Tutankhamon

IL SACRARIO DEI VASI CANOPI

Museo Egizio del Cairo

A cura di Ivo Prezioso; contributi di Grazia Musso

L‘esterno

Tra gli innumerevoli splendidi manufatti che costituiscono il tesoro di Tutankhamon, il sacrario dei vasi canopi è da annoverare senz’altro tra i più commoventi. Gli artisti vi hanno saputo infondere oltre, alla indiscutibile maestria tecnica, una tenerezza espressiva ed una partecipazione emotiva davvero straordinarie.

Lo scopo di questo capolavoro era quello di proteggere gli organi interni imbalsamati del re. E’ sistemato sotto un baldacchino aperto è poggia su una slitta. Tutti i componenti sono in legno e ricoperti di foglia d’oro. I sostegni angolari che sorreggono la parte superiore recano iscrizioni contenenti la completa titolatura del re. I pilastri sostengono una pesante cornice sormontata da uno scenografico fregio di “urei” con disco solare, intarsiati con vetro blu rosso e verde, dall’effetto visivo spettacolare. Tra i pilastri, ogni facciata, è vegliata da una delle dee incaricate di proteggere i contenitori dei visceri: Iside è identificata da un seggio posto sulla sua testa; Neftis da un cesto su un recinto; Selkit da uno scorpione e Neith da due archi. Queste rappresentazioni sono tra le più attraenti dell’arte figurativa egizia. Ciascuna dea è raffigurata con un corpo snello, leggermente allungato, secondo le proporzioni fissate dai canoni artistici dell’età Amarniana. Indossano un’aderente tunica finemente plissettata ed un copricapo, dal quale pende, raccolto all’altezza del collo, una ciocca di cappelli che corre lungo la schiena. La testa di ciascuna dea è rivolta verso sinistra in maniera molto affascinante, anche se del tutto insolita per l’iconografia egizia. Occhi e sopracciglia sono drammaticamente sottolineati in nero.

Il sacrario stesso è sormontato da una cornice che ripete il fregio composto da urei intarsiati. Ciascuna parete mostra scene di un dio o di una dea che stendono una mano verso le divinità che si identificano con i vari organi: Iside verso Amsety, Geb verso Duamutef, Ptah-Sokar verso Qebhsenuef e Neftis verso Hapy. Anche tra queste figure divine si osservano gli effetti dei canoni dello stile Amarniano: le loro teste sono infatti, di dimensioni piuttosto dilatate.

Rappresentazione delle parti costituenti il sacrario. La disposizione dei sacrari e dei sarcofagi, prevista per la protezione la mummia di Tutankhamon, è stata paragonata all’idea delle scatole cinesi o delle matrioske russe. Una simile composizione, anche se meno elaborata, fu realizzata anche per la protezione dei vasi contenenti gli organi interni del faraone. L’illustrazione mostra la sequenza degli elementi che costituiscono il sacrario dei canopi. Un padiglione aperto sormonta il sacrario stesso che è custodito dalle quattro dee disposte in una posa affascinante e commovente. All’interno del sacrario era disposta la cassa canopica composta da due pezzi di alabastro finemente lavorato e suddiviso in scomparti. Rimuovendo il coperchio diventavano visibili quattro teste reali. Costituivano la chiusura di quattro depressioni cilindriche modellate nella calcite della cassa. Ciascuna di queste depressioni conteneva un sarcofago in miniatura d’oro massiccio decorato con la tecnica cloisonné. Al loro interno, infine, erano conservati gli organi interni, imbalsamati, del re

LE FOTO DI STEVE HARVEY DELLE “ISTRUZIONI PER IL MONTAGGIO”

I segni sulla cornice del sacrario per il rimontaggio
“Retro” indicato sulla parte posteriore del sacrario
Istruzioni per il rimontaggio: “A” deve coincidere con “A”
“Fronte” indicato sulla parrucca di Iside

LA CASSA CANOPICA D’ALABASTRO

Cassa canopica – JE 60687
All’interno dello scrigno i vasi canopi erano racchiusi in un ulteriore contenitore, posato anch’esso su una slitta in legno dorato e ricoperto da un grande sudario.
Agli angoli, lavorate ad alto rilievo, le quattro dee prottettrici.
Le iscrizioni si riferiscono alle dee e ai “figli di Horus”, protettori delle viscere del sovrano
Veduta della cassa canopica aperte

Museo egizio del Cairo, calcite. Altezza totale cm. 85,5. Larghezza di ciascun lato alla base cm. 54

Smontata la struttura esterna del sacrario ci troviamo al cospetto della splendida cassa canopica.

Il più antico scrigno canopico noto fu realizzato per la regina Hetepheres, madre di Khufu (Cheope) che visse oltre un millennio prima di Tutankhamon. Anch’esso era di alabastro egizio (calcite) ed aveva una forma estremamente semplice. Qui ci troviamo di fronte ad un manufatto estremamente più elaborato e raffinato. Posto all’interno del sacrario era ricoperto da un telo di lino.

Durante la XVIII Dinastia la maggior parte di questi contenitori aveva dei compartimenti in cui trovavano posto i vasi che contenevano gli organi interni imbalsamati. Questo di Tutankhamon ha quattro depressioni cilindriche, ricavate direttamente dalla massa di calcite per accogliere quattro piccoli sarcofagi canopici, ciascuno dei quali sormontato da un coperchio a forma di testa regale, finemente scolpita con alcuni dettagli evidenziati da vernice nera, per gli occhi e le sopracciglia, e dal rosso per le labbra. Le figure sembrano essere dei veri e propri ritratti. Ma di chi? Ci sono buone ragioni per credere che non rappresentino Tutankhamon, ma, forse, il suo predecessore. La questione sarà meglio illustrata quando ci occuperemo dei sarcofagi contenenti gli organi interni.

La cassa canopica è mirabilmente scolpita, in forma di tabernacolo, a partire da un blocco di calcite finemente venata; presenta la consueta trabeazione tipica di questo disegno. Il massiccio coperchio inclinato (che costituisce la trabeazione) era saldamente fissato al recipiente mediante una corda legata ad anelli esterni d’oro, con un sigillo recante la figura dello sciacallo Anubi che sovrasta le nove razze umane in forma di prigionieri: in pratica si trattava del sigillo della necropoli reale. Poggia su una slitta di legno dorato. Lo zoccolo inferiore è decorato da incisioni dorate costituite dagli amuleti Djed e Tyet, correlati ad Osiride ed Iside. I fianchi sono in leggera pendenza e sugli spigoli sono scolpite in altorilievo, le figure delle quattro dee protettrici: Iside sull’angolo sud-occidentale, Nephtys su quello nord-occidentale, Neith su quello sud-orientale e infine Selkit su quello nord-orientale. Le iscrizioni incise sulla cassa sono riempite con pigmento blu che crea un netto e suggestivo contrasto con il colore giallo ceroso della calcite. I testi invocano la protezione delle quattro divinità.

Coperchio dei vasi canopi – JE 60687
L’interno della cassetta presentava quattro scomparti cilindrico, ognuno dei quali chiuso da un coperchio a forma di testa e attaccati Ra delle spalle.

Vista frontale. Le due colonne di geroglifici recitano la protezione di Neith (a sinistra) e di Selkit (a destra)

La parte posteriore. Le due colonne di geroglifico recitano la formula di protezione per il re: a sinistra da parte di Neith per l’Osiride Tutankhamon heqa Iunnu sheema e, a destra, da parte di Selkit per l’Osiride, il re Nebkheperura, giustificato

Veduta laterale. In primo piano vi sono le invocazioni di protezione di Iside ad Amsety (colonna a sinistra: “Parole, pronunciate da Iside: Le mie braccia racchiudono ciò che è in me. Io proteggi Amset (dio dei canopi) che è in me, l’Amset del re Osiride Tutankhamon, il giustificato”) e di Neith a Qebehsenuef (colonna a destra). In secondo piano, il coperchio inclinato che costituisce la trabeazione del sacrario.

I SARCOFAGI CANOPICI

Oro e intarsi colorati. Ciascuno altezza cm. 39, larghezza cm. 11, profondità cm. 12. Museo Egizio del Cairo

Sollevati i coperchi d’alabastro a testa umana della cassa canopica, si raggiunge il cuore e la parte più sacra del santuario, che serba un’ulteriore straordinaria sorpresa.

Cassetta dei vasi canopi aperta – JE 60687
Nella fotografia si possono osservare la partizione interna in quattro scomparti quadrangolare della cassetta e i bordi cilindrico sui quali poggiava o i coperchi.
Dei sarcofagi in miniatura, posti all’interno dei canopi, sono visibili solo le teste.

Il termine vaso Canopico, in questo caso, deve ritenersi fondamentalmente errato o, comunque, estremamente limitativo.

E qui apro una piccola parentesi sul perché si utilizza questo termine. I primi studiosi videro in questi contenitori dalla testa umana la conferma della storia di Canopo, il timoniere di Menelao che, secondo i miti omerici, sarebbe morto per il morso di un serpente nel Delta del Nilo. Qui Menelao gli avrebbe fatto erigere un mausoleo ed attorno ad esso sarebbe sorta la città omonima.

Per Tutankhamon, non furono utilizzate giare per contenere i suoi organi. I vasi d’alabastro, con coperchio a forma di testa umana, che ho illustrato nel paragrafo precedente, contenevano ciascuno una splendida bara d’oro in miniatura, avvolta nel lino ed ornata da un complicato intarsio: al loro interno erano contenuti i sacri visceri, imbalsamati, del re.

Sarcofago degli organi interni
Gli organi interni del re defunto erano conservati all’interno dei vasi canopi in quattro sarcofagi in miniatura. Identici nell’aspetto al sarcofago mediano del sovrano, presentano incrostazioni in vetro, ossidiana e corniola. Sulle pareti interne erano incise formule del Libro dei Morti

Ognuna di esse è un meraviglioso esempio delle straordinarie abilità degli antichi orafi egizi. Realizzate in oro massiccio, la maggior parte del corpo è ricoperto dal motivo decorativo piumato “rishieseguito con tecnica “cloisonné”, con i castoni intarsiati con pezzi di vetro colorato tagliati singolarmente. Sono, praticamente la copia, in miniatura, del sarcofago mediano del faraone, ma ornate da un ancor più complicato disegno delle piume, che le ricopre interamente, ad eccezione dei volti in oro brunito. Ciascuna reca anteriormente, in basso, la formula relativa alla dea e al genio cui appartiene e le superfici interne appaiono splendidamente incise con testi rituali.

La parte superiore del corpo è avvolto dalle ali di due avvoltoi che rappresentano le dee tutelari Nekhbet (con testa di vulture) e Uadjyt (con testa di cobra). L’interno ha una figura della divinità appropriata in atteggiamento protettivo ed un lungo testo magico in favore del re.

Un attento esame dei reperti ha svelato che i cartigli posti all’interno dei sarcofagi, sono stati corretti! Le tracce di questi cambiamenti mostrano chiaramente che il nome era, in origine, Ankhkheperura, vale a dire il praenomen di quel misterioso personaggio noto come Neferneferuaton (Meritaton, la figlia di Akhenaton e Nefertiti che avrebbe potuto, per breve periodo, regnare da sola dopo la morte di Smenkhare?). In ogni caso, appare chiaro che sia le teste d’alabastro della cassa canopica che i sarcofagi in miniatura furono realizzati per il suo predecessore: o non sono mai stati utilizzati oppure sono stati riciclati per il giovane faraone. La fisionomia delle teste in calcite e quella delle piccole bare d’oro, così diversa da quella di Tutankhamon, cui sono riferibili il sarcofago interno e quello esterno, è un indizio molto forte di questo riutilizzo.

Sopra: il sarcofago canopico posto sotto la protezione di Neftis contenente i polmoni del re identificati con Hapy. Sotto: il sarcofago canopico posto sotto la protezione di Neith contenente lo stomaco del re identificato con Duamutef.

Fonti: 

  • Tutankamun, T.G.H. James
  • Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
  • Egitto, la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni. Konemann
“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

UNA STATUETTA DI TROPPO

Gaston Maspero e la cachette di Deir el Bahari

Quando Gaston Maspero, appena diventato curatore del Museo Egizio di Boulaq, riceve una lettera dall’Italia all’inizio del 1881, è perplesso. Un perito gli scrive che ha appena esaminato un papiro di pregevole fattura portatogli da un turista americano, che il papiro è sicuramente autentico e che proviene dal corredo funerario di un Faraone della XXI Dinastia.

Un altro?

Da sei anni ormai circolano sul mercato nero pezzi di incredibile fattura, soprattutto papiri, di cui si ignora la provenienza. Il Libro dei Morti di Pinedjem II (Sommo Sacerdote di Amon della XXI Dinastia) era stato comprato qualche anno prima per 400 sterline. Mariette stesso aveva comprato altri papiri della moglie di Pinedjem I. Una statuetta era finita al Louvre. Maspero, uomo pragmatico, da quando è in Egitto ha avuto una posizione molto chiara: i pezzi migliori vanno al Museo Egizio; gli altri, dopo attento esame ed un “lasciapassare” possono andare ad altre collezioni, private o museali, di chi ha sponsorizzato degli scavi. Quei reperti però, non fanno sicuramente parte di quest’ultima categoria.

Il Libro dei Morti di Pinedjem, noto anche come Papiro Campbell dal nome del suo acquirente – donato successivamente al British Museum
Il Papiro Greenfield, anch’esso al British Museum, è un altro papiro proveniente dalla DB 320. È la più lunga versione del Libro dei Morti (ben 37 metri) ed apparteneva al corredo funerario della principessa Nesitanebtashru, figlia di Pinedjem II e sacerdotessa di Amon-Ra a Tebe

La polizia egiziana ha già fatto capire che se ne lava pilatescamente le mani; Maspero decide di investigare in prima persona. O meglio, visto che lui è troppo conosciuto, tramite un giovane assistente, Maxence de Rochemonteix, che spedisce a Luxor insieme a Charles Wilbour, un collezionista americano che interpreta la parte del ricco appassionato in cerca di pezzi pregiati. La parte gli riesce bene perché effettivamente lui ha già comprato pezzi originali di dubbia provenienza, e tutti i faccendieri locali lo sanno. Ricco, ma non tonto: con l’aiuto di Maxence rifiuta tutti i falsi e paga molto bene i reperti originali. Ed un giorno si trova tra le mani una statuetta di nuovo appartenente ad una tomba della XXI Dinastia.

Tombola.

Wilbour la compra, ma fa capire che vuole qualcosa di meglio, che è disposto a pagare molto per quel “meglio”. E il venditore gli presenta Ahmed Abd-el-Rasul, il capo di una famiglia di Abd-el-Qurna, un paesino poco lontano da Luxor. Contrattano per giorni, Abd-el-Rasul gli mostra altri oggetti. Quando spunta un cofanetto della XVIII Dinastia, Maxence lo fa arrestare con tutta la famiglia.

Maxence de Rochemonteix (a sinistra) Wilbour e Maspero (a destra) a Luxor nel 1886

Abd-el-Rasul però non parla, tutti testimoniano che sia un bravissimo ragazzo e vengono tutti rilasciati; solo il tradimento di un “pentito”, il fratello maggiore Mohammed Ahmed, spaventato dal giudice che gode di brutta fama, riesce a far riaprire il processo. Si parla anche di torture, ma senza prove effettive. E finalmente Ahmed confessa: racconta che una delle sue capre è caduta in un crepaccio sei anni prima e cercando di recuperarla ha trovato una tomba scavata nella roccia. Da allora, quando la famiglia aveva bisogno di soldi prelevava qualche reperto dalla tomba e lo rivendeva. Il suo ricettatore era nientemeno che Mustapha Aga Ayad, vice-console di Inghilterra, Russia e Belgio, che spacciava poi gli oggetti facendoli viaggiare anche con la valigia diplomatica. Un signore. Abd-el-Rasul acconsente quindi a far vedere da dove prende quegli oggetti; Aga Ayad, protetto dall’immunità diplomatica, svanisce nelle sabbie del tempo.

Ironia della sorte: Maspero sta per partire per le vacanze in Europa (verrà aspramente criticato per questo) e Maxence de Rochemonteix si ammala proprio in quei giorni. Maxence manca così l’appello con la storia per la sua salute, già minata dal soggiorno in Egitto e che lo porterà ad una morte prematura dieci anni dopo. A sostituirlo arriva un altro assistente del Museo di Boulaq, quell’Emile Brugsch autore del primo set di foto del Museo. Brugsch è praticamente l’ultimo arrivato dei collaboratori di Maspero, e questo sarà un problema.

Emil Brugsch, quasi un eroe per caso. Le sue scelte saranno successivamente oggetto di aspre critiche

A sinistra: il “bancomat” ormai scoperto e, a destra, un Ahmed Abd-el-Rasul in età avanzata posa per dei turisti all’ingresso della cachette

Il 5 luglio 1881 Emile Brugsch, arrivato sul posto con una “delegazione” di autorità locali, si cala nel pozzo indicato dal ladrone; scende per 11 metri con una corda, segue alla luce di una fiaccola una prima svolta della galleria che trova e nel suo racconto picchia dentro ad un enorme sarcofago. Alza la fiaccola, legge i cartigli e narra di aver rischiato di svenire: ha trovato Sethi I, la cui tomba scoperta da Belzoni 64 anni prima aveva infiammato l’Europa. Gli gira la testa, cerca un posto dove sedersi e voltandosi trova una marea di altri sarcofagi, alcuni aperti e saccheggiati, altri ancora chiusi. C’è Ahmose, che ha sconfitto gli Hyksos e fondato la XVIII Dinastia, c’è Tuthmosis III, che ha creato l’Impero Egizio.

Quando trova il sarcofago di Ramses II, non ce la fa più. Si siede sul suo sarcofago, la fiaccola in mano, e rimane lì per diversi minuti a cercare di rallentare il battito cardiaco.

La domanda successiva che gli si pone nella mente è: cosa fare? Ormai tutti sanno che lui è lì, e che la tomba (che sarà denominata DB320 e poi TT320) che è stata il “bancomat” della famiglia el-Rasul è stata scoperta.

PREDONI O SCIENZIATI?

Emile Brugsch conta alla fine quaranta mummie reali in quella che verrà poi rinominata DB320 ed infine TT320. È letteralmente terrorizzato all’idea che la tomba venga ulteriormente depredata in sua assenza. Per un motivo che non sappiamo, non gli viene neanche in mente di chiudere l’unico accesso con un’inferriata e piantonare l’ingresso come farà invece Carter con la tomba di Tutankhamon. Decide invece per una misura drastica: si rivolge proprio al villaggio di Kurna e assolda 300 persone per svuotare la tomba in 2 giorni sotto il controllo di alcuni soldati.

La paura dei saccheggi è talmente elevata che gli operai che scendono nella tomba vengono costretti a lavorare completamente nudi. Brugsch e due soldati ricevono i reperti man mano che emergono dalla tomba. Nessuno prende nota di alcunché, nessun disegno, nessun inventario. Ancora oggi non sappiamo come fossero disposti i sarcofagi nella tomba se non per i ricordi di Brugsch. I reperti vengono poi portati a valle e accatastati fianco a fianco sotto continua sorveglianza armata, ma senza uno straccio di annotazione sui pezzi. Il primo inventario verrà fatto solo a destinazione, al Cairo. Molti sarcofagi e diverse mummie vengono danneggiate durante il trasporto.

Il resoconto illustrato dell’epoca delle “nuove scoperte nell’Alto Egitto”

Da un punto di vista archeologico è un disastro totale. Molte informazioni, anche sulla ricostruzione delle peregrinazioni dei defunti Faraoni, vengono perse per sempre. Grazie al pessimo lavoro di Brugsch, per più di un secolo non si è saputo molto del “proprietario” originale della tomba. Alcune iscrizioni riportate da Maspero sono andate anch’esse perse.

Dopo una revisione attenta delle iscrizioni superstiti sulle pareti alla fine del ‘900 si è potuto stabilire che appartenesse in origine alla famiglia del Sommo Sacerdote di Amon Pinedjem II durante la XXI Dinastia. Lui e la moglie Neskhons sarebbero stati sepolti qui sotto il regno del Faraone Siamon a cinque anni di distanza uno dall’altra. Ma non è così semplice: alcuni sarcofagi (Ramses I, Seti I e Ramses II) riportano che furono trasferiti nella “ḳȝy” (“luogo in alto”) della Regina Inhapi, moglie di Seqenenre Tao II, facendo supporre che la TT320 fosse a lei dedicata. In realtà la maggior parte degli studiosi ipotizza una doppia (almeno) traslazione delle salme con quelle del “gruppo Inhapi” traslate solo per ultime nella TT320 come dimostra la loro vicinanza all’ingresso. La tomba di Inhapi sarebbe quindi ancora da scoprire, probabilmente nelle vicinanze della TT320.

Comunque sia, l’8 luglio la tomba è vuota ed i pezzi allineati per l’imbarco a Luxor; il vaporetto però è in ritardo e il viaggio delle mummie reali inizia solo il 14 luglio; Brugsch si imbarca con loro

.E di colpo, l’Egitto torna magicamente indietro di tremila anni. La notizia del “carico” del vaporetto si sparge come l’acqua del Nilo durante la piena e la Terra di Khemet rivolge un commovente saluto ai suoi antichi sovrani.

Brugsch, in piedi sul ponte, vede migliaia e migliaia di persone che fanno da ali al viaggio dei Faraoni defunti. Gli uomini scaricano i loro fucili in aria, le donne si spogliano e si cospargono il viso e il corpo di polvere, strofinandosi i seni con la sabbia. Il viaggio della nave viene accompagnato dall’eco dei lamenti funebri, trasformandosi in una commovente processione spontaneamente organizzata. Brugsch è a disagio. Si sente un profanatore, un predone come Abd-el-Rasul. SI chiede se la motivazione scientifica ed archeologica sia sufficiente a legittimare ciò che sta facendo. Un pensiero sorprendentemente moderno.

Gli risponderà indirettamente Victor Loret anni dopo quando, trovata la tomba di Amenophis II (la KV35) spogliata di ogni oggetto, decise di richiudere la tomba per permettere alle salme racchiuse di riposare in pace. Uno o due anni più tardi ladri moderni entrarono nella tomba e strapparono Amenophis dalla sua bara, danneggiando gravemente la mummia. Ebbe anche a scrivere al riguardo Howard Carter, che lavorò anche alla KV35:

Possiamo trarre da questa circostanza un ammonimento, che additiamo a coloro che ci criticano chiamandoci vandali perché priviamo le tombe dei loro oggetti. Trasportando le antichità nei musei, noi ne curiamo la conservazione; lasciate al loro posto, esse diverrebbero prima o poi preda dei ladri, e ciò equivarrebbe alla loro distruzione

Maspero viene aspramente criticato per non aver presieduto personalmente all’apertura della tomba. Anche il clamore suscitato dal viaggio sul Nilo delle mummie reali e le accuse di profanazione diventano un problema diplomatico. Maspero viene invitato a riferire direttamente al Governo francese. Lo farà con un resoconto ufficiale nell’ottobre 1881, con (finalmente!) una prima descrizione dei reperti ritrovati (foto ovviamente di Brugsch). Maspero ne approfitta per piangere miseria (“ho dovuto smantellare un’intera sala del Museo per accogliere le mummie reali ed ora non c’è abbastanza spazio per gli altri reperti!”). Per ora rimarrà inascoltato.

Ma finalmente siamo faccia a faccia con alcuni tra i personaggi più famosi della storia d’Egitto. Quasi tutte le immagini provengono dalla pubblicazione originale di Maspero.

Nota: la mummia di Seti I affascinò talmente tanto un ragazzino di dieci anni che ancora oggi quel “diversamente giovane” cerca di imparare qualcosa di quella civiltà e si diverte a scriverne qui, sperando di creare curiosità ed interesse in altri “ragazzini”

Il sarcofago e la mummia di Seti I, il papà di Ramses II. Probabilmente la mummia meglio conservata, sicuramente la più “viva” nella sua dignità regale a distanza di più di tremila anni

Riferimenti:

  • G. Elliot Smith, The Royal Mummies, Catalogue Général du Musée du Caire, Cairo 1912
  • Edoard Naville, L’égyptologie française pendant un siècle. 1822-1922.
  • G. Maspero, La Trouvaille de Deir-el-Bahari. Cairo 1881
  • Federico A. Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni. Storia , civiltà, cultura, Milano, Mursia, 1976
  • DA Aston, TT 320 and the ḳȝy of Queen Inhapi: A reconsideration based on ceramic evidence- Göttinger Miszellen, 2013
Donne di potere

NEFERTITI

A cura di Grazia Musso

L’origine di un mito

Abbiamo visto il ruolo significativo rivestito dalla regina Tiye nella singolare storia del regno di suo figlio Amenhotep IV; il sovrano fu affiancato e sostenuto efficacemente anche da Nefertiti, che fu la sua Grande Sposa Reale e che venne spesso ritratta insieme a lui ed alle figlie nate dalla loro unione non solo in occasione di eventi speciali, ma anche nell’intimità della vita familiare.

Non si conosce molto delle origini di Nefertiti; in passato alcuni studiosi, argomentando dal suo nome (Neferet-Ity), che significa “La bella è arrivata” ritennero che fosse una principessa mitannica andata in sposa al sovrano delle Due Terre; oggi tutti gli studiosi più accreditati sono concordi nell’affermare che ella fosse egizia e che il suo nome si riferisca alla sua funzione divina di portare felicità al faraone d’Egitto.

La Bella, infatti, sarebbe l’incarnazione della Dea Lontana del famoso mito, la quale dopo avere abbandonato il Sole suo padre e l’Egitto trasferendosi nel deserto della Nubia e condannando le Due Terre alla sterilità e alla desolazione, fa ritorno grazie all’intervento degli dei, per restituire la felicità alla natura e a tutti gli esseri viventi.

Pur non avendo ascendenza reali, la famiglia di Nefertiti probabilmente era molto vicina al trono e rivestiva una posizione di responsabilità e di privilegi a corte fin dall’epoca di Amenhotep III; questa circostanza fece sì che ella conoscesse fin dall’infanzia il futuro marito e che ricevesse un’ottima educazione, circostanza che la rese una candidata ideale al matrimonio, che venne celebrato quando aveva intorno ai dodici, tredici anni. L’Egittologo Nicolas Grimal sostiene che ella fosse nipote di Yuya e Tuya, genitori della regina Tye, quindi figlia di Ay e Tuya II che l’allevarono e educarono e sorella di Mutnegemet, moglie di Horemheb : quindi Amenhotep III sarebbe stato suo zio, Akhenaton suo cugino di primo grado oltre che marito ed Horemheb suo cognato. Tale ascendenza non è affatto certa, ma è possibile, in quanto nell’antico Egitto era prassi comune che i parenti di personaggi reali la cui origine fosse fuori dalla famiglia regnante tacessero tale vincolo in quanto la sposa reale era compenetrata dalla divina essenza non poteva essere toccata da legami umani: abbiamo visto a questo proposito che la citazione dei suoceri Yuia e Tuya sullo scarabeo del matrimonio da parte di Amenhotep III Costituiva un vero e proprio unicum.

Uno dei pochi ritratti rimasti di Ay e Tiy

Forse Nefertiti alla nascita aveva un altro nome ed assunse quello più noto nel corso del rituale che la rese sposa di Amenhotep IV – Akhenaton, erede al trono, ma anche questo particolare non trova concordi gli studiosi e non ha riscontro nelle fonti.

NEFERTITI ED AKHENATON: FU VERO AMORE?

L’iconografia della coppia fa pensare ad un reale rapporto d’amore tra Akhenaton e Nefertiti, confermato addirittura da una poesia composta dal sovrano per la sua sposa:

… È l’ereditiera, Grande nel Palazzo, Fiera nel viso, Adornata con le doppie piume, Signora della felicità, Dotata di favori, a sentire la cui voce il re gioisce, la Grande Sposa Reale, la sua amata, la Signora delle Due Terre, Neferneferuaten-Nefertiti, possa lei vivere per sempre e sempre…

La sua presenza è costante accanto al sovrano nell’iconografia ufficiale, ed ella è raffigurata della stessa dimensione, particolare che ha indotto alcuni studiosi ad affermare che potesse essere stata anche coreggente negli ultimi anni del regno del consorte; oltre ai bassorilievi e ai gruppi statuari che la ritraggono insieme al marito, inoltre, ella è rappresentata da sola in numerose sculture a tutto tondo, tra le quali le splendide teste rinvenute dagli archeologi nello studio dello scultore di corte Thutmosi a Tell el-Amarna ed oggi conservate al museo di Berlino, che sono un indice importante della grande considerazione nella quale era tenuta da Akhenaton.

La regina diede al Faraone sei figlie: la primogenita Meritamon nacque intorno all’anno quinto del regno del padre, la seconda Maketaton, solo un anno dopo, seguita poi da Ankhesepaaton (ndivenuta poi Ankesenamon, futura moglie di Tutankamon) ; tra l’ottavo e undicesimo anno di regno videro la luce Neferneferuaron-ta-sherit, Neferneferure e Setepenre.

Queste principesse, riconoscibili dalla treccia laterale dell’infanzia, poco a poco la nascita vennero rappresentate accanto ai genitori non solo nei culti, ma anche in idilliache scene di vita quotidiana, delle quali si parlerà in seguito.

IL RUOLO DI NEFERTITI A FIANCO DEL FARAONE

Nefertiti fu certamente una regina e sposa felice a giudicare dai documenti, ma bisogna chiedersi se le immagini che ancora oggi vediamo non fossero meramente propagandistiche e finalizzate ad abbagliare il popolo; in realtà di lei conosciamo solo l’immagine pubblica, quello che la coppia reale ha voluto far vedere di sé, proponendosi come il tramite attraverso il quale la “luce” di Aton poteva arrivare a tutta la popolazione.

Ella fu certamente la sovrana che più di ogni altra si trovò sullo stesso piano del faraone : si ipotizza una sua notevole influenza nell’incoraggiare il culto di Aton e la filosofia atoniana del marito, deteneva la posizione regale di sacerdote di Aton, del tutto inedita per una donna, e poteva officiate I riti in onore del dio; inoltre la si trova raffigurata sui monumenti assieme allo sposo in tutte le cerimonie ufficiali di carattere religioso e civile.

Questa testa di Nefertiti è una delle più belle della regina, avrebbe dovuto far parte di una statua composita, ma rimase a uno stadio in cui è ancora possibile vedere le linee preparatorie disegnate da Thutmosi.. Rivela la sensibilità e l’abilità dello scultore.
Da Amarna, XVIII Dinastia, quartzite. Altezza cm. 33 Il Cairo, Museo Egizio. JE 59286.

Akhenaton riconobbe alla sua regina anche un ruolo politico, forse influenzato dall’esempio di sua madre Tiye che come abbiamo visto esercitò un potere senza precedenti per una grande sposa reale: un viale di Karnak era affiancato da sfingi che avevano alternativamente la testa del re e la sua.Un rilievo la mostra mentre massacra i nemici, nell’ iconografia riservata generalmente solo al sovrano in quanto simbolo della vittoria dell’ordine sul caos; un altro la ritrae alla “finestra delle apparizioni” in atto di mostrarsi alla folla e di conferire onorificenze ed investiture.

Altre raffigurazioni la mostrano in vari aspetti della vita di corte sul carro insieme alla piccola Meritaton mentre abbraccia affettuosamente il suo sposo, da sola sul carro personale ( una concessione eccezionale per una regina), o, ancora nella vita intima con il marito e le figlie che siedono in braccio ai genitori in atteggiamento giocoso, o a pranzo con la suocera Tiye: è chiaro che Akhenaton e Nefertiti vogliono dare piena evidenza al fatto che sono una famiglia felice e radiosa grazie al l’energia che procura ogni giorno il dio Aton.

GLI ULTIMI MISTERIOSI ANNI DI VITA

La regina fu un personaggio influente e di primo piano fino al dodicesimo anno di regno di Akhenaton, quando sparì dalla scena pubblica e dall’iconografia e sua figlia Meritaton la sostituì nelle cerimonie ufficiali come Grande Sposa Reale.

I numerosi oggetti recanti il suo nome trovati nel ” Palazzo Nord” ad Amarna hanno fatto pensare ad un suo ritiro a vita privata, forse perché duramente provata dalla morte prematura della figlia Maketaton e forse delle due più piccole Setepenre e Nefernefeura, a loro volta scomparse.

La regina viene rappresentata nella sua dimensione più umana sulle pareti della tomba ove venne inumata la ragazza, straziata dal dolore davanti al corpo di Maketaton, ed è perfettamente comprensibile che questi lutti ravvicinati l’avessero prostata al punto da indurla a chiudersi in sé stessa e forse a dubitare del favore di Aton.

Alcuni studiosi, tra i quali Jacobus Van Dijk, responsabile per la sezione di Amarna della Oxford History of A client Egypt, ed Harco Willem, professore della cattedra di egittologia all’Università di Lovanio hanno ipotizzato che Nefertiti non si sia ritirata ma abbia semplicemente cambiato nome e mansioni.

Ella sarebbe diventata correggete del sovrano con il nome di Neferneferuaton, cedendo il ruolo di Grande Sposa Reale alla figlia maggiore Meritaton e poi, dopo la morte di Akhenaton, sarebbe addirittura salita al trono per evitare la crisi politica, adottando il nome di Akheperura Neferneferuaton ( che certamente era portato da una donna, in quanto significa ” efficace per suo marito”).Il professore Willems e l’archeologo Nicholas Reeves dell’Università della California addirittura pensano che ella abbia regnato fino all’avvento di Tutankhamon, assumendo anche il nome di Smenkhkare, e che per qualche anno sia stata una sorta di regina madre per il giovanissimo re.

Frammenti del corredo funerario della regina recanti il titolo di ” Grande Sposa Reale” sembrano indicare, però, che Nefertiti sia morta quando era ancora consorte di Akhenaton, e cioè prima di quest’ultimo; molti studiosi, quindi, tra i quali Marc Gaboldr, dell’Università Paul Valery di Montpellier, studioso della XVIII Dinastia ed in particolare del periodo amarniano, pensano che ella sia deceduta un anno prima del marito a causa di una pandemia che aveva decimato la famiglia reale, e ritengono che a succedere al trono sia stata la figlia Meritaton, il cui corredo funerario venne poi recuperato per l’inumazione di Tutkhamon. Le teorie che vedevano Nefertiti caduta in disgrazia o addirittura defunta nel dodicesimo anno del regno di Akhenaton, peraltro, sono definitivamente tramontate nel 2012 in seguito ad un sensazionale ritrovamento ad opera di Athena Van Der Pierre, ricercatrice dell’Università di Lovanio; in una cava di arenaria a nord di Amarna, infatti, la studiosa ha rinvenuto un’iscrizione risalente al sedicesimo e penultimo anno di regno di Akhenaton che la nomina ancora come Grande Sposa del re ( ” grande sposa reale, sua amata, signora delle due terre, Neferneferuatn Nefertiti”), segno che era ancora in vita, che aveva cambiato nome e che godeva del favore del consorte.

A riprova del forte legame che ancora aveva con il marito vi è la circostanza che costui fece rappresentare sui quattro angoli del suo sarcofago informa di divinità affinché proteggesse la sua mummia, in un ruolo tradizionalmente affidato a Iside, Nefti, Selket e Neith.

LA TOMBA E L’INCERTA IDENTIFICAZIONE DELLA MUMMIA

Non esistono certezze neppure sulla sepoltura della sovrana: probabilmente ella era destinata a trovare il suo riposo eterno in una camera dell’ampia tomba che Akhenaton aveva fatto scavare per sé e per le figlie, scoperte nel ” Wadi Reale” di Amarna nel 1880, ma non esistono prove del fatto che effettivamente vi fosse stata inumato, dato che la tomba fu rinvenuta gravemente danneggiata dai saccheggiato, che avevano ridotto in pezzi il sarcofago in pietra e la cassa canopica del sovrano e che avevano asportato quasi tutti i manufatti che erano deposti in essa.

Il già citato egittologo Marc Gabolde ne è convinto egli ritiene che Nefertiti sia morta pochi mesi prima di Akhenaton e che fu seppellita ad Amarna nella camera sepolcrale ancora incompiuta, e che fu traslata a Tebe.

L’archeologo Barry Kemp dell’Università di Cambridge, direttore dell’Amarna Project, osservando che nella tomba non è stato trovato nulla che suggerisca che fosse ivi stato deposto il Corredo funebre della regina, esclude che ella possa esservi stata sepolta, propendendo, piuttosto, per Tebe, o per la necropoli di Gurob, ora completamente depredata, o ancora per la sua città natale di Akhmim.

Nel 2003 l’archeologia americana Joann Fletcher, che fu violentemente smentita dai colleghi, affermò che Nefertiti dovesse essere identificata nella mummia chiamata Younger Lady, Ritrovata Nella KV35 accanto a quella della regina Tiye; ella basò la sua identificazione, tra l’altro, sul ritrovamento, accanto alla mummia, di una parrucca di Foggia nubiana indossata solo dai reali durante il periodo in cui regnava Nefertiti e sull’osservazione che essa aveva un doppio foro alle orecchie pratica rara attribuita anche alla Bella.

La mummia KV35 “Younger Lady”

Nel 2010 Zahi Hawass pubblicò un articolo sul National Geographic nel quale rese noti i risultati delle analisi del DNA compiuto sulla mummia, dalle quali emergeva che si trattava invece, di una figlia di Amenhotep III e conseguentemente di una sorella di Akhenaton, e della madre di Tutankamon.

Tre anni dopo il prof Gabolde, in uno studio sul DNA della famiglia reale, contestava la corretta lettura dei predetti risultati, ribadendo che sua convinzione che la Younger Lady fosse Nefertiti.

Ad oggi, quindi, ancora molti studiosi stanno cercando la mummia di Nefertiti, che dopo quasi tremilacinquecento anni mantiene intatto tutto il suo fascino misterioso.

Fonti:

  • Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.
  • Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e a cura di Maurizio Damiano.
  • Storia dell’antico Egitto, Roma, ultima edizione di Nicolas Grimal.
  • WWW.VANILLAMAGAZINE IT – La sparizione di Nefertiti, il mistero della sovrana del ilo, di Annalisa Lo Monaco
  • https://www.la stampa. It/cultura/2013/02/25/news/nefertiti – la-regina-non-è – più – un-mistero – 1.3612398w
  • https://www http://archeology.org/…/1087-nefertiti-queen-egypt…
  • Le donne dei faraoni – il mondo femminile dell’antico Egitto, Milano, 1996 di Cristian Jacq.
Testi

“MEDU NETJER” – LA PAROLA SACRA

I GEROGLIFICI

A cura di Piero Cargnino

Per gli appassionati di Storia Antico Egizia la parola “geroglifici” è ormai un luogo comune ma siamo sicuri di conoscerne bene l’origine ed il significato? Ne dubito. Nel mio piccolo ho voluto con questo articolo, che spero sia di vostro gradimento, farvi partecipi delle mie esperienze di studio, partiamo dall’inizio.

Con il termine “storia” si usa comunemente definire quel periodo della storia umana che inizia con la comparsa della scrittura, ovvero la storia documentata o registrata, prima era preistoria. Non si può dire che la preistoria finisce ed inizia la storia nello stesso momento in tutto il mondo in quanto ciò dipende dallo stato di evoluzione delle varie popolazioni e dal periodo in cui la scrittura venne adottata. In linea di massima si può parlare di storia a partire dal 3200-3500 a.C., periodo nel quale compaiono le prime scritture in Mesopotamia con la cuneiforme, (Sumeri), ed in Egitto, con i geroglifici.

E’ appunto nel Periodo Protodinastico che iniziamo a trovare le prime rappresentazioni che si distinguono dai semplici graffiti per dirci qualcosa, i primi geroglifici. Il termine deriva dal greco hieroglyphikós che significa: hieròs “sacro” e glýphos “scrittura”. Fu però questo un grande errore di interpretazione da parte dei greci quando vennero in contatto coi geroglifici. In antico egiziano quelle rappresentazioni che chiamiamo geroglifici non avevano affatto quel significato.

I primi scribi che tracciarono quei simboli non intendevano affatto “scrivere”, non avrebbe avuto alcun senso, essi chiamavano i geroglifici con il termine “medu netjer” che letteralmente significa “parola di dio”, (o parola sacra), con riferimento al dio Thot al quale era attribuita l’invenzione di quella che chiamiamo comunemente scrittura. Il significato da loro attribuito era molto più profondo e mistico, non scrittura ma “Parola”.

Il prof. Alessandro Roccati, allora docente di egittologia all’Università di Torino, del quale ho avuto l’onore di assistere ai suoi corsi di geroglifico, ci teneva in modo particolare a precisare che: ”…….mentre la scrittura nasce per trasmettere qualcosa a qualcuno, i geroglifici nell’antico Egitto, almeno per il terzo millennio a.C., non dovevano trasmettere niente a nessuno……”. Innanzitutto perché la cultura allora esistente non prevedeva la necessità di di trasmettere ad altri idee o concetti se non oralmente, ma soprattutto perché i geroglifici erano conosciuti solo dagli scribi e, neppure il faraone, forse avrebbe saputo interpretarli. Nessuno li doveva, o poteva, leggere perché non era quello lo scopo per cui venivano incisi, infatti nell’Egitto antico non venivano rappresentati, come in epoche successive, sui muri di palazzi o templi, ma esclusivamente dove nessuno avrebbe potuto leggerli, all’interno delle tombe, che poi venivano chiuse e sigillate per sempre. Il prof. Roccati aggiungeva: “……I geroglifici venivano incisi semplicemente per esistere, essi rappresentavano formule che il faraone avrebbe utilizzato per superare le molte insidie che avrebbe incontrato nel suo percorso verso la Duat, nient’altro……”.

Le prime iscrizioni presenti in età thinita rivelano una completezza nell’esecuzione già costituita il che fa pensare ad un periodo di maturazione antecedente. Se si tiene conto che i primi accenni di iscrizione geroglifica risalgono alla tavolozza di Narmer mentre i più recenti si trovano nell’isola di File e risalgono, salvo alcune eccezioni, al 394 d.C., significa che questa “scrittura” è stata utilizzata ininterrottamente per circa 3500 anni, anche se, in epoche successive, principalmente a scopo decorativo e di propaganda. La cosa più sorprendente è che in questi oltre tremila anni la scrittura geroglifica non subisce evoluzioni significative, nasce perfetta ed anzi, col passare del tempo, si nota, al contrario, una certa decadenza dovuta forse alle mutate convinzioni degli stessi scribi.

I geroglifici possono essere decifrati partendo da destra verso sinistra o dall’alto verso il basso e viceversa, a seconda della direzione dello sguardo degli uomini o animali rappresentati. Sempre facendo miei i concetti esposti dal prof. Roccati, utilizzo il termine “decifrare” e non “leggere” perché i geroglifici si decifrano non si leggono ne si traducono. Decifrazione che, dopo vari tentativi da parte di altri studiosi, tra cui lo scienziato inglese Thomas Young, riuscì all’egittologo francese Jean François Champollion, nel 1822, il quale sostenne che la scrittura egizia fosse una combinazione tra fonetica, ideogrammi e pittogrammi.

Grazie sopratutto alla famosa “Stele di Rosetta”, che riporta un’iscrizione divisa in tre registri di differenti grafie: geroglifico, demotico e greco antico. L’iscrizione è il testo di un decreto di epoca tolemaica risalente al 196 a.C. emesso in onore del faraone tredicenne Tolomeo V Epifane in occasione del primo anniversario della sua incoronazione. Poiché si tratta pressoché dello stesso testo, la stele ha offerto, grazie alla parte in greco, una chiave decisiva per la comprensione dei geroglifici. Nel suo libro, presentato nel 1824, “Resoconto del sistema geroglifico degli antichi Egizi”, Champollion riportava l’insieme delle sue ricerche sui nomi degli Dei e dei faraoni egiziani, esponendo l’organizzazione di insieme della scrittura egizia in segni fonetici e ideografici: i segni fonetici sono i venticinque segni che indicano una consonante, (il primo vero alfabeto della storia dell’umanità), a cui si aggiungono i segni per i gruppi di due o tre consonanti; i segni ideografici invece designano direttamente l’oggetto o sono determinativi per distinguere parole formate dalle stesse consonanti ma di diverso significato.

Per la scrittura corrente, si sviluppò, in seguito, una forma di corsivizzazione del geroglifico, che permetteva una grafia più rapida, in quanto maggiormente adatta a essere tracciata con un calamo, cioè una canna tagliata allo scopo e intinta nell’inchiostro. Lo ieratico veniva utilizzata per redigere documenti civili, (atti, rapporti, processi, conti, ecc.), testi di letteratura e trattati scientifici, soprattutto su papiro ma anche su ostraka o pietra, “ieratico”, dal greco ieraticòs, (sacedotale).

Verso la fine della XXV dinastia si sviluppò nel Basso Egitto un tipo di scrittura chiamato “demotico” derivato da forme di scrittura usate nel Delta. Questo tipo di scrittura veniva utilizzato principalmente nei documenti più comuni, destinati al popolo. Un esempio più antico di scrittura demotica è presente nella “Stele del Serapeo” a Saqqara e risale al 650 a.C. circa. Mentre oggi possiamo interpretare il significato dei geroglifici, quello che non riusciremo mai a sapere è come suonasse la lingua dei faraoni. Si sa solo che apparteneva al ceppo linguistico delle lingue afro-asiatiche ed era imparentata con quelle berbere e semitiche. Forse alcuni termini egizi sopravvivono ancora nella lingua liturgica dei Copti, (i cristiani d’Egitto). Con i geroglifici verranno ricoperte le pareti delle camere funerarie dei faraoni, dei loro sarcofagi, le mura dei templi dove assumeranno un significato di rappresentanza e di decorazione insieme, ci racconteranno la storia dell’Egitto, le battaglie. Quelli incisi all’interno delle tombe o piramidi continueranno a rappresentare un sostegno per il defunto indicandogli la via dell’aldilà. Da parte mia voglio ringraziare in modo particolare il Prof. Roccati per la passione con la quale ci ha introdotti alla comprensione dei geroglifici.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “Introduzione allo studio dell’egiziano”, Roma 2008
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Libreria dello Stato, Roma, 2005
  • Christian Jacq, “Il segreto dei geroglifici”, Piemme, Casale Monferrato, 1997
  • Sergio Pernigotti, “Leggere i geroglifici”, La Mandragora, Casalecchio di Reno (BO), 1988
  • Maria Carmela Betrò, “Geroglifici”, Mondadori, Milano, 1995
  • David Sandison, “L’arte egiziana nei geroglifici”, Idea Libri, Rimini, 1997
  • Mark Collier e Bill Manley, “Come leggere i geroglifici egizi£, Giunti, Firenze, 2003
  • Alan Gardiner, “Egyptian Grammar being an introduction to the study of hieroglyphs”, Griffith Institute, Ashmolean Museum, Oxford, by Oxford University Press, 1957
III Periodo Intermedio, Sarcofagi, XXI Dinastia

IL SARCOFAGO DI TABAKENKHONSU

A cura di Grazia Musso

XXI Dinastia

Legno stuccato e dipinto – Lunghezza coperchio 182 cm. – Lunghezza cassa 178 cm. – C 2226; collezione Drovetti – Museo Egizio di Torino.

L’utilizzo dei sarcofagi risale ai primordi della storia egizia, allorquando comparvero i primi esemplari lignei di forma rettangolare, inizialmente piuttosto corti in quanto dovevano contenere i corpi in posizione rannicchiata, poi più lunghi per la sepoltura dei corpi distesi.

Il passo successivo fu dato dall’introduzione dei così detti sarcofagi mummiformi che a seconda delle epoche, si differenziano per decorazione e stile.

Per i personaggi più abbienti era consuetudine possedere diversi sarcofagi da disporre uno dentro l’altro a protezione della mummia in essi contenuta e in epoca tarda, si diffuse tra le classi ricche anche l’uso del “falso coperchio” : una tavola lignea sagomata come un corpo, da adagiare direttamente sulla mummia.

Il sarcofago appartenuto alla cantatrice di Amon-Ra Tabakenkhonsu mostra lo schema figurativo tipico della XXI Dinastia, dominato da un senso di horror vacui per cui tutto lo spazio a disposizione è riempito da scene e iscrizioni policrome di chiara valenza magico-religioso.

Il volto della defunta, con grandi occhi scuri, è impreziosito da due orecchini a rosetta ed è cinto da una parrucca ornata con fasce decorate e fiori di loto.

Sopra il petto si trova un’ampia collana a più fili di perle sulla quale sono distese le mani scolpite.

La parte mediana del coperchio è dominata dall’immagine di uno scarabeo, emblema del dio Khepri e simbolo di rigenerazione, e da una grande figura della dea del cielo Nut ad ali spiegate, pronta ad accogliere la defunta.

Come da consuetudine, gli occhi della defunta, qui sormontati da folte sopracciglia, sono riprodotti con grande realismo e vivacità, in modo da risaltare sul volto di colore giallo, dall’espressione impassibile.

Fonte : I grandi musei : Museo Egizio di Torino – Electra.

Nuovo Regno, Storia egizia

LA BATTAGLIA DI KADESH

A cura di Andrea Petta

IL CONTESTO

Nel 1275 BCE la situazione nel Retenu egizio, il nostro Medio Oriente, è critica. Gli Ittiti (Regno di Ḫatti), stanziati per secoli in Anatolia, si stanno espandendo verso sud ed hanno già avuto delle scaramucce con Seti I. Hanno praticamente soppiantato i Mitanni in Siria dopo che Suppiluliuma ha sconfitto Tushratta e costituiscono un serio pericolo per l’Impero Egizio. Il confine tra gli Egizi e gli Ittiti ora è in pratica costituito dal fiume Oronte e dalla città di Kadesh, fortezza considerata inespugnabile ed in mano ittita.

Lo scacchiere mediorientale ai tempi di Kadesh

Ma l’Egitto non può lasciare una delle sue fonti di rame ed il crocevia degli scambi commerciali in pericolo. Forte degli echi delle imprese di Thutmosis III, Ramses II decide di intervenire.

Ramses è giovane, spavaldo ed un po’ ingenuo. Dopo una prima veloce campagna nel 1276, dove ottiene la fedeltà del regno di Amurru e del suo re Bentešima, l’anno successivo è deciso ad infliggere un colpo mortale agli Ittiti. Parte quindi per una spedizione militare nel suo quinto anno di regno con praticamente tutto l’esercito egizio – le Divisioni stabili create da suo padre Seti I dedicate agli Dei Amon (“Potente di Archi”), Ra (“Ricca di Valore”), Seth (Vittoriosa di Archi”) e la nuova Divisione Ptah – sotto il suo comando. Ogni divisione ha in media 4,000 fanti e 500 carri da battaglia, ognuno con un auriga ed un arciere, per un totale di 20,000 soldati. L’Egitto viene lasciato completamente sguarnito; in caso di sconfitta niente potrà opporsi ad un’invasione ittita.

Una rappresentazione del carro da guerra egizio, con l’auriga avente funzione anche di portascudo
Il carro ittita prevedeva di avere tre soldati a bordo, uno con la funzione specifica di proteggere auriga ed arciere con uno scudo molto più grande di quelli egizi. Era però meno manovrabile ed in difficoltà negli spazi più ristretti

Muwatalli II, il sovrano ittita, ha appena spostato la capitale da Ḫattuša a Tarḫuntašša, in Anatolia meridionale, proprio per prepararsi allo scontro e risponde con un esercito di cui non conosciamo l’entità precisa. Le fonti egizie parlano di 40,000 uomini e 3,700 carri pesanti da battaglia, ma non sono sicuramente affidabili.

LO SCONTRO

La Fortezza di Kadesh rappresentata circondata dalle acque del fiume. All’interno gli stendardi ittiti ed il “vile re Muwatalli” (Abu Simbel)

Ramses risale l’attuale Palestina con la sue Divisioni schierate il fila indiana a qualche chilometro una dall’altra per evitare il più possibile la polvere che si alza al passaggio di ogni gruppo. Prima di attraversare l’Oronte, cattura due beduini shasu che gli raccontano come il “vile Muwatalli” sia ancora a nord di Aleppo, timoroso di scontrarsi con il divino Faraone. Ovviamente è una balla colossale, ma Ramses, assetato di gloria e fama, non prende neanche in considerazione questa possibilità e si lancia in avanti con il suo esercito. Attraversa l’Oronte con la Divisione Amon e la sua guardia del corpo personale composta dagli Sherdani, i Guerrieri del Mare, ed invece di aspettare le altre Divisioni supera la foresta di Robawi sulla riva occidentale del fiume e marcia su Kadesh.

Da un punto di vista militare la stupidaggine è talmente grossa da essere citata ancora oggi nei trattati di strategia militare: mai dividere le proprie forze se non si conosce la posizione del nemico a meno che non comporti un chiaro ed immediato vantaggio tattico. E qui il vantaggio non c’è, anzi.

Le diverse fasi della Battaglia di Kadesh con l’agguato di Muwatalli (da “Ramesses II il Grande” di Franco Cimmino)

Davanti a Kadesh, gli Egizi catturano due esploratori ittiti, li torturano e scoprono la verità: l’esercito di Muwatalli è appostato vicino al guado del fiume. Ramses si ferma, costruisce un campo e sollecita le altre Divisioni ad accelerare, ma è drammaticamente tardi. Gli Ittiti, nascosti poco lontano ad oriente ed a conoscenza di un guado poco profondo, piombano con 2,500 carri pesanti sulla Divisione Ra quando ha appena attraversato la foresta, la spezzano letteralmente in due e poi convergono a nord sulla Amon. La Ptah sta ancora attraversando il fiume, la Seth è lontana a sud. Ramses sembra spacciato, potrebbe essere ucciso, o peggio ancora catturato da Muwatalli. Chissà se in quei momenti ha pensato alla tragica fine di Seqenenre Tao per mano degli Hyksos.

I prigionieri ittiti vengono torturati per far loro confessare la posizione reale dell’esercito di Muwatalli

Ciò che rimane della Ra fugge a nord in piena rotta, entra di corsa nell’accampamento di Ramses che viene circondato dai carri Ittiti. Per un motivo ignoto, ma che andrebbe inserito anch’esso nei manuali militari alla voce “non fare mai”, Muwatalli tiene ferma la fanteria ad est dell’Oronte. Gli Egizi devono affrontare “solo” i carri. Ramses, sul suo carro da battaglia con il fido auriga Menna, trova un varco ad est insieme ai suoi Sherdani e, combattendo, sfugge all’accerchiamento. In questa fase, il principe di Aleppo Rabasuru (alleato di Muwatalli) respinto dalle truppe della Amon, cade nel fiume; verrà ripescato più tardi.

Se i carri ittiti inseguissero adesso il Faraone sarebbe game over. Ma l’esercito di Ḫatti non è coeso come quello egizio. In pratica è un coacervo di truppe mandate da ogni Stato vassallo degli Ittiti. A volte poco più di predoni più o meno organizzati. In battaglia si disuniscono. Quando irrompono nel campo di Ramses, trovano di tutto. Il Faraone viaggia comodo, ha con sé numerosissimi oggetti preziosi, e le truppe di Ḫatti si fermano a saccheggiare il campo. Sarà un errore fatale.

Il carro di Ramses travolge i soldati nemici

I superstiti della Amon e della Ra si riorganizzano ad est del campo, e proprio in quel momento da ovest sbucano delle truppe inviate dai vassalli egizi dalla costa, una sorta di quinta Divisione di ausiliari di Amurru (chiamati Naruna nel testo egizio). Tanto per cambiare, alcuni studiosi identificano questa “quinta divisione” come formata da Ebrei. L’esercito ittita rimane preso da due parti; per qualche ora la battaglia è in bilico poi spuntano gli stendardi della Ptah che avanza a marcia forzata e Muwatalli arretra di fianco a Kadesh. Il mattino seguente giunge anche la Seth, e il re ittita negozia una tregua con Ramses. Ognuno dei due eserciti si ritira guardingo verso i rispettivi territori e lascia di fatto una situazione inalterata.

I Naruna, le truppe di rinforzo provenienti da Amurru che hanno cambiato il destino della Battaglia di Kadesh (e della storia egizia?)

Le truppe ittite, un cavallo e un cavaliere, i carri e le squadre scappano da Ramses II nuotando attraverso l’Oronte. Il cavaliere a cavallo si piega all’indietro, forse colpito da una freccia. Il suo cavallo indossa un pettorale tipico dei cavalli da carro, suggerendo che inizialmente tirasse un carro e che ora sia in rotta.
Alcuni uomini muoiono nell’acqua. Il principe di Aleppo viene tenuto a testa in giù dai suoi soldati per fargli espellere l’acqua ingoiata. (Rilievo di Breasted dal Ramesseum)

I prigionieri dopo la Battaglia; a sinistra si contano le mani mozzate ai nemici sconfitti, mentre gli scribi ne annotano il numero

CHI HA VINTO

Tecnicamente nessuno ha prevalso; nella pratica la vittoria strategica è di Muwatalli che mantiene il controllo della fortezza di Kadesh, blocca la riconquista della parte settentrionale della Siria da parte di Ramses e chiude definitivamente l’espansione egizia nella zona.

Da parte sua Ramses può rivendicare di aver combattuto con forze (probabilmente) inferiori, di non essere caduto sul campo o essere fatto prigioniero. Rimane lo sconcertante errore tattico che ha pregiudicato tutta la campagna militare. Le perdite inflitte all’esercito egizio potrebbero essere causa indiretta della mancanza di ogni ulteriore azione egizia di rilievo nella zona negli anni seguenti.

Ḫattušili, fratello di Muwatalli e succeduto al nipote Muršili III dopo averlo detronizzato, preferirà cinque anni dopo un trattato di pace con Ramses e l’Egitto (forse anche come legittimazione del suo trono) suggellando anche il patto con un matrimonio interdinastico di sua figlia, che prenderà il nome egizio di Maathorneferura, con Ramses stesso e di un secondo matrimonio di cui non sappiamo praticamente nulla.

L’EPOPEA DI KADESH

La “propaganda” di Ramses non lascerà posto per i comprimari: il fido auriga Menna “svanisce” dalle rappresentazioni e Ramses viene raffigurato con le redini del carro allacciate sulla schiena come se fosse da solo a guidarlo mentre stermina i nemici con il suo arco

Comunque sia finita la battaglia, Ramses al ritorno la celebra come una grande vittoria. Il resoconto del conflitto (redatto in due versioni, chiamate oggi convenzionalmente “Bollettino” e “Poema di Pentaur”, probabilmente dal nome dello scriba che lo trascrisse sul Papiro Sallier III) si è conservato sia su papiro che nella versione epigrafica e monumentale, corredata da rilievi figurati e didascalie relativi agli episodi salienti, e riportata sui principali edifici egiziani, a Abydos, Tebe (nei templi di Luxor e Karnak, oltre che nel Ramesseum) e Abu Simbel. La versione egiziana, soprattutto nel “Poema di Pentaur” è un peana alle imprese di Ramses, ovviamente, solo ed abbandonato dagli inetti soldati contro il vile re di Ḫatti. Ed è forse il primo esempio di propaganda “politica”, con evidenti falsità da parte egizia (“Sua Maestà uccise tutto l’esercito del vile caduto di Ḫatti insieme con i suoi grandi capi e i suoi fratelli così come tutti i grandi capi di tutti i paesi che erano venuti con lui»). È una versione molto edulcorata, con il solo Faraone come protagonista, e decisamente auto-celebrativa ma rimane il primo componimento poetico di epopea storica

Tutti dovevano conoscere la gloria del Faraone e nessuno doveva dubitare del resoconto della Battaglia:. Il racconto di Kadesh fu trascritto in tutti i principali luoghi di culto in Egitto; qui i rilievi di Abydos
E qui quelli di Luxor

Riferimenti:

  • Violetta Cordani – Lettere fra Egiziani ed Ittiti. Paideia, 2017
  • Franco Cimmino – Ramesses II il Grande. Rusconi 1984
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • John A. Wilson – The Texts of the Battle of Kadesh. The University of Chicago Press, 1927
  • Literature and Politics in the Time of Ramesses II : the Kadesh Inscriptions
  • James Henry Breasted – A History of Egypt from the earliest of times to the Persian Conquest Charles Scribner’s Sons 1905

GLI EROI DI KADESH

A cura di Luisa Bovitutti

Ramses si arrogò tutto il merito di quello che volle definire uno strepitoso successo militare, ma riconobbe di essere debitore nei confronti della sua coppia di cavalli, che a Kadesh lo aiutarono a salvarsi la vita e a fare strage di nemici.

Nel Poema di Pentaur, resoconto della battaglia, si legge infatti che in quell’occasione il Faraone, accerchiato dai nemici, si salvò solo grazie al suo auriga Menna ed ai due cavalli che trainavano il suo cocchio e che si chiamavano “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, tanto che per riconoscenza promise che da quel giorno li avrebbe nutriti personalmente. Egli indossò anche un anello decorato con una coppia di piccoli cavalli.

“Non vennero i principi, gli ufficiali, i soldati di truppa ad aiutarmi mentre io combattevo.Ho vinto milioni di paesi da solo, essendo su “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, i miei grandi cavalli: sono essi che ho trovato ad aiutarmi quando ero solo a combattere contro paesi numerosi.

Darò disposizioni per loro di farli mangiare io stesso, in mia presenza, ogni giorno, quando sarò a palazzo: sono loro che ho trovato in mezzo ai nemici, con l’auriga Menna mio scudiero, dei miei domestici d’amministrazione; i miei testimoni, a combattere, ecco, li ho trovati”.

Dopo la battaglia di Kadesh, i rapporti tra l’Egitto e il regno Hittita divennero stretti e proficui, e molti cavalli anatolici vennero importati per migliorare le razze equine egiziane derivanti da quelle mongoliche, dalle quali con un’accurata selezione è derivato l’odierno cavallo arabo.

I CAVALLI-LEONE DI RAMSES

A cura del Prof. Maurizio Damiano

Ramses promise di onorare i suoi valorosi cavalli, e mantenne la parola, in vari modi: nei testi, nelle raffigurazioni, nell’anello al Louvre ma… anche in un bellissimo modo, tutto egizio.Nelle tre foto vediamo una scena che si trova sul muro esterno ovest, lato nord, del tempio di Luxor.

Si tratta della carica di Ramses II nella battaglia asiatica di Dapur. Vediamo i carri e Ramses (di cui è persa la parte superiore) con il suo carro trainato dai coraggiosi cavalli.

Nella seconda foto vediamo il dettaglio del carro con i cavalli.

E ora, stiamo attenti: nella terza foto vediamo il dettaglio di cavalli: guardiamo i musi; non sono quelli di due cavalli, bensì di due leoni, per celebrarne anche visivamente il coraggio.

Primo Periodo Intermedio

IL PRIMO PERIODO INTERMEDIO

A cura di Piero Cargnino

E VENNE IL CAOS (VII DINASTIA – INIZIO XI)

Il cosiddetto “Primo Periodo Intermedio” è una macchia nella splendida civiltà egizia. In quanto tale rappresenta il completo sfaldamento, non solo del potere centrale, quello dei grandi faraoni costruttori delle imponenti piramidi, dell’età dell’oro, quell’età che vide la prosperità dell’Egitto, ma anche di un lungo periodo di relativa tranquillità vissuta dal popolo, lavoratore, ma sempre rispettoso della Maat.

Già a partire dalla V dinastia assistiamo ad una lenta, ma progressiva, decadenza del potere centrale del faraone con un conseguente incremento di quello dei governanti locali. I nomarchi si preoccupavano del loro territorio sganciandosi sempre più dall’autorità centrale al punto che la loro carica divenne ereditaria riducendo ancor più l’influenza regale. Con l’avvento della VI dinastia le cose continuarono via via a peggiorare fino a giungere ad un punto cruciale alla fine del lungo regno di Pepi II, cosa che potrebbe aver avuto come conseguenza la mancanza di eredi legittimi perché magari premorti al padre.

L’ascesa al trono di Nitokris confermerebbe l’assenza di legittimità o scarsa idoneità degli eventuali pretendenti al trono. Cominciarono quindi a manifestarsi fermenti sociali che porteranno l’Egitto, per quasi due secoli, ad essere preda di disordini, di anarchia a livello provinciale e, forse, anche di invasioni straniere. Il decadimento della regalità centrale, accelerato in questo anche dalle numerose e continue incursioni dei beduini ormai fuori controllo, fece si che si ingenerasse un clima di disordini incontrollabile che ci è stato tramandato, in molti papiri interessanti, redatti, in epoche successive, dagli scribi su incarico dei sovrani della XII dinastia. L’intento era sicuramente quello di celebrare la restaurazione dell’ordine e della stabilità. E’ ovvio che la lettura di questi scritti va fatta con cautela nel senso che la gravità della situazione, in essi descritta, è sicuramente frutto di esagerazioni tendenti a mettere in risalto, ingigantendola un po, la grande opera di pacificazione dei faraoni del Medio Regno. In realtà non si ha la certezza che questo clima di rivoluzione abbia interessato l’intero Egitto, di questo periodo non si conosce quasi nulla. Menfi diventa solo più una capitale simbolica ed il potere si frammenta in più parti. Vediamo ora di capire qualcosa nel groviglio di dinastie e faraoni che si sono succeduti in questo oscuro periodo.

Il Primo periodo intermedio si può suddividere in tre parti,

  • 1) VII e VIII dinastia durante le quali avviene lo sfaldamento completo dello stato unitario.
  • 2) IX dinastia, nasce un nuovo centro di potere nell’Alto Egitto, nella capitale del XX nomo, Ha-Ninsu, (Heracleopoli).
  • 3) X dinastia, caratterizzata da lotte intestine dove i principi di Tebe prevalgono sugli Heracleopolitani e fondano le basi per la riunificazione dell’Egitto che avverrà solo con la XI dinastia dando inizio al Medio Regno.

Manetone ci descrive la VII dinastia come un periodo di grande anarchia dove, a suo dire regnarono settanta re per settanta giorni, cosa che concorda con le varie liste dei re nel riconoscere, per la VII dinastia appunto, l’avvicendamento di circa settanta re, con sede a Menfi. In assenza di riscontri storici che lo confermino dobbiamo immaginare che la cifra di settanta re e di settanta giorni sia puramente simbolica. Per l’VIII dinastia, conosciuta soltanto dalle liste reali, un numero preciso non è possibile farlo, si pensa dai 18 ai 27 faraoni alcuni dei quali avrebbero regnato contemporaneamente. La lista di Abydo riporta 17 nomi, quella di Saqqara non fa alcun cenno del Primo Periodo Intermedio e il Canone di Torino in quel punto è illeggibile.

Giulio Sesto Africano, citando Manetone scrive: <<…..ventisette re di Menfi che regnarono per 146 anni….…>>. Eusebio da Cesarea parla di cinque re che regnarono un secolo. Dati inconfutabili in quanto non esistono reperti archeologici che testimoniano se è vero o falso. In un papiro di epoca posteriore, “Le lamentazioni di Ipuwer”, si legge che in quel periodo spadroneggiavano sugli egiziani dei non ben identificati “asiatici”. Qualcuno avanzò anche l’ipotesi che all’inizio dell’VIII dinastia si fosse formato un regno indipendente nell’Alto Egitto sotto il nomarca di Copto che sarebbe durato circa quaranta anni. Nel 1946 l’egittologo W. C. Hayes dimostrò che questa dinastia copta non è mai esistita. Per quanto riguarda la X e la XI dinastia, spesso associate con il nome di “eracleopolitana”, l’identificazione dei sovrani di una o dell’altra dinastia è resa ancor più difficile dal ripetersi di nomi identici. Poco attendibile è ritenuta la frase di Manetone riportata da Giulio Sesto Africano quando afferma: <<…..diciannove re di Eracleopoli che governarono per 409 anni..…>>. Nel sud, soppiantati i re menfiti, i nomarchi di Tebe raggrupparono intorno a sé i nomoi meridionali sotto il dominio di una ancora più energica famiglia di principi guerrieri, quattro dei quali portavano il nome di Antef.

Possiamo solo immaginare la ricaduta che questi eventi ebbe sul popolo abituato a vivere nel rispetto della Maat avendo alle spalle la sicurezza di uno stato sempre presente ed attento alle loro necessità personificato nella figura del sovrano, il Faraone. Caddero le certezze, i principi fondamentali sui quali poggiava la loro concezione del mondo, la fine dell’Ordine Eterno che gli Dei donarono loro fin dalla creazione. Una causa che potrebbe in parte aver influito sul peggioramento delle condizioni sociali, avvenuta intorno al 2300 a.C., sarebbe attribuibile alla conclusione del cosiddetto “Subpluviale neolitico”, ovvero una lunga fase climatica caratterizzata dalle frequenti piogge sull’Africa nordorientale. La conclusione di tale periodo ebbe come conseguenza l’inaridimento del clima, causa questa della diminuzione dei pascoli, inaridimento delle fonti ed insabbiamento dei campi. La cosa comportò una diminuzione delle risorse alimentari obbligando la popolazione di quelle zone a risalire la valle del Nilo causando così una rivoluzione economico-sociale senza precedenti.

L’Egitto sembra essere tornato all’epoca preistorica, con un raggruppamento di nomoi al nord, nel Medio Egitto, (dinastia eracleopolitana), di cui conosciamo alcuni re, (Kheti I, II e III e Merikara}, e uno a sud, a Tebe, con a capo gli Antef. Si giunse presto a uno scontro e la situazione rimase a lungo confusa tra alterne vicende di vittorie e sconfitte da entrambe le parti, fino a quando, nel 2060 a.C., troviamo l’Egitto nuovamente unito sotto Mentuhotep I, discendente dei governatori tebani che governavano i nomoi del sud; da questa data si fa iniziare il Medio Regno. La maggior parte degli studiosi concorda nel valutare da duecento a duecentocinquanta anni la durata del periodo intercorso da Nitocris alla fine del regno di Mentuhotep I, la loro opinione però è poco più di una congettura.

Abbiamo esaminato a grandi linee quell’epoca della storia egizia che va sotto il nome di “Primo Periodo Intermedio”, per avere un’idea un po più chiara proviamo ora ad immergerci nelle oscure e poco conosciute vicende che ne hanno caratterizzato la storia. Con la caduta dell’Antico Regno viene a mancare ogni fonte di notizie certe sugli avvenimenti che si susseguono per quasi due secoli dove infuriano le lotte intestine fra i vari nomarchi generando il caos tra la popolazione che si trovò priva di quella certezza, garantita da Maat. Di questo periodo ci viene incontro, per raccontarci, con una incerta precisione, la letteratura. Ho volutamente detto incerta in quanto le opere che sono giunte a noi non sono coeve del periodo ma successive, volute dai faraoni che riunificarono il paese e, come già detto, sicuramente ingigantite per mettere ancor più in risalto i loro meriti ed enfatizzare le loro vittorie. Di questo ce ne parla il già citato Ipuwer che racconta questo periodo di devastazione dello stato e la drammatica situazione di quell’epoca: <<……il paese girava come sul tornio di un vasaio, si impoverì e subì il saccheggio, il sovrano fu rovesciato dai poveri, gli uomini morivano di fame e l’Egitto cadde in mano agli asiatici……>>. Altri testi di letteratura che ci tramandano le notizie di questo periodo li troviamo negli “Insegnamenti per il re Merikare”, si tratta di un lungo testo dove il faraone Kheti II, della X dinastia (2135-2040 a.C.), dispensa una serie di ammonimenti e di consigli al figlio Merikara che dovrà succedergli. Il testo è molto interessante perché, forse senza volerlo, descrive il difficile clima politico del tempo. Altre opere di letteratura riferite al periodo ci provengono dalla “Profezia di Neferti” e da molte altre opere. Di grande interesse il “Dialogo di un uomo stanco di vivere”, risalente al Medio Regno, è contenuto nel cosiddetto “Papiro n. 3024”, un rotolo lungo 3 metri e mezzo scritto in ieratico ed oggi conservato presso il Museo di Antichità Egizie di Berlino. Il periodo cui si riferisce è incerto, si pensa al tempo della XII dinastia (1900 a.C.). E’ un testo unico nel suo genere dal quale emerge la spiritualità di un popolo permeato dal culto dei morti e dalla fede incrollabile nell’aldilà, testimonia la grave caduta dei valori fondamentali per il popolo, l’uomo conversa con il suo Ba (anima) ed arriva persino a mettere in dubbio l’esistenza della vita dopo la morte nonché la fede negli Dei. Notizie del tempo ci arrivano anche dalle iscrizioni presenti nelle tombe private. Dalla tomba rinvenuta a Moalla, nell’Alto Egitto, appartenuta al governatore provinciale Ankhtifi, apprendiamo che nel paese era grande la sofferenza e la povertà ed il popolo era denutrito. Ankhtifi contribuì con il suo esercito all’affermarsi del potere nel nord dell’Egitto dopo la caduta dell’VIII dinastia del regno menfita.

Ankhtifi fondò un regno al nord con capitale Ehnasija (Nennisut in egiziano e Herakleonpolis Magna in greco) mentre i suoi avversari si concentrarono a sud nell’Alto Egitto stabilendosi a Uaset (Tebe). Nuovamente diviso in due, l’Egitto si trovò ad affrontare una nuova guerra fratricida fra il nord, che almeno inizialmente riscosse maggior successo riuscendo a penetrare nell’Alto Egitto fino alla tredicesima provincia di Assijut. Tebe fece appello a tutta la sua forza ed una battaglia dopo l’altra riuscì a conquistare tutta l’area tra Elefantina e Koptos. Con l’avvento al trono del faraone tebano Antef II la vittoria definitiva arrise alle truppe tebane che riconquistarono il Basso Egitto nonostante i tentativi, non riusciti, degli avversari di coinvolgere nella lotta i capitribù nubiani che, approfittando del disfacimento del potere centrale, si erano resi indipendenti. Come pare logico pensare la situazione che si era venuta a creare durante il Primo Periodo Intermedio, con le gravi ripercussioni economiche e sociali, non favorì certamente la creazione di particolari complessi monumentali ne tanto meno tombe reali di una certa importanza o piramidi.

Nel prossimo articolo visiteremo la piramide di Ibi, un effimero faraone non ben conosciuto inserito nella VI dinastia ma a tutti gli effetti appartenente già al Primo Periodo Intermedio (VII dinastia). Per quanto riguarda le tombe dei sovrani di questo periodo fino ad oggi non ne sono state individuate nessuna, fonti coeve, decisamente scarse, raccontano che alcuni sovrani vennero tumulati in piramidi che però non sono mai state trovate. Certamente esistevano le tombe dei sovrani del tempo ma la breve durata del loro regno non avrà certamente permesso di erigere grandi edifici e per di più quei pochi dovevano essere di piccole dimensioni e costruite con materiale molto degradabile che non permise di durare a lungo. La solita disputa tra egittologi vede alcuni che ritengono che la necropoli di questi sovrani fosse situata a Saqqara nord nei pressi della piramide di Teti, altri secondo cui la necropoli si trovasse a Nennisut nel Medio Egitto. Una missione spagnola che ha recentemente condotto scavi in zona non ha finora trovato tombe ne piramidi. Davvero un brutto momento per la civiltà egizia il Primo Periodo Intermedio.

Il nostro informatore più prolisso sulla civiltà egizia, Manetone, nei suoi Aegyptiaca, scritti su commissione di Tolomeo II Filadelfo intorno al 300 a.C., ci fornisce la maggior parte delle informazioni sulla cronologia dei sovrani dell’Antico Egitto. Di lui conosciamo quasi nulla, nessuno dei suoi scritti è giunto sino a noi se non per interposta persona. Il primo che ce ne parla è lo scrittore giudaico Flavio Giuseppe nella sua opera “Contra Apionem” del 94 d.C. Altri dopo Flavio Giuseppe parlano di Manetone per cui è da ritenere che la sua opera abbia subito chissà quante manipolazioni. Fu Manetone che, avendo a disposizione molti documenti, si dedicò alla scrittura della storia antico egizia e già la sua precisione ci lascia alquanto dubbiosi avendo egli scritto circa 2000 anni dopo gli eventi che ci interessano. In ogni caso dai raffronti con le informazioni reperite da altre fonti, possiamo delineare un quadro sufficientemente attendibile. Manetone suddivise i regni dei sovrani egizi in 33 dinastie, suddivisione che, nonostante qualche incertezza, è adottata ancora oggi. Il Primo Periodo Intermedio comprende le dinastie dalla VII all’inizio della XI e, come più volte ripetuto è un periodo oscuro della storia antico egizia del quale conosciamo ben poco. Vediamo ora quel poco per ciascuna dinastia.

VII DINASTIA

Qui il problema è grosso in quanto secondo una parte degli studiosi questa dinastia sarebbe spuria, se non addirittura inesistente. Sesto Giulio Africano che trattò l’opera di Manetone in forma epitoma afferma che lo storico parla di questa dinastia come di un periodo in cui: <<……settanta re di Menfi regnarono per settanta giorni…..>>. Secondo Eusebio di Cesarea la frase andrebbe letta: <<……. cinque re di Menfi regnarono per 75 giorni……>>. Non ci viene in aiuto la lista reale di Abido e meno che mai quella di Saqqara che omettono questo periodo saltando subito alla XI dinastia.

Dal Canone Reale di Torino, molto danneggiato e frammentario in questa parte, parrebbero emergere cinque nomi illeggibili, subito viene da pensare ai cinque citati da Eusebio senza però alcun fondamento. Dal punto di vista archeologico non compare nulla.

VIII DINASTIA

Anche qui ci troviamo privi del tutto, o quasi di notizie. Nella lista di Abido compaiono 17 nomi che potrebbero essere 18 a seconda se Merenre II viene inserito in questa dinastia. Come detto quella di Saqqara salta il periodo e il Canone Reale è talmente danneggiato da non permettere alcuna lettura. Sesto Giulio Africano riporta: <<…….ventisette re di Menfi che regnarono per 146 anni……>>. Lo storico bizantino Giorgio Sincello, citando Eusebio, parla di cinque re che regnarono un secolo.

Anche qui non esistono reperti archeologici. Menfi è ancora la capitale ufficiale mentre quella amministrativa è ad Abido, pur dichiarandosi ancora sottomessi a Menfi, i nomarchi di Eracleonpoli regnano incontrastati sul XX distretto dell’Alto Egitto, allo stesso modo si comportano i principi di Tebe. Il Basso Egitto è lasciato a se stesso, nelle sue lamentazioni, Ipuwer parla di “asiatici” che compiono scorribande a danno della popolazione. In questo caos emerge la figura di un visir, Shemai, governatore dell’Alto Egitto e Capo della Testa del sud, i sette distretti più meridionali. Ne fanno menzione i “Decreti di Copto” nei quali sono elencati i privilegi a lui concessi dai sovrani menfiti per garantirsene la fedeltà.

IX e X DINASTIA

Le due dinastie, a fronte dei dati in nostro possesso, si confondono tra di loro per cui è quasi impossibile stabilire l’esatta successione tranne che in rari casi. Il ripetersi di nomi identici di sovrani non permette di distinguere le due dinastie. Entrambe vengono associate come eracleopolitane.

Secondo l’interpretazione di Sesto Giulio Africano, Manetone afferma: <<……..diciannove re di Eracleopoli che governarono per 409 anni……..>>. Per Eusebio di Cesarea i sovrani furono solo cinque che regnarono per un secolo. Per quanto riguarda la X dinastia sempre Manetone afferma: <<……..diciannove re di Eracleopoli che regnarono per 185 anni……..>>.

Di certo si sa che i re della X dinastia si sovrappongono ai primi re tebani della XI dinastia. E’ ipotizzabile che sia eracleopolitani che tebani, nel tentativo di espandersi, abbiano tentato una riunificazione dell’Egitto. Ogni tentativo di stilare una lista completa dei sovrani che si succedettero in questo periodo è del tutto vano in quanto mancano elementi di valutazione, di questo non ci è di aiuto la sequenza con cui vengono elencati che non ci fornisce alcuna garanzia sull’ordine di successione.

XI DINASTIA

L’XI dinastia si può suddividere, per una prima parte nel Primo Periodo Intermedio e per la parte finale in quella che riunificò le Due Terre dando inizio al periodo chiamato Medio Regno. La storia dell’XI dinastia si riassume nelle lotte di Tebe atte al ricongiungimento dell’Egitto sotto un unico sovrano. Con la fine dell’Antico Regno il titolo, anche se puramente simbolico, di “Re dell’Alto e Basso Egitto” era passato da Menfi a Eracopoli, anche se dalla Lista di Karnak si apprende che i primi due sovrani non assunsero mai alcun titolo che confermasse la loro sovranità sull’intero Egitto.

La lotta per la sovranità sulle Due Terre vide la vittoria dei tebani sugli eracleopolitani ad opera di Horo Wah-ankh (Antef II) mentre Horo Samtawy (Mentuhotep II) completò la vittoria con la riconquista delle terre del Delta occupate dai libici e della penisola del Sinai. Finalmente, dopo oltre due secoli, l’Egitto era nuovamente unito e, pronto alla rinascita, entrava in quello che viene chiamato Medio Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • W. S. Smith, “Il regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo periodo intermedio”, il Saggiatore, 1972
  • Mark Lehner, ”The Complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson, 2008
  • Miroslav Verner,, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1998
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 2008
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egizi”, Milano, TEA, 1988
  • David Henige, “How long did Pepy II reign?”, in GM, 2009
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989)
Filosofia

IL BA

A cura di Ivo Prezioso

Questo termine è spesso tradotto, ma a torto, come “anima”. In realtà, nella sua essenza il “ba” è un elemento di mobilità che permette il passaggio da un mondo all’altro. Perciò è il “ba” che risponde all’appello degli officianti che celebrano il culto divino o funerario ed è il “ba” che supera la soglia dell’immaginario per abitare un corpo fittizio, quale può essere, ad esempio una statua. Morendo, l’uomo va a raggiungere il suo “ka” (che tratteremo in seguito), ma non il suo “ba” che è rappresentazione di una facoltà dinamica e non statica. Nell’Antico Regno, solo il re defunto possiede questa straordinaria facoltà di spostamento, ma a partire dal Primo Periodo Intermedio (ca. 2195 – 2064 a.C), con la cosiddetta “democratizzazione” delle credenze sull’aldilà, il “ba” diviene un elemento dell’essere, comune ad ogni defunto, personificazione delle sue forze vitali sia fisiche che psichiche. A partire dalla XVIII Dinastia, lo si rappresenta sotto forma di uccello a testa umana; un’ immagine eloquente che ne esprime insieme la sua mobilità e la sua personalità. Dopo la morte, il corpo resta nella “Dwat” (oltretomba) mentre il “ba” vola via per salire in cielo. Se i riti funerari sono stati eseguiti in maniera corretta, esso sarà libero di vagare ovunque gli piaccia: potrà frequentare i luoghi terreni che gli sono riservati o noti – la cappella funeraria, la dimora terrestre, il suo corpo mummificato, una statua – analogamente, in cielo, può unirsi al seguito di Ra, percorrendo nella sua barca celeste i tragitti del giorno e della notte, rinascendo con Khepri (il sole del mattino) ogni giorno. E’, inoltre, in grado di svolgere le proprie funzioni vitali, quali mangiare e bere, soddisfare i bisogni sessuali, perché non è puro spirito, ma un aspetto in sé completo dei diversi modi dell’esistenza (così come l’”akh”, che abbiamo già incontrato ed il “ka” che sarà oggetto della prossima trattazione).

Analoga descrizione ce la offre Jan Assmann, nello splendido volume dedicato a Ma’at. Secondo l’egittologo tedesco, tra i vari elementi che costituiscono l’individuo, come il ka, il cuore (ib), l’ombra (shwt), il nome (rn), la mummia ecc., il ba è strettamente legato alla nozione di transizione tra due mondi. E’ per questo che è simboleggiato da un uccello: un uccello che s’invola effettua il transito tra terra e cielo. Come anche sottolineato da Edda Bresciani, durante l’Antico Regno è solo il sovrano a possedere un ba, in quanto egli opera questo passaggio, dopo la morte, per unirsi al dio-sole, mentre gli altri uomini “sopravvivono” (“si nascondono”, secondo un passaggio dei Testi delle Piramidi), nella loro tomba presso il “Bell’Occidente”. Dopo la caduta dell’Antico Regno, i concetti interdipendenti del ba, transizione e immortalità, diventano disponibili per tutti: democratizzati, o meglio, secondo Assman, “demotizzati”. Ba è un termine “liminale” (che riguarda, cioè, la sfera della coscienza e della percezione): simboleggia la transizione tra visibile ed invisibile. Si diceva, dei fenomeni naturali, che fossero il ba, cioè la manifestazione tangibile di un certo dio; così il vento , per esempio viene chiamato il ba di “shw” (il dio dell’aria).

Fonti: Edda Bresciani (a cura di), Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto.

Jan Assmann, Maât L’Égypte pharaonique et l’idée de justice sociale

L’uccello BA

E’ questo uccello, la grande cicogna africana, nota come jabiru, che ha ispirato il simbolo con il quale gli egizi rappresentavano il concetto di ba, che noi, impropriamente traduciamo con “anima”. Il perché non è chiaro. Probabilmente ci può essere stata un’omofonia tra il nome dell’uccello e il termine “b3”, come anche deve aver influito la naturale tendenza degli egiziani a rappresentare sotto forma di volatile le componenti più spirituali di un uomo, che si pensava dovessero ascendere verso il cielo. Ma è altrettanto plausibile che ci fossero altri legami più intimi e, per noi completamente intangibili, che facevano associare il ba a questo uccello così caratteristico. Oggi lo jabiru vive nella regione del Nilo Bianco (in Sudan), ma gli egizi furono certamente in grado di osservarlo in regioni a loro più vicine. La documentazione abbonda, infatti di raffigurazioni già dall’epoca preistorica, molto precise nel sottolinearne le caratteristiche tipiche, come il rigonfiamento nella parte superiore del becco e la caruncola presente negli esemplari maschi adulti. Le rappresentazioni d’età storica, invece con le loro varianti, mostrano che solo il simbolo geroglifico, ha continuato a mantenere l’aspetto dello jabiru.

Fonte: Maria Carmela Betrò, Geroglifici, 580 segni per capire l’Antico Egitto

Nefertari, a sinistra, è rappresentata in un padiglione mentre gioca a Senet, mentre a destra è in posizione orante seguita dal suo BA, posato su un edificio (al centro). Tebe Ovest, QV 66

A sinistra: l’uccello BA veglia sulla mummia di Ani, tenendo tra le zampe, il simbolo “shen” associato all’eternità. Illustrazione dal “Libro dei morti dello scriba Ani” (ca. 1290 a.C.).

A destra: lo jabiru, la cicogna africana che in geroglifico rappresentava il BA

Rappresentazioni dell’uccello BA, assieme ad una giraffa ed altri animali, sull’impugnatura di un pettine d’avorio d’età predinastica (avorio Carnavon). Fine IV millennio a.C. New York, Metropolitan Museum of Art.

UN MIRABILE TESTO LETTERARIO: “IL DIALOGO DI UN DISPERATO CON IL SUO BA”

Un testo egizio, assai particolare per il suo contenuto, risalente al Medio Regno è conservato nel Museo di Antichità Egizie di Berlino, dove era giunto alla metà del XIX secolo grazie agli acquisti di Giovanni d’Athanasi, avventuroso collezionista e mercante greco . E’ trascritto Papiro n. 3024, un rotolo di 3 metri e mezzo di estensione, lungo cui si snoda in caratteri ieratici, il dialogo immaginario tra un uomo e il suo Ba, quell’elemento che traduciamo un po’ semplicisticamente e con disinvoltura con il termine “anima”. Si tratta di un tema forse unico nel suo genere e insolito per la spiritualità di una civiltà permeata dal culto dei morti e dalla fede incrollabile nell’aldilà. La datazione è incerta, collocabile però al tempo della XII dinastia, intorno al 1900 a.C.Una prima traduzione in italiano del papiro di Berlino si deve a Sergio Donadoni (La religione dell’antico Egitto, Laterza, Bari, 1959; Testi religiosi egizi, Utet, Torino, 1977) che sembra tracciata sulla falsariga tedesca di Adolf Erman: Gespräch eines Lebensmüden mit seiner Seele (Berlino 1896). E’ infatti Lebensmüden (alla lettera “stanco della vita” ) che ha indotto i traduttori italiani ad usare il termine “aspirante suicida”.

Poco prima del nostro Donadoni se ne era occupato Raymond O. Faulkner: The Man Who Was Tired of Life, in “Journal for Egyptian Archeology”, n. 42, 1956.Edda Bresciani, formatasi alla scuola dell’emerito egittologo palermitano, ne ha curato una rigorosa versione italiana in Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Einaudi, Torino 1969, pp. 199-205.La prima parte del dialogo è incompleta, perché il papiro egizio originale presenta delle lacune. Ma è comunque possibile ricucirne la trama.

Questo il riassunto che ne fa Sergio Donadoni:“…Il mondo sembra un cumulo di ingiustizia e di dolore, decaduto tanto da un mitico passato che non c’è più, e una nemica solitudine lo occupa, in cui tutti sono ostili l’un l’altro. E’ ripreso, con un tono assai più alto e pensoso, un comune motivo dell’epoca, e cioè quello della critica del mondo e della diffidenza verso i valori tradizionali, sia politici che sociali e religiosi. In questa amara solitudine, lo scrittore apre una sorta di dibattito processuale con la propria anima, per ottenere da lei il verdetto: se sia meglio continuare a vivere nel mondo ostile, oppure uccidersi per arrivare presso déi che siano migliori degli uomini, ai quali poter concedere quella fiducia che non si può più dare ai propri simili. A questa protesta contro il mondo, l’anima oppone un altro punto di vista, anch’esso tipico del tempo. Proprio perché nel mondo non c’è un ordinato disegno, anche dalla mitologia funeraria c’è da diffidare. La morte non è una ignota felicità ultraterrena, ma l’ orrore del distacco dalla propria casa, il pianto, il disfarsi dei corpi, invano protetti da inutili tombe, invano forniti di inutili offerte, che ben presto cessano. Questa inconoscibilità dell’aldilà mitico, questa diretta esperienza della miseria e della morte qui si uniscono in unico consiglio: godere della vita così quale è metter da parte speculazioni amare, rituffarsi nel fluire del mondo, non più con la felicità antica, che comportava una piena accettazione del mondo come perfezione, ma con rassegnata volontà di dimenticare quanto di doloroso e di rischioso ci sia nell’ignoto aldilà.”.

Quella che segue è, invece, la rigorosa traduzione, proposta da Edda Bresciani.

[……]Aprii la mia bocca alla mia anima, che potessi rispondere a ciò che aveva detto: “È troppo per me oggi, che la mia anima non discorra con me! È davvero eccessivo per esagerazione, è come se mi ignorasse. Non se ne vada la mia anima, ma aspetti per me […]. [Essa sta] nel mio corpo come una rete di corda, ma non le avverrà di evitare il giorno della disgrazia. Ecco, la mia anima mi porta fuori di strada, ma io non le do ascolto; mi trascina alla morte (per evitare un facile fraintendimento, la Bresciani chiarisce che il soggetto è “il giorno della disgrazia”), prima che sia venuto a essa, e mi getta sul fuoco per bruciarmi […]. Si avvicina a me il giorno della disgrazia, e sta da quel lato come farebbe un [demone?]. Tale è colui che esce fuori per portarsi a lui. O mia anima, che sia incapace di consolare la miseria in vita, e mi scoraggi dalla morte, prima che sia venuto a lei, fa’ dolce per me l’Occidente! È forse una disgrazia? La vita è un’alterna vicenda, e anche gli alberi cadono. Passa sopra il male, perché la mia miseria dura. Thot mi giudicherà, lui che pacifica gli dei! Khonsu mi difenderà, lui che è lo scriba per eccellenza! Ra udrà le mie parole, lui che comanda la barca solare! Mi difenderà Isdes (Thot) nella Sala Santa, perché il bisognoso è pesato [coi pesi] che (dio) ha sollevato per me! È dolce che gli dèi allontanino i segreti del mio corpo!” Ciò che la mia anima disse: “Non sei forse un uomo? Tu invero sei vivo, ma qual è il tuo profitto? Prenditi cura della vita (?) come (se tu fossi) ricco”.

Io dissi:<<non me ne voglio andare perché (la ricchezza) è perduta! Tu puoi correre via, ma non ci si occuperà di te. Ogni prigioniero dice: Ti prenderò”. Quando sei morto il tuo nome vive: vi è ancora un luogo di attraente riposo del cuore. E’ un paese l’Occidente, un viaggio [….] faccia. Se la mia anima innocente mi dà ascolto, e il suo cuore è d’accordo con me, sarà fortunata, perché io farò che raggiunga l’ Occidente, come uno che è nella sua piramide, alla cui sepoltura assiste un sopravvissuto. Io farò (offerte) sul tuo cadavere e renderai un’altra anima in stanchezza. Io farò [una tomba per te], così tu non sarai fredda, e farai invidiosa un’altra anima che è calda. Berrò acqua dal mulinello, alzerò l’ombra, che tu possa far invidiosa un’altra anima che è affamata. Ma se tu mi trattieni dalla morte, in questo modo non troveresti dove poterti posare nell’Occidente. Sii gentile, anima mia, fratello mio, e diventa mio erede, che farà offerte e starà nella tomba il giorno della sepoltura e preparerà una bara per la necropoli.>>

La mia anima aprì a me la sua bocca, e rispose a ciò che avevo detto:

<<Se pensi alla sepoltura, è un’amarezza del cuore, è un portar pianto facendo miserabile un uomo; è un portar via l’uomo dalla sua casa, gettandolo sull’altura. Mai uscirai su a vedere il sole! Coloro che hanno costruito in granito, che hanno edificato sale (?) in belle piramidi con bel lavoro, quando i costruttori son divenuti dèi, le loro tavole d’offerte sono vuote come quelle dei miserabili morti sulla riva a causa della mancanza di eredi sulla terra, di cui l’acqua ha preso una parte e il sole ugualmente, ai quali parlano i pesci della sponda. Ascoltami, è bello ascoltare per gli uomini: segui il giorno felice, dimentica l’afflizione. Un povero uomo aveva arato il suo pezzo di terra; aveva caricato la sua semente sopra una barca, trainandola , quando era vicina la sua festa. Vide arrivare l’oscurità del vento del nord, mentre vegliava sulla barca al tramontar del sole. Scappò con sua moglie e i suoi figli, ma perirono di notte in un lago infestato dai coccodrilli. Infine sedette e ruppe (il silenzio) con la sua voce, dicendo: “ Non piango per quella madre là, che non potrà più uscire dall’Occidente un’altra volta sulla terra! Sono afflitto per i suoi figli, spezzati nell’uovo, che hanno guardato il volto del (dio) Coccodrillo prima di aver vissuto”.

Un povero uomo chiese un pasto; sua moglie gli disse: “C’è (un po’ di tempo) per la cena”. Egli esce ad orinare per un momento, e torna alla sua casa ed è come un altro: sua moglie ragiona con lui, ma lui non le dà ascolto: egli orina (?) ed è abbattuto il cuore dei familiari >>.(se il verbo “st “è uguale a “sst “precedente il pover’uomo avrebbe avuto un attacco di incontinenza mortale. Più probabilmente è un altro verbo forse con il significato di smarrirsi o impazzire. Anche in questo episodio, come nel precedente protagonista è l’imprevedibilità del Destino. Nota di Edda Bresciani).

Aprii la mia bocca alla mia anima, che potessi rispondere a ciò che aveva detto:

<<Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore degli avvoltoi, un giorno di estate, quando il cielo è ardente. Ecco, il mio nome puzza, ecco, [più che il fetore ] di un prenditore di pesci, un giorno di presa, quando il cielo è caldo. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore delle oche, più (che il fetore) di un canneto pieno d’uccelli acquatici. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore dei pescatori, più che le insenature paludose dove hanno pescato. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore dei coccodrilli, più che star seduti presso le rive piene di coccodrilli. Ecco, il mio nome puzza, ecco più (che quello) di una donna intorno alla quale sono dette menzogne a un uomo. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più (che quello) di un bambino robusto, di cui si dice “E’ del suo rivale” (frutto cioè di un adulterio). Ecco, il mio nome puzza, ecco più (che quello)di una città di un sovrano, che organizza la ribellione, quando è visto il suo dorso. (quando cioè la ribellione è vinta e la città sconfitta). A chi parlerò oggi? I fratelli sono cattivi, gli amici di oggi non possono essere amati. A chi parlerò oggi? i cuori sono rapaci, ognuno prende i beni del compagno. (A chi parlerò oggi?) La gentilezza è perita, la violenza si abbatte su ognuno. A chi parlerò oggi? Si è soddisfatti del male, il bene è buttato a terra dovunque. A chi parlerò oggi? Un uomo che dovrebbe far adirare per le sue azioni malvagie, fa ridere tutti per il suo iniquo peccato. A chi parlerò oggi? Si depreda, ognuno deruba il suo compagno. A chi parlerò oggi? Il criminale è un amico intimo, il fratello insieme al quale si agiva è divenuto un nemico. A chi parlerò oggi? Non si ricorda lo ieri, nessuno aiuta chi prontamente aiutava. A chi parlerò oggi? I fratelli sono cattivi, si ricorre agli stranieri per avere affetto. A chi parlerò oggi? Le facce son girate via, ognuno guarda con diffidenza ai suoi fratelli. A chi parlerò oggi? I cuori sono rapaci, non c’è cuore d’uomo al quale far confidenza. A chi parlerò oggi? Non ci sono più i giusti, la terra è abbandonata agli iniqui. A chi parlerò oggi? Vi è mancanza di un amico intimo, si ricorre ad uno sconosciuto per fargli una lagnanza. A chi parlerò oggi? Non c’è uno contento, quello che un tempo camminava con lui, più non c’è. A chi parlerò oggi? Sono carico di dolore per la mancanza di un intimo amico. A chi parlerò oggi? Il male che colpisce la terra, non ce n’è la fine.

La morte è davanti a me oggi, come quando un malato risana, come l’uscir fuori da una detenzione. La morte è davanti a me oggi, come il profumo della mirra, come seder sotto una vela in una giornata di vento. La morte è davanti a me oggi, come il profumo dei loti, come seder sulla riva del Paese dell’Ebbrezza. La morte è davanti a me oggi, come una strada battuta, come quando un uomo torna a casa sua da una spedizione. La morte è davanti a me oggi, come il tornar sereno del cielo, come un uomo che riesce a veder chiaro in ciò che non conosceva. La morte è davanti a me oggi, come quando un uomo desidera veder casa sua, dopo molti anni passati in prigionia”. Certo chi è là, sarà un dio vivente, che scansa il peccato di chi lo fa. Certo chi è là, sarà uno che sta sulla barca del sole, facendo dare il meglio ai templi. Certo chi è là, sarà un saggio, uno cui non sarà proibito il supplicare Ra quando parla>>

Ciò che disse la mia anima a me: <<Butta la lamentela sul piolo (?), camerata e fratello, fa’ offerte sul braciere *, attaccati alla vita come ho detto. Desiderami qui, rinvia per te l’Occidente. Quando giungerai all’Occidente, dopo che il tuo corpo si sarà unito alla terra, mi poserò quando sarai stanco e allora abiteremo insieme>>.*

Qui la Bresciani precisa: “fa offerte sul braciere e non “gettati nel fuoco”. La cattiva lettura dell’ultima strofa ha fatto credere che l’anima esortasse l’uomo a gettarsi nel fuoco e così morire. (ed è del tutto logico, altrimenti un siffatto suggerimento, sarebbe in totale e insensato contrasto con la posizione assunta dall’anima sin dall’inizio del componimento).P.S. ho già pubblicato, in parte questo assoluto capolavoro. Questa volta mi son preso licenza, di proporlo nella sua interezza, così come lo ha tradotto la grande Edda Bresciani. Nella prima parte è esposto un riassunto, nella versione di Sergio Donadoni, per chi trovasse troppo lungo e difficile il testo integrale. (per lo meno quello che ci è giunto, visto che manca la parte iniziale). A mio avviso si tratta di uno dei più alti esiti raggiunti dalla Letteratura Egizia: presenta una forma raffinata e al contempo di vivida suggestione e soprattutto ci presenta una profondità di pensiero, che accomuna l’uomo di 4.000 anni fa a quello moderno su uno degli aspetti più problematici dell’esistenza umana: il “mal de vivre”, che qui sembra causato essenzialmente dal frantumarsi dei valori morali, a seguito del collasso del sistema avvenuto dopo il crollo dell’Antico Regno. Lo sconvolgimento di quell’ordine, equilibrio cosmico e sociale, che va sotto il nome di Maat, lascia il posto al caos (Isefet). Questa, sembra essere la causa dello sconforto del protagonista (anche se non possiamo escludere che ci fossero pure ragioni individuali, visto che l’incipit è andato perduto): la mancanza di fiducia in un prossimo divenuto ostile, la perdita del rispetto (“il mio nome puzza”), lo sgomento di fronte all’egoismo e alla cattiveria umana. Temi di una modernità assoluta, perfettamente sovrapponibili alla, per certi versi, desolante realtà che oggi viviamo!

Nell’immagine: una sezione del papiro n. 3024, contenente il testo, in ieratico, del “Dialogo del Disperato con il suo Ba”. Berlino, Museo delle Antichità Egizie

Nuovo Regno, Statue

IL COLOSSO DI SETHI II

A cura di Grazia Musso

  • XIX Dinastia
  • Arenaria rosa
  • Altezza 465 cm.
  • C. 1383: collezione Drovett
  • Museo Egizio di Torino.

La scoperta e il trasporto di questo straordinario colosso, facente parte della collezione Drovetti, sono menzionati nell’iscrizione incisa sulla base della stessa statua che ricorda il suo ritrovamento a opera di Rifaud a Tebe nel 1818 e il suo successivo trasferimento via mare fino a Livorno nel 1819. In una lettera del 1824 Giulio Cordero di San Quintino, incaricato dai Savoia di sovrintendere la spedizione di tutta la raccolta da Genova sino a Torino, espose le sue riflessioni sui modi e i tempi del trasporto, mostrando particolare preoccupazione per il peso eccezionale della statua che avrebbe richiesto la costruzione di un apposito carro montato su affusti di cannone, trainato da sedici cavalli.

Il colosso, insieme al suo gemello ora conservato al Louvre dove giunse con la seconda collezione Drovetti acquistata dalla Francia nel 1827, si trovava in origine davanti al piccolo tempio fatto costruire de Sethi II nel primo cortile del tempio di Amon-Ra a Karnak.

Il faraone vi è effigiato in veste cerimoniale con tutti i simboli della regalità : doppia corona formata di corna d’ariete, piume laterali e disco solare sulla sommità, l’ureo sulla fronte, la barba posticcia.

Il gonnellino a fitte pieghe indossato dal sovrano è impreziosito da alcuni elementi decorativi eseguiti con cura minuziosa.

Sulla cintura vi è il cartiglio con il nome del faraone, sul davantino la testa di una belva ferina e sul bordo inferiore un fregio di urei con disco solare sul capo, singolo di regalità.

La base del colosso riporta la titolatura e i nomi di Sethi II, che sono scritti come da tradizione, all’interno dei cartigli.

Fonte: I Grandi Musei: il Museo Egizio di Torino – Electra.

Filosofia

L’AKH

A cura di Ivo Prezioso

Introduzione

Mentre il nostro pensiero religioso è improntato ad un concetto dualistico che implica la dicotomica distinzione tra corpo ed anima, tra materiale e spirituale, per quanto riguarda gli antichi egizi, quest’idea era fondamentalmente estranea alla loro cultura. Il loro pensiero, molto più articolato, ci appare piuttosto sofisticato e, se vogliamo, anche alquanto straniante. Fatta salva la dimensione materiale, che era rappresentata dal corpo (“khet”), l’anima, intesa come principio vitale e trascendente comune a dei ed uomini, presentava diversi aspetti , ciascuno dei quali con una propria denominazione e con caratteristiche ben precise, che andavano a definire l’interezza dell’ individuo. I principali aspetti di questi elementi erano: “Akh”,“Ba” e “Ka”; ma non erano gli unici. Altri elementi molto importanti erano l’ombra (“Shwt”) ed il nome (“Ren”).Inizierò la trattazione, necessariamente limitata, di questo delicato argomento con il primo degli elementi menzionati.

Parte prima: l’AKH

Il termine deriva dalla radice verbale “3kh”, il cui significato è essere efficace, essere utile e forse non ha relazione con la parola “j3khw”, splendore di luce , essere luminoso, come si è a lungo creduto. L’Akh di un uomo è in cielo e pertanto, completamente distinto dal corpo, che rimane ancorato alla terra. Esso individua una forma particolare, comune a dei e uomini: l’essere divino che impregna entrambi. Gli Akhw (plurale di Akh) sono gli esseri che popolano l’Oltretomba, sia geni, sia defunti divinizzati e pertanto potenti, ”efficaci”. Hanno la capacità di ritornare nel mondo dei viventi e di vegliare sull’inviolabilità della loro tomba, minacciando i profanatori e promettendo, invece protezione a chi la rispetta, anche nell’aldilà. E’ questa la ragione per cui, nelle ”lettere ai defunti”, ci si rivolge al loro “Akh”. Curiosamente, il termine sopravvive nel vocabolo copto, (l’ultimo stadio della lingua, parlata dagli egiziani convertiti al cristianesimo fino al XVI secolo ed in parte mantenutasi in ambito liturgico) “ikh” col significato di “spirito”, “spettro”, per cui ha conservato l’antico concetto di entità spirituale del defunto capace di mantenere il contatto col mondo dei vivi.

Fonte: Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto. A cura di Edda Bresciani

Nell’immagine la rappresentazione geroglifica dell’ Akh. E’ costituita da un ibis eremita e dal suo complemento fonetico “kh” a sinistra (una placenta?)

Curiosità: una delle prime immagini che abbiamo di un ibis eremita – una specie in via di estinzione – coincide con una delle prime testimonianze di scrittura. Gli antichi egizi avevano dato connotazioni divine a questa specie benefattrice che si nutriva di serpenti velenosi, e ne rappresentava l’immagine in un carattere geroglifico (Akh), che aveva significati diversi in quella civiltà. L’affermazione si riferisce a piccole placche d’avorio e di osso portate alla luce dal team del dottor Gunter Dreyer presso la necropoli di Abydos nell’Alto Egitto, risalenti a circa 5.200 anni fa: in quelle che sembrano essere tra le prime tracce di scrittura al mondo, incluse negli oltre 200 pezzi trovati, uno rappresenta un ibis eremita.