Nell’aprile del 2001, la rivista Hera pubblica un articolo in esclusiva mondiale, a cura di un certo Michele D’Arcangelo. Si tratta del racconto di un viaggio esplorativo fatto da un noto archeologo ed egittologo italiano non meglio identificato. Descrivendo questo viaggio, svoltosi nel 1997, ci informa che lo studioso fu condotto nei pressi di un’antica miniera aurifera della Nubia, nell’attuale Sudan per visitare un tempio sotterraneo. Il racconto della visita è questo:
“Dopo una trentina di metri raggiungemmo una grotta. Le pareti dell’ipogeo erano dipinte con scene mitologiche e figure di Per-‘aow (faraoni) della XII dinastia… Poco dopo sbucammo in un pianerottolo ingombro di oggetti che avrebbero fatto la gioia di qualunque museo, invece erano lì e chissà per quanti decenni ancora ci sarebbero rimasti… Il corridoio finiva in uno stanzone con molte camere ai lati: le dimore dei sacerdoti del Tempio sotterraneo. Un’arcata separava quella cavità da un’ampia sala colonnata con nel mezzo le statue in trono, scolpite nel granito nero, Wsir (Osiride), Aset (Iside) e Hor (Horus). Era quanto di più sorprendente mi fosse capitato di vedere nella mia carriera di archeologo. La realtà superava ogni più fervida fantasia e migliaia d’anni di buio storico sulle origini della civiltà, si schiarivano d’incanto… Bastava quel rilievo per dimostrare inconfutabilmente che l’uomo non si era evoluto da solo ma che qualcuno lo aveva preso per mano e gli aveva insegnato ciò che non poteva sapere?“
Ecco cosa avrebbe visto e fotografato l’illustre archeologo.
Straordinario!
Nel riquadro centrale è chiaramente visibile un oggetto che ha tutta l’aria di rappresentare un razzo e alla sua destra sono chiaramente visibili due omini.
L’articolo destò notevole scalpore e trovò una serie di sostenitori, non ultimo Mauro Biglino, un fecondo autore, divulgatore di teorie ufologiche, che ne riporta una riproduzione nel suo volume “ Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia” .
Biglino scrive:
“2150 a.C. Nel Medio Regno egizio (2160-1785 a.C.) viene edificato in Nubia il tempio minerario di Kush, che contiene una raffigurazione di una probabile navicella in volo e quella di un missile a terra, con due individui rappresentati di fronte e non vestiti come gli Egizi (paiono avere un abito composto da un solo elemento che ricopre tutto il corpo).”
La realtà è ben diversa: l’immagine pubblicata dalla rivista Hera non è mai esistita, ma è frutto di una manipolazione grafica. Il rilievo originale è ancora oggi visibilissimo a Saqqara, nella tomba di Nefer e Kahay, risalente alla VI Dinastia: ovviamente non raffigura nessun razzo, né omini alieni.
In compenso dimostra come con un abile fotomontaggio, un racconto avventuroso ambientato in un sito indeterminato possa condizionare l’opinione pubblica; e siamo in un’epoca in cui l’informatica non aveva ancora raggiunto gli straordinari livelli di diffusione moderna. Pensate oggi con la propagazione e la velocità dello scambio di informazioni offerte dalla rete, gli straordinari risultati che permettono i programmi di fotoritocco, quanto sia più facile diffondere notizie ingannevoli!
Fonte: sito internet guardo, penso e dico wordpress.com
La tomba di Kahai, sua moglie Meretites, il figlio Nefer e altri membri della famiglia, particolarmente bella e ben conservata, risale alla V dinastia, fu scoperta nel 1966 ed è databile ai primi anni di regno di Niuserra (2445-2421 a.C. circa).
E’ ubicata nei pressi del muro di cinta sud del complesso piramidale di Djoser a Saqqara.
Nella tomba di Nefer, ispettore dei cantanti all’epoca di Niuserra furono sepolti anche i genitori, Kahay e Meretites per i quali fu scolpita questa falsa porta nella parete ovest della cappella. Le iscrizioni identificano Kahay come direttore dei cantanti.
Alcuni membri della famiglia di Kahay sono rappresentati con le loro tavole d’offerta sul muro ovest. I tre uomini che indossano la pelle di leopardo e le parrucche a casco sono probabilmente i suoi figli. A tutti è attribuito il titolo di “ispettore dei cantanti”.
La tomba è scavata nella roccia di un’antica cava ubicata di fronte alla via processionale del re Unas. Ha un lunga cappella ha forma di “L” e undici pozzi . Uno di questi, il cui accesso è visibile dal pavimento, conduce ad una sala contenente un sarcofago al cui interno giace una mummia di sesso maschile intatta.
Nefer e sua moglie sono ritratti sulla falsa porta. Il rilievo, scolpito sulla parete, raffigura il titolare della tomba che stringe un lungo bastone ed uno scettro ”sekhem”, mentre la consorte trattiene un’oca con la mano sinistra .
l rilievo sulla falsa porta di Meretites, ubicato sul muro occidentale della cappella raffigura quattro portatori d’offerta. Il primo brucia incenso, i seguenti recano rispettivamente un’oca, una gazzella ed un vitello.
Il muro orientale è occupato da una ricca sequenza di scene quotidiane che mostrano il proprietario della tomba e i suoi familiari. Nel registro inferiore figurano scene di pesca e uccellagione.
Particolare del registro superiore della scena precedente che mostra la raccolta ed il trasporto del papiro effettuata da uomini nudi e stempiati. Evidentemente i manovali trasportano il materiale per la costruzione di una barca di papiro come lascia intuire la scena immediatamente successiva.
Fonte di testi e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.312-313-314-315. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.
La KV55 è una tomba nella Valle dei Re in Egitto, scoperta da Edward Ayrton nel 1907 mentre lavorava nella Valle per Theodore Davis. Presumibilmente era in antichità un deposito per i materiali usati nella preparazione delle tombe oppure una tomba incompiuta risalente alla fine della XVIII Dinastia. Probabilmente conteneva diverse mummie reali, ed altrettanto probabilmente fu riaperta durante la XX Dinastia e diversi sarcofagi trasportati altrove (forse nella KV35).
L’interno della KV55 al momento della scoperta: a sinistra i resti del sacrario di Tiye, verso la parete il sarcofago aperto e nella nicchia i vasi canopi
È una tomba relativamente piccola, incompleta, intonacata ma non decorata, a camera singola, la cui lunghezza totale misura solo 27,61 metri. La pianta, immaginando uno sviluppo che non è mai stato completato, sarebbe probabilmente stata molto simile alla KV62 di Tutankhamon che si trova praticamente di fronte.
La pianta della KV55; sono evidenti le somiglianze con la pianta della KV62 di Tutankhamon, anche se questa è rimasta incompleta
IL CONTENUTO
Nella tomba sono stati ritrovati:
Parti di un sacrario smantellato e dorato con un testo “realizzato da (Akhenaton) per sua madre Tiye”. IL SACRARIO NEL DETTAGLIO QUI
Una bara, contenente una mummia in avanzato stato di decomposizione, appoggiata sui resti decomposti di un catafalco a testa di leone. Il cranio (leggermente idrocefalo) danneggiato era stato separato dal corpo ed è stato trovato avvolto in un pettorale a forma di avvoltoio (Davis lo scambiò per una corona). Il braccio sinistro del corpo era incrociato sul petto, il braccio destro esteso, in posizione tipica delle mummie di sesso femminile dell’epoca. Nella nicchia sopra la bara è stata trovata una serie di quattro vasi canopi e sul pavimento quattro “mattoni magici”. La bara era stata danneggiata già nell’antichità; la maschera d’ora strappata quasi completamente, i cartigli scalpellati.
Una serie di oggetti, alcuni dei quali forse collegati al rito dell’apertura della bocca, diversi oggetti con il nome della Regina Tiye e di Amenofi III, e diverse impronte di sigilli con il prenomen di Tutankhamon.
Il sarcofago così come si presentò agli scopritori e la damnatio memoriae del nome
Il pettorale che avvolgeva il teschio
Davis e tutto il gruppo fecero un lavoro molto approssimativo; descrizione e catalogazione dei pezzi furono molto carenti, se non inesistenti. Alcune fasce d’oro della mummia furono trafugate nel laboratorio di Elliot Smith e mai più ritrovate.
Il pettorale trovato sulla salma
Sulla base delle iscrizioni sul sacrario e su un esame delle ossa pelviche alquanto improvvisato, Davis pensò di aver trovato la mummia di Tiye (e pubblicò un quanto mai intempestivo volume, “The tomb of Queen Tiyi” nel 1907), ma fu quasi subito smentito dall’analisi anatomica dei resti da parte di Elliot Smith che identificò un corpo maschile. Georges Daressy dedusse inoltre nel 1916 che la bara dorata trovata nella tomba fosse comunque originariamente fatta per una donna e solo successivamente adattata per ospitare un re. Sono state proposte negli anni Tiye, Nefertiti, Meketaten e Meritaten ma l’opinione corrente più accettata è che la bara fosse originariamente destinata alla moglie secondaria di Akhenaton, Kiya. Si pensa anche che i quattro vasi canopi appartenessero a Kiya, e che le teste femminili sui coperchi dei vasi la ritraggano. Come la bara, i canopi furono modificati per la sepoltura di un re attraverso la cancellazione del titolo di Kiya e l’aggiunta di un ureo reale a ciascuna testa del ritratto.
Il sarcofago si trova attualmente al Museo Egizio; prima del trasferimento al nuovo Museo era stato collocato dal 2010 nella sala dedicata ad Akhenaton da Zahi Hawass
Due dei mattoni magici riportano il nome di Neferkheperure Waenre, il prenomen di Akhenaton, mentre gli altri due avevano iscrizioni in ieratico e sono molto più danneggiati (sostituiti nell’antichità?). Tre dei quattro mattoni erano correttamente allineati con la bara, suggerendo che la mummia fosse di Akhenaton.
Disegno originale di Davis di uno dei pannelli del sacrario, in stile tipicamente amarniano
L’esame anatomico effettuato da Eliot Smith nel 1908 indicò l’età alla morte compresa tra 20 e 25 anni, ma visti gli indizi che correlavano il corpo ad Akhenaton corresse il tiro sottolineando che il cranio idrocefalo fosse un indizio di malformazioni che avrebbero sottostimato l’età (ed aprendo la via a tutte le speculazioni che vedremo nella seconda parte). Ricordiamoci che Elliot Smith fu coinvolto nella colossale truffa dell’Uomo di Piltdown, il più famoso falso nella storia dell’antropologia…
Una curiosità: data la sua vicinanza. la KV55 fu usata da Burton come camera oscura per sviluppare le sue foto della tomba di Tutankhamon
CACCIA AL NOME
Come abbiamo visto, dopo i dubbi iniziali sul sesso causati da Davis stesso, l’esame del corpo da parte di Smith nel 1908 chiarì che si trattava di un corpo maschile, ma le evidenze sull’età al momento della morte vennero stiracchiate per comprendere la fascia di età di quella presunta alla morte di Akhenaton.
Pur con qualche dubbio, l’attribuzione ad Akhenaton resistette fino agli anni ’60. Nel 1963 furono ripetuti gli esami anatomici dal Prof. Harrison di Liverpool e questi stabilì l’età alla morte intorno ai 20 anni, escludendo quindi Akhenaton (morto intorno ai 35 anni) dalla lista dei “pretendenti” e rendendo molto più probabile l’identità di Smenkhare, effimero Faraone o Reggente alla fine del regno di Akhenaton. Dopo questa pubblicazione, nel 1966, Cyril Aldred sposa questa tesi dopo essere stato uno dei più convinti sostenitori di Akhenaton.
Nel frattempo era stata scoperta la tomba di Tutankhamon e cominciarono i raffronti tra le due mummie. Si vide che entrambi condividevano lo stesso gruppo sanguigno e un antigene sierico, suggerendo una stretta parentela tra di loro. Il confronto tra i due crani non ha invece dato risultati definitivi.
Zahi Hawass faccia a faccia con l’occupante della KV55
Dopo vari decenni di “lotta” tra l’attribuzione ad Akhenaton e quella a Smenkhare, nel 2010 Zahi Hawass decide di tirare una “bomba” archeologica e pubblica un’analisi genetica di diverse mummie della XVIII Dinastia utilizzando le moderne tecnologie di genetica molecolare per ricostruire l’albero genealogico della Dinastia.
Secondo Hawass, KV55 (CG61075) sarebbe il padre di Tutankhamon, mentre le due mummie della tomba KV35 (di cui magari si può fare un approfondimento) sarebbero la mamma (KV35YL, “Young Lady”) e la nonna (KV35EL “Elder Lady”) dello stesso Tutankhamon. KV35EL sarebbe inoltre Tiye. Data la discrepanza delle età (KV55 avrebbe avuto Tutankhamon quando aveva 2 o 3 anni secondo la stima di Harrison), Hawass determina l’età di KV55 “tra i 35 ed i 45 anni” sulla base della tomografia computerizzata ed attribuisce KV55 come Akhenaton. Ne è talmente convinto che sposta il sarcofago al Museo Egizio nella sala dedicata ad Akhenaton.
Scansione CT del cranio trovato nella KV55 (sopra) e quello di Tutankhamon (sotto)
Il lavoro fu immediatamente contestato; in particolare fu contestata l’attendibilità di campioni di DNA di 3300 anni e la mancanza di controlli adeguati (Lorenzen, 2010) e l’incongruenza con l’analisi di Harrison (Baker, 2010).
Inoltre, nella sua caccia al nome famoso (aveva già trovato Nefertiti nella KV35YL…), in un certo senso Hawass si crea un problema da solo, perché nello stesso lavoro attribuisce i due feti trovati nella tomba di Tutankhamon (ed universalmente attribuiti ad Ankhesenamon, figlia accertata di Akhenaton e Nefertiti) come figli della mummia KV21a. Quindi KV21a sarebbe Ankhesenamon ma…dalla stessa analisi KV21a NON è figlia di KV55, rendendo l’identificazione di Akhenaton improponibile. Da notare che nello stesso lavoro KV21a (Ankhesenamon) avrebbe una correlazione solo parziale con gli altri membri della famiglia.
La genealogia proposta da Hawass nel suo lavoro. Come si vede manca (volutamente) il legame KV21a/Akhenaton
D’altra parte, da questo lavoro KV55 risulterebbe diretto discendente delle mummie KV35EL (con ogni probabilità Tiye) e della mummia CG61074 (comunemente identificata come Amenofi III) e non ci sono evidenze conclusive che Smenkhare sia figlio di Amenofi III e Tiye.Il quadro è perciò molto confuso; basti ricordare che per la KV35YL, proposta come madre di Tutankhamon, solo nell’ultimo decennio sono state proposte: Nefertiti (iscrizioni e somiglianza fisica), Kiya (analisi genetica), Merytaton (analisi genetica), Satamun (figlia maggiore di Amenofi III e Tiye), Baketaton e Nebetiah (sorelle putative di Akhenaton).
RIASSUMENDO…
L’evidenza anatomica colloca KV55 come un giovane uomo, presumibilmente morto intorno ai 20 anni (range:18-23) ad Amarna e trasportato successivamente a Tebe, dove sarebbe stato sepolto nella KV 55 insieme a Tiye e ad altri membri della Casa Reale. L’identikit farebbe pensare a Smenkhare, ma molti punti sono ancora oscuri:
Perché ci sono i mattoni magici relativi ad Akhenaton nella tomba?
Perché sarebbe stato messo nella KV55 insieme a Tiye, forse alla KV35YL e forse a Kiya?
Perché Tiye sarebbe stata rimossa dalla KV55 durante la XX Dinastia, lasciando le parti del sacrario all’interno? Sarebbe stato logico trasportare anche quello o quanto meno riutilizzare l’oro della copertura
Di chi sono gli organi dentro i vasi canopi di Kiya? Non è mai stata fatta un’analisi genetica di quei resti
Come conciliare i dati dell’analisi genetica con quelli anatomici?
UN’IMMAGINE POSSIBILE
Alla fine del periodo di Akhetaton, sono morti ad Amarna Akhenaton, almeno tre figlie di Akhenaton e Nefertiti, Tiye, probabilmente Smenkhare, probabilmente Nefertiti, probabilmente Kiya.
L’abbandono di Amarna avrebbe comportato spostare un certo numero di mummie reali a Tebe, senza la possibilità di reperire abbastanza tombe nella Valle dei Re.
È possibile immaginare che nella KV55, non finita, ci fosse posto per Tiye, Akhenaton e Smenkhare nei rispettivi sacrari, e che siano stati posizionati solo i mattoni magici di Akhenaton in quanto personaggio più illustre ivi sepolto? Che questa tumulazione sia avvenuta sotto il regno di Tutankhamon, che appone i suoi sigilli alla tomba? Che in qualche momento della XX Dinastia la tomba sia stata aperta, saccheggiata e la salma “maledetta” di Akhenaton distrutta? Che quindi i sacerdoti abbiano pensato di spostare Tiye da un luogo “impuro” lasciando Smenkhare con quanto rimaneva dell’arredo funerario originale ed il sacrario di Tiye che era troppo difficile da far passare all’esterno con la necessità di fare presto per ri-sigillare la tomba?
Oppure, al contrario, si è deciso di abbandonare Akhenaton alla solitudine eterna?
E Kiya dov’è? Chissà…
Riferimenti:
Fairman HW, Once Again the So-Called Coffin of Akhenaten The Journal of Egyptian Archaeology 47:25-40 (1961)
Reeves CN, A Reappraisal of Tomb 55 in the Valley of the Kings. The Journal of Egyptian Archaeology 67:48-55 (1981)
Strouhal E, Biological Age Of Skeletonized Mummy From Tomb Kv 55 At Thebes Anthropologie 48:97-112 (2010)
Hawass Z et al. Ancestry and Pathology in King Tutankhamun’s Family. JAMA. 2010;303(7):638-647
Lorenzen E et al. King Tutankhamun’s Family and Demise. JAMA. 2010;303(24):2471
Habicht ME et al, Identifications of Ancient Egyptian Royal Mummies from the 18th Dynasty Reconsidered. Yearbook Of Physical Anthropology 159:S216–S231 (2016)
All’inizio del 1940 i cannoni della guerra per ora tuonano ancora lontano dall’Egitto. La Francia è stata attaccata, ma per ora si combatte sui mari e nei cieli. I combattimenti sono ad est, dove Hitler e Stalin si sono spartiti la Polonia ed ora il Terzo Reich avanza inesorabile. La linea Maginot, onore e vanto della Francia, per ora non teme l’invasione. Eppure lo scenario cambierà drammaticamente di lì a pochi mesi.
Pierre Montet a Tanis
Nel Delta del Nilo, gli scavi della spedizione francese dell’Università di Strasburgo proseguono, con un occhio al terreno e un orecchio alle notizie che arrivano dal fronte. Non dovrebbero essere lì; il Rettore dell’Università di Strasburgo ha cercato di fermarli in ogni modo, ma il capo spedizione ha perfino proposto di prendersi un periodo sabbatico e pagare di tasca sua il suo sostituto pur di partire. È stato necessario l’intervento del Consiglio di Stato per permettere la spedizione.
L’inizio della lettera di raccomandazione di Loret inviata al Rettore dell’Università di Strasburgo, S. Charléty
Perché, molto prima del cinematografico Indiana Jones, Pierre Montet da ben undici anni sta cercando l’Arca dell’Alleanza biblica.
Troverà tutt’altro.
Era lì quasi per caso. Era nato nel 1885 a Villefranche-sur-Saone ed aveva studiato all’Università di Lione con Victor Loret, che lo aveva poi “sponsorizzato” all’Università di Strasburgo. Lo raccontano di carattere irascibile, scontroso. Aveva combattuto nella I Guerra Mondiale ed era stato decorato. Sì, aveva condotto degli scavi trent’anni prima un po’ in tutto l’Egitto, ma aveva incontrato la sua fortuna in Libano, a Byblos dove aveva scoperto il sarcofago di Ahiram – una pietra miliare nella comprensione della lingua fenicia.
Il sarcofago di Ahiram – Museo Nazionale di Beirut – ed al momento della scoperta
Una parte dell’iscrizione sul sarcofago. Riporta il nome di Ahiram, il fatto che il sarcofago sia stato un dono di suo figlio Ittobaal e una maledizione che aveva il compito di proteggere il sarcofago e il suo contenuto dai violatori di tombe. Questo, tuttavia, non ha impedito ai saccheggiatori di asportare il contenuto prezioso della tomba
“Nell’anno quinto del re Roboamo, Scishak (Shesonq I), re d’Egitto, salì contro Gerusalemme (perché essi avevano peccato contro l’Eterno), con milleduecento carri e sessantamila cavalieri; e con lui dall’Egitto venne un popolo innumerevole: Libici, Sukkei ed Etiopi.Egli espugnò le città fortificate che appartenevano a Giuda e giunse fino a Gerusalemme. Allora il profeta Scemaiah si recò da Roboamo e dai capi di Giuda, che si erano radunati a Gerusalemme per paura di Scishak, e disse loro: «Così dice l’Eterno: “Voi avete abbandonato me, perciò anch’io ho abbandonato voi nelle mani di Scishak”». Allora i principi d’Israele e il re si umiliarono e dissero: «L’Eterno è giusto». Quando l’Eterno vide che si erano umiliati, la parola dell’Eterno fu rivolta a Scemaiah, dicendo: «Poiché essi si sono umiliati, io non li distruggerò, ma concederò loro fra poco liberazione e la mia ira non si riverserà su Gerusalemme per mezzo di Scishak. Tuttavia saranno asserviti a lui, così conosceranno per esperienza cosa significa servire a me e servire ai regni delle nazioni». Così Scishak, re d’Egitto, salì contro Gerusalemme e portò via i tesori della casa dell’Eterno e i tesori del palazzo reale; portò via ogni cosa; prese anche gli scudi d’oro che Salomone aveva fatto. Al loro posto il re Roboamo fece fare scudi di bronzo e ne affidò la custodia ai capitani delle guardie che sorvegliavano la porta della casa del re.” Secondo Libro delle Cronache, 12:2-10. Su questa base, Pierre Montet seguiva le tracce dell’Arca a Tanis
Ma proprio in Libano si era appassionato al tema dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto, ed in Egitto era tornato per cercarne le tracce nel Delta del Nilo, a Tanis – che Montet era convinto fosse Avaris, la capitale fondata dagli Hyksos invasori e poi trasformatasi secondo Montet in Pi-Ramses, dove gli Ebrei erano tenuti in schiavitù nel racconto biblico.
A Tanis aveva inoltre regnato il fondatore della XXII dinastia, Sheshonq I, imputato del saccheggio del tempio di Gerusalemme, come riportato nel Libro dei Re e nelle Cronache. Secondo Montet, quindi, a Tanis poteva trovarsi il tesoro di Salomone, insieme al suo “pezzo” più prezioso, l’Arca dell’Alleanza. Ne è talmente convinto che porta ad abitare in zona la moglie e figlie, pare non con grande gioia di queste ultime.
Pianta della zona templare di Tanis (la necropoli è in basso a destra nell’immagine) e della necropoli. Gli scavi di Montet sono proseguiti praticamente da sud verso nord
Montet ha scavato per dieci anni prima di ottenere qualche risultato di rilievo. Alla fine degli anni ’30 si concentra sull’area meridionale della zona templare, e finalmente nel febbraio 1939 trova la tomba di Osorkon II (NRT-I), già depredata nell’antichità, con il sarcofago in quarzite di suo padre, Takelot I. In realtà il sarcofago è di un certo Ameny, del Medio Regno, riciclato da Takelot. Un altro sarcofago, del principe Hornakht, verrà alla luce all’inizio del 1940.
La scoperta della tomba di Osorkon II
Il sarcofago ed i vasi canopi di Hornakht
Sembra un risultato importante dal punto di vista storico ma meno “spettacolare” da un punto di vista archeologico. Invece è solo l’inizio.
Montet ha infatti scoperto la necropoli reale di Tanis; nello spazio di poche decine di metri ci sono almeno sette sepolture reali. Mentre Hitler invade la Cecoslovacchia, viene ripulita la tomba di Osorkon II; al termine Montet trova il passaggio che porta ad una seconda tomba (NRT-III). È il 14 marzo 1939, e la tomba è apparentemente intatta, inviolata.
Pierre Montet segnala la scoperta della tomba di Psusennes, la data è del 17 marzo 1939
Appena entrato, nel Vestibolo trova uno straordinario sarcofago in argento a testa di falco. Un oggetto straordinario, unico nella rappresentazione del defunto.
Disposizione di sarcofago e scheletri nel vestibolo della NRT-III
Il magnifico sarcofago di Sheshonq II, in argento a testa di falco, esposto con accanto i vasi canopi del faraone, sempre in argento
Scrive Montet ne La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
“Sono entrato in un corridoio vuoto. Poi sono entrato in una camera con tutte le pareti decorate e piena di oggetti funerari. A destra dell’ingresso, un piedistallo sorreggeva un grande sarcofago d’argento con testa di falco e ai lati di esso si potevano intuire due scheletri sotto una moltitudine di lastre d’oro.”
Il sarcofago è di un Faraone fino ad allora sconosciuto, Sheshonq II. Oltre al sarcofago ed ai vasi canopi in argento, Shesonq “dona” a Montet anche una maschera in oro, una lamina che copriva il viso della mummia. Sarà solo la prima.
L’apertura del sarcofago di Sheshonq II rivela la prima maschera d’oro trovata da Montet
Il clima umido del delta del Nilo ha distrutto ogni materiale organico all’interno della necropoli e non ha risparmiato le mummie dei sovrani. Qui i resti di Sheshonq II una volta rimossa la maschera d’oro
Probabilmente uno dei due scheletri è ciò che rimane di Siamun, il sesto Faraone della XXI dinastia, mentre l’altro apparterrebbe a Psusennes II, l’ultimo regnante della Dinastia (alcuni ushabti sono a loro nome).
Ma le iscrizioni dicono che la tomba sia di Psusennes I. Dov’è Psusennes? E dov’è Shesonq I? Dov’è l’Arca dell’Alleanza?
Pierre Montet (a destra) con Re Faruk I (a sinistra) venuto a presenziare l’apertura del sarcofago di Sheshonq II
Liberare la tomba è una corsa contro il tempo. Il Reich invade la Polonia; Francia ed Inghilterra dichiarano guerra alla Germania. Montet rientra in Francia alla fine della stagione; poi deve fare leva su tutte le sue conoscenze per riprendere gli scavi nell’inverno del 1939.
Montet è ancora convinto che, insieme a Psusennes, ci sia Sheshonq I. Ha trovato un suo successore, vuoi che il biblico Faraone della conquista di Gerusalemme non sia lì?
All’inizio del 1940 Pierre Montet insegue ancora la sua Arca.
PSUSENNES
Alla fine del 1939, a malincuore l’Università di Strasburgo finanzia una mini-stagione di scavi a Tanis. In tempo di guerra è un piccolo prodigio, ma il sarcofago d’argento di Sheshonq II fa miracoli, e la prospettiva dell’Arca dell’Alleanza fa il resto.
Montet riparte quindi per Tanis, e porta a termine lo svuotamento del vestibolo.
La tomba di Psusennes e la posizione dei singoli sepolcri
Il 15 febbraio 1940 arriva ad un corridoio sigillato, chiuso nientemeno che da un pezzo di un obelisco di Ramses II. Ci vogliono sei giorni per rimuovere quel blocco di granito, ma alla fine anche Montet, sbirciando da un foro praticato nella porta retrostante, trova le sue “Cose meravigliose”.
Vede ciotole e coppe d’oro e d’argento, ushabti, e il sarcofago intatto di granito rosa di Psusennes. Anche qui, quasi tutto il materiale organico è andato perso, ma ciò che resta promette di ripagare Montet di tutti gli sforzi effettuati.
L’apertura avviene nuovamente alla presenza del Re Faruk. Prima sorpresa: il sarcofago esterno, in granito rosa, riporta sulla cintura della figura osiriaca del Faraone il cartiglio di Merenptah Hotephermaat. Quindi Psusennes ha usurpato il sarcofago di Merenptah, il figlio e successore di Ramses II, proprio il Faraone “indiziato” per essere il sovrano egizio dell’Esodo. Anche questa coincidenza rafforza l’idea di Montet di essere sulla strada giusta. In realtà proprio di questo si tratta, di una coincidenza – ma per Montet è la prova che l’Arca non è lontana.
2 marzo 1940: Re Faruk I (al centro) è nuovamente a Tanis per assistere all’apertura del sarcofago in granito rosso di Psusennes I
Pierre Montet alle prese con le sue “cose meravigliose”: l’esame preliminare del sarcofago in granito rosa di Psusennes I, già appartenuto a Merenptah
Sul coperchio del sarcofago di Merenptah/Psusennes una dea il cui nome è andato perso allunga le sue mani a circondare la testa del defunto
L’interno del coperchio del sarcofago di Merenptah/Psusennes: Nut si distende sopra il corpo del Faraone a proteggerlo
Il sarcofago di Merenptah ne contiene un secondo, in granito nero. È anch’esso della XIX Dinastia, ma non era stato preparato per un membro della famiglia reale. Aperto anche quest’ultimo, appare una bara in argento massiccio, di valore inestimabile.
Il secondo sarcofago, in granito nero
Il volto del secondo sarcofago, probabilmente un funzionario della XIX Dinastia (foto originale di Montet) ed il particolare del piede del secondo sarcofago
Le fasi della scoperta della terza bara
Sua maestà Akheperra Setepenamon Pasebakenniut Meriamon – alias Psusennes I
La maschera d’oro di Psusennes appena liberata dal sarcofago, appoggiata su un letto negli edifici della spedizione francese
Ma non è finita.
Aprendo il sarcofago d’argento, appare una meravigliosa maschera in oro massiccio. È paragonabile a quella di Tutankhamon, anche se l’artista che l’ha modellata non ha raggiunto il livello di espressività del suo collega di tre secoli prima. Pierre Montet non ha trovato l’Arca dell’Alleanza, ma uno dei tesori più grandi dell’Antico Egitto. Il corredo funerario è ricchissimo di oggetti in oro; data l’umidità della zona tutti i reperti in legno ed i documenti in papiro sono invece distrutti.
L’«altra maschera»
Montet non riesce però a sfruttare la scoperta come fecero Carter e Lord Carnarvon. Siamo in guerra e nessun giornale del mondo si prende la briga di seguire le vicende archeologiche. Anche in Francia solo scarni trafiletti sui giornali lo menzionano.
La zona di Tanis diventa pericolosa. Montet annota che “individui sospetti si aggirano qui intorno e sbarazzarsi delle guardie sarebbe stato un gioco semplice per uomini determinati”. Richiede la protezione dell’esercito egiziano, senza ottenere granché nel clima bellico dell’epoca.
Di fianco alla sepoltura di Psusennes I, Montet fa appena in tempo ad esplorare un’altra tomba. In principio era destinata alla moglie di Psusennes, Mutnodjemed, ma la regina non c’è. La sua tomba è stata usurpata dal figlio, Amenemope, – o più probabilmente il sarcofago di Amenemope, intatto, era stato traslato nella tomba della madre dopo un saccheggio in tempi antichi.
L’umidità non ha avuto pietà neanche della mummia di Psusennes, ridotta ad uno scheletro
Anche Amenemope ha una maschera in oro massiccio, meno pregiata di quella del padre, ed è stato possibile ricostruire la parte superiore della sua bara, anch’essa in oro. Il corpo di Mutnodjemed è invece andato perso, a tutt’oggi non si hanno tracce di lei.
Dopo aver svuotato la tomba di Amenemope, è tempo per la spedizione di rientrare in Francia dove la guerra è arrivata sul serio.
Ciò che restava della bara di Amenemope, ormai distrutta dall’umidità: sopravvive la parte superiore, in oro, che racchiudeva a sua volta una maschera anch’essa in oro
Solo nel 1945 Montet può rientrare in Egitto. Il mondo si sta leccando le ferite ed anche la scoperta della tomba del generale Undjebundjed, un funzionario evidentemente con una enorme considerazione a corte, tanto da meritarsi la sepoltura vicino al suo sovrano, passa sotto silenzio. Ma nel frattempo è successo anche qualcos’altro.
Montet non aveva avuto torto nelle sue note e nella sua richiesta di protezione: nel 1943 qualcuno ha fatto irruzione nella sua abitazione vicino a Tanis ed ha svaligiato per buona misura anche una cassaforte del Museo del Cairo – probabilmente una soffiata di qualche addetto alla sicurezza. Per fortuna quasi tutto era già stato catalogato; solo qualche parte delle collane è andato perso.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 1966, Pierre Montet continuerà a pubblicare libri e articoli dedicati agli scavi nel Delta, ma invano: la sua avventura resterà materia per gli addetti ai lavori e gli appassionati, senza mai suscitare sensazione nel vasto pubblico. Persino nel Museo Egizio del Cairo, i pregevoli tesori rimangono per decenni modestamente relegati in una stanzetta attigua a quelle che ospitano lo sgargiante corredo funebre di Tutankhamon, sul quale si focalizza tutta l’attenzione dei visitatori. Addirittura, la stanza dei tesori di Tanis fu utilizzata come laboratorio fotografico per il nuovo inventario del Museo Egizio all’inizio del secolo – le luci spente, i reperti mischiati alle attrezzature fotografiche.
Curioso destino, che ha portato gli egittologi a definire la vicenda come “La maledizione di Tanis”.
Montet viene chiamato ad insegnare a Parigi, al Collège de France nel 1948; presiederà poi la Académie Des Inscriptions Et Belles-Lettres fino al 1963 prima di ritirarsi. Nonostante la “grandeur” francese, non verrà mai particolarmente esaltato od apprezzato.
Morirà nel 1966 convinto di aver scoperto Pi-Ramses. Solo qualche anno dopo Manfred Bietak, un archeologo austriaco, determinerà la posizione esatta di Pi-Ramses circa 30 chilometri più a sud.
Pierre Montet, un po’ come Cristoforo Colombo, ha cercato per lungo tempo qualcosa che lo ha condotto ad altre, meravigliose scoperte. Forse più fortunato che bravo, ma sarebbe ingeneroso negare i suoi meriti; ha già pagato fin troppo la “maledizione di Tanis”. E nei prossimi post vedremo le sue “cose meravigliose” cercando di rendere giustizia a lui ed ai protagonisti dell’epopea di Tanis.
“Tu risplendi di luce, Ra ti illumina, maestro dei diademi d’oro, Psusensne, sovrano dei sovrani, che vivrà per sempre”
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
Cassandre Hartenstein. La période strasbourgeoise de Pierre Montet (1919-1948). Archimède: archéologie et histoire ancienne, UMR7044 – 2020
L’immagine della maschera funebre di Tutankhamon che emerge dalla terza bara ha lasciato Carter senza parole, come lascerà attoniti milioni di persone per la sua stordente bellezza. Le fasce dorate che chiudono il bendaggio riportano il benvenuto di Nut e di Geb nell’aldilà, sormontate dalla figura del “ba” del Faraone che tiene tra le zampe due simboli “shen” di potere. Per la prima volta, una mummia faraonica intatta.
Il pettorale al Museo del Cairo
Finora si parlava di oggetti: magnifici, spirituali, esoterici, oppure di tutti i giorni, intimi, privati. Ma oggetti. Ora si parla della salma di un ragazzo morto 3200 anni prima. Carter ha già profondamente riflettuto su questo momento: da una parte la scienza e la conoscenza, dall’altra il rispetto per un defunto. Potrebbe fermarsi qui, e lasciare Tutankhamon al suo riposo.
Il pettorale e le fasce in oro di chiusura del bendaggio
Ma l’esperienza con la tomba di Amenhotep II lo ha profondamente colpito: richiusa la tomba con la mummia del Faraone all’interno, la stessa è stata profanata poco dopo, gli oggetti rubati, la mummia dilaniata dai tombaroli moderni. Non esita: troppo forte la paura di lasciare i tesori presumibilmente nascosti sulla mummia ai predoni; troppo urgente la voglia di conoscenza. Sa che non si presenterà più per lui una possibilità del genere.
Forse Carter pensa anche di essere arrivato al traguardo, che potrà finalmente dedicarsi con calma all’esame della mummia del Faraone fanciullo.
Si sbaglia di grosso.
Le resine usate dagli imbalsamatori del sovrano sono colate ovunque. Impregnano lo spazio tra la seconda e la terza bara, e imprigionano impietosamente il corpo del re. L’idea di Carter è di ripetere l’operazione con cui ha “sfilato” la prima bara dalle altre, ma nonostante tutti i suoi tentativi deve abbandonarla. Troppo tenace la presa di quelle resine. Carter annota che lo strato esterno del bendaggio “è come se fosse carbonizzato”.
Il 31 ottobre vengono tolti tutti gli oggetti esterni, le bande in oro che chiudono il bendaggio, gli amuleti, i collari. Si spera che il calore del sole possa sciogliere quella massa resinosa. Curiosamente Carter annota i passaggi della Bibbia in cui si fa riferimento agli unguenti funebri, forse un parallelo con le usanze ebraiche.
La mummia di Tutankhamon all’apertura della terza bara e durante l’esame della mummia, con ancora la maschera funebre sulla testa
Il giorno dopo, con l’aiuto di dieci manovali, il gruppo seconda/terza cassa con la mummia dentro viene portata al laboratorio e lasciata qualche ora sotto il sole, inutilmente. Viene anche estratta la prima cassa rimasta nel sarcofago, in cui rimane un solo, stupefacente oggetto: un basso letto funerario decorato con teste di leone, che ha sopportato il peso dei tre sarcofagi (calcolato da Carter come superiore ad una tonnellata) per più di tre millenni.
Il cataletto che ha sorretto il peso delle tre bare per più di tremila anni. Le due teste di leone riprendono quelle del letto funerario ritrovato nell’Anticamera
Finalmente l’11 novembre, con l’ausilio del prof. Derry dell’Università del Cairo, si decide di esaminare la mummia direttamente all’interno della terza bara. La salma del Faraone viene spruzzata con un leggero strato di paraffina e vengono incise le bende. Man mano vengono raccolti tutti gli amuleti funerari sul corpo di Tutankhamon, prontamente catalogati da Carter ed affidati alle cure di Lucas per la conservazione.
All’epoca furono diffuse solo due foto della testa del Faraone, avvolta in un drappo bianco a nascondere il fatto che era stata spiccata dal corpo nel tentativo di staccare la maschera funebre
Vengono annotati ben sedici strati di bende e di amuleti che avvolgono il corpo; alla fine la conta degli oggetti posti sulla mummia di Tutankhamon arriva a 143. Da soli riempirebbero un museo.
Ci vogliono sei giorni per liberare il corpo del re e staccare la maschera funebre, usando dei coltelli arroventati per riuscirci; anche se non viene annotato da Carter, è certo che alcuni danni alla mummia siano stati inferti proprio in questa fase. Le foto di Burton mostreranno già la testa spiccata dal corpo negli sforzi per liberarla dalla maschera.
I danni sul retro della maschera, con parte del decoro in pasta vitrea blu andato perso
Finalmente il 17 novembre il volto di Tutankhamon appare agli archeologi. Carter annota: “
…appare estremamente raffinato e colto. Il viso ha lineamenti belli e ben formati. La testa mostra una forte somiglianza strutturale con Akh-en-Aten (nota: lo scheletro della KV55 ritenuto all’epoca Akhenaton)…una somiglianza che fa propendere per un legame di sangue”.
Faccia a faccia con Tutankhamon
L’esame preliminare della mummia è concluso ed il corpo viene ricomposto in una cassa di legno grezzo in attesa di decidere cosa fare; rimane il problema delle bare incollate tra di loro.
Il corpo ricomposto del Faraone, in una scatola di legno ben diversa dalla bara d’oro massiccio che lo aveva protetto per così tanti secoli
Usare degli acidi è impensabile: la soluzione migliore appare il calore. Carter e Lucas decidono di inserire dei fogli di zinco a protezione della terza bara (lo zinco fonde a 500 °C, fungeva anche da termometro di sicurezza) e le capovolgono a testa in giù, scaldando da sotto con delle stufe a cherosene mentre la seconda bara è ricoperta da panni bagnati per proteggerla. Dopo più di tre ore, la terza bara inizia a scivolare giù, le lampade vengono spente e dopo un’ulteriore ora pian piano si stacca.
Lo stesso processo ha scaldato e staccato anche la maschera dalla terza bara, pagando però un caro prezzo: buona parte del decoro sulla parte posteriore si è staccato e spezzato. Frammenti di vetro e di pietre dure rimangono nella resina e vengono staccati uno ad uno per tentare di ricomporre il, decoro. I danni sono tuttora visibili sulla parte posteriore della maschera.
Ci vogliono più di cinque mesi per catalogare, pulire e restaurare tutti gli oggetti trovati sul corpo del Faraone. Finalmente, il 6 maggio 1926, sono pronti per il trasporto al Cairo.
Ci vorranno altri quattro anni per svuotare del tutto la tomba, con l’usuale precisione e meticolosità, ma lo zenit è stato raggiunto, Carter ha incontrato il suo destino. L’Egitto gli ha portato via l’amore, forse, ma ha donato anche a lui l’immortalità che Tutankhamon e gli Egizi anelavano.
La stagione di scavi è conclusa, ma Carter la “chiude” con una nota strana sul suo giornale degli scavi: pochi giorni prima di partire, dalla sua casa di Tebe ha visto una coppia di sciacalli sulle colline. Uno è una femmina normale.
Ma l’altro è un enorme sciacallo nero, una cosa che Carter in 35 anni non aveva mai visto. Forse Anubi è tornato per dare un ultimo saluto al suo protetto, che aveva vegliato per millenni nel buio della tomba.
Io vedo le tue bellezze, o Osiride, re Nebkheperure
In alto: Paletta a forma di ippopotamo. Periodo predinastico Naqada II, 3650–3300 B.C. – Museum of fine arts – Boston
Graffito rupestre preistorico nel Wadi Mathendous, sito nel deserto libico
Nell’antichità l’”Hippopotamus amphibius” era molto diffuso lungo la valle del Nilo, in particolare nel Delta e nel Fayyum; come si è visto la femmina era considerata una divinità benefica e protettiva, ma il maschio era temuto perché portava devastazione nelle coltivazioni divorando i raccolti e quando si sentiva minacciato attaccava anche l’uomo in modo imprevedibile e capovolgeva le barche, costituendo un vero pericolo per la navigazione.
Il pachiderma è ampiamente rappresentato in epoca predinastica: esso compariva sui bordi del vasellame, ispirava la forma delle palette portacosmetici e veniva disegnato sulle ciotole del tipo bianco a righe incrociate risalenti all’epoca naqadiana, caratterizzati da figure disegnate in bianco sullo sfondo rosso mattone della ceramica.
Ciotola predinastica – Museo di Manchester.
La ciotola è stata scoperta nel sito di el-Mahasna nel corso di uno scavo sponsorizzato dall’Egypt Exploration Fund (EEF) guidato dagli archeologi britannici Edward Russell Ayrton e WLS Loat durante la stagione 1908-9. Essa si trovava nella grande e ricca tomba H.29, insieme a molti altri oggetti di pregio (come avorio intagliato, perline di pietra, malachite e tavolozze di grovacca).
In alcuni casi esso compare come semplice elemento decorativo, da solo o accanto a pesci e coccodrilli che popolavano gli ambienti palustri tipici delle rive del Nilo, ma in molte scene viene rappresentata la sua caccia; esso forniva la carne, ma anche la pelle che veniva usata per costruire gli scudi, il grasso, utile nella preparazione di medicamenti e l’avorio delle zanne con il quale si realizzavano preziosi manufatti.
Ciotola con ippopotami- Periodo Predinastico Naqada I, 3850-3650 a. C. – Ritrovata a Mesaid, Tomba 26. Boston- Museum of Fine Arts. Gli ippopotami sono stilizzati e occupano lo spazio tra le linee ondulate concentriche della rosetta centrale che rappresentano l’acqua, e le linee a zigzag attorno al bordo che suggeriscono scogli. Il manufatto è realizzato con argilla rossastra di limo del Nilo, brunito, rivestito con un sottile strato rosso e quindi decorato con motivi lineari in vernice bianca.
Gli studi archeozoologici hanno tuttavia mostrato che la caccia aveva un’importanza relativa nell’economia dell’epoca, per cui, forse, l’immagine aveva già assunto il significato simbolico che si delineerà in modo deciso nel corso delle prime dinastie.
Caccia all’ippopotamo – circa. 3700-3450 a. C. – Predinastico, tardo Naqada I-inizio Naqada II, in mostra al Met di New York L’uomo tiene le corde legate a due arpioni conficcati nel muso del grande ippopotamo che gli sta di fronte.
Le scene sui vasi cui si è fatto cenno sono sommariamente tracciate; talvolta il cacciatore non compare nemmeno, ma si vede l’animale ferito dall’arpione, reso con un segmento dritto che esce dal suo corpo e che continua con un altro segmento ondulato che termina con un cerchio concentrico – la corda legata alla punta dell’arma ed arrotolata all’altra estremità che consente al cacciatore di trattenere la preda -.
Un uomo su di una barca caccia un ippopotamo; accanto vi è un coccodrillo. 3900-3650 aC – Predinastico, Naqada I. MET di New York.
Caccia all’ippopotamo – Lino di Gebelein – Museo egizio di Torino
Questa immagine si è rilevata anche su di una paletta romboidale in ardesia risalente al 4000 – 3500 a. C. e conservata al Medelhavsmuséet di Stoccolma, su di un tessuto di lino trovato a Gebelein datato attorno al 3600 – 3350 a. C. ed ora esposto al Museo egizio di Torino e sulle pareti rocciose che costeggiano il Nilo e gli uadi dei deserti orientali e occidentali, 8000 anni fa abitati dai progenitori degli antichi egizi, migrati verso il Nilo a causa del progressivo inaridimento dell’area.
Caccia all’ippopotamo – paletta di Stoccolma. Sulla parte destra della paletta si nota un uomo su una barca che arpiona un ippopotamo e all’estremità sinistra c’è un altro pachiderma.
In epoca protodinastica la caccia all’ippopotamo compare su alcune placchette commemorative risalenti al regno di Den, ove si nota il sovrano, riconoscibile perché indossa la corona rossa, che caccia il pachiderma già trafitto da diversi arpioni o che lo affronta a mani nude (immagine sottostante).
Impronta di un sigillo cilindrico proveniente dalla tomba di Den ad Abydos – Müller 2008, Abb. 3
Combatterlo ed ucciderlo era un atto rituale che sottolineava il coraggio, la forza ed il primato del sovrano e gli permetteva di appropriarsi del potere distruttivo dell’animale e di realizzare il suo compito principale come Faraone: mantenere la Ma’at e prevalere sul caos che esso rappresentava.
Il numero di simili targhette e più in generale le molteplici fonti risalenti a questo periodo hanno indotto ad ipotizzare che l’uccisione simbolica o effettiva del pachiderma da parte del re facesse parte di un rituale che si svolgeva annualmente, nel corso del quale egli doveva affermare la sua supremazia dimostrando di essere un capo forte ed intrepido.
La rappresentazione della caccia all’ippopotamo da parte del sovrano permane per tutto il periodo faraonico fino all’epoca tarda; la scena è attestata per la prima volta nel tempio funerario di Userkaf, dove è rimasto un frammento che mostra la mano del re che tiene corde e galleggianti, ed essa si trovava anche sulla parete della sala d’ingresso del tempio funerario di Pepy II (si vedano le immagini qui sotto), ed è stata ricostruita dai pochi frammenti sopravvissuti del rilievo parietale.
Il re in piedi su una grande barca di papiro occupava tutta l’altezza del muro ed è ritratto nel momento in cui sta per lanciare un arpione contro l’animale, il quale si gira verso di lui con le fauci spalancate a mostrare le zanne; nell’altra mano tiene le corde legate alle punte di altri arpioni giunti a bersaglio; l’avvoltoio Nekhbet si libra sopra il re ed è seguito dal suo ka in forma di stendardo; di fronte al sovrano ci sono due stendardi preceduti da due uomini, identificati come il figlio maggiore del re ed Ihy, supervisore del complesso piramidale. A sinistra e a destra del rilievo principale e sopra l’ippopotamo ci sono diversi registri con file di funzionari. Dietro il re, nel registro più basso, un ippopotamo legato ad una slitta viene trainato da una squadra di sei uomini.
Essa si trova ampiamente anche sulle pareti delle tombe private dall’Antico regno in poi, anche in questo caso rappresentata secondo canoni piuttosto standardizzati che hanno permesso di ricostruire molte scene parzialmente perdute; quando il cacciatore è un privato cittadino, tuttavia, l’immagine assume un significato differente in quanto la vittoria del defunto sull’ippopotamo implica il prevalere sulle forze ostili ed incontrollate e la sua rinascita nell’aldilà.
A Giza ed a Sakkara la scena tradizionale comprende il defunto di grandi dimensioni che si trova su di una piccola imbarcazione accanto ai suoi servi che cacciano per lui, esponendosi al pericolo.
Le più famose e complete raffigurazioni della caccia all’ippopotamo dell’Antico Regno si trovano nelle mastabe di Ti, di Kagemni, di Mereruka e di Idut a Sakkara.
LA MASTABA DI TI
La rappresentazione più famosa della caccia all’ippopotamo si trova nella mastaba di Ti a Sakkara.
Ti visse durante la V dinastia; pur non essendo di nobili origini sposò una principessa e grazie ai propri meriti diventò ricco e potente: fu nominato “amico unico del Re” Neferirkara Kakai della V dinastia e rivestì, all’apice della sua carriera, il ruolo di Maestro di Palazzo, architetto del faraone, sacerdote di Ptah ed amministratore dei possedimenti funerari reali.
Egli, in posa eroica, compare a bordo di una barca che sta navigando lungo il Nilo, rappresentato come una serie di linee a zigzag blu nelle quali nuota una grande varietà di pesci; sulla destra della scena si trova un gruppo di ippopotami.
Davanti a lui, a prua, vi sono quattro servi, due dei quali sono pronti a scagliare le loro armi; l’ippopotamo anteriore, già ferito da cinque arpioni, si gira inferocito verso i suoi avversari e spalanca le fauci. Un altro, pur essendo già stato colpito da due arpioni trattenuti da un terzo servo ha azzannato un coccodrillo, che tenta di mordergli una zampa; una femmina spaventata si volge verso un esemplare più giovane.
Kagemni visse durante la VI dinastia; genero del re Teti, fu Capo della Giustizia e Visir e si fece costruire a Saqqara una splendida tomba vicino alla piramide del suo re. La raffigurazione della caccia all’ippopotamo rispecchia fedelmente i canoni della tradizione (vedi immagine sotto).
Mereruka fu il successore di Kagemni nel ruolo di visir; sposò la primogenita di Teti e divenne il personaggio più potente dopo il faraone, ottenendo anche il titolo di Capo dei sacerdoti della piramide di Teti, Governatore del Palazzo e Sovrintendente degli scribi del Registro reale.
Le pareti nord e sud della sua mastaba sono decorate con scene ambientate nelle paludi lungo le rive del Nilo, analoghe a quelle della tomba di Kagemni; il registro inferiore è occupato dalla rappresentazione del fiume che ospita una varietà di pesci, ippopotami e coccodrilli molto ben conservato, mentre l’immagine di Mereruka è piuttosto danneggiata.
Sulla parete nord il dignitario è raffigurato accanto alla moglie su di una leggera barca di papiro mentre sta pescando con un arpione: su di un’altra barca tre servi stanno cacciando gli ippopotami, due di essi scagliando arpioni contro gli animali già feriti, un terzo brandendo un bastone con il quale cercherà di stordirli (vedi foto sopra).
LA MASTABA DI ANKHTIFI A MO’ALLA E LA TOMBA DI AMENEMHAT A GURNA
L’iconografia della caccia all’ippopotamo persiste anche nel corso del primo periodo intermedio: Ankhtifi, nomarca del 3’ nomo dell’Alto Egitto fedele al monarca di Heracleopolis si fa raffigurare nella sua tomba a Mo’alla (poco più a sud di Luxor) insieme ai due figli, mentre caccia in prima persona, stando a bordo di una barca; il dipinto è molto danneggiato e ne rimangono solo tracce.
Il defunto trafigge il pachiderma, che rappresenta il malvagio Seth, alla schiena, al posteriore ed alla testa: questa uccisione rituale si svolgeva ad Hefat durante la festa in onore del dio falco Hemen, citato nei testi delle piramidi e spesso unificato con Horus, nel corso della quale il simulacro della divinità veniva portato in processione ed i marinai organizzavano una specie di giostra nautica.
La caccia all’ippopotamo è rappresentata nel Nuovo Regno anche nella tomba di Amenemhat, un importante dignitario tebano che portava i titoli di Assistente del visir, Scriba contabile del grano del granaio delle divine offerte di Amon, Supervisore delle terre arate e “Più anziano del cortile esterno” (forse una carica di natura religiosa); egli visse durante il regno di Thutmose III e fece predisporre la sua tomba (la TT82) nella necropoli di Tebe, a Sheikh Abd el-Gurnah.
Amenemhat è rappresentato in piedi su di una barca, forse accompagnato dalla moglie e dalle figlie. Dietro di lui, collocati su più registri, lo assistono i suoi figli o i servitori, dei quali sopravvive solo un frammento; il cacciatore tiene il suo arpione nella mano destra e sta per colpire l’animale. Nella sinistra tiene le funi legate alle punte degli arpioni con i quali ha già colpito l’ippopotamo, rappresentato più piccolo di lui e dipinto in rosso, che è il colore di Seth; l’animale volta le spalle al cacciatore, ma volge le fauci aperte verso di lui, mostrando la sua furia; sullo sfondo, un boschetto di papiri e di giunchi assolutamente delizioso.
Anche qui il defunto che uccide l’ippopotamo è assimilato al dio Horus, eterno nemico di Seth; solo dopo averlo sconfitto Horus, erede legittimo di Osiride, potrà salire sul trono del padre, così come Amenemhat, ucciso il pachiderma, potrà entrare nell’Aldilà garantendosi la possibilità di rinascita.
LO SCONTRO TRA HORUS E SETH
La caccia all’ippopotamo è assimilata alla lotta di Horus contro il suo nemico Seth e, di conseguenza, rappresenta l’eterno scontro tra l’ordine ed il caos, tra il bene ed il male.
Il papiro Chester Beatty I, risalente alla XX dinastia e custodito nella omonima libreria di Dublino, racconta che nel corso della contesa tra le due divinità per il trono d’Egitto l’usurpatore Seth sfidò il nipote in una prova di resistenza sott’acqua ed entrambi si trasformarono in ippopotami; Seth fu ferito con un arpione da Iside, che voleva aiutare il figlio e che solo all’ultimo si impietosì e rinunciò a dargli il colpo di grazia, perché la vittoria del bene sul male non è mai completa e definitiva.
“E l’Enneade parlò a Seth: “Perché sei adirato? Non dobbiamo fare come abbiamo detto io, Atum, signore delle due terre di Heliopolis, e Ra-Harakhti?” e posero la Corona Bianca sulla testa di Horus, il figlio di Iside.
E Seth gridò ad alta voce davanti all’Enneade, si irritò e disse: “Dovrebbe il trono essere consegnato al mio fratellino, mentre io, suo fratello maggiore, sono vivo?”
Allora egli fece un giuramento, dicendo: “Toglieranno la corona bianca dalla testa di Horus, il figlio di Isis, e lo getteranno in acqua, affinché io possa contendere con lui la carica di sovrano”.
Allora Ra-Harakhti fece di conseguenza. E Seth parlò ad Horus: “Vieni, trasformiamoci in due ippopotami, e immergiamoci nelle acque che sono nel Grande Verde. E chi emergerà entro tre mesi, a lui non sarà dato questo ufficio”.
Quindi i due si immersero. E Iside sedette piangendo e disse: “Seth ha ucciso Horus, mio figlio”.
Poi prese del filo e fece una corda, e prese una libbra di rame e la fuse in un arpione, vi legò la corda e lo gettò nell’acqua dove Horus e Seth si erano tuffati. E l’arpione colpì la maestà di suo figlio Horus. E Horus gridò ad alta voce, dicendo: “Vieni a me, madre Iside, madre mia! Chiama il tuo arpione affinché esca da me. Io sono Horus, il figlio di Iside”.
E Iside gridò ad alta voce, e disse all’arpione: “Esci da lui; ecco, è mio figlio Horus, mio figlio”.
Ed il suo arpione uscì da lui. Poi lo gettò di nuovo nell’acqua, ed esso si infisse nella maestà di Seth. E Seth gridò ad alta voce, dicendo: “Che cosa ho fatto contro di te, mia sorella Iside? Chiama il tuo arpione affinché esca da me, perché io sono tuo fratello da parte di madre, o Iside”.
Allora ella ebbe compassione di lui oltremodo.
E Seth la chiamò, dicendo: “Amavi tu lo straniero più di quanto tu ami tuo fratello da parte di madre, anche Seth”.
E Iside chiamò il suo arpione, dicendo: Esci da lui; ecco, è il fratello di Iside da parte di madre colui nel quale tu ti sei infisso”. Al che l’arpione uscì da lui.
Allora Horus, figlio di Iside, si adirò con Iside, sua madre, uscì (dall’acqua n.d.r.), e la sua faccia era selvaggia come una pantera dell’Alto Egitto, e la sua mannaia di sedici libbre era nella sua mano”. E tagliò la testa di sua madre Iside.
“Horus in battle”, illustrazione di Evelyn Paul, in Stories of Egyptian gods & heroes, di F.H. Brooksbank, New York, 1920
Sempre il medesimo papiro racconta un altro episodio della contesa tra Horus e Seth, nella quale quest’ultimo si trasforma in un ippopotamo e cerca di avere la meglio sul nipote, non rassegnandosi al fatto che l’Enneade lo ritenesse più meritevole di lui del trono d’Egitto; anche in questo caso viene salvato dall’intervento degli Enneadi, che riescono ad evitare che Horus lo uccida.
E Seth si arrabbiò moltissimo, e gridò ad alta voce quando gli Enneadi dissero: Horus è nel giusto e Seth è nel torto.
E Seth fece un grande giuramento a Dio, dicendo: Io non gli darò il trono finché non si sarà battuto con me. E noi ci costruiremo delle navi di pietra, e navigheremo intorno, noi due. E a chi prevarrà sul suo compagno daranno la carica di sovrano.
Allora Horus costruì per sé una nave di cedro, la ricoprì di gesso e la mise in acqua al tramonto, e nessun uomo in tutta la terra ne aveva mai vista una simile.
Seth vide la nave di Horus e credette che fosse di pietra. Ed egli andò sulla montagna e tagliò un picco della montagna, e costruì per sé una nave di pietra di centotrentotto cubiti.Poi salirono a bordo delle loro navi in presenza dell’Enneade.
Allora la nave di Seth affondò nell’acqua.
E Seth si trasformò in un ippopotamo, – e fece affondare la nave di Horus. Allora Horus prese il suo arpione e lo lanciò contro la maestà di Seth. Allora gli Enneadi gli parlarono: Non lanciarlo contro di lui.
Tempio di Edfu, Horus con l’arpione cerca di colpire Seth trasformato in ippopotamo
LA DISPUTA TRA APOPHIS E SEQENENRE
L’ippopotamo compare con un significato simbolico anche nella “Disputa tra Apophis e Seqenenre”, un racconto risalente alla XIX dinastia pervenutoci tramite il papiro Sallier I che descrive in modo fantasioso come ebbe inizio il conflitto tra Apophis, sovrano degli Hyksos che regnava ad Avaris, e Seqenenre, signore di Tebe, nel quale quest’ultimo venne ucciso ma che si concluse con la riconquista di tutto l’Egitto ad opera dei suoi successori Kamose ed Ahmose, quest’ultimo fondatore della XVIII dinastia.
La storia racconta che l’Egitto era una terra divisa e che Apophis aveva abbracciato il culto di Seth rifiutando gli altri dei, così alterando l’equilibrio che il sovrano aveva il dovere di mantenere.
Egli mal tollerava la presenza del rivale nel sud del paese, e con l’intento di creare un casus belli decise di provocarlo mandandogli un messaggio nel quale si lamentava perché un gruppo di ippopotami che vivevano in uno stagno nei pressi di Tebe, a quasi 1.200 km. dalla sua capitale, strepitava così forte da impedirgli di dormire la notte.Il re tebano rimase stupefatto di fronte a tanta impudenza, ma non sappiamo cosa rispose perché il testo successivo è andato perduto: è comunque certo che egli si armò e diede inizio alla guerra di riconquista.
Il racconto si presta a più interpretazioni: forse gli ippopotami, simbolo di Seth, rappresentavano gli Hyksos che lo riconoscevano come suprema divinità, e Seqenenre era velatamente accusato di incapacità di governare il caos? O forse il biasimo era rivolto ad Apophis, che portava il nome del serpente malvagio e pur adorando Seth cercava di zittire i pachidermi?
“Una volta accadde che la terra d’Egitto fosse in afflizione perché non c’era un unico re. Arrivò un giorno in cui era Sovrano della città meridionale (Tebe) il re Seqenenre.
Il principe Apophis era in Avaris, e l’intera terra gli pagava tributi, gli corrispondeva le tasse e anche il nord gli portava ogni buon prodotto del Delta.
Poi il re Apophis adottò Seth come signore e si rifiutò di servire qualsiasi altro dio sulla terra tranne Seth. Costruì un tempio di pregevole e solida fattura accanto al suo palazzo, ed ogni giorno si alzava all’alba per sacrificare a Seth, mentre i suoi funzionari portavano ghirlande, esattamente come si pratica nel tempio di Ra-Harakhti.
Ora Re Apophis desiderava inviare un messaggio provocatorio a Re Seqenenre, Principe della Città del Sud. …Allora i suoi scribi, i saggi e gli alti funzionari proposero: “Il sovrano, nostro signore, esige che tu ritiri gli ippopotami dallo stagno che si trova ad est della Città perché essi non permettono di dormire né di giorno né di notte, e il loro ruggito arriva fin nelle orecchie dei nostri cittadini. …
Molti giorni dopo il re Apophis, inviò al principe della città meridionale la richiesta che i suoi scribi e saggi avevano predisposto per lui. E quando il messaggero del re raggiunse il principe della città meridionale, fu portato alla sua presenza. Allora Sekenenre disse al messaggero del re Apophis: Perché sei stato mandato nella Città del Sud? Perché sei venuto in viaggio qui? Il messaggero allora gli disse: È il re Apophis che mi ha inviato per dirti: “Ritira gli ippopotami dallo stagno che si trova a est della città, perché non lasciano dormire né di giorno né di notte ed il loro ruggito arriva fin nelle orecchie dei suoi cittadini”.
Allora il principe della città meridionale rimase stupefatto per così tanto tempo che non fu in grado di dare una risposta al messaggero del re Apophis. Alla fine il Principe della Città del Sud gli disse: Il tuo Signore da Avaris ode gli strepiti che provengono dallo stagno degli ippopotami che si trova ad est della Città del Sud?!?!? Allora il messaggero gli disse: Esegui l’ordine per il quale mi ha mandato. Poi il Principe della Città del Sud dispose che il messaggero del re Apophis, fosse accudito con cose buone: carne, dolci,….Il Principe della Città del Sud gli disse: Va’ e di’ al tuo signore: “Tutto ciò che gli dirai, lo farà”. Allora il messaggero del re Apophis si mise in viaggio verso il luogo ove si trovava il suo signore.
Così il principe della città meridionale fece convocare i suoi alti funzionari ed i suoi ufficiali e riferì loro il messaggio inviatogli dal re Apophis. Poi rimasero tutti a lungo in silenzio, senza potergli rispondere, bene o male che fosse.
Poi re Apophis mandò a…
WILLIAM THE HIPPO, LA MASCOTTE DEL MET
VALORE SIMBOLICO DELLE STATUETTE IN MAIOLICA RAFFIGURANTI L’IPPOPOTAMO
Metropolitan Museum di New York: WILLIAM THE HIPPO!
Nel 1917, il MET di New York acquistò il piccolo ippopotamo di maiolica egizia blu che vedete qui sopra, rinvenuto in una tomba di Meir e risalente al Medio regno (XII dinastia).
Nel 1931 un certo capitano HM Raleigh raccontò sulla rivista comica PUNCH di possedere una copia della statuetta e spiegò che era solito consultare l’animale per le decisioni familiari, perché con l’espressione del muso e con l’atteggiamento esso era in grado di esprimere il suo parere: la storia ebbe successo e da allora l’ippopotamo divenne la mascotte del museo e fu ufficialmente chiamato WILLIAM, così come l’aveva battezzato il Capitano.
Le statuette in maiolica raffiguranti l’ippopotamo, di dimensioni variabili tra i 9 ed i 23 centimetri di lunghezza, vennero realizzate soprattutto nel Medio Regno e nel secondo periodo intermedio per essere collocate nelle tombe; poiché gli egizi temevano il gigantesco pachiderma e credevano che la sua raffigurazione potesse magicamente animarsi e costituire una minaccia, probabilmente ne rompevano le zampe per eliminarne il potenziale distruttivo e talvolta disegnavano sulla sua schiena delle bande trasversali che rappresentavano corde destinate ad imbrigliarne la pericolosità.
Così facendo, esso assumeva una valenza esclusivamente positiva e propiziava la rinascita del defunto: l’artista dipingeva in nero sul corpo dell’ippopotamo boccioli di loto, fiori e canne, rane, uccelli acquatici e libellule che riproducevano il suo ambiente naturale, ed il suo colore blu brillante, in aperto contrasto con la rappresentazione realistica delle sue forme, evocava sia il fiume Nilo fonte di vita che le acque del Noun dal quale il sole era sorto il mattino della creazione. L’ippopotamo inoltre era associato al sole ed al suo ciclo eterno, nonché alla rigenerazione ed alla rinascita, in quanto è solito immergersi, riemergere per respirare e sparire nuovamente sott’acqua, magari lasciando intravedere solo la sua parte posteriore che potrebbe aver ricordato agli egizi il tumulo primordiale.
British Museum Londra
Metropolitan Museum di New York
Ny Carlsberg Glyptotek Copenhagen, da Dra Abu el Naga
Museum of Art, Rhode Island School of Design (RISD Museum) – Providence
Louvre – Parigi – da Dra Abu el Naga, Tomba di un Intef
British Museum – Londra
Brooklin Museum – New York
Museo Egizio – Torino
Il Cairo – da Dra Abu el Naga – trovato da Mariette.
Nelle collezioni di tutto il mondo sono conservati quasi cento di questi ippopotami in maiolica; solo di pochi, tuttavia, è nota la provenienza in quanto non è stato documentato l’esatto contesto archeologico di ritrovamento.
IPPOPOTAMO DIPINTO SU CALCARE – OGGI CONSERVATO AL METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK
Questo ostrakon in calcare bianco è alto 12 cm e largo 10,5 cm risale ai regni di Hatshepsut e Thutmosis III; fu scoperto a Deir el-Bahari da Herbert Eustis Winlock durante la stagione di scavi 1922-1923 del Metropolitan Museum of Art di New York, in quello che fu chiamato “Hatshepsut Hole”.
Si tratta di una depressione situata ad est del vasto cortile del tempio di Mentouhotep II che nell’antichità serviva da deposito per la statuaria spezzata.
Dovendo edificare la strada rialzata che conduceva al tempio di Thutmosis III, l’area venne poi livellata utilizzando come materiale di riempimento molteplici piccole statue inginocchiate di Hatshepsut, detriti di costruzione e oggetti votivi eliminati dal santuario di Hathor.
Tra il 1923 e il 1931, furono rinvenute decine di migliaia di frammenti – alcuni che pesavano più di una tonnellata, altri più piccoli di un pugno – che furono recuperati e ordinati.
Il diadema, in oro con intarsi in pietre semipreziose, è ornato dalle due teste di gazzella, simbolicamente analoghe al doppio cobra o alle due piume.
Questo diadema è composto da una fascia a “t” terminante con protomi feline, forse di leopardo.Un foro sulla punta dei musi permette ai nastri terminali di allacciarsi dietro al capo.Sei rosette divisorie applicate alla fascia sono decorate con corniole e pasta vitrea.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia. Regno di Thutmosi III.
Oro, corniola, pasta vitrea turchese e blu
Lunghezza fascia cm. 48, larghezza testa di una gazzella c. 2,3
New York, The Metropolitan Museum of art., dono di George F. Baker e di Mr. e Mrs. Evrrit Macy. Inventario 26.8.99
Fonte:
I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani
Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star
IL BRACCIALETTO DEI GATTI
A cura di Franca Loi
Questo largo bracciale, parzialmente ricostruito, in origine faceva di una coppia; è conosciuto come “braccialetto dei gatti ” in quanto è costituito da un rettangolo d’oro, sul quale sono incastonate le miniature di tre gatti (in origine erano cinque), due d’oro, uno di cornalina, con le zampe anteriori una sull’altra e quelle posteriori raccolte sotto la pancia.
Da ogni lato di questo rettangolo partono sette file di perline, non sempre complete di tutti i loro componenti originari: le file d’oro si alternano con altre di cornalina, lapislazzuli e vetro turchese e terminano con una barretta d’oro che funge da chiusura.
Sulla superficie interna ha incisi i cartigli e gli epiteti del Faraone Thutmose, segno che erano un suo regalo personale
Datate tra il 1479 e il 1425 A.C. – XVIII Dinastia – periodo Nuovo Regno –
Trovati a Wadi Gabbanat El – Qurud (Wadi D TOMBA 1) Tebe, Alto Egitto.
New York, The Metropolitan Museum of art.
LA COPPA LOTIFORME
A cura di Franca Loi
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Lord Carnarvon aveva disposto, nel suo testamento, che, qualora la vedova avesse voluto cedere la sua collezione di antichità avrebbe dovuto offrire la prelazione al British Museum, e, in seconda battuta, al Metropolitan di New York, delegando Carter affinché si occupasse delle trattative.
Aveva inoltre disposto che un oggetto fosse donato al British Museum, un altro all’Ashmolean Museum e questo frammento di coppa blu con il cartiglio di Thoutmosis III che vedete nella foto al Metropolitan Museum de New York.
E così questa coppa lotiforme, alta 7,5 cm d del diametro di 8,6 cm, bordata d’oro, divenne di proprietà del MET nel 1923.
Il loto è legato alla rinascita e veniva considerato dagli Egizi come il fiore primordiale e il simbolo della nascita dell’astro divino, che, terminata la sua corsa, si rifugiava nel loto per rituffarsi nelle onde. E il ciclo ricomincia ogni giorno e ogni notte, dalla notte dei tempi. Il loto era anche utilizzato per rappresentare l’Alto Egitto, così come il Basso Egitto era rappresentato dal papiro. Le due piante sono state istituite come piante araldiche dell’Egitto e sono spesso presentate legate, per significare l’unione delle due terre. Davanti in mezzo al petalo centrale di questa pianta altamente simbolica, si trova il cartiglio di Thoutmosis III con questa formula incisa :”Le dieu accompli, Menkheperrê, doué de vie !”
Il gambo e il piede della coppa mancavano, ma il Museo li restaurò restituendole l’aspetto originario ; oggi il restauro è stato eliminato e l’oggetto è stato posto su di un plexiglass trasparente.
Questo lascito di Lord Carnarvon è infinitamente prezioso soprattutto per due motivi principali: per la sua fattura eccezionale ed innovatrice per quest’epoca (vers 1479-1425 avant J.-C.) (vetro che imita il turchese, fino a quel momento sconosciuto ovunque nel mondo) e per la sua provenienza: la tomba delle tre spose straniere di Thoutmosis III
IL VASETTO PER COSMETICI
A cura di Franca Loi
Questo delizioso vasetto per cosmetici ha un’altezza di 8,6 cm – 9 cm con il coperchio – e un diametro al massimo di 6,7 cm.
Con il suo ventre generoso e arrotondato, il collo abbastanza lungo e largo, il piede leggermente concavo, è particolarmente gradevole alla vista. È lavorato in una pietra, di un verde tenue che il tempo sembra aver patinato. Herbert Eustis Winlock lo ha analizzato come un “calcare verde smaltato” mentre, per il Metropolitan Museum of Art di New York, è “un materiale vetroso invecchiato, difficile da identificare con certezza”. Il collo è ricoperto, per tutta la sua altezza, da una foglia d’oro che ne riveste anche l’orlo e finirà all’interno del contenitore. La copertina piatta che lo ricopre, adattandosi perfettamente, gli fa eco con il suo sottile bordo in foglia d’oro.
L’insieme è di una delicatezza e di un “prezioso” estetismo. In “La tomba di tre mogli straniere di Thutmosi III”, Christine Lilyquist chiarisce la sua condizione. Riporta:
“Alcune crepe all’esterno del vaso, in particolare alla base; nonché una colorazione marrone chiaro, principalmente sotto la fessura orizzontale (non visibile all’interno). All’interno, la superficie è parzialmente caduta; e rimane, in fondo, un residuo di polvere azzurra”.
Questo vasetto conteneva una crema per addolcire? Un unguento per calmare? Una sostanza da profumare? Il prodotto doveva essere prezioso, raro e costoso… Fin dall’antichità l’uso di unguenti, balsami e oli profumati è stato diffuso tra le classi agiate della società. Queste sostanze profumate avevano anche una vocazione sacra e svolgevano ovviamente un ruolo primordiale nel rituale dell’imbalsamazione.
Christine Lilyquist specifica in particolare che: “Tutti i contenitori di questo tipo sono considerati vasi per la conservazione degli unguenti a causa dei resti che contengono” e aggiunge: “Sebbene l’unguento sia senza dubbio arrivato in Egitto e trasportato in Egitto in ceramica, i vasi di pietra erano preferiti per la tomba “.
Le iscrizioni sono incise sul corpo e sulla copertina. Ecco la traduzione di ciò che è sul ventre:
“Viva l’Horus, toro potente che appare a Tebe, il dio compiuto, padrone del Doppio Paese (cioè delle Due Terre), il re dell’Alto e del Basso Egitto, Menkheperrê, Figlio del Sole, Djehoutymès-Neferkheperou (cioè Thutmose III), dotato di vita, stabilità e vigore come Re, eternamente! ” mentre in copertina si legge: “Il dio compiuto, Menkheperrê, dotato di vita!”
Questo vaso proviene – così come un gran numero di altri modelli abbastanza simili – dalla tomba delle “mogli straniere” del faraone Thutmose III. Menhet, Mertet e Menouay furono, come spiega Christian Leblanc nel suo “Queens of the Nile”: “Date in sposa a Thutmose III, a tutte e tre fu concesso il titolo di ‘moglie reale’. Lungi dall’essere semplici favorite, la loro presenza a la Corte testimoniava soprattutto le nuove alleanze politiche instaurate dopo le spedizioni militari del Re”.
Il tesoro di tre principesse egiziane, Herbert Eustis Winlock 1948
LO SPECCHIO
A cura di Grazia Musso
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, regno di Thutmosi III. Argento con foglia d’oro. Lunghezza cm 30. New York, The Metropolitan Museum of Art, Fletcher Fund Inventario 26.8.97
Le sepolture reali del Medio Regno e dell’epoca Tarda hanno rilevato dischi in argento sicuramente più preziosi rispetto al rame o al bronzo che comunemente venivano impiegati dagli egizi come superficie riflettente.
Il manico in legno, originariamente rivestito di foglia d’oro, presenta la forma di un papiro sul quale sono applicate due teste di giovenca rappresentanti la dea Hathor, la bellezza e la sensualità erano legate alla dea e a tutto ciò che le sue prerogative significavano: fecondità e rinascita.
Sulla parte frontale si trova il cartiglio con il nome di intronizzazione di Thutmosi III (Men-kheper-Ra).
Fonti:
Testi tratti da: I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani. Pag. 462
Bibliografia: Winlock 1984, 49f, TAV. 29 sinistra C. L.
Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star pag. 236.
COPRI PARRUCCA
A cura di Grazia Musso
Questo pregiato copri-parrucca, faceva parte di uno dei corredi, delle regine.
È costituito da oltre centocinquanta dischi d’oro, abilmente assemblati fra loro e snodati, impreziositi da pietre dure, diaspro, corniola e vetro, sono uniti alla sommità a un ovale in oro massiccio.
Metropolitan Museum, New York.
Fonte: Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star, pag. 235
VASETTO PORTA COSMETICI
A cura di Grazia Musso
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, regno di Thutmosi III Alabastro egiziano e oro Altezza coperchio incluso cm 9, 8 New York, The Metropolitan Museum of Art, Fletcher Fund 26.8.31 a-b
Questo vasetto con coperchio, conteneva probabilmente un unguento. La forma è singolare: il lungo ed esile collo indica che il contenuto doveva essere liquido e facile all’evaporazione.
Un cartiglio reca il nome di intronizzazione di Thutmosi III.
Bibliografia: Winlock 1948,52g TAV 30.7 C. L.. Testo e fotografia tratte dal libro “I Faraoni” a cura di Christiane Zeigler – Bompiani – pag. 462
BRACCIALE IN ORO
A cura di Grazia Musso
Questo massiccio ornamento in oro è di raffinata fattura, ed è intarsiato con corniola e vetro, al suo interno sono incisi i nomi di Thutmosi III.
Spesso su un gioiello appariva il nome del sovrano, piuttosto che quello della donna a cui apparteneva; il nome, essendo inciso all’interno, non era visibile quando il bracciale veniva indossato.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia Regno di Thutmosi III
Oro, corniola, pasta vitrea
Lunghezza cm. 7,2
New York, The Metropolitan Museum of Art, Roger Fund, inv. 26.8.130
Bibliografia: Winlock 1948,31 If, TAV 17 C. L.
Fonte :I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bimpiani Pag. 461
VASO STRANIERO
A cura di Grazia Musso
Questo vaso è stato probabilmente importato dall’Asia occidentale e potrebbe essere stato portato in Egitto da una delle mogli straniere di Thutmose III come parte della sua dote.
La forma, che ha una base a bottone, ora mascherata da foglia d’oro su restauro in gesso.
Frammenti di vasi di maiolica vitrea, con un simile motivo variegato, sono stati trovati nel sito di Nuzi, l’odierna Yorgan Tepe, in Iraq, che fiorì nel regno di Mitanni durante il XV e XIV secolo a. C.
La lavorazione del vetro sembra abbia avuto origine in Mesopotamia e sia stata importata in Egitto all’inizio della XVIII Dinastia.
Gli artisti egizi producevano la maiolica, una sostanza legata al vetro, da più di mille anni e hanno rapidamente imparato anche l’arte della lavorazione del vetro.
Metropolitan Museum, XVIII Dinastia – Regno di Thutmosi III
Altezza 20,2 cm. Diametro 7 cm. Maiolica Vitrea, oro. Edward S. Harkness Gift 192626.7.1175
Fonte: https:/mmetmuseum.org
VASO PER LIBAGIONI DI MENUWAI
A cura di Grazia Musso
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, regno di Thutmosi III Argento, altezza cm 19,5 – New York, The Metropolitan Museum of Art Inventario 18.8.21a-b
Questo è uno dei tre vasi rituali trovati nella tomba, uno per ogni sposa straniera.
Quando queste donne non egizie morirono, furono mummificate e sepolte con lo stesso corredo funebre che si trova nelle tombe di regine egizie.
L’iscrizione su questo recipiente recita: “Dato come benedizione del re alla moglie del re, Manuwai, giustificato”
Il nome straniero può essere visto nella colonna di testo a sinistra, scritto foneticamente in geroglifici. Il materiale è la fattura testimoniano il rispetto che il sovrano nutriva per queste spose.
Bibliografia: Winlock 1948, 60f, TAV. 36 C. L.
Fonte:
I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani Pag. 462
C’è una serie di barattoli porta cosmetici, decorati con una lamina d’oro, associati al corredi funerari delle tre mogli straniere di Thutmose III.
La maggior parte di questi vasi sono incisi con il cartiglio del re, contrassegnandoli come doni reali. L’iscrizione qui incisa recita: “Il buon Dio, Menkheperre (Thutmose III), ha dato la vita”.
Questo vasetto , contenitore per kohl, è alto 10,5 cm, è realizzato in diorite e foglia d’oro.
Tre magnifici paia di sandali, realizzati in foglia d’oro, esposti al Metropitan Museum of Art di New York con i riferimenti 26.8.147 a,b. – 26.8.147a,b – 26.8.148.a,b.
Si assomigliano molto e la loro bellezza, la loro eleganza, la loro femminilità affascinano!
Prendono principalmente la forma del modello più usato, in pelle o fibre vegetali intrecciate. Guardiamo i particolari: i bordi anteriore e posteriore delle suole sono leggermente arrotondati, sul davanti, al centro a circa 4 cm dall’estremità inizia il “filo”, abbastanza sottile, che serve a separare l’alluce dalle altre dita. È unito ad una larga fascia, che risulta essere composta da due parti uguali e larghe che ricoprono gran parte del collo del piede.
Queste fasce iniziano, rimpicciolendosi, a fissarsi verso la parte posteriore della suola all’altezza del tallone.
Il “tacco” della suola è ornata da una rosetta a trenta petali mentre su tutto il perimetro corrono linee parallele.
Questi sandali sono destinati esclusivamente ad un uso funerario, per accompagnare il defunto nel suo viaggio.
JeanYouotte cita:
“nei testi funerari è spesso espressa la preoccupazione di dare al defunto la possibilità di muoversi sui suoi piedi. Elemento di conforto, i sandali, il cui uso era prescritto per lo svolgimento di certi rituali ed erano una parte importante del corredo funerario”.
Il corredo funebre che accompagnava Menhet Meret è Menouay testimonia il loro rango è il rispetto che era loro dovuto.
Il cuore non veniva rimosso nel corso della mummificazione perché gli egizi lo consideravano la sede della memoria, del pensiero e delle emozioni.
Affinché il defunto potesse raggiungere l’Aldilà, esso doveva pesare quanto la piuma di Maat, il che significava che era privo di colpe; per questo si poneva sul petto della mummia un amuleto a forma di scarabeo in pietra verde, sul quale era inciso l’incantesimo del libro dei morti 30B, che invitava il cuore a non testimoniare contro il defunto durante il giudizio di Osiride.
Nelle immagini gli amuleti preparati per le tre regine; invece di uno scarabeo, la regina Menhet ebbe un amuleto a forma di cuore (a destra in alto); l’amuleto a sinistra appartenne a Manuwai (questo scarabeo è scolpito in modo incredibile….), quello a destra in basso a Mertet.
Ciascuna delle tre mogli del sovrano è stata sepolta con quattro vasi canopi, all’interno dei quali venivano conservati gli organi interni rimossi nel corso della mummificazione (polmoni, fegato, stomaco ed intestino).
Non tutti si sono conservati. Il vaso sopra, che mi sembra quello realizzato con maggiore perizia, appartenne a Manuwai e reca un’invocazione alla dea Neith ed al dio minore Imsety.
A sinistra il canopo di Maruta; a destra quello di Manhata, che reca un testo che pone il suo contenuto sotto la protezione di Duamutef, uno dei quattro figli di Horus.
Nel Nuovo Regno l’élite ed i reali egizi amavano indossare larghi collari, chiamati Usekh o Wesekh, realizzati in oro con intarsi di pietre dure, oppure più semplicemente in maiolica o in vetro colorato per imitare le pietre semipreziose: blu chiaro per turchese, blu scuro per lapislazzuli, nero per ossidiana e rosso per corniola.
Anche le tre mogli straniere di Thutmose III seguivano la moda di corte: nella loro tomba furono rinvenuti questi due collari, oggi custoditi al MET di New York.
Il collare rappresentato qui sotto, realizzato in oro, corniola, ossidiana e vetro, era un dono del sovrano, come testimonia il suo nome inciso sul retro dei terminali a testa di falco.
L’altro, anch’esso in oro e pasta vetrosa, aveva una chiara valenza beneaugurale, in quanto è costituito da una serie di “nefer”, il segno geroglifico che significa “buono” o “bello”.
Il pettorale a forma di avvoltoio con le ali spiegate raffigurante la dea Nekhbet e l’ampio collare con terminali a testa di falco adornavano probabilmente le mummie ed erano tradizionali emblemi funerari.
Nella tomba vennero rinvenuti anche diverse paia di orecchini molto pesanti, che mi ricordano quelli a rocchetto di Bulgari, che andavano di gran moda una decina di anni fa (diam. 3,5 × L. cm. 2 × L. 4,9 cm quelli più grandi; diam. 3,4 × L. 2 × L. 4,8 cm i più piccoli) ed il magnifico pendente costituito da tante piccolissime palline d’oro (diam. 1,6 cm).
Infine abbiamo la cintura composta da elementi in oro e lapislazzuli che rappresentano conchiglie stilizzate simbolo di fertilità. Purtroppo non ho trovato una fotografia migliore.
Menhet, Menwi e Mertet erano tre mogli secondarie del Faraone Thutmosis III, probabilmente siriane, che furono sepolte insieme in una tomba scavata nella roccia in fondo al Wadi Gabbanat el-Qurud, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, nella zona a sud-ovest di Malqatta in cui si trovano anche la tomba che Hatshepsut si era fatta scavare durante il regno di Thutmosis II e quella di sua figlia Neferura (a Sikket Taqet Zaid Wadi).Come quella di Hatshepsut e di Thutmosis III nella Valle dei Re, anche questa sepoltura è stata ricavata allargando una fessura delle alte falesie che circondano la zona ed è posta a circa 10 metri dal suolo. Essa consiste in un’unica camera non decorata con la base di circa 5 X 7,5 metri ed altezza variabile tra m. 1,5 ed oltre 2 metri, e venne scoperta ancora intatta nell’agosto 1916 dagli abitanti di Gurna, che la saccheggiarono.
La piantina della riva occidentale del Nilo di fonte a Luxor
L’area dove si trova la tomba, il cui ingresso è la fenditura che si trova più o meno al centro, e la fenditura vista dal basso. Ancora oggi si tratta di una zona difficilmente accessibile.
Gli oggetti di legno e le mummie si erano irrimediabilmente danneggiati per l’umidità filtrata nella tomba a causa delle piogge torrenziali penetratevi nel corso dei millenni, mentre gli oggetti d’oro e di pietra furono venduti dai gurnawis sul mercato antiquario ed acquistati da Howard Carter (finanziato da Lord Carnarvon) ed in seguito dal Metropolitan Museum di New York, ove sono tuttora esposti….
CHISSA’ SE MR. CARTER CI VORRA’ RACCONTARE COME HA FATTO A RECUPERARE TUTTO QUESTO BEN DI DIO…. CREDO CHE AVRA’ AVUTO A CHE FARE CON PERSONAGGI NON PROPRIO LIMPIDISSIMI…..
Gli oggetti recuperati inducono ad ipotizzare che Thutmosis III avesse fatto predisporre per le tre donne dei corredi funerari identici, costituiti dai loro gioielli personali tra i quali l’incredibile ornamento da portare sulla parrucca che Grazia ha pubblicato a corredo del suo post, uno specchio, un nemset d’argento, coppe di alabastro e pietra, talvolta bordate d’oro.
Le loro mummie indossavano probabilmente sandali e guaine in oro per le dita delle mani e dei piedi e una corona con rosette e teste di gazzella sulla fronte.
Un anello sigillo con il cartiglio di Thutmosis III trovato nella tomba
Quando ho pensato di scrivere questo articolo ero convinto che sarebbe stata una passeggiata, «che ci vuole…», mi sono detto, «…a scrivere qualcosa di un’antica favola?». Ma tra il dire e il fare qualche volta c’è di mezzo… il Nilo (tanto per restare in tema).
Mi sarei potuto limitare a raccontare la storiella (come ho visto in tanti altri siti), senza riferimenti, solo per raccontare questo gossip di 2500 anni fa, che ancora si riverbera in tempi moderni, ma, come ormai avrete capito leggendo altri miei interventi, non è il mio stile poiché rispetto troppo chi legge i miei articoli e cerco, sempre, di metterlo nelle migliori condizioni di verificare che non “vendo tappeti”… e allora eccoci a parlare di quest’antica storia, trasformatasi in fiaba, per grandi e piccini… Buona lettura e, visto che quasi ci siamo, Buon Natale!
CENERENTOLA
Boongggg! «…otto… ancora quattro rintocchi alla mezzanotte… debbo andare…”, “…aspetta, resta ancora…», «…non posso anche se vorrei…, non posso…» e, con il cuore in gola, era già sullo scalone del Palazzo, inseguita dal Principe… un lieve inciampo e una scarpa persa, ma non poteva certo fermarsi a recuperarla… Boonggg! Era l’undicesimo e doveva correre… ma il giorno dopo Asso di Bastoni, l’araldo del re, iniziò a percorrere le strade basolate di Napoli e a narrare il Cunto
«…Aieressera a palazzo riale s’è perza na chianella ‘mmiez’ ‘e scale![1]», e le lavandaie spettegolavano sulla misteriosa fanciulla «penzate a cchella c’ha perzo ‘sta scarpa! Na corz’all’alba cu ‘e guardie appriesso e ‘o core ‘nganna p’ ‘a paura![2]», e ancora «…chella parev’ ‘a Maronna![3]».
Forse l’inizio vi ha un po’ spiazzato, e vi state chiedendo quale sia, in realtà, l’argomento di quest’articolo in un sito di egittologia… cerchiamo perciò, intanto, di mettere un po’ d’ordine: l’inizio è di certo il più noto poiché è una libera rivisitazione della parte finale della fiaba di Cenerentola, secondo le versioni di Perrault[4] e dei fratelli Grimm[5]; più difficile sarà stato, forse, individuare la parte in napoletano che ho tratto dalla “favola in musica in tre atti” di Roberto De Simone[6] “La Gatta Cenerentola[7]”, decisamente più aderente, anche nel titolo, alla originale versione di Giovan Battista Basile[8]. Un ulteriore problema credo lo ponga l’accenno mistico/religioso alla Madonna, ma anche qui, rifacendoci alla tradizione popolare napoletana, esiste un suo perché. Narra, infatti, una delle versioni, che ogni sera, la Madonna portava il Bambino a passeggiare sulla spiaggia di Mergellina, ma una sera perse una scarpa, o meglio, una “pianella”. Questa, rinvenuta dai devoti, venne custodita dapprima in una piccola cappella, poi trasformatasi nella Chiesa di Piedigrotta[9].
La chiesa di Piedigrotta a Napoli
NEL TEMPO E NEL MONDO
Ok, sono certo che vi state ancora chiedendo dove voglio arrivare, ancora un po’ di pazienza… come al solito la prendo alla larga con la mia mania di scivolare tra le pieghe del tempo per raggiungere il nocciolo della questione… e questa volta, oltre al tempo, vi costringerò a scivolare brevemente anche nello spazio poiché risale al IX secolo il racconto cinese di Yen Xian che, tuttavia, potrebbe aggiungere alla nostra eroina “moderna” una giustificazione, relativa alle dimensioni del piede, che, altrimenti, non avrebbe logica secondo la nostra cultura: Yen Xian, infatti, è nota, in tutta la Cina, per avere i piedi più piccoli, ed eleganti, dell’Impero[10]. E ancora, potremmo fare riferimento alla fiaba africana di “Natiki”[11], o a quella persiana de “Il vasetto magico”[12], passando per la danese “Il Cavaliere Verde”, per arrivare, escludendo le più moderne teatrali, o cinematografiche, a oltre 300 versioni (c’è chi porta il numero addirittura a 1500).
Tutte, però, avrebbero una fiaba capostipite, quella di Radopis.
RADOPIS
Purtroppo, di questa fiaba, o storia, considerata l’archetipo di quella della nostra Cenerentola, non ci è pervenuta alcuna menzione diretta e ne conosciamo l’esistenza solo perché riportata da autori relativamente “moderni” tra questi, come al solito, la palma del primo va assegnata, sia pure indirettamente, a Erodoto[13]. Narrando della piramide di Micerino, infatti, l’autore contesta il racconto, a lui riferito, relativo alla costruzione della piramide stessa. La narrazione dei suoi “intervistati”, infatti, prevede che si tratti della piramide fatta costruire dalla cortigiana “Radopis” (“Viso di Rosa”), ma è lo stesso autore, scettico, che specifica (“Storie”, Libro II, 134):
«…parlano senza neppure sapere chi era Rodopis, altrimenti non potrebbero attribuirle la costruzione di una piramide come quella che costa migliaia di talenti, una cifra per così dire incalcolabile…»
E, più avanti:
«…inoltre Rodopis godette il massimo splendore all’epoca del re Amasi e non sotto il regno di Micerino, vale a dire parecchi anni dopo i re che lasciarono queste piramidi; Rodopis era di stirpe tracia, schiava di Iadmone di Samo, figlio di Efestopoli, e compagna di schiavitù di Esopo[14], il favolista…»
E così abbiamo intanto inquadrato il periodo storico in cui si sarebbe svolta la storia della bellissima etera Radopis, o Radopi, o Rodopi, ma anche Rhadopis: non al tempo di Micerino, cioè nella IV dinastia (circa 2500 a.C.), bensì non solo “parecchi anni”, ma svariate decine di secoli dopo, sotto il re Amasi[15], della XXVI dinastia (circa 530 a.C.). La nota di Erodoto, relativa alla piramide di Micerino e che comprende la storia di Radopi, prosegue nel paragrafo successivo, il 135 delle sue “Storie”, libro II:
«…Rodopis giunse in Egitto al seguito di Xanto di Samo, vi giunse per esercitarvi l’antica professione, e vi fu riscattata per una somma enorme da un uomo di Mitilene, Carasso, figlio di Scamandronimo e fratello della poetessa Saffo.»
Per conoscere, tuttavia, la storia di Radopis dobbiamo rifarci ad altri scrittori come Strabone[16] che, nel libro XVII della sua “Geografia”, al capitolo 33, sempre a proposito delle piramidi di Giza, scrive che due sono annoverate tra le Sette Meraviglie del Mondo, mentre una terza (in realtà quella di Micerino) è nota come:
«…“Tomba della Cortigiana” essendo stata costruita per la sua amante –la cortigiana chiamata dalla poetessa melica Saffo, Doricha[17], amata da suo fratello Charaxus [il Carasso ereodoteo] impegnato nel trasporto di vini di Lesbo a Naucratis per la vendita- ma altri danno di lei il nome Rhodopis[18]. …»
E, più avanti:
«…Di lei si racconta la storia favolosa che, mentre si bagnava [nel fiume], un’aquila s’impossessò di uno dei suoi sandali trasportandolo a Menfi. Mentre il re stava amministrando la giustizia nella corte aperta, l’aquila, fece cadere il sandalo nel suo grembo.
Il re, colpito dalla bella forma armoniosa del calzare e dalla stranezza dell’accaduto, inviò uomini in tutte le direzioni nel Paese alla ricerca della donna proprietaria del sandalo; quando fu trovata, a Naucratis, venne accompagnata a Menfi e divenne la sposa del re. Alla sua morte venne onorata con la tomba sopra detta…»
La storia, divenuta ormai famosa, venne ripresa anche da Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” in cui, dopo aver trattato delle piramidi più importanti, aggiunge:
«…Queste sono le tanto meravigliose piramidi; e questa è maraviglia maggiore, acciocchè alcuno non si meravigli delle ricchezze dei re, che la minima d’esse, ma però la più bella, fu fatta da Rodope meritrice. Questa fu già serva, insieme con Esopo filosofo scrittor di fovole [sic], e abitava in una medesima casa; ma la maggior meraviglia di tutte è, che ella acquistasse tante facoltà con l’arte sua.»[19]
Anche Claudio Eliano[20], detto il “meliglosso”, ovvero “dalla voce mielata”, studioso di filosofia, si appassionò, principalmente a quella greca e a quella egizia, da cui ricavò la conoscenza della fiaba di Rodope narrata in una delle sue “Varia Historia”:
«Dicesi che Rodope fu meretrice egizia, di rara beltà. Stando costei una volta in sul lavarsi, la fortuna, la quale ama di operare cose strane ed inaspettate, le procacciò un’avventura ben degna, non già della sua condizione, ma di sua bellezza.
Imperocchè mentre essa si lavava e le fantesche custodivano le sue vesti, un’aquila ivi volatasi, rapì uno de’ suoi calzari, e ecco portandolo in Memfi, il depose in seno di Psammetico nel punto ch’ei teneva ragione. Avendone egli ammirato l’aggiustezza e la perfezione del lavoro ed insieme il fatto dell’uccello, comandò che per tutto l’Egitto si facesse diligente ricerca della donna di cui era quel calzare, ed avendola ritrovata, se la prese per moglie.»[21]
In questo caso, colpisce che il faraone toccato da tanta beltà non sia Amasi, come nella versione di Eliano, bensì Psammetico, ma è bene tener presente che, nella XXVI dinastia, successore di Amasi fu, appunto, Psammetico III[22].
Una vaga eco della storia, si potrebbe ravvisare anche in quella che viene considerata la più antica fiaba scritta tra quelle che si conoscano e che risale al XIII secolo a.C.: “la fiaba di Anup e Bata” o “dei due fratelli”. In questo caso, l’oggetto che suscita nel Re il desiderio di ricerca della donna da amare è una lunga treccia di capelli o, per meglio dire, il profumo da questa emanata[23].
Potremmo ancora proseguire e, come abbiamo sopra già accennato, venendo sempre più avanti nei secoli e nei millenni, giungere all’edulcorata fiaba narrata da Walt Disney, nel suo film del 1950, o nel pluritrasmesso (sinceramente ai limiti della noia) “Pretty Woman”, del 1990, ma quel che appare oggi di sconcertante attualità è, intanto, la sottolineatura del riscatto da una posizione inferiore, o addirittura infima di schiavitù, a quella di regina e, ancor più, il fatto che si tratti di…un’immigrata; si rammenterà, infatti, che già Erodoto la indica come “di stirpe tracia”.
Ma credo ora giunto il momento di terminare e che sia giusto lasciare ad Asso di Bastoni, filo conduttore della “Gatta Cenerentola”[24], il compito di chiudere questo articolo:
«… e mmò sunat’ ‘e campane,
sparate ‘o cannone,
ca chesta è ‘a riggina d’ ‘a pupulazione!»
15/12/2021
[1] Roberto De Simone, “La Gatta Cenerentola”, 1977, Einaudi, p. 97.
[4] Charles Perrault (1628-1703), autore de “Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités”, noto anche con il titolo di “Contes de ma mère l’Oye” (Racconti di mamma Oca), del 1695. Il libro conteneva, originariamente, otto fiabe (tra cui “Cappuccetto Rosso”, “Il gatto con gli stivali” e “Cenerentola”). Perrault si rifece, per le sue fiabe, a quelle del “Pentamerone”, meglio noto come “Lo Cunto de li Cunti” di Giovan Battista Basile sfrondandole, tuttavia, delle parti più violente, oppure oscene, inserendo una morale che non sempre è esplicita nell’opera originaria e adattandole a un pubblico adulto e aristocratico. A lui si deve, nella fiaba di Cenerentola appunto, l’“invenzione” delle scarpette di cristallo da allora sempre utilizzata in tutte le trascrizioni e trasposizioni della fiaba. Per inciso, nella fiaba di Perrault, Cenerentola perdona le sorellastre e, portatele a Palazzo, le fa sposare con nobili cavalieri.
[5] Jacob Ludwig (1785-1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786-1859), linguisti e filologi, raccolsero fiabe della tradizione tedesca (“Fiabe del focolare”) e delle saghe germaniche in genere (“Deutsche Sagen”). Tra le altre fiabe, talvolta edulcorate e altre invece particolarmente cruente, era anche “Cenerentola” (titolo originale “Aschenputtel”), ed è noto che, nella biblioteca dei fratelli Grimm, esistessero sia “Lo Cunto de li Cunti” del Basile, sia la raccolta di fiabe di Perrault da cui, evidentemente, la fiaba è stata “copiata” e adattata. Per inciso, la fine della fiaba dei Grimm è alquanto cruenta giacché Cenerentola, in realtà una strega a sua volta, per vendicarsi delle vessazioni subite dalle sorellastre, durante la celebrazione del matrimonio con il Principe, chiama due magici colombi che strappano loro gli occhi costringendole a mendicare.
[6] Roberto De Simone (1933), musicista, compositore, musicologo, regista teatrale, già direttore del Teatro San Carlo di Napoli e, “per chiara fama”, del Conservatorio San Pietro a Majella della stesa Città. Tra le altre opere, oltre “la Gatta Cenerentola”, si rammentano “Eleonora, Oratorio drammatico” (del 1999), incentrato sulla figura di Eleonora Pimentel Fonseca e sulla Repubblica Napoletana del 1799, e la “Messa di Requiem in onore di Pier Paolo Pasolini.
[7] Presentata al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1976 con attori/cantanti come Peppe Barra, Isa Danieli, Concetta Barra, Antonella d’Agostino, Fausta Vetere, Giovanni Mauriello. La versione registrata è stata inserita da “Rolling Stone” tra i “100 dischi italiani più belli di sempre”.
[8] Giovan Battista Basile (1566-1632), funzionario pubblico, letterato e scrittore. Con il “Pentamerone”, meglio noto come “Lo Cunto de Li Cunti, overo lo trattenemiento de peccerille” del 1634, fu il primo a sfruttare la fiaba come espressione popolare. Benché considerabile come “capostipite” della moderna fiaba, con la sua “Gatta Cenerentola”, in realtà anch’egli attinse alla favolistica orale più antica. Per completezza, in questo caso non esiste alcuna “fata”, ma lo strumento delle magie è un alberello di “dattero fatato” portato in regalo a Zezolla, questo il nome della “Gatta Cenerentola”, ovvero sporca di cenere come una gatta che sta sempre vicino al focolare, dal padre al rientro da un avventuroso viaggio in Sardegna.
[9] Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, dedicata alla Natività di Maria, risale al 1352-53 sul sito di una antica chiesa del V secolo, cui si era sovrapposta una chiesa bizantina dedicata alla Madonna Odigitria, a sua volta, ancora, sovrastante un tempio citato, peraltro, nel “Satyricon” di Petronio Arbitro, dedicato a Priapo.
[10] Il riferimento è all’antica e dolorosa usanza, detta del “loto d’oro”, risalente alla Dinastia Song (960-1279) e proseguita fino al XX secolo, di fasciare strettamente i piedi delle donne fino a deformarli per ottenere un’andatura molto particolare e considerata molto attraente. I piedi erano fasciati talmente stretti, e così a lungo durante la crescita, che, deformati, raggiungevano misure anche tra i 7 e i 12 centimetri.
[11] Narrata anche da Nelson Mandela nel suo “Le mie fiabe africane” del 2004.
[12] In questo caso l’oggetto che permette il matrimonio tra il principe e la fanciulla, non è una scarpetta bensì un braccialetto di diamanti magicamente fornitole da un “vasetto magico” acquistato al mercato.
[13] Erodoto (484-525 a.C.) : “Storie”, libro II, 134-135.
[14] Esopo (620-564 a.C.), favolista greco. Poco o niente si conosce delle sue origini; secondo alcune ipotesi sarebbe stato originario di Menebria (attuale Nesebar in Ungheria), nell’antica Tracia (il che giustificherebbe la conoscenza di Radopis, a sua volta tracia), ma si ipotizza anche una provenienza dall’Egitto, da Atene, da Samo o dall’Africa subsahariana considerando “esopo” come una differente trascrizione del termine “etiope” con cui i greci indicavano tutti gli abitanti dell’Africa meridionale. Tale ipotesi viene inoltre suffragata dalla presenza, in alcune sue favole, di animali africani tipici, non presenti in Europa. Giunto in Grecia come schiavo di tale Xanthos, o di Iadmone (come indicato da Erodoto), originario di Samo, sarebbe stato condannato a morte a Delfi per suoi discorsi e interventi politici non graditi al potere.
[15] Amasi (586-526 a.C.), noto anche come Ahmose II per non confonderlo con il re omonimo fondatore della XVIII dinastia. Anche in questo caso, le notizie maggiori sul regno di tale sovrano si debbono a Erodoto.
[16] Strabone (prima del 60 a.C. – 20/24 d.C.), storico, filosofo e geografo greco
[17] Saffo (630-570 a.C.) ebbe tre fratelli, uno dei quali, Charaxus, commerciante di vini tra Lesbo e Naucratis, si sarebbe invaghito di un’etèra di nome Doricha (o Rhodopis). Per riscattarla Charaxus avrebbe dilapidato una vera fortuna creando, inoltre, notevole imbarazzo alla sua famiglia d’origine. Con un “propemtikon”, ovvero un poema per il ritorno di una persona cara, intitolato “Preghiera per Charaxus”, Saffo propizia il ritorno del fratello e, nel contempo, maledice Doricha/Rhodopis.
[18] A proposito di tale duplice identificazione, Doricha=Rhodopis, Ateneo di Naucratis (non nota la data di nascita- morto dopo il 192 d.C.), scrittore egiziano, in una delle sue opere, i Deipnosofisti, ovvero “i Dotti a Banchetto”, in quindici volumi (giuntaci frammentaria), nel libro XIII, dedicato alle etère del passato e ai loro amanti, specifica che Doricha e Rhodopis sarebbero state due persone differenti e non la stessa.
[19] Caio Plinio Secondo (23-79 d.C.), “Della Storia Naturale”– Libro XXXVII – nell’edizione del 1844 – Vol. II- nella traduzione di M. Lodovico Domenichi (1515-1564), Venezia, tipografia Giuseppe Antonelli Ed., p. 1312.
[20] Claudio Eliano (tra il 165/170-235 d.C.), filosofo e scrittore romano, autore, tra le sue opere “Sulla natura degli animali” (in diciassette volumi), pervenutaci per intero, e le “Varia Historia”, in quattordici volumi, di cui ci sono pervenuti, completi, solo i primi due, mentre dei restanti abbiamo solo riassunti. Nel XIII, racconto 33, la storia di Radopi.
[21] Traduzione di Spyrídon Vlandís, erudito di origine greca, italianizzato in Spiridione Blandi (1765-1830).
[22] Psammetico III, non nota la nascita, salì al trono del padre, Amasi, nel 526 per essere poi deposto, un anno dopo, dall’imperatore persiano Cambise II che occupò l’Egitto nel 525 sconfiggendo l’esercito egizio, capeggiato proprio da Psammetico, nella Battaglia di Pelusio. Viene considerato l’ultimo faraone autoctono dell’Egitto.
[23] Papiro Orbiney, oggi presso il British Museum di Londra. Per le traduzioni e trascrizioni: Sergio Donadoni (1914-2015), Storia della letteratura egiziana antica, Milano, Nuova Accademia, 1957, pp. 190 e sgg. Edda Bresciani (1930-2020), Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Torino II ed., Einaudi, 1990.
Grazie agli appunti scritti da un viaggiatore inglese di inizio XIX secolo e di due piloti francesi negli anni 50 del secolo scorso, Pierre Tallet ha fatto una scoperta straordinaria. In una remota e desertica parte dell’Egitto situata a pochi chilometri dalla costa del Mar Rosso ha rinvenuto un insieme di 30 grotte, scavate in colline calcaree, ma sigillate e nascoste alla vista. Nel 2011, durante la sua prima stagione di scavo, si è reso conto che queste grotte erano servite come una sorta di deposito di barche durante la IV dinastia, vale a dire circa 4.600 anni fa.
Pierre Tallet presso l’antico porto di Ayn Soukhna sul Mar Rosso. Foto David Degner
Nel 2013 (e siamo alla terza stagione di scavo) si è imbattuto in qualcosa di stupefacente: interi rotoli di papiro, alcuni dei quali lunghi qualche metro e ancora relativamente intatti, vergati in geroglifico, oltre che in ieratico, scritti da uomini che parteciparono alla costruzione della Grande Piramide di Khufu. Tra i papiri c’era il diario di un funzionario di nome Merer che guidava un equipaggio di circa 200 uomini che viaggiava da un capo all’altro dell’Egitto raccogliendo e consegnando merci di vari tipo. In un vero e proprio giornale di bordo, redatto ad intervalli di mezza giornata, menziona di essersi fermato a Tura, una città famosa per le sue cave di calcare, caricando la sua barca con la pregiata pietra per consegnarla a Giza. In effetti, Merer fa questa segnalazione al nobile Ankhaf, noto per essere il fratellastro di Khufu ed ora sicuramente identificato come uno dei maggiori responsabili della costruzione della Grande Piramide.
Gli esperti sono entusiasti di questa scoperta. Mark Lehner, che ha lavorato per circa 40 anni alle piramidi e alla Sfinge, dichiara che è quanto di più simile ad un viaggio nel tempo che ci riporta all’epoca degli antichi costruttori. Zahi Hawass, con l’ entusiasmo talvolta un po’ roboante che lo contraddistingue, non esita a dichiarare che siamo di fronte “alla più grande scoperta in Egitto nel 21° secolo” (se non ricordo male non credo sia la prima né l’ultima volta che si sia espresso così). Lo stesso Tallet, infatti, si premura di parlare in termini più misurati. “Il secolo è appena all’inizio”.
Tallet, un uomo di bassa statura, è nato a Bordeaux l’ 8 luglio 1966, ha modi pacati e cita con grande rispetto e attenzione i contributi di altri studiosi. Predilige i luoghi remoti, lontano dal clamore dei grandi siti monumentali. << Quello che amo sono i luoghi deserti>>, afferma <<Non vorrei scavare in posti come Giza e Saqqara. Non amo molto scavare tombe. Prediligo i paesaggi naturali.>> Ed in effetti le sue convinzioni gli fanno preferire siti remoti alle località più famose. <<La maggior parte delle nuove prove si trova lì!>> L’amore di Tallet per la periferia risale agli inizi della sua carriera. E’ cresciuto a Bordeaux, figlio di un insegnante di francese nelle scuole superiori e di una professoressa di letteratura inglese. Dopo aver studiato alla École Normale Supérieure di Parigi, si è trasferito in Egitto per svolgere il servizio militare alternativo come insegnante in un liceo. E’ rimasto laggiù a lavorare presso l’Istituto Francese, dove ha mosso i suoi primi passi nell’ indagine archeologica. Inizia a setacciare in lungo e in largo il deserto libico e quello del Sinai, cercando e trovando iscrizioni rupestri egizie non ancora note. <<Amo le iscrizioni rupestri: ti offrono una pagina di storia senza la necessità di scavare>> Nel Sinai rinviene importanti prove che confermano che gli antichi egizi vi estraevano turchese e rame. Ciò si accordava perfettamente con la scoperta del porto di Ayn Soukhna che fu utilizzato già dall’Antico Regno.
La baia di Ayn Soukhna come appariva alla fine degli anni novanta del secolo scorso. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna
L’area non era stata riconosciuta come antico sito archeologico, finché non fu segnalato, nel 1999 dal professor Mahmud Abd el Raziq, un archeologo egiziano, che vi scoprì antichi geroglifici scolpiti delicatamente nella pietra. Da allora è cominciata l’indagine sistematica della zona ad opera di archeologi egiziani e francesi. Gli scavi sono cominciati a partire dal 2001 sotto la sovrintendenza di una missione composta da Mahmud Abd el Raziq (Universitè du Canale, Ismailia), Georges Castel (IFAO), Pierre Tallet (Université Paris-IV Sorbonne) e dal 2017 Claire Somaglino (Université Paris-IV Sorbonne). In questa località, posta sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 120 Km dal Cairo, e il cui nome significa in arabo “la sorgente termale”, sono stati riportati alla luce resti di forni per la fusione del rame e la preparazione di cibi e una serie di gallerie che fungevano da ricovero per le barche. Inoltre, numerose iscrizioni geroglifiche incise sulle rocce attestano che fosse un importante porto faraonico a partire dall’Antico Regno sino alla fine della XVIII Dinastia.
Ayn Soukhna, parte retrostante di un edificio risalente all’Antico impero. Molte impronte di sigilli, che riportano i nomi dei re della IV ° e V ° dinastia, dimostrano l’antichità di questa struttura. Diverse iscrizioni sono state poste anche all’ingresso di alcune di queste gallerie: risalgono all’Antico Regno e specificano le mete e il personale di queste spedizioni. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna
Ayn Soukhna. Iscrizione risalente al regno di Djedkarê-Isesi posta all’ingresso della galleria G1. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna
Ma nel frattempo la curiosità di Tallet lo porta ben presto sessantadue miglia a sud di Ayn Soukhna. Qui, lungo la costa del mar Rosso si trova un secondo ed ancora più sperduto sito archeologico: Wadi el-Jarf. Unico punto di riferimento nelle vicinanze è il Monastero di San Paolo l’Anacoreta, un avamposto copto fondato nel V secolo d.C. nei pressi della grotta che fu abitata dall’eremita.
La posizione geografica dei due porti dell’Antico Regno di Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf
L’area è praticamente “nel mezzo del nulla” e probabilmente per questo è riuscita a schivare l’attenzione sia degli archeologi, sia dei saccheggiatori. Tra le poche persone a notare il sito ci fu un esploratore britannico John Gardner Wilkinson, che nel 1823 lo descrisse nei suoi appunti di viaggio: “Vicino alle rovine c’è un piccolo poggio con 18 camere scavate e accanto, forse, molte altre il cui ingresso non è più visibile. Entrammo in quelle dove gli ingressi erano meno ostruiti dalla sabbia e dalle rocce crollate e trovammo che erano catacombe; sono ben tagliate e variano da circa 80 a 24 piedi per 5; la loro altezza varia da 6 a 8 piedi”. Probabilmente, avendo associato l’area al monastero, Wilkinson dedusse che il complesso di gallerie non fosse altro che una serie di catacombe. Evidentemente, la descrizione di questa serie di camere accuratamente scavate nella roccia, fa scattare l’intuizione di Tallet: gli ricorda troppo da vicino le gallerie per il ricovero delle barche che è intento a scavare ad Ayn Soukhna e riecheggiano anche quelle di un altro porto antico, Mersa Gawasis scavato da Kathryn A. Bard dell’Univerità di Boston e da Rodolfo Fattovich dell’Università L’Orientale di Napoli. Inoltre, due piloti francesi a metà degli anni 50 avevano notato il sito, ma senza associarlo ad un porto.
Resti della struttura portuale sul Mar Rosso e dei depositi di ancoraggio, nei pressi di Wadi el-Jarf. Foto: Pierre Tallet
Tallet riesce a rintracciarne uno e usando i suoi appunti , la descrizione di Wilkinson e la tecnologia GPS recupera la posizione. Dopo due anni di lavoro, lui e la sua missione, iniziano a liberare un piccolo passaggio all’ingresso delle gallerie delle barche, tra due grossi blocchi di pietra che erano stati usati per sigillare gli ingressi. Qui hanno ritrovato interi rotoli di papiro, incluso il diario di Merer.
Wadi el-Jarf. Localizzazione dei principali depositi di papiri all’entrata delle gallerie G1 e G2 Foto G. Marouard
<<Gli antichi>>, dichiara Tallet, <<buttarono dentro tutti i rotoli di papiro, alcuni dei quali ancora legati con una corda, probabilmente mentre chiudevano il sito>>.
A sinistra: Wadi el-Jarf, un’ancora in pietra. Foto Pierre Tallet. A destra: busto del Principe e Visir Ankhhaf, nonchè fratellastro del faraone Khufu. Museum of Fine Arts of Boston.
DESCRIZIONE DEL SITO
Wadi el-Jarf è posizionata a 35 miglia dalle montagne del Sinai che costituivano un vero e proprio distretto minerario per l’ Antico Egitto. Nel porto, Pierre Tallet e il suo team hanno individuato un antico molo in pietra a forma di L, lungo oltre 180 metri, che fu costruito per consentire un riparo sicuro alle imbarcazioni. Dal sito sono state recuperate circa 130 ancore, quasi il quadruplo di quelle fino ad allora trovate. Sono state, inoltre, individuate una trentina di gallerie scavate nel fianco della montagna per il rimessaggio (di lunghezza variabile da 15 a oltre 30 metri), contro le 10 rinvenute ad Ayn Soukhna. Si tratta quindi di una struttura veramente imponente soprattutto considerando che è stata realizzata ben 4.600 anni fa. Eppure Tallet e i suoi colleghi raccolgono prove che indicano, senza ombra di dubbio, che fu utilizzata per breve tempo. Il porto fu attivo all’inizio dell’Antico Regno, ma in particolare sotto il regno di Khufu (Cheope).
Le coste del Sinai viste da Wadi el-Jarf durante una giornata particolarmente limpida. (Missione archeologica a Wadi el-Jarf: G. Marouard)
Appare subito chiaro, nel corso dello scavo, che era stato di fondamentale importanza nel colossale progetto costruttivo della Grande Piramide: gli egizi avevano bisogno di enormi quantitativi di rame, il metallo più duro allora disponibile per la realizzazioni di utensili impiegati nell’estrazione dei blocchi di calcare e la principale fonte di rame erano le miniere del Sinai che si trovavano proprio di fronte a Wadi el-Jarf. Il sito fu poi abbandonato in favore di Ayn Soukhna probabilmente per motivi logistici. Questa località distava infatti solo 120 Km. dalla capitale e, sebbene el-Jarf fosse più vicina al distretto minerario sinaitico, richiedeva un viaggio considerevolmente più lungo per raggiungerla.
Gli scavi di Ayn Soukhna hanno portato alla luce abitazioni, un’officina del rame, resti di navi e iscrizioni su pietra. Una di queste cita un “ispettore dei falegnami”, vestigia di un porto trafficato migliaia di anni fa. Alexander Stille; Photographs by David Degner
Dopo aver visitato la località, Mark Lehner, l’egittologo americano, è rimasto come folgorato dai collegamenti che lo associavano a Giza: << la possanza e la purezza del sito è così Khufu>> ha dichiarato <<la dimensione, l’ambizione e la sua raffinatezza; queste gallerie scavate nella roccia grandi come i garage per treni Amtrak (uno dei treni americani per eccellenza), questi enormi martelli di diorite nera e dura che vi sono stati trovati, la vastità del porto, la scrittura chiara e ordinata dei geroglifici dei papiri, che sembrano fogli di calcolo Excel dell’antichità: tutto ha la chiarezza, lo splendore, la grandiosità e l’eleganza delle piramidi, tutte le caratteristiche di Cheope e dell’inizio della IV Dinastia>>.
Carta che illustra le localizzazione di Wadiel-Jarf e dello Wadi Araba (D.Laisney, IFAO) e una veduta dello wadi Araba (foto Y Tristant)
Tallet, è convinto che porti come Wadi el-Jarf e Ayn Soukhna servissero soprattutto da snodi di approvvigionamento. Verosimilmente, a causa della scarsità di fonti di cibo nel Sinai, Merer e altri sovrintendenti avevano la responsabilità di fornire derrate alimentari, provenienti dalle ricche terre lungo il Nilo, alle migliaia di uomini impegnati nelle miniere per l’estrazione di rame e turchese. Con tutta probabilità le operazioni portuali avvenivano solo durante la primavera e l’estate, quando si poteva essere ragionevolmente certi che il mar Rosso si mantenesse relativamente calmo. Al termine della stagione operativa, trascinavano le imbarcazioni fino alla parete rocciosa dove venivano poste al riparo nelle gallerie fino alla primavera successiva.
Accampamento dell’Antico Regno (IV Dinastia) nella parte settentrionale del Wadi Araba (foto Y. Tristant)
Appare, quindi, inequivocabile l’enorme ruolo che ha ricoperto nel suo relativamente breve periodo di utilizzo. Situato sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 100 chilometri a sud di Ayn Soukhna, (l’altro punto di ancoraggio faraonico sul mar Rosso), fu, come oramai sembra accertato, il porto di elezione, durante il regno di Cheope, per raggiungere le miniere di turchese e rame nel sud-ovest del Sinai. E’ ubicato di fronte ad un punto di sbarco contemporaneo identificato recentemente a El-Markha, sulla riva orientale del Golfo, separato da un braccio di mare largo meno di 50 chilometri. Ad ovest si collega alla valle di Nilo, all’incirca alla latitudine di Meidum (ove fu edificata la prima piramide di Snefru, il fondatore della IV Dinastia), attraverso un reticolo di piste che attraversano il Wadi Araba. Una delle ragioni principali della scelta di questo particolare punto del litorale fu senza dubbio la presenza di una importante fonte d’acqua dolce (oggi inclusa nel monastero di San Paolo, a circa 10 chilometri dal sito), che permetteva di rifornire le spedizioni che vi transitavano. Le vestigia, si estendono per 6 Km. da est ad ovest, dal primo contrafforte montuoso del deserto orientale alle rive del mar Rosso.
Ritengo utile fornire una descrizione del contesto archeologico in cui sono stati rinvenuti gli straordinari frammenti di papiro al fine di chiarire e collegare tra loro i vari aspetti di una struttura che ha rivestito un ruolo di fondamentale importanza nel grandioso progetto concepito da Cheope. Saranno così di volta in volta descritte le diverse strutture, fino ad occuparci del contenuto del materiale papiraceo.
LE STRUTTURE
Le vestigia più occidentali del sito presentano un sistema di gallerie-deposito simile a quelli rinvenuti poco tempo prima negli altri due porti, ad oggi noti, di Ayn Soukhna e Mersa Gawasis. Si tratta di circa una trentina di gallerie, delle quali diciassette dislocate attorno ad una piccola sporgenza rocciosa, altre nove sul fianco orientale di un piccolo wadi che corre in direzione nord-sud.
Immagine n. 1: Schema della posizione delle diverse installazioni del sito (D.Lainsney)
Immagine n. 2: Mappa della zona delle gallerie (D. Laisney)
Sono lunghe mediamente 20 m., larghe 3 m. e alte 2,5 m., ma alcune, come le gallerie G1 e G20, raggiungono 34 m. di lunghezza. Ai loro ingressi è sempre presente un sistema di chiusura elaborato: l’accesso alla galleria è stato spesso rimpicciolito dall’installazione di una lastra di calcare su uno dei suoi lati, prima della sigillatura ermetica costituita da una serie di grandi blocchi. (Immagine N. 3).
Immagine n. 3: Le gallerie G1 e G2, dopo lo scavo mostrano il loro sistema di chiusura (Credit: Pierre Tallet, BSFE N. 188, Febbraio 2014)
Questa parte del sito era riservata allo stoccaggio di materiali (parti delle imbarcazioni e attrezzi) e dei prodotti di prima necessità indispensabili per le spedizioni. Grossi vasi destinati a contenere acqua venivano realizzati nelle vicinanze prima di essere immagazzinati: due forni da vasaio utilizzati per la loro cottura sono stati scoperti sotto le gallerie da G3 a G6. Un centinaio di metri più a est, sulle ultime collinette calcaree che si affacciano sulla vasta pianura costiera che costeggia il Mar Rosso in questo punto, si trovano le aree previste per le abitazioni e probabilmente per l’ amministrazione. Un grande gruppo di strutture si distingue particolarmente e mostra almeno due grandi fasi successive di insediamento, entrambe datate agli inizi dell’Antico Regno, come dimostra il materiale ceramico osservato sulla superficie. A metà strada tra l’insediamento e la costa, nel cuore della piana litoranea, si rileva la presenza di un ampio edificio rettangolare in pietra a secco, molto insabbiato, che misura 60×30 metri ed è suddiviso internamente in tredici lunghi spazi trasversali. La funzione precisa di questa costruzione, la più grande d’epoca faraonica finora scoperta lungo il litorale del mar Rosso, è ancora da definire.
Immagine n. 4: La costruzione intermedia vista da nord (Zona 5), dopo il completamento dello scavo. (Credit: Pierre Tallet)
Sulla costa si trova un ultimo insieme di strutture portuali. Con la bassa marea, si può vedere un pontile a forma di L, che è per lo più sommerso, ma la cui estremità del ramo est-ovest si adagia sulla riva.
Immagine n. 5: Il molo con la bassa marea (foto G. Marouard)
Questo pontile si prolunga sotto il livello dell’acqua in direzione ovest-est per una lunghezza di circa 160 metri. Si inclina successivamente, seguendo un tracciato meno regolare, verso sud-est per altri 120 metri circa. Nella sua parte emersa, si può osservare un assemblaggio piuttosto regolare di grandi blocchi e ciottoli, che assicurava la protezione di una vasta area di ormeggio artificiale estesa per più di 2,5 ettari.
Immagine n. 6: Pianta del molo (D.Laisnay, G.Marouard, P.Tallet)
Una esplorazione sottomarina ha permesso di confermare la destinazione portuale di questa struttura: almeno 21 ancore in calcare sono state scoperte in situ, in una posizione riparata a sud del ramo est-ovest del molo. Anche diversi grandi vasi di stoccaggio, di produzione locale, fanno parte del materiale archeologico rinvenuto sott’acqua.
Dopo il primo sopralluogo, effettuato nel 2011, che ha permesso di tracciare il piano topografico di tutte le componenti del sito, successivamente lo scavo si è concentrato in particolare su due settori: il complesso gallerie-deposito e le installazioni della zona costiera.
LA ZONA COSTIERA
Le indagini delle strutture portuali si sono concentrate, nel 2013-2014, su un’area situata a circa 200 metri dalla costa. In questo settore erano visibili in superficie numerose tracce di muratura, la cui funzione non era chiara, e un’ancora di imbarcazione. Lo scavo sistematico, operato su una superficie di circa 1000 mq. ha fornito prove di due occupazione successive, non necessariamente lontane nel tempo ed entrambe databili all’inizio dell’Antico Regno.
La più antica è riconducibile a due grandi strutture in pietra, lunghe 30 metri e larghe da 8 a 12 metri e presenta cellule disposte a pettine. Le due installazioni sono state costruite contemporaneamente, e l’una parallela all’altra, lungo l’asse nord-sud, con la parte posteriore rivolta a nord al fine di proteggere gli spazi interni dai venti prevalenti e dal rischio di insabbiamento. La loro pianta generale è tipica dei depositi, conosciuti attraverso le spedizioni, degli inizi dell’Antico Regno. (Immagine n. 1).
Immagine n. 1 Pianta delle strutture a pettine della zona portuale (D.Laisney, G. Marouard, P. Tallet)
Erano originariamente dotati di una copertura realizzata con materiali leggeri, sostenuta da pali di legno il cui ancoraggio al suolo è stato messo in evidenza durante lo scavo. Nello spazio vuoto tra le due strutture è stato rinvenuto un deposito di ben 99 ancore di pietra per imbarcazioni: erano state accuratamente conservate lì durante la fase finale dell’occupazione dei due depositi (Immagine n. 2).
Immagine n. 2 Il deposito di ancore tra i due edifici (Foto G. Marouard)
Alcune di queste ancore, dalla forma estremamente varia, erano ancora dotate delle funi che le tenevano in posizione. Molte di loro recano ancora i segni, vergati con inchiostro nero o rosso, che fanno, con tutta probabilità, riferimento al nome dell’imbarcazione a cui erano destinate o, magari alla squadra che ne era responsabile (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Dettaglio di un’àncora. E’ ancora parzialmente visibile alla sua base la corda servita per attaccarla. (Bulletin de la société française d’égyptologie,BSFE).
Sempre all’inizio dell’Antico Regno, ma dopo una fase di insabbiamento che provocò la quasi totale scomparsa dei depositi, fu realizzata una più modesta struttura rettangolare a sud-est dell’area, utilizzando blocchi di pietra prelevati dalle costruzioni precedenti. A questa seconda fase si deve la realizzazione di diverse installazioni leggere del tipo a “fondo di capanna” nella parte nord-orientale del settore ed una significativa attività di panificazione. Due sepolture, contenenti ossa di più individui, possono essere associate a quest’ultimo periodo di occupazione del sito che precede il definitivo abbandono della zona portuale di Wadi el-Jarf. Può darsi, ma è solo un ipotesi, che si tratti di membri di una spedizione deceduti nel corso delle operazioni e i cui resti sono stati portati lì per essere inumati.
Durante la campagna del 2015 si provvide ad effettuare un ampio sgombero dell’intera parte emersa del molo frangiflutti, operazione resa difficile dai fenomeni di marea che spesso ostacolavano lo scavo del tratto più vicino alla riva (Immagine n. 4).
Immagine n. 4 Parte del molo di Wadi el-Jarf (missione fotografica Wadi el-Jarf)
Tuttavia, la struttura è stata identificata per tutta la sua lunghezza di circa 40 m, portando la lunghezza totale della sua sezione est-ovest a 205 m (circa 390 cubiti), aggiungendo i 165 m sommersi già mappati. Sulla spiaggia, la larghezza conservata della struttura varia notevolmente da 1,70 m a 6,50 m. In tutta la metà occidentale, protetta da un forte insabbiamento, sia la faccia esterna – nord, che quella interna – sud, si sono ben conservate e il molo presenta una larghezza omogenea da 5,75 metri a 6,25 metri (circa 11 o 12 cubiti). La facciata esterna è stata trovata in uno stato di conservazione eccezionale, rivelando una cura particolare nella costruzione e una disposizione tanto originale quanto inaspettata. I grandi ciottoli calcarei che compongono il molo sono disposti in modo ordinato e molto regolare. Il cuore del molo, invece, è costituito da un riempimento operato con pietre più piccole, ma estremamente solido, che è stato visibilmente compattato e cementato con un legante di argilla giallastra. L’osservazione dei blocchi ha rivelato una realizzazione tecnicamente avanzata nelle sezioni contigue (di circa 5,50 – 6,00 metri di lunghezza) i cui angoli sono stati sistematicamente assemblati con blocchi più grandi e incatenati. Ognuna di queste sezioni (ne sono state identificate almeno 5) ha una faccia che non è diritta, ma molto chiaramente concava, che è stata deliberatamente prodotta dai costruttori, senza dubbio per accentuare la resistenza di questa parte del molo, più esposta alle forti correnti litorali provenienti dal nord e ai ripetuti attacchi del moto ondoso (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 Dettaglio della costruzione del molo (missione fotografica Wadi el-Jarf)
Indagini 2019
Le installazioni di fronte al molo (zona 6) sono state oggetto di studi supplementari all’inizio della campagna 2019 (dal 10 marzo al 30 marzo). L’area immediatamente a sud degli accampamenti è stata ripulita su una superficie di più di 200 mq , rivelando una zona di cottura dei cibi molto ampia e i resti di una ventina di focolari, talvolta delimitati da blocchi di pietra, i cui pavimenti sono costituiti da frammenti ceramici di grandi vasi di fabbricazione locale. Sono stati rimossi anche tutti i pavimenti in argilla delle stanze dell’edificio meridionale, al fine di verificare l’eventuale presenza di tracce di una precedente occupazione, come nella zona 5. Il test è risultato negativo e sembra confermare che il primo insediamento in questa parte del sito è effettivamente contemporaneo al regno di Cheope, del quale era stato rinvenuto un gran numero di sigilli nei pavimenti dell’edificio settentrionale. Ulteriori indagini sono state effettuate anche sulla costa, in linea con la parte meridionale del bacino artificiale delimitato dal molo. In questo punto, la presenza di una sporgenza sabbiosa, chiaramente di origine antropica, era stata notata fin dall’inizio dei lavori nel sito. Corrisponde palesemente ad una zona di depressione, immediatamente a sud del porto, costituita dallo sbocco verso il mare di un grande wadi che attraversa questa piana costiera. In questo punto, sono stati trovati due allineamenti paralleli di pietre, orientati da ovest a est. Sono ancorati alla riva e si estendono nel mare, dove sono ben visibili con la bassa marea. Probabilmente non corrispondono alla costruzione di un molo o di una rampa, come si era pensato inizialmente, ma alla delimitazione di un canale realizzata per proteggerlo dall’insabbiamento. In tal modo, la zona di depressione poteva essere utilizzata come zona di assemblaggio delle barche, in cui sarebbe stato sufficiente far penetrare il mare, con l’alta marea, per facilitare il loro galleggiamento. Questa ipotesi dovrà essere verificata in seguito, in particolare con una politica di scandaglio sistematico del cumulo di sabbia che è l’elemento più visibile di questo impianto.
Indagini 2020
E’ stato ancora una volta sgomberato l’eccezionale deposito di 99 ancore identificato nel 2013. Questa operazione aveva lo scopo di migliorare la copertura fotografica realizzata durante la sua scoperta iniziale, ma è stata anche l’occasione per effettuare una registrazione più sistematica dei segni che erano incisi su queste ancore dalle squadre che le avevano immagazzinate lì, controllando sistematicamente i lati nascosti di questi oggetti. Il totale di queste iscrizioni potrebbe così essere portato, al termine della campagna, a un insieme di 70 documenti, 32 “segni rossi”, che fanno riferimento al nome delle barche a cui appartenevano le ancore, nonché alle squadre ad esse associate, e 38 “segni neri” – tracciati per la maggior parte per mezzo di un pezzo di carboncino – che identificano phyla (squadre) e sezioni di queste stesse squadre (Immagine n. 4) Questo corpus permette così di ottenere un’immagine dell’ultima flotta di Cheope che frequentava il luogo, prima della chiusura definitiva di questi edifici in riva al mare, e di ricostruire, a grandi linee, le strutture ad albero di queste squadre (Immagine n. 6).
Immagine n. 6. Ancora per imbarcazione su cui è ancora visibile il nome della squadra “Dwa Wadjet” (Bulletin archéologique des Écoles françaises à l’étranger, BAEFE)
IL COMPLESSO DELLE GALLERIE DEPOSITO
Il complesso di gallerie fu scavato a circa 7 km dalla battigia. Furono utilizzate come deposito per portare al riparo imbarcazioni, o loro parti smontate, e per conservare attrezzature, cibo, acqua e i materiali in attesa di essere spediti. Siccome il porto veniva utilizzato solo in alcuni periodi, gli ingressi delle gallerie venivano sigillati utilizzando blocchi di calcare pesanti fino a diverse tonnellate. Spesso erano così accuratamente posizionati che per liberare l’accesso bisognava agire di mazza e scalpello per aprirsi un varco di accesso attraverso l’ostruzione creata per proteggere il contenuto delle gallerie. Per di più, alfine di tutelarlo anche dall’umidità si provvedeva alla sigillatura con malta di argilla, dopodiché i blocchi venivano contrassegnati con inchiostro rosso. Per facilitare la riapertura delle gallerie fu escogitato un sistema che permetteva un notevole risparmio di tempo e fatica: tramite un congegno basato su binari di legno, del quale sono ancora visibili le tracce, diventava possibile far scorrere i blocchi, liberando l’ingresso (Immagine n. 1).
Immagine n. 1 Il sistema di chiusura e le marcature sui blocchi all’ingresso delle gallerie G5–G6 (Foto G. Marouard, disegni P. Tallet)
L’area delle gallerie deposito è stata oggetto di indagini molto intense. Al termine di tre campagne di scavo, tredici di queste, su un totale di circa trenta, sono state liberate. All’interno di tre gallerie era ancora visibile in superficie un grande deposito di grosse giare che erano probabilmente servite da contenitori per l’acqua da approvvigionare durante le spedizioni (Immagine 2).
Immagine n. 2 Una delle gallerie in cui erano presenti depositi di giare in frantumi. (Pierre Tallet)
Presentavano sistematicamente un’iscrizione con inchiostro rosso, impressa prima della cottura, che ne indicava la destinazione. Questa dicitura designa invariabilmente una squadra che ha operato sul posto. Per esempio quella dei “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del doppio Horus d’oro), che prende il suo nome da uno degli elementi della titolatura di Cheope (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Giare di stoccaggio con le iscrizioni che menzionano la squadra operante sul sito. Le scritte, in un geroglifico molto “corsivo”, per il frammento superiore si leggono “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del Doppio Horus d’oro) e “wr m3j” (Grande Leone o Grande è il Leone). Quello inferiore fa riferimento ad una squadra di lavoratori la cui lettura potrebbe essere “m3-wrrt “[di Cheope]”, ma il cui significato non è ancora stato chiarito. (P.Tallet, G. Marouard).
Alcune delle giare erano state addirittura prodotte in loco, e sottoposte a cottura nei forni trovati nei pressi della galleria G6. I vasi venivano prodotti in grandi quantità; la loro presenza è attestata, infatti, nel porto di Ayn Sukhna e numerosi frammenti sono stati ritrovati anche presso la fortezza di Tell Ras Budran, laddove approdavano le spedizioni verso il Sinai (Immagine n. 4).
Immagine n. 4 I forni di cottura per la ceramica rinvenuti nei pressi della galleria G6 (Foto G. Marouard)
Le altre gallerie sgombrate sembrano essere state impiegate per la conservazione di elementi di imbarcazioni. Resta così poco di questi natanti smontati che è presumibile che siano stati recuperati quasi integralmente dagli stessi Egizi prima del definitivo abbandono del sito. Tuttavia, la presenza di alcune centinaia di frammenti di legno, tenoni, parti di remi, pezzi di raccordo e cordame lasciano pochi dubbi sulla loro presenza nelle gallerie in un dato momento della storia del sito.
Lo scavo sistematico delle discese che conducono all’ingresso delle gallerie di stoccaggio (in particolare quelle delle gallerie G1-G2 e da G3 a G6) ha fornito molteplici informazioni sulle diverse fasi di utilizzo del sito. I prodotti di scavo, furono in parte utilizzati per livellare il pendio naturale che conduceva agli ingressi. Su questo terrazzamento si riscontrano livelli di occupazione, contemporanei all’utilizzo delle gallerie, consistenti in focolari e accumuli di cenere. Siccome, la chiusura delle gallerie imponeva un grosso impegno lavorativo, si pensò di utilizzare grossi blocchi di calcare del peso di diverse tonnellate per erigere una barriera davanti agli ingressi, facendoli scivolare su una rampa di accesso lungo l’asse di ciascuna galleria. Nella fase finale tutte le gallerie furono sigillate con un grosso tassello di calcare spinto davanti a ciascun ingresso a mo’ di saracinesca e rendendo la sigillatura ermetica grazie all’impiego di una malta d’argilla nelle giunture. Sulla maggior parte di questi grossi blocchi si riscontrano numerosi marchi di controllo, databili al regno di Cheope. La formula più rimarchevole, ritrovata su almeno cinque blocchi menziona una squadra il cui nome fa riferimento a quello del re; “šmsw jn ẖnm-ḫw⸗f-wj nṯrtj⸗s”, che molto prudenzialmente si può tentare di tradurre come: [la squadra della] scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 Marchio di controllo rinvenuto su uno dei blocchi all’ingresso della galleria G6. che menziona la squadra “la scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee”* Notare come nel cartiglio è iscritto il nome completo di Cheope “ḫnmw ḫ f w” (per convenzione si legge Khnum Khufu, il cui significato è Khnum mi protegge). *altra traduzione possibile, chiarisce Pierre Tallet, è “le sue Due Signore”
LA CAMPAGNA 2019
Dal 12 marzo al 18 aprile 2019 è proseguito lo scavo del sistema di gallerie-deposito del settore 4 (G18-G28), avviato nel 2017. Il complesso si sviluppa a sud dei settori 1 (gallerie G3-G6 e G7-G17), 2 (G1-G2 e G13-G16) e 3 (G8-G12) ed è costituito da 11 gallerie di cui una doppia (G28). (Immagine n. 1).
Immagine n. 1 Pianta delle gallerie (D.Laisney)
Sono state costruite nel pendio di un substrato roccioso che costeggia a est il fondo del wadi. Per ispezionarle è stata sgombrata un’area di circa 560 mq. al fine di analizzare le varie fasi sviluppo di questi depositi: scavo, utilizzo e chiusura. (Immagine 2).
Immagine n. 2 Veduta d’insieme delle gallerie-deposito G24-28 guardando verso nord (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019). E’ perfettamente ravvisabile il letto disseccato del wadi e la sponda rocciosa in cui è stata scavato qesto settore delle gallerie-deposito
Nel breve tempo disponibile si è proceduto alla misurazione e ad un sommario rilevamento del contenuto interno che riassumo in breve. La galleria G24, quella più a sud dell’area di scavo, è lunga 26 m. e larga all’ingresso 2,30 m. L’interno presenta uno spesso strato accumulatosi per lo sgretolamento del soffitto e delle pareti e per i depositi dovuti alle esondazioni del wadi. Conteneva grandi quantità di cocci ceramici e frammenti di tessuto (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Entrata della galleria G24 con il suo contenuto di frammenti di giare di ceramica (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019)
Nella galleria G25, lunga 28 m. e larga 3 m. all’ingresso, erano sparsi diversi pezzi di legno, ceramica importata e di produzione locale, frammenti di stoffa e corda ed una rete. La G26 misura 28 m. di lunghezza per 3 m. di larghezza d’accesso: ha restituito sette lunghi pezzi di imbarcazione mentre numerosi elementi più piccoli erano stati abbandonati su entrambi i lati della scala di accesso. Molte assi sono dotate di mortase, alcune delle quali accuratamente lavorate. Una delle mortase presenta ancora la sostanza utilizzata (resina?) per calafatare i diversi elementi del natante. La maggioranza degli elementi più grandi conserva tracce di pigmenti rossi o iscrizioni e segni che potrebbero riferirsi a indicazioni tecniche per lo smontaggio ed il rimontaggio dell’imbarcazione. Il contenuto della galleria G27, 30 x 3,30 metri, consiste ancora in frammenti lignei in uno stato di conservazione più o meno buono, nonché cocci di ceramica di produzione locale e giare di stoccaggio alcune delle quali contrassegnate (Immagine n. 4).
Immagine n. 4 Veduta d’assieme degli ingressi alle gallerie G27 e G28 (Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf 17132_2019)
Infine della G28 è stato liberato, in questa sessione di scavo, solo l’ingresso principale del sistema (si tratta di una galleria doppia). La parte esplorata presenta al suo interno materiale nautico similmente a G25 e G26, vale a dire diverse parti di imbarcazioni in legno di cedro e tamerice, alcune delle quali recanti marcature dipinte in rosso. Erano sparse sui gradini di accesso e ricoperte da uno spesso strato di stoffa.
Sempre durante la campagna del 2019 si è condotto un esperimento al fine di comprendere come venisse manipolato e trasportato un blocco calcareo di quel tipo. Per poter esaminare e valutare i mezzi necessari si è deciso di spostare un blocco, estratto nel 2018, dalla cava al sito, vale a dire per una distanza di circa 400 metri su un dislivello negativo di 40 metri. Il blocco, poco più di un metro cubo, aveva un peso di circa 2,5 tonnellate ed il trasporto è stato effettuato in tre giorni. Per iniziare, si è supposto che il blocco potesse essere semplicemente trascinato sul suolo, preparato in modo da rimuovere le maggiori asperità, con l’aiuto di assi e spargendo sabbia. Per evitare che gli spigoli affondassero nel terreno sono stati leggermente arrotondati. Il primo tentativo, fallito, è stato effettuato impiegando quattro persone e una grande corda di canapa. Si è aumentato mano a mano il numero di braccia, sino a raggiungere l’impiego di 32 operai. In queste condizioni si è riusciti a spostare il blocco solo di qualche metro, finché ci si è resi conto che per migliorare la performance la posizione della corda assumeva un rilievo decisamente importante. Appariva chiaro che se era posizionata troppo in alto il blocco tendeva a sollevare la parte retrostante creando un forte attrito sugli assi di legno e non permettendo più l’avanzamento. Si è quindi optato per uno scorrimento legno contro legno inframmezzato da un velo di sabbia. In pratica il blocco è stato caricato su una specie di slitta di legno leggero sostenuta da due traverse. Con la corda ancora legata intorno al blocco è ripreso il test ed il sistema si è rivelato molto più efficiente: lo spostamento è avvenuto utilizzando solo 20 persone. L’utilizzo di leve di legno azionate sul retro del blocco si è rivelato indispensabile per fornire l’impulso iniziale alla partenza e mantenerlo in posizione corretta. Non essendo continua la trazione, ma a scatti successivi, lo sforzo di ogni individuo doveva essere perfettamente sincronizzato, per ottenere la massima efficienza (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 L’esperimento di spostamento di un blocco di calcare effettuato nel 2019 nel sito.(Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf. 17132_2019)
LA CAMPAGNA 2020
Il lavoro sulle gallerie G18-G28 è proseguito durante tutta questa campagna. Si è potuto effettuare un rilevamento dei marchi di controllo che furono apposti sui blocchi di chiusura dei depositi dalle squadre che vi operarono e una revisione generale dell’abbondante epigrafia proveniente, in particolare, dai vasi che vi erano contenuti. L’assieme dimostra che anche questo secondo gruppo di gallerie ha conosciuto diversi periodi di occupazione successivi, da parte di diverse squadre di lavoratori, la cui presenza, molto probabilmente, va dalla seconda metà del regno di Snefru alla fine di quella del suo successore Cheope.
Durante questa campagna sono state liberate, almeno parzialmente quattro gallerie: G24, G26, G28A e G28B. Lo scavo dei primi 10 metri della galleria G24, dimostra che contiene esclusivamente le grosse giare di stoccaggio prodotte in loco e destinate per lo più ad assicurare le riserve d’acqua alle missioni inviate sul posto. Il contenuto sembra simile per densità a quello osservato nelle gallerie adiacenti G22 e G23.
Anche una metà della galleria G26 è stata scavata. Contrariamente agli abbondanti depositi di legno e corde provenienti da imbarcazioni che vi erano stati rinvenuti e che nel marzo precedente sembravano promettere ulteriori scoperte, in realtà si sono rivelate assai povere di contenuti: solo alcuni vasi frantumati giacevano sparsi al suolo. Il completamento dell’esplorazione, non essendo stato giudicato prioritario, è stato rinviato a campagne successive, magari avvalendosi di risorse umane meno limitate rispetto a questa spedizione. Pertanto, una cospicua parte del lavoro è stata investita nello scavo della galleria doppia G28A-G28B, posta all’estremità settentrionale del wadi dove è dislocato questo gruppo di magazzini. E’ stata liberata una metà della galleria G28A (il cui scavo era stato preparato già dal mese di marzo dell’anno precedente) da gran parte delle colluvie che la invadevano per un’altezza di 1,50 metri. Anch’essa contiene, per lo più, grosse giare di fabbricazione locale. Il materiale è misto: riunisce esemplari di questi recipienti, attribuibili a diverse produzioni successive, alcuni dei quali contrassegnati col nome della squadra wr m3j “Grande è il leone” oppure “Il grande leone”), che si stima essere la prima ad essere stata presente sul sito, altri recano la denominazione m3 wrrt l’ureo è la prua) che, viceversa, sembrerebbe essere stata l’ultima ad occupare i luoghi.
Gallerie G15-G16. E’ chiaramente visibile il pozzo di scavo (al centro) di una nuova galleria rimasta incompiuta. (Foto Mission Ouadi el-Jarf)
La galleria G28B ha restituito una gran quantità di materiali, ben più omogenei, simili a quelli recuperati, nel 2012, in G15B. I vasi sono stati palesemente utilizzati a lungo e presentano moltissime iscrizioni realizzate a carboncino oppure impresse nella ceramica (disegni e geroglifici) che sono, indubitabilmente, marchi di proprietà. L’esplorazione completa di questo magazzino, che si spera di portare a buon fine nel corso della campagna successiva, dovrebbe così restituire il più importante lotto di iscrizioni corrispondenti a questa antica fase di occupazione.
Studio dei forni per la ceramica della IV Dinastia
Forno 3052 per la cottura di ceramica (Foto Mission Ouadi el-Jarf)
Sulla riva nord del wadi che circonda le gallerie G1-G17, numerosi elementi rinvenuti in superficie già dalla prima campagna di scavi lasciavano supporre la presenza di forni destinati alla cottura della produzione locale di ceramiche. Due sondaggi hanno permesso di portare alla luce due forni in cavità protette sia da improvvise inondazioni sia dai venti dominanti provenienti dal nord. Le due strutture (denominate 3047 e 3052) si sono conservate al livello della camera inferiore di riscaldamento e presentano caratteristiche particolari (camera di riscaldamento ricavata nello strato roccioso inferiore, involucro dell’infrastruttura realizzato con blocchi di calcare) che furono già evidenziate nei due forni (1022-1030) rinvenuti nel 2012 sotto le gallerie G7-G17. Questi due nuovi esemplari presentano, però, dimensioni sensibilmente differenti. Il più piccolo (3047) a est, misura 2,60×1,80 metri, mentre il maggiore (3052) è circa 4 metri di lunghezza per 2,60 metri di larghezza, con la camera di riscaldamento inferiore avente un diametro di circa 2 metri.
Questo forno, di conseguenza, sembra essere stato utilizzato per la cottura di grandi vasi di stoccaggio, mentre il minore, presumibilmente, era destinato a quella delle ceramiche più pregiate di produzione locale. In entrambi i casi si è fatto uso di mattoni crudi nella camera inferiore e la natura degli strati di riempimento esaminati sembra confermare l’uso di questo materiale di costruzione anche per la parte superiore del forno. Gli scarti della produzione ceramica furono gettati direttamente a lato della zona di riscaldamento. Ciò ha permesso di recuperare numerosi frammenti di ceramiche locali che presentano diversi gradi di cottura e un volume rilevante di frammenti di grossi contenitori ovoidali in argilla alluvionale così gravemente bruciati da ritenere che siano stati utilizzati per allestire la copertura termica superiore del forno durante le fasi di cottura.
I PAPIRI
Ritorniamo indietro di qualche anno e precisamente alla campagna di scavo del 2013 allorquando, procedendo nello sgombero dell’accesso alle gallerie G1-G2, la spedizione scoprì una documentazione tanto inaspettata quanto eccezionale: un cospicuo lotto di papiri risalente alla fine del regno di Cheope (Immagine n. 1).
Si tratta dei più antichi papiri con iscrizioni, mai rinvenuti sino ad oggi in Egitto*. Alcuni di essi, i più frammentari, erano sparsi su una grande superficie alla sommità dei blocchi che formavano la discesa alla galleria G2. Il lotto più numeroso e meglio conservato si trovava nell’argine di uno spazio angusto lasciato libero tra i blocchi di chiusura della galleria G1. Appare evidente che questo assieme di archivi, peraltro molto coerente, fu lasciato lì proprio nello stesso momento in cui le gallerie furono sigillate. Probabilmente i rotoli furono conservati all’interno di un sacco di tela in quanto sul posto erano presenti numerosi frammenti di questo tessuto. Il deposito fu disturbato a seguito di un tentativo, operato senza dubbio in epoca remota, di riapertura di questa cavità: ciò spiegherebbe la dispersione del materiale. Infatti, frammenti di uno stesso papiro sono stati ritrovati sia sul fondo della fossa, dove erano stati originariamente depositati, sia, quasi in superficie, sulla spianata posta davanti alle gallerie G1 e G2. Altri elementi degli stessi documenti sono stati recuperati in diversi livelli del riempimento finale della cavità. Al termine delle campagne di scavo avvenute tra il 2013 e il 2016, quasi 800 frammenti di varie dimensioni sono stati appiattiti sotto 70 lastre di vetro e consegnate al Ministero delle Antichità Egiziane. Un decina di questi papiri sono molto ben conservati e il foglio più lungo, rinvenuto in due frammenti che si è potuto raccordare, misura 85 cm.
Gli archivi sono molto coerenti e ci informano sulle attività di una squadra di operai chiamata la Ma-ouretet di Cheope, espressione il cui significato ancora non è chiaro, ma di cui resta traccia un po’ ovunque sul sito: questo nome figura, infatti, anche su un importante lotto di giare di stoccaggio prodotte sul posto e destinate a questa equipe di lavoro (Immagine n. 2).
La data dell’anno seguente al 13° censimento di Cheope compare in associazione al nome di questa squadra su uno dei documenti pervenutici, il che permette di collocare la redazione di questo lotto di papiri, senza alcun dubbio, alla fine del regno, dal momento che l’anno 26 o 27 è la data più tarda ad oggi conosciuta per questo sovrano**. (Immagine n. 3-4).
Per il loro stesso contenuto, questi archivi sembrano corrispondere a questa data, in particolare per la probabile menzione di Ankhaef, fratellastro di Cheope, il cui periodo di attività è ormai generalmente collocato alla fine del suo regno (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 Busto del visir e direttore di tutti i lavori del re, Ankhaef, nonché fratellastro di Cheope (Museum of fine Arts di Boston)
*Un foglio di papiro, ma senza alcuna iscrizione, si trovava nella tomba del cancelliere Hemaka (I Dinastia). Questo dimostra che questo supporto fosse già utilizzato in quell’epoca. (W.Emery-Z. Saad The tomb of Hemaka, 1938, p. 41). I più antichi archivi su papiro, fino alla scoperta di Wadi el-Jarf, erano quelli di Gebelein che forniscono una documentazione datata, su criteri paleografici alla fine della IV dinastia (P.Posener-Krieger-S. Demichelis, I papyri di Gebelein – scavi G.Farina, 1935, 2004.
** Questo “anno 13° dopo il censimento” di Cheope è altresì attestata nella regione di Dakhla sulle rocce del “Wasserberg des Djedefre”, di fianco ad una menzione di Redjedef (o Djedefra), successore di Cheope. (K.P. Kuhlmann, Der “Wasserberg des Djedefre”)
I papiri si suddividono in due diverse categorie. La maggior parte di esse, circa i due terzi, è costituita da scritture contabili che registrano consegne giornaliere o mensili di derrate alimentari a beneficio della squadra. Un altro papiro diviso in 4 sezioni ci informa sui componenti di un’equipe che lavorava a Wadi el-Jarf: vi sono elencati i nomi di coloro che beneficiavano degli alimenti, nonché il nome dell’accampamento dove questi uomini dormivano. (Immagine n. 1-2).
Questo tipo di documento, organizzato in tabelle, è già ben conosciuto attraverso lotti di papiri più tardi rinvenuti, in particolare, nei complessi funerari dei re Neferirkara e Raneferef ad Abusir. Per ogni tipo di prodotto che deve essere consegnato all’equipe, sono state previste tre caselle: una per indicare la quantità della dotazione prevista, quella al centro indica ciò che è stato effettivamente consegnato, l’ultima ciò che è ancora in sospeso. Si osserva, inoltre, un particolare estremamente interessante sulla più completa di queste contabilità che registra il conferimento di differenti tipi di cereali: il titolo del documento, scritto sul retro, al fine di poterlo identificare una volta arrotolato il papiro, indica ḥsb n t: registro del pane (Immagine n. 3).
Il papiro ci informa anche sugli alimenti che venivano forniti: diversi tipi di pane, pesce fresco, una determinata qualità di birra vari tagli di carne. La provenienza delle derrate destinate alla squadra è regolarmente indicata nella parte superiore e si può notare che differenti nomoi sono alternativamente messi a contribuzione per il mantenimento delle équipes reali, senza dubbio per ripartire al meglio lo sforzo economico tra le varie province d’Egitto. Sicché, sui quattro mesi di consegne registrati sul documento, il nomo dell’Arpione (nel Delta Occidentale) è designato come fornitore dei prodotti per i primi due mesi menzionati, mentre il nomo del Delfino (nel Delta Orientale) subentra per i due mesi successivi (Immagini 4-5).
La scoperta di questi papiri ci ha fornito molte informazioni sul funzionamento dell’amministrazione centrale che gestiva gli approvvigionamenti verso questo importante porto marittimo e dimostrano quanto fosse capillare, strutturata ed efficiente già all’inizio della IV Dinastia.
L’attenta analisi di questi documenti, in particolare la densità dell’inchiostro con cui furono vergati i segni, invariabilmente più evidenti all’ inizio di una sequenza giornaliera, mostra che non sono frutto di una compilazione effettuata in una sola volta, ma che sono stati registrati giorno per giorno dallo scriba incaricato della redazione. Già dalla sua scoperta questo insieme di papiri è stato chiamato “Diario di Merer” in quanto i suoi frammenti meglio conservati descrivono l’attività di un responsabile – l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr) che dirige una “philè” (S3), generalmente stimata in 200 uomini, facente parte di un equipe (‘pr) di 1000 operai* (Immagine n. 1).
L’attività di questo gruppo può essere seguita per un lungo periodo sebbene in maniera discontinua. E’ possibile, in effetti identificare in questo lotto di documenti i frammenti di tre papiri distinti su ciascuno dei quali sono state registrate le attività della squadra. La lettura di questi frammenti di “giornale di bordo”, presenta subito un fatto sorprendente: non vi è alcun riferimento alle operazioni svolte a Wadi el-Jarf. Si tratta, infatti di un resoconto dettagliato delle diverse missioni effettuate dalla squadra di Merer – un’équipe di battellieri e trasportatori – in un periodo antecedente al suo arrivo su questo sito. Si riferisce in gran parte, ma non esclusivamente, alla costruzione della Grande Piramide di Cheope a Giza**. E’ probabile che il cantiere entrò nell’ultima fase di attività proprio quando fu redatto questo giornale, in quanto dai frammenti che ci sono pervenuti, si evince che Merer e la sua squadra sono essenzialmente incaricati di raccogliere blocchi di pietra, un calcare finissimo ampiamente utilizzato per la finitura della Grande Piramide, presso le cave di Tura (R3-3w) a sud dell’odierna Il Cairo (Immagine n. 2).
Immagine n. 2 la località di Tura espressa in geroglifico “R3-3w”: il primo segno in alto a sinistra raffigura una bocca. E’ un monolittero e si legge “R”, subito sotto il segno bilittero “3w” (che rappresenta una porzione di spina dorsale) seguiti dal pulcino di quaglia che non si legge in quanto complemento fonetico del segno precedente. Gli ultimi due segni a destra, in questo caso, sono determinativi: quello in alto designa una zona montuosa o desertica (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “ḥ3st”) e quello in basso una città o un luogo geografico (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “niwt”). Anche i determinativi, al pari dei complementi fonetici non vanno letti, ma servono a chiarire la categoria cui appartiene il vocabolo
Il toponimo era già ben attestato prima della scoperta dei papiri***, ma attraverso questi documenti, apprendiamo che esistevano due località di estrazione in seno a queste celebri cave: a seconda dei casi, Merer è impegnato sia a Tura sud (R3-3w rsj) siaa Tura Nord (R3-3w mḥtj).**** I blocchi venivano poi inviati per via fluviale presso il cantiere della piramide di Cheope (3ḫt Ḫwfw lett. “L’orizzonte di Cheope) per la consegna (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 L’orizzonte di Cheope (“3ḫt Ḫwfw” in egiziano antico) è il nome dato alla sua piramide. Leggiamo nel cartiglio il nome del Faraone Ḫwfw reso con quattro monolitteri: una placenta(?) o un tipo di canestro(?) con valore fonetico “ḫ”, un pulcino di quaglia con valore fonetico “w”, una vipera cornuta, “f” e ancora un pulcino “w”. Segue un ibis crestata, un bilittero, il cui valore fonetico è “3ḫ” e poi ancora il segno per “ḫ” che è utilizzato come complemento fonetico del bilittero precedente e quindi non va letto. In basso troviamo quella specie di mezza luna che, in realtà, rappresenta una pagnotta: è un monolittero e ha valore fonetico “t”. La sequenza è conclusa da un determinativo che altro non è che la rappresentazione di una piramide. Ci informa quindi che “3ḫt Ḫwfw” è il modo con cui veniva chiamata la piramide di Cheope. In questo esempio si nota un’altra particolarità del geroglifico: la scrittura seguiva un ordine prestabilito a prescindere dalla sequenza di lettura. Prima i nomi di divinità, poi quelli del sovrano. (Se il nome del sovrano includeva quello di una divinità, anche in questo caso la divinità veniva scritta per prima. Ad esempio Tutankhamon, conteneva il nome del dio Amon, per cui nel, suo cartiglio, osserviamo che la sequenza di scrittura è Amon tut ankh).
Il papiro riveste particolare interesse non solo per la menzione dei luoghi – alcuni dei quali, del resto, già noti – ma soprattutto perché ci fornisce ulteriori indicazioni sul tragitto effettuato da una località all’altra. Alla data indicata nel documento, che è stabilita su base giornaliera, si aggiungono, riferite al corso di una stessa giornata, annotazioni in cui il redattore specifica i posti in cui si trascorre il giorno “wrš” o la notte “sḏrt”. Talvolta è finanche annotato il momento in cui viene intrapresa un’operazione che, a seconda dei casi, può avvenire al mattino “dw3” o nel pomeriggio “mšrw”. Altre indicazioni ci permettono di risalire ai luoghi citati nel testo in quanto viene regolarmente annotato se si naviga verso sud, risalendo la corrente del fiume (“m-ḫsfwt”) oppure procedendo verso nord (“m-ḫd”). Va considerato che la topografia della regione menfita, nell’Antico Regno, era del tutto differente da come ci appare oggi: all’epoca, a quella latitudine, il Nilo generava due rami secondari che scorrevano entrambi ad ovest dell’alveo principale e la regione di Tura non era, come oggi, a stretto contatto con il fiume. Pertanto, per giungere ai piedi del plateau di Giza, partendo dalle cave di Tura, era necessario navigare prima sul ramo principale del Nilo e poi, su quello occidentale (sicuramente all’altezza dell’odierna Bahr el-Lebeini). Tutto indica che gli scambi tra le due località avvenissero esclusivamente per via fluviale, il che lascia supporre l’esistenza di una rete di canali molto fitta e strutturata. Secondo il “Diario di Merer” occorrono due giorni per coprire i 20 Km. che separano le due località quando il convoglio, secondo l’indicazione del testo, è <<carico di blocchi (“3ṯp-m-jnr”) >>, mentre la stessa distanza viene ricoperta a vuoto, durante il ritorno, in una sola giornata nonostante si navighi contro corrente (Immagine n. 4).
C’è un altro toponimo che compare con regolarità nel documento: si tratta di “R3-š-Ḫwfw” (letteralmente << la Porta dello Stagno di Cheope>>), che serve regolarmente da punto di snodo lungo il tragitto dalle cave di Tura alla piramide di Giza. Una sosta presso “R3-š-Ḫwfw” permetteva alla spedizione di passare la notte in sicurezza in attesa di completare la missione. Sembra, inoltre essere stata anche una delle sedi del centro amministrativo delle operazione diretto da Ankhaf che controllava il cantiere reale (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 La scrittura in geroglifico della Porta (bocca) dello stagno di Cheope “R3-š-Ḫwfw”. Notiamo il cartiglio di Cheope già esaminato precedentemente; è seguito dal simbolo della bocca sotto il quale c’è un tratto verticale: si chiama segno diacritico e viene usato per indicare che il segno a cui è associato ha valore ideogrammatico e non fonetico, pertanto non si legge “R”, ma R3 (si pronuncia all’incirca Ro) che era il sostantivo egizio per “bocca”. Segue un rettangolo che rappresenta un bacino o comunque, uno specchio d’acqua, il cui valore fonetico è “š” e significa, appunto, lago, stagno, bacino ecc.
Lo studio di questi papiri, potrebbe restituirci preziose informazioni sull’Amministrazione reale agli inizi dell’Antico Regno e chiarire numerosi punti sul suo funzionamento. D’altra parte, la sola presenza di questi papiri a Wadi el-jarf è sufficiente a confermare lo stretto legame tra questa installazione portuale e il cantiere della Grande Piramide di Cheope a Giza. E’ probabile che il porto avesse una funzione essenziale anche come punto di partenza per la traversata del Golfo di Suez per raggiungere le miniere del Sinai al fine di procurare il rame occorrente alla produzione di attrezzi per i costruttori del monumento.
*Stima della composizione dell’équipe in : M. Lehner, The Complete Pyramids, 199, pp.224-225)
**Un ultimo papiro, sfortunatamente molto frammentario, evoca la costruzione di un monumento nel centro del Delta, probabilmente sotto la responsabilità della medesima équipe, benché il nome dell’ispettore Merer non vi compaia.
*** Le attestazioni più antiche note prima della scoperta di Wadi el-Jarf risalgono al regno di Menkaure (Micerino), secondo l’inventario redatto da K. Zibelius in Ägyptische Siedlungen nach Texten des Alten Reiches, 1978 p.135.
****Sui tre frammenti meglio conservati le cave di Tura Sud sono menzionate 7 volte e quelle di Tura Nord 6 volte. Il toponimo è utilizzato senza specificazioni altre 10 volte e gli ultimi quattro riferimenti sono incompleti.
I papiri A e B di Wadi el-Jarf, che possono essere considerati tra i meglio conservati del grande gruppo di documenti rinvenuti nelle gallerie G1 e G2 del sito, forniscono informazioni molto interessanti sull’organizzazione del cantiere reale della grande piramide di Giza in un momento che corrisponde, molto probabilmente, alla fine del regno di Cheope e al completamento del monumento. Una delle operazioni che verosimilmente era in corso in quel momento era, almeno in parte, l’installazione del rivestimento in calcare di Tura che un tempo abbelliva l’esterno del monumento e che oggi è quasi completamente scomparso. Per l’esecuzione di questa operazione, una squadra di battellieri, probabilmente composta da circa 40 uomini, sotto la direzione di un funzionario di medio livello, l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr), effettuava ogni dieci giorni una media di due o tre viaggi di andata e ritorno, con una o più imbarcazioni, tra le cave di Tura e la zona del cantiere. La narrazione corrisponde, presumibilmente, a un periodo che va dal mese di luglio al mese di novembre dell’anno successivo al 13° censimento di Cheope (anno 26°), che è attualmente l’ultimo anno attestato del regno di questo sovrano, nel periodo in cui le acque alte del Nilo permettevano il trasporto di carichi pesanti da una sponda all’altra della pianura alluvionale del fiume. Il papiro A, forse cronologicamente il più antico, sembrerebbe registrare il movimento di una grande forza lavoro coinvolta nella messa in funzionedel bacino situato ai piedi dell’altopiano di Giza. Da questo documento apprendiamo, indirettamente, il modo in cui venivano sfruttate le vie fluviali. Si comprende che doveva esistere una fitta rete di canali, alcuni naturali, altri creati appositamente al manifestarsi della piena stagionale. Quando il fiume cominciava a ritirarsi i canali venivano chiusi da sbarramenti per trattenere l’acqua necessaria alla navigazione. Al ripresentarsi dell’inondazione si rimuovevano le dighe artificiali per ristabilire il flusso naturale.
Dopo questo inizio, i viaggi avanti e indietro della squadra sono rigorosamente registrati nel papiro B in modo piuttosto ripetitivo (Immagine n. 1).
Tuttavia, alcune informazioni supplementari emergono man mano che questi rapporti giornalieri vengono redatti, il che fornisce un’idea delle condizioni di navigazione, gli sviluppi dei corsi d’acqua, i luoghi e il personale collegati al cantiere della piramide, compreso il famoso visir Ankhhaf, fratellastro del re ed, evidentemente, supervisore del progetto in questa fase avanzata del regno. Da questa sezione apprendiamo anche l’informazione relativa ai due toponimi di “R3-3w rsj” (Tura Sud) e “R3-3w mḥtj(Tura Nord), distanti tra loro circa 7 Km. e dove sono ancora visibili le tracce delle cave utilizzate al tempo di Cheope. Viene anche descritto un avvenimento molto particolare nella routine quotidiana della squadra: l’arrivo del “direttore dei 6”, Idjier(w), probabilmentecapo di un’imbarcazione che consegnava cibo, e probabilmente altri beni di consumo, provenienti da Eliopoli. E’ proprio questo importante funzionario a descrivere questo avvenimento, sicuramente molto atteso dai lavoratori della squadra (Immagine n. 2).
Appare strano, invece, che Merer non ci dica nulla sull’attività svolta dalla sua squadra a Wadi el-Jarf, ma questo potrebbe significare che il suo compito fosse di chiudere definitivamente le gallerie del sito. Ciò indicherebbe pure l’interruzione dell’attività estrattiva di rame dalle miniere del Sinai, metallo non più necessario dal momento che i lavori di completamento della Grande Piramide erano praticamente allo stadio conclusivo.
Oltre alle informazioni storiche, questo documento narrativo, quasi unico per periodo così antico, presenta interessi grammaticali, lessicografici e paleografici che possono certamente essere sviluppati ben oltre i limiti di questo studio. La pubblicazione continua di questo insieme coerente di archivi – in primo luogo gli altri diari di bordo (papiri C, D, E e F), e poi i numerosi resoconti associati (papiri G, H, I, J, K, L e altri frammenti) – porterà senza dubbio ad una conoscenza più approfondita dell’organizzazione dell’amministrazione faraonica in questo periodo chiave della storia dell’Antico Egitto.
<<[giorno 25]: l’ispettore Merer ha trascorso il giorno con la sua squadra caricando blocchi a Tura Sud (R3-3w rsj); trascorre la notte a Tura Sud.
[giorno 26]: l’ispettore Merer salpa con la sua equipe da Tura [Sud], con il carico di blocchi verso “l’Orizzonte di Cheope”(3ḫt Ḫwfw): trascorrere la notte presso lo “Stagno di Cheope”(R3-š-Ḫwfw)
[giorno 27]: salpare dallo “Stagno di Cheope, navigare verso “l’Orizzonte di Cheope”, con il carico di blocchi: passare la notte presso “l’Orizzonte di Cheope”
[giorno 28]: salpare da “l’Orizzonte di Cheope” al mattino: navigare, risalendo il fiume, verso Tura-Sud.
[giorno 29]: L’ispettore Merer passa la giornata con la sua squadra a caricare pietre a Tura Sud: trascorrere la notte a Tura Sud
[giorno 30]: l’ispettore Merer trascorre il giorno con il suo phyle caricando pietre in Tura Sud; trascorre la notte a Tura Sud >> (trad. dall’originale di Pierre Tallet) (Immagine n. 3).
Immagine n. 4 Pierre Tallet con uno dei frammenti dei papiri rinvenuti a Wadi el-Jarf
Immagine n. 5 Un altro dei frammenti, esposti al Museo del Cairo. Da notare come nel cartiglio il nome del faraone compaia nella forma che potremmo definire completa: non semplicemente “Ḫwfw”, ma “ḫnmw ḫ f w” , letteralmente Khnum (il dio vasaio con testa di ariete, che crea gli uomini al tornio e presiede alle inondazioni del Nilo) mi protegge.
ALCUNE CONSIDERAZIONI DI PIERRE TALLET E MARK LEHNER
Pierre Tallet sostiene che le attività marittime dell’Antico Egitto avessero anche una valenza politica e simbolica: era importante, per i sovrani avere il controllo di tutto il territorio nazionale per affermare l’unità sostanziale del paese. Afferma, ad esempio, che
<<Nel Sinai le iscrizioni spiegano il potere e la ricchezza del re e come il re governa il suo paese. Ai limiti esterni dell’universo egiziano si ha la necessità di mostrare la potenza del re>>.
In effetti, il controllo delle zone periferiche era piuttosto complicato e una territorio come il Sinai, arido e con la presenza di genti ostili, poneva non pochi problemi. Un’iscrizione riporta di una spedizione egiziana massacrata dai guerrieri beduini. Del resto, gli egizi non sempre erano in grado di difendere i loro insediamenti lungo il Mar Rosso.
<<Ci sono prove, ad esempio, ad Ayn Soukhna che il sito fu distrutto più volte. Ci fu una grande incendio in una delle gallerie…Fu probabilmente difficile per loro controllare la zona>>
Sembra che tutto l’Egitto fu coinvolto nel grandioso progetto della Grande Piramide. Il granito proveniva da Assuan, molto più a sud, il cibo dal Delta, vicino al Mediterraneo e il calcare da Tura, circa 12 miglia a sud del Cairo. In un suo saggio Tallet scrive
<<E’ certo che l’attività cantieristica fu resa necessaria dal gigantismo dei programmi faraonici e che la maggioranza dei natanti era destinata alla navigazione sul Nilo, ma l’installazione di Wadi el-Jarf, proprio nello stesso periodo, lascia intravedere, senza dubbio, l’estensione, in questo caso verso il Mar Rosso, del progetto dello Stato egizio>>.
Prestare servizio sulle barche reali, doveva comportare un certo prestigio. Dai papiri rinvenuti a Wadi el-Jarf, appare evidente come i lavoratori fossero ben nutriti e venissero riforniti di carne, pollame, pesce e birra. Non vi è dubbio che questi operai erano servitori dello Stato molto apprezzati.
Secondo Tallet potrebbe apparire strano il ritrovamento dei papiri in quel luogo, dal momento che ci si aspetterebbe che i dirigenti delle squadre portassero sempre con sè questi documenti. La ragione per cui furono abbandonati può risiedere nell’ipotesi che quella dovette essere l’ultima missione del team, forse a causa della morte del re.
<< Penso che abbiano semplicemente fermato tutto e chiuso le gallerie; poi, prima di abbandonare il sito, hanno seppellito gli archivi nella zona tra le due grandi pietre usate per sigillare il complesso. La data sui papiri sembra concordare con l’ultima di cui siamo in possesso per Cheope, il 27° anno del suo regno>>
Il lavoro svolto da Tallet e dai suoi colleghi lungo il Mar Rosso, sembra collegarsi ed integrarsi con quello svolto da Lehner a Giza. Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, intraprese uno scavo su larga scala in quella che si è rivelata essere una zona residenziale nelle vicinanze delle piramidi e della Sfinge. Come ben sappiamo, la scarsità di informazioni sul numero necessario di addetti per l’attuazione di un così enorme progetto ha dato origine alle più bizzarre teorie alternative. Ma, nel 1999 Lehner iniziò a scoprire un grosso complesso abitativo che avrebbe potuto ospitare fino a 20.000 individui.
A giudicare dai resti rinvenuti, sembra che gli occupanti di questo complesso, al pari dei marinai del Mar Rosso, fossero ben nutriti. Mangiavano molta carne bovina, proveniente per lo più da animali allevati nelle tenute rurali e poi, probabilmente, trasportati su imbarcazioni agli insediamenti reali di Menfi e Giza per essere macellati. Il maiale, invece, sembra essere stato prevalentemente consumato dagli addetti alla produzione di cibo (panificatori, birrai ecc.). Inoltre, il rinvenimento in situ di oggetti abbastanza “esotici” come denti di leopardo (forse corredo di una veste sacerdotale), ossa di ippopotamo intagliate e rami di ulivo (un’ attestazione del commercio con il Levante), suggerisce che le persone presenti nel villaggio di lavoro scoperto da Lehner, fossero specialisti altamente qualificati.
Secondo il papiro di Merer, anche i marinai facevano parte del progetto. Esso menziona, infatti, il trasporto di blocchi di calcare sia fino al lago (o bacino) di Khufu, sia all’ Orizzonte di Khufu (la Grande Piramide). I papiri offrono un supporto importante ad una tesi che Lehner andava sviluppando da diversi anni. Secondo le sue ricerche, gli antichi egizi, maestri nelle opere idrauliche, costruirono un grande porto nelle vicinanze del complesso di Giza. Ciò permise a Merer di trasportare la pietra calcarea da Tura fino a Giza per via fluviale.
<< Penso che gli egiziani siano intervenuti nella pianura alluvionale in modo drammatico così come hanno fatto sull’altopiano di Giza>>, dice Lehner, aggiungendo: <<I papiri di Wadi el-Jarf sono un pezzo importante nel puzzle generale della Grande Piramide>>
Tallet è, invece, più cauto nelle sue conclusioni:
<< Non voglio essere coinvolto in nessuna polemica sulla costruzione delle piramidi, non è il mio lavoro>>, dice. Poi aggiunge:<<Di sicuro è interessante valutare questa ipotesi che merita uno studio molto approfondito>>.
Tallet ritiene che il lago di Khufu, a cui si riferisce Merer, era più probabilmente situato ad Abusir a circa dieci miglia a sud di Giza.
<< Se fosse stato troppo vicino a Giza, non si capisce perché Merer impiegasse un giorno intero per navigare da questo luogo alla piramide>>, afferma.
Ma, Tallet ha finito per convincersi della bontà dell’ipotesi di Lehner circa la presenza, comunque, di un grande porto a Giza.
<<Ha perfettamente senso che gli egizi trasportassero materiali da costruzione e viveri in barca, piuttosto che trascinarli attraverso il deserto. Non sono sicuro che sarebbe stato possibile tutto l’anno, dovendo aspettare il periodo delle inondazioni. E presumibile che funzionassero per circa sei mesi in attesa della successiva esondazione>>.