“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

LA STORIA DEL MUSEO EGIZIO DEL CAIRO

IL MUSEO DI BULAQ

Formalmente, il Museo Egizio del Cairo è stato fondato insieme al Servizio delle Antichità da Muhammad Ali Pasha nel 1835 ed ubicato nel palazzo del Ministero della Pubblica Istruzione presso la Cittadella, dove di tanto in tanto qualcuno si degnava di lasciare qualche oggetto che evidentemente non era riuscito a vendere. Narrerà poi Maspero basandosi sui racconti dei collaboratori che “tutto il Museo era racchiuso in una stanza dove gli impiegati del Ministero lasciavano appese le proprie giacche durante l’orario di lavoro”. Un brillante inizio.

A completare l’opera, Said Pasha presenta gli oggetti superstiti all’arciduca Massimiliano Giuseppe d’Austria-Este in visita in Egitto nel 1855, e pensa bene di donargli l’intera collezione (che fa ora parte infatti del Kunsthistorisches Museum di Vienna). Praticamente, dopo 20 anni dalla fondazione il Museo aveva, per dirla alla Mourinho, “zeru reperti”.

Quando nel 1858 Mariette viene nominato Maamour del Servizio delle Antichità Egiziane non ci mette molto a capire che tutte le opere che stava raccogliendo meritavano una sede adatta. Visto che il trasporto avveniva soprattutto via fiume, Said concede a Mariette l’uso di un magazzino a Bulaq, il porto del Cairo dove Said sta facendo affluire lavoratori ed imprese per modernizzare l’Egitto, e viene costruito un nuovo palazzo dedicato nei pressi, terminato ed inaugurato nel 1863. Per la prima volta, l’Egitto ha un museo degno di questo nome. Viene chiamato “Casa delle antichità” o Antikhana.

Il parco del museo di Bulaq. Si noti la vicinanza fatale del Nilo
Il cortile esterno del Museo, circa 1870

Il sito è pittoresco ma non un granché sicuro: la vicinanza con i magazzini dei cereali espone al rischio di incendi; spesso ci sono tra i visitatori serpenti e scorpioni ed il rischio di alluvioni incombe sul Museo.

Mariette è in primis un raccoglitore/conservatore; si occupa soprattutto della catalogazione e segna su un registro diviso in colonne i dati relativi a ciascun oggetto: numero progressivo di identificazione, provenienza e data di scoperta, materiale, descrizione e illustrazione, dimensioni, posizione, osservazioni.

Il “Journal d’Entrée” creato da Mariette

Si tenta anche una rappresentazione scenografica dei reperti (ma Belzoni, ahimè, rimane un punto di riferimento molto lontano…). Inoltre, la posizione di molti esperti era abbastanza ambigua (e per certi versi lo rimarrà a lungo): per i resti archeologici che non provenivano dal mondo greco-romano non era facile attribuire un valore artistico. Inoltre, la nascente egittologia era considerata una scienza storica; si trattava quindi di documenti che dovevano essere resi leggibili e intelligibili (iscrizione, iconografia) piuttosto che di modelli estetici da esaltare.

Pochi oggetti sono valorizzati nel catalogo; qui la nostra vecchia conoscenza Sheikh-el-Beled alias Ka’aper,
E non poteva mancare la splendida statua di Chefren in trono
Il primo catalogo di Mariette
La scarsa importanza data al valore artistico degli oggetti è data anche da queste rappresentazioni “collettive” del catalogo; qui una denominata semplicemente “Pantheon”
Un altro “Pantheon” messo insieme alla rinfusa

Nel 1872 viene comunque pubblicato il primo catalogo del Museo Egizio e nel 1883 Maspero pubblicherà la prima guida ufficiale del Museo.

Come pratica comune all’epoca si preparavano delle “cartoline” 18×8 cm che potevano essere utilizzate come cartoline postali o portate a casa come souvenir e regalate ai conoscenti – oppure semplicemente conservate con le loro schede descrittive.
Per il Museo di Bulaq esisteva una serie di 25 cartoline preparata niente meno che da Emile Brugsch, all’epoca collaboratore di Mariette (e che re-incontreremo presto, coinvolto in una delle più grandi scoperte in Egitto…); Più avanti verrà preparata una seconda serie, migliore dal punto di vista fotografico, da Edwards. Entrambe hanno errori di interpretazione che oggi ci fanno sorridere. Qui a confronto la statua di Chefren nelle due serie
Le schede di Rahotep e Nefer recitano: “Il principe Ra-Hotep e la “sposa reale” Nefert. Il fatto che questi due personaggi sarebbero vissuti sotto il regno di Snefrou, ultimo re della III dinastia, darebbe alle loro statue un’antichità superiore a quella del re Chefren e alla costruzione delle grandi piramidi. L’esecuzione e lo stato di conservazione di queste sculture sono sorprendenti e la loro importanza
è grande dal punto di vista etnografico. La differenza di razza delle dinastie successive da quella di cui le due statue ci offrono la tipologia, è facile da cogliere…Nell’acconciatura si distinguono i capelli naturali che ricoprono la fronte, finti capelli che, disposti in sottili trecce, compongono una voluminosa parrucca
Sempre dalle note esplicative originali: “Barca dorata con il suo equipaggio, montata su un carro a quattro ruote in bronzo e legno; al centro, la figura che regge un bastone e un’accetta sembra rappresentare il defunto che attraverserà i fiumi e le varie stazioni celesti, fino al momento in cui la sua anima entra nella zona dei giusti.
Dietro il timoniere c’è una piccola scatola sulla parete della quale è inciso un leone che porta il nome del re “Kames”. La barca è stata trovata a Tebe nel 1859, con la mummia della regina A AH -H OTEP, madre del re Ahmose, il primo re della XVIII Dinastia.”. Una completa descrizione della barca di Ahhotep fatta da Grazia Musso è disponibile qui: https://laciviltaegizia.org/2020/12/22/la-regina-ahhotep/

Abbiamo visto la sua mastaba in dettaglio qui: “Statua di Ti, un importante funzionario pubblico che ha vissuto sotto uno dei regni della V dinastia, e che ha dato il suo nome ad una delle più grandi e famose tombe della necropoli di Memphis. Ti è in piedi; la sua testa è coperta da una parrucca e il suo corpo vestito con una camicia tirata in avanti come un grembiule. Nel marzo 1860, una ventina di statue dello stesso personaggio furono trovate nel Serdab della sua tomba (camera segreta per le effigi del defunto), ma questa copia era l’unica intatta.” 

Prima però della pubblicazione di Maspero, il Nilo ricorda a tutti che sono state le sue inondazioni a rendere così fertile la sua Valle; nel 1878 rompe gli argini ed allaga il Museo. Tutta la documentazione di Mariette va praticamente persa insieme ad un numero imprecisato di documenti e reperti.

Il Console Generale di Spagna Edoardo Toda i Güell, che sarà poi il padre dell’egittologia spagnola, “vestito” da mummia nel Museo. 1885 Mostra meno

L’inondazione mette in luce le criticità del Museo di Bulaq, che cominciava ad essere molto piccolo per la quantità di reperti raccolti. Verrà deciso un primo spostamento a Giza nel palazzo di Ismail Pasha nel 1891 e poi dal 1902 nella sede storica di Piazza Tahrir che sta per essere abbandonata.

IL PALAZZO DI ISMAIL PASHA

Come abbiamo visto la grande alluvione del 1878 decreta la fine del Museo di Bulaq…ma con grande calma. Passano quasi 10 anni prima che si decida finalmente di spostare la collezione in un posto più sicuro, e la cosa viene fatta in stile molto arabo.

I reperti vengono spostati nel 1887 (insieme a salma e mausoleo di Mariette) niente meno che nel palazzo di Ismail Pasha a Giza e lì ci rimangono per ben tre anni prima che ci si decida a riaprire al pubblico. Almeno questa volta la sede è degna: nel 1890 si aprono ben 45 stanze al pubblico. Del lavoro si occupa principalmente Victor Loret, allievo di Maspero e che diventa nel 1897 il nuovo Direttore Generale delle Antichità. Come si può capire dal numero delle sale aperte, Loret praticamente nel Museo ci vive; lo lascia solo per sovrintendere alcuni scavi a Saqqara e a Tebe, dove trova la famosa tomba di Amenofi II (la KV35) le cui due mummie femminili ignote denominate “Younger Lady” e “Elder Lady” sono tuttora oggetto di studio (e di liti).

Loret alle prese con Amenofi II

Loret è uno studioso serio, ma con un senso diplomatico degno di Hulk in una giornata di luna storta. È in lite perenne con le autorità egiziane che vorrebbero sotto sotto un inglese al suo posto; per questo motivo pubblica pochissimo delle sue scoperte (anche la KV35 verrà “riscoperta” solo con Howard Carter) e lascerà il suo incarico dopo pochi anni.

Il palazzo di Ismail Pasha a Giza è ampio a sufficienza per l’epoca; ha però anche qualche difettuccio: le cronache dell’epoca riportano che abbia le pareti dipinte in blu, oro e arancio, mentre i soffitti barocchi con stucchi in sovrabbondanza e lampadari a goccia sfoggiano Veneri prosperose e Cupidi paffutelli. Il che sarebbe stato il meno: il palazzo è a rischio di incendio e senza nessuna caserma dei pompieri nelle vicinanze. Pare inoltre che la servitù del palazzo avesse la brutta abitudine di arrotondare il magro salario rubando i reperti minori e rivendendoli a turisti compiacenti.

È tempo di un nuovo, fondamentale trasferimento.

Il Museo di Giza
Il Museo di Giza
Il Museo di Giza – La veranda
Il Museo di Giza
Il Museo di Giza – La “Sala delle mummie”
Saluti da Giza
Il Museo di Giza – l’ingresso del settore dedicato al Nuovo Regno

PIAZZA TAHRIR

Jacques de Morgan, subentrato a Loret, fa la voce grossa ed ottiene lo spazio delle ex-caserme dell’esercito britannico in quella che diventerà Piazza Tahrir. Questa volta il governo egiziano fa le cose in grande: dopo molti tentennamenti (la spesa per costruire un nuovo museo era più del doppio rispetto alla ristrutturazione del museo di Giza) lancia una gara internazionale per il progetto del nuovo museo e riceve tra il 1893 ed il 1895 ben 116 progetti; sorprendentemente diversi a forma di piramide…

Jacques de Morgan, il “papà” del Museo Egizio di Piazza Tahrir

Vincerà la gara con un progetto molto classico un altro francese (che novità!), Marcel Dourgnon. La cosa però non passa inosservata: di tutti i progetti, in “finale” ne arrivano 9, tutti francesi, e ben 4 vengono premiati con assegnazione finale promessa a chi avesse offerto il maggiore ribasso sulla base d’asta.

Marcel Dourgnon con la fascia da sindaco del IX Arrondissement di Parigi
Il progetto originale di Dourgnon. Ben visibile la “plafoniera” che doveva dare luce al salone principale del museo
Publié dans Concours pour le musée des Antiquités égyptiennes du Caire 1895. La participation française. Marie-Laure Crosnier Leconte. P. 91, fig. 22. Edition Picard, 2010.

L’architetto Ernesto Basile, che doveva essere nella commissione giudicante, viene escluso all’ultimo momento. Volano parole grosse (“l’arte in Egitto serve a far vento allo sfruttamento politico d’influenze alte…ha dato il suo giudizio finale su progetti, alcuni dei quali faticosi, pesanti, imbarazzati nelle linee, nel concetto, nell’estetica, gonfi, vani, rimpinzati di retorica artistica, malfermi nella grammatica delle linee, non sicuri del carattere, spropositati nell’unità concettiva, duri nell’insieme; perché quella crestomazia di Commissione si è bollata, si è timbrata, si è notariata di ignoranza”) ed interviene anche il Primo Ministro italiano, Crispi.

Il progetto di Dourgnon è talmente banale che perfino i francesi lo criticano severamente (“il carattere generale della costruzione ricorda più una prefettura di provincia che un museo”); il lucernario del progetto originale per dare luce all’interno viene chiamato amichevolmente “la plafoniera”.

Il fatto che De Morgan e Dourgnon fossero amici non aiuta sicuramente a dissolvere i sospetti. A completare l’opera, qualcuno fa sparire misteriosamente molti dei progetti scartati (a tutt’ora non ancora rinvenuti). Si decide quindi di modificare il progetto di Dourgnon utilizzando elementi degli altri progetti premiati, anche per abbassare il costo previsto di 120,000 £.

Il progetto definitivo dopo le modifiche apportate (vista frontale e pianta)
Il progetto definitivo dopo le modifiche apportate – sezione longitudinale

Per sventare l’incidente diplomatico, Dourgnon affida l’appalto per la costruzione dell’edificio ad una ditta italiana, Garozzo-Zaffrani, che in quattro anni completa l’opera ma si “vendica” sui francesi facendo lievitare il costo a ben 160,000 £. De Morgan non farà in tempo a vedere il nuovo edificio: troverà nuove avventure e fama imperitura in Mesopotamia, dove troverà il Codice di Hammurabi.

Il verbale della posa della prima pietra il 1° aprile del 1897
Lavori in corso per l’impresa Garozzo-Zaffrani
Schizzo di una delle due statue di Cleopatra previste ai lati dell’ingresso principale

Maspero, nuovo Direttore, si ritrova a spostare ben 5,000 casse di reperti; Mariette imita le mummie di molti Faraoni del Nuovo Regno, migra una seconda volta e finisce anche lui in Piazza Tahrir. Nel 1902 la grande inaugurazione del Museo in quella che è stata la sua sede storica.

L’interno del museo, circa 1910
All’inizio del ‘900 l’attenzione è ancora rivolta alle mummie, non al valore storico ed artistico delle opere esposte. L’Antico Egitto è ancora una curiosità dai risvolti un po’ macabri

SI TORNA (PIANO PIANO) A GIZA

Alla fine del XX secolo appare evidente che anche l’edificio di Piazza Tahrir è diventato insufficiente; le vetrine in legno, lo scarso spazio a disposizione ed un numero sproposito di reperti che si accumulano (e spariscono…) nei sotterranei del museo sono segnali inequivocabili che ci voglia una nuova sede.

Sotto la guida (e l’ego) di Zahi Hawass viene deciso di portare avanti il progetto del Grand Egyptian Museum di nuovo a Giza, nella zona delle grandi piramidi. Viene indetta una nuova gara internazionale nel gennaio 2002, in cui vengono presentate più di 1,500 progetti con nuove idee bislacche (tra cui una piramide rovesciata). In maniera molto pittoresca, viene posata la prima pietra del nuovo museo prima ancora che venga indetta la gara…

La gara per il progetto viene vinta dagli architetti Roisin Heneghan e Shi Fu Peng nel giugno 2003, con un costo totale previsto superiore ai 500 milioni di dollari, di cui 300 provenienti da un prestito dal Giappone (che in cambio avrà l’appalto per il trasferimento dei reperti dagli altri musei). Da notare che nel frattempo il costo stimato ha abbondantemente superato il miliardo di dollari.

Il nuovo Grande Museo Egizio (GEM) nei primi rendering pubblicati
Il rendering originale degli spazi interni del GEM

Ci vogliono ben 7 anni prima che nel 2010 venga assegnato il primo appalto per la costruzione del nuovo museo, che dovrà avvenire ad un paio di chilometri dalle grandi piramidi, dove nel frattempo viene spostata una statua colossale di Ramses II nel 2006. Ramses aspetterà lì fuori, paziente, ben dodici anni prima di essere messo al coperto nella grande sala del museo in costruzione. Ma cosa sono 12 anni per una statua che ne ha già più di tremila sulle spalle?

L’ingresso del GEM oggi. Foto Hannah Pethen
L’esterno decorato con i cartigli dei principali Faraoni (in un ordine un po’ confuso…)
La statua colossale di Ramses II nella grande sala del GEM. Foto Hannah Pethen

Il progetto prevede una struttura a triangolo tronco, con le pareti nord e sud allineate con le piramidi di Cheope e Micerino – struttura ripresa dal logo ufficiale del GEM, sinceramente orrendo e immediatamente perculato dagli stessi egiziani.

Una veduta aerea del GEM con la pareti nord e sud allineate con le piramidi di Cheope e Micerino. Foto: Heneghan Peng Architects
Il logo del GEM, che riprende la pianta dell’edificio – sinceramente anonimo e discutibile
…e una delle libere “interpretazioni” del logo stesso, vista la somiglianza con i cartocci dei vari fast food per patatine, fritti e compagnia

Non si fa in tempo a partire con i lavori che avvengono i disordini contro il regime di Mubarak (che porterà parecchi danni anche al vecchio museo), iniziando una fase di ritardi cronici della costruzione che si protraggono tuttora. Ritardi nell’assegnazione degli appalti per le varie fasi della costruzione, un incendio nel cantiere, il Covid e probabili questioni di politica interna hanno di fatto spostato la data di inaugurazione via via nel tempo, tanto da non essere ad oggi fissata.

Il cortile esterno ad oggi. Foto Hannah Pethen
L’obelisco di Ramses II, originariamente a Tanis, che domina il cortile esterno. Foto Hannah Pethen

Nel frattempo, diverse migliaia di reperti (dei 100,000 previsti) sono già stati trasferiti nella sale via via completate del museo, inclusa la collezione completa di Tutankhamon e la barca solare di Cheope, nonché appunto la statua colossale di Ramses II che ha costituito di fatto l’immagine iconica del nuovo GEM fino ad ora. Tutti reperti sottratti per anni alla vista dei turisti ed appassionati in attesa di un’apertura attesa fina dal 2018.

Ad ottobre 2024, solo la grande sala di ingresso e la scalinata principale del museo (e ovviamente l’area commerciale…) sono visitabili. Speriamo di poter visitare anche le altre sezioni al più presto.

La grande scalinata già aperta al pubblico. Foto Hannah Pethen
La grande scalinata già aperta al pubblico. Foto Hannah Pethen

I PROGETTI SCARTATI

Una carrellata dei progetti scartati per il GEM

ll progetto (scartato) a piramide rovesciata. Si dice che Imhotep sia risorto e li abbia presi a sberle.
ll progetto (scartato) a piramide rovesciata. Sicuramente scenografica, però.
Uno strano insetto sulla sabbia?
Museo o aeroporto con i finger?
Visioni dal futuro
Visioni dal futuro
Questo era forse il più “integrato” nel paesaggio. Forse troppo
Questo era forse il più “integrato” nel paesaggio. Forse troppo
Altra visione futuristica
Questi erano stati chiaramente al Louvre ed hanno copiato…
Questo con il soffitto di vetro sarebbe stato divertente da climatizzare
Riciclaggio del concetto di mastaba
Qui l’architetto è stato al Sea World di San Diego secondo me
Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – LA TERRAZZA SUPERIORE

Di Andrea Petta

Da sottolineare il fatto che l’ultimo piano del tempio fu adattato alle esigenze di un monastero copto, dedicato a San Phoibammon, fondato probabilmente alla fine del VI secolo. I saloni del monastero furono costruiti sulla terrazza superiore mentre l’accesso ai visitatori esterni probabilmente avveniva nel cortile sottostante. Il monastero è stato utilizzato per più di due secoli, ma deve essere stato ricordato per molto più tempo poiché il nome del luogo “Deir el-Bahari” significa appunto “Monastero settentrionale”.

Il terzo portico corona la facciata del tempio, in origine con 26 statue di Hatshepsut erette contro i pilastri e le estremità orientali delle pareti laterali, tutte distrutte a parte qualche testa sopravvissuta alla damnatio. La parete ovest era decorata con 110 colonne di testo che descrivono eventi miracolosi evidenziando la volontà di Amon-Ra che sua figlia fosse incoronata re delle Due Terre. Dopo la morte di Hatshepsut le colonne furono sostituite da Thutmosis III con scene figurali.

Dal portico si accede alla cosiddetta “wshyt Hbyt = Corte della Festa“, con una corte centrale circondata su tutti i lati da un colonnato oltre il quale si aprono una stanza con finestra non meglio identificata, le cappelle funerarie di culto di Hatshepsut e Thutmosis I, il santuario principale di Amon, due cappelle di Amon ai lati nord e sud oltre ad un altare del sole e la cappella superiore di Anubi.che abbiamo già visto.

Per dare un’idea della devastazione subita dal tempio, il portale in granito che conduce alla Corte della Festa era l’unica parte visibile ai primi visitatori nel XVIII secolo.

La stanza con finestra potrebbe essere una “Stanza delle Apparizioni” come verrà mostrata ad Akhetaton (con Akhenaton che assegna l’Oro dell’Onore), ma le opinioni sono discordanti.

La “Corte della Festa” si riferisce alla “Bella Festa della Valle” e le scene della processione in occasione della festa occupano molto spazio della decorazione della terrazza superiore.

Il lato ovest, che conduce al Santuario di Amon, era decorato da nicchie con statue di Hatshepsut, di cui rimangono solo alcune parti.

AI lati dell’ingresso del Santuario di Amon, due figure di Ahmose, la madre di Hatshepsut (ma originariamente probabilmente di Neferure che accoglie, come erede designata, la madre Hatshepsut e Hathor).

Cappella meridionale di Amon: l’unica rappresentazione sopravvissuta di Hatshepsut (anche se con i cartigli di Tuthmosis II)

La Cappella meridionale di Amon contiene l’unica immagine sopravvissuta di Hatshepsut – anche se i cartigli sono stati cambiati con quelli di Thutmosis II.

LE CAPPELLE FUNERARIE DI CULTO DI HATSHEPSUT E THUTMOSIS I

Alle cappelle di culto di Hatshepsut e di suo padre, Thutmosis I, si poteva accedere dalla terrazza superiore attraverso un vestibolo. Entrambi gli ingressi alle cappelle si trovano nella parete occidentale del vestibolo. Due piccole nicchie erano state costruite nel muro orientale del vestibolo, una di queste era stata decorata con il capitolo 148 del Libro dei Morti. Questo capitolo garantiva l’approvvigionamento di cibo nell’aldilà grazie alla conoscenza dei nomi delle 7 mucche celesti.La parete occidentale della cappella era stata decorata con una grande falsa porta in granito rosso.Essendo la zona del tempio dedicata al culto della regina, è possibile che la statua di Hatshepsut conservata al Met di New York fosse posizionata qui.

IL SANTUARIO DI AMON

Attraverso un grande portale in granito si accede alla prima stanza del santuario principale di Amon dove veniva portata la statua del dio durante la “Festa della Valle”. La stanza ha un tetto a volta e due statue di Hatshepsut in forma di Osiride.Nel solstizio d’inverno il sole sorgeva esattamente sulla linea dell’asse del tempio. Così, i raggi del sole entravano nel santuario attraverso la finestra esterna illuminando le statue di Amon e del re ivi collocate. Purtroppo l’allineamento è andato perso nel corso del tempo (lavori, terremoti).La cappella originale dedicata ad Amon è stata smantellata nel periodo tolemaico e sostituita da un santuario dedicato ad Amenhotep.

L’ALTARE DEL SOLE

Il complesso del culto solare è costituito da un vestibolo coperto e un cortile aperto con l’altare solare. L’elemento predominante del cortile è il grande altare all’aperto per Ra-Horakhty eretto al centro e dotato di scale che conducono sul lato occidentale fino alla piattaforma.

A parte la distruzione delle rappresentazioni e dei nomi di Hatshepsut sotto Thutmosis III, in seguito i nomi e le figure di Amon-Ra e gli dei dell’equipaggio della barca solare furono distrutti – ad eccezione di Ra-Horakhty e Atum – durante il periodo di Amarna.

Le figure distrutte e i nomi degli dei furono restaurati – molto probabilmente sotto Horemheb.

Alabastro, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

VASO PER UNGUENTO A FORMA DI LEONE

Calcite, avorio, oro, pigmenti rossi, gialli, blu e verdi. Provenienza: tomba di Tutankhamon (KV62). Museo del Cairo: JE 62119.

A cura di Ivo Prezioso

Thierry Morant in Profumi e cosmetici nell’Antico Egitto, ricorda: “ L’Egiziano antico viveva in un mondo dove il sacro era essenziale; una convinzione per cui era indispensabile, al termine dell’esistenza terrena, prepararsi alla propria seconda vita in quello che, forse impropriamente, chiamiamo paradiso di Osiride. E per arrivarci, l’uso di cosmetici, fard, balsami, profumi, erano essenziali”.Così, oli e unguenti, usati abbondantemente durante la fase di mummificazione, finivano col divenire anch’essi parte integrante del corredo funerario. Nella tomba di Tutankhamon, Howard Carter, stimò che, prima del passaggio dei profanatori, nel solo piccolo ambiente denominato “Annesso”, dovevano esserci “non meno di 350 litri di oli, grassi e altre materie untuose immagazzinate lì per il re”. D’altronde Christiane Desroches Noblecourt, ci ricorda che i saccheggiatori, che penetrarono per due volte nella tomba si impadronirono innanzitutto dell’oro e degli unguenti.

Queste sostanze rare e costosissime, molto spesso importate, erano a loro volta, per riguardo al loro valore, conservate in contenitori realizzati con materiali delicati ed altrettanto preziosi, come la calcite (o alabastro egiziano). La loro forma il più delle volte originale e di grande gusto estetico, si ispirava in genere alla flora ed alla fauna. Quando si osservano le foto scattate da Harry Burton nell’annesso, ci si rende immediatamente conto del disordine che vi regnava e dovette sembrare un miracolo che oggetti così fragili e delicati potessero essere ancora intatti. In seguito, Carter preciserà che “tra i tanti oggetti straordinari, è necessario citare il seguente esempio: un vaso con le forme di un leone mitico, in piedi in un atteggiamento aggressivo, stranamente araldico come “un leone guardiano”; la zampa destra sollevata con gli artigli all’aria in una nobile rabbia, mentre la sinistra poggia su un simbolo che significa protezione. Montato sulla corona posta sulla testa si trova il collo del vaso che rappresenta un fiore di loto che prende esso stesso la forma di una corona. La decorazione di questo oggetto è incisa e riempita di pigmenti, la lingua e i denti sono in avorio”.

Questo oggetto alto 60 cm. e largo 19.8 cm, stante sul suo sgabello splendidamente realizzato, secondo Zahi Hawass “appare oggi più toccante che feroce”. In effetti, con la lingua fuori e la zampa anteriore destra alzata, come in segno di saluto, sembra sfidare, con ostentata ironia, chi lo guarda.

Christiane Desroches Noblecourt nel suo “Tutankamon e i suoi tempi” ce ne fornisce una descrizione molto dettagliata. Il colletto di pelo che incornicia la bocca, i dettagli delle orecchie, i due piccoli cuscinetti delle zampe anteriori, gli artigli dell’animale, il ciuffo terminale della coda, le piccole rosette di pelo sulle spalle, tutto ciò è evidenziato dal colore blu-nero, Il naso, una volta dipinto di nero, ha ancora tracce di rosso che indicavano le narici; gli occhi circondati di nero, sono interamente dorati, come a dare l’illusione della fosforescenza. La bocca aperta mostra otto zanne d’avorio bianche, così come le mucose laterali e la lingua pendente, dipinte di rosso. Sul petto, un piccolo dipinto sormontato dal segno del cielo, reca i cartigli del re e della regina, introdotti dai loro titoli abituali. Le orecchie dell’animale, forate, probabilmente, dovevano essere adornate da cerchi d’oro, come si vede spesso sulle statuette di gatti sacri. Gli artigli (cinque per ciascuna zampa) dovevano essere inseriti (forse in avorio): nelle cavità null’altro resta se non una materia rossastra”……”Il copricapo costituisce il recipiente per i preziosi unguenti che il felino doveva proteggere, tenendo a distanza coloro che avrebbero voluto impadronirsene. La sua composizione figurativa permette l’identificazione della divinità: l’acconciatura floreale, la natura stessa del leone e soprattutto i suoi occhi d’oro, penetranti, che sono qui riprodotti in maniera eccezionale, permettono di associare questa rappresentazione al dio Nefertum (figlio di Ptah e di Sekhmet) nel ruolo di formidabile protettore contro le forze del male. Eretto sulle zampe, può attaccare i nemici e divorare loro la testa. Il dio-fiore originale, sotto la cui forma è normalmente e più spesso riconosciuto Nefertum, è anche il dio dei profumi protettivi (Il Gradevole al naso degli Dei, colmo di fragranze), in quanto questi unguenti, oltre a purificare, costituivano il più potente rimedio contro le influenze nefaste”.

Iorwerth E.S. Edward, nel suo “Tutankhamon: la sua tomba e I suoi tesori”, vede piuttosto una rappresentazione del dio Bes: “I vasi di unguento incarnavano spesso immagini di Bes, una divinità domestica associata ai piaceri e generalmente rappresentata come un nano dalle gambe fasciate, con orecchie, criniera e coda da leone. Questo vaso è stato probabilmente scolpito in forma di leone con corona floreale a causa del collegamento tra gli animali e Bes”.Per Abeer El-Shahawy (del Museo Egizio del Cairo), invece: “Il leone, talvolta, rappresenta il dio Ra stesso, come nel capitolo 62 del Libro dei Morti (per gli egizi “Formule per poter uscire nel giorno”) che recita: “Io sono colui che è il cielo, io sono il leone di Ra””.

Le foto in bianco e nero sono tratte da: “Tutankahamun: Anatomy of an Excavation, The Howard Carter Archives Photographs by Harry Burton, The Griffith Institute”.

Antico Regno, Sfinge

I CUNICOLI ED IL BUCO SULLA TESTA

A cura di Piero Cargnino

In seguito Caviglia collaborò con l’egittologo inglese Howard Vyse, famoso per i suoi metodi decisamente invasivi. Vyse con il collega John Shae Perring praticò un foro sulla schiena della Sfinge alla ricerca di eventuali camere nascoste che però non trovò e dopo alcuni metri si fermarono.

Dopo Caviglia, Mariette, Maspero, Baraize ed altri intrapresero scavi per liberare completamente la statua dalla sabbia, ma fu solo nel 1936 che l’egittologo Selim Hassan riuscì a completare l’opera liberando l’intero sito della Sfinge. Leggende popolari derivanti da miti del passato parlano dell’esistenza di numerosi passaggi segreti all’interno della statua che condurrebbero ad una stanza, la cosiddetta “Stanza dei Registri”. Per non farci mancare nulla parliamo anche di questa ipotetica “Stanza dei Registri”. Mito che si tramanda da secoli, si tratta di una delle più famose “teorie alternative” nate intorno alla storia dell’Antico Egitto.

L’appellativo “Hall of Records” (Stanza dei registri) venne coniata da Edgard Cayce, che si rifaceva a Plinio il Vecchio il quale, nel suo “Naturalis historia”, riporta che gli antichi Egizi affermavano che sotto la Sfinge vi fosse sepolto il re Harmais. Questa “Stanza dei Registri” sarebbe una specie di biblioteca sepolta sotto la Sfinge nella quale sarebbe conservata tutta la conoscenza degli antichi Egizi impressa su rotoli di papiro, qualcuno azzarda che si troverebbe anche la storia completa del continente perduto di Atlantide. Al problema si interessarono anche gli scrittori Hancock e Bauval secondo i quali esisterebbero tre passaggi attorno alla sfinge, due di origine sconosciuta ed uno che si crede essere un piccolo vicolo cieco scavato dietro la testa e risalente al XIX secolo, appunto quello detto sopra praticato da Perring. Io riporto quanto attingo dalle fonti senza pregiudizi anche se va detto che le varie teorie riguardanti la “Stanza dei registri” e tutti i vari passaggi segreti all’interno della Sfinge sono considerati come fantarcheologia.

Su queste ipotesi sono state effettuate ricerche che non hanno portato ad alcun riscontro scientifico anche se gli ultimi scavi del 2007 hanno rilevato la presenza di una fitta rete di cunicoli. Le ricerche hanno comunque portato al ritrovamento del breve passaggio ricavato sulla schiena della statua, dietro la testa, praticato da Vyse e Perring anni prima. Ma questo non è l’unico “passaggio”, secondo l’archeologo Zahi Hawass nel corpo della Sfinge sono stati riscontrati diversi passaggi, uno dei quali nel recinto, che però non conducono a nessuna camera segreta. Hawass ha esplorato il foro praticato sulla schiena della Sfinge da Perring e Vyse ma anche questo non sbuca da nessuna parte, all’interno è stato rinvenuto un filo da trivellazione ivi abbandonato. Hawass ha poi esplorato un’altra apertura, fotografata da Baraize nel 1926, che si trova sul lato nord della statua, si tratta di un breve scavo cieco che non conduce a nulla pertanto è stato bloccato. Nel 1980 Mark Lehner e Zahi Hawass, avvalendosi di quanto riferito da Mohammed Abd al-Mawgud Fayed, che aveva lavorato da ragazzo nel 1926 con Emile Baraize, hanno localizzato un passaggio nella pietra che parte dalla crepa sul retro della Sfinge e si protrae per circa 9 metri. Il passaggio scende al di sotto del corpo della Sfinge e raggiunge la falda che si trova al di sotto. Una parte del passaggio si snoda sotto la Sfinge prima di giungere a un vicolo cieco a circa 4,5 metri sotto il livello del suolo. Al suo interno non è stato rinvenuto nulla se non un paio di scarpe vecchie, probabilmente dimenticate da qualche operaio durante la ripulitura organizzata da Baraize.

Johannes Helferich, nel 1579 d.C. descrisse la Sfinge come una donna che rappresentava la dea Iside, raccontò inoltre che esisteva un passaggio che portava all’interno della testa da dove i sacerdoti egizi usavano parlare al popolo. Helferich non si recò mai in Egitto limitandosi a riportare una delle tante leggende popolari. Ma non è finita qui, non si può dire che la Sfinge sia avara di misteri. Negli anni venti del ‘700, Thomas Shaw scoprì un foro di circa 1,5 x 1,5 metri profondo circa 3 metri, sulla sommità della testa, ne dedusse che molto probabilmente un tempo aveva ospitato una decorazione del copricapo, e gettò nuovi indizi per l’ipotesi di passaggi nascosti all’interno del monumento. Questo particolare viene spesso trascurato dagli egittologi e riportato solo in qualche documentario ma poco approfondito, il buco sulla testa della Sfinge. Una delle immagini mostra la Grande Sfinge di Giza fotografata da una mongolfiera nel 19° secolo. Sulla testa si può osservare una cavità circolare quasi perfetta al centro. Nel 1740 Charles Thompson scrisse: “Non siamo riusciti a raggiungere la cima della testa, ma coloro che l’hanno fatto hanno parlato di un buco circolare lassù dove una persona si potrebbe calare tranquillamente”. A suo tempo Baraize fece chiudere il buco installando una botola di ferro. In una ripresa aerea effettuata di recente si vede chiaramente come questa cavità nella testa del monumento sia stata ricoperta da una delle tante “ristrutturazioni” moderne. Come si può vedere nella foto scattata il 15 dicembre 1925, che mostra il restauro di E. Baraize. la prospettiva è interessante perché l’archeologo impegnato nello scavo sta lavorando all’interno del buco.

Riassumendo si contano sei passaggi nel corpo della Sfinge: uno si trova sul retro della statua, un altro vicino alla coscia del leone a livello del suolo, il terzo si trova vicino al centro ed è stato rivestito in mattoni durante i “lavori di restauro”, il quarto si trova proprio sotto l’orecchio, il quinto è quello sulla testa che è stato chiuso, il sesto si trova tra le zampe della Sfinge.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Sabina Marineo, “Prima di Cheope”, Nexus Edizioni, 2013
  • Robert Bauval, “Secret Chamber: The Quest for the Hall of Records”. Arrow; New Ed, 2000
  • H. Spencer Lewis, “Symbolic Prophecy of the Great Pyramid”, The Rosicrucian Press, 1936
  • Christiane Zivie-Coche, “Sphinx, le père la terreur”, Agnes Viénot Editions, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)

Donne di potere

TIYE

Di Grazia Musso

I primi anni di vita ed il matrimonio: Tiye diventa regina

Se I primi due terzi della XVIII Dinastia sono caratterizzati da un certo numero di regine dalla forte personalità, l’ultimo terzo, comprendente, tra gli altri, i regni di Amenhotep III e di suo figlio Amenhotep IV, sono letteralmente affollati da figure femminili che affiancano costantemente il faraone in tutte le sue apparizioni e attività: in particolare Amenhotep III fa di Tiye, una donna di sangue non reale e originaria di Akhmin in Medio Egitto, la sua ” Grande sposa reale”.

Tiye era figlia del facoltoso funzionario Yuya, sacerdote del dio Min e sovrintendente ai cavalli del re, e della nobile Tuya, imparentata con gli Ahmosidi, sovrintendente degli harem di Min e Amon, probabilmente crebbe a Menfi nel palazzo reale, dove vivevano anche i suoi genitori in ragione del loro elevato status sociale, e quando aveva undici o dodici anni sposò il coetaneo Amenhotep III al suo secondo anno di regno, riuscendo ad integrarsi perfettamente nel suo ruolo, ed anzi, acquisendo nel tempo la stima e la fiducia del marito sul quale aveva un indubbio ascendente e che le attribuì un ruolo importante nella gestione del potere, prima inserendo i suoi genitori nel consiglio di reggenza e poi associando a sé ed al suo stesso livello in numerose occasioni ufficiali, coinvolgendo negli affari di stato.

Amenhotep III

Oltre ai tradizionali titoli di una regina (Principessa Ereditaria, Nobile signora, Grande favorita, Grande di lodi, Dolcezza d’amore, Signora delle Due Terre, Sposa di Re, Grande Sposa Reale, Beneamata sposa del Re, Colei che riempie il palazzo d’amore, Madre del Re, Madre del Dio), Tiye era anche conosciuta come Padrona dell’Alto e Basso Egitto e Padrona delle Due Terre, e l’altra considerazione di cui godeva emerge anche dai documenti ufficiali, dove spesso ritroviamo una formula che sembra alludere ad una associazione al trono, probabilmente quando la salute del sovrano cominciò a declinare: ” Sotto la maestà del Re dell’Alto e Basso Egitto, Amenhotep III e della Grande Sposa reale, Tiye”.

L’amore è la considerazione di Amenhotep per la sua sposa trova ampia conferma nelle fonti: ella venne ritratta in forma di sfinge, il suo nome fu iscritto in un cartiglio come quello del sovrano e citato in una serie di scarabei commemorativi che periodicamente quest’ultimo emetteva e distribuiva in tutto l’Egitto e all’estero per celebrare gli eventi più significativi del suo regno.

I primi 12 anni del lungo regno di Amenhotep III sono stati caratterizzati dall’emissione di cinque serie di scarabei, ognuna delle quali commemora a un evento particolare. L’emissione del secondo anno, cui appartiene questo scarabeo in scisto smaltato, ricorda il “Matrimonio” del faraone con la regina Tiye.

Museo del Louvre, Parigi

In più di un’occasione gli scarabei furono dedicati ad episodi legati a Tiye, a partire da quello che annunciava il loro matrimonio e riportava anche i nomi dei genitori della sposa nonostante le loro origini non reali, e quello emesso nell’11 anno di regno, che dava notizia di un lago scavato in onore di Tiye nei pressi di Akhmin, sua città natale.

Tiye rappresentata come sfinge

Il giorno dell’inaugurazione i sovrani ne solcarono le acque con una nave dal significativo nome di “Aten splendente. La barca sacra è la stessa regina venivano dunque messi in relazione con una divinità, il disco solare, che sarà centrale nel corso del regno del successore di Amenhotep III.Tiye era nominata anche nello scarabeo che annunciava il matrimonio di Amenhotep con la principessa Gilukhipa, figlia di Shuttarna II di Mitanni e in quello che celebrava una caccia straordinaria, che vide l’uccisione da parte del sovrano di un numero esorbitante di tori selvatici.

Il prestigio di cui godette la sovrana è in ogni caso testimoniato dell’evidenza monumentale: in un gruppo statuario di dimensioni “ciclopiche”, alto circa sette metri, proveniente da Medinet Habu ora al museo del Cairo, che ritrae la regina seduta seduta accanto al faraone, i due sono rappresentanti delle stesse dimensioni, mentre in passato nella diade che rappresentava la coppia reale il sovrano era notevolmente più alto per simboleggiare il suo maggiore potere e prestigio.

Per sottolineare il ruolo regale e divino della coppia, inoltre, il faraone fece costruire a Soleb, in Alta Nubia un tempio dedicato al proprio culto personale e, nella vicina Sedeinga, uno dedicato alla moglie come personificazione della dea Hathor e chiamato “Tempio di Tye” che prefigurano quello di Abu Simbel di Rameses II e Nefertari; il è il più importante monumento egizio che si sia conservato in Alta Nubia e il secondo, purtroppo è crollato.

L’ascesa al trono di Amenhotep IV: Tiye diventa MADRE DEL RE

Amenhotep III garantì pace e prosperità e l’Egitto raggiunse l’apice della sua potenza, edificò grandi monumenti, templi, parchi pubblici ed infrastrutture ( lo stesso lago artificiale costruito per Tiye aveva anche la finalità di convogliare le acque da una serie di canali e permettere una più efficiente irrigazione dell’area circostante), trasferì la corte in un grande palazzo che fece costruire a Malkata, dietro Medinet Habu, sulla riva occidentale del Nilo.

Grazie alla politica matrimoniale consolidò i confini, espanse la propria influenza sulla Siria ed i trattenne rapporti con i Mitanni, che divennero ancora più stretti dopo che ivi ascese al potere di Tushratta, così come testimoniano le note “lettere di Amarna”, documenti che descrivono le relazioni politiche dell’epoca. Anche Tiye trattenne rapporti diplomatici personali con i governanti stranieri come si desume dalle iscrizioni e dalla citata corrispondenza, in particolare la lettera EA 26, in cui Tushratta risponde direttamente a lei che, a quanto pare desiderava accertarsi del mantenimento dei buoni rapporti fra i loro regni a seguito della morte del faraone : “Tu sai che io (Tushratta) ho sempre avuto amicizia per tuo marito e che tuo marito ebbe sempre amicizia per me…. Tu sei quella che conosce meglio tutto ciò che ci siamo detti l’uno all’altro. Nessun altro conosce”.

La Grande Sposa Reale trascorreva gran parte del suo tempo nel suo palazzo, dove disponeva di un complesso chiamato ” la Casa della Regina”, composto da servizi medici, magazzini, botteghe e laboratori di orefici, falegnami, panettieri, birrai e addirittura di un tesoro, gestito da maggiordomo tra i quali Kheruef.Tiye diede ad Amenhotep III cinque femmine ( Sitamon, Henuttaneb, Isis, Nebeta e Beketaten) e due maschi ( Tutmosis, morto giovane e Amenhotep).

Quando Amenhotep III mori, Tiye fece incidere una serie di scarabei commemorativi: “La Grande Sposa Reale Tiye ha modellato questo oggetto che le appartiene, per il suo amato fratello, il Faraone”, assunse il titolo di Madre di Re e divenne coreggente per il figlio Amenhotep IV, continuando a mantenere i contatti diplomatici con Tushratta ; il nuovo faraone inizialmente governò da Malkata e si pose nel solco tracciato dal padre, ma, nel quinto anno del suo regno, introdusse la riforma religiosa basata sull’ adorazione di Aton, modificò il suo nome in Akhenaton e si trasferì con i suoi fedelissimi ad Akhetaton , la città che aveva costruito dal nulla nel deserto.

Anche se non vi è prova che Tiye condividesse le nuove idee religiose del figlio, sembra che lo abbia sostenuto nella sua riforma, probabilmente perché si rendeva conto che arginava pesantemente il potere del clero di Amon, che nel corso del tempo era aumentato a dismisura e Costituiva un pericolo per la monarchia.

La lastra frammentaria in quartzite proviene dal Tempio di Milioni di Anni di Amenhotep III, a Tebe Ovest e ritrae la sua sposa, la regina Tiye, in bassorilievo nell’incavo.

Il modellato del volto e la forma allungata degli occhi preannunciano l’arte amarniana

Agyptisches Museum, Berlino.

Fonte : Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli.

STATUA DI TIYE COME ISIDE-HATHOR.

Basalto. Altezza 153 cm. C. 694 collezione Donati.

Il botanico Padovano Vitaliano Donati nel corso del suo viaggio in Egitto e vicino Oriente su incarico dei Savoia si procurò, oltre a centinaia di oggetti minori, tre bellissime statue che inviò a Torino, dove furono esposte nel cortile dell’università.

Fu qui che Champollion, nel 1824, ebbe modo di ammirarle prima che venissero infine trasportate, nel 1832, nel palazzo sede del Museo Egizio per essere unite alla collezione Drovetti. Una delle statue di Donati raffigura Tiye, moglie del sovrano Amenhotep III e madre di Amenhotep IV. La regina è effigiata con sembianze di una dea, molto probabilmente Iside, come indica il disco solare che porta sul capo, inserito tra le corna bovine liriformi. La statua, pur nella sua frammentarietà, risulta estremamente elegante: il volto, dai tratti raffinati, è cinto da una parrucca striata su cui svetta l’ureo frontale, mentre il corpo, ben modellato, è avvolto da un abito a bretelle aderente che ne esalta le forme. Tiye tiene nella mano destra lo scettro uas, simbolo di potere, e nella sinistra l’ankh, emblema di vita. Questa statua, proveniente da Coptos, faceva parte di un gruppo di immagini divine fatte innalzare dal sovrano in varie località d’Egitto per celebrare il suo giubileo, festa sed.

Fonte: I grandi musei – Il Museo Egizio di Torino – Electra.

La regina figura sulle pareti della tomba del suo maggiordomo Huya ad Amarna, e almeno fino all’ottavo anno di regno di Amenhotep IV è presente anche sui monumenti della nuova capitale, il che induce a pensare che dopo la morte del suo consorte abbia vissuto spostandosi tra il suo palazzo a Medinet el-Ghourab, nel Fayum, e quello che il figlio le aveva fatto costruire ad Akhetaton.

LA MORTE: TIYE VIENE DIVINIZZATA

Dopo la morte di Akhenaton, i suoi successori abrogarono le sue riforme religiose cancellando il periodo amarniano dalla storia, ed è questo il motivo che la data di morte di Tiye è persino il suo luogo di sepoltura iniziale sono oggetto di dibattito.

Si ritiene che ella sia morta a poco più di sessant’anni nel 1337 a. C., in quanto è citata per l’ultima volta in un’iscrizione datata 13 novembre del 12 anno del regno di Akhenaton, proprio quando una grave epidemia sconvolse l’Egitto cagionando lutti anche nella famiglia reale.

La scomparsa di Tiye ed il disinteresse di Akhenaton nei confronti degli affari di Stato ebbero gravi ripercussioni politiche: l’Egitto perse il suo prestigio internazionale e alcuni territori a lungo detenuti dalla corona, e si assistette parallelamente alla crescita degli Ittiti a nord, non più controllati dagli egizi.

Sulla sepoltura della regina sappiamo ben poco: suoi ushabty furono rinvenuti nella tomba di Amenhotep III, mentre un sarcofago regale a suo nome proviene da una tomba di Tell el-Amarna e un sacrario dorato furono trovati nella Tomba 55 della Valle dei Re.

Sulla base di alcune iscrizioni incomplete e controverse alcuni egittologi ritengono che ella fu seppellita inizialmente nella tomba di Akhenaton ad Amarna ed in seguito trasferita in quella di Amenhotep III, dove sono stati trovati i suoi ushabti.

La sua mummia fu scoperta nel 1898 da Victor Loret nella tomba di Amenofi II adagiata al suolo accanto ad altri corpi deposti in un secondo momento; la sua rimase a lungo sconosciuta, tanto che per anni venne chiamata The Elder Lady, per distinguerla dalla mummia di una donna più giovane che giaceva insieme a lei, chiamata The Younger Lady.

Nel 1922 nella tomba di Tutankhamon venne ritrovato un piccolo sarcofago recante il nome di Tiye che custodiva una ciocca di capelli color rame quasi perfettamente conservati, costituenti un ricordo della nonna del giovane faraone o una reliquia della regina, divinizzata insieme al suo augusto consorte; solo nel 2010, tuttavia nell’ambito del “Family of King Tutankamun Projet”, è stato possibile identificare formalmente ” The Elder lady” come La regina Tiye (attualmente al Museo Egizio del Cairo), comparando il DNA estratto dalla mummia con quello ricavato dalla ciocca di capelli.

Fonte :

Antico Regno, Sfinge

LA STELE DEL SOGNO E IL MISTERO DELLA SECONDA SFINGE

A cura di Piero Cargnino

Una cosa è certa, i monumenti di Giza rimasero un enigma non solo per gli antichi egizi ma continuarono, e continuano, ad esserlo anche per gli studiosi moderni.

Con la Piramide di Cheope, la Sfinge presenta tanti e tali enigmi la cui soluzione è ancora lungi dall’essere trovata. Come abbiamo detto, in tempi a noi più vicini, fu Giovanni Battista Caviglia, esploratore, navigatore ed egittologo italiano, nato a Genova nel 1770, che nel 1816, rapito forse dal fascino del colosso accovacciato, iniziò una serie di scavi sul fronte della statua proprio sotto la testa, procedette fino a scoprire tutta la parte sottostante del monumento e delle zampe anteriori. Qui vennero rinvenuti i resti della barba e la testa dell’Ureo reale.

Ma la cosa più importante fu il ritrovamento della “Stele del Sogno” di Thutmosi IV. All’atto del suo ritrovamento però la stele non diceva molto agli archeologi in quanto i geroglifici non erano ancora stati decifrati.

La stele è alta 114 cm, larga 40 cm con uno spessore di 70 cm, vi è riprodotta una lunga iscrizione sormontata da una scena nella quale Thutmosi IV fa offerte alla Grande Sfinge. Eretta da Thutmose IV durante il suo primo anno di regno come una legittimazione divina del suo potere faraonico.

Ora tradotta la stele riporta il colloquio avuto in sogno da Thutmose, che, durante una partita di caccia, si era fermato a riposarsi all’ombra della testa della statua, con la Sfinge stessa:

Durante il colloquio la Sfinge promise il trono a Thutmose a patto che l’avesse fatta disseppellire dalla sabbia che la avvolgeva fino al collo:

L’ultima parte dello scritto è andata perduta causa l’erosione della pietra. Salito al trono Thutmose IV mantenne la promessa e fece restaurare la statua inserendo tra le sue zampe la stele. Oltre a quanto già accennato sopra, dagli scavi effettuati tra le zampe anteriori vennero pure ritrovati resti di un tempietto e piccole statue di leoni di pietra dipinti di rosso, Caviglia trovò anche un altare di granito con segni di combustione. In un primo momento si pensò che fosse servito a compiere riti sacrificali in onore della Sfinge ma in seguito si scoprì che risaliva ad un’epoca più tarda.

L’altare consisteva in una piccola costruzione con due colonne poste in modo che lo sguardo della Sfinge potesse passare esattamente in mezzo ad esse. Secondo alcuni egittologi la costruzione, ricorda un altare rituale risalente all’epoca romana. Si sa che sia i greci, prima, poi i romani e successivamente gli arabi seguirono la tradizione di rendere omaggio alla Sfinge perpetuando l’idea che fosse opera degli dei. Non venne ritrovato altro nonostante siano state rinvenute immagini in cui la Sfinge viene rappresentata con una statua, o secondo alcuni, una colonna situata di fronte al petto.

Si pensa che durante i lavori di restauro intrapresi da Thutmose IV, come narra la Stele del Sogno, oltre a disseppellire la statua dalla sabbia ed a sostituire i blocchi caduti a causa dell’erosione, il faraone fece dipingere di rosso la Sfinge e collocò una statua di suo padre, Amenhotep II, tra le zampe del monumento. Secondo quanto riportato su di una stele, opera dello scriba Mentu-Hor, è possibile che ci fosse veramente una statua oggi ormai ridotta ad una protuberanza tra le gambe della Sfinge. Il disegno della Sfinge sulla stele di Mentu-Hor è molto insolito per l’arte egizia denunciando la ricerca di un effetto più che naturalistico, da notare l’evidente collare intorno al collo. Sullo sfondo sono visibili due piramidi rappresentate in modo altrettanto audace.

La Stele del Sogno di Thutmosi IV, oltre che per il testo che riporta, presenta un altro mistero che si aggiunge ai molti che riguardano la Sfinge. Sulla stele sono rappresentate non una ma due Sfingi. Due Sfingi in posizione opposta, una guarda a levante mentre l’altra a ponente.

Ma se la Sfinge è una sola, per quale ragione Thutmosi IV ne fece scolpire due? A questo proposito sono state avanzate numerose ipotesi, secondo alcuni studiosi potrebbe esistere una seconda Grande Sfinge sepolta alle spalle della prima, magari più danneggiata e sicuramente priva della testa che sarebbe altrimenti visibile. Tutte queste teorie, da alcuni classificate come fantarcheologia, sono fortemente osteggiate dall’archeologia accademica che però non è in grado di spiegare in modo convincente perché la stele ne rappresenti due. Oltre a molti scrittori e ricercatori alternativi (come Robert Bauval e Graham Hancock, ecc.), anche l’egittologo egiziano Bassam El Shammaa sostiene da anni che la stele di Thutmosi IV rappresenti quella che doveva essere la realtà in passato, cioè che le sfingi erano non una, ma due. El Shammaa ritiene che una sfinge sola rappresenti un’anomalia, infatti nella tradizione egizia le Sfingi sono sempre due a rappresentare Shu e Tefnut, figli di Atum, il dio sole, di solito raffigurati come un leone ed una leonessa. Così infatti le due creature mitologiche sono rappresentate contrapposte sulla Stele del Sogno. In una sua intervista al giornale egiziano in lingua inglese Daily News, l’archeologo El Shammaa ha dichiarato che secondo lui la sfinge che rappresentava Tefnut venne distrutta da un evento naturale, forse un fulmine, il fatto colpì a tal punto l’immaginario collettivo che i sacerdoti, per giustificare l’evento di fronte al popolo e placare lo sgomento, spiegarono che Tefnut fosse stata maledetta. Non di rado succede che nella mitologia un dio maggiore condanni un dio minore.

Un’altra ipotesi suggerisce che la seconda sfinge sarebbe andata distrutta già nell’antichità ma, sotto tonnellate di sabbia e roccia, contrapposta alla Sfinge esistente, si troverebbero i resti della gemella. A sostegno di questa tesi ci sarebbe un’immagine ripresa dallo spazio e diffusa dalla NASA. L’archeologo Michael Poe sostiene che si trattò di una grande inondazione del Nilo a radere al suolo la seconda sfinge, l’opera venne poi completata dagli arabi per costruire i loro villaggi. A suo avviso, la distruzione risalirebbe ad epoche più recenti, tra il 1000 e il 1200 d.C. Chissà se un giorno si riuscirà a conoscere la verità? Una cosa è certa, i monumenti di Giza che non presentano alcuna traccia di iscrizioni, sicuramente dovettero già rappresentare un enigma per gli egizi vissuti dopo l’Antico Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)
Hatshepsut, Templi

IL DJESER-DJESERU

Il tempio di Deir El-Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe ed è uno dei luoghi più suggestivi che sorge all’interno di un immenso anfiteatro roccioso formato da una parete verticale che s’innalza per 200 metri circa e si apre verso la pianura niolitica.

Foto: Diego Tirira

Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru (Santi tra i santi), termine che indica quanto di più splendido e sacro ci fosse. L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze , la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile dal cortile della prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe. I dislivelli sono occupati da portici che fanno da sfondo sia al cortile sia alla prima terrazza. Fra le splendide raffigurazioni parietali ricordiamo la teogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al Paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi in onore del dio.

Eccezionale per la conservazione e gli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Dei El-Bahari era tradizionalmente sacro ed il santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.

Ricostruzione del tempio di Hatshepsut, a Deir El Bahari. (Tebe Ovest). In primo piano si vede il grande cortile cintato in fondo al quale si elevano le ampie terrazze e i portici che ospitavano splendidi rilievi e varie cappelle. Alle spalle del tempio si eleva la ripida scarpata della montagna tebana, che forma lo splendido paesaggio in cui il tempio si inserisce armonicamente. I lavori di restauro ne hanno oggi restituito la struttura e gli scavi hanno portato alla luce molte delle statue che ne ornavano corti e viali, nonché rivelato la presenza di piccoli bacini e giardini dedicati al dio Amon che ravvivano l’arido paesaggio desertico.

Militari in festa, da Deir El-Bahari.

Nella fotografia sono raffigurati dei soldati in festa con foglie di palma, armi e stendardi; il dettaglio fa parte di una scena in cui i militari seguono il battello della dea Hathor durante la navigazione in suo onore.

Da Deir el-Bahari, Tempio funerario di Hatshepsut, sala ipostila della cappella di Hathor, parete di nord-est. XVII Dinastia.

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – IL SANTUARIO SUPERIORE DI ANUBI

Di Andrea Petta

Nella parete nord del piano superiore del tempio è ubicata invece una piccola cappella composta da due stanze chiamata Cappella Superiore di Anubi o Cappella di Tuthmosis I. Vi si accede dal piccolo tempio solare a cielo aperto recentemente restaurato.

Questa cappella è stata parzialmente scavata nella roccia ed è composta da due stanze, la decorazione è simile a quella delle stanze della Cappella Inferiore di Anubi.

La cappella è lunga 5,26 m, ma larga solo 1,57 m, quindi è molto stretta. Sebbene le decorazioni di entrambe le stanze della cappella siano state distrutte nell’antichità, i resti che sono stati conservati sono di alta qualità, soprattutto nella colorazione delle iscrizioni.

Sulle pareti della cappella, oltre alle raffigurazioni scolpite della regina, si potevano vedere suo padre Tuthmosis I e di sua madre Seniseneb (sulla parete nord della seconda stanza). Anche tutte le pareti laterali della cappella erano decorate a colori.

Secondo gli studiosi le raffigurazioni di Hatshepsut distrutte sarebbero state di rituali con diverse divinità: la Regina offre incenso ad Amon-Ra, natron ed olio consacrato ad Anubi, svolge riti di purificazione con Osiride e Sokar, dedica un santuario a Ptah e riceve vita da una Dea (Hathor?) non meglio identificata.

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – IL SANTUARIO INFERIORE DI ANUBI

Di Andrea Petta

Venne realizzato all’estremità settentrionale del porticato intermedio a Deir El Bahari.

È formato da una sala ipostila a 12 colonne che conduce al santuario vero e proprio con due sale ed una nicchia disposte ad angolo retto l’una rispetto all’altra, secondo il principio che doveva celare ai profani i misteri del Dio. Solo la sala ipostila è accessibile ai visitatori.

Le immagini di Hatshepsut sono tutte mutilate a causa della damnatio memoriae, ma le raffigurazioni delle divinità e delle offerte sono rimaste pressoché intatte con colori che sono ancora freschi e brillanti.

La sala ipostila è lunga circa 11 metri e larga poco meno di 7 metri mentre il soffitto, a quasi 6 metri di altezza, è decorato con un cielo stellato.

Sulla parete sinistra Hatshepsut viene raffigurata con diverse divinità, con Anubi, con Nekhbet (a cui evidentemente la Regina era molto legata) e Ra-Horakhty. La munificenza di Hatshepsut è rappresentata da enormi tavole di offerte, organizzate in ben otto registri. Sulla parte destra è invece Tuthmosis III ad offrire del vino a Sokar, una cui statua era probabilmente contenuta nella nicchia della parete (quella opposta dedicata ad Amon), mentre Hatshepsut ed Anubi sono mostrati di fronte ad un’altra divinità a testa di canide.

Presumibilmente doveva essere dedicata ai riti funebri collegati alla mummificazione ed al “ba” della Regina

Antico Regno, Sfinge

IL PROBLEMA DELL’EROSIONE

A cura di Piero Cargnino

Il geologo Robert M. Schoch del College of General Studies dell’Università di Boston, che studiò a fondo la Sfinge negli anni ’90, giunse alla conclusione che le tracce di erosione che si riscontrano sul corpo della Sfinge e sulle pareti del recinto siano di origine alluvionale dovuta a piogge, piogge torrenziali che a suo parere cadevano copiose nell’antichità e non potevano essere cadute dopo il 10.000 a.C. circa, periodo in cui il Sahara iniziò a trasformarsi in deserto e le piogge a scarseggiare fino quasi a cessare del tutto. Molti geologi contestano le affermazioni di Schoch contrapponendo la tesi secondo cui, essendo ricavata in un avvallamento, la Sfinge è soggetta ad essere sepolta nelle sabbie, la relativa vicinanza al Nilo e le annuali esondazioni del fiume, che in passato inondavano la valle, hanno sicuramente causato periodici innalzamenti della falda freatica con la conseguenza che il corpo della Sfinge si sarebbe trovato avvolto da sabbia bagnata, questa sarebbe a loro giudizio la causa dell’erosione. Tali convinzioni non sarebbero però confermate dal fatto che i segni dell’erosione presenti risultano più evidenti in alto e meno marcati in basso, cosa incompatibile con un’erosione da falda freatica che risulterebbe più evidente alla base della statua. Schoch afferma: “Ero convinto che la datazione degli egittologi fosse corretta. Ma, ben presto, ho scoperto che le prove geologiche non erano compatibili con quello che gli egittologi dicevano”. Schoch ritiene inoltre che in origine potrebbe non essere stata una sfinge, ma un leone. Secondo il geologo già all’epoca del faraone Chefren, che l’avrebbe fatta disseppellire per la prima volta, la statua si presentava in uno stato di avanzato degrado dovuto all’erosione e che il faraone decise quindi di effettuare un restauro, con l’occasione avrebbe fatto modificare decisamente la testa. Afferma ancora Schoch: “La Sfinge era già lì da migliaia di anni, è evidente a chiunque che l’attuale testa non è quella originale, essa avrebbe mostrato, più o meno, gli stessi segni di erosione del corpo”. Com’era ovvio supporre si è verificata subito una levata di scudi contro questa ipotesi da parte di molti scienziati, storici ed egittologi accademici, secondo i quali è impossibile che sia esistita una civiltà in grado di costruire un monumento come la Sfinge in tempi così antichi.

Non è nelle mie intenzioni schierarmi a favore o contro le varie ipotesi circa la costruzione della Grande Sfinge di Giza, trovo eccessive alcune ipotesi fantascientifiche, ma preferisco essere aperto ad eventuali novità, ancorché sia possibile dimostrarle, senza chiudermi nell’accademismo imperante. Prendiamo ora in esame alcune delle teorie che vengono avanzate e supportate da evidenze più o meno tangibili. Lo storico greco antico Erodoto, nel secondo dei 9 libri di cui si compone la sua opera storiografica del mondo antico, “Storie”, parla dell’Egitto che lo affascinò a tal punto che ne fornisce una dettagliata descrizione non trascurando nulla, luoghi, paesaggi, palazzi, templi, usanze e tradizioni, soffermandosi sull’importanza del Nilo. Descrive inoltre con grande precisione le piramidi che lo lasciarono stupefatto, in particolare quella di Cheope, ma non fa alcun accenno alla Sfinge. C’è da chiedersi come sia possibile che la visione di una simile gigantesca statua non abbia colpito uno storico così attento a tutte le meraviglie di quella stupenda civiltà. Sorge spontaneo pensare che alla sua epoca Erodoto non abbia neppure notato la Sfinge in quanto questa doveva trovarsi completamente sommersa dalla sabbia e quel poco della testa che spuntava, assomigliava ad uno sperone roccioso che non attrasse la sua attenzione. Come detto sopra, osservando l’intera statua notiamo che si presenta maggiormente erosa nel corpo che nella testa. Dal punto di vista geologico è stato confermato che, mentre il corpo è stato ricavato in uno strato di pietra calcarea fragile e di qualità inferiore di origine più antica, la parte superiore che rappresenta la testa è formata da pietra calcarea dura e massiccia, che diventa sempre più pura verso l’alto permettendo una migliore conservazione nel tempo ed una maggiore resistenza alla corrosione.

Questa affermazione in parte giustifica la differenza dell’erosione sulle due parti della statua, però ci sono altri fattori da considerare; il corpo della Sfinge è rimasto per migliaia di anni sepolto nella sabbia mentre la testa è sempre stata esposta alle intemperie. Come accennato in precedenza, va detto che, seppure costituita di roccia più dura, la testa della Sfinge è stata martellata per millenni dal “Kamsin” il terribile vento del deserto che solleva e trasporta un ingente quantitativo di polvere e sabbia fine che penetra dappertutto levigando e consumando anche le rocce più dure. Il fatto che la testa della Sfinge sia stata ricavata in uno strato di pietra più resistente non è sufficiente a giustificare l’enorme differenza di erosione, anzi, verrebbe da pensare il contrario. Per contro va ricordato che anche la testa in realtà si presentava più erosa di come la vediamo oggi. Nel primo quarto del XX secolo d.C. accertamenti più approfonditi sulle condizioni del collo della statua fecero temere che, nell’eventualità di un forte temporale, la testa avrebbe potuto essere spazzata via. Venne quindi deciso un importante restauro con il quale venne eretto un massiccio supporto in cemento armato largo quanto la parrucca che un tempo scendeva sulle spalle da entrambi i lati.

A questo punto pare ovvio ritenere che l’erosione del collo e della parrucca siano in questo caso da imputare alla sabbia sospinta dai forti venti. Il faraone Chefren è vissuto intorno al 2500 a.C., ma quando Thutmosi IV si fermò all’ombra della testa della Sfinge correva all’incirca il 1350 a.C., quindi 1150 anni dopo la sua presunta costruzione e la statua si trovava già completamente sommersa dalla sabbia da chissà quanto tempo. Thutmosi IV la liberò e la fece restaurare ma col passare del tempo ritornò ad essere sommersa e vi rimase per almeno altri mille anni. Furono i Tolomei a liberarla nuovamente, ma la sabbia la ricoprì ancora una volta. Esistono le testimonianze di un medico, scrittore ed egittologo arabo Abd el-Latif ibn Yūsuf al-Baghdādī il quale racconta che nel 1200 d.C., <<……..nei pressi delle Piramidi, si trova una enorme testa dipinta di rosso, che emerge dalla sabbia priva del corpo e che gli arabi chiamavano Abu el-Hol “Il padre della paura”……..>>. E ricoperta dalla sabbia vi rimase fino al 1816 quando il navigatore italiano ed egittologo Giovanni Battista Caviglia incominciò a scavare nella sabbia verso la spalla sinistra della Sfinge, al di sotto della testa, fino a raggiungere la base del monumento e le zampe anteriori. Un secondo scavo portò al ritrovamento dei resti della barba spezzata e della testa dell’Ureo o cobra reale, decorazione del copricapo, (oggi conservati al British Museum di Londra).

Fonti e bibliografia:

  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
  • Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
  • Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
  • Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
  • Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)