Merenre, (Merenra, Menthusuphis, Horo Ankhkhau, Antyemzaef, Merenre Nemtyemsaf I), fu il successore di Pepi I, si pensa che sia stato un grande faraone anche se il suo regno non durò a lungo, pare che abbia regnato per soli cinque o sei anni. Le cifre che si riscontrano sono molto discordanti, il Canone Reale di Torino sembra riportare, secondo la ricostruzione di Alan Gardiner, l’improbabile cifra di 44 anni mentre Manetone gliene assegna solo 7. Dai riscontri archeologici si rileva come data più alta l’anno successivo a quello della quinta conta del bestiame, quindi 10 anni. Se si considera però che molto probabilmente Merenre venne associato al trono dal padre Pepi I l’ipotesi più reale è che Merenre abbia regnato in modo autonomo circa 5 anni. La riprova di questo trova conferma nell’esecuzione dei suoi monumenti che denunciano tracce di un affrettato completamento, segno che il loro utilizzo deve essere avvenuto ben prima del previsto.
Ma la cosa che più sorprende è che di questo sovrano, del quale conosciamo ben poco, quel poco che conosciamo ci giunge dall’autobiografia di un personaggio secondario, Weni il Vecchio. L’autobiografia è la forma più antica nella letteratura egiziana e ci sono numerosi esempi di ottima qualità. Quella di Weni è incisa su una lastra di calcare rinvenuta nel 1860 da Auguste Mariette nella sua tomba-cappella nel Medio Cimitero ad Abydos.
Nella sua autobiografia Weni ci racconta di aver servito ben tre faraoni, Teti, Pepi I e per ultimo Merenre e sotto quest’ultimo come governatore dell´Alto Egitto. Questo rende meno credibile la veridicità del racconto, Weni, vissuto durante la VI Dinastia (ca. 2323-2150 a.C.) dell´Antico Regno, avrebbe ricoperto una carica di secondaria importanza sotto il regno di Teti, aggiunge poi che il re Pepi I lo assoldò per fare delle investigazioni sulla regina Weret-Yamtes, apparentemente coinvolta in un complotto ai danni del re. Tenuto conto che il regno di Pepi I, sarebbe durato oltre cinquant’anni, e supponendo che Merenre sia salito al trono solo dopo la morte del padre, Weni doveva aver già passato da un pezzo la sessantina quando entrò al servizio del nuovo sovrano. Pare strano che compiti così gravosi venissero affidati ad un uomo in età cosi avanzata per quel tempo. Diverso sarebbe se si scoprisse che Pepi I si associò il figlio al governo vari anni prima di morire, cosi che gli ordini sovrani potrebbero essere stati emessi a nome di entrambi, e in effetti sono state scoperte concrete, seppur scarse, prove di una tale coreggenza.
Se vi trovate a girare per la necropoli di Saqqara vi troverete in difficoltà ad individuare il complesso piramidale di Merenre, quello che nell’antichità veniva pomposamente chiamato “Lo splendore di Merenre rifulge”. Le sue rovine, situate addentro al deserto sull’estremo limite sud-ovest della necropoli, spariscono allo sguardo del visitatore che viene piuttosto attratto dalla Mastabat el-Faraun e dai resti della piramide di Pepi II.
La piramide di Merenre non ha fin’ora suscitato grande interesse per gli archeologi che si sono riferiti soprattutto alle fonti scritte, in particolare alla sopracitata autobiografia del funzionario Weni, nella quale racconta che gli venne affidato l’incarico di procacciare i materiali per la costruzione della piramide, granito rosa da Assuan, alabastro da Hatnub e grovacca nera dalle cave di Ibhat, con le quali venne realizzato il pyramidion ed il sarcofago del sovrano. Perring, negli anni ’30 del XIX secolo rinvenne la presenza di blocchi di granito bianco del paramento, oggi spariti fra i detriti. Il pyramidion ed il sarcofago presentavano tracce residue della doratura originaria.
All’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, Maspero, all’eterna ricerca dei testi delle piramidi, penetrò all’interno dei sotterranei della piramide. Le camere ipogee non si discostano da quelle della piramide di Pepi I, la parete occidentale, dove era poggiato il sarcofago si presenta con uno splendido rilievo policromo con il motivo della facciata del palazzo reale. Il soffitto era ornato con stelle bianche su sfondo nero rivolte a occidente. Del corredo funebre sono stati rinvenuti solo resti insignificanti fra cui due scodelle in alabastro ed un piccolo oggetto, bottone o maniglia, di uno stipetto.
All’interno della camera funeraria Maspero rinvenne la mummia di un giovane uomo che presentava l’acconciatura con ciocca laterale tipica dell’adolescenza.
Esaminando anche il tipo di fasciatura, sul momento si pensò ad una sepoltura intrusiva più tarda, Elliot Smith, conoscitore di mummie egizie, l’attribuì alla XVIII dinastia. In seguito alcuni egittologi ipotizzarono che la mummia appartenesse proprio a Merenre, sappiamo che regnò per poco tempo e morì molto giovane, inoltre non ci sono indicazioni di sue eventuali mogli o figli. Un pendente dorato sul quale sono riportati i nomi di Merenre e di suo padre Pepi I, parrebbe essere la prova, la prima di questo genere, della coreggenza. Se il corpo appartiene veramente a Merenre si tratterebbe della mummia regale più antica giunta fino a noi.
Dopo molti decenni furono riprese indagini approfondite da un team archeologico francese, guidato da Jean Leclant, che continuano tutt’ora. Purtroppo lo stato di grave devastazione in cui versa la piramide ha fornito scarse informazioni. I numerosi frammenti di Testi delle Piramidi, sparsi nell’enorme cratere lasciato dai saccheggiatori, lasciano intendere quanto sarà complessa la ricostruzione delle camere.
Fonti e bibliografia:
Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
,John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Federico A. Arborio Mella – L’Egitto dei Faraoni – Mursia, 2012
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto!, Editori Laterza, Bari 2008 )
Punt era una terra non ben identificata che si ritiene fosse situata nel Sudan orientale (o in Eritrea, o sulle coste della Somalia. . . ), di rilevante importanza in tutte le epoche della Civiltà Egizia per le sue risorse commerciali. Gli Egizi raggiungevano Punt attraversando i Laghi Amari nel Delta orientale in direzione del Mar Rosso o attraverso il Wadi Hammamat, sulla strada di Koptos, verso la città di Kuser sul Mar Rosso. Kuser era dotata di cantieri per la costruzione di imbarcazioni adatte alla navigazione marina (il “Grande “Verde”) e proprio qui venivano allestite le flotte per il viaggio verso Punt.
Punt offriva al commercio prodotti di gran pregio come l’elettro (lega di oro e argento), oro, avorio, mirra, incenso, pelli, bastoni da lancio, prodotti cosmetici, spezie, animali selvatici, resine, ebano e gomme aromatiche. Gli scambi commerciali dell’Egitto con Punt devono essere fatti risalire al regno di Sahura (2458-2446 a.C.) o poco prima. Un documento risalente alla Sesta Dinastia (2323-2150 a.C.) parla di un importante personaggio morto mentre allestiva una flotta commerciale sul Mar Rosso. Pepi II (2246-2152 a.C.) inviò diverse spedizioni verso Punt, chiamata “la Terra del Dio”. La mirra, utilizzata come l’incenso nelle feste e nei riti religiosi, era importata in grandi quantità accuratamente registrate dagli scribi, come risultato di queste imprese commerciali. Alberi di mirra erano anche piantati nei complessi templari.
Durante il Medio Regno, Mentuhotep II (2061-2010 a.C.), Senuosret I (1971-1926 a.C.), Amenemhat II (1929-1892 a.C.) ed altri faraoni inviarono spedizioni verso Punt. Nel Nuovo Regno (1550-1070 a.C.) questi viaggi commerciali vennero incrementati e la figura della regina faraone Hatshepsut, come ben sappiamo, è strettamente legata a queste imprese dove l’abilità marinara si mescolava alla scaltrezza e all’intraprendenza mercantile.
Tuthmosi III (1479-1425 a.C.), Amenhotep III (1391-1353 a.C.), Horemheb (1319-1307 a.C.), Seti I (1306-1290 a.C.), Ramses II (1290-1224 a.C.) e Ramses III (1194-1163 a.C.) inviarono anch’essi delle spedizioni commerciali. Una stele nel tempio funerario di Amenhotep III menziona la terra di Punt. Il Papiro Harris, relativo al periodo storico di Ramses II, offre un’interessante descrizione di questi scambi commerciali. Gente comune e principi di Punt giunsero in visita in Egitto e furono raffigurati nei rilievi del tempio di Hatshepsut, a Deir el-Bahari, come ben descritto nei post di Luisa Bovitutti.
Gli stessi rilievi mostrano i vascelli che fanno vela verso la mitica terra di Punt (ed il rientro in Egitto); scene convenzionali che proseguiranno durante l’Epoca Ramesside.
Punt in . . .lingua geroglifica
Il Paese di Punt:
Lo sgabello (Q3); valore fonetico: p
La lepre (E34); valore fonetico: wn
Onde d’acqua (N35); valore fonetico: n
Piccola forma di pane (X1); valore fonetico: t
Catena montuosa (N25); ideogramma per terra straniera
Puntiu: il popolo di Punt:
Lo sgabello (Q3); valore fonetico: p
La lepre (E34); valore fonetico: wn
Onde d’acqua (N35); valore fonetico: n
La poiana (G4); valore fonetico: tyw
Il bastone da lancio (T14); determinativo per “straniero”
Divinità seduta (A40); determinativo; Valore fonetico: i. La triplice ripetizione indica pluralità (iw).
Riferimenti:
M.R. Bunson Encyclopedia of Ancient Egypt – Revised Edition Facts on File. 2002
P. Dickson Dictionary of Middle Egyptian in Gardiner Classification Order. Creative Commons. 2006
Sedia in legno dorato regalata a Yuya e Tuya dalla loro nipote Sitamon, figlia di Amenhotep III. Il gesso modellato e la decorazione dorata sul pannello posteriore della sedia sono costituiti da un disco solare alato con il toponimo Edfu (capitale del nome Horus dell’Alto Egitto, circa 65 miglia a nord di Aswan) su entrambi i lati. Al di sotto è presente una scena che mostra una doppia immagine di Sitamon che riceve in dono delle collane d’oro.
L’iscrizione che accompagna la principessa seduta la nomina come: “La primogenita amata dal re, Sitamon”. Il testo scritto sopra le ancelle descrive l’offerta dell’oro come proveniente dalle “terre del sud”.
Nel suo libro “Tombe, templi e arte antica” , Joseph Lindon Smith racconta un aneddoto secondo cui l’Imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III, mentre visitava la tomba KV 46 dopo la sua scoperta, abbia fatto inorridire gli archeologici sedendosi su questo trono. Incredibilmente, il legno vecchio di tremila anni si rivelò abbastanza forte da sostenere il peso dell’anziana imperatrice, e nessun danno fu arrecato a questa inestimabile opera dell’epoca di Amenhotep III.
Nelle foto di dettaglio, sono mostrati il fianco di un bracciolo, in cui appare una scena con il Dio Bes rappresentato mentre danza, suona e tiene in mano due coltelli, e un ritratto della principessa.
Tesoro della tomba di Yuya e Tuya, Museo Egizio del Cairo
Questo raffinato bauletto portagioie è uno dei pezzi più belli del corredo funebre di Tuya.
Esso è in legno, alto 41 cm, largo 26,8 cm e foderato di lino rosa, e può essere chiuso avvolgendo una catena a due bottoni dorati, uno posto sul bordo del coperchio, l’altro sotto il cornicione dorato.
La circostanza che non rechi il nome della defunta ma i cartigli di Amenhotep III e di sua moglie Tiye hanno indotto il prof. Tiradritti (“Le meraviglie del Museo egizio del Cairo”) ad ipotizzare che in origine fosse stato realizzato per la regina, la quale in un secondo momento, forse in occasione del funerale di sua madre, l’avrebbe deposto nella sua tomba come ultimo gesto di amore filiale.
Esso è a forma di naos, è sorretto da quattro gambe sottili ed è profilato da un mosaico composto da rettangoli in terracotta rosa e blu alternati a tasselli di ebano; il registro superiore reca i cartigli dorati e in rilievo di Amenhotep III e di Tiye mentre quello inferiore è costituito da un fregio dorato composto da una successione di simboli augurali di vita e potere: due scettri “ouas” che racchiudono una croce “ankh” e che poggiano sul segno “neb”.
Il coperchio dipinto di un azzurro intenso poggia su di un’elegante cornice dorata; il suo perimetro è delimitato dal fregio “a mosaico” che si ripete anche al centro ed è suddiviso in quattro pannelli che riproducono specularmente identici elementi decorativi.
Nei due pannelli superiori si trovano i cartigli dei due sovrani sormontati da due grandi piume con il disco solare alla base; sopra i cartigli vi è un altro disco solare circondato da due cobra; i due inferiori sono decorati con i segni dell’eternità (i geroglifici dorati “ouas”, “djed”, “ankh”) e con l’immagine di Heh, il dio dell’eternità, il quale, inginocchiato sul geroglifico “neb”, augura una lunga vita e un lungo regno al sovrano tenendo in ciascuna mano un grande ramo di palma simbolo degli anni.
IL SECONDO BAULETTO PORTAGIOIE DI TUYA
Anche questo elegante portagioie in ebano venne ritrovato nella tomba di Yuya e Tuya.
Esso è alto 51 cm, lungo 53 cm e largo 42 cm, ha quattro gambe sottili e a sezione quadrata, un corpo poco profondo sormontato da una cornice e da un coperchio costituito da due ante uguali, ciascuna munita di un bottone in legno recante i nomi di Amenhotep dipinti di giallo sui quali si arrotolava una cordicella o una catena per assicurarne la chiusura.
La decorazione di ogni anta, realizzata in foglia d’oro e in faïence blu è perfettamente simmetrica. I cartigli di Amenhotep III si fronteggiano e poggiano sul dio Hey, inginocchiato sul segno dell’oro.
Il corpo del cofanetto e costituito da quattro pannelli composti da un fregio di quadrati di faïence smaltati di blu e decorati con bassorilievi in gesso dorato dei segni geroglifici ankh djed ouas (vita, stabilità e potenza). Nell’immagine in bianco e nero il coperchio.
La vasta necropoli di Saqqara copre un’area di circa 7 × 1,5 km per complessivi nove chilometri quadrati. Viene convenzionalmente suddivisa in quattro aree principali: Saqqara Nord dove sono ospitate gran parte delle cosiddette tombe arcaiche risalenti alla I dinastia, l’Area Principale dove si trova il complesso di Djoser con la sua piramide a gradoni, il Serapeum, il sepolcro dei tori Apis con i suoi colossali sarcofagi e numerose altre tombe, in ultimo l’area di Saqqara Sud in cui sono ubicati i complessi di Pepi I e Pepi II, (VI dinastia), e Ibi, (VIII dinastia). Di fatto la necropoli di Saqqara non venne più utilizzata a partire dal Primo Periodo Intermedio anche se in realtà alcuni faraoni e dignitari successivi non disdegnarono di farsi costruire qui la propria tomba, tra di esse c’è quella che il faraone Horemheb, (XVIII dinastia), si fece costruire prima di salire al trono. Si incontrano poi altre sepolture che risalgono anche al periodo greco-romano. Ed è proprio nell’area di Saqqara sud che, accanto alla sua piramide, il faraone Pepi I fece erigere i complessi funerari di alcune sue consorti regine. Come detto in un precedente articolo Pepi I prese almeno sei mogli, (in realtà furono parecchie di più ma queste sei sono le “regine” delle quali fino ad oggi sono stati rinvenuti i loro complessi funerari). Il numero delle mogli non deve stupire, molti faraoni possedevano degli harem decisamente più numerosi. L’egittologo Miroslav Verner, nel suo libro “Il mistero delle Piramidi”, (sempre citato in fonte), ci descrive queste sei, andando però a cercare tra le varie notizie di egittologia che vengono periodicamente pubblicate apprendo che ne emergono sempre di nuove dagli scavi della missione franco-svizzera guidata dal prof. Klumber. Dagli scavi che sono tutt’ora in corso nella zona a sud-ovest della piramide di Pepi I, a partire dal 2017, ne sono state scoperte ben nove. In attesa di notizie più precise per ora mi attengo al testo citato. Come abbiamo già visto molti faraoni fecero erigere accanto alla propria, piramidi più piccole dedicate a mogli o madri, basti pensare a Cheope, Micerino, ecc. Ma allora vi chiederete, perché trattiamo in modo diverso queste sei mogli di Pepi I?. La ragione è molto semplice, mentre i suoi predecessori facevano erigere piccole piramidi per le regine, Pepi I per le sue sei fece erigere dei veri e propri complessi piramidali ciascuno con il suo tempio funerario e, per alcune, addirittura la piramide cultuale. Il perché di questo comportamento ovviamente non ci è noto. Non tutte sono ancora state studiate a fondo. Andiamo dunque a farci un giro nel complesso piramidale di Pepi I dove i reperti più significativi sono le piramidi delle sue regine. Queste piramidi appartengono a: Nebuunet, Inenek-Inti, Meritites IV, Ankhesenpepi II e Ankhesenpepi III, Mehaa con una tomba appartenente a suo figlio Hornetjerikhet a nord, Behenu, Reherichefnakht, una, piramide sul lato occidentale, rimane anonima. Procediamo dunque nell’ordine che le cita Verner, la prima è quella della regina Nebuunet.
LA PIRAMIDE DI NEBUUNET
Quello di Nebuunet è il complesso situato più ad oriente di tutte le tombe reali, (anche se pare che più ad est ne esista un altro non ancora trovato). Al complesso si accedeva dal cortile, a nord della piramide di Pepi I, attraverso una porta in pietra calcarea dalla quale si accedeva ad un’anticamera da cui si poteva raggiungere il cortile che circonda la piramide ed a un piccolo tempio funerario oggi ridotto a poche rovine dalle quali emerge però una sala delle offerte ed una sezione di muro di circa 1 metro di spessore che sono un po meno rovinati. La sala ci presenta ancora alcuni frammenti di sculture che si sono conservati dove Nebuunet compare con dei leoni su un podio di fronte a una dea che regge un scettro ankh. Dell’intero impianto che comprendeva la piramide ed un tempio funerario oggi non è rimasto molto, è comunque stato possibile ricostruirne la pianta anche se a grandi linee. La piramide era costruita con blocchi di calcare, aveva una lunghezza di base di circa 20,96 metri e un’altezza massima di 21 metri. Il suo ingresso si trova nel pavimento della cappella nord e si passa attraverso una porta di pietra calcarea, che guarda la piramide di Pepi I.
La porta è stata quasi completamente rimontata da componenti riscoperti. Da qui ci si immette in un cunicolo discendente che dopo un breve tragitto si trasforma in un passaggio orizzontale attraverso una specie di vestibolo. Ogni stipite della porta ha un’immagine completa della regina che la ritrae come una donna snella, con indosso una parrucca che le incornicia il viso, dotata di un fodero e una grande collana che le penzola intorno al collo. In una mano tiene un fiore di loto dal quale respira il suo profumo, mentre l’altra è sollevata dietro di lei. Il suo nome e il suo titolo sono incisi sugli stipiti: “la moglie del re, la sua amata, Nebuunet”. Sulla parte superiore dello stipite, sotto il geroglifico del cielo, un falco reale ad ali spiegate stringe un ankh puntato verso un cartiglio recante il nome di Pepi I, esso stesso parte di un’unità di tre colonne di testo. Prima dell’ingresso alla camera funeraria, si trovava un’unica saracinesca in granito rosa. La camera, orientata in senso est-ovest aveva il soffitto piatto. La sottostruttura ha lo stesso layout che troveremo nella piramide di Inenek-Inti, con la differenza che il suo sarcofago era fatto di granito rosa, piuttosto che grovacca. Alcuni frammenti di alabastro con resti di iscrizione in geroglifico che non forniscono alcuna spiegazione sono le uniche cose trovate all’interno della camera. A est della camera funeraria c’era un piccolo serdab che conteneva frammenti di corredo funerario tra cui un peso da telaio cilindrico in legno e una piuma di struzzo, potenzialmente rappresentanti le piume di Maat, ed altri resti di oggetti privi di significato. In una cappella poco più a nord, realizzata semplicemente in mattoni crudi, fu scoperto un frammento di altare in calcare.
LA PIRAMIDE DI INENEK-INTI
Al secondo posto Verner ci propone, la seconda regina Inenek-Inti. Inenek-Inti era una moglie di Pepi I, vantava anche il titolo di visir. Ricopriva inoltre, cosa rara nell’antico Egitto, il ruolo di architetto e costruttore, il faraone Pepi I, come detto in precedenza, affidò alla consorte la costruzione del suo monumento funerario dove, su alcuni blocchi, compaiono i titoli di Inenek-Inti tra cui quello di architetto. Forse fu anche suo il progetta di quella che sarebbe diventata la sua tomba, (questo non lo sappiamo).
La piramide di Inenek-Inti aveva i lati di 21 metri con un’area che corrisponde a 1/14 di quella della piramide di Pepi I ed un volume corrispondente a 1/10. Sia la piramide di Inenek-Inti che il suo tempio funerario sono di dimensioni maggiori di quello della regina Nebuunet e si trova racchiusa all’interno di un muro spesso 1,5 metri. Per accedere alla piramide si transita attraverso una cappella posta sul lato nord quindi si scende per un passaggio discendente attraverso il quale si giunge in un vestibolo che si apre sul corridoio principale. Nel corridoio è presente una saracinesca in granito superata la quale si giunge alla camera sepolcrale che si trova proprio sotto l’asse verticale della piramide, poco più a est si trova un serdab.
All’interno della camera, sul lato ovest si trova il sarcofago in grovacca. L’intera camera si presenta in completa rovina, dagli scavi sono emersi frammenti di corredo funerario, pezzi di pietra di vari colori oltre a diversi contenitori sigillati in pietra calcarea che sarebbero stati adibiti a contenere le provviste funerarie. Lungo i lati nord, est e sud della piramide si estendono tutta una serie di fabbricati con il tempio funerario che risulta piuttosto angusto. All’entrata del tempio si trovano due pilastri in granito che costituiscono la porta, su di essi compare la regina che, seduta, respira il profumo di un fiore di loto, il suo nome Inenek-Inti è inciso presso di lei. Due obelischi di calcare grigio svettano all’entrata del complesso templare, su di essi è raffigurata la regina stante, anche qui, oltre ai suoi titoli compaiono i suoi nomi, su di uno è chiamata Inenek e sull’altro Inti. Il tempio si compone di una sala e un cortile a pilastri a nord-est. Nel cortile verso est è presente la sala delle offerte ed una stanza con tre nicchie con statue. Sui lati nord e sud insistono dei magazzini mentre più verso sud-est si trova una piccola piramide di culto con i lati di base di 6 metri
LA PIRAMIDE OCCIDENTALE
Spostiamoci di poco ad ovest della piramide di Inenek-Inti per incontrare la piramide anonima cosiddetta “Occidentale”. Non conosciamo il nome della proprietaria, l’unico accenno alla sua identità si trova su un obelisco di fronte alla sua piramide dove viene indicata solo come “la figlia maggiore del re”. Fu la prima delle piramidi delle regine ad essere portata alla luce nel 1988 dalla Mission archéologique française de Saqqâra/Mission archéologique franco-suisse de Saqqâra (MAFS). Si presenta con una lunghezza dei lati di base di 20 metri, come quella di Nebuunet, mentre le rovine raggiungono oggi l’altezza di solo 3 metri. Dalla parete nord, attraverso un breve cunicolo si accede alla camera funeraria situata sotto l’asse verticale della piramide, mentre il serdab è situato stranamente a sud della stessa camera funeraria invece che a est. Al suo interno vennero ritrovati resti di attrezzature funerarie, pesi di legno e piume di struzzo, ami da pesca in rame e vasi di argilla cotta, nulla indicava il nome del proprietario. Sono stati trovati anche i resti di un tempio funerario, che denota la fretta con cui venne costruito, una piccola sala per le offerte ed una stanza con due nicchie di statue. Sono presenti alcuni frammenti di rilievi che raffigurano scene di processioni e un cartiglio incompleto del nome di Pepi I.
LA PIRAMIDE DI MERITITES IV (MERITITE)
La posizione di questa regina è alquanto incerta, Inizialmente creduta moglie di Pepi I, oggi si propende per credere che sia stata una figlia del sovrano, la conferma di ciò starebbe nel suo titolo “Figlia del Re, del Corpo di Pepi Mennefer” ed in realtà moglie di Pepi II Neferkare. Forse fu anche sposa di suo padre, era infatti una pratica usuale quella di sposare le proprie figlie non con lo scopo della procreazione ma per elevare la principesse alla dignità regale (caso che si riscontra nelle numerose figlie di Ramesse II). Un indizio che ci porta in quella direzione lo troviamo nel nome stesso della principessa, infatti Meritites significa “L’Amata del Padre”. Meritites IV poteva vantare numerosi titoli quali: “Grande dello scettro hetes”, “Colei che vede Horus e Seth”, “Grande delle lodi”, “Moglie del Re”, “Moglie del Re, la sua amata”, e “Compagna di Horus” oltre al titolo citato sopra. La sua piramide si trova immediatamente a sud della anonima “Piramide Occidentale” ed i suoi lati di base misurano 21 metri. L’accesso al complesso avviene da nord-est tramite un lungo corridoio collegato dalla strada che immette nel cortile. La parte ipogea è decorata ed il titolo principale è riportato a metà delle pareti della camera. All’interno sono stati rinvenuti frammenti lignei, probabilmente facenti parte di una cassa adibita a contenere i vasi canopi, sui quali erano riportate formule tratte dai Testi delle piramidi. All’esterno si trova un cortile con cinque colonne sulle quali sono registrati i suoi titoli ed una sua immagine. Nel 2007, la piramide di Meretites IV era stata completamente restaurata.
LA REGINA ANKHESENPEPI II (ANKHESENMERYRE II O ANKHENESNEFERIBRA)
Nel 1997 una missione francese trovò un blocco di granito vicino all’angolo sud della piramide di Pepi I sul quale compariva il nome di Ankhesenmerire, (o Ankhesenpepi, nome acquisito con il ruolo reale). Ankhesenpepi II, moglie di Pepi I e madre del successore di questi Pepi II, (fu pure moglie di Merenra I successore di Pepi I) rivestì un ruolo sociale e religioso di eccezionale importanza. +
Nella tomba della figlia Neith, moglie di Pepi II, si trovava un luogo per il culto di Ankhesenpepi II (Ankhesenmerire) definito come “sacrario” dove i sacerdoti addetti erano chiamati “Servitori della divinità”, questo era un privilegio che spettava solo ai faraoni. Questa regina, racconta Manetone, divenne reggente al posto di suo figlio che aveva appena sei anni. Una statuetta di alabastro, conservata al Museo di Brooklyn, raffigura la madre con il figlioletto in grembo.
La conferma della sua reggenza la troviamo in una incisione nella roccia dello Uadi Maghara nel Sinai, databile a quell’epoca, che la raffigura con indosso il copricapo attillato e l’uraeus sulla fronte, cosa veramente rara per l’Antico Regno, (se si trascura la più antica rappresentazione della regina Khentkaus II con l’uraeus trovata ad Abusir).
La piramide di Ankhesenpepi II si trova a sud-ovest della piramide di Meritites IV, nell’angolo sud-occidentale del complesso. Con una lunghezza di base di 31,4 metri, è la piramide più grande del complesso dopo quella di Pepi I. Il tempio funerario esterno fu costruito su un asse nord-sud. A ovest una serie di ventuno magazzini disposti a pettine, ed a sud un ampio cortile con due porte. La porta sud-est conduce al modello interno, o privato. La porta sud-ovest conduce alla parete nord della piramide. Sulla parete nord della piramide, sono stati trovati resti di una cappella larga 4,2 metri. La sottostruttura della piramide è stata scoperta piena di sabbia e detriti, ma una volta ripulita ha rivelato una grande camera sepolcrale di 7,34 metri (est-ovest) per 3,15 metri (nord-sud) . A est c’era un serdab privo di iscrizioni.
La camera funeraria della piramide di Akhesenpepi II contiene un massiccio sarcofago in basalto finemente lavorato che venne trovato colmo di detriti e sabbia. Il corpo del sarcofago è lungo 2,84 metri e largo 1,27 metri. Aveva un coperchio, trovato frammentato in quattro pezzi, che sembra essere stato realizzato con un materiale diverso dal corpo del sarcofago. Il titolo della regina appare sul sarcofago e sul coperchio identificandola come “La madre del re e figlia di Geb e Nut”.
Durante l’evacuazione del sarcofago sono stati recuperati frammenti ossei del braccio, della gamba e del piede. Questi sono stati identificati come appartenenti a una femmina adulta matura che doveva soffrire di artrosi. La cosa che più sorprese gli egittologi fu quella di trovare le pareti della camera interamente ricoperte con i testi delle piramidi, usanza che solo ad essi era riservata. Con ciò viene confermata ancora di più l’ipotesi che Ankhesenpepi II abbia regnato come reggente per parecchio tempo.
Nel tempio del complesso funerario di Ankhesenpepi II, nel 1998 è stato scoperto un blocco decorativo con i cartigli di Pepi I, Pepi II e Merenre I. I primi due cartigli erano facilmente spiegabili: Pepi I era il marito di Ankhesenpepi II e Pepi II era suo figlio. Il terzo, quello di Mererenre I, rimase inspiegabile fino a quando un anno dopo non fu trovato un secondo blocco decorativo danneggiato nel cortile a pilastri sul quale erano riportati i titoli della regina Ankhesenpepi II che la identificavano come la moglie di Merenre I.
Secondo Labrousse, Ankhesenpepi II si risposò con Merenre I, suo nipote, dopo la morte di Pepi I. Durante gli scavi della missione franco-svizzera guidata dal prof. Klumber fu ritrovato il piramidion in granito rosa appartenente alla piramide di Ankhesenpepi II, dalle accurate analisi cui venne sottoposto emersero tracce che inducono a pensare che in origine doveva essere ricoperto interamente da una lastra di oro o di rame per risplendere ed essere visibile da lontano.
Nelle vicinanze sono ancora in corso scavi che riportano alla luce sempre nuovi monumenti funerari dei quali non se ne conosceva l’esistenza. Recentemente sono stati portati alla luce frammenti di un rilievo con iscrizioni che riportano il nome di un’altra regina fin’ora sconosciuto. Un nome che suona un po’ esotico Nedjeftet che significa “Colei che proviene da un albero di melograno”. L’albero del melograno era il simbolo di due Nomoi dell’Alto Egitto, il XIII ed il XIV, cosa che ci lascia supporre che la regina Nedjeftet provenisse da quelle zone. Se così fosse si potrebbe supporre che la politica matrimoniale di Pepi I avesse come scopo quello di aumentare il suo controllo su quelle parti del paese dove maggiormente il potere locale stava eccessivamente crescendo
Un’altra donna della casata di Pepi I che ha trovato posto nelle vicinanze della sua piramide è la figlia di suo figlio Merenre I Nemtyemsaf, che diventò regina andando in sposa al proprio fratello o fratellastro Pepi II. Intorno si trovano altre piramidi, quella di Mehaa e quella “intrusa” di Reherichefnakht di cui parleremo in seguito.
LA REGINA ANKHESENPEPI III
Recentemente è stato scoperto il suo complesso funerario vicino all’angolo sud-ovest della piramide di Pepi I. Il suo nome significa “La sua Vita appartiene a Pepi” e per non farsi mancare niente poteva vantare tra i suoi titoli quelli di: “Sposa del Re”, “Sorella del Re” e “Figlia del Re”. La sua piramide si trova a nord della piramide di Ankhesenpepi II ed a sud-ovest di quella di Mehaa. Il suo complesso è il più piccolo della necropoli di Pepi I. Schiacciato a sud dal tempio funerario di Ankhesenpepi II, a est e a nord da una spianata che probabilmente conteneva strutture di culto. Sulla spianata del lato nord, come vedremo più avanti, si trova una piramide che non ha nulla a che vedere con il complesso di Pepi I, risale probabilmente alla fine della XI dinastia ed appartiene ad un individuo chiamato Reherichefnakht che non era neppure membro della famiglia reale. Al complesso funerario di Ankhesenpepi III si accede dall’angolo nord-est della parete nord dove due obelischi ne indicano il passaggio. Sul lato orientale della piramide si trova il tempio funerario formato da due stanze attraverso le quali si raggiunge la sala delle offerte. Spostata leggermente verso sud, al centro di un piccolo cortile, si trova una piccola piramide cultuale, accanto al muro di cinta sono emersi alcuni frammenti di un papiro che riportava un decreto di Pepi II in onore di Ankhesenpepi III. La piramide di Ankhesenpepi III ha i lati di base lunghi 15,72 metri, nella parte ipogea la camera funeraria della piramide si presenta gravemente danneggiata. Al suo interno si trovava il sarcofago, ricavato da un unico blocco di arenaria, molto danneggiato e incassato nel pavimento, il coperchio di granito rosa si presenta rozzamente lavorato. Le pareti del sarcofago sono dipinte a facciata di palazzo. Su di esso sono stati incisi il nome e i titoli di Ankhesenpepi III e al suo interno conteneva frammenti ossei. Nella parte ovest del complesso è presente una sovrastruttura in mattoni di fango, nei pressi c’è un pozzo che conduceva a una camera con soffitto a volta, attraverso la camera si poteva accedere ad un’altra camera funeraria in calcare decorato. Qui fu sepolta Ankhnes, sacerdotessa di Hathor di Ankhesenpepi III. All’interno è stata rinvenuta una statuetta in legno di 38 cm rappresentante Ankhnes e cinque manici di specchio in legno decorato.
MEHAA, LA REGINA SCONOSCIUTA
Poco più a nord-ovest della piramide di Ankhesenpepi III si trova la piramide di un’altra regina, meno conosciuta, Hornetjerikhet Mehaa. Nonostante appartenga un po’ all’oblio, la sua piramide è più grande di quella di Ankhesenpepi III.
Moglie di Pepi I, anche se quasi del tutto sconosciuta, il suo nome ci è noto solo per esserci pervenuto tramite documentazione scritta. Della piramide al momento non si conosce nulla. Di fronte alla sua piramide c’è un edificio sul quale compare il nome e l’immagine del principe Hornetjerikhet, figlio di Pepi I.
Sicuramente Pepi I di mogli ne aveva molte di più ma non a tutte riservò l’onore di giacere nel suo complesso funerario, per completare la visita del complesso non trascuriamo l’ultima regina che riposa accanto a lui. Vedremo poi anche la piramide intrusa della quale abbiamo accennato in precedenza e che non ha nulla a che vedere con il faraone Pepi I.
LA REGINA BEHENU
Non è ancora chiaro se questa regina fosse la moglie di Pepi I o di Pepi II, ma sicuramente faceva parte della famiglia reale visto l’onore ricevuto. Nel 2007, la squadra di archeologi francesi che lavora a Saqqara dal 1989, ha trovato i resti della piramide e la camera sepolcrale della regina Behenu. Ad annunciarlo è stato lo stesso Zahi Hawass, Segretario generale del Consiglio supremo delle antichità (SCA).
La piramide si trova ad ovest di quella di Pepi I, direttamente a nord della piramide di Mehaa. I lati di base misurano 26,2 metri che ne fanno la seconda piramide delle regine per grandezza nella necropoli dopo quella di Ankhesenpepy II. Il tempio funerario è completamente in rovina ma da alcuni frammenti si è potuto risalire al nome della regina che corrisponde a quello ritrovato su altri frammenti di testi rinvenuti in precedenza intorno alla tomba di Reherichefnakht, si pensa che provengano dalle camere della piramide. La camera sepolcrale, afferma Hawass, si trova in uno stato di completa distruzione tranne due pareti interne su cui sono stati rinvenuti i resti di testi delle piramidi. L’egittologo Philippe Collombert, dell’Università di Ginevra, capo della missione, così descrive il sarcofago della Regina:
“Il sarcofago in granito risulta essere ben preservato e su di esso è inciso il nome della Regina con diversi titoli che le vengono attribuiti, ma non viene detto niente riguardo l’ identità di suo marito”.
Il sarcofago presenta le pareti dipinte in nero e rosso imitando la classica facciata di palazzo con il testo inscritto sopra. Per la sua composizione il sarcofago secondo gli egittologi è un oggetto molto raro, costruito in granito rosa è poggiato su su una base nera. I geroglifici dipinti sulle pareti hanno conservato alcuni frammenti di vernice verde e sono tracciati entro linee dipinte di nero e rosso che separano i registri verticali.
Il recinto presenta una porta che da accesso al vestibolo, da qui un’altra porta da sul cortile nell’angolo nord-ovest. Dal cortile sul lato sud-est attraverso una porta si accede ad un altro vestibolo composto da due stanze comunicanti. Sul lato nord si estende un lungo corridoio privo di finestre, mentre sul lato occidentale ci sono dieci magazzini. Dal cortile, attraverso una porta, si accede ad un tempio interno, mentre una serie di stanze si susseguono in direzione nord-sud; tra queste si trovano una stanza senza finestre, il serdab per la statua della regina e la sala delle offerte. Sul lato sud-est, al centro di un piccolo cortile si trova una piccola piramide di culto di 5,5 metri di lato di base. Tra le rovine del tempio è stata rinvenuta la testa di una statuetta della regina Behenu rappresentata con una parrucca. Nei pressi del monumento si trovava un tavolo dal quale è stato possibile identificare una figlia di Behenu di nome Hapi.
LA REGINA REHERISHEFNAKHT
Come abbiamo già accennato, durante gli scavi nel 2004, all’interno del complesso di Pepi I è spuntata la piramide di un intruso. In uno spazio abbastanza ristretto con a nord la piramide di Behenu, a sud quella di Ankhesenpepi III e ad est quella di Mehaa è stata rinvenuta una piramide sconosciuta, risalente probabilmente alla fine dell’undicesima dinastia che non ha nulla a che vedere con il complesso delle regine mogli di Pepi I. La piramide ha un lato di base di 13,12 metri ed è interamente costruita con blocchi di calcare probabilmente recuperati dai monumenti vicini. All’interno della piramide sono stati trovati resti di stele, tavoli per offerte, fermaporta e un’architrave e su alcuni sono scritti dei nomi. La cosa che più ha sorpreso gli archeologi è che su un reperto era riportato il nome di una moglie di Pepi I precedentemente sconosciuta, Sebutet. La parte ipogea si compone di un pozzo attraverso il quale si raggiunge la camera sepolcrale, questa è rivestita con lastre di pietra, su una delle quali è riportato il nome del proprietario, Reherichefnakht. La camera si presenta riccamente decorata, sulle pareti sono incisi i testi delle piramidi, limitatamente alle formule 214-217, mentre il sarcofago riporta il testo 335 dei sarcofagi. La scoperta è tanto più interessante in quanto, che in una tomba non reale, compaiano ambedue i testi è significativo di un collegamento tra l’Antico e il Medio Regno.
Fonti e bibliografia:
Aidan Dodson & Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt.”, Thames & Hudson, 2004
Allen James P. “La piramide testi antichi egizi”, Society of Biblical Literature, Atlanta 2015
Altenmuller Hartwing, “Antico Regno: Sesta Dinastia”. Oxford University Press, 2001
Mark Lehner, “Le piramidi complete”, New York: Tamigi e Hudson, 2008
Richard H. Wilkinson, “I templi completi dell’antico Egitto”, New York: Tamigi e Hudson, 2000
Missione archeologica franco-svizzera di Saqqâra, “Necropole de Pépy premier”, 2016 Wolfram Grajetzki, “Ancient Egyptian Queens: A Hieroglyphic Dictionary”, Golden House Pubns, 2005
Sin dalla preistoria l’avorio veniva intagliato e inciso, in Egitto l’arte della lavorazione dell’avorio arrivò a vette di perfezione. Continuando nel periodo Neolitico Badariano nel V millennio a.C. e nel periodo Predinastico 3900-3060 a.C. e per tutta l’era egizia.. passando per l’Europa fra il Medioevo e il Rinascimento, quando l’Italia e la Francia si contesero il primato in quest’arte. In Cina invece, la lavorazione dell’avorio si sviluppo soprattutto durante la dinastia Tang, raggiungendo l’apice nel XVII secolo, il commercio dell’avorio si estese al Giappone, al resto dell’Asia e all’America. Attualmente il maggior centro di lavorazione è Hong Kong, dove confluisce più della metà dell’avorio mondiale.
Faccia da un cucchiaio cosmetico 1391-1353 a.C. Egitto, Nuovo Regno, XVIII dinastia in Avorio 4 x 2,3 cm. Cleveland Museum of Art.
Poggiatesta con il nome del re Pepi II (avorio), Antico Regno, VI dinastia, ca. 2284-2216 a.C. Adesso al Louvre.
Finto avorio vegetale..
Esiste anche un avorio artificiale, realizzato con materiali plastici, soprattutto celluloide, che si ottiene dal nitrato di cellulosa e canfora ed anche un tipo vegetale conosciuto anche come corozo o tagua, è un materiale ricavato dai semi di una palma, la Phytelephas macrocarpa che cresce nella foresta pluviale del Sud America. Il frutto una volta essiccato ha consistenza, colore e aspetto molto simile all’avorio animale e può essere facilmente lavorato.
Questi sei pezzi del gioco da tavolo erano associati a un gioco chiamato “Mehen”, perché veniva giocato su una tavola circolare di calcare che aveva la forma di un serpente arrotolato, la sua pelle divisa in quadrati. Tre pezzi di gioco rappresentano leoni sdraiati e tre leonesse sdraiate. Inizio periodo dinastico, prima dinastia, ca. 3100-2890 a.C. – Museo egizio del Cairo.
Precisando che l’avorio fa parte della categoria delle gemme; gemma di origine animale come: il corallo e le perle, così come l’ambra e il giaietto, che sono di origine vegetale.il termine avorio deriva dal latino ebur e sta ad indicare i denti dell’elefante o dell’ippopotamo quando vengono separati dalla mascella per essere lavorati. L’avorio é la polpa del dente, costituita da una miscela di fosfati organici, che occupa la cavità centrale dei denti ed è protetta, nella parte esterna dallo smalto.
La Signora di Brassempouy in avorio, è un frammento di una statuetta in avorio risalente al paleolitico superiore scoperto vicino Brassempouy, Francia nel 1894. Conun’età stimata di 25 000 anni è la più antica rappresentazione realistica di un volto umano mai trovata.
Di un colore bianco molto caratteristico, é un materiale fragile e facile a scheggiarsi, ma é piuttosto elastico. L’avorio si ricava dalle zanne di elefante, che sono gli incisivi di questi animali. Poi ci sono gli ippopotami, il tricheco, narvalo, del capodoglio, e persino di specie già estinte; come i mammut. La qualità migliori rimangono quelle degli elefanti e ippopotami. Pubblicherò anche alcune foto del Paleolitico superiore che meritano assolutamente di essere viste di questo bellissimo materiale.
Stupende questa coppia di rane che nuotano, reperto preistorico.
Fonti: chimica on-line, Treccani, National Georaphic, il sapere it.
“MEN-NEFER-PEPI” – LO SPLENDORE DI PEPI E’ DURATURO
A cura di Piero Cargnino
Pepi I, (Pepi, Phios, Piopi Meryra, Horo Merytowe, Nefersahor), fu il terzo faraone della VI dinastia, figlio di Teti e della regina Iput I, regnò intorno al 2330 a.C. succedendo a Userkara. Su questo ci sono molti dubbi in quanto Userkara potrebbe aver usurpato il trono per un breve periodo governando la province del Basso Egitto mentre Pepi I governava legittimamente il resto del paese.
Salì al trono col nome di Nefersahor, che poi trasformò, assumendo il nome di Ra, in Piopi Meryra. Il Canone Reale di Torino gli assegna 20 anni di regno mentre Manetone, che lo chiama Phios, gliene attribuisce 53. Tenendo conto che il dato più alto, rinvenuto in un’incisione, fa riferimento al venticinquesimo anno della conta del bestiame, che di norma era biennale, si può pensare che il dato di Manetone sia il più vicino alla realtà. Pepi I si dimostrò subito un sovrano energico mirando all’affermazione della dinastia, a lui viene attribuito un serio tentativo di rinsaldare l’autorità centrale che si stava sgretolando in favore dei vari nomarchi e sacerdoti senza però ottenere risultati di rilievo. Ad un certo punto, non sappiamo per quali ragioni, probabilmente costretto dalle necessità reali della situazione, iniziò la triste politica di accettazione delle più egoistiche richieste dei nobili provinciali, che segnò il lento ma inarrestabile sfacelo dello Stato assolutista, già minato fin dalla precedente V dinastia.
Fu un grande costruttore, fece erigere un grande santuario, le cui rovine sono ancora visibili a Bubastis, ed un importante tempio a Eliopolis, a dimostrazione che il culto di Ra, seppure un po appannato, non era caduto completamente nell’oblio. Ancora in epoca tolemaica il nome di Piopi Meryra era ricordato nel tempio di Dendera con quello del fondatore. Due statue in rame di Pepi I, oggi conservate al Museo Egizio del Cairo, vennero rinvenute a Ieracompolis e rappresentano i migliori esemplari di scultura in metallo rimasti dall’Antico Regno. L’impressione di grandezza evocata dal nome di Piopis Meryra non è dovuta ai suoi monumenti, ma alla grande abbondanza e diffusione delle epigrafi che lo citano. Secondo alcuni fu dal nome della sua piramide, “Men nefer Pepi”, (Lo splendore di Pepi è duraturo), che prese il nome la città di Menfi.
Da un’iscrizione recante il suo nome scopriamo che organizzò una spedizione alla cava di alabastro di Hatnub nel 25° censimento del bestiame che equivale al suo cinquantesimo anno di regno. Iscrizioni rupestri rinvenute nello Wadi Hammamat ricordano la sua prima festa Sed, probabilmente avvenuta nel trentesimo anno di regno. L’orgoglio di Pepi per questa festa lo troviamo commemorato su numerosi vasi d’alabastro, ora al Louvre e in altri musei. I suoi matrimoni sembrano indicare un’indole modesta, sposò le figlie di un principe ereditario provinciale, forse di Abido, detto Khui. Ebbe comunque ben sei mogli, Ankhesenpepi I e II, Nebwenet, Mentites IV, Inenek-Inti e Nedjeftet. Una fu la madre di Merenra, suo successore, l’altra del successore di questi, Pepi II, un terzo figlio Djau ricoprì l’alto ufficio di visir. La sua piramide che “abbagliava i contemporanei” oggi ci presenta le sue modeste rovine alte circa 12 metri. Il solito Perring la visitò negli anni ’30 del XIX secolo, nel 1881 fu Gaston Maspero a penetrare nei sotterranei dove scoprì, per la prima volta, i Testi delle Piramidi. Le indagini archeologiche approfondite iniziarono solo nel 1950 con la missione francese a Saqqara, i primi ad approfondire gli studi furono Lauer e Sainte Fare Garnot seguiti poi dal 1963 dall’egittologo francese Jean Leclant. Le indagini hanno portato a dei risultati sorprendenti quali la scoperta dei complessi piramidali delle mogli di Pepi I.
La piramide ed il complesso funerario di Pepi I si trova a nord-ovest del complesso di Djedkara, nel deserto di Saqqara. Il complesso riflette tutti gli elementi dalla VI dinastia, comprende una piramide ad est, un tempio funerario ed una piramide satellite, più lontano una strada rialzata che conduce ad un tempio della valle. Come per le piramidi precedenti, il nucleo è formato da sei gradoni composti da frammenti di calcare cementati con malta argillosa. La piramide presentava una base quadrata di 78,75 metri per lato, con una pendenza di circa 53° e raggiungeva un’altezza di circa 53 metri. Sul lato nord, in corrispondenza dell’ingresso, probabilmente esisteva una cappella della quale però oggi non è rimasto nulla. Tutto il resto era come per le piramidi precedenti, un corridoio discendente che poi diventa orizzontale, rinforzato all’inizio ed alla fine con massi in granito rosa, circa a metà della parte orizzontale una barriera costituita da tre massi a caduta. L’anticamera era ubicata sull’asse verticale della piramide, il serdab a tre nicchie era ad est mentre la camera funeraria era ad ovest. Il soffitto era formato da tre strati di enormi blocchi di calcare sistemati a capriata con un peso complessivo di circa 5.000 tonnellate. Sul soffitto delle camere sono dipinte stelle bianche su sfondo nero, questa volta rivolte ad occidente. Le pareti sono interamente ricoperte dai testi delle piramidi che compaiono anche nel corridoio d’accesso. Il sarcofago in pietra si presenta danneggiato ed è situato lungo la parete ovest. Oltre a piccoli frammenti di mummia sono stati ritrovati resti di bende di lino di cui un brandello porta l’iscrizione “Lino per il re dell’Alto e Basso Egitto, che viva in eterno”, pezzi di canopi in alabastro giallastro, un piccolo coltello di selce ed un sandalo sinistro di legno rosso.
Il tempio funerario si presenta gravemente danneggiato in quanto già fin dal passato divenne una cava di pietra ma, grazie al lavoro degli archeologi, è stato possibile ricostruire la pianta e le caratteristiche del tempio. La costruzione ricalca quella dei templi di Djedkare Isesi, Unas e Teti. Attraverso un ingresso si raggiunge un cortile colonnato, da qui si arriva ad una sala fiancheggiata da magazzini sui lati nord e sud. All’interno di una cappella si trovavano cinque nicchie che in origine dovevano contenere statue, probabilmente del faraone. Nella sezione sud-occidentale del tempio interno si trovavano diverse statue che rappresentavano prigionieri inginocchiati e legati con le mani dietro la schiena, tutte si presentavano rotte al collo e alla vita. Miroslav Verner afferma che queste statue un tempo fiancheggiavano un cortile aperto con colonne, e forse anche l’atrio, dove servivano per allontanare chiunque minacciasse la tomba. Secondo Richard Wilkinson non è possibile stabilire la posizione originale di queste statue. Frammenti della decorazione a rilievo furono recuperati da Labrousse. Passiamo ora ad esaminare la piramide cultuale che si presenta meglio conservata del tempio funerario. Dall’esame dei frammenti di statue, stele e tavoli delle offerte si deduce che il culto di Pepi I continuò ancora nel Medio Regno. La piramide presenta una camera funeraria che pare non essere mai stata usata, potrebbe aver ospitato una statua del re o il suo ka in occasione di rituali inerenti sulla festa Sed.
Fonti e bibliografia:
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003,
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1990
Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996 )
Userkara, chi era costui? Il secondo faraone della VI dinastia, Userkara, è conosciuto solo perché il suo nome compare nella lista di Abydos, nel Canone di Torino, su un paio di sigilli cilindrici e in un’iscrizione, (nota come iscrizione della pietra di Saqqara Sud), che compare sul sarcofago di Ankhesenpepi IV, regina moglie del faraone Pepi II. Da questa iscrizione si pensa che Userkara abbia regnato quattro anni al massimo. Salito al trono dopo che Teti era stato assassinato, forse in seguito ad una congiura che egli stesso aveva manovrato.
Secondo alcuni studiosi potrebbe aver regnato, come usurpatore per breve tempo, su alcune province del Basso Egitto quando Pepi I, legittimo erede del padre, controllava già il resto del paese. Da un attento esame dei pochi dati disponibili si potrebbe supporre che si sia trattato solo di un reggente. La sua sepoltura non è stata mai ritrovata ed è certo che non abbia mai iniziato la costruzione di una propria piramide anche se, in seguito al ritrovamento di una iscrizione presente sulle rocce dello Uadi Hammamat compare l’inizio dei lavori di costruzione della sua piramide che avrebbe preso il nome di “Potenza di Ity”, monumento funebre che viene associato ad Userkara, ma di tale costruzione non è però nota la posizione.
Forse Userkara incappò nella damnatio memoriae perché da quando salì al potere il faraone Pepi I ogni notizia che lo riguardava scomparve misteriosamente, trovare la sua tomba potrebbe gettare luce su quegli anni oscuri.
Secondo l’egittologo Vassili Dobrev la tomba di Userkare andrebbe cercata all’estremità meridionale della necropoli di Saqqara. Se Dobrev ha ragione, poiché un faraone raramente veniva sepolto da solo, vicino alla sua sepoltura dovrebbe trovarsi una necropoli reale. Tra le circa 15 tombe di dignitari e sacerdoti già riportate alla luce, c’è quella di un certo Haunufer al cui interno compare una scritta “Beneamato dal re”, senza però specificare di quale re si tratta. Probabilmente, non aveva bisogno di specificare che il re era Userkara se questo fosse stato sepolto nelle vicinanze.
Secondo il professore di archeoastronomia del Politecnico di Milano Giulio Magli, in base ad una teoria da lui stesso elaborata, le piramidi di Saqqara sarebbero state volutamente costruite rispettando un allineamento preciso. Egli ha suggerito che la tomba di Userkara si dovrebbe trovare circa al centro della linea di connessione diagonale tra le piramidi di Pepi I e Merenre e sarebbe allineata con la piramide a gradoni di Djoser. Sono in atto scavi nella zona dai quali si attendono novità e conferme a questa interessante teoria.
Fonti e bibliografia:
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” Bompiani, Milano 2003
Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
Il Fatto Storico, tags: Giulio Magli, Vassili Dobrev, Saqqara, Userkara
Hilario de Wagna, “Il segreto del faraone Userkara”, ilmiolibro self publishing, 2017
Partiamo con Abydos, che rimarrà per tutta la lunghissima storia del Paese delle Due Terre, uno dei centri di maggior prestigio. Per la descrizione dell’antichissima necropoli di Umm el Qa’ab. La fonte principale da cui ho attinto per la descrizione del sito è basata principalmente su lavoro di Günther Dreyer, illustre egittologo dell’ Istituto Tedesco di Archeologia (DAI), recentemente scomparso. Rifermenti relativi alle ricerche di altri studiosi saranno, ovviamente, menzionati all’occorrenza.
La Necropoli reale di Umm el Qa’ab, che comprende tombe che vanno dal Predinastico alle prime Dinastie, è situata a circa 2 Km da Abydos (28°11’ N 31°55’ E). Il suo nome in arabo significa letteralmente “madre dei vasi” a causa della grande quantità di frammenti ceramici rinvenuti in questa zona. Ad oriente vi è un largo wadi che termina nei pressi di un grande insediamento , conosciuto ad Abydos col nome di Kom es-Sultan, prossimo ai grandi recinti funerari della 1.a e 2.a Dinastia. La necropoli sembra essersi sviluppata da Nord a Sud ed è costituita da tre parti:1 Necropoli predinastica U a Nord2 Necropoli B con tombe reali della Dinastia 0 e inizio 1.a Dinastia, al centro3 Complessi di tombe di sei re ed una regina della 1.a Dinastia e di due re della seconda dinastia, a sud.
Le necropoli furono scavate inizialmente da Emile Amélineau nel 1895-1898. Flinders Petrie continuò lo scavo della necropoli B e dei complessi più recenti nel 1899-1900. Alcune parti furono nuovamente esplorate nel 1911-1912 da T. Eric Peet. Dal 1973, l’ Istituto Tedesco di Archeologia (DAI) ha riesaminato l’intera necropoli. Da allora sono state fatte nuove ricognizioni su sezioni delle aree U, B e dei complessi di Djet e Khaseshemwy. E’ stato, inoltre ricostruito il complesso funerario di Den.Fin dai tempi antichi, queste tombe sono state saccheggiate più volte e la maggior parte di quelle della 1.a Dinastia mostra tracce di devastanti incendi. I reperti relativi ai primi scavi furono in parte venduti da Amélineau e distribuiti in varie collezioni. I più importanti si trovano a Berlino, Bruxelles, Il Cairo, Chateadun, Chicago (Oriental Institute), Londra (University College e British Museum), New York (Metropolitan Museum), Oxford, Parigi (Louvre). I manufatti rinvenuti dalla missione tedesca sono, invece, custoditi ad Abydos.
Nella foto: Immagine del sito ripresa dal satellite
la Necrupoli U
La necropoli U ricopre un’area di circa 100×200 m. su un plateau leggermente elevato, tra la necropoli B e la collina “heqa reshu” (dove F. Petrie trovò “shwabitis” del Nuovo Regno, incisi con questo nome). Amélineau riferisce di aver scavato 150-160 tombe di diverso tipo (in quattro giorni!); 32 piccole tombe furono scavate da Peet nel 1911. Entrambi pubblicarono solo qualche dettaglio senza una pianta generale. Nel corso dello sgombro dalla sabbia del deserto operato dal DAI, furono mappati circa 400 pozzi sepolcrali e centinaia di piccoli pozzi per le offerte vuoti (risalenti al Nuovo Regno e oltre). Dal 1993 sono state scavate circa 120 tombe, in massima parte nella zona centrale e meridionale, ma in piccola misura anche verso il bordo nord-occidentale. Le ceramiche rinvenute sono quelle della cultura predinastica (Naqada) dell’Alto Egitto, che furono per la prima volta descritte da Petrie e più tardi revisionate in sottoperiodo della cultura Naqada da Werner Kaiser.
Nel periodo Naqada I-IIa, la necropoli U sembra essere stata completamente indifferenziata, anche se c’è un piccolo numero di tombe alquanto ricche. Il sottoperiodo Naqada IIb-c è poco rappresentato, mancando quasi del tutto il vasellame caratteristico. Durante il Naqada IId2 si ebbe, evidentemente, uno sviluppo grazie ad un’ èlite scelta con ampie tombe che, verosimilmente, dovevano essere appartenute a personaggi da identificare come capi e loro congiunti o discendenti.
Di particolare importanza è l’ampia tomba U-J, scoperta nel 1988. In accordo con i campioni misurati al radiocarbonio, essa risale a circa 150 anni prima del re Aha (probabile capostipite della 1.a Dinastia). La tomba è suddivisa in dodici camere e misura 9,1×7,3 m. Sebbene depredata, e forse parzialmente scavata fin dai tempi più antichi, la Tomba U-j ha restituito ancora molto arredo funebre consistente in parecchi manufatti in avorio e osso, circa 150 piccole tavolette con brevi iscrizioni, un gran numero di differenti tipi di ceramica egizia e più di 200 giare per il vino probabilmente importato dalla Palestina. Nella camera sepolcrale fu trovato un completo scettro a forma di pastorale a dimostrazione che il proprietario fosse senza dubbio un sovrano.
Le piccole tavolette, incise ognuna con segni geroglifici, in numero variabile da uno a quattro, indicano come la scrittura fosse già ad un certo livello di sviluppo. Con tutta probabilità i numeri indicano le dimensioni di pezzi di stoffa e i segni, presumibilmente, specificano la provenienza di beni di varia natura. Almeno alcune delle iscrizioni sono leggibili (con valore fonetico) e menzionano istituzioni amministrative, proprietà (agricole) reali, oppure località come Buto e Bubastis nel Delta. Anche molte ceramiche sono iscritte con uno o due ampi segni tracciati con inchiostro nero. Il segno più ricorrente è uno scorpione qualche volta rappresentato insieme ad una pianta, il che ci conduce alla seguente ipotesi di lettura: “Proprietà (agricola) di Scorpione”. Considerato l’alto numero di ceramiche con questo toponimo è verosimile concludere che un re di nome “Scorpione” fu sepolto nella tomba.
Foto in alto a sinistra: Tomba U-j, si tratta di una tomba principesca in cui alla camera funeraria (quella orizzontale, in alto a destra)erano collegate nove stanze che fungevano da magazzini; esse erano connesse alla camera funeraria grazie a fenditure nelle porte simboliche. Le due sale lunghe sulla sinistra sono magazzini aggiunti in epoca successiva. Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto. Nella tomba sono stati rinvenuti centinaia di vasi; un’analisi petrografica suggerisce che molti di essi furono prodotti nell’area palestinese e probabilmente devono aver contenuto vino. Fonte: Toby A.H. Wilkinson, Early Dynastic Egypt.
Foto in alto a destra: Targhette in osso provenienti dalla tomba U-j di Abydos. Databili all’incirca al 3200 a.C. costituiscono il più antico gruppo iscritto di tali artefatti. E‘ opinione diffusa, da parte di molti studiosi, che i pittogrammi incisi fossero i precursori del sistema di scrittura geroglifica
Foto in basso a sinistra: la targhetta presenta segni con significato simbolico. La possibile interpretazione è: un offerta proveniente dal dominio (l’albero) di un Re (Cane?)
Foto in basso al centro e a destra: La targhette presentano segni con probabile valore fonetico: la prima un uccello (Ba) ed un sedile (st), probabile riferimento alla città di Bubasti nel Delta, mentre la seconda un elefante (ab) e montagne stilizzate (dju) probabile riferimento ad Abydos
LA TOMBA DI RE SCORPIONE U-J
Tra i più importanti risultati recenti, nella nostra conoscenza della “storia” del primo periodo Naqada III (“Dinastia 00”), ci sono gli scavi di Dreyer e la pubblicazione della tomba del re Scorpione I (tomba U-J), ad Abydos, e la scoperta da parte di John e Deborah Darnell di alcuni graffiti del Gebel Tjauty, nel deserto a ovest di Tebe. L’impressionante quantità di beni funerari raccolti nella tomba della necropoli di Umm el Qa’ab, tra cui quasi settecento vasi importati dalla Palestina, più qualche migliaio di giare di vino e birra (molte, dal manico ondulato, sono inscritte con segni dipinti), uno scettro Heka (rinvenuto nell’angolo N della camera funeraria), alcuni pregevoli manufatti (una ciotola di ossidiana, mobili, frammenti d’avorio con rilievi di animali) e le stesse dimensioni della tomba, hanno fatto sì che alcuni studiosi abbiano avanzato l’ipotesi che l’Egitto sia stato unificato politicamente dopo Naqada IIIa2. Ovviamente, bisogna accogliere con cautela queste affermazioni, perché spesso accade che il carattere sorprendente dei nuovi ritrovamenti possa portare a sottovalutare altre eventualità.
Nel caso in esame, non ci sono ulteriori prove di un cimitero reale del primo periodo Naqada III, se non a Hierakonpolis; quindi la possibilità che il proprietario della tomba Uj, Scorpione I, potesse già regnare su un Egitto unito manca della forza di attestazioni simili da altri siti. Nonostante l’uniformità culturale che avvolgeva l’intero paese già alla fine di Naqada II, e la convinzione, condivisa, del precoce inizio di un lungo processo di unificazione politica, i dati attuali suggeriscono che la trasformazione finale della Valle del Nilo, da una terra con diversi governi regionali in uno stato governato dallo stesso sovrano, fu realizzato solo alla fine del Naqada IIIB; da Narmer o, più probabilmente, da uno dei suoi predecessori più prossimi (Ka, Iry Hor) appartenenti alla stessa linea dominante sepolta nel cimitero B di Abydos; questa necropoli è, in pratica, la continuazione di quella denominata U.
Una caratteristica importante della tomba U-j è che la sottostruttura riproduce chiaramente un modello di palazzo: alcune feritoie forniscono l’accesso alle varie stanze della tomba, imitando sicuramente le vere porte del palazzo reale (e, forse, anticipando le false porte delle tombe successive); vicino alla sommità di ciascuna fessura due fori sostenevano un bastone di legno su cui era avvolta una stuoia arrotolata; almeno altre sei tombe in mattoni di fango nel cimitero U avevano le loro stanze collegate in questo modo.
Recentemente, Stan Hendrickx ha proposto una possibile spiegazione per la marcata differenza delle dimensioni della tomba U-j rispetto a quasi tutte le altre presenti nel cimitero: si potrebbe pensare che subito dopo il regno di Scorpione I, si sia cominciato a separare la tomba dal suo recinto funerario; un’area per le offerte, infatti, si trova appena a sud della tombe U-j e U-k (in essa furono ritrovati vasi databili da Naqada III all’inizio della I dinastia); d’altra parte i primi recinti funerari (circa 1,5 Km a nord di Umm el Qaab) sono conosciuti solo dal tempo di Djer (o Aha); ma questi erano costruite in mattoni di fango, mentre si può supporre che le più antiche fossero semplici palizzate realizzate con materiali deperibili come aste di legno, che sarebbero scomparse con il passare del tempo. A Hierakonpolis anche la tomba 11 più o meno contemporanea (élite o reale) era dotata di una recinzione (come la tomba 1 della fine della dinastia 0, che Hoffmann ha provvisoriamente attribuito a Scorpione II).Certamente si può supporre che Scorpione I abbia avuto un regno prospero; la tomba U-j (datata appena più tardi della U-k e immediatamente prima della U-i) ebbe la sua sottostruttura realizzata in due fasi: alla prima appartengono la camera sepolcrale W (U-j 1) e i nove magazzini E (U-j 2-10); in un periodo successivo furono aggiunte le due camere S (U-j 11-12); tuttavia nessun grande lasso di tempo deve aver separato le due fasi costruttive (lo dimostrerebbe la dimensione dei mattoni utilizzati che è la stessa).La vastità, la quantità e il tipo di cimeli indica che il proprietario di questa sepoltura, Scorpione I, doveva necessariamente essere una personalità rilevantissima di quel tempo.
Fonte: Francesco Raffaele,Late Predinastyc and Early Dynastic Egypt (sito web)
Nelle immagini: disegni di etichette e simbolo del Re Scorpione I, secondo Dreyer. In basso: lo scettro in avorio rinvenuto nella tomba U-j. Museo egizio del Cairo.
LA NECROPOLI B
La necropoli B è il sito di tre tombe a camera doppia risalenti alla Dinastia 0 (B1/2,B7/9, B17/18) e di due complessi degli inizi della 1.a Dinastia (B10/15/19+16, B40/50).
L’attribuzione, da parte di Petrie, di queste tombe al re Horus Ro (B1/2), Ka (B7), Narmer (?)(B10), Sma (?)(B15) e Aha (?)(B19), fu largamente accettata finché Kaiser non riesaminò le informazioni contenute nel rapporto di Petrie. Siccome un re Sma non risulta essere mai esistito, Kaiser concluse che le tre ampie camere (B10/15/19), insieme alla fila di ambienti sussidiari (B16), dovrebbero di fatto essere attribuite al re Aha, dal momento che il gruppo di doppie camere era probabilmente appartenuto ai suoi predecessori. Durante gli scavi condotti dal DAI, la nuova valutazione di Kaiser fu pienamente confermata e lo sviluppo delle tombe divenne molto più chiaro.
La sequenza relativa delle sepolture a camera doppia è chiaramente dimostrata dalle loro dimensioni e posizioni (hanno, generalmente, uno sviluppo nord-sud). Le ceramiche iscritte delle due tombe B1/2 e B7 indicano che queste appartennero ai re Irj-Hor (il Ro di Petrie) e Ka. Impronte di sigillo e diversi manufatti con iscrizioni rinvenuti intorno a B17/18, suggeriscono che questa tomba appartenne a Narmer. Questo fu l’ultimo sovrano della Dinastia 0. Il materiale iscritto trovato nelle vicinanze, così come la somiglianza di costruzione e dimensioni (circa 7,5 x 4,5 m. e 3,6 m di profondità), indicano che l’intero complesso di camere sia da attribuire ad Aha. Sembra, però, che sia stato edificato in tre periodi.
In B10/15/19 ci sono tracce di grossi altari in legno. Resti umani furono raccolti intorno alle camere sussidiarie di B16. La maggior parte delle ossa sembrò appartenere a giovani maschi di circa vent’anni, probabilmente sacrificati quando il re fu sepolto. Inoltre, nelle vicinanze della più orientale delle camere furono ritrovate le ossa di almeno sette giovani leoni.B40, un largo fossato, simile per dimensioni a B10/15/19, ma senza rivestimento in mattoni crudi, fu scoperta nel 1985. Sebbene qui ci fossero resti di una copertura in legno, la tomba fu trovata vuota e senza alcuna traccia di utilizzo. Simile per dimensioni e posizione ai complessi di Aha e Djer può, forse, essere attribuita a Athotis (ttj, Teti I), l’effimero successore di Aha.
Il piccolo complesso di quattro camere (B50) a sud di B40 fu forse destinato per sepolture sussidiarie. Probabilmente B40 fu considerata non idonea ed il re (e sua moglie?) furono sepolti nella camera meridionale di B50 in cui furono rinvenute tracce di sarcofagi in legno.
.Nella foto in alto: la grande frattura nella falesia sopra Abydos, dove gli antichi egizi ponevano l’ingresso dell’Aldilà. (Foto Paolo Renier)
Nell’immagine in basso: mappa della necropoli B. (G. Dreyer)
IL PROPRIETARIO DELLA TOMBA B1/2.
Vasi completi, o loro frammenti, provenienti dalla tomba B1/2 e dall’adiacente pozzo B0, ad Abydos, sono incisi con una coppia di simboli consistenti in un falco appollaiato sul segno di una bocca. Questa combinazione è stata letta come il nome di un re, presunto proprietario della tomba, Iry-Hor (Kaiser e Dreyer, 1982).
Ci sono problemi riguardo a questa interpretazione in quanto il nome non è inserito in un “serekh”, sebbene questo elemento distintivo fosse già in uso, per i nomi reali, già da un‘ epoca antecedente alla costruzione della tomba in oggetto. Ciò nonostante, l’esistenza di un re Iri-Hor ha trovato largo consenso. Sebbene sia possibile che la tomba appartenga ad un contemporaneo di Narmer, il recente (ri)scavo delle camere B1/2 e la scoperta di una fossa per le offerte, B0, (Dreyer e altri, 1996) immediatamente a sud di B2, rendono più probabile che l’intero complesso appartenga alla sequenza di sepolture reali che vanno cronologicamente a ritroso dalla tomba di Narmer (B10) fino ai precursori predinastici dell’adiacente necropoli U. Inoltre, le camere gemelle ricordano molto da vicino le tombe dei re Ka e Narmer e la posizione di B0/1/2 – se non i reperti ceramici – suggerisce che il proprietario deve essere collocato immediatamente prima di Ka nell’ordine di successione. E’ pertanto da considerare il re più antico della necropoli B. Il suo nome venne letto Ro da Petriee nel 1963 Kaplony lo considerò come appartenente ad un privato di rango, Wr-Ro, interpretando il volatile non come falco, bensì come rondine.
Vaso con inciso il nome di Iry-Hor. Londra, Petrie Museum
Dalla pubblicazione della seconda campagna di scavi del DAI a Umm el Qaab, il suo status e la sua attribuzione come Iry Hor sono stati quasi universalmente accettati. Lo scavo dell’equipe tedesca di B2 (m. 4,3 x 2,45) ha prodotto un altro frammento di vaso inciso più otto iscrizioni a inchiostro e un’impronta di sigillo, frammenti di vasi con il nome di Narmer e Ka e parti di un letto, in particolare un bel frammento di piede in avorio a forma di zampa di toro. Sono note due impronte di sigillo con i simboli di Iry Hor: una proveniente da Abydos, (B1) e un’altra dai detriti delle tombe Z86-89 a Zawiyet el Aryan; quest’ultima è l’unico segnale della presenza di questo sovrano al di fuori della necropoli di Abydos, se escludiamo un’ulteriore incisione incerta proveniente da Hierakonpolis.
Fonti: Toby A.H. Wilkinson, Early Dynastic Egypt.Francesco Raffaele. Late predynastic and early Dynastic Egypt
LA NECROPOLI B: TOMBA DI KA
La stratigrafia orizzontale delle sepolture reali di Abydos, e le evidenze suggerite dai tipi di ceramica associata ai primi nomi reali, costituiscono una prova ragionevolmente attendibile che Narmer fu immediatamente preceduto (come re di This e, forse, di tutto l’Egitto) da un sovrano il cui nome di Horus mostra un paio di braccia, il geroglifico che più tardi sarà letto come “K3”.
Ka, come è generalmente noto, fu sepolto nella tomba doppia B7/9, situata tra quelle del Cimitero U, dei suoi antenati predinastici, e quelle dei suoi successori, appartenenti ai re della 1.a Dinastia. La teoria avanzata da Baumgartel, 1975, e O’Brien, 1966, che sostenevano che il “serek” di Ka, nella tomba B7/9, sarebbe da interpretare come “sepoltura del Ka di Narmer “, sembra essere sconfessata dal ritrovamento dello stesso “serekh” presso siti diversi da Abydos. I sigilli in argilla provenienti da B7/9 confermano l’attribuzione a questo re.
Ka è il sovrano meglio attestato prima di Narmer ed il suo nome è stato ritrovato in diversi siti: da Tell Ibrahim Awad, nel Delta, ad Abydos nell’Alto Egitto. Due giare incise con il “serek” di “Ka” furono rinvenute in tombe presso Helwan, la necropoli di Menfi, il che lascia supporre che la città esistesse già prima del regno di “Narmer”. Ciò contraddice la più tarda tradizione che vede in “Menes” il fondatore della nuova capitale all’inizio della 1.a Dinastia. Il “serek” di “Ka” ricorre anche su un vaso cilindrico proveniente da Tarkhan (Petrie, 1913). Qui, e nelle numerose iscrizioni provenienti dalla tomba del re ad Abydos, i segni si riferiscono alle entrate ricevute dal tesoro reale. Esse indicano che un’economia centralizzata era già perfettamente funzionante prima degli inizi del Dinastico. Confermano, inoltre, che già esisteva un sistema di riscossione delle tasse diversificato per l’Alto ed il Basso Egitto. Il nome Ka, compare, inoltre, in due forme di scrittura diverse: vale a dire con il classico simbolo delle braccia sollevate, oppure rovesciato. Poiché in questa forma il geroglifico può avere un significato diverso, corrispondente al verbo “abbracciare”, nel 1958, l’egittologo ungherese P. Kaplony, propose di leggere il nome come “Sekhen”
Tomba di Ka, Abydos – necropoli B, Umm el Qa’ab
A sinistra: vaso per olio con serekh del re Ka. Provenienza Abydos. Leiden, Rijksmuseum van Oudheden. A destra: vaso cilindrico con serekh del re Ka. Provenienza Tarkan, tomba 261. Londra, Petrie Mseum
LA NECROPOLI B: TOMBA DI NARMER
Nonostante la possibilità che i successivi cronisti egizi possano averlo considerato come il fondatore del regno egizio, Narmer fu sepolto in una tomba abbastanza modesta.
Fu scoperta per la prima volta nel 1890 durante il rilevamento di Amélineau nel cimitero B di Umm el-Qa’ab. Consiste di 2 fosse rettangolari, numerate B17 e B18. La più grande, la B17, misura circa 3 metri per 4,1, mentre la meno conservata, B18, misura circa 3 metri per 3. Le pareti erano rivestite con mattoni di fango e ci sono anche tracce di pannelli di legno. Due fori profondi 0,65 metri nei pressi di B17 potrebbero essere stati usati per posizionare i pali che sostenevano il tetto della tomba. Nel 1986 la spedizione tedesca che operò un nuovo scavo a Umm-el Qa’ab, trovò un’ importante impronta di sigillo con i nomi Horus di Narmer, Aha, Djet, Den e della madre di quest’ultimo Merneith. Alcuni anni dopo fu rinvenuto un nuovo sigillo:, conteneva tutti i nomi della I Dinastia fino a Qa’a (ad eccezione della regina Merneith). In entrambi i casi il primo re ad aprire la lista era Narmer, il che è una chiara dimostrazione del prestigio che godeva come iniziatore di un epoca. Ammesso che lo si possa identificare come il mitico Menes, unificatore dell’Egitto, questi non potrebbe essere Aha, come sostenuto da alcuni (che vedono in Narmer e Aha la stessa persona). Sarebbe ben strano che in una lista, sia stato preceduto dal nome di un altro re. E’ vero che i monumenti del regno di Aha a Saqqara, Abydos e Naqada sono molto più impressionanti di quelli attribuibili a Narmer, ma è probabile che ciò sia, più semplicemente, dovuto al fatto che sotto il regno di quest’ultimo (suo padre?), si sia resa disponibile una grossa disponibilità di risorse da utilizzare da parte del successore. Il nome di Narmer ricorre spesso nella forma abbreviata Nar espressa da un segno, un pesce gatto, il cui valore fonetico venne in seguito fissato in “n’r ” (nar), ma è ragionevole supporre che difficilmente all’epoca venisse pronunciato così. Tuttavia questo nome è universalmente utilizzato e rimarrà tale sino a quando non verrà proposta una lettura alternativa accettabile. La presenza di tombe della Prima e inizi della Seconda Dinastia, sembra confermare la cronologia di Manetone, con Abydos principale necropoli della regione Tinita. Indipendentemente dal fatto che Narmer avesse o meno una residenza regale a This, doveva evidentemente sentire legami così forti con la regione e i suoi antenati predinastici da mantenere la tradizione di essere sepolto nell’antico cimitero ancestrale.
La tomba di Narmer (B17/18). Cimitero B, Umm el-Qaab, Abydos
Confrontato ai suoi predecessori noti, Narmer è molto più attestato nel contesto archeologico. Il suo nome è stato identificato su frammenti in regioni lontane tra di loro come Tel Erani, Tell Arad e Nahal Tillah presso il Negev settentrionale in Israele. Analoghi reperti sono stati rinvenuti nel Delta nord-orientale del Nilo, il che suggerisce un intenso scambio commerciale tra l’Egitto e la Palestina meridionale durante il suo regno. Un’altra convincente evidenza di questi traffici proviene proprio dalla tomba B17 di Umm el-Qa’ab. Si tratta di un frammento d’avorio iscritto che mostra un uomo barbuto, di apparente origine asiatica, ritratto in postura curvata, forse nell’atto di rendere omaggio al re d’Egitto. (Petrie, 1901). Nel Delta, in una tomba di Minshat Abu Omar fu rinvenuto un vaso completo recante il serekh di Narmer (Kroeper, 1988) ed un frammento, recante un serekh danneggiato contenente forse il suo nome, fu scavato a Buto (von der Way, 1989). Altri oggetti con il nome di Narmer sono stati riportati alla luce a Zawiyet el-Aryan (Kaplony, 1963 e Dunham, 1978), Tura e Elwann nella regione menfita; Tarkhan, nei pressi del Fayum; Abydos, Naqada e Hierakonpolis nell’Alto Egitto. Infine c’è un’iscrizione incisa nella roccia che contiene il serekh di Narmer ed un altro serekh vuoto nel Wadi Qash a metà strada tra la Valle del Nilo e la costa del Mar Rosso. L’attività nelle regioni desertiche di confine dell’Egitto è attestata fin dai tempi predinastici e l’attrattiva esercitata dal Deserto Orientale (principalmente per le sue risorse minerali) incoraggiò spedizioni promosse a livello statale sin dagli albori della Prima Dinastia
Vaso con serekh di Narmer. Provenienza: Tarkhan, tomba 414. Londra, Petrie Museum
Statua di scimmia, alabastro. altezza cm. 52, provenienza ignota, acquisita nel 1927. Berlino Agyptisches Museum.
Questa statua di babbuino a grandezza naturale è uno dei più pregevoli capolavori della scultura dell’Egitto protodinastico.
Un’iscrizione incisa nella base permette di datarla all’epoca dell’ Horus Narmer. Lo spazio immaginario, che si sviluppa intorno alla figura grazie allo zoccolo, conferisce alla scimmia grande monumentalità, marcata stabilità e una rigorosa frontalità.
La vitalità dell’espressione era sottolineata dagli occhi incastonati, oggi perduti. Il formato e la qualità della scultura indicano chiaramente che la statua rappresenta una divinità. Il dio Thot, raffigurato in epoca storica sotto forma di babbuino (oltre che di ibis), compare molto di rado in quella protostorica. Non è raro invece, nei testi e nelle raffigurazioni arcaiche, il riferimento ad un’altra divinità protostorica in forma di scimmia: si tratta della “Grande Bianca”, che rappresenta gli antenati divini del re e, in quanto tale, prende parte al Giubileo Reale (Heb-Sed).
In epoca storica si perdono le tracce di questa divinità.
I COMPLESSI TOMBALI DELLA I e II Dinastia
Completiamo l’esplorazione della necropoli di Umm el Qa’ab, con una sintesi , dei complessi tombali relativi alla Prima e Seconda Dinastia. Anche se non strettamente inerenti al tema “predinastico”, ho ritenuto opportuno inserirli in quanto ne costituiscono la naturale evoluzione.
I sette complessi funerari dei re Djer, Djet, Den, Adjib, Smerkhet, Qa’a e della regina Meret-Neith della Prima Dinastia hanno generalmente la stessa pianta. Questa consiste in un‘ampia camera sepolcrale circondata da vani adibiti a magazzino e molti ambienti di sepoltura sussidiari destinate a servi (uomini, donne, nani) e cani. Le camere destinate ai sovrani contenevano tutte un grande santuario in legno. Il più remoto uso di pietra su larga scala, di cui si abbia conoscenza, lo si è trovato nella tomba di Den, nella quale il pavimento era originariamente rivestito con lastre di granito rosso e nero. Dal tempo di Den, esiste in questa camera, una scala principale che fu bloccata dopo la sepoltura. Nelle tombe più antiche, le camere-deposito si trovavano all’interno di quella sepolcrale (Djer e Djet); nelle tombe successive esse erano unite ai muri verso l’esterno o, di fatto, isolate da essa (Den). Da Djer a Den, i vani sepolcrali sussidiari erano disposti in file separate intorno alla camera funebre reale; soltanto nei complessi di Smerkhet e Qa’a erano unite ad essa.
Il più grande di questi complessi, appartenuto a Djer, contiene oltre 200 di queste camere sussidiarie.
Tomba di Djer
Le sepolture secondarie, eccetto il caso di un alto ufficiale (del re Qa’a), sembrano essere quelle di individui di più basso rango, probabilmente sacrificati per continuare a servire il sovrano nella sua vita ultraterrena. Questa triste usanza terminò alla fine della Prima Dinastia (forse con una non provata, sporadica, eccezione durante la Seconda Dinastia). Le due tombe della Seconda Dinastia presenti a Umm el Qa’ab, non contengono, infatti sepolture sussidiarie.
Nessun resto di sovrastrutture è giunto sino a noi, ma è probabile che le camere sepolcrali fossero ricoperte da un tumulo di sabbia. Per ogni complesso c’erano due larghe steli con il nome del proprietario . La più famosa di queste, la stele di Djet, fu ritrovata da Amélineau e si trova adesso al Museo del Louvre. C’erano anche piccole steli per gli occupanti delle camere sussidiarie, comprese quelle per i cani (Den), ma nessuna di queste fu, però, ritrovata in situ.
Tomba di Den
A parte un braccio adorno di bracciali, che fu risparmiato perché nascosto dai razziatori dietro la scala nella tomba di Djer, e due scheletri frammentati nella tomba di Khasekhemui, nessun altro resto di inumazione reale è stato scoperto. Alcune sepolture sussidiarie e camere-magazzino, furono, però, rinvenute più o meno inviolate.
L’ampia tomba di Khasekhemui, presenta la novità di una camera sepolcrale rivestita in calcare. Ha un forma completamente diversa dalle altre sepolture reali di questo sito ed è simile alle tombe della Seconda Dinastia di Saqqara che presentano un numero accresciuto di camere-deposito.
Nella tomba di Qa’a, sono state trovate importanti tracce di scrittura. Impronte di sigillo di Hotepsekhemwy, (il primo re della Seconda Dinastia), indicano che egli completò il complesso di Qa’a e che non ci fu frattura tra le due Dinastie. Impronte di un altro sigillo, probabilmente utilizzato dall’amministrazione della necropoli, elenca il nome di tutti i re sepolti a Umm el Qa’ab, da Narmer sino a Qa’a. Nelle vicinanze di questa tomba furono anche rinvenute circa trenta tavolette d’avorio che si riferiscono a consegne di olio.
Le tombe di Qa’a (a sinistra) e di Khasekhemui (a destra)
Fonti:
Toby A.H. Wilkinson, Early Dynastic Egypt;
Francesco Raffaele. Late predynastic and early Dynastic Egypt
UN BIRRIFICIO DI 5000 ANNI FA
All’interno della necropoli di Abydos, in Egitto, è stato scoperto un impianto per la produzione di birra antico di 5000 anni. L’egittologa Patrizia Piacentini ad Archeologia Viva: «È il più antico birrificio reale mai rinvenuto».
Nel 2018, la missione americana diretta da Matthew Adams dell’Institute of Fine Arts − New York University e Deborah Vischak dell’Università di Princeton, che scava ad Abydos, a 450 chilometri dal Cairo, riprese le indagini archeologiche all’estremità settentrionale dell’antico sito, ove erano già note tombe e altre strutture, comprese fornaci, risalenti al Periodo Tardo Predinastico e agli inizi dell’Antico Regno (3100-2700 a.C. circa). Già nel 1912, l’archeologo T. Eric Peet, che lavorava per la Egypt Exploration Society, aveva scavato in quest’area, da lui denominata “cimitero D”: sotto alcune tombe trovò otto strutture disposte in file ordinate, che chiamò “forni per il grano”, ma la cui esatta funzione non era chiara.
Negli anni seguenti, strutture analoghe, scoperte in altri siti predinastici quali Hierakonpolis o Tell el-Farkha, hanno permesso di capire che questi particolari forni erano utilizzati per la produzione di birra. Quindi, quello che Peet aveva scoperto era un antico birrificio, ma la sua posizione esatta ad Abydos era andata perduta sotto le sabbie.
Durante gli scavi del 2018, Adams e Vischak hanno ritrovato la posizione del birrificio nella zona settentrionale di Abydos.Ma è di pochi mesi fa la scoperta sensazionale: studi dettagliati sui campioni che erano stati prelevati e analisi scientifiche dei resti organici, hanno permesso di stabilire l’estensione impressionante della struttura e capire chi produceva la birra ad Abydos, qual era la sua ricetta e perché veniva prodotta su così vasta scala.
Quando l’impianto era in uso, intorno al 3000 a.C., poteva produrre più di 22.000 litri di birra!
Sebbene non sia il più antico laboratorio di produzione di birra dell’antico Egitto, quello ritrovato nella zona settentrionale di Abydos, è stato sicuramente il più grande birrificio reale, risalente al cosiddetto periodo Naqada III, quello in cui visse il celebre re Narmer.
Fonte: Patrizia Piacentini, Archeologia Viva
LA RINASCITA COME CENTRO DI CULTO
A partire dal Medio Regno, il sito acquistò una nuova importanza in quanto fu associato al culto di Osiride, che si riteneva vi fosse stato sepolto. Esso divenne così il luogo più sacro d’Egitto e, durante il Nuovo Regno e nel Periodo Tardo, migliaia di pellegrini lasciarono una gran quantità di vasi d’offerta, in massima parte piccole ciotole chiamate qa’ab in arabo (donde il nome moderno del sito). Amélineau calcolò un totale di circa otto milioni di vasi. Ci sono prove che le tombe furono già scavate durante la 12.a Dinastia, probabilmente con lo scopo di identificare il luogo di sepoltura di Osiride. Nella tomba di Qa’a furono trovati, sul pavimento della camera sepolcrale, alcuni vasi del Medio Regno ed i resti di una scala costruita sulle parti inferiori. Nella tomba di Den l’ingresso alla camera sepolcrale fu parzialmente restaurato con grossi mattoni crudi e tutto lo scalone mostra tracce di una nuova imbiancatura. La trasformazione della tomba di Djer in un cenotafio di Osiride può aver avuto luogo nello stesso periodo. Un feretro per Osiride, con un’iscrizione illeggibile, fu rinvenuto in questa tomba da Amélineau.
Fonte: Gunter Dreyfuss
Proveniente da Abydos, fine predinastico – I Dinastia, quest’opera è una delle prime statue litiche di figure umane erette, e rappresenta l’incontro ideale fra l’arte protodinastica, per la somiglianza con i reperti in terracotta o avorio, e l’arte dinastica.
Di quest’ultima si osserva già la caratteristica distintiva della costruzione su due assi: quello verticale, dato ad esempio dal braccio disteso e quello orizzontale evidenziato dal braccio sinistro piegato a gomito. Probabilmente si tratta della rappresentazione di una dea.
Monaco: Staatliche Museum Ägyptischer Kunst
Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni.
Quando Amélineau, scoprì le tombe dei primi re a Umm el Qa’ab, portò alla luce delle grandi stele con inciso il nome del sovrano defunto. T
ra queste spicca per raffinatezza e fattura la stele del re Serpente, Djet, che si differenzia dalle altre decisamente meno rifinite e dallo stile più rozzo.
Horus domina il serekh del sovrano che racchiude il primo dei nomi regali, quello appunto detto di Horus.
I Dinastia, calcare. Altezza cm. 143. Parigi: Museo del Louvre.
Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni.
Questo pettine d’avorio faceva probabilmente parte del corredo funerario di Djet, il cui nome è inserito nel serekh. Ai lati si vedono sue scettri “was” (simboli del potere regale) e il segno “ankh” (vita). In alto due ali distese rappresentano il cielo (si tratta di una delle più antiche raffigurazioni di questo tipo) e sopra di esse Horus (il sole) che lo attraversa sulla sua barca, del tutto simile al tipo rappresentato sui vasi Naqada II o ad esempio sulla placchetta del re Aha.
I Dinastia regno di Djet. Avorio altezza cm. 8, larghezza cm. 4,5. Il Cairo, Museo Egizio
Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni.
Questi splendidi vasi rispettivamente in pietra calcarea e corniola, con chiusure d’oro furono rinvenuti da Flinders Petrie nei magazzini della tomba del re Khasekhemwy, II Dinastia (all’incirca 2700 a.C.). ad Umm el-Qa’ab nei pressi di Abydos, verso la fine del XIX secolo. Sepolti sotto i muri crollati, migliaia di vasi in pietra e di terracotta erano sfuggiti alla razzia della tomba.
Come abbiamo detto nel precedente articolo, Teti fu il fondatore della VI dinastia, successore di Unas di cui (forse) aveva sposato la figlia Iput per legittimare la sua ascesa al trono. Nel suo complesso funerario furono rinvenute tre piramidi satelliti, due di queste appartenevano alle regine Iput I, che sarebbe stata la madre del futuro faraone Pepi I, e Khuit. In genere si parla poco delle piramidi, o presunte tali, delle spose reali in quanto sono considerate appunto satelliti di quella del sovrano. Gli studi effettuati da Zahi Hawass ed da altri egittologi inducono però a pensare che queste due regine abbiano rivestito un ruolo decisamente importante, tale da essere menzionate a parte.
LA PIRAMIDE DI IPUT I
A nord della piramide di Teti venne scoperto, nel 1898 dall’egittologo francese Victor Loret, un piccolo complesso piramidale che venne successivamente studiato da Firth, con l’assistenza di Gunn, e ufficialmente riconosciuto come appartenuto alla regina Iput I, le indagini sono state recentemente concluse da Hawass. Il nucleo della piramide si presenta a tre gradoni con una piccola cappella addossata alla parete nord che però non celava, come di consueto, l’accesso alla parte ipogea. Per accedere alla camera sotterranea era stato realizzato un pozzo che partiva dal livello del secondo gradone. Da ciò si deduce che in origine la tomba era stata concepita come mastaba e trasformata successivamente in piramide dopo l’incoronazione di Pepi I. Questa trasformazione successiva fa nascere il dubbio che suo figlio Pepi I non fosse inizialmente considerato legittimo erede al trono. All’interno della camera funeraria si trovava un sarcofago in calcare ed uno ligneo contenente i resti di una donna matura. Altri elementi del corredo funebre furono rinvenuti tra cui cinque (?) vasi canopi in calcare, un poggiatesta in alabastro, una tavoletta di alabastro con il nome dei sette unguenti sacri, un bracciale d’oro, ancora al braccio della regina, frammenti di una collana, vasetti di alabastro ed altri oggetti di rame. Furono inoltre rinvenuti alcuni vasetti di ceramica rossa lucida ed un calice in cristallo di rocca. Tutti questi reperti sono ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Un’ulteriore testimonianza dell’importante ruolo che dovette ricoprire la regina Iput I viene da una cappella funeraria, eretta per lei a Koptos, importante crocevia di commercio nonché centro di culto di Min, il dio dell’abbondanza.
LA PIRAMIDE DI KHUIT
Sempre a nord della piramide di Teti, vicino a quella di Iput I, si trovano le rovine di una costruzione della quale non si sa con certezza se trattasi di una piramide minore o dei resti di una mastaba. Victor Loret, che la scoprì nel 1898 era del parere che non si trattasse dei resti di una piramide. Nel corso degli anni ’60, Maragioglio e Rinaldi, che effettuarono analisi architettonico-archeologiche di una parte dei resti della costruzione, si espressero invece a favore del fatto che si trattasse proprio della piramide di Khuit. I resti di opere murarie esistenti sono stati considerati da alcuni egittologi come rovine di un piccolo tempio funerario, da altri invece come luogo di culto di una mastaba. Gli scavi effettuati in loco da Zahi Hawass nel 1995 hanno identificato per l’edificio i caratteri tipici di una piramide. L’ultima dimora della sposa reale Khuit, ed il suo sarcofago di granito rosa, ha detto Hawass, dimostrano che la regina Khuit, (come Iput I), abbia ricoperto un ruolo importante, (e se lo dice Hawass…….).
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997