Tutankhamon

I SIGILLI DELLA TOMBA DI TUTANKHAMON

Di Luisa Bovitutti

Le porte del sacrario di Tutankhamon erano ancora inviolate dopo oltre 3200 anni, ed il blocchetto di argilla che assicurava la corda legata alle maniglie recava il sigillo ufficiale della necropoli reale tebana (lo sciacallo sopra i nove prigionieri) incredibilmente intatto.

Anche l’intonaco della parete che chiudeva l’ingresso dell’ipogeo recava l’identico sigillo, apposto unitamente a quello del faraone al momento della chiusura per garantire che il defunto riposasse indisturbato per l’eternità.

L’abitudine di imprimere sigilli sull’intonaco delle pareti che chiudevano gli ingressi delle tombe e sugli oggetti del corredo funerario si affermò nel Nuovo Regno, ed infatti Carter trovò sulle quattro porte della sepoltura di Tutankhamon le impronte di otto diversi sigilli.

Questi sigilli certificavano ai funzionari che periodicamente effettuavano i controlli che nessuno aveva tentato di introdursi abusivamente nella tomba, ma l’egittologo James Henry Breasted ritenne più in generale che avessero anche la funzione rivestita dei Testi delle Piramidi, formule funerarie che nell’Antico regno venivano scritte sulle pareti interne delle piramidi per proteggere il faraone nel suo viaggio pericoloso nell’Aldilà e per propiziare la sua trasformazione in Osiride.

Il sigillo della necropoli reale raffigurava, come si è detto, uno sciacallo (il dio Anubi, “Signore degli occidentali”, protettore dei cimiteri) accovacciato sopra nove prigionieri legati (i “Nove archi”, ossia i nemici dell’Egitto) e disposti in file di tre o in gruppi alternati (- tre, due e quattro); in alcuni casi sopra lo sciacallo veniva posto il cartiglio del sovrano.

Secondo alcuni studiosi l’immagine simboleggerebbe il faraone defunto (lo sciacallo), che controlla il caos, rappresentato dai prigionieri; secondo altri invece i nove personaggi sarebbero i defunti, sorvegliati da Anubi affinché restassero lontani dai vivi e non ne turbassero la tranquillità.

Nelle immagini il sigillo delle porte del sacrario e gli schizzi di tutti gli altri sigilli trovati nella tomba ed effettuati dallo stesso Carter.

Fonti:

Arti e mestieri

LA COSTRUZIONE DELLE TOMBE REALI

A cura di Nico Pollone

la costruzione delle tombe reali della Valle dei Re può essere considerata una vera e propria industria edile dell’antichità tanto da formare un villaggio dove i lavoratori risiedevano stabilmente: Deir El Medineh.

La comunità di operai specializzati che risiedeva nel villaggio di Deir el-Medineh era incaricata della costruzione delle tombe reali. Questa comunità viveva praticamente in “ isolamento” a causa della necessità di discrezione e segretezza imposta dalla costruzione delle tombe reali. Per questo motivo, la comunità rispondeva direttamente al visir ed era controllata dal Medjay, il corpo di guardie che custodiva la necropoli reale.

La durata della giornata lavorativa variava a seconda delle dimensioni della tomba. Iniziava all’alba e durava circa otto ore, con una breve pausa per il pranzo. Gli operai erano organizzati in squadre che lavoravano sotto la supervisione di un architetto. La squadra era suddivisa in due gruppi che lavoravano simultaneamente sotto gli ordini di due capisquadra. Il caposquadra, nominato dal faraone stesso o dal visir, era responsabile del lavoro, controllava le ragioni delle assenze degli operai dal lavoro e trattava con il visir attraverso uno scriba. I capisquadra dovevano controllare la distribuzione del materiale immagazzinato nei magazzini e fare una lista dei lavoratori presenti e assenti. Il numero di membri del gruppo non era fisso, ma in media variava tra le 30 e le 60 persone, anche se questo numero poteva essere aumentato.

Programma di costruzione

Una volta scelto il sito per la costruzione della tomba, l’esecuzione del progetto era affidata all’architetto e agli artigiani di Deir el-Medina. Il primo passo era quello di disegnare la pianta della tomba, specificando le caratteristiche architettoniche così come la decorazione, i dipinti e i testi da raffigurare sulle pareti. I compiti dei lavoratori erano specializzati e complementari: scalpellini, stuccatori, scultori, disegnatori e decoratori lavoravano fianco a fianco e simultaneamente in una specie di catena di montaggio.

Gli scalpellini erano i primi ad entrare in azione. Man mano che gli scavi penetravano nella montagna, venivano rifiniti i muri a partire dalle zone più vicine alla entrata applicando uno strato di un tipo di intonaco fatto di argilla, quarzo, calcare e paglia schiacciata, sopra il quale veniva applicato uno strato più leggero di intonaco, fatto di argilla e calcare, e infine il muro veniva imbiancato con aljez (tipo di gesso) sciolto in acqua. La decorazione, che era scelta dai sommi sacerdoti insieme al faraone, era affidata ad artisti specialisti in questo settore. La superficie da decorare veniva suddivisa in numerosi quadrati utilizzando l’aceto e uno spago legato a un bastone, per posizionare correttamente le figure e i testi in modo che le proporzioni fossero rispettate secondo i canoni stabiliti. I disegnatori lavoravano sotto la supervisione di un capo disegnatore che controllava l’esattezza della bozza eseguita in colore ocra, faceva le correzioni necessarie in carboncino (nero). Poi era il turno degli scultori, che iniziarono a scolpire la parete per ottenere un bassorilievo che sarebbe stato poi colorato dai pittori.

Nell’immagine: Ostracon nel Museo di Luxor, che mostra un raro lavoro di costruzione.

Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI NAKHTEFMUT

A cura di Patrizia Burlini

Primo sacerdote di Karnak. Il sarcofago è stato trovato al Ramesseum, a Tebe.

Legno dipinto H. 177,5 L 44 P 33 cm

924-889 a.C. – XXII Dinastia, III Periodo Intermedio

Fitzwilliam Museum, Cambridge

‘L’Osiride, amato padre divino, colui che apre le due porte del cielo di Ipetsut…’

Questo sarcofago riccamente dipinto, realizzata in cartonnage – lino irrigidito con gesso – un tempo conteneva i resti mummificati di Nakhtefmut, che prestava servizio a Ipetsut, il tempio di Amon-Ra, il dio principale a Tebe.

Dai titoli onorifici sopra citati, che sono scritti in geroglifici lungo la parte anteriore del sarcofago, sembra che occupasse una posizione significativa all’interno di questo grande santuario. L’iscrizione afferma che gli stessi titoli erano detenuti da suo padre, suo nonno e suo bisnonno.

Sebbene il faraone fosse considerato il sommo sacerdote del paese, la gestione quotidiana dei templi e l’esecuzione dei rituali erano delegati ad altri sacerdoti e funzionari. A giudicare dalla sua bara, Nakhtefmut era un uomo importante e ricco.

Dalla testa ai piedi, l’intricata decorazione racconta le sue speranze dopo la morte: che in cambio del pio servizio di una vita, il suo spirito sia giudicato degno di entrare nell’aldilà. Il viso in oro puro mostra Nakhtefmut nella forma idealizzata e giovanile in cui si aspettava di raggiungere questo stato beato. La sua barba stretta e intrecciata è quella associata a Osiride, il dio degli inferi. Quando Nakhtefmut fu sepolto, si credeva che chiunque morisse diventasse un Osiride.

Al centro della cassa della bara c’è la nota chiave della decorazione: un amuleto della dea Maat, identificabile dal suo pennacchio di struzzo. Maat era la personificazione dell’ordine mondiale, della giustizia, della verità e della saggezza. È la sua piuma che è stata posta sulla bilancia e pesata sul cuore del defunto durante il giudizio dei morti.

Sulla testa una splendida rappresentazione dello scarabeo Khepri, allusione alla rinascita del defunto

Altre piume dominano la decorazione della bara. Anzi da lontano sembra che Nakhtefmut ne sia quasi interamente ricoperto. Direttamente sotto l’amuleto di Maat, una divinità dalla testa di ariete spiega le sue ali in una grande curva, un disco solare sulla sua testa lo identifica come Atum, una forma del dio del sole.

Un’altra forma del dio sole, questa volta con la testa di falco, abbraccia la vita della bara, dettaglio a sinistra. Più in basso, altre ali, appartenenti alle dee Iside e Nefti, si incrociano l’una sull’altra. Queste dee, protettrici di Osiride e quindi dei morti in generale, sono raffigurate due volte – come creature alate con teste femminili, e ancora con teste di nibbio, un’allusione al loro ruolo nel mito di Osiride. Il corpo di Nakhtefmut è letteralmente avvolto dall’abbraccio piumato e protettivo delle sue divinità.

Intorno alla sezione centrale ci sono due scene che coinvolgono altri dei associati al giudizio e all’aldilà. A sinistra, osservando il sarcofago, il dio dalla testa di ibis Thoth, lo scriba divino, sta davanti a uno stendardo di Amon. Tiene la penna e la tavolozza con cui annota il verdetto quando il cuore viene pesato contro la piuma di Maat.

A destra – particolare a sinistra – Horus, dalla testa di falco e con indosso la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, versa una libagione su un altare per il defunto padre Osiride, raffigurato in forma di mummia. Dietro Horus stanno due dei suoi quattro figli, guardiani degli organi interni del defunto dopo la sepoltura.

Sul retro della bara ci sono parole della Confessione negativa del Libro dei Morti egiziano – un elenco recitato dal defunto al momento del suo giudizio. Questa era l’ultima possibilità per i morti di negare qualsiasi illecito prima che la verità fosse rivelata dall’infallibile piuma di Maat

https://fitzmuseum.cam.ac.uk/objects…/highlights/E641896

XIX Dinastia

KHAEMWASET

“Colui che mi è comparso (in gloria) in Tebe”.

Un erudito alla corte di Ramses il Grande

A cura di Francesco Alba

I titoli e il nome in caratteri geroglifici:

sA nsw (Gardiner Sign List: H8, M23, Z1) “Figlio del Re”

s m n p t H (Gardiner Sign List: S29, G17, N35, Q3, X1, V28) “Sacerdote Sem di Ptah”

xa (a) m wAs(t) (Gardiner Sign List: N28, D36, G17, S40) “Khaemwaset”

Riferimento: Stele con formula d’offerta riportante i nomi della regina Isetnofret e dei figli Ramses e Khaemwaset.Parigi, Museo del Louvre (N 2272).

Fra i numerosi figli di Ramses II che ricoprivano alte cariche, deve essere senz’altro menzionato Khaemwaset, quarto figlio del Grande e secondo figlio della Grande Sposa Reale Isetnofret. Egli fu sacerdote di Ptah a Menfi e acquisì una solida reputazione come studioso ed esperto in arti magiche che sarebbe durata fino all’epoca romana.

Il principe Khaemwaset fu raffigurato nel bassorilievo di una scena di battaglia mentre accompagnava suo padre in una spedizione militare in Nubia. In questa scena Ramses II è stato identificato come principe, non essendo ancora succeduto, in quel tempo, a Seti I.

L’addestramento in battaglia e negli affari amministrativi alla corte reale fu successivamente integrato dall’ulteriore educazione nelle discipline religiose, nel tempio di Ptah, a Menfi.

Nessun altro figlio di Ramses ha lasciato importanti testimonianze architettoniche come lui e molti dei suoi edifici riportano testi dotti, spesso con connotazioni arcaiche. Per quanto il regno di Ramses II sia stato caratterizzato da una marcata rinascita delle tradizioni classiche, non c’è dubbio che Khaemwaset abbia avuto uno speciale interesse per il glorioso passato dell’Egitto, poiché restaurò numerosi edifici funerari della necropoli menfita, e in alcuni dei suoi monumenti volle chiaramente ispirarsi allo stile dei rilievi dell’Antico Regno.

In qualità di gran sacerdote di Ptah, uno dei suoi doveri era quello di curare la sepoltura del toro sacro Apis, ed è a Khaemwaset che sono dovute le prime gallerie (piuttosto che le singole tombe) del Serapeum di Saqqara. Viaggiò anche in lungo e in largo per il paese per annunciare i primi cinque giubilei Heb-Sed di suo padre, che venivano tradizionalmente proclamati da Menfi.

Nell’anno 52 del regno di Ramses II, Khaemwaset, che era il figlio maggiore sopravvissuto a tre fratelli più grandi, fu nominato principe ereditario (pur essendo già sulla sessantina) ma morì pochi anni dopo, intorno all’anno 55, cedendo il titolo al fratello Merenptah, tredicesimo figlio di Ramses.

Alcuni studiosi ritengono che possa essere stato sepolto nella necropoli menfita e non nell’impressionante ipogeo della Valle dei Re (KV5) che racchiude le sepolture di numerosi figli di Ramses, compreso Amonherkhepshef, il primogenito.

Comunque l’ipotesi più consistente è che sia stato inumato nel Serapeum a Saqqara, dove fu rinvenuta una maschera d’oro a lui attribuita. In tale luogo avrebbe trovato la sua dimora per l’eternità anche la madre, la regina Isetnofret.

Ramses sopravvisse dodici anni al figlio Khaemwaset e morì nel suo sessantasettesimo anno di regno, attestandosi come il più longevo monarca dai tempi di Pepi II, sovrano della Sesta Dinastia (2278 – 2216 o 2184 a.C.).

Nei periodi tardi della storia Egizia, Khaemwaset era ancora ricordato come uomo saggio e colto e ritratto come protagonista di un ciclo di storie databili al periodo Tolemaico. In questi racconti viene citato col nome di Setne, una distorsione del suo vero titolo che era quello di sacerdote “setem” di Ptah; gli studiosi odierni fanno riferimento a questo personaggio come “Khaemwaset Setne”.

Riferimenti:

  • Ian Shaw The Oxford History of Ancient Egypt. Oxford University Press. 2000
  • Margaret R. Bunson Encyclopedia of Ancient Egypt. Revised Edition Facts On File, Inc. New York. 2002
  • Joyce Tyldesley Myths & Legends of Ancient Egypt. Penguin Books. 2011
Tutankhamon

IL PRIMO SACRARIO DI TUTANKHAMON

(Carter 207)

Di Andrea Petta

Il primo sacrario, quello più esterno, misura 5,02 per 3,34 metri ed è alto 2,98 metri nel punto più alto.

Vista laterale del primo sacrario, parete destra (lato nord nella tomba) tratta da Alexandre Piankoff, “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).

Ha un tetto a doppia inclinazione longitudinale (dai lato corti verso il centro), come il padiglione delle festività “sed” in cui il Faraone celebrava il ringiovanimento e la rinascita. Inclinandosi in questo modo da entrambe le estremità verso il centro creando una depressione tra quelle che sembrano due colline ad emulare il segno Axt (Gardiner N27, “orizzonte”), che rappresenta due colline con il disco solare che sorge nel centro evocando il concetto di rinascita.

Il sacrario come apparve appena abbattuto il muro divisorio tra l’Anticamera e la Camera Funeraria. Si vede la doppia inclinazione del tetto, caratteristico di questo primo sacrario
Il sacrario estratto, stabilizzato e rimontato

È costruito con pesanti pannelli di cedro di più di 3 cm di spessore. Sia l’interno che l’esterno di questi pannelli sono stuccati, dorati e intarsiati con faïence blu brillante. I lati e il pannello posteriore del sacrario sono decorati con il nodo di Iside “tyet” (vita) e simboli “djed” (stabilità) collegati ad Osiride, il tutto su uno sfondo di maiolica blu brillante.

Particolare dei decori con al centro i nodi tyet di Iside alternati ai pilastri djed di Osiride
Al Museo Egizio del Cairo all’interno del primo sacrario è visibile la struttura del sostegno per il drappo funebre. Sul fondo si intravede la Vacca Celeste.
I due occhi udjat sulla parete destra (lato nord della tomba)
Il particolare del cartiglio su uno dei battenti

Due occhi protettivi “udjat” decorano quello il lato nord del santuario.

L’anta destra della porta è decorata con la rappresentazione di un animale senza testa e con le zampe anteriori, prive di estremità, legate insieme. Potrebbe rappresentare il pericolo che il re dovrà superare nell’aldilà. L’anta di sinistra raffigura una divinità seduta con una corona composita ed un segno ankh (vita) nella mano. Secondo Alexander Piankoff si tratterebbe di Osiride (anche se le iscrizioni lo identificano come “Horus il Vendicatore”), l’animale senza testa e senza zampe rappresenterebbe Seth ormai sconfitto e costretto all’impotenza a dimostrazione dell’efficacia delle formule magiche iscritte.

Le due figure rappresentate sulle porte, Horus Vendicatore e Seth ormai sconfitto, da Alexandre Piankoff, “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951)

In contrasto con l’esterno, che presenta prevalentemente simboli, le superfici interne del santuario sono riccamente incise con estratti dal Libro dei Morti, incantesimi 1 (porta di sinistra), 134 (porta di destra) e 141-142, e (parete sinistra e pannello di fondo) dal Libro della Vacca Celeste (la leggenda della distruzione dell’umanità da parte di Hathor/Sekhmet dopo la ribellione degli uomini a Ra) di cui è presente per la prima volta la parte finale (ricordiamoci che i testi erano stati scritti a partire dal sacrario più interno e quindi terminano nel sacrario più esterno).

La Vacca Celeste raffigurata sulla parete interna di fondo
La Vacca Celeste raffigurata sulla parete interna di fondo, tratta da Alexandre Piankoff, “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951)

L’interno del tetto, la cui parte centrale è stata erroneamente capovolta, era interamente dipinto in nero e decorato con due dischi solari alati ai lati e 13 avvoltoi Nekhbet disposti longitudinalmente.

La sezione occidentale del tetto con quattro avvoltoi Nekhbet ed un disco solare alato nell’incavo del bordo

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
  • Soliman, R. “The Golden Shrines Of Tutankhamun And Their Intended Burial Place.”. Egyptian Journal of Archaeological and Restoration Studies, 2012
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute, AKG Images, Merja Attia
Tutankhamon

I SACRARI DORATI DI TUTANKHAMON

A cura di Andrea Petta

Come abbiamo visto, il sarcofago e le bare di Tutankhamon erano protetti da ben quattro sacrari, uno dentro l’altro come scatole cinesi, in legno dorato. Sono costruiti in legno gessato e dorato; ognuno di essi ha una doppia porta a battente chiusa da perni in ebano che scorrevano in occhielli d’argento e da una chiusura in corda con sigillo in creta (dal secondo sacrario rimasti intatti). Il quarto sacrario, il più interno, non aveva sigillo.

I quattro sacrari “esplosi” ed il sarcofago contenuto al loro interno

Furono montati nella tomba ovviamente al rovescio, dall’interno verso l’esterno intorno al sarcofago, e in direzione invertita: le porte, che dovevano rivolgersi ad ovest, si aprivano invece verso est. Molti pezzi furono inoltre montati in modo sbagliato: lo sappiamo perché gli artigiani che avevano realizzato i pezzi dei sacrari avevano scritto su di essi le istruzioni su come montarli, istruzioni a volte ignorate dagli operai nella tomba. Il secondo sacrario porta i segni delle martellate date per cercare di incastrare i pezzi “sbagliati”, che hanno danneggiato il decoro esterno. Secondo alcuni studiosi sarebbe la prova di un’usurpazione dei sacrari o che questi avrebbero dovuto essere montati in un’altra tomba, più ampia, ed adattati alla KV62.

L’impresa di estrarli dalla tomba fu titanica, e richiese quasi tre mesi di tempo. Alcuni pezzi pesavano centinaia di chili; il legno, asciugandosi, tendeva a perdere la doratura superficiale. Furono necessari 500 chili di cera di paraffina e due anni di tempo per stabilizzarli e trasportarli al Cairo.

Lungi dall’essere solo “scatole, questi quattro sacrari presentano delle complesse incisioni ed iscrizioni di significato esoterico, non ancora de tutto chiarite. I testi sono scritti a partire dal quarto sacrario, quello più interno e vicino al corpo del defunto Faraone, via via verso il primo, il più esterno.

Sono oggetti meravigliosi nella loro importanza religiosa, che meritano di essere approfonditi

Cose meravigliose, Tutankhamon

UN AMICO TRADITO, UN RE RITROVATO

A cura di Andrea Petta

Dopo il suo “sciopero” e l’allontanamento dalla tomba, nell’estate del 1924 Carter attraversa Stati Uniti e Canada in un giro di conferenze organizzato dal Met Museum. Si scopre oratore meticoloso, preciso, perfino umile; gli yankee impazziscono per lui. Per loro, per cui qualcosa “vecchio” di 100 anni è antico, qualcosa che risale a più di tre millenni prima è quasi fantascienza.

Howard Carter a Chicago durante il suo tour di conferenze

Ma Carter mostra una sola faccia al pubblico: nell’animo rigurgita rabbia per quella che considera un’immensa ingiustizia nei suoi confronti. Ogni tanto questa rabbia viene a galla, quando se la prende con gli autisti del pullman perché “non saprebbero guidare un carretto a cavalli” o con i camerieri mai abbastanza pronti e cortesi.

SI trattiene a stento quando incontra il presidente Coolidge che, ingannato dagli articoli dei giornali statunitensi sulla scoperta della tomba, gli ricorda le sue “origini americane”. A stento riesce a mormorare “Santo cielo, no, sono inglese!”

Carter alla Casa Bianca ricevuto dal presidente Coolidge.
“So che lei è nato in America, anche se vive in Inghilterra”
“Santo cielo, no…Sono inglese!”

Nessuno sa che, in segreto, ha fatto stampare a Londra un libello, “La tomba di Tut-Ankh-Amon. Dichiarazione e documenti sugli avvenimenti accaduti in Egitto nell’inverno 1923-1924 che portarono alla successiva rottura con il governo egiziano”.

Non è un libro in vendita, lo vuole distribuire a “pochi eletti”, amici e professionisti del settore, tra cui Lythgoe, Lacau e ovviamente Herbert Winlock del Met Museum che lo ha sempre sostenuto in un rapporto di mutuo beneficio.

È un errore colossale. Nell’appendice del libello, Carter ha pubblicato i telegrammi in codice scambiati con Winlock riguardo il caso della testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui:

https://laciviltaegizia.org/2021/11/19/il-mistero-della-testa-del-faraone-bambino/

Winlock si inc…si arrabbia profondamente. Si sente tradito, Carter ha messo in piazza un favore personale che lui gli aveva fatto per tirarlo fuori da una situazione incresciosa, mettendo a rischio la sua stessa carriera. Affronta a muso duro Carter, gli dice che per il suo ego sta buttando via una vita di ricerche.

Carter ne esce profondamente turbato e cambierà definitivamente il suo atteggiamento. Scrive la rinuncia ad ogni pretesa sugli oggetti e sui diritti relativi alla tomba e la invia a Lacau. Rimarrà da sistemare la questione della “spartizione” dei reperti con gli esecutori testamentari di Lord Carnarvon (Lady Almina vuole solo il risarcimento delle spese e non vuole più sentir parlare dell’Egitto), che verrà risolta con una somma di 36,000 sterline ed una vaga promessa sui “doppioni” che non sottraggano nulla al Museo Egizio.

Ma la chiave di volta non è una diatriba archeologica. Il 19 novembre 1924 viene assassinato Sir Lee Stack, comandante dell’esercito egiziano e Governatore della Nubia per conto di Sua Maestà. Gli Inglesi ne approfittano per reclamare pieni poteri e nel “pacchetto” ci finisce anche la tomba di Tutankhamon.

La prima bara all’interno del sarcofago in quarzite, pronta a rivelare i suoi segreti

Il 13 gennaio 1925 viene quindi firmata la nuova concessione (prudentemente di un anno, rinnovabile); il 25 gennaio vengono restituite a Carter le chiavi della tomba e del laboratorio. Sembra che sia tutto a posto e Carter si congratula con Lacau, poi scopre che il drappo funebre che copriva il secondo sacrario è stato lasciato all’aria aperta e si è letteralmente disintegrato al sole – e per fortuna non abbiamo nota di ciò che proferì alla vista…Non è l’unico danno: senza la “Banda Carter” il lavoro di spedizione è stato approssimativo: le ruote di un cocchio hanno danneggiato il cassone di un altro.

La prima bara. Apparve meravigliosa a Carter ed al suo staff, ma fu subito superata in bellezza dalle altre due. Foto ricolorata dal New York Times

Quello che rimane della stagione viene utilizzato per conservazione e restauro degli oggetti “lasciati in sospeso”, soprattutto quelli trovati nella camera sepolcrale ed il letto funebre raffigurante Ammut.

In autunno tutto è pronto. Finalmente il 13 ottobre Carter può aprire la prima bara. Riesce ad utilizzare le maniglie originali in bronzo per sollevare il coperchio, e scopre la seconda bara coperta da un sottile telo di lino e ghirlande di fiori.

Le bare appoggiate sul sarcofago in attesa di essere traslate per continuare il lavoro. Per la prima volta dopo più di tre millenni il Faraone è al di fuori del sarcofago

Annoterà Carter che “probabilmente è stata la regina Ankhesenamon a porre quei fiori” con un tono riverente e commosso.

Andare avanti non è facile: non c’è spazio tra le bare, che oltretutto pesano “in maniera sorprendente”. L’unica soluzione è sollevare il tutto e “sfilare” la prima bara da sotto. Vengono piantate delle viti ad occhiello nello spessore del legno della prima bara per sollevare il tutto ed estrarlo dal sarcofago. Nello spazio ristretto tra il sarcofago stesso ed il soffitto della camera sepolcrale è già un’impresa, con il timore di rovinare tutto.

Carter si accorge subito che la seconda bara è diversa dalla prima, ma al momento gli sembra solo “una rappresentazione più giovanile del Faraone”. Solo più tardi esprimerà il dubbio che non fosse predisposta per Tutankhamon ma appartenesse ad un altro membro della famiglia reale.

Sfilare la parte inferiore della prima bara non è facile. Carter corre un rischio pazzesco, solleva di poco il coperchio della seconda bara e fissa dei ganci metallici a quello che spunta dei chiodi originali di fissaggio per tenerla sollevata. Per sua e nostra fortuna gli artigiani egizi sapevano il fatto loro, ed i chiodi tengono.

Le operazioni di pulitura della seconda bara

Il 23 ottobre è possibile aprire la seconda bara, e finalmente si scopre il motivo del peso incredibile delle bare: la terza bara è in oro massiccio. Ed è anche incollata alla seconda per un trafilaggio degli unguenti usati per l’imbalsamazione del re, “una sorta di pece”, come dice Carter, durissima e tenace. Impossibile trattarla in situ, “ci vorrebbe il calore o degli acidi” per scioglierla.

Si decide allora di aprire la terza bara ancora incastrata nel guscio della seconda.

La terza bara in oro massiccio appena scoperta e dopo aver tolto le pesanti ghirlande di fiori e foglie che coprivano il petto

Il guscio della seconda e la terza bara ancora unite insieme, esaminate da Carter. Si vede bene l’eccesso delle sostanze usate per l’imbalsamazione del Faraone che ricopre parte della bara

Il 28 ottobre 1925, finalmente Carter apre la terza bara e si trova a tu per tu con il Faraone fanciullo. O meglio, davanti alla maschera d’oro che lo raffigura eternamente giovane, il reperto che diventerà il più famoso ed iconico di tutta la storia dell’Antico Egitto racchiudendone l’arte, il misticismo e la ricchezza.

Faccia a faccia con il volto dell’eternità

In quegli istanti” scrive Carter “le parole vengono a mancare…Il tempo misurato nel breve attimo di una vita umana perde la sua nozione di fronte a questo spettacolo che rievocava vivamente i i solenni riti religiosi di una civiltà scomparsa per sempre”

Luce tra le ombre, Piramidi

IL MISTERO DI ORIONE

A cura di Ivo Prezioso

Graham Hancock, Edinburgo 2 Agosto 1950. Giornalista, scrittore “pseudo-archeologo” è autore di libri come “Impronte degli dei” (1998), in cui sostiene l’esistenza di una civiltà scomparsa e “Custode della Genesi” scritto in collaborazione con Robert Bauval, in cui si ritrovano le ipotesi de “Il Mistero di Orione” e si ribadisce la datazione della Sfinge a circa 12500 anni fa.

Sulla falsariga delle ipotesi di West e Schoch, si inseriscono Graham Hanckock (giornalista), Robert Bauval (ingegnere e saggista) e Adrian G. Gilbert (scrittore), con una serie di pubblicazioni che negli anni ’90 del secolo scorso, hanno riscosso un enorme successo di pubblico. Non solo, grosso modo concordano con la retrodatazione della Sfinge e delle Piramidi (con uno stranissimo distinguo che chiarirò in seguito), ma si spingono ben oltre con una suggestiva teoria nota come “Mistero di Orione”.

In pratica, le Piramidi di Giza non sarebbero altro che la rappresentazione di una mappa celeste in terra, che riproduce la costellazione di Orione così come si presentava più o meno 12.500 anni fa. A corredo, Bauval, allega una straordinaria fotografia che mostrerebbe come i vertici delle tre piramidi di Giza e il loro disallineamento sarebbero perfettamente simili alla disposizione delle tre stelle che ne costituiscono la famosa cintura.

L’idea di per sé, potrebbe anche non apparire troppo fantasiosa: in effetti gli egizi erano eccellenti osservatori del cielo e sappiamo che orientavano con precisione i loro monumenti servendosi delle stelle, per cui non ci sarebbe motivo per escludere a priori che avessero potuto concepire un progetto del genere. Ma le obiezioni sono serie e dimostrano quanto l’ipotesi sia discutibile.

Robert Bauval, Alessandria d’Egitto 5 marzo 1948. Laureato in ingegneria delle costruzioni deve la sua fama a pubblicazioni come “Il Mistero di Orione” (1994) con Adrien Gilbert e “Custode della Genesi” (1996) scritto con Graham Hancock

Innanzitutto, c’è l’immagine a cui mi riferivo prima che si è rivelata falsa e ritoccata pesantemente (a tal proposito, per non dilungarmi, rimando ad un post di Piero Cargnino che ha già affrontato l’argomento: https://www.facebook.com/…/4499…/posts/1052965555506815/).

Inoltre è palese, che i vertici delle piramidi non puntano affatto in quella direzione; con la forzatura del ritocco e l’utilizzo di software, si è riusciti nell’impresa di trovare un’ epoca in cui (a loro dire) grosso modo l’allineamento potesse coincidere e, guarda caso, è saltata fuori la data del 10.500 a.C., o giù di lì. Esattamente ciò che si voleva dimostrare! Le evidenze storiche, con buona pace della seduzione della teoria, ci raccontano altro. Ad esempio, è stato riportato alla luce il villaggio dei costruttori, con i resti di abitazioni, forni, cucine, avanzi di cibo, oggetti, nomi, tombe e anche corpi che, sottoposti ad analisi, hanno rivelato non solo l’appartenenza all’epoca della IV Dinastia e notevoli tracce di traumi da lavoro, ma anche fratture e ferite curate e l’evidenza di un’alimentazione abbondante e altamente proteica (per inciso, ennesima prova che dovrebbe, una volta per tutte, mettere una pietra tombale sulla così assurdamente ostinata convinzione che si trattasse di schiavi). Inoltre, abbiamo il nome di Khufu (Cheope) inciso in una parte della piramide e gli strumenti con cui furono costruite. So bene che su queste due ultime evidenze ci sono diatribe anche molto accese, ma intanto, fino a prova contraria, per il momento, ne confermano l’attribuzione. Tra l’altro i recenti ritrovamenti di Wadi el-Jarf, di cui si tratterà ampiamente in seguito, aggiungono una preziosa documentazione, contemporanea all’epoca di Khufu (Cheope) sulla parte conclusiva dei lavori della Grande Piramide. Se esistono ancora dubbi sul fatto che con strumenti così primitivi si siano potuti erigere monumenti simili, è pur vero che dovrebbe porne ancor di più pensare che potessero essere stati costruiti all’incirca 10.000 anni prima: sempreché non si voglia ricorrere alla pretesa esistenza di una civiltà superiore preesistente (che non si sa che fine abbia fatto e che oggi non viene quasi più menzionata, ma che ai miei tempi aveva una precisa collocazione nel mitico continente di “Atlantide”) o all’ancor più fantasioso intervento degli alieni.

Comunque, già in epoca preistorica gli egizi riuscivano a modellare oggetti in pietra e, a partire dalla Terza Dinastia, erano perfettamente in grado di padroneggiarla, tanto da lasciare capolavori immortali anche in grandi sculture realizzate con elementi particolarmente duri come la diorite o il granito. Possiamo, inoltre seguire l’evoluzione delle tecniche costruttive. Dalla piramide a gradoni di Zoser (III Dinastia), che in realtà è la sovrapposizione di “mastabas”, ma che sicuramente ne suggerì la forma, ai tentativi di Snefru (la piramide di Meidum, collassata per i continui asporti di materiale a partire dall’epoca greco-romana e il cui nucleo superstite ne rivela ancora la derivazione da quella a gradoni, quella romboidale, a Dashur, la cui pendenza fu cambiata, fino ad arrivare al profilo corretto con la Piramide Rossa, anch’essa a Dashur, alta in origine ben 105 metri). Sappiamo che grandi squadre (aper) composte da centinaia di persone venivano arruolate allorquando si iniziava la costruzione di una piramide e di alcune ce ne sono giunte i nomi. Davvero c’è da chiedersi cos’altro mai occorra per convincersi a lasciare la Grande Piramide al suo legittimo proprietario.

Ad ogni buon conto, Bauval (ed è questo il distinguo cui facevo cenno), forse per evitare uno scontro totale con l’egittologia ufficiale, non nega che le piramidi fossero state costruite durante la IV Dinastia. Semplicemente, conclude che furono erette in quel lasso temporale, ma seguendo un progetto di circa 8.000 anni prima(!). Per quanto riguarda la Sfinge sostiene che la data è ignota, ma più verosimilmente risalente al 10.500 a.C. Questo a causa dei fenomeni di erosione (di cui si è ampiamente discusso nelle puntate dedicate al saggio di Mark Lehner). Per di più, secondo Bauval, se si riporta la mappa celeste a come appariva 12.500 anni fa, l’ enorme scultura punterebbe ad una costellazione ben precisa (provate ad indovinare?). Ebbene sì, proprio quella del Leone. Straordinario, no? Peccato che gli studiosi abbiano smentito clamorosamente l’autore. Anche se ci riferiamo a quella lontanissima epoca né le Piramidi, né la Sfinge si allineavano rispettivamente con Orione e il Leone, né il Nilo alla Via Lattea (sì compare anche il sacro fiume d’Egitto, nell’ipotesi di rappresentazione di una mappa celeste in terra d’Egitto). E poi una considerazione del tutto personale: è credibile che 12.500 anni or sono una configurazione di stelle sia stata necessariamente immaginata come evocativa della figura di un leone? Tra l’altro, per quel che ne so, gli egizi raggruppavano e denominavano le costellazioni in modo diverso da quello che utilizziamo oggi che, se non erro, è di derivazione mesopotamica e non utilizzato dagli egizi almeno fino alla conquista macedone.

Una suggestiva immagine, rielaborata, che ci mostra la costellazione di Orione con la tipica Cintura composta da tre stelle apparentemente quasi allineate.

Per concludere brevemente l’argomento, senza entrare troppo in dettagli astronomici di cui non ho alcuna competenza, riporterò, semplificata al massimo, qualche valutazione di esperti in materia. Innanzitutto, occupiamoci velocemente di questa famosa costellazione che avrebbe ispirato gli Antichi Egizi. Il raggruppamento di Orione è facilmente riconoscibile, proprio per le tre stelle, leggermente disallineate, che ne costituiscono la cosiddetta cintura: si tratta Zeta di Orione, o “Al-Nitak”, Epsilon di Orione, o “Al-Nilam”, Delta di Orione o Mintaka. Quest’ultima stella appare collocata lievemente più a nord della diagonale ideale formata dalle 2 stelle più luminose.

Le stelle che compongono la Cintura sono Alnitak, Alnilam e Mintaka (ζ, ε e δ Ori). Queste tre stelle brillanti messe in fila permettono di individuare con facilità nel cielo invernale la costellazione di Orione, figura dominante nei cieli invernali boreali e nelle notti estive australi. Il loro allineamento è però solo apparente, dovuto alla loro posizione rispetto alla Terra: Alnitak dista 820 anni luce, Alnilam 1340 e Mintaka 915.

E’ proprio questo disallineamento (che si ripete nelle tre piramidi di Gizah) che ha dato l’idea ad Hancock e Bauval, che, ovviamente, sono partiti alla ricerca di “prove” che ne confermassero la validità. Le loro affermazioni sono però state contestate, in particolare da due famosi astronomi: Ed Krupp dell’osservatorio Griffith di Los Angeles e Anthony Fairall, professore di astronomia presso l’Università di Città del Capo.

Edwin Charles Krupp ( Chicago, USA 18 novembre 1944).
Astronomo, ricercatore, autore e divulgatore scientifico americano. È un esperto riconosciuto a livello internazionale nel campo dell’archeo-astronomia, lo studio di come le antiche civiltà osservavano il cielo e dell’influenza che tali visioni esercitavano sulle loro culture. Ha insegnato a livello universitario, come docente di planetario È stato direttore dell’Osservatorio Griffith di Los Angeles. Krupp nutre un particolare interesse per l’impatto dell’astronomia sugli antichi sistemi di credenze È noto per i suoi numerosi contributi in materia su cui ha scritto ampiamente, Ha visitato e studiato quasi 2.000 siti preistorici e storici in tutto il mondo. 

Anthony Patrick (Tony) Fairall (15 settembre 1943 – 22 novembre 2008)
Nato a Londra si è trasferito nel 1948 in Sudafrica con la sua famiglia. Ha studiato all’Università di Città del Capo Laureandosi in fisica nel 1965. Trasferitosi ad Austin, ha continuato i suoi studi presso l’Università del Texas. Lavorò con due dei più famosi astronomi dell’epoca: il francese Gerard de Vaucoileurs e lo svizzero Fritz Zwicky. Nel 1970, tornò a Città del Capo, dove fu impiegato come primo docente nel nuovo dipartimento di astronomia dell’UCT. Iniziò immediatamente un’importante indagine fotografica per trovare supernovae nelle galassie meridionali e nel 1977 scoprì la galassia Seyfert 1. Questa galassia, denominata ‘Fairall 9’, è successivamente diventata uno degli oggetti extragalattici più osservati. Nel 1988, è diventato direttore part-time del planetario di Città del Capo, incarico che ha ricoperto per 17 anni. In perfetto stile con il suo personaggio, incline all’amicizia e al rispetto, Fairall raramente ha assunto atteggiamenti critici sul lavoro dei colleghi. Un’eccezione notevole è stata quando è entrato in una discussione popolare sul significato astronomico dell’allineamento delle piramidi egiziane, confutando le affermazioni fatte da Graham Hancock e Robert Bauval. In proposito, Fairall scrisse: «È l’affermazione relativa alla data del 10.500 a.C. che contesto su basi astronomiche. Anche se non posso dire di approvare il modo in cui questo materiale è stato trasmesso al pubblico, riconosco che ha suscitato un notevole interesse sia per le piramidi che per le stelle». E venuto a mancare a seguito di un incidente occorso in una spedizione subacquea.

Effettuando ricerche separatamente studiarono l’angolo tra l’allineamento della Cintura di Orione con il Nord, nell’epoca citata dai due autori, scoprendo che la corrispondenza con il presunto allineamento delle piramidi era tutt’altro che perfetto: (47-50 gradi, nelle misurazioni fatte attraverso il planetari contro i 38 gradi delle piramidi). Krupp, osservando le immagini allegate da Bauval e Gilbert, notò inoltre che il leggero disallineamento delle piramidi risultava deviato verso nord, mentre quello della Cintura di Orione verso sud, per cui una delle due rappresentazioni doveva necessariamente essere stata capovolta. Krup e Fairall rilevarono altre incongruenze, tra le quali una davvero clamorosa riguardava la Sfinge. Se la colossale scultura doveva rappresentare il Leone, si sarebbe, dovuta trovare sulla riva opposta del Nilo (che, ricordo, i due autori affermano rappresentasse la Via Lattea per gli Antichi Egizi) rispetto alle piramidi e che nell’equinozio di primavera di 12.500 anni fa il sole era nella Vergine e non nel Leone. Senza contare il fatto che, come già ho esposto nella prima parte del post, le costellazioni come le conosciamo oggi nacquero in Mesopotamia e non furono riconosciute dagli egizi prima dell’epoca greco-romana.

Una spettacolare immagine scattata nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 2019 da Montevergine, in provincia di Avellino che ci mostra l’aspetto dellala costellazione alle nostre latitudini. Nella foto si possono vedere Sirio (Sopdet, per gli Antichi Egizi) la stella più luminosa in alto a sinistra e la Costellazione di Orione brillare al di sopra del Vesuvio e i paesi vesuviani.

Gli egittologi oggi accettano comunemente che la Sfinge rappresenti Chefren (al più c’è chi ne attribuisce la paternità a Cheope, ma cambia ben poco sotto l’aspetto temporale) e la retrodatazione supposta da Robert Schoch a causa dell’erosione è stata ampiamente contestata, da valenti studiosi (rimando a tal proposito al saggio di Mark Lehner presentato nell’ambito della stessa rubrica). In realtà è forte il sospetto che la data del 10.500 fu scelta per sostenere l’ipotesi dell’esistenza di un’antica civiltà scomparsa e tecnologicamente evoluta che sarebbe stata la progenitrice di tutte le altre. Resta da capire come mai, riferendosi a tempi così remote, ci sarebbero solo la Sfinge, le Piramidi e poco altro a testimoniarlo, mentre una miriade di manufatti rinvenuti ci conferma che l’umanità, all’epoca, si affacciava al Neolitico o era ancora nella fase finale del Paleolitico Superiore. Anzi, per quanto riguarda le Piramidi di Gizah, le ipotesi di Bauval e Gilbert, sembrano ancora più sconcertanti. Posto che furono realizzate secondo un piano stabilito all’incirca 8.000 anni prima(!), dove avrebbero trovato gli Antichi Egizi la documentazione che avrebbe permesso loro di realizzarlo? Su quale supporto e soprattutto in quale lingua avrebbero trasmesso questa idea?

Fonti:

  • Maurizio Damiano, Egitto vol. 4 pp. 281-284
  • Vassil Dobrev, dal volume I Tesori delle Piramidi a cura di
    Zahi Hawass
Storia egizia

IL REGICIDIO SACRO

A cura di Giuseppe Esposito

La storia, così scrive Ernst Gombrich[1], è come una fiaccola gettata in un pozzo dalle pareti scolpite: se osserviamo il suo precipitare, vedremo dapprincipio benissimo i bassorilievi che decorano le pareti poi, a mano a mano che la fiaccola precipita, continueremo a vederne la luce, ma più difficile sarà distinguere le figure, poi quella fiaccola diverrà per noi solo un chiarore e sempre più difficile sarà percepire cosa si trova sulle pareti del pozzo.

Succederà poi che solo un pallido barlume ci indicherà l’esistenza della fiaccola seguito poi solo da un indistinto bagliore che nulla ci consentirà più di vedere o di distinguere.

Se inquadrare il lavoro dello Storico è, perciò, complesso, quello dell’Archeologo lo è ancor più poiché per il primo, in qualche modo, esiste pure una sorta di luccichio nel buio mentre il secondo si trova spesso a dover operare in ambienti decisamente solo molto tenuemente illuminati dalla sicura conoscenza. Fedele a questa immagine, credo che quando si studia un argomento si debba, comunque, sempre partire dalle origini o da quelle che, in assenza di prove concrete, possono essere trovate nelle giustificazioni antropologiche di un determinato comportamento.

Se avete letto altri miei articoli, credo vi siate ormai abituati all’idea del mio girovagare sulla linea del tempo, ed è quello che faremo anche stavolta; il quesito che ci proponiamo, qui, è quello sull’effettiva istituzione del regicidio presso antichi popoli e, ovviamente, presso i nostri “eroi”, gli antichi egizi… esisteva, cioè, l’usanza di mandare a morte il re quando raggiungeva una certa età?

Cominciamo così il nostro viaggio nel tempo e proviamo ad andare indietro, indietro nei secoli… anzi no, nei millenni o, ancor più, nei milioni di anni, forse 1 o 2, ed entriamo in punta di piedi in quella caverna, sulle ripide pendici della montagna.

La forza

Sul fondo, le femmine e i piccoli sono raccolti, tremanti, attorno al fiore rosso che rischiara le pareti e il terrore li spinge a stringersi. Quando lei l’ha afferrato e trascinato fuori, il cucciolo era lì, vicino all’ingresso. Solo un ringhio sordo e un rapido balzo poi, anche stanotte la tigre dai denti a sciabola[2] ha ucciso! e ora anche i cacciatori hanno paura di uscire. 

Da due lune poi, la belva si è fatta ancora più sfrontata ed è pericoloso uscire anche di giorno per andare a dissetarsi alla pozza; eppure bisogna cacciare, bisogna uccidere selvaggina se il clan non vuole morire di fame… Chi andrà a caccia? Forse il più debole e malaticcio degli uomini che a stento è sopravvissuto all’inverno? Oppure il più furbo, il più forte, che ha visto ben 23 inverni ed è il più anziano della tribù?

Lui, Cresta Bianca, è l’unico che, per le sue doti fisiche, ha speranze di tornare vivo, ed è l’unico che può davvero procurare la selvaggina o, addirittura, se avrà fortuna o abbastanza paura, uccidere la tigre con i denti a sciabola. E’ tanto forte che tutti gli si sono sottomessi, gli hanno ceduto anche parte del loro cibo perché non si indebolisca; è lui il padre di tutti, ha diritto su tutte le femmine del clan e sulle parti più pregiate delle prede perché, proprio come un padre, da lui, dalla sua forza, dalla sua furbizia, dipende la vita…

Ma, come sempre avviene, anche quel padre invecchia e ora, all’età di quasi 26 anni, Cresta Bianca è decisamente vecchio e non ci si può più fidare di lui per la certezza del sostentamento… si rende imperativo che un altro prenda il suo posto, uno forte com’era lui, uno che non ha paura della tigre e di quel nuovo clan che si è insediato nei pressi della pozza. Tra gli adulti Guarda la Luna ha ormai quasi 20 anni, è decisamente molto più forte, molto più furbo, e già gli ha sottratto una delle femmine che, da lui ingravidata, ha fatto nascere un cucciolo. Le schermaglie tra i due maschi si susseguono sempre più di frequente e il cerchio dei vecchi del clan ha deciso che Guarda la Luna dovrà sostituire Cresta Bianca che, però, si sente ancora abbastanza forte e non vuole lasciare il potere.

Se si vuole cambiare c’è un solo modo: Guarda la Luna dovrà sfidare Cresta Bianca… ma non basterà allontanarlo dal clan, perché potrebbe allearsi con un altro gruppo per riprendersi ciò che ritiene suo, specie le femmine, Guarda la Luna dovrà necessariamente ucciderlo.

E così scorrono i secoli, e poi i millenni ma resta quest’usanza: il vecchio capo deve essere messo a morte quando non è più in grado di soddisfare i bisogni della tribù e non è detto che tale uccisione, da scontro diretto tra pretendenti, non sia stata nel tempo istituzionalizzata e codificata, che lo stesso Capo sappia, a priori, che questa sarà la sua fine; che il suo tempo durerà fino a che riuscirà a dimostrare la propria virilità e la propria forza poi… e non è parimenti detto che, nel frattempo, non si sia trovata una giustificazione addirittura divina perché egli accetti di buon grado la sua sorte sapendo che è destinato a ricongiungersi con le divinità della tribù: “Il tuo sangue bagnerà il suolo che diverrà più prospero per il tuo popolo e tu diverrai un Dio, e tra gli dei ti aspettano premi che noi viventi non possiamo neppure immaginare…” pare quasi di sentirlo quello sciamano che proclama, o inventa, la giustificazione per l’uccisione del suo capo…

Ed è appena il caso di ricordare come, presso alcune popolazioni nordiche, al presentarsi di una carestia, o di una calamità naturale, o di un’epidemia, si procedeva all’uccisione sacrificale del Re giacché si riteneva che gli elementi avessero prevalso poiché la sua forza mistica era scemata. La sua morte avrebbe così consentito alla comunità di rinascere e di nominare un altro Re ancora in possesso della necessaria forza magica.

La VACCA CELESTE

Al regicidio sacro non può, inoltre, che far riferimento l’uccisione del Dio Osiride da parte di suo fratello Seth, ma questa leggenda deriva da un’altra in cui è ancora più evidente, poiché espressamente dichiarato, il ricorso all’uccisione del vecchio re. La vicenda è narrata nel “Mito della Vacca Celeste[3]: Ra, non ancora Dio solare, è ormai un vecchio re; il popolo comincia a ritenerlo non più in grado di governarlo[4] e ne trama l’omicidio.

Ma Ra scopre il complotto e riunisce gli Dei per confrontarsi con loro; Nun, l’oceano primordiale da cui tutto nacque, fornisce al re il suo consiglio

«Figlio mio, sei un grande re. Afferma il tuo potere sul trono e ricorda la paura che incuti nelle persone quando il tuo occhio è su di loro. Lascia perciò che il tuo Occhio sia libero e Lei colpirà i ribelli per te. Libera Hathor e i malvagi intrighi saranno distrutti…».

Seguendo il consiglio, Ra libera perciò sua figlia, Hathor, il suo Occhio, che per la rabbia si trasforma in Sekhmeth, la Dea leonessa, che inizia la strage degli uomini:

«Il deserto era macchiato di rosso sangue mentre l’Occhio inseguiva i traditori e li massacrava uno per uno. Non si fermò finché le sabbie non furono ricoperte di corpi. Poi, temporaneamente sazia, tornò trionfante da suo padre per vantarsi dei suoi successi».

Accadde così che Ra, forse temendo che l’azione distruttiva di Sekhmeth potesse portare alla scomparsa dell’intero genere umano, cercò di fermare la figlia che, però, «…aveva assaggiato la carne umana e le era piaciuto…». Si rende perciò necessario uno stratagemma per fermare la strage: ottenuto a Menfi pigmento rosso, Ra lo mescola a una bevanda fino a ricavarne «…settemila boccali di birra color sangue…». Fu così che, credendolo sangue, «…dimenticando l’umanità, l’Occhio di Ra bevve la birra, rimase confuso e tornò da suo padre, ubriaco e soddisfatto[5]. Ra accolse così sua figlia in pace». Sekhmeth tornò, perciò, nelle sembianze di Hathor, eppure il vecchio re: «…trovava impossibile perdonare le persone e non voleva più governare la Terra», fu così che Ra salì in groppa a Nut, la Dea del cielo che, trasformatasi in Mehet-Wehet, la Vacca Celeste, lo portò nel cielo lasciando gli uomini privi di luce e così terrorizzati che ne chiesero, invano, il ritorno sulla terra. Fu così che Ra, trasformatosi ormai nel Dio del Sole, iniziò il suo viaggio giornaliero: ingoiato da Nut di notte, e perciò sostituito in quest’arco di tempo dal Dio della luna, Toth, rinasceva al mattino per il suo percorso diurno.

Ovvio immaginare che anche questa “fuga” nel cielo, questa improvvisa scomparsa, possa ugualmente ammantare il sacrificio del re, oppure un suo suicidio rituale, con una giustificazione divina che imponesse, comunque, il potere di Ra sul mondo anche dal suo mondo ultraterreno. Ra, infatti, nonostante tutto, si preoccuperà ancora degli uomini e sulla terra proclamerà un nuovo re, Osiride (in tal senso, è pure possibile individuare in costui il nuovo re che ha vinto la “battaglia” per la sostituzione sul trono del vecchio re).

Gli uomini, avendo così compreso che un complotto contro il sovrano avrebbe potuto nuovamente risvegliare Hathor/Sekhmeth, giunsero al convincimento che il re era l’unico in grado di mantenere, con la sua saggezza e i suoi poteri, l’ordine cosmico mediante la Maat e che, perciò, era forse più giusto praticare sacrifici giornalieri a Sekhmeth, piuttosto che tramare per eliminare una tale fonte di sapienza.

La storia, comunque, si ripeterà e come andrà a finire tra Osiride e Seth lo sappiamo…  

LA SAGGEZZA

Testa del re/regina Hatshepsut (New York, Metropolitan Museum of Art) il cui mento, pur trattandosi di una donna, è ornato dalla barba[6], simbolo proprio della saggezza con cui il re doveva governare il suo popolo

Passano ancora i secoli, e il nostro Re non invecchia più così velocemente, le condizioni di vita sono certamente migliorate, ed egli, inoltre, ha dalla sua non più solo la possanza fisica, ma un’altra cosa altrettanto importante nel momento in cui si deve governare: l’esperienza, la conoscenza, la saggezza, e perdere questi valori potrebbe essere davvero deleterio per l’intera comunità.

D’altra parte, non è più così importante che il Re sia il più forte: per combattere ci sono ormai i soldati e, per catturare la selvaggina, i cacciatori, che dispongono di armi più moderne… eppure, quell’uccisione rituale, ormai consolidatasi nelle tradizioni della tribù, resta una legge imprescindibile “quando il Re non ha più la sua possanza fisica”… è davvero un bel dilemma.

Beh, avrà pensato un discendente dell’antico sciamano, un sacerdote della massima divinità, prima di uccidere il Re vediamo di “salvare il salvabile”, vediamo di tutelare “la testa” con quel che contiene… vediamo se il re è ancora fisicamente valido… sottoponiamolo a prove di fisicità: facciamolo correre attorno alle mura della città e, se resiste, facciamolo “rinascere” per un altro periodo dopo il quale dovrà ripetere la corsa…

Ma le città prosperano, diventano sempre più ampie e una corsa attorno ad Ineb Hedj, il Muro Bianco, oggi sfiancherebbe anche un giovane. Ma è poi così importante che il vecchio Re faccia il giro di tutta la città? E se concentrassimo la città in un simulacro, in una finzione che, magicamente, la rappresenti? Forse nel recinto del rivoluzionario complesso sacro[7] che il Re si è fatto costruire là, nella piana di Sokar[8], il Dio dei morti, si potrebbero realizzare due “mete” a forma di “B”, e imporre loro, magicamente, che rappresentino non solo una città, ma addirittura l’interno Paese da poco unificato, il nord e il sud. Se il Re potrà percorrere quel tragitto, dimostrerà perciò di avere ancora la forza bastante per governare non solo sul piccolo territorio cittadino, ma sull’immensa terra di Kemi.

Il complesso funerario di Djoser a Saqqara. Nel cortile “sud”, indicati come “marcatori di confine” le due “mete” a forma di “B” tra cui si doveva svolgere la corsa rituale della festa Heb Se

E così la corsa rituale diventa la festa giubilare, l’Heb Sed[9], con cui il sovrano dimostra di essere ancora in condizioni di prendere decisioni indipendentemente dalla sua possanza fisica. Qualcuno ha obiettato che nella storia millenaria dell’Antico Egitto non si ha notizia di una festa giubilare con esito negativo per il Re e che, perciò, non sappiamo quale sarebbe stato l’esito in caso contrario. Se, cioè, il Re men che aitante sarebbe stato effettivamente ucciso.

I geroglifici che indicano Heb-Sed

Io credo non solo che questo non sarebbe avvenuto, ma che non sia da escludersi che la corsa rituale, in caso di effettiva “stanchezza” fisica del re, potesse addirittura essere eseguita da un suo rappresentante (un po’ come il “campione” dei tornei medievali che combatteva per il re, ricordate?).

E questo poiché, lo ribadisco, quel che ormai interessava in quei tempi NON era più la possanza fisica, non c’era più da cacciare per la comunità o difenderla in prima persona dagli attacchi della bestia feroce, o di altri clan, quello che davvero interessava non era più la forza bruta ma, ormai, la capacità mentale per governare. Era quindi necessario che il Re, anche se vecchio e acciaccato, sapesse ordinare ad altri di farlo in sua vece, in poche parole, continuasse a regnare.

E questo non escludendo, ovviamente, che, con una legge “ad personam”, un bel giorno un Re/Dio si sia posto il dilemma e abbia deciso che era ora di smetterla di ammazzare… il Re…

L’antropologo James George Frazer che, nel suo “Il ramo d’oro”, trattò del Rex Nemorensis

Forse ancora all’antica tradizione dell’uccisione del Re si rifaceva la figura del Rex Nemorensis[10]. Non si trattava, certo, di un re nel senso della parola poiché era, di fatto, uno schiavo fuggiasco sacerdote di Diana Aricina, ma è un dato di fatto che regnava nei boschi del lago di Nemi, ed era ben consapevole che il suo regno sarebbe durato solo fino a quando un altro a lui pari, dotato di maggior forza e astuzia, non lo avesse sorpreso e ucciso per occuparne il posto.

Benché non sia riuscito a trovare evidenze storiche o archeologiche, si narra che, presso gli etruschi, il Lucumone, il Re sacro, eletto o prescelto dagli Dei, fosse destinato al suicidio dopo un certo numero di anni di regno poiché doveva dimostrare che tutto quel che aveva fatto lo aveva fatto nel solo interesse del suo Popolo e non per arricchirsi personalmente… (lo so a cosa state pensando…l’ho fatto anch’io… e poi diciamo che quelle erano popolazioni primitive?).

Roma, 23/11/2021


[1]     Ernst Hans Josef Gombrich (Vienna 1909 – Londra 2001), è stato uno storico dell’arte austriaco. Di origine ebraica, fu costretto a fuggire in Gran Bretagna assumendo la nazionalità inglese. Sua è la “Breve Storia del Mondo” (scritto nel 1935 e pubblicato, per la prima volta, nel 1985; edizione italiana, edita da Salani, del 2006), da cui è tratta l’idea della fiaccola, e “La Storia dell’Arte”, scritto nel 1950, considerato il testo più completo in materia, che ha raggiunto ad oggi le oltre cento edizioni in quasi tutte le lingue del mondo (edizione italiana “La Storia dell’Arte raccontata da E, Gombrich”, Einaudi 1966 e successive fino al 1995 nella collana “Leonardo”, sempre di Einaudi).

[2]    Una specie di felini del pleistocene era costituita dai macairodonti il più noto dei quali è lo “smilodon”, più usualmente noto come “tigre dai denti a sciabola” per la abnorme crescita dei canini superiori.

[3]    Tracce del “Mito della Vacca Celeste” risalgono all’Antico Regno e ai “Testi delle piramidi” risalenti, in particolare, alla V e VI dinastia, ma il corpus maggiore risale al Nuovo Regno e, in particolare, a tombe della XVIII e XIX dinastia. Stesure del mito si trovano, infatti, nella tomba KV62, di Tutankhamon (peraltro la prima in cui il testo venne riconosciuto come tale); nella KV7 di Ramses II; KV11 di Ramses III e KV9 di Ramses VI. La versione più completa, tuttavia, è quella rinvenuta nel 1817 da G.B Belzoni nella tomba KV17 di Sethy I. In questo sito, infatti, si trovano 330 versi del “mito” ripartiti in 95 colonne; essendo il testo mutilo, tuttavia, per le traduzioni complete ci si appoggia al testo della KV62 di Tutankhamon e, segnatamente, nella parte compresa tra la colonna 31 (corrispondendo la 30 alla 95 della KV17) e la 39.

[4]    «…Accadde al tempo di Ra, colui che creò se stesso, quando già da molti anni governava sugli Dei e sugli uomini […]. La gente non era soddisfatta e i ribelli osarono cospirare contro il loro re…» 

[5]    Tanto era radicata tale leggenda, che ancora in periodo greco-romano, in Egitto si svolgeva un rituale dedicato ad Hathor/Sekhmeth, la “Festa dell’ubriachezza”, che comprendeva danza, musica e un abbondante consumo di bevande alcoliche.

[6]    Nel caso specifico, si tratta di una barba “osiriaca” che assimila, cioè, Hatshepsut al Dio dei morti Osiride. Esistono, tuttavia, rappresentazioni in cui indossa pur sempre la barba posticcia tipica di tutti i sovrani, di differente foggia.

[7]    Il riferimento è al complesso funerario di Re Djoser (~2680-2660 a.C.) a Saqqara. Opera dell’architetto Imhotep, è considerata la prima costruzione in pietra dell’Antico Egitto. Alla famosa “piramide a Gradoni”, costituita da sei mastabe sovrapposte, si affiancano altre costruzioni solo apparentemente fruibili, in una sorta di ricostruzione fittizia della città. Si tratta, in realtà, di simulacri di edifici, come in una specie di scenografia teatrale. Può essere interessante conoscere che nel complesso non si trova mai il nome Djoser, bensì quello di Horus Netjrikhe; unica prova che identifichi Djoser come Horo Netjrikhe è in una lunga iscrizione rupestre (detta “della carestia”) di epoca tolemica nell’isola di Sehel (prima cateratta) in cui si narra come il re Netjrikhe Djoser, preoccupato per una carestia che da sette anni affliggeva il paese, avesse chiesto consiglio al saggio Imhotep. Per finire il racconto, basterà dire che Djoser, avendo appreso che la piena del Nilo era sotto il controllo del dio dell’isola di Elefantina, Khnum, lo aveva placato facendogli dono di un ampio tratto della bassa Nubia.

[8]    Il termine Saqqara, che oggi indica la necropoli nei pressi del Cairo, si ritiene possa derivare proprio da Sokar, l’antico dio dei morti con centro di culto a Menfi, normalmente rappresentato mummiforme con testa di falco.

[9]    La Heb-Sed costituiva la “festa giubilare” dei re e veniva celebrata, almeno in origine, dopo i primi trent’anni di regno (anche se esistono riscontri di feste celebrate anche prima dei trent’anni). Si trattava di una festa di rigenerazione delle forze del re e, successivamente alla prima, la stessa veniva ripetuta con cadenze anche irregolari e ogni volta che si rendeva necessario, in qualche modo, riaffermare il potere.

[10] Il Rex Nemorensis, il Re di Nemi, era, in realtà il sacerdote della Dea Diana che “governava” sul bosco sacro alla Dea che si trovava, appunto, nei pressi della località suddetta. Vuole la tradizione che la carica spettasse a uno schiavo fuggiasco che occupava la carica, sacra, dopo aver ucciso il suo predecessore e fino a che, a sua volta, non fosse stato ucciso da un altro suo pari. Del Rex Nemorensis e della tradizione, anche antropologica, legata a questa figura, si è interessato James George Frazer (Glasgow 1854 – Cambridge 1941) nel suo “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, del 1890 (traduzione italiana “Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione”, Newton & Compton editori, 1992) .

Tutankhamon

I COLLARI FLOREALI DI TUTANKHAMON

A cura di Luisa Bovitutti

I COLLARI FLOREALI DAL DEPOSITO DI IMBALSAMAZIONE DI TUTANKHAMON

Questi collari floreali larghi 40 cm. e straordinariamente conservati provengono dal deposito di imbalsamazione di Tutankhamon; essi sono costituiti da file alternate di petali, fiori, foglie, bacche e perline di maiolica blu cuciti su di un supporto di papiro bordato con un panno rosso e venivano fissati al collo di chi li indossava tramite cordicelle di lino.

Sono state identificate foglie di persea e di ulivo di diverse sfumature di verde e d’argento, fiordalisi, papaveri, petali di loto blu, fiori gialli di picris asplenoides e bacche rosso-arancio di withania somnifera, che dovevano necessariamente essere freschi al momento dell’utilizzo, perché diversamente sarebbe stato impossibile fissarli.

Osservando che i fiori inseriti nei collari sbocciano tra la fine di febbraio e la metà di marzo, l’egittologa e botanica tedesca Renate Germer stabilì che il funerale di Tutankhamon si svolse all’inizio della primavera; Rolf Krauss posticipò di poco tale data, collocandola tra marzo ed aprile; visto che il processo di mummificazione durava circa 70 giorni, il giovane re morì tra metà novembre e metà febbraio.

Winlock ipotizzò che questi collari fossero stati indossati dai partecipanti al banchetto funebre, ma oggi si ritiene più probabile che decorassero i sarcofagi o le statue del re, in quanto un collare simile fu trovato da Carter sulla bara più interna di Tutankhamon.

I COLLARI FLOREALI SUI COPERCHI DEI SARCOFAGI DI TUTANKHAMON
FORSE L’ESTREMO OMAGGIO DELLA SUA GIOVANE VEDOVA?

Sul malridotto sudario di lino che copriva il coperchio del secondo sarcofago del re sono state rinvenute due ghirlande floreali: la più piccola di esse circondava l’ureo ed era costituita da foglie di ulivo e da fiordalisi; le foglie erano fissate su di un supporto di papiro in modo da mostrare le due facce alternate e creare così un motivo verde ed argento.

La seconda era formata da quattro strisce di decorazioni floreali: due di foglie di ulivo e fiordalisi, una di foglie di salice, petali di loto e fiordalisi e una di foglie di salice, di sedano selvatico e fiordalisi.

Anche sopra il tessuto di lino rosso che copriva il terzo sarcofago, quello d’oro massiccio, era disposto un collare costituito da nove file di fiori, foglie e bacche cuciti su di un supporto semicircolare di papiro; la prima, la seconda, la terza e la settima fila erano di foglie di palma da dattero, di anelli di maiolica verde e azzurra e di bacche rosse di withania; la quinta di foglie di salice e di melograno, di petali di loto azzurro e di bacche di withania, la sesta di fiordalisi e di fiori di picris, di foglie di melograno e di bacche di persea.

Le ghirlande potevano anche essere poste sulla testa della mummia: già ho parlato della corona di giustificazione, che simboleggiava il superamento del giudizio di Osiride (a questo link: https://www.facebook.com/…/44998…/posts/1105203936949643)

Nella tomba, contro la parete che portava alla camera funeraria, Carter rinvenne anche mazzi di giunchi e rami di persea, che erano stati portati dai dignitari in processione (nella foto se ne nota uno, appoggiato al muro, di fianco alla statua del re).In occasione del funerale e delle feste celebrate nella necropoli, la più importante delle quali era la Bella Festa della Valle (più informazioni a questo link: https://www.facebook.com/…/449981…/posts/666237224179652), era altresì consuetudine offrire ai defunti dei cuscini di fiori composti su di un asse verticale di steli di papiro chiamati “ankh”, ossia ”vita”, che evocavano una speranza di rinascita.

Nel periodo storico è documentato l’uso di fiori di acacia nilotica, centaurea, dofinella orientale, ninfea azzurra, loto, papavero, picris e sesbania; di foglie di persea, salice, aglio, coloquinta e vite; di rami di sicomoro, persea e mirto, di talee di parmelia e di spighe di grano.

In epoca tolemaica e romana vengono utilizzate specie vegetali differenti, alcune delle quali provenienti dalla Persia ed in passato sconosciute in Egitto, come il loto rosa e la rosa, che per il suo profumo sostituì spesso i fiori nelle composizioni funerarie.

Continuarono ad essere utilizzate le foglie di persea, di vite, di olivo e di salice, e fanno il loro ingresso le fibre di palma da datteri e di gramigna, le canne, i giunchi, i baccelli ed i gambi di sesbania, i frutti del lichene, i gambi del terebinto, i rametti del rosmarino e della maggiorana, le foglie del cedro, del banano e del lauro, i fiori di amaranto, sempreviva, rosa di Gerico, i frutti ed i gambi della ferula, i grani di tassia, la lavanda.

FONTI:

Tutte le fotografie in bianco e nero sono state scattate da Burton all’epoca della scoperta della tomba.