Personaggio cardine della società burocratica egizia, lo scriba fu descritto, dalle immagini come dalla letteratura, come la colonna portante della società.
Gli scribi nella società egizia erano burocrati, ma il significato della professione era più profondo.
La scrittura era la “parola di dio”, per il suo magico potere creativo ; possederne il “segreto” dava grande importanza allo scriba.
Uno dei più importanti caratteri della società egizia fu il suo genio amministrativo, l’aver inventato, applicato e, a quanto sembra, aver fatto egregiamente funzionare, una complessa macchina burocratica, di cui lo scritturale o scriba, era a un tempo l’ingranaggio e il simbolo.
La scuola degli scribi era accessibile solo ai maschi, l’apprendimento consisteva nella memorizzazione del sistema di scrittura e poi negli interminabili esercizi di copiatura di testi che spesso contenevano insegnamenti morali.
Presso i maggiori templi si trovavano poi le “Case della Vita”, che in linea di principio non erano vere scuole, ma piuttosto centri in cui gli scribi templari copiavano i testi da rivendere a biblioteche private o da porre nei sepolcri ; tuttavia, dato che la copiatura era il sistema tradizionale di insegnamento, le Case della Vita, divennero di fatto delle scuole e dei centri di ricerca filosofica, scientifica, letteraria, ma soprattutto religiosa.
Fonte:
Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori.
UN’EMINENZA GRIGIA ALLA CORTE DEGLI ULTIMI SOVRANI DELLA XIX DINASTIA.
A cura di Luisa Bovitutti, Grazia Musso e Nico Pollone
Ricostruiamo la storia di un uomo che con i suoi intrighi ha raggiunto le più alte vette del potere per poi finire miseramente i suoi giorni, forse distrutto dalla sua ambizione.
LE ORIGINI ED I PRIMI ANNI DELLA SUA CARRIERA
Bay salì alla ribalta durante il regno di Sethi II e rivestì un ruolo politico determinante nella fase finale della XIX Dinastia.
Le sue origini sono oscure, probabilmente era asiatico, forse siriano, perché egli stesso si definiva qr nrS mHy, “uno straniero da quella terra del nord”, che indicherebbe la sua provenienza dal Vicino Oriente; ma l’interpretazione è ambigua, e l’espressione potrebbe anche significare semplicemente “un visitatore dalla terra del Nord” ossia MHw, la regione del Delta; l’unica informazione certa che si può trarre dalle fonti, quindi, è che non era di origini tebane e non veniva da Tebe.
Egli viene generalmente identificato nel personaggio chiamato Iarsu (o Irsu, Arsu, Yarsu) del quale si fa menzione nel Grande Papiro Harris I, che Ramses III fece redigere per celebrare se stesso e suo padre Sethnakht, a suo dire fu scelto proprio dagli dei come restauratore dell’ordine in Egitto dopo il periodo di anarchia coinciso con gli ultimi anni della XIX Dinastia e con lo strapotere di ” un certo siriano” di nome Yarsu.
Ramses III così si esprime:
“Ascoltate: che io possa informarvi delle cose buone che ho realizzato mentre ero re del popolo.
La terra d’Egitto era sottosopra e ogni uomo era privato dei suoi diritti.
Per anni era mancato un potere centrale e il paese d’Egitto era nelle mani dei capi e dei governanti delle città, in lotta tra loro.
In seguito venne Yarsu (Bay), un certo siriano che prese il potere.
Egli rese tutto il paese suo tributario; unì i suoi compagni e saccheggiò i possedimenti altrui.
Essi fecero gli dei simili agli uomini, e nessuna offerta fu presentata nei templi.
Ma quando gli dei si determinano alla pace, per riportare la terra al suo consueto ordine stabilirono che fosse sovrano di ogni terra, sul loro grande trono, il loro figlio, che uscì dalle loro membra, Userkhara-Setepenra Meritamon, vita, prosperità e salute, Figlio di Ra, Sethnakht, Merenre-Meriamon, vita, prosperità e salute.
Egli era Kepri-Shet quando è in collera; riportò l’ordine sulla terra che era stata ribelle ; uccise i i ribelli che erano nella terra d’Egitto ; purificò il Grande Trono d’Egitto; fu Sovrano, vita, prosperità e salute, delle Due Terre, sul Trono di Atum. Ha riportato sulla dritta via coloro che avevano deviato.
Ogni uomo conosceva suo fratello….. ha riconsegnato i templi alle divinità e sono ricominciate le consuete offerte”.
Bay comincio’ la sua carriera probabilmente con Ramses II o Merenptah ed il suo primo incarico ufficiale potrebbe essere stato quello di sacerdote nel tempio di Heliopolis, dove è stata trovata una sua statuetta; sotto Sethy II è attestato come scriba e maggiordomo del re (portava i titoli di sS nswt e wdpw nswt), ruoli che in questo periodo erano frequentemente ricoperti da Siriani.
Soffitto della tomba di Siptah, la KV47
IL “CREATORE DI RE”
Durante il regno di Siptah, per ragioni sconosciute, lo status ed il potere di Bay crebbero in modo considerevole: scomparve la precedente titolatura ed egli acquisì il ruolo estremamente prestigioso di “Unico Compagno, Grande Cancelliere di tutta la Terra” (imy-r xtmty n tA r Dr. f), che gli conferì poteri immensi, analoghi a quelli della reggente Tausert.
In due occasioni ed in particolare su di una stele rinvenuta ad Assuan egli si presentò anche come “colui che ha posto il re sul trono di suo padre” ( LD 202c – titolo normalmente esclusivo del re o delle divinità), rivendicando per sé il merito di avere aiutato Siptah a farsi riconoscere come erede di Sethi II, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli su come ciò sarebbe avvenuto.
Le poche immagini esistenti di Bay lo mostrano in piedi dietro Siptah, in una posizione insolita per i canoni artistici dell’epoca ; è chiaro che facendosi rappresentare in questo modo voleva accreditarsi come protettore del sovrano.
Ma davvero egli ebbe il ruolo attribuitosi?
Gli studiosi non concordano sull’identità del padre di Siptah. Cyril Aldred in particolare ritiene che egli fosse figlio di Amenmesse ed unico discendente diretto di Merenpt ( alcuni pensano che potesse essere suo figlio) per cui legittimo erede di Sethi II : in questo caso la successione sarebbe verosimilmente avvenuta senza scossoni, anche senza l’appoggio di colui che sarebbe poi diventato Gran Cancelliere.
Altri pensano invece che Siptah nacque da Sethi II e dalla concubine siriana Tiaa e che divenne principe ereditario dopo la morte di Sethi-Merenptah, il figlio primogenito della Grande Sposa Reale Tausert.
A questo proposito si è ipotizzato che Bay fosse il fratello o un parente stretto della moglie secondaria del faraone e ciò spiegherebbe la sua incredibile parabola ascendente, gli sforzi che profuse per porre suo nipote Siptah sul trono al quale aspirava anche Tausert ed il motivo per cui gli venne attribuito un ruolo così dominante sui monumenti reali.
L’interpretazione è verosimile ( ma del tutto sfornita di prove), laddove si osserva che il Gran Cancelliere non poteva contare su alleanze potenti a corte , in quanto non era né nobile, né tebano e doveva misurarsi con ben altri personaggi influenti, come ad esempio il visir o i rappresentanti delle più elevate gerarchie del clero, tra i quali spiccava Bakenkhonsu, sommo sacerdote di Amon.È comunque indubbio che Bay trasse notevoli vantaggi personali dall’appoggio garantito a Siptah, il quale divenne re a soli dodici anni ed aveva problemi di salute: il Gran Cancelliere infatti assunse il nome di Ramesseo – Khamenteru, come se fosse egli stesso diventato faraone ed affiancò la reggente Tausert nel governo del Paese (alcuni ricercatori ipotizzano addirittura che ne fosse l’amante). In ogni caso ebbe il pieno controllo sul tesoro d’Egitto ed acquisì a corte una posizione così elevata da essere ritratto su vari monumenti nelle stesse dimensioni del re e della regina : tale circostanza è senza precedenti, in quanto ” l’arte” ufficiale egizia prevedeva che il faraone venisse ritratto in scala maggiore rispetto a ogni altro personaggio, con l’unica eccezione delle divinità.
Esempi di questa particolare iconografia si trovano nel tempio di Amada in Nubia: sul portale Siptah. Tausert è Bay sono raffigurati tutti e tre con le medesime dimensioni.
Lo stipite del tempio di Amada: a sinistra Bay, a destra con i sistri, Tausert
L’UOMO VENUTO DAL NULLA DIVENTA “PORTATORE DEL FLABELLO DEL RE” E ” MESSAGGERO DEL RE IN SIRIA E IN NUBIA”
Una volta conquistato il posto a fianco di Siptah, il Grande Cancelliere Bay ampliò a dismisura il suo potere già notevole.
Sul rilievo del pilastro 16, lato meridionale, del tempio di Buhen è definito “portatore del flabello alla destra del re” (titolo solitamente riservato ai figli del sovrano) e “messaggero del re in Siria e Nubia”, su di un pilastro nel lato nord è rappresentato Siptah che compie libagioni alla dea Bastet e dietro di lui si nota la figura di un flabellifero dal nome illeggibile, ma che probabilmente è Bay in quanto porta i titoli già descritti.
Analoga raffigurazione si ha presso lo Speos di Horemheb a El Silsila.
In effetti una tavoletta rinvenuta nell’archivio della casa del mercante Urtenu a Ras Shamrs in Siria, sito corrispondente all’antica Ugarit, riporta un frammento di una lettera inviata da un tal ” Beya capo delle truppe del grande re della terra d’Egitto”, ad Ammurapi, l’ultimo re di Ugarit, il cui regno era devastato dalle razzie dei pirati.
Lo Speos di Horemheb – Gebel El Silsila
Gli studiosi, ed in particolare Itsmar Singer, pensano che Beya sia Bay, in ragione dell’indiscutibile assonanza dei nomi ( tra l’altro inconsueti, il che induce ad escludere un’omonimia) ed in considerazione del fatto che non è documentato nessun altro capo delle truppe; sebbene questo titolo non sia altrimenti attestato per il Gran Cancelliere, non bisogna dimenticare che egli cadde in disgrazia e che i suoi avversari politici cercarono di cancellarlo dalla storia, per cui è possibile che ulteriori richiami siano stati distrutti. Queste fonti dimostrano che Bay gestiva i rapporti diplomatici con Ugarit ed aveva assunto il controllo degli affari esteri egizi; tali rapporti privilegiati con il sovrano straniero, con il quale egli intratteneva una corrispondenza diretta, sono del tutto insoliti ed è possibile che gli siano stati delegati questi compiti delicatissimi proprio per le sue origini siriane e la sua conoscenza della lingua in uso in quei paesi.
Il ruolo di portavoce del re è ribadito anche da un rilievo scolpito nella stele ad Assuan ( LD III, 202 c) Bay è descritto come “scacciatore di menzogne e presentatore di verità”, titolo normalmente riservato al solo sovrano.
Siptah manifestò il suo grande favore nei confronti del suo più importante funzionario concedendogli il grande privilegio (in passato riservato solo a Yuya e Tuya, genitori della regina Tiye) di costruire la propria tomba (KV13), nella Valle dei Re, accanto a quella propria ed a quelle di Sethi II e di Tausert; Hartwig Altenmuller, che l’ha scavata, ha dimostrato che essa aveva le caratteristiche di un ipogeo regale e dimensioni analoghe a quella della reggente e solo di poco inferiori a quella del giovane sovrano; dalle iscrizioni su alcune giare di vino di Siptah, inoltre, si apprende che benefica a del culto funerario del faraone.
A ciò si aggiunga che in ognuno dei depositi di fondazione del tempio funerario che Siptah si era fatto costruire a Tebe vicino al Ramesseo, sono stati trovati un blocco di arenaria con i titoli e il nome di Bay (U. C. 1436 – Petrie Museum – Londra) ed una collezione di oltre 100 oggetti appartenenti al cancelliere, questo potrebbe significare che egli aveva una cappella funeraria all’interno del tempio del suo re.
IL BLOCCO DI ARENARIA CON IL NOME DI BAY NEL DEPOSITO DI FONDAZIONE DEL TEMPIO FUNERARIO DI SIPTAH
Il tempio funerario di Siptah sorgeva sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor ed era posto tra il tempio di Tuthmosis III ed il Ramesseum; oggi rimangono solo le trincee di fondazione ed uno strato di pietra al loro interno, e non è possibile stabilire se venne distrutto dopo la morte del giovane sovrano, oppure se non fu mai terminato, restando così fermo ad un primo stadio della costruzione. Sul retro c’era una piccola cappella in muratura destinata al culto del re.
Nelle immagini, i resti del tempio ed il blocco di arenaria con il nome di Bay (le due infiorescenze di canna e l’animale con le corna sopra di esse) trovato nel deposito di fondazione; a sinistra di esso un altro blocco con i cartigli di Siptah.
LA CADUTA
La parabola ascendente di Ay si interrompe in modo assai brusco nell’anno 5 del regno di Siptah, quando fu condannato a morte e giustiziato per ordine dello stesso sovrano, così come si evince da un ostracon scoperto e pubblicato nel 2000 da Pierre Grande dal titolo “L’execution du chancellier Bay” ( O IFAO 1864′ 2000).
Il recto del reperto, infatti, è un annuncio pubblico fatto agli operai del villaggio di Deir El-Medina che recita:
“Anno 5, III Shemu, 27°. Oggi lo scriba della tomba, Paser, è venuto ad annunciare:” Il Faraone, Vita, Prosperità, Salute – ha ucciso il grande nemico Bay “.
Regicidi è assassini politici non erano infrequenti nell’antichità, ma l’epurazione di Bay ha certamente destato grande scalpore lungo le rive del Nilo, non solo presso il popolo, ma anche nelle stanze del potere, dove tutti quelli che lo avevano appoggiato devono aver tremato temendo di essere trascinati a loro volta nella rovina.
Il nome di Bay fu rimosso dalla sua tomba, che venne lasciata incompleta e che fu usurpata molti anni dopo da Montuherkhepshef, un principe della XX Dinastia figlio di Ramses IX; inspiegabilmente, tuttavia, furono risparmiati quei rilievi pubblici che lo raffiguravano.
Cosa effettivamente sia successo non è dato sapere; è certo che, liberatosi di lui, Tausert divenne l’unica detentrice del potere e alla morte prematura del figliastro assunse il ruolo di Sovrano delle Due Terre.
FONTI:
Safronov A., ” New Titles of the Great Chancellor Bay”. The Journal of Egyptian Archaeology, vol 99, Egypt Exploration Society, 2013, pp 290-95
Chi desidera sapere qualche cosa in più sull’archivii di Urtenu, guardi questo interessante articolo: https:www Archaeology.org/issues/430-2107/ features/9752-ugarit-bronze-age-archive
Carter 008, JE60723. Legno stuccato e dipinto, altezza 30 cm
Questo è uno dei reperti più controversi della tomba. Il numero di catalogo di Carter (008) lo identifica come uno dei primi ritrovati nell’Anticamera (pensate che il cofanetto dipinto descritto qui https://www.facebook.com/…/permalink/1017283632408341/ – il primo ad uscire dalla tomba – ha il numero 021), eppure non fu fotografato da Burton nella sua posizione originale né descritto da Carter, che si limita a scrivere nella scheda dedicata:
“È stata rimossa dal magazzino n. 4 (nota: la tomba KV4 usata come magazzino ed occasionalmente come zona pranzo) da rappresentanti del governo egiziano e inviato al Cairo come prova della mia mancanza di integrità. Di conseguenza la testa si è molto danneggiata”.
In effetti, oltre a diverse sezioni dello stucco dipinto staccatisi, la testa presenta una profonda spaccatura sul lato sinistro, che purtroppo non possiamo sapere quando si sia verificata.
Il 30 settembre 1924, mentre Carter è in Inghilterra furibondo dopo una lite con il Ministero (che riguarda anche la “spartizione” dei reperti), arriva un’ispezione a sorpresa del Dipartimento delle Antichità alla tomba KV4. La guida Pierre Lacau in persona, con il suo vice Rex Engelbach ed alcuni funzionari egiziani. Tutto sembra in ordine, ma quando stanno per andarsene, Lacau fa aprire una cassa della Fortnum & Mason (specialisti nella fornitura di beni alimentari di lusso) etichettata come “vino rosso”. Una soffiata? All’interno trovano la testa. I funzionari egiziani accusano apertamente Carter di furto, mandano un telegramma al Primo Ministro Zaghlul. Si parla di negare ogni ulteriore concessione a Carter, di arrestarlo se tornasse in Egitto. Ma, inaspettatamente, proprio Lacau offre una via d’uscita. Chiede, tramite Engelbach e Winlock, “se non fosse per caso tra i reperti ritrovati sulla scala di ingresso, prima dell’apertura della tomba, e non ancora catalogato da Carter”. Carter, informato da Winlock con un telegramma criptato, ovviamente conferma. La cosa non ha nessun senso, la testa avrebbe potuto essere lì solo abbandonata dai ladri, che non avrebbero mai rubato un oggetto per loro senza valore, senza oro o gioielli. E la testa non era mai stata mostrata tra i primi reperti recuperati, quindi è una colossale bugia. Ma a tutti va bene questo escamotage, e nel clima di incertezza politica di quegli anni Carter rimarrà a guida della scoperta.
La testa in sé è un capolavoro di ebanisteria. Emerge da un fiore di ninfea (non loto! Vedi anche la voce “Ninfea” QUI) blu aperto e raffigura Tutankhamon da bambino. È scolpita in legno e coperta da un sottile strato di gesso dipinto. La testa è allungata all’indietro nel tipico canone estetico di Amarna. Il viso è ben modellato, con bocca e naso accuratamente delineati, e dipinto in rosso. La testa è rasata (la radice dei capelli è raffigurata con una vernice grigia). Gli occhi sono contornati da una linea blu scuro, come le sopracciglia. Le orecchie sono forate. Il gambo del fiore è dipinto di bianco e segnato orizzontalmente da cinque anelli concentrici. Il fiore è costituito dai sepali che separano sette petali interni.
La testa che emerge da un fiore di ninfea rappresenta il dio Nefertem (o Nefertum), che a sua volta emerge dalle acque primordiali rappresentate dalla base blu scuro smussata ai lati. Nefertem era il dio del sole nascente, un altro riferimento alla rinascita del Faraone.
La ninfea è stato usato nei ritratti reali fin dall’Antico Regno (Nefertem faceva parte della prima Triade menfita con Ptah e Sekhmet); il suo profumo era considerato un’essenza divina capace di placare l’ira degli dei – soprattutto la ninfea azzurra il cui profumo è il più delicato.
La simbologia legata al fiore di ninfea è complessa: la pianta affonda le radici sul fondo del Nilo e attraversa le acque del fiume come se fossero quelle dell’oceano primordiale, si apre al mattino (creazione) volgendosi verso est come a salutare il disco solare dopo il suo viaggio negli inferi e si chiude al tramonto (morte) diventando simbolo tangibile di resurrezione ciclica.
Nel 2015 fu oggetto di un curioso incidente: il suo espositore in plexiglas fu colpito da uno studente in gita scolastica ed abbattuto, fortunatamente senza ulteriori danni salvo un malore della guardia presente nella sala.
Fonti:
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute
La morte di Carnarvon non priva Carter solo del suo mecenate, ma anche del “grimaldello” per aprire molte porte. Già la consegna dei primi reperti al Museo Egizio nel giugno del ’23 diventa un’impresa. Per evitare danni durante il trasporto, Callender ha l’idea di usare un trasporto su binari. Per arrivare al Nilo, servono nove chilometri di binari; la Sovrintendenza ne manda meno di tre. Gli operai montano i binari arrivati, il convoglio fa un tratto poi smontano e rimontano i binari più avanti. Un lavoro pazzesco, sotto più di 40 gradi. Carter impazzisce di rabbia, ma una volta completato tutto senza danni, il resto del lavoro sembra una passeggiata un po’ a tutti. Il Times intanto dimezza il compenso per l’esclusiva a Carter, “tanto l’interesse diminuirà”. Come no.
Lo stesso Carter dichiara durante la pausa estiva (nella Valle si toccano i 60 gradi quell’anno) che “basteranno quattro settimane per arrivare alla mummia del Faraone”. Ci metterà due anni.
A inizio ottobre rientra in Egitto. Tre giorni dopo, ha già litigato con tutta la Sovrintendenza alle Antichità, con la stampa di mezzo mondo e con tutto il mondo politico egiziano su afflusso di turisti, esclusiva al Times e permessi di visita alle autorità. Soprattutto la questione della stampa e l’ovvia pretesa della Sovrintendenza di poter controllare quanto avveniva nella Valle portano ad una situazione di stallo.
Nella Valle si naviga a vista. I sacrari sono molto più fragili del previsto: la doratura si sta staccando dal legno ormai secco dopo più di tremila anni.
NOTA: i sacrari meritano una descrizione dettagliata; troppo spesso sono “trascurati” a favore delle bare o della maschera di Tutankhamon, ma sono oggetti meravigliosi, carichi di significati esoterici. Li vedremo prossimamente
Carter, Callender e due operai impegnati nello spostamento del tetto del primo sacrario, l’impresa forse più complicata della tomba
L’intera parete sud della camera del sarcofago viene smontata per poter lavorare e l’estrazione del primo sacrario risulta eccezionalmente complicato. Il primo sacrario è enorme, più di 5 metri per 3,35; lascia liberi meno di 70 centimetri per lato. Un ragazzino deve sgusciare sul tetto del sacrario per permettere l’aggancio di un piccolo paranco preparato da Callender allo scopo.
Emerge il drappo che copre il secondo sacrario. Nella foto ricolorata si vede bene il drappo di lino con le rosette di bronzo a copertura del secondo sacrario
La struttura di sostegno del drappo funebre ci fa capire la sua importanza
Tra il primo ed il secondo sacrario spunta una struttura in legno che sorregge un enorme drappo funebre decorato con rosette di bronzo; il cielo stellato sopra l’anima del Faraone defunto. È fragilissimo, e viene avvolto su un rullo e nuovamente riaperto all’esterno per tentarne il restauro.
Nel frattempo, Lacau è tra l’incudine del governo egiziano ed il martello di Carter. Prova allora a far allontanare spontaneamente Carter: in una sorta di moderno “mobbing” fa approvare al governo una serie di norme per cui la Sovrintendenza avrà il pieno potere sugli scavi di lì in avanti.
Carter e Mace al lavoro per avvolgere il drappo funebre
All’inizio di gennaio si può finalmente rompere il sigillo del secondo sacrario: ne appare un terzo e poi un quarto. Su quest’ultimo il Prof. Newberry traduce una scritta che lascia tutti attoniti: “Ho visto il passato, conosco il futuro”.
Carter apre il secondo sacrario dopo aver tagliato il sigillo con un bisturi
Il quarto sacrario rivela il sarcofago in arenaria ed un braccio scolpito della dea Neith che sembra protendersi a voler proteggere il corpo del Faraone. La squadra si ferma, in riverente silenzio, e si prepara a smontare “a cipolla” i sacrari e tutti gli oggetti che vengono rinvenuti. È un colpo di fortuna, perché il coperchio del sarcofago è gravemente danneggiato, rotto in due probabilmente dall’imperizia degli antichi operai. Andare avanti avrebbe rischiato di compromettere tutto.
Il coperchio del sarcofago (con la linea di rottura al centro) è in granito, un materiale diverso dal sarcofago stesso, che è in arenaria. Alcuni studiosi hanno visto un parallelo con il sarcofago distrutto di Akhenaton, anch’esso con il coperchio in granito, a suggerire un “distacco” non ancora completato dal periodo di Amarna.
Mentre il lavoro nella tomba procede a ritmo incessante, con la preoccupazione di manovrare oggetti così preziosi e fragili in uno spazio così angusto, arriva la “bomba”: Lacau, oltre a ribadire il diritto della Sovrintendenza di controllare ogni aspetto del lavoro di scavo, dichiara “tutti gli oggetti ritrovati quale parte del Patrimonio Pubblico”. In parole povere, viene negata ogni spartizione degli oggetti ritrovati come previsto nella concessione originale di Lord Carnarvon. Viene minacciata l’esclusione di Carter dai lavori. Alle proteste di Carter, viene fuori un documento da lui firmato 8 anni prima per una concessione secondaria (rivelatasi infruttuosa), in cui veniva specificato che una “tomba inviolata” era da intendersi anche come
“una tomba violata nell’antichità ma che presentasse una collezione di oggetti in buone condizioni di rilevante interesse, come nel caso della tomba dei genitori della Regina Tiye”.
Per Carter è una pugnalata alle spalle. Per il Met Museum sfuma la possibilità di acquisire parte degli oggetti di Tut. Carter si rivolge in primis all’avvocato che cura gli interessi della vedova Carnarvon, poi mette in moto la comunità scientifica con una lettera firmata da Breasted, Gardiner, Newberry e Lythgoe (praticamente i quattro maggiori egittologi dell’epoca) riuscendo almeno a proseguire il lavoro in attesa di dipanare la questione.
A sinistra: lo schema disegnato da Carter della camera funeraria, con i sacrari, il sarcofago al centro e la posizione degli oggetti magici. A destra: la riproduzione dei sacrari in mostra a Parigi ci fornisce meglio l’idea delle loro dimensioni
Il 12 febbraio 1924 finalmente riesce a sollevare il coperchio del sarcofago di arenaria. Nello stupore dei presenti, sollevati i drappi in lino che lo coprivano, compare la prima bara in legno dorato. La tomba di Tutankhamon sta per rivelare i suoi tesori più preziosi, ma la tensione tra Carter e le autorità rimane altissima.
L’annuncio dell’apertura dei sacrari arriva su qualunque giornale del mondo, ma il Times ha il privilegio di pubblicare immagini “di prima mano”, compreso questo splendido disegno che mostra il sarcofago che emerge dai sacrari con le ali di Neith e Selqet a protezione del defunto
Il casus belli è la proibizione da parte del Ministro dei Lavori Pubblici egiziano, Morcos Bey, della visita da parte delle donne della tomba, comprese le mogli dei ricercatori all’opera. Carter denuncia pubblicamente la cosa e si rifiuta di portare avanti i lavori, ma il Ministro lo anticipa ed il 20 febbraio soldati armati entrano nella tomba riabbassando il coperchio del sarcofago che era rimasto inopinatamente sollevato, dichiarando nulla la concessione di Lord Carnarvon.
Inizia una battaglia legale, con Carter, il Met e i legali di Lady Carnarvon da una parte, e Lacau con il Ministro Morcos Bey dall’altra. Carter è costretto a firmare una rinuncia a qualunque oggetto proveniente dalla tomba, ma non basta.
Il 31 marzo la corte di Alessandria conferma la revoca della concessione. Subito dopo Lacau scopre in un’ispezione al laboratorio della tomba la testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui peggiorando ulteriormente le cose.
Il 12 aprile, due mesi dopo l’apertura del sarcofago, Howard Carter parte per un giro di conferenze negli Stati Uniti. Non sa nemmeno se gli sarà permesso tornare in Egitto, figuriamoci continuare i lavori nella Valle dei Re.
Tutankhamon rimane abbandonato nella tomba, tutti i maggiori egittologi si rifiutano di portare avanti il lavoro di Carter. Qualcosa verrà perso per sempre. Qualcuno dovrà cedere.
La fine della prima stagione di scavi della tomba di Tutankhamon non fu proprio “liscia” come lo immaginiamo: prima ancora che la tomba sia ri-sepolta per sicurezza, Carter e Lord Carnarvon litigano furiosamente. Lo raccontò in seguito Breasted, che parlò di toni “estremamente accesi” (tradotto dall’inglese di inizio secolo: hanno rischiato di mettersi le mani addosso ed hanno messo in dubbio l’onorabilità delle rispettive mamme).
Il motivo della lite ci è ignoto, ma come al solito ci viene in aiuto Carnarvon stesso, che due giorni dopo scrive a Carter e, scusandosi per il suo comportamento, fa riferimento a “quando Evelyn mi ha detto tutto”. Per molti è la conferma che Carter ed Evelyn avessero dei…progetti extra-archeologici. È possibile che Evelyn abbia raccontato al padre della sua infatuazione? E cosa avrà detto durante l’alterco a Carter?
La lettera di Carnarvon in cui “ho visto Evelyn e mi ha detto tutto”
Non lo sapremo mai. Carnarvon chiude la lettera chiedendo a Carter di incontrarsi da soli. Non succederà, non come Carnarvon vorrebbe.
Per tirare il fiato, Carnarvon ed Evelyn partono per Assuan, visitano Abu Simbel, poi tornano a Luxor. C’è un pranzo formale con Carter ed alcune autorità, poi riparte per il Cairo il 13 marzo.Il 18 marzo Evelyn scrive a Carter che suo padre sta male: la puntura di un insetto nella Valle si è infettata ed ha la febbre alta. Dopo qualche giorno di alti e bassi, il 26 la situazione precipita. Il 5 aprile, Lord Carnarvon muore, e contemporaneamente nasce la “maledizione di Tutankhamon”.
Lady Evelyn ad Abu Simbel, l’ultimo viaggio con suo padre
Nella situazione di esclusiva delle notizie sulla tomba data al “Times”, gli altri giornalisti prendono spunto da qualsiasi cosa per poter scrivere qualcosa di prima mano. E con la morte di Lord Carnarvon vanno a nozze.
Si narra che le luci al Cairo si spengano nel momento della morte del Conte, nonostante siano alimentate da 6 centrali elettriche diverse. Susie, la cagnetta di George Herbert, muore in Inghilterra poche ore dopo il suo padrone, e verrà seppellita con lui.
Il New York Times annuncia la morte di Lord Carnarvon come la “Vendetta” del Faraone
Susie, la cagnetta di Lord Carnarvon, morta praticamente in contemporanea con il suo padrone
Qualcuno si ricorda che il canarino portato da Carter ad inizio stagione è stato trovato morto da Callender mentre Carter era al Cairo a procurarsi i materiali. A detta di Callender, ha trovato un cobra nella gabbia che divorava l’uccellino (non sono mai riuscito a capire come fosse entrato nella gabbia, ma tant’è…).Associare il cobra del canarino all’ureo sulla fronte dei Faraoni è un attimo: lo spirito di Tutankhamon ha “punito” l’uccellino che aveva portato fortuna nello scoprire la tomba.
Già diversi turisti europei, vestiti di tutto punto, erano svenuti all’uscita della tomba, oppressi dal caldo mal combattuto dal loro abbigliamento – ed erano nate le prime fantasie di una “maledizione”.
Alla morte di Carnarvon inizia il delirio. Le voci si rincorrono, si amplificano in una sorta di telefono senza fili. In prima fila c’è il New York Times, che ha mal digerito l’esclusiva concessa agli odiati rivali britannici, e che già aveva pubblicato la storia del canarino ucciso dalla vendetta di Tutankhamon. Si parla di una ferita che Lord Carnarvon si sarebbe procurato con una punta di freccia nella tomba, imbevuta di chissà quale veleno. Il giorno della morte di Carnarvon ha già pubblicato un articolo parlando di “vendetta” del Faraone.
Viene rispolverata una novella di Louisa May Alcott (l’autrice anche di “Piccole donne”) che nel 1869 aveva pubblicato “Persi nella piramide, ovvero la maledizione della mummia”, che ovviamente non c’entra nulla ma è molto suggestiva.
Sir Arthur Conan Doyle. Il suo interesse per l’occulto fornì materiale per i seguaci della “maledizione”
Marie Corelli (al secolo Mary MacKay), una popolarissima scrittrice inglese di inizio secolo e la cui fama era in declino, ritorna agli onori della cronaca pubblicando una presunta lettera in cui avrebbe avvertito Lord Carnarvon dei terribili veleni lasciati nelle tombe egizie. Anche Sir Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, getta benzina sul fuoco parlando di un “elementale” generato nella tomba dai riti funebri in onore del Faraone.
Carter riceve decine di lettere da stramboidi di varia natura. La più bella è sicuramente quella firmata da una certa Marta RI “La legittima Sovrana, Imperatrice, Regina d’Inghilterra, Gran Bretagna, Impero Britannico e dei nostri dominii, Regina della Terra, del Dominio Mondiale e del Potere”.
Carter viene informato che “mi oppongo coscienziosamente al tuo progetto di cercare le tombe dei re e delle regine egiziane che sono passate da questa vita alla loro vita spirituale” da tale Martha RI, nientepopodimeno che “La legittima Sovrana, Imperatrice, Regina d’Inghilterra, Gran Bretagna, Impero Britannico e dei nostri dominii, Regina della Terra, del Dominio Mondiale e del Potere”.
Una certa Margit Labouchere afferma di essere “la sola a sapere il segreto” ed intima che “nessuno è autorizzato ad aprire il sarcofago!”
Il clamore è tale che la prestigiosa rivista scientifica “The Lancet” pubblica un articolo in cui conclude che il Conte sia stato ucciso da una polmonite, conseguenza di un’erisipela da streptococco aggravata dalla sifilide che Lord Carnarvon aveva dalla giovinezza e dall’incidente in auto che lo aveva quasi ucciso anni prima. Non basta.
Sir Bruce Ingham, un amico di Carter, riceve in dono un fermacarte ricavato da una mano mummificata e qualche giorno dopo perde la casa in un incendio; ovviamente la colpa è di Tut. La leggenda vuole che la mano avesse un braccialetto con su scritto: “Maledetto sia chi muove il mio corpo. A lui verranno fuoco, acqua e pestilenza”. Un finanziere americano, George Gould visita la tomba e subito dopo contrae una polmonite, morendo il 16 maggio 1923.
Un professore canadese muore per un’insolazione il giorno dopo aver visitato la tomba. Un radiologo, invitato a raggiungere il Cairo per radiografare la mummia, muore prima di arrivare in Egitto per una malattia misteriosa. Muore il fratellastro di Carnarvon ed un onorevole britannico che aveva assistito all’apertura del sarcofago.
Il caso più curioso è quello di Richard Bethell, segretario di Carter, che muore probabilmente di infarto nel suo letto a 46 anni nel 1927. Alla notizia, il padre si getta dalla finestra dal settimo piano; il suo carro funebre investe un ragazzo durante il funerale. Cosa avesse Tutankhamon contro quel povero ragazzo non ci è dato di sapere.
Un reporter, sempre del NYT, riporta la scritta del mattone magico trovato alle zampe di Anubi
“Io sono colui che impedisce alla sabbia di soffocare la camera segreta, colui che respinge con la fiamma del deserto chi vorrebbe respingerlo. Io ho incendiato il deserto, ho confuso le strade. Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”)
ma ci aggiunge
“io ucciderò chiunque oltrepassi il sacro recinto del Re, che vive in eterno”
Peccato che se lo sia completamente inventato.
Chi non si ricorda de “La mummia”, con Boris Karloff a dare vita alle paure di una maledizione?
Che i componenti della squadra di Carter godano di buona salute non importa a nessuno. Il solo Mace, a furia di inalare sostanze chimiche, morirà qualche anno dopo per le conseguenze di una pleurite che aveva da molto prima della scoperta. Lo stesso Carter morirà solo 17 anni dopo la scoperta della tomba (e ricordiamoci che era andato in Egitto proprio per problemi di salute). Impazziscono invece gli studiosi del British Museum, che si vedono recapitare migliaia di oggetti egizi da parte di persone che non vogliono più avere nulla a che fare con l’Egitto.
Nel 1934 muore Lythgoe, il referente del Met Museum in Egitto a cui Carter si era rivolto per l’aiuto professionale, ed i centralini dell’ospedale in cui era ricoverato saltano in aria per tutte le chiamate relative alla “maledizione”. Winlock, esasperato, pubblica un “bollettino” sulla salute della squadra di Carter: solo Lord Carnarvon e Mace sono morti nei dodici anni successivi alla scoperta, con pandemie varie in mezzo compresa la Spagnola. Una maledizione davvero scarsa…
La smentita di Winlock sui “numerosi decessi”, pubblicata dopo la morte di Lythgoe
Il figlio di Carnarvon dichiara invece negli anni ’70 che “non sa se una maledizione esista, ma non entrerei nella tomba neanche per un milione di sterline”. Meno male che non ci crede… L’attuale Lady Carnarvon sostiene che la maschera d’oro del Faraone sia più sottile proprio nel punto in cui fu punto George Herbert.
Disponibile su Amazon Prime Video…ancora oggi l’argomento “tira”
Per quanto possa sembrare incredibile, si è arrivati ad uno studio retrospettivo pubblicato nel 2002 sul British Medical Journal, in cui è stato dimostrato che la sopravvivenza per chi avesse avuto a che fare direttamente con il sepolcro del Faraone dopo una presunta “esposizione” alla maledizione (apertura della tomba, apertura della camera del sarcofago, apertura del sarcofago interno) non è stata diversa rispetto agli altri occidentali che non avevano visitato la tomba stessa. Tanto per cambiare, l’unico elemento statisticamente significativo è risultato appartenere al “gentil sesso”: 38 anni di sopravvivenza contro i 21 dei maschietti – e a dare una grande mano a questa statistica è stata proprio Lady Evelyn, serenamente spirata a 78 anni. Ma anche Mr. Adamson, il fedele guardiano che ha dormito nei pressi o dentro la tomba per ben sette anni fino al completo svuotamento, è sopravvissuto 60 anni prima di morire nel suo letto.
A Carter, nell’aprile del ’23 tutto questo non importa. L’unica cosa che conta è che lui è solo. Lord Carnarvon è morto. Lady Evelyn ha condotto in patria la salma del padre e non tornerà mai più in Egitto. Carter le farà visita a maggio, annotando solo un laconico “Visto Lady E”. Evelyn sposerà a ottobre Bograve Beauchamp, un politico del Suffolk, ponendo fine ai sogni.
Il matrimonio di Lady Evelyn. Una frettolosa voglia di “chiudere” e dimenticare?
Da solo, senza il suo munifico protettore, sotto gli occhi di tutto il mondo, contro la burocrazia egiziana e con il compito più straordinario che un archeologo abbia mai dovuto affrontare.
Tutankhamon aveva lasciato nella storia solo una labile traccia, ma già nel XIX secolo gli egittologi erano in caccia della sua sepoltura, che si presumeva trovarsi nella Valle dei Re, dove erano state rinvenute una tazza di ceramica con il suo cartiglio ed una piccola fossa contenente frammenti di foglia d’oro col nome del re e della sua sposa Ankhesenamon.
Nel 1902 Theodore Monroe Davis, ricco uomo d’affari statunitense, ottenne la concessione per scavare nella Valle e cinque anni dopo Edward Russel Ayrton, che lavorava per conto del magnate americano rinvenne vicino all’ipogeo di Sethi I la tomba KV54, un semplice pozzo rettangolare profondo poco più di un metro nel quale si trovavano una dozzina di grandi giare sigillate contenenti ceramiche, piatti, sacchetti di natron, ossa animali, collari di fiori, cordame di papiro e stoffe di lino.
A sinistra il famoso lino e a destra un sigillo, entrambi recanti il cartiglio del Re
Davis poté tenere sei delle giare con il loro contenuto (che donò al Metropolitan Museum of Art di New York, dove sono esposte ancora oggi), perché i reperti furono considerati di scarso valore; uno dei lini, tuttavia, recava una scritta in ieratico ed un cartiglio di importanza fondamentale: Il buon dio, Signore delle Due Terre, Neb-kheperu-ra, amato da Min. Lino dell’anno 6.
Una giara, al centro una brocca e a destra un sacchetto di natron provenienti dal deposito
Davis, precipitoso, dichiarò alla stampa che il pozzo da lui rinvenuto era la tomba di Tutankhamon (Neb-kheperu-ra era il suo prenome), nel 1912 pubblicò un libro sulla scoperta, intitolato “Le tombe di Harmhabi (Horemheb) e Touatankhamanou (Tutankhamon)” e dichiarò che la Valle dei Re, dove peraltro aveva fatto importanti scoperte quali le tombe di Thutmosis IV, Thutmosis I e Hatshepsut e Yuya e Tuya, ormai non aveva più nulla da offrire sotto il profilo della ricerca egittologica.
In realtà il pozzo era un deposito nel quale erano stati riposti i materiali avanzati dopo il funerale di Tut e la chiusura della tomba, quindi i residui dell’imbalsamazione, le corone indossate dalle prefiche, i resti del banchetto funebre, i collari floreali.
Si è anche ipotizzato che antichi predatori avessero arraffato a caso questi materiali nella tomba (che in altre sepolture furono rinvenuti ordinatamente imballati in giare poste all’ingresso) e li avessero spostati nella KV54 per dividerseli con calma, portando via solo gli oli e le essenze preziose e lasciando in loco il resto, oppure ancora che fossero stati tolti dal corridoio d’ingresso della tomba dopo la prima effrazione e seppelliti nella KV54.
Fortunatamente Howard Carter non rinunciò al sogno di trovare la tomba, che si realizzò nel 1922.
Nella “tomba d’oro” (KV56) furono trovati anche le sferette e gli elementi decorativi che componevano una delicata collana della regina Tausert; essi sono stati realizzati in filigrana, saldando anellini di filo d’oro nelle forme desiderate; ogni sferetta è costituita da ben dodici anellini.
In base alla normativa che disciplinava la divisione dei reperti tra l’Egitto ed il finanziatore degli scavi, metà di essi rimase al Museo del Cairo, mentre l’altra metà fu attribuita a Davis, che la donò al Metropolitan Museum di New York.
Due motivi decorativi finirono non si sa come sul mercato antiquario e furono acquistati a Luxor da Lord Carnarvon; nel 1926 la sua vedova, Lady Almina, li vendette al Metropolitan.
Nell’impossibilità di sapere come fosse l’originaria composizione del monile, i due musei riassemblarono gli elementi in modo differente.
Nelle foto: a sinistra la collana di New York, a destra quella del Cairo
…avvolto nel suo tezzefe[1], che si confondeva con il buio della notte, el-Aurans Iblis si proteggeva dagli attacchi degli spiriti della solitudine, che infestano il deserto, coprendo il volto con il kel asuf che lasciava scoperti solo gli occhi di un profondo colore azzurro… ai suoi lati, come lui nascosti tra le dune e mimetizzati nella notte, oltre 400 uomini aspettavano un suo ordine mentre, sbuffando nella notte, la locomotiva arrancava sulla linea che congiungeva Damasco a Medina. La sua mano si abbassò sulla leva, l’impulso si trasmise lungo il filo raggiungendo l’innesco e la vampa illuminò la notte seguita, una frazione di secondi dopo, dal boato dell’esplosione. Poi iniziò l’attacco vero e proprio al convoglio! Anche quella notte i rifornimenti non avrebbero raggiunto le truppe turche.
Thomas Edward Lawrence[2], per i suoi alleati, beduini del deserto, più semplicemente el-Aurans Iblis, “Lawrence il Diavolo”; ma, tra il 1916 e il 1918, le sue imprese eroiche nella lotta contro le forze dell’impero ottomano che occupavano la penisola araba, non avrebbero sortito l’effetto desiderato se non supportate economicamente da un altro personaggio che, ai fini del nostro racconto, sarà importante giacché, come noi, appassionato della storia dell’Antico Egitto: il Generale Edmund Henry Hynman Allenby[3] che, comprendendo le potenzialità strategiche delle forze irregolari raccolte da Lawrence (circa settantamila uomini), provvide a sovvenzionarlo con l’astronomica cifra, per l’epoca, di duecentomila sterline mensili.
Già, vi chiederete, ma perché se siamo in un sito di egittologia, stiamo parlando della Prima Guerra Mondiale? Un attimo e, se avrete la pazienza di seguirmi, ci arriveremo…
ALLENBY, THUTMOSI III E MEGIDDO
Busto di Thutmosi III
Sir Edmund Henry Hynman Allenby
Lasciato Lawrence alle sue scaramucce e alla conquista del porto di Aqaba[4], torniamo ad Allenby, a sua volta figura leggendaria nella conquista della Palestina e della Siria durante il primo conflitto mondiale. Accompagniamolo, perciò in una delle sue più importanti vittorie, resa tale, tuttavia, anche dalle azioni di disturbo poste in essere da el-Aurans Iblis: la Battaglia di Megiddo del settembre 1918.
E qui, se fossimo in un documentario televisivo, potremmo tranquillamente sfumare e sovrapporre allo “swagger stick”, il bastoncino tipico degli Ufficiali inglesi, il flagello e, al berretto di Allenby, la khepresh, la corona blu degli antichi re egizi.
Con un salto temporale che solo le immagini possono permettere, o la capacità di trasformare un testo in immagini con gli occhi della fantasia, torniamo indietro di almeno… 3500 anni…
L’anno è il XXII del regno di Men-Kheperu-Ra, il giorno è il XXV del IV mese dell’Inverno[5].
Ma il Nesw-Bity, o prae-nomen, potrebbe complicare il comprendere di chi si tratti e, perciò, sarà meglio chiamarlo con il titolo Sa-Ra, figlio di Ra, della sua titolatura: Thutmosi e, per semplificarne ancora l’individuazione, aggiungiamo che è il III re[6] della XVIII dinastia a portare tale nome[7]; un nome a sua volta declinato, specie dagli studiosi di storia militare come il Generale Allenby, in “Napoleone d’Egitto”.
Ben giustificato, apparirà questo soprannome se si considera che a lui si debbono 17 campagne militari[8] nonché soluzioni politico-militari-diplomatiche di valore, come vedremo, certo innovativo.
Proprio nell’ambito della prima di queste campagne s’inserisce quello di cui vorrei parlarvi.
Un brano degli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak
IL “NAPOLEONE D’EGITTO” E LA I CAMPAGNA
Da sempre l’Egitto è stato circondato dai suoi nemici, dalle sabbie della Libia con le sue tribù, alle popolazioni Nubiane del profondo sud, agli “odiati” Sethiu: gli Asiatici. Tutte insieme, queste etnie, costituivano “i nove archi[9]”, cioè i popoli nemici dell’Egitto che il Re calpestava ad ogni passo dato che proprio nove archi erano riportati sotto i suoi sandali o sul poggiapiedi del suo trono.
Sfinge bronzea di Thutmosi III sdraiata sui “nove archi”
Ma il Principe di Qadesh, una città che ricorrerà spesso negli annali dell’Egitto faraonico, decide di opporsi al Re Thutmosi riuscendo a catalizzare attorno a se oltre 200 principi asiatici che operano al confine causando non pochi danni alle popolazioni alleate del “Grande Re”. L’esercito egizio è intervenuto già per operazioni di frontiera tentando di difendere gli alleati, ma si rende necessaria un’azione più decisa ed ecco che, in quel famoso anno XXII[10], giorno XXV del IV mese[11], Thutmosi inizia la propria campagna militare.
Dieci giorni e 200 chilometri dopo, proprio nel giorno di inizio del suo XXIII anno di regno, Thutmosi ed il suo esercito hanno attraversato il deserto e si trovano in una località che, successivamente, i Filistei[12] chiameranno Gaza. Altri dieci giorni e l’esercito si accampa ad Aruna, ai piedi della catena montuosa (che poi si chiamerà “del Carmelo”) che bisogna superare per raggiungere la piana di Megiddo in cui, vista l’avanzata nemica, si è schierato l’esercito dei Principi della confederazione asiatica.
Attorno al tavolo dello Stato Maggiore, nella tenda del Re, si affaccendano i suoi Generali: motivo del contendere è la scelta della strada da seguire per raggiungere la città nemica. Tre, infatti, sono i percorsi possibili: due sono agevoli, ampi e consentiranno all’esercito, secondo i Generali, di poter procedere con il minimo rischio e di potersi schierare nella piana di Megiddo con rapidità ricostituendo i ranghi rapidamente per fronteggiare il nemico. Il terzo percorso, più breve, è però disagevole, passa per strette gole di montagna in cui addirittura lo stesso carro del Re passerebbe a stento e l’esercito si dipanerebbe in uno stretto e lungo serpentone che difficilmente potrebbe manovrare in caso di attacco nemico; basterebbe un uomo a tenere in scacco un intero esercito!
Ma il Re è irremovibile, proprio perché quel sentiero tra i monti è così disagevole, così “tatticamente” errato, il nemico non lo presidierà in forze o, magari, non lo presidierà affatto, e proprio per quel sentiero dovrà passare l’intero esercito della Terra di Kemi (giacché questo era il vero nome dell’Egitto).
Il carro del Re si trova spesso sull’orlo di baratri di cui non si scorge il fondo o, al contrario, alla base di rupi altissime da cui anche un solo sasso, lanciato, potrebbe causare gravi danni; Thutmosi, girandosi, non riesce a vedere la fine di quella lunga fila di uomini che lo seguono fiduciosi poiché egli è come il Dio della Guerra alla testa dei suoi eserciti[13].
Ma ogni percorso, anche il più disagevole, è destinato a terminare ed il Re, preceduto dalla sua avanguardia, giunge nella piana di Megiddo, alle spalle dello stesso nemico che, come previsto, è pronto a fronteggiare proprio gli sbocchi dei due percorsi più agevoli.
Thutmosi potrebbe sbaragliare immediatamente la coalizione nemica, capeggiata dai Principi di Qadesh e di Megiddo, ma deve aspettare l’arrivo anche dell’ultimo uomo, ed anche quando la retroguardia ha raggiunto il piano, il Re decide che si deve aspettare un giorno fausto e fa accampare i suoi uomini. Passano tre giorni poi, dopo una splendida notte con la luna nuova, al mattino del terzo il Re scatena il suo esercito, ormai riposato e riorganizzato, che ha immediatamente ragione del nemico che ripiega disordinatamente sulla città fortificata di Megiddo.
La fuga è così precipitosa che lo stesso Principe di Qadesh, per entrare nella città che ha ormai già chiuso le porte, deve farsi issare sulle mura con le funi[14].
Il Re vorrebbe immediatamente approfittare dello strapotere, ma il suo esercito si ferma a saccheggiare il ricchissimo accampamento nemico[15]. È gioco forza, così, dover procedere all’assedio di Megiddo, un assedio che durerà ben sette mesi e che si concluderà con la caduta della città e la cattura di oltre cento dei Principi asiatici ribelli, delle loro mogli, dei loro harem e, soprattutto, dei loro figli.
Eppure, in un’epoca in cui la guerra è brutalità pura, Thutmosi III inizia una politica lungimirante ed accorta che ben giustifica, peraltro, proprio quel soprannome di “Napoleone d’Egitto” che sopra abbiamo visto. L’esercito confederato è ormai smembrato, la riunificazione sotto un unico comando è fallita e cessa, pertanto, di essere un pericolo per l’Egitto, la lega stessa si è dispersa ed è ormai frammentata nei molteplici regni iniziali, con piccoli eserciti, e piccoli principi, più facilmente controllabili. Thutmosi può dirsi soddisfatto della sua vittoria e, magnanimamente, non solo libera i principi presi prigionieri a Megiddo, ma li reinsedia sui rispettivi troni facendo loro giurare che mai e poi mai rivolgeranno nuovamente le armi contro l’Egitto.
Il Re tuttavia, per diritto di “bottino”, potrebbe far sue le mogli o le concubine degli sconfitti, potrebbe ucciderne i figli per non perpetuare le stirpi dei nemici, ma ben altro è il suo progetto. I figli dei Principi, infatti, saranno suoi ospiti presso la Corte egizia in una sorta di Accademia militare, il “Kep”, in cui verranno educati, acquisiranno usi e costumi egizi apprezzandoli e costituendo, quando torneranno sui troni dei padri, una futura classe politica “amica”. Questo non volendo citare, s’intende, il ben valido deterrente costituito dalla loro presenza “a casa” del Re contro le eventuali idee di ribellione dei rispettivi genitori.
…e la linea del tempo, che ci aveva portati oltre 1400 anni prima dell’era volgare, ora scivola in avanti e ci porta lontano da quel XXIII anno di regno di Thutmosi: l’anno, questa volta, è il 1918 d.C. e, nella stessa zona, si combatte la Prima Guerra Mondiale.
Comandante delle forze dell’Impero Britannico nell’area è il Generale Sir Edmund Allenby e di fronte ha le forze dell’Esercito Ottomano che sono schierate nella piana di Megiddo, o meglio in quella che è intanto diventata Tell al-Mutesellim, nel territorio del futuro Israele.
Ma, ricordate? Sir Allenby è un cultore di egittologia, conosce bene la storia di Thutmosi III e decide di seguirne le orme: nuovamente l’espediente di percorrere il disagevole sentiero tra i monti si dimostra una mossa vincente!
Per chi avesse la curiosità di sapere quale è la fonte del racconto della “Campagna di Megiddo”, preciso che questa è narrata negli “Annali di Thutmosi III”, in un lungo rilievo che circonda il sacrario del Dio, nel Tempio di Amon a Karnak, nonché su una stele eretta a Napata, oltre la quarta cateratta del Nilo e perciò in pieno territorio nubiano, verosimilmente per servire da monito a quelle popolazioni magnificando le capacità guerriere del Re.
Potenza della propaganda!
Un’altra piccola digressione, finale, riguarda ancora Megiddo: secondo la religione ebraica, infatti, proprio nella valle prospiciente la città avrà luogo l’Armaghedòn (letteralmente Monte di Megiddo), ossia lo scontro finale tra le forze del bene e quelle del male.
VII pilone del Tempio di Karnak: Re Thutmosi III tiene per i capelli un gruppo di Principi asiatici e leva in alto la mazza da guerra per colpire
10/11/2021
[1] Il vestiario dei Tuareg comprende l’”akerbas” camicia lunga dotata di maniche, molto simile alla “djallabiah”, l’”ekerbay”, pantalone, il “tagalmust”, il classico velo che ricopre il capo (che può essere anche chiamato “ă alil”, se è quello indossato giornalmente, meno elaborato), il “kel asuf”, il velo che copre il volto e che serve per proteggere dalla sabbia, ma principalmente dai demoni del deserto. L’abito è detto “aselsou”, o anche “telesse”; se nero è, invece, un “tezzefe”, se bianco, di lana, “abror”. Un abito di lusso è un “iloumar”, se di poco prezzo “akoulil”.
[2] Thomas Edward Lawrence (1888-1935), ma anche T.E. Smith. T.E. Shaw, John Hume Ross, militare, agente segreto, archeologo, scrittore (suoi sono “I sette pilastri della saggezza), più noto con il leggendario nome di “Lawrence d’Arabia”
[3] Edmund Henry Hynman Allenby (1861-1936), generale dell’Esercito britannico, che, tra il 1917 e il 1918, condusse la forza di spedizione egiziana nella conquista della Palestina e della Siria.
[4] 6 luglio 1917: Lawrence occupa il porto di Aqaba, sul Mar Rosso, dopo una traversata del deserto di quasi 600 miglia (circa 950 km), capeggiando un esercito di circa 5.000 costituito, in maggior parte da appartenenti al clan Howeytat.
[5] Date le possibili datazioni discordi, siamo in un periodo compreso tra il 1457 e 1482 a.C.
[6]Si sarà di certo notato che non è stato usato il termine “Faraone” ma quello di Re, e questo perché questo termine, derivante da “Per-Aa”, ovvero “Grande Casa”, entrerà nell’uso comune per indicare i Re dell’Antico Egitto proprio ed a partire dal Regno di Thutmosi III.
[8] Dalla 1ª alla 7ª : campagne “punitive” e di assestamento del potere regale, con la conquista dell’area siro-palestinese; dalla 8ª alla 17ª: scontri con il regno di Mitanni (regno breve ma intenso, nato dalla distruzione di Babilonia, situato nella zona tra l’attuale Kurdistan e l’Eufrate. Alla morte di Hammurapi (1180 a.C.), infatti, s’insediano nell’area nuove etnie tra cui, appunti, i Mitanni con una aristocrazia indo-europea. Affini agli Hittiti, i Mitanni avranno, però, vita molto più effimera e breve;
[9] Normalmente con il termine “nove archi” erano indicati i nemici maggiori dell’Antico Egitto; è bene tuttavia tener presente che i nove “nemici” non erano consolidati nel tempo e costantemente individuabili, ma variavano a seconda del periodo storico. Del resto, chi era nemico “ieri” può non esserlo “oggi”, ad esempio per la stipula di trattati di pace, e viceversa.
[10] Gli anni di regno citati da Thutmosi III sono calcolati, lo si rammenta, dalla morte del padre, Tuthmosi II, e non da quella di Hatshepsut, diretto predecessore sul trono, in questo secondo caso si tratterebbe, perciò, del 1-2° anno di regno.
[11] L’anno egiziano era calcolato su 365 giorni esatti e si basava su tre stagioni di quattro mesi, da 30 giorni, ciascuna; ma 30 x 12 = 360 giorni, cui si aggiungevano 5/6 giorni “epagomeni”, che venivano, cioè, aggiunti con una certa cadenza per avvicinare la durata dell’anno del calendario a quella dell’anno solare. Giacché l’interno ciclo era in funzione delle piene nilotiche, il primo giorno era in funzione dell’arrivo, a Ineb-Hedji (la greca Menfi) della prima ondata di piena, intorno al 15-20 di giugno. Quanto ciò comportasse imprecisione è facile immaginare, tanto che venivano usati anche altri “calendari”, talvolta sfalsati tra loro, per cercare di far “quadrare” il periodo annuale. Orientativamente, Akhet, la prima stagione dell’inondazione, andava da luglio a novembre; Peret, stagione della germinazione, da novembre a marzo; Shemu, stagione del raccolto, da marzo a luglio. I Mesi, fino al periodo ellenistico, quando furono assegnati nomi a ciscuno, venivano indicati con numeri (I, II, III mese di Akhet, ad esempio). In ogni caso, anche per gli studiosi, esistono notevoli difficoltà ad indicare una corrispondenza con il calendario gregoriano, oggi vigente.
[12] L’area è quella fenicia, ma il termine greco “Fenicio”, con riferimento alla produzione della porpora, si associa a tale zona del Vicino Oriente solo dopo le invasioni dei Popoli del Mare (di varia origine, in cui è possibile, forse, riconoscere civiltà più note: gli Sherdana, forse Sardi; gli Akijawa, forse gli Achei; i Filistei, e altri).
[13] “…Ecco, si diede ordine all’intero esercito di muoversi; sua Maestà procedeva su un carro di oro fino, equipaggiato con le sue insegne di guerra, come Horus dal braccio possente, signore dei riti, come Montu di Tebe, mentre suo padre Amon rendeva forti le sue braccia. …” dagli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak;
[14] “…Ed essi [i nemici] videro, invero, sua Maestà prevalere e corsero precipitosamente verso Megiddo, con visi terrorizzati, dopo aver abbandonato i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento. Li tirò su, issandoli per le loro vesti, in questa città; infatti la popolazione aveva sbarrato questa città contro di loro, ma avevano calato delle funi per issarli su…” dagli “Annali di Thutmosi III” citato;
[15] “…Furono allora catturati i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento, come facile bottino, (mentre) le loro truppe giacevano prostrate come pesci in un’ansa della rete…” dagli “Annali di Thutmosi III”.
Nell’area del Fayyum, un’oasi a circa 130 km dal Cairo, sono state rinvenute moltissime mummie risalenti ad un periodo compreso tra il I secolo a.C. ed il III secolo d.C. che recavano sul volto ritratti simili; i dipinti, realizzati su tavole lignee a tempera o ad encausto, cioè con pigmenti colorati amalgamati a cera d’api, sono fortemente realistici e si staccano nettamente dalla tradizione egizia, la cui arte era molto convenzionale.
Fin dall’età tolemaica la regione era popolata principalmente da coloni greci, soprattutto veterani di guerra e ufficiali, e da egizi ellenizzati, ivi trasferitisi per lavorare le terre, e i volti riprodotti sui ritratti sono quelli dei discendenti di questi uomini, che sposarono donne egizie e adottarono sia le abitudini locali (la mummificazione) che quelle greco-romane (il realismo della pittura).
I defunti raffigurati avevano un’età media di 35 anni (l’aspettativa di vita era intorno ai 40 – 45 anni) ed appartenevano ad una classe sociale elevata, in quanto non tutte le famiglie potevano permettersi il costo di tali ritratti, oggi esposti nei maggiori musei del mondo, tra i quali il Museo egizio del Cairo, il British Museum, il Royal Museum of Scotland, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Louvre di Parigi, la Pinacoteca di Brera di Milano, il Landesmuseum Württemberg di Stoccarda.
Sono dei piccoli capolavori, di una vividezza incredibile.
I RITRATTI DEL FAYYUM: ANTE MORTEM O POST MORTEM?
UN INTERESSANTE INTERROGATIVO
Alcuni studiosi come Flinders Petrie e Klaus Parlasca hanno sostenuto che probabilmente i ritratti venivano eseguiti quando i modelli erano ancora in vita (quindi ante mortem), e restavano esposti nelle case fino a quando non veniva il momento di inserirli tra le bende della mummia del proprietario, dopo averli ritagliati nella misura adatta.
Per questo la maggior parte di essi raffigurano soggetti nel pieno del vigore fisico, mentre l’analisi delle relative mummie ha permesso di accertare che il defunto era molto più anziano al momento della morte, intervenuta magari diversi anni dopo la loro realizzazione: un caso eclatante è quello di Demetrios, che morì a 89 anni – un vero record per l’epoca -, così come emerge da un’iscrizione e dall’analisi dei suoi resti, mentre il ritratto lo mostra come un uomo di mezza età (figura in alto a destra – Brooklin Museum New York).
Altri invece, muovendo dalla considerazione che in moltissimi altri casi le indagini condotte attraverso la Tac sulle mummie hanno dimostrato che la loro età anagrafica corrisponde con quella apparente dei ritratti, ritengono che essi avessero una funzione esclusivamente funeraria e quindi che venissero dipinti dopo la morte della persona effigiata, copiandone i tratti dal vero.
Albert Jean Gayet in particolare ipotizza che venissero acquistati al bisogno presso pittori o mercanti che disponevano di immagini standard, che venivano poi adattate mediante l’aggiunta di abbigliamento, gioielli, capigliature per renderle somiglianti al defunto.
Peraltro, sebbene esistano ritratti dalla stessa provenienza geografica accomunati da identica forma del viso (ci si riferisce alla celebre “serie degli ufficiali”, così detti perchè i ritratti raffigurano soldati con il gladio a tracolla, rinvenuti nella necropoli di er-Rubayat, due dei quali vedete nelle fotografie a sinistra – Windsor, Eton College – ed al centro a destra – Berlino, Neues Museum) ve ne sono altri che evidenziano tratti unici e fortemente realistici, tanto che rappresentano i segni dell’età e della malattia, come nel caso della donna definita l’”ebrea” (figura in basso a destra – Berlino, Altes Museum); inoltre molti di essi sono stati dipinti direttamente sulle bende della mummia, e dovevano evidentemente essere stati realizzati poco dopo il decesso.
Dallo studio dei papiri, inoltre, si desume che il funerale delle classi agiate dell’Egitto romano prevedeva che un’effigie del defunto venisse portata in processione prima che il corpo venisse consegnato agli imbalsamatori (in una tomba ne sono state rinvenute tre raffiguranti il medesimo soggetto), ed essa, evidentemente predisposta per l’occasione, poteva ben essere la medesima che poi veniva posta sul volto della mummia; è poi difficile immaginare che i ritratti dei bambini siano stati realizzati in previsione della morte e non in occasione di essa.
Allo stato non vi sono elementi che consentano di propendere con decisione per l’una o per l’altra ipotesi; sommessamente osservo, da non specialista, che le due modalità potevano benissimo convivere….
I RITRATTI DEL FAYYUM ERANO SOMIGLIANTI AL DEFUNTO?
Abbiamo visto che i ritratti funerari sono molto individualizzati e pur avendo in molti casi una matrice di base analoga, forse imposta da convenzioni artistiche dell’epoca, è probabile che in molti casi fossero piuttosto somiglianti al loro modello, quanto meno quelli dipinti in epoca vicina alla morte dai pittori più bravi.
Il team guidato dal prof. Andreas Nerlich, ricercatore presso l’Istituto di Patologia di Monaco Klinik Bogenhausen, ha realizzato un esperimento molto originale, ricostruendo il volto di una mummia proveniente da Hawara al fine di confrontarlo con il suo ritratto funerario.
La piccola mummia ed il momento in cui è stata sottoposta alla TAC
Il corpicino, lungo 78 cm e largo 26 cm, apparteneva ad un bimbo tra i tre ed i quattro anni (età desunta da denti ed ossa), probabilmente deceduto per polmonite, ed il suo ritratto, molto particolare, mostra un infante con capelli ricci e scuri trattenuti da un cerchietto costituito pare da strisce di pelle ritorte, un viso ovale, grandi occhi marroni, naso dritto e sottile e bocca piccola con labbra carnose.
Gli studiosi hanno scansionato il cranio della mummia ed hanno incaricato un artista specializzato in ricostruzioni facciali di realizzare un’immagine virtuale e tridimensionale del viso sulla base dei dati biometrici.
Per evitare che l’artista fosse condizionato nel suo lavoro dalla visione del ritratto, esso non gli è stato mostrato e gli sono stati fornite solo le informazioni in ordine all’acconciatura ed al colore dei capelli e degli occhi, che non poteva desumere dalle scansioni.
Il risultato, come si può vedere dalle immagini, è stato notevole: il volto ricostruito ed il ritratto presentano una buona somiglianza, soprattutto nella forma del viso e del mento; inoltre sono identici con riguardo a certe proporzioni, soprattutto tra la fronte e la linea degli occhi, anche se il bambino del ritratto appare leggermente più grande dell’età attribuita alla mummia, forse perché naso e bocca sono stati disegnati più stretti rispetto alla ricostruzione.
LA CORONA DI GIUSTIFICAZIONE
Abbiamo visto che molti tra i defunti effigiati nei ritratti del Fayyum portano una corona realizzata in foglia d’oro. Essa è conosciuta come “la corona di giustificazione” e simboleggiava il positivo superamento del giudizio di Osiride da parte del defunto e quindi il trionfo sulla morte che precludeva alla vita eterna nell’Aldilà.
A sinistra: ritratto di un ragazzo – Museo Pushkin di Mosca; a destra: ritratto di una giovane donna – epoca tardo tiberiana – Cleveland Museum of Art
Tale interpretazione deriva dal capitolo 19 del libro dei morti, dove si legge:
CAPITOLO XIX Formula della Corona di Giustificazione A dirsi dall’Osiride NOME DEL DEFUNTO.
Tuo padre Atum ha disposto questa bella corona di giustificazione sulla tua fronte, che gli dei amano, affinché tu viva in eterno. Osiride, residente nell’Amenti, ti rende giustificato contro i tuoi avversari. Tuo padre Geb ti ha trasmesso tutta la sua eredità. Che vi sia esaltazione per te, giustificato, Horo figlio di Iside e di Osiride sul trono di tuo padre Ra, mediante la sconfitta dei tuoi avversari! Atum ti ha decretato le Due Terre. Atum ha decretato ciò e la Compagnia degli dei ti ha confermato il bel talismano di giustificazione della parola di Horo, figlio di Iside e di Osiride, per l’eternità. L’Osiride NOME DEL DEFUNTO è giustificato per l’eternità! (…) questo giorno in cui è reso giustificato contro Set e i suoi alleati alla presenza dei grandi Divini Giudici che sono in Helipolis la Notte della Battaglia e della sconfitta dei malvagi, innanzi ai grandi Divini Giudici di Abydos, la notte in cui è reso giustificato Osiride contro i suoi avversari (…) Horo ha ripetuto questa proclamazione quattro volte e tutti i suoi avversari cadono e sono rovesciati e sgozzati. [ Se ] ripete l’Osiride NOME DEL DEFUNTO giustificato questa proclamazione quattro volte, tutti i suoi nemici cadranno, saranno rovesciati e sgozzati. Horo figlio di Iside e di Osiride le ha ripetute milioni di volte e tutti i suoi nemici sono caduti, rovesciati e sgozzati. La loro dimora è trasferita ai ceppi di tortura dell’oriente. E` tagliata la loro testa, mozzato il loro collo, tagliate le cosce ed essi sono stati dati al Grande Annichilatore che dimora nella Valle delle Tenebre, affinché essi non sfuggano alla sorveglianza di Geb per sempre. RUBRICA Questa formula deve essere detta sopra una corona consacrata che deve essere posta sulla testa dell’uomo. Tu devi mettere l’incenso sul fuoco per l’Osiride NOME DEL DEFUNTO, e gli sarà dato di essere giustificato contro i suoi nemici morti o viventi e sarà tra i seguaci di Osiride e gli saranno dati cibi e bevande alla presenza di questo Dio. Tu la pronuncerai al mattino due volte: essa è invero di grande protezione per infinite volte.
L PITTORE DI MALIBU
Gli studiosi hanno esaminato i molti ritratti del Fayyum ed in base alle loro caratteristiche di stile li hanno attribuiti a vari artisti che operarono nella zona nei primi tre secoli dopo Cristo.
In particolare hanno ipotizzato che durante il I ed il II secolo ad Hawara, ove aveva sede la necropoli della città di Arsinoe, esistesse un’importante scuola di ritrattisti, alla quale apparteneva l’autore del ritratto proposto da Ossama Boshra e Patrizia Burlini (a sinistra), oggi al Cairo, che appartiene a Demos, così come si evince da un’iscrizione sulla mummia.
Egli è noto con il nome di PITTORE DI MALIBU, ed è ritenuto esecutore anche del ritratto che vedete a destra, custodito proprio a Malibu, al Museo Paul Getty, accomunato dalla resa di alcuni dettagli anatomici, soprattutto naso e bocca.
I due ritratti, entrambi ad encausto su legno, sono riferibili al tardo periodo flavio (100 d. C.), così come si rileva dalle identiche acconciature delle due matrone.
L PITTORE DI BROOKLIN E LA SIMBOLOGIA DEL VINO E DELLA ROSA
Il Pittore di Brooklin, che lavorò a Er-Rubayat verso la metà del IV secolo d. C., aveva uno stile “naif” caratteristico riconoscibile in diversi dipinti, uno dei quali si trova al museo di Brooklin a New York (a sinistra) ed un altro al Getty Museum di Malibu (a destra); molti altri, tuttavia, presentano caratteristiche analoghe e suggeriscono l’esistenza di una scuola di ritrattisti che a lui faceva capo, come ad esempio il terzo (in basso, anch’esso a Brooklin).
I personaggi ritratti tengono nella mano destra una coppa che contiene del vino e nella sinistra una ghirlanda di rose.
Gli egizi riconoscevano un legame tra il colore rosso del vino e il sangue di Osiride, di conseguenza esso simboleggiava la rigenerazione e la rinascita e veniva utilizzato per le offerte nei templi.
Analogo significato hanno assunto gli elementi vegetali fin dalle epoche più antiche, e le ghirlande di frutti e di fiori sono sempre state associate alla fertilità, al rinnovamento ed alla prosperità; particolare significato aveva la rosa, allegoria dell’immortalità o del passaggio da una vita all’altra e sacra ad Iside (tant’è che nell’area mediterranea talvolta la dea veniva rappresentata con questo fiore), il cui culto rifiorì in epoca greco romana anche oltre le frontiere egizie.
Nel mese di maggio i romani celebravano le feste chiamate “rosàlia”, in occasione delle quali ponevano rose sulle tombe come offerta agli dei Mani, ossia alle anime dei defunti destinatarie di un devoto culto domestico.
IL PITTORE “A”
L’acconciatura delle matrone induce a ritenere che egli abbia lavorato in un’epoca comprendente il tardo adrianeo e il primo periodo antonino (30 – 140 d. C.).
Questo artista è probabilmente autore anche del ritratto di uomo oggi a Digione (Fausto Coppi…. ricordate? – a sinistra), e di un altro, femminile esposto al Louvre, entrambi da noi già pubblicati (a destra), esposto al Louvre. Oltre alla generale somiglianza fisica dei soggetti raffigurati, la mano dell’artista si nota nella resa della bocca e degli occhi, posti a diversi livelli e, aggiungo io, nelle orecchie insolitamente grandi.
IL PITTORE DI ST. LOUIS
Il pittore di St. Louis lavorò a Er-Rubayat (o a Philadelpheia) attorno al 300 d.C.; egli aveva uno stile ingenuo come quello del suo collega Pittore di Brooklin, ma le sue opere si caratterizzano per l’ombreggiatura ottenuta a tratteggio che enfatizza gli zigomi ed il collo, per la particolare forma delle labbra e per il naso lungo dei soggetti ritratti.
Questi segni distintivi sono particolarmente evidenti sul ritratto a tempera ora al St. Louis Art Museum (a sinistra in alto) e sul ritratto di una donna custodito al Fogg Art Museum di Harvard (a destra in alto), attribuibile quanto meno ad uno dei suoi allievi. Ho trovato anche quelli in basso (a sinistra che si trova nella Collezione archeologica dell’università di Zurigo, al centro custodito al British Museum di Londra, a destra esposto a Leida) che a mio sommesso parere presentano analogie davvero significative.
FONTI:
El-Rubayyat e i « ritratti del Fayyum » di Paola Davoli, in “Egitto”,Anno 77, n. 1/2 (Gennaio-Dicembre 1997), pp. 61-70, Editore : Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
Alla morte di Ramses II, avvenuta verso il 1212 a. C., gli succedette l’anziano Merenptah che regnò per una decina d’anni.
Dopo di lui sali’ al trono suo figlio Sethi II ( il cui regno potrebbe essere stato inframmezzato da quello di Anenmose) che sposò tre regine.
La prima fu Takhat II, che sembra non gli abbia dato eredi, la seconda Tausert, figlia della dama Takhat e forse di Merenptah stesso (è quindi nipote di Ramses II), che gli diede un figlio chiamato come il padre Sethy-Merenptah, che purtroppo morì prima di succedergli e fu il figlio della terza moglie, il principe Ramses-Siptah, che divenne faraone grazie all’appoggio del potentissimo Gran cancelliere Bay ” che ha stabilito il sovrano sul trono di suo padre”.
Bay era probabilmente Siriano, nonostante la sua origine straniera era diventato l’eminenza grigia del palazzo, ottenendo nel tempo i titoli di Tesoriere e di Gran Cancelliere dell’intero paese con il privilegio di avere una tomba nella Valle dei Re (KV 13)dopo essere partito con il ruolo di semplice scriba e maggiordomo reale di Sety II.
La leggimità del giovane re non sembra sia stata messa in dubbio in quanto i graffiti lasciati dai funzionali egiziani in Nubia si riferiscono a lui. Tuttavia era ancora un ragazzino ed aveva problemi fisici (la sua mummia porta I segni inequivocabili della poliomielite), per cui la reggenza del paese venne assunta dalla matrigna Tausert, mentre Bay continuò a svolgere il suo ruolo di consigliere.
Dopo tre anni Siptah, cambiò il nome che aveva assunto salendo al trono, Ramses – Siptah, in Merenptsh-Siptah, si liberò di Bay, facendolo giustiziare, come si evince da un testo in ieratico redatto su un Ostracon trovato a Deir El-Medina nel quale si legge: ” Anno 5, III Shemu, 27°. Oggi scriba della tomba, Paser è venuto ad annunciare:” Il Faraone – Vita. Prosperità, Salute – ha ucciso il grande nemico Bay” “.
L’anno successivo il faraone morì appena ventenne e fu sepolto nella Valle dei Re ( KV 47) lasciando una situazione pesantemente critica perché i Popoli del Mare premevano ai confini ed una grande siccità affliggeva ed impoveriva l’Egitto determinando il nascere di pericolose bande di ladri e diaperati.
Coppa della regina Tausert
Nuovo Regno, XIX Dinastia
Oro – Altezza cm 9,5, diametro dell’oro cm 8, diametro della base c. 4,3
Tell Basta (Bubasti)
Il Cairo, Museo Egizio – JE 39872 = CG 53260
Questo delicato calice d’oro a forma di loto, utilizzato per bere, apparteneva a Tausert.È costituito da due pezzi saldati: il fiore di loto e il gambo, uno stelo di papiro capovolto.
Il cartiglio racchiude il nome della regina, sormontato dalle penne e dal disco solare.
Fonte: I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani
Bibliografia : Griggs 1985, ( cat. 25). M. S.
Reggente e poi signora delle Due Terre
Siptah non aveva eredi e il trono faceva gola a molti, in particolare ai vertici delle gerarchie militari nel Basso Egitto, al sommo sacerdote di Amon nell’alto Egitto ed al vicere’ in Nubia; Tausert tuttavia, scomparso Bay che era il suo contendente più accreditato, non si lasciò sfuggire l’occasione per prendere il potere assoluto sulle Due Terre, proclamandosi sovrano ed assumendo il nome reale di Sitre Meritamon Tausert, cioè ” Figlia di Ra, Amata da Amon, la potente”, divenne altresì definita “l’amata da Mut”, ” colei che possiede la bellezza in quanto re, come Atum”, ” la fondatrice dell’Egitto”, ” colei che piega i paesi stranieri”, “la sovrana della terra amata”, “l’amata da Amon”, “l’eletta da Mut”.
Manetone la cita come re “Thuoris” attribuendo un regno di sette anni, che computa anche la corregenza con Siptah.
Governò da sola per nemmeno due anni ( dal 1191 al 1190 a. C.), regalando all’Egitto un periodo, seppur breve, di pace e relativa prosperità, durante il quale evitò di organizzare campagne militari, riallacciò i rapporti commerciali con la Palestina e Nubia, realizzò numerose opere architettoniche, tra le quali il suo tempio funerario nei pressi del Ramesseum, delle quali rimangono tracce a Tebe, Abydos, Ermopoli, Menfi, Amarna e Eliopoli.
Sono state trovate placche con il suo nome nel Delta e il suo cartiglio compare su gioielli dell’epoca di Sethy II.
Nella zona di Bubasti fu trovato un tesoro con vasi d’oro e d’argento che recano il suo nome. Esistono sue iscrizioni a Serabit el Khadim e Timna nel Sinai, dove sfruttò le miniere di turchese, in Palestina e nel tempio di Amada.
L’opposizione nei suoi confronti tuttavia fu quasi immediata ad opera del generale Setnakh, forse appartenente ad un altro ramo della famiglia ramesside, il quale controllava l’esercito ed evidentemente mal tollerata di essere governato da colei che riteneva, insieme a Bay, la causa del l’anarchia è delle difficoltà in cui si dibatte a il paese.
È comunque un dato di fatto che dal 1186 a. C. Tausert scomparve per lasciare il trono a Setnakh, che regnò fino al 1183 a. C.
Questo sovrano e suo figlio Ramses III descrissero il tramonto della XIX Dinastia come un’epoca caotica ed oscura ( il papiro Harris li glorifica come restauratori dell’ordine e della grandezza dello stato) e cancellarono la memoria di Tausert, Siptah e Bay, tanto che che nel bassorilievo che raffigura la processione dei predecessori di Ramses III, che fece realizzare a Medinet Habu, egli ed il padre figurano come diretti successori di Merenptah.
Le poche informazioni disponibili in relazione a questo periodo permettono solo di fare ipotesi in merito alla successione al trono reale del generale non si sa se vi fu un colpo di stato militare o se riuscì a scalzare Tausert per mezzo di intrighi di palazzo.
È anche possibile che nel corso del regno di quest’ultima il paese fosse già governato da Sethakht, il quale vinse la lotta per la successione dopo la sua morte.
Per lungo tempo si pensò che il nuovo faraone avesse distrutto anche la mummia della regina per cancellare il suo nome dalla storia, ma recentemente si è ritenuto che possa essere la “Donna sconosciuta D” rinvenuta nel marzo 1898 da Victor Loret nel Nascondiglio della tomba di Amenhotep II ( la KV 14), la mummia giaceva nel coperchio rovesciato di un sarcofago preparato per Setnakh e si trovava accanto ai resti di Siptah.
LA SEPOLTURA
La costruzione della tomba ( KV 14) venne iniziata da Sethy II, continuò sotto Siptah e quando Tausert sali’ al trono fece ampliare i corridoi e l’ingresso è fece realizzare una seconda camera sepolcrale per renderla degna del suo nuovo status di sovrano. Alcune scene presentano Siptah accompagnato da Tausert, ma successivamente il nome di Siptah fu martellato e sostituito con quello di Sethi II.
Alla sua morte vi fu inumata, ma Ramses III la usurpo’ per il padre Setnakh, utilizzando poi per sé la KV 11 che si era fatto costruire.
Nei primi corridoi Tausert viene raffigurata insieme a Siptah e dopo la morte di quest’ultimo ne sostituì i cartigli con quelli di Sethy II.
Le immagini che la raffigurano davanti alle divinità furono in seguito adattate per Sethakht, o addirittura sostituite con quelle del suo successore Ramses III.
Il sarcofago di Tausert è stato ritrovato nella tomba KV 13. Il sarcofago è in granito rosa, lunghezza 2.75 m e altezza 1,91, decorato con un gruppo di immagini raffiguranti le quattro divinità protettrici e i quattro figli di Horus, nonché iscrizioni e inviti e preghiere per i morti.
Il sarcofago è stato trovato dall’archeologo tedesco Hartwig Altenmuller nella tomba di Bay, KV13, che si trova vicina alla tomba della regina. Era stato utilizzato dal figlio di Ramses II, il principe Mentuhetkhepeshef.