglia del Nilo, dove morì annegato nel 47 a.C. Arsinoe fu catturata e portata da Cesare in trionfo a Roma nel 46 a.C. Per la sua giovane età fu risparmiata ed esiliata nell’Artemision di Efeso. Cleopatra tuttavia non la perdonò e successivamente la fece uccidere, a soli 27 anni, tramite Marco Antonio nel 41 a.C. : non poteva correre il rischio di ulteriori minacce al suo potere.
Un busto di Caio Giulio Cesare e la ricostruzione della villa di Cesare a Trastevere, gli Horti Caesaris che Cleopatra trasformò in una corte durante il suo soggiorno romano
Cleopatra seguì Cesare a Roma, nella sua villa a Trastevere, gli Horti ai piedi del Gianicolo, dove rimase con il figlio nato dalla loro relazione, Tolomeo Filopàtore Filomètore Cesare (meglio conosciuto con il nomignolo dispregiativo di Cesarione) fino al momento dell’assassinio del grande condottiero, avvenuto nel 44 a C. La permanenza di Cleopatra a Roma per ben 19 mesi creò grande scompiglio e pettegolezzi. La regina era detestata da alcuni letterati come Cicerone e Ovidio. Tutti sapevano: Giulio Cesare si divideva tra la fedele moglie Calpurnia e Cleopatra, la dissoluta seduttrice che le matrone romane detestavano e criticavano ma allo stesso tempo imitavano nella moda e nei modi. Fu Cleopatra ad introdurre a Roma il culto della dea Iside e una statua con le sue sembianze nei panni di Iside fu fatta posare da Cesare nel tempio di Venere. Alla morte di Cesare, constatato che il figlio era stato escluso dal testamento, Cleopatra fortemente delusa ritornò ad Alessandria, dove poteva studiare l’evolversi della situazione in sicurezza.
Busto di Cleopatra, marmo, Centrale montemartini, Roma, inv. MC1154
Dicono di lei
Dione Cassio:
“era splendida da vedere e da udire, capace di conquistare i cuori più restii all’amore, persino quelli che l’età aveva raffreddato”
Plutarco:
“Si dice che la bellezza non sia stata la sua unica peculiarità a stupire chi la vide, ma una irresistibile attrazione, e la figura della persona, legata alla sua conversazione interessante. Grazia naturale si sviluppava nelle sue parole, sempre stimolanti. Quando parlava, il suono della sua voce dava piacere. La sua lingua era come uno strumento a corde, rispondeva, senza aiuto, alla maggior parte delle persone Etiopi, o a Trogloditi, Ebrei, Arabi, Siriani, Medi e Parti. Si dice che lei sapesse molte altre lingue, mentre il re i suoi predecessori non avevano preso la briga di imparare e alcuni avevano dimenticato il macedone. Aveva una voce dolcissima simile ad uno strumento musicale con molteplici corde in qualunque idioma volesse esprimersi; era piccola, esile e spregiudicata”
STRATEGIA O VERO AMORE?
Poco dopo il ritorno in Egitto, il fratello e correggente di Cleopatra, Tolomeo XIV, morì, forse fatto avvelenare dalla regina.
Cleopatra nominò quindi il figlio Tolomeo XV (Cesarione), di soli tre anni, come correggente. Nel frattempo Marco Antonio si era liberato dei Cesaricidi, Bruto e Cassio, era diventato capo dell’Oriente e necessitava di finanziamenti e di un’alleanza politica e strategica con l’Egitto. Convocò quindi Cleopatra a Tarso, in Turchia. Anche Cleopatra aveva bisogno dell’alleanza con Roma per consolidare il suo trono, ma si fece desiderare: non rispose alle lettere, finché Marco Antonio non fu costretto ad inviare un messaggero di persona ad Alessandria. Solo allora Cleopatra accettò l’incontro e si avviò a Tarso. Il suo ingresso trionfale, su una barca tutta d’oro, nei panni di Afrodite, circondata da ancelle vestite da Grazie, è passato alla storia.
Antonio e Cleopatra, l Lawrence Alma-Tadema, 1885, collezione privata In questo quadro è rappresentato il momento dell’incontro della Regina a Tarso. Plutarco sull’incontro tra Antonio e Cleopatra a Tarso. “Durante il cammino ricevette molte lettere da Antonio e dai suoi amici che la sollecitavano ad affrettarsi, ma lei non ne tenne alcun conto e derise a tal punto il romano che risalì il fiume Cnido a bordo di un battello con la poppa d’oro e le vele di porpora spiegate, spinto da remi d’argento al suono di flauti, cetre e zampogne. La regina era coricata sotto un baldacchino intessuto d’oro, vestita e acconciata come le Afroditi dipinte nei quadri, mentre diversi schiavetti, simili ad amorini, le facevano vento. Allo stesso modo alcune delle sue schiave più belle, vestite da Nereidi e da Grazie, stavano al timone o sui pennoni. Al passaggio della nave, dai molti incensieri accesi si spargevano verso le rive del fiume fragranze preziose. Lungo le prode gli abitanti non solo la accompagnarono fin dalla foce, ma uscirono anche dalla città per poterla vedere. Antonio sedeva in tribunale, nella piazza del mercato, ma la gente andò incontro alla regina e finì per lasciarlo solo. Si sparse allora la voce che Afrodite fosse giunta nel tripudio generale ad incontrare Bacco per il bene dell’Asia. Antonio mandò ad invitarla a pranzo, ma Cleopatra gli chiese di venire lui da lei. Come atto di cortesia e di cordialità egli obbedì. Nei quartieri della regina trovò addobbi superiori ad ogni descrizione; in particolare venne colpito dalla quantità di luci, che ardevano in ogni dove, appese al soffitto o collocate sul pavimento, disposte e ordinate ora a formare quadrati ora cerchi, in modo tale da costituire uno spettacolo davvero magnifico e suggestivo”. Socrate di Rodi: “Per il suo incontro con Antonio in Cilicia, Cleopatra organizzò in suo onore un superbo banchetto, apparecchiato con vasellame d’oro lavorato e decorato da pietre preziose. Alle pareti vi erano stoffe intessute anch’esse d’oro e d’argento. Dopo aver fatto predisporre dodici tavoli, lo invitò a prendere posto assieme agli amici più intimi. Antonio era come sopraffatto a vedere quelle meraviglie, ma la regina sorrise con calma e gli disse che tutto quello che aveva dinnanzi era un dono per lui. Gli chiese poi di pranzare con lei l’indomani, sempre in compagnia dei suoi ufficiali ed amici. In questa seconda occasione preparò un banchetto ancora più sontuoso. Le stoviglie adoperate il giorno precedente, al confronto con le nuove, erano povera cosa; tutto venne poi egualmente donato ad Antonio […]. Il quarto giorno la regina spese la somma di un talento per comprare delle rose. Il pavimento della sala del convito venne cosparso di fiori per l’altezza di un cubito e tutto l’ambiente era coperto da festoni e ghirlande”
Una delle innumerevoli ricostruzioni del volto dì Cleopatra. Non c’è certezza che questo sia il suo vero volto
Ancora una volta, la Regina aveva colpito nel segno. Gli storici ci hanno tramandato il racconto di queste giornate dove gli egizi ed i romani facevano a gara per superarsi nello sfoggio di ricchezze. Naturalmente fu Cleopatra ad avere la meglio. È bene ricordare che questa non fu la prima volta in cui i due si incontrarono. Marco Antonio aveva già conosciuto Cleopatra a Roma quando lei era quattordicenne e forse già allora era rimasto affascinato da questa donna straordinaria, che allora era solo una fanciulla, mentre ora una donna consapevole dei propri mezzi. A novembre del 41 a.C. Antonio si recò ad Alessandria, da cui ripartì nel 40 lasciando Cleopatra incinta dei loro due gemelli. Giunse in Siria e da lì parti per l’Italia, dove nel frattempo era morta la moglie Fulvia, e dove firmò la pace con Ottaviano, suggellandola con le nozze con la di lui sorella, Ottavia, da cui ebbe nel frattempo due figli.
Nel 39 Antonio volle chiudere la partita con i Parti e si recò ad Antiochia dove incontrò nuovamente Cleopatra e riconobbe così i due gemelli, Cleopatra Selene e Alessandro Helios, che non aveva mai visto prima. Non sappiamo in che termini si svolse quest’incontro. Secondo la propaganda romana Cleopatra rinfacciò a Marco Antonio il matrimonio con Ottavia ma c’è da chiedersi se una politica così scaltra e navigata come Cleopatra potesse veramente scandalizzarsi per quello che era evidentemente un matrimonio politico…
Marco Antonio. Busto di Marmo. Museo Vaticani, Roma Foto: Oronoz / Album
Nel frattempo, a Roma, Ottaviano, ormai ai ferri corti con l’ex alleato, cercava di screditare presso l’opinione pubblica Antonio, indicandolo come un traditore completamente in balia delle arti magiche della Regina e opponendo alla dissolutezza e immoralità di quest’ultima, le virtù della sorella Ottavia, moglie esemplare e tradita da Antonio. Ottavia fu effettivamente una donna molto bella e saggia, che in seguito mostrò grande abnegazione nei confronti dell’ormai ex marito.
Nel 36 a.C. Antonio iniziò la guerra contro i Parti a cui Cleopatra aveva contribuito con navi e denaro. Si trattava dì un’operazione difficile, con poche speranze dì riuscita, e forse Cleopatra vi contribuì più per assecondare l’amante e padre dei suoi figli che per una ponderata scelta politica. Cleopatra nel frattempo, incinta del terzo figlio di Antonio, Tolomeo Filadelfo, fece ritorno ad Alessandria dove poco dopo diede alla luce il figlio. La spedizione contro i Parti fu un fallimento e Antonio si ritirò.
Statua di regina tolemaica, probabilmente Cleopatra VII, I secolo a.C. (New York, Metropolitan Museum of Art). I tre urei sul capo sono un forte indicatore della possibile attribuzione dì questa statua a Cleopatra
Dopo una campagna contro l’Armenia, Antonio fece prigioniera la famiglia reale che fu fatta sfilare ad Alessandria nel suo trionfo, un vero e proprio affronto per Roma e le sue tradizioni e che gli procurò molte dure critiche.
Al trionfo seguirono le cosiddette “donazioni di Alessandria”: Cleopatra, vestita da Iside, fu proclamata “Regina dei Re” e sovrana d’Egitto, Libia, Cipro e Celesiria, mentre Cesarione “Re dei Re” e co-regnante; anche gli altri due figli maschi ebbero il titolo di “Re dei Re”.
Fu forse in quell’occasione che fu celebrato il matrimonio tra Cleopatra e Marco Antonio, nonostante Antonio fosse ancora sposato con Ottavia. A Roma intanto la propaganda filo augustea dipingeva Cleopatra come una seduttrice che aveva ammaliato Antonio con le arti magiche, una donna che voleva distruggere Roma, mentre Antonio era accusato di aver ormai perso il senno. …/… continua
La bellissima e saggia Ottavia
Marmo – ca. 40 a.C. Inv. No. 121221. Roma, museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme
Plutarco (Vita di Antonio, XXXI):“… (Ottavia) era, come tutti dicevano, una donna meravigliosa. Aveva perso da poco il marito Caio Marcello ed era vedova. Anche Antonio, dopo la morte di Fulvia, lo era, almeno in apparenza: infatti, pur non negando di essere l’amante di Cleopatra, non voleva però ammettere di essersi sposato con lei. Su questo punto egli ragionava ancora bene e dentro di sé combatteva il suo amore per l’egiziana. Tutti perciò si prodigavano per combinare questo matrimonio sperando che Ottavia, che univa alla sua grande bellezza, serietà ed intelligenza, una volta sposata ad Antonio e da lui amata come lo meritava una donna sua pari, avrebbe appianato le contese tra i due rivali ed avrebbe portato ad una fusione dei due partiti. Anche i due contendenti lo pensavano. Perciò, appena essi furono arrivati a Roma, si celebrarono le nozze di Ottavia con Antonio, nonostante che la legge non ammettesse un secondo matrimonio prima che fossero passati dieci mesi dalla morte del primo marito. Ma una decisione del Senato permise loro di non attendere tutto quel tempo.”
Dicono di lei
Plutarco sull’incontro tra Antonio e Cleopatra a Tarso.
“Durante il cammino ricevette molte lettere da Antonio e dai suoi amici che la sollecitavano ad affrettarsi, ma lei non ne tenne alcun conto e derise a tal punto il romano che risalì il fiume Cnido a bordo di un battello con la poppa d’oro e le vele di porpora spiegate, spinto da remi d’argento al suono di flauti, cetre e zampogne. La regina era coricata sotto un baldacchino intessuto d’oro, vestita e acconciata come le Afroditi dipinte nei quadri, mentre diversi schiavetti, simili ad amorini, le facevano vento. Allo stesso modo alcune delle sue schiave più belle, vestite da Nereidi e da Grazie, stavano al timone o sui pennoni. Al passaggio della nave, dai molti incensieri accesi si spargevano verso le rive del fiume fragranze preziose. Lungo le prode gli abitanti non solo la accompagnarono fin dalla foce, ma uscirono anche dalla città per poterla vedere. Antonio sedeva in tribunale, nella piazza del mercato, ma la gente andò incontro alla regina e finì per lasciarlo solo. Si sparse allora la voce che Afrodite fosse giunta nel tripudio generale ad incontrare Bacco per il bene dell’Asia. Antonio mandò ad invitarla a pranzo, ma Cleopatra gli chiese di venire lui da lei. Come atto di cortesia e di cordialità egli obbedì. Nei quartieri della regina trovò addobbi superiori ad ogni descrizione; in particolare venne colpito dalla quantità di luci, che ardevano in ogni dove, appese al soffitto o collocate sul pavimento, disposte e ordinate ora a formare quadrati ora cerchi, in modo tale da costituire uno spettacolo davvero magnifico e suggestivo”.
Socrate di Rodi:
“Per il suo incontro con Antonio in Cilicia, Cleopatra organizzò in suo onore un superbo banchetto, apparecchiato con vasellame d’oro lavorato e decorato da pietre preziose. Alle pareti vi erano stoffe intessute anch’esse d’oro e d’argento. Dopo aver fatto predisporre dodici tavoli, lo invitò a prendere posto assieme agli amici più intimi. Antonio era come sopraffatto a vedere quelle meraviglie, ma la regina sorrise con calma e gli disse che tutto quello che aveva dinnanzi era un dono per lui. Gli chiese poi di pranzare con lei l’indomani, sempre in compagnia dei suoi ufficiali ed amici. In questa seconda occasione preparò un banchetto ancora più sontuoso. Le stoviglie adoperate il giorno precedente, al confronto con le nuove, erano povera cosa; tutto venne poi egualmente donato ad Antonio […]. Il quarto giorno la regina spese la somma di un talento per comprare delle rose. Il pavimento della sala del convito venne cosparso di fiori per l’altezza di un cubito e tutto l’ambiente era coperto da festoni e ghirlande”
Fonti e bibliografia:
Alan Gardiner, la Civilità Egizia, 1961
Alberto Angela, Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità, Harpers Collins 2018
Wikipedia
Kara Cooney, When Women Ruled the World: Six Queens of Egypt, National Geographic, 2018
L’Egitto é un paese estremamente ricco dal punto di vista lapideo e questo antico popolo ha saputo sfruttare al meglio ciò che la natura gli ha offerto.la ricchezza di questa ampia gamma di materiali lapidei si può apprezzare visitando una qualsiasi collezione egizia che ne raccoglie gli esempi più disparati e nella quale l’Egitto si presenta come uno “stato fatto di pietra”.
La Breccia rossa (tipologia sedimentaria)
Nome scientifico: breccia carbonatica.
Descrizione Macroscopica: Breccia costituita da clasti carbonatici spigolosi di colore chiaro di dimensione molto variabile (da mm a cm) immersi in una matrice di colore giallo-rosso mattone per la presenza di argilla e ossidi di ferro. Localmente i clasti sono rivestiti da orli laminati di colore rossastro.
Al microscopio si osservano clasti carbonatici con l’orlo laminato rossastro, immerso in una matrice arenacea a granuli di quarzo.
Questa roccia è stata principalmente usata nel periodo Predinastico per la realizzazione di oggetti di piccole dimensioni come: vasi, teste di mazza, coppe, pettini ornamentali e figure di animali.
Grande ciotola di breccia rossa , I/II dinastia, 2965-2750 a.C. diametro 29 cm. Da casa d’aste Shoteby’s Londra.
Testa d’ascia in breccia rossa: accuratamente e levigata. Ha un calcio stretto, leggermente convesso, e lati strombati che si rivolgono leggermente verso l’esterno verso il bordo tagliente, che è moderatamente convesso. I lati e il calcio sono squadrati. Nella parte posteriore ci sono due perforazioni, corrispondentemente posizionato in una linea parallela al calcio. L’estremità tagliente è danneggiata in diversi punti lungo la sua larghezza, sebbene la scheggiatura sia limitata quasi interamente a una faccia. Questa stessa faccia ha un aspetto stagionato all’estremità del sedere. Sull’altra faccia piccole inclusioni sono state spostate dalla matrice, lasciando buchi sulla superficie. Periodo Naqada II 3300 a.C. Proveniente da Gebelei Alto Egitto. Dimensioni – Altezza: 11,60 cm. Peso: 1,98 kg Larghezza: 7,40 cm Profondità: 1,30 cm. – La lama era spezzata in due al centro ed è stata riparata in tempi moderni; dal parere degli esperti del museo è Impossibile dire se la rottura sia antica o moderna. British Museum Londra
Per quanto riguarda le cave, sono presenti diversi affioramenti situati lungo il Nilo nella regione di Assiut, Sohang, Akhmin, Issaouia e Abydos, ma solamente a Wadi Imu (est di El-Matmar) e Wadi Abu Gelbana (est di Akhmin ) risultavano essere siti di estrazione attivi a partire dal periodo Predinastico.
Inquadramento geologico: questa roccia appartiene alle successioni sedimentarie di tipo carbonatico del Cenozoico. In particolare ai bacini carbonatici dell’Alto Egitto.la formazione della breccia rossa è relativamente recente, riferibile al Miocene Superiore (11-5 milioni di anni) ed è legata all’attività tettonica che ha portato all’apertura del Mar Rosso.
Fonti: cosmicnoise.it e Museo Egizio di Torino, italiawiki.com
Vaso in breccia rossa, periodo predinastico (Nagada II)/1° dinastia, 3500-2900 a.C. circa di forma ovoidale con piede finemente sagomato, anse tubolari e orlo estroflesso frammentario.
Provenienza: Collezione di Royall Tyler (1884-1953), Parigi poi per discesa all’attuale proprietario Royall Tyler era uno storico dell’arte, collezionista ed esperto finanziario internazionale con sede a Parigi. Negli anni ’20 e ’30 raccolse una collezione di arte egizia, persiana e bizantina, acquisita principalmente da commercianti di Parigi come Dikran Kelekian e Joseph Brummer. Casa d’aste Shoteby’s Londra
A sinistra: vaso in breccia rossa, periodo predinastico Naqada I, circa 4000-3600 a.C. 4 5/8 pollici (11,7 cm.) di altezza. Casa d’aste Christie’s Londra. Num zero. A destra: Vaso a forma di uccello, tardo predinastico breccia rossa esposto al British Museum di Londra
Vaso in pietra a forma di rana -3300 a.C circa Dimensioni reali: Altezza: 3,60 cm; Larghezza: 4,90 cm; Lunghezza: 5,90 cm.
Vasi in pietra sono noti in tutta la storia egiziana , ma il periodo che ha visto la loro maggiore produzione va dal medio predinastico (circa 3500 a.C.) all’inizio dell’Antico Regno (2686 a.C.), quando erano molto richiesti come corredi funerari. L’ampia varietà di pietre diverse utilizzate in questo periodo non è mai stata superata in nessun periodo successivo della storia egiziana.
Gli egiziani svilupparono presto la capacità di lavorare la pietra dura in forma di vaso. Il basalto era popolare fin dall’inizio (4000 aC). Col passare del tempo, altre pietre sono entrate in uso, alcune trasportate da cave lontane nei deserti, rendendole preziose come status symbol. La maggior parte dei vasi era di forma convenzionale, ma occasionalmente venivano intagliati anche vasi a forma di animale. La colorata breccia rossa era una delle pietre preferite per i vasi realizzati a forma di animali come ippopotami, uccelli , tartarughe e rane. Ciascuno di questi animali aveva un significato specifico per gli antichi egizi. Poiché un gran numero di giovani rane poteva essere visto sulle rive del fiume mentre l’annuale inondazione del Nilo si ritirava, la rana ha una risonanza particolare come simbolo di fertilità e rinascita. Per questo motivo la dea Heket, che proteggeva le partorienti, era raffigurata come una rana o una donna dalla testa di rana. Sembra forte l’associazione delle rane con la rigenerazione, tanto che alcuni hanno ipotizzato che piccoli vasetti a forma di rana come questo fossero usati per contenere preziosi liquidi o lozioni necessarie soprattutto durante il parto.
Figura della dea Taweret. in breccia rossa: Periodo Tardo, 644-343. Il nome ‘Taweret’ significa colei che è grande” o semplicemente “grandi”. British Museum Londra Altezza: 108,00 cm (max); Larghezza: 28,00 cm (max;base); Lunghezza: 44,50 cm (max;base)
Taweret era dentro predinastica volte uno dea madre nel Mitologia egizia, che può essere trovato su innumerevoli amuleti. Molte testimonianze della sua venerazione risalgono all’Antico Regno dea. Insieme al dio arcaico Bacca era anche una dea protettrice nascita e il primo tempo di suzione. Taweret è stata quindi raffigurata come un ippopotamo femmina incinta, un animale noto per proteggere i suoi piccoli. Potrebbe anche essere raffigurata con le sembianze di un leone o di un coccodrillo. (possibilmente portandoli sulla schiena) e quindi aveva un funzione apotropica (ha dovuto scacciare gli spiriti maligni oi demoni). Taweret era spesso invocato durante il parto per proteggere la donna e il bambino (alta mortalità durante il parto) ed era quindi raffigurato anche con una grande pancia e un seno molto cascante
Di solito questa dea indossa una parrucca e sopra può essere un acconciatura piumata, possibilmente con corna e disco solare. Di solito la bocca è aperta o con le labbra retratte per rivelare file di denti. Ciò potrebbe indicare la sua funzione dannosa. Attributi principali: il sa (simbolo di protezione), il anch (simbolo della vita) e la torcia (difesa dall’oscurità e dal male). esso sa il simbolo è solitamente il più grande e rappresenta la dea a terra su entrambi i lati, appoggiandosi su di essa con le palme. A volte si incontrava la dea ippopotamo Isis associati, ad esempio, in parte al Periodo Tardo cippi, sebbene la connessione tra queste due dee non sia sempre chiara. Taweret è diventato più comune con Hathor associata e poi indossa la sua tipica capigliatura (la parrucca da avvoltoio). Nella vignetta che Libro egiziano dei morti il capitolo 186 accompagna il papiro di Anhai, lei sta con Hathor come una mucca. Sembra essere direttamente identificata con questa dea, poiché solo Hathor è menzionato nel divieto.
L’aspetto visivo delle brecce le ha rese un popolare materiale scultoreo e architettonico. La breccia fu utilizzata per le basi delle colonne nel palazzo minoico di Cnosso a Creta intorno al 1800 a.C.
La breccia era usata su scala limitata dagli antichi egizi; uno degli esempi più noti è la statua della dea Tawaret nel British Museum. Era considerata dai romani una pietra particolarmente preziosa e veniva spesso utilizzata in edifici pubblici di alto profilo. Molti tipi di marmo sono brecciati, come la Breccia Oniciata o la Breche Nouvelle. La breccia è più spesso utilizzata come materiale ornamentale o di rivestimento in pareti e colonne. Un esempio particolarmente eclatante può essere visto nel Pantheon di Roma, che presenta due gigantesche colonne di pavonazzetto, una breccia proveniente dalla Frigia (nell’odierna Turchia). Pavonazzetto prende il nome dal suo aspetto estremamente colorato, che ricorda le piume di un pavone
Con un articolo precedente, quello intitolato “Taweret e il Genio Minoico” che potete trovare in questo stesso sito, avevo iniziato il discorso sulle evidenze di contatto tra due delle Civiltà più importanti del Mediterraneo: quella egizia e quella, meno conosciuta e più misteriosa, che nacque, visse, prosperò e apparentemente svanì quasi nel nulla, nell’Egeo e, in particolare nell’isola di Creta.
Con quest’articolo vorrei riprendere proprio quel discorso e portare nuove, inconfutabili, prove di un effettivo rapporto politico, commerciale, artistico tra Egeo ed Egitto nel Bronzo Tardo.
Partiamo, poiché questa sarà quasi la storia di un viaggio, da un documento di primaria importanza rinvenuto nel Tempio del Milione di Anni del re Amenhotep III[1] che è, di certo, oggi noto per le due colossali statue che lo fronteggiavano, i Colossi di Memnone[2], che altro non sono se non il modesto lascito di una struttura davvero imponente di oltre 350mila metri quadrati (il più grande complesso templare dell’area tebana, superiore per estensione anche al pur non piccolo Tempio di Amon della vicina Karnak).
KOm el Hetan
Il suo recinto, nell’area dell’attuale Kom el-Hetan, nei pressi dell’odierna Luxor e a breve distanza dalla Valle dei Re, ha restituito, nella zona anticamente occupata dalla Corte solare, cinque piedistalli di statue verosimilmente del re, catalogati[3] con sigle da An ad En, di cui restano però solo i piedi; proprio sull’ultima di tali basi, la En, appunteremo la nostra attenzione poiché è meglio nota come “Lista Egea”.
Fig. 1: Planimetria ricostruttiva del Tempio funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan
Le basi[4] recano ovali merlati (simili a cartigli) sovrapposti a prigionieri con le braccia legate dietro la schiena secondo l’iconografia tipica dell’Antico Egitto, ma si tratta, in realtà, di liste di toponimi, di terre, o località, o città, o popoli, posti, per qualsivoglia motivo[5], sotto la giurisdizione dell’Egitto.
Brevemente e per completezza, diremo che la lista:
An riporta toponimi di stati del nord della Siria ed altri piccoli stati compresa Babilonia(Sangar), Mitanni (Naharina), Karchemish, Hatti, Arzawa ed Assur;
Bncittà-stato minori, dell’area siro-palestinese, molte delle quali non ancora identificate, tra cui Damasco;
Cn (molto danneggiata) toponimi che, in apparenza, coprono l’area siro-palestinese e la Fenicia;
Dnuna serie di nomi non meglio identificati tra cui, forse, Aram, con riferimento agli aramei, Ashur e Babilonia.
Fig. 2: dalla TT86 di Menkheperreseneb una processione di tributari e popoli alleati. L’ultimo personaggio è un Keftiw, ovvero un cretese che, come si nota, è rappresentato più alto degli altri i quali, a partire dal primo prostrato, passando per il secondo “solo” inginocchiato, palesano negli atteggiamenti uno stato di sudditanza non riscontrabile nel terzo e nel quarto con l’ulteriore particolarità dell’altezza accentuata dal dono recato sul vassoio.
Si tratterebbe, perciò, di grandi potenze, ma anche piccoli e insignificanti Paesi, o popolazioni, o città, comunque sotto l’influenza egiziana nel Vicino Oriente.
Per inciso, le basi, compresa la En di cui si dirà a breve, sono state rinvenute nell’angolo nord-ovest dell’antica corte e come si sarà notato, riportano riferimenti a località e popolazioni dell’area a nord dell’Egitto; questo ha fatto ritenere che analogo tipo di basi potrebbero rinvenirsi nell’angolo opposto con analoghe liste di località e popolazioni del sud[6].
LA LISTA “En”
La quinta stele En, come sopra detto, costituisce, invece, la “lista egea”. Un primo elemento deve essere valutato: mentre le altre liste prevedono da 28 a 34 toponimi distribuiti sui lati delle basi, la lista egea ne prevedeva, verosimilmente, solo 17, di cui 15 (ancora leggibili) sono iscritti sul lato sinistro della base e sulla fronte mentre ulteriori due sono andati persi (il lato destro della base e anepigrafe, forse in attesa di ulteriori indicazioni geografiche, ed il posteriore è perso).
Fig. 3: La base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[7] (visione d’insieme: in alto, al centro, sopra due prigionieri legati sono riportati i cartigli reali Neb-Maat-Ra Amenhotep, a destra, invece, “cartigli” relativi ai Keftiw ed ai Tanayu)
Fig. 4: Base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[8] (particolare del lato sinistro della fronte)
Fig. 5: Base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[9] (lato sinistro della base)
Fig. 6: Base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[10] (lato sinistro; si notano bene le “merlature” che circondano gli ovali ad indicare che si tratta non di cartigli –riservati come noto al sovrano- bensì di mura)
Fig. 7: I toponimi della “lista egea” a destra, contrassegnati dai nn. 1 e 2 rispettivamente i Keftiw (Cretesi), ed i Tanayu (Danai); a sinistra dello spazio vuoto (ove si trovano i cartigli reali) sono indicate località egizie e cretesi: 1. Amnisos (Creta, in lineare “B”: A-mi-ni-so); 2. Festos (Creta, in lineare “B”: Pa-i-to); 3. Kydonia (Creta); 4. Micene (Grecia); 5. Tebe (forse); 6. Messenia (Grecia, in lineare “B”: Me-za-ne); 7. Nauplion (Grecia); 8. Kythera (isola greca, in lineare “B”: Ku-te-ra); 9. Eleia (Creta, essendo ormai quasi certamente scartata l’ipotesi che si tratti di Ilio); 10. Knossos (Creta, in lineare “B”: Ko-no-so); 11. Amnisos (Creta, nuovamente); 12. Lyktos (Creta); un 13° toponimo non è leggibile
Abbiamo più sopra rilevato una particolarità di questa base rispetto alle altre quattro; queste, infatti, hanno i toponimi scolpiti solo sui lati, ma non sulla fronte, quasi che tale spazio fosse stato risparmiato per poter incrementare le rispettive liste con nuove conquiste o alleanze, e solo la lista egea occupa completamente la fronte della base lasciando invece vuoti i lati destro e verosimilmente il posteriore che, come sopra detto, è perso.
Particolarmente interessanti, ai nostri fini, sono i due prigionieri a destra del prenome e del nome del re (nb-m3’t imn-htp hk3 wst)Neb-Maat-Ra Amenhotep Hekaa Waset, che si trova al centro della fronte (fig. 3): seguendo la regola di lettura dei geroglifici[11], i primi toponimi a dover essere letti sono proprio i due alla destra del nome del re dacché proprio i cartigli reali indicherebbero il verso di lettura. Ciò lascia supporre che proprio su tali nomi si sia voluto appuntare l’attenzione del lettore dando loro una maggior enfasi.
Ebbene, il primo dei prigionieri reca proprio il nome K(e)ft(i)w che, sembra ormai appurato in ambito scientifico, indica Creta e i suoi abitanti, mentre il secondo T(a)n(a)y(u)(ti-n3-y-w), indicherebbe la Terra dei Danai identificata come la Grecia continentale. È interessante inoltre notare come qui si faccia riferimento a territori, mentre i toponimi dalla parte opposta fanno invece riferimento a città.
Fig. 9: luoghi di ritrovamento di oggetti iscritti con il cartiglio di Amenhotep III e/o di Tye (vedi appendice 1)
L’identificazione delle località della lista egea (fig. 7) è oggi, come sopra accennato, generalmente accettata a livello accademico ed esistono perplessità solo per l’identificazione della n.ro 5, vedi sopra figura 7, identificata, forse, nella Tebe beotica.
Basandosi sull’apparente sequenza geografica, peraltro riassunta proprio nei due toponimi K(e)ft(i)w e T(a)n(a)y(u), alcuni autori[13]hanno ipotizzato che la lista En conservasse il ricordo di una spedizione egizia verso il mondo egeo partendo da Creta, da est verso ovest, alla Grecia continentale e poi, attraverso l’isola di Kythera (n. ro 8 in fig. 7), ritornando a Creta (il che giustificherebbe, peraltro, la ripetizione del toponimo cretese Amnisos, nn. 1 e 11 in fig. 7); secondo una ipotesi, si sarebbe trattato di una missione diplomatica egiziana destinata a portare «il soffio della vita» alle popolazioni collegate al Sovrano egiziano. Tale menzione, peraltro, sembra essere confermata nelle righe che sovrastano la serie di prigionieri, là ove si legge, tra l’altro[14]: «[…] le grandi potenze straniere (del nord e del sud)[…] convergono sulle ginocchia in un sol posto, così che il soffio della vita possa loro essere dato, portando tributi sulle loro spalle […]».
A dimostrazione che tale sia una formula rituale si consideri, tuttavia, che era stata usata anche nei rilievi del tempio di Hatshepsut[15], a deir el-Bahari, a proposito della presentazione della regina/re agli dei, là ove si sottolinea come i popoli si recassero a lei «[…]portando i tributi sulle loro spalle…per poter riceve il soffio della vita […]poiché il dio (Amon) aveva posto ogni terra sotto i suoi piedi […]»[16].
Che una spedizione nel senso, peraltro, possa realmente essere avvenuta, sarebbe avvalorato dai ritrovamenti nell’area egea di oggetti iscritti con il cartiglio di Amenhotep III e/o della sposa reale Tye[17] come rilevabile dalle carte riportate, qui sopra, nelle figure 8 e 9.
In particolare, è interessante notare che nell’area egea sono molto rari i ritrovamenti di oggetti iscritti con cartigli reali prima della XVIII dinastia e che, dei 21[18] rinvenuti, ben 12[19] recano i cartigli di Amehotep III e della sposa reale Tye.
Molto di recente, nel 2005, sono stati rinvenuti nell’area di Kom el-Hetan frammenti di una base di statua[20](che, però, non possono per forma e dimensioni appartenere alla En) contenenti ulteriori riferimenti alla toponomastica egea e greca, ma l’esame dei reperti è ancora oggi in corso e molto scarse e contrastanti sono le notizie relative.
Benché la traduzione della “lista egea” sia, come sopra detto, accademicamente riconosciuta, ritengo tuttavia doveroso almeno menzionare una recente voce che, come si suol dire, esce “fuori dal coro”[21]. A proposito dell’individuazione delle “isole del Grande Verde” con le isole egee, si fa rilevare che la definizione sia derivata da una probabile forzatura conseguente alla traduzione dei termini egizi “wedj wer” che sarebbero stati resi “sommariamente” con “il mare”; lo stesso studio[22] si appunta, inoltre, non tanto sulla interpretazione terminologica, che pure viene confermata, dei due ovali retti dai prigionieri posti alla destra del nominativo del re Amenhotep III sulla fronte della base En, quanto sulla localizzazione delle aree, o città, rappresentate.
In base a tale studio, perciò, l’area indicata non farebbe riferimento a quella Egea, bensì a un’area continentale asiatica. Decisamente complesso, benché molto interessante, sarebbe qui intavolare un dialogo relativo a tale ipotesi (in realtà alquanto “solitaria”), che prende in esame e raffronta iscrizioni relative a Sethy I, Ramses II e un colosso di Amenhotep III da costui usurpato, Thutmosi III e l’Akh-Menu di Karnak, nonché toponimi dell’area siro-palestinese e della Fenicia in varie e differenti traslitterazioni.
Aldilà delle differenti ipotesi, che pure andavano almeno citate, per completezza, si può tuttavia concludere, assumendo la base En ancora come “lista egea” e sottolineando che mai prima di Amenhotep III, e mai dopo, sono stati stilati (o ritrovati) elenchi così completi e complessi dell’area egea come quelli ricavabili dalle basi di Kom el-Hetan, e questo, sommato ai reperti egizi del medesimo periodo nella stessa area, ci autorizza a concludere che effettivamente, comunque, ci furono contatti di tipo politico/economico tra la potenza egizia e quella egea durante la prima metà del XIV secolo a.C.
Fig. 10: Personificazione dei K(e)ft(i)w come prigionieri dal tempio di Ramses II ad Abydos che riprende l’iconografia già sopra evidenziata nella lista egea En di Amenhotep III (braccia legate dietro la schiena e ovale merlato con l’indicazione toponomastica, anche se si tratta non di popoli sudditi)
Appendice 1
Tabella [23] degli oggetti iscritti con il nome di Amenhotep III o della Sposa Reale Tye rinvenuti in area egea (insulare e continentale)
Località
Descrizione
Area di rinvenimento (contesto)
Micene (Grecia Continentale)
7 frammenti in faience con il cartiglio di Amenhotep III (Museo di Atene n.ri 2566.1-5, 2718, 12582)
Cittadella, a NE della Porta dei Leoni (TE IIIB)
Micene (Grecia Continentale)
1 placca in faience con cartiglio di Amenhotep III (Museo di Nauplion n.ri 13-887, 13-888)
Stanza M3 dell’edifici0o M, a nord della Cittadella (TE IIIB2)
Micene (Grecia Continentale)
1 placca in faience con cartiglio di Amenhotep III (Museo di Nauplion n.ro 68-1000)
Stanza con Affresco dell’edificio Cultuale (TE IIIB2)
Micene (Grecia Continentale)
1 scarabeo in faience della Sposa Reale Tye (Museo di Atene n.ro 2530)
Stanza γ della Tsountas House (TE IIIB)
Micene (Grecia Continentale)
1 scarabeo della Sposa Reale Tye (Inventariato con il n.ro 68-1521)
Magazzino degli Idoli del Centro Cultuale (TE IIIB2)
Micene (Grecia Continentale)
1 vaso in faience con cartiglio di Amenhotep III (Museo di Atene n.ro 2491)
Tomba a camera n.ro 49 (TE IIIA)
Aetolia (Grecia Continentale)
1 scarabeo di Amenhotep III
Tomba a camera (TE IIB – TE IIIA2)
Knossos (Creta)
1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III (parte di un collare)
Tomba n.ro 4 (TM IIIA)
Ayia Triada (Creta)
1 scarabeo in steatite della Sposa Reale Tye
Tomba a camera n.ro 5 (forse TM IIIA)
Kydonia (Creta)
1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III
(TM IIIA – B)
Ialysos (Rodi)
1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III
Tomba n.ro 9 (TE III)
Panaztepe (Turchia)
1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III[24]
(TE IIIA)
[1] XVIII dinastia, Neb-Maat-Ra Amenhotep, 1387-1350 a.C.
[2] Il nome fu assegnato ai due colossi (alti 18 m) dai greci che assimilarono il personaggio rappresentato (in realtà il re Amenhotep III) all’eroe Memnone, personificazione del giorno, figlio di Eos, l’aurora, che nella guerra contro Troia si schierò al fianco dei troiani venendo poi ucciso da Achille. Tale individuazione derivava dal fatto che, all’alba, verosimilmente per la dilatazione delle pietre ai primi calori del sole, uno dei due colossi emetteva un suono lamentoso che fu interpretato come il saluto del figlio alla madre Eos. Tale era l’ammirazione degli occupanti per le vestigia egizie, che l’imperatore romano Settimio Severo (193-211 d.C.) fece sottoporre la statua a un restauro dopo il quale, però, il fenomeno sonoro non si ripeté.
[3] Edel E. “Die Ortsamenlisten aus dem Totentempel Amenophis III”, Bonn, 1966.
[4] Cline “Amenhotep III and the Aegeans, in “Orientalia”, n. 56, pp. 1-36, 1987.
[5]Nei dipinti di alcune Tombe dei Nobili, nella necropoli tebana, esistono altre evidenze di rapporti con le civiltà egee, e minoica in particolare, ma dalla stessa posizione nei registri parietali è facile arguire che, a seconda dei popoli rappresentati, questi occupino un differente posto nel panorama politico dell’Egitto faraonico. Appaiono perciò palesemente popoli “sudditi” che recano tributi obbligatori, ma anche popolazioni che sebbene rappresentate iconograficamente in maniera simile alle prime, sono, in realtà popoli di uguale rango che recano doni.
In almeno sei tombe di alti funzionari, sono inoltre presenti le cosiddette “processioni egee”. Un esempio valga per tutti, nella TT86 di Menkheperreseneb sono rappresentati “i principi di Tunip” (Città Stato della Siria), “di Hatti” (gli Hittiti, dell’Anatolia), e l’Ambasciatore dei “Keftiw”; ebbene, mentre i primi due sono rappresentati in ginocchio, o addirittura sdraiati ai piedi del re o del suo rappresentante, l’ambasciatore di Creta è non solo in piedi, ma, con uno stratagemma (vedi fig. 2), rappresentato più alto di tutti e noi sappiamo che ciò significava molto nelle rappresentazioni egizie.
[7] Da Cline e Stannish “Sailing the Great Green Sea? Amenhotep III’ “Aegean List” from Kom el-Hetan, once more”, in “Journal of Ancient Egyptian Archaeology”, vol. 3, 2011, pp. 6-16.
[13] Tra gli altri Cline 1987 citato e Albright “The vocalization of the Egyptian Syllabic Ortography, 1934, pp. 9-10.
[14] Edel, traslitterazione e traduzione confermata da Stannish.
[15]XVIII dinastia, Maat-Kha-Ra Henemet Amon Hatshepsut, 1479-1457 a.C. (± 30 anni); assunto il trono come coreggente di Thutmosi, il futuro Thutmosi III, figlio dello sposo fratello Thutmosi II e della regina secondaria Iset, Hatshepsut dopo due anni (secondo altre ipotesi sette) assunse pienamente il potere regale dichiarandosi re (non regina).
[18] Hallager, “The Intermediate Period –LMII and III A1 Crete”, in Atti del convegno “Forschungen zur ägäischen Vorgeschichte in Deutschalnd”, Berlino, 1983, citato da E. Cline 1987, p. 20.
[19] Elenco riassuntivo dei dati riportati in E. Cline 1987, Table 1, p. 24: 6 a Micene; 1 ad Aetolia; 1 a Knosso; 1 Hagia Triada; 1 Kydonia; 1 Cipro.
[20] Duhoux “Les relations ègypto-ègèennes au Nouvel Empire: que nous apprend la toponymie?”, in “Akten des Symposiums zur historischen Topographie und Toponymie Altagyptens”, pp. 19-34. 2006, p. 29.
[21] Vandersleyen “Keftiu: a cautionary note”, in “Oxford Journal of Archaeology”, n. 22, pp. 209-212, 2003.