Testi

“MEDU NETJER” – LA PAROLA SACRA

I GEROGLIFICI

A cura di Piero Cargnino

Per gli appassionati di Storia Antico Egizia la parola “geroglifici” è ormai un luogo comune ma siamo sicuri di conoscerne bene l’origine ed il significato? Ne dubito. Nel mio piccolo ho voluto con questo articolo, che spero sia di vostro gradimento, farvi partecipi delle mie esperienze di studio, partiamo dall’inizio.

Con il termine “storia” si usa comunemente definire quel periodo della storia umana che inizia con la comparsa della scrittura, ovvero la storia documentata o registrata, prima era preistoria. Non si può dire che la preistoria finisce ed inizia la storia nello stesso momento in tutto il mondo in quanto ciò dipende dallo stato di evoluzione delle varie popolazioni e dal periodo in cui la scrittura venne adottata. In linea di massima si può parlare di storia a partire dal 3200-3500 a.C., periodo nel quale compaiono le prime scritture in Mesopotamia con la cuneiforme, (Sumeri), ed in Egitto, con i geroglifici.

E’ appunto nel Periodo Protodinastico che iniziamo a trovare le prime rappresentazioni che si distinguono dai semplici graffiti per dirci qualcosa, i primi geroglifici. Il termine deriva dal greco hieroglyphikós che significa: hieròs “sacro” e glýphos “scrittura”. Fu però questo un grande errore di interpretazione da parte dei greci quando vennero in contatto coi geroglifici. In antico egiziano quelle rappresentazioni che chiamiamo geroglifici non avevano affatto quel significato.

I primi scribi che tracciarono quei simboli non intendevano affatto “scrivere”, non avrebbe avuto alcun senso, essi chiamavano i geroglifici con il termine “medu netjer” che letteralmente significa “parola di dio”, (o parola sacra), con riferimento al dio Thot al quale era attribuita l’invenzione di quella che chiamiamo comunemente scrittura. Il significato da loro attribuito era molto più profondo e mistico, non scrittura ma “Parola”.

Il prof. Alessandro Roccati, allora docente di egittologia all’Università di Torino, del quale ho avuto l’onore di assistere ai suoi corsi di geroglifico, ci teneva in modo particolare a precisare che: ”…….mentre la scrittura nasce per trasmettere qualcosa a qualcuno, i geroglifici nell’antico Egitto, almeno per il terzo millennio a.C., non dovevano trasmettere niente a nessuno……”. Innanzitutto perché la cultura allora esistente non prevedeva la necessità di di trasmettere ad altri idee o concetti se non oralmente, ma soprattutto perché i geroglifici erano conosciuti solo dagli scribi e, neppure il faraone, forse avrebbe saputo interpretarli. Nessuno li doveva, o poteva, leggere perché non era quello lo scopo per cui venivano incisi, infatti nell’Egitto antico non venivano rappresentati, come in epoche successive, sui muri di palazzi o templi, ma esclusivamente dove nessuno avrebbe potuto leggerli, all’interno delle tombe, che poi venivano chiuse e sigillate per sempre. Il prof. Roccati aggiungeva: “……I geroglifici venivano incisi semplicemente per esistere, essi rappresentavano formule che il faraone avrebbe utilizzato per superare le molte insidie che avrebbe incontrato nel suo percorso verso la Duat, nient’altro……”.

Le prime iscrizioni presenti in età thinita rivelano una completezza nell’esecuzione già costituita il che fa pensare ad un periodo di maturazione antecedente. Se si tiene conto che i primi accenni di iscrizione geroglifica risalgono alla tavolozza di Narmer mentre i più recenti si trovano nell’isola di File e risalgono, salvo alcune eccezioni, al 394 d.C., significa che questa “scrittura” è stata utilizzata ininterrottamente per circa 3500 anni, anche se, in epoche successive, principalmente a scopo decorativo e di propaganda. La cosa più sorprendente è che in questi oltre tremila anni la scrittura geroglifica non subisce evoluzioni significative, nasce perfetta ed anzi, col passare del tempo, si nota, al contrario, una certa decadenza dovuta forse alle mutate convinzioni degli stessi scribi.

I geroglifici possono essere decifrati partendo da destra verso sinistra o dall’alto verso il basso e viceversa, a seconda della direzione dello sguardo degli uomini o animali rappresentati. Sempre facendo miei i concetti esposti dal prof. Roccati, utilizzo il termine “decifrare” e non “leggere” perché i geroglifici si decifrano non si leggono ne si traducono. Decifrazione che, dopo vari tentativi da parte di altri studiosi, tra cui lo scienziato inglese Thomas Young, riuscì all’egittologo francese Jean François Champollion, nel 1822, il quale sostenne che la scrittura egizia fosse una combinazione tra fonetica, ideogrammi e pittogrammi.

Grazie sopratutto alla famosa “Stele di Rosetta”, che riporta un’iscrizione divisa in tre registri di differenti grafie: geroglifico, demotico e greco antico. L’iscrizione è il testo di un decreto di epoca tolemaica risalente al 196 a.C. emesso in onore del faraone tredicenne Tolomeo V Epifane in occasione del primo anniversario della sua incoronazione. Poiché si tratta pressoché dello stesso testo, la stele ha offerto, grazie alla parte in greco, una chiave decisiva per la comprensione dei geroglifici. Nel suo libro, presentato nel 1824, “Resoconto del sistema geroglifico degli antichi Egizi”, Champollion riportava l’insieme delle sue ricerche sui nomi degli Dei e dei faraoni egiziani, esponendo l’organizzazione di insieme della scrittura egizia in segni fonetici e ideografici: i segni fonetici sono i venticinque segni che indicano una consonante, (il primo vero alfabeto della storia dell’umanità), a cui si aggiungono i segni per i gruppi di due o tre consonanti; i segni ideografici invece designano direttamente l’oggetto o sono determinativi per distinguere parole formate dalle stesse consonanti ma di diverso significato.

Per la scrittura corrente, si sviluppò, in seguito, una forma di corsivizzazione del geroglifico, che permetteva una grafia più rapida, in quanto maggiormente adatta a essere tracciata con un calamo, cioè una canna tagliata allo scopo e intinta nell’inchiostro. Lo ieratico veniva utilizzata per redigere documenti civili, (atti, rapporti, processi, conti, ecc.), testi di letteratura e trattati scientifici, soprattutto su papiro ma anche su ostraka o pietra, “ieratico”, dal greco ieraticòs, (sacedotale).

Verso la fine della XXV dinastia si sviluppò nel Basso Egitto un tipo di scrittura chiamato “demotico” derivato da forme di scrittura usate nel Delta. Questo tipo di scrittura veniva utilizzato principalmente nei documenti più comuni, destinati al popolo. Un esempio più antico di scrittura demotica è presente nella “Stele del Serapeo” a Saqqara e risale al 650 a.C. circa. Mentre oggi possiamo interpretare il significato dei geroglifici, quello che non riusciremo mai a sapere è come suonasse la lingua dei faraoni. Si sa solo che apparteneva al ceppo linguistico delle lingue afro-asiatiche ed era imparentata con quelle berbere e semitiche. Forse alcuni termini egizi sopravvivono ancora nella lingua liturgica dei Copti, (i cristiani d’Egitto). Con i geroglifici verranno ricoperte le pareti delle camere funerarie dei faraoni, dei loro sarcofagi, le mura dei templi dove assumeranno un significato di rappresentanza e di decorazione insieme, ci racconteranno la storia dell’Egitto, le battaglie. Quelli incisi all’interno delle tombe o piramidi continueranno a rappresentare un sostegno per il defunto indicandogli la via dell’aldilà. Da parte mia voglio ringraziare in modo particolare il Prof. Roccati per la passione con la quale ci ha introdotti alla comprensione dei geroglifici.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “Introduzione allo studio dell’egiziano”, Roma 2008
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Libreria dello Stato, Roma, 2005
  • Christian Jacq, “Il segreto dei geroglifici”, Piemme, Casale Monferrato, 1997
  • Sergio Pernigotti, “Leggere i geroglifici”, La Mandragora, Casalecchio di Reno (BO), 1988
  • Maria Carmela Betrò, “Geroglifici”, Mondadori, Milano, 1995
  • David Sandison, “L’arte egiziana nei geroglifici”, Idea Libri, Rimini, 1997
  • Mark Collier e Bill Manley, “Come leggere i geroglifici egizi£, Giunti, Firenze, 2003
  • Alan Gardiner, “Egyptian Grammar being an introduction to the study of hieroglyphs”, Griffith Institute, Ashmolean Museum, Oxford, by Oxford University Press, 1957
III Periodo Intermedio, Sarcofagi, XXI Dinastia

IL SARCOFAGO DI TABAKENKHONSU

A cura di Grazia Musso

XXI Dinastia

Legno stuccato e dipinto – Lunghezza coperchio 182 cm. – Lunghezza cassa 178 cm. – C 2226; collezione Drovetti – Museo Egizio di Torino.

L’utilizzo dei sarcofagi risale ai primordi della storia egizia, allorquando comparvero i primi esemplari lignei di forma rettangolare, inizialmente piuttosto corti in quanto dovevano contenere i corpi in posizione rannicchiata, poi più lunghi per la sepoltura dei corpi distesi.

Il passo successivo fu dato dall’introduzione dei così detti sarcofagi mummiformi che a seconda delle epoche, si differenziano per decorazione e stile.

Per i personaggi più abbienti era consuetudine possedere diversi sarcofagi da disporre uno dentro l’altro a protezione della mummia in essi contenuta e in epoca tarda, si diffuse tra le classi ricche anche l’uso del “falso coperchio” : una tavola lignea sagomata come un corpo, da adagiare direttamente sulla mummia.

Il sarcofago appartenuto alla cantatrice di Amon-Ra Tabakenkhonsu mostra lo schema figurativo tipico della XXI Dinastia, dominato da un senso di horror vacui per cui tutto lo spazio a disposizione è riempito da scene e iscrizioni policrome di chiara valenza magico-religioso.

Il volto della defunta, con grandi occhi scuri, è impreziosito da due orecchini a rosetta ed è cinto da una parrucca ornata con fasce decorate e fiori di loto.

Sopra il petto si trova un’ampia collana a più fili di perle sulla quale sono distese le mani scolpite.

La parte mediana del coperchio è dominata dall’immagine di uno scarabeo, emblema del dio Khepri e simbolo di rigenerazione, e da una grande figura della dea del cielo Nut ad ali spiegate, pronta ad accogliere la defunta.

Come da consuetudine, gli occhi della defunta, qui sormontati da folte sopracciglia, sono riprodotti con grande realismo e vivacità, in modo da risaltare sul volto di colore giallo, dall’espressione impassibile.

Fonte : I grandi musei : Museo Egizio di Torino – Electra.

Nuovo Regno, Storia egizia

LA BATTAGLIA DI KADESH

A cura di Andrea Petta

IL CONTESTO

Nel 1275 BCE la situazione nel Retenu egizio, il nostro Medio Oriente, è critica. Gli Ittiti (Regno di Ḫatti), stanziati per secoli in Anatolia, si stanno espandendo verso sud ed hanno già avuto delle scaramucce con Seti I. Hanno praticamente soppiantato i Mitanni in Siria dopo che Suppiluliuma ha sconfitto Tushratta e costituiscono un serio pericolo per l’Impero Egizio. Il confine tra gli Egizi e gli Ittiti ora è in pratica costituito dal fiume Oronte e dalla città di Kadesh, fortezza considerata inespugnabile ed in mano ittita.

Lo scacchiere mediorientale ai tempi di Kadesh

Ma l’Egitto non può lasciare una delle sue fonti di rame ed il crocevia degli scambi commerciali in pericolo. Forte degli echi delle imprese di Thutmosis III, Ramses II decide di intervenire.

Ramses è giovane, spavaldo ed un po’ ingenuo. Dopo una prima veloce campagna nel 1276, dove ottiene la fedeltà del regno di Amurru e del suo re Bentešima, l’anno successivo è deciso ad infliggere un colpo mortale agli Ittiti. Parte quindi per una spedizione militare nel suo quinto anno di regno con praticamente tutto l’esercito egizio – le Divisioni stabili create da suo padre Seti I dedicate agli Dei Amon (“Potente di Archi”), Ra (“Ricca di Valore”), Seth (Vittoriosa di Archi”) e la nuova Divisione Ptah – sotto il suo comando. Ogni divisione ha in media 4,000 fanti e 500 carri da battaglia, ognuno con un auriga ed un arciere, per un totale di 20,000 soldati. L’Egitto viene lasciato completamente sguarnito; in caso di sconfitta niente potrà opporsi ad un’invasione ittita.

Una rappresentazione del carro da guerra egizio, con l’auriga avente funzione anche di portascudo
Il carro ittita prevedeva di avere tre soldati a bordo, uno con la funzione specifica di proteggere auriga ed arciere con uno scudo molto più grande di quelli egizi. Era però meno manovrabile ed in difficoltà negli spazi più ristretti

Muwatalli II, il sovrano ittita, ha appena spostato la capitale da Ḫattuša a Tarḫuntašša, in Anatolia meridionale, proprio per prepararsi allo scontro e risponde con un esercito di cui non conosciamo l’entità precisa. Le fonti egizie parlano di 40,000 uomini e 3,700 carri pesanti da battaglia, ma non sono sicuramente affidabili.

LO SCONTRO

La Fortezza di Kadesh rappresentata circondata dalle acque del fiume. All’interno gli stendardi ittiti ed il “vile re Muwatalli” (Abu Simbel)

Ramses risale l’attuale Palestina con la sue Divisioni schierate il fila indiana a qualche chilometro una dall’altra per evitare il più possibile la polvere che si alza al passaggio di ogni gruppo. Prima di attraversare l’Oronte, cattura due beduini shasu che gli raccontano come il “vile Muwatalli” sia ancora a nord di Aleppo, timoroso di scontrarsi con il divino Faraone. Ovviamente è una balla colossale, ma Ramses, assetato di gloria e fama, non prende neanche in considerazione questa possibilità e si lancia in avanti con il suo esercito. Attraversa l’Oronte con la Divisione Amon e la sua guardia del corpo personale composta dagli Sherdani, i Guerrieri del Mare, ed invece di aspettare le altre Divisioni supera la foresta di Robawi sulla riva occidentale del fiume e marcia su Kadesh.

Da un punto di vista militare la stupidaggine è talmente grossa da essere citata ancora oggi nei trattati di strategia militare: mai dividere le proprie forze se non si conosce la posizione del nemico a meno che non comporti un chiaro ed immediato vantaggio tattico. E qui il vantaggio non c’è, anzi.

Le diverse fasi della Battaglia di Kadesh con l’agguato di Muwatalli (da “Ramesses II il Grande” di Franco Cimmino)

Davanti a Kadesh, gli Egizi catturano due esploratori ittiti, li torturano e scoprono la verità: l’esercito di Muwatalli è appostato vicino al guado del fiume. Ramses si ferma, costruisce un campo e sollecita le altre Divisioni ad accelerare, ma è drammaticamente tardi. Gli Ittiti, nascosti poco lontano ad oriente ed a conoscenza di un guado poco profondo, piombano con 2,500 carri pesanti sulla Divisione Ra quando ha appena attraversato la foresta, la spezzano letteralmente in due e poi convergono a nord sulla Amon. La Ptah sta ancora attraversando il fiume, la Seth è lontana a sud. Ramses sembra spacciato, potrebbe essere ucciso, o peggio ancora catturato da Muwatalli. Chissà se in quei momenti ha pensato alla tragica fine di Seqenenre Tao per mano degli Hyksos.

I prigionieri ittiti vengono torturati per far loro confessare la posizione reale dell’esercito di Muwatalli

Ciò che rimane della Ra fugge a nord in piena rotta, entra di corsa nell’accampamento di Ramses che viene circondato dai carri Ittiti. Per un motivo ignoto, ma che andrebbe inserito anch’esso nei manuali militari alla voce “non fare mai”, Muwatalli tiene ferma la fanteria ad est dell’Oronte. Gli Egizi devono affrontare “solo” i carri. Ramses, sul suo carro da battaglia con il fido auriga Menna, trova un varco ad est insieme ai suoi Sherdani e, combattendo, sfugge all’accerchiamento. In questa fase, il principe di Aleppo Rabasuru (alleato di Muwatalli) respinto dalle truppe della Amon, cade nel fiume; verrà ripescato più tardi.

Se i carri ittiti inseguissero adesso il Faraone sarebbe game over. Ma l’esercito di Ḫatti non è coeso come quello egizio. In pratica è un coacervo di truppe mandate da ogni Stato vassallo degli Ittiti. A volte poco più di predoni più o meno organizzati. In battaglia si disuniscono. Quando irrompono nel campo di Ramses, trovano di tutto. Il Faraone viaggia comodo, ha con sé numerosissimi oggetti preziosi, e le truppe di Ḫatti si fermano a saccheggiare il campo. Sarà un errore fatale.

Il carro di Ramses travolge i soldati nemici

I superstiti della Amon e della Ra si riorganizzano ad est del campo, e proprio in quel momento da ovest sbucano delle truppe inviate dai vassalli egizi dalla costa, una sorta di quinta Divisione di ausiliari di Amurru (chiamati Naruna nel testo egizio). Tanto per cambiare, alcuni studiosi identificano questa “quinta divisione” come formata da Ebrei. L’esercito ittita rimane preso da due parti; per qualche ora la battaglia è in bilico poi spuntano gli stendardi della Ptah che avanza a marcia forzata e Muwatalli arretra di fianco a Kadesh. Il mattino seguente giunge anche la Seth, e il re ittita negozia una tregua con Ramses. Ognuno dei due eserciti si ritira guardingo verso i rispettivi territori e lascia di fatto una situazione inalterata.

I Naruna, le truppe di rinforzo provenienti da Amurru che hanno cambiato il destino della Battaglia di Kadesh (e della storia egizia?)

Le truppe ittite, un cavallo e un cavaliere, i carri e le squadre scappano da Ramses II nuotando attraverso l’Oronte. Il cavaliere a cavallo si piega all’indietro, forse colpito da una freccia. Il suo cavallo indossa un pettorale tipico dei cavalli da carro, suggerendo che inizialmente tirasse un carro e che ora sia in rotta.
Alcuni uomini muoiono nell’acqua. Il principe di Aleppo viene tenuto a testa in giù dai suoi soldati per fargli espellere l’acqua ingoiata. (Rilievo di Breasted dal Ramesseum)

I prigionieri dopo la Battaglia; a sinistra si contano le mani mozzate ai nemici sconfitti, mentre gli scribi ne annotano il numero

CHI HA VINTO

Tecnicamente nessuno ha prevalso; nella pratica la vittoria strategica è di Muwatalli che mantiene il controllo della fortezza di Kadesh, blocca la riconquista della parte settentrionale della Siria da parte di Ramses e chiude definitivamente l’espansione egizia nella zona.

Da parte sua Ramses può rivendicare di aver combattuto con forze (probabilmente) inferiori, di non essere caduto sul campo o essere fatto prigioniero. Rimane lo sconcertante errore tattico che ha pregiudicato tutta la campagna militare. Le perdite inflitte all’esercito egizio potrebbero essere causa indiretta della mancanza di ogni ulteriore azione egizia di rilievo nella zona negli anni seguenti.

Ḫattušili, fratello di Muwatalli e succeduto al nipote Muršili III dopo averlo detronizzato, preferirà cinque anni dopo un trattato di pace con Ramses e l’Egitto (forse anche come legittimazione del suo trono) suggellando anche il patto con un matrimonio interdinastico di sua figlia, che prenderà il nome egizio di Maathorneferura, con Ramses stesso e di un secondo matrimonio di cui non sappiamo praticamente nulla.

L’EPOPEA DI KADESH

La “propaganda” di Ramses non lascerà posto per i comprimari: il fido auriga Menna “svanisce” dalle rappresentazioni e Ramses viene raffigurato con le redini del carro allacciate sulla schiena come se fosse da solo a guidarlo mentre stermina i nemici con il suo arco

Comunque sia finita la battaglia, Ramses al ritorno la celebra come una grande vittoria. Il resoconto del conflitto (redatto in due versioni, chiamate oggi convenzionalmente “Bollettino” e “Poema di Pentaur”, probabilmente dal nome dello scriba che lo trascrisse sul Papiro Sallier III) si è conservato sia su papiro che nella versione epigrafica e monumentale, corredata da rilievi figurati e didascalie relativi agli episodi salienti, e riportata sui principali edifici egiziani, a Abydos, Tebe (nei templi di Luxor e Karnak, oltre che nel Ramesseum) e Abu Simbel. La versione egiziana, soprattutto nel “Poema di Pentaur” è un peana alle imprese di Ramses, ovviamente, solo ed abbandonato dagli inetti soldati contro il vile re di Ḫatti. Ed è forse il primo esempio di propaganda “politica”, con evidenti falsità da parte egizia (“Sua Maestà uccise tutto l’esercito del vile caduto di Ḫatti insieme con i suoi grandi capi e i suoi fratelli così come tutti i grandi capi di tutti i paesi che erano venuti con lui»). È una versione molto edulcorata, con il solo Faraone come protagonista, e decisamente auto-celebrativa ma rimane il primo componimento poetico di epopea storica

Tutti dovevano conoscere la gloria del Faraone e nessuno doveva dubitare del resoconto della Battaglia:. Il racconto di Kadesh fu trascritto in tutti i principali luoghi di culto in Egitto; qui i rilievi di Abydos
E qui quelli di Luxor

Riferimenti:

  • Violetta Cordani – Lettere fra Egiziani ed Ittiti. Paideia, 2017
  • Franco Cimmino – Ramesses II il Grande. Rusconi 1984
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • John A. Wilson – The Texts of the Battle of Kadesh. The University of Chicago Press, 1927
  • Literature and Politics in the Time of Ramesses II : the Kadesh Inscriptions
  • James Henry Breasted – A History of Egypt from the earliest of times to the Persian Conquest Charles Scribner’s Sons 1905

GLI EROI DI KADESH

A cura di Luisa Bovitutti

Ramses si arrogò tutto il merito di quello che volle definire uno strepitoso successo militare, ma riconobbe di essere debitore nei confronti della sua coppia di cavalli, che a Kadesh lo aiutarono a salvarsi la vita e a fare strage di nemici.

Nel Poema di Pentaur, resoconto della battaglia, si legge infatti che in quell’occasione il Faraone, accerchiato dai nemici, si salvò solo grazie al suo auriga Menna ed ai due cavalli che trainavano il suo cocchio e che si chiamavano “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, tanto che per riconoscenza promise che da quel giorno li avrebbe nutriti personalmente. Egli indossò anche un anello decorato con una coppia di piccoli cavalli.

“Non vennero i principi, gli ufficiali, i soldati di truppa ad aiutarmi mentre io combattevo.Ho vinto milioni di paesi da solo, essendo su “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, i miei grandi cavalli: sono essi che ho trovato ad aiutarmi quando ero solo a combattere contro paesi numerosi.

Darò disposizioni per loro di farli mangiare io stesso, in mia presenza, ogni giorno, quando sarò a palazzo: sono loro che ho trovato in mezzo ai nemici, con l’auriga Menna mio scudiero, dei miei domestici d’amministrazione; i miei testimoni, a combattere, ecco, li ho trovati”.

Dopo la battaglia di Kadesh, i rapporti tra l’Egitto e il regno Hittita divennero stretti e proficui, e molti cavalli anatolici vennero importati per migliorare le razze equine egiziane derivanti da quelle mongoliche, dalle quali con un’accurata selezione è derivato l’odierno cavallo arabo.

I CAVALLI-LEONE DI RAMSES

A cura del Prof. Maurizio Damiano

Ramses promise di onorare i suoi valorosi cavalli, e mantenne la parola, in vari modi: nei testi, nelle raffigurazioni, nell’anello al Louvre ma… anche in un bellissimo modo, tutto egizio.Nelle tre foto vediamo una scena che si trova sul muro esterno ovest, lato nord, del tempio di Luxor.

Si tratta della carica di Ramses II nella battaglia asiatica di Dapur. Vediamo i carri e Ramses (di cui è persa la parte superiore) con il suo carro trainato dai coraggiosi cavalli.

Nella seconda foto vediamo il dettaglio del carro con i cavalli.

E ora, stiamo attenti: nella terza foto vediamo il dettaglio di cavalli: guardiamo i musi; non sono quelli di due cavalli, bensì di due leoni, per celebrarne anche visivamente il coraggio.

Primo Periodo Intermedio

IL PRIMO PERIODO INTERMEDIO

A cura di Piero Cargnino

E VENNE IL CAOS (VII DINASTIA – INIZIO XI)

Il cosiddetto “Primo Periodo Intermedio” è una macchia nella splendida civiltà egizia. In quanto tale rappresenta il completo sfaldamento, non solo del potere centrale, quello dei grandi faraoni costruttori delle imponenti piramidi, dell’età dell’oro, quell’età che vide la prosperità dell’Egitto, ma anche di un lungo periodo di relativa tranquillità vissuta dal popolo, lavoratore, ma sempre rispettoso della Maat.

Già a partire dalla V dinastia assistiamo ad una lenta, ma progressiva, decadenza del potere centrale del faraone con un conseguente incremento di quello dei governanti locali. I nomarchi si preoccupavano del loro territorio sganciandosi sempre più dall’autorità centrale al punto che la loro carica divenne ereditaria riducendo ancor più l’influenza regale. Con l’avvento della VI dinastia le cose continuarono via via a peggiorare fino a giungere ad un punto cruciale alla fine del lungo regno di Pepi II, cosa che potrebbe aver avuto come conseguenza la mancanza di eredi legittimi perché magari premorti al padre.

L’ascesa al trono di Nitokris confermerebbe l’assenza di legittimità o scarsa idoneità degli eventuali pretendenti al trono. Cominciarono quindi a manifestarsi fermenti sociali che porteranno l’Egitto, per quasi due secoli, ad essere preda di disordini, di anarchia a livello provinciale e, forse, anche di invasioni straniere. Il decadimento della regalità centrale, accelerato in questo anche dalle numerose e continue incursioni dei beduini ormai fuori controllo, fece si che si ingenerasse un clima di disordini incontrollabile che ci è stato tramandato, in molti papiri interessanti, redatti, in epoche successive, dagli scribi su incarico dei sovrani della XII dinastia. L’intento era sicuramente quello di celebrare la restaurazione dell’ordine e della stabilità. E’ ovvio che la lettura di questi scritti va fatta con cautela nel senso che la gravità della situazione, in essi descritta, è sicuramente frutto di esagerazioni tendenti a mettere in risalto, ingigantendola un po, la grande opera di pacificazione dei faraoni del Medio Regno. In realtà non si ha la certezza che questo clima di rivoluzione abbia interessato l’intero Egitto, di questo periodo non si conosce quasi nulla. Menfi diventa solo più una capitale simbolica ed il potere si frammenta in più parti. Vediamo ora di capire qualcosa nel groviglio di dinastie e faraoni che si sono succeduti in questo oscuro periodo.

Il Primo periodo intermedio si può suddividere in tre parti,

  • 1) VII e VIII dinastia durante le quali avviene lo sfaldamento completo dello stato unitario.
  • 2) IX dinastia, nasce un nuovo centro di potere nell’Alto Egitto, nella capitale del XX nomo, Ha-Ninsu, (Heracleopoli).
  • 3) X dinastia, caratterizzata da lotte intestine dove i principi di Tebe prevalgono sugli Heracleopolitani e fondano le basi per la riunificazione dell’Egitto che avverrà solo con la XI dinastia dando inizio al Medio Regno.

Manetone ci descrive la VII dinastia come un periodo di grande anarchia dove, a suo dire regnarono settanta re per settanta giorni, cosa che concorda con le varie liste dei re nel riconoscere, per la VII dinastia appunto, l’avvicendamento di circa settanta re, con sede a Menfi. In assenza di riscontri storici che lo confermino dobbiamo immaginare che la cifra di settanta re e di settanta giorni sia puramente simbolica. Per l’VIII dinastia, conosciuta soltanto dalle liste reali, un numero preciso non è possibile farlo, si pensa dai 18 ai 27 faraoni alcuni dei quali avrebbero regnato contemporaneamente. La lista di Abydo riporta 17 nomi, quella di Saqqara non fa alcun cenno del Primo Periodo Intermedio e il Canone di Torino in quel punto è illeggibile.

Giulio Sesto Africano, citando Manetone scrive: <<…..ventisette re di Menfi che regnarono per 146 anni….…>>. Eusebio da Cesarea parla di cinque re che regnarono un secolo. Dati inconfutabili in quanto non esistono reperti archeologici che testimoniano se è vero o falso. In un papiro di epoca posteriore, “Le lamentazioni di Ipuwer”, si legge che in quel periodo spadroneggiavano sugli egiziani dei non ben identificati “asiatici”. Qualcuno avanzò anche l’ipotesi che all’inizio dell’VIII dinastia si fosse formato un regno indipendente nell’Alto Egitto sotto il nomarca di Copto che sarebbe durato circa quaranta anni. Nel 1946 l’egittologo W. C. Hayes dimostrò che questa dinastia copta non è mai esistita. Per quanto riguarda la X e la XI dinastia, spesso associate con il nome di “eracleopolitana”, l’identificazione dei sovrani di una o dell’altra dinastia è resa ancor più difficile dal ripetersi di nomi identici. Poco attendibile è ritenuta la frase di Manetone riportata da Giulio Sesto Africano quando afferma: <<…..diciannove re di Eracleopoli che governarono per 409 anni..…>>. Nel sud, soppiantati i re menfiti, i nomarchi di Tebe raggrupparono intorno a sé i nomoi meridionali sotto il dominio di una ancora più energica famiglia di principi guerrieri, quattro dei quali portavano il nome di Antef.

Possiamo solo immaginare la ricaduta che questi eventi ebbe sul popolo abituato a vivere nel rispetto della Maat avendo alle spalle la sicurezza di uno stato sempre presente ed attento alle loro necessità personificato nella figura del sovrano, il Faraone. Caddero le certezze, i principi fondamentali sui quali poggiava la loro concezione del mondo, la fine dell’Ordine Eterno che gli Dei donarono loro fin dalla creazione. Una causa che potrebbe in parte aver influito sul peggioramento delle condizioni sociali, avvenuta intorno al 2300 a.C., sarebbe attribuibile alla conclusione del cosiddetto “Subpluviale neolitico”, ovvero una lunga fase climatica caratterizzata dalle frequenti piogge sull’Africa nordorientale. La conclusione di tale periodo ebbe come conseguenza l’inaridimento del clima, causa questa della diminuzione dei pascoli, inaridimento delle fonti ed insabbiamento dei campi. La cosa comportò una diminuzione delle risorse alimentari obbligando la popolazione di quelle zone a risalire la valle del Nilo causando così una rivoluzione economico-sociale senza precedenti.

L’Egitto sembra essere tornato all’epoca preistorica, con un raggruppamento di nomoi al nord, nel Medio Egitto, (dinastia eracleopolitana), di cui conosciamo alcuni re, (Kheti I, II e III e Merikara}, e uno a sud, a Tebe, con a capo gli Antef. Si giunse presto a uno scontro e la situazione rimase a lungo confusa tra alterne vicende di vittorie e sconfitte da entrambe le parti, fino a quando, nel 2060 a.C., troviamo l’Egitto nuovamente unito sotto Mentuhotep I, discendente dei governatori tebani che governavano i nomoi del sud; da questa data si fa iniziare il Medio Regno. La maggior parte degli studiosi concorda nel valutare da duecento a duecentocinquanta anni la durata del periodo intercorso da Nitocris alla fine del regno di Mentuhotep I, la loro opinione però è poco più di una congettura.

Abbiamo esaminato a grandi linee quell’epoca della storia egizia che va sotto il nome di “Primo Periodo Intermedio”, per avere un’idea un po più chiara proviamo ora ad immergerci nelle oscure e poco conosciute vicende che ne hanno caratterizzato la storia. Con la caduta dell’Antico Regno viene a mancare ogni fonte di notizie certe sugli avvenimenti che si susseguono per quasi due secoli dove infuriano le lotte intestine fra i vari nomarchi generando il caos tra la popolazione che si trovò priva di quella certezza, garantita da Maat. Di questo periodo ci viene incontro, per raccontarci, con una incerta precisione, la letteratura. Ho volutamente detto incerta in quanto le opere che sono giunte a noi non sono coeve del periodo ma successive, volute dai faraoni che riunificarono il paese e, come già detto, sicuramente ingigantite per mettere ancor più in risalto i loro meriti ed enfatizzare le loro vittorie. Di questo ce ne parla il già citato Ipuwer che racconta questo periodo di devastazione dello stato e la drammatica situazione di quell’epoca: <<……il paese girava come sul tornio di un vasaio, si impoverì e subì il saccheggio, il sovrano fu rovesciato dai poveri, gli uomini morivano di fame e l’Egitto cadde in mano agli asiatici……>>. Altri testi di letteratura che ci tramandano le notizie di questo periodo li troviamo negli “Insegnamenti per il re Merikare”, si tratta di un lungo testo dove il faraone Kheti II, della X dinastia (2135-2040 a.C.), dispensa una serie di ammonimenti e di consigli al figlio Merikara che dovrà succedergli. Il testo è molto interessante perché, forse senza volerlo, descrive il difficile clima politico del tempo. Altre opere di letteratura riferite al periodo ci provengono dalla “Profezia di Neferti” e da molte altre opere. Di grande interesse il “Dialogo di un uomo stanco di vivere”, risalente al Medio Regno, è contenuto nel cosiddetto “Papiro n. 3024”, un rotolo lungo 3 metri e mezzo scritto in ieratico ed oggi conservato presso il Museo di Antichità Egizie di Berlino. Il periodo cui si riferisce è incerto, si pensa al tempo della XII dinastia (1900 a.C.). E’ un testo unico nel suo genere dal quale emerge la spiritualità di un popolo permeato dal culto dei morti e dalla fede incrollabile nell’aldilà, testimonia la grave caduta dei valori fondamentali per il popolo, l’uomo conversa con il suo Ba (anima) ed arriva persino a mettere in dubbio l’esistenza della vita dopo la morte nonché la fede negli Dei. Notizie del tempo ci arrivano anche dalle iscrizioni presenti nelle tombe private. Dalla tomba rinvenuta a Moalla, nell’Alto Egitto, appartenuta al governatore provinciale Ankhtifi, apprendiamo che nel paese era grande la sofferenza e la povertà ed il popolo era denutrito. Ankhtifi contribuì con il suo esercito all’affermarsi del potere nel nord dell’Egitto dopo la caduta dell’VIII dinastia del regno menfita.

Ankhtifi fondò un regno al nord con capitale Ehnasija (Nennisut in egiziano e Herakleonpolis Magna in greco) mentre i suoi avversari si concentrarono a sud nell’Alto Egitto stabilendosi a Uaset (Tebe). Nuovamente diviso in due, l’Egitto si trovò ad affrontare una nuova guerra fratricida fra il nord, che almeno inizialmente riscosse maggior successo riuscendo a penetrare nell’Alto Egitto fino alla tredicesima provincia di Assijut. Tebe fece appello a tutta la sua forza ed una battaglia dopo l’altra riuscì a conquistare tutta l’area tra Elefantina e Koptos. Con l’avvento al trono del faraone tebano Antef II la vittoria definitiva arrise alle truppe tebane che riconquistarono il Basso Egitto nonostante i tentativi, non riusciti, degli avversari di coinvolgere nella lotta i capitribù nubiani che, approfittando del disfacimento del potere centrale, si erano resi indipendenti. Come pare logico pensare la situazione che si era venuta a creare durante il Primo Periodo Intermedio, con le gravi ripercussioni economiche e sociali, non favorì certamente la creazione di particolari complessi monumentali ne tanto meno tombe reali di una certa importanza o piramidi.

Nel prossimo articolo visiteremo la piramide di Ibi, un effimero faraone non ben conosciuto inserito nella VI dinastia ma a tutti gli effetti appartenente già al Primo Periodo Intermedio (VII dinastia). Per quanto riguarda le tombe dei sovrani di questo periodo fino ad oggi non ne sono state individuate nessuna, fonti coeve, decisamente scarse, raccontano che alcuni sovrani vennero tumulati in piramidi che però non sono mai state trovate. Certamente esistevano le tombe dei sovrani del tempo ma la breve durata del loro regno non avrà certamente permesso di erigere grandi edifici e per di più quei pochi dovevano essere di piccole dimensioni e costruite con materiale molto degradabile che non permise di durare a lungo. La solita disputa tra egittologi vede alcuni che ritengono che la necropoli di questi sovrani fosse situata a Saqqara nord nei pressi della piramide di Teti, altri secondo cui la necropoli si trovasse a Nennisut nel Medio Egitto. Una missione spagnola che ha recentemente condotto scavi in zona non ha finora trovato tombe ne piramidi. Davvero un brutto momento per la civiltà egizia il Primo Periodo Intermedio.

Il nostro informatore più prolisso sulla civiltà egizia, Manetone, nei suoi Aegyptiaca, scritti su commissione di Tolomeo II Filadelfo intorno al 300 a.C., ci fornisce la maggior parte delle informazioni sulla cronologia dei sovrani dell’Antico Egitto. Di lui conosciamo quasi nulla, nessuno dei suoi scritti è giunto sino a noi se non per interposta persona. Il primo che ce ne parla è lo scrittore giudaico Flavio Giuseppe nella sua opera “Contra Apionem” del 94 d.C. Altri dopo Flavio Giuseppe parlano di Manetone per cui è da ritenere che la sua opera abbia subito chissà quante manipolazioni. Fu Manetone che, avendo a disposizione molti documenti, si dedicò alla scrittura della storia antico egizia e già la sua precisione ci lascia alquanto dubbiosi avendo egli scritto circa 2000 anni dopo gli eventi che ci interessano. In ogni caso dai raffronti con le informazioni reperite da altre fonti, possiamo delineare un quadro sufficientemente attendibile. Manetone suddivise i regni dei sovrani egizi in 33 dinastie, suddivisione che, nonostante qualche incertezza, è adottata ancora oggi. Il Primo Periodo Intermedio comprende le dinastie dalla VII all’inizio della XI e, come più volte ripetuto è un periodo oscuro della storia antico egizia del quale conosciamo ben poco. Vediamo ora quel poco per ciascuna dinastia.

VII DINASTIA

Qui il problema è grosso in quanto secondo una parte degli studiosi questa dinastia sarebbe spuria, se non addirittura inesistente. Sesto Giulio Africano che trattò l’opera di Manetone in forma epitoma afferma che lo storico parla di questa dinastia come di un periodo in cui: <<……settanta re di Menfi regnarono per settanta giorni…..>>. Secondo Eusebio di Cesarea la frase andrebbe letta: <<……. cinque re di Menfi regnarono per 75 giorni……>>. Non ci viene in aiuto la lista reale di Abido e meno che mai quella di Saqqara che omettono questo periodo saltando subito alla XI dinastia.

Dal Canone Reale di Torino, molto danneggiato e frammentario in questa parte, parrebbero emergere cinque nomi illeggibili, subito viene da pensare ai cinque citati da Eusebio senza però alcun fondamento. Dal punto di vista archeologico non compare nulla.

VIII DINASTIA

Anche qui ci troviamo privi del tutto, o quasi di notizie. Nella lista di Abido compaiono 17 nomi che potrebbero essere 18 a seconda se Merenre II viene inserito in questa dinastia. Come detto quella di Saqqara salta il periodo e il Canone Reale è talmente danneggiato da non permettere alcuna lettura. Sesto Giulio Africano riporta: <<…….ventisette re di Menfi che regnarono per 146 anni……>>. Lo storico bizantino Giorgio Sincello, citando Eusebio, parla di cinque re che regnarono un secolo.

Anche qui non esistono reperti archeologici. Menfi è ancora la capitale ufficiale mentre quella amministrativa è ad Abido, pur dichiarandosi ancora sottomessi a Menfi, i nomarchi di Eracleonpoli regnano incontrastati sul XX distretto dell’Alto Egitto, allo stesso modo si comportano i principi di Tebe. Il Basso Egitto è lasciato a se stesso, nelle sue lamentazioni, Ipuwer parla di “asiatici” che compiono scorribande a danno della popolazione. In questo caos emerge la figura di un visir, Shemai, governatore dell’Alto Egitto e Capo della Testa del sud, i sette distretti più meridionali. Ne fanno menzione i “Decreti di Copto” nei quali sono elencati i privilegi a lui concessi dai sovrani menfiti per garantirsene la fedeltà.

IX e X DINASTIA

Le due dinastie, a fronte dei dati in nostro possesso, si confondono tra di loro per cui è quasi impossibile stabilire l’esatta successione tranne che in rari casi. Il ripetersi di nomi identici di sovrani non permette di distinguere le due dinastie. Entrambe vengono associate come eracleopolitane.

Secondo l’interpretazione di Sesto Giulio Africano, Manetone afferma: <<……..diciannove re di Eracleopoli che governarono per 409 anni……..>>. Per Eusebio di Cesarea i sovrani furono solo cinque che regnarono per un secolo. Per quanto riguarda la X dinastia sempre Manetone afferma: <<……..diciannove re di Eracleopoli che regnarono per 185 anni……..>>.

Di certo si sa che i re della X dinastia si sovrappongono ai primi re tebani della XI dinastia. E’ ipotizzabile che sia eracleopolitani che tebani, nel tentativo di espandersi, abbiano tentato una riunificazione dell’Egitto. Ogni tentativo di stilare una lista completa dei sovrani che si succedettero in questo periodo è del tutto vano in quanto mancano elementi di valutazione, di questo non ci è di aiuto la sequenza con cui vengono elencati che non ci fornisce alcuna garanzia sull’ordine di successione.

XI DINASTIA

L’XI dinastia si può suddividere, per una prima parte nel Primo Periodo Intermedio e per la parte finale in quella che riunificò le Due Terre dando inizio al periodo chiamato Medio Regno. La storia dell’XI dinastia si riassume nelle lotte di Tebe atte al ricongiungimento dell’Egitto sotto un unico sovrano. Con la fine dell’Antico Regno il titolo, anche se puramente simbolico, di “Re dell’Alto e Basso Egitto” era passato da Menfi a Eracopoli, anche se dalla Lista di Karnak si apprende che i primi due sovrani non assunsero mai alcun titolo che confermasse la loro sovranità sull’intero Egitto.

La lotta per la sovranità sulle Due Terre vide la vittoria dei tebani sugli eracleopolitani ad opera di Horo Wah-ankh (Antef II) mentre Horo Samtawy (Mentuhotep II) completò la vittoria con la riconquista delle terre del Delta occupate dai libici e della penisola del Sinai. Finalmente, dopo oltre due secoli, l’Egitto era nuovamente unito e, pronto alla rinascita, entrava in quello che viene chiamato Medio Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • W. S. Smith, “Il regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo periodo intermedio”, il Saggiatore, 1972
  • Mark Lehner, ”The Complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson, 2008
  • Miroslav Verner,, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1998
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 2008
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egizi”, Milano, TEA, 1988
  • David Henige, “How long did Pepy II reign?”, in GM, 2009
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989)
Filosofia

IL BA

A cura di Ivo Prezioso

Questo termine è spesso tradotto, ma a torto, come “anima”. In realtà, nella sua essenza il “ba” è un elemento di mobilità che permette il passaggio da un mondo all’altro. Perciò è il “ba” che risponde all’appello degli officianti che celebrano il culto divino o funerario ed è il “ba” che supera la soglia dell’immaginario per abitare un corpo fittizio, quale può essere, ad esempio una statua. Morendo, l’uomo va a raggiungere il suo “ka” (che tratteremo in seguito), ma non il suo “ba” che è rappresentazione di una facoltà dinamica e non statica. Nell’Antico Regno, solo il re defunto possiede questa straordinaria facoltà di spostamento, ma a partire dal Primo Periodo Intermedio (ca. 2195 – 2064 a.C), con la cosiddetta “democratizzazione” delle credenze sull’aldilà, il “ba” diviene un elemento dell’essere, comune ad ogni defunto, personificazione delle sue forze vitali sia fisiche che psichiche. A partire dalla XVIII Dinastia, lo si rappresenta sotto forma di uccello a testa umana; un’ immagine eloquente che ne esprime insieme la sua mobilità e la sua personalità. Dopo la morte, il corpo resta nella “Dwat” (oltretomba) mentre il “ba” vola via per salire in cielo. Se i riti funerari sono stati eseguiti in maniera corretta, esso sarà libero di vagare ovunque gli piaccia: potrà frequentare i luoghi terreni che gli sono riservati o noti – la cappella funeraria, la dimora terrestre, il suo corpo mummificato, una statua – analogamente, in cielo, può unirsi al seguito di Ra, percorrendo nella sua barca celeste i tragitti del giorno e della notte, rinascendo con Khepri (il sole del mattino) ogni giorno. E’, inoltre, in grado di svolgere le proprie funzioni vitali, quali mangiare e bere, soddisfare i bisogni sessuali, perché non è puro spirito, ma un aspetto in sé completo dei diversi modi dell’esistenza (così come l’”akh”, che abbiamo già incontrato ed il “ka” che sarà oggetto della prossima trattazione).

Analoga descrizione ce la offre Jan Assmann, nello splendido volume dedicato a Ma’at. Secondo l’egittologo tedesco, tra i vari elementi che costituiscono l’individuo, come il ka, il cuore (ib), l’ombra (shwt), il nome (rn), la mummia ecc., il ba è strettamente legato alla nozione di transizione tra due mondi. E’ per questo che è simboleggiato da un uccello: un uccello che s’invola effettua il transito tra terra e cielo. Come anche sottolineato da Edda Bresciani, durante l’Antico Regno è solo il sovrano a possedere un ba, in quanto egli opera questo passaggio, dopo la morte, per unirsi al dio-sole, mentre gli altri uomini “sopravvivono” (“si nascondono”, secondo un passaggio dei Testi delle Piramidi), nella loro tomba presso il “Bell’Occidente”. Dopo la caduta dell’Antico Regno, i concetti interdipendenti del ba, transizione e immortalità, diventano disponibili per tutti: democratizzati, o meglio, secondo Assman, “demotizzati”. Ba è un termine “liminale” (che riguarda, cioè, la sfera della coscienza e della percezione): simboleggia la transizione tra visibile ed invisibile. Si diceva, dei fenomeni naturali, che fossero il ba, cioè la manifestazione tangibile di un certo dio; così il vento , per esempio viene chiamato il ba di “shw” (il dio dell’aria).

Fonti: Edda Bresciani (a cura di), Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto.

Jan Assmann, Maât L’Égypte pharaonique et l’idée de justice sociale

L’uccello BA

E’ questo uccello, la grande cicogna africana, nota come jabiru, che ha ispirato il simbolo con il quale gli egizi rappresentavano il concetto di ba, che noi, impropriamente traduciamo con “anima”. Il perché non è chiaro. Probabilmente ci può essere stata un’omofonia tra il nome dell’uccello e il termine “b3”, come anche deve aver influito la naturale tendenza degli egiziani a rappresentare sotto forma di volatile le componenti più spirituali di un uomo, che si pensava dovessero ascendere verso il cielo. Ma è altrettanto plausibile che ci fossero altri legami più intimi e, per noi completamente intangibili, che facevano associare il ba a questo uccello così caratteristico. Oggi lo jabiru vive nella regione del Nilo Bianco (in Sudan), ma gli egizi furono certamente in grado di osservarlo in regioni a loro più vicine. La documentazione abbonda, infatti di raffigurazioni già dall’epoca preistorica, molto precise nel sottolinearne le caratteristiche tipiche, come il rigonfiamento nella parte superiore del becco e la caruncola presente negli esemplari maschi adulti. Le rappresentazioni d’età storica, invece con le loro varianti, mostrano che solo il simbolo geroglifico, ha continuato a mantenere l’aspetto dello jabiru.

Fonte: Maria Carmela Betrò, Geroglifici, 580 segni per capire l’Antico Egitto

Nefertari, a sinistra, è rappresentata in un padiglione mentre gioca a Senet, mentre a destra è in posizione orante seguita dal suo BA, posato su un edificio (al centro). Tebe Ovest, QV 66

A sinistra: l’uccello BA veglia sulla mummia di Ani, tenendo tra le zampe, il simbolo “shen” associato all’eternità. Illustrazione dal “Libro dei morti dello scriba Ani” (ca. 1290 a.C.).

A destra: lo jabiru, la cicogna africana che in geroglifico rappresentava il BA

Rappresentazioni dell’uccello BA, assieme ad una giraffa ed altri animali, sull’impugnatura di un pettine d’avorio d’età predinastica (avorio Carnavon). Fine IV millennio a.C. New York, Metropolitan Museum of Art.

UN MIRABILE TESTO LETTERARIO: “IL DIALOGO DI UN DISPERATO CON IL SUO BA”

Un testo egizio, assai particolare per il suo contenuto, risalente al Medio Regno è conservato nel Museo di Antichità Egizie di Berlino, dove era giunto alla metà del XIX secolo grazie agli acquisti di Giovanni d’Athanasi, avventuroso collezionista e mercante greco . E’ trascritto Papiro n. 3024, un rotolo di 3 metri e mezzo di estensione, lungo cui si snoda in caratteri ieratici, il dialogo immaginario tra un uomo e il suo Ba, quell’elemento che traduciamo un po’ semplicisticamente e con disinvoltura con il termine “anima”. Si tratta di un tema forse unico nel suo genere e insolito per la spiritualità di una civiltà permeata dal culto dei morti e dalla fede incrollabile nell’aldilà. La datazione è incerta, collocabile però al tempo della XII dinastia, intorno al 1900 a.C.Una prima traduzione in italiano del papiro di Berlino si deve a Sergio Donadoni (La religione dell’antico Egitto, Laterza, Bari, 1959; Testi religiosi egizi, Utet, Torino, 1977) che sembra tracciata sulla falsariga tedesca di Adolf Erman: Gespräch eines Lebensmüden mit seiner Seele (Berlino 1896). E’ infatti Lebensmüden (alla lettera “stanco della vita” ) che ha indotto i traduttori italiani ad usare il termine “aspirante suicida”.

Poco prima del nostro Donadoni se ne era occupato Raymond O. Faulkner: The Man Who Was Tired of Life, in “Journal for Egyptian Archeology”, n. 42, 1956.Edda Bresciani, formatasi alla scuola dell’emerito egittologo palermitano, ne ha curato una rigorosa versione italiana in Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Einaudi, Torino 1969, pp. 199-205.La prima parte del dialogo è incompleta, perché il papiro egizio originale presenta delle lacune. Ma è comunque possibile ricucirne la trama.

Questo il riassunto che ne fa Sergio Donadoni:“…Il mondo sembra un cumulo di ingiustizia e di dolore, decaduto tanto da un mitico passato che non c’è più, e una nemica solitudine lo occupa, in cui tutti sono ostili l’un l’altro. E’ ripreso, con un tono assai più alto e pensoso, un comune motivo dell’epoca, e cioè quello della critica del mondo e della diffidenza verso i valori tradizionali, sia politici che sociali e religiosi. In questa amara solitudine, lo scrittore apre una sorta di dibattito processuale con la propria anima, per ottenere da lei il verdetto: se sia meglio continuare a vivere nel mondo ostile, oppure uccidersi per arrivare presso déi che siano migliori degli uomini, ai quali poter concedere quella fiducia che non si può più dare ai propri simili. A questa protesta contro il mondo, l’anima oppone un altro punto di vista, anch’esso tipico del tempo. Proprio perché nel mondo non c’è un ordinato disegno, anche dalla mitologia funeraria c’è da diffidare. La morte non è una ignota felicità ultraterrena, ma l’ orrore del distacco dalla propria casa, il pianto, il disfarsi dei corpi, invano protetti da inutili tombe, invano forniti di inutili offerte, che ben presto cessano. Questa inconoscibilità dell’aldilà mitico, questa diretta esperienza della miseria e della morte qui si uniscono in unico consiglio: godere della vita così quale è metter da parte speculazioni amare, rituffarsi nel fluire del mondo, non più con la felicità antica, che comportava una piena accettazione del mondo come perfezione, ma con rassegnata volontà di dimenticare quanto di doloroso e di rischioso ci sia nell’ignoto aldilà.”.

Quella che segue è, invece, la rigorosa traduzione, proposta da Edda Bresciani.

[……]Aprii la mia bocca alla mia anima, che potessi rispondere a ciò che aveva detto: “È troppo per me oggi, che la mia anima non discorra con me! È davvero eccessivo per esagerazione, è come se mi ignorasse. Non se ne vada la mia anima, ma aspetti per me […]. [Essa sta] nel mio corpo come una rete di corda, ma non le avverrà di evitare il giorno della disgrazia. Ecco, la mia anima mi porta fuori di strada, ma io non le do ascolto; mi trascina alla morte (per evitare un facile fraintendimento, la Bresciani chiarisce che il soggetto è “il giorno della disgrazia”), prima che sia venuto a essa, e mi getta sul fuoco per bruciarmi […]. Si avvicina a me il giorno della disgrazia, e sta da quel lato come farebbe un [demone?]. Tale è colui che esce fuori per portarsi a lui. O mia anima, che sia incapace di consolare la miseria in vita, e mi scoraggi dalla morte, prima che sia venuto a lei, fa’ dolce per me l’Occidente! È forse una disgrazia? La vita è un’alterna vicenda, e anche gli alberi cadono. Passa sopra il male, perché la mia miseria dura. Thot mi giudicherà, lui che pacifica gli dei! Khonsu mi difenderà, lui che è lo scriba per eccellenza! Ra udrà le mie parole, lui che comanda la barca solare! Mi difenderà Isdes (Thot) nella Sala Santa, perché il bisognoso è pesato [coi pesi] che (dio) ha sollevato per me! È dolce che gli dèi allontanino i segreti del mio corpo!” Ciò che la mia anima disse: “Non sei forse un uomo? Tu invero sei vivo, ma qual è il tuo profitto? Prenditi cura della vita (?) come (se tu fossi) ricco”.

Io dissi:<<non me ne voglio andare perché (la ricchezza) è perduta! Tu puoi correre via, ma non ci si occuperà di te. Ogni prigioniero dice: Ti prenderò”. Quando sei morto il tuo nome vive: vi è ancora un luogo di attraente riposo del cuore. E’ un paese l’Occidente, un viaggio [….] faccia. Se la mia anima innocente mi dà ascolto, e il suo cuore è d’accordo con me, sarà fortunata, perché io farò che raggiunga l’ Occidente, come uno che è nella sua piramide, alla cui sepoltura assiste un sopravvissuto. Io farò (offerte) sul tuo cadavere e renderai un’altra anima in stanchezza. Io farò [una tomba per te], così tu non sarai fredda, e farai invidiosa un’altra anima che è calda. Berrò acqua dal mulinello, alzerò l’ombra, che tu possa far invidiosa un’altra anima che è affamata. Ma se tu mi trattieni dalla morte, in questo modo non troveresti dove poterti posare nell’Occidente. Sii gentile, anima mia, fratello mio, e diventa mio erede, che farà offerte e starà nella tomba il giorno della sepoltura e preparerà una bara per la necropoli.>>

La mia anima aprì a me la sua bocca, e rispose a ciò che avevo detto:

<<Se pensi alla sepoltura, è un’amarezza del cuore, è un portar pianto facendo miserabile un uomo; è un portar via l’uomo dalla sua casa, gettandolo sull’altura. Mai uscirai su a vedere il sole! Coloro che hanno costruito in granito, che hanno edificato sale (?) in belle piramidi con bel lavoro, quando i costruttori son divenuti dèi, le loro tavole d’offerte sono vuote come quelle dei miserabili morti sulla riva a causa della mancanza di eredi sulla terra, di cui l’acqua ha preso una parte e il sole ugualmente, ai quali parlano i pesci della sponda. Ascoltami, è bello ascoltare per gli uomini: segui il giorno felice, dimentica l’afflizione. Un povero uomo aveva arato il suo pezzo di terra; aveva caricato la sua semente sopra una barca, trainandola , quando era vicina la sua festa. Vide arrivare l’oscurità del vento del nord, mentre vegliava sulla barca al tramontar del sole. Scappò con sua moglie e i suoi figli, ma perirono di notte in un lago infestato dai coccodrilli. Infine sedette e ruppe (il silenzio) con la sua voce, dicendo: “ Non piango per quella madre là, che non potrà più uscire dall’Occidente un’altra volta sulla terra! Sono afflitto per i suoi figli, spezzati nell’uovo, che hanno guardato il volto del (dio) Coccodrillo prima di aver vissuto”.

Un povero uomo chiese un pasto; sua moglie gli disse: “C’è (un po’ di tempo) per la cena”. Egli esce ad orinare per un momento, e torna alla sua casa ed è come un altro: sua moglie ragiona con lui, ma lui non le dà ascolto: egli orina (?) ed è abbattuto il cuore dei familiari >>.(se il verbo “st “è uguale a “sst “precedente il pover’uomo avrebbe avuto un attacco di incontinenza mortale. Più probabilmente è un altro verbo forse con il significato di smarrirsi o impazzire. Anche in questo episodio, come nel precedente protagonista è l’imprevedibilità del Destino. Nota di Edda Bresciani).

Aprii la mia bocca alla mia anima, che potessi rispondere a ciò che aveva detto:

<<Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore degli avvoltoi, un giorno di estate, quando il cielo è ardente. Ecco, il mio nome puzza, ecco, [più che il fetore ] di un prenditore di pesci, un giorno di presa, quando il cielo è caldo. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore delle oche, più (che il fetore) di un canneto pieno d’uccelli acquatici. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore dei pescatori, più che le insenature paludose dove hanno pescato. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore dei coccodrilli, più che star seduti presso le rive piene di coccodrilli. Ecco, il mio nome puzza, ecco più (che quello) di una donna intorno alla quale sono dette menzogne a un uomo. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più (che quello) di un bambino robusto, di cui si dice “E’ del suo rivale” (frutto cioè di un adulterio). Ecco, il mio nome puzza, ecco più (che quello)di una città di un sovrano, che organizza la ribellione, quando è visto il suo dorso. (quando cioè la ribellione è vinta e la città sconfitta). A chi parlerò oggi? I fratelli sono cattivi, gli amici di oggi non possono essere amati. A chi parlerò oggi? i cuori sono rapaci, ognuno prende i beni del compagno. (A chi parlerò oggi?) La gentilezza è perita, la violenza si abbatte su ognuno. A chi parlerò oggi? Si è soddisfatti del male, il bene è buttato a terra dovunque. A chi parlerò oggi? Un uomo che dovrebbe far adirare per le sue azioni malvagie, fa ridere tutti per il suo iniquo peccato. A chi parlerò oggi? Si depreda, ognuno deruba il suo compagno. A chi parlerò oggi? Il criminale è un amico intimo, il fratello insieme al quale si agiva è divenuto un nemico. A chi parlerò oggi? Non si ricorda lo ieri, nessuno aiuta chi prontamente aiutava. A chi parlerò oggi? I fratelli sono cattivi, si ricorre agli stranieri per avere affetto. A chi parlerò oggi? Le facce son girate via, ognuno guarda con diffidenza ai suoi fratelli. A chi parlerò oggi? I cuori sono rapaci, non c’è cuore d’uomo al quale far confidenza. A chi parlerò oggi? Non ci sono più i giusti, la terra è abbandonata agli iniqui. A chi parlerò oggi? Vi è mancanza di un amico intimo, si ricorre ad uno sconosciuto per fargli una lagnanza. A chi parlerò oggi? Non c’è uno contento, quello che un tempo camminava con lui, più non c’è. A chi parlerò oggi? Sono carico di dolore per la mancanza di un intimo amico. A chi parlerò oggi? Il male che colpisce la terra, non ce n’è la fine.

La morte è davanti a me oggi, come quando un malato risana, come l’uscir fuori da una detenzione. La morte è davanti a me oggi, come il profumo della mirra, come seder sotto una vela in una giornata di vento. La morte è davanti a me oggi, come il profumo dei loti, come seder sulla riva del Paese dell’Ebbrezza. La morte è davanti a me oggi, come una strada battuta, come quando un uomo torna a casa sua da una spedizione. La morte è davanti a me oggi, come il tornar sereno del cielo, come un uomo che riesce a veder chiaro in ciò che non conosceva. La morte è davanti a me oggi, come quando un uomo desidera veder casa sua, dopo molti anni passati in prigionia”. Certo chi è là, sarà un dio vivente, che scansa il peccato di chi lo fa. Certo chi è là, sarà uno che sta sulla barca del sole, facendo dare il meglio ai templi. Certo chi è là, sarà un saggio, uno cui non sarà proibito il supplicare Ra quando parla>>

Ciò che disse la mia anima a me: <<Butta la lamentela sul piolo (?), camerata e fratello, fa’ offerte sul braciere *, attaccati alla vita come ho detto. Desiderami qui, rinvia per te l’Occidente. Quando giungerai all’Occidente, dopo che il tuo corpo si sarà unito alla terra, mi poserò quando sarai stanco e allora abiteremo insieme>>.*

Qui la Bresciani precisa: “fa offerte sul braciere e non “gettati nel fuoco”. La cattiva lettura dell’ultima strofa ha fatto credere che l’anima esortasse l’uomo a gettarsi nel fuoco e così morire. (ed è del tutto logico, altrimenti un siffatto suggerimento, sarebbe in totale e insensato contrasto con la posizione assunta dall’anima sin dall’inizio del componimento).P.S. ho già pubblicato, in parte questo assoluto capolavoro. Questa volta mi son preso licenza, di proporlo nella sua interezza, così come lo ha tradotto la grande Edda Bresciani. Nella prima parte è esposto un riassunto, nella versione di Sergio Donadoni, per chi trovasse troppo lungo e difficile il testo integrale. (per lo meno quello che ci è giunto, visto che manca la parte iniziale). A mio avviso si tratta di uno dei più alti esiti raggiunti dalla Letteratura Egizia: presenta una forma raffinata e al contempo di vivida suggestione e soprattutto ci presenta una profondità di pensiero, che accomuna l’uomo di 4.000 anni fa a quello moderno su uno degli aspetti più problematici dell’esistenza umana: il “mal de vivre”, che qui sembra causato essenzialmente dal frantumarsi dei valori morali, a seguito del collasso del sistema avvenuto dopo il crollo dell’Antico Regno. Lo sconvolgimento di quell’ordine, equilibrio cosmico e sociale, che va sotto il nome di Maat, lascia il posto al caos (Isefet). Questa, sembra essere la causa dello sconforto del protagonista (anche se non possiamo escludere che ci fossero pure ragioni individuali, visto che l’incipit è andato perduto): la mancanza di fiducia in un prossimo divenuto ostile, la perdita del rispetto (“il mio nome puzza”), lo sgomento di fronte all’egoismo e alla cattiveria umana. Temi di una modernità assoluta, perfettamente sovrapponibili alla, per certi versi, desolante realtà che oggi viviamo!

Nell’immagine: una sezione del papiro n. 3024, contenente il testo, in ieratico, del “Dialogo del Disperato con il suo Ba”. Berlino, Museo delle Antichità Egizie

Nuovo Regno, Statue

IL COLOSSO DI SETHI II

A cura di Grazia Musso

  • XIX Dinastia
  • Arenaria rosa
  • Altezza 465 cm.
  • C. 1383: collezione Drovett
  • Museo Egizio di Torino.

La scoperta e il trasporto di questo straordinario colosso, facente parte della collezione Drovetti, sono menzionati nell’iscrizione incisa sulla base della stessa statua che ricorda il suo ritrovamento a opera di Rifaud a Tebe nel 1818 e il suo successivo trasferimento via mare fino a Livorno nel 1819. In una lettera del 1824 Giulio Cordero di San Quintino, incaricato dai Savoia di sovrintendere la spedizione di tutta la raccolta da Genova sino a Torino, espose le sue riflessioni sui modi e i tempi del trasporto, mostrando particolare preoccupazione per il peso eccezionale della statua che avrebbe richiesto la costruzione di un apposito carro montato su affusti di cannone, trainato da sedici cavalli.

Il colosso, insieme al suo gemello ora conservato al Louvre dove giunse con la seconda collezione Drovetti acquistata dalla Francia nel 1827, si trovava in origine davanti al piccolo tempio fatto costruire de Sethi II nel primo cortile del tempio di Amon-Ra a Karnak.

Il faraone vi è effigiato in veste cerimoniale con tutti i simboli della regalità : doppia corona formata di corna d’ariete, piume laterali e disco solare sulla sommità, l’ureo sulla fronte, la barba posticcia.

Il gonnellino a fitte pieghe indossato dal sovrano è impreziosito da alcuni elementi decorativi eseguiti con cura minuziosa.

Sulla cintura vi è il cartiglio con il nome del faraone, sul davantino la testa di una belva ferina e sul bordo inferiore un fregio di urei con disco solare sul capo, singolo di regalità.

La base del colosso riporta la titolatura e i nomi di Sethi II, che sono scritti come da tradizione, all’interno dei cartigli.

Fonte: I Grandi Musei: il Museo Egizio di Torino – Electra.

Filosofia

L’AKH

A cura di Ivo Prezioso

Introduzione

Mentre il nostro pensiero religioso è improntato ad un concetto dualistico che implica la dicotomica distinzione tra corpo ed anima, tra materiale e spirituale, per quanto riguarda gli antichi egizi, quest’idea era fondamentalmente estranea alla loro cultura. Il loro pensiero, molto più articolato, ci appare piuttosto sofisticato e, se vogliamo, anche alquanto straniante. Fatta salva la dimensione materiale, che era rappresentata dal corpo (“khet”), l’anima, intesa come principio vitale e trascendente comune a dei ed uomini, presentava diversi aspetti , ciascuno dei quali con una propria denominazione e con caratteristiche ben precise, che andavano a definire l’interezza dell’ individuo. I principali aspetti di questi elementi erano: “Akh”,“Ba” e “Ka”; ma non erano gli unici. Altri elementi molto importanti erano l’ombra (“Shwt”) ed il nome (“Ren”).Inizierò la trattazione, necessariamente limitata, di questo delicato argomento con il primo degli elementi menzionati.

Parte prima: l’AKH

Il termine deriva dalla radice verbale “3kh”, il cui significato è essere efficace, essere utile e forse non ha relazione con la parola “j3khw”, splendore di luce , essere luminoso, come si è a lungo creduto. L’Akh di un uomo è in cielo e pertanto, completamente distinto dal corpo, che rimane ancorato alla terra. Esso individua una forma particolare, comune a dei e uomini: l’essere divino che impregna entrambi. Gli Akhw (plurale di Akh) sono gli esseri che popolano l’Oltretomba, sia geni, sia defunti divinizzati e pertanto potenti, ”efficaci”. Hanno la capacità di ritornare nel mondo dei viventi e di vegliare sull’inviolabilità della loro tomba, minacciando i profanatori e promettendo, invece protezione a chi la rispetta, anche nell’aldilà. E’ questa la ragione per cui, nelle ”lettere ai defunti”, ci si rivolge al loro “Akh”. Curiosamente, il termine sopravvive nel vocabolo copto, (l’ultimo stadio della lingua, parlata dagli egiziani convertiti al cristianesimo fino al XVI secolo ed in parte mantenutasi in ambito liturgico) “ikh” col significato di “spirito”, “spettro”, per cui ha conservato l’antico concetto di entità spirituale del defunto capace di mantenere il contatto col mondo dei vivi.

Fonte: Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto. A cura di Edda Bresciani

Nell’immagine la rappresentazione geroglifica dell’ Akh. E’ costituita da un ibis eremita e dal suo complemento fonetico “kh” a sinistra (una placenta?)

Curiosità: una delle prime immagini che abbiamo di un ibis eremita – una specie in via di estinzione – coincide con una delle prime testimonianze di scrittura. Gli antichi egizi avevano dato connotazioni divine a questa specie benefattrice che si nutriva di serpenti velenosi, e ne rappresentava l’immagine in un carattere geroglifico (Akh), che aveva significati diversi in quella civiltà. L’affermazione si riferisce a piccole placche d’avorio e di osso portate alla luce dal team del dottor Gunter Dreyer presso la necropoli di Abydos nell’Alto Egitto, risalenti a circa 5.200 anni fa: in quelle che sembrano essere tra le prime tracce di scrittura al mondo, incluse negli oltre 200 pezzi trovati, uno rappresenta un ibis eremita.

Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI MERENRE NEMTYEMSAF II

A cura di Piero Cargnino

DALL’AUTOBIOGRAFIA DI WENI IL VECCHIO

Merenre, (Merenra, Menthusuphis, Horo Ankhkhau, Antyemzaef, Merenre Nemtyemsaf I), fu il successore di Pepi I, si pensa che sia stato un grande faraone anche se il suo regno non durò a lungo, pare che abbia regnato per soli cinque o sei anni. Le cifre che si riscontrano sono molto discordanti, il Canone Reale di Torino sembra riportare, secondo la ricostruzione di Alan Gardiner, l’improbabile cifra di 44 anni mentre Manetone gliene assegna solo 7. Dai riscontri archeologici si rileva come data più alta l’anno successivo a quello della quinta conta del bestiame, quindi 10 anni. Se si considera però che molto probabilmente Merenre venne associato al trono dal padre Pepi I l’ipotesi più reale è che Merenre abbia regnato in modo autonomo circa 5 anni. La riprova di questo trova conferma nell’esecuzione dei suoi monumenti che denunciano tracce di un affrettato completamento, segno che il loro utilizzo deve essere avvenuto ben prima del previsto.

Ma la cosa che più sorprende è che di questo sovrano, del quale conosciamo ben poco, quel poco che conosciamo ci giunge dall’autobiografia di un personaggio secondario, Weni il Vecchio. L’autobiografia è la forma più antica nella letteratura egiziana e ci sono numerosi esempi di ottima qualità. Quella di Weni è incisa su una lastra di calcare rinvenuta nel 1860 da Auguste Mariette nella sua tomba-cappella nel Medio Cimitero ad Abydos.

Nella sua autobiografia Weni ci racconta di aver servito ben tre faraoni, Teti, Pepi I e per ultimo Merenre e sotto quest’ultimo come governatore dell´Alto Egitto. Questo rende meno credibile la veridicità del racconto, Weni, vissuto durante la VI Dinastia (ca. 2323-2150 a.C.) dell´Antico Regno, avrebbe ricoperto una carica di secondaria importanza sotto il regno di Teti, aggiunge poi che il re Pepi I lo assoldò per fare delle investigazioni sulla regina Weret-Yamtes, apparentemente coinvolta in un complotto ai danni del re. Tenuto conto che il regno di Pepi I, sarebbe durato oltre cinquant’anni, e supponendo che Merenre sia salito al trono solo dopo la morte del padre, Weni doveva aver già passato da un pezzo la sessantina quando entrò al servizio del nuovo sovrano. Pare strano che compiti così gravosi venissero affidati ad un uomo in età cosi avanzata per quel tempo. Diverso sarebbe se si scoprisse che Pepi I si associò il figlio al governo vari anni prima di morire, cosi che gli ordini sovrani potrebbero essere stati emessi a nome di entrambi, e in effetti sono state scoperte concrete, seppur scarse, prove di una tale coreggenza.

Se vi trovate a girare per la necropoli di Saqqara vi troverete in difficoltà ad individuare il complesso piramidale di Merenre, quello che nell’antichità veniva pomposamente chiamato “Lo splendore di Merenre rifulge”. Le sue rovine, situate addentro al deserto sull’estremo limite sud-ovest della necropoli, spariscono allo sguardo del visitatore che viene piuttosto attratto dalla Mastabat el-Faraun e dai resti della piramide di Pepi II.

La piramide di Merenre non ha fin’ora suscitato grande interesse per gli archeologi che si sono riferiti soprattutto alle fonti scritte, in particolare alla sopracitata autobiografia del funzionario Weni, nella quale racconta che gli venne affidato l’incarico di procacciare i materiali per la costruzione della piramide, granito rosa da Assuan, alabastro da Hatnub e grovacca nera dalle cave di Ibhat, con le quali venne realizzato il pyramidion ed il sarcofago del sovrano. Perring, negli anni ’30 del XIX secolo rinvenne la presenza di blocchi di granito bianco del paramento, oggi spariti fra i detriti. Il pyramidion ed il sarcofago presentavano tracce residue della doratura originaria.

All’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, Maspero, all’eterna ricerca dei testi delle piramidi, penetrò all’interno dei sotterranei della piramide. Le camere ipogee non si discostano da quelle della piramide di Pepi I, la parete occidentale, dove era poggiato il sarcofago si presenta con uno splendido rilievo policromo con il motivo della facciata del palazzo reale. Il soffitto era ornato con stelle bianche su sfondo nero rivolte a occidente. Del corredo funebre sono stati rinvenuti solo resti insignificanti fra cui due scodelle in alabastro ed un piccolo oggetto, bottone o maniglia, di uno stipetto.

All’interno della camera funeraria Maspero rinvenne la mummia di un giovane uomo che presentava l’acconciatura con ciocca laterale tipica dell’adolescenza.

Esaminando anche il tipo di fasciatura, sul momento si pensò ad una sepoltura intrusiva più tarda, Elliot Smith, conoscitore di mummie egizie, l’attribuì alla XVIII dinastia. In seguito alcuni egittologi ipotizzarono che la mummia appartenesse proprio a Merenre, sappiamo che regnò per poco tempo e morì molto giovane, inoltre non ci sono indicazioni di sue eventuali mogli o figli. Un pendente dorato sul quale sono riportati i nomi di Merenre e di suo padre Pepi I, parrebbe essere la prova, la prima di questo genere, della coreggenza. Se il corpo appartiene veramente a Merenre si tratterebbe della mummia regale più antica giunta fino a noi.

Dopo molti decenni furono riprese indagini approfondite da un team archeologico francese, guidato da Jean Leclant, che continuano tutt’ora. Purtroppo lo stato di grave devastazione in cui versa la piramide ha fornito scarse informazioni. I numerosi frammenti di Testi delle Piramidi, sparsi nell’enorme cratere lasciato dai saccheggiatori, lasciano intendere quanto sarà complessa la ricostruzione delle camere.

Fonti e bibliografia:

  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • ,John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Federico A. Arborio Mella – L’Egitto dei Faraoni – Mursia, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto!, Editori Laterza, Bari 2008 )
Hatshepsut

PUNT

A cura di Francesco Alba

Punt era una terra non ben identificata che si ritiene fosse situata nel Sudan orientale (o in Eritrea, o sulle coste della Somalia. . . ), di rilevante importanza in tutte le epoche della Civiltà Egizia per le sue risorse commerciali. Gli Egizi raggiungevano Punt attraversando i Laghi Amari nel Delta orientale in direzione del Mar Rosso o attraverso il Wadi Hammamat, sulla strada di Koptos, verso la città di Kuser sul Mar Rosso. Kuser era dotata di cantieri per la costruzione di imbarcazioni adatte alla navigazione marina (il “Grande “Verde”) e proprio qui venivano allestite le flotte per il viaggio verso Punt.

Punt offriva al commercio prodotti di gran pregio come l’elettro (lega di oro e argento), oro, avorio, mirra, incenso, pelli, bastoni da lancio, prodotti cosmetici, spezie, animali selvatici, resine, ebano e gomme aromatiche. Gli scambi commerciali dell’Egitto con Punt devono essere fatti risalire al regno di Sahura (2458-2446 a.C.) o poco prima. Un documento risalente alla Sesta Dinastia (2323-2150 a.C.) parla di un importante personaggio morto mentre allestiva una flotta commerciale sul Mar Rosso. Pepi II (2246-2152 a.C.) inviò diverse spedizioni verso Punt, chiamata “la Terra del Dio”. La mirra, utilizzata come l’incenso nelle feste e nei riti religiosi, era importata in grandi quantità accuratamente registrate dagli scribi, come risultato di queste imprese commerciali. Alberi di mirra erano anche piantati nei complessi templari.

Durante il Medio Regno, Mentuhotep II (2061-2010 a.C.), Senuosret I (1971-1926 a.C.), Amenemhat II (1929-1892 a.C.) ed altri faraoni inviarono spedizioni verso Punt. Nel Nuovo Regno (1550-1070 a.C.) questi viaggi commerciali vennero incrementati e la figura della regina faraone Hatshepsut, come ben sappiamo, è strettamente legata a queste imprese dove l’abilità marinara si mescolava alla scaltrezza e all’intraprendenza mercantile.

Tuthmosi III (1479-1425 a.C.), Amenhotep III (1391-1353 a.C.), Horemheb (1319-1307 a.C.), Seti I (1306-1290 a.C.), Ramses II (1290-1224 a.C.) e Ramses III (1194-1163 a.C.) inviarono anch’essi delle spedizioni commerciali. Una stele nel tempio funerario di Amenhotep III menziona la terra di Punt. Il Papiro Harris, relativo al periodo storico di Ramses II, offre un’interessante descrizione di questi scambi commerciali. Gente comune e principi di Punt giunsero in visita in Egitto e furono raffigurati nei rilievi del tempio di Hatshepsut, a Deir el-Bahari, come ben descritto nei post di Luisa Bovitutti.

Gli stessi rilievi mostrano i vascelli che fanno vela verso la mitica terra di Punt (ed il rientro in Egitto); scene convenzionali che proseguiranno durante l’Epoca Ramesside.

Punt in . . .lingua geroglifica

Il Paese di Punt:

  • Lo sgabello (Q3); valore fonetico: p
  • La lepre (E34); valore fonetico: wn
  • Onde d’acqua (N35); valore fonetico: n
  • Piccola forma di pane (X1); valore fonetico: t
  • Catena montuosa (N25); ideogramma per terra straniera

Puntiu: il popolo di Punt:

  • Lo sgabello (Q3); valore fonetico: p
  • La lepre (E34); valore fonetico: wn
  • Onde d’acqua (N35); valore fonetico: n
  • La poiana (G4); valore fonetico: tyw
  • Il bastone da lancio (T14); determinativo per “straniero”
  • Divinità seduta (A40); determinativo; Valore fonetico: i. La triplice ripetizione indica pluralità (iw).

Riferimenti:

  • M.R. Bunson Encyclopedia of Ancient Egypt – Revised Edition Facts on File. 2002
  • P. Dickson Dictionary of Middle Egyptian in Gardiner Classification Order. Creative Commons. 2006
  • Gardiner’s Sign List of Egyptian Hieroglyphs (egyptianhieroglyphs.net/gardiners-sign-list/)
Donne di potere, Tiye

IL TRONO DI SITAMON

A cura di Patrizia Burlini

Sedia in legno dorato regalata a Yuya e Tuya dalla loro nipote Sitamon, figlia di Amenhotep III. Il gesso modellato e la decorazione dorata sul pannello posteriore della sedia sono costituiti da un disco solare alato con il toponimo Edfu (capitale del nome Horus dell’Alto Egitto, circa 65 miglia a nord di Aswan) su entrambi i lati. Al di sotto è presente una scena che mostra una doppia immagine di Sitamon che riceve in dono delle collane d’oro.

L’iscrizione che accompagna la principessa seduta la nomina come: “La primogenita amata dal re, Sitamon”. Il testo scritto sopra le ancelle descrive l’offerta dell’oro come proveniente dalle “terre del sud”.

Nel suo libro “Tombe, templi e arte antica” , Joseph Lindon Smith racconta un aneddoto secondo cui l’Imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III, mentre visitava la tomba KV 46 dopo la sua scoperta, abbia fatto inorridire gli archeologici sedendosi su questo trono. Incredibilmente, il legno vecchio di tremila anni si rivelò abbastanza forte da sostenere il peso dell’anziana imperatrice, e nessun danno fu arrecato a questa inestimabile opera dell’epoca di Amenhotep III.

Nelle foto di dettaglio, sono mostrati il fianco di un bracciolo, in cui appare una scena con il Dio Bes rappresentato mentre danza, suona e tiene in mano due coltelli, e un ritratto della principessa.

Tesoro della tomba di Yuya e Tuya, Museo Egizio del Cairo