Arti e mestieri

LA PRODUZIONE TESSILE NELL’ANTICO EGITTO

A cura di Luisa Bovitutti

La lavorazione dei tessuti risale agli albori della civiltà egizia infatti un vaso datato 5000 a.C. proveniente dal Fayoum conteneva dei semi di lino ricoperti da un brandello di lino grezzo.

Come ci ha detto Grazia qui e dai ritrovamenti nelle sepolture si deduce che il lino era la stoffa più utilizzata per realizzare abiti, bende per avvolgere le mummie, cinture, tappeti, tuniche o coperte. In modo sporadico furono lavorate anche la canapa, la lana (introdotta in Egitto in età romana per creare elaborati arazzi), la seta (usata in epoca greca per realizzare raffinate vesti femminili) ed il cotone, che fu utilizzato dal III secolo a.C. ma trovò il suo massimo utilizzo solo dopo la conquista araba del 640 d.C..

A seconda del trattamento cui era sottoposto il lino assumeva colorazioni che andavano dal grezzo al bianco splendente, che era la tinta più apprezzata ed utilizzata anche se sono stati ritrovati tessuti con colorazioni brillanti.

Per tingere le stoffe venivano utilizzate sostanze di origine vegetale e fra queste l’Isatis tinctoria (detta anche Guado o Gualdo) una pianta dai piccoli fiori gialli dalla quale si ricavava un rosso porpora e successivamente, attraverso la fermentazione delle foglie, il verde ed il blu. Dalla lavorazione della pianta Indigofera tinctoria si otteneva un colore blu intenso, dalla rossa radice della Rubia tinctorum (robbia) si otteneva il rosso, e dal Carthamus tinctorius (cartamo o zafferanone) dai grossi fiori arancioni si estraeva il giallo; c’erano tuttavia anche colori di origine animale come il rosso estratto da un parassita delle querce (Coccus ilicis)

Esistevano laboratori tessili annessi ai templi ed altri che producevano manufatti solo per il faraone, mentre la popolazione più povera lavorava il lino in piccole botteghe domestiche.

Gli annali del faraone Thutmosis III riferiscono l’impiego nelle botteghe tessili di prigionieri di guerra provenienti dalla Siria, che dovevano tenere dei registri dove annotare la quantità e qualità della produzione.

Nel testo letterario del Medio Regno chiamato “Satira dei mestieri” il lavoro del tessitore egizio viene così descritto: “Il tessitore è dentro nella sua bottega [..] sta peggio di una donna partoriente.. le sue ginocchia sono sulla bocca dello stomaco e non ha respiro. Se egli resta nella giornata senza tessere è punito con cinquanta frustate e deve dare una mancia al portinaio perché gli lasci vedere la luce..”

Donne di potere, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LA TOMBA DI ANEN

A cura di Luisa Bovitutti

Anen fu sepolto nella tomba che si era fatto preparare nella Necropoli di Tebe (TT120); essa fu restaurata ed aperta al pubblico nei primi anni 2000.

Composta da una sala principale e da una camera sepolcrale interna, la pianta ha la forma di T tipica della XVIII dinastia. Il rilievo più significativo rappresenta Amenhotep III e la regina Tiye (i cui busti sono stati scalpellati nell’antichità) che ricevono tributi.

Le figure sotto i troni rappresentano i Nove Archi, ossia i popoli stranieri all’epoca dominati dall’Egitto: Minoici, Babilonesi, Libici, Beduini, Mitanni, Kushiti, Nubiani, Nomadi della Nubia e Mentu-nu-setet (popoli della costa ad Est).

Il rilievo è ricco di simbolismo: un gatto tiene un’anatra al collo sotto il trono della regina e una scimmia e nemici stranieri giacciono sul cuscino del faraone, schiacciati sotto i suoi piedi.

Per ricostruire fedelmente le parti danneggiate, i restauratori si sono rifatti ad un dipinto realizzato nel 1929 da una spedizione del Metropolitan Museum di New York; le ricostruzioni si differenziano dal dipinto originale perché sono solo disegnate.

Abiti, Arti e mestieri

LA FABBRICAZIONE DEI TESSUTI

A cura di Grazia Musso

La materia primaria era il lino che si raccoglieva in diversi momenti dell’anno, per ottenere fibre di varia flessibilità e resistenza.

Le fibre venivano separate dalle parti legnose con la pettinatura, cui seguiva la bagnatura e la battitura. Poi si sbrogliavano le matasse per iniziare la filatura.

Esistevano tre tecniche di filatura : la prima consisteva nel far girare il fuso sulla coscia, attorcigliando la fibra mentre la si stendeva con l’altra mano; nella seconda il fuso veniva fatto girare tra le mani passando il filo attraverso una forcella; la terza tecnica prevedeva il passaggio della fibra attraverso un anello in una conca d’acqua, che la rendeva morbida e facile da lavorare. La fibra scivolava tra le dita di una mano e si arrotola a sul fuso, in tal modo si otteneva un filo molto sottile e uniforme.

Una volta ottenuto il filato, questo veniva lavorato nei telai. Il telaio orizzontale consisteva in due rulli appoggiati al suolo, sui quali venivano collocati fili paralleli dell’ordito. Separando i fili mediante due pettini lucci, si potevano passare perpendicolarmente quelli della trama, formando il tessuto a un’estremità del telaio.

Questo compito aspettava alle donne ma, con l’introduzione del telaio verticale, il lavoro di tessitore divenne un’attività maschile.

Il telaio verticale aveva una cornice rettangolare, che veniva posta in senso verticale, con due rulli agli estremi. I fili dell’ordito venivano fissati nella parte superiore e la tela si arrotola a nel rullo.

Il Tessitore si sedeva davanti al telaio, tirando i fili della trama verso il basso. Con questo lavoro si ottenevano vari tipi di tessuto, a seconda dello spessore del filo e della combinazione e densità della trama: ” lino reale” (il più sottile), ” tela sottile fina”, ” tela sottile” e “tela liscia”.

La trama poteva variate con l’inserimento a intervalli di fili più grossi, ponendo due fili di trama ogni due di ordito (tecnica del canovaccio), con strisce di trama più compatta unita ad altre più aperte.Per ornare le stoffe si usavano orli, sciolti o raccolti in fasci, che erano lavorati nella stesa tele tessuta o venivano cuciti in seguito ai bordi del tessuto, facendo delle nappine.

Infine il tessuto veniva lavato, gualcato e stirato. Quest’ultima fase aspettava a lavandai professionisti. Dalle fonti scritte si sa che esistevano laboratori tessili di proprietà dei templi e del faraone.

Nelle foto: gli indumenti di Kha che si trovano al museo egizio di Torino.

In questo disegno, ai piedi dei filato ( due donne e un uomo), vi sono alcuni contenitori pieni d’acqua, dove vengono messe in ammollo le fibre, che passano attraverso gli anelli posti alla base. I fili così ottenuti si arrotola o nei fusi con dischi all’insù. La donna al centro sta raddoppiando lo spessore dei fili da quattro ne ottime due per filato del gomitolo, aumentando la resistenza del tessuto.

In questo disegno due donne tessono la Stoffa usando un telaio orizzontale, formato da due rulli fissati a terra, sui quali passano i fili dell’ordito. Una donna con due pettini licci separa i fili per passare la trama; l’altra, con un pettine, li stringe a un’estremita’ e il tessuto terminato viene avvolto su uno dei rulli.
La rappresentazione verticale del telaio è la realizzazione della prospettiva nell’arte egiziana.

Riparazione eseguita su un pezzo di lino risalente alla prima dinastia egizia
LA COLORAZIONE DEL TESSUTO

Durante l’antico Egitto i tessuti colorati erano molto scarsi.

La Stoffa di lino bianco era la più comune. Alcune piccole matasse (nella figura sopra) venivano tinte con colori rossiccio o marrone e servivano per creare decorazioni come quella illustrata nell’altra immagine (sotto), di tessuto copto di lino, o per orli che ornavano il collo e le maniche delle tuniche.

L’esplosione del colore si ebbe durante l’epoca copta ( III – VII secolo d. C.), con la diffusione della lana che, più sensibile al mordente ( agente chimico che fissa la tinta al tessuto), permetteva una grande varietà di colori di origine vegetale, per esempio il giallo del cardamomo o dello zafferano, o animale.

Fonte: Egitto – Gli Egizi straordinari artigiani – De Agostini.

Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI TETI

Sull’argomento vedi anche: LA PIRAMIDE DI TETI di Luisa Bovitutti

Ora entriamo nella VI dinastia, quella che chiuderà l’Antico Regno, il primo faraone che incontriamo è Teti, (Othoes e Horo Seheteptawy). Non è chiaro il perché del cambio tra la V e la VI dinastia, quello che è emerge e che lascia perplessi è che “Seheteptawy” significa “Colui che riconcilia le Due Terre”. Da questo, malgrado le poche fonti certe, si intuisce che molto probabilmente si venne a creare una difficile situazione interna o dinastica alla fine della V dinastia e che potrebbe essersi verificato un pericolo per l’unità interna del paese. Comunque il cambio di dinastia è registrato nel Canone Reale di Torino che, dopo l’ultimo sovrano della V dinastia, riporta il totale dei re e degli anni fino a quel momento. Forse Teti non era neppure di stirpe reale, non sappiamo se la sua ascesa al trono sia stata legittimata dall’aver sposato la principessa Iput probabile figlia di Unas, (anche se non vi sono prove certe in tal senso), o se sia avvenuta con un atto di usurpazione. Il suo regno, secondo Manetone durò 30 anni, il Canone di Torino è illeggibile in quel punto, mentre le liste di Abydos e di Saqqara fanno pensare che non abbia regnato a lungo. In una iscrizione rinvenuta nelle cave di alabastro di Hetnub viene ricordato l’anno seguente al sesto computo del bestiame e quindi Teti dovrebbe aver regnato sicuramente almeno per 12 anni.

Sappiamo con certezza che Teti fece completare il Tempio Funerario di Unas in quanto fece inscrivere il proprio cartiglio sugli stipiti di granito di una porta. Molte altre iscrizioni riguardanti Teti sono giunte sino a noi, in particolare dagli scavi condotti attorno alla sua piramide. Sabu, gran sacerdote di Menfi, ha fatto incidere sulle pareti della sua tomba il ricordo di quando, orgogliosamente, prestava la sua protezione a “Sua Maestà” quando questi saliva sulla sua barca in occasione di cerimonie religiose, un altro sacerdote esprime il suo orgoglio con riconoscenza per essere stato nominato dal faraone stesso. Un altro funzionario racconta che fu proprio il faraone Teti ad inviarlo a Tura per procurarsi il calcare. Come già per altri sovrani, anche per Teti troviamo nomi e titoli incisi a Biblo, Punt, Tomas e in Nubia a dimostrazione che in quei tempi erano molti i legami commerciali tra l’Egitto ed il resto del mondo. Pare che Teti abbia avuto due mogli, questo è documentato dai graffiti presenti nella grande mastaba menfita di Khuye oltre che nella vicina piramide di Ipwe che fu la madre di Pepi I, il quale provvide alla regolare amministrazione di un cenotafio di lei a Copto. Il regno di Teti vide succedersi notevoli cambiamenti dal punto di vista religioso, cosa che può significare l’affermarsi di nuovi equilibri politici condizionati dalla diffusione di un culto più di un altro. Assistiamo ad una progressiva perdita di importanza del dio dinastico Horo, segno di un ridotto potere centrale che potrebbe preludere a quei fenomeni centrifughi che porteranno allo sfaldamento dell’Antico Regno. Manetone ci racconta che Othoes, (come lui chiama Teti), <<….. fu assassinato dalle sue guardie del corpo…….>> durante un colpo di Stato. Non è da escludere che in effetti sia stato ucciso dall’usurpatore Userkara che gli successe sul trono. La conferma verrebbe dal fatto che Userkara è estraneo alla linea dinastica e la sua provenienza è praticamente sconosciuta.

La piramide di Teti si trova nella necropoli di Saqqara ed è quella più a nord di tutte. Oggi è poco più che un’altura facilmente accessibile dalla cui cima è possibile osservare l’intera necropoli. Purtroppo la vista dei modesti resti della piramide suscitano una certa ironia nei confronti di ciò che la storia spesso ci riserva, questo complesso piramidale in origine era chiamato “I luoghi di Teti dureranno a lungo”. La sua storia archeologica segue l’ormai conosciuto schema: Perring la visitò nel 1839 e Lepsius nel 1843. Arrivò quindi Maspero nel 1882 alla ricerca, questa volta fruttuosa, dei testi delle piramidi. Questi furono subito copiati dall’egittologo tedesco Emile Brugsch, li copiarono pure il francese Urbain Bouriant ed in parte anche l’americano Charles Wilbourg.

Il nucleo della piramide era formato da cinque gradoni e la parte sotterranea ricordava quelle di Djedkare e di Unas. L’entrata si trovava nel pavimento della cappella ai piedi della parete nord della piramide. Da qui si accedeva ad un corridoio discendente che ad un certo punto diventava orizzontale, alle due estremità si presentava un paramento in granito rosa, al centro del corridoio orizzontale era ubicato uno sbarramento con tre massi di granito a caduta. Anche qui l’anticamera e la camera sepolcrale erano coperte da una triplice capriata di massicci blocchi di calcare come abituale in quell’epoca. Lungo la parete ovest della camera funeraria si trovava un sarcofago che in origine doveva presentarsi decorato con iscrizioni dorate ad eccezione della parte inferiore non del tutto finita. L’azione dei saccheggiatori di tombe è stata impietosa, tutto è stato depredato o distrutto.

Fra tanta devastazione fra i detriti sono stati ritrovati alcuni resti di un braccio e di una spalla della mummia, forse appartenuta al sovrano e un frammento di una tavoletta di alabastro con riportati i nomi dei sette unguenti sacri. La parete dietro al sarcofago ed in parte anche i lati nord e sud erano decorati con motivo della sfarzosa facciata del palazzo reale. In questo caso, come in altri, la decorazione rappresentava la facciata di un palazzo fortificato, motivo strettamente legato al concetto magico-religioso di protezione e sicurezza. Anche qui, come per la piramide di Unas, le pareti dell’anticamera e della camera erano interamente ricoperte con i “Testi delle piramidi” ed i soffitti erano decorati con il motivo del cielo stellato ma con le stelle orientate verso est.

Il serdab situato ad est era formato da tre profonde nicchie senza decorazioni. In corrispondenza del lato sud-est si trovava la piramide cultuale. Intorno alla piramide di Teti è presente un’ampia necropoli in cui si trovano i piccoli complessi piramidali delle due mogli del faraone, Khuit e Iput I oltre alle tombe dei suoi due più celebri visir Mereruka e Kagemni. Il 27 giugno 2002 e’ stata ritrovata all’interno della necropoli reale una cappella dedicata al re Teti. ”Si tratta con tutta probabilità dell’edificio sacro per il culto delle divinità egiziane più antico finora conosciuto”, ha detto un portavoce del Consiglio superiore delle antichità egiziane. La cappella appartenne a Ched-Ebd-Chedi, il ministro delle finanze e dell’agricoltura di Teti, che la fece costruire in onore del faraone divinizzato.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • R. T. Rundle Clark, “Myth and Symbol in Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 1978
Nubia

IL CHIOSCO DI NAGA

A cura di Stefano Argelli

Un gioiello dell’architettura Meroitica, il chiosco di Naga: tardo meroitico II sec a.C.

Il sito di Naga si trova a circa 30 km a est del Nilo, a 130 km a nord di Khartoum ed è uno dei due centri sviluppati durante il periodo Meroitico. A Naga, in un tipico ambiente sahariano con rocce e sabbia, vicino al tempio di Apedemak (I secolo d.C.) a poche decine di metri spicca il chiosco di Naga.

Ingrandendo l’immagine, si notano accanto ai motivi egizi troviamo nei capitelli ovoli e fioriture, archi e volute di stile greco-romano.

Bene protetto dall’Unesco dal 2011. Unico esempio di tal genere conservatosi, è un vero gioiello dell’architettura meroitica.

Un dettaglio del chiosco dove si nota lo stile egizio, visibile nell’ingresso un fregio di cobra coronato da dischi solari (l’ureo era il cobra reale) sormonta tre dischi alati simboli del Dio Horo di Edfu.

I suoi ingressi come le finestre centrali, sono decorati da motivi egizi, mentre le finestre laterali e i capitelli sono decorati in stile greco-romano. La fusione dei diversi stili avviene in questo monumento con un armonia che ne fa un pezzo unico nel panorama architettonico dell’arte meroitica.

Questo tipo di monumento era probabilmente adibito ai rituali di purificazione del Dio in occasione delle sue uscite processionali.

Fonte e ispirazione: “Il sogno dei Faraoni Neri” Maurizio Damiano.

Antico Regno, Piramidi

I TESTI DELLE PIRAMIDI

“MEDU NECER” (“PAROLE SACRE”)

A cura di Piero Cargnino

Abbiamo parlato della piramide del faraone Unas (o Unis), ultimo sovrano della V dinastia che, a differenza dei suoi predecessori, le cui piramidi non presentano iscrizioni od incisioni di alcun genere, le camere della sua ne sono interamente ricoperte.

Fu l’egittologo francese Gaston Maspero, nel 1881, a scoprire per primo questi testi ai quali, dato il luogo in cui furono rinvenuti gli assegnò il nome di “Testi delle Piramidi”. Consistono in una raccolta di formule rituali egizie risalenti all’Antico Regno che hanno il loro riferimento più antico appunto nella piramide di Unas ma verranno utilizzati successivamente anche da alcuni re e regine della VI dinastia. Ne sono stati rinvenuti nelle piramidi dei faraoni Teti, Pepi I, Merenra, e Pepi II ed in quelle delle regina Ankhesenpepi II, Neith, Iput II, Udjebten e Bahenu, altri furono rinvenuti anche su frammenti di legno nella sepoltura della regina Meritites IV.

Innanzitutto va precisato che i “Testi delle Piramidi”, non sono, come viene spesso ritenuto, un testo unico del tipo di un libro che viene ripetuto tale e quale ovunque lo troviamo, questi sono composti da un totale di 759 formule o espressioni spesso diverse da una piramide all’altra ed in nessuna piramide compaiono al completo. La versione rinvenuta nella piramide di Unas è composta da 228 formule. I “Testi delle Piramidi”, come detto, precedono di molto i “Testi dei sarcofagi” ed il “Libro dei Morti” e, a differenza di questi ultimi, erano riservati ai soli faraoni (con alcune eccezioni, li troviamo infatti nelle tombe delle regine citate sopra), inoltre questi testi non riportavano illustrazioni. Dopo la Pietra di Palermo, cronologicamente precedente, i Testi contengono la più antica citazione di Osiride come dio dell’aldilà. Probabilmente tutte quelle formule venivano pronunciate quando il corpo del re era preparato per la sepoltura, mentre la mummia veniva collocata nel sarcofago e mentre si portavano gli oggetti funebri nella tomba. O forse non venivano pronunciati da nessuno.

Come ho già ricordato in un mio precedente articolo, il Prof. Alessandro Roccati, ci spiegava che il geroglifico non è una scrittura il geroglifico è Parola. Il suo nome egizio “medu necer” significa “parole sacre”, i greci, tramandandoci il nome di “hieroglyphikós”, ovvero “segni sacri incisi” sbagliarono la traduzione. Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e magie. I testi non venivano incisi per essere letti, (chi sapeva leggere allora?), ma solo ad uso del faraone defunto, tant’è che dopo la sepoltura la piramide veniva sigillata e nessuno più li avrebbe dovuti vedere. Le formule avevano lo scopo di garantire la protezione dei resti del faraone, di infondere lo spirito nella sua mummia assicurandone l’ascesa tra le stelle imperiture e permettere la riunificazione del sovrano con il dio Sole Ra. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi, mi sorge il dubbio che, i potenti sovrani dell’Antico Regno, sicuri di se al punto da credersi immortali, non avessero poi quella grande fiducia che tutto sarebbe andato liscio nell’ora del trapasso dubitando della loro sicura salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi un sicuro cammino verso il cielo.

Si presume che prima di Unas le formule venissero solamente recitate e non incise. Molte di queste, trovandosi sparse in più piramidi diverse e non facenti parte di un corpo unico, scritte in un linguaggio arcaico e talvolta oscuro ed ermetico, non permettono di comprendere pienamente il loro significato.

La Formula 554 descrive il faraone in forma di Toro Possente che raggiunge gli dei tra le stelle: <<……Tu sei il figlio della Grande Vacca Bianca! Essa ti ha concepito, ti ha partorito e ti protegge. Attraverserà il fiume con te, poiché tu appartieni a coloro che stanno intorno al sole e circondano la Stella del Mattino……..>>. In loro compagnia anche il re sarebbe diventato una stella, la Formula 302 recita: <<……..Il cielo è limpido e Sothis risplende perché io, figlio di Sothis, sono vivo e gli dei si sono purificati per me nelle stelle imperiture……..>>.

Il termine presente nei Testi delle Piramidi per definire Stelle Imperiture è iHmw-sk, che tradotto letteralmente significa “che non tramontano”, questa è la destinazione finale del sovrano, il luogo nel quale si trovano i seguaci di Osiride.

LA TEOFAGIA – “L’INNO CANNIBALE”

I Testi delle Piramidi descrivono come il faraone avrebbe potuto raggiungere gli dei, anche servendosi di rampe, gradini, scalinate o volando. <<…….Oh! Oh! Elevati tu Unas, ricevi la tua testa, riunisci le tue ossa, metti insieme queste carni, sposta la terra dalla tua carne……>>. Quando il sovrano avrà raggiunto Ra nei cieli con lui camminerà e si leverà al mattino: <<……. Unas appare in gloria al mattino associato al levarsi del sole……un dio che vive dei suoi padri, che si nutre delle sue madri……..>>.

Dalla forma con cui sono espressi appare evidente che la provenienza dei testi si perde nell’oscurità del passato rifacendosi ad una tradizione antichissima. Nonostante i Testi delle piramidi risalgano alla V e VI dinastia, alcuni di questi fanno supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. A conferma di ciò tra le varie formule riportate, compare uno strano testo, la cui antichità si deduce dallo stile oratorio che si riflette nella scrittura molto arcaica oltre che negli Dei citati ed in elementi celesti quali pianeti e Orione.

Si tratta del cosiddetto “Inno cannibale”. L’Inno cannibale è un documento letterario straordinario che si compone di due incantesimi, (Testi delle Piramidi 273 e 274), iscritti sul frontone orientale dell’anticamera della tomba del faraone Unas. Ernest Wallis Budge ritiene che l’inno abbia origini molto antiche, addirittura preistoriche e preistoriche che veniva trasmesso oralmente di generazione in generazione da tempi remotissimi.

Secondo Toby Wilkinsos l’Inno Cannibale, doveva già essere considerato primitivo all’epoca di Unas infatti venne utilizzato solamente nella sua piramide ed in parte minore in quella di Teti per poi scomparire dai Testi delle Piramidi. Il destino dei faraoni dell’Antico Regno era l’ascesa al cielo, ma per poter fare ciò necessitavano della magia per superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell’aldilà. Poiché il corpo degli dei era pieno di magia, per impossessarsene i faraoni dovevano divorarli.

La teofagia, ovvero l’atto del mangiare la divinità, è uno di questi particolari aspetti arcaici, ripreso anche da altre civiltà successive. Un esempio di teofagia lo troviamo anche nei Vangeli sinottici, in Marco (11:22), Matteo (20:26) ed in Luca (22:19) quando, durante l’ultima cena, Gesù dice agli apostoli porgendogli del pane: << Prendete e mangiate questo è il mio corpo >>.

Il tono dell’Inno Cannibale è certamente pretenzioso, nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per essere divorate da lui: <<……..Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Unas ha preso possesso dei cuori degli dei. Unas si è nutrito delle loro interiora. Egli si è ingozzato delle loro sacre parole non dette. ……… Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. …….. Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. ……..La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. …..…Egli ha assimilato la saggezza degli Dei. La sua esistenza è eterna…….Unas, l’assassino degli dei……..Unas il grande Sekhem. Il Sekhem dei Sekhemn. Unas il grande Ashem. L’Ashem degli Ashemn. Osserva Orione……..la resurrezione di Unas……..Le fiamme di Unas nelle loro ossa. Le loro ombre sono con le loro forme……..Unas sta sorgendo……La durata della vita di Unas è l’eternità, il suo limite è la perpetuità ……… Ecco che l’anima degli dei è nel corpo di Unas, …….. Unas possiede il loro spirito ……… Ecco che l’anima degli dei appartiene a Unas >>.

Dalla lettura dell’Inno si deduce che l’ascesa al cielo dei faraoni dell’Antico Regno consisteva in un assalto al paradiso degli dei e, per poter compiere interamente il percorso e superare gli ostacoli per raggiungere la Duat, il faraone doveva integrare la magia e l’energia creativa del suo predecessore, a ritroso nel tempo, fino al primo Re divino, Osiride, confermando in questo modo la chiusura dei cicli dell’universo e l’eterna rinascita di ogni elemento, garantiti dalla resurrezione del re che a sua volta garantiva l’ordine della Maat attraverso il potere della magia che gli dei gli avevano conferito. La cosa può anche lasciare stupiti, se riferita alla VI dinastia, ma gli studiosi pensano che l’Inno, come altre formule, facciano riferimento ad un’epoca di molto anteriore che si perde nei meandri della storia in cui, forse, si praticava ancora il cannibalismo prendendo come esempio alcune tribù africane che lo praticavano. Potrebbe anche essere riferito al periodo egizio arcaico quando forse si effettuavano ancora sacrifici umani. Si tratta però di ipotesi a supporto delle quali non esistono prove concrete. A questo punto possiamo affermare che la tendenza tipica della religione egizia di divinizzare i suoi eroi e di mitizzare gli eventi storici del passato è la causa principale della mancanza di eroi propriamente detti. Nella vicenda di Unas si può leggere, e non è azzardato farlo, lo scontro dell’uomo, che diventa eroe, con gli dei. Ma a differenza di altre civiltà, tipicamente egizia c’è che Unas vince gli dei, li mangia e si sostituisce ad essi. Poiché, come ho detto fin dall’inizio, è mia intenzione presentare per quanto possibile una storia controversa dell’Antico Egitto non posso fare a meno di citare anche teorie alternative purché rientrino in un contesto logico, Ognuno poi si farà una propria idea. Clesson H. Harvey, ricercatore indipendente, rifiuta l’idea che i Testi delle Piramidi siano testi religiosi. Secondo la sua ricerca, sarebbero piuttosto i resti di una scienza metafisica, che identifica anche in testi paralleli di altre culture come quella indù, e che gli egittologi hanno confuso con sortilegi e incantesimi. Infatti, non vede “dichiarazioni”, ma istruzioni per la trasformazione di un essere umano mortale in un essere immortale. Nel “Libro dei Morti” c’è un brevissimo passo, di soli tre versetti, che esprime tutto ciò che l’egiziano antico vede nell’aldilà, con la sua sete di immortalità e con la sua aspirazione a vincere il tempo e la morte: << …….L’Ieri mi ha generato, ecco Oggi io creo il domani…….. >>.

Fonti e bibliografia:

  • Massimiliano Nuzzolo, “The Fifth Dynasty Sun Temples. Kingship, Architecture and Religion in Third Millennium BC Egypt”, cap. II, Prague 2018
  • Edda Bresciani, “Testi religiosi dell’Antico Egitto”, I Meridiani, Mondadori, 2001,
  • Franco Cimmino, “Vita quotidiana degli egizi”, Tascabili Bompiani, 2001,
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egiziani”, UTET, Roma, 1970,
  • Lichtheim Niriam, “ Ancient Egyptian Literature”,  University of California Press, London, 1975
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto”, Torino, Ananke, 2004
  • Christian Jacq, “Il segreto dei geroglifici”, Piemme, Milano, 1995
  • Alessandro Roccati, “Introduzione allo studio dell’egiziano”, Salerno editore, 2007 Clesson H. Harvey, “Aprendo la porta all’immortalità”, Edizioni Cliff  Morgenthaler, 2012
Donne di potere, Tiye

YUYA e TUYA

A cura di Grazia Musso

Yuya è stato un nobile egizio durante la XVIII Dinastia.

Di non nobili origini, sposò la nobile egizia Tuya, imparentato con la famiglia reale, che ricopriva varie importanti posizioni nella vita pubblica e religiosa.

La loro figlia Tiye divenne Grande Sposa reale del faraone Amenofi III.

Yuya proveniva dalla città di Akhmim, nell’alto Egitto, ove probabilmente era possidente terriero e un ricco membro della nobiltà locale. Il Biographical Dictionary of Ancient Egypt suggerisce un’origine straniera, ipotizzando una ascendenza mitannica, collegando la conoscenza dei cavalli propria dei Mitanni, il ruolo di Yuya di Capo della cavalleria è l’ipotesi della sua origine straniera.

Fu uno dei principali consiglieri del genero Amenofi III, ed esercitò le funzioni di Ufficiale del Re e Direttore delle scuderie, Maestro dei cavalli.

Il suo titolo onorifico di Padre di Dio gli derivò dal fatto di essere suocero di Amenofi III.

Fu profeta di Min ed esercitò le funzioni di Sovrintendente delle mandrie, per il culto della divinità.Tuya fu sposa del nobile Yuya e madre della regina Tiye.

Si pensa che fosse discendente della regina Ahmose Nefertari.

Anche Tuya ebbe vari incarichi religiosi, fra cui il titolo di Cantrice di Hathor e quello importante di Sovrintendente degli harem di Min ad Akmim e di Amon a Tebe.

Oltre la regina Tiye, la nobile coppia ebbe inoltre un figlio di nome Anen che fu Cancelliere del Basso Egitto ed ereditò le titolature sacerdotali del padre compresa quella di Padre del Dio.

ANEN

A cura di Luisa Bovitutti

Anen era fratello della regina Tiye, quindi zio materno di Akhenaton, prozio di Tutankhamon e cognato di Amenhotep III sotto il quale prestò servizio. Probabilmente egli fu ufficiale nell’esercito prima di diventare sacerdote e fu Cancelliere del Basso Egitto, “Secondo Profeta di Amon” e sacerdote-sem di Eliopoli, oltre ad acquisire il titolo di “Padre del dio”.

Questa statua in granodiorite, trovata a Tebe da Drovetti nel 1824 lo raffigura come sacerdote. Le iscrizioni al centro del gonnellino e sul pilastro dorsale enumerano i suoi numerosi onori, mentre alla cintura è appeso un cartiglio con il praenomen di Amenofi III, “Nebmaatra”. La pelle di pantera che Anen indossa, fittamente ricoperta di stelle, lo identifica come sacerdote-astronomo.

La tomba di Yuya e Tuya

Yuya è sua moglie furono sepolti nella Valle dei Re, nella loro tomba privata (KV46), che fu scoperta il 5 febbraio 1905 da James Edward Quibell per conto di Theodore Davis.

Nonostante dei razziatori di tombe siano indubbiamente penetrati nella sepoltura e abbiano asportato gli oggetti preziosi, furono sicuramente disturbati poiché non giunsero ai sarcofagi con le salme, così, il valore dei preziosi ritrovati fu sensazionale.

La tomba è costituita da un corridoio scalinata cui ne segue un altro in forte pendenza a sua volta seguito da altre scale che danno accesso alla camera funeraria.

La porta d’accesso era murata da pietre e da mattoni di fango recanti il segillo della necropoli, alcuni danni nella parte alta dimostravano che la tomba era stata violata.

Una seconda porta, al termine del corridoio, presentava i sigilli della necropoli e tracce di risistemazione.

Le mummie di Yuya e Tuya sono annoverate tra quelle meglio conservate della valle dei re. Particolarmente ben conservato il corpo di Yuya, considerato uno dei migliori esempi di imbalsamazione rinvenuto.

I due coniugi morirono a distanza l’uno dell’altro, come evidenziabile dallo stesso corredo funebre di ciascuno e, segnatamente, dei vasi canopici, e vennero sepolti in due differenti occasioni. Non è stato possibile, tuttavia, stabilire chi dei due sia morto per primo. La loro sepoltura è la meglio conservata fra quelle scoperte prima della tomba di Tutankhamon.

Le mummie di Yuya e Tuya

Fonte:

  • Le regine dell’antico Egitto – Rosanna Pirelli
  • Wikipedia.
IL CORREDO FUNERARIO

Il corpo di Yuya era contenuto in quattro sarcofagi, il più esterno dei quali era però costituito da una sorta di scatola parallelepipeda in legno, ricoperto di pece e con fasce dorate iscritte, priva di fondo che Costituiva, perciò una sorta di di coperchio dei sottostanti tre sarcofagi antropomorfi, il secondo sarcofago era pure ricoperto di pece lucida con bande dorate iscritte, il terzo era simile al secondo, ma le bande erano d’argento. Il quarto era completamente dorato con geroglifici incastonati in pasta vitrea, questo sarcofago aveva l’interno argentato e conteneva la mummia di Yuya.

I vasi canopico di Tuya, al contrario di quelli di Yuya che apparivano molto più semplici, contenevano gli organi interni avvolti in bende sagomate così da assomigliare a piccole mummie umane; sulla testa di tali simulacri, erano appostati piccole maschere in gesso dorato.

Il Corredo funerario recuperato comprendeva:

  • Il sarcofago di legno di Yuya su una slitta, coperto di pece e recante linee di iscrizioni.
  • La mummia di Yuya dentro 3 sarcofagi.
  • Il sarcofago di legno di Tuya, su una slitta con un testo che menziona suo figlio, Anen.
  • Due bare, inclusa quella della mummia di Tuya.
  • Due maschere dorate, una per ogni occupante.
  • Due scrigni canopici, ognuno diviso in quattro scomparti, in cui erano i quattro vasi canopi contenenti le viscere del morto.
  • Molti ushabti in teche di legno.
  • Il bastone e il manico della frusta di Yuya.
  • Il manico del sistro di Tuya.
  • Vasi in alabastro.
  • Finti vasi in legno.
  • Una statua in legno con un testo tratto dal Libro dei morti, un’apologia della vita del defunto che, fra le altre cose, comprendeva scongiuri per assisterlo nel suo viaggio attraverso il regno sotterraneo dei morti.
  • Tre sedie in legno di differente misura.
  • Un portagioie di Amenhotep III.
  • Due letti.
  • Uno scrigno appartenente ad Amenhotep III e a Tye.
  • Un vaso di alabastro appartenente al re e alla regina.
  • Un tubetto di kajal.
  • Vasellame.
  • Sigilli di Terracotta.
  • La collana di Yuya composta di grani d’oro e lapislazzuli.
  • Articoli da toeletta di vario genere.
  • Provvista di carne mumificata.
  • Un canestro per parrucca in papiro, oltre a una parrucca.
  • Paia di sandali di due diverse misure, di lunghezza che varia a dai 18 ai 30 cm.
  • Un papiro, lungo una ventina di metri, contenente capitoli del Libro dei Morti.
  • Un cocchio in perfette condizioni: all’epoca il secondo cocchio sopravvissuto dall’antico Egitto ritrovato.
La statua del Ba di Yuya

Fino alla scoperta della tomba di Tutankhamon, diciassette anni più tardi, la tomba di Yuya rimase la sola e essere stata ritrovata pressoché intatta.

Alcuni degli ushabti di pregevole fattura del corredo funerario- Museo Egizio del Cairo

Fonte : srs di Ahmed Osman, da “I Faraoni dell Antico Egitto.

Antico Regno, Sfinge

IL TEMPIO DELLA SFINGE

A cura di Piero Cargnino

La Grande Sfinge di Giza non è solo essa stessa un enigma ma i misteri e le sorprese la attorniano rendendo sempre più affascinante lo studio di questo grandioso monumento. Voglio ora approfondire un argomento del quale in effetti se ne parla poco. A parte qualche documentario fatto in passato, non sono molti gli egittologi che ne hanno parlato e comunque solo come contorno al più ampio discorso sulla Sfinge senza mettere troppo in risalto l’importanza di questo monumento secondario ma neppure troppo, “Il Tempio della Sfinge”. Collocato proprio davanti alle zampe anteriori della Sfinge, 2,5 metri più in basso, affiancato sul lato nord dal Tempio della Valle di Chefren,

il Tempio era completamente sommerso dalla sabbia quando, nel 1925, fu scoperto da Emile Baraize, impegnato nel grande lavoro di scavo e restauro della Sfinge stessa. Del Tempio non si conosce molto, si ritiene sia stato il faraone Chefren a farlo costruire, anche se molti non concordano facendone risalire la costruzione a molto prima (stesso discorso della Sfinge). Pur essendo vicinissimi, non si riscontra alcun affinamento archeologico e architettonico tra il Tempio della Sfinge e quello di Valle di Chefren. Non si ha neppure la certezza che esista una relazione tra la Sfinge stessa ed il Tempio. L’asse est-ovest del Tempio non si trova perfettamente allineato con quello della Sfinge ma è spostato di circa 7 metri più a sud. Non comunica in alcun modo con la statua mancando di accessi immediati alla Sfinge dall’interno del Tempio, per raggiungerla e necessario percorrere passaggi a nord e a sud. Il Tempio presenta una concezione architettonica tutta particolare, è costruito con grossi blocchi di calcare all’esterno, che si presentano molto danneggiati, mentre l’interno è completamente rivestito con altri enormi blocchi, ma questi sono di granito rosso, ciascun blocco è almeno tre volte più grande di quelli della Grande Piramide. Presenta una pianta del tutto particolare, nella parte centrale si trovava un cortile aperto di 46 x 23 metri circondato sui quattro lati da enormi colonne in granito appoggiate alle quali in passato dovevano trovarsi delle enormi statue del re alte almeno tre metri, di alcune di esse rimangono i basamenti. Su entrambi i lati, occidentale ed orientale, si allarga formando dei portici con una profonda nicchia. L’accesso al Tempio avveniva attraverso due entrate poste sul lato orientale. Il soffitto è formato da enormi architravi in granito rosa che poggiano su giganteschi pilastri monolitici dello stesso materiale, il peso di ciascun blocco si stima in 115 tonnellate. All’interno, seppur danneggiato, il pavimento è ricoperto da lastre di alabastro a taglio irregolare.

Ventitré grosse nicchie nei muri interni, orientale ed occidentale, suggeriscono la presenza, in origine, di statue di culto, (secondo alcuni statue di diorite, scisto e alabastro rappresentanti Chefren). Secondo l’architetto tedesco, Herbert Ricke, che ha studiato attentamente il Tempio, le statue avrebbero rappresentato il sovrano assiso sul trono con il copricapo nemes. Non si conosce quale possa essere stata la funzione di questo Tempio; come per tutti i monumenti presenti a Giza, anche il Tempio della Sfinge non presenta alcuna iscrizione incisa sulle pareti che possa fornire informazioni. Ricke sostiene che si tratta di un Tempio solare nonostante, come era in uso allora, i nomi dei sacerdoti del Tempio non siano menzionati in alcuna iscrizione dell’epoca. Se così fosse si tratterebbe dell’antenato dei templi solari che furono costruiti durante la V dinastia. Questa ipotesi trova concordi la maggior parte degli archeologi. Come per la grande Galleria e la Camera del Re, della piramide di Cheope, anch’esso consiste in una possente costruzione in granito successivamente avvolta all’esterno da enormi blocchi di calcare, quasi a protezione di quelli interni. Come la stessa Sfinge, anche il Tempio ci sorprende con i suoi misteri e questi sono impliciti nella sua struttura architettonica. La cosa più sorprendente, che lascia maggiormente perplessi è la collocazione degli enormi massi di granito all’interno ed in parte anche di quelli di calcare esterni. A differenza dagli altri monumenti egizi che si presentano assemblati con blocchi perfettamente squadrati, il Tempio della Sfinge mostra un’architettura del tutto particolare. Il taglio dei blocchi non è a forma di parallelepipedo regolare, come in tutte la costruzioni contemporanee e successive, ciascun blocco ha strane forme che si incastrano inspiegabilmente con più angoli. Al vederli la mente ci riporta alle ciclopiche mura di Machu Pichu e Cuzco in Perù.

Si presume, da alcune prove, che il Tempio non venne mai terminato e, forse che non sia mai stato utilizzato. A questo proposito sono nate, e continuano a prosperare, le teorie più fantasiose che vanno ben oltre ogni limite scientifico serio. Certo che una pubblicazione archeologica dettagliata è meno seguita dei libretti da bancarella che colpiscono la fantasia e l’immaginazione del profano. Certamente si possono esprimere teorie alternative purché offrano almeno un minimo di attendibilità, non foss’altro che per il dovuto rispetto verso chi passa gran parte della sua vita tra le rovine del tempo per cercare di capire il nostro passato. Altrettanto rispetto e riconoscenza, innegabilmente, è dovuto ad una civiltà così remota per le testimonianze che ci ha lasciato in tutti i campi.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Sabina Marineo, “Prima di Cheope”, Nexus Edizioni, 2013
  • Robert Bauval, “Secret Chamber: The Quest for the Hall of Records”. Arrow; New Ed, 2000
  • H. Spencer Lewis, “Symbolic Prophecy of the Great Pyramid”, The Rosicrucian Press, 1936
  • Christiane Zivie-Coche, “Sphinx, le père la terreur”, Agnes Viénot Editions, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)

Antico Regno, Sfinge

CUSTODE DI GRANDI SEGRETI

A cura di Piero Cargnino

La Grande Sfinge oggi fa bella mostra di se nella piana di Giza e viene visitata dai numerosi turisti che si recano in Egitto. Forse aveva, con le tre piramidi, lo scopo di stupire ed incutere timore e riverenza nei rappresentanti dei paesi stranieri che andavano ad omaggiare il faraone di turno. Ma forse non è proprio così. Se ci addentriamo nella letterature antica scopriamo che le cose andarono diversamente. Riporto una curiosità molto strana ed interessante, noi oggi restiamo incantati dalla imponenza della Sfinge anche perché siamo in grado di ammirarla in tutta la sua ampiezza. Stranamente però nell’antichità la Sfinge non veniva mai citata, la Bibbia ci parla molto dell’Egitto, da Giuseppe visir ebreo che fa arrivare la sua famiglia fino al Delta, a Mosè che con Aronne lotta contro i maghi del faraone fino a portare fuori il suo popolo dal paese, la Bibbia descrive molti particolari dell’Egitto senza però scendere troppo nei dettagli, possiamo però immaginare che non avrebbe almeno citato una statua così appariscente? Nulla sulla Sfinge, la Bibbia tace.

Così come tacciono i vari storici greci che che pure descrissero le meraviglie del paese, Erodoto, che all’epoca di Cambise, percorse l’intero Egitto fino ad Assuan e che nel II libro delle sue “Storie” ci presenta un resoconto molto dettagliato di ciò che aveva visto, lui che fu testimone del fatto che la Grande Piramide possedeva ancora tutto il suo bianco rivestimento di fine calcare, prima che tutto fosse asportato durante quindici secoli di saccheggi per la costruzione del Cairo. Di tutto ciò che vide, Erodoto fornisce una dettagliata descrizione dei luoghi, dei paesaggi, delle usanze popolari e delle tradizioni dell’Egitto, sottolineando in particolare le funzioni del fiume Nilo. In nessuno dei suoi passi compare la Sfinge.

Manetone, del quale purtroppo possediamo solo frammenti della sua opera “Aigyptiaka”, attinta alle fonti indigene, poi ripresa da altri storici e scrittori classici quali Giuseppe Flavio, Eusebio, Giulio Africano ed altri, ebbene nella sua opera Manetone non fa alcun accenno alla Sfinge. Diodoro Siculo, autore di una monumentale storia universale, la “Bibliotheca Historica”, come pure Strabone, nella sua “Geographia” e nella “Storia Universale” non citano mai la Sfinge. Ce ne parla Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. nella sua “Storia Naturale” il quale afferma. <<………di fronte alle piramidi si trova la Sfinge, opera ancor più straordinaria………considerata una divinità………essi (gli egizi) la credono la tomba del re Harmais……..credono che sia stata portata li da un luogo distante……..ma in verità è stata scolpita li………il volto è dipinto di rosso per motivi religiosi……..>>. Plinio riportò correttamente che la Sfinge, “Re Harmais” riportava in modo corretto l’immagine di Horo all’orizzonte nella sua forma di Horemakhet.

Quanto riportato da Plinio venne ripreso ed ampliato da autori classici più tardi, ad esempio nel “Corpus Hermeticum”, attribuito ad Ermete Trismegisto e nella “Hieroglyphiká” di Horapollon i quali consideravano i geroglifici segni mistici giunti a noi dagli antichi egizi quali fonte di ogni saggezza. Ma allora viene da chiedersi: se Plinio il Vecchio negli anni 80 d.C. vide la Sfinge in tutta la sua ampiezza, mentre Diodoro nel I secolo a.C. e Strabone nel 70 d.C. non parlano assolutamente della Sfinge, forse perché si trovava completamente sepolta, chi l’ha dissotterrata nei 10 anni che li separano da Plinio? Della Sfinge se ne parla nel periodo della dominazione araba, interessante la testimonianza di un medico di Baghdad, Abd al-Latif che nel XIII secolo visitò la piana di Giza e rimase più impressionato dalla Sfinge che dalle piramidi: <<………nei pressi delle piramidi si trova una colossale testa che emerge dal terreno……..>> e sottolineò la sua meraviglia che in un volto di tali dimensioni fossero state rispettate le esatte proporzioni senza avvalersi di un modello in natura. Nel corso del medioevo alcuni pellegrini si recarono in Egitto alla ricerca delle località citate nella Bibbia e nei Vangeli alla caccia di reliquie, interpretarono le piramidi come i granai di Giuseppe ma non lasciarono alcuna descrizione della testa della Sfinge. Solo più tardi, nel XVI secolo quando ebbero inizio studi sulle antichità egizie, furono molti i visitatori che si recavano in Egitto come viaggiatori e non come pellegrini ed in questo periodo le descrizioni della testa della Sfinge abbondano tra leggende e miti. Secondo il prete di Caterina de Medici la testa era stata creata da Iside amata di Giove, deviazione culturale religiosa del tardo periodo classico. Nel 1579, Johannes Helferich, rielaborò la tesi affermando che si trattava della rappresentazione della dea Isidis, figlia del re Inachus di Grecia, andata in sposa al dio egizio Osiride che gli cambiò il nome in Iside facendogli dono della grande statua di pietra. La cosa più interessante però è il fatto che Helferich aggiunse che: <<……..esiste un passaggio sotterraneo che parte da lontano……….>>, spiegò che il passaggio finisce dentro il corpo della Sfinge fino a raggiungere la testa ed era utilizzato dai sacerdoti egizi per parlare al popolo come se a farlo fosse la dea stessa. Ne tracciò uno schizzo dal quale però si intuisce chiaramente che lui non vide mai la Sfinge, al massimo ne sentì parlare molto vagamente, il suo schizzo è la rappresentazione di un volto femminile con tanto di seni ben accentuati.

Sulla Grande Sfinge di Giza molto è stato detto, ci sarebbe ancora molto da dire, sono stati sparsi fiumi d’inchiostro ed abbondano i libri di scrittori di ogni tipo, si può spaziare dall’archeologia accademica alla fantarcheologia. Io mi fermo qui anche se personalmente penso che la Sfinge ci nasconda ancora molti misteri, non ci rimane che aspettare che vengano svelati. Lasciamo ora il gigantesco Horemakhet, che da oltre 4500 anni (?) vigila sulla necropoli di Giza con gli occhi puntati verso l’orizzonte orientale, la dove il sole sorge agli equinozi. Prima di andarvene, però, osservate ancora attentamente quel volto, gli occhi e la bocca che, col favore di una opportuna angolazione del sole, paiono ammiccare accennando un quasi impercettibile sorriso, quasi a dirci: “Voi non sapete”. Custode di grandi segreti, continua ad osservare il sole che nasce all’orizzonte, rappresenta la rinascita dopo la morte, e l’uomo, che aspira da sempre all’immortalità, non ha mai smesso di osservare lo sguardo della Sfinge.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Sabina Marineo, “Prima di Cheope”, Nexus Edizioni, 2013
  • Robert Bauval, “Secret Chamber: The Quest for the Hall of Records”. Arrow; New Ed, 2000
  • H. Spencer Lewis, “Symbolic Prophecy of the Great Pyramid”, The Rosicrucian Press, 1936
  • Christiane Zivie-Coche, “Sphinx, le père la terreur”, Agnes Viénot Editions, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)

Antico Regno, Cose meravigliose, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI TI

Di Andrea Petta e Grazia Musso

Non lontano dal Serapeum, a poche decine di metri dalla piramide di Djoser, Mariette nella sua prima spedizione scopre anche la tomba del dignitario e gran possidente Ti. Mentre la costruzione del Serapeum era andata avanti fino ai Tolomei, la tomba del ricco Ti era invece antichissima e preziosissima da un punto di vista artistico ed archeologico.

Pianta della mastaba di Ti
• 1: Portico con due pilastri
• 2: Primo “serdab” o camera della statua del Ka di Ti, visibile attraverso due strette finestre dal portico e dal cortile
• 3: Cortile a pilastri e falsa porta di Demedi, il figlio di Ti
• 4: Primo corridoio; b: falsa porta di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes), la moglie di Ti, allineata con il pozzo della sua tomba (no. 9)
• 5: Secondo corridoio
• 6: Magazzino
• 7: La cappella di Ti; c, d: false porte di Ti, allineate con la sua camera di sepoltura (C)
• 8: Secondo serdab, visibile attraverso tre strette finestre dalla cappella
• 9: pozzo della tomba di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes)
• In rosso la camera sepolcrale di Ti sotto la mastaba.
o A: scala di discesa dal cortile
o B: corridoio in pendenza
o C: camera sepolcrale con
o D: il sarcofago in pietra di Ti

Titoli principali di Ti:

  • Sovrintendente delle piramidi di Niuserra e Neferirkara
  • Sovrintendente dei Templi Solari di Sahura Niuserra e Neferirkata

Risalente alla V Dinastia dell’Antico Regno, datata più o meno 2400 BCE, era stata scavata quando i re Cheope, Chefren e Micerino avevano appena innalzato le loro piramidi. La sua peculiarità è il fatto di essere praticamente la prima tomba a descrivere – con un’evidenza di cui non si era finora avuto l’eguale in nessun monumento – l’aspetto reale della vita nell’Antico Egitto.

Apparentemente Ti era nato dal nulla, un “self-made man” diremmo oggi. Insignito inizialmente del titolo di “Capo dei parrucchieri del Re”, divenne via via, sotto quattro Faraoni diversi, “Amico unico del Re”, Maestro di Palazzo, Architetto di corte, custode dei segreti del suo signore, soprintendente in tutte le imprese regali, supremo responsabile dei possedimenti funerari dei Faraoni e sacerdote di Ptah.

La tomba consiste in un piccolo ingresso che immette in un vasto cortile con peristilio, la cui parte centrale è occupata da un pozzo che termina con un corridoio discendente che conduce alla camera sepolcrale priva di decorazioni e iscrizioni.

Sulla parete settentrionale del cortile si trova il primo serdab, mentre all’angolo sud-ovest uno strettissimo passaggio immette nel corridoio che conduce a due stanze splendidamente decorate con bassorilievi policromi.

La prima stanza che si apre sulla parete ovest del corridoio, ha l’asse maggiore perpendicolare al corridoio ed è decorata con scene di offerte disposte in altezza su nove registri e raffigurazioni legate alla preparazione di cibi e bevande.

Il corridoio conduce nella seconda e più grande stanza, preceduta da un piccolo vestibolo.

Questa stanza, il cui soffitto è sostenuto da due colonne ed è detta anche “sala delle offerte”, comunica tramite una piccola fessura che si apre sulla parete sud, con un secondo serdab, all’interno del quale si trova ora una copia della statua del defunto, mentre l’originale è al Museo del Cairo.

La parete ovest di questa sala è occupata in buona parte dalla celebre scena detta ” della costruzione navale”, nella quale possiamo osservare l’attività di un cantiere navale con tutti i dettagli relativi alla fabbricazione delle barche.

La parete settentrionale è decorata invece da una grande scena che raffigura il defunto a grandezza naturale mentre partecipa alla caccia all’ippopotamo nelle paludi del Delta.

Per sottolineare la sua brillante carriera, Il ricco e potente signor Ti aveva avuto cura di eternare in morte, sulle pareti della sua tomba, veramente tutto ciò che lo aveva circondato in vita. Al centro di ogni figurazione c’è sempre lui, il potente Ti, tre o anche quattro volte più grande dei servi o della folla, per sottolineare così, anche nelle proporzioni del corpo, la sua potenza e importanza rispetto agli inferiori.

E dalle pareti della mastaba emerge, incredibilmente viva e vivida la vita di tutti i giorni: la preparazione dei campi, i mietitori, i guidatori di asini, la trebbiatura, la spulatura dei cereali; è possibile assistere alle varie fasi della costruzione delle navi di quattro millenni e mezzo fa: la segatura dei tronchi, la lavorazione delle assi, il maneggio di squadre, scalpelli e altri utensili. Per la gioia di innumerevoli studiosi di tutte le discipline afferenti all’Antico Egitto si possono riconoscere con chiarezza i vari arnesi, e vediamo come fossero già noti la sega, la scure e perfino il trapano.

Vediamo fonditori di oro e apprendiamo come si attizzassero coi mantici stufe ad alte temperature, e infine vediamo al lavoro scalpellini, intagliatori di legno e cuoiai.

E si può vedere quale potere avesse un funzionario come il signor Ti. I malfattori sono condotti per il giudizio dinanzi alla sua dimora, trascinati al suolo dagli sbirri, e strangolati in modo rozzo e selvaggio. Schiere di contadine gli recano doni, servi conducono e uccidono animali da sacrificio. Ed infine la vita privata di Ti, come attraverso una finestra della sua dimora: Ti a tavola, Ti con la moglie, con la famiglia, Ti – e questo è uno dei rilievi più belli – a caccia tra le folte macchie di papiri. In questa raffigurazione, i marinai arpionano ippopotami, uno dei quali addenta un coccodrillo.

In qualche modo, Ti è ancora in eterno viaggio sul Nilo. Ha attraversato i secoli, epoche, guerre, civiltà. Ha visto il caos, l’invasione degli Hyksos, lo splendore dei suoi discendenti nel Nuovo Regno. E poi il declino, Alessandro Magno e i Tolomei, Pompeo e Giulio Cesare, l’Impero Romano, gli Arabi fino alle invasioni europee. Eppure in quel rilievo tutto scivola via, portato lontano dal Grande Fiume.

E Ti comanda ancora i suoi marinai, i suoi contadini, i suoi scribi, e dopo la caccia ci invita ancora alla sua tavola, dove magari ci racconterà ancora qualcosa del Faraone Neferirkara Kakai e di come gli concesse in moglie la principessa Neferhetepes, o di Niuserra e delle sue riforme amministrative a cui Ti avrà sicuramente partecipato.

La “scena campestre”, una delle più famose della mastaba. Nel registro superiore, sulla destra è raffigurata la mungitura di una mucca con le zampe posteriori legate, a sinistra tre coppie di buoi tirano l’aratro. Nel registro inferiore gli uomini a destra dissodano i campi, un gruppo di ovini procede spronata dai pastori con la frusta per far penetrare con i loro zoccoli i semi in profondità. Per ultimo segue un contadino con la borsa delle sementi

La caccia all’ippopotamo è frequentemente rappresentata nell’Antico Regno fino al Nuovo Regno. L’ippopotamo, che vive nascosto nelle acque della palude, rappresenta il nemico, le forze ostili. Come il coccodrillo, l’ippopotamo appartiene al mondo degli animali selvaggi, un mondo che gli egizi conoscevano ma non controllavano. Le forze del caos e del male sono dominanti qui. Combattere e vincere queste forze, significa far regnare Ma’at (ordine) sul mondo.