Filosofia

IL “REN” – IL NOME

A cura di Ivo Prezioso

Anche il nome costituisce una componente fondamentale dell’individuo sia che si tratti di un dio, re, uomo o animale. Nella nostra mentalità il linguaggio è inteso come un codice di comunicazione per cui pronunciando il nome di un oggetto anche in idiomi diversi, abbiamo la consapevolezza di alludere univocamente ad esso. Per gli egizi le cose non stavano esattamente così: per loro tra il nome evocato e ciò che era nominato esisteva una precisa identità. Ne conseguiva che anche la scrittura assumeva un carattere di sacralità in quanto dava vita alle entità scritte. E così, pronunciare o scrivere il nome di una persona, equivaleva a farla vivere (o rivivere) esercitando su di essa un notevole potere. Questo spiega ampiamente perché gli dei stavano ben attenti a non permettere che si conoscesse il loro nome vero (segreto): rivelarlo significava dare ad altri dei la possibilità di assoggettarli al proprio volere. Per precauzione utilizzavano una serie infinita di nomi che insieme costituiscono quello completo. E’ noto il mito di Iside che, per conoscere il vero nome di suo padre Ra, lo fa mordere da un serpente da lei creato e rifiuta di guarirlo finché non gli abbia rivelato il suo nome segreto. Già a partire dai Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, sono menzionate serie di formule magiche che hanno lo scopo di permettere al defunto di venire a conoscenza del nome segreto delle varie divinità, al fine di poter trattare da pari a pari e diventare uno di loro. Al momento della nascita ciascun egiziano riceveva un nome denso di significati magico-religiosi. Ad esempio Padiaset significava “Colui che Iside ha donato” (probabile antenato, attraverso il greco, del nostro Isidoro), Ramesse “Ra lo ha generato” e così via. Poiché perdere il proprio nome comportava l’annientamento dell’identità, il proprietario della tomba lo faceva scrivere ossessivamente sia sulle pareti che sugli oggetti del corredo funebre. Gli egizi erano convinti che la cancellazione del nome fosse una condanna peggiore della morte stessa e riservavano questa punizione ai peggiori malfattori, come i violatori di tombe i cui nomi venivano cancellati o persino cambiati dopo il processo. Anche il nome di un re poteva subire questa sorte, come nell’arcinoto caso di Akhenaton, il cosiddetto “faraone eretico”.

Antico Regno, Statue

KAIPUNESUT

Di Patrizia Burlini

Un magnifico volto di 4600 anni fa, appartenente a Kaipunesut, falegname reale.

“Sebbene gli archeologi non siano concordi nel valutare la data della tomba da cui proviene questa statua, le caratteristiche della decorazione della mastaba e di altre statue in pietra nella tomba di Kaipunesut indicano una possibile datazione verso metà della IV dinastia sia per questa statua in legno sia per un’altra al Cairo. La datazione troverebbe conferma negli occhi semicircolari e nelle labbra allungate.

Poche sculture in legno della IV Dinastia sono conservate. La cintura di Kaipunesut è finemente incisa con il suo nome e titoli, il primo dei quali è “falegname Reale”. Forse era coinvolto nella realizzazione delle sue stesse belle statue lignee.”

Conservato al MET di New York Titolo: Statua di Kaipunesut

Periodo: Antico Regno, IV Dinastia, regno di Radjedef o successivo Data: ca. 2528–2520 B.C. o successivo

Provenienza: Regione Menfita, Saqqara, necropoli della piramide di Teti, Mastaba of Kaemheset

Materiale: legno, pittura

Dimensioni: H. 150 cm

Credit Line: Rogers Fund, 1926 Accession Number: 26.2.7

Fonte: The MET

Foto di dominio pubblico

Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LE SEDIE DI TUTANKHAMON

SEGGIOLINA DA BAMBINO

A cura di Patrizia Burlini

Questa seggiolina di uso quotidiano fu trovata nell’anticamera della tomba di Tutankhamon. Si ipotizza che il faraone la usasse da bambino alla corte di Amarna.

È realizzata in ebano massiccio con intarsi in avorio e con pannelli in oro sui braccioli, dove sono rappresentati degli orici feriti e piante del deserto. Le gambe, a forma di zampe anteriori e posteriori di leone, terminano con artigli in avorio.

Questa sedia è uno straordinario esempio di manifattura: lo schienale leggermente curvo è sostenuto da tre doghe verticali; il sedile è composto da cinque doghe scolpite, su cui probabilmente veniva posto un cuscino: il tutto in un insieme armonioso ed elegante – dove anche l’ergonomia trova il suo posto – che ci lascia stupiti ancor oggi.

L’ebano nell’antico Egitto era un legno estremamente raro e difficile da trovare, probabilmente proveniente da scambi commerciali con l’Africa occidentale.

Altezza della seduta 32 cm.

Dimensioni totali; cm. 40,6×39,1×71,5.

Proveniente dalla KV 62, Valle dei Re e conservata al Museo del Cairo JE 62033

Fonti:

  • Web
  • The Immutability of the Core Construction of a Chair: The Building Techniques from Ancient Egypt to Contemporaneity By André Patrício Published : April 3rd 2019

SEGGIO PICCOLO IN LEGNO

A cura di Grazia Musso

Seggio piccolo in legno Altezza 73 cm. Carter 349

Questa seggiola da bambino fu usata dal faraone in giovane età.

Le gambe hanno la forma di zampe di leone, a simboleggiare i concetti di protezione e rinascita nell’aldilà.

La seduta ha doppia curvatura e lo schienale è inclinato, la sedia non ha braccioli.Fra le gambe ci sono dei pannelli lavorati a giorno che fungono da supporti e sono decorati con i fiori di loto e papiri, piante araldiche che simboleggiano l’Alto e il Basso Egitto.

I vegetali sono intrecciati al geroglifici che raffigurano. i polmoni e la trachea che significa “unire”.

Sull’alto schienale è raffigurato Horo in forma di falco, mentre dispiega le ali, a protezione del re seduto sulla sedia, fra gli artigli tiene i segni shen, simboli dell’eternità e al di sotto delle ali ci sono due ankh, simboli della vita, fra scettri was, emblemi di potere e autorità.

Al di sopra delle ali di Horo si trovano i cartigli del faraone, dunque Horo protegge sia i nomi del re sia il sovrano in persona.

Fonte : Tutkhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – Einaudi.

8Luisa Bovitutti, Franco Nicoli e altri 6Commenti: 2

Cose meravigliose

LA GRANDE BELLEZZA

A cura di Andrea Petta

La Grande Bellezza, la Brutta Politica e la Pessima Comunicazione (Ernesto Schiaparelli e Nefertari)

Agli albori del XX secolo il mondo archeologico egiziano sta cambiando. L’epoca dei saccheggi, anche travestiti da presunti scavi archeologici, sta tramontando. Si seguono regole via via più precise e stringenti, servono permessi ed autorizzazioni. C’è concorrenza tra le diverse spedizioni europee per farseli assegnare. La neonata Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) sgomita un po’ a Giza nel 1903 con le corrispettive missioni inglesi e tedesche, poi ripiega a Tebe. Ma la Valle dei Re è off-limits per i sabaudi, è stata assegnata loro la Valle delle Regine, l’antica Ta Set Neferu, il Luogo delle Bellezze. Le speranze sono comunque grandi per l’uomo a capo della spedizione, pensa che tra le tombe dei nobili si possa trovare qualcosa di grande valore archeologico.

Ernesto Schiaparelli non sa che sta per scoprire la tomba probabilmente più bella di tutto l’Antico Egitto.

Sì, cose meravigliose vennero alla luce con Schiaparelli…

Figlio di un professore di Storia dell’Università di Torino, era nato 48 anni prima in un paesino del Biellese, Occhieppo Inferiore, che le cronache dell’epoca descrivono come “diversamente fortunato”: terreno poco fertile, clima freddo, niente pascoli montani e niente castagneti, che fornivano l’alimento per la sopravvivenza invernale. Gli Schiaparelli sono però benestanti da quando un lontano antenato ha iniziato a conciare le pelli e possono far studiare i figli. Ernesto studia lettere a Torino, poi può permettersi di andare un anno alla Sorbona a Parigi, e quell’anno gli cambia la vita. Segue le lezioni di Maspero in quel periodo e la sua strada prende la direzione del Nilo. Dirige la Sezione Egiziana del Museo Archeologico di Firenze, poi direttamente il Regio Museo d’Antichità ed Egizio di Torino. In quel ruolo potrebbe limitarsi a gestire acquisizioni ed esposizione, ma Ernesto è “figlio” della scuola francese ed è convinto dell’importanza del lavoro sul campo. È già stato un paio di volte in Egitto, ed ha partecipato alla scoperta della tomba di Harkhuf, un nomarca della VI Dinastia, che gli ha confermato quanto sia importante operare in prima persona.

La lettera originale di Schiaparelli al Ministro della Pubblica Istruzione con la richiesta di istituzione della Missione Archeologica Italiana.

Furbescamente non menzionò mai se una missione archeologica fosse più o meno dispendiosa dell’acquisizione diretta di reperti e menzionò una lettera di “invito agli scavi” di Maspero che in realtà non esisteva…

Nel 1903 riesce quindi a farsi assegnare un budget da Vittorio Emanuele III ed i permessi dal suo vecchio insegnante, Maspero. Il budget è in realtà irrisorio: l’equivalente di più o meno 90,000 euro attuali all’anno per soli quattro anni. Schiaparelli risparmierà peggio di un genovese negli scavi; lui stesso sfrutterà sempre l’accoglienza dei missionari invece degli alberghi (supporterà sempre l’opera delle missioni religiose). E la concorrenza per le concessioni è spietata. I francesi fanno ancora la parte del leone; poi ci sono gli inglesi con Petrie che è una specie di macchina da guerra archeologica, gli statunitensi con Reisner (che porterà a Boston un mare di reperti) e stanno arrivando i tedeschi con Borchardt, che farà il “botto” ad Amarna. A stento, e apparentemente solo per la loro vecchia conoscenza, ha strappato a Maspero la concessione per la Valle delle Regine e le necropoli tebane. In realtà c’è un sottile gioco politico dietro, con un’alleanza italo-francese nell’area del Mediterraneo per limitare l’espansione britannica.

L’autorizzazione originale di Maspero agli scavi della M.A.I. nella Valle delle Regine

Per dare un’idea dell’affollamento a Giza nel 1903:
Seguendo le istruzioni del Maspero, Direttore Generale delle Antichità per il Governo Egiziano, si spartì l’area cemeteriale come segue:
1) agli Italiani era assegnata, del Cimitero Occidentale di Cheope diviso in tre striscie (sic) E-W, la striscia sud, inoltre del Cimitero Orientale di Cheope, diviso in due parti dal prolungamento della mediana E-W della piramide di Cheope, la parte sud;
2) ai Tedeschi, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia centrale, il Cimitero Meridionale di Cheope, il Cimitero Orientale di Chefren;
3) agli Americani, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia nord, del Cimitero Orientale di Cheope la parte nord, nonché il Cimitero Orientale di Micerino

E così, nel 1904 scopre tra le altre l’ingresso della tomba di Nefertari. La tomba è stata completamente saccheggiata ma ebbe a scrivere Schiaparelli “Sebbene i corredi funerari rinvenuti fossero pochissimi, (noi) ci siamo comunque rallegrati del ritrovamento, poiché oltre ad essere la tomba di una delle più famose regine egizie, era anche di una singolare bellezza”. Rallegràti? Singolare bellezza? Se avesse trovato il busto di Nefertiti cosa avrebbe detto? “Bella statuetta”? In realtà la tomba verrà descritta come “la Cappella Sistina egizia” e la vedremo nel dettaglio con tutto il suo splendore.

Stereografia (all’epoca andavano di moda) dell’ingresso della tomba di Nefertari. Schiaparelli è tutto a destra, con il cappello. L’arco appena costruito (con allegata porta in ferro) è quello menzionato da Carter nelle relazioni annuali dei lavori svolti

Schiaparelli però non la sfrutta; il lavoro nelle tombe della Valle delle Regine dura solo un anno ed incredibilmente al termine di quell’anno Schiaparelli è in enorme difficoltà. I reperti disponibili per Torino sono pochi, paradossalmente Nefertari si rivela una cocente delusione in termini di oggetti da mostrare. Mettiamoci anche che Schiaparelli non è proprio un fulmine di guerra nelle comunicazioni – Belzoni probabilmente lo avrebbe preso a ceffoni al riguardo, e se li sarebbe meritati tutti – tanto da scrivere qualcosa sulle spedizioni della M.A.I. (nomen omen) solo vent’anni dopo. La cosa avrà gravi ripercussioni.

La missione italiana, senza pubblicazioni eclatanti, politicamente conta veramente poco nel panorama dell’epoca. Negli Annali del Servizio delle Antichità Egizie il loro lavoro viene completamente ignorato. La nota di Howard Carter (!) del 1904 è: “Per le tombe recentemente scoperte di Nefertari-Meri-Mut e Seth-hi-khopesh-ef, sono stati costruiti archi sopra gli ingressi per proteggerli dall’acqua piovana o dalla caduta di pietre; si stanno realizzando porte placcate in ferro, e spero di farle riparare prima della fine dell’anno. Ho fatto qui l’esperimento di un nuovo progetto di porta di ferro fino ad ora utilizzata per le tombe”. Tutto qui. Più importanti le porte delle decorazioni.Maspero addirittura si limita a “[gli italiani] hanno svuotato le tombe scoperte l’anno scorso e ce le hanno consegnate” manco fossero i corrieri di Amazon (1904); “[Schiaparelli] ha sgomberato diverse tombe nella Valle delle Regine senza trovare nulla di valore” (1905). Con tanti saluti a Nefertari ed agli artisti che hanno lavorato alla sua tomba, sic transit gloria mundi.

Rilievi nella QV66

E così il finanziamento del Re sta per scadere; per mesi gli operai continuano a imbattersi in tombe dove i saccheggiatori hanno già fatto man bassa di oggetti preziosi. Lo “salva” il sito (considerato fino a quel momento secondario) di Deir el Medina, dove in sua assenza notano una struttura a piramide che racchiude una cappella dipinta di grande bellezza. Verso la metà di febbraio 1906, una porta in legno al fondo di un angusto corridoio sotterraneo svela una delle più grandi scoperte dell’egittologia mondiale: la tomba intatta di Kha e della sua sposa Merit, un magnifico corredo intatto di oltre 500 oggetti rimasti sepolti per oltre 3000 anni. Degli oltre 30mila reperti che dal 1903 al 1920 giungono a Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana, questo tesoro rimane tra i capolavori più ammirati del museo Egizio.

Non pubblicando nulla, il “giudizio” del solito Maspero è lapidario: “[Schiaparelli] portò alla luce, a Déîr-el-Médinéh, tre o quattro tombe danneggiate della XX e XXI dinastia (…) Schiaparelli oltrepassò le rive del Nilo quasi senza fermarsi lì, e i pochi colpi di piccone che diede sui luoghi concessi al governo italiano furono di poco frutto; “L’Italia, che ha molte località interessanti, ne ha utilizzate solo due”.

La “Stele di Kha e Meryt” era già a Torino (collezione Drovetti), come era nota la cappella piramidale che fece comunque da “guida” per gli scavi

Sull’onda dei reperti di Kha, il governo sabaudo prolungherà il finanziamento alla M.A.I. fino al 1920. Schiaparelli diventerà anche Senatore del Regno, più per motivi umanitari legati alle missioni francescane ed al supporto agli emigranti italiani.

Schiaparelli non è stato il primo egittologo italiano in Egitto (Belzoni e Drovetti negli anni Venti dell’Ottocento peraltro furono collezionisti e non egittologi), ma il primo a cercare per conto dell’Italia come stato-nazione – nel bene e nel male. Ebbe dei meriti pionieristici e delle lacune anche caratteriali.Nei prossimi post cercherò di rendere onore alle sue principali scoperte, a partire dall’ultima dimora della Regina “attraverso il cui splendore brilla il Sole”.

Riferimenti:

  • Silvio Curto, Gli Scavi Italiani A El-Ghiza (1903). Roma, 1963
  • Enrica Parlamento, Ernesto Schiaparelli: insigne uomo di scienza e di fede dalle origini occhieppesi. Occhieppo, 2006
  • Ernesto Schiaparelli, Una Tomba Egiziana Inedita Della VI Dinastia- Accademia deio Lincei, 1892
  • Jarsaillon, Carole, “Schiaparelli et les archéologues italiens aux bords du Nil : égyptologie et rivalités diplomatiques entre 1882 et 1922”, Rivista del Museo Egizio (2017)
Filosofia

LA “SHWT” – L’OMBRA

A cura di Ivo Prezioso

è una delle manifestazioni della persona che sembra rappresentasse una componente vitale del corpo (“kh3t”).

Nel “Libro della Terra” i defunti nell’aldilà “accolgono il disco solare, grande di ombra e ricevono i loro corpi”. In altre parole, il corpo riprende vita e si materializza solo in presenza di luce, che lo illumina e così facendo gli restituisce la sua ombra, parte essenziale dei vari aspetti dell’essere. Così come avviene per il Ba, anche l’ombra, dopo la morte si separa dal corpo ed ha la facoltà di vagare lontano da esso. Nei dipinti funerari viene solitamente rappresentata come una silhouette nera sul cui viso è dipinto un occhio, oppure come il parasole stilizzato nella sua scrittura geroglifica. Dal momento che l’ombra evoca anche la protezione contro i cocenti raggi del sole, alcuni testi sacri affermano che “gli dei trasmettono forza e protezione attraverso la loro ombra”.

Fonte: Edda Bresciani (a cura di), Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto.

Nelle immagini: Tomba di Irynefer, TT 290, Deir el Medinah.

La parte posteriore del muro orientale è divisa in due registri. Quello superiore è dominato una straordinaria scena di adorazione di Ptah. Dietro di lui l’ombra del defunto (rappresentata dalla silhouette scura), preceduta da due uccelli “ba”: uno in volo e l’altro posato davanti ad un sole nero.

Medio Regno, XII Dinastia

LA TOMBA DELLA PRINCIPESSA NEFERUPTAH AD HAWARA

Di Luisa Bovitutti

Neferuptah o Ptahneferu (“Bellezza di Ptah”) era figlia del faraone Amenemhat III della XII dinastia e sorella di Amenemhat IV e della regina Sobekneferu o Nefrusobek (“La bellezza di Sobek”), che salì al trono dopo la morte di costui, e che è considerata l’ultimo sovrano del Medio Regno.

La piramide di Neferuptah ad Hawara

Le fonti forniscono pochi elementi per ricostruire la vita di questa principessa; si sa che ella fu una delle prime donne reali a godere del privilegio di iscrivere il suo nome all’interno di un cartiglio pur non avendo mai avuto il titolo di “moglie del re” e che era altresì insignita degli epiteti di “membro dell’élite”, “grande di favore”, “grande di lode” e “amata figlia del re del suo corpo”.

Il sarcofago

All’interno della piramide di suo padre ad Hawara, nel Fayyum, indagata nel 1882 da Sir W. M. F. Petrie, era stata predisposta una tomba anche per lei (che alcuni studiosi in realtà ritengono essere stata semplicemente un cenotafio o una cappella per riti di sepoltura), ed infatti al suo interno vennero ritrovati piatti ed un altare per offerte in alabastro lungo 61 cm. spesso 5 cm. e largo 35 cm. di larghezza, recante un’iscrizione con un’invocazione agli dei affinché garantissero migliaia di pani, giare di birra, buoi, oche, vasi di alabastro, abiti, incenso e unguenti per il ka della figlia del re Neferuptah, giusta di voce, signora di venerazione.

La principessa, tuttavia, trovò il riposo eterno sempre ad Hawara, ma in una piccola piramide di mattoni (o forse una mastaba) oggi crollata, che sorgeva a circa 3 chilometri da quella di Amenemhat III, individuata nel 1936 da Labib Habachi ma scavata solo nel 1956 da Naguib Farag.

La sepoltura sotterranea venne ritrovata intatta anche se devastata dalle infiltrazioni di acqua; essa conteneva ancora un sarcofago di granito iscritto con una formula di offerta all’interno del quale vi erano i resti decomposti di due sarcofagi lignei.

Il flagello e la testa della mazza

Il corredo funerario comprendeva i suoi gioielli, tra i quali un famosissimo collare ousekh, un ornamento funerario destinato ad essere assicurato all’addome della mummia costituito da una cintura dalla quale pende una rete di perline, due cavigliere, due braccialetti, due collane, un flagello e la testa di una mazza, molti vasi tra cui tre preziosissimi in argento, probabilmente utilizzati per purificazioni rituali e piatti.

IL TAVOLO PER LE OFFERTE DI NEFERUPTAH

Come già detto, all’interno della piramide di Amenemhat III ad Hawara, Petrie rinvenne un tavolo per le offerte in alabastro lungo 61 cm., spesso 5 cm. e largo 35 cm., recante un’iscrizione con un’invocazione agli dei affinchè garantissero migliaia di pani, giare di birra, buoi, oche, vasi di alabastro, abiti, incenso e unguenti per il ka della figlia del re Neferuptah, giusta di voce, signora di venerazione.

Si tratta di un reperto molto particolare, quasi un inventario, perché su di essa sono scolpite le immagini dei beni offerti; inoltre, curiosamente, a tutte le figure di volatili nell’iscrizione geroglifica sono state abrase le zampe.

Il disegno realizzato all’epoca del ritrovamento da Petrie.

“Un’osservazione interessante riguarda il trattamento dei geroglifici. Sono scolpiti come segni normali, ma in seguito le zampe degli uccelli sono state abrase. Nella tredicesima dinastia, i geroglifici sugli oggetti posti nella camera della tomba erano spesso incompleti. Mancano le zampe degli uccelli, non vengono raffigurate le estremità dei serpenti e si evitano le figure umane. Il movimento delle creature viventi, era evidentemente visto come potenzialmente pericoloso per il defunto. La preparazione della sepoltura di Neferuptah, nella piramide di suo padre, avvenne evidentemente nel momento in cui furono introdotti questi geroglifici volutamente resi inoffensivi privandoli delle parti che consentono il movimento.”

Da: Grajezki W., 2014, Tomb Treasures of the Late Middle Kingdom: the archaeology of female burials , pag 70. University of Pennsylvania press.

Un altro esempio di “addomesticamento” dei geroglifici sul sarcofago di Iker, che fu un arciere dell’esercito di Montuhotep II, la cui tomba è stata trovata intatta a Dra Abu el-Naga. Il segno della vipera è stato tagliato a metà perché non nuocesse al defunto
Filosofia

IL KA

A cura di Ivo Prezioso

Le braccia rappresentate nel geroglifico riassumono il concetto astratto sottinteso in quest’altro elemento della sfera spirituale. Abbracciare qualcuno, per gli antichi egizi, aveva il significato di trasferirgli la propria essenza vitale. Al momento della creazione gli dei ricevono dal creatore il loro “Ka”, allo stesso modo gli uomini lo ricevono dal faraone e dai propri antenati. Esso infatti non è una caratteristica individuale, ma una sorta di codice spirituale genetico ricevuto attraverso i progenitori, una forza vitale ininterrotta che unisce le varie generazioni e ne determina il destino.

Creato dal dio Khnum, insieme con l’uomo e trasmesso attraverso il seme maschile di generazione in generazione, il “Ka” diventa inattivo dopo la morte fino a quando il defunto non si riunisce ad esso grazie al potere magico dei riti funerari. In egiziano antico, l’espressione raggiungere il proprio ka è una delle perifrasi per dire morire. Chi muore si unisce al proprio “Ka” e a quello degli antenati, anzi diventa egli stesso un antenato, garante della continuazione delle energie vitali. E’ anche messo in relazione con il benessere: “al tuo Ka” è espressione del tutto analoga al nostro “alla tua salute”. Le quattro felicità cui aspirano gli uomini – ricchezza, longevità, una morte serena e la posterità – sono personificate da quattro Kaw, ma analogamente il “Ka” di un uomo può soffrire dei suoi eccessi. Il peccato infatti era definito “abominio per il Ka”.

Il simbolo geroglifico

Questo segno, apparentemente così chiaro, che compare già dal predinastico nel sistema geroglifico, è ancora ben lungi dall’essere chiarito. In realtà, ci si interroga ancora su quale sia il gesto cui alludono le due braccia protese verso l’alto. Il fatto che non sia mai divenuto un determinativo, lascia supporre che debba trattarsi di un gesto assai speciale, molto probabilmente di natura religiosa e legato, sin dagli albori della civiltà egizia, a quel concetto, per noi così astratto e sfuggente, che è il ka. Dei vari elementi che compongono le parti incorporee di un uomo secondo la concezione egizia, è il più vitale essendo profondamente legato alla potenza sessuale (k3) e al cibo come fonte di energia e vita (kaw).

Secondo una delle interpretazioni più diffuse del segno, le braccia protese potrebbero alludere all’offerta del cibo, nel sacro cerimoniale, divino e funerario. Conforterebbero questa ipotesi alcuni vassoi rituali in pietra d’epoca predinastica e protodinastica, in cui questo geroglifico fa da contorno al piatto dell’offerta. Altra interpretazione, altrettanto verosimile, è incentrata sul passaggio dell’essenza vitale dal padre al figlio. In altre parole il gesto con cui si rappresenta il ka, sarebbe null’altro che una rappresentazione simbolica e metaforica dell’atto attraverso il quale la misteriosa essenza viene trasmessa. Anche gli dei possono trasfondere il loro ka ad un altro dio, ad un re o ad uomini.

A sinistra: la celeberrima statua lignea del Ka del faraone Awibra-Hor, proveniente da Dashur. XIII Dinasia, Museo Egizio del Cairo.

A destra: il recente ritrovamento presso Mit Rahina (l’antica Menfi), durante i lavori di recupero di uno scavo clandestino, tra i blocchi probabilmente appartenenti al grande tempio di Ptah fatto costruire da Ramses II. Si tratta del frammento di una scultura in granito rosa che rappresenta il Ka del faraone. Sul retro reca inciso il suo nome di Horo: Kanakht merimaat (Toro possente, amato da Maat). La scoperta è importantissima perché sin ad ora era nota una sola statua di questo tipo, quella del faraone Hor I.

Tavola d’offerta predinastica in scisto

A cura di Luisa Bovitutti

Le due braccia del ka reggono la tavola, e la parte destinata a raccogliere l’offerta è costituita dal segno della vita ankh.

Custodito al museo del Cairo

Tutankhamon

IL SACRARIO DEI VASI CANOPI

Museo Egizio del Cairo

A cura di Ivo Prezioso; contributi di Grazia Musso

L‘esterno

Tra gli innumerevoli splendidi manufatti che costituiscono il tesoro di Tutankhamon, il sacrario dei vasi canopi è da annoverare senz’altro tra i più commoventi. Gli artisti vi hanno saputo infondere oltre, alla indiscutibile maestria tecnica, una tenerezza espressiva ed una partecipazione emotiva davvero straordinarie.

Lo scopo di questo capolavoro era quello di proteggere gli organi interni imbalsamati del re. E’ sistemato sotto un baldacchino aperto è poggia su una slitta. Tutti i componenti sono in legno e ricoperti di foglia d’oro. I sostegni angolari che sorreggono la parte superiore recano iscrizioni contenenti la completa titolatura del re. I pilastri sostengono una pesante cornice sormontata da uno scenografico fregio di “urei” con disco solare, intarsiati con vetro blu rosso e verde, dall’effetto visivo spettacolare. Tra i pilastri, ogni facciata, è vegliata da una delle dee incaricate di proteggere i contenitori dei visceri: Iside è identificata da un seggio posto sulla sua testa; Neftis da un cesto su un recinto; Selkit da uno scorpione e Neith da due archi. Queste rappresentazioni sono tra le più attraenti dell’arte figurativa egizia. Ciascuna dea è raffigurata con un corpo snello, leggermente allungato, secondo le proporzioni fissate dai canoni artistici dell’età Amarniana. Indossano un’aderente tunica finemente plissettata ed un copricapo, dal quale pende, raccolto all’altezza del collo, una ciocca di cappelli che corre lungo la schiena. La testa di ciascuna dea è rivolta verso sinistra in maniera molto affascinante, anche se del tutto insolita per l’iconografia egizia. Occhi e sopracciglia sono drammaticamente sottolineati in nero.

Il sacrario stesso è sormontato da una cornice che ripete il fregio composto da urei intarsiati. Ciascuna parete mostra scene di un dio o di una dea che stendono una mano verso le divinità che si identificano con i vari organi: Iside verso Amsety, Geb verso Duamutef, Ptah-Sokar verso Qebhsenuef e Neftis verso Hapy. Anche tra queste figure divine si osservano gli effetti dei canoni dello stile Amarniano: le loro teste sono infatti, di dimensioni piuttosto dilatate.

Rappresentazione delle parti costituenti il sacrario. La disposizione dei sacrari e dei sarcofagi, prevista per la protezione la mummia di Tutankhamon, è stata paragonata all’idea delle scatole cinesi o delle matrioske russe. Una simile composizione, anche se meno elaborata, fu realizzata anche per la protezione dei vasi contenenti gli organi interni del faraone. L’illustrazione mostra la sequenza degli elementi che costituiscono il sacrario dei canopi. Un padiglione aperto sormonta il sacrario stesso che è custodito dalle quattro dee disposte in una posa affascinante e commovente. All’interno del sacrario era disposta la cassa canopica composta da due pezzi di alabastro finemente lavorato e suddiviso in scomparti. Rimuovendo il coperchio diventavano visibili quattro teste reali. Costituivano la chiusura di quattro depressioni cilindriche modellate nella calcite della cassa. Ciascuna di queste depressioni conteneva un sarcofago in miniatura d’oro massiccio decorato con la tecnica cloisonné. Al loro interno, infine, erano conservati gli organi interni, imbalsamati, del re

LE FOTO DI STEVE HARVEY DELLE “ISTRUZIONI PER IL MONTAGGIO”

I segni sulla cornice del sacrario per il rimontaggio
“Retro” indicato sulla parte posteriore del sacrario
Istruzioni per il rimontaggio: “A” deve coincidere con “A”
“Fronte” indicato sulla parrucca di Iside

LA CASSA CANOPICA D’ALABASTRO

Cassa canopica – JE 60687
All’interno dello scrigno i vasi canopi erano racchiusi in un ulteriore contenitore, posato anch’esso su una slitta in legno dorato e ricoperto da un grande sudario.
Agli angoli, lavorate ad alto rilievo, le quattro dee prottettrici.
Le iscrizioni si riferiscono alle dee e ai “figli di Horus”, protettori delle viscere del sovrano
Veduta della cassa canopica aperte

Museo egizio del Cairo, calcite. Altezza totale cm. 85,5. Larghezza di ciascun lato alla base cm. 54

Smontata la struttura esterna del sacrario ci troviamo al cospetto della splendida cassa canopica.

Il più antico scrigno canopico noto fu realizzato per la regina Hetepheres, madre di Khufu (Cheope) che visse oltre un millennio prima di Tutankhamon. Anch’esso era di alabastro egizio (calcite) ed aveva una forma estremamente semplice. Qui ci troviamo di fronte ad un manufatto estremamente più elaborato e raffinato. Posto all’interno del sacrario era ricoperto da un telo di lino.

Durante la XVIII Dinastia la maggior parte di questi contenitori aveva dei compartimenti in cui trovavano posto i vasi che contenevano gli organi interni imbalsamati. Questo di Tutankhamon ha quattro depressioni cilindriche, ricavate direttamente dalla massa di calcite per accogliere quattro piccoli sarcofagi canopici, ciascuno dei quali sormontato da un coperchio a forma di testa regale, finemente scolpita con alcuni dettagli evidenziati da vernice nera, per gli occhi e le sopracciglia, e dal rosso per le labbra. Le figure sembrano essere dei veri e propri ritratti. Ma di chi? Ci sono buone ragioni per credere che non rappresentino Tutankhamon, ma, forse, il suo predecessore. La questione sarà meglio illustrata quando ci occuperemo dei sarcofagi contenenti gli organi interni.

La cassa canopica è mirabilmente scolpita, in forma di tabernacolo, a partire da un blocco di calcite finemente venata; presenta la consueta trabeazione tipica di questo disegno. Il massiccio coperchio inclinato (che costituisce la trabeazione) era saldamente fissato al recipiente mediante una corda legata ad anelli esterni d’oro, con un sigillo recante la figura dello sciacallo Anubi che sovrasta le nove razze umane in forma di prigionieri: in pratica si trattava del sigillo della necropoli reale. Poggia su una slitta di legno dorato. Lo zoccolo inferiore è decorato da incisioni dorate costituite dagli amuleti Djed e Tyet, correlati ad Osiride ed Iside. I fianchi sono in leggera pendenza e sugli spigoli sono scolpite in altorilievo, le figure delle quattro dee protettrici: Iside sull’angolo sud-occidentale, Nephtys su quello nord-occidentale, Neith su quello sud-orientale e infine Selkit su quello nord-orientale. Le iscrizioni incise sulla cassa sono riempite con pigmento blu che crea un netto e suggestivo contrasto con il colore giallo ceroso della calcite. I testi invocano la protezione delle quattro divinità.

Coperchio dei vasi canopi – JE 60687
L’interno della cassetta presentava quattro scomparti cilindrico, ognuno dei quali chiuso da un coperchio a forma di testa e attaccati Ra delle spalle.

Vista frontale. Le due colonne di geroglifici recitano la protezione di Neith (a sinistra) e di Selkit (a destra)

La parte posteriore. Le due colonne di geroglifico recitano la formula di protezione per il re: a sinistra da parte di Neith per l’Osiride Tutankhamon heqa Iunnu sheema e, a destra, da parte di Selkit per l’Osiride, il re Nebkheperura, giustificato

Veduta laterale. In primo piano vi sono le invocazioni di protezione di Iside ad Amsety (colonna a sinistra: “Parole, pronunciate da Iside: Le mie braccia racchiudono ciò che è in me. Io proteggi Amset (dio dei canopi) che è in me, l’Amset del re Osiride Tutankhamon, il giustificato”) e di Neith a Qebehsenuef (colonna a destra). In secondo piano, il coperchio inclinato che costituisce la trabeazione del sacrario.

I SARCOFAGI CANOPICI

Oro e intarsi colorati. Ciascuno altezza cm. 39, larghezza cm. 11, profondità cm. 12. Museo Egizio del Cairo

Sollevati i coperchi d’alabastro a testa umana della cassa canopica, si raggiunge il cuore e la parte più sacra del santuario, che serba un’ulteriore straordinaria sorpresa.

Cassetta dei vasi canopi aperta – JE 60687
Nella fotografia si possono osservare la partizione interna in quattro scomparti quadrangolare della cassetta e i bordi cilindrico sui quali poggiava o i coperchi.
Dei sarcofagi in miniatura, posti all’interno dei canopi, sono visibili solo le teste.

Il termine vaso Canopico, in questo caso, deve ritenersi fondamentalmente errato o, comunque, estremamente limitativo.

E qui apro una piccola parentesi sul perché si utilizza questo termine. I primi studiosi videro in questi contenitori dalla testa umana la conferma della storia di Canopo, il timoniere di Menelao che, secondo i miti omerici, sarebbe morto per il morso di un serpente nel Delta del Nilo. Qui Menelao gli avrebbe fatto erigere un mausoleo ed attorno ad esso sarebbe sorta la città omonima.

Per Tutankhamon, non furono utilizzate giare per contenere i suoi organi. I vasi d’alabastro, con coperchio a forma di testa umana, che ho illustrato nel paragrafo precedente, contenevano ciascuno una splendida bara d’oro in miniatura, avvolta nel lino ed ornata da un complicato intarsio: al loro interno erano contenuti i sacri visceri, imbalsamati, del re.

Sarcofago degli organi interni
Gli organi interni del re defunto erano conservati all’interno dei vasi canopi in quattro sarcofagi in miniatura. Identici nell’aspetto al sarcofago mediano del sovrano, presentano incrostazioni in vetro, ossidiana e corniola. Sulle pareti interne erano incise formule del Libro dei Morti

Ognuna di esse è un meraviglioso esempio delle straordinarie abilità degli antichi orafi egizi. Realizzate in oro massiccio, la maggior parte del corpo è ricoperto dal motivo decorativo piumato “rishieseguito con tecnica “cloisonné”, con i castoni intarsiati con pezzi di vetro colorato tagliati singolarmente. Sono, praticamente la copia, in miniatura, del sarcofago mediano del faraone, ma ornate da un ancor più complicato disegno delle piume, che le ricopre interamente, ad eccezione dei volti in oro brunito. Ciascuna reca anteriormente, in basso, la formula relativa alla dea e al genio cui appartiene e le superfici interne appaiono splendidamente incise con testi rituali.

La parte superiore del corpo è avvolto dalle ali di due avvoltoi che rappresentano le dee tutelari Nekhbet (con testa di vulture) e Uadjyt (con testa di cobra). L’interno ha una figura della divinità appropriata in atteggiamento protettivo ed un lungo testo magico in favore del re.

Un attento esame dei reperti ha svelato che i cartigli posti all’interno dei sarcofagi, sono stati corretti! Le tracce di questi cambiamenti mostrano chiaramente che il nome era, in origine, Ankhkheperura, vale a dire il praenomen di quel misterioso personaggio noto come Neferneferuaton (Meritaton, la figlia di Akhenaton e Nefertiti che avrebbe potuto, per breve periodo, regnare da sola dopo la morte di Smenkhare?). In ogni caso, appare chiaro che sia le teste d’alabastro della cassa canopica che i sarcofagi in miniatura furono realizzati per il suo predecessore: o non sono mai stati utilizzati oppure sono stati riciclati per il giovane faraone. La fisionomia delle teste in calcite e quella delle piccole bare d’oro, così diversa da quella di Tutankhamon, cui sono riferibili il sarcofago interno e quello esterno, è un indizio molto forte di questo riutilizzo.

Sopra: il sarcofago canopico posto sotto la protezione di Neftis contenente i polmoni del re identificati con Hapy. Sotto: il sarcofago canopico posto sotto la protezione di Neith contenente lo stomaco del re identificato con Duamutef.

Fonti: 

  • Tutankamun, T.G.H. James
  • Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi
  • Egitto, la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni. Konemann
“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

UNA STATUETTA DI TROPPO

Gaston Maspero e la cachette di Deir el Bahari

Quando Gaston Maspero, appena diventato curatore del Museo Egizio di Boulaq, riceve una lettera dall’Italia all’inizio del 1881, è perplesso. Un perito gli scrive che ha appena esaminato un papiro di pregevole fattura portatogli da un turista americano, che il papiro è sicuramente autentico e che proviene dal corredo funerario di un Faraone della XXI Dinastia.

Un altro?

Da sei anni ormai circolano sul mercato nero pezzi di incredibile fattura, soprattutto papiri, di cui si ignora la provenienza. Il Libro dei Morti di Pinedjem II (Sommo Sacerdote di Amon della XXI Dinastia) era stato comprato qualche anno prima per 400 sterline. Mariette stesso aveva comprato altri papiri della moglie di Pinedjem I. Una statuetta era finita al Louvre. Maspero, uomo pragmatico, da quando è in Egitto ha avuto una posizione molto chiara: i pezzi migliori vanno al Museo Egizio; gli altri, dopo attento esame ed un “lasciapassare” possono andare ad altre collezioni, private o museali, di chi ha sponsorizzato degli scavi. Quei reperti però, non fanno sicuramente parte di quest’ultima categoria.

Il Libro dei Morti di Pinedjem, noto anche come Papiro Campbell dal nome del suo acquirente – donato successivamente al British Museum
Il Papiro Greenfield, anch’esso al British Museum, è un altro papiro proveniente dalla DB 320. È la più lunga versione del Libro dei Morti (ben 37 metri) ed apparteneva al corredo funerario della principessa Nesitanebtashru, figlia di Pinedjem II e sacerdotessa di Amon-Ra a Tebe

La polizia egiziana ha già fatto capire che se ne lava pilatescamente le mani; Maspero decide di investigare in prima persona. O meglio, visto che lui è troppo conosciuto, tramite un giovane assistente, Maxence de Rochemonteix, che spedisce a Luxor insieme a Charles Wilbour, un collezionista americano che interpreta la parte del ricco appassionato in cerca di pezzi pregiati. La parte gli riesce bene perché effettivamente lui ha già comprato pezzi originali di dubbia provenienza, e tutti i faccendieri locali lo sanno. Ricco, ma non tonto: con l’aiuto di Maxence rifiuta tutti i falsi e paga molto bene i reperti originali. Ed un giorno si trova tra le mani una statuetta di nuovo appartenente ad una tomba della XXI Dinastia.

Tombola.

Wilbour la compra, ma fa capire che vuole qualcosa di meglio, che è disposto a pagare molto per quel “meglio”. E il venditore gli presenta Ahmed Abd-el-Rasul, il capo di una famiglia di Abd-el-Qurna, un paesino poco lontano da Luxor. Contrattano per giorni, Abd-el-Rasul gli mostra altri oggetti. Quando spunta un cofanetto della XVIII Dinastia, Maxence lo fa arrestare con tutta la famiglia.

Maxence de Rochemonteix (a sinistra) Wilbour e Maspero (a destra) a Luxor nel 1886

Abd-el-Rasul però non parla, tutti testimoniano che sia un bravissimo ragazzo e vengono tutti rilasciati; solo il tradimento di un “pentito”, il fratello maggiore Mohammed Ahmed, spaventato dal giudice che gode di brutta fama, riesce a far riaprire il processo. Si parla anche di torture, ma senza prove effettive. E finalmente Ahmed confessa: racconta che una delle sue capre è caduta in un crepaccio sei anni prima e cercando di recuperarla ha trovato una tomba scavata nella roccia. Da allora, quando la famiglia aveva bisogno di soldi prelevava qualche reperto dalla tomba e lo rivendeva. Il suo ricettatore era nientemeno che Mustapha Aga Ayad, vice-console di Inghilterra, Russia e Belgio, che spacciava poi gli oggetti facendoli viaggiare anche con la valigia diplomatica. Un signore. Abd-el-Rasul acconsente quindi a far vedere da dove prende quegli oggetti; Aga Ayad, protetto dall’immunità diplomatica, svanisce nelle sabbie del tempo.

Ironia della sorte: Maspero sta per partire per le vacanze in Europa (verrà aspramente criticato per questo) e Maxence de Rochemonteix si ammala proprio in quei giorni. Maxence manca così l’appello con la storia per la sua salute, già minata dal soggiorno in Egitto e che lo porterà ad una morte prematura dieci anni dopo. A sostituirlo arriva un altro assistente del Museo di Boulaq, quell’Emile Brugsch autore del primo set di foto del Museo. Brugsch è praticamente l’ultimo arrivato dei collaboratori di Maspero, e questo sarà un problema.

Emil Brugsch, quasi un eroe per caso. Le sue scelte saranno successivamente oggetto di aspre critiche

A sinistra: il “bancomat” ormai scoperto e, a destra, un Ahmed Abd-el-Rasul in età avanzata posa per dei turisti all’ingresso della cachette

Il 5 luglio 1881 Emile Brugsch, arrivato sul posto con una “delegazione” di autorità locali, si cala nel pozzo indicato dal ladrone; scende per 11 metri con una corda, segue alla luce di una fiaccola una prima svolta della galleria che trova e nel suo racconto picchia dentro ad un enorme sarcofago. Alza la fiaccola, legge i cartigli e narra di aver rischiato di svenire: ha trovato Sethi I, la cui tomba scoperta da Belzoni 64 anni prima aveva infiammato l’Europa. Gli gira la testa, cerca un posto dove sedersi e voltandosi trova una marea di altri sarcofagi, alcuni aperti e saccheggiati, altri ancora chiusi. C’è Ahmose, che ha sconfitto gli Hyksos e fondato la XVIII Dinastia, c’è Tuthmosis III, che ha creato l’Impero Egizio.

Quando trova il sarcofago di Ramses II, non ce la fa più. Si siede sul suo sarcofago, la fiaccola in mano, e rimane lì per diversi minuti a cercare di rallentare il battito cardiaco.

La domanda successiva che gli si pone nella mente è: cosa fare? Ormai tutti sanno che lui è lì, e che la tomba (che sarà denominata DB320 e poi TT320) che è stata il “bancomat” della famiglia el-Rasul è stata scoperta.

PREDONI O SCIENZIATI?

Emile Brugsch conta alla fine quaranta mummie reali in quella che verrà poi rinominata DB320 ed infine TT320. È letteralmente terrorizzato all’idea che la tomba venga ulteriormente depredata in sua assenza. Per un motivo che non sappiamo, non gli viene neanche in mente di chiudere l’unico accesso con un’inferriata e piantonare l’ingresso come farà invece Carter con la tomba di Tutankhamon. Decide invece per una misura drastica: si rivolge proprio al villaggio di Kurna e assolda 300 persone per svuotare la tomba in 2 giorni sotto il controllo di alcuni soldati.

La paura dei saccheggi è talmente elevata che gli operai che scendono nella tomba vengono costretti a lavorare completamente nudi. Brugsch e due soldati ricevono i reperti man mano che emergono dalla tomba. Nessuno prende nota di alcunché, nessun disegno, nessun inventario. Ancora oggi non sappiamo come fossero disposti i sarcofagi nella tomba se non per i ricordi di Brugsch. I reperti vengono poi portati a valle e accatastati fianco a fianco sotto continua sorveglianza armata, ma senza uno straccio di annotazione sui pezzi. Il primo inventario verrà fatto solo a destinazione, al Cairo. Molti sarcofagi e diverse mummie vengono danneggiate durante il trasporto.

Il resoconto illustrato dell’epoca delle “nuove scoperte nell’Alto Egitto”

Da un punto di vista archeologico è un disastro totale. Molte informazioni, anche sulla ricostruzione delle peregrinazioni dei defunti Faraoni, vengono perse per sempre. Grazie al pessimo lavoro di Brugsch, per più di un secolo non si è saputo molto del “proprietario” originale della tomba. Alcune iscrizioni riportate da Maspero sono andate anch’esse perse.

Dopo una revisione attenta delle iscrizioni superstiti sulle pareti alla fine del ‘900 si è potuto stabilire che appartenesse in origine alla famiglia del Sommo Sacerdote di Amon Pinedjem II durante la XXI Dinastia. Lui e la moglie Neskhons sarebbero stati sepolti qui sotto il regno del Faraone Siamon a cinque anni di distanza uno dall’altra. Ma non è così semplice: alcuni sarcofagi (Ramses I, Seti I e Ramses II) riportano che furono trasferiti nella “ḳȝy” (“luogo in alto”) della Regina Inhapi, moglie di Seqenenre Tao II, facendo supporre che la TT320 fosse a lei dedicata. In realtà la maggior parte degli studiosi ipotizza una doppia (almeno) traslazione delle salme con quelle del “gruppo Inhapi” traslate solo per ultime nella TT320 come dimostra la loro vicinanza all’ingresso. La tomba di Inhapi sarebbe quindi ancora da scoprire, probabilmente nelle vicinanze della TT320.

Comunque sia, l’8 luglio la tomba è vuota ed i pezzi allineati per l’imbarco a Luxor; il vaporetto però è in ritardo e il viaggio delle mummie reali inizia solo il 14 luglio; Brugsch si imbarca con loro

.E di colpo, l’Egitto torna magicamente indietro di tremila anni. La notizia del “carico” del vaporetto si sparge come l’acqua del Nilo durante la piena e la Terra di Khemet rivolge un commovente saluto ai suoi antichi sovrani.

Brugsch, in piedi sul ponte, vede migliaia e migliaia di persone che fanno da ali al viaggio dei Faraoni defunti. Gli uomini scaricano i loro fucili in aria, le donne si spogliano e si cospargono il viso e il corpo di polvere, strofinandosi i seni con la sabbia. Il viaggio della nave viene accompagnato dall’eco dei lamenti funebri, trasformandosi in una commovente processione spontaneamente organizzata. Brugsch è a disagio. Si sente un profanatore, un predone come Abd-el-Rasul. SI chiede se la motivazione scientifica ed archeologica sia sufficiente a legittimare ciò che sta facendo. Un pensiero sorprendentemente moderno.

Gli risponderà indirettamente Victor Loret anni dopo quando, trovata la tomba di Amenophis II (la KV35) spogliata di ogni oggetto, decise di richiudere la tomba per permettere alle salme racchiuse di riposare in pace. Uno o due anni più tardi ladri moderni entrarono nella tomba e strapparono Amenophis dalla sua bara, danneggiando gravemente la mummia. Ebbe anche a scrivere al riguardo Howard Carter, che lavorò anche alla KV35:

Possiamo trarre da questa circostanza un ammonimento, che additiamo a coloro che ci criticano chiamandoci vandali perché priviamo le tombe dei loro oggetti. Trasportando le antichità nei musei, noi ne curiamo la conservazione; lasciate al loro posto, esse diverrebbero prima o poi preda dei ladri, e ciò equivarrebbe alla loro distruzione

Maspero viene aspramente criticato per non aver presieduto personalmente all’apertura della tomba. Anche il clamore suscitato dal viaggio sul Nilo delle mummie reali e le accuse di profanazione diventano un problema diplomatico. Maspero viene invitato a riferire direttamente al Governo francese. Lo farà con un resoconto ufficiale nell’ottobre 1881, con (finalmente!) una prima descrizione dei reperti ritrovati (foto ovviamente di Brugsch). Maspero ne approfitta per piangere miseria (“ho dovuto smantellare un’intera sala del Museo per accogliere le mummie reali ed ora non c’è abbastanza spazio per gli altri reperti!”). Per ora rimarrà inascoltato.

Ma finalmente siamo faccia a faccia con alcuni tra i personaggi più famosi della storia d’Egitto. Quasi tutte le immagini provengono dalla pubblicazione originale di Maspero.

Nota: la mummia di Seti I affascinò talmente tanto un ragazzino di dieci anni che ancora oggi quel “diversamente giovane” cerca di imparare qualcosa di quella civiltà e si diverte a scriverne qui, sperando di creare curiosità ed interesse in altri “ragazzini”

Il sarcofago e la mummia di Seti I, il papà di Ramses II. Probabilmente la mummia meglio conservata, sicuramente la più “viva” nella sua dignità regale a distanza di più di tremila anni

Riferimenti:

  • G. Elliot Smith, The Royal Mummies, Catalogue Général du Musée du Caire, Cairo 1912
  • Edoard Naville, L’égyptologie française pendant un siècle. 1822-1922.
  • G. Maspero, La Trouvaille de Deir-el-Bahari. Cairo 1881
  • Federico A. Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni. Storia , civiltà, cultura, Milano, Mursia, 1976
  • DA Aston, TT 320 and the ḳȝy of Queen Inhapi: A reconsideration based on ceramic evidence- Göttinger Miszellen, 2013
Donne di potere

NEFERTITI

A cura di Grazia Musso

L’origine di un mito

Abbiamo visto il ruolo significativo rivestito dalla regina Tiye nella singolare storia del regno di suo figlio Amenhotep IV; il sovrano fu affiancato e sostenuto efficacemente anche da Nefertiti, che fu la sua Grande Sposa Reale e che venne spesso ritratta insieme a lui ed alle figlie nate dalla loro unione non solo in occasione di eventi speciali, ma anche nell’intimità della vita familiare.

Non si conosce molto delle origini di Nefertiti; in passato alcuni studiosi, argomentando dal suo nome (Neferet-Ity), che significa “La bella è arrivata” ritennero che fosse una principessa mitannica andata in sposa al sovrano delle Due Terre; oggi tutti gli studiosi più accreditati sono concordi nell’affermare che ella fosse egizia e che il suo nome si riferisca alla sua funzione divina di portare felicità al faraone d’Egitto.

La Bella, infatti, sarebbe l’incarnazione della Dea Lontana del famoso mito, la quale dopo avere abbandonato il Sole suo padre e l’Egitto trasferendosi nel deserto della Nubia e condannando le Due Terre alla sterilità e alla desolazione, fa ritorno grazie all’intervento degli dei, per restituire la felicità alla natura e a tutti gli esseri viventi.

Pur non avendo ascendenza reali, la famiglia di Nefertiti probabilmente era molto vicina al trono e rivestiva una posizione di responsabilità e di privilegi a corte fin dall’epoca di Amenhotep III; questa circostanza fece sì che ella conoscesse fin dall’infanzia il futuro marito e che ricevesse un’ottima educazione, circostanza che la rese una candidata ideale al matrimonio, che venne celebrato quando aveva intorno ai dodici, tredici anni. L’Egittologo Nicolas Grimal sostiene che ella fosse nipote di Yuya e Tuya, genitori della regina Tye, quindi figlia di Ay e Tuya II che l’allevarono e educarono e sorella di Mutnegemet, moglie di Horemheb : quindi Amenhotep III sarebbe stato suo zio, Akhenaton suo cugino di primo grado oltre che marito ed Horemheb suo cognato. Tale ascendenza non è affatto certa, ma è possibile, in quanto nell’antico Egitto era prassi comune che i parenti di personaggi reali la cui origine fosse fuori dalla famiglia regnante tacessero tale vincolo in quanto la sposa reale era compenetrata dalla divina essenza non poteva essere toccata da legami umani: abbiamo visto a questo proposito che la citazione dei suoceri Yuia e Tuya sullo scarabeo del matrimonio da parte di Amenhotep III Costituiva un vero e proprio unicum.

Uno dei pochi ritratti rimasti di Ay e Tiy

Forse Nefertiti alla nascita aveva un altro nome ed assunse quello più noto nel corso del rituale che la rese sposa di Amenhotep IV – Akhenaton, erede al trono, ma anche questo particolare non trova concordi gli studiosi e non ha riscontro nelle fonti.

NEFERTITI ED AKHENATON: FU VERO AMORE?

L’iconografia della coppia fa pensare ad un reale rapporto d’amore tra Akhenaton e Nefertiti, confermato addirittura da una poesia composta dal sovrano per la sua sposa:

… È l’ereditiera, Grande nel Palazzo, Fiera nel viso, Adornata con le doppie piume, Signora della felicità, Dotata di favori, a sentire la cui voce il re gioisce, la Grande Sposa Reale, la sua amata, la Signora delle Due Terre, Neferneferuaten-Nefertiti, possa lei vivere per sempre e sempre…

La sua presenza è costante accanto al sovrano nell’iconografia ufficiale, ed ella è raffigurata della stessa dimensione, particolare che ha indotto alcuni studiosi ad affermare che potesse essere stata anche coreggente negli ultimi anni del regno del consorte; oltre ai bassorilievi e ai gruppi statuari che la ritraggono insieme al marito, inoltre, ella è rappresentata da sola in numerose sculture a tutto tondo, tra le quali le splendide teste rinvenute dagli archeologi nello studio dello scultore di corte Thutmosi a Tell el-Amarna ed oggi conservate al museo di Berlino, che sono un indice importante della grande considerazione nella quale era tenuta da Akhenaton.

La regina diede al Faraone sei figlie: la primogenita Meritamon nacque intorno all’anno quinto del regno del padre, la seconda Maketaton, solo un anno dopo, seguita poi da Ankhesepaaton (ndivenuta poi Ankesenamon, futura moglie di Tutankamon) ; tra l’ottavo e undicesimo anno di regno videro la luce Neferneferuaron-ta-sherit, Neferneferure e Setepenre.

Queste principesse, riconoscibili dalla treccia laterale dell’infanzia, poco a poco la nascita vennero rappresentate accanto ai genitori non solo nei culti, ma anche in idilliache scene di vita quotidiana, delle quali si parlerà in seguito.

IL RUOLO DI NEFERTITI A FIANCO DEL FARAONE

Nefertiti fu certamente una regina e sposa felice a giudicare dai documenti, ma bisogna chiedersi se le immagini che ancora oggi vediamo non fossero meramente propagandistiche e finalizzate ad abbagliare il popolo; in realtà di lei conosciamo solo l’immagine pubblica, quello che la coppia reale ha voluto far vedere di sé, proponendosi come il tramite attraverso il quale la “luce” di Aton poteva arrivare a tutta la popolazione.

Ella fu certamente la sovrana che più di ogni altra si trovò sullo stesso piano del faraone : si ipotizza una sua notevole influenza nell’incoraggiare il culto di Aton e la filosofia atoniana del marito, deteneva la posizione regale di sacerdote di Aton, del tutto inedita per una donna, e poteva officiate I riti in onore del dio; inoltre la si trova raffigurata sui monumenti assieme allo sposo in tutte le cerimonie ufficiali di carattere religioso e civile.

Questa testa di Nefertiti è una delle più belle della regina, avrebbe dovuto far parte di una statua composita, ma rimase a uno stadio in cui è ancora possibile vedere le linee preparatorie disegnate da Thutmosi.. Rivela la sensibilità e l’abilità dello scultore.
Da Amarna, XVIII Dinastia, quartzite. Altezza cm. 33 Il Cairo, Museo Egizio. JE 59286.

Akhenaton riconobbe alla sua regina anche un ruolo politico, forse influenzato dall’esempio di sua madre Tiye che come abbiamo visto esercitò un potere senza precedenti per una grande sposa reale: un viale di Karnak era affiancato da sfingi che avevano alternativamente la testa del re e la sua.Un rilievo la mostra mentre massacra i nemici, nell’ iconografia riservata generalmente solo al sovrano in quanto simbolo della vittoria dell’ordine sul caos; un altro la ritrae alla “finestra delle apparizioni” in atto di mostrarsi alla folla e di conferire onorificenze ed investiture.

Altre raffigurazioni la mostrano in vari aspetti della vita di corte sul carro insieme alla piccola Meritaton mentre abbraccia affettuosamente il suo sposo, da sola sul carro personale ( una concessione eccezionale per una regina), o, ancora nella vita intima con il marito e le figlie che siedono in braccio ai genitori in atteggiamento giocoso, o a pranzo con la suocera Tiye: è chiaro che Akhenaton e Nefertiti vogliono dare piena evidenza al fatto che sono una famiglia felice e radiosa grazie al l’energia che procura ogni giorno il dio Aton.

GLI ULTIMI MISTERIOSI ANNI DI VITA

La regina fu un personaggio influente e di primo piano fino al dodicesimo anno di regno di Akhenaton, quando sparì dalla scena pubblica e dall’iconografia e sua figlia Meritaton la sostituì nelle cerimonie ufficiali come Grande Sposa Reale.

I numerosi oggetti recanti il suo nome trovati nel ” Palazzo Nord” ad Amarna hanno fatto pensare ad un suo ritiro a vita privata, forse perché duramente provata dalla morte prematura della figlia Maketaton e forse delle due più piccole Setepenre e Nefernefeura, a loro volta scomparse.

La regina viene rappresentata nella sua dimensione più umana sulle pareti della tomba ove venne inumata la ragazza, straziata dal dolore davanti al corpo di Maketaton, ed è perfettamente comprensibile che questi lutti ravvicinati l’avessero prostata al punto da indurla a chiudersi in sé stessa e forse a dubitare del favore di Aton.

Alcuni studiosi, tra i quali Jacobus Van Dijk, responsabile per la sezione di Amarna della Oxford History of A client Egypt, ed Harco Willem, professore della cattedra di egittologia all’Università di Lovanio hanno ipotizzato che Nefertiti non si sia ritirata ma abbia semplicemente cambiato nome e mansioni.

Ella sarebbe diventata correggete del sovrano con il nome di Neferneferuaton, cedendo il ruolo di Grande Sposa Reale alla figlia maggiore Meritaton e poi, dopo la morte di Akhenaton, sarebbe addirittura salita al trono per evitare la crisi politica, adottando il nome di Akheperura Neferneferuaton ( che certamente era portato da una donna, in quanto significa ” efficace per suo marito”).Il professore Willems e l’archeologo Nicholas Reeves dell’Università della California addirittura pensano che ella abbia regnato fino all’avvento di Tutankhamon, assumendo anche il nome di Smenkhkare, e che per qualche anno sia stata una sorta di regina madre per il giovanissimo re.

Frammenti del corredo funerario della regina recanti il titolo di ” Grande Sposa Reale” sembrano indicare, però, che Nefertiti sia morta quando era ancora consorte di Akhenaton, e cioè prima di quest’ultimo; molti studiosi, quindi, tra i quali Marc Gaboldr, dell’Università Paul Valery di Montpellier, studioso della XVIII Dinastia ed in particolare del periodo amarniano, pensano che ella sia deceduta un anno prima del marito a causa di una pandemia che aveva decimato la famiglia reale, e ritengono che a succedere al trono sia stata la figlia Meritaton, il cui corredo funerario venne poi recuperato per l’inumazione di Tutkhamon. Le teorie che vedevano Nefertiti caduta in disgrazia o addirittura defunta nel dodicesimo anno del regno di Akhenaton, peraltro, sono definitivamente tramontate nel 2012 in seguito ad un sensazionale ritrovamento ad opera di Athena Van Der Pierre, ricercatrice dell’Università di Lovanio; in una cava di arenaria a nord di Amarna, infatti, la studiosa ha rinvenuto un’iscrizione risalente al sedicesimo e penultimo anno di regno di Akhenaton che la nomina ancora come Grande Sposa del re ( ” grande sposa reale, sua amata, signora delle due terre, Neferneferuatn Nefertiti”), segno che era ancora in vita, che aveva cambiato nome e che godeva del favore del consorte.

A riprova del forte legame che ancora aveva con il marito vi è la circostanza che costui fece rappresentare sui quattro angoli del suo sarcofago informa di divinità affinché proteggesse la sua mummia, in un ruolo tradizionalmente affidato a Iside, Nefti, Selket e Neith.

LA TOMBA E L’INCERTA IDENTIFICAZIONE DELLA MUMMIA

Non esistono certezze neppure sulla sepoltura della sovrana: probabilmente ella era destinata a trovare il suo riposo eterno in una camera dell’ampia tomba che Akhenaton aveva fatto scavare per sé e per le figlie, scoperte nel ” Wadi Reale” di Amarna nel 1880, ma non esistono prove del fatto che effettivamente vi fosse stata inumato, dato che la tomba fu rinvenuta gravemente danneggiata dai saccheggiato, che avevano ridotto in pezzi il sarcofago in pietra e la cassa canopica del sovrano e che avevano asportato quasi tutti i manufatti che erano deposti in essa.

Il già citato egittologo Marc Gabolde ne è convinto egli ritiene che Nefertiti sia morta pochi mesi prima di Akhenaton e che fu seppellita ad Amarna nella camera sepolcrale ancora incompiuta, e che fu traslata a Tebe.

L’archeologo Barry Kemp dell’Università di Cambridge, direttore dell’Amarna Project, osservando che nella tomba non è stato trovato nulla che suggerisca che fosse ivi stato deposto il Corredo funebre della regina, esclude che ella possa esservi stata sepolta, propendendo, piuttosto, per Tebe, o per la necropoli di Gurob, ora completamente depredata, o ancora per la sua città natale di Akhmim.

Nel 2003 l’archeologia americana Joann Fletcher, che fu violentemente smentita dai colleghi, affermò che Nefertiti dovesse essere identificata nella mummia chiamata Younger Lady, Ritrovata Nella KV35 accanto a quella della regina Tiye; ella basò la sua identificazione, tra l’altro, sul ritrovamento, accanto alla mummia, di una parrucca di Foggia nubiana indossata solo dai reali durante il periodo in cui regnava Nefertiti e sull’osservazione che essa aveva un doppio foro alle orecchie pratica rara attribuita anche alla Bella.

La mummia KV35 “Younger Lady”

Nel 2010 Zahi Hawass pubblicò un articolo sul National Geographic nel quale rese noti i risultati delle analisi del DNA compiuto sulla mummia, dalle quali emergeva che si trattava invece, di una figlia di Amenhotep III e conseguentemente di una sorella di Akhenaton, e della madre di Tutankamon.

Tre anni dopo il prof Gabolde, in uno studio sul DNA della famiglia reale, contestava la corretta lettura dei predetti risultati, ribadendo che sua convinzione che la Younger Lady fosse Nefertiti.

Ad oggi, quindi, ancora molti studiosi stanno cercando la mummia di Nefertiti, che dopo quasi tremilacinquecento anni mantiene intatto tutto il suo fascino misterioso.

Fonti:

  • Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.
  • Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e a cura di Maurizio Damiano.
  • Storia dell’antico Egitto, Roma, ultima edizione di Nicolas Grimal.
  • WWW.VANILLAMAGAZINE IT – La sparizione di Nefertiti, il mistero della sovrana del ilo, di Annalisa Lo Monaco
  • https://www.la stampa. It/cultura/2013/02/25/news/nefertiti – la-regina-non-è – più – un-mistero – 1.3612398w
  • https://www http://archeology.org/…/1087-nefertiti-queen-egypt…
  • Le donne dei faraoni – il mondo femminile dell’antico Egitto, Milano, 1996 di Cristian Jacq.